di Laura Colombo e Sara Gandini
“Che cosa vuole una donna?” si chiede Freud davanti all’enigma del desiderio femminile, domanda che da allora attraversa la storia e che gli uomini hanno interpretato in modi diversi, raramente mettendosi in ascolto di lei. L’emancipazione, che assimila le donne a un gruppo sociale svantaggiato e oppresso, è la classica risposta assunta dalla sinistra progressista. Non si può essere più lontani di così dal desiderio femminile. Già nel 1942, Sibilla Aleramo scriveva: «Stranezza e tristezza degli equivoci che si perpetuano! Il femminismo sorse per la coscienza di un malessere diffuso e oscuro: ma quasi immediatamente batté false strade. Si credette che l’emancipazione della donna consistesse nell’emulare l’uomo… rifiutandosi di riconoscere la legittimità di una interiore autonomia e ricercare i modi per effettuarla. Se si trattasse invece di somigliare a se stesse? Se fosse tutto in noi da creare, da estrarre alla luce?». Così dalla fine degli anni ’60, volendo cambiare il mondo, le donne hanno iniziato a cambiare se stesse, in una relazione privilegiata donna con donna. Ecco che la lotta femminista diventa movimento di appropriazione di sé e della propria vita, diventa politica che mira a cambiare il senso comune della cultura corrente, perché la libertà femminile sia accettata e vissuta come un guadagno per tutti. Non è essenzialmente una questione di diritti e parità (parità con chi?), ma di simbolico, linguaggio, significati che circolano. Come ha scritto recentemente Luisa Muraro criticando le scelte editoriali di Internazionale, «il femminismo convenzionale è conforme al capitalismo perché promuove parità in vista della competizione e del profitto. Obiettivo che può durare all’infinito perché la parità è un miraggio.» (http://www.libreriadelledonne.it/la-fiducia-delle-donne/)
«L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sé da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli» scrive Carla Lonzi negli anni ’70. Porre l’uguaglianza come orizzonte politico significa assumere una prospettiva limitata e limitante. L’orizzonte più in grande non ha paura della differenza, anzi, traduce la retorica della discriminazione femminile in qualcos’altro, puntando sul quel “di più” che le donne sanno mettere in gioco. Sempre Carla Lonzi scrive: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!».
Questo è l’orizzonte della politica delle donne, che oltre alla parità guadagna libertà, giustizia e felicità attraverso un ripensamento radicale delle relazioni tra donne, della forza che ne deriva, del proprio valore e delle scelte che hanno più senso. Quello che la sinistra non capisce è che il femminismo italiano non è un prolungamento del femminismo dell’Ottocento, non è l’emancipazione femminile, che tanto piace ai progressisti (e ne accomoda gli animi), non è rivendicazione di diritti o desiderio di spartire il potere. Per il femminismo, o meglio, per il femminismo radicale, “donna è bello”: le donne esistono, non sono una creazione del patriarcato, del dominio sessista.
Le “politiche di genere” attuali sono un modo molto vago e deformante di riferirsi al desiderio di libertà femminile. Il linguaggio che usiamo per nominare le cose non è mai del tutto innocente e senza effetti. Per le istituzioni il movimento delle donne si traduce nella richiesta di parità e la risposta diventa il cosiddetto “femminismo di Stato”, che considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. Il femminismo radicale, al contrario, afferma la possibilità e la necessità di un agire politico che non si basa sulla ricerca del potere. La politica dei diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a un dato momento, che non valgono più. La politica basata sulla relazione, invece, è quella che può modificare gli atteggiamenti profondi delle persone.
Il femminismo di Stato, che oggi è diventato il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream, preme per la spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità e delle “quote rosa”, cose che piacciono tanto alla sinistra. Pensiamo alle lotte per avere il 50% di donne nei CdA o al parlamento, una risposta istituzionale all’avanzare del protagonismo femminile.
Il femminismo radicale, in continuità con quello degli inizi, vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire protagonismo a donne e uomini, contro il sistema di potere. Il punto essenziale è la forza simbolica di un’autorità non più identificata con il potere. Per capirlo possiamo pensare alla scuola di base, materna e primaria, dove ci sono insegnanti che si fanno carico dell’alfabetizzazione di bambine e bambini e delle tematiche interculturali, un lavoro che è stato penalizzato anche dai governi di sinistra, ma che sappiamo essere immenso e disconosciuto, volto all’inclusione, che lavora sui pregiudizi e le obiettive difficoltà quotidiane di bambini e genitori. È un ruolo di mediazione sul territorio di inestimabile valore, che civilizza e previene le tensioni che le amministrazioni faticano ad affrontare e che si potenzia con la partecipazione sempre più attiva di madri e padri nell’impresa della scuola. Noi proponiamo in primo luogo che questo lavoro ben fatto venga visto e valorizzato, che si sappia e si riconosca, perché troppe volte ci siamo ritrovati con nuovi ministri (destra e sinistra in questo sono alla pari) che hanno imposto riforme, ignorando le risorse e le risposte che già c’erano.
Il femminismo radicale punta a un cambio di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente, facendo leva sull’amore per la libertà femminile, ovvero libertà di pensare e agire in rispondenza ai propri desideri, e scommettendo sulle relazioni donna con donna. Ci riferiamo a La politica del desiderio, così come è stata raccontata in un libro bello e profondo da Lia Cigarini (Ed. Pratiche, 1995). L’accettazione, da parte di una donna, del proprio desiderio sorgivo fa parte di una scommessa radicale della nostra civiltà, perché il desiderio femminile per secoli è stato subordinato e represso. Il primato del rapporto tra donne è una delle intuizioni all’origine della pratica femminista del fare società femminile, insieme alle genealogie, all’ordine simbolico della madre e al privilegio di nascere dello stesso sesso della madre. Rispetto al “siamo tutte uguali” della sinistra progressista, che appiattisce e neutralizza, preferiamo ragionare su cosa capita quando vediamo presentarsi un’altra donna che ha qualità particolari, che ha un’idea illuminante, una che si fa rispettare e sa fare ordine dicendo la cosa giusta in faccia a chi sta sbagliando, una che inventa qualcosa di buono. Noi vogliamo che venga riconosciuto il suo valore e chiediamo ammirazione, sostegno, forza, perché il gesto politico di riconoscere all’altra un “di più” crea società femminile, innesca un cambio di civiltà.
È importante saper vedere e valorizzare le qualità delle donne, riconoscere loro forza mettendola in parole quando ci capita di osservarla, anche perché altrimenti lo fa il capitale, e sa farlo bene, come lucidamente scrive Naomi Klein in No logo, sottolineando come gli atti simbolici e culturali hanno un vero potere politico. Le qualità di donne e uomini sono strumentalizzate, fuorviate, ingannate dalla logica del capitale. Il capitalismo mercifica anche la libertà femminile e persino la lotta contro la violenza maschile sulle donne. Questo ne è un piccolo e singolare esempio: recentemente è nata un’impresa che usa le lotte delle donne per pubblicizzare un braccialetto di gomma. Nel messaggio pubblicitario, grazie alla dichiarazione di destinare il 10% degli utili alla realizzazione di progetti sociali, l’impresa strumentalizza l’insofferenza del femminismo rispetto ai media mainstream, che raccontano la violenza sulla donne solo in termini di miseria femminile. Il capitalismo, sensibile ai cambiamenti della società, sfrutta l’esigenza di cambiare l’immaginario sulla violenza sessista, oramai diventato senso comune, rendendola oggetto di mercato: grazie al braccialetto, lei possiederà magicamente la forza necessaria per trasformarsi in un’invincibile eroina. Queste operazioni si chiamano pinkwashing, ovvero una passata di rosa per fare sembrare più bello qualcosa di profondamente grigio, e sono un mercato in espansione. Così nominare la violenza sulle donne diventa un buon messaggio pubblicitario anche per un governo, un partito, una riforma e per il mercato del lavoro, con il terzo settore e i suoi nuovi professionisti dell’antiviolenza. Peccato che al centro del discorso ci siano le donne, ampiamente descritte e trattate come vittime, e mai la violenza e la sessualità maschile.
La lotta per la libertà femminile non ha molto a che fare neppure con quel nuovo femminismo moralista nato con il movimento Se non ora quando, in occasione degli scandali in cui era coinvolto Berlusconi. Così come abbiamo imparato che la contrapposizione tra noi e le donne che subiscono violenza, le vittime, non funziona, respingiamo la separazione fra donne “per bene” e “per male” perché umanamente e politicamente sbagliata. Quando su Facebook si faceva il gioco di assumere identità storiche, nella preparazione delle manifestazioni, evocando i nomi di grandi donne del passato: “Io sono Carla Lonzi”, “Io sono Rosa Luxemburg”, “Io sono Sibilla Aleramo”, noi ci siamo assunte l’identità: “Io sono Ruby Rubacuori” e in piazza siamo scese con il suo rossetto rosso. Noi diciamo che su questi temi la cosa davvero in questione è la miseria maschile e il nesso sesso-denaro-potere, intrinseco alla politica attuale, e non le donne che si vendono.
La sinistra non ha saputo cogliere, nemmeno a quel tempo, l’occasione per cominciare a riflettere sul potere che si fonda su un dominio antico, quello di un sesso sull’altro. Come scriveva Ida Dominijanni, «nessun uomo pubblico è riuscito a dire una sola parola dotata di senso sul rapporto fra le esibizioni sessuali di Berlusconi e la sua concezione della sovranità. È un atto mancato non da poco, nella sinistra istituzionale. Dove il massimo che abbiamo ottenuto è stata l’offerta tardo-paternalistica, o tardo-cavalleresca, dei dirigenti del Pd che scendevano in piazza – cito testualmente – “per difendere la dignità delle nostre mogli e delle nostre figlie”. E la dignità delle altre? E la loro dignità? La dignità degli uomini, a me pareva ben più compromessa della nostra dai comportamenti di Berlusconi». All’epoca degli scandali berlusconiani, in pochi (si trova un’interessante rassegna stampa su questo tema nel sito di Maschile Plurale) sottolineavano la necessità di «riportare a discorso pubblico (e politico) le forme del desiderio maschile (che è più antico delle televisioni del Biscione), l’idea stessa di relazioni, di potere, di libertà», come scriveva Andrea Bianchi. «Dovremmo cercare di farlo insieme in quella dimensione collettiva che è poi la politica. E lo dovremmo fare come uomini prima ancora che come cittadini».
Ritornando alla domanda “Cosa vogliono le donne?” siamo sicure che saranno sempre di più le donne in carne ed ossa a dirlo, se ci poniamo nella giusta attenzione, se modifichiamo i parametri interpretativi e se le donne assumono il proprio desiderio sorgivo e dando valore alle relazioni con le proprie simili. Più che la decrescita economica noi proponiamo alla sinistra di pensare seriamente alla “decrescita del maschio” da tutte le posizioni spropositate che ha preso, mettendo in pericolo l’umanità intera. Ma è importante che le donne prendano il coraggio di dire la loro verità e per questo c’è il femminismo. Dietro questa parola ci sono esperienze, parole, racconti a cui donne e uomini possono attingere, perché le donne possano prendere il coraggio di essere se stesse e gli uomini scoprano la bellezza che regala loro l’avvento della libertà femminile.
Insomma, il femminismo radicale e i desideri delle donne regalano alla sinistra occasioni d’oro per ripensarsi. Speriamo che prima o poi impari a coglierle. A noi piacerebbe recuperare l’orgoglio di poterci dire “di sinistra”, oltre che “femministe”.
Contributo Laura e Sara dal Calendario del Popolo
di Paola d’Agostino
Dalla città dei diari tracciata in mezzo all’Appennino tosco-emiliano, quello della Linea Gotica, per intenderci, cancellata dai bombardamenti e poi riscritta, sono tornata in aereo con le mani letteralmente aggrappate alla copertina di un libro, che poi libro non è. Gnanca na busia, neanche una bugia, si chiamava il lenzuolo-diario che Clelia Marchi, contadina del mantovano, regalò nel 1986 a Saverio Tutino, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Poi la Fondazione Mondadori trascrisse il lenzuolo in un libro, ripubblicato in seguito dal Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Dove l’autrice ricostruisce la propria biografia di nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia. Materia. Nella cultura contadina tutto ciò che è valido deve essere materia. E perciò Clelia nel suo diario-lenzuolo dice: “Venitemi à trovare che ò: 15.chili di carta scritta che ò incominciato nel .1972.a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male”.
