di Giuseppe Caliceti
Oggi vi racconto la mia piccola storia: mi chiamo Lamiaa, ho 11 anni, sono nata a Reggio Emilia e faccio la prima media. A scuola va tutto bene, stavo benissimo, vivevo felice e serena fino a due anni fa circa, quando un giorno ricevo un 10 in grammatica: ero cosi felice perché non succedeva tutti i giorni, ma il commento della maestra mi lasciò un po’ perplessa. Le sue parole mi fecero riflettere sulla mia identità. Lei mi disse: «Lamiaa sei stata bravissima, hai superato gli italiani!», «Che cosa?», dicevo fra me e me. «Ma io sono italiana!».
Quando tornai a casa, mia mamma notò la mia rabbia: era arrivato il momento della discussione di un argomento che non avevo mai aperto prima d’ora con i miei genitori. Mia mamma in quel giorno mi disse: «Ma non c’è niente di male se ti chiamano straniera». Perché secondo lei non è affatto un insulto. Ma il problema non era questione di insulto, era da verificare se io sono straniera o meno. Io replicai: «Mamma, ma io non mi sento straniera, sono nata e cresciuta in Italia, io non nego le mie origini, ma casa mia è in Italia e mi sento italiana. Il Marocco lo adoro, sì, però lo sento più come il paese dei miei genitori che mio, non so se mi capisci.… Non lo so, io non ci ho mai pensato prima e davo per scontato che io sono italiana!». E la discussione finì, almeno in quel giorno, con un silenzio che diceva tanto.
Passa un anno, e vado alle medie, emozionata e un po’ spaventata dalle novità. Siccome mia mamma durante l’estate mi aveva insegnato un po’ di francese con la pronuncia giusta, la mia insegnante fin dalla prima lezione aveva notato questo e mi disse: «Brava, hai una bella pronuncia, da dove vieni?». E io pensai in quel momento: «Ancora? Ma cosa vuol dire da dove vengo? Da Reggio Emilia, no?». Ah, forse voleva dire da dove vengono i miei genitori? Allora ho detto: «Cara prof, i miei genitori vengono dal Marocco, e io sono nata a Reggio Emilia».
Adesso, per favore, chiariamo la faccenda: non chiamatemi mai straniera o immigrata, a voi la scelta, potete chiamarmi italo-araba, oppure italo-marocchina, ma non sono affatto straniera; i miei genitori tanti anni fa hanno scelto di immigrare e sono venuti in Italia. Ma io non ho mai immigrato, sono nata in Italia, per cui mi sento italiana, non so con quale percentuale, però lo sono, perché lo sento dentro e lo credo. Sento come se il Marocco fosse mio papà e l’Italia mia mamma e nessuno potrebbe mai togliermi dal cuore uno dei due.
Questa non è solo la mia storia, ma è la storia di tutti i bambini e i ragazzi, figli di immigrati, che sono nati in Italia e, purtroppo, riscontrano oltre a questi stessi miei problemi anche altri problemi… Da qua vorrei lanciare un messaggio: concedete la cittadinanza italiana a tutti i nativi, risparmiateci tutti i problemi inutili che non finiscono mai e smettetela di farci vivere situazioni che ci fanno sentire quelli che non siamo. Lasciateci studiare e costruire il nostro futuro con serenità, e ricordatevi che italiani ci sentiamo dentro per davvero».
di Ascanio Celestini
Oltre 100 mila persone non sono morte. Difficilmente sarebbero arrivate tutte vive. Forse la maggior parte non si sarebbe salvata. Grazie all’operazione Mare Nostrum sono salite su navi attrezzate con cibo, coperte e vestiti, medicinali e spesso anche con mediatori culturali e addetti al riconoscimento e alla richiesta d’asilo. Questa dovrebbe essere una notizia della quale andare orgogliosi. Una strada buona che il governo ha imboccato un anno fa, una scelta che avrebbe dovuto rivendicarsi. E infatti sono tutti molto contenti di come è andata. Ciononostante l’operazione Mare Nostrum è destinata ad essere chiusa.
Giusi Nicolini, la sindaca di Lampedusa, ce lo ricordava qualche giorno fa durante il festival Sabir che “lo Stato siamo noi, ogni cittadino, io sono lo Stato, il sub che è andato sott’acqua a prendere i cadaveri, l’uomo dell’esercito che li trasportava dalla banchina al camion, l’uomo che trasportava i morti col camion frigo, il poliziotto della scientifica che prelevava il dna, l’uomo della guardia costiera che ha rischiato la sua vita per salvare quella dei migranti: questo è lo Stato”, mentre i governi sono un’altra cosa “possono sbagliare o cambiare i destini delle persone in meglio”.
Ecco! Vedere i soldati che invece di essere pagati per ammazzare la gente ricevono uno stipendio per salvarla me li fa sentire più vicini al sub, all’uomo col camion frigo e anche a me: più vicini all’idea di Stato. E invece il governo decide di chiudere Mare Nostrum. Non la sostituisce Triton. Le navi che verranno usate in questa nuova operazione sono probabilmente molto diverse e meno attrezzate perché la sua missione è controllare i confini, non salvare esseri umani. Infatti si fermeranno ad una trentina di miglia dalle coste. Non accadrà quello che è accaduto per un anno con le grandi navi della marina italiana che arrivavano a poche miglia dall’Africa e di fatto creavano una sorta di corridoio umanitario.
Qualcuno dirà che proprio questa vicinanza è un incentivo ad organizzare barconi, ma non è così. Chi parte in cerca di lavoro normalmente vive in un paese povero, ma con la possibilità di spostarsi in treno o in aereo. I cinesi non vengono in barca e spendono meno di un eritreo che fugge dal suo paese. Chi affronta un viaggio da incubo durante il quale deve difendersi da ogni tipo di violenza non rischia la vita affrontando il mare col barcone perché sa dell’operazione Mare Nostrum. Lo fa e basta, non ha alternative. E gli scafisti sfrutteranno la maggior difficoltà nel raggiungere le nostre coste per alzare il prezzo del viaggio non per rallentare il flusso.
Quando la casa è in fiamme chiunque salta dalla finestra e non resta a bruciarsi solo perché in giardino invece dei pompieri con la rete ci sta un poliziotto gli ordina di rientrare. Qualcun altro si lamenterà per i 9 milioni che l’Italia ha speso per ogni mese di Mare Nostrum. Il contribuente ha pagato 1000 ero per ciascuna vita umana, più o meno un terzo di quanto Renzi vuole dare nei primi 3 anni di vita per i prossimi nostri concittadini che nasceranno. Qualcuno dirà che i nostri figli sono italiani, mentre quelli che arrivano in barca sono stranieri. Che insomma è meglio fare qualcosa per noi che per loro. Ma la differenza è che i nostri bambini nascono comunque, mentre loro vanno incontro alla morte.
Ce n’è un’altra di differenza: gli italiani che nascono sono scritti su un registro, gli stranieri che muoiono non li conta nessuno.
di Sara Gandini
Una marea di bellissime spose, sorridenti, eleganti, dai più diversi paesi, catalizzava l’attenzione di una parte di Piazza Duomo. L’altra parte della piazza di Milano era invasa da tifosi ubriachi e violenti, petardi e scontri con una schiera di poliziotti in tenuta antisommossa. Facevano paura ma noi eravamo allegre e belle, e nessuno poteva fermarci.
Il flashmob è stato organizzato da Sumaya Abdel Qader che, con alcune amiche all’uscita dal docu-film Io sto con la sposa, ha deciso che bisognava mostrare che la Milano accogliente del film è vera ed è grande. E attenzione, perché fiumi di spose invaderanno presto diverse città!
Il film nasce da un’idea: «Quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?» e racconta della sofferenza di chi, in fuga dalla guerra in Siria o dalla Palestina, ogni giorno arriva a Milano, sfidando le contraddizioni spietate dell’Europa. Ma racconta anche di un mondo che si vuole far carico di questa sofferenza e mostrare che c’è altro, che si può far accadere altro, «Per il semplice fatto che quando trovi un complice ai tuoi sogni, non puoi più tirarti indietro». Un sogno contagioso, che ha permesso l’uscita del film nelle sale grazie al finanziamento da crowfunding – “dal basso” – e da cui è nata la festa delle spose, una festa di canti e sorrisi, e di bellezza femminile esibita.
La parola kosméo, da cui viene cosmetica – così amata dalla donne, come ci ricorda Milagros Rivera su Via Dogana 72 – nell’articolo Bellissime – «significa “mettere ordine, adornare”: da lì il fatto che kósmos significhi “mondo” nel senso de “l’adornato”, in opposizione al caos». Così mi sono detta: se il mondo ha qualche possibilità di dare un argine alla violenza maschile è soprattutto grazie alla bellezza femminile.
(www.libreriadelledonne.it, 31/10/2014)
di Silvia Baratella
«Gli uomini primitivi preferivano le obese». No, non è la versione del film con Marilyn Monroe girata al tempo dei Flintstones. È il modo in cui, quand’ero ragazzina, mi spiegavano il concetto di relatività culturale: l’ideale di bellezza femminile, per esempio, era cambiato nel tempo, come provavano certe statuite dell’età della pietra raffiguranti donnone con seni e fianchi ipertrofici, che i primi archeologi avevano battezzato «veneri steatopigie», (“dalle natiche grasse”). In effetti quasi tutti i reperti paleolitici di statuine femminili sono noti come “Venere di…”, intendendo con “venere” non una divinità, ma un ideale di bellezza erotizzante. La più famosa è quella di Willendorf, figurina di calcare trovata in Austria e creata tra 24.000 e 26.000 anni fa.
Le “veneri” sono tra le prime raffigurazioni del corpo umano. Vale a dire che quando l’umanità ha iniziato a rappresentare artisticamente se stessa, si è raffigurata donna. E per farlo ha profuso un grande impegno di tempo, energia, senso artistico e perizia nel levigare e intagliare la pietra con altra pietra o nel modellare la ceramica.
Secondo la lettura che ne hanno dato i primi studiosi – e tanti altri dopo – tutto questo lavoro sarebbe stato fatto – da maschi, ça va sans dire! – sottraendo tanto tempo e lavoro alle attività di sussistenza, solo per produrre oggetti erotici in gran quantità. Un immaginario grottesco, che proietta indietro nel tempo una sorta di paginone centrale di Playboy ante litteram diffuso ad ampia tiratura in tutte le edicole del Paleolitico d’Europa e del Mediterraneo.
Per fortuna c’è stata Marija Gimbutas. Questa etnoarcheologa lituana, pur incontrando fortissime resistenze nel mondo accademico, nella seconda metà del XX secolo ha fatto notare per la prima volta che se i popoli antichi si erano dati tanta pena a riprodurre quella figura femminile, per millenni e su un territorio vastissimo, doveva rappresentare un simbolo potente e di vitale importanza nelle loro culture: in breve, una divinità.
Incuriosita dal titolo, il 24 ottobre 2014 ho assistito a una conferenza del Gruppo Archeologico Milanese (http://www.archeologico.org/), La grande Madre del Paleolitico superiore. La storia di una straordinaria scoperta e di un luogo di culto dalla Preistoria ai giorni nostri, tenuta da Eugenio Bacchion.
Vi si è parlato di una gestante morta con la sua bimba ancora in grembo 28.000 anni fa (Paleolitico superiore, periodo gravettiano). Era una donna di Cro-Magnon e i suoi resti sono stati scoperti circa vent’anni dal prof. Donato Coppola dell’Università di Roma Tor Vergata nel riparo sottoroccia di Santa Maria di Agnano, sul monte Rissieddi, vicino a Ostuni (Brindisi). Per questo le è stato attribuito il nome scientifico di “Ostuni 1”.
Era giovane (dallo sviluppo delle ossa, l’età è stimata tra i quindici e i vent’anni) ed è morta poco prima di partorire quella che dall’esame delle ossa risulta molto probabilmente una bambina.
Ostuni 1 è stata inumata dalla sua comunità con tutti gli onori, in una sepoltura contrassegnata da una sorta di cippo di pietra e con un corredo funebre molto ricco: teste di animali, utensili in pietra (raschiatoi, un coltello e altri manufatti); questi ultimi, secondo gli archeologi, simboli della sua appartenenza alla comunità.
La defunta è stata adagiata sul fianco sinistro con le ginocchia piegate, la tempia appoggiata sul palmo della mano sinistra e la mano destra posata appena sopra il pube, come a proteggere il ventre, in una posizione che appare estremamente naturale e che al tempo stesso richiama la posa dei reperti noti come “Veneri di Parabita”: statuette in osso di cavallo rinvenute vicino a Lecce e risalenti anch’esse al Paleolitico (12.000-14.000 anni fa).
Non è l’unica somiglianza con questo tipo di sculture: la donna di Ostuni è stata adornata con quattro braccialetti di conchiglie, due intorno ai polsi e due agli avambracci, e con un copricapo sontuoso, costato di certo moltissimo lavoro: una calotta realizzata con minuscole conchiglie forate e infilate insieme in ordini concentrici. Gli stessi ornamenti sono rappresentati proprio sulla “Venere di Willendorf”: una parure letteralmente divina. Ostuni 1 non è tuttavia l’unica a indossarla. L’archeologo ci racconta che altre due donne di Cro-Magnon di epoca gravettiana sono state rinvenute con gli stessi ornamenti nel sito dei Balzi Rossi (IM) e nella grotta di Paglicci, sul Gargano. Il legame fra le singole donne e la dea madre era quindi ricorrente, e anche diffuso su un territorio molto vasto per un’epoca in cui ci si spostava solo a piedi (i cavalli allora erano solo prede di caccia).
