dal 20/11/2014 al 14/2/2015

Galleria Raffaella Cortese

via A. Stradella, 7- Milano

02 2043555 FAX 02 29533590

Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Rosier tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il lavoro di Wilcox presenta un interesse per il racconto soggettivo e i modi in cui la storia e’ sempre in divenire, tessuta di eventi, mito, memoria, associazioni.
Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista francese Mathilde Rosier.

Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Mathilde Rosier, tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il suono, la mimica del corpo e i disegni simbolici fanno in modo che le narrazioni non abbiano bisogno delle parole: il lavoro sfugge alle descrizioni razionali e alla comprensione immediata, pur rimanendo ancorato al reale.

La mostra di Mathilde Rosier subisce l’influsso della sua esperienza tra danza e gestualità, in relazione alla rappresentazione narrativa dello spazio e del tempo. Dopo aver dedicato buona parte della sua pratica artistica indagando una possibile fusione del mondo animale con l’essere umano, la sua ricerca più recente è focalizzata sulla figura umana e in particolare sulla rappresentazione del movimento. Negli ultimi lavori è evidente la volontà di infondere forza vitale ai dipinti e ai collage, strettamente legati alle sue performance in cui il suono, il corpo e l’azione diventano elementi inscindibili.

Una serie di collage di grande formato, raffiguranti dei danzatori, saranno la cornice della performance che Rosier presenterà all’opening della mostra nello spazio di via Stradella 4. I corpi dei danzatori sono frammentati da ritagli, i cui contorni si riferiscono a movimenti precedenti o successivi. Le figure dei ballerini diventano quelle di acrobati: è da questo concetto che Rosier ha iniziato a lavorare sull’arte del cadere.
La nozione di caduta implica una perdita del comune senso di percezione, una confusione che porta a un momentaneo smarrimento d’identità personale e collettiva, anche in relazione alla condizione socioeconomica attuale in Francia e non solo. Ma la mancanza di equilibrio come momento di disturbo può anche essere l’occasione per una rinnovata comprensione e una sorta di guarigione: è solo una questione di attitudine alla caduta.

In galleria, al numero 7, saranno esposte opere su carta realizzate in dimensioni reali per consentire a chi guarda di immedesimarsi nella caduta degli acrobati, affinché il rapporto con l’opera diventi più fisico che intellettuale.

Mathilde Rosier (FR, 1973) vive e lavora a Berlino. Recenti mostre e performance sono state ospitate da: Galleria d’Arte Moderna di Milano (2014, a cura di Francesco Bonami), Dortmunder Kunstverein (2012), Kunstverein Hannover (2012), Kunstpalais Erlangen (2011), Camden Arts Centre di Londra (2011), Museo Abteiberg Mönchengladbach (2011), Serpentine Gallery (2010), e Museo Jeu de Paume di Parigi (2010, a cura di Elena Filipovic).

Tafter.it • Cultura è sviluppo

Apre ad Umeå, in Svezia.

Il primo museo rigorosamente femminista aprirà domani i battenti a Umea, nel nord della Svezia. La struttura è “unica ed è il solo museo al mondo dedicato al ruolo della donna nel passato, nel presente e nel futuro“, ha spiegato la sua direttrice, Maria Perstedt.
Un orientamento che lo distingue nettamente dagli altri musei dedicati alle donne e alla loro storia. Inaugurato in una città capitale europea nel 2014, e vicino al circolo polare, il museo ha l’ambizioso obiettivo di far sentire la voce delle donne e di “descrivere e provocare le idee, le norme, e le strutture che limitano oggi le scelte e possibilità delle donne e degli uomini”.
Secondo Perstedt, che ha aderito al progetto lanciato nel 2010, l’assenza di prospettive femministe negli altri musei svedesi ha lasciato uno spazio per far riflettere il grande pubblico su queste questioni. Perstedt conta di creare “un museo vivente”, un luogo di incontri e dibattiti.
Interamente finanziato dal comune, il museo non espone una collezione permanente: offre ai visitatori due mostre temporanee, una sull’invecchiamento e l’altra intitolata “Radici”.
L’ingresso è gratuito.

 

Consulta il sito del KVINNOHISTORISKT MUSEUM

 

Fonte: ASCA

 

L’11 sett. 2014, a Strasburgo, Nurit Peled-Elhanan ha parlato al Parlamento europeo riunito in sessione straordinaria su Gaza. Riportiamo alcuni passi del suo discorso.