Male, sì, perché Clelia era semi-analfabeta, la scrittura le si era disegnata dentro come necessità di raccontare, ma regole ne conosceva poche: “non offendeteVi; che sono andata à scquola, solo in 2a elementare […] si sa che quando poco a scquola poco si va; poco si sa!”
In copertina due mani anziane, incrociate, riposano su una trama fitta di parole distese all’incontrario, come se fosse il tessuto poggiato sulle gambe della ricamatrice, Clelia o qualunque altra. Per questo non riuscivo a togliere le mie, di mani, da quella copertina. Era come se toccando quelle dita con le mie riuscissi a stabilire un contatto con le donne di altre generazioni, quelle che un tempo ricamarono per noi cifre e disegni su lenzuola di lino che ancora oggi ci portiamo a letto distrattamente.
In principio erano le cifre, pensavo. Le iniziali che si ricamavano sui baveri delle lenzuola a personalizzare la notte. Così a Clelia in una notte insonne deve essere venuto in mente di usare quelle cifre, lettere sempre ben disegnate, per comporre una storia intera sul lenzuolo migliore, che ormai era inutilizzato, inutile, perché suo marito era morto.
Perché è vero che quelle lenzuola lì, quelle del corredo, la madre o la nonna le preparavano alle ragazze in previsione delle nozze, e quindi erano in qualche modo destinate (anche o soprattutto) all’uomo che le avrebbe condivise. Erano custodite in bauli che attendevano pazienti la prima notte e poi tutte le altre notti maritate. E a usare quelle lenzuola in letti solitari doveva parer di infrangere un sacro rituale, un po’ come profanare l’altare dei Penati, commettendo empietà contro il candore ormai anacronistico di quelle mani che ricamavano i giorni, i pomeriggi d’inverno, o l’estate su spiagge divise per genere da una rete.
Oggi, che non ci si sposa quasi più, a casa a ricamare non ci restiamo, ce ne andiamo in giro ovunque come le cattive bambine degli slogan femministi, e il nostro modo di incidere un senso ai giorni è la scrittura, il nostro spettro intimo da disegnare. Figli quasi non ne facciamo, ma se proprio dovessimo averne uno, il corredo è l’ultimo degli scampoli di civiltà che ci verrebbe di trasmettergli, al massimo gli pieghiamo in valigia un lenzuolo low-cost su cui la scrittura probabilmente farebbe fatica a fissarsi, perché quel tessuto industriale è una trama plastificata come tutto il resto.
Avere figli o non averne, del resto, è stato lo spartiacque tra due modi di scrivere un’autobiografia al femminile. E il diario di Clelia è anche un diario di quello spartiacque, di quel momento in cui ogni donna si interrogava sulla possibilità di scegliere in che modo cullare la materia del proprio corpo. Clelia, come molte donne del suo tempo, non ammetteva l’idea dell’aborto: “ma cose questo andamento di vita, vogliono divertirsi niente figli sarebbe comoda la vita; ma volere abbordire per me: è come uccidere una persona”. Era l’84, quando Clelia ricamava le sue considerazioni sull’amore coniugale e filiale: venti anni dopo i Comizi d’amore di Pasolini l’Italia interna era ancorata a se stessa cercando di difendere una tradizione cattolica dura a scomparire.
Intanto, nel 1978 Ermanno Olmi aveva filmato L’albero degli zoccoli con la nostalgia con cui si evoca un mondo perduto. E come nella cascina di Olmi nelle notti difficili a passare ci si riuniva a raccontare storie per lenire l’ansia, così la ricamatrice vedova in un buio particolarmente denso di ricordi decide di prendere in mano il lenzuolo e condividere quelle memorie. Il film lo aveva visto di sicuro, se a un certo punto del suo diario scrive al centro di una riga, incidentale come tra parentesi “<Questo è il vero albero degli zoccoli vero sincero>”. E abbandona così la tradizione orale, ma lo fa portandosi dietro un’altra tradizione, tutta femminile, che è quella del ricamo. Ecco perché presenta i suoi scritti ad un lettore ideale come una ricamatrice mostrerebbe l’ultimo disegno ad un’amica.
Nelle righe 128 e 129 del lenzuolo dice così: “ Leggetelo pure quello che c è scritto su questo: <Libro Lenzuolo> anche se è scritto male; l’ò scritto di notte come o detto; non dormo: e non che mi viene in mente tante cose della mia, ò nostra vita le scrivo; certo che per tante che ne scrivi ne rimane in dietro: ma cosa serva a scrivere se nessuno li guarda, ò li legge;”.
Lo sguardo viene prima della lettura. Per Clelia, di sicuro. Le parole sono materia ricamata su una trama bianca. Come una città è un disegno inciso lungo le linee verdi dell’Appennino. Sembra di arrivare così al punto luminoso in cui comincia la scrittura.
Dicono che i diari siano la forma meno codificata della scrittura, la più istintiva, la più ingenua. Ma non è vero, e non lo è soprattutto guardando l’arazzo di parole che ospita Gnanca na Busia. Secondo la versione ufficiale, quando la carta era finita Clelia aveva deciso di usare come supporto il lenzuolo. Ma io non ci credo.
Dopo aver scritto “15 chili” di diari con copertine che lei stessa aveva rivestito all’uncinetto, Clelia decide, secondo me, di scrivere il libro-lenzuolo nella totale consapevolezza di star componendo un ricamo di parole, ed è probabilmente per questo che le righe sono numerate, perché doveva trascriverle da un disegno precedentemente appurato.
La superficie del lenzuolo è divisa tra corpo del ricamo scritto in 185 righe orizzontali che occupano l’intera larghezza del lenzuolo – la lunga storia in prosa – e 9 poesie su altrettante colonne verticali parallele che disegnano a mo’ di merletto il bordo inferiore – come l’orlo ricamato all’uncinetto che all’estremità di un lenzuolo ne segna il limite. Come se la poesia fosse il lato decorativo della storia, la verità della materia abbellita da trine e merletti.
E dunque prima di iniziare a comporre l’arazzo, Clelia ha avuto in mente il quadro d’insieme, il disegno complessivo di quel ricamo che ha scritto in forma di diario, autobiografia incisa, dando alla scrittura l’essenza magica e concreta che hanno certe opere di artigianato e che certa scrittura sembra aver perso.
Poi bisognerebbe parlare di Jung, della scrittura dell’inconscio, e di altre esperienze simili in Brasile, per esempio, o nei tappeti delle donne africane. Ma per oggi mi fermo qui. Posiziono l’ago del cursore sotto l’ultimo carattere digitato, come un punto, e chiudo il rigo, lo ripongo.
di Alessandra Pigliaru
Post patriarcato. Un’intervista con la filosofa tedesca Heide Göttner-Abendroth. L’antropologa femminista è in Italia per presentare il suo importante volume «Le società matriarcali»
Rispetto al senso comune che spesso confonde il matriarcato con un «domino delle madri», esiste una storia del concetto differente. Il termine matriarcato significa infatti «all’inizio le madri», dal più antico significato di arché che concerne l’interrogazione dell’origine, dell’inizio – sia della vita biologicamente intesa che della comunità sociale -, sottraendosi alla prevaricazione di un genere sull’altro. Ciò perché il matriarcato non ha mai necessitato di sopraffazioni egemoniche sui viventi e ha avuto una esplicitazione storica ben diversa da quella del patriarcato. È in questa stringente logica della definizione che vanno letti gli esiti assunti dai moderni «Studi Matriarcali» fondati alla fine degli anni Settanta dalla filosofa tedesca Heide Göttner-Abendroth e che risultano centrali nel dibattito contemporaneo internazionale sul tema. Rispetto agli studi precedenti, per la filosofa si tratta di osservare modelli sociali antichi (che dalla più nota forma sud-asiatica si sono diffusi in India, Persia, Egitto e nelle zone del Mediterraneo orientale, compresa la Grecia) e di verificare l’esistenza di società matriarcali che ancora persistono indicando pratiche ed elementi capaci di interrogare le attuali società occidentali. Dotati di una salda struttura teorica e pratica, gli studi matriarcali sono dunque da considerarsi nella forma di ricerca socio-culturale critica. Il primo approccio di Göttner-Abendroth risale al 1978, quando propone una metodologia per indagare i matriarcati, fondata sul doppio binario dell’interdisciplinarietà e della critica radicale all’ideologia patriarcale. Nel suo primo lavoro del 1980, Die Göttin und ihr Heros (The Goddess and Her Heros, 1995), studia le trasformazioni della mitologia matriarcale ricollocandola nelle diverse fasi storico-sociali. È tuttavia nell’opera in più volumi, Das Matriarchat comparsa tra il 1988 e il 2000, che approfondisce i modelli strutturali matriarcali sotto il profilo sociale, politico ed economico per estenderli poi a livello culturale. La forma matriarcale di una società prevede un’economia bilanciata, cioè la distribuzione dei beni e la mutualità economica; a livello sociale, la discendenza matrilineare all’interno di un contesto di orizzontalità non gerarchica; infine, una forte inclinazione spirituale che attraversa ogni aspetto della vita e che poggia sul divino femminile. Da qualche anno a questa parte gli studi matriarcali conoscono una fortunata ricezione anche in Italia grazie ad alcune associazioni di donne che instancabilmente portano avanti diverse iniziative e interessanti e utili libri, come Matriarché a cura di Francesca Colombini e Monica Di Bernardo. Heide Göttner-Abendroth è stata in Italia (Verona, Pistoia, Milano, Bologna, Torino e Bolsena) per discutere delle sue ricerche. Il 9 ottobre ha presentato il suo volume tradotto in italiano Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia, pp. 712, euro 28) alla Casa internazionale delle donne di Roma e il giorno seguente, sempre nella stessa sede, ha tenuto un workshop con la partecipazione di Geneviève Vaughan, filosofa dell’economia del dono, e Cecile Keller, esperta di medicina matriarcale.
Perché parlare di matriarcato oggi?
Le società matriarcali possono insegnarci a superare il distruttivo mondo tardo-patriarcale che stiamo vivendo oggi. Sono forme matricentriche che si fondano sull’uguaglianza tra i generi e sulla collaborazione tra le generazioni. In questo senso sono società egualitarie che non possiedono gerarchie né classi e nessun genere domina sull’altro; non sono un rovesciamento del patriarcato, come il solito errore di interpretazione prevedrebbe. Sono basate su valori materni come il prendersi cura, il nutrimento, la centralità del materno, la pace attraverso la mediazione e la non violenza; sono valori che valgono per tutti: per chi è madre e per chi non lo è, per le donne e per gli uomini. Il concetto matriarcale della centralità del materno non è corrisponde a quell’immagine romantica spesso veicolata dal patriarcato, di una finzione che svaluta i valori materni per farli apparire alla stregua di questioni sentimentali. Le società matriarcali, in linea di principio sono orientate verso il bisogno invece che verso il potere, sono più realistiche perché consapevoli del valore materno, che è molto più appropriato alla condizione umana rispetto al patriarcato che tende a sopprimere le donne, e in particolare le madri.
Ha insegnato all’università ma il discorso sul matriarcato necessitava di una radicalità politica difficilmente percorribile dentro l’accademia. Qual è stata la sua esperienza?
Dopo aver completato il mio dottorato di ricerca in filosofia all’Università di Monaco, ho lì insegnato filosofia della scienza per dieci anni. Poi ho lasciato il sistema universitario, perché avevo trovato un compito molto più importante e socialmente rilevante. Nel 1976, ho iniziato un lavoro pionieristico, insieme alle mie colleghe, fondando gli Women’s Studies in Germania, e in questo contesto ho presentato per la prima volta un’illustrazione della mia ricerca sulle società matriarcali. Avevo iniziato a sviluppare una teoria delle società matriarcali già da quando avevo 25 anni, utilizzando tutte le biblioteche delle diverse discipline e viaggiando molto per visitare diversi siti archeologici. Dal 1983 in poi, mi sono dedicata completamente a questo compito che non era riconosciuto da nessuna università in Germania e in Europa. Ma un altro pubblico era molto interessato: il mio libro ha segnato l’inizio della discussione sulle società centrate sulle donne e sul matriarcato nella seconda ondata del movimento femminista tedesco, per diffondersi successivamente in tutto il mondo grazie alle tante donne che si sono mostrate fortemente interessate.