Il pregiato copricapo di Ostuni 1 era impastato di ocra rossa, che secondo gli studiosi è un simbolo di rivitalizzazione, ovvero serve ad augurare o portare salute alla parte del corpo così colorata (per sanarla in vista della rinascita, penso). Il rituale di sepoltura dev’essere stato imponente e deve aver coinvolto tutta la comunità per diversi giorni. Tutto l’apparato di ornamenti, corredo funebre e cippo è stato interpretato come un processo di divinizzazione della giovane defunta, che forse veniva così trasformata in uno spirito tutelare o in una dea-madre. Difficile conciliare questa scoperta con l’immagine di una società in cui le donne sarebbero state solo modelle per figurine erotiche.
Il luogo della sua sepoltura e gli immediati dintorni sono divenuti nelle epoche successive luoghi di culto. A partire da lei? Non si sa. Ma per decine di migliaia di anni, tutte le diverse culture che si sono succedute in loco vi hanno depositato offerte votive. Gli scavi, tuttora in corso, continuano a scoprirne i reperti, sia arcaici, sia di epoca storica. Il sito ha ospitato anche un tempio in periodo ellenistico. Non è ancora stato attribuito con certezza a una specifica divinità, ma le fitte iscrizioni che ricoprono i cocci non ancora ricostruiti presentano ricorrentemente la sillaba “tras”. Gli archeologi ipotizzano che possa essere la parte finale di Demetras, genitivo di Demeter. Se così fosse, siamo di fronte a un’altra madre divina: la madre di Kore/Persefone, uno dei pochi miti sul legame tra madre e figlia filtrato attraverso la cultura patriarcale.
Del resto, il riparo sottoroccia si chiama “Santa Maria di Agnano” perché al suo interno ospita anche una cappella di epoca cinquecentesca, dedicata appunto alla Madonna. Contro una delle pareti naturali è stato eretto e intonacato un muro appositamente per realizzarvi un bell’affresco rappresentante una madonna con bambino: il più potente simbolo sacro della maternità del cristianesimo (che com’è noto non riconosce alla donna caratteristiche divine).
Pensare che un tale filo ininterrotto abbia attraversato tante culture diverse, che spesso ignoravano completamente le precedenti, è emozionante. Immagino che nei passaggi epocali ci sia sempre stato un momento in cui le nuove civiltà venivano in contatto con le vecchie, e che in qualche modo le più antiche facessero in tempo a trasmettere la nozione della funzione sacra del sito, anche poi se ogni cultura lo reinterpretava in una chiave diversa. Mi piace immaginare che siano state le donne a trasmettersi quella conoscenza da un’epoca e da una cultura all’altra, in una lunghissima genealogia simbolica femminile.
Gli studiosi che lavorano su Ostuni 1, pur essendo perlopiù uomini a partire dall’archeologo che dirige gli scavi, non condividono per niente il grottesco immaginario dei loro predecessori: se nella conferenza del G.A.M. ogni reperto è stato citato con la denominazione con cui ormai è noto, e si è quindi fatto il nome di molte “Veneri”, questi manufatti sono stati presentati come oggetti di culto ed Eugenio Bacchion ne parla in generale come di “grandi madri paleolitiche”. Dopo la conferenza, chiacchierando con lui, ho scoperto che ritiene scontato che nel Paleolitico vigesse il matriarcato, da un lato, perché non si conosceva il ruolo dell’uomo nella procreazione, e dall’altro perché gli uomini si allontanavano più spesso dalla comunità per cacciare e quindi non dovevano essere loro a governarla. La prova che Marija Gimbutas ha fatto bene a non arrendersi.
La grande madre di Willendorf
Resoconto dell’incontro a Catanzaro organizzato da Franca Fortunato con le amministratrici e A. Buttarelli (inviato da Katia Ricci)
di Katia Ricci
A Catanzaro il 25 ottobre nella Sala Giunta del Palazzo della Provincia, Franca Fortunato del Gruppo Donne della differenza con Lina Scalzo e Serena Procopio hanno organizzato un incontro con le amministratrici Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura, Carolina Girasole, consigliera ed ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, Wanda Ferro, già commissaria della Provincia, Maria Carmela Lanzetta, ministra degli affari regionali e Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno (queste ultime sono poi state trattenute da improvvisi impegni istituzionali) per discutere dell’autorità femminile al governo insieme con Annarosa Buttarelli, autrice di Sovrane.
Erano presenti Anna Di Salvo e Katia Ricci della Rete delle Città Vicine, Luana Zanella, già parlamentare e dei Verdi e Vito Teti, antropologo dell’Università di Cosenza. È stata presentata per l’occasione la mostra Lampedusa porta della vita, realizzata a Lampedusa da Rossella Sferlazzo, Anna Di Salvo e Katia Ricci.
È questo il secondo incontro a Catanzaro, dopo quello del 31 gennaio scorso, in cui Franca Fortunato rende possibile il confronto tra amministratrici di varia provenienza partitica, ma accomunate dalla stessa passione politica e dalle buone pratiche. Poi il 29 e 30 marzo a Roma alla Casa Internazionale delle donne, si è svolto il Convegno nazionale annuale delle Città Vicine, Un passo avanti d’autorità, organizzato insieme all’associazione “Autorità femminile nella politica” e alla Mag Servizi di Verona, che a breve ne pubblicherà gli atti sulla sua rivista “AP Autogestione e Politica Prima”.
Nel corso dell’incontro le amministratrici hanno reso evidente come sia possibile sottrarsi al paradigma maschile del potere, spostandosi nel luogo della libertà, grazie alle loro pratiche di relazione, alla consapevolezza di agire in modo differente con l’autorità femminile che si esplica nella propria comunità, manifestando attenzione verso l’altro.
La lettura del libro Sovrane, come dichiarato da Anna Maria Cardamone, ha fornito l’assetto teorico del loro agire e mostrato altre esperienze in Italia, quale quella della sindaca di Ostiglia e delle operaie dell’OMSA. Esperienze improntate all’autorità femminile, che si svincola dalle regole e dalle leggi del potere per un progetto più grande con l’ambizione di modificare radicalmente la realtà. La stessa autorità e grandezza femminile riconosciuta da Anna Di Salvo alle donne combattenti di Kobane, alcune delle quali ospitate recentemente a Catania, che difendono il loro territorio anche con le armi e non per senso di parità o perché si identifichino con gli uomini, ma per affermare la propria libertà di donne, cosa questa che fa particolarmente paura agli uomini dell’ISIS.
Un nuovo e profondo senso della giustizia che per le donne è “un fare giustizia” è stato richiamato da Annarosa Buttarelli, che nel suo intervento ha ricordato l’insegnamento di Maria di Nazareth, espresso nel Magnificat e ripreso da Gesù nel Discorso della Montagna, in cui c’è il rovesciamento dei canoni sociali legati alla ricchezza, al dominio e al potere, per una società di giusti e di liberi. Questo rinnovamento non può avvenire senza un nuovo patto tra donne e uomini, oggi possibile, riprendendo una modalità in uso millenni fa quando le società erano orientate dall’autorità femminile, come ci hanno fatto scoprire Marija Gimbutas, Riane Eisler, Heide Goettner-Abendroth e come ancora avviene nella società Moso. L’incontro ha registrato momenti di commozione con l’appassionata difesa di Carolina Girasole, sotto processo per favoreggiamento della mafia, a cui Franca Fortunato e le altre amministratrici hanno rinnovato pubblicamente la loro fiducia, certe che sia stata infangata proprio per la sua coraggiosa battaglia contro gli interessi della ’ndrangheta, spostando i dipendenti da comode situazioni, facendo dei servizi sociali un uso giusto, non garantendo favori a potenti e affidando a una cooperativa di Libera terreni confiscati ai mafiosi.
Coraggio, amore, passione, desiderio, libertà, giustizia, cura sono le parole risuonate negli interventi delle varie sindache e nelle canzoni della cantastorie Francesca Prestia, quelle che hanno spinto le donne a voler amministrare i loro paesi. Per questo rifiutano l’etichetta massmediatica di “sindache contro la ’ndrangheta”, come Franca Fortunato ha più volte scritto nei suoi articoli, perché è se mai la ’ndrangheta ad essere contro di loro. Parole che testimoniano e rendono sempre più vero quello che ha affermato Anna Rosa Buttarelli: «La rivoluzione delle donne è irreversibile ed è questo il tempo debito» per fare «di Sovrane un movimento, che può diventare luogo di energia che mette insieme amministratrici di tutta Italia, che grazie a una rete solida sposta gli equilibri di potere in alleanza con tutte le donne che lo sostengono».
da Il Gruppo delle femministe del mercoledì
L’Europa e il suo “deficit di cura”. Quando è accaduto? Cosa ha spinto i governanti europei ad abbandonare lo stato sociale per una austerità che lascia la grande parte degli abitanti dei diversi paesi in una situazione di crescente malessere, debito endemico e disoccupazione? Perché diminuiscono le speranze nei confronti della politica mentre aumentano le deformazioni identitarie?
Ne avevamo parlato il 10 maggio scorso. Oggi escono le relazioni e gli interventi di quel convegno sulla rivista Leggendaria.
Se nel “trentennio glorioso”, le donne hanno avuto la capacità di essere costituenti, oggi sono i cambiamenti simbolici portati dalla esperienza singolare della differenza femminile (il “fare la differenza”) a mostrare la pochezza di modelli democratici esausti. Per questo, la nostra idea di Europa fa perno sulla “cura”, sulle relazioni come possibilità di operare ribaltamenti e di aprire conflitti in grado di mettere in questione l’ordine stabilito. Pecchiamo forse di ottimismo?
Nel numero 110 della rivista Via Dogana della Libreria delle donne di Milano, viene ripreso il pensiero politico di Simone Weil negli anni 1941-1942-1943.
Arrivata a Londra nel ’42 dagli Stati Uniti, la filosofa chiede di partecipare alla Resistenza sul suolo francese. Per lei è importante calarsi nella realtà (con i rischi che comporta) così da verificare il grado di verità delle sue analisi politiche e filosofiche. Viene invece collocata negli uffici del Commissariato per gli Interni. Qui comincia a pensare quali elementi della tradizione culturale e civile dell’Occidente valga la pena di salvare e quali di respingere per non cadere nel pericolo incombente di degenerazioni totalitarie. Nasce allora la proposta di una nuova Costituzione per la Francia e l’Europa ponendo a fondamento costituzionale un patto sociale che si fondi non sulla forza bensì sui bisogni di tutti, sull’obbligo verso l’altro, in primo luogo i soggetti più deboli.
Scriverà Simone Weil nel 1943: «La giustizia non è di questo mondo ma qui e ora a ogni essere umano è data la libertà di non aderire all’apparenza di giustizia, la giustizia menzognera, e di trattare l’essere diverso da sé con giustizia, vale a dire anzitutto non fargli del male, battersi perché si ponga cura e rimedio a tutte le ferite, privazioni e offese…».
Ci interessa mettere a confronto linguaggi differenti per spostare il ragionamento sull’Europa, sulla realtà in cui siamo, segnata di nuovo da rumori di guerra. Per questo
Il Gruppo delle femministe del mercoledì propone di far dialogare Leggendaria numero 107 (speciale dossier cura) e Via Dogana numero 110 (L’Europa di Simone Weil). Saranno con noi autrici/autori degli articoli usciti sulle due riviste.
SABATO 15 NOVEMBRE 2014
alla Casa Internazionale delle donne, via della Lungara 19, Roma, dalle ore 11 alle 17.