Non datele ragione, ascoltate invece le sue precise parole. Sono una denuncia della tremenda aggressione fatta l’estate scorsa dallo stato d’Israele alla “striscia” di Gaza, un lembo di costa mediterranea ancora palestinese e intensamente popolato. Ma sono anche una dura critica rivolta ai paesi europei (a noi).

Lei, ebrea israeliana, è impegnata perché ci sia finalmente giustizia per la Palestina e i suoi abitanti; perciò nel 2001 ha ricevuto il premio Sakharov. Noi europei, che bravi! Ai buoni diamo anche i premi, per non pensarci più.

Se ci sembra quasi impossibile dare una pace giusta agli abitanti di quella regione, ebrei e arabi e altri, la giustizia di prestare attenzione ai torti patiti dal popolo palestinese, questa possiamo farla. Ringraziamo le persone che ci aiutano in tal senso, come Luisa Morgantini, Maria Nadotti, Giorgio Forti. E ricordiamo Adele Manzi, che ha passato la sua vita nei campi profughi organizzando, con donne palestinesi, attività culturali e commerciali.


Credo che la scelta di tenere questa sessione nella data dell’11 settembre non sia casuale. Gli americani sono riusciti, con il loro talento per la messa in scena e la propaganda, a fare di questa giornata il simbolo del male di tutto il mondo. Ma oggi ricordiamoci che, negli ultimi due mesi, Gaza ha subito cinquantadue “11 settembre”, e altri ancora in precedenza.

 

I palestinesi non hanno i mezzi degli americani e degli israeliani per far conoscere e celebrare le loro sofferenze, così come per fare dimenticare i loro crimini.

 

Quello che c’è stato negli ultimi dodici anni a Gaza e che ha raggiunto il suo culmine durante il ramadan di quest’estate, non è niente meno che un olocausto. Non un’operazione, non una guerra, ma una distruzione deliberata di una società vivente. Una guerra è tra due Stati e due eserciti che si affrontano. Ma qui c’è uno Stato potente, la cui dottrina è di considerare come proprio nemico tutta una nazione… uno Stato che sostiene che è lecito uccidere donne, bambini e persone anziane per dare un avvertimento ai dirigenti di questa nazione nemica, e per ricordare loro chi è che comanda; uno Stato che sostiene, con un messaggio ugualmente orribile, che la vita dei propri soldati vale più della vita dei bimbi del nemico, e questo con l’incoraggiamento dei capi spirituali, religiosi, politici…

Dunque, sino a che qualcuno non trova un termine più adeguato a queste atrocità, olocausto è il termine che io suggerisco di utilizzare, con tutte le sue connotazioni di razzismo, crudeltà e soprattutto di indifferenza del resto del mondo.

 

L’anno scorso ero qui per il venticinquesimo anniversario del premio Sakharov…Ma ogni volta che ho ricordato Israele e la Palestina, la risposta è stata “è un caso a parte”. In effetti lo è e la domanda diventa: perché mai? Perché in altri casi i criminali vanno portati davanti ai tribunali e le vittime sono invitate a testimoniare, mentre in questo caso le vittime sono costantemente biasimate per la loro miseria, e gli autori dei crimini godono di una totale impunità? Perche gli Stati dell’Unione europea fanno tutto quello che possono per impedire alle vittime di sporgere denuncia contro i carnefici? Perché, invece di mettere in questione l’educazione al razzismo che trasforma delle belle ragazze ebree e dei ragazzi ebrei in assassini in uniforme, il Parlamento europeo non fa che revisionare, controllare e censurare il sistema educativo delle vittime?

 

Si dice sempre che il mondo, ossia l’Occidente, non ha imparato la lezione dell’Olocausto e dell’ 11 settembre… La lezione avrebbe dovuto essere mai più, da nessuna parte, per nessuno.

Mi pare che il mondo abbia imparato un’altra lezione. Ha imparato che si può commettere un genocidio e cavarsela, se si fa a quelli di cui il mondo non s’interessa per nulla.

La scusa utilizzata dall’Occidente e in particolare dall’Europa per non interferire, per non disciplinare l’espansione selvaggia di Israele, per non esigere la fine del suo sistema di apartheid e la sua mancanza di rispetto del diritto internazionale, è che gli europei non vogliono essere chiamati antisemiti. E’ una ben misera scusa, perché sappiamo tutti che ogni paese europeo trae profitto dall’occupazione israeliana della Palestina, ogni uno.