Propone una metodologia precisa tra teoresi e prassi e ripercorre brevemente anche i primi tentativi «tradizionali» sul matriarcato. Che cosa non ha funzionato in quelle analisi?
Ero ben consapevole che questo dibattito aveva avuto una lunga tradizione in Europa, andando indietro per quanto riguarda il lavoro dello storico della cultura JJ Bachofen, che è uscito nel 1861, e all’estero con la famosa opera antropologica di HL Morgan del 1851. Per più di un secolo, la discussione sul diritto materno e sul matriarcato ha proseguito: questo tema era stato usato e abusato da tutte le scuole intellettuali di pensiero, ognuna con il suo diverso e netto punto di vista. Quello che mi preoccupava di più di questa ricezione delle idee sul matriarcato era la totale mancanza di una chiara definizione della questione, la mancanza di una metodologia di sviluppo e soprattutto di un quadro scientifico teorico. Così è accaduto che l’immagine di essenza della donna in quel periodo si è insinuata nell’idea di matriarcato, e una quantità enorme di emozioni legate tuttavia all’ideologia patriarcale sono state coinvolte nella discussione. Questa combinazione di definizioni poco chiare, emotività eccessiva e pregiudizio patriarcale, si verifica ancora oggi quando si avviano riflessioni sull’argomento. Dopo aver intuito quanto l’argomento sia stato distorto, ho deciso di indirizzare la ricerca verso tutte le forme di società non patriarcali, sia passate che presenti, di definire quindi un moderno fondamento scientifico basato su una definizione nuova e adeguata di matriarcato. Questa è stata la creazione dei «moderni studi matriarcali», un nuovo campo di conoscenza che è critico dell’ideologia patriarcale.
In che modo il matriarcato può essere considerato un movimento di liberazione per donne e uomini? Ha in mente pratiche precise?
Sta diventando sempre più chiaro che questo modello culturale radicalmente diverso avrà grande importanza per il futuro delle donne, delle madri e degli uomini, cioè del genere umano in generale. Nella vita sociale, ciò significa sfuggire alla crescente frammentazione della società – laddove siamo trascinati verso il basso in uno stato di separazione e solitudine che ammala. Piuttosto, significa sviluppare strutture che promuovono diversi tipi di comunità intenzionali o di affinità, come comuni, alleanze di vicinato e reti sociali. Il principio matriarcale è che ciascuno dei gruppi basati su affinità politiche e di intenti è generalmente avviato, sostenuto e condotto da donne. I criteri determinanti sono le esigenze delle donne e dei bambini, che sono il futuro dell’umanità (rispetto alle aspirazioni di «potenza» e «virilità» degli uomini). Nei nuovi matri-clan gli uomini saranno pienamente integrati, ma secondo un sistema di valori diverso, cioè quello basato sulla cura reciproca e l’amore. L’economia quindi non potrà più rincorrere l’ulteriore aumento della grande industria, delle espansioni militari e del cosiddetto «livello di vita», perché verrà considerato il pericolo della completa distruzione della biosfera e della vita sulla terra. Ne deriva quindi una prospettiva alternativa; in combinazione con una economia del dono e di sussistenza locale e regionale che darebbe indipendenza economica alle persone. La qualità della vita ha precedenza sul concetto di quantità.
Riconosce la massima importanza degli studi portati avanti dai ricercatori indigeni sulle proprie società. Come è cominciata questa collaborazione?
Durante i miei numerosi viaggi ho incontrato persone provenienti da diverse società matriarcali ancora esistenti, e alcuni di loro sono studiosi che stanno facendo ricerche sulla propria società. Molti di loro apertamente chiamano le proprie società matriarcali, così come gli Irochesi del Nord America, i Minangkabau di Sumatra (Indonesia), e i Moso della Cina occidentale. I loro studi si intersecano con gli studi femministi in questo campo, e come le femministe, sono molto critici verso l’ideologia patriarcale che ha pesantemente distorto la comprensione delle loro società.
Ha visitato i Moso nel sud-ovest della Cina. Come è stato incontrarli?
È stato magnifico incontrare persone che vivono ancora pienamente le loro tradizioni matriarcali. Sono ben consapevoli che i modelli patriarcali stanno lavorando a danno delle donne in Cina. Così, la maggior parte dei Moso – come altri popoli matriarcali – tengono strette le loro tradizioni, anche se sono pesantemente oppressi dal governo cinese centrale. La mia amicizia con loro e con altre donne e uomini matriarcali ha proseguito nel corso degli anni. Uno dei risultati è stato la realizzazione di tre grandi congressi, dove hanno presentato il loro modo di vivere. Così, nel 2003, il primo congresso mondiale sui moderni studi matriarcali ha avuto luogo in Lussemburgo e ha riunito per la prima volta studiosi internazionali e indigeni, che fino a quel momento avevano lavorato sul tema in un certo isolamento. Nel 2005, il secondo congresso mondiale ha avuto luogo negli Stati Uniti, e ha riunito un maggior numero di studiosi matriarcali indigeni arrivati dall’Asia, dall’Africa e dalle Americhe. Il terzo grande congresso, svoltosi nel 2011 in Svizzera, è stato dedicato alla Politica Matriarcale, e studiosi occidentali, indigeni e attivisti politici si sono incontrati per discutere di pratiche basate sui risultati delle conferenze precedenti, per rendere la saggezza matriarcale uno stile di vita fruibile per il presente. In questo modo, insieme a eccellenti donne e uomini impegnati in tante parti del mondo, il paradigma matriarcale ha cominciato a circolare e continua a svilupparsi. Si tratta di una prospettiva completamente nuova della società e della storia. Tutti i contributi di questi congressi sono stati pubblicati in inglese nel libro Societies of Peace (2009) e su web: www.kongress-matriarchatspolitik.ch.
(il manifesto, 15 ottobre 2014)
di Paola Rudan
Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su «Il Manifesto» del 16 ottobre 2015 con il titolo Le armi della libertà femminile
In una recente intervista dal fronte realizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unità di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico è un nemico dell’umanità. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane è il confine globale che separa la civiltà dalla barbarie. C’è qualcosa di spiazzante in queste parole perché sono le stesse che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall’Afghanistan all’Iraq alle periferie delle città americane ed europee, in nome della «duratura libertà» di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma è altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo più davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libertà – anche quella delle donne oppresse dall’integralismo talebano –, ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse. Quest’osservazione, però, non basta a quietare il senso di spiazzamento. È davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libertà? Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi è sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all’invasione statunitense dell’Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra?
Le fila delle Unità di protezione del popolo contano 45mila unità, il 35% sono donne. Quasi 16mila guerriere contraddicono praticamente ogni legame sostanziale tra il sesso, la guerra o la pace. Si tratta, per la maggior parte, di curde siriane, ma ogni giorno nuove combattenti provenienti dalla Turchia e dalla Siria, non soltanto curde, si uniscono alle YPJ. Un detonatore per questa ondata di reclutamenti è stata la presa del Sinjar da parte dello Stato islamico, lo scorso 3 agosto. Migliaia di donne curde yezidi sono state catturate. Quelle che non sono state uccise per essersi ribellate o aver tentato di fuggire e quelle che non si sono uccise per scampare al proprio destino sono state stuprate, ridotte in schiavitù e vendute a combattenti ed emiri al solo scopo di soddisfare le loro esigenze sessuali e la necessità di produrre e allevare martiri jihadisti. Centinaia di bambini sono stati catturati e rinchiusi in scuole coraniche per essere trasformati in combattenti. Dietro all’odio sfrenato dell’IS nei confronti delle donne – obbligate da norme ferree che regolano il loro abbigliamento e limitano la loro mobilità, che le dichiarano «disponibili allo stupro» – c’è la loro riduzione a strumenti di riproduzione di un ordine violentemente patriarcale secondo una logica che, per quanto estremizzata e connotata confessionalmente, ha un carattere terribilmente globale.
A Kobane si sta perciò combattendo una «guerra di posizione» e questa definizione non ha nulla a che fare con le strategie militari. Il fatto è che in gioco c’è anche il posto che le donne occupano nel mondo e per questo le guerriere delle YPJ sono orgogliose di avere imbracciato le armi, come lo sono le loro madri organizzate nel gruppo Şehîd Jîn’. L’etica della cura di cui queste donne sono portatrici assume forme del tutto impreviste per chi, da questa parte del mondo, fa della cura qualcosa che riguarda la vita e che, per sua natura, nega la guerra. A Kobane, però, la guerra è la scelta obbligata per chi intende curarsi della propria vita e della propria libertà, della vita e della libertà dei propri compagni e compagne, della propria regione, delle proprie idee. Intervistata da Rozh Ahmad, che ha realizzato un bellissimo documentario dal fronte della Rojava, la madre di una combattente, che indossa il velo, racconta: «due delle mie figlie sono andate via nella stessa settimana. Una è entrata nelle YPJ, l’altra si è sposata. Per fortuna non mi preoccupo per quella che è nelle YPJ. Hanno buone idee e per noi è un onore avere una figlia nelle loro fila. La mia figlia sposata sta bene, ma sono ancora preoccupata per lei». Questa madre non dice quale sia la sua preoccupazione, ma possiamo immaginarlo dal racconto della sua figlia combattente: «la nostra società guardava le donne solo come buone casalinghe, le donne erano fatte su misura per gli uomini e rinchiuse in casa come schiave. Ora abbiamo appreso questa realtà amara. Ora siamo cambiate: viviamo, impariamo e combattiamo. Siamo soldatesse ora […] viviamo pienamente la nostra diversità».
Le donne combattenti di Kobane, in primo luogo, sono diverse da ciò che sono state. Le armi hanno segnato un cambiamento decisivo rispetto all’inesausta continuità della tradizione e forse anche rispetto alla «Carta del contratto sociale» della Rojava, che alle donne garantisce l’uguaglianza e la partecipazione attiva a ogni organo di autogoverno. Si tratta di un cambiamento che è dovuto, in una certa misura, alla spinta politica del PKK, nella cui «ideologia» si riconosce pienamente l’Alto consiglio delle donne del movimento di liberazione del Kurdistan. Come spiega Handan Çağlayan, la persistenza di consuetudini come il namus, l’obbligo di sorvegliare i corpi, i comportamenti e la sessualità delle donne da parte degli uomini, costituiva un grosso limite alla mobilitazione di massa in favore della causa curda. Il nesso stabilito da Öcalan tra la liberazione delle donne e la rivoluzione sociale (Woman and Family Question, 1992) non può comunque essere letto esclusivamente alla luce delle «strategie di mobilitazione», ma deve essere considerato allo stesso tempo una risposta a un massiccio protagonismo delle donne, anche nella guerra, a partire dalla fine degli anni ’80. Inoltre, il mancato riconoscimento della minoranza curda da parte della Siria ha prodotto nelle donne un sentimento di oppressione e, con esso, il senso della possibilità e della necessità della ribellione. Lo racconta chiaramente a Rozh Ahmad una delle combattenti intervistate: «noi ragazze curde eravamo costrette a parlare arabo tra di noi a scuola. Noi curdi eravamo oppressi, lo Stato controllava completamente le nostre vite. Ma ci siamo sempre ribellati contro tutto questo». Al di là dell’identificazione di queste donne con la causa curda c’è, però, qualcosa di più. Una di loro racconta che, secondo alcuni, le combattenti «sono tagliate fuori dalla vita sociale» perché hanno preso le armi. A loro risponde con orgoglio che, assieme alle sue compagne, ha «una vita molto più ricca di quello che loro possono pensare». Con orgoglio un’altra afferma che alcuni uomini, che non hanno avuto il coraggio di combattere, abbassano la testa al loro passaggio. Benché ciò passi in secondo piano rispetto all’impressionante resistenza che stanno opponendo all’IS, sembra che queste donne stiano portando avanti anche una battaglia sul fronte interno per affermare il loro diritto a conquistarsi la libertà.
È stata la partecipazione alla guerra che le ha portate a sentirsi uguali. Contro ogni retorica nazionalistica costruita sulla «difesa delle nostre donne», le guerriere delle YPJ hanno preso a difendere se stesse e hanno accettato il rischio di morire, senza per questo avere una felice propensione al martirio. Contro l’incredulità dei loro padri e dei loro fratelli che dubitavano della loro forza e ben oltre il formale riconoscimento della loro uguaglianza espresso nella costituzione della Rojava, queste donne hanno dimostrato di avere non solo la forza, ma anche il coraggio. A loro non piace la guerra, a loro non piace uccidere, a loro non piacciono le armi e lo ripetono nelle loro interviste. Una combattente racconta che pulire il suo fucile non era poi così difficile, ma per sparare ha dovuto superare la paura. Ognuna di queste donne ha combattuto prima di tutto contro una parte di sé, la propria «passività», come la chiama qualcuna, l’ignoranza di che cosa possa significare «essere una donna», per andare sul fronte di Kobane. Nessuna di loro era già libera, ciascuna di loro ha dovuto conquistarsi un pezzo di libertà.
Convinte che la guerra e la pratica della violenza non siano proprie delle donne, alcune potrebbero arrivare a negare che queste donne siano davvero tali. È già accaduto di fronte alle immagini di Lynndie, la fiera torturatrice di Abu Grahib. Tra lei e le combattenti della Rojava c’è un abisso, ma in entrambi i casi è chiaro che vi sono molti modi di stare al mondo come donne, al di là di qualsiasi destino tracciato dall’ordine simbolico del padre o da quello della madre. Convinte che l’uguaglianza non sia altro che l’espressione politicamente corretta del perpetuarsi di un potere sessuale sulle donne, altre potrebbero vedere in queste guerriere la riproduzione di un «modello maschile» di autonomia. Eppure, queste combattenti sono donne e per le donne combattono, contro una schiavitù che non indossa solo le maschere nere dell’IS e del suo fondamentalismo, ma che, come ricorda una di loro, arriva in Europa nelle vesti accettabili e colorate del capitalismo. Forse, allora, non è la storia di queste donne a essere inadeguata rispetto alle alte vette della libertà femminile. Forse sono i discorsi che donne e femministe hanno a disposizione a non essere all’altezza della storia delle combattenti di Kobane. Non si tratta, evidentemente, di fare della lotta armata il paradigma di ogni percorso di liberazione, né di dimenticare quanta oppressione e quanto sfruttamento passano per l’uguaglianza formale. Non si può neppure ignorare, però, che mentre rivendicano di essere «una brigata di sole donne che vivono in modo completamente indipendente», combattendo al fianco dei loro compagni sul fronte queste donne rivendicano e praticano l’uguaglianza e insegnano qualcosa agli uomini. C’è, in questo, qualcosa di profondamente sovversivo, che forse non sarà decisivo dal punto di vista militare ma senz’altro lo è dal punto di vista politico. Duemila donne, miseramente equipaggiate e con scarso appoggio internazionale, danno un contributo fondamentale alla difesa di una città asserragliata da novemila jihadisti ben armati. La loro forza – come ha ricordato la combattente delle YPJ Xwindar Tirêj – non è nei fucili ma nella determinazione. Certo, anche i loro compagni sono determinati, ma nell’uguaglianza femminile c’è qualcosa di più. È il volto e il corpo di quella determinazione a terrorizzare i combattenti dello Stato islamico convinti che, se saranno uccisi da una donna, non andranno in paradiso.
Così, mentre i miliziani dell’IS aspirano al paradiso, le donne di Kobane pretendono di portarlo sulla terra e, nel farlo, pongono domande davvero scomode al di qua di Kobane. Forse questo spiega il muto e fragoroso silenzio di molte donne e femministe di fronte a questa guerra e al ruolo delle Unità di protezione delle donne. Forse è più facile schierarsi nella guerra quando la parte delle donne è quella di vittime, quando il loro corpo è un terreno di battaglia, quando si fanno mediatrici e ambasciatrici di pace, quando sono uno fra i molti generi che subiscono la discriminazione e l’oppressione fondamentalistica, quando possono essere guardate come la metafora di una vulnerabilità che unisce il genere umano e rivela le bellicose pretese di dominio del soggetto Maschio, Bianco e Occidentale, quando sono esotici soggetti post-coloniali. Forse è più difficile prendere parte alla guerra quando significa ammettere che le stesse che danno la vita possono toglierla a colpi di mortaio, che le stesse che incarnano la pace possono decidere di armarsi e andare al fronte, che le stesse che si prendono cura possono colpire, che le stesse che dovrebbero contestare il potere lottano per prendere potere e lo fanno come donne. Mentre ridono e sparano, mentre riposano e danzano con tute mimetiche e foulard colorati, le donne combattenti di Kobane sembrano indicare il punto in cui ogni discorso formulato fin qui da donne e femministe rischia di sbriciolarsi sul fronte delle contraddizioni. Per questo, piuttosto che trincerarsi nel silenzio, vale forse la pena ascoltare e provare a capire la posta in gioco globale della guerra delle donne di Kobane.
(connessioniprecaria.org, 15 ottobre 2014)
La parte informativa di questo articolo è interessante, il commento politico è proprio sbagliato. Nel nostro sito abbiamo pubblicato un testo dal titolo: «Non si dica mai che la pace è più importante della giustizia». Non siamo pacifiste a oltranza.
(La redazione del sito)
da http://www.doppiozero.com
Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando “Sono una fotografa”. La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman…. leggi tutto
http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/vita-avventure-e-morte-di-francesca-woodman
Segnalato da Liliana Rampello
di Valentina Parisi,
«Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo», Bompiani. Origliando dalla viva voce dei protagonisti, e assemblando come in un collage, storie minime di «socialismo domestico», Svetlana Aleksievic prova a guardare l’Urss da una nuova prospettiva
Mosca, casa comune per il Narkomfin realizzata nel 1930 da Moisej Ginzburg e Ignatij Milinis, da «L’Avanguardia perduta», fotografie di Richard Pare, Jaca Book, 2007
(Alias, 12 ottobre 2014)
dal 23 ottobre 2014 al 20 novembre 2014
IL CIELO SULLA TERRA
Spazio Donizzetti50 Via Donizzetti 50 MONZA
LeoNilde Carabba, l’alchimista della luce, esporrà un’estesa scelta di opere in una personale di ampio respiro allo spazio Donizetti, 50 a Monza. Oltre alle opere pittoriche di vario formato e di varie epoche sarà esposta, per la prima volta in Italia, la cartella di grafiche “Materia Mistica” – stampa digitale a 7 colori con interventi manuali, stampate su carta Fabriano Artistico 300 gr. nell’atelier di Giovanni Leombianchi e con testo introduttivo di Cristina Muccioli che dice: “Della mistica l’autrice sente e condivide profondamente la partecipazione di ogni ente all’essenza trascendente che, appunto, la anima. Si tratta di un logos uranio, di un vero e proprio discorso celeste (aggettivo che nel linguaggio della scienza si attribuisce ai corpi astrali) che porta il Cielo sulla Terra, dentro le sue terre, in quel magma pacificato, luminoso e materico fatto di ocra gialla e rossa, di terra di Siena bruciata e bruno di Van Dyck che reca il nome di Materia Mistica, come a significare che l’anima consiste massimamente nel suo opposto, nella gravità e nella grevità della terra, humus in latino: da lì deriva la parola uomo”. La cartella è già stata esposta con successo presso la GARWAIN Verlag & Kunstprojekte Kallemback di Coblenza (Germania). Sarà a disposizione del pubblico anche il testo di un’intervista a cura di Chiara Cinelli che uscirà nel prossimo numero di Arte Medica.
di Tiziana Plebani
L’esperienza quotidiana e l’arte del vivere ci insegnano che non si superano un dolore, una ferita, un trauma se non attraverso un processo di rielaborazione e consapevolezza che, se affrontato pienamente, conduce a un di più: di sapere, di attenzione, di energia. Ripartire dalla ferita del Mose inflitta alla città, alla laguna e ai suoi abitanti significa dunque non limitarsi a indagare i fenomeni della corruzione e il pericoloso intreccio di politica e malaffare, denunciando i colpevoli: bisogna far sì che la città tutta e i suoi cittadini conoscano ampiamente le caratteristiche del progetto di difesa di Venezia e della laguna dalle acque alte costituito da schiere di paratoie mobili a scomparsa poste alle bocche di porto (MOSE), ciò che ha comportato nella modifica dell’ambiente lagunare, i suoi punti di forza, le ragioni dei suoi sostenitori, le sue debolezze e i rischi. È indispensabile che si conoscano i progetti alternativi, che vennero scartati al tempo, lo studio della società francese Principia, commissionato dal Comune di Venezia e che al tempo stesso esperti, non coinvolti nell’ampio cono grigio di omertà e cooptazione, rendano conto dell’attuale andamento delle maree, delle acque alte e dello stato della laguna. E che soprattutto si spieghi a tutta cittadinanza, anche a quella priva di competenze specifiche com’è la maggioranza, quali sono ora le possibili strade da imboccare: se è indispensabile oramai realizzare il completamento del progetto Mose oppure vi sono reali strategie alternative e compensative. Questo dibattito, non rinviabile e urgente data la situazione di rischio a cui è esposta la città dopo gli scavi alle bocche di porto, dovrebbe essere ampio e coinvolgente tutta la città con assemblee nei sestieri e anche a Mestre.
Ciò che nel passato non è stato fatto – sensibilizzare e coinvolgere i cittadini nella scelta di un progetto di difesa cruciale per la vita della città – va fatto ora, senza perdite di tempo, creando partecipazione reale, circolazione di saperi vitali per la vita di questa città e della sua laguna, facendo rinascere così il senso e il desiderio di una comunità che sa rigenerarsi, autogovernarsi e scegliere il meglio.
26 Giugno 2014
«Gli schiavi e le donne hanno cominciato a conoscersi solo quando sono diventati liberi». Con questa citazione di John Stewart Mill, Sofi Oksanen ha concluso il discorso ufficiale di apertura della Fiera del libro di Francoforte. Autrice di punta del Paese ospite, la Finlandia, Sofi Oksanen (nata nel 1977) è la star della Buchmesse: capelli tinti con colori fluo, abiti provocanti, trucco pesante. A qualcuno ricorda la trasgressiva (e tragica) figura della cantante Amy Winehouse. Di madre estone e padre finlandese, la Oksanen scrive in finlandese. I suoi libri sono tradotti in molti paesi, anche in Italia (Le vacche di Stalin e La purga da Guanda, il recente Quando i colombi scomparvero da Feltrinelli). Racconta, nei suoi romanzi, la tragedia dell’Estonia, passata nel giro di pochi anni dalla dominazione sovietica all’occupazione nazista e di nuovo ai sovietici. In questo alternarsi rapido e violento (fra il 1941 e il 1944) si consumano i destini dei patrioti, incerti se combattere il regime staliniano e accogliere i tedeschi come liberatori, o invece sabotare l’esercito hitleriano pur sapendo che il ritorno dei sovietici riporterà una condizione di schiavitù. Parla di libertà, la Oksanen, a qualunque costo: libertà per i popoli sottomessi a regimi dittatoriali; libertà per le donne, schiave da secoli. A chi le chiede della Russia di Putin, risponde: «Mi sembra sia tornata ai tempi di Stalin: anche oggi, come si è visto nella crisi dell’Ucraina, chi è contro Mosca è fascista. Sono fascisti gli omosessuali, gli occidentali, le donne». Si professa femminista. E oggi non accetta più di parlare delle donne come «vittime»: «Le donne sono sopravvissute alla schiavitù; oggi hanno la capacità di non essere più vittime».
(Corriere della Sera, 9 ottobre 2014)
di Marisa Guarneri
Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società.
Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne, come per ogni stereotipo la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.
Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.
Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.
Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono.
Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…
I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.
Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.
La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.
Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza. La vicenda di Maschile Plurale insegna.
In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.
Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza.
Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012, promosso dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.
Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.
(Marisa Guarneri, www.libreriadelledonne.it, 9 ottobre 2014)
di Anna Di Salvo
Il 3 ottobre 2014, primo anniversario della tragedia delle oltre 360 donne, uomini e bambini provenienti principalmente dall’Eritrea, annegati al largo dell’isola dei Conigli a Lampedusa, in prima serata da RAI 3 è stato trasmesso il bellissimo film “Come il peso dell’acqua” del regista Andrea Segre; evento filmico significativo per l’umanità che l’attraversa, la precisione di dati e informazioni, la genialità della sceneggiatura e delle scenografie e la bellezza delle immagini. Un’operazione artistica e didattica che va segnalata, anche per proporre la programmazione del film agli spazi e luoghi di donne che volessero approfondire il tema delle migrazioni affrontandolo da un’angolazione prevalentemente femminile. Il filo conduttore del film è costituito infatti dalle narrazioni di tre donne: Gladys, Nasreen e Semhar, che narrano il loro difficile viaggio dai paesi d’origine alle coste italiane, arricchendo con percezioni, ricordi e considerazioni le loro testimonianze che iniziano a snodarsi dalle traversate del deserto e del Canale di Sicilia, sino a metterci al corrente del loro presente e del cambiamento delle loro vite.
L’attore Giuseppe Battiston, con voluta semplicità, accompagna il racconto delle tre donne abitando una stanza azzurra inizialmente vuota dove sente il bisogno di capire e si interroga sul perché ora sta trovando il coraggio di guardare a qualcosa che per anni non ha voluto vedere… Da lì inizia il suo viaggio di coscienza, conoscenza, incontro, dubbio. Mentre le donne narrano, la stanza di Battiston si riempie delle parole, degli oggetti e dei simboli che hanno caratterizzato e segnato il viaggio e la storia di Gladys, Nasreen e Semhar, e alla fine del film Giuseppe si troverà attorniato da segni, mappe, frasi, ricordi e considerazioni che da ora in poi costituiranno il bagaglio della sua raggiunta consapevolezza.
Anche gli interventi incrociati dell’attore teatrale Marco Paolini aiuteranno Battiston, le spettatrici e gli spettatori a capire le direzioni, i flussi e le barriere che rendono difficili le migrazioni verso l’Europa. Con la sua arte che si misura tra studio e scoperta, Paolini fornisce semplici ed efficaci strumenti di conoscenza, ponendosi col suo corpo al centro di tre grandi mappe geografiche, tracciando su queste col gesso le tracce dei flussi e dei movimenti migratori e collocando dei giocattoli a mo’ di minuscole barriere, ai confini tra uno stato e l’altro, per simboleggiare i respingimenti delle e dei migranti, laddove ci sono nazioni che difendono i loro territori “dall’invasione dello straniero” sbarrando le porte dell’accoglienza a chi arriva in quello stato perché vuole sfuggire alle guerre o migliorare la propria vita o vuole solo attraversare quella terra per recarsi altrove o ricongiungersi ai propri cari.
(Catania, 8 ottobre 2014)
di Luisa Muraro
Femminismi. Una lettera aperta di Luisa Muraro a Benedetta Selene Zorzi, autrice del libro Al di là del ‘genio femminile’
Cara Benedetta Selene Zorzi, il presente è segnato da avvenimenti violenti e dolorosi. Sembra un lusso che io venga a ragionare con te su quello che è o non è il cosiddetto pensiero della differenza sessuale. Però, in quegli avvenimenti si tratta ancora e sempre del corpo delle donne, e non solo quando c’entrano donne in prima persona: anche quegli uomini che annegano miseramente o sono ferocemente uccisi, per venire al mondo hanno lasciato un corpo femminile che li ha albergati in amore e sicurezza.
Anni fa, alla Scuola estiva di Lecce, hai sostenuto la tua contrarietà al pensiero della differenza. Il frutto delle tue ricerche di allora è ora un libro, Al di là del ‘genio femminile’ (Carocci), recensito da Paolo Ercolani su il manifesto del 4 ottobre, in cui, tra altre cose, ribadisci quella tua posizione e affermi che il pensiero della differenza sarebbe incapace di superare la logica binaria che esclude la possibilità dell’«altro».
Protesto vivamente contro quest’affermazione. Il senso che c’è altro è nel patrimonio genetico del pensiero della differenza. Tu naturalmente puoi avere dei buoni motivi per pensare quello che pensi, ma l’argomento critico che porti è sbagliato e semina confusione.
Che cosa diresti, tu che sei teologa, a uno che rifiuta il cristianesimo perché sarebbe una religione politeista? Gli diresti che essere cristiano è nella sua libera scelta ma che la sua idea è sbagliata perché le tre persone divine non sono tre divinità. Forse, gli diresti anche che c’è un’autorevole tradizione che ha sempre visto nel cristianesimo una religione monoteista.
Il pensiero della differenza ha ispirato fin dagli inizi il movimento femminista della seconda ondata. Il femminismo americano, che aveva il dono della comunicazione energica, diceva: maschio occidentale bianco borghese di mezza età, ti credi l’uomo per eccellenza, guarda che ti sbagli, c’è altro, ci sono altri e altre, e te ne accorgerai.
Come pensiero politico e filosofico è già in Carla Lonzi, ed è stato poi ampiamente tematizzato da Luce Irigaray. Lo hanno sviluppato, in Italia, Marisa Forcina che ha fondato la Settimana di Lecce e ha scritto la voce Differenza sessuale per l’enciclopedia filosofica Bompiani; la comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, il cui grande seminario che si aprirà il 10 ottobre tornerà su questo tema; Ida Dominijanni che lo ha fatto sulle pagine stesse del manifesto e in molte altre sedi; recentemente, Giusi Zanardo e Riccardo Fanciullacci dell’Università di Venezia, che hanno curato Donne, uomini. Il significare della differenza (Vita e Pensiero, 2010), Lia Cigarini intervistata da Luisa Cavaliere, C’è una bella differenza (et al., 2013). Devo fermarmi.
Secondo me una causa maggiore di confusione è nel linguaggio che parla di differenza come se fosse qualcosa che sta tra donne e uomini spartendo l’umanità in due. Mi chiedo se la tua critica di «pensiero binario» non venga da una confusione di questo tipo. La differenza non è tra. Essa è in me, mi è interna e immanente, mi impedisce di identificarmi con quella che sono, mi mette in relazione con quella che non sono. Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio.
Io ho accettato di essere identificata come donna con una vera e propria decisione politica, che ha coinciso con l’impegno per un senso libero della differenza sessuale. A rigore possiamo aggirare il nostro chiamarci donne/uomini, così come si può non misurarsi con l’imposizione biologica della sessuazione. Ma si può veramente? È una questione aperta che si porrà il prossimo Seminario di Diotima. E lo vogliamo veramente? Per le donne, storicamente discriminate a causa della differenza sessuale, estromettere quest’ultima dalla sfera dell’umano può essere tentante, ma c’è un grande rischio, che in definitiva rimanga solo il neutro-maschile, e che di conseguenza la strada dell’autorealizzazione per le donne torni a essere quella dell’emancipazione o quella dell’imitazionismo.
Insomma, cara Benedetta, la terra da lavorare è tanta, non calpestare quella già lavorata.
Post scriptum: Il titolo apparso sul manifesto cartaceo forza il mio pensiero: manca al titolo la parola accettare. Luisa Muraro
(Luisa Muraro, il manifesto, 8 ottobre 2014)
L’Europa di Simone Weil. Discussione sul numero 110 di Via Dogana
alla Merlettaia, Foggia, venerdì 26 settembre 2014
a cura di Anna e Katia
L’affermazione iniziale di M. Concetta Sala nel suo articolo Quale Giustizia? ha dato avvio alla discussione. “L’odierna Babele sociale, i drammi e le tragedie nei nostri mari e nelle nostre case, i reboanti bollettini di cronaca e di politica interna europea e internazionale squassano cuore e mente con il risultato di acuire le lacerazioni del vivere e offuscare la percezione del presente…” Per recuperare la nostra umanità e riscoprire il sacro che è in ciascuna persona umana abbiamo considerato particolarmente importante alla Merlettaia riflettere sul numero di Via Dogana dedicato a S. Weil.
Per Adele particolarmente interessante l’articolo di Paola Melchiori nell’inserto Pausa lavoro in cui analizza la situazione del rapporto uomo donna nei paesi scandinavi dove in contrapposizione a un alto livello di emancipazione e parità “il femminismo di stato non intacca più di tanto alcune correnti profonde che ancora strutturano l’identità maschile: la misoginia e la violenza”. Sarebbe utile anche per noi confrontarsi con movimenti nordici che si muovono in questo panorama. Adele sottolinea la necessità delle pratiche della politica del simbolico citando il gesto della prima Ministra australiana che ha attaccato pubblicamente il leader dell’opposizione per i suoi atteggiamenti misogini, da cui si sentiva colpita e offesa, provocando in lui imbarazzo. Una radice fondamentale è la lingua materna, come risulta dalla testimonianza di Lilli Gruber nel libro L’Eredità, in cui lei racconta che la prima misura di soffocamento dell’opposizione all’annessione del Tirolo all’Italia è stata vietare l’uso della lingua madre, e dal racconto che le ha fatto una sua amica macedone, conosciuta in Canada, di come prima della guerra serbocroata le popolazioni vivendo insieme pacificamente, parlavano ciascuno la propria lingua comprendendosi e rispettandosi.
Questa posizione la ritrova nell’articolo di Wanda Tommasi Perché Simone Weil … Weil propose un’idea di Europa fondata sul ritrovamento delle proprie radici culturali. La sua proposta è di ripartire dalla “patria del linguaggio, dal radicamento nella propria lingua, non solo quella nazionale ma anche le lingue locali, i dialetti, che custodiscono una memoria preziosa del passato: la lingua materna, che spesso è stata resa muta dalla forza, è il principale luogo di radicamento”.
Adele si chiede se questo ritorno a Simone Weil sull’Europa è dovuto all’impasse della politica italiana oppure è un voler allargare l’orizzonte.
Katia riprende l’introduzione di Vita Cosentino E in risposta i due punti, che riassume l’attività di S.W. dal ‘42 e gli scritti londinesi raccolti nel libro Una costituente per l’Europa in cui matura l’idea che la crisi europea possa essere l’occasione per un ripensamento sulla civiltà e “che la guerra non era stata la causa, ma la conseguenza di una malattia più antica: la perdita di contatto con le radici della propria civiltà e da qui ripartire”. L’ultimo foglietto scritto prima di morire riporta:
“la sola cosa che possiamo costruire è una civiltà. Nuova, rispetto al caos spaventoso finito in un incubo. Viva. Se possiamo…” Katia si chiede: se per S.W. la sua radice è il cristianesimo per me donna oggi qual è? La sua risposta è l’opera della madre e la lingua materna che è il faro per ricreare una nuova civiltà di rapporti tra donne e uomini imperniata sul senso della giustizia e non sulla rivendicazione dei diritti. Questa possibilità è stata resa palpabile nell’assemblea di Paestum 2012 dove l’energia, il desiderio di esserci e modificare ha reso armonioso l’incontro tra donne provenienti da esperienza e contesti diversi che si ascoltavano e si parlavano al punto che Lia Cigarini dopo Paestum nel libro scritto con Luisa Cavaliere C’è una bella differenza parla di una vera e propria costituente. Questa necessità Cigarini la riprende nel lucido articolo L’Europa di Simone Weil in cui rileva la difficoltà delle donne che entrano nella politica ufficiale e la necessità di creare un’Europa “transnazionale che non assuma carattere statale e che abbia nella negoziazione il suo principale strumento politico”. A Katia è sembrato che in tutti gli articoli ci sia un forte richiamo alle pratiche politiche maturate all’interno del pensiero della differenza e del movimento delle donne e tra queste pratiche Lia Cigarini sottolinea fortemente il “lavoro sul simbolico che è stato centrale per me in questi decenni. A me interessa qui che S.W. senta indispensabile il simbolico (soprannaturale) per pensare e formalizzare le sue idee per una costituzione europea”. Katia soggiunge che i pur tanti movimenti femminili non hanno però la forza di incidere e trasformare radicalmente la società.
Donata sostiene che le nuove forme in cui circola un’idea di un mondo diverso ci sono ma tutto sembra sopraffatto dall’organizzazione economica dominante. Donata è una studiosa di S.W. e nella sua tesi di laurea ha riflettuto sulla questione della giustizia e del diritto che presuppone sempre l’uso della forza. Ricorda che S.W. propone di smantellare l’idea del nemico. Viviamo in una società multietnica che però crea al suo interno continuamente il nemico. S.W. pensa alla piccole comunità, di conseguenza per pensare l’Europa non possiamo pensare all’Europa degli Stati ma a un’Europa dei popoli, un’Europa sovranazionale che è obbligata a trovare “forme politiche che non si sostengano con la possibilità di uso delle armi”, a differenza dei singoli stati che “possono imporre la propria autorità all’interno e all’esterno con l’uso della forza, la forza fisica, armata”, come dice Clara Jourdan nell’articolo Sulle forme conosciute della UE. In realtà “l’esercito europeo è un’idea che ritorna fuori ogni tanto, in particolare in occasione dei conflitti che scoppiano nel mondo, per poter portare la pace. È un’illusione, così come è pericoloso un esercito europeo per i rapporti interni: già accade che alcuni paesi (Grecia per esempio) si sentano e siano costretti dai rapporti di forza non armata, figuriamoci se ci fosse anche quella armata!”.
Anna, riprendendo l’articolo di M.C. Sala sottolinea con S. W. la vanità della “presunzione di quanti si arrogano il vanto di poter appagare l’anelito di giustizia di chicchessia facendo appello a rivendicazioni che hanno il difetto di essere illimitabili”. Cita poi le parole di S.W. in Vita Cosentino: “se si dice a qualcuno in grado di capire: ‘ciò che mi stai facendo non è giusto’, è possibile stimolare alla fonte lo spirito di attenzione e di amore”. Lo stesso scopo non si ottiene se si invoca il diritto.
Come è emerso dalle esperienze raccontate dalle amministratrici nel convegno di Roma (29-30 marzo 2014) della Rete delle città vicine e dal confronto con le sindache di Calabria, che ha avuto luogo a Catanzaro nel gennaio scorso, ci sono molte donne che praticano la politica restando fedeli al proprio essere donna, cosa che invece non si ritrova nelle donne della politica ufficiale legate ai partiti.
Rosaria fa l’esempio di Deborah Serracchiani che inizialmente mostrava indipendenza e coraggio rispetto ai capi del partito ma, divenuta parlamentare, è stata riassorbita dalle logiche di quegli stessi che aveva criticato. Molte si chiedono che cosa impedisce alle donne che sono nella politica ufficiale di portare fuori e mostrare la loro differenza e renderla operante e farne una forza di cambiamento invece di seguire gli uomini che, come dice Adele, in parlamento non mostrano nessun amore per la politica. Adele continua dicendo che quello che le è sempre piaciuto in S.W. è l’attenzione alla persona, che oggi si sta perdendo e si interroga: forse per influenza anche dei social network?
Anna ritorna sulla questione del diritto e della giustizia, sulla suggestione di un libro che sta leggendo, Il cardellino di Donna Tartt, in cui l’attenzione di tutti, assistenti sociali, magistrati, amici nei confronti di un ragazzino che ha perso la madre in un evento terroristico è rivolta ad assicurargli il diritto alla tutela e alla custodia ma nessuno si chiede e gli chiede cosa stia soffrendo né gli offre una parola o un gesto di affetto e di amore. Un diritto astratto e generico può non rispondere al bisogno e al desiderio soggettivo e addirittura risultare controproducente e dannoso, come quando un bambino viene tolto al genitore in nome del diritto dell’infanzia.
(Anna e Katia, La Merlettaia, Foggia 28 settembre 2014)
di Letizia Paolozzi
Immaginate un critico letterario che si sia messo in testa di scrivere – oggi – intorno a capolavori assoluti di ieri. Sarebbe una fatica improba la sua, dal momento che quei capolavori sono stati già rigirati come un calzino. Che altro c’è da aggiungere, che non sia già stato detto o scritto? Eppure Liliana Rampello in Sei romanzi perfetti. Su Jane Austen 2014, il Saggiatore, euro 18,00 (e prima nel Canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura quindi in: Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941) ha deciso una esplorazione dell’architettura narrativa della Austen con una scelta di folgorante semplicità: dare conto di ciò che il pensiero delle donne ha messo in luce: la “differenza” dei due sessi. Anche, ma non soltanto, alle frontiere della letteratura. Una scelta capace di cambiare la prospettiva, facendo saltare i catenacci e i chiavistelli che imprigionano la critica letteraria. Ci previene infatti Rampello che nei romanzi di formazione femminile della Austen (Ragione e sentimento; Orgoglio e pregiudizio; Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger e Persuasione) viene abbandonata “l’avventura dell’io” della tradizione maschile, sostituita con una “trasformazione di sé” in relazione con l’altra e l’altro. E’ un annuncio serio, importante. Capace di allargare la dimensione della scrittura e arricchire l’immagine che i vari personaggi – maschili e femminili – trasmettono di sé. Non solo nel rapporto tra i sessi, ma nella fitta rete relazionale e nella concezione di uno spazio teatrale, concentrato in un giardino, in un salotto, dove si addensano sfumature, segni, leitmotiv austeniani. Siamo a cavallo tra Sette e Ottocento. Tuttavia la scrittrice non rimane indietro, agganciata al passato. Dalla sua finestra vede il salto nella modernità. E le colonie, il commercio, gli schiavi. Sull’amore non si sbaglia. Declina scientificamente l’importanza del denaro, in particolare per le ragazze da marito. “Le donne sole, scriverà Austen alla nipote Fanny nel 1817, hanno una spaventosa tendenza a essere povere. Fortissimo argomento a favore del matrimonio”. Eppure, sfortunate rispetto alla collocazione nella scala sociale, queste donne sole godono di una “straordinaria libertà interiore”, tale da renderle “artefici del proprio destino”. Sono assennate, pacate: attente alle regole del mondo e però non subalterne. Quasi sempre non possiedono vitalizi, sterline, ghinee, rendite, terre. Senonché, osserva Rampello con grande sottigliezza, coltivano un obiettivo più grande: il desiderio di felicità. Un desiderio nuovo nell’Inghilterra patriarcale e di classe tra XVIII e XIX. Quanto agli uomini, bé ne incontriamo di sterili, saccenti, arroganti, volubili, tediosi, palloni gonfiati. Ma anche di leali, spontanei, coraggiosi, capaci di fedeltà. Comunque, quell’Inghilterra lì non è la zavorra che Austen vorrebbe buttare a mare. Non le passa per la testa e d’altronde possiede strumenti linguistici capaci di trasfigurare il passato, di andare oltre pur restando agganciata al tempo e al tempo storico. Uno di questi strumenti, importantissimo, consiste nella conversazione, il dialogo che tira i fili della vita dei personaggi. L’altro è l’ironia. Quella “fossetta speciale” che Nabokov rintraccia in Mansfield Park e che fornisce alla scrittrice un ancoraggio contro l’eccesso stilistico e psicologico. Naturalmente, conosciamo lettori dei Sei romanzi perfetti che faticano ad apprezzare il richiamo al decoro, alle convenzioni e lo considerano quasi fosse un invito a danzare la gavotta in un rave-party. Siamo pure al corrente della “ parziale incomprensione maschile”, di quei critici che non mostrano alcun interesse per la presenza, la voce, la mente, il pensiero femminile nell’opera della Austen. Ma proprio per questo il lavoro di Rampello ha tanta importanza. Perché ci dice che la scrittrice va maneggiata con cura. Sempre che vogliamo capire qualcosa degli uomini e delle donne.
di Gilbert Garcin
È ormai chiaro che la precarietà, definita esistenziale dai filoni di pensiero e di inchiesta che più approfonditamente l’hanno analizzata in questi anni, non ha a che vedere solo con la dimensione lavorativa. Tra smottamenti limacciosi, il dispiegarsi del paradigma bioeconomico ha aperto una frattura fertile, uno spazio ibrido meno impacciato dal peso di identità e istituzioni costruite sulla «norma» e sulle «naturalizzazioni». Lo smantellamento del diritto del lavoro e del welfare ha travolto le categorie di tempo e spazio, demolendo impieghi a vita, certezze pensionistiche e garanzie di reddito. Ma ha anche lasciato respirare originali creature sociali e desideri cangianti inseguiti da una razza bastarda (senza genere, senza genesi), per usare l’efficace immagine di Donna Haraway. Portatrice di forme inedite di vita e di scelte riproduttive eccentriche, essa inventa nuovi legami e nuove «famiglie», sperimentando diverse forme di colleganza, cioè nuovi discorsi amorosi.
Relazioni instabili
Così, appunto, la raccolta di saggi L’amore ai tempi dello tsunami. Affetti, sessualità, modelli di genere in mutamento (ombre corte, pp. 238, euro 22), curata da Manuela Galetto, Gaia Giuliani e Chiara Martucci, si lancia nella fondamentale e non abbastanza praticata esplorazione di questo nuovo panorama sociale dopo il passaggio dell’onda anomala che ha generalizzato la precarietà. Lo sguardo degli autori e delle autrici che hanno contribuito al testo si alza laddove si stagliano non solo macerie ma nuove configurazioni delle relazioni e degli affetti nella post-modernità. Si scopre allora la potenza amorosa espressa da una «nuova specie» nonché la forza costruttiva di esperienze fino a ieri oscurate, attraverso lo svelamento della multiformità della soggettività erotica. Le libertà che sorgono dalla assenza di assetti fissi disegnano una geografia istruttiva che evoca l’aspetto incoercibile del desiderio umano, pur costernato dai dettami del neoliberalismo. La vita, oggi disposta in funzione dei bisogni e degli imperativi dell’impresa, si dibatte disperatamente in cerca di un nuovo statuto, consono alle necessità presenti e il soggetto si interroga sulle tensioni che si scaricano sugli aspetti relazionali, affettivi e amicali, cercando vie d’uscita, cioè risposte immediatamente politiche. «La condizione che risulta dalla scomposizione postmoderna del soggetto — si legge nella prefazione – è vista come quella in cui si producono l’atomizzazione e l’individualizzazione esclusivamente nel privato delle strategia per fronteggiare l’instabilità e l’insicurezza precarie. Il nostro interesse si rivolge invece alla necessità che il mutamento, inteso come precarietà diffusa, impone di un ripensamento complessivo delle forme di solidarietà e risponde all’urgenza di dare voce alle nuove pratiche affettivo-relazionali che l’attuale situazione economico-sociale produce». La coppia monogamica eterosessuale e il «continuum socio-sessuale» da essa incarnato si sono sgretolati o, per dirla con il titolo di uno dei saggi, di Alessia Acquistapace, assistiamo al «decolonizzarsi della coppia». Si tratta ormai di una realtà specifica, che non può più pretendere di modellare tutti gli altri rapporti sociali; emerge il desiderio in quanto nozione autonoma. Possiamo prendere coscienza del fatto che la forma della nostra soggettività è radicalmente storica e contingente? Possiamo ammettere la non-necessità e la non-naturalità del «regime di verità» sulla base del quale tale forma è stata costituita, senza provare al contempo il bisogno di cambiare gli aspetti del nostro rapporto con noi stessi, gli altri e il mondo che troviamo inaccettabili? Senza provare, insomma, il bisogno di trasformare la soggettività che ci viene imposta e di contestare il regime di verità che «naturalizza» ed «eternizza» tale imposizione?.
Vite «buone»
«I corpi sono performance», ricorda Liana Borghi nella bella postfazione, «non sono una cosa e non sono permanenti»; «l’identità è un incontro, un evento, un incidente, un fatto, un momento del divenire di corpi in movimento». Vale la pena di riconfigurare i modelli esistenti di società e di politica e di capire allora quali nostri atteggiamenti ci normalizzano e ci portano ad accettare storture sociali e molteplici ingiustizie, «rifugiandoci in una piccola felicità, che non è poco, ma non basta a rendere buona una vita cattiva». Le indagini raccolte affrontano tali questioni «costituenti» per la soggettività contemporanea attraverso un posizionamento autoriflessivo che rappresenta una precisa scelta metodologica (anch’essa politica) e assume allora, per forza, un’altra voce rispetto alla cristallizzazione delle logiche accademiche. Il linguaggio teorico viene decostruito dall’approccio prescelto, che considera «imprescindibile l’esplicazione della posizione da cui gli autori e le autrici guardano le cose». Porpora Marcasciano ricorre, perciò, alle parole «nude e crude» delle persone transessuali per esplicitare come il «transito» dia forma all’amore perché lo insegue laddove si trova senza accontentarsi della corrispondenza tra sesso e genere rispettosa dei sistemi socio-sessuali vigenti. E Gaia Giuliani e Chiara Martucci, in un dialogo sorprendente ricostruiscono i nessi tra la grande storia (la guerra del Golfo, Genova 2001…), lo svanire del diritto del lavoro, i movimenti sociali che hanno interpretato e combattuto la precarietà, i collettivi femministi che hanno letto le ricadute esistenziali nel fragilizzarsi del lavoro (Mayday Parade; Sconvegno; Sexyshock) e la storia personale, che ha affrontato direttamente il mutamento, anche violento, con nuove consapevolezze e nuovi processi di produzione affettiva. Ci spiega, Laura Fantone, come il desiderio di maternità possa essere reinterpretato facendo di se stessa una donatrice di ovociti, il che significa allargare la capacità generativa dell’essere, svincolandosi dal mito della coppia eterna e dal paradosso di una società italiana che vuole generazioni flessibili non libere di avere famiglie flessibili. Corpi, insomma, disponibili a sperimentare nuove agency, radicalmente politiche. Elisa Arfini, «la ricercatrice vulnerabile», parte da sé per ragionare di disabilità e sessualità fornendo indicazioni strategiche: «il modello sociale della disabilità consentirà di resistere all’individualizzazione, alla segregazione e alla normalizzazione per produrre una politica della disabilità come politica di classe». Possiamo puntare anche attraverso queste pratiche su una nemesi del capitalismo? Sarà sufficiente questa tensione multi-amorosa, questa pulsione vitale che ci collega al mondo, a scardinare gli ordinamenti neoliberali? Pensiamo che le esperienze materiali tra corpi e corpi che innervano la realtà quotidiana siano assolutamente più avanti dell’ottusità di governanti e chiese. Il punto è riuscire a connettere tutti questi immensi esercizi di rottura, questo groviglio quantoqueer, spingendo la contraddizione rappresentata dalla discrasia tra il dovere e il volere essere al cuore stesso del potere. Si tratta, insomma, di politicizzare (organizzare), sempre più e sempre meglio, il tema dell’autonomia del soggetto contemporaneo, determinando nuovi rapporti di solidarietà capaci di tradursi in nuovi, e più giusti, rapporti sociali
(il manifesto, 4 ottobre 2014)
Proiezione al Circolo della rosa il 4 ottobre 2014
Documentario-video-
di Marta Equi
L’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera di venerdì 26 è un testo in bilico.
E’ già stato criticato da altre ed altri, e io voglio qui dire la mia. Parla una che, per ragioni anagrafiche (ho 27 anni), non ha mai conosciuto il vecchio femminismo.
L’autore, che scrive per promuovere l’iniziativa “Il Tempo delle Donne” del quotidiano, al cui variegato palinsesto ha aderito anche la Libreria Delle Donne, esordisce andando subito al punto: le donne, dice “chiedono correttezza e giustizia, certo. Ma hanno bisogno, soprattutto, di libertà.”
E conclude poi su come le donne non debbano più dimostrare nulla, perché “ in questi anni complicati hanno dato prova, in ogni campo, di possedere immense qualità”. Infatti non c’è nulla da dimostrare, dico io, poiché noi gioiosamente viviamo, pensiamo, facciamo.
Severgnini usa alcune belle espressioni nel testo, che chiude con una confessione di ammirazione verso le donne e le loro spesso silenti azioni quotidiane.
Nel corpo dell’articolo però, proprio quando doveva elaborare il pensiero centrale che lo traghettasse alla conclusione, si appiglia ad uno stereotipo che non solo annoia ma anche, come spesso accade, fa male. Il tema è il superamento di “un femminismo iracondo” che non ha avuto esiti felici se non schieramenti di donne contro uomini, moltitudini di donne “amareggiate dietro ad una scrivania, inacidite intorno ad un tavolo” etc.
Segno di questo femminismo è il desiderio di alcune di essere nominate con titoli maschili. Cosa sbagliata, dice Severgnini, che porta in causa la lingua italiana e la sua meravigliosa possibilità di fare la differenza nelle parole, e porta il bell’ esempio dell’espressione “Avvocata nostra” del Salve Regina.
E se il corpo dell’articolo si porta avanti per stereotipi, il titolo è tremendo: “Addio al vecchio femminismo.”
Se per vecchio femminismo s’intende il femminismo della parità, niente da dire. Se invece, come il titolo lascia intendere, ci si riferisce al femminismo degli anni settanta, è doveroso, per fare buona informazione, ricordare alcune cose.
Lo faro io, che non ho mai conosciuto il vecchio femminismo, ma che ho avuto la fortuna di incontrare delle vecchie femministe.
E’ proprio il femminismo degli anni 70 che fa della libertà il proprio cardine, sono proprio le persone vicine a questo femminismo che si battono affinché il dibattito sulle donne non sia esclusivamente incentrato su carriera e modalità di assimilazione nella torre del potere, attraverso l’identificazione con modelli maschili, ed è proprio il vecchio femminismo, innamorato della parola, che da sempre ricorda come nella nostra lingua, attraverso la corretta articolazione dei generi, possa e debba brillare la differenza.”[1]
L’inacidimento dietro ad un tavolo e l’amarezza sorgono quando si sceglie di spendere una vita scissa, volta all’inseguimento di traguardi e aspettative altrui. Il femminismo ricorda alle donne che la felicità è una cosa possibile.
[1] Sul tema, un articolo di Luisa Muraro http://www.libreriadelledonne.it/la-lingua-batte-dove-il-dente-duole/
di Alessandra Pigliaru
Volevo dire, scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato». Su quell’ipotesi di narrazione, Annie Ernaux ha riflettuto parecchio concludendo che le sarebbe stato impossibile riferirsi a una trama di invenzione. Ha dunque preferito una composizione in prima persona, veritiera e dichiaratamente autobiografica. La place (Gallimard), ora tradotto da Lorenzo Flabbi con il titolo Il posto (L’orma editore, pp. 120, euro 10) è un potente libro (già recensito da Enzo di Mauro in Alias del 30/3/2014) che per Ernaux rappresenta l’altra metà di una trama d’infanzia cominciata anni prima, e puntellata anche in seguito, interrogando la propria relazione con la madre.
Siamo in un piccolo paesino nel nord della Francia. Con un senso di ascolto verso la vulnerabilità umana e, al contempo, consapevole del suo divenire donna desiderante, Ernaux sistema lo strappo definitivo della morte del padre e indaga lo iato che ogni scomparsa porta con sé. Distanza sgranata per la scrittrice in un senso preciso e materiale di classe. Per la figlia, invece, in un mescolamento del tempo di cui le sembra di smarrire la traccia. Contadino, operaio e infine gestore di un piccolo negozio, il profilo che Ernaux tratteggia di suo padre è fulminante, distillato come i ricordi elencati e aderenti all’esperienza. L’incedere della storia inchioda così a una inconfondibile e dolente parabola capace di consegnare il senso di un conflitto, in cui lo scambio singolare e privato compare nello sfondo di una materialità degli affetti e delle vite senza possibilità di sottrazione alcuna.
Ha scritto «Il posto» con una competenza disarmante sulla perdita, illuminata con attenzione attraverso lo spaesamento e il contesto sociale e storico entro cui succede di morire. Su cosa si è concentrata?
Quello che mi premeva fortemente era anzitutto dare conto del rituale che prendeva avvio dopo la scomparsa di un proprio caro perché era molto legato alla classe sociale di appartenenza, nel mio caso popolare. La forma della condivisione e dello stare insieme non avvenivano allo stesso modo nelle famiglie borghesi. Ci si potrebbe soffermare su diversi dettagli. Per esempio il pasto che segue l’inumazione, benché abbia delle radici molto antiche, si è mantenuto nelle classi popolari e si è abbandonato nelle classi borghesi.
Il libro si apre sul doppio registro di una fine e di un inizio. La prima è quella di un padre e il secondo è invece legato al concorso che in quegli stessi mesi le capita di superare per l’insegnamento. Successivamente a quel taglio, anticipato per fasi negli anni, che lei chiama «distanza di classe», scrive: «ora sono davvero una borghese, è troppo tardi» congiungendolo tuttavia ad un «rancore» verso il linguaggio paterno. In che senso?
La fonte del rancore, della rabbia, più che dalla mancanza dei soldi passava proprio per il linguaggio. In particolare capitava che mio padre utilizzasse il dialetto con delle forme grammaticali non corrette. Invece di Noi eravamo poteva dire Io eravamo. Come scrivo nel libro, io lo correggevo e per me era insopprimibile farlo perché l’avevo imparato a scuola. Così mi trovavo a vivere in una terra di mezzo, tra quello che avevo ereditato e ciò che invece imparavo a scuola. È stato motivo di grande frizione fra noi e anche di dolore. Non era una sostituzione di autorità tra ciò che fin lì avevo conosciuto e ciò che la scuola mi offriva, piuttosto una legittimazione inedita, una scoperta che ha causato smarrimento ma anche libertà. Forse è ciò che accade a tutti i transfuga da un punto di vista sociale, o forse sarebbe meglio dire a tutti i trans-classe, quest’ultimo un concetto più neutrale che non ha l’accezione del tradimento ma proprio del passaggio inteso come lacerazione.
In questo suo libro, a differenza di altri suoi, la relazione con sua madre appare poco ma in modo appropriato legata alla lingua e alla comprensione che le ha mostrato del suo percorso. Cosa ha significato sua madre nella sua formazione?
La figura di mia madre è stata certamente la più importante di tutte nella mia formazione. Nell’economia della coppia erano le sue scelte quelle che venivano approvate e applicate. Del resto, mia madre come donna è sempre stata presente sia nei miei libri che nella mia stessa idea del divenire donna. Non posso pensare alla mia famiglia come patriarcale proprio grazie al rilievo che la posizione di mia madre ha assunto. Una forza, un entusiasmo e un orgoglio che ancora mi accompagnano. Penso al libro che ho scritto subito dopo la sua morte, Une femme (Gallimard, 1988, in italiano Una vita di donna, Guanda, 1988), e poi a quello che precede Il posto, La Femme gelée, (Gallimard, 1981). Qui descrivo quanto mia madre mi abbia sostenuta e quanto sia stata felice per me quando le ho confidato la mia intenzione di cominciare a scrivere. Da parte di mio padre c’era invece paura e al contempo desiderio che io non ottenessi buoni risultati scolastici. O almeno che io avessi qualche defaillance perché lui, in realtà, il passaggio sociale che io stavo compiendo non lo desiderava.
Anche questo fa parte della frattura di classe di cui lei parla? C’è forse stato da parte sua un senso di colpa, seppure ambivalente?
Proprio così, un senso di colpa ambivalente. Forse, mi dico, ne fossi stata del tutto priva non avrei scritto Il posto. In generale, scrivo proprio a partire dalla segnalazione di quella frattura di classe. Perché la mia è una scrittura politica e ogni mio libro è il modo che ho trovato per darmi la libertà di parola con una voce che racconti la politica che mi interessa.
Lei parla della sua scrittura anche come «epica del sé». In Italia è stato recentemente pubblicato il volume collettaneo «Epiche» (Iacobelli, a cura di Paola Bono e Bia Sarasini, «il manifesto» del 28 agosto) in cui, tra le altre cose, compare una differenza tra eroine ed epiche ed è aperto da una domanda che vorrei rivolgerle: esiste un’epica femminile?
In Francia una questione simile non è ancora stata posta. Sarebbe interessante passare in rassegna la storia della letteratura ma dal mio punto di avvistamento, di cui il lavoro di scrittura fa parte, il mio Les années (Gallimard) corrisponde per esempio a questo discorso. Mi viene anche in mente Nathalie Kuperman e il suo J’ai renvoyé Marta (Gallimard) che sarà presto tradotto in italiano. C’è anche in questo caso l’attraversamento della storia da parte di una donna, che mette al centro l’epica del quotidiano e delle condizioni materiali di esistenza e non è ascrivibile a una classificazione tradizionale. In effetti non si tratta di eroine canonicamente intese ma di storie di donne che potrebbero confermare l’esistenza di un’epica femminile.
(il manifesto, 27 settembre 2014)
di Antonella Nappi
Desidero un femminismo che studi e ragioni ogni ambito della esistenza. Vorrei coinvolgere le donne nelI’esercizio dello sguardo critico su questioni che mi appaiono essere ancora delegate, come leggere gli attacchi speculativi che vengono fatti alla nostra salute e costruire una volontà di difenderla attraverso la salubrità ambientale. L’informazione muta la distribuzione del potere, come ben sappiamo dall’esperienza femminista. Penso che sia utile richiamare nelle donne la consapevolezza del sentimento identitario che ci proviene dal nostro corpo, lo reputiamo capace di una dose di salute e questo ci fa sentire forti. Laura Conti ha creato con i suoi scritti molta attenzione allo sfruttamento che viene operato sulla salute dai sistemi economici, sociali e politici. l suoi libri hanno restituito l’esperienza affettiva che ci lega al corpo e hanno mostrato il legame tra la salute e le condizioni ambientali, hanno stimolato l’investimento politico collettivo nei confronti dei temi ambientali.
Sara Gandini ha affiancato all’intervento del gruppo di donne che si nomina: “Difendiamo la salute”, apparso nel sito della libreria delle donne alla voce “Punto di vista” il 23 maggio 2004, un articolo che tende a liquidare le preoccupazioni che loro segnalano. È il suo punto di vista, mi dico da mesi, mentre al contempo mi dispiaccio che così poco io riesca a fare per stimolare l’attenzione delle donne sulla delega che diamo al potere di maltrattare i nostri corpi e vorrei controbilanciare i suoi discorsi anch’io.
La medicina ci aiuta quando siamo ammalate ma è prima della medicina che può e deve agire la politica. La scienza è amabilissima nei suoi aspetti sinceri ma è difficilissimo preservarla dalle operazioni del potere. È importante che questo si sappia: non c’à vigilanza politica della popolazione sulla scienza ma una enorme delega.
La prevenzione dalle malattie deve essere una preoccupazione politica, le istituzioni la avocano a sé ma non la discutono con i cittadini, li tengono all’oscuro delle denunce di scienziati indipendenti sui danni che derivano da prodotti inquinanti e impediscono alla popolazione di confrontare, con gli agi che derivano da questi, le ricadute negative sulla salute. Invece la politica deve utilizzare la scienza e l’informazione per dare maggiore libertà di scelta agli individui.
La longevità va compresa meglio: dagli studi di demografia sappiamo che sono scelte sociali e ambientali a garantire la salute, più della medicina (Massimo Livi-Bacci, Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il mulino, 1998; Giuseppe Micheli, La transizione sanitaria del novecento in Italia, Milano, Istituto di Scienza della popolazione e del territorio, Università Cattolica, 2000). Graziella Caselli e Viviana Egidi, pubblicano da decenni ricerche che documentano i legami tra la salute e il contesto ambientale: il Sud povero ha avuto una salute magnifica rispetto alla media nazionale per tutto il secolo ’900 e una mortalità anticipata molto minore (1/3 rispetto alla media Italiana); il Nord industrializzato al contrario una pessima salute e una mortalità anticipata maggiore di 1/3 rispetto alla media nazionale. Il tardo sviluppo industriale del Veneto, dagli stessi dati medi del Sud lo ha precipitato in pochi anni alla stessa mortalità anticipata delle regioni industriali (V. Egidi, Trent’anni di evoluzione della mortalità degli adulti in Italia, in “GENUS”, Rivista internazionale di demografia, Università la Sapienza, Roma, gennaio-giugno 1984,; G. Caselli – V. Egidi, A new insight into morbidity and mortality transition in Italy, in “GENUS”, Università la Sapienza, Roma, luglio-dicembre 1991). Se nel complesso è aumentata la possibilità di vita di chi era nato ottanta, novanta e cento anni fa, è sbagliato pensare che la stessa cosa si presenti per chi è nato dopo, sono gli inquinanti assorbiti lungo la vita un fattore importante per la salute delle persone (Livi-Bacci, op.cit.; G. Caselli, Il contributo dell’analisi per generazioni allo studio della geografia della mortalità in “GENUS”, gennaio-dicembre, 1983; G. Caselli-V. Egidi, L’analyse des données multidimensionelles dans l’étude des relations entre mortalité et variables socio-économiques, d’environement et de comportement individuel, in “GENUS”, n. 2, 1981); in generale tutte le malattie degenerative sono collegabili all’inquinamento ambientale come molti tumori (Caselli-Egidi, 1981 op.cit.).
Con il protrarsi della vita media sono cresciti costantemente gli anni statistici di vita non autosufficiente (circa 10) e da un decennio sono diminuiti statisticamente gli anni di vita in salute: aumentano cioè gli anni trascorsi assieme ad una malattia cronica e senza vie d’uscita (Livi Bacci ,op.cit., ed anche Lectio Magistralis, 4 giugno 2014, Roma, sede centrale Istat).
Per gli uomini dal 2004 la vita in salute è scesa a 62 anni (era a 68,9), per le donne è scesa a 61 (era di 71); lo scrivono in una lettera pubblica (18/4/2014 10:41, In Italia continuano a diminuire gli anni di vita in salute, citando la fonte seguente: http://ec.europa.eu/health/indicators/echi/list/index_en.htm): Valerio Gennaro (UO Epidemiologia Clinica, IRCCS – AOU San Martino, IST – Istituto Nazionale per la Ricerca sul cancro, Genova), Giovanni Ghirga (pediatra, Ospedale San Paolo, Civitavecchia – RM), Laura Corradi, (sociologa, Università della California). Questa tendenza è condivisa da altri paesi europei.
La ricerca del 2013 fatta da AIOM con AIRTUM, I numeri del cancro in Italia, escludendo il cancro alla pelle, parla della possibilità di sviluppare un cancro nell’arco della vita per un soggetto su due, un po’ meno forse per le donne. Maria Letizia Rabbone, di Pediatri per un mondo possibile, ha illustrato ad un convegno di Difendiamo la salute come le prime vittime di ogni inquinamento siano i bambini, l’incremento ogni anno dei tumori infantili in Europa è dell’1,2% , in maggioranza nel primo anno di vita; in Italia nel primo anno di vita l’incremento medio è del 2,5%.
È sempre più difficile dimostrare una relazione causa-effetto in epidemiologia, per la presenza di una crescente multifattorialità di inquinanti, già Laura Conti (Questo pianeta, Editori Riuniti, Roma, 1983) sollecitava di rivolgersi alla probabilità e alla compatibilità degli effetti. Inoltre le ricerche epidemiologiche, quando comparano una serie di elementi ambientali nella loro ricaduta su popolazioni che abitano in contesti diversi, accertano ex-post ciò che queste cavie umane hanno subito, senza neppure immaginarlo. Il legame causa-effetto è decifrabile nei laboratori, con ricerche lunghe nel tempo e di vasta portata: l’eziologia richiederebbe grossi finanziamenti economici e politici, ha visto un grande impegno in Lorenzo Tomatis, quando fu lui a dirigere la IARC (International Agency for Research on Cancer): fece conoscere al pubblico internazionale, con una serie di monografie, i danni accertati di moltissime sostanze prodotte e vendute dall’industria. Nei suoi libri e articoli ha denunciato l’assenza di finanziamenti pubblici a queste ricerche e il successo che hanno invece ricerche che promettano di assolvere gli inquinanti. Ha denunciato anche le censure che subiscono i risultati delle ricerche che ostacolerebbero la vendita dei prodotti studiati (suggerisco l’articolo: Ambiente, sviluppo e salute: la grande distrazione, in Indipendenza, XI, 22, 2007; e i testi: L’ombra del dubbio, Sironi Editore nel 2008; Il fuoriuscito, Sironi 2005).
L’esempio recente di questo è l’assenza di informazione sull’utilizzo sempre più intensivo delle onde radio, eppure da decenni sono noti i danni di questi strumenti già utilizzati dai militari e molti scienziati nel mondo ne denunciano la diffusione come una gravissima minaccia per la salute pubblica, da tempo chiedono l’applicazione di un principio di precauzione. Un testo riassuntivo e comprensivo anche di quanto segue è quello steso in sette anni da ricercatori di tutto il mondo: Bioinitiative (http://www.bioinitiative.org/report/wpcontent/uploads/pdfs/BioInitiativeReport2012.pdf).
Laura Masiero (presidente dell’associazione contro l’elettromagnetismo fondata dal Biologo Angelo Levis, A.P.P. L. E.), con lei organizzammo l’ultimo convegno di Difendiamo la salute, letto l’articolo di Sara mi mandò la sua protesta perché la proponessi, se volevo, alla libreria delle donne: «L’intervento che ho letto nella parte che riguarda il rischio tumori da telefoni mobili a mio parere è discutibile e parziale […] credo che la cosa migliore sia inviarti, in modo che poi tu possa anche girarli ad altre, alcuni articoli […] Andrebbe spiegato che gli studi che indicano dati negativi (a cominciare da Interphone) sono tutti finanziati dai gestori delle reti e dai produttori, lavoriamo su questo da anni; che l’inclusione delle radiofrequenze tra i “possibili cancerogeni” è un compromesso tra le parti in campo, che i dati positivi d’aumento del rischio ci sono e che a causa di questi dati la IARC ha dovuto decidere almeno per la classe 2B (IARCO press, release 2011). Dati positivi (cioè affermativi) sui tumori cerebrali si trovano negli studi del gruppo di Hardell (Hardell, Carlberg Hansson-Mild 2006; Hardell, Carlberg, Soder, Soderqvist Hansson-Mild, 2013) e di molti altri autori (uno dei più recenti, Coreau, 2014) riportano un incremento statisticamente significativo (da >100% a >300%) di rischio di tumori cerebrali maligni (gliomi), benigni (meningiomi) e tumori benigni (neuromi) dell’acustico tra gli utilizzatori abituali (da 30 minuti/giorno) dopo 10 o più anni. Dovremmo aggiungere anche il neuroma del trigemino (caso Marcolini vs. Inail, vinto in Cassazione). Un recente studio dimostra come l’incremento di tumori cerebrali (in 100 paesi) sia correlabile solo alla maggiore penetrazione dell’uso di telefoni mobili (De Vocht, Hannam, Buchan, 2013; Hardell, Carlberg, 2013). Per maggiori dati rimando agli articoli di Levis et al., allegati. / Mettere la nota?/ Infine andrebbe spiegato anche che la spinta economica e le pressioni dell’industria a negare qualunque rapporto tra esposizione e malattia, sono fortissime e invadono la ricerca in modo vergognoso e che i conflitti di interesse all’interno di Iarc sono pesantissimi.
Quanto alla ionizzazione, beh! è un argomento che i negazionisti tirano in ballo sempre!
In realtà i campi elettromagnetici non-ionizzanti, come quelli prodotti da telefoni mobili e sistemi wireless, possono produrre effetti biologici importanti fino alla modifica del DNA, anche a livelli di intensità di campo elettrico molto piccole, anche a 0,1 microwatt/cmq (Yakimenko, Sidorik, Henshel, Kyrylenko, 2014)».