(a seguito dell’uscita dell’ultimo libro Storia della bambina perduta)
di Giulia Calligaro
Cara Elena Ferrante, non le chiederò chi è, se ha avuto un’amica geniale o quanto c’è di autobiografico nella quadrilogia che ha tenuto in sospeso milioni di lettori in venti Paesi di tutto il mondo. Lei ha vinto, lasciandosi nel mistero: chi è Elena Ferrante? Non lo sappiamo. Sappiamo che si tratta di un nom de plume, ma il segreto regge da anni. Forse, svelarlo non aggiungerebbe nulla a quel che ci ha lasciato: la più bella storia dell’Italia dagli anni ’50 a oggi. Una storia osservata da un rione napoletano – violento quanto più è vero, volgare quando mostra il vestito a festa – attraverso l’amicizia di sangue, e quindi indissolubile ma anche scontrosa, tra Lena (Elena Greco), la figlia dell’usciere che studierà, si emanciperà e diventerà scrittrice, e Lila (Raffaella Cerullo), la figlia geniale dello scarparo che non accetta nessuna redenzione, ma brilla come la Dea di un epos rovesciato. Nella Storia della bambina perduta, l’ultimo volume appena uscito (tutti e/o editore), ci fa ritrovare le due amiche, ora trenta-quarantenni, a una rampa di scale di distanza: dopo che Lena, separata, ritorna a Napoli con le figlie. Entrambe partoriranno una bambina, ma quella di Lila si perderà e da lì avrà inizio la sua cancellazione. Fuori galoppano anni complessi, tra i ’70 e il 2010, e il lettore resta attaccato alle pagine come accade con rari libri in stato di grazia. Come si ottiene una storia così? E lei cosa ne sapeva quando ha l’ha iniziata? Ho pensato per anni ad alcuni fatti che mi stavano a cuore e che avrei voluto raccontare: la vicenda della bambina perduta, per esempio. Ma il racconto è nato scrivendo e non immaginavo che sarebbe stato così lungo. È la scrittura che dà alla luce una storia, che soffia vita nei materiali inerti custoditi nella memoria e li tira fuori dall’oblio. Se non si è messo a punto negli anni uno strumento espressivo adeguato, la storia non nasce, o nasce senza verità. L’ossessione al confronto tra Lila e Lena ci insegna che l’amicizia, pur affettuosa, tra donne è sempre antagonistica. Perché questa paura di arrivare seconde? L’amicizia femminile è stata lasciata senza regole. Non le sono state imposte nemmeno quelle maschili, ed è tuttora un territorio con codici fragili dove amare (la parola amicizia ha a che fare, nella nostra lingua, con amore) trascina con sé di tutto, sentimenti elevati e pulsioni ignobili. Di conseguenza ho raccontato un legame molto robusto che dura tutta una vita, e che è fatto di affetto ma anche di disordine, instabilità, incoerenza, subalternità, sopraffazione, cattivi umori. L’amore è il motore della storia. Ma le parti felici sono quelle che il lettore vive con più sospetto. Che cosa impedisce il lieto fine? L’amica geniale è un racconto concepito in modo che il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel rapporto dura, mentre i rapporti con gli uomini nascono, crescono e deperiscono. Ci sono momenti in cui i legami d’amore tra donna e uomo sono felici, basterebbe interrompere lì e avremmo un happy ending. Ma il lieto fine ha a che fare con i trucchi della narrativa, non con la vita e nemmeno con l’amore che è un sentimento ingovernabile, mutevole, pieno di brutte sorprese estranee all’happy ending. Gli uomini sono inadeguati. Che cosa ostacola l’incontro tra i generi? Le lotte per la parità hanno aumentato la distanza? Le attese femminili sono diventate molto alte. I modelli comportamentali che rendevano reciprocamente riconoscibili i generi, meno male, si sono sdruciti e nessun rattoppo ha funzionato, né è stata possibile una ridefinizione radicale di reciproca soddisfazione. Il rischio più grande ora è il rimpianto femminile dei “veri uomini” di una volta. Se va combattuta ogni forma di violenza maschile, non va trascurata la voglia femminile di regresso. La folla di donne che adorano la sensibilità e l’energia sessuale del peggiore dei personaggi maschili dell’Amica geniale mette in scena questa tentazione. Lila e Lena “interpretano” il duello tra Natura e Storia. Lena pare “farcela”, ma in realtà tutti diventano quello che erano da sempre. Nulla può cambiare? E il rimescolamento sociale è ardua impresa? La spinta a modificare il proprio stato deve fare i conti con mille ostacoli. Sul condizionamento genetico si può agire, ma non ignorarlo. L’appartenenza di classe la si può camuffare, ma non cancellare. Il singolo, tutto sommato, è solo un campo di battaglia, nel suo corpo si affrontano ferocemente privilegi e svantaggi. Contano alla fine le generazioni nel loro collettivo fluire. Gli sforzi di un solo individuo sono, persino quando merito e fortuna si sommano, insoddisfacenti. Il rione è il laboratorio dove si rivela la fallibilità della Storia. Scrive: «il sogno di un progresso senza limiti è un incubo pieno di ferocia e di morte». Qual è l’alternativa? E Napoli è un luogo di verifica dei fatti nazionali? Per Lila e Lena, Napoli è la città dove la bellezza si rovescia in orrore, dove le buone maniere si mutano in pochi secondi in violenza, dove ogni Risanamento copre uno Sventramento. A Napoli si impara subito a non fidarsi, ridendo, sia della Natura che della Storia. A Napoli il progresso è sempre progresso di pochi a danno dei più. Ma come vede, di passaggio in passaggio, non stiamo più parlando di Napoli, ma del mondo. Ciò che chiamiamo progresso illimitato è il grande crudele scialo delle classi agiate dell’Occidente. Le cose forse andranno un po’ meglio quando gli preferiremo la cura dell’intero pianeta e di ogni suo abitante. Di Nino, amato da Lila e poi da Lena, dice: «Uno che cerca più di essere simpatico ai potenti che di difendere a ogni costo un’idea». Poi: «Ha la cattiveria peggiore, quella della superficialità ». Di Lila: «Si distingueva perché con naturalezza non si piegava a nessun addestramento, a nessun uso e a nessun fine». Due umanità opposte. Ce le commenta? I tratti di Nino oggi sono i più diffusi. Voler piacere a chiunque eserciti un qualche potere è una caratteristica del subalterno che vuole uscire dalla subalternità. Ma è anche un tratto dello spettacolo permanente in cui siamo immersi, che per sua natura si accompagna alla superficialità. La superficialità non è sinonimo di stupidità, ma esibizione della propria spoglia, godimento dell’apparenza, impermeabilità di fronte al guastafeste per eccellenza, il dolore degli altri. I tratti di Lila, invece, mi sembrano l’unica via possibile per chi vuole essere parte attiva di questo mondo senza subirlo. Lei ha un successo internazionale, fra lettori comuni e intellettuali. Ora negli Usa la paragonano a Elsa Morante: qual è il bersaglio che ha centrato dove siamo tutti uguali? Non so se ho centrato un qualche bersaglio. Io mi interesso a storie che mi riesce difficile raccontare. Il criterio da sempre è questo: più una storia mi causa disagio, più mi intestardisco a narrarla. Questa potrebbe essere la storia della cancellazione di Lila. Che cos’è per lei la cancellazione? Sottrarsi sistematicamente alle smanie del proprio ego, fino a farne un modo di vivere. Noi lettori non sappiamo come faremo: lei come farà senza Lila e Lenù? È stato bello e impegnativo vivere con loro per anni. Ora sento la necessità di passare ad altro, come succede quando un rapporto si esaurisce. Ma con la scrittura la regola è semplice: se non hai niente che valga la pena di scrivere, non scrivi più.
Della redazione
Roma, 30 ottobre 2014, Nena News – La premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, studentessa pachistana di17 anni, ha deciso di donare tutti i soldi (50mila dollari) ricevuti in premio per la ricostruzione delle scuole nella Striscia di Gaza.
Gli edifici scolastici dell’enclave palestinese non sono stati risparmiati dai 52 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza, in cui sono morti circa 2.200 palestinesi, tra cui 505 bambini. Le scuole sono state prese di mira dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane per ragioni di “sicurezza” e negli attacchi hanno perso la vita tanti sfollati che vi avevano trovato rifugio. Sono 24 le strutture scolastiche totalmente distrutte, come quella del martoriato centro abitato di Al-Shijaeyyah, raso al suolo dalle bombe.
«Sono onorata di annunciare che tutti i soldi ricevuti in premio andranno agli studenti e alle scuole di un posto in particolare difficoltà: Gaza», ha detto Malala parlando a Stoccolma alle cerimonia per il ritiro del premio che condivide con Kailash Satyarthi, attivista indiano impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù. «I bisogni sono enormi. Oltre metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. (Questi giovani) hanno il diritto di ricevere un’istruzione di qualità, la speranza e reali opportunità per costruire il loro futuro. Questi soldi serviranno a ricostruire 65 scuole danneggiate nel recente conflitto». «Senza istruzione non ci sarà mai la pace», ha concluso.
La giovane Malala è stata insignita del Premio Nobel per il suo impegno a favore del diritto all’istruzione delle donne e per questo nel 2012 fu vittima di un attentato che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo. La sua donazione servirà alla riabilitazione delle scuole Unrwa. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, 138 studenti che frequentavano i suoi istituti sono rimasti uccisi durante l’offensiva israeliana, mentre 814 sono stati feriti e 560 hanno perso uno o entrambi i genitori. Inoltre, sarà necessaria un’assistenza specifica per tutti i bambini che hanno subito danni gravi e adesso soffrono di disabilità permanenti.
Secondo i dati riportati dal sito Middle East Eye, ci sono circa 500mila studenti a Gaza e di questi circa 24.000 frequentano le 91 scuole gestite dall’Onu, mentre gli altri vanno in quelle pubbliche gestite dal governo, che sono 187. Sono stati danneggiati anche diversi istituti privati: 49 scuole, 5 college e l’Università Islamica di Gaza, oltre a 75 asili e centri diurni.
A Gaza la scuola è ricominciata a metà settembre. Le lezioni danno una parvenza di normalità ai bambini della Striscia, ma negli edifici ci sono ancora sfollati e la carenza di strutture agibili costringe gli istituti ai doppi turni e a formare classi sovraffollate. Inoltre, per la maggioranza degli studenti universitari tornare a studiare sarà un’impresa difficile anche dal punto di vista economico. In tanti hanno perso la casa, oltre ad amici e parenti, nei bombardamenti. Le bombe hanno distrutto anche il diritto allo studio.
Nena News (http://nena-news.it/malala-i-soldi-del-nobel-alle-scuole-di-gaza/)
di Mariella Gramaglia
Non paia un partito preso ingeneroso verso il governo. È solo semplice e cruda realtà.
Il decreto legge presentato in Parlamento in agosto e convertito in legge il 15 ottobre 2013 non ha, per ora, sortito l’effetto di ridurre, o quanto meno di contenere, il femminicidio. Le fonti su cui si basa La Stampa ci dicono che siamo passati da 93 femminicidi nel 2012 a 103 nel 2013. La casa delle donne di Bologna, che usa lo stesso metodo di ricerca, basato sulle notizie di giornale e sui lanci di agenzia, dichiara invece 130 casi nel 2013. La differenza è dovuta alla definizione: «per femminicidio si intende un assassinio – precisa la Crusca – in cui l’uccisore è un uomo e il motivo per cui la donna è uccisa nasce dal fatto di essere donna». Così alcuni calcolano come «borderline» i casi legati a rapine o a follia dei figli, altri no. Il dibattito, non essendoci fonti pubbliche attendibili come nel caso dell’interruzione di gravidanza, è completamente aperto.
In teoria, dall’anno prossimo tutto cambia: stando alla legge, il ministero dell’Interno «elabora ogni anno un’analisi criminologica della violenza di genere» e la ministra delle pari opportunità, entro il 30 giugno, relaziona sull’utilizzo delle risorse stanziate (modestissime: dai sette ai dieci milioni all’anno) per i centri anti violenza.
«Il più sicuro, ma il più difficile mezzo per prevenire i delitti è perfezionare l’educazione»: studiavamo così da ragazzi sui testi degli illuministi. Il mezzo, proprio perché è difficile, è passato di moda: non fa notizia, non infiamma, non produce consenso. Mentre una legge come questa, basata per i quattro quinti sul diritto penale, sull’esemplarità e sulla deterrenza, lì per lì fa rumore. Ma, se inefficace, facilmente finisce in quel coacervo di sfiducia che ormai separa cittadine e cittadini dallo Stato: «parlano, parlano… e non cambia mai nulla». La novità pratica – a parte l’inasprimento delle pene, compreso quello altamente simbolico verso il persecutore legato alla vittima da matrimonio o da rapporto affettivo – è una maggiore libertà ed efficienza di azione per gli agenti di polizia giudiziaria nell’allontanare dalla casa l’uomo violento, nel vietargli di avvicinarsi, nell’informare la vittima di dove si trova il maltrattante, se agli arresti, a piede libero o in un programma sociale di riabilitazione. Le operatrici dei centri anti violenza riconoscono volentieri i meriti di una polizia più sensibile. Con il tempo, speriamo, ne vedremo i frutti.
Intanto la distribuzione spaziale e temporale dei delitti fa riflettere. Più Nord che Sud, più megalopoli (Milano e Napoli in particolare) che piccoli centri, meravigliosa quiete in Basilicata e nel Nord della Sardegna. È finito il tempo del clan, degli zii e dei fratelli che puniscono la reproba (sono questi la maggior parte dei femminicidi in Afghanistan e Pakistan) ed è in crescita lo strazio postmoderno dell’amore-non amore, che non sa riconoscere i confini fra legami e libertà. Quel misterioso mese di settembre, quando i delitti aumentano, di cosa è il segno? Di separazioni mal sopportate, di nuovi inizi di lavoro e di cura, sempre più faticosi e frustranti mentre la crisi fa il suo giro?
Forse. Molto ancora c’è da capire e studiare se si pensa a una riforma sociale e morale. Spiace che anche papa Francesco, nell’impostare le 38 domande da discutere nelle parrocchie in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia del 2014, abbia pensato a tutto, dai divorziati alle coppie gay, ma non alla violenza sulle donne. Non è per delegare. È che la società civile laica è così stanca e rinsecchita che forse uno stimolo dalla comunità cristiana non le avrebbe fatto male.