Ma io non intendo parlare ai politici e agli uomini d’affari, essi non capiscono la mia lingua. Io vorrei convincere le persone in buona fede che credono veramente che la loro denuncia dei crimini israeliani contro i palestinesi farebbe del male agli ebrei. A queste persone dirò due cose. Non c’è niente di ebraico nel comportamento razzista e crudele di Israele verso i palestinesi… E poi, non potete permettere che si ricorra a questa scusa quando dei bambini vengono massacrati: non possiamo preoccuparci di come la gente ci chiama quando un olocausto imperversa. Io stessa non posso permettermi di aver paura delle persone che mi trattano da traditrice per aver difeso gli oppressi, anche se, per questa accusa di tradimento, si può morire.

Nessuno, del resto, è morto per essere stato chiamato antisemita. Per contro ci sono bambini con i loro genitori e nonni che stanno morendo, mentre io parlo, perché sono chiamati palestinesi, non per altre ragioni, proprio come gli Ebrei sono stati sterminati semplicemente perché erano chiamati ebrei. E l’Europa, che aveva girato le spalle agli Ebrei allora, oggi gira le spalle ai Palestinesi.

 

Dovremmo tutti noi chiederci oggi: in che genere di mondo vivremo dopo l’olocausto di Gaza? Che genere di persone cresceranno sulle sue ceneri, che genere di persone ci risponderanno dall’altra parte del muro?

….


Le ultime parole citate alludono a qualcosa che Nurit Peled sceglie di non esplicitare per motivi che si intuiscono. Diciamola noi: non la cultura arabo-mussulmana ma i paesi occidentali (Usa e Ue) e Israele hanno la maggiore responsabilità nell’insorgenza dell’estremismo islamista, con la loro politica verso la Palestina e i suoi abitanti. (Note della redazione)


Versione integrale






Ursula Le Guin

 

«A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.

Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. Vedo i miei stessi editori, stupidamente nel panico dell’ignoranza e dell’ingordigia, chiedere alle biblioteche pubbliche sei o sette volte il prezzo praticato ai clienti normali per un e-book. Abbiamo appena visto un profittatore cercare di punire un editore per la sua disobbedienza, e gli scrittori minacciati da una fatwa corporativa. E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti, e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.

I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell’arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto. ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole.

Ho avuto una lunga carriera come scrittrice, una buona carriera e con  una buona compagnia. Ora, alla fine di questa carriera, non voglio

vedere la letteratura americana essere svenduta. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo e dobbiamo chiedere la nostra parte

della torta. Ma il nome di questo riconoscimento non è profitto. È libertà.»

dal 19 novembre – 2 dicembre 2014

 

Il Goethe-Institut Mailand

Vi invita alla mostra

Parva sed apta mihi – due donne, una scelta

Museo Studio Francesco Messina  Via San Sisto 4/A, Milano
Ingresso libero

parva sed apta mihi – due donne, una scelta

Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig

Due mostre con lavori di Eva Sørensen e di Elisabeth Scherffig presentate da cramum e Fondazione Giacomo Pardi presso lo Studio Museo Francesco Messina del Comune di Milano e con il patrocinio del Goethe-Institut Mailand e del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania.

Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig, due donne, due artiste straniere che hanno fatto della scelta di vivere in Italia, dell’arte e della cultura la chiave della propria esistenza e realizzazione.

I curatori – Sabino Maria Frassà e Andi Kacziba – hanno scelto di intitolare questo ciclo di mostre monografiche con la locuzione latina che il poeta Ariosto fece apporre all’ingresso della sua ultima dimora. Qui Ariosto trovò la sua dimensione, apta per completare l’Orlando Furioso.

Così Eva Sørensen ed Elisabeth Scherffig hanno trovato nel nostro Paese il luogo in cui sintetizzare le proprie origini in uno sviluppo artistico unico, accomunato dalla centralità del tratto, che diventa forma, disegno e materia.

Dopo la mostra con i lavori di Eva Sørensen,  dal 21 ottobre al 2 novembre,  il 18 novembre 2014, alle ore 18.30, inaugura la mostra con i lavori di Elisabeth Scherffig.

