Ciocca Arte Contemporanea Di Rossana Ciocca Via Lecco, 15 20124 Milano
Inaugurazione Giovedì 16 Ottobre ore 18.30
A cura di Raffaella Perna
La mostra Looking Glass: Three Feminist Ways to Self-Portrait propone una riflessione sull’autoritratto fotografico nell’arte femminista italiana degli anni Settanta, a partire dalle opere di tre protagoniste di quella stagione, Tomaso Binga, Nicole Gravier e Paola Mattioli. Tre donne si riappropriano della rappresentazione del corpo e della sessualità, libere finalmente dalla visione e dal desiderio maschili: i lavori di Binga, Gravier e Mattioli muovono dal privato per dare voce a una storia collettiva, rimasta fino a tempi assai recenti esclusa dal sistema dell’arte.
Per le donne, da sempre oggetto dello sguardo e della rappresentazione altrui, l’autoritratto serve infatti a raccontarsi, mettendo in gioco la propria identità e criticando gli stereotipi legati al femminile e al maschile. L’autoritratto fotografico, in particolare, concentra l’attenzione sul doppio ruolo della donna come soggetto e oggetto della rappresentazione: stare nello stesso tempo davanti e dietro l’obiettivo mette a nudo lo scarto esistente tra identità reale e fittizia, e la fotografia diventa il mezzo attraverso il quale scegliere la veste in cui raccontarsi agli occhi dell’altro, assumendo un ruolo attivo nelle dinamiche dello sguardo.
Nell’installazione Mater (1977) Tomaso Binga parte dal proprio corpo nudo, ritratto mentre assume la forma delle lettere che compongono, appunto, la parola “Mater”: crea così un alfabeto gestuale alternativo alla lingua corrente, considerata come una forma di espressione inautentica dalla cui costruzione la donna è rimasta esclusa. Le scritture viventi di Binga costituiscono perciò una radicale alternativa al linguaggio maschile. In Donna in gabbia (1974), poi, Binga denuncia la condizione di subalternità e la mancanza di libertà della donna: si rappresenta infatti dietro le sbarre, come un uccello prigioniero, imboccata da mani maschili, stigmatizzando così il controllo e il potere esercitati dall’uomo, troppo spesso contrabbandati come una forma di cura e protezione volta a tutelare il «sesso debole».
Gli autoritratti della serie Mythes et Clichés (1976-1980) di Nicole Gravier sono una critica agli stereotipi visivi della cultura dominante: l’artista si raffigura mentre simula pose e atteggiamenti tipici del fotoromanzo, appropriandosi dei canoni linguistici e delle inquadrature di questo genere popolare nato in Italia nell’immediato dopoguerra. Così facendo da un lato Gravier esaspera, criticandoli, non solo la banalità e il sentimentalismo del fotoromanzo, ma anche e soprattutto i luoghi comuni della rappresentazione del femminile trasmessi dai media; dall’altro, allo stesso fine, mette in primo piano elementi détournanti che stridono con l’atmosfera «rosa» della foto. Tutto è rappresentato in ambienti intimi come la camera da letto; le pose assunte dall’artista sono rilassate e lo sguardo non è rivolto in camera: lo spettatore è messo nella posizione del voyeur che ha accesso di nascosto a uno spazio privato, sottolineando quanto il processo fotografico, nel rappresentare il corpo, lo oggettualizzi.
La distanza tra l’immagine di sé e quella percepita dagli altri è, anche, al cuore della sperimentazione fotografica condotta da Paola Mattioli a metà degli anni Settanta: la sequenza in mostra, Diana (1977) – che ritrae Diana Bond allo specchio e mentre sitoglie una maschera bianca dal volto – si lega alla pubblicazione del libro Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo, raccolta di materiali individuali ed esperienze collettive di un gruppo di donne impegnato a lavorare sull’immagine del femminile. Nel volume Mattioli presenta anche Donne allo specchio (o Faccia a faccia), una serie che indaga il rapporto della donna con l’immagine riflessa, concepita come un autoritratto corale, in cui l’autrice si identifica con i soggetti ritratti: «In ognuna di loro mi rispecchio anch’io, perché è nell’altra che ritrovo frammenti diversi del mio stesso guardarmi». Lo specchio diviene dunque strumento di un viaggio identitario pensato al plurale.
Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli in Menna) è un’autrice di poesia visiva, sonora e performativa. Negli anni Settanta ha assunto un nome maschile in segno di protesta contro le disparità che caratterizzano la relazione uomo-donna. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive; tra queste si ricordano le esposizioni al femminile curate da Romana Loda (Coazione a mostrare, Magma, Il volto sinistro dell’arte e non citi altra misura??), le mostre e le performance realizzate con Verita Monselles (Litanie Lauretane, Poesia Muta, Ti scrivo solo di domenica), la mostra Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio in occasione della Biennale di Venezia del 1978. Tra le mostre recenti si segnalano la retrospettiva Autoritratto di un matrimonio (Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea di Roma), le personali (quante?) alla Fondazione Federico J. Klemm a Buenos Aires (2006), Viaggio nella parola a La Spezia (2007), Scritture viventi (2013) alla Galleria Galeotti, in collaborazione con la Fondazione Filiberto Menna di Salerno e La Fondazione Carima di Macerata, Zitta tu… non parlare! alla Sala Santa Rita di Roma (2014). Dal 1974 dirige l’associazione culturale Lavatoio Contumaciale, che si occupa di poesia, arti visive, letteratura, musica e multimedialità; dal 1992 partecipa, in qualità di vice Presidente, alla gestione della Fondazione Filiberto Menna.
Nicole Gravier ha studiato all’Académie des Beaux-Arts di Aix-en-Provence, dove nel 1971 si è diplomata in Pittura. Si trasferisce definitivamente in Italia nel 1976. A Milano frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera dove si diploma in Pittura. Nel 1979 espone a New York alla Franklin Furnace e in Svezia alla Galerie St. Petri (Lund). Partecipa alla mostra La Pratica Politica alla Galleria d’Arte Moderna di Modena; nello stesso anno il «Corriere della Sera Illustrato», «HERESIS» e «Progresso Fotografico», le dedicano importanti articoli. Nel 1981 è invitata a Kunst in Sozialen Kontext al Museo di Karlsruuhe e la rivista «KunstForum» le dedica la copertina; nello stesso anno partecipa alla mostra Typish Frau (Kunstverein di Bonn, Galerie Philomena Magers e Stadtische Galerie Regensburg [almeno penso]). Il Museo di Vancouver (Canada) la invita a Mannerism – A Theory of Culture. Nello stesso anno partecipa ad Art Socio-Critique (Festival de La Rochelle). Nel 1997 è invitata a Vraiment: Féminisme et Art al Centre International d’Art Contemporain a Grenoble, con trenta artiste donne operanti in Europa e in America negli ultimi vent’anni. Nel 1999 partecipa alla rassegna Beyond the Photographic Frame all’Art Institute of Chicago, che acquista un suo lavoro.
Paola Mattioli si è laureata in filosofia con una tesi sul linguaggio fotografico; è tra i soci fondatori dell’associazione AMICI del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo; collabora – per le immagini – alla rivista «Via Dogana» della Libreria delle Donne di Milano. Ha esposto fotografie in numerose mostre personali e collettive. Tra le principali: Immagini del no (1974); Donne allo specchio (1977); Cellophane (1979); Ritratti (1985); Statuine (1987); Ce n’est qu’un début (1998); Trieste dei manicomi (1998); Un lavoro a regola d’arte (2003); Regine d’Africa (2004); Per-turbamenti (2005); Consiglio di Amministrazione (2006); Oltre Lilith (2006); Arte dell’altro mondo (2006); Alfabeti (2007); Sguardi nella città (2011); Donne Donne Donne (2012). Tra le sue pubblicazioni: Ungaretti (1972); Ci vediamo mercoledì (1978); Cattivi sentimenti (1991); Donne irritanti (1995); Tre storie (2003); Regine d’Africa (2004); Fabbrico (2006); Dalmine (2008); Una sottile distanza (2008); Passi di un’oca sperduta nella neve (2012); Mémoires d’Afrique (2013).
di Massimo Lizzi
«Diteci se siamo dei mostri» Lo chiede un gruppo di detenuti condannati per reati di violenza sulle donne, stupratori e femminicidi. Gli dà voce il Fatto Quotidiano con un articolo di Ferruccio Sansa.
Il giornalista, oltre la soglia del carcere, è disorientato, vede immagini sdoppiate, non riesce a credere che quelle persone, già manager, artigiani, operai, davanti a lui in carne e ossa, dai modi franchi, gli occhi scuri, gli occhi azzurri, le mani curate, le dita affusolate, disegnatori di boschi e fiori sui muri della cella, abbiano potuto violentare e uccidere. Il giornalista sente la sofferenza e il dolore di questi uomini nell’affrontare le loro responsabilità, nell’aver vissuto i momenti più duri, l’arresto, gli articoli sui giornali, la scoperta di essere capaci di compiere una violenza così terribile. Anche se meno terribile di quella di uno stragista, che di donne con una sola bomba ne ha uccise ben di più: il giornalista percepisce la loro gratitudine, per essere lì a parlare con loro, perchè questi uomini sono considerati i più infami tra i criminali dagli altri detenuti, forse perchè la forza misteriosa e tremenda del sesso li fa sembrare peggio.
I detenuti intervistati partecipano ad un percorso di recupero con una psicanalista, ammettono le proprie responsabilità e si raccontano senza reticenze e senza farsi sconti. Anche se a leggere l’articolo si nota poco. Nessuno sa come sia potuto accadere. Uno aveva voglia di primavera, uno si è sentito provocato, uno voleva punire quella che gli veniva dietro, uno ha avuto la moglie malata ed ha violentato la dipendente, uno è caduto nella trappola come capita anche ai politici, uno ha reagito ad una coltellata perchè lei, chissà come mai, ha ritenuto di doversi difendere in quel modo. Ma quei gesti non li riflettono, sono come buchi neri, capivano quel che succedeva, ma non riuscivano a fermarsi. Dentro di sé vedono il male, ma anche il bene, non sono cattivi, non meritano di essere condannati a vita.
Sono dei mostri? La domanda è manipolatoria. Fa leva sul senso di colpa di chi è chiamato a giudicare. Se dai una risposta diversa dal no sei demonizzante. Un giustiziere che se ne tira fuori, se sei un uomo. Una vendicativa, rancorosa, priva di comprensione e di pietà, se sei una donna. Certo che no, nessuno è un mostro. Neanche i terroristi, gli stragisti, i lapidatori talebani, gli sgozzatori dell’Isis, neppure i nazisti di Auschwitz, Buchenwald, Dachau. E’ una risposta ovvia e banale, perchè fartela dire? La loro umanità non è forse riconosciuta? Nessuno li ha linciati, torturati, condannati a morte. Hanno avuto un processo, il diritto alla difesa, una sentenza ad una pena finita, con sentenza motivata, a cui possono fare appello. Hanno accesso a corsi di recupero e forse a pene alternative.
Tutte cose a cui sono favorevole. Come, immagino, molti lettori del Fatto. Dunque, cosa vuole comunicarci l’articolo, cosa ci chiede? Vuole persuaderci ad approvare un’amnistia, un indulto, ad essere garantisti? Eppure è il giornale di Marco Travaglio, non quello di Piero Sansonetti. Infatti, non ci mostra l’umanità dei condannati per corruzione politica o per mafia. Ci mostra quella del femminicida. Perchè?
Le donne già riconoscono l’umanità dei violenti. Ne sono figlie, ne sono sorelle, li hanno per fidanzati, per mariti, per amici, per datori e colleghi di lavoro. Quasi mai li denunciano, tante volte li perdonano, credono alle loro promesse, ai loro pentimenti, gli offrono l’ennesima possibilità, andando incontro a nuove sofferenze, rischiando la pelle, talvolta rimettendoci la vita. Quell’ambivalenza, quell’umanità, è la trappola nella quale tante donne rimangono imprigionate. Ora, arriva un giornalista maschio a spiegare che quegli uomini sono ambivalenti, sono umani. Senza però spiegare che quell’ambivalenza, è da sempre uno dei meccanismi, forse il più efficace, attraverso cui la violenza e il dominio maschile si perpetuano.
A parte qualche giustiziere di circostanza, magari dietro le sbarre anche lui, gli uomini dal canto loro sono fin troppo comprensivi. Comprensivi sono gli amici, come emerge dai racconti, per i quali il 90 per cento degli uomini, nelle stesse circostanze, se provocati, agirebbero allo stesso modo, e come leggiamo nell’articolo, lei provoca, lei ci sta, lei viene dietro, lei si difende sconsideratamente. Comprensivi sono i giornalisti che ogni volta ci raccontano che lui era una brava persona, normale come tanti altri, divenuto fragile, depresso, geloso, sotto stress per uno sfratto, un licenziamento, un fallimento, ha avuto un raptus di follia, al culmine di una lite, poichè lei gli ha fatto qualcosa e lui ha reagito, è così si è rovinato la vita. La sua.
Il quadretto dei racconti dei detenuti per violenza, non è diverso dai tanti resoconti di cronaca, dove lui violenta o uccide lei, raccontati dal punto di vista di lui, che per lui suscitano incredulità, comprensione, empatia. La violenza scissa dall’autore. La violenza agisce l’autore. L’autore scisso in se stesso: una parte violenta e una parte stupita che contempla la propria violenza. Il suo vero io ovviamente è la parte contemplatrice. Nulla è raccontato sugli atteggiamenti, sui comportamenti, sui maltrattamenti che precedono il gesto estremo, rappresentato come un atto folle e solitario, che irrompe sorprendente nel contesto di una vita normale e tranquilla. Nulla è raccontato sulla concezione della donna che alberga nella mente di questi uomini. Nulla si iscrive nella diseguaglianza del rapporto sociale tra i sessi, di cui la violenza di genere è espressione e funzione. Il giornalista vede solo la forza misteriosa del sesso che ci fa esagerare l’infamia di questi reati. Il femminicidio, mai nominato nell’articolo, un reato a sfondo sessuale?
Uno stragista può avere ucciso più donne e più bambini di un femminicida. Ma evidenziarlo, ammesso sia corretto fare paragoni e stabilire graduatorie, finisce solo per sminuire e relativizzare la violenza sulle donne. Il terrorista, il mafioso, il criminale comune non uccide le donne perché si sottraggono al loro ruolo di genere. Non uccide persone da lui dipendenti affettivamente o economicamente. La violenza maschile da quella fonte proviene. Da uomini a cui le vittime sono legate negli affetti, in cui hanno riposto fiducia, a cui si sono rese, almeno in parte, dipendenti e vulnerabili. Una violenza che non è solo un fatto episodico per quanto grave e drammatico, ma un intero contesto di relazione e convivenza. Che spesso e volentieri, operatori della giustizia, della sanità, dell’informazione, scambiano per conflitto. Un conflitto durante il quale, ad un certo punto, lui misteriorsamente, solo per un attimo fatale si fa mostro. Prima è normale, poi torna normale.
Ringraziando la testata, pubblichiamo la versione integrale di un’intervista che Andrea Cirolla ha fatto alla scrittrice vietnamita Kim Thúy sulle pagine del Corriere della Sera, edizione di Milano, in occasione dell’uscita in Italia del suo secondo romanzo «Nidi di rondine». In coda, una nota a margine della presentazione milanese del 24 settembre.
di Andrea Cirolla
«Scrivo perché amo le parole. Sono sempre alla ricerca del sentimento “amoroso” in ogni cosa, nella bellezza fragile di un fiore selvatico sul bordo dell’autostrada come nel movimento di un battito di ciglia. Amo amare».
Alle parole, a certe parole, Kim Thúy – nata a Saigon nel 1968, emigrata in Canada dieci anni dopo – ha dedicato il suo ultimo libro, tradotto da Cinzia Poli per Nottetempo. In forma di sillabario, «Nidi di rondine» racconta la storia di Mãn, una donna che sembra somigliarle molto, per trascorsi e inattese svolte della vita. Lo stesso accadeva rispetto alla storia di Nguyễn An Tịnh, raccontata in Riva, il suo primo libro, un grande successo di critica e pubblico uscito in Italia nel 2010 sempre per Nottetempo (e tradotto con altrettanta grazia da Cinzia Poli). In entrambi i casi non regge invece l’analogia tra i caratteri, ma piuttosto una complementarietà di voci, quando si cerca di ritrovare in quella donna minuta, e insieme florida, e stupendamente comunicativa, le protagoniste dei suoi romanzi. Mãn conduce una vita silenziosa, senza rumori e quasi anche senza voce. Lavora a Montréal nella cucina del ristorante di suo marito, immigrato vietnamita che l’ha portata via con sé da Saigon ottenendola in sposa dalla «terza madre» – «la Mamma» –, dalla quale dopo una «prima madre» – perduta – e una «seconda madre» – fuggita – lei venne salvata. Il silenzio e il ritegno separano Mãn dal mondo dentro il mondo; finché non arrivano Julie, Philippe, Luc, tre personaggi che sono tre rivoluzioni – nell’amicizia, in cucina, nell’amore – e le insegnano la fiducia, e forse a comprendere che si può smettere di difendersi dal mondo, che il mondo stesso è capace di proteggere. Nidi di rondine racconta una maturazione, una fioritura, una delicata riscoperta dei sensi e delle sensazioni, con tutto ciò che questo comporta anche interiormente.
«Amicizia», «Errori», «Ricamare», «Frrr!» sono alcune tra quelle di Mãn. Ma se dovesse scegliere una sola parola che rappresenti la storia di Kim, cioè la Sua storia, che parola sarebbe?
«La parola sarebbe “Innamorata”. Ho scritto delle storie perché mi sono innamorata di un soggetto, oppure ho avuto un colpo di fulmine per un oggetto, o perché un luogo mi ha affascinata. Il sentimento amoroso è sempre la prima motivazione».
Il Suo libro insegna che la liberazione può passare dalle parole.
«La scrittura ci permette di attraversare le frontiere, di saltare oltre le recinzioni, di passare attraverso le sbarre. In «Ru» ho reso omaggio a un prigioniero vietnamita che, durante la sua prigionia, non ha potuto avere che un solo piccolo pezzo di carta e una matita. Egli ha scritto pagine e pagine su questo piccolo foglio, una parola accanto all’altra, una parola sopra l’altra. Questo foglio, questa scrittura, l’ha salvato, lo ha mantenuto sano e soprattutto l’ha aiutato a non perdere la speranza: un sentimento fragile e facilmente distruttibile. Anche Nelson Mandela ha scritto il suo libro in carcere. Mi chiedo se questa scrittura non lo abbia allo stesso modo aiutato a rimanere in piedi. Così come la scrittura ci libera, la lettura ci trasporta. Il potere delle parole scritte è così grande che durante le rivoluzioni, molto spesso, si distruggono i libri. Si può imprigionare, isolare un popolo privandolo della lettura. Nel mio caso, tutti i libri furono confiscati col cambiamento di regime politico del 1975 in Vietnam. In breve, credo che le parole ci liberino perché ci danno il potere di riflettere e la possibilità di sognare».
Mãn è una chef, come lo è stata Lei. Che valore attribuisce alla cucina?
«I piatti, i cibi, portano con sé una grande carica emotiva nel momento in cui evocano spontaneamente dei ricordi. Amiamo un cibo più di un altro non solo per il suo gusto in quanto tale, ma anche per l’emozione che ci offre».
Prima di incontrare Julie e Luc, Mãn sembra vivere perennemente in un distacco, come se fosse sotto anestesia. È qualcosa che si riflette nel Suo stile letterario, nella Sua lingua, così disciplinata. Forse proprio per questo, nei brevi momenti in cui sulla pagina Lei si concede al sentimento della meraviglia, per contrasto la Sua voce acquisisce un volume sbalorditivo, e cresce l’emozione sulla pagina così come dentro il lettore. Insomma, avviene la poesia. Riconosce questa analogia tra il carattere di Mãn e la Sua scrittura?
«Lei è la prima persona che mi ha posto questa meravigliosa domanda! Ha visto giusto. In effetti, c’è un forte senso di distacco. Probabilmente è questa impressione d’essere anestetizzata che genera una scrittura estremamente silenziosa. Non ho mai sentito la voce dei miei personaggi. Sono “muti”… o se non altro io ho l’impressione che i miei libri siano vecchi film in bianco e nero, senza suono… come Mãn. Lei ha ragione: Mãn ha la personalità della mia scrittura. O è la mia scrittura che somiglia alla personalità di Mãn…».
***
L’insegnamento di vedere, ascoltare, sentire Kim Thúy. La sua allegria, contagiosa; il suo entusiasmo; ma soprattutto la sua meraviglia spontanea per ogni fenomeno che il mondo produce e le sottopone, per ogni accadimento. Ieri sera, alla Libreria Coop Statale di via Festa del Perdono, in margine alla presentazione di Nidi di rondine, Kim Thúy s’è messa a parlare delle verdure preparatele da Roberta, un’amica; poi ha raccontato della polenta con schie mangiata a Venezia con Andrea, della casa editrice Nottetempo. In entrambi i casi, la descrizione dei piatti si è presto eclissata dietro il senso di gratitudine per quelle verdure così accuratamente tagliate e presentate, per quei gamberetti minuscoli sgusciati uno per uno (“quante ore di lavoro ci saranno volute!”). Dentro una portata, insieme col risultato, con la resa estetica del piatto, Kim Thúy sembra vedere l’intera genesi, il lavoro dedicato. Non ovviamente nel senso del dettaglio, non ha poteri di sensitiva che le permettano di documentare a posteriori la preparazione, né ci arriva con l’immaginazione; semplicemente non trascura la dedizione che ogni piatto, e a maggior ragione un piatto cucinato con passione (o addirittura con amore), comporta; e sa capire che ogni cibo è in fondo un simbolo, un indicatore, forse una sorta di deittico? comunque qualcosa che non tanto dice quanto mostra l’energia, anzi la forza che ha mosso il cuoco o la cuoca dentro la cucina. Kim guarda quei piccolissimi gamberetti grigi e si meraviglia. La grandezza del dono che ogni cibo – anche se pagato, dentro un ristorante – non smette mai di essere quasi la imbarazza, o se non altro la ammutolisce. È questa sensibilità per ciò di cui il mondo è rivelatore che sbalordisce, ascoltandola. Leggendo il suo libro, annotavo sul mio taccuino qualcosa di analogo, e cioè che la lingua letteraria di Kim Thúy non dice le emozioni, perché questo vorrebbe dire disinnescarle, ma mostra il luogo in cui esse sorgono, così che il lettore possa arrivarci trovandole ogni volta intatte, sempre di nuovo completamente da vivere. Questa è una pratica, e le viene dalla capacità naturale di intuire, nelle espressioni del mondo – ossia nelle cose, in ogni cosa; nelle persone, in ogni persona –, la loro genesi, nel senso che dicevo prima. L’esteriorità delle cose e delle persone è ciò che il mondo offre alla visione; altro è ciò che il mondo rivela o può rivelare. Lei guarda e insieme osserva; e osserva sempre, per così dire, in controluce. Sullo sfondo, senza che la superficie scompaia alla vista, le appare insieme, sincronicamente, il “cuore” delle cose. O così almeno è come io mi immagino che accada. Allo stesso modo, nelle sue storie, il passato remoto (il Vietnam) e il passato prossimo (il Canada, lo stesso luogo del suo presente) fluttuano – «oscillano» è il verbo che torna in entrambe le quarte di copertina dei suoi due libri nell’edizione italiana – fluttuano verso uno stesso punto disciplinati dall’ordine di una dimensione che non è temporale né spaziale, ma è quella delle parole.
di Duoda
Querida amiga, querido amigo de Duoda:
Ser una mujer libre hoy en día es una apuesta y una experiencia contradictoria y no exenta de sufrimiento, porque el modo individualista de entender tradicionalmente la libertad no nos satisface a las mujeres que necesitamos y disfrutamos la relación. Y algo parecido les pasa a los hombres relacionales. Las redes sociales nos ayudan, pero resultan vacías si no van acompañadas de un trabajo interior que ayude a conocerse más y mejor antes de expresarse.
En el máster semipresencial en Estudios de la Diferencia Sexual del Centro de Investigación Duoda (Universidad de Barcelona) ofrecemos precisamente relaciones y conocimientos que sirvan para explorar y explotar la riqueza personal que cada mujer u hombre tiene, riqueza que viene de su propia experiencia y de la fuerza de su necesidad y de su deseo. Es un programa anómalo y a medida, basado en la atención personalizada, que se puede cursar entero o en pequeños módulos, tanto online como, en parte, en presencia.
Si no lo conoces, te invitamos a mirarlo en nuestra web: www.ub.edu/duoda/ Si ya lo conoces, te invitamos a curiosear las cosas nuevas que ofrecerá el curso 2014-2015. Y te pedimos, agradeciéndotelo de antemano, que lo difundas entre tus amistades, virtuales o no. Y si puedes, que nos aconsejes modos de difundirlo. Necesitamos 30 estudiantes.
El período de preinscripción (y entrega de documentación) dura hasta el 30 de octubre de 2014. El correo de contacto es duoda2@ub.edu
No es infrecuente oír de nuestras exalumnas y exalumnos que este máster les ha cambiado la vida. Porque además de un título es una inversión en ti, en tu propia vida y en tu felicidad.
Recibe un saludo muy cordial de
María-Milagros Rivera Garretas y Núria Beitia Hernández, corresponsables del programa, y de Núria Jornet Benito, directora de Duoda.
Cara amica, caro amico di Duoda,
essere una donna libera oggigiorno è una scommessa e un’esperienza contraddittoria e non esente da sofferenza, perché il tradizionale modo individualista di intendere la libertà non ci soddisfa, non soddisfa le donne che hanno bisogno e piacere della relazione. E qualcosa di simile capita anche agli uomini relazionali. Le reti sociali ci aiutano ma si rivelano vuote se non si accompagnano a un lavoro interiore che aiuti a conoscersi di più e meglio prima di esprimersi.
Nel master semipresenziale in Studi della Differenza Sessuale del Centro di Ricerca Duoda (Università di Barcellona) offriamo proprio relazioni e saperi che servano a esplorare e usare la ricchezza personale che ciascuna donna e ciascun uomo possiede, ricchezza che viene dalla propria esperienza e dalla forza del proprio bisogno e del proprio desiderio. È un programma anomalo e su misura, basato sull’attenzione personalizzata, che si può seguire per intero o in piccoli moduli, sia online sia, in parte, in presenza.
Se non lo conosci, ti invitiamo a guardarlo nel nostro sito. www.ub.edu/duoda/ Se lo conosci già, ti invitiamo a curiosare tra le cose nuove offerte dal corso 2014-2015. E ti chiediamo, ringraziandoti in anticipo, di diffonderlo tra le tue amicizie, virtuali e non. E se puoi, di consigliarci modi di diffonderlo. Abbiamo bisogno di almeno 30 studenti.
Il periodo di preiscrizione (e consegna della documentazione) dura fino al 30 ottobre 2014. La email di contatto è duoda2@ub.edu
Non è infrequente sentir dire dalle nostre exalunne e exalunni che questo master ha cambiato loro la vita. Perché oltre che un titolo è un investimento su di te, sulla tua vita e sulla tua felicità.
Un saluto molto cordiale da
María-Milagros Rivera Garretas e Núria Beitia Hernández, responsabili del programma, e Núria Jornet Benito, direttrice di Duoda.
Ndt: La lingua prevalente è lo spagnolo ma ci sono anche docenti italiane con cui si può lavorare nella nostra lingua: Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Donatella Franchi, Clara Jourdan.
(www.libreriadelledonne.it, 27 giugno 2014)
di Umberto De Giovannangeli
“Prima hanno invocato e praticato la “jihad del sesso”, ora decapitano anche le donne. Chi agisce in questo modo, chi si macchia di crimini così orribili e lo fa invocando l’Islam, è doppiamente colpevole, e una condanna senza riserve deve venire dal nostro interno, da quel mondo arabo e musulmano che ha visto proprio le donne protagoniste di una stagione di libertà che non è tramontata”. Così dice in esclusiva all’Huffington Post Tawakkul Karman, 35 anni, yemenita, Premio Nobel per la Pace 2001, insieme alle liberiane Leymah Gbowee ed Ellen Johnson Sirleaf.Dolore. Rabbia. Indignazione. E una volontà insopprimibile di dire “no, non nel nostro nome”. Nel nome delle donne che incarnano, con la loro storia, il loro impegno, la convinzione che Islam non è sinonimo di barbarie, e che le donne che abbracciano questa fede non intendono soccombere alla feroce “dittatura della sharia” consacrata dai tagliagole al servizio di Abu Bakr, il “Califfo Ibrahim”, capo riconosciuto dell’autoproclamato Stato Islamico. Il primo Stato jihadista al mondo. L’Isis ha decapitato ieri 4 combattenti curdi, di cui tre erano donne, catturati durante gli scontri nella zona dell’enclave siriana di Kobane, e le teste dei miliziani sono state esposte nella città di Jarablis.Da qui partono le considerazioni della giovane donna divenuta il simbolo, al femminile, della “Primavera araba” yemenita. “Non è un caso – rimarca con forza la Nobel per la Pace – che siano state proprio le donne e i giovani, in prima fila in quelle rivoluzioni che hanno segnato tanti Paesi arabi, tra cui il mio, lo Yemen. Vecchi regimi corrotti e dispotici, così come un integralismo retrivo e oscurantista, temono e combattono le donne perché sanno che esse si battono contro una doppia oppressione, facendosi interpreti di una volontà di cambiamento che all’idealità sa unire una straordinaria concretezza”.Per il suo attivismo politico e in difesa dei diritti umani, Tawakkul Karman ha conosciuto le prigioni dell’allora padre-padrone dello Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh. Era il 2011, e Tawakkul era presidente dell’associazione “Donne giornaliste senza catene”. “Il mondo evocato dai miliziani dell’Isis – continua la Nobel per la Pace – m’indigna e mi fa orrore. E nell’affermarlo, sento di condividere questi sentimenti con tutte le donne islamiche, come me, che continuano ad unire le loro voci e le loro forze nella lotta contro la violenza e lo sfruttamento sessuale”.Al tempo stesso, Karman non crede affatto nella palingenesi dei bombardamenti come via per sconfiggere lo Stato Islamico. “La guerra – dice – è il problema e non la soluzione. E la crescita dell’estremismo è anche il prodotto delle scelte sbagliate compiute dall’Occidente, che invece di sostenere le istanze di libertà di cui erano e continuano ad essere portatori i protagonisti delle “Primavere arabe”, ha scelto di stare con chi, in nome della “lotta al fanatismo”, quelle istanze ha cercato di reprimere. Ed è ciò che avviene ancor oggi nello Yemen come accade da anni in Siria. L’Occidente dovrebbe riflettere sul disastro provocato dalle guerre in Iraq e dal mancato sostegno a quanti, agli albori della rivolta siriana, si erano ribellati, in nome della democrazia e non della Jihad, al regime dispotico di Bashar al-Assad”.L’Islam “rosa” contro l’Isis che usa le donne come macabri trofei da esibire in video, ovvero come oggetto di piacere sessuale, alla mercé del “Riposo del guerriero” islamico. Le tre peshmerga curde non sono le prime donne giustiziate dai miliziani di al-Baghdadi. Samira Salih al-Nuaimi, avvocato impegnato nella difesa dei diritti umani, ha avuto il torto di vivere a Mosul, la città irachena diventata capitale dello Stato islamico. Lo scorso 17 settembre è stata arrestata, portata davanti a una Corte islamica, torturata per cinque giorni e infine condannata a morte e uccisa in pubblico secondo le usanze islamiche. La sua colpa? Aver criticato su Facebook la distruzione di monumenti ed edifici religiosi da parte dei miliziani di Isis: la condanna è stata motivata dall’accusa di apostasia. Samira Salih al-Nuaimi era un nome molto noto nel mondo degli attivisti che si occupano dei diritti umani. Contro ogni oscurantismo fondamentalista. A sostegno dei diritti delle donne arabe. L’impegno di una vita. L’impegno di Nawal El Saadawi, l’autrice egiziana femminista più conosciuta e premiata. I suoi scritti sono tradotti in più di trenta lingue in tutto il mondo. Per le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne e per la democrazia nel mondo araba, la scrittrice egiziana, 83 anni, compare su una lista di condannati a morte emanata da alcune organizzazioni integraliste.“Definirsi inorriditi e indignati di fronte a questo scempio di vite umane non basta, non deve bastare – afferma all’Huffington Post la scrittrice egiziana – Occorre trasformare questa rabbia in ribellione, volgendola contro questi aguzzini vestiti di nero, espressione estrema, la più brutale, di una cultura patriarcale, maschilista, fondamentalista dentro la quale sono stati allevati. E questa rivolta non può che partire dalle donne, le prime vittime di una violenza che non ha fine. Spesso praticata in nome della religione. Questi aguzzini dicono di agire per conto dell’Islam ma loro sono i primi nemici dell’Islam”. Di un Islam che crede possibile unire tradizione e modernità, e che per questo sfida, per dirla con Nawal El Saadawi, la macabra caricatura dell’Islam praticata, col sangue e con il terrore, dagli integralisti “teocratici e sessuofobici”.“Costoro – aggiunge – spesso si nascondono e trovano fonte di legittimazione nelle “fatwe” lanciate da qualche imam che più che l’Occidente “apostata” teme l’emergere nel mondo arabo e musulmano di una società civile che non si lascia ingabbiare da una fede brandita come una sciabola e, a volte, come un coltellaccio con cui sgozzare o decapitare il “nemico””. E’ un’idea alta di civiltà quella di cui la scrittrice egiziana si fa portatrice. Così come è una visione alta, “rivoluzionaria”, della pace quella evocata dalla Nobel yemenita. “Pace per me – sostiene Tawakkul Karmal – è molto di più che porre fine a una guerra. E’ contrastare e sconfiggere ogni forma di oppressione di ingiustizia”. Una sfida che l’Islam rosa” continua a portare avanti. Contro i tagliatori di teste e i “decapitatori” di diritti. L’Islam del terrore, ricordano Tawakkul Karman e Nawal El Saadawi, non è il “nostro Islam”.
di Franca Fortunato
La pubblicazione, per la prima volta integrale, degli ultimi scritti di Simone Weil (Parigi 1909-Ashford 1943) composti a Londra tra il 1942 e il 1943 e raccolti in Una costituente per l’Europa (Castelvecchi, 2013), è segno di attenzione verso un pensiero che oggi si rivela di sorprendente attualità. A quegli scritti si ispira il numero di settembre di Via Dogana, la rivista di pratica politica della Libreria delle donne di Milano, dal titolo “L’Europa di Simone Weil”. Più che scrivere – racconta nel suo editoriale Vita Cosentino – Weil avrebbe voluto combattere, ma nel maggio del 1942 è costretta ad abbandonare la Francia e partire per gli Stati Uniti per mettere in salvo i genitori dalla persecuzione razziale. Il suo progetto è di farvi ritorno e partecipare attivamente alla resistenza, ma tutte le sue richieste in tal senso vengono respinte. Francelibre, l’organizzazione in esilio capeggiata da De Gaulle, la colloca invece in un ufficio londinese con il compito di esaminare pile di documenti provenienti dalla Francia occupata, in vista della riorganizzazione del paese a guerra finita. Chiusa nel suo ufficio – fino a tarda notte scrive pagine intensissime su tutte le questioni importanti del momento: la sovranità nazionale, i partiti politici, la giustizia, la logica dei diritti, la riforma costituzionale… Soprattutto matura l’idea che vivere in un’epoca in cui si è perduto tutto può essere l’occasione perché l’Europa faccia una sorta di autocoscienza e comprenda che la guerra non era stata la causa ma la conseguenza di una malattia più antica: la perdita di contatto con le radici della propria civiltà. E da qui ripartire. Pensa e scrive febbrilmente fino alla morte, che la coglie per tubercolosi la sera del 22 agosto del ’43. Accanto al suo letto d’ospedale, su un foglietto è stato trovato un frammento: «La sola cosa che possiamo costruire è una civiltà. Nuova, rispetto al caos spaventoso finito in incubo. Viva. Se possiamo». Simone Weil propone un’Europa unita, fondata sul ritrovamento delle proprie radici culturali, che sappia guardare al futuro in una prospettiva politica e culturale e non solo giuridica ed economica.
È l’Europa politica che non c’è e di cui si discute in tutti i paesi. Oggi, c’è un’Europa ingabbiata nei parametri di Maastricht, che ha «dimostrato un’incapacità politica stupefacente diventando preda del giocatore più forte, il capitalismo finanziario. E del paese economicamente più forte, la Germania, paese che non riesce ad avere un’egemonia culturale e politica. Infatti, ragiona pressappoco in questo modo: a me va bene così e così deve andare bene a tutti. …l’Europa è una realtà in fieri – scrive Lia Cigarini –. C’è una moneta unica ma non c’è una Costituzione europea. Quindi le cittadine/i europei non hanno ancora sottoscritto alcun patto sociale. C’è uno scenario aperto per la costruzione di un’Europa che vada oltre la sovranità degli Stati nazionali senza cadere nell’errore di spostarla su un superstato, che abbia nella negoziazione il suo principale strumento politico e non possa fare a meno – come scrive la Weil – del soprannaturale, del simbolico: “Al di sopra delle istituzioni, destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinate a discernere ed eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna e della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute”». Oggi, in Europa, rispetto alle forme simboliche del diritto, esiste altro. «Negli ultimi cinquant’anni – scrive Clara Jourdan – è accaduto del nuovo: il movimento delle donne ha scoperto ed inventato la politica delle relazioni che creano autorità, all’interno e oltre i confini degli Stati, attraverso il senso libero della differenza (che segna tutti gli esseri umani) e l’accettazione delle differenze.» Simone Weil indignata, non meno di quanto siano molti oggi per il degrado della politica istituzionale, al punto da proporre l’abolizione dei partiti per favorire l’attenzione di ogni parlamentare alla giustizia e non la fedeltà alla disciplina di partito, è drastica: i partiti non sono strumenti di libertà e di democrazia, gli esseri umani sì. Perciò il popolo deve nominare esseri umani non perché lo rappresentino ma perché si occupino delle sue aspirazioni più profonde e vere come l’anelito alla giustizia. La sua esortazione a «Non credere di avere dei diritti», fatta propria dal femminismo della differenza, per l’Europa – come scrive Maria Concetta Sala – significa non puntare su una politica di rivendicazioni ma tenere aperto, oltre al diritto, il riferimento alla giustizia in cui trova «il suo limite invisibile l’imperio della forza». «Se si dice a qualcuno in grado di capire “ciò che stai facendo non è giusto”, è possibile risvegliare lo spirito di attenzione e di amore. Ma non si ottiene lo stesso scopo con parole come “Io ho il diritto di…”, “Tu non hai il diritto di…”, che racchiudono in sé una guerra latente e suscitano uno spirito bellicoso. Quando se ne fa un uso quasi esclusivo diventa impossibile fissare lo sguardo sul vero problema.» Se i suoi contemporanei, tranne poche eccezioni, hanno ascoltato poco o niente le parole di Simone Weil, oggi, e non da ora, esse trovano nelle donne della differenza orecchie più attente. In questa Europa ci sono altre/i disposti a fare altrettanto?
Sembra non siano tempi facili per i fondi relativi alle scritture e ai saperi delle donne. Capita a Napoli con l’indisponibilità del Fondo di soggettività femminile contenuto alla Biblioteca Brancaccio chiusa al pubblico, ma anche a Cagliari dove il Centro Documentazione e Studi delle Donne rischia la cessazione delle attività.
In questo panorama poco confortante, che ci si augura riesca ad essere rischiarato da soluzioni adeguate, finalmente arriva una buona notizia. Ida Gianelli, curatrice, protagonista dell’arte contemporanea internazionale, che ha diretto per anni il Museo Castello di Rivoli, attualmente consulente del Centre Pompidou, ha scelto di donare il suo fondo privato alla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna.
Più di cinquecento tra libri e riviste (molti dei quali inseriti ex novo nel catalogo nazionale), oltre quattrocento documenti d’archivio (lettere, inviti, flyers, comunicati stampa) interamente dedicati alle artiste presenti sulla scena italiana e internazionale, con un’attenzione particolare al loro complesso rapporto con il femminismo, grazie a pioniere come Carla Lonzi e Carla Accardi. Molti sono i nomi della straordinaria collezione di Ida Gianelli che andranno ad arricchire il catalogo della biblioteca bolognese e che saranno presto disponibili a tutte e tutti: da Artemisia Gentileschi a Laurie Anderson, da Georgia O’Keeffe a Frida Kahlo, da Niki De Saint Phalle a Grazia Toderi, ma anche Meret Oppenheim, Sonia Delaunay, Louise Nevelson.
Per festeggiare l’evento, saranno presentati una mostra bibliografica e il catalogo della donazione. L’appuntamento è il 25 settembre alle 18 a Bologna, nella sede della Biblioteca Italiana delle Donne (Via del Piombo 5). Insieme ad Ida Gianelli e Annamaria Tagliavini saranno presenti Pierangelo Bellettini –Direttore Istituzione Biblioteche, Gianfranco Maraniello- Direttore Istituzione Musei, Maura Pozzati -critica d’arte, Grazia Toderi- artista.
dal 1/10/2014 al 01/02/2015
HANGAR BICOCCA Via Chiese 2 Milano
Pirelli HangarBicocca presenta Light Time Tales, la più ampia mostra mai dedicata a Joan Jonas. Il progetto espositivo, a cura di Andrea Lissoni, riunisce venti opere, tra installazioni e video, di una delle più riconosciute artiste contemporanee che ha inventato nuove forme di narrazione, attraversando i confini fra le discipline.
la rassegna comprende dieci installazioni e nove video monocanale, riunendo per la prima volta in Italia le più importanti opere di Joan Jonas: dalle più storiche come Mirage (1976/1994/2005) e Volcano Saga (1985/1994) alle più recenti come Lines in the Sand (2002), Reanimation (2010/2012/2013) e altre mai esposte in Europa, come Double Lunar Rabbits, (2010), oltre a una nuova produzione appositamente concepita per HangarBicocca. Le opere sono mostrate insieme a film e video prodotti dagli anni 60 a oggi, come Wind (1968) e Merlo (1974).
Il 21 ottobre, durante il periodo di mostra, verrà inoltre presentata la performance Reanimation, realizzata in collaborazione con il musicista e compositore jazz Jason Moran: un’occasione per confrontarsi con l’esperienza della tensione performativa di Joan Jonas.
Il progetto espositivo, nella sua globalità, intende offrire testimonianza al grande pubblico del percorso e della costante evoluzione artistica di Joan Jonas. Grande sperimentatrice, ma sempre aperta alle collaborazioni multidisciplinari, l’artista porta avanti un linguaggio individuale che si snoda fra video, installazioni e performance intrecciati in un continuo rinnovamento di nuclei figurativi e di soluzioni formali divenuti un modello per molti artisti delle nuove generazioni.
Nel 2015 Joan Jonas rappresenterà gli Stati Uniti d’America alla Biennale di Venezia, 56ª Esposizione Internazionale d’Arte, con un progetto presentato dal MIT List Visual Arts Center.I temiTra le prime artiste a utilizzare il video accanto alla performance, Joan Jonas fin dagli anni 60 esplora il tema dell’identità e le relazioni tra il corpo e la sua rappresentazione, sempre sfuggendo a un’immagine stereotipata di se stessa. Partendo da una formazione legata alla storia dell’arte e alla scultura, il linguaggio di Jonas attraversa la danza, il cinema sperimentale, la musica contemporanea, il teatro giapponese Nō e Kabuki e il disegno. Nelle sue opere coesistono miti e ricordi personali, magia e quotidianità, poesia e psicoanalisi, con uno sguardo attento verso altre culture, come quella della comunità Hopi del Sud-Ovest degli USA o quella antica della civiltà minoica.
Fortemente influenzata dalle varie forme della letteratura, utilizza specchi, maschere, costumi, veli e travestimenti per indagare i codici della rappresentazione. Avvia un intenso lavoro sui testi e sulla traduzione di narrazioni in movimento, soffermandosi sullo studio del sonoro messo in relazione al tempo e allo spazio. Nel suo agire interdisciplinare, porta avanti un’indagine sul video come mezzo artistico che tende a svelare l’illusione del racconto e a rivelarne i meccanismi. Forte rilievo nel pensiero dell’artista ha la natura, considerata come un contesto in continua evoluzione da preservare poiché fonte di sostentamento spirituale. I paesaggi, sia urbani sia naturali, e gli animali sono spesso i protagonisti delle sue opere capaci di offrire al pubblico un’esperienza di coinvolgimento emotivo, rappresentando l’espressione di stati d’animo fondamentali. Allo stesso tempo, la dialettica fra il tempo passato e il tempo presente, indica un tratto autobiografico e un motivo di riflessione su temi universali e sullo stato del mondo attuale.
La resistenza alla classificazione dell’opera d’arte come oggetto di mercato, l’affermazione dello sguardo femminile, la necessità della collaborazione e il senso della trasmissione del sapere, entro cui si iscrive il lungo percorso d’insegnamento di Joan Jonas, rappresentano un convinto statement politico.
La mostra
La mostra in HangarBicocca si apre con una serie di opere video che restituiscono immediatamente al visitatore la ricerca pionieristica di Joan Jonas rispetto al mezzo video e cinematografico e alle sue molteplici modalità di diffusione e di visione: dalla macroscala delle proiezioni a quella più ridotta dei monitor sino ai My New Theater, dispositivi che possono essere ricondotti sia a sculture, sia a piccoli teatrini portatili.
Il titolo della mostra fa riferimento tanto alle caratteristiche del lavoro dell’artista “time based”, basato sul tempo e sulla luce, sul video e sul racconto, quanto alla specificità di HangarBicocca: uno spazio esteso, in cui il buio accoglie le opere come luminose capsule temporali che incorporano racconti e possibilità di storie.
Il percorso di Light Time Tales si sviluppa intorno a tre opere centrali, installate seguendo un criterio circolare – di temi e di soggetti che si rincorrono e aggiornano -, ma non cronologico, che intende enfatizzare la natura ciclica di una ricerca artistica aperta, sempre in divenire e mai monolitica. La prima è la proiezione video Waltz (2003) in cui viene interrogato, non senza divertimento, il ruolo dell’artista e del suo corpo invecchiato, attraverso immagini che la ritraggono mentre indossa balzani costumi e compie azioni tanto semplici quanto misteriose sulla spiaggia e in un bosco, insieme a alcuni perfomer. Mirage (1976/1994/2005) è una delle opere più emblematiche della produzione di Joan Jonas. La complessa installazione esplora gli aspetti formali della ricerca iniziale e li ricombina con nuove soluzioni. Essa ripropone gli elementi della performance realizzata nel 1976 in cui l’artista con il volto coperto da una maschera messicana svolge alcune azioni come correre sul palco, eseguire disegni gestuali, soffiare dentro un cono e interagire con elementi scultorei. L’opera, poi tradotta in installazione, è composta da alcuni oggetti di scena, tre monitor e tre proiezioni. Reanimation (2010/2012/2013), installata nell’ultima area dello spazio espositivo chiamata “Cubo”, è l’installazione più recente e rappresenta un esempio significativo dell’evoluzione sperimentale dell’artista. Joan Jonas, riguardo a quest’opera, afferma: “questo lavoro racconta gli spazi inesplorati come metafora e l’attualità dell’archeologia dell’oceano”. Quattro griglie di legno e carta giapponese formano gli schermi utilizzati per la proiezione di video che mostrano paesaggi nordici, montagne al tramonto e disegni di inchiostro nero tracciati sulla neve. Una struttura metallica contiene numerosi cristalli appesi e due My New Theaters completano l’opera proiettando alcuni estratti dei video Disturbances (1974) e Melancholia (2005).
L’artista
Joan Jonas (New York, 1936) è una delle più rispettate e riconosciute artiste viventi. Considerata la massima autorità in campo di storia e teoria della performance, si è affermata negli anni 60 e 70 grazie alla sua pionieristica pratica performativa e video. Il suo lavoro ha reinterpretato in modo assolutamente originale la relazione tra l’arte e le forme della narrazione, includendo nelle sue opere, accanto all’immagine video, agli oggetti di scena (i cosiddetti prop) e alla performance, la presenza della parola come motore di immaginario. E’ attualmente Professore Emerito presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) Program in Art, Culture and Technology di Boston ed è autrice di testi di riferimento sul tema della performance art. Ha partecipato alle più importanti mostre collettive degli ultimi trent’anni, fra cui la Biennale di Venezia nel 2009 e a ben sei edizioni della prestigiosa rassegna documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1987, 2002, 2012).
Il programma espositivo di Pirelli HangarBicocca
L’esposizione Light Time Tales si colloca all’interno del programma di mostre firmato da Vicente Todolí insieme ad Andrea Lissoni. Il progetto espositivo è presentato in concomitanza con la mostra personale Papagaio di João Maria Gusmão & Pedro Paiva allestita nello spazio espositivo dello “Shed” (fino al 26 ottobre 2014). Il calendario di Pirelli HangarBicocca proseguirà con le mostre di Céline Condorelli (dicembre 2014), Juan Muñoz (aprile 2015), Damián Ortega (giugno 2015) e Philippe Parreno (ottobre 2015).
Pirelli HangarBicocca
HangarBicocca, lo spazio per l’arte contemporanea di Pirelli, è il naturale proseguimento di una lunga tradizione di attenzione verso la cultura, la ricerca e l’innovazione che accompagna l’azienda fin dalla sua fondazione avvenuta oltre 140 anni fa. Grazie all’impegno di Pirelli, HangarBicocca rende accessibile al pubblico una programmazione di alto livello e una serie di attività per ragazzi e famiglie, ed è diventato ormai un punto di riferimento per Milano e per il pubblico internazionale.
Comunicato stampa da Artribune
SEMINARI 2014-2015
Il corpo e la polis
Primo ciclo a cura di Lea Melandri
Il femminismo e i saperi tradizionali: cambiamenti, difficoltà incontrate
Il gruppo “sessualità e simbolico”, nato nel 1977 e confluito in parte nell’esperienza dei corsi 150 ore (scuola di via Gabbro, Cooperativa Gervasia Broxon), nella rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminile” e nella Libera Università delle Donne, si era chiesto quanto la “lenta modificazione di sé” prodotta dall’autocoscienza, avesse modificato i “cento ordini del discorso” – saperi, linguaggi disciplinari – a cui ognuna aveva fatto fino allora riferimento.
Negli anni seguenti questo interrogativo radicale sembra avere incontrato ostacoli e difficoltà, non a caso proprio nei luoghi della trasmissione del sapere: la scuola a tutti i suoi livelli. Ciò nonostante, non sono mancate esperienze, che possiamo considerare esemplari, di donne che con la pratica dell’autocoscienza sono riuscite a “pensare e parlare differentemente” anche in ambiti specifici della cultura tradizionale.
1° SEMINARIO sabato 11 ottobre 2014 ore 14,30 – 18
Partire da sé: la storica, la maestra, la bambina.
Come il femminismo ha in-segnato le vite e disordinato le discipline
Coordinano: Emma Baeri – Maria Bacchi – Dinushi Lesi
“Una storica impostorica” (Emma Baeri)
“La storia, l’autobiografia, l’immaginario della nascita” (Maria Bacchi)
“Si può insegnare l’autocoscienza?” (Lea Melandri)
2° SEMINARIO sabato 15 novembre 2014 ore 14,30 -18
Femminismo, psicanalisi, politica
Coordinano: Lea Melandri – Paola Zaretti
“Ma le donne l’inconscio ce l’hanno” (Paola Zaretti)
“Una visceralità indicibile” (Lea Melandri)
3° SEMINARIO sabato 17 gennaio 2015 ore 14,30 – 18
Femminismo, economie alternative, movimenti per la decrescita
Coordina: Paola Melchiori, sono previsti altri contributi
4°SEMINARIO sabato 21 febbraio 2015 ore 14,30 – 18
Femminismo e scienza.
Agnese Piccirillo (Seranis), singolare figura di femminista, scienziata, scrittrice
Coordinano: Liliana Moro e Sara Sesti; introduce: Lea Melandri
Intervengono: Daniela Pastor – Nicoletta Buonapace – Henriette Molinari
Letture dalle opere di Agnese Seranis
Secondo ciclo a cura di Barbara Mapelli
Tra Donne e Uomini, Nuovi Modi di Essere Insieme
Pensieri, esperienze, emozioni tra soggetti e generazioni
L’amore tra noi
PRIMO INCONTRO: sabato 14 febbraio 2015 ore 14,30 – 18
L’amore come sentimento, desiderio di intimità e condivisione, in un’ottica in divenire, confronto generazionale oltre che tra generi
con Elena D’Agnolo, Alessio Miceli e Camilla Notarbartolo
SECONDO INCONTRO: sabato 14 marzo 2015 ore 14,30 – 18
L’amore e il denaro: ancora una questione di potere tra donne e uomini
con Lea Melandri e Gianandrea Franchi
TERZO INCONTRO:sabato 18 aprile 2015 ore 14,30 – 18
L’amore e la cura: esercizi di cura al maschile
con Elisabetta Cibelli e Giacomo Mambriani
Gli incontri si svolgono con la consueta modalità: una relatrice e un relatore, con un compito di stimolo al dibattito.
CORSI E GRUPPI DA OTTOBRE 2014
2 ottobre
Primo incontro del nuovo Gruppo “Leggere” condotto da Laura Lepetit
Il gruppo si riunisce il primo e il terzo giovedì del mese dalle 16 alle 18
8 ottobre
Primo incontro del Corso di scrittura “Dentro la fiaba” condotto da Barbara Mapelli
Il gruppo si riunisce il mercoledì dalle 15,30 alle 18
9 ottobre
Primo incontro del Gruppo “Scrittura d’esperienza” condotto da Lea Melandri
Il gruppo si riunisce il secondo e il quarto giovedì del mese dalle 17 alle 19
20 ottobre ore 16
Prima lezione del corso “Respiro e voce” condotto da Jennifer Rowley
Aggiornamenti e approfondimenti sul sito www.universitadelledonne.it
Libera Università delle Donne
Corso di Porta Nuova, 32 – 20121 Milano, tel/fax. 02.6597727 – 3479931607
È confortante sapere che, oltre a un catalizzatore di clamorose passioni, facili entusiasmi e manifestazioni idolatriche, Jane Austen è ancora il soggetto di una felice e ben riuscita analisi critico-letteraria.
Leggere Sei romanzi perfetti di Liliana Rampello (Il Saggiatore, 2014) mi ha restituito quello che io ritengo il valore più puro e autentico dell’amore per questa scrittrice, ovvero il riconoscimento del suo talento narrativo e stilistico e della perfezione della sua scelta linguistica.
Il saggio, strutturato con estremo ordine, percorre con grande concentrazione le trame del corpus canonico di Austen, ma allo stesso tempo si dedica ad analisi puntuali di un ricchissimo sottotesto teorico. Le citazioni da grandi critici come Auerbach, Moretti, Praz, Steiner, Watt, Woolf e tanti altri, lungi dallo spaventare o allontanare il lettore appassionato, lo attirano verso il discorso aprendogli dimensioni di comprensione forse mai sperimentate prima.
I grandi temi che questo saggio affronta sono importanti per il loro relazionarsi con i romanzi di Austen ma anche per la loro valenza universale: sono la libertà, la parola e il dialogo, la formazione individuale e la coscienza del sé, la convivenza tra uomini e donne nel contesto sociale, il conflitto e l’evoluzione storica delle classi, il rapporto tra evento narrato e luogo della narrazione (il microcosmo della scena e il macrocosmo dello “stato-nazione” europeo). In nome di queste amplissime categorie Liliana Rampello si propone di conoscere, riconoscere e ripresentare i personaggi (soprattutto femminili) di Jane Austen; e le sue argomentazioni, ricche e chiare, si soffermano a illuminare aspetti di Elizabeth, Emma, Anne, Fanny, Mary, Marianne ed Elinor che stimolano le riflessioni anche del lettore austeniano più esperto.
La trattazione più affascinante (perché questo saggio, oltre a essere preciso e competente, è anche “bello” da leggere) è stata per me quella di Persuasione. In Anne Elliot Liliana Rampello vede la personificazione di una “donna nuova” che innanzitutto è il nostro unico veicolo di conoscenza della storia che la vede protagonista, e in secondo luogo è il simbolo dell’affermazione di un’autocoscienza individuale e sociale – quella della “donna” da un lato e quella della nuova classe dominante dall’altro (la borghesia delle “professioni” cui appartiene il Capitano Wentworth, che Anne preferisce a un’aristocrazia ormai esausta).
In conclusione, Sei romanzi perfetti è una lettura decisamente consigliabile, perché ha la virtù di saper accontentare tutti i tipi di lettori: sia coloro che conoscono molto bene Jane Austen sia coloro che l’hanno letta solo raramente; sia chi si lascia avvincere dalla bellezza immediata dei suoi romanzi sia chi vi ricerchi strati più profondi di significato.
da ipsalegit.blogspot.it, 26.09.2014
da “Il Manifesto” del 26 settembre 2014
Anne Marie Sauzeau, leggerezza di una critica militante
di Daniela Lancioni
La scomparsa della critica d’arte Anne Marie Sauzeau, per molti anni collaboratrice del “manifesto”
scomparsa Anne Marie Sauzeau al termine di una malattia di cui poco sapevano anche le persone che la conoscevano bene. Nel ricordarla dobbiamo far convivere attitudini e sfere di conoscenza diverse,disponendone i tasselli l’uno accanto all’altro in modo da farli gentilmente combaciare. Un nomadismo intellettuale il suo che sembrava germogliare dall’istintivo reagire, in maniera lucida e lieve e sempre intelligente, alle vicende della vita. Operando scelte, elaborando contributi, mettendo a punto una pratica che ora possiamo prendere a modello di quel tentativo di armonizzare la sfera privata con quella politica e pubblica, mecca della sua generazione che è stata giovane negli anni Sessanta. Ha scritto su Maurice Merleau-Ponty e sui temi della filosofia è più volte intervenuta sulle pagine di questo giornale di cui è stata a lungo firma autorevole. Nel 1976 ha tradotto e pubblicato in italiano S.C.U.M. il feroce manifesto per l’eliminazione dei maschi scritto nel 1967 dall’americana Valerie Solanas; allo scorcio degli anni Settanta, cogliendo, evidentemente e con tempismo, la necessità di sondare l’irrazionale, ha interrogato gli spiriti enigmatici che sono all’origine della modernità, riflettendo su Stephane Mallarmé e sul poeta e incisore Aubrey Beardsley. Con continuità ha esercitato la critica d’arte che ha saputo armonizzare con la militanza femminista.
A lei si deve la formulazione di alcuni interrogativi che sono ancora vitali se giovani studiose li assumono a punto di partenza delle loro ricerche, come è il caso di Marta Serravalli che introduce il suo recente studio sull’arte e il femminismo negli anni Settanta con la domanda di Anne Marie Sauzeau: dove si iscrive la differenza sessuale in arte? Nel 1975 di ritorno da un soggiorno a New York Sauzeau scriveva «il femminismo è ricerca intima della propria identità esiliata, prima ancora che rivendicazione dei diritti civili» e poi ancora una domanda: «l’arte ha un sesso?». Su «Data» prestigiosa rivista d’arte di cui era collaboratrice si diede una risposta, che suona quasi leggera, persino un poco ironica, tanto stempera con l’evidenza dei fatti la sintesi ideologica che da essi ne è derivata: «L’arte forse no, ma gli artisti sì».
La sua militanza, sintetizzata nel concetto su cui è tornata più volte a riflettere di «altra creatività», si è dunque espressa mettendo a frutto la sua profonda capacità di intendere e la sua felice scrittura soprattutto al servizio delle donne artiste. Lungo il catalogo di coloro su cui ha riflettuto e scritto, da Carla Accardi a Giosetta Fioroni, da Artemisia Gentileschi a Edita Broglio, Marilù Eustachio, Lucia Romualdi, Suzanne Santoro, Elisa Montessori.
A rompere l’esclusività di questa scelta quasi tutta al femminile bisogna considerare l’altro grande «tassello» della sua vita: quel genio di Alighiero Boetti conosciuto nel 1962, quando lui ancora neanche faceva i disegni psichedelici, sposato nel 1964 quando ancora mancava qualche anno all’exploit dell’Arte Povera e insieme al quale ha fatto due figli, Matteo e Agata mettendo su una famiglia che ha retto a lungo. Con Boetti, Sauzeau ha condiviso anche più di un lavoro, il libro, ad esempio, iniziato nel 1970 e pubblicato nel 1977 con la classifica dei mille fiumi più lunghi del mondo: una bella impresa condensare in un volume migliaia di chilometri di acqua che scorre! A Boetti Sauzeau ha dedicato più di uno studio. Gli ultimi anni l’hanno vista impegnata, in collaborazione con la seconda moglie dell’artista, nella pubblicazione del catalogo generale delle opere di Boetti. A Sauzeau spettava il compito di coordinare il lavoro scientifico e il suo sapiente aderire al dato oggettivo e la sua capacità di scarto rispetto alle norme le ha permesso, ancora una volta, di consegnare un lavoro coraggioso e innovativo.
Prendere la parola in pubblico o tacere. Qual è il senso di una o dell’altra decisione?
Risponde Luisa Muraro, filosofa, scrittrice e autrice di numerose opere sul tema del femminismo e della storia della donna. Possiamo riflettere sul perché una donna decida di parlare o di rimanere in silenzio, ma fondamentale è che nessuna rinunci ad esprimere se stessa e ad esercitare la propria autorità attraverso la presenza, il pensiero – e anche la parola – perché “esiste una differenza femminile che deve parlare. Non è un contenuto preciso, è l’originalità di un’esperienza di donna”.
di Anna Maria Merlo
Un’esposizione al Grand Palais che ripercorre la produzione eccentrica dell’artista franco-americana Niki de Saint Phalle: una passeggiata fra le sue Nana e le madri divoratrici.
Niki de Saint Phalle accoglie i visitatori al Grand Palais con la carabina puntata: è la fotografia di una performance dei Tiri, iniziati nel ’61, dove l’artista, discendente di una famiglia aristocratica francese, mannequin per Vogue e Harper’sBazaar, spara contro un’opera per colpire una visione tradizionale dell’arte, un’idea di religione, la società patriarcale, la situazione politica, le ingiustizie. Il colore cola sotto le pallottole, ma il gesto è controllato, come in un dripping di Pollock, la violenza si trasmette attraverso il gioco.
La dialettica tra violenza e aspetto gioioso è anche la caratteristica delle opere più famose di questa artista franco-americana, nota soprattutto per le Nana, a cui a dodici anni dalla morte il Grand Palais dedica la prima grande esposizione in Francia (fino al 2 febbraio 2015), con un percorso cronologico e tematico attraverso centosettantacinque opere. Una mostra che rappresenta una scoperta di molti aspetti della produzione di quella che la curatrice, Camille Morineau, definisce senza incertezze «la prima grande artista femminista del XX secolo».
Niki de Saint Phalle è stata un’autodidatta. Cominciò a dipingere all’inizio degli anni ’50, tra Parigi e New York (dove visse per un certo periodo con il primo marito, lo scrittore Harry Mathews, che abbandonerà per l’artista Jean Tinguely, lasciandogli anche la cura dei figli), sempre a contatto con le avanguardie delle due sponde dell’Atlantico. Fu proprio vedendo uno dei Tiri che il critico Pierre Restany propose a Niki de Saint Phalle di far parte del Nouveau Réalisme, unica donna del gruppo.
Anche il quadro tradizionale, benché preso a fucilate e costruito con rilievi, risultava angusto per le ribellioni di Niki de Saint Phalle. La donna diventò ben presto il soggetto prediletto: sono i grandi personaggi dei corpi femminili, le Mariées (Spose) sculture di assemblage costruite con un’accumulazione di oggetti simbolici e colorate di bianco su pizzi rappresi, i Parti con dei bambolotti che vengono alla vita, le Dee, le Prostitute, le Streghe. Giocattoli di plastica, ragni che spuntano, ma anche armi come simbolo del potere maschile, oggetti vari, quotidiani e onirici, compongono questi corpi giganteschi che, venati di ironia, donano potere alla donna. «Avevo deciso di diventare un’eroina – ha raccontato in una delle numerose interviste, alcune delle quali sono ritrasmesse nel percorso della mostra – Chi sarei stata? George Sand? Giovanna d’Arco? Napoleone in gonna?». L’importante è far sapere a Mummy, la madre che compare nel terribile film Daddy (che evoca tardivamente il doloroso incesto subìto nell’infanzia): «Madre mia, non vi assomiglierò. Avete accettato ciò che vi era stato trasmesso dai vostri genitori: la religione, i ruoli maschile e femminile, le idee sulla società e la sicurezza». Invece «io passerò la vita a farmi domande, mi innamorerò del punto interrogativo».
Le Nana colorate, gioiose e potenti sono l’espressione di un femminismo sorridente, individualista (l’artista non militerà nei movimenti): «Voglio essere superiore: avere i privilegi degli uomini e in più conservare quelli della femminilità, continuando a portare dei bei cappelli». Le Nana si ingigantiranno fino a diventare delle Nana–case, come la monumentale e provocatoria Hon, costruita per il museo di Stoccolma, dove si può entrare dalla vagina (di cui restano la maquette, alcuni disegni e immagini). «Le mie sculture rappresentano il mondo della donna amplificata, la follia di grandezza delle donne…». Ma nulla è certo per Niki de Saint Phalle: dopo le allegre Nana (un insieme è, per esempio, un omaggio alla Danza di Matisse), arrivano le Madridivoratrici, grottesche, terrorizzanti, castranti, l’altra faccia del potere.
L’opera di Niki de Saint Phalle è anche direttamente politica, impegnata. Il Nana Power evoca il Black Power (alcune Nana sono nere). In KingKong, un’opera del ’63, gli uomini politici del momento, da De Gaulle a Kennedy o Khrutchev sono trasformati in bassorilievi su un campo di rovine, dove tutto è bombardato e il sole guarda dall’alto, facendo linguacce al lingua al mondo. In GlobalWarning ci sono già i temi ecologici. Un Altare dorato evoca i crimini dell’Oas in Algeria. Bush padre è per Niki de Saint Phalle l’«idiota megalomane» che compare in alcune opere con tutti i simboli, dai dollari al capello da cow boy.
Niki de Saint Phalle è stata fra le prime artiste ad affrontare il dramma dell’Aids (un cranio monumentale è esposto contemporaneamente al Centquatre-Paris). Come Warhol, sapeva maneggiare i media e desiderava realizzare un’arte popolare: in particolare, in Italia, lavorò per una ventina di anni alla costruzione dell’immaginifico Giardinodeitarocchi, vicino a Capalbio, un parco di 22 sculture monumentali, che si ispira allo stile del catalano Gaudi.
Il manifesto 24.9.2014
di Franca Fortunato
FINALMENTE, dopo aver sentito parlare tanto e letto qualche commento anche su questo giornale, venerdì sera ho visto il film di Francesco Munzi “Anime nere”. Sono d’accordo con Annarosa Macrì che “un film” “come un libro” “ non è fatto per i critici, ma per gli spettatori” e le spettatrici. Ed è come una di queste che voglio qui esprimere il mio pensiero e le mie riflessioni. Il film per quanto mi riguarda l’ho trovato molto buono ma poco attuale. Buono perché ti porta dentro una famiglia mafiosa tradizionale, ti fa vedere, più di tanti libri e analisi antropologiche e sociologiche, come la ‘ndrangheta sia un’organizzazione maschile patriarcale, dove sono gli uomini i protagonisti, la mente, gli organizzatori non solo degli “affari” ma anche delle regole, delle leggi con cui governano la famiglia mafiosa dove ogni donna e ogni uomo ha un suo posto fisso. Eloquente la prima mezzora del film in cui ad occupare tutta la scena sono solo uomini, impegnati a portare avanti i loro “affari” di trafficanti di droga e imprenditori, nella città che è il cuore della finanza e del capitalismo italiano, Milano, senza aver reciso i legami con la famiglia e il luogo d’ origine, Africo. Milano è la stessa città dove la famiglia mafiosa dei Cosco ha ammazzato la testimone di giustizia Lea Garofalo e dove riposano i suoi resti. Il film nel narrare la storia di una delle tante famiglie mafiose calabresi i cui protagonisti, i fratelli Luciano, Luigi e Rocco, magistralmente interpretati da Fabrizio Ferracana, Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, che pure fanno scelte di vita diverse dopo l’ammazzamento del padre, sono uomini di una ‘ndrangheta che non conosce, non fa i conti con le donne che abbandonano la famiglia in nome della propria libertà e di quella delle loro figlie e figli. Non c’è nel film nessuna Giuseppina Pesce, nessuna Maria Concetta Cacciolla, nessuna Lea Garofalo o Denise, nessuna Tina Buccafusca, ma solo donne, madri, sorelle, figlie, imbalsamate, stereotipate in figure immutabili, invisibili il cui compito è solo quello di “amare”, servire i propri uomini, ascoltare, tacere, fare finta di non sapere e piangere il marito, il fratello ammazzato in attesa del prossimo. La famiglia di ‘ndrangheta, per fortuna o per sfortuna, non è più una realtà fissa, immutabile, dopo le scelte di quelle donne coraggiose di cui il film non dà conto. Mette in scena, invece, l’idea tutta maschile e androcentrica che il riscatto dei mafiosi – qualcuno dice della Calabria – non può non venire che dai soli uomini, da un solo uomo, Luciano che da dentro la famiglia uccide chi, come il fratello Rocco, rappresenta la continuazione di quella cultura mafiosa fatta di vendette e guerre tra famiglie. Quasi per dire che per gli uomini, dopo aver ucciso i padri, non ci può essere, in nessuna realtà politica o sociale, un “nuovo” inizio senza un fratricidio, reale o simbolico. Finché le donne saranno viste come accessori, dalla ’ndrangheta e dai “professionisti” dell’ anti ‘ndrangheta, dall’ arte e dall’antropologia, continuerà a sfuggire a costoro la realtà profonda di una Calabria che è già cambiata, che sta cambiando anche la storia della ‘ndrangheta, grazie alle donne. E ci sarà sempre chi tra loro continuerà a rivendicare ed auspicare quello che già c’è, il “normale”, e che non è capace di vedere e raccontare, fissato com’è nell’idea che ogni riscatto è da venire per opera degli uomini, senza o indipendentemente dalle donne, come racconta anche il film. Se l’arte e l’antropologia – come sostiene Vito Teti – non colgono le novità e non indicano prospettive sono sterile. Non c’è prospettiva per la Calabria se non si riconosce quello che già c’è e che, cambiando nel profondo questa terra, aspetta solo di essere visto e raccontato dai più. Luciano, non immune da quella cultura da cui vuole tenersi fuori , quando davanti ai carabinieri osserva una delle regole più ferree della ‘ndrangheta, l’omertà, come fanno e devono fare le donne della famiglia, non è la speranza, né la strada per il riscatto della Calabria. Non solo e non tanto perché è un personaggio totalmente inventato, dentro la ‘ndrangheta non esiste a tutt’oggi uno simile a lui, ma essenzialmente perché non mette in discussione il suo rapporto con le donne della famiglia. Nessun riscatto è possibile senza la libertà femminile. Non si può affidare il futuro della Calabria a personaggi da romanzo e ignorare, invece, donne in carne ed ossa che, a duro prezzo, hanno già aperto in questa terra una strada di riscatto per sé e per tutte/i noi. Luciano, come i suoi fratelli, questo non lo sa, come dimostrano di non saperlo neppure il regista e il produttore. Un film buono, ripeto, con attori splenditi, bravissimi, ma che non dà conto della Calabria di oggi, di quel cambiamento da cui solo può nascere la speranza per questa terra ed aprire nuove prospettive.
IL QUOTIDIANO DEL SUD IL 23.09.2014
Spagna, stop alla legge medievale sull’aborto
di Luca Tancredi Barone
Diritti. Il premier Rajoy perde pezzi. Gallardón, il «grande inquisitore», titolare della Giustizia, è il primo ministro che si dimette volontariamente dal governo. Lascerà la politica
La controriforma della legge sull’aborto del governo Rajoy scompare per sempre dal panorama politico spagnolo. E si porta con sé il suo principale sponsor, il ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, che si è dimesso ieri in serata.
Si tratta del primo ministro del governo Rajoy che a poco più di un anno dalle elezioni politiche lascia il governo in maniera volontaria (l’altro è stato il capolista alle europee, l’ex ministro dell’Agricoltura Miguel Arias Cañete, che per candidarsi ha dovuto abbandonare l’incarico per legge e oggi è commissario in pectore della Commissione Junker).
Poco prima di lasciare il paese alla volta della Cina, ieri in tarda mattinata il premier Mariano Rajoy aveva annunciato pubblicamente che il governo ritirava il progetto di legge per riformare la legge sull’aborto varata dal governo socialista nel 2010 che prevede dei termini entro i quali l’aborto è permesso, estensibili nel caso di malformazioni.
La proposta popolare, coerentemente con il ricorso al tribunale costituzionale presentato non appena il governo Zapatero aveva approvato la legge (e su cui il tribunale non si è ancora espresso), prevedeva di restringere significativamente la possibilità di aborto, fino a renderlo praticamente impossibile.
Nel suo primo intervento pubblico dopo aver assunto la guida del ministero della Giustizia a gennaio del 2012, Gallardón si era impegnato pubblicamente a cancellare la legge socialista. Ma l’impresa — un impegno elettorale del Partito popolare appoggiato entusiasticamente dalla Chiesa cattolica — si è rivelata molto più complicata del previsto. Il consiglio dei ministri aveva approvato, con fatica, solo a fine 2013 il primo testo. Nel progetto, l’aborto era ammesso nel caso di stupro (entro le prime 12 settimane) o in caso di grave rischio per la salute della madre (entro le prime 22), ma non per malformazione del feto. Secondo il progetto di legge, la minaccia per la salute della madre sarebbe stata molto più complicata da dimostrare. Inoltre, al contrario che nella legge attuale, le minori avrebbero dovuto ottenere un permesso dei genitori per poter abortire.
Attualmente in Spagna vengono effettuati circa 120mila aborti l’anno, il 90% dei quali entro le prime 14 settimane. La legge in vigore prevede la «depenalizzazione» entro le prime 14 settimane, estendibili a 22 nel caso di rischi per la salute della donna o del feto.
Il cammino di questo progetto di legge è stato fin dal principio molto accidentato. Di rinvio in rinvio, ci erano voluti cinque consigli dei ministri per poterlo approvare e dal dicembre scorso la legge è rimasta chiusa in un cassetto. Gallardón si era impegnato a presentarla in parlamento prima della fine dell’estate, ma dopo il consiglio dei ministri di venerdì scorso era chiaro che non ci sarebbe riuscito. Domenica varie centinaia di persone avevano manifestato nella V marcia per la vita a Madrid minacciando il Partido popular di ritirare il loro voto se avessero rinunciato alla legge.
Le dimissioni di Gallardón, chieste da tutti i partiti di opposizione, a questo punto sembravano inevitabili. Il ministro, ex presidente della comunità di Madrid ed ex popolare sindaco di Madrid — che al diventare ministro ha lasciato con un buco di bilancio enorme, il maggiore di tutta la Spagna — ha annunciato che lascerà anche il suo seggio in parlamento. L’ex «promessa» del partito, che quando era sindaco ammiccava alla sinistra, si ritirerà a vita privata.
Durante il suo mandato, Gallardón è riuscito, fra le altre cose, a far approvare una legge che aumenta le tasse giudiziarie, impedendo alle persone senza mezzi di poter fare ricorso. Ma la sua contestatissima riforma del codice penale (che fra l’altro introduce l’ergastolo e indurisce le pene per i manifestanti) è ancora parcheggiata in parlamento, così come altre norme di funzionamento della giustizia molto criticate anche da avvocati e giudici.
Gallardón ha dichiarato nella conferenza stampa in cui annunciava le sue dimissioni che la decisione era stata comunicata a Rajoy la settimana scorsa, ma che non voleva lasciare il ministero prima di aver redatto il (futuro) ricorso contro la legge catalana per l’indizione delle consulte popolari.
Il Progetto DtD, DonneTeatroDiritti, 2014/2015 giunge al suo sesto anno per contrastare il deserto morale, o anche ‘deserto delle relazioni’, causa prima di atti di sopraffazione e violenza nei confronti delle donne. Il progetto DtD nasce dalla speranza concreta di cambiare il futuro di bambini, donne e soggetti cosiddetti ‘altri’ di tanti Paesi, interrompendo il legame esistente tra ignoranza, ingiustizia e povertà. È soprattutto alle nuove generazioni che ci rivolgiamo, affinchè tutto il materiale proposto (spettacoli, film, documentari, dibattiti) costituisca uno strumento di conoscenza. Anzi di più, un insegnamento non solo finalizzato al riconoscimento che a ogni nostro diritto corrisponde il diritto dell’altro che per noi diventa quindi dovere. Il Progetto dà rilievo a quelle sensibilità di donne, abili mani e menti trasgressive, che fanno dell’arte il proprio strumento di rivolta contro il Potere.
PROGRAMMA Al Teatro OSCAR parliamo di donne spronate dal loro inconscio in quanto incapaci di lottare contro il proprio ‘sovrano’ (IL COMPLESSO DI ISMENE 23-26 ottobre 2014), di donne che sfidano la modernità vivendo guerre e passioni fino ai limiti estremi e indagando l’indicibilità dellinguaggio (LA BESTIA NELLA GIUNGLA 14/16/18 novembre 2014), di donne di poterecome le regine Maria Stuarda di Scozia e Elisabetta d’Inghilterra (LE REGINE. ELISABETTA VERSUS MARIA STUARDA – 3-14 dicembre 2014), di prostitute vittime o mangiatrici di uomini ma che in ogni epoca e in ogni cultura assumono forme diverse (DONNE DONNINE DONNACCE – 4-8 marzo 2015). Incontri, letture e proiezioni, organizzati in stretta collaborazione fra le diverse associazioni partner del progetto, avranno luogo in concomitanza con gli spettacoli per incrementare lo scambio di conoscenze e stimolare il dibattito.www.donneteatrodiritti.org
di Luisa Muraro
Ancora una volta, papa Francesco ha il dono di sorprenderci. Di una differenza femminile nell’esperienza religiosa (ossia, del Dio delle donne) si è parlato e si parla, positivamente: è una ricchezza, nessuno ne dubita. C’è anche una differenza maschile e l’abbiamo sentita affiorare nel linguaggio del papa.
Le sue parole sull’anima che è anche una donna, si prestano a essere commentate in più modi. Scrive il poeta Rilke: “E al Tuo cospetto la mia anima è una donna / simile a Ruth, la nuora di Noemi”. La stessa formula è stata scelta da una grande studiosa dell’Islam, Annemarie Schimmel, per introdurci alla mistica sufi (La mia anima è una donna. Il femminile nell’Islam, ECIG, Genova 1998). Le donne c’entrano ma siamo in presenza di un’esperienza squisitamente maschile.
Il commento di Vito Mancuso alle parole di papa Francesco (sulla Repubblica 16 sett.) segue il percorso della riflessione filosofica. E termina con un invito perché la gerarchia cattolica sia coerente e smetta di tenere il monopolio delle funzioni religiose. Trovo che l’invito e il commento siano giusti, tranne che in un punto. È il punto in cui Mancuso scrive: “Se non si è in grado di mostrare il fenomeno fisico per esprimere il quale è sorto il concetto di anima, tale concetto risulta nulla più che un mitico retaggio del passato”. Non c’è bisogno di un simile criterio di realtà né di disprezzare i miti del passato. L’interessante ragionamento di Vito Mancuso che accosta vita-relazioni-donne, non ci perde nulla, salvo la pretesa di una costruzione solo logica. C’è della poesia nelle parole del papa, ma anche in quelle di Mancuso, e ciò non le fa meno vere. Le fa semmai più rivelatrici: parlano di una mossa non rara sebbene spesso occultata, da parte maschile, che è di spostarsi verso l’altro che è donna per avvicinarsi all’Altro con la A maiuscola.
(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 19 settembre 2014)
Milano, Libreria delle donne, 11 marzo 2014
di Margarita Borja
La voce della Libreria delle Donne risuona da decenni in altri spazi del femminismo contemporaneo. Il libro collettivo Non credere di avere dei diritti dell’87 e L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro fanno parte della bibliografia fondamentale e di molte riflessioni del femminismo, e della memoria della mia generazione all’inizio della democratizzazione in Spagna, quando avevamo l’urgenza di guardare e interpretare la teoria e la realtà in un modo nuovo. Per questo è un onore per me essere ricevuta qui e vi ringrazio di diffondere così tanti libri di donne e di gestire questo interessante luogo d’incontro. Grazie a Clara Jourdan e ad Ana Domínguez di aver gettato un ponte con la Librería Mujeres y Compañía di Madrid, il cui primo risultato è stata la partecipazione di Ombretta De Biase al nostro Encuentro de mujeres en las artes escénicas en el Festival Iberoamericano de teatro, FIT de CÁDIZ (Incontro delle donne delle arti teatrali al Festival Iberoamericano del teatro). Lì ho scoperto che il suo testo drammatico sulle beghine coincideva nell’impianto biografico-narrativo con quello della prima scena dell’opera di cui sto per parlarvi. Grazie anche a Francesca Mantura, senza la quale non avrei il piacere di essere qui oggi, per la sua generosa decisione di tradurre l’opera, un testo teatrale scritto insieme da Diana Raznovich e da me, e l’intero libro che la contiene, nato successivamente. Chiara Turozzi della casa editrice L’Iguana sta preparandone l’edizione italiana, che vedrà la luce a Verona alla fine del 2014.
Mi riferirò a Olympe de Gouges come a una nostra contemporanea, perché il recupero della sua storia e dei suoi scritti nel bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989, ha innescato una serie di rinascite della sua figura e insieme della sua visione profetica.
Il libro Olimpia de Gouges o la pasión de existir («Olympe de Gouge o la passione di esistere») ruota in modo poliedrico intorno alla messa in scena che ho diretto e coprodotto in una Buenos Aires scossa dalle proteste cittadine post-corralito[1], che rievocavano la Rivoluzione francese, fortemente influente nel continente americano e in particolare in Argentina. Un contesto propizio per creare una vigorosa poetica scenica intorno alla “mia eroina favorita”, espressione che riprendo dalla sua biografia spagnola Oliva Blanco Corujo, il cui rigoroso lavoro di ricerca e bibliografia occupano la parte finale del libro.
Abbiamo cercato di costruire il personaggio di Olympe de Gouges come agente destabilizzatore dell’ordine dato e soggetto mutante, che fa mutare la società con la frattura che le sue azioni producono, secondo la definizione di Gilles Deleuze. Oltre a impersonare se stessa a la sua posizione politica, Olimpia doveva mutare in scena, come uno specchio di situazioni vissute da donne di ogni epoca, compresa la società globalizzata di oggi. Per elaborare il personaggio, chiesi dapprima il contributo drammaturgico di Diana Raznovich, e in seguito riunimmo un’équipe creativa di alto livello che mi permise di osare e di innovare la regia, all’interno di schemi frammentari e diacritici che esploro in ogni montaggio. Dobbiamo a Diana monologhi e dialoghi di grande potenza e spessore, indispensabili per fare di Olimpia l’essere parlante e pieno di energia solare che cercavamo, e sempre a Diana dobbiamo la scelta e l’approfondimento di controparti indispensabili nel dialogo, come la Padrona di casa e Robespierre. Da parte mia, sdoppiando i personaggi creando rimandi tra un’epoca storica e l’altra e componendo ritmi di scena caleidoscopici, ho potuto creare un gioco di trasformazioni in certi passaggi tumultuosi della trama impossibile da rendere con una lunga successione di eventi; la parte che ho intitolato Operetta de la Cruel Louisette («Operetta di Louisette la Crudele»), per esempio. Curiosamente, questa dinamica sperimentale ha favorito altrettanti giochi di analisi nel resto dei saggi che compongono il libro.
Gli aspetti del carattere di Olimpia che la designano come agente destabilizzatore dell’ordine dato sono, a grandi tratti: personalità forte, lucidità nel mettere a fuoco la condizione sua e di altre come figlia naturale e come donna priva di diritti di cittadinanza, temperamento isterico capace di interpellare e mettere in scena e, da ultimo, genio creativo al servizio di un profondo senso di giustizia e di un pensiero politico avanzato e reso ardito da una visione utopica positiva che, tra l’altro, anticipa visionariamente l’“uomo nuovo” nel suo amico scrittore Mercier.
Olimpia fu protagonista di molteplici atti di audacia. Il suo potente desiderio fu strumento di azioni di rottura. Fuggì dalla cittadina di Montauban, dove le era permesso solo di essere figlia di una donna che l’aveva avuta fuori dal matrimonio e di un macellaio che le faceva da padre o, poi, una donna sposata e una giovane vedova, con tutte le limitazioni del caso. Inventarsi il nome con cui oggi la conosciamo fu il suo primo e decisivo passo per spianarsi la strada verso la corte a Parigi. Su un registro più personale, in Olimpia ho scoperto l’antidoto contro la naturalizzazione isterica che colpì mia madre durante i rigori della dittatura franchista, e come lei molte altre donne della sua generazione. I venti di libertà soffiavano al di sopra delle frontiere, ma l’onnipresenza del patriarcato repressivo nelle loro vite, etichettandole come isteriche, le consegnava a un fato definitivo. La presunta patologia, diagnosticata arbitrariamente in privato, si traduceva in discredito e incapacità, intralciando e intercettando qualunque loro presa d’iniziativa. Nel testo accenno alle teorie rivelatrici di Elaine Showalter e di Emilce Dio Bleichmar su ciò che quest’ultima definisce, fin dal titolo del suo libro, «il femminismo spontaneo dell’isteria». Analisi cruciali, che hanno gettato una luce sulla dolorosa confusione che mi aiutò a intravedere l’istinto politico celato in fondo al disturbo narcisista che vedevo nelle donne che mi circondavano nell’infanzia e nell’adolescenza. In realtà, legate com’erano dalla repressione, quella disperata protesta fisica di fronte all’impossibilità di articolarsi in parole era un comune denominatore non solo generazionale. Isteria e femminismo, dice Elaine Showalter, hanno formato un continuum significativo nel nostro divenire.
(traduzione a cura di Silvia Baratella)
“Olimpia de Gouges, nuestra contemporánea”
sinopsis, Margarita Borja
La Librería delle Done resuena en otros espacios del feminismo contemporáneo desde hace décadas. El libro colectivo Non credere di avere dei diritti del 87 y El orden simbólico de la madre de Luisa Muraro se incluyen en la bibliografía básica de muchas reflexiones feministas y existen en la memoria de mi generación a comienzos de la democracia española, cuando era urgente mirar e interpretar teoría y realidad de otro modo. Por ello, es un honor ser recibida aquí y agradezco a quienes hacéis posible la difusión de innumerables libros de mujeres y la gestión de este interesante espacio de encuentro. Gracias a Clara Jourdan y a Ana Domínguez por tender un puente desde la Librería Mujeres y Cia de Madrid, cuyo inmediato resultado fue el viaje de Ombretta de Biase a nuestro Encuentro de mujeres en las artes escénicas en el Festival Iberoamericano de teatro, FIT de CÁDIZ. Allí descubrí que su texto dramático sobre las Beguinas coincidía en el planteamiento biográfico-narrativo con el de la primera escena de la obra a la que voy a referirme. Gracias asimismo a Francesca Mantura, sin cuya generosa decisión de traducir la obra, una dramaturgia conjunta de Diana Raznovich y mía, y el libro posterior que la contiene, cuya publicación italiana prepara Chiara Turozzi en editorial L´Iguana, yo no tendría el gusto de estar aquí, anticipando contenidos y líneas argumentales de la edición que verá la luz en Verona, al final de 2014.
Me referiré a Olimpia de Gouges como nuestra contemporánea porque la recuperación de su existencia y escritos en el Bicentenario de la Revolución Francesa, en 1989, ha generado una sucesión de renacimientos de su figura acorde con su profética visión.
El libro Olimpia de Gouges o la pasión de existir gira de manera poliédrica alrededor de la puesta en escena que dirigí y coproduje en una Buenos Aires agitada por la protesta ciudadana en el postcorralito y evocadora de la Revolución Francesa, de amplia huella en el continente americano y en Argentina en particular. Un ambiente propicio para construirle una vigorosa poética escénica a “mi heroína favorita”, expresión que adopto de su biógrafa en España Oliva Blanco Corujo, cuyo riguroso trabajo de investigación y bibliografía completa la parte final del libro.
Tratamos de construir el personaje de Olimpia de Gouges como agente de debilitación de lo establecido y sujeto mutante que hace mutar la sociedad con la fisura que producen sus acciones, definido por Gilles Deleuze. Más allá de encarnar la expresión de sí misma y su posición política, Olimpia debía mutar en escena como espejo de situaciones vividas por mujeres de todas las épocas, incluida la sociedad global de hoy. Para elaborar el personaje solicité a Diana Raznovich la primera contribución dramatúrgica y reunimos luego un equipo creativo de gran solvencia que me permitió arriesgar e innovar en la dirección escénica, dentro de esquemas fragmentarios y diacríticos que exploro en cada montaje. A Diana debemos escenas de monólogo y diálogo de gran potencia y contenido, indispensables para convertir a Olimpia en el ser verbal de energía solar que buscábamos, así como la elección o profundización de contrafiguras dialogantes indispensables, La Dueña y Robespierre. Por mi parte, desdoblar personajes creando guiños de un tiempo histórico a otro y componer ritmos escénicos en calidoscopio me proporcionó un juego de transformaciones en ciertas narrativas tumultuosas del relato que habría sido imposible producir con un gran elenco; la parte que denominé Operetta de la Cruel Louisette, por ejemplo. Curiosamente, esa dinámica experimental ha propiciado otros juegos de análisis en el resto de ensayos que componen el libro.
Las facetas de carácter que dibujan a Olimpia como agente de debilitación de lo establecido, a grandes rasgos son: fuerte personalidad, lucidez para distinguir su situación y la de otras como hija natural y mujer privada de derechos de ciudadanía, temperamento histérico capaz de interpelar y escenificar, y, por último, genio creador al servicio de un profundo sentido de la justicia y un pensamiento político avanzado y enardecido por una visión utópica positiva que, entre otras cosas, anticipa de manera visionaria al “hombre nuevo” en su amigo el escritor Mercier.
Olimpia protagonizó múltiples atrevimientos. Su potente deseo fue vehículo de acciones de ruptura. Escapó de la pequeña ciudad de Montauban donde solo se le permitía vivir como la hija de una madre que la engendró fuera del matrimonio y de un carnicero que ejercía como padre adoptivo, o como mujer casada o viuda joven, constreñida por tal condición. Inventar el nombre por el que la conocemos hoy fue su primer y definitivo paso para allanar el camino hacia la corte en París. En el registro más personal, descubrí en Olimpia el antídoto contra la naturalización histérica que atrapó a mi madre durante el rigor dictatorial franquista y a gran número de mujeres de su generación. Los vientos de libertad corrían ya por encima de las fronteras, pero la omnipresencia del patriarcado represivo en sus vidas etiquetándolas histéricas las abocaba a un fatum definitivo. La supuesta patología, diagnosticada arbitrariamente en privado, se traducía en descrédito e incapacidad, lastrando e interceptando cualquiera de sus iniciativas emprendedoras. Aludo, en la edición, a las reveladoras teorías de Elaine Showalter y Emilce Dio Bleichmar sobre lo que la última define ya en el título de su libro como “El feminismo espontáneo de la histeria”. Análisis cruciales, luz sobre mi dolorosa confusión que me permitió entrever el instinto político oculto al fondo de tanto disturbio narcisista, observado en las que rodearon mi infancia y adolescencia. En realidad, atadas como estaban a la represión, esa protesta corporal desesperada frente a la imposibilidad de articularse en palabras era un común denominador, no solo generacional. Histeria y feminismo, dice E. Showlater, han formado un significativo continuum en nuestro devenir.
En el libro que comento, las filólogas ponen la lente de aumento sobre puntos concretos, textuales o semióticos, de la obra. Dora Sales descubre el proceso liberador hacia el affidamento, tematizado por Lia Cigarini, como vertebrador de la escena en que Olimpia le dice a La Dueña del apartamento que escucha los golpes que le proporciona el marido en el piso superior, antes de lanzarle una batería de preguntas incisivas. La Dueña muta entonces en Revolucionaria, en la voz épica dueña del relato de la Marcha de las Mujeres a Versalles que marcó el inicio de la Revolución. Cristina Escofet encuentra paralelismos interesantes entre las personalidades de Eva Perón y Olimpia observando la característica común: ambas son hijas naturales de hombres influyentes que recuperan apasionadamente el lugar social que debía pertenecerles. Otras estudiosas, Jara Martínez Valderas, Ángeles Grande, Laura Borrás, descubren las bases filosóficas y estéticas que tejen la composición semiótica en escena y analizan las metáforas escénicas como subtextos y códigos que el público ha de desentrañar. Diana Raznovich ofrece una reflexión de calado respecto de su proceso de construcción de personajes previos a la escritura. Y, por último, en el libro en su conjunto, la pasión creadora de Olimpia aparece como el eje y la regla de oro que a ella permitió trascenderse y trascender, y a nosotras reconocerla como referente de gran valor.
[1] Il corralito (“box per bebè”) è il nome dato dalla stampa alle misure per limitare l’uso del denaro contante che il governo argentino assunse nel 2001, dopo il default dello Stato. Cittadine e cittadini si trovarono da un giorno all’altro, senza preavviso, con i conti correnti e i prelievi bancomat bloccati e senza il denaro per le spese quotidiane. Ne nacque un movimento di protesta di enormi dimensioni (N.d.T.).
ancora sino al 5 ottobre 2014
Spazio Oberdan Viale Vittorio Veneto 2 Milano
Orari: 10-19.30 (martedì e giovedì fino alle 22) – chiuso il lunedì
Ingresso: Libero
Frammenti scultorei, immagini, suoni, odori, video, fotografie sono gli oggetti che compongono le 6 installazioni in cui si puo’ interagire con una realta’ spesso dimenticata: quella detentiva.
a cura di Marco Testa
Per la prima volta in Italia un’artista, Paola Michela Mineo, svela il mondo della detenzione attenuata dell’ICAM, in una mostra in cui l’arte racconta la dignità della condizione di madre in un modo nuovo di concepire la rieducazione.
Da venerdì 4 luglio a domenica 5 ottobre 2014 si terrà presso lo Spazio Oberdan di Milano la mostra d’arte contemporanea Impronte Sfiorate – Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. a cura di Marco Testa. L’esposizione è promossa dalla Provincia di Milano e patrocinata dal Ministero della Giustizia.
La mostra Impronte Sfiorate presenta sei grandi installazioni realizzate da Paola Michela Mineo che costituiscono il risultato finale di un progetto – durato due anni – sviluppato dall’artista all’interno dell’ICAM, il primo Istituto realizzato in Europa per la custodia attenuata per madri con prole. Nato nel 2006 – in base ad un accordo tra Ministero della Giustizia, Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano – con l’obiettivo di restituire un’infanzia “normale” a quei bambini con una madre detenuta, l’ICAM oggi è un modello in espansione su tutto il territorio nazionale. Paola Mineo ha lavorato in questo contesto particolare, dedicandosi alle madri detenute, coinvolgendone alcune in un’esperienza intensa, diretta, in cui l’arte – e l’interazione personale – ha impresso un cambiamento importante, quasi “determinante”, del loro status: da detenute in regime speciale a vere co-protagoniste di una performance d’arte contemporanea, lavorando su se stesse, insieme ai loro educatori, e dando vita ad un circuito virtuoso di naturale empatia.
Nella mostra Impronte Sfiorate l’opera di Paola Michela Mineo non è solo il risultato finale, quello visibile, scultoreo, ridotto a reliquia contemporanea del processo creativo che lo rappresenta. Nella mostra Impronte Sfiorate, Paola Michela Mineo si spoglia del proprio ruolo di artista e ricostruisce la memoria stessa di quel processo, restituendola attraverso i residui che l’hanno generata. Piccoli frammenti scultorei, immagini, suoni, odori, video, fotografie sono gli oggetti che compongono le sei installazioni, nello spazio Oberdan, in cui il pubblico potrà conoscere e interagire con una realtà sconosciuta e spesso dimenticata: quella detentiva.
L’arte contemporanea si fa, così, medium di conoscenza e di comunicazione di una realtà sociale particolare. La percezione di un vissuto altrui, reso in una sorta di condivisione sensoriale, cresce, si dilata e muta nella coscienza degli spettatori. Vite fatte di sbagli e contraddizioni, di attese e di speranze generano sogni che spesso non coincidono con la realtà quotidiana. La condizione di prigioniero, in senso lato, spinge a considerarsi parte di quel mondo che in fondo non è poi così distante in cui è facile ritrovare la “normale” quotidianità umana.
“La cultura, spesso incrocia e ‘interseca’ la realtà e i suoi anfratti più remoti, con modalità a cui normalmente non siamo portati a pensare. – sottolineano Novo Umberto Maerna, Vice Presidente e Assessore alla Cultura della Provincia di Milano e Massimo Pagani, Assessore alla Famiglia e Politiche Sociali – Ne è la dimostrazione evidente la mostra “Impronte Sfiorate”, che presenta sei grandi installazioni realizzate da Paola Michela Mineo nell’ambito di un progetto sviluppato dall’artista all’interno dell’ICAM di Milano, il primo Istituto realizzato in Europa per la custodia attenuata per madri con prole. L’arte contemporanea – concludono Maerna e Pagani – si fa, così, strumento di conoscenza e di comunicazione di una realtà sociale particolare.”
La ricerca artistica di Paola Michela Mineo trae ispirazione dall’Arte relazionale e all’Arte-terapia, distinguendosene però nella forma e nella metodologia. L’artista da anni ha elaborato touchArt, una forma artistica con la quale indaga i meandri relazionali in cui la sua scultura, plasmata sul corpo del modello, diviene seconda pelle e al tempo stesso corazza; si fa calco, ovvero documento fisico, di un passaggio, la cui memoria assume forme che rammentano porzioni di sculture classiche, quasi fossero frammenti archeologici o impronte di un ricordo.
Nel curriculum dell’artista, il primo lavoro sviluppato completamente con questo nuovo linguaggio multidisciplinare è stato l’installazione “Sudario”, selezionata al Premio Arte Laguna (1°fase 2012) e poi portata in mostra da Marco Testa al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC) dell’Università Sapienza di Roma nel 2013 nella mostra Voci dell’arte contemporanea a Roma.
La mostra presenta circa 20 Volumi di Dadamaino, realizzati tra il 1958 e il 1961. Con questo termine, che identifica le opere prodotte da Dadamaino a cavallo della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio degli anni Sessanta del Novecento (le prime che la fanno conoscere al pubblico, e con le quali passa in modo improvviso dal figurativo alla sperimentazione sul supporto), l’artista chiarisce fin dal nome il suo intento. Che è quello di lavorare sulla tridimensionalità dello spazio fisico, sull’estensione: non tagli o buchi, come nel lavoro che Fontana porta avanti da almeno dieci anni, o superfici, come nell’opera di Castellani, ma figure, quasi sempre ovoidali, ritagliate a mano sulla tela, dai contorni imprecisi, che svuotano la tela fino a rivelarne il telaio, trasformando il quadro in struttura pura, in cui il vuoto ha più spazio della tela. “1. Posizione postinformale e protodadaista, con distruzione critica della tela, 1958-1959” scrive Dadamaino nella note sintetiche di una sinossi con cui si presenta.
“Naturalmente Fontana ha avuto un ruolo determinante nella mia pittura. Se non fosse stato Fontana a perforare la tela, probabilmente non avrei osato farlo neppure io. Sottrarre la materia, al punto da rendere visibili anche parti della tela (del telaio) per eliminare ogni elemento materiale, per privarla d’ogni retorica e ritornare così alla tabula rasa, alla purezza”. È l’artista stessa a dichiarare esplicitamente a chi deve il coraggio di rompere con la pittura, che non è solo la figurazione, ma anche il matericismo dell’informale, degli epigoni dell’espressionismo astratto americano, con il suo nucleo di tragicità interiore. È una fuga dalla materialità verso l’immaterialità, la sottrazione, una tabula rasa per ricominciare su nuove basi. “Così sulle tele pulite operai grandi squarci ovoidali, a volte uno solo, grande come tutto il quadro. Dopo questo atto liberatorio rimasi perplessa, sul come proseguire. Il come lo trovai interessandomi al futurismo…I meravigliosi insegnamenti futuristi, chissà perché dimenticati, erano i più vivi e veri che si potessero raccogliere. Pensando a ciò guardai i miei lavori. Dietro i grandi buchi vedevo un muro pieno di luci e ombre che vibravano e si muovevano. Ecco la cosa da cercare e da seguire. L’arte era stata sinora statica, tranne che per pochi pionieri, bisognava farla ridiventare dinamica e con mezzi conseguenti alle più recenti esperienze tecnico scientifiche, stabilito che si può fare dell’arte con qualsiasi mezzo”.
E tuttavia, nonostante il debito riconosciuto, i volumi di Dadamaino sono altra cosa dai tagli e dai buchi, non solo nelle dimensioni e nell’estensione, ma anche nell’eliminazione di qualsiasi aspetto pittorico, cromatico, sensibile, scegliendo invece un’assenza di colore, il nero o il bianco, che diventa sottrazione totale, assenza.
La mostra prosegue con opere del ’60, l’anno di una prima svolta nel lavoro sui “volumi”: non più una o due forme irregolari organizzate sulla tela in modo apparentemente casuale, ma una serie di cerchi precisi, probabilmente ottenuti con uno stampo appoggiato alla tela, ripartiti in modo omogeneo, con rigore formale, geometrico, come a rifiutare qualsiasi casualità, qualsiasi riferimento all’informale.
E subito dopo, sempre nel ’60, un anno di svolta, Dadamaino trova nuovi sviluppi alla sua ricerca sulla geometria in un materiale nuovo, la plastica, e in particolare nei “fogli” di rhodoid delle tende da doccia, che sovrappone uno sull’altro a tre o a quattro, montati su un un telaio di carta millimetrata. Sono i volumi a moduli sfasati, in cui i buchi sembrano muoversi, vibrare dinamicamente, animare la trasparenza del foglio. È un movimento ottico interiore, un gioco di illusioni, un battito tachicardico, realizzato con un materiale che rivela potenzialità inedite: “mentre operavo il montaggio, bastava il calore della mano a sfasare la tramatura e a creare una serie di immagini sovrapposte ma sfumate”. È la rottura definitiva con il “mondo antico” del pittore.