(La Stampa, 3 gennaio 2014)
Visitando la mostra di un’artista austriaca ho rivissuto una dimensione della mia vita alla quale sono inevitabilmente molto legata. Tale dimensione è ben descritta in alcune parole tratte dal libro Volere un figlio di Silvia Vegetti Finzi dove l’autrice scrive: «La donna porta, nella procreazione, tutta se stessa: non solo il corpo, ma i pensieri, gli affetti, la sua storia, prossima e remota». In queste parole credo sia racchiuso il forte messaggio che mi è arrivato guardando la mostra Relationships di Regina Huebner, presentata al pubblico durante la Giornata del Contemporaneo a cura dell’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Sono ormai molti anni che seguo il percorso artistico di Regina Huebner e ogni volta che vado ad una sua mostra mi sorprende la sua capacità di esplorare, magari inconsapevolmente, l’animo femminile. Forse mi sorprende perché ritrovo me stessa in alcune sue opere. Profondamente femminili, perché il tema dei suoi lavori e delle sue installazioni gioca spesso sulla sfera intima delle relazioni più prossime, quelle familiari. Forse la stessa artista ne ha avuto conferma, chiudendo il cerchio (nelle sue opere il cerchio e la sfera sono peraltro ricorrenti) col suo ultimo lavoro.
Una conferma l’ho certamente avuta io. Relationships rappresenta il punto d’arrivo, la sintesi forse, di un percorso dove l’esperienza della maternità ha avuto un ruolo fondamentale.
Una maternità che immagino vissuta talvolta in solitudine, “tessendo” gli attimi di vita e imprimendoli nella memoria, così come l’artista sembra aver rappresentato in un suo lavoro dove tesse un lunghissimo filo che dall’alto in basso crea una trama in verticale. E qui mi vengono nuovamente in mente alcune parole di Silvia Vegetti Finzi che ha dedicato una vita intera a studiare la dimensione materna: «Spesso lasciate troppo sole, le madri faticano a nominare le proprie emozioni» (tratto dall’articolo comparso sul Corriere della Sera). Alcuni dei lavori di Regina Huebner li ho sempre ricondotti ad un percorso temporale. Ritraggono un principio, così come viene descritto dall’incedere dei passi che vediamo riprodotti in un video molto suggestivo dal nome Journey II, che compare nella home page del suo sito internet (proprio in questi giorni è stato eletto tra i lavori finalisti del premio Terna 06 e a dicembre sarà esposto a Torino presso l’archivio di Stato nell’ambito del Contemporary Arts), e nella lunga tessitura il cui lavoro vuole forse ritrarre la trama della sua vita.
Il trascorrere del tempo e delle esperienze sono narrati, inoltre, in altri lavori fortemente simbolici, come ad esempio il video dove scorre, goccia dopo goccia, il latte materno (il bellissimo lavoro dell’artista rappresenta lo scorrere incessante del latte materno, quasi a voler raccogliere una quantità immensa di “liquido vitale”), oppure l’installazione dove una bambina (la figlia dell’artista) muove i suoi primi passi dell’infanzia disegnando un cerchio immaginario. Ed ancora la riproduzione di un mare capovolto che avanza e si ritira incessantemente, senza soluzione di continuità, che sembra voler esprimere la complessità della vita. I lavori vengono talvolta anche riproposti in sovrapposizione.
Relationships, che è la più recente raccolta dell’artista, appare infine il riassunto di un percorso, intensamente vissuto, qui espresso dal punto di vista artistico, a chiusura di una fase della vita in cui la maternità sembra aver costituito l’elemento preponderante e che ha molto probabilmente portato l’autrice , nel corso del tempo, a scoprire e ridisegnare la propria dimensione di figlia. Dopo aver tessuto ogni attimo, con l’intensità dei sentimenti, talvolta anche contraddittori, dopo aver nutrito col latte materno, dopo aver capovolto ripetutamente la propria prospettiva di vita per poter dare una forma possibile ad un percorso talvolta accidentato, come può essere quello di una madre; dopo aver maneggiato le rotondità della materia, che forse ci vuole rimandare al ventre materno e alla luna luminosa (come rappresentato nel video dove due mani accarezzano e maneggiano una sfera di ghiaccio che sembra appunto una luna) è possibile ripercorrere il proprio cammino. Dopo avere intensamente vissuto l’esperienza di madre l’artista può ritrovare le sue radici, senza le quali tutto il suo vissuto non sarebbe stato possibile, e le cerca in qualcosa che recupera dai suoi ricordi di bambina, cioè dei centrini e delle stoffe arricchite da pizzi che le ricordano il suo passato e la casa materna. Anche in questo caso, sembrano rinviare simbolicamente alla complessa trama della vita e che sembrano mostrare, ancora sgualciti, un percorso, quello di sé da ragazza, non del tutto compiuto.
La distanza data dalla lontananza fisica dalla famiglia di origine ha forse permesso all’artista di svolgere un percorso unico di crescita che ha consentito una rilettura adulta dei legami familiari, costruendo per se stessa una dimensione solida della propria personalità. Con un impatto riepilogativo della fase artistica e di vita, rappresentata dalla raccolta di opere contenuta in Relationships, viene poi inserito un nuovo elemento che porta con sé una importante valenza collettiva: Regina Huebner decide di condividere la propria esperienza, e di trarne un arricchimento per se stessa, chiedendo ad alcuni amici più vicini di scrivere una lettera da rivolgere ai propri genitori, una alla madre e una al padre.
Mi è parsa un’ idea coinvolgente e interessante tanto da immaginarla aperta a chi voglia, insieme ai commenti, provare a scrivere qualche riga come se dovesse indirizzarla alla propria madre o al proprio padre. Una parte del progetto Relationships, che è ancora agli esordi, potrebbe ricevere spunti certamente interessanti dagli interventi che appariranno su questo blog.
Questo articolo è frutto di una mia riflessione guardando i lavori della mostra “Relationships” di Regina Huebner. Le immagini e le opere artistiche citate sono di © Regina Hübner.
La riproduzione è consentita a condizione che sia citata la fonte.
http://27esimaora.corriere.it/articolo/quando-larte-comunica-il-femminile/
dal 1/10 al 15/11/2014
Galleria Monica de Cardenas, via Francesco Vigano’, 4- Milano
I dipinti di Bjerger sono ispirati a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. I dipinti di Streuli attingono a elementi di opere pittoriche della storia dell’arte europea e americana, ma anche a forme astratte, decorazioni e oggetti della vita quotidiana
Nella Project Room siamo felici di annunciare la prima mostra in Italia della pittrice svedese Anna Bjerger.
I dipinti di Anne Bjerger catturano lʼattimo fuggente e hanno una grande forza evocativa. Si ispirano a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. Lʼartista utilizza la capacità della fotografia di cogliere lʼazione e il movimento. Dipingendo queste immagini, salva dei momenti che altrimenti andrebbero persi per sempre, e li ricrea in pittura, il mezzo in assoluto più duraturo nel tempo. La sua pittura è ricca e fluida e conferisce unʼatmosfera emotiva alle scene di vita rimosse dalle loro origini.
Le immagini scelte spesso hanno delle qualità generiche di esperienza comune, ma il chi, il quando e il dove resta sempre ambiguo, non specificato. I momenti rappresentati sono spesso piacevoli – come bambini che giocano in un campo, una coppia che passeggia in una foresta – ma anche passeggeri, sfuggenti. Bjerger coinvolge lʼosservatore, facendolo diventare uno spettatore reale della scena. Questo è accentuato in “Snap”, in cui una donna punta la telecamera verso lo spettatore. In molte delle sue opere tuttavia cʼè una sensazione di intrusione, quasi di voyerismo, di essere testimoni di momenti privati ed intimi. Questo ruolo dello spettatore viene sottolineato in “Jumper”, che ritrae una classica scena da voyeur: una donna che si spoglia, vista attraverso la finestra. Ha una figura perfetta e la vista momentaneamente coperta dalla maglia che si sta togliendo. Eʼ una situazione carica di erotismo ma anche un poʼ ridicola – una fantasia adolescenziale ricorrente – e Bjerger sottolinea il nostro sguardo vorace con il suo modo di dipingere seducente e la composizione raffinata.
Anne Bjerger è attratta da immagini che fondono lʼanonimo con il familiare, creando spunti di narrazioni. “Attraverso la pittura posso cambiare la gerarchia allʼinterno dellʼimmagine e creare una versione diversa dellʼistante registrato dalla fotografia” dice “La fisicità della pittura, la struttura variabile della superfice e lʼattenzione alle dimensioni servono ad intensificare lʼesperienza dello sguardo.”
Anna Bjerger è nata a Skallsjo in Svezia nel 1973. Ha studiato a Londra al Central St. Martins School of Art e poi al Royal College of Art. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre in Scandinavia, in Inghilterra e negli Stati Uniti.
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Christine Streuli
Siamo felici di annunciare una nuova mostra di Christine Streuli negli spazi della nostra galleria milanese.
Per i suoi quadri lʼartista svizzera trae spunto da un patrimonio infinitamente ampio di situazioni visive, cui la sua pittura attinge liberamente: vi si trovano elementi di opere pittoriche della storia dellʼ arte europea e americana, di cui è una grande conoscitrice, come pure forme astratte, decorazioni e motivi di culture extraeuropee, elementi della vita quotidiana, immagini tratte da pubblicità, salva- schermi o erbari antichi.
Immagini, suggestioni, motivi provenienti da culture differenti si incontrano e convivono sulla tela, dando vita a qualcosa di completamente nuovo, carico di unʼenergia vitale incontrollata e difficile da arginare. Nelle sue mostre recenti le pitture di Streuli tendono infatti a straripare dal quadro e invadere la parete e lo spazio reale, dialogando con lʼarchitettura. Nelle sue mostre recenti al Kunstmuseum di Lucerna e allʼ Haus am Wannsee a Berlino ha creato ambienti totalmente immersivi, volti ad attivare una partecipazione piena e personale da parte del pubblico.
Le opere di Streuli dispiegano i loro alti livelli di energia anche attraverso segni astratti di velocità, colore e spazialità. Citazioni, ripetizioni ed effetti specchiati animano lo spazio pittorico e sono altrettanto spontanei quanto sofisticati nella pianificazione e nellʼ esecuzione. Lʼarista segue il principio di “uno e lʼaltro” piuttosto che “lʼuno o lʼaltro”, lavorando sia in superfice che in profondità; combina parti libere e spontanee con elementi grafici molto ordinati e organizzati, così che ogni nuova opera genera lʼimpressione di una totale simultaneità di aspetti disparati. Per questo i dipinti di Streuli possono essere letti anche come metafore della comunità informatica globale, che con la sua disponibilità senza limiti pone nuove sfide ad ogni singolo individuo.
In questa mostra dal titolo “Ickelackebana” presenterà anche un ciclo di piccoli dipinti realizzati in lacca su alluminio, che con una pittura molto fluida rappresentano arrangiamenti floreali giapponesi “Ikebana”.
Nata a Berna nel 1975, Christine Streuli ha studiato a Zurigo e a Berlino e negli ultimi anni ha vissuto tra Berlino, Londra e New York. Nel 2007 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia, nel 2008 ha esposto al Kunsthaus Aarau e ad ArtUnlimited a Basilea, nel 2009 al Kunstverein Oldenburg, nel 2010 al Museum Marta Herford a Herford in Germania, nel 2013 al Kunstmuseum a Lucerna e allʼHaus Am Waldsee a Berlino, questʼanno ha partecipato alla Biennale a Sydney.
Immagine: Christine Streuli, Believer, 2008, Acryl und Lack auf Baumwolle, 100 x 150 x 5 cm, courtesy the artist, Foto: Jens Ziehe, Berlin
Inaugurazione 1 ottobre alle 18.30
Galleria Monica De Cardenas
via Francesco Vigano’, 4 – Milano Lombardia Italia.
Orario: martedì – sabato 15 – 19
Ingresso libero
PausaLavoro 2013
104, marzo 2013
L’epoca delle connessioni tristi, di Loretta Borrelli
liberi pensieri di una sviluppatrice web
C’è più vita nel cooperare, contributi vari, Agorà del lavoro
i nuovi bisogni che cambiano il lavoro e la politica
105, giugno 2013
Due sindacaliste all’Agorà, di Giordana Masotto
Sandra Becattini e Marianna Bruno raccontano le possibili contaminazioni tra femminismo e lavoro sindacale
La politica delle quote ci ha indebolito, di Michela Spera, segretaria nazionale Fiom
L’ideologia della conciliazione è stata il bromuro, di Laura Spezia, ex segretaria nazionale Fiom
Dialogo di una freelance e di una dipendente, liberamente tratto da un dialogo tra Loretta Borrelli, 35 anni freelance e Martina Coletti, 32 anni dipendente
106, settembre 2013
Ina Praetorius: una rompiscatole piena di humor, intervista a cura di Giordana Masotto
in Svizzera, la raccolta di firme per il reddito di base si intreccia con il femminismo postpatriarcale. E si apre il conflitto
Questo lavoro (non) è la nostra vita, di Chiara Martucci, Loretta Borrelli, Silvia Motta, Giordana Masotto
verso un codice di autodeterminazione nei lavori di oggi. A partire da sé ma non isolate/i
107, dicembre 2013
Atti di sfida ai tempi di Godzilla, di Giordana Masotto
dal laboratorio lavoro-economia di Paestum 2013
Che cosa produciamo quando siamo al lavoro, di Simona Ricci, segretaria generale Cgil Pesaro Urbino
il primum vivere per ritessere la trama della pratica politica dentro il sindacato
di Gianluca Ciucci
La giovane pakistana Malala Yousafzai, vincitrice del Premio Nobel per la pace a soli 17 anni, ha rivelato di aver detto al presidente Barack Obama che avrebbe potuto “cambiare il mondo se solo avesse mandato libri invece di pistole ai paesi poveri”.
“Il mio messaggio era molto semplice,” ha detto alla platea del Forbes Under 30 Summit di Philadelphia, parlando del suo recente incontro con il presidente. “Ho detto invece di inviare armi, inviate libri, inviate insegnanti.” Alla domanda del presentatore di MSNBC Ronan Farrow, su come Obama ha reagito, Malala ha detto semplicemente che la risposta del presidente è stata “piuttosto politica.”
Malala ha raccontato di cercare di vivere una vita più normale possibile nonostante l’attenzione che la circonda da due anni, da quando cioè un talebano le sparò nel nord-ovest del Pakistan. Ripensandoci ora, Malala talvolta paragona la sua storia alla trama di un film. “Alla fine, il cattivo perde e l’eroe vince, e c’è un lieto fine”, ha concluso tra gli applausi.
(huffingtonpost.it, 22 ottobre 2014)
di Umberto De Giovannangeli
«Al Parlamento italiano mi sento di rivolgere lo stesso appello che abbiamo lanciato, con esito positivo, alla Camera dei Comuni britannica: riconoscere lo Stato di Palestina. Lo chiedo da cittadina israeliana, che ama il proprio Paese e che ha combattuto per difenderlo. Riconoscere ai palestinesi il loro diritto a vivere in uno Stato indipendente, a fianco d’Israele, non è solo un atto di giustizia ma significa essere davvero amici d’Israele, perché il nostro diritto alla sicurezza non è altra cosa dal loro diritto all’autodeterminazione». A parlare è una delle figure più rappresentative del mondo politico e culturale israeliano: Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare laburista, figlia di uno dei miti dello Stato ebraico: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan.
Yael Dayan è una delle 363 personalità israeliane che hanno firmato l’appello rivolto al Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina. «Riconoscere uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967 – dice Dayan in questa intervista esclusiva all’Huffington Post – è essenziale per l’esistenza d’Israele. Questa è l’unica politica che lascia nelle mani di Israele il suo destino e la sua sicurezza. Ogni altra politica contraddice gli ideali del sionismo e il futuro del popolo di Israele».
Il voto del Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina non è vincolante per il Governo di David Cameron, tuttavia quel voto ha scatenato l’ira del governo israeliano. Perché?
«Vede, per una terra, quella in cui vivo, che si nutre di simboli, quel voto ha uno straordinario valore simbolico: perché segnala l’insofferenza non solo inglese verso la politica dell’eterno rinvio e dei fatti compiuti portata avanti dal governo guidato da Benjamin Netanyahu».
A cosa si riferisce in particolare?
«Allo sviluppo degli insediamenti nei Territori occupati. Occorre dire con chiarezza che pace e colonizzazione sono tra loro inconciliabili. E che la costruzione di nuovi insediamenti o l’estensione di quelli già esistenti non hanno nulla a che vedere con la sicurezza d’Israele ma sono la concretizzazione di una idea di grandezza propria dell’ideologia nazionalista di destra oggi al potere in Israele. Questa idea di grandezza, questa visione messianica del ruolo d’Israele e del popolo ebraico, confligge con la ricerca di quei compromessi necessari per realizzare una pace giusta, durevole. Una pace tra pari».
Una pace va negoziata. Ma Netanyahu ritiene la controparte palestinese, il presidente dell’Anp Abu Mazen, inaffidabile dopo la sua apertura ad Hamas.
«Se c’è un dirigente palestinese che ha dato prova di essere pronto al compromesso, questo è proprio Abu Mazen. Ma i falchi al governo hanno fatto di tutto per indebolirlo, anche se questo ha significato rafforzare Hamas. Ma cosa si vuole: che i giovani palestinesi innalzino a “nuovo Saladino” il capo dell’Isis? (Abu Bakr al-Baghdadi, “califfo” dell’autoproclamato Stato Islamico, ndr). Una cosa è certa: il tempo non lavora per la pace. Così come la storia insegna che quando la diplomazia abbassa la guardia, a riempire il vuoto sono le armi, la rabbia, la frustrazione su cui gli estremisti fanno leva per rafforzare le proprie fila. Per questo sono importanti segnali come quello lanciato da Londra. E sarebbe incoraggiante se lo stesso avvenisse a Roma, Parigi, Berlino, perché vorrebbe dire che l’Europa intende avere voce in capitolo nel negoziato israelo-palestinese, senza forzature unilaterali ma neanche avallando scelte, come quelle compiute dal governo Netanyahu sugli insediamenti, che di fatto pregiudicando la soluzione “a due Stati”».
Uno dei più autorevoli storici israeliani, Zeev Sternhell, ha lanciato un grido d’allarme che ha suscitato dibattito e polemiche dentro e fuori Israele: con l’occupazione dei Territori, Israele sta marciando sulla strada dell’apartheid.
«Apartheid è una parola pesante, che porta con sé discriminazione razziale, cittadinanza di serie A e serie B. Resta il fatto che l’oppressione esercitata contro un altro popolo finisce per minare i principi stessi di democrazia che sono a fondamento del pionierismo sionista. Per questo ho sempre ritenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato, i cui confini andranno negoziati al tavolo delle trattative, non è una concessione fatta al “Nemico”, bensì un regalo che Israele fa a se stesso. Perché solo così potremmo sperare in un futuro normale, da Paese che rivendica con orgoglio la sua natura democratica. Perché il rispetto di diritti universali non può valere a Tel Aviv ed essere negato a Ramallah o a Gaza».
Ma se il voto del Parlamento britannico facesse scuola, e altri parlamenti si muovessero nella stessa direzione, e quelle indicazioni fossero fatte proprie dai rispettivi governi, questo non finirebbe per irrigidire ulteriormente la posizione d’Israele?
«Esercitare una pressione politica non significa sfidare Israele ma mettere il governo in carica di fronte alle proprie responsabilità».
Israele è reduce dalla terza guerra di Gaza. Basta il cessate-il-fuoco raggiunto con Hamas per dire che si è voltato pagina?
«Assolutamente no. Il cessate-il-fuoco è un primo passo ma sarà solo una parentesi tra una guerra e l’altra se non si avrà il coraggio di porre fine all’embargo imposto a Gaza: una punizione collettiva che non ha indebolito Hamas ma semmai ha rafforzato la sua presa sulla società palestinese. Quale visione di Israele può avere un ragazzo che cresce in una prigione a cielo aperto, isolata dal mondo, come è oggi la Striscia di Gaza? In lui crescerà solo odio e desiderio di vendetta. A questi giovani dobbiamo offrire una speranza. La fine dell’embargo dovrebbe essere accompagnata da garanzie di sicurezza per gli abitanti delle città israeliane a ridosso della Striscia e fatte bersaglio dei razzi palestinesi. Per questo sarebbe importante la messa in campo di una forza d’interposizione a Gaza sul modello di quella che agisce nel Sud del Libano (Unifil). L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano in quella occasione. Potrebbe rigiocarlo anche nella Striscia».
(da huffingtonpost.it, 21 ottobre 2014)
Sophie Calle. MAdRE
a cura di Beatrice Merz al Museo di Rivoli
vedi anche
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/10/19/sophiecalle50.html?ref=search
Un nuovo importante progetto di mostra segna la marcia di avvicinamento del Castello di Rivoli al traguardo dei suoi primi trent’anni di attività. Ancora una volta una rassegna internazionale che vede, come è tradizione del Museo, qualcosa oltre la semplice collaborazione con un artista prestigioso quanto, piuttosto, una vera e propria sfida, un confronto da parte dell’artista stesso con un luogo carico di storia, da mettere in relazione con le proprie storie e narrazioni, col vissuto personale divenuto oggetto d’arte e di ricerca. È il caso della grande mostra che il Castello dedica alla celebre artista francese Sophie Calle, protagonista indiscussa della scena artistica mondiale, la quale propone un progetto interamente site-specific per le sale auliche al secondo piano della Residenza Sabauda. Il concept di mostra si articola sullo sviluppo di due importanti progetti che l’artista ha posto in essere da diversi anni: Rachel, Monique e Voir la mer. Il confronto tra questi importanti progetti propone due percorsi insieme distinti e uniti, includendo opere incentrate sui temi dell’affetto e dell’emozione, sulla morte, sull’analogia madre|mare alla base del titolo della mostra: un mare che accoglie e accomuna, copre e investe un’immensità di sentimenti ed emozioni contrastanti.
L’artista lavora da sempre intorno a temi quali il distacco da una persona cara, la rottura amorosa, la vita intima in generale riuscendo a rendere in modo efficace oltre alle emozioni anche il lato filosofico, la riflessione che queste suscitano, accompagnando l’elaborazione culturale del vissuto personale attraverso un’organizzazione così precisa da risultare quasi ossessiva fatta di oggetti, video e testi: sorta di mise-en-place e di organizzazione teatrale senza spettacolarizzazione scenica. Un processo di appropriazione per immagini dove anche il visitatore, quando ritenga di essersi perduto, può ritrovare un percorso e alla fine farlo proprio come in un romanzo a ruolo.
Sin dalla fine degli anni Settanta Calle lavora con metodi provocatori e assai controversi, mettendo in stretta relazione le proprie emozioni con le fasi e gli accadimenti della sua vita personale. La mostra al Castello di Rivoli rivela il lato di “accumulatrice d’immagini” dell’artista insieme alla sua capacità di rendere le stesse del tutto essenziali, al limite del minimale; diremmo emozioni allo stato puro.
L’aspetto emozionale dell’opera dell’artista non ne oscura tuttavia il tratto analitico; gli interrogativi su cosa significhi non vedere, cosa sia il non vedere. In altri termini una riflessione filosofica sul cos’è che non vediamo, sul ruolo giocato dai legami e dai ricordi, sul paradosso della natura che accoglie, che crea e distrugge, sulla cecità che crea incoscienza e sulle assenze di visione determinate dagli aspetti definitivi di un distacco. Vi è un aspetto epico nell’opera di Sophie Calle che si identifica bene nell’affrontare il tema della tragedia quotidiana rendendo condiviso il proprio dolore personale, con effetto insieme liberatorio e mnemonico.
Rachel, Monique
è un palinsesto di opere che vede la luce a partire dalla ripresa in video della morte della madre dell’artista. Dalla Biennale di Venezia del 2007, dove venne esposto il solo video, l’opera si è evoluta costantemente nel tempo accumulando elementi e ricordi quasi in forma di diario a ritroso, incrementando il corpus di opere dell’artista che sarà esposto nelle sale storiche e ampiamente decorate del Castello ricamando una sorta di nuovo dialogo tra le memorie di un luogo storico e gli oggetti cari alla madre o meglio oggetti e parole che traggono linfa vitale dal ricordo e si trasformano in oggetti d’arte. Calle stessa precisa l’oggetto della propria analisi affermando “Mia madre amava essere oggetto di discussione. La sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava. Quando collocai la mia macchina fotografica ai piedi del suo letto di morte – volevo essere presente per udire le sue ultime parole ed ero intimorita che potesse morire in mia assenza – esclamò: ‘Finalmente’”.
Voir la mer
Video installazione appositamente concepita per la sala 18, che ha visto negli anni alcuni tra i più significativi progetti site specific per il Castello di Rivoli. Ancora l’artista introduce bene il progetto “A Istanbul, una città circondata dal mare, ho incontrato persone che non l’avevano mai visto. Li ho portati sulla costa del Mar Nero. Sono venuti a bordo dell’acqua, separatamente, gli occhi bassi, chiusi, o mascherati. Ero dietro di loro. Ho chiesto loro di guardare verso il mare e poi tornare indietro verso di me per farmi vedere questi occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta”. Calle cattura sentimenti, felicità e sgomento attraverso l’attimo in cui i protagonisti le si rivolgono dopo diversi minuti impiegati a “contemplare” una cosa mai vista. Mai vista per il doppio ostacolo della disabilità che non concede loro di vedere con gli occhi e della condizione sociale che ha negato loro fino a quel punto di potersi immergere – loro nati e vissuti in una città di mare – nella percezione del mare, in una diversa modalità di visione. In una città abbracciata dal mare in pieno ventunesimo secolo l’artista trova e invita le persone, che mai hanno oltrepassato il limite fisico, a uscirne per riportarvi lo stupore del non visibile. Un vecchio, una bambina e una donna con un bambino in fasce accoglieranno i visitatori nella sala, con volti stupiti che non vedono ma parlano in modo diretto e frontale.
di Chiara Cruciati
Alla Turchia Kobane fa così paura da guardare in silenzio al massacro dei kurdi nel nord della Siria. A spaventare Ankara, lo Stato-nazione turco, è l’esperimento in atto da tre anni a Rojava, la regione kurda al confine che ha messo in pratica l’ideologia del nemico di sempre, il Partito Kurdo dei Lavoratori e del suo leader prigioniero, Abdullah Öcalan.
Spaventato dall’esperienza kurda è anche lo stesso Stato Islamico, potere oppressivo e misogino che ha oggi Kobane come target. Un assedio lungo un mese, ormai, che è specchio della contrapposizione tra Rojava e il Califfato: «Le donne kurde sono sempre state sottoposte a una doppia oppressione, in quanto kurde e in quanto donne – ci spiega Nursel Kiliç, rappresentante internazionale del movimento delle donne kurde Kjk, durante un convegno a Roma lo scorso 11 ottobre – Oggi sono il bottino di guerra dell’Isis perché impegnate a creare reti di emancipazione tra le donne kurde, assire, alawite e turcomanne. Nel luglio 2014 gli attacchi dell’Isis si sono intensificati fino all’apice, l’attacco a Sinjar in Iraq ad agosto. L’Isis rapisce, violenta e vende le donne nei bazar della schiavitù, ha legalizzato i “matrimoni temporanei”, usando una propria personale interpretazione dell’Islam».
«Dal 1978, anno di fondazione del Pkk a oggi, il movimento ha vissuto cambiamenti interni e trasformazioni, volte a trovare un’alternativa al binomio socialismo reale e modernità capitalista – aggiunge Havin Güneşer, donna kurda e membro dell’iniziativa per la libertà di Öcalan. – Nella visione di Öcalan la schiavitù delle donne è la base della colonizzazione e dello sfruttamento dei popoli perché il capitalismo è l’ultima fase e insieme l’apice della società patriarcale del passato».
Dalla teoria alla pratica. Rojava, approfittando del caos prodotto dalla guerra civile siriana, ha messo in piedi negli ultimi tre anni un esperimento politico senza precedenti. Un esperimento in cui le donne kurde sono pilastro: «I media si sono accorti della resistenza kurda nella regione e in particolare del ruolo delle donne – ci spiega Dilar Dirik, ricercatrice kurda all’Università di Cambridge. – Li ha stupiti che donne, che consideravano provenire da società patriarcali e conservatrici, abbiano imbracciato le armi contro l’Isis. Ma si continua ad ignorare il contesto, il processo politico ed ideologico che non si ferma alla lotta armata».
Il processo è quello che ha condotto alla nascita di un confederalismo democratico, cantoni autonomi basati su principi ideologici precisi: democrazia dal basso gestita da consigli locali e popolari che rappresentino tutte le etnie presenti, copresidenza nei consigli e nelle cooperative di donne e uomini, uguaglianza di genere, ecologia, coesistenza etnica, economia cooperativa. Un’alternativa che oggi fa temere alla vicina Turchia un possibile contagio. Kobane è un pericolo per lo status quo di certi Stati-nazione, perché prospettiva alternativa all’oppressione del potere costituito.
«All’inizio del 2014, è stata dichiarata la nascita di tre cantoni autonomi nel Rojava, specchio di una vera rivoluzione sociale – prosegue la Dirik – Nonostante la marginalizzazione politica, economica e diplomatica imposta a livello globale e regionale (i kurdi non sono stati invitati a Ginevra II), si va avanti con l’autogoverno dal basso, laico. Con un sistema che prevede la rappresentanza di genere a tutti i livelli, la creazione di unità di difesa delle donne, università delle donne, la loro inclusione nel sistema economico. È ovvio che Rojava è un target anche per lo Stato Islamico che ha dichiarato guerra alle donne: rapimenti, matrimoni forzati, stupri, vendite al mercato degli schiavi, strumentalizzazione della religione e del concetto di onore».
«L’ideologia fascista e sciovinista dello Stato Islamico non solo strumentalizza la religione per imporre la propria egemonia, ma radicalizza ed estremizza il sistema strutturale di violenza che nel resto del mondo opprime le donne. Seppur rappresentato come movimento arretrato, utilizza molti degli strumenti patriarcali dello Stato-nazione. Le donne kurde spaventano l’Isis non perché equipaggiate a livello militare, ma perché la loro ideologia sfida le basi stesse dello Stato Islamico».
Ma Rojava e il suo socialismo moderno non sfidano solo il califfo al-Baghdadi. Sfidano le basi del capitalismo moderno, dello Stato-nazione fondato su diseguaglianze strutturali e dello stesso Kurdistan filo-statunitense iracheno di Barzani. Una sfida che hanno messo in piedi negli anni del caos siriano, cercando di farsi strada nella crisi di Damasco e l’incapacità delle sue opposizioni, mode rate e islamiste, di gene rare alternative credibili.
Fin dall’indipendenza siriana dalla Francia, la comunità kurda non è mai stata realmente integrata nello Stato, ritrovandosi nel 2012 fuori dallo schema della guerra civile. Né con le opposizioni, a cui le Unità di protezione popolare (le Ypg) e il Partito di Unione Democratica (Pyd) non hanno mai aderito e anzi hanno combattuto, né con Assad e il partito Baath da cui hanno ottenuto ben poco riconoscimento nei decenni precedenti. A partire dai diritti nazionali, sociali, culturali e politici, secondo uno schema che Salih Muslim, co-presidente del Pyd definisce «politica di deidentificazione» volta ad infilare la comunità kurda nel melting pot del nazionalismo arabo sponsorizzato da Damasco.
(il manifesto, 19 ottobre 2014)
Claudio Vedovati (Maschile Plurale) e Sara Gandini (Libreria delle donne di Milano)
“Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza.” (Marisa Guarneri)
A noi – un uomo e una donna figli del femminismo – interessa volgere lo sguardo verso la violenza maschile, perché vogliamo capire la radice di questa violenza, quella fisica, psicologica e simbolica. Sappiamo però che ha senso farlo solo tenendo ben salda la relazione con il sapere delle donne, con le pratiche dei centri anti violenza, e con le figure di autorità che troviamo in questi luoghi. Il sapere di queste donne viene prima di ogni altro sapere e disciplina. Questo è l’imprescindibile, perché sappiamo che il loro sguardo ci aiuta a mostrare le contraddizioni che fanno andare avanti.
E arriviamo al punto. Nella discussione che si è aperta, a partire dal convegno “La violenza maschile sulle donne. Fuori dall’emergenza” promosso da D.I.R.E, le Nove e Maschile Plurale, è emersa una posizione, ora molto di moda, che sostiene che il lavoro con gli uomini maltrattanti va considerato parte delle strategie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne. Inoltre è emerso un desiderio femminile di occuparsi direttamente di uomini maltrattanti.
Prima di tutto ci chiediamo cosa anima questo desiderio di prendersi cura e dare ascolto al disagio maschile, anche laddove produce violenza. Sappiamo che le donne resistono per molto tempo in relazioni di violenza, anche senza denunciare, grazie al loro amore per la relazione, che regala senso alle loro vite. Questo ha a che fare con quel di più femminile che è “la capacità di essere due” – una predilezione storica, non predeterminata, legata alla dimensione misteriosa del corpo di lei – in cui risiede anche un aspetto problematico della differenza femminile (Clara Jourdan in L’enigma della donna maltrattata, da la rivista di Diotima Per amore del mondo).
Cosa c’è in ballo nel desiderio di prendersi cura degli uomini violenti? Ci chiediamo se in questo caso l’amore per la relazione non si trasformi nella tentazione del maternage, e si faccia giocare dalla paura di conflitti che possano “far fuori” gli uomini. Ci chiediamo se l’automoderazione femminile non sia in questo caso espressione di un timore verso quella pratica di relazione tra donne che sostiene il lavoro dei centri antiviolenza. Che spaventi la sua chiarezza e la sua radicalità? Che ci sia timore della stessa potenza femminile e si senta il bisogno di depotenziarla? Ci chiediamo se non ci sia la tentazione di sciogliere la radicalità del femminismo abbassando il livello di tensione della relazione politica tra uomini e donne, che è quello che realmente produce spostamenti. Pensare che “occuparsi” di uomini maltrattanti sia di per sé, per le donne, un’apertura alla relazione con gli uomini è un’illusione. Tanto quanto sarebbe sbagliato pensare che il lavoro dei centri violenza sia espressione di rigidità e una nuova forma di separatismo, come sembrerebbe emergere in questo dibattito. E’ l’esatto contrario. Nei centri anti violenza si nutre quella libertà femminile che consente oggi anche agli uomini di misurarsi politicamente con le donne. Ed è a questo nutrimento che noi diamo la nostra priorità.
Non stiamo evocando le nostre paure, cercando rassicurazioni. Si tratta di domande politiche che nascono dalla possibilità concreta che si apra la strada a uno spostamento simbolico che, di fatto, rimette al centro gli uomini. Proprio quando, per stare in una relazione politicamente proficua per tutti, le donne devono rimanere al centro.
Lo sappiamo, le donne si sono sempre prese cura degli uomini. Questo ha permesso all’umanità di esistere ed ha aiutato uomini e donne a vivere, ma la violenza maschile è ancora un problema. Le donne si sono prese cura degli uomini come madri, mogli, amiche, figlie e non cambia molto se ora lo fanno anche come operatrici, psicologhe, terapeute. Ciò che ha cambiato gli uomini è prima di tutto quel che le donne hanno scelto di fare per sé, quando si sono prese cura di sé. Li ha cambiati la libertà femminile arrivata grazie alla scelta degli anni ‘70 di separarsi dagli uomini.
Ora molte hanno deciso che desiderano giocarsi l’autorità guadagnata anche in relazioni di differenza con gli uomini. Lo fanno perché sanno che gli uomini in relazione cambiano. Ma cambiamenti significativi avvengono quando si affidano al sapere delle donne, quando ci sono relazioni di differenza che sanno mettere al mondo altro. Vediamo ad esempio nuovi padri sempre più presenti, che stanno in ascolto del sapere delle madri e mettono in discussione l’organizzazione del lavoro per stare con i figli. Tuttavia abbiamo imparato dai centri antiviolenza che per la singola donna che vuole uscire dalla relazione con un uomo violento, e che cerca aiuto in un centro antiviolenza, la priorità non può essere il cambiamento dell’uomo con cui era in relazione, ma lavorare su di sé, per mettere se stessa al centro della propria vita.
Quando diciamo “la violenza è maschile e riguarda gli uomini” intendiamo dire che per ogni uomo è fondamentale interrogarsi, in relazione con altri, prima di tutto sulle dinamiche di violenza che fanno parte della propria vita. E diciamo anche che nel guardare la violenza dobbiamo mettere in gioco le relazioni tra i sessi che ognuno di noi vive, nella propria quotidianità. Questo è un punto su cui dobbiamo mantenere lo sguardo vigile: è fondamentale saper vedere e nominare cosa succede nelle relazioni tra uomini e donne, partendo dalle nostre vite, per scardinare la cultura che produce la violenza. Non ci convince evocare una generica collaborazione tra uomini e donne. Si fa prevenzione e contrasto alla violenza aprendo conflitti positivi in queste relazioni.
Il lavoro con gli uomini maltrattanti può diventare politicamente interessante se si basa su relazioni maschili trasformative capaci di fare una narrazione condivisa di sé, in relazione alla società in cui si è. Di questo c’è bisogno ora. Tranne poche e solitarie eccezioni che esprimono questo desiderio (Il cerchio degli uomini a Torino è una di queste) questa cosa manca. Così come manca in molti uomini, anche più vicini alle pratiche del femminismo, il senso politico di ciò che capita nelle relazioni, nelle nostre vite. Facilmente tutto è ridotto a “problemi personali”, perdendo di vista il significato profondo di quel “il personale è politico” di cui tutti parlano. E questa è cosa su cui dobbiamo interrogarci.
Qualcuno sostiene che la narrazione degli uomini che agiscono violenza e la relazione con loro ci possa aiutare a conoscere meglio la violenza. Sicuramente il lavoro con gli uomini maltrattanti non può essere un astratto esperimento conoscitivo, che ci aiuta a capire un “fenomeno”. Intrecciare diversi saperi, il lavoro culturale con quello psicologico o sociologico, non basta a far accadere qualcosa di nuovo. Troviamo addirittura pericolosi gli approcci terapeutici al violento, che diventa automaticamente un malato da curare. A noi interessa ragionare sul lavoro con gli uomini maltrattanti nella misura in cui diventa narrazione trasformativa. Per il femminismo questo spostamento è stato l’autocoscienza, il sapere costruito a partire da sé e la relazione tra donne, laddove essa ha prodotto nuove forme di autorità. L’autocoscienza è stata per le donne un lavoro politico e non psicologico. E gli uomini?
L’esperienza di Maschile Plurale – radicata nel tempo, preziosa e importante – fatica ad andare oltre la mera critica del patriarcato, nonostante emerga nella società un nuovo desiderio maschile, che rimette al centro la riflessione sul nodo sesso-denaro-potere. Noi sappiamo che solo partendo da relazioni significative con donne può nascere una parola maschile autorevole anche per altri uomini, che consenta a tutti uno spostamento nelle proprie vite, che mostri che ci si può prendere cura di sé senza attivare dinamiche di potere, creando nelle relazioni una nuova libertà. Gli uomini per stare ad uno scambio vivo devono prendersi cura di sé, facendo spazio per la parola di lei, affidandosi a relazioni in cui ci si rischia. Cosa? Si rischia di compromettere quell’autonomia tanto agognata, si rischia di sbilanciarsi verso un’autorità materna che fa paura e verso pratiche sconosciute, si rischia di perdere il controllo, proprio quel controllo e quel potere che sono alla base della violenza. Si rischia, ma è questa la strada per cercare di uscire da dinamiche di potere patriarcali.
Per concludere, certamente la retorica che il lavoro con gli uomini maltrattanti andrebbe considerato parte delle strategie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne non ci convince, tanto più se avviene nella forma della rassicurazione alle vittime e alla società stessa, perché produce, come ha già colto Marisa Guarneri, un “pericolo pratico e simbolico per le donne”.
C’è un contesto in cui stiamo facendo questa discussione. La spinta sociale a occuparsi degli uomini che fanno violenza, e non solo delle donne che la subiscono, è molto forte e usa argomentazioni e luoghi comuni che non vanno sottovalutati, perché incidono su quello che facciamo. “Anche gli uomini soffrono” è uno di questi luoghi comuni, simile a un altro luogo comune: “anche le donne sono violente”. Queste due affermazioni sono letteralmente vere ma sono usate in maniera manipolatoria per dire altro, cioè per nascondere lo squilibrio tra i sessi prodotto dalla storia patriarcale. Dietro queste affermazioni c’è una resistenza ad interrogarsi seriamente sulle radici della violenza maschile, sulla fatica a stare di fronte alla libertà femminile e a vedere le occasioni di trasformazione che essa produce per tutti e tutte. C’è il risentimento maschile, la misoginia, la difficoltà degli uomini a riconoscere cosa può far capitare di nuovo l’autorità femminile, ma anche a darsi autorevolezza e uscire dalla propria miseria. Da qui nasce la tentazione di un nuovo vittimismo, che nelle forme più raffinate può arrivare anche a dire che anche gli uomini sono “vittime” del patriarcato. Nell’immaginario collettivo che ci circonda occuparsi “anche” degli uomini assume così facilmente un significato risarcitorio, di riequilibrio dell’attenzione, e va da sé che escano bandi per finanziare progetti sulla violenza alle donne in cui si chiedono anche azioni verso gli uomini abusanti.
La spinta ad occuparsi di uomini maltrattanti, che in questo momento muove tante energie e ed è così ben accolta dall’opinione pubblica, ci sembra una operazione tranquillizzante, che riduce la questione della violenza maschile alla figura dell’uomo maltrattante. Non è un segno del mondo che cambia, ma una resistenza al cambiamento. Non serve neanche legittimare il lavoro con i maltrattanti invocando il contenimento della recidiva, della violenza reiterata, a cui fanno riferimento discipline, istituzioni e politiche, per giustificare la propria efficacia e l’uso di risorse pubbliche. Non sanno cogliere il punto politico delle trasformazioni: noi lavoriamo per un cambio di civiltà.
Circolo della rosa Milano 4 ottobre 2014
(introduzione di Marirì Martinengo)
A tutte e tutti il nostro benvenuto ad una serata che speriamo gradevole, di cui Laura Minguzzi, presidente del Circolo della rosa, sarà protagonista. Volentieri ho accettato di introdurre brevemente il racconto della sua esperienza di viaggio lungo la Transiberiana con l’amica Brunella Pisani e il documentario che l’accompagnerà, perché a Laura mi accomuna, oltre ad altri interessi, il gusto per il viaggio. Intendiamo il viaggio prima di tutto come messa in gioco della soggettività di chi lo compie, soggettività che, esposta a stimoli non usuali si rinnova e arricchisce, galvanizzandosi al contatto di genti e orizzonti immaginati, sognati, ma non ancora conosciuti. I non sperimentati spazi chiedono di fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto di inaspettato ci viene offerto. L’esplicitazione e il dispiegarsi della soggettività rientra nella nostra pratica della storia vivente. Ed è un fare politico, destinato ad applicazioni anche in altri ambiti. Si sceglie in genere di fare un determinato viaggio, seguendo un desiderio, perseguendo un completamento di sé; una caratteristica che ci accomuna è quella di intendere il viaggio non solo per sé, ma anche per altri e altre. A questo punto inserisco la mia esperienza: io ho scoperto l’esistenza delle poetesse occitane, Le Trovatore, durante un mio viaggio nella Francia meridionale; la scoperta mi ha dato grande gioia che poi ho avuto modo di estendere ad altre e altri. Infatti, a questa è seguito un lungo studio e la pubblicazione in due volumi delle loro poesie, sconosciute in Italia. Tornando a Laura, ricordo uno dei suoi primi viaggi, di tanti anni fa, che l’ha portata al rinvenimento casuale, in una chiesa ortodossa, a Sinaja, in Romania, di un affresco che rappresentava Eufrosinija di Polozk, la badessa medievale, viaggiatrice essa stessa, alla quale lei stava studiando e lavorando, nell’ambito di una ricerca che conduceva insieme a me, Marina Santini e Luciana Tavernini, dal titolo Libere di esistere. Il rinvenimento dell’immagine è stato un trionfo per lei, ma anche un grande contributo d’arte per il libro di storia che insieme stavamo scrivendo. Numerosi sono stati, quando insegnava, i viaggi di scambio con le scuole di Pietroburgo fra le sue e i suoi alunni e quelle e quelli russi. In un viaggio più recente Laura ha conosciuto l’attività politica delle Decabriste e, descrivendola e quindi pubblicandola, ci ha reso partecipi della loro storia. Laura, che si era affidata a me, mi seguiva nei viaggi, quando andavo invitata in giro per l’Italia a diffondere fra le insegnanti la pedagogia della differenza e in questi ultimi anni lei mi accompagnava, quando ai congressi di Bordeaux e di Béziers, io portavo i risultati delle mie ricerche sulle Trovatore. Insieme siamo state a Berlino, quando l’estate scorsa, invitate dalla regista Alex Martinis Roe, abbiamo parlato della pratica dell’affidamento, geniale invenzione delle donne della Libreria delle donne di Milano degli anni ottanta e in particolare del rapporto di affidamento che unisce Laura e me da più di trent’anni.
Alcuni viaggi di questi ultimi tempi – viaggi che io definisco estremi – Laura li ha compiuti con altre, per esempio con Marina Santini. Viaggi nei quali era sempre presente l’interesse per la storia, cioè alle isole Solovki, nel Mar Bianco, per visitare i luoghi dove fu aperto, nel 1923, in un famoso monastero, il primo Gulag. Ricordo ancora il suo viaggio in Ucraina, dove all’interesse per genti e paesi in terre da lei profondamente amate, si unisce la volontà di far conoscere la politica delle donne praticata presso il suo Circolo e la Libreria delle donne. Anche stasera, mostrandoci il suo documentario, vuole farci partecipi di un’esperienza interessante e rara. E di questo ci parlerà lei.
Autobiografia di un viaggio di Laura Minguzzi, docufilm, durata 50’.
(Intervento di Laura Minguzzi)
Prima di tutto vorrei fare alcuni ringraziamenti. Primo alla giovane regista, che ha curato il montaggio del mio documentario Transiberiana e oltre da Milano a Vladivostók, Elena Baucke, perché senza di lei, essendo io una dilettante della videocamera e non avendo competenze di montaggio, non avrei potuto realizzarlo. Poi vorrei ringraziare Brunella Pisani, amica ed ex-collega di scuola, che ha accettato con entusiasmo la mia proposta; si è fidata del mio progetto di viaggio e mi ha sopportato per quarantaquattro giorni. Da ultimo Cinzia Achilli. Con lei ho conosciuto Liudmila Levyna, che ci ha aiutato a prenotare il treno della Transiberiana da Mosca e soprattutto ha mandato l’invito a me e a Brunella per ottenere il visto e muoverci liberamente per un tempo abbastanza lungo sulla Transiberiana. Lei garantiva per noi e ha dovuto presentare la sua dichiarazione dei redditi al Consolato russo. Potete già comprendere da questo dettaglio che nonostante la caduta del muro esiste ancora la burocrazia sovietica.
Perché autobiografia? Il sogno della Transiberiana mi ha accompagnato da quando ho iniziato lo studio della lingua russa negli anni sessanta. È stato un mito di quegli anni. E lo fu anche per i giovani sovietici e le giovani sovietiche, che d’estate partivano per lavorare alla BAM (Bajkal Amurskij Magistral, così si chiamava), e passavano le vacanze in questo modo (abbiamo letto con Brunella che al primo tratto iniziato alla fine dell’Ottocento hanno lavorato operai di Udine). Mi è sempre piaciuto progettare viaggi a mia misura, percorsi, tappe per esplorare luoghi e paesi, osservare le trasformazioni, parlare con la gente, con le donne, per andare oltre le notizie e le informazioni ufficiali (mi sono ispirata a Simone Weil che partì per la Germania negli anni trenta per capire cosa cos’era il nazionalsocialismo). Andare oltre la notizia, indagare, scoprire, vivere anche a contatto. Questo mi è stato possibile con gli scambi fra scuole che ho organizzato per una decina di anni (dal 1992 al 2003), quando insegnavo, a cui anche Brunella ha partecipato. Mi piaceva che anche le mie classi, vivendo nelle famiglie russe, dessero corpi, una storia alla realtà, alla lingua che studiavano sui banchi. Con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 io ho cominciato a sognare una civiltà europea senza frontiere, senza muri, che potesse lambire l’Oceano Pacifico, arrivare oltre gli Urali (classica barriera naturale, da lì in poi comincia l’Asia) fino a Vladivostók. Ho sempre temuto l’idea della fortezza Europa che si difende o si arma. Partivo perciò per capire cosa stesse succedendo, cosa pensasse la gente comune, le amiche, le insegnanti, cosa scrivessero i giornali della nuova Russia che si andava formando, tastare il polso della situazione e nelle scuole portavo la mia esperienza politica, libri di scrittrici italiane, e a mia volta compravo libri di scrittrici russe da leggere nelle mie classi. Nel 1993, a Mascia Loseva, amica di Mosca, bibliotecaria alla Lenin, che avendo familiarità con gli archivi, mi aiutava a trovare documenti su Eufrosinija di Polozk, badessa medievale, in questa città dell’attuale Bielorussia, ho fatto conoscere il Sottosopra verde. Ricordo che sono andata anche all’Istituto di Cultura Italiana di Mosca la cui direttrice era stata una dei miei docenti di Venezia, Vittoria Strada, per proporgli la traduzione di Non credere di avere dei diritti in russo. Le mie ricerche di storia nella Comunità mi hanno spinto al viaggio con questo spirito di attenzione al presente ma col desiderio di cercare nel passato delle risposte. Con questo atteggiamento di apertura all’incontro, all’ignoto sono andata anche all’Arcipelago delle Solovki, prima da sola, nel 2001, invitata da un’amica, Galina, insegnante della Karelija, dopo il 1991 Repubblica Autonoma, poi con i due Paoli, mio marito, e il marito di Marina Santini della Comunità di ricerca storica, ora Storia vivente, per vedere il grandioso Monastero del 1400, una fortezza in mezzo al Mar Bianco, a 160 chilometri dal Circolo Polare Artico, trasformato in Gulag speciale nel 1923. Una cittadella ricchissima, florida per alcuni secoli, che vigilava sui confini dell’impero, di un’architettura meravigliosa, recuperata oggi come patrimonio dell’umanità dall’Unesco, dove, durante il nostro soggiorno, dal forno del refettorio usciva un profumo intenso di pane fresco. Volevo vedere anche le tracce archeologiche del passato: i famosi labirinti di pietra di cui è cosparsa l’isola, la cui presenza non ha ancora trovato un significato preciso ma solo ipotesi. Alle Solovki hanno vissuto anni di studio i cosiddetti estranei alla società sovietica. Per esempio Pavel Florenskij, che ha scritto un libro consigliato anche da Luisa Muraro, Il valore magico della parola. Lì sono stata ospite di Svetlana, una maestra amica di Galina Stepanova, a Kem, cittadina da dove partono i traghetti per le isole Solovki. Mi sento a volte un po’ pellegrina come Eufrosinija, la badessa di Polotzk, protagonista delle mie ricerche sul medioevo femminile. Ambasciatrice della politica del simbolico. Ho progettato il mio ultimo viaggio in Ucraina nell’agosto del 2008, dopo la Rivoluzione arancione 2004-2005, per conoscere Tatjana, responsabile e fondatrice del Museo delle donne, allora solo virtuale. Era venuta a Milano con la figlia, aveva scritto al sito ed io ho continuato lo scambio e sono andata, portando Donne Mostra, il lavoro di Marina Santini sul femminismo, libri e Via Dogana. Nel n° 91 del 2009 ho pubblicato un articolo su questa esperienza, dal titolo «Esplorazioni nel mondo ex-comunista». L’anno scorso in maggio, quando ho cominciato a progettare con Brunella le tappe della Transiberiana, cioè le città dove scendere dal treno, prenotare l’albergo e fermarci qualche giorno, dissi a Brunella che avevo scritto a Katja Samutzevich, una delle Pussy Riots, Nadia e Mascia stavano ancora scontando la condanna di due anni, e avevo preso accordi per incontrarci a Mosca, dove lei vive ed era allora in libertà vigilata. Avrei voluto scendere a Perm’, una cittadina che si trova sulla linea della Transiberiana, dove si trova la Colonia Penale in cui stava Mascia, ma era un’idea balzana perché poi mi ha raccontato Katja, quando ci siamo incontrate a Mosca, che perfino ai parenti era difficilissimo ottenere permessi per andare a far loro visita. In totale abbiamo visitato dodici città: Mosca, Kazan’ nel Tatarstán, Ekaterinburg, Toból’sk, ex-capitale della Siberia, Tomsk, Novosibirsk, capitale attuale, Krasnojarsk, Irkutzk, Ulan Udé, capitale della Buriazia, Khabárovsk, Čita, Vladivostók. A Kazan’ mi ha colpito il fatto del bilinguismo: le scritte pubbliche in tataro e in russo. A Ekaterinburg ci siamo fermate per vedere la cattedrale costruita dieci anni fa, nel luogo in cui furono fucilati i membri della famiglia zarista che ora sono stati proclamati martiri. Qualche giorno di riposo ce lo siamo concesso al Lago Bajkál. Ho fatto il bagno in acque a 15-16 gradi, molto tonificanti, con una luce incandescente, molto particolare, in un luogo famoso, l’isola di Ol’chon, in mezzo al lago, celebre perché abitata da credenze sciamaniche. Nell’isola ci sono solo case di legno e strade di terra battuta e sabbia. Di notte non c’è illuminazione elettrica. Un tipo di vita molto sobria. Sulla collinetta sopra la spiaggia c’è un altare sciamanico. Un tempo era proibito alle donne frequentare quel luogo, mi dice un signore che ha cercato di farmi spostare da lì. Ma era la spiaggia più tranquilla e suggestiva. Proprio per quel motivo l’avevo scelta. Una traccia evocativa che ci ha guidato è stata quella dell’esilio politico dei, delle decabriste, Uomini e donne in rivolta nella Russia zarista, dell’inizio dell’Ottocento… Ne ho scritto nel n° 107 di Via Dogana del 2013.
Abbiamo trovato testimonianze storiche accurate nelle città di Irkutsk e a Čita, dove da poco è stato allestito un museo nella Chiesa di legno di San Michele del 1700 a loro dedicato. Le donne e gli uomini appartenenti a famiglie nobili che nel 1825 erano stati condannati a vent’anni di lavori forzati nelle miniere di ferro, oro e argento della Siberia hanno poi deciso di stabilirsi lì e creare delle città ispirandosi alla cultura francese dei salotti. Brunella ha trovato un libro di memorie in francese, pubblicato in Spagna e scritto da Pauline Annenkova, moglie di Ivan Annenkov, uno dei condannati. Lei, di origine francese, lo seguì e visse in Siberia. Torneranno poi a Mosca e lei scriverà la storia di questa relazione che l’ha portata a vivere una vita del tutto imprevista. Prima di partire ho letto il libro di Luciana Castellina, Siberiana. Molto interessante ma la mia Transiberiana è stata differente. Io non ero in delegazione ufficiale, per cui i 9.280 chilometri da Milano a Vladivostók sono stati tutti giorno dopo giorno vissuti in una contrattazione continua fra me e Brunella per decidere le tappe, dove fermarci, la scelta dell’albergo, quanto tempo, perché… A Khabárovsk, per esempio, Brunella non voleva andare. Era esondato il fiume Amur, in Tv mostravano immagini di città e regioni allagate; anche a Vladivostók alcuni quartieri erano in pericolo e temevamo che anche la ferrovia che corre lungo i fiumi immensi della Siberia (l’Ob, lo Jenisej, l’Amur, appunto) potesse essere sommersa. Ma il rischio è connesso al viaggio e io non volevo rinunciare a vedere Vladivostók. Era l’ultima tappa e poi avevamo già acquistato il volo di ritorno. In realtà queste due città sono collocate su colline, per cui i danni maggiori li subivano i quartieri lungo il fiume, in basso, e soprattutto le campagne, i villaggi dove vivono i contadini. È stato particolarmente impressionante vedere dai finestrini del treno una intera regione allagata, Birobizhan, dove vivono gli ebrei. Questo territorio è tutto lungo il corso del fiume Amur… Anche in Cina c’erano terribili inondazioni e si temeva il crollo di una diga. In treno, ascoltando le conversazioni di altri passeggeri, ho sentito che alcune donne commentando gli avvenimenti, attribuivano le responsabilità delle inondazioni ai cinesi, cioè al fatto che sono state costruite numerose fabbriche in Cina lungo il corso del fiume nel giro di pochi anni e il fiume viene usato come una discarica. Proseguire il viaggio ne è valsa la pena perché Vladivostók è una città molto affascinante, affollata di giovani, accorsi in occasione del Festival delle arti e della musica, per cui c’era molta animazione, molte gallerie e mostre d’arte di artiste giapponesi, cinesi eccetera, gruppi rock russi e stranieri. La città è stata recentemente smilitarizzata e aperta agli stranieri. Sono stati costruiti due ponti in collaborazione con ingegneri francesi e ora viene considerata la California del Pacifico. Molti cinesi, ci raccontava Kostantin, un amico di Liudmila che ci ha accolto alla stazione e accompagnato in albergo, vengono a fare le vacanze al mare, nelle isole vicine alla città.
di Gabriella Musetti
Un sogno è sempre un sogno, e quando si realizza stenti a credere che sia stato possibile. Cominci a pensare alle congiunture favorevoli, ai segni del destino disseminati nelle vicende quotidiane, alle casualità – se vuoi essere assolutamente razionale. Fatto sta che quanto avevamo vivamente sperato e finache desiderato, pur nelle congiunture così drammatiche del presente, sembra avere un suo esito positivo. La Casa editrice Vita Activa, alla quale abbiamo lavorato per diversi mesi, ha preso una sua forma di vita, è nata. E’ sicuramente un atto di coraggio, di azzardo, di lungimiranza, solo il tempo futuro, come si suol dire, potrà dare una risposta.
Intanto il desiderio di alcune donne ha preso una sua chiara direzione concreta. Amiamo i libri, li conosciamo, sono parte importante della nostra vita: perché non provare a produrli, curarli, metterli in circolazione, valorizzando soprattutto il percorso e le scritture delle donne del passato e del presente?
Con questi intendimenti è nata la Casa editrice Vita Activa di ACID (Associazione Casa Internazionale Donne Trieste), a seguito della delibera del Consiglio Direttivo, in data 7 novembre 2013, con attività prevalentemente senza fini di lucro ma anche marginalmente commerciale. Il progetto culturale si richiama alle parole di Hannah Arendt: “Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni essere umano è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità”, (Vita Activa. La condizione umana). Proprio il lavoro umano, l’opera e l’agire consentono la vita sociale, che è anche condizione politica di esistenza di una pluralità di individui in relazione tra di loro, che si realizza nella sfera pubblica. Questa idea incarna bene il desiderio delle donne di prendere posizione e di agire nel mondo, di cui la Casa editrice si fa interprete.
La Casa editrice intende conquistare un pubblico attento e desideroso di fare nuove scoperte. Cerca di raggiungere i suoi obiettivi con l’appoggio di chi ama la lettura di qualità e pensa che anche le piccole realtà possono fare grandi cose se lavorano in sinergia e in rete con altre associazioni ed enti.
Quali sono gli obiettivi che la nuova Casa editrice si prefigge?
Il progetto si propone di valorizzare e diffondere la produzione culturale delle donne, di sostenere e perseguire una cultura non discriminante nei confronti di ogni differenza. Riscopre e ripropone opere di donne autorevoli del passato, spesso dimenticate o trascurate, a fianco di autrici contemporanee di talento: in questo modo l’Editrice si pone l’obiettivo di dare attenzione ai contenuti di valore, e mette molta cura anche nel campo della formazione, fondamentale per la trasmissione della cultura, l’orientamento etico e civile, la diffusione di nuove conoscenze e saperi.
La Casa editrice si muove su due direttrici. Da una parte interviene nelle lacune del mercato editoriale valorizzando autrici dimenticate o non più in circolazione, con una attenzione particolare al territorio regionale per poi allargarsi a una dimensione più ampia, al fine di riproporre opere importanti e far conoscere la produzione culturale delle donne. Mettere in circolazione le parole delle donne, uno dei fini politici nei quali ci riconosciamo, consapevoli che il mondo si cambia con una cura nell’azione e nel pensiero che deve partire da noi.
Esplorare inoltre esperienze contemporanee nazionali e internazionali nel campo della narrativa e della saggistica, per sottoporre al pubblico italiano testi non ancora in circolazione in Italia.
Dall’altra parte legge tutto ciò che viene inviato e accoglie progetti significativi di pubblicazione, premiando la qualità e garantendo la realizzazione di un prodotto finemente curato. A tal fine affianca le autrici in ogni fase del processo di pubblicazione e promozionale, per dare visibilità e valore alla produzione contemporanea delle donne.
I libri sono editi a seguito di progetti presentati esclusivamente da socie o soci che, sottoposti alla valutazione di un comitato di lettura interno, risultino consoni agli scopi perseguiti dall’Associazione Casa Internazionale delle Donne di Trieste e senza un utile economico (l’utile viene reinvestito).
Si parte con un progetto ambizioso dispiegato in diverse Collane:
Trame. Collana di narrativa contemporanea. Direttrice Marina Giovannelli.
Exempla. Saggistica. Direttrice Melita Richter. Comitato scientifico: Sergia Adamo, Lourdes Gonzales Pietrosemoli, Sanja Roic.
Presenze. Collana del Concorso Elca Ruzzier – una donna da non dimenticare. Direttrice Bettina Todisco.
Memorie. Collana di autrici dell’Ottocento e Novecento, dimenticate o non più ristampate. Direttrice Mariella Grande.
Spazi. Collana di testi in between: tra biografie e storie, antologie, appunti di viaggio. Direttrice Helen Brunner.
Isole. Collana per bambine e bambini. Direttrice Martina Bigotto.
Gemme. Collana di testi brevi di studi e progetti delle donne. Direttrice Gabriella Taddeo.
Consulenti: Sergia Adamo (Univ. Trieste), Sanja Roic (Univ. Zagabria), Lourdes Gonzales Pietrosemoli, Università delle Ande (Mérida- Venezuela).
Come si vede subito dall’elenco sopra scritto, molte socie SIL, oltre alla scrivente, hanno dato vita e si sono impegnate nella nuova Editrice. Questo è certamente un valore aggiunto, che dà un passo in più a tutta la costruzione, nel senso di un progetto che viene dalla scuola culturale e politica della SIL nella quale tutte ci riconosciamo.
Tre sono i primi libri in cantiere per questo ultimo scorcio dell’anno: la riedizione della Guida sentimentale di Trieste, andata esaurita in poco tempo e di cui abbiamo preso i diritti. Una Guida scritta da donne che attraversano gli spazi della città con le loro storie e i loro corpi, dando tuttavia una panoramica complessiva ed esauriente di Trieste, raccontata con passione, fuori dalla consueta retorica per restituirne una immagine viva e contemporanea. Non a caso la Guida sentimentale ha avuto un discreto successo anche fuori Trieste e ha dato l’avvio a una serie di scritture sulla città da parte delle donne, come ad esempio la Guida di Bologna o di Sasso Marconi, che si richiamano esplicitamente a quel modello.
Una antologia di racconti su donne da non dimenticare, frutto del Concorso letterario intolato a Elca Ruzzier – una donna da non dimenticare. Figure di donne significative nei contesti nei quali hanno vissuto o vivono, donne reali che si sono distinte nelle loro attività o negli ambiti familiari o nei luoghi di appartenza, divenendo un punto di riferimento per altre e altri. Non tanto donne famose o importanti, quanto quelle donne che sanno reggere situazioni complesse e di cui non vorremmo perdere la memoria.
Infine un libro per bambine e bambini, ma anche per adulti disposti a lasciarsi attrarre dall’avventura e dal mondo magico: la traduzione di alcune fiabe appartenenti al patrimonio popolare iraniano – tradotte con grande umorismo da Mahya Karbalaii, dottora in matematica all’Università di Trieste, e da Donatella Gratton, che ha prodotto filastrocche e lievi versi, illustrate magnificamente dalla sorella di Mahya che vive a Teheran.
per informazioni: info.vitaactiva@gmail.com
associazione@casainternazionaledonnetrieste.org
www.casainternazionaledonnetrieste.org
Da diversi anni il gruppo teatrale Donne di sabbia aderisce al Tavolo torinese per le Madri di Ciudad Juárez. Partendo dal femminicidio che si consuma in questa città messicana, il Tavolo si interessa anche del tragico fenomeno dei migranti centroamericani che attraversano il Messico per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti. Durante il tragitto i migranti subiscono le violenze di gruppi criminali che trovano in questa tratta di esseri umani una nuova fonte di reddito. Dal deserto messicano al Mediterraneo il problema dei migranti pone degli interrogativi ma anche la necessità di “non ripetere errori di sottovalutazione di fenomeni che ci paiono lontani ma che sono drammaticamente dietro l’uscio di casa”. È così nata l’idea della Carovana italiana per i diritti dei migranti, per la dignità e la giustizia (che, partendo da Lampedusa risalirà la penisola italiana per arrivare a Torino, dal 23 novembre al 6 dicembre) in solidarietà con la Caravana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos (che si svolgerà in Messico nello stesso periodo). Per finanziare questa iniziativa si può contribuire prenotando una o più quote su Produzioni dal basso: vi allego come fare. Per i dettagli sulla Carovana vi invito a visitare: Web
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CarovaneMigranti (@CMigranti)