Elisabeth Scherffig nasce a Düsseldorf in Germania nel 1949. Vive e lavora a Milano dal 1971. Ha esposto in sedi istituzionali e gallerie private a Milano, Venezia, Düsseldorf, Londra, New York.
Elisabeth Scherffig con il suo Mappamondo spinge l’analisi al di là dell’apparenza. L’artista mappa il suo mondo attraverso attente sovrapposizioni stratigrafiche, calchi in porcellana e strappi di seta, che restituiscono la complessità e completezza delle sue città (Milano e Düsseldorf), della strada che percorre ogni giorno, dei suoi pensieri.

Orari d’apertura:

martedì – venerdì: ore 10.00 – 14.00
sabato: ore 14.00 – 18.00

Informazioni:

Tel. 02 86453005 – info@cramum.org

di Rodolfo Casadei

«Oggi siamo tutti dei piccoli Eichmann. Come il criminale nazista di cui Hannah Arendt ha saputo cogliere l’intima essenza, evitiamo di pensare. Il totalitarismo ha vinto anche se ha perso come sistema politico. Per reazione ha prodotto un individualismo che è vuoto di pensiero». Margarethe von Trotta è stata molto chiara e non ha lasciato dubbi sulle motivazioni che l’hanno spinta, due anni fa, a girare il film Hannah Arendt. Il Centro culturale di Milano, che come Tempi aveva organizzato visioni del film all’inizio del 2014, venerdì scorso ha pure offerto ai milanesi l’occasione di incontrare la regista, che ha dialogato sul tema “La persona tra potere e libertà”. Nel corso della serata l’autrice de Gli anni di piombo ha evocato i temi dell’indipendenza, dei legami affettivi e di sangue, della scoperta della parentela stretta fra comunismo e nazismo a motivo della comune natura totalitaria. Si è detta d’accordo che oggi solo esperienze di amicizia possono aiutare i singoli a ricominciare a pensare e a cercare il vero se stesso. Tempi l’ha intervistata su questi temi, ma ha anche ceduto alla tentazione di provare a farle fare i conti con la sua esperienza di femminista storica. Infatti, Margarethe von Trotta sta al femminismo cinematografico come Roberto Rossellini sta al neorealismo o Sergio Leone allo spaghetti western. Chi legge quel che segue è in grado di giudicare come è andata.

Praticamente tutti i suoi film sono centrati su figure di donne che lottano per la propria libertà e la propria indipendenza. E il problema sta nel fatto che vivono in una società dominata dagli uomini. Ma che cosa intende per libertà? Il senso di questa parola è cambiato per lei nel corso del tempo? E in che relazione stanno indipendenza e libertà? Coincidono, secondo la sua opinione?
Non so se la mia opinione intorno alla libertà e all’indipendenza sono cambiate molto rispetto ai miei primi film. Io credo di essere ancora sulla strada che ho intrapreso anni fa. Forse in Europa la libertà e l’indipendenza delle donne sono un po’ cresciute in confronto ai tempi in cui ho iniziato a fare la regista, ma se si guarda al mondo, in Africa e nel Medio Oriente la condizione della donna è ancora terribile. Un po’ di indipendenza per la donna significa sempre anche un certo grado di libertà nella società. E un certo grado di democrazia nella società è sempre segno che si è realizzata una certa indipendenza della donna. Perché il punto è che le donne non vogliono il potere, ma l’indipendenza. Sono gli uomini che cercano sempre il potere. Noi vogliamo semplicemente avere la libertà di scegliere quello che è bene per noi, per la nostra vita, per il nostro sviluppo.

Guardando il suo film Hannah Arendt si giunge alla conclusione che il prezzo dell’indipendenza è la solitudine. Lei intendeva trasmettere questo concetto di ordine generale o ha voluto comunicare un’esperienza personale che ha ritrovato nella figura di Hannah Arendt?
Io non sono certo all’altezza di Hannah Arendt, una pensatrice che ha avuto grandi idee e che le ha difese con grande coraggio. Ma certamente quando si vuole affrontare il mondo con le proprie forze e guardarlo coi propri occhi, bisogna mettere in conto l’isolamento. E se scopri una verità, hai il dovere di dirla anche correndo il rischio di restare isolata.

Che cosa ammira di più in Hannah Arendt come pensatrice e donna del suo tempo?
Proprio questo coraggio di pensare con la propria testa, senza legarsi a una teoria o a una verità costruita da altri. Guarda coi suoi occhi e pensa con la sua testa. Va a Gerusalemme per il processo a Eichmann, pensando come tutti che si tratti di un mostro, di un criminale terribile. Lo guarda, e scopre che questa idea di lui che tutti avevano non corrisponde alla verità. Matura tutta un’altra concezione di questo criminale di guerra. Per me come regista è importante far partecipare lo spettatore alla sua osservazione, fargli vedere Eichmann come lo vede la Arendt, e permettergli di arrivare alla stessa conclusione.

Anche i legami sono un tema ricorrente nei suoi film. Penso a Sorelle, a Gli Anni di Piombo, al rapporto fra Ildegarda e Richardis in Vision. I legami sono un contrappeso al peso della solitudine che è il prezzo da pagare per l’indipendenza?
All’inizio le mie erano storie di sorelle e di amicizie. Non erano mai relazioni facili, fatte solo di gratificazioni. Soprattutto fra le sorelle si notavano sempre i contrasti. I legami nascono dalla ricerca di calore dentro al contatto con un essere umano, uomo o donna. Ma io credo che anche in questi casi si deve avere il coraggio di lasciare una persona se il rapporto non funziona più. Anche nel caso di un matrimonio, trovo giusto che una persona lasci l’altra se non possono più svilupparsi entrambi in modo giusto e adeguato alla loro personalità e al loro talento. Al prezzo della solitudine, appunto.

Secondo lei il tema del potere è ancora la questione centrale del rapporto uomo-donna nel mondo di oggi? Ci sono temi altrettanto importanti che noi dobbiamo scorgere nei suoi film?
La ricerca di se stessi. Non c’è solo il tema del potere nei rapporti fra i sessi e nei rapporti sociali nei miei film. Per me il punto è che cosa uno è pronto ad affrontare e a sopportare per questa ricerca di sé. E così si torna al tema della solitudine. Si torna sempre lì!

Solitudine e legami sono temi forti di Vision, il suo film su Ildegarda di Bingen. Che cosa ammira in particolare di questa santa medievale?
Quello che più mi interessava mostrare, era come una donna nel Medio Evo, che viveva sotto certe regole – regole della religione e della società – era riuscita a trovare la strada adatta a lei e al suo talento. Lei è suora in un monastero dove c’è un abate che detiene l’autorità, e lei deve essere obbediente, umile, modesta. Sente che ha dentro di sé delle cose che in quelle condizioni non può esprimere. Allora ha delle visioni che vengono da dentro di lei. Io non credo alla natura divina di quelle visioni. Io credo che sia tutto dentro di lei, che sia il suo inconscio che le viene in aiuto. Lei le esterna, e questo le permette di salire al rango di visionaria, profetessa accettata come tale dal Papa, da san Bernardo di Chiaravalle. Questo la mette in grado di scegliere la sua strada. Perfino di lasciare il suo convento, cosa totalmente proibita, per fondarne un altro. L’autorità che le viene dalle visioni le permette di lasciare il primo convento e di fondarne lei altri due. E lì ha la possibilità di studiare le scienze, praticare la musica, fare ricerche sulle piante, sulla fisiologia umana, eccetera. Il suo inconscio le dà lo slancio vitale per soddisfare il suo talento, che è poliedrico. Forse oggi sarebbe diventata una scienziata.

In quello che mi è sembrato il momento più drammatico del film, Ildegarda dice: «Richardis è mia figlia, e io sono la figlia di Richardis». Cosa intende dire?
È una frase che si trova in una delle sue lettere, indirizzata proprio alla giovane monaca Richardis subito dopo che era stata trasferita in un altro monastero. Dobbiamo pensare che Ildegarda è stata lasciata dalla madre in un certo senso due volte: la prima volta dalla sua vera madre, che l’ha portata in convento senza chiedere il suo parere; la seconda madre che perde è la monaca che si prende cura di lei nel convento, e che era anche un’amica. Quando muore, è come se perdesse la madre una seconda volta. Poi diventa lei madre, quando arriva in convento la giovane Richardis, che la ammira sconfinatamente e che diventa la sua prediletta e la sua figlia spirituale. Ma avendo perso la madre, allo stesso tempo cerca in lei anche quest’altra figura. Quando lei se ne va, per volontà del fratello, lei perde contemporaneamente una figlia e una madre! Io l’ho interpretata così.

Col sostegno della lettera in cui Ildegarda scrive quella frase.
Molta corrispondenza scritta da Ildegarda riguarda Richardis: lettere scritte al Papa, alla famiglia della monaca, e sempre per riavere nel suo convento quella ragazza. Si comporta come una pazza, emerge una passione fortissima che la lega a Richardis.

C’è un potere che le donne hanno e che gli uomini non hanno mai avuto: quello di ospitare dentro al proprio corpo un altro essere umano e di farlo nascere. Oggi è evidente che la tecnologia si sta sviluppando in una direzione che prevede l’esproprio di questo potere della donna. L’utero artificiale è dietro l’angolo. Lei considera questa evoluzione come una perdita di potere da parte della donna, oppure la considera un’opportunità che permetterà alle donne di acquistare più potere in altri ambiti della vita?
Io sono abbastanza vecchia, e forse retrograda. Ho avuto un figlio. Poter avere un figlio, far nascere un bambino dal tuo grembo dopo averlo cresciuto dentro di te, per me è stata un’esperienza fondamentale. Che non contraddice la mia idea di indipendenza: si può essere indipendenti e avere figli. Ma forse per una nuova generazione di donne l’utero artificiale rappresenterà una nuova possibilità per avere più autorità sulla propria vita. Senza dimenticare che il prezzo sarà una perdita di importanza delle donne, perché le macchine e la tecnologia potranno sostituirle e creare la vita.

Infatti le biotecnologie stanno tecnologizzando la nascita. Gli esseri umani sono sempre più dei prodotti e sempre meno dei nati. La nascita come inizio totalmente nuovo che fa irruzione nel mondo è uno dei temi più importanti del pensiero della Arendt. Ma quando la nascita è totalmente pianificata, nessuna novità può entrare nel mondo come un nuovo inizio. Lei cosa ne pensa?
Certo, ci si può lamentare di questa tendenza, ma sappiamo bene che una volta che una cosa è stata inventata, non si torna più indietro. Questo è un fatto. Anche se ci lamentiamo, un fatto è irreversibile. Vorrei ricordare che la nascita è anche la nascita della tua coscienza, della tua visione di te stessa. E questa è la vera nascita. Non è solo una questione fisica, del corpo. È quando tu capisci che devi cercare te stesso.

Ma se tu sai che sei nato come un prodotto, che gran parte di te è stata pianificata da altri, non diventa problematico il prendere coscienza di sé? Quando l’alienazione comincia sin dall’embrione?
Sì, ma non c’è una differenza così grande fra l’essere prodotto dalla tecnologia oppure no: si tratta sempre di te, che ti trovi su questa terra. Anche chi è nato da un padre e da una madre spesso non conosce il padre. Nella misura in cui hai un corpo, una mente e un’anima per cercare te stessa, l’importante è quello. L’essere umano è capace di trascendenza. Puoi sempre trascendere quello che gli altri volevano per te, pretendevano da te.

Lo psichiatra e filosofo Jacques Lacan ha scritto che l’uomo e la donna sono troppo diversi per essere definiti complementari. Possono almeno capirsi e camminare fianco a fianco nella vita?
Sì, ma ci vuole una gran volontà. La volontà di capire se stessi deve essere tanto grande quanto quella di capire l’altro. Qualche volta succede che la gente lotta tutta la vita per essere se stessa e per capirsi, dimenticando di allargare il campo fino ad includere l’altro. È difficile avere per l’altro lo stesso interesse che hai per te stesso. Entrare dentro l’altro come un attore o un’attrice entrano dentro a un personaggio, si identificano con lui. Per capire le sue sensazioni ma anche le sue debolezze. Un uomo e una donna che agiscono così, questa sarebbe per me la coppia ideale. Quella di chi vuole entrare nell’altro per capire, non solo per criticare e per distruggere.

Dopo tanti anni come regista che ha girato soprattutto film sulle donne, come risponde alla semplice ma terribile domanda: «Che cos’è una donna? Che cosa fa di una donna una donna?».
Non lo so. Quello che so è che essere donna è una cosa che non si sceglie. Si può solo accettare. Sei nata donna, devi accettarlo. Ma non è poi così difficile. È molto più difficile diventare un essere umano, un essere completo.

(www.tempi.it, 17 novembre 2014)

di Mariella Pasinati

 

Ancora una volta non è una scuola per bambine, ragazze e donne la buona scuola del documento governativo. Rigorosamente maschile è, infatti, tutto il suo impianto: dalla lingua utilizzata, all’assenza di qualsiasi idea di formazione che preveda l’esistenza di due soggetti, alla logica di un modello fondato sulla competizione e differenziazione in senso gerarchico fra docenