di Laura Colombo e Sara Gandini

 

Che cosa vuole una donna?” si chiede Freud davanti all’enigma del desiderio femminile, domanda che da allora attraversa la storia e che gli uomini hanno interpretato in modi diversi, raramente mettendosi in ascolto di lei. L’emancipazione, che assimila le donne a un gruppo sociale svantaggiato e oppresso, è la classica risposta assunta dalla sinistra progressista. Non si può essere più lontani di così dal desiderio femminile. Già nel 1942, Sibilla Aleramo scriveva: «Stranezza e tristezza degli equivoci che si perpetuano! Il femminismo sorse per la coscienza di un malessere diffuso e oscuro: ma quasi immediatamente batté false strade. Si credette che l’emancipazione della donna consistesse nell’emulare l’uomo… rifiutandosi di riconoscere la legittimità di una interiore autonomia e ricercare i modi per effettuarla. Se si trattasse invece di somigliare a se stesse? Se fosse tutto in noi da creare, da estrarre alla luce?». Così dalla fine degli anni ’60, volendo cambiare il mondo, le donne hanno iniziato a cambiare se stesse, in una relazione privilegiata donna con donna. Ecco che la lotta femminista diventa movimento di appropriazione di sé e della propria vita, diventa politica che mira a cambiare il senso comune della cultura corrente, perché la libertà femminile sia accettata e vissuta come un guadagno per tutti. Non è essenzialmente una questione di diritti e parità (parità con chi?), ma di simbolico, linguaggio, significati che circolano. Come ha scritto recentemente Luisa Muraro criticando le scelte editoriali di Internazionale, «il femminismo convenzionale è conforme al capitalismo perché promuove parità in vista della competizione e del profitto. Obiettivo che può durare all’infinito perché la parità è un miraggio.» (http://www.libreriadelledonne.it/la-fiducia-delle-donne/)

«L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sé da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli» scrive Carla Lonzi negli anni ’70. Porre l’uguaglianza come orizzonte politico significa assumere una prospettiva limitata e limitante. L’orizzonte più in grande non ha paura della differenza, anzi, traduce la retorica della discriminazione femminile in qualcos’altro, puntando sul quel “di più” che le donne sanno mettere in gioco. Sempre Carla Lonzi scrive: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!».

Questo è l’orizzonte della politica delle donne, che oltre alla parità guadagna libertà, giustizia e felicità attraverso un ripensamento radicale delle relazioni tra donne, della forza che ne deriva, del proprio valore e delle scelte che hanno più senso. Quello che la sinistra non capisce è che il femminismo italiano non è un prolungamento del femminismo dell’Ottocento, non è l’emancipazione femminile, che tanto piace ai progressisti (e ne accomoda gli animi), non è rivendicazione di diritti o desiderio di spartire il potere. Per il femminismo, o meglio, per il femminismo radicale, “donna è bello”: le donne esistono, non sono una creazione del patriarcato, del dominio sessista.

Le “politiche di genere” attuali sono un modo molto vago e deformante di riferirsi al desiderio di libertà femminile. Il linguaggio che usiamo per nominare le cose non è mai del tutto innocente e senza effetti. Per le istituzioni il movimento delle donne si traduce nella richiesta di parità e la risposta diventa il cosiddetto “femminismo di Stato”, che considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. Il femminismo radicale, al contrario, afferma la possibilità e la necessità di un agire politico che non si basa sulla ricerca del potere. La politica dei diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a un dato momento, che non valgono più. La politica basata sulla relazione, invece, è quella che può modificare gli atteggiamenti profondi delle persone.

Il femminismo di Stato, che oggi è diventato il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream, preme per la spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità e delle “quote rosa”, cose che piacciono tanto alla sinistra. Pensiamo alle lotte per avere il 50% di donne nei CdA o al parlamento, una risposta istituzionale all’avanzare del protagonismo femminile.

Il femminismo radicale, in continuità con quello degli inizi, vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire protagonismo a donne e uomini, contro il sistema di potere. Il punto essenziale è la forza simbolica di un’autorità non più identificata con il potere. Per capirlo possiamo pensare alla scuola di base, materna e primaria, dove ci sono insegnanti che si fanno carico dell’alfabetizzazione di bambine e bambini e delle tematiche interculturali, un lavoro che è stato penalizzato anche dai governi di sinistra, ma che sappiamo essere immenso e disconosciuto, volto all’inclusione, che lavora sui pregiudizi e le obiettive difficoltà quotidiane di bambini e genitori. È un ruolo di mediazione sul territorio di inestimabile valore, che civilizza e previene le tensioni che le amministrazioni faticano ad affrontare e che si potenzia con la partecipazione sempre più attiva di madri e padri nell’impresa della scuola. Noi proponiamo in primo luogo che questo lavoro ben fatto venga visto e valorizzato, che si sappia e si riconosca, perché troppe volte ci siamo ritrovati con nuovi ministri (destra e sinistra in questo sono alla pari) che hanno imposto riforme, ignorando le risorse e le risposte che già c’erano.

Il femminismo radicale punta a un cambio di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente, facendo leva sull’amore per la libertà femminile, ovvero libertà di pensare e agire in rispondenza ai propri desideri, e scommettendo sulle relazioni donna con donna. Ci riferiamo a La politica del desiderio, così come è stata raccontata in un libro bello e profondo da Lia Cigarini (Ed. Pratiche, 1995). L’accettazione, da parte di una donna, del proprio desiderio sorgivo fa parte di una scommessa radicale della nostra civiltà, perché il desiderio femminile per secoli è stato subordinato e represso. Il primato del rapporto tra donne è una delle intuizioni all’origine della pratica femminista del fare società femminile, insieme alle genealogie, all’ordine simbolico della madre e al privilegio di nascere dello stesso sesso della madre. Rispetto al “siamo tutte uguali” della sinistra progressista, che appiattisce e neutralizza, preferiamo ragionare su cosa capita quando vediamo presentarsi un’altra donna che ha qualità particolari, che ha un’idea illuminante, una che si fa rispettare e sa fare ordine dicendo la cosa giusta in faccia a chi sta sbagliando, una che inventa qualcosa di buono. Noi vogliamo che venga riconosciuto il suo valore e chiediamo ammirazione, sostegno, forza, perché il gesto politico di riconoscere all’altra un “di più” crea società femminile, innesca un cambio di civiltà.

È importante saper vedere e valorizzare le qualità delle donne, riconoscere loro forza mettendola in parole quando ci capita di osservarla, anche perché altrimenti lo fa il capitale, e sa farlo bene, come lucidamente scrive Naomi Klein in No logo, sottolineando come gli atti simbolici e culturali hanno un vero potere politico. Le qualità di donne e uomini sono strumentalizzate, fuorviate, ingannate dalla logica del capitale. Il capitalismo mercifica anche la libertà femminile e persino la lotta contro la violenza maschile sulle donne. Questo ne è un piccolo e singolare esempio: recentemente è nata un’impresa che usa le lotte delle donne per pubblicizzare un braccialetto di gomma. Nel messaggio pubblicitario, grazie alla dichiarazione di destinare il 10% degli utili alla realizzazione di progetti sociali, l’impresa strumentalizza l’insofferenza del femminismo rispetto ai media mainstream, che raccontano la violenza sulla donne solo in termini di miseria femminile. Il capitalismo, sensibile ai cambiamenti della società, sfrutta l’esigenza di cambiare l’immaginario sulla violenza sessista, oramai diventato senso comune, rendendola oggetto di mercato: grazie al braccialetto, lei possiederà magicamente la forza necessaria per trasformarsi in un’invincibile eroina. Queste operazioni si chiamano pinkwashing, ovvero una passata di rosa per fare sembrare più bello qualcosa di profondamente grigio, e sono un mercato in espansione. Così nominare la violenza sulle donne diventa un buon messaggio pubblicitario anche per un governo, un partito, una riforma e per il mercato del lavoro, con il terzo settore e i suoi nuovi professionisti dell’antiviolenza. Peccato che al centro del discorso ci siano le donne, ampiamente descritte e trattate come vittime, e mai la violenza e la sessualità maschile.

 

La lotta per la libertà femminile non ha molto a che fare neppure con quel nuovo femminismo moralista nato con il movimento Se non ora quando, in occasione degli scandali in cui era coinvolto Berlusconi. Così come abbiamo imparato che la contrapposizione tra noi e le donne che subiscono violenza, le vittime, non funziona, respingiamo la separazione fra donne “per bene” e “per male” perché umanamente e politicamente sbagliata. Quando su Facebook si faceva il gioco di assumere identità storiche, nella preparazione delle manifestazioni, evocando i nomi di grandi donne del passato: “Io sono Carla Lonzi”, “Io sono Rosa Luxemburg”, “Io sono Sibilla Aleramo”, noi ci siamo assunte l’identità: “Io sono Ruby Rubacuori” e in piazza siamo scese con il suo rossetto rosso. Noi diciamo che su questi temi la cosa davvero in questione è la miseria maschile e il nesso sesso-denaro-potere, intrinseco alla politica attuale, e non le donne che si vendono.

 

La sinistra non ha saputo cogliere, nemmeno a quel tempo, l’occasione per cominciare a riflettere sul potere che si fonda su un dominio antico, quello di un sesso sull’altro. Come scriveva Ida Dominijanni, «nessun uomo pubblico è riuscito a dire una sola parola dotata di senso sul rapporto fra le esibizioni sessuali di Berlusconi e la sua concezione della sovranità. È un atto mancato non da poco, nella sinistra istituzionale. Dove il massimo che abbiamo ottenuto è stata l’offerta tardo-paternalistica, o tardo-cavalleresca, dei dirigenti del Pd che scendevano in piazza – cito testualmente – “per difendere la dignità delle nostre mogli e delle nostre figlie”. E la dignità delle altre? E la loro dignità? La dignità degli uomini, a me pareva ben più compromessa della nostra dai comportamenti di Berlusconi». All’epoca degli scandali berlusconiani, in pochi (si trova un’interessante rassegna stampa su questo tema nel sito di Maschile Plurale) sottolineavano la necessità di «riportare a discorso pubblico (e politico) le forme del  desiderio maschile (che è più antico delle televisioni del Biscione), l’idea stessa di relazioni, di potere, di libertà», come scriveva Andrea Bianchi. «Dovremmo cercare di farlo insieme in quella dimensione collettiva che è poi la politica. E lo dovremmo fare come uomini prima ancora che come cittadini».

 

Ritornando alla domanda “Cosa vogliono le donne?” siamo sicure che saranno sempre di più le donne in carne ed ossa a dirlo, se ci poniamo nella giusta attenzione, se modifichiamo i parametri interpretativi e se le donne assumono il proprio desiderio sorgivo e dando valore alle relazioni con le proprie simili. Più che la decrescita economica noi proponiamo alla sinistra di pensare seriamente alla “decrescita del maschio” da tutte le posizioni spropositate che ha preso, mettendo in pericolo l’umanità intera. Ma è importante che le donne prendano il coraggio di dire la loro verità e per questo c’è il femminismo. Dietro questa parola ci sono esperienze, parole, racconti a cui donne e uomini possono attingere, perché le donne possano prendere il coraggio di essere se stesse e gli uomini scoprano la bellezza che regala loro l’avvento della libertà femminile.

 

Insomma, il femminismo radicale e i desideri delle donne regalano alla sinistra occasioni d’oro per ripensarsi. Speriamo che prima o poi impari a coglierle. A noi piacerebbe recuperare l’orgoglio di poterci dire “di sinistra”, oltre che “femministe”.

 

Contributo Laura e Sara dal Calendario del Popolo

 

di Paola d’Agostino

 

Dalla città dei diari tracciata in mezzo all’Appennino tosco-emiliano, quello della Linea Gotica, per intenderci, cancellata dai bombardamenti e poi riscritta, sono tornata in aereo con le mani letteralmente aggrappate alla copertina di un libro, che poi libro non è. Gnanca na busia, neanche una bugia, si chiamava il lenzuolo-diario che Clelia Marchi, contadina del mantovano, regalò nel 1986 a Saverio Tutino, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Poi la Fondazione Mondadori trascrisse il lenzuolo in un libro, ripubblicato in seguito dal Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Dove l’autrice ricostruisce la propria biografia di nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia. Materia. Nella cultura contadina tutto ciò che è valido deve essere materia. E perciò Clelia nel suo diario-lenzuolo dice: “Venitemi à trovare che ò: 15.chili di carta scritta che ò incominciato nel .1972.a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male”.

Male, sì, perché Clelia era semi-analfabeta, la scrittura le si era disegnata dentro come necessità di raccontare, ma regole ne conosceva poche: “non offendeteVi; che sono andata à scquola, solo in 2a elementare […] si sa che quando poco a scquola poco si va; poco si sa!”

In copertina due mani anziane, incrociate, riposano su una trama fitta di parole distese all’incontrario, come se fosse il tessuto poggiato sulle gambe della ricamatrice, Clelia o qualunque altra. Per questo non riuscivo a togliere le mie, di mani, da quella copertina. Era come se toccando quelle dita con le mie riuscissi a stabilire un contatto con le donne di altre generazioni, quelle che un tempo ricamarono per noi cifre e disegni su lenzuola di lino che ancora oggi ci portiamo a letto distrattamente.

In principio erano le cifre, pensavo. Le iniziali che si ricamavano sui baveri delle lenzuola a personalizzare la notte. Così a Clelia in una notte insonne deve essere venuto in mente di usare quelle cifre, lettere sempre ben disegnate, per comporre una storia intera sul lenzuolo migliore, che ormai era inutilizzato, inutile, perché suo marito era morto.

Perché è vero che quelle lenzuola lì, quelle del corredo, la madre o la nonna le preparavano alle ragazze in previsione delle nozze, e quindi erano in qualche modo destinate (anche o soprattutto) all’uomo che le avrebbe condivise. Erano custodite in bauli che attendevano pazienti la prima notte e poi tutte le altre notti maritate. E a usare quelle lenzuola in letti solitari doveva parer di infrangere un sacro rituale, un po’ come profanare l’altare dei Penati, commettendo empietà contro il candore ormai anacronistico di quelle mani che ricamavano i giorni, i pomeriggi d’inverno, o l’estate su spiagge divise per genere da una rete.

Oggi, che non ci si sposa quasi più, a casa a ricamare non ci restiamo, ce ne andiamo in giro ovunque come le cattive bambine degli slogan femministi, e il nostro modo di incidere un senso ai giorni è la scrittura, il nostro spettro intimo da disegnare. Figli quasi non ne facciamo, ma se proprio dovessimo averne uno, il corredo è l’ultimo degli scampoli di civiltà che ci verrebbe di trasmettergli, al massimo gli pieghiamo in valigia un lenzuolo low-cost su cui la scrittura probabilmente farebbe fatica a fissarsi, perché quel tessuto industriale è una trama plastificata come tutto il resto.

Avere figli o non averne, del resto, è stato lo spartiacque tra due modi di scrivere un’autobiografia al femminile. E il diario di Clelia è anche un diario di quello spartiacque, di quel momento in cui ogni donna si interrogava sulla possibilità di scegliere in che modo cullare la materia del proprio corpo. Clelia, come molte donne del suo tempo, non ammetteva l’idea dell’aborto: “ma cose questo andamento di vita, vogliono divertirsi niente figli sarebbe comoda la vita; ma volere abbordire per me: è come uccidere una persona”. Era l’84, quando Clelia ricamava le sue considerazioni sull’amore coniugale e filiale: venti anni dopo i Comizi d’amore di Pasolini l’Italia interna era ancorata a se stessa cercando di difendere una tradizione cattolica dura a scomparire.

Intanto, nel 1978 Ermanno Olmi aveva filmato L’albero degli zoccoli con la nostalgia con cui si evoca un mondo perduto. E come nella cascina di Olmi nelle notti difficili a passare ci si riuniva a raccontare storie per lenire l’ansia, così la ricamatrice vedova in un buio particolarmente denso di ricordi decide di prendere in mano il lenzuolo e condividere quelle memorie. Il film lo aveva visto di sicuro, se a un certo punto del suo diario scrive al centro di una riga, incidentale come tra parentesi “<Questo è il vero albero degli zoccoli vero sincero>”. E abbandona così la tradizione orale, ma lo fa portandosi dietro un’altra tradizione, tutta femminile, che è quella del ricamo. Ecco perché presenta i suoi scritti ad un lettore ideale come una ricamatrice mostrerebbe l’ultimo disegno ad un’amica.

Nelle righe 128 e 129 del lenzuolo dice così: “ Leggetelo pure quello che c è scritto su questo: <Libro Lenzuolo> anche se è scritto male; l’ò scritto di notte come o detto; non dormo: e non che mi viene in mente tante cose della mia, ò nostra vita le scrivo; certo che per tante che ne scrivi ne rimane in dietro: ma cosa serva a scrivere se nessuno li guarda, ò li legge;”.

Lo sguardo viene prima della lettura. Per Clelia, di sicuro. Le parole sono materia ricamata su una trama bianca. Come una città è un disegno inciso lungo le linee verdi dell’Appennino. Sembra di arrivare così al punto luminoso in cui comincia la scrittura.

Dicono che i diari siano la forma meno codificata della scrittura, la più istintiva, la più ingenua. Ma non è vero, e non lo è soprattutto guardando l’arazzo di parole che ospita Gnanca na Busia. Secondo la versione ufficiale, quando la carta era finita Clelia aveva deciso di usare come supporto il lenzuolo. Ma io non ci credo.

Dopo aver scritto “15 chili” di diari con copertine che lei stessa aveva rivestito all’uncinetto, Clelia decide, secondo me, di scrivere il libro-lenzuolo nella totale consapevolezza di star componendo un ricamo di parole, ed è probabilmente per questo che le righe sono numerate, perché doveva trascriverle da un disegno precedentemente appurato.

La superficie del lenzuolo è divisa tra corpo del ricamo scritto in 185 righe orizzontali che occupano l’intera larghezza del lenzuolo – la lunga storia in prosa – e 9 poesie su altrettante colonne verticali parallele che disegnano a mo’ di merletto il bordo inferiore – come l’orlo ricamato all’uncinetto che all’estremità di un lenzuolo ne segna il limite. Come se la poesia fosse il lato decorativo della storia, la verità della materia abbellita da trine e merletti.

E dunque prima di iniziare a comporre l’arazzo, Clelia ha avuto in mente il quadro d’insieme, il disegno complessivo di quel ricamo che ha scritto in forma di diario, autobiografia incisa, dando alla scrittura l’essenza magica e concreta che hanno certe opere di artigianato e che certa scrittura sembra aver perso.

Poi bisognerebbe parlare di Jung, della scrittura dell’inconscio, e di altre esperienze simili in Brasile, per esempio, o nei tappeti delle donne africane. Ma per oggi mi fermo qui. Posiziono l’ago del cursore sotto l’ultimo carattere digitato, come un punto, e chiudo il rigo, lo ripongo.

 

di Alessandra Pigliaru

 

Post patriarcato. Un’intervista con la filosofa tedesca Heide Göttner-Abendroth. L’antropologa femminista è in Italia per presentare il suo importante volume «Le società matriarcali»

Rispetto al senso comune che spesso con­fonde il matriar­cato con un «domino delle madri», esi­ste una sto­ria del con­cetto dif­fe­rente. Il ter­mine matriar­cato signi­fica infatti «all’inizio le madri», dal più antico signi­fi­cato di arché che con­cerne l’interrogazione dell’origine, dell’inizio – sia della vita bio­lo­gi­ca­mente intesa che della comu­nità sociale -, sot­traen­dosi alla pre­va­ri­ca­zione di un genere sull’altro. Ciò per­ché il matriar­cato non ha mai neces­si­tato di sopraf­fa­zioni ege­mo­ni­che sui viventi e ha avuto una espli­ci­ta­zione sto­rica ben diversa da quella del patriar­cato. È in que­sta strin­gente logica della defi­ni­zione che vanno letti gli esiti assunti dai moderni «Studi Matriar­cali» fon­dati alla fine degli anni Set­tanta dalla filo­sofa tede­sca Heide Göttner-Abendroth e che risul­tano cen­trali nel dibat­tito con­tem­po­ra­neo inter­na­zio­nale sul tema. Rispetto agli studi pre­ce­denti, per la filo­sofa si tratta di osser­vare modelli sociali anti­chi (che dalla più nota forma sud-asiatica si sono dif­fusi in India, Per­sia, Egitto e nelle zone del Medi­ter­ra­neo orien­tale, com­presa la Gre­cia) e di veri­fi­care l’esistenza di società matriar­cali che ancora per­si­stono indi­cando pra­ti­che ed ele­menti capaci di inter­ro­gare le attuali società occi­den­tali. Dotati di una salda strut­tura teo­rica e pra­tica, gli studi matriar­cali sono dun­que da con­si­de­rarsi nella forma di ricerca socio-culturale cri­tica. Il primo approc­cio di Göttner-Abendroth risale al 1978, quando pro­pone una meto­do­lo­gia per inda­gare i matriar­cati, fon­data sul dop­pio bina­rio dell’interdisciplinarietà e della cri­tica radi­cale all’ideologia patriar­cale. Nel suo primo lavoro del 1980, Die Göt­tin und ihr Heros (The God­dess and Her Heros, 1995), stu­dia le tra­sfor­ma­zioni della mito­lo­gia matriar­cale ricol­lo­can­dola nelle diverse fasi storico-sociali. È tut­ta­via nell’opera in più volumi, Das Matriar­chat com­parsa tra il 1988 e il 2000, che appro­fon­di­sce i modelli strut­tu­rali matriar­cali sotto il pro­filo sociale, poli­tico ed eco­no­mico per esten­derli poi a livello cul­tu­rale. La forma matriar­cale di una società pre­vede un’economia bilan­ciata, cioè la distri­bu­zione dei beni e la mutua­lità eco­no­mica; a livello sociale, la discen­denza matri­li­neare all’interno di un con­te­sto di oriz­zon­ta­lità non gerar­chica; infine, una forte incli­na­zione spi­ri­tuale che attra­versa ogni aspetto della vita e che pog­gia sul divino fem­mi­nile. Da qual­che anno a que­sta parte gli studi matriar­cali cono­scono una for­tu­nata rice­zione anche in Ita­lia gra­zie ad alcune asso­cia­zioni di donne che instan­ca­bil­mente por­tano avanti diverse ini­zia­tive e inte­res­santi e utili libri, come Matriar­ché a cura di Fran­ce­sca Colom­bini e Monica Di Ber­nardo. Heide Göttner-Abendroth è stata in Ita­lia (Verona, Pistoia, Milano, Bolo­gna, Torino e Bol­sena) per discu­tere delle sue ricer­che. Il 9 otto­bre ha pre­sen­tato il suo volume tra­dotto in ita­liano Le società matriar­cali. Studi sulle cul­ture indi­gene del mondo (Vene­xia, pp. 712, euro 28) alla Casa inter­na­zio­nale delle donne di Roma e il giorno seguente, sem­pre nella stessa sede, ha tenuto un work­shop con la par­te­ci­pa­zione di Gene­viève Vau­ghan, filo­sofa dell’economia del dono, e Cecile Kel­ler, esperta di medi­cina matriarcale.

 

Per­ché par­lare di matriar­cato oggi?

Le società matriar­cali pos­sono inse­gnarci a supe­rare il distrut­tivo mondo tardo-patriarcale che stiamo vivendo oggi. Sono forme matri­cen­tri­che che si fon­dano sull’uguaglianza tra i generi e sulla col­la­bo­ra­zione tra le gene­ra­zioni. In que­sto senso sono società egua­li­ta­rie che non pos­sie­dono gerar­chie né classi e nes­sun genere domina sull’altro; non sono un rove­scia­mento del patriar­cato, come il solito errore di inter­pre­ta­zione pre­ve­drebbe. Sono basate su valori materni come il pren­dersi cura, il nutri­mento, la cen­tra­lità del materno, la pace attra­verso la media­zione e la non vio­lenza; sono valori che val­gono per tutti: per chi è madre e per chi non lo è, per le donne e per gli uomini. Il con­cetto matriar­cale della cen­tra­lità del materno non è cor­ri­sponde a quell’immagine roman­tica spesso vei­co­lata dal patriar­cato, di una fin­zione che sva­luta i valori materni per farli appa­rire alla stre­gua di que­stioni sen­ti­men­tali. Le società matriar­cali, in linea di prin­ci­pio sono orien­tate verso il biso­gno invece che verso il potere, sono più rea­li­sti­che per­ché con­sa­pe­voli del valore materno, che è molto più appro­priato alla con­di­zione umana rispetto al patriar­cato che tende a sop­pri­mere le donne, e in par­ti­co­lare le madri.

 

Ha inse­gnato all’università ma il discorso sul matriar­cato neces­si­tava di una radi­ca­lità poli­tica dif­fi­cil­mente per­cor­ri­bile den­tro l’accademia. Qual è stata la sua esperienza?

Dopo aver com­ple­tato il mio dot­to­rato di ricerca in filo­so­fia all’Università di Monaco, ho lì inse­gnato filo­so­fia della scienza per dieci anni. Poi ho lasciato il sistema uni­ver­si­ta­rio, per­ché avevo tro­vato un com­pito molto più impor­tante e social­mente rile­vante. Nel 1976, ho ini­ziato un lavoro pio­nie­ri­stico, insieme alle mie col­le­ghe, fon­dando gli Women’s Stu­dies in Ger­ma­nia, e in que­sto con­te­sto ho pre­sen­tato per la prima volta un’illustrazione della mia ricerca sulle società matriar­cali. Avevo ini­ziato a svi­lup­pare una teo­ria delle società matriar­cali già da quando avevo 25 anni, uti­liz­zando tutte le biblio­te­che delle diverse disci­pline e viag­giando molto per visi­tare diversi siti archeo­lo­gici. Dal 1983 in poi, mi sono dedi­cata com­ple­ta­mente a que­sto com­pito che non era rico­no­sciuto da nes­suna uni­ver­sità in Ger­ma­nia e in Europa. Ma un altro pub­blico era molto inte­res­sato: il mio libro ha segnato l’inizio della discus­sione sulle società cen­trate sulle donne e sul matriar­cato nella seconda ondata del movi­mento fem­mi­ni­sta tede­sco, per dif­fon­dersi suc­ces­si­va­mente in tutto il mondo gra­zie alle tante donne che si sono mostrate for­te­mente interessate.

 

Pro­pone una meto­do­lo­gia pre­cisa tra teo­resi e prassi e riper­corre bre­ve­mente anche i primi ten­ta­tivi «tra­di­zio­nali» sul matriar­cato. Che cosa non ha fun­zio­nato in quelle analisi?

Ero ben con­sa­pe­vole che que­sto dibat­tito aveva avuto una lunga tra­di­zione in Europa, andando indie­tro per quanto riguarda il lavoro dello sto­rico della cul­tura JJ Bacho­fen, che è uscito nel 1861, e all’estero con la famosa opera antro­po­lo­gica di HL Mor­gan del 1851. Per più di un secolo, la discus­sione sul diritto materno e sul matriar­cato ha pro­se­guito: que­sto tema era stato usato e abu­sato da tutte le scuole intel­let­tuali di pen­siero, ognuna con il suo diverso e netto punto di vista. Quello che mi pre­oc­cu­pava di più di que­sta rice­zione delle idee sul matriar­cato era la totale man­canza di una chiara defi­ni­zione della que­stione, la man­canza di una meto­do­lo­gia di svi­luppo e soprat­tutto di un qua­dro scien­ti­fico teo­rico. Così è acca­duto che l’immagine di essenza della donna in quel periodo si è insi­nuata nell’idea di matriar­cato, e una quan­tità enorme di emo­zioni legate tut­ta­via all’ideologia patriar­cale sono state coin­volte nella discus­sione. Que­sta com­bi­na­zione di defi­ni­zioni poco chiare, emo­ti­vità ecces­siva e pre­giu­di­zio patriar­cale, si veri­fica ancora oggi quando si avviano rifles­sioni sull’argomento. Dopo aver intuito quanto l’argomento sia stato distorto, ho deciso di indi­riz­zare la ricerca verso tutte le forme di società non patriar­cali, sia pas­sate che pre­senti, di defi­nire quindi un moderno fon­da­mento scien­ti­fico basato su una defi­ni­zione nuova e ade­guata di matriar­cato. Que­sta è stata la crea­zione dei «moderni studi matriar­cali», un nuovo campo di cono­scenza che è cri­tico dell’ideologia patriarcale.

 

In che modo il matriar­cato può essere con­si­de­rato un movi­mento di libe­ra­zione per donne e uomini? Ha in mente pra­ti­che precise?

Sta diven­tando sem­pre più chiaro che que­sto modello cul­tu­rale radi­cal­mente diverso avrà grande impor­tanza per il futuro delle donne, delle madri e degli uomini, cioè del genere umano in gene­rale. Nella vita sociale, ciò signi­fica sfug­gire alla cre­scente fram­men­ta­zione della società – lad­dove siamo tra­sci­nati verso il basso in uno stato di sepa­ra­zione e soli­tu­dine che ammala. Piut­to­sto, signi­fica svi­lup­pare strut­ture che pro­muo­vono diversi tipi di comu­nità inten­zio­nali o di affi­nità, come comuni, alleanze di vici­nato e reti sociali. Il prin­ci­pio matriar­cale è che cia­scuno dei gruppi basati su affi­nità poli­ti­che e di intenti è gene­ral­mente avviato, soste­nuto e con­dotto da donne. I cri­teri deter­mi­nanti sono le esi­genze delle donne e dei bam­bini, che sono il futuro dell’umanità (rispetto alle aspi­ra­zioni di «potenza» e «viri­lità» degli uomini). Nei nuovi matri-clan gli uomini saranno pie­na­mente inte­grati, ma secondo un sistema di valori diverso, cioè quello basato sulla cura reci­proca e l’amore. L’economia quindi non potrà più rin­cor­rere l’ulteriore aumento della grande indu­stria, delle espan­sioni mili­tari e del cosid­detto «livello di vita», per­ché verrà con­si­de­rato il peri­colo della com­pleta distru­zione della bio­sfera e della vita sulla terra. Ne deriva quindi una pro­spet­tiva alter­na­tiva; in com­bi­na­zione con una eco­no­mia del dono e di sus­si­stenza locale e regio­nale che darebbe indi­pen­denza eco­no­mica alle per­sone. La qua­lità della vita ha pre­ce­denza sul con­cetto di quantità.

 

Rico­no­sce la mas­sima impor­tanza degli studi por­tati avanti dai ricer­ca­tori indi­geni sulle pro­prie società. Come è comin­ciata que­sta collaborazione?

Durante i miei nume­rosi viaggi ho incon­trato per­sone pro­ve­nienti da diverse società matriar­cali ancora esi­stenti, e alcuni di loro sono stu­diosi che stanno facendo ricer­che sulla pro­pria società. Molti di loro aper­ta­mente chia­mano le pro­prie società matriar­cali, così come gli Iro­chesi del Nord Ame­rica, i Minan­g­ka­bau di Suma­tra (Indo­ne­sia), e i Moso della Cina occi­den­tale. I loro studi si inter­se­cano con gli studi fem­mi­ni­sti in que­sto campo, e come le fem­mi­ni­ste, sono molto cri­tici verso l’ideologia patriar­cale che ha pesan­te­mente distorto la com­pren­sione delle loro società.

 

Ha visi­tato i Moso nel sud-ovest della Cina. Come è stato incontrarli?

È stato magni­fico incon­trare per­sone che vivono ancora pie­na­mente le loro tra­di­zioni matriar­cali. Sono ben con­sa­pe­voli che i modelli patriar­cali stanno lavo­rando a danno delle donne in Cina. Così, la mag­gior parte dei Moso – come altri popoli matriar­cali – ten­gono strette le loro tra­di­zioni, anche se sono pesan­te­mente oppressi dal governo cinese cen­trale. La mia ami­ci­zia con loro e con altre donne e uomini matriar­cali ha pro­se­guito nel corso degli anni. Uno dei risul­tati è stato la rea­liz­za­zione di tre grandi con­gressi, dove hanno pre­sen­tato il loro modo di vivere. Così, nel 2003, il primo con­gresso mon­diale sui moderni studi matriar­cali ha avuto luogo in Lus­sem­burgo e ha riu­nito per la prima volta stu­diosi inter­na­zio­nali e indi­geni, che fino a quel momento ave­vano lavo­rato sul tema in un certo iso­la­mento. Nel 2005, il secondo con­gresso mon­diale ha avuto luogo negli Stati Uniti, e ha riu­nito un mag­gior numero di stu­diosi matriar­cali indi­geni arri­vati dall’Asia, dall’Africa e dalle Ame­ri­che. Il terzo grande con­gresso, svol­tosi nel 2011 in Sviz­zera, è stato dedi­cato alla Poli­tica Matriar­cale, e stu­diosi occi­den­tali, indi­geni e atti­vi­sti poli­tici si sono incon­trati per discu­tere di pra­ti­che basate sui risul­tati delle con­fe­renze pre­ce­denti, per ren­dere la sag­gezza matriar­cale uno stile di vita frui­bile per il pre­sente. In que­sto modo, insieme a eccel­lenti donne e uomini impe­gnati in tante parti del mondo, il para­digma matriar­cale ha comin­ciato a cir­co­lare e con­ti­nua a svi­lup­parsi. Si tratta di una pro­spet­tiva com­ple­ta­mente nuova della società e della sto­ria. Tutti i con­tri­buti di que­sti con­gressi sono stati pub­bli­cati in inglese nel libro Socie­ties of Peace (2009) e su web: www​.kon​gress​-matriar​cha​tspo​li​tik​.ch.

 

(il manifesto, 15 ottobre 2014)

di Paola Rudan

Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su «Il Manifesto» del 16 ottobre 2015 con il titolo Le armi della libertà femminile

In una recente intervista dal fronte realizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unità di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico è un nemico dell’umanità. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane è il confine globale che separa la civiltà dalla barbarie. C’è qualcosa di spiazzante in queste parole perché sono le stesse che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall’Afghanistan all’Iraq alle periferie delle città americane ed europee, in nome della «duratura libertà» di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma è altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo più davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libertà – anche quella delle donne oppresse dall’integralismo talebano –, ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse. Quest’osservazione, però, non basta a quietare il senso di spiazzamento. È davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libertà? Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi è sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all’invasione statunitense dell’Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra?

Le fila delle Unità di protezione del popolo contano 45mila unità, il 35% sono donne. Quasi 16mila guerriere contraddicono praticamente ogni legame sostanziale tra il sesso, la guerra o la pace. Si tratta, per la maggior parte, di curde siriane, ma ogni giorno nuove combattenti provenienti dalla Turchia e dalla Siria, non soltanto curde, si uniscono alle YPJ. Un detonatore per questa ondata di reclutamenti è stata la presa del Sinjar da parte dello Stato islamico, lo scorso 3 agosto. Migliaia di donne curde yezidi sono state catturate. Quelle che non sono state uccise per essersi ribellate o aver tentato di fuggire e quelle che non si sono uccise per scampare al proprio destino sono state stuprate, ridotte in schiavitù e vendute a combattenti ed emiri al solo scopo di soddisfare le loro esigenze sessuali e la necessità di produrre e allevare martiri jihadisti. Centinaia di bambini sono stati catturati e rinchiusi in scuole coraniche per essere trasformati in combattenti. Dietro all’odio sfrenato dell’IS nei confronti delle donne – obbligate da norme ferree che regolano il loro abbigliamento e limitano la loro mobilità, che le dichiarano «disponibili allo stupro» – c’è la loro riduzione a strumenti di riproduzione di un ordine violentemente patriarcale secondo una logica che, per quanto estremizzata e connotata confessionalmente, ha un carattere terribilmente globale.

A Kobane si sta perciò combattendo una «guerra di posizione» e questa definizione non ha nulla a che fare con le strategie militari. Il fatto è che in gioco c’è anche il posto che le donne occupano nel mondo e per questo le guerriere delle YPJ sono orgogliose di avere imbracciato le armi, come lo sono le loro madri organizzate nel gruppo Şehîd Jîn’. L’etica della cura di cui queste donne sono portatrici assume forme del tutto impreviste per chi, da questa parte del mondo, fa della cura qualcosa che riguarda la vita e che, per sua natura, nega la guerra. A Kobane, però, la guerra è la scelta obbligata per chi intende curarsi della propria vita e della propria libertà, della vita e della libertà dei propri compagni e compagne, della propria regione, delle proprie idee. Intervistata da Rozh Ahmad, che ha realizzato un bellissimo documentario dal fronte della Rojava, la madre di una combattente, che indossa il velo, racconta: «due delle mie figlie sono andate via nella stessa settimana. Una è entrata nelle YPJ, l’altra si è sposata. Per fortuna non mi preoccupo per quella che è nelle YPJ. Hanno buone idee e per noi è un onore avere una figlia nelle loro fila. La mia figlia sposata sta bene, ma sono ancora preoccupata per lei». Questa madre non dice quale sia la sua preoccupazione, ma possiamo immaginarlo dal racconto della sua figlia combattente: «la nostra società guardava le donne solo come buone casalinghe, le donne erano fatte su misura per gli uomini e rinchiuse in casa come schiave. Ora abbiamo appreso questa realtà amara. Ora siamo cambiate: viviamo, impariamo e combattiamo. Siamo soldatesse ora […] viviamo pienamente la nostra diversità».

Le donne combattenti di Kobane, in primo luogo, sono diverse da ciò che sono state. Le armi hanno segnato un cambiamento decisivo rispetto all’inesausta continuità della tradizione e forse anche rispetto alla «Carta del contratto sociale» della Rojava, che alle donne garantisce l’uguaglianza e la partecipazione attiva a ogni organo di autogoverno. Si tratta di un cambiamento che è dovuto, in una certa misura, alla spinta politica del PKK, nella cui «ideologia» si riconosce pienamente l’Alto consiglio delle donne del movimento di liberazione del Kurdistan. Come spiega Handan Çağlayan, la persistenza di consuetudini come il namus, l’obbligo di sorvegliare i corpi, i comportamenti e la sessualità delle donne da parte degli uomini, costituiva un grosso limite alla mobilitazione di massa in favore della causa curda. Il nesso stabilito da Öcalan tra la liberazione delle donne e la rivoluzione sociale (Woman and Family Question, 1992) non può comunque essere letto esclusivamente alla luce delle «strategie di mobilitazione», ma deve essere considerato allo stesso tempo una risposta a un massiccio protagonismo delle donne, anche nella guerra, a partire dalla fine degli anni ’80. Inoltre, il mancato riconoscimento della minoranza curda da parte della Siria ha prodotto nelle donne un sentimento di oppressione e, con esso, il senso della possibilità e della necessità della ribellione. Lo racconta chiaramente a Rozh Ahmad una delle combattenti intervistate: «noi ragazze curde eravamo costrette a parlare arabo tra di noi a scuola. Noi curdi eravamo oppressi, lo Stato controllava completamente le nostre vite. Ma ci siamo sempre ribellati contro tutto questo». Al di là dell’identificazione di queste donne con la causa curda c’è, però, qualcosa di più. Una di loro racconta che, secondo alcuni, le combattenti «sono tagliate fuori dalla vita sociale» perché hanno preso le armi. A loro risponde con orgoglio che, assieme alle sue compagne, ha «una vita molto più ricca di quello che loro possono pensare». Con orgoglio un’altra afferma che alcuni uomini, che non hanno avuto il coraggio di combattere, abbassano la testa al loro passaggio. Benché ciò passi in secondo piano rispetto all’impressionante resistenza che stanno opponendo all’IS, sembra che queste donne stiano portando avanti anche una battaglia sul fronte interno per affermare il loro diritto a conquistarsi la libertà.

È stata la partecipazione alla guerra che le ha portate a sentirsi uguali. Contro ogni retorica nazionalistica costruita sulla «difesa delle nostre donne», le guerriere delle YPJ hanno preso a difendere se stesse e hanno accettato il rischio di morire, senza per questo avere una felice propensione al martirio. Contro l’incredulità dei loro padri e dei loro fratelli che dubitavano della loro forza e ben oltre il formale riconoscimento della loro uguaglianza espresso nella costituzione della Rojava, queste donne hanno dimostrato di avere non solo la forza, ma anche il coraggio. A loro non piace la guerra, a loro non piace uccidere, a loro non piacciono le armi e lo ripetono nelle loro interviste. Una combattente racconta che pulire il suo fucile non era poi così difficile, ma per sparare ha dovuto superare la paura. Ognuna di queste donne ha combattuto prima di tutto contro una parte di sé, la propria «passività», come la chiama qualcuna, l’ignoranza di che cosa possa significare «essere una donna», per andare sul fronte di Kobane. Nessuna di loro era già libera, ciascuna di loro ha dovuto conquistarsi un pezzo di libertà.

Convinte che la guerra e la pratica della violenza non siano proprie delle donne, alcune potrebbero arrivare a negare che queste donne siano davvero tali. È già accaduto di fronte alle immagini di Lynndie, la fiera torturatrice di Abu Grahib. Tra lei e le combattenti della Rojava c’è un abisso, ma in entrambi i casi è chiaro che vi sono molti modi di stare al mondo come donne, al di là di qualsiasi destino tracciato dall’ordine simbolico del padre o da quello della madre. Convinte che l’uguaglianza non sia altro che l’espressione politicamente corretta del perpetuarsi di un potere sessuale sulle donne, altre potrebbero vedere in queste guerriere la riproduzione di un «modello maschile» di autonomia. Eppure, queste combattenti sono donne e per le donne combattono, contro una schiavitù che non indossa solo le maschere nere dell’IS e del suo fondamentalismo, ma che, come ricorda una di loro, arriva in Europa nelle vesti accettabili e colorate del capitalismo. Forse, allora, non è la storia di queste donne a essere inadeguata rispetto alle alte vette della libertà femminile. Forse sono i discorsi che donne e femministe hanno a disposizione a non essere all’altezza della storia delle combattenti di Kobane. Non si tratta, evidentemente, di fare della lotta armata il paradigma di ogni percorso di liberazione, né di dimenticare quanta oppressione e quanto sfruttamento passano per l’uguaglianza formale. Non si può neppure ignorare, però, che mentre rivendicano di essere «una brigata di sole donne che vivono in modo completamente indipendente», combattendo al fianco dei loro compagni sul fronte queste donne rivendicano e praticano l’uguaglianza e insegnano qualcosa agli uomini. C’è, in questo, qualcosa di profondamente sovversivo, che forse non sarà decisivo dal punto di vista militare ma senz’altro lo è dal punto di vista politico. Duemila donne, miseramente equipaggiate e con scarso appoggio internazionale, danno un contributo fondamentale alla difesa di una città asserragliata da novemila jihadisti ben armati. La loro forza – come ha ricordato la combattente delle YPJ Xwindar Tirêj – non è nei fucili ma nella determinazione. Certo, anche i loro compagni sono determinati, ma nell’uguaglianza femminile c’è qualcosa di più. È il volto e il corpo di quella determinazione a terrorizzare i combattenti dello Stato islamico convinti che, se saranno uccisi da una donna, non andranno in paradiso.

Così, mentre i miliziani dell’IS aspirano al paradiso, le donne di Kobane pretendono di portarlo sulla terra e, nel farlo, pongono domande davvero scomode al di qua di Kobane. Forse questo spiega il muto e fragoroso silenzio di molte donne e femministe di fronte a questa guerra e al ruolo delle Unità di protezione delle donne. Forse è più facile schierarsi nella guerra quando la parte delle donne è quella di vittime, quando il loro corpo è un terreno di battaglia, quando si fanno mediatrici e ambasciatrici di pace, quando sono uno fra i molti generi che subiscono la discriminazione e l’oppressione fondamentalistica, quando possono essere guardate come la metafora di una vulnerabilità che unisce il genere umano e rivela le bellicose pretese di dominio del soggetto Maschio, Bianco e Occidentale, quando sono esotici soggetti post-coloniali. Forse è più difficile prendere parte alla guerra quando significa ammettere che le stesse che danno la vita possono toglierla a colpi di mortaio, che le stesse che incarnano la pace possono decidere di armarsi e andare al fronte, che le stesse che si prendono cura possono colpire, che le stesse che dovrebbero contestare il potere lottano per prendere potere e lo fanno come donne. Mentre ridono e sparano, mentre riposano e danzano con tute mimetiche e foulard colorati, le donne combattenti di Kobane sembrano indicare il punto in cui ogni discorso formulato fin qui da donne e femministe rischia di sbriciolarsi sul fronte delle contraddizioni. Per questo, piuttosto che trincerarsi nel silenzio, vale forse la pena ascoltare e provare a capire la posta in gioco globale della guerra delle donne di Kobane.

(connessioniprecaria.org, 15 ottobre 2014)

La parte informativa di questo articolo è interessante, il commento politico è proprio sbagliato. Nel nostro sito abbiamo pubblicato un testo dal titolo: «Non si dica mai che la pace è più importante della giustizia». Non siamo pacifiste a oltranza.
(La redazione del sito)

Vita, avventure e morte di Francesca Woodman

da http://www.doppiozero.com

Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando “Sono una fotografa”. La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman…. leggi tutto


http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/vita-avventure-e-morte-di-francesca-woodman

Segnalato da Liliana Rampello

 

 

 

 

 

di Valentina Parisi,

«Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo», Bompiani. Origliando dalla viva voce dei protagonisti, e assemblando come in un collage, storie minime di «socialismo domestico», Svetlana Aleksievic prova a guardare l’Urss da una nuova prospettiva

 

Mosca, casa comune per il Narkomfin realizzata nel 1930 da Moisej Ginzburg e Ignatij Milinis, da «L’Avanguardia perduta», fotografie di Richard Pare, Jaca Book, 2007

 

(Alias, 12 ottobre 2014)

dal 23 ottobre 2014 al 20 novembre 2014


IL CIELO SULLA TERRA


Spazio Donizzetti50 Via Donizzetti 50 MONZA


LeoNilde Carabba, l’alchimista della luce, esporrà un’estesa scelta di opere in una personale di ampio respiro allo spazio Donizetti, 50 a Monza. Oltre alle opere pittoriche di vario formato e di varie epoche sarà esposta, per la prima volta in Italia, la cartella di grafiche “Materia Mistica” – stampa digitale a 7 colori con interventi manuali, stampate su carta Fabriano Artistico 300 gr. nell’atelier di Giovanni Leombianchi e con testo introduttivo di Cristina Muccioli che dice: “Della mistica l’autrice sente e condivide profondamente la partecipazione di ogni ente all’essenza trascendente che, appunto, la anima. Si tratta di un logos uranio, di un vero e proprio discorso celeste (aggettivo che nel linguaggio della scienza si attribuisce ai corpi astrali) che porta il Cielo sulla Terra, dentro le sue terre, in quel magma pacificato, luminoso e materico fatto di ocra gialla e rossa, di terra di Siena bruciata e bruno di Van Dyck che reca il nome di Materia Mistica, come a significare che l’anima consiste massimamente nel suo opposto, nella gravità e nella grevità della terra, humus in latino: da lì deriva la parola uomo”. La cartella è già stata esposta con successo presso la GARWAIN Verlag & Kunstprojekte Kallemback di Coblenza (Germania). Sarà a disposizione del pubblico anche il testo di un’intervista a cura di Chiara Cinelli che uscirà nel prossimo numero di Arte Medica.

di Tiziana Plebani

 

L’esperienza quotidiana e l’arte del vivere ci insegnano che non si superano un dolore, una ferita, un trauma se non attraverso un processo di rielaborazione e consapevolezza che, se affrontato pienamente, conduce a un di più: di sapere, di attenzione, di energia. Ripartire dalla ferita del Mose inflitta alla città, alla laguna e ai suoi abitanti significa dunque non limitarsi a indagare i fenomeni della corruzione e il pericoloso intreccio di politica e malaffare, denunciando i colpevoli: bisogna far sì che la città tutta e i suoi cittadini conoscano ampiamente le caratteristiche del progetto di difesa di Venezia e della laguna dalle acque alte costituito da schiere di paratoie mobili a scomparsa poste alle bocche di porto (MOSE), ciò che ha comportato nella modifica dell’ambiente lagunare, i suoi punti di forza, le ragioni dei suoi sostenitori, le sue debolezze e i rischi. È indispensabile che si conoscano i progetti alternativi, che vennero scartati al tempo, lo studio della società francese Principia, commissionato dal Comune di Venezia e che al tempo stesso esperti, non coinvolti nell’ampio cono grigio di omertà e cooptazione, rendano conto dell’attuale andamento delle maree, delle acque alte e dello stato della laguna. E che soprattutto si spieghi a tutta cittadinanza, anche a quella priva di competenze specifiche com’è la maggioranza, quali sono ora le possibili strade da imboccare: se è indispensabile oramai realizzare il completamento del progetto Mose oppure vi sono reali strategie alternative e compensative. Questo dibattito, non rinviabile e urgente data la situazione di rischio a cui è esposta la città dopo gli scavi alle bocche di porto, dovrebbe essere ampio e coinvolgente tutta la città con assemblee nei sestieri e anche a Mestre.

Ciò che nel passato non è stato fatto – sensibilizzare e coinvolgere i cittadini nella scelta di un progetto di difesa cruciale per la vita della città – va fatto ora, senza perdite di tempo, creando partecipazione reale, circolazione di saperi vitali per la vita di questa città e della sua laguna, facendo rinascere così il senso e il desiderio di una comunità che sa rigenerarsi, autogovernarsi e scegliere il meglio.

26 Giugno 2014

«Gli schiavi e le donne hanno cominciato a conoscersi solo quando sono diventati liberi». Con questa citazione di John Stewart Mill, Sofi Oksanen ha concluso il discorso ufficiale di apertura della Fiera del libro di Francoforte. Autrice di punta del Paese ospite, la Finlandia, Sofi Oksanen (nata nel 1977) è la star della Buchmesse: capelli tinti con colori fluo, abiti provocanti, trucco pesante. A qualcuno ricorda la trasgressiva (e tragica) figura della cantante Amy Winehouse. Di madre estone e padre finlandese, la Oksanen scrive in finlandese. I suoi libri sono tradotti in molti paesi, anche in Italia (Le vacche di Stalin e La purga da Guanda, il recente Quando i colombi scomparvero da Feltrinelli). Racconta, nei suoi romanzi, la tragedia dell’Estonia, passata nel giro di pochi anni dalla dominazione sovietica all’occupazione nazista e di nuovo ai sovietici. In questo alternarsi rapido e violento (fra il 1941 e il 1944) si consumano i destini dei patrioti, incerti se combattere il regime staliniano e accogliere i tedeschi come liberatori, o invece sabotare l’esercito hitleriano pur sapendo che il ritorno dei sovietici riporterà una condizione di schiavitù. Parla di libertà, la Oksanen, a qualunque costo: libertà per i popoli sottomessi a regimi dittatoriali; libertà per le donne, schiave da secoli. A chi le chiede della Russia di Putin, risponde: «Mi sembra sia tornata ai tempi di Stalin: anche oggi, come si è visto nella crisi dell’Ucraina, chi è contro Mosca è fascista. Sono fascisti gli omosessuali, gli occidentali, le donne». Si professa femminista. E oggi non accetta più di parlare delle donne come «vittime»: «Le donne sono sopravvissute alla schiavitù; oggi hanno la capacità di non essere più vittime».

 

 (Corriere della Sera, 9 ottobre 2014)

di Marisa Guarneri

 

Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società.

Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne, come per ogni stereotipo la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.

Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.

Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.

Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono.

Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…

I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.

Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.

La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.

Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza. La vicenda di Maschile Plurale insegna.

In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.

Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza.

Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012, promosso dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.

Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.

 

(Marisa Guarneri, www.libreriadelledonne.it, 9 ottobre 2014)

 

di Anna Di Salvo

 

Il 3 ottobre 2014, primo anniversario della tragedia delle oltre 360 donne, uomini e bambini provenienti principalmente dall’Eritrea, annegati al largo dell’isola dei Conigli a Lampedusa, in prima serata da RAI 3 è stato trasmesso il bellissimo film “Come il peso dell’acqua” del regista Andrea Segre; evento filmico significativo per l’umanità che l’attraversa, la precisione di dati e informazioni, la genialità della sceneggiatura e delle scenografie e la bellezza delle immagini. Un’operazione artistica e didattica che va segnalata, anche per proporre la programmazione del film agli spazi e luoghi di donne che volessero approfondire il tema delle migrazioni affrontandolo da un’angolazione prevalentemente femminile. Il filo conduttore del film è costituito infatti dalle narrazioni di tre donne: Gladys, Nasreen e Semhar, che narrano il loro difficile viaggio dai paesi d’origine alle coste italiane, arricchendo con percezioni, ricordi e considerazioni le loro testimonianze che iniziano a snodarsi dalle traversate del deserto e del Canale di Sicilia, sino a metterci al corrente del loro presente e del cambiamento delle loro vite.

L’attore Giuseppe Battiston, con voluta semplicità, accompagna il racconto delle tre donne abitando una stanza azzurra inizialmente vuota dove sente il bisogno di capire e si interroga sul perché ora sta trovando il coraggio di guardare a qualcosa che per anni non ha voluto vedere… Da lì inizia il suo viaggio di coscienza, conoscenza, incontro, dubbio. Mentre le donne narrano, la stanza di Battiston si riempie delle parole, degli oggetti e dei simboli che hanno caratterizzato e segnato il viaggio e la storia di Gladys, Nasreen e Semhar, e alla fine del film Giuseppe si troverà attorniato da segni, mappe, frasi, ricordi e considerazioni che da ora in poi costituiranno il bagaglio della sua raggiunta consapevolezza.

Anche gli interventi incrociati dell’attore teatrale Marco Paolini aiuteranno Battiston, le spettatrici e gli spettatori a capire le direzioni, i flussi e le barriere che rendono difficili le migrazioni verso l’Europa. Con la sua arte che si misura tra studio e scoperta, Paolini fornisce semplici ed efficaci strumenti di conoscenza, ponendosi col suo corpo al centro di tre grandi mappe geografiche, tracciando su queste col gesso le tracce dei flussi e dei movimenti migratori e collocando dei giocattoli a mo’ di minuscole barriere, ai confini tra uno stato e l’altro, per simboleggiare i respingimenti delle e dei migranti, laddove ci sono nazioni che difendono i loro territori “dall’invasione dello straniero” sbarrando le porte dell’accoglienza a chi arriva in quello stato perché vuole sfuggire alle guerre o migliorare la propria vita o vuole solo attraversare quella terra per recarsi altrove o ricongiungersi ai propri cari.

 

(Catania, 8 ottobre 2014)

di Luisa Muraro

 

Femminismi. Una lettera aperta di Luisa Muraro a Benedetta Selene Zorzi, autrice del libro Al di là del ‘genio femminile’

Cara Benedetta Selene Zorzi, il presente è segnato da avvenimenti violenti e dolorosi. Sembra un lusso che io venga a ragionare con te su quello che è o non è il cosiddetto pensiero della differenza sessuale. Però, in quegli avvenimenti si tratta ancora e sempre del corpo delle donne, e non solo quando c’entrano donne in prima persona: anche quegli uomini che annegano miseramente o sono ferocemente uccisi, per venire al mondo hanno lasciato un corpo femminile che li ha albergati in amore e sicurezza.

Anni fa, alla Scuola estiva di Lecce, hai sostenuto la tua contrarietà al pensiero della differenza. Il frutto delle tue ricerche di allora è ora un libro, Al di là del ‘genio femminile’ (Carocci), recensito da Paolo Ercolani su il manifesto del 4 ottobre, in cui, tra altre cose, ribadisci quella tua posizione e affermi che il pensiero della differenza sarebbe incapace di superare la logica binaria che esclude la possibilità dell’«altro».

Protesto vivamente contro quest’affermazione. Il senso che c’è altro è nel patrimonio genetico del pensiero della differenza. Tu naturalmente puoi avere dei buoni motivi per pensare quello che pensi, ma l’argomento critico che porti è sbagliato e semina confusione.

Che cosa diresti, tu che sei teologa, a uno che rifiuta il cristianesimo perché sarebbe una religione politeista? Gli diresti che essere cristiano è nella sua libera scelta ma che la sua idea è sbagliata perché le tre persone divine non sono tre divinità. Forse, gli diresti anche che c’è un’autorevole tradizione che ha sempre visto nel cristianesimo una religione monoteista.

Il pensiero della differenza ha ispirato fin dagli inizi il movimento femminista della seconda ondata. Il femminismo americano, che aveva il dono della comunicazione energica, diceva: maschio occidentale bianco borghese di mezza età, ti credi l’uomo per eccellenza, guarda che ti sbagli, c’è altro, ci sono altri e altre, e te ne accorgerai.

Come pensiero politico e filosofico è già in Carla Lonzi, ed è stato poi ampiamente tematizzato da Luce Irigaray. Lo hanno sviluppato, in Italia, Marisa Forcina che ha fondato la Setti­mana di Lecce e ha scritto la voce Differenza sessuale per l’enciclopedia filosofica Bompiani; la comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, il cui grande seminario che si aprirà il 10 ottobre tornerà su questo tema; Ida Dominijanni che lo ha fatto sulle pagine stesse del manifesto e in molte altre sedi; recentemente, Giusi Zanardo e Riccardo Fanciullacci dell’Università di Venezia, che hanno curato Donne, uomini. Il significare della differenza (Vita e Pensiero, 2010), Lia Cigarini intervistata da Luisa Cavaliere, C’è una bella differenza (et al., 2013). Devo fermarmi.

Secondo me una causa maggiore di confusione è nel linguaggio che parla di differenza come se fosse qualcosa che sta tra donne e uomini spartendo l’umanità in due. Mi chiedo se la tua critica di «pensiero binario» non venga da una confusione di questo tipo. La differenza non è tra. Essa è in me, mi è interna e immanente, mi impedisce di identificarmi con quella che sono, mi mette in relazione con quella che non sono. Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio.

Io ho accettato di essere identificata come donna con una vera e propria decisione politica, che ha coinciso con l’impegno per un senso libero della differenza sessuale. A rigore possiamo aggirare il nostro chiamarci donne/uomini, così come si può non misurarsi con l’imposizione biologica della sessuazione. Ma si può veramente? È una questione aperta che si porrà il prossimo Seminario di Diotima. E lo vogliamo veramente? Per le donne, storicamente discriminate a causa della differenza sessuale, estromettere quest’ultima dalla sfera dell’umano può essere tentante, ma c’è un grande rischio, che in definitiva rimanga solo il neutro-maschile, e che di conseguenza la strada dell’autorealizzazione per le donne torni a essere quella dell’emancipazione o quella dell’imitazionismo.

Insomma, cara Benedetta, la terra da lavorare è tanta, non calpestare quella già lavorata.

Post scriptum: Il titolo apparso sul manifesto cartaceo forza il mio pensiero: manca al titolo la parola accettare. Luisa Muraro

(Luisa Muraro, il manifesto, 8 ottobre 2014)

L’Europa di Simone Weil. Discussione sul numero 110 di Via Dogana

alla Merlettaia, Foggia, venerdì 26 settembre 2014

a cura di Anna e Katia

L’affermazione iniziale di M. Concetta Sala nel suo articolo Quale Giustizia? ha dato avvio alla discussione. “L’odierna Babele sociale, i drammi e le tragedie nei nostri mari e nelle nostre case, i reboanti bollettini di cronaca e di politica interna europea e internazionale squassano cuore e mente con il risultato di acuire le lacerazioni del vivere e offuscare la percezione del presente…” Per recuperare la nostra umanità e riscoprire il sacro che è in ciascuna persona umana abbiamo considerato particolarmente importante alla Merlettaia riflettere sul numero di Via Dogana dedicato a S. Weil.

Per Adele particolarmente interessante l’articolo di Paola Melchiori nell’inserto Pausa lavoro in cui analizza la situazione del rapporto uomo donna nei paesi scandinavi dove in contrapposizione a un alto livello di emancipazione e parità “il femminismo di stato non intacca più di tanto alcune correnti profonde che ancora strutturano l’identità maschile: la misoginia e la violenza”. Sarebbe utile anche per noi confrontarsi con movimenti nordici che si muovono in questo panorama. Adele sottolinea la necessità delle pratiche della politica del simbolico citando il gesto della prima Ministra australiana che ha attaccato pubblicamente il leader dell’opposizione per i suoi atteggiamenti misogini, da cui si sentiva colpita e offesa, provocando in lui imbarazzo. Una radice fondamentale è la lingua materna, come risulta dalla testimonianza di Lilli Gruber nel libro L’Eredità, in cui lei racconta che la prima misura di soffocamento dell’opposizione all’annessione del Tirolo all’Italia è stata vietare l’uso della lingua madre, e dal racconto che le ha fatto una sua amica macedone, conosciuta in Canada, di come prima della guerra serbocroata le popolazioni vivendo insieme pacificamente, parlavano ciascuno la propria lingua comprendendosi e rispettandosi.

Questa posizione la ritrova nell’articolo di Wanda Tommasi Perché Simone Weil … Weil propose un’idea di Europa fondata sul ritrovamento delle proprie radici culturali. La sua proposta è di ripartire dalla “patria del linguaggio, dal radicamento nella propria lingua, non solo quella nazionale ma anche le lingue locali, i dialetti, che custodiscono una memoria preziosa del passato: la lingua materna, che spesso è stata resa muta dalla forza, è il principale luogo di radicamento”.

Adele si chiede se questo ritorno a Simone Weil sull’Europa è dovuto all’impasse della politica italiana oppure è un voler allargare l’orizzonte.

Katia riprende l’introduzione di Vita Cosentino E in risposta i due punti, che riassume l’attività di S.W. dal ‘42 e gli scritti londinesi raccolti nel libro Una costituente per l’Europa in cui matura l’idea che la crisi europea possa essere l’occasione per un ripensamento sulla civiltà e “che la guerra non era stata la causa, ma la conseguenza di una malattia più antica: la perdita di contatto con le radici della propria civiltà e da qui ripartire”. L’ultimo foglietto scritto prima di morire riporta:

la sola cosa che possiamo costruire è una civiltà. Nuova, rispetto al caos spaventoso finito in un incubo. Viva. Se possiamo…” Katia si chiede: se per S.W. la sua radice è il cristianesimo per me donna oggi qual è? La sua risposta è l’opera della madre e la lingua materna che è il faro per ricreare una nuova civiltà di rapporti tra donne e uomini imperniata sul senso della giustizia e non sulla rivendicazione dei diritti. Questa possibilità è stata resa palpabile nell’assemblea di Paestum 2012 dove l’energia, il desiderio di esserci e modificare ha reso armonioso l’incontro tra donne provenienti da esperienza e contesti diversi che si ascoltavano e si parlavano al punto che Lia Cigarini dopo Paestum nel libro scritto con Luisa Cavaliere C’è una bella differenza parla di una vera e propria costituente. Questa necessità Cigarini la riprende nel lucido articolo L’Europa di Simone Weil in cui rileva la difficoltà delle donne che entrano nella politica ufficiale e la necessità di creare un’Europa “transnazionale che non assuma carattere statale e che abbia nella negoziazione il suo principale strumento politico”. A Katia è sembrato che in tutti gli articoli ci sia un forte richiamo alle pratiche politiche maturate all’interno del pensiero della differenza e del movimento delle donne e tra queste pratiche Lia Cigarini sottolinea fortemente il “lavoro sul simbolico che è stato centrale per me in questi decenni. A me interessa qui che S.W. senta indispensabile il simbolico (soprannaturale) per pensare e formalizzare le sue idee per una costituzione europea”. Katia soggiunge che i pur tanti movimenti femminili non hanno però la forza di incidere e trasformare radicalmente la società.

Donata sostiene che le nuove forme in cui circola un’idea di un mondo diverso ci sono ma tutto sembra sopraffatto dall’organizzazione economica dominante. Donata è una studiosa di S.W. e nella sua tesi di laurea ha riflettuto sulla questione della giustizia e del diritto che presuppone sempre l’uso della forza. Ricorda che S.W. propone di smantellare l’idea del nemico. Viviamo in una società multietnica che però crea al suo interno continuamente il nemico. S.W. pensa alla piccole comunità, di conseguenza per pensare l’Europa non possiamo pensare all’Europa degli Stati ma a un’Europa dei popoli, un’Europa sovranazionale che è obbligata a trovare “forme politiche che non si sostengano con la possibilità di uso delle armi”, a differenza dei singoli stati che “possono imporre la propria autorità all’interno e all’esterno con l’uso della forza, la forza fisica, armata”, come dice Clara Jourdan nell’articolo Sulle forme conosciute della UE. In realtà “l’esercito europeo è un’idea che ritorna fuori ogni tanto, in particolare in occasione dei conflitti che scoppiano nel mondo, per poter portare la pace. È un’illusione, così come è pericoloso un esercito europeo per i rapporti interni: già accade che alcuni paesi (Grecia per esempio) si sentano e siano costretti dai rapporti di forza non armata, figuriamoci se ci fosse anche quella armata!”.

Anna, riprendendo l’articolo di M.C. Sala sottolinea con S. W. la vanità della “presunzione di quanti si arrogano il vanto di poter appagare l’anelito di giustizia di chicchessia facendo appello a rivendicazioni che hanno il difetto di essere illimitabili”. Cita poi le parole di S.W. in Vita Cosentino: “se si dice a qualcuno in grado di capire: ‘ciò che mi stai facendo non è giusto’, è possibile stimolare alla fonte lo spirito di attenzione e di amore”. Lo stesso scopo non si ottiene se si invoca il diritto.

Come è emerso dalle esperienze raccontate dalle amministratrici nel convegno di Roma (29-30 marzo 2014) della Rete delle città vicine e dal confronto con le sindache di Calabria, che ha avuto luogo a Catanzaro nel gennaio scorso, ci sono molte donne che praticano la politica restando fedeli al proprio essere donna, cosa che invece non si ritrova nelle donne della politica ufficiale legate ai partiti.

Rosaria fa l’esempio di Deborah Serracchiani che inizialmente mostrava indipendenza e coraggio rispetto ai capi del partito ma, divenuta parlamentare, è stata riassorbita dalle logiche di quegli stessi che aveva criticato. Molte si chiedono che cosa impedisce alle donne che sono nella politica ufficiale di portare fuori e mostrare la loro differenza e renderla operante e farne una forza di cambiamento invece di seguire gli uomini che, come dice Adele, in parlamento non mostrano nessun amore per la politica. Adele continua dicendo che quello che le è sempre piaciuto in S.W. è l’attenzione alla persona, che oggi si sta perdendo e si interroga: forse per influenza anche dei social network?

Anna ritorna sulla questione del diritto e della giustizia, sulla suggestione di un libro che sta leggendo, Il cardellino di Donna Tartt, in cui l’attenzione di tutti, assistenti sociali, magistrati, amici nei confronti di un ragazzino che ha perso la madre in un evento terroristico è rivolta ad assicurargli il diritto alla tutela e alla custodia ma nessuno si chiede e gli chiede cosa stia soffrendo né gli offre una parola o un gesto di affetto e di amore. Un diritto astratto e generico può non rispondere al bisogno e al desiderio soggettivo e addirittura risultare controproducente e dannoso, come quando un bambino viene tolto al genitore in nome del diritto dell’infanzia.

(Anna e Katia, La Merlettaia, Foggia 28 settembre 2014)

 

di Letizia Paolozzi

Immaginate un critico letterario che si sia messo in testa di scrivere – oggi – intorno a capolavori assoluti di ieri. Sarebbe una fatica improba la sua, dal momento che quei capolavori sono stati già rigirati come un calzino. Che altro c’è da aggiungere, che non sia già stato detto o scritto? Eppure Liliana Rampello in Sei romanzi perfetti. Su Jane Austen 2014, il Saggiatore, euro 18,00 (e prima nel Canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura quindi in: Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941) ha deciso una esplorazione dell’architettura narrativa della Austen con una scelta di folgorante semplicità: dare conto di ciò che il pensiero delle donne ha messo in luce: la “differenza” dei due sessi. Anche, ma non soltanto, alle frontiere della letteratura. Una scelta capace di cambiare la prospettiva, facendo saltare i catenacci e i chiavistelli che imprigionano la critica letteraria. Ci previene infatti Rampello che nei romanzi di formazione femminile della Austen (Ragione e sentimento; Orgoglio e pregiudizio; Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger e Persuasione) viene abbandonata “l’avventura dell’io” della tradizione maschile, sostituita con una “trasformazione di sé” in relazione con l’altra e l’altro. E’ un annuncio serio, importante. Capace di allargare la dimensione della scrittura e arricchire l’immagine che i vari personaggi – maschili e femminili – trasmettono di sé. Non solo nel rapporto tra i sessi, ma nella fitta rete relazionale e nella concezione di uno spazio teatrale, concentrato in un giardino, in un salotto, dove si addensano sfumature, segni, leitmotiv austeniani. Siamo a cavallo tra Sette e Ottocento. Tuttavia la scrittrice non rimane indietro, agganciata al passato. Dalla sua finestra vede il salto nella modernità. E le colonie, il commercio, gli schiavi. Sull’amore non si sbaglia. Declina scientificamente l’importanza del denaro, in particolare per le ragazze da marito. “Le donne sole, scriverà Austen alla nipote Fanny nel 1817, hanno una spaventosa tendenza a essere povere. Fortissimo argomento a favore del matrimonio”. Eppure, sfortunate rispetto alla collocazione nella scala sociale, queste donne sole godono di una “straordinaria libertà interiore”, tale da renderle “artefici del proprio destino”. Sono assennate, pacate: attente alle regole del mondo e però non subalterne. Quasi sempre non possiedono vitalizi, sterline, ghinee, rendite, terre. Senonché, osserva Rampello con grande sottigliezza, coltivano un obiettivo più grande: il desiderio di felicità. Un desiderio nuovo nell’Inghilterra patriarcale e di classe tra XVIII e XIX. Quanto agli uomini, bé ne incontriamo di sterili, saccenti, arroganti, volubili, tediosi, palloni gonfiati. Ma anche di leali, spontanei, coraggiosi, capaci di fedeltà. Comunque, quell’Inghilterra lì non è la zavorra che Austen vorrebbe buttare a mare. Non le passa per la testa e d’altronde possiede strumenti linguistici capaci di trasfigurare il passato, di andare oltre pur restando agganciata al tempo e al tempo storico. Uno di questi strumenti, importantissimo, consiste nella conversazione, il dialogo che tira i fili della vita dei personaggi. L’altro è l’ironia. Quella “fossetta speciale” che Nabokov rintraccia in Mansfield Park e che fornisce alla scrittrice un ancoraggio contro l’eccesso stilistico e psicologico. Naturalmente, conosciamo lettori dei Sei romanzi perfetti che faticano ad apprezzare il richiamo al decoro, alle convenzioni e lo considerano quasi fosse un invito a danzare la gavotta in un rave-party. Siamo pure al corrente della “ parziale incomprensione maschile”, di quei critici che non mostrano alcun interesse per la presenza, la voce, la mente, il pensiero femminile nell’opera della Austen. Ma proprio per questo il lavoro di Rampello ha tanta importanza. Perché ci dice che la scrittrice va maneggiata con cura. Sempre che vogliamo capire qualcosa degli uomini e delle donne.

dal 10 ottobre al 20 dicembre 201

Galleria Cardi di Milano Corso di Porta Nuova, 38

Cardi Gallery, galleria d’arte moderna e contemporanea, è lieta di presentare Louise Nevelson: 55-70, una mostra di oltre trenta importanti collage e sculture creati dal 1955 al 1970 che mostrano i risultati stilistici di Louise Nevelson (1899-1988), un’icona del movimento artistico femminile e una degli artisti più rilevanti del ventesimo secolo. Louise Nevelson: 55-70, sarà in mostra a Milano dal 10 ottobre al 20 dicembre 2014.
Louise Nevelson: 55-70 presenta lavori creati dal 1955 al 1970, periodo in cui emerse lo stile modernista tipico dell’artista, caratterizzato da complicati assembramenti di legno e superfici monocrome. Stile che si evolse poi negli anni Sessanta e Settanta quando Nevelson iniziò a incorporare nelle sue opere materiali industriali come plexiglas, alluminio e ferro.
La mostra presenta circa venticinque collage e dieci sculture provenienti da collezioni private di tutto il mondo, tra queste rilievi monocromi di grande formato, sculture da terra, e collage a tecnica mista su carta e su legno con inserti di giornale, pittura, vinile, metallo e altri oggetti trovati.
“Vado verso la scultura e i miei occhi mi dicono quello che è giusto per me”, spiega Nevelson. “Quando compongo, non ho nulla a parte il materiale, me stessa, e un assistente. Compongo proprio in quel momento mentre l’assistente inchioda. Qualche volta è il materiale che prende il sopravvento; qualche volta sono io. Lascio che giochino, come un’altalena. Il mio creare si basa su azione e controazione, come nella musica, tutte le volte. Azione e controazione. È sempre stata una relazione – il mio parlare al legno e il rispondere del legno a me”.
Louise Nevelson (1899-1988) è una delle più importanti scultrici del ventesimo secolo. Attiva nel periodo in cui l’astrattismo espressionista maschile era al suo apice, Nevelson con i suoi assemblaggi e le sculture di grandi dimensioni ha sfidato la convenzione per cui le donne erano escluse dal produrre un’arte potente e di grande formato.
Nevelson nasce a Kiev nel 1899 ed immigra negli Stati Uniti con la famiglia nel 1905. Nel 1920, si trasferisce a New York per perseguire la carriera artistica. Studiando all’Art Students League di New York con Kenneth Hayes Miller e successivamente a Monaco con Hans Hoffmann, Nevelson viene introdotta al Cubismo, al Surrealismo, all’arte Africana, indiana e Pre-Colombiana, tutti movimenti e stili che avranno influenze significative nella sua opera. Le opere dell’artista sono state esposte in gallerie e musei fin dalla prima mostra personale alla galleria Nierendorf a New York nel 1941; ricordiamo tra le altre la prima importante mostra museale Sixteen Americans al Museum of Modern Art di New York nel 1959, e la sua prima grande mostra personale in un museo nel 1967 al Whitney Museum of American Art di New York.


di Gilbert Garcin

 

È ormai chiaro che la pre­ca­rietà, defi­nita esi­sten­ziale dai filoni di pen­siero e di inchie­sta che più appro­fon­di­ta­mente l’hanno ana­liz­zata in que­sti anni, non ha a che vedere solo con la dimen­sione lavo­ra­tiva. Tra smot­ta­menti limac­ciosi, il dispie­garsi del para­digma bio­e­co­no­mico ha aperto una frat­tura fer­tile, uno spa­zio ibrido meno impac­ciato dal peso di iden­tità e isti­tu­zioni costruite sulla «norma» e sulle «natu­ra­liz­za­zioni». Lo sman­tel­la­mento del diritto del lavoro e del wel­fare ha tra­volto le cate­go­rie di tempo e spa­zio, demo­lendo impie­ghi a vita, cer­tezze pen­sio­ni­sti­che e garan­zie di red­dito. Ma ha anche lasciato respi­rare ori­gi­nali crea­ture sociali e desi­deri can­gianti inse­guiti da una razza bastarda (senza genere, senza genesi), per usare l’efficace imma­gine di Donna Hara­way. Por­ta­trice di forme ine­dite di vita e di scelte ripro­dut­tive eccen­tri­che, essa inventa nuovi legami e nuove «fami­glie», spe­ri­men­tando diverse forme di col­le­ganza, cioè nuovi discorsi amorosi.

Rela­zioni instabili

Così, appunto, la rac­colta di saggi L’amore ai tempi dello tsu­nami. Affetti, ses­sua­lità, modelli di genere in muta­mento (ombre corte, pp. 238, euro 22), curata da Manuela Galetto, Gaia Giu­liani e Chiara Mar­tucci, si lan­cia nella fon­da­men­tale e non abba­stanza pra­ti­cata esplo­ra­zione di que­sto nuovo pano­rama sociale dopo il pas­sag­gio dell’onda ano­mala che ha gene­ra­liz­zato la pre­ca­rietà. Lo sguardo degli autori e delle autrici che hanno con­tri­buito al testo si alza lad­dove si sta­gliano non solo mace­rie ma nuove con­fi­gu­ra­zioni delle rela­zioni e degli affetti nella post-modernità. Si sco­pre allora la potenza amo­rosa espressa da una «nuova spe­cie» non­ché la forza costrut­tiva di espe­rienze fino a ieri oscu­rate, attra­verso lo sve­la­mento della mul­ti­for­mità della sog­get­ti­vità ero­tica. Le libertà che sor­gono dalla assenza di assetti fissi dise­gnano una geo­gra­fia istrut­tiva che evoca l’aspetto incoer­ci­bile del desi­de­rio umano, pur coster­nato dai det­tami del neo­li­be­ra­li­smo. La vita, oggi dispo­sta in fun­zione dei biso­gni e degli impe­ra­tivi dell’impresa, si dibatte dispe­ra­ta­mente in cerca di un nuovo sta­tuto, con­sono alle neces­sità pre­senti e il sog­getto si inter­roga sulle ten­sioni che si sca­ri­cano sugli aspetti rela­zio­nali, affet­tivi e ami­cali, cer­cando vie d’uscita, cioè rispo­ste imme­dia­ta­mente poli­ti­che. «La con­di­zione che risulta dalla scom­po­si­zione post­mo­derna del sog­getto — si legge nella pre­fa­zione – è vista come quella in cui si pro­du­cono l’atomizzazione e l’individualizzazione esclu­si­va­mente nel pri­vato delle stra­te­gia per fron­teg­giare l’instabilità e l’insicurezza pre­ca­rie. Il nostro inte­resse si rivolge invece alla neces­sità che il muta­mento, inteso come pre­ca­rietà dif­fusa, impone di un ripen­sa­mento com­ples­sivo delle forme di soli­da­rietà e risponde all’urgenza di dare voce alle nuove pra­ti­che affettivo-relazionali che l’attuale situa­zione economico-sociale pro­duce». La cop­pia mono­ga­mica ete­ro­ses­suale e il «con­ti­nuum socio-sessuale» da essa incar­nato si sono sgre­to­lati o, per dirla con il titolo di uno dei saggi, di Ales­sia Acqui­sta­pace, assi­stiamo al «deco­lo­niz­zarsi della cop­pia». Si tratta ormai di una realtà spe­ci­fica, che non può più pre­ten­dere di model­lare tutti gli altri rap­porti sociali; emerge il desi­de­rio in quanto nozione auto­noma. Pos­siamo pren­dere coscienza del fatto che la forma della nostra sog­get­ti­vità è radi­cal­mente sto­rica e con­tin­gente? Pos­siamo ammet­tere la non-necessità e la non-naturalità del «regime di verità» sulla base del quale tale forma è stata costi­tuita, senza pro­vare al con­tempo il biso­gno di cam­biare gli aspetti del nostro rap­porto con noi stessi, gli altri e il mondo che tro­viamo inac­cet­ta­bili? Senza pro­vare, insomma, il biso­gno di tra­sfor­mare la sog­get­ti­vità che ci viene impo­sta e di con­te­stare il regime di verità che «natu­ra­lizza» ed «eter­nizza» tale imposizione?.

Vite «buone»

«I corpi sono per­for­mance», ricorda Liana Bor­ghi nella bella post­fa­zione, «non sono una cosa e non sono per­ma­nenti»; «l’identità è un incon­tro, un evento, un inci­dente, un fatto, un momento del dive­nire di corpi in movi­mento». Vale la pena di ricon­fi­gu­rare i modelli esi­stenti di società e di poli­tica e di capire allora quali nostri atteg­gia­menti ci nor­ma­liz­zano e ci por­tano ad accet­tare stor­ture sociali e mol­te­plici ingiu­sti­zie, «rifu­gian­doci in una pic­cola feli­cità, che non è poco, ma non basta a ren­dere buona una vita cat­tiva». Le inda­gini rac­colte affron­tano tali que­stioni «costi­tuenti» per la sog­get­ti­vità con­tem­po­ra­nea attra­verso un posi­zio­na­mento auto­ri­fles­sivo che rap­pre­senta una pre­cisa scelta meto­do­lo­gica (anch’essa poli­tica) e assume allora, per forza, un’altra voce rispetto alla cri­stal­liz­za­zione delle logi­che acca­de­mi­che. Il lin­guag­gio teo­rico viene deco­struito dall’approccio pre­scelto, che con­si­dera «impre­scin­di­bile l’esplicazione della posi­zione da cui gli autori e le autrici guar­dano le cose». Por­pora Mar­ca­sciano ricorre, per­ciò, alle parole «nude e crude» delle per­sone tran­ses­suali per espli­ci­tare come il «tran­sito» dia forma all’amore per­ché lo inse­gue lad­dove si trova senza accon­ten­tarsi della cor­ri­spon­denza tra sesso e genere rispet­tosa dei sistemi socio-sessuali vigenti. E Gaia Giu­liani e Chiara Mar­tucci, in un dia­logo sor­pren­dente rico­strui­scono i nessi tra la grande sto­ria (la guerra del Golfo, Genova 2001…), lo sva­nire del diritto del lavoro, i movi­menti sociali che hanno inter­pre­tato e com­bat­tuto la pre­ca­rietà, i col­let­tivi fem­mi­ni­sti che hanno letto le rica­dute esi­sten­ziali nel fra­gi­liz­zarsi del lavoro (May­day Parade; Scon­ve­gno; Sexy­shock) e la sto­ria per­so­nale, che ha affron­tato diret­ta­mente il muta­mento, anche vio­lento, con nuove con­sa­pe­vo­lezze e nuovi pro­cessi di pro­du­zione affet­tiva. Ci spiega, Laura Fan­tone, come il desi­de­rio di mater­nità possa essere rein­ter­pre­tato facendo di se stessa una dona­trice di ovo­citi, il che signi­fica allar­gare la capa­cità gene­ra­tiva dell’essere, svin­co­lan­dosi dal mito della cop­pia eterna e dal para­dosso di una società ita­liana che vuole gene­ra­zioni fles­si­bili non libere di avere fami­glie fles­si­bili. Corpi, insomma, dispo­ni­bili a spe­ri­men­tare nuove agency, radi­cal­mente poli­ti­che. Elisa Arfini, «la ricer­ca­trice vul­ne­ra­bile», parte da sé per ragio­nare di disa­bi­lità e ses­sua­lità for­nendo indi­ca­zioni stra­te­gi­che: «il modello sociale della disa­bi­lità con­sen­tirà di resi­stere all’individualizzazione, alla segre­ga­zione e alla nor­ma­liz­za­zione per pro­durre una poli­tica della disa­bi­lità come poli­tica di classe». Pos­siamo pun­tare anche attra­verso que­ste pra­ti­che su una nemesi del capi­ta­li­smo? Sarà suf­fi­ciente que­sta ten­sione multi-amorosa, que­sta pul­sione vitale che ci col­lega al mondo, a scar­di­nare gli ordi­na­menti neo­li­be­rali? Pen­siamo che le espe­rienze mate­riali tra corpi e corpi che inner­vano la realtà quo­ti­diana siano asso­lu­ta­mente più avanti dell’ottusità di gover­nanti e chiese. Il punto è riu­scire a con­net­tere tutti que­sti immensi eser­cizi di rot­tura, que­sto gro­vi­glio quan­to­queer, spin­gendo la con­trad­di­zione rap­pre­sen­tata dalla discra­sia tra il dovere e il volere essere al cuore stesso del potere. Si tratta, insomma, di poli­ti­ciz­zare (orga­niz­zare), sem­pre più e sem­pre meglio, il tema dell’autonomia del sog­getto con­tem­po­ra­neo, deter­mi­nando nuovi rap­porti di soli­da­rietà capaci di tra­dursi in nuovi, e più giu­sti, rap­porti sociali

 

(il manifesto, 4 ottobre 2014)

Proiezione al Circolo della rosa il 4 ottobre 2014

Documentario-video-testimonianza di Laura Minguzzi, montato con cura da Elena Baucke. Racconto di un viaggio sognato, desiderato e realizzato. Introduce la serata Marirì Martinengo.

di Marta Equi

 

L’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera di venerdì 26 è un testo in bilico.

E’ già stato criticato da altre ed altri, e io voglio qui dire la mia. Parla una che, per ragioni anagrafiche (ho 27 anni),  non ha mai conosciuto il vecchio femminismo.

 

L’autore, che scrive per promuovere l’iniziativa “Il Tempo delle Donne” del quotidiano, al cui variegato palinsesto ha aderito anche la Libreria Delle Donne, esordisce andando subito al punto: le donne, dice “chiedono correttezza e giustizia, certo. Ma hanno bisogno, soprattutto, di libertà.”

E conclude poi su come le donne non debbano più dimostrare nulla, perché “ in questi anni complicati hanno dato prova, in ogni campo, di possedere immense qualità”. Infatti non c’è nulla da dimostrare, dico io, poiché noi gioiosamente viviamo, pensiamo, facciamo.

Severgnini usa alcune belle espressioni nel testo, che chiude con una confessione di ammirazione verso le donne e le loro spesso silenti azioni quotidiane.

 

Nel corpo dell’articolo però, proprio quando doveva elaborare il pensiero centrale che lo traghettasse alla conclusione, si appiglia ad uno stereotipo che non solo annoia ma anche, come spesso accade, fa male. Il tema è il superamento di “un femminismo iracondo” che non ha avuto esiti felici se non schieramenti di donne contro uomini, moltitudini di donne “amareggiate dietro ad una scrivania, inacidite intorno ad un tavolo” etc.

Segno di questo femminismo è il desiderio di alcune di essere nominate con titoli maschili. Cosa sbagliata, dice Severgnini, che porta in causa la  lingua italiana e la sua meravigliosa possibilità di  fare la differenza nelle parole, e porta il bell’ esempio dell’espressione “Avvocata nostra” del Salve Regina.

E se il corpo dell’articolo si porta avanti per stereotipi, il titolo è tremendo: “Addio al vecchio femminismo.”

 

Se per vecchio femminismo s’intende il femminismo della parità, niente da dire. Se invece, come il titolo lascia intendere, ci si riferisce al femminismo degli anni settanta, è doveroso, per fare buona informazione, ricordare alcune cose.

Lo faro io, che non ho mai conosciuto il vecchio femminismo, ma che ho avuto la fortuna di incontrare delle vecchie femministe.

 

E’ proprio il femminismo degli anni 70 che fa della libertà il proprio cardine, sono proprio le persone vicine a questo femminismo che si battono affinché il dibattito sulle donne non sia esclusivamente incentrato su carriera e modalità di assimilazione nella torre del potere, attraverso l’identificazione con modelli maschili, ed è proprio il vecchio femminismo, innamorato della parola, che da sempre ricorda come nella nostra lingua, attraverso la corretta articolazione dei generi, possa e debba brillare la differenza.”[1]

 

L’inacidimento dietro ad un tavolo e l’amarezza sorgono quando si sceglie di spendere una vita scissa, volta all’inseguimento di traguardi e aspettative altrui. Il femminismo ricorda alle donne che la felicità è una cosa possibile.

 

[1] Sul tema, un articolo di Luisa Muraro http://www.libreriadelledonne.it/la-lingua-batte-dove-il-dente-duole/

di Alessandra Pigliaru

 

Volevo dire, scri­vere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a que­sta distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma par­ti­co­lare, che non ha nome. Come dell’amore sepa­rato». Su quell’ipotesi di nar­ra­zione, Annie Ernaux ha riflet­tuto parec­chio con­clu­dendo che le sarebbe stato impos­si­bile rife­rirsi a una trama di inven­zione. Ha dun­que pre­fe­rito una com­po­si­zione in prima per­sona, veri­tiera e dichia­ra­ta­mente auto­bio­gra­fica. La place (Gal­li­mard), ora tra­dotto da Lorenzo Flabbi con il titolo Il posto (L’orma edi­tore, pp. 120, euro 10) è un potente libro (già recen­sito da Enzo di Mauro in Alias del 30/3/2014) che per Ernaux rap­pre­senta l’altra metà di una trama d’infanzia comin­ciata anni prima, e pun­tel­lata anche in seguito, inter­ro­gando la pro­pria rela­zione con la madre.

Siamo in un pic­colo pae­sino nel nord della Fran­cia. Con un senso di ascolto verso la vul­ne­ra­bi­lità umana e, al con­tempo, con­sa­pe­vole del suo dive­nire donna desi­de­rante, Ernaux sistema lo strappo defi­ni­tivo della morte del padre e indaga lo iato che ogni scom­parsa porta con sé. Distanza sgra­nata per la scrit­trice in un senso pre­ciso e mate­riale di classe. Per la figlia, invece, in un mesco­la­mento del tempo di cui le sem­bra di smar­rire la trac­cia. Con­ta­dino, ope­raio e infine gestore di un pic­colo nego­zio, il pro­filo che Ernaux trat­teg­gia di suo padre è ful­mi­nante, distil­lato come i ricordi elen­cati e ade­renti all’esperienza. L’incedere della sto­ria inchioda così a una incon­fon­di­bile e dolente para­bola capace di con­se­gnare il senso di un con­flitto, in cui lo scam­bio sin­go­lare e pri­vato com­pare nello sfondo di una mate­ria­lità degli affetti e delle vite senza pos­si­bi­lità di sot­tra­zione alcuna.

Ha scritto «Il posto» con una com­pe­tenza disar­mante sulla per­dita, illu­mi­nata con atten­zione attra­verso lo spae­sa­mento e il con­te­sto sociale e sto­rico entro cui suc­cede di morire. Su cosa si è concentrata?

Quello che mi pre­meva for­te­mente era anzi­tutto dare conto del rituale che pren­deva avvio dopo la scom­parsa di un pro­prio caro per­ché era molto legato alla classe sociale di appar­te­nenza, nel mio caso popo­lare. La forma della con­di­vi­sione e dello stare insieme non avve­ni­vano allo stesso modo nelle fami­glie bor­ghesi. Ci si potrebbe sof­fer­mare su diversi det­ta­gli. Per esem­pio il pasto che segue l’inumazione, ben­ché abbia delle radici molto anti­che, si è man­te­nuto nelle classi popo­lari e si è abban­do­nato nelle classi borghesi.

Il libro si apre sul dop­pio regi­stro di una fine e di un ini­zio. La prima è quella di un padre e il secondo è invece legato al con­corso che in que­gli stessi mesi le capita di supe­rare per l’insegnamento. Suc­ces­si­va­mente a quel taglio, anti­ci­pato per fasi negli anni, che lei chiama «distanza di classe», scrive: «ora sono dav­vero una bor­ghese, è troppo tardi» con­giun­gen­dolo tut­ta­via ad un «ran­core» verso il lin­guag­gio paterno. In che senso?

La fonte del ran­core, della rab­bia, più che dalla man­canza dei soldi pas­sava pro­prio per il lin­guag­gio. In par­ti­co­lare capi­tava che mio padre uti­liz­zasse il dia­letto con delle forme gram­ma­ti­cali non cor­rette. Invece di Noi era­vamo poteva dire Io era­vamo. Come scrivo nel libro, io lo cor­reg­gevo e per me era insop­pri­mi­bile farlo per­ché l’avevo impa­rato a scuola. Così mi tro­vavo a vivere in una terra di mezzo, tra quello che avevo ere­di­tato e ciò che invece impa­ravo a scuola. È stato motivo di grande fri­zione fra noi e anche di dolore. Non era una sosti­tu­zione di auto­rità tra ciò che fin lì avevo cono­sciuto e ciò che la scuola mi offriva, piut­to­sto una legit­ti­ma­zione ine­dita, una sco­perta che ha cau­sato smar­ri­mento ma anche libertà. Forse è ciò che accade a tutti i tran­sfuga da un punto di vista sociale, o forse sarebbe meglio dire a tutti i trans-classe, quest’ultimo un con­cetto più neu­trale che non ha l’accezione del tra­di­mento ma pro­prio del pas­sag­gio inteso come lacerazione.

In que­sto suo libro, a dif­fe­renza di altri suoi, la rela­zione con sua madre appare poco ma in modo appro­priato legata alla lin­gua e alla com­pren­sione che le ha mostrato del suo per­corso. Cosa ha signi­fi­cato sua madre nella sua formazione?

La figura di mia madre è stata cer­ta­mente la più impor­tante di tutte nella mia for­ma­zione. Nell’economia della cop­pia erano le sue scelte quelle che veni­vano appro­vate e appli­cate. Del resto, mia madre come donna è sem­pre stata pre­sente sia nei miei libri che nella mia stessa idea del dive­nire donna. Non posso pen­sare alla mia fami­glia come patriar­cale pro­prio gra­zie al rilievo che la posi­zione di mia madre ha assunto. Una forza, un entu­sia­smo e un orgo­glio che ancora mi accom­pa­gnano. Penso al libro che ho scritto subito dopo la sua morte, Une femme (Gal­li­mard, 1988, in ita­liano Una vita di donna, Guanda, 1988), e poi a quello che pre­cede Il posto, La Femme gelée, (Gal­li­mard, 1981). Qui descrivo quanto mia madre mi abbia soste­nuta e quanto sia stata felice per me quando le ho con­fi­dato la mia inten­zione di comin­ciare a scri­vere. Da parte di mio padre c’era invece paura e al con­tempo desi­de­rio che io non otte­nessi buoni risul­tati sco­la­stici. O almeno che io avessi qual­che defail­lance per­ché lui, in realtà, il pas­sag­gio sociale che io stavo com­piendo non lo desiderava.

Anche que­sto fa parte della frat­tura di classe di cui lei parla? C’è forse stato da parte sua un senso di colpa, sep­pure ambivalente?

Pro­prio così, un senso di colpa ambi­va­lente. Forse, mi dico, ne fossi stata del tutto priva non avrei scritto Il posto. In gene­rale, scrivo pro­prio a par­tire dalla segna­la­zione di quella frat­tura di classe. Per­ché la mia è una scrit­tura poli­tica e ogni mio libro è il modo che ho tro­vato per darmi la libertà di parola con una voce che rac­conti la poli­tica che mi interessa.

Lei parla della sua scrit­tura anche come «epica del sé». In Ita­lia è stato recen­te­mente pub­bli­cato il volume col­let­ta­neo «Epi­che» (Iaco­belli, a cura di Paola Bono e Bia Sara­sini, «il mani­fe­sto» del 28 ago­sto) in cui, tra le altre cose, com­pare una dif­fe­renza tra eroine ed epi­che ed è aperto da una domanda che vor­rei rivol­gerle: esi­ste un’epica femminile?

In Fran­cia una que­stione simile non è ancora stata posta. Sarebbe inte­res­sante pas­sare in ras­se­gna la sto­ria della let­te­ra­tura ma dal mio punto di avvi­sta­mento, di cui il lavoro di scrit­tura fa parte, il mio Les années (Gal­li­mard) cor­ri­sponde per esem­pio a que­sto discorso. Mi viene anche in mente Natha­lie Kuper­man e il suo J’ai ren­voyé Marta (Gal­li­mard) che sarà pre­sto tra­dotto in ita­liano. C’è anche in que­sto caso l’attraversamento della sto­ria da parte di una donna, che mette al cen­tro l’epica del quo­ti­diano e delle con­di­zioni mate­riali di esi­stenza e non è ascri­vi­bile a una clas­si­fi­ca­zione tra­di­zio­nale. In effetti non si tratta di eroine cano­ni­ca­mente intese ma di sto­rie di donne che potreb­bero con­fer­mare l’esistenza di un’epica femminile.

 

(il manifesto, 27 settembre 2014)

di Antonella Nappi

 

Desidero un femminismo che studi e ragioni ogni ambito della esistenza. Vorrei coinvolgere le donne nelI’esercizio dello sguardo critico su questioni che mi appaiono essere ancora delegate, come leggere gli attacchi speculativi che vengono fatti alla nostra salute e costruire una volontà di difenderla attraverso la salubrità ambientale. L’informazione muta la distribuzione del potere, come ben sappiamo dall’esperienza femminista. Penso che sia utile richiamare nelle donne la consapevolezza del sentimento identitario che ci proviene dal nostro corpo, lo reputiamo capace di una dose di salute e questo ci fa sentire forti. Laura Conti ha creato con i suoi scritti molta attenzione allo sfruttamento che viene operato sulla salute dai sistemi economici, sociali e politici. l suoi libri hanno restituito l’esperienza affettiva che ci lega al corpo e hanno mostrato il legame tra la salute e le condizioni ambientali, hanno stimolato l’investimento politico collettivo nei confronti dei temi ambientali.

 

Sara Gandini ha affiancato all’intervento del gruppo di donne che si nomina: “Difendiamo la salute”, apparso nel sito della libreria delle donne alla voce “Punto di vista” il 23 maggio 2004, un articolo che tende a liquidare le preoccupazioni che loro segnalano. È il suo punto di vista, mi dico da mesi, mentre al contempo mi dispiaccio che così poco io riesca a fare per stimolare l’attenzione delle donne sulla delega che diamo al potere di maltrattare i nostri corpi e vorrei controbilanciare i suoi discorsi anch’io.

La medicina ci aiuta quando siamo ammalate ma è prima della medicina che può e deve agire la politica. La scienza è amabilissima nei suoi aspetti sinceri ma è difficilissimo preservarla dalle operazioni del potere. È importante che questo si sappia: non c’à vigilanza politica della popolazione sulla scienza ma una enorme delega.

La prevenzione dalle malattie deve essere una preoccupazione politica, le istituzioni la avocano a sé ma non la discutono con i cittadini, li tengono all’oscuro delle denunce di scienziati indipendenti sui danni che derivano da prodotti inquinanti e impediscono alla popolazione di confrontare, con gli agi che derivano da questi, le ricadute negative sulla salute. Invece la politica deve utilizzare la scienza e l’informazione per dare maggiore libertà di scelta agli individui.

 

La longevità va compresa meglio: dagli studi di demografia sappiamo che sono scelte sociali e ambientali a garantire la salute, più della medicina (Massimo Livi-Bacci, Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il mulino, 1998; Giuseppe Micheli, La transizione sanitaria del novecento in Italia, Milano, Istituto di Scienza della popolazione e del territorio, Università Cattolica, 2000). Graziella Caselli e Viviana Egidi, pubblicano da decenni ricerche che documentano i legami tra la salute e il contesto ambientale: il Sud povero ha avuto una salute magnifica rispetto alla media nazionale per tutto il secolo ’900 e una mortalità anticipata molto minore (1/3 rispetto alla media Italiana); il Nord industrializzato al contrario una pessima salute e una mortalità anticipata maggiore di 1/3 rispetto alla media nazionale. Il tardo sviluppo industriale del Veneto, dagli stessi dati medi del Sud lo ha precipitato in pochi anni alla stessa mortalità anticipata delle regioni industriali (V. Egidi, Trentanni di evoluzione della mortalità degli adulti in Italia, in “GENUS”, Rivista internazionale di demografia, Università la Sapienza, Roma, gennaio-giugno 1984,; G. Caselli – V. Egidi, A new insight into morbidity and mortality transition in Italy, in “GENUS, Università la Sapienza, Roma, luglio-dicembre 1991). Se nel complesso è aumentata la possibilità di vita di chi era nato ottanta, novanta e cento anni fa, è sbagliato pensare che la stessa cosa si presenti per chi è nato dopo, sono gli inquinanti assorbiti lungo la vita un fattore importante per la salute delle persone (Livi-Bacci, op.cit.; G. Caselli, Il contributo dellanalisi per generazioni allo studio della geografia della mortalità in “GENUS”, gennaio-dicembre, 1983; G. Caselli-V. Egidi, Lanalyse des données multidimensionelles dans l’étude des relations entre mortalité et variables socio-économiques, denvironement et de comportement individuel, in “GENUS”, n. 2, 1981); in generale tutte le malattie degenerative sono collegabili all’inquinamento ambientale come molti tumori (Caselli-Egidi, 1981 op.cit.).

 

Con il protrarsi della vita media sono cresciti costantemente gli anni statistici di vita non autosufficiente (circa 10) e da un decennio sono diminuiti statisticamente gli anni di vita in salute: aumentano cioè gli anni trascorsi assieme ad una malattia cronica e senza vie d’uscita (Livi Bacci ,op.cit., ed anche Lectio Magistralis, 4 giugno 2014, Roma, sede centrale Istat).

 

Per gli uomini dal 2004 la vita in salute è scesa a 62 anni (era a 68,9), per le donne è scesa a 61 (era di 71); lo scrivono in una lettera pubblica (18/4/2014 10:41, In Italia continuano a diminuire gli anni di vita in salute, citando la fonte seguente: http://ec.europa.eu/health/indicators/echi/list/index_en.htm): Valerio Gennaro (UO Epidemiologia Clinica, IRCCS – AOU San Martino, IST – Istituto Nazionale per la Ricerca sul cancro, Genova), Giovanni Ghirga (pediatra, Ospedale San Paolo, Civitavecchia – RM), Laura Corradi, (sociologa, Università della California). Questa tendenza è condivisa da altri paesi europei.

 

La ricerca del 2013 fatta da AIOM con AIRTUM, I numeri del cancro in Italia, escludendo il cancro alla pelle, parla della possibilità di sviluppare un cancro nell’arco della vita per un soggetto su due, un po’ meno forse per le donne. Maria Letizia Rabbone, di Pediatri per un mondo possibile, ha illustrato ad un convegno di Difendiamo la salute come le prime vittime di ogni inquinamento siano i bambini, l’incremento ogni anno dei tumori infantili in Europa è dell’1,2% , in maggioranza nel primo anno di vita; in Italia nel primo anno di vita l’incremento medio è del 2,5%.

 

È sempre più difficile dimostrare una relazione causa-effetto in epidemiologia, per la presenza di una crescente multifattorialità di inquinanti, già Laura Conti (Questo pianeta, Editori Riuniti, Roma, 1983) sollecitava di rivolgersi alla probabilità e alla compatibilità degli effetti. Inoltre le ricerche epidemiologiche, quando comparano una serie di elementi ambientali nella loro ricaduta su popolazioni che abitano in contesti diversi, accertano ex-post ciò che queste cavie umane hanno subito, senza neppure immaginarlo. Il legame causa-effetto è decifrabile nei laboratori, con ricerche lunghe nel tempo e di vasta portata: l’eziologia richiederebbe grossi finanziamenti economici e politici, ha visto un grande impegno in Lorenzo Tomatis, quando fu lui a dirigere la IARC (International Agency for Research on Cancer): fece conoscere al pubblico internazionale, con una serie di monografie, i danni accertati di moltissime sostanze prodotte e vendute dall’industria. Nei suoi libri e articoli ha denunciato l’assenza di finanziamenti pubblici a queste ricerche e il successo che hanno invece ricerche che promettano di assolvere gli inquinanti. Ha denunciato anche le censure che subiscono i risultati delle ricerche che ostacolerebbero la vendita dei prodotti studiati (suggerisco l’articolo: Ambiente, sviluppo e salute: la grande distrazione, in Indipendenza, XI, 22, 2007; e i testi: L’ombra del dubbio, Sironi Editore nel 2008; Il fuoriuscito, Sironi 2005).

 

L’esempio recente di questo è l’assenza di informazione sull’utilizzo sempre più intensivo delle onde radio, eppure da decenni sono noti i danni di questi strumenti già utilizzati dai militari e molti scienziati nel mondo ne denunciano la diffusione come una gravissima minaccia per la salute pubblica, da tempo chiedono l’applicazione di un principio di precauzione. Un testo riassuntivo e comprensivo anche di quanto segue è quello steso in sette anni da ricercatori di tutto il mondo: Bioinitiative (http://www.bioinitiative.org/report/wpcontent/uploads/pdfs/BioInitiativeReport2012.pdf).

 

Laura Masiero (presidente dell’associazione contro l’elettromagnetismo fondata dal Biologo Angelo Levis, A.P.P. L. E.), con lei organizzammo l’ultimo convegno di Difendiamo la salute, letto l’articolo di Sara mi mandò la sua protesta perché la proponessi, se volevo, alla libreria delle donne: «L’intervento che ho letto nella parte che riguarda il rischio tumori da telefoni mobili a mio parere è discutibile e parziale […]  credo che la cosa migliore sia inviarti, in modo che poi tu possa anche girarli ad altre, alcuni articoli […] Andrebbe spiegato che gli studi che indicano dati negativi (a cominciare da Interphone) sono tutti finanziati dai gestori delle reti e dai produttori, lavoriamo su questo da anni; che l’inclusione delle radiofrequenze tra i “possibili cancerogeni” è un compromesso tra le parti in campo, che i dati positivi d’aumento del rischio ci sono e che a causa di questi dati la IARC ha dovuto decidere almeno per la classe 2B (IARCO press, release 2011). Dati positivi (cioè affermativi) sui tumori cerebrali si trovano negli studi del gruppo di Hardell (Hardell, Carlberg Hansson-Mild 2006; Hardell, Carlberg, Soder, Soderqvist Hansson-Mild, 2013) e di molti altri autori (uno dei più recenti, Coreau, 2014) riportano un incremento statisticamente significativo (da >100% a >300%) di rischio di tumori cerebrali maligni (gliomi), benigni (meningiomi) e tumori benigni (neuromi) dell’acustico tra gli utilizzatori abituali (da 30 minuti/giorno) dopo 10 o più anni. Dovremmo aggiungere anche il neuroma del trigemino (caso Marcolini vs. Inail, vinto in Cassazione). Un recente studio dimostra come l’incremento di tumori cerebrali  (in 100 paesi) sia correlabile solo alla maggiore penetrazione dell’uso di telefoni mobili (De Vocht, Hannam, Buchan, 2013; Hardell, Carlberg, 2013). Per maggiori dati rimando agli articoli di Levis et al., allegati. / Mettere la nota?/ Infine andrebbe spiegato anche che la spinta economica e le pressioni dell’industria a negare qualunque rapporto tra esposizione e malattia, sono fortissime e invadono la ricerca in modo vergognoso e che i conflitti di interesse all’interno di Iarc sono pesantissimi.

 

Quanto alla ionizzazione, beh! è un argomento che i negazionisti tirano in ballo sempre!

In realtà i campi elettromagnetici non-ionizzanti, come quelli prodotti da telefoni mobili e sistemi wireless, possono produrre effetti biologici importanti fino alla modifica del DNA, anche a livelli di intensità di campo elettrico molto piccole, anche a 0,1 microwatt/cmq (Yakimenko, Sidorik, Henshel, Kyrylenko, 2014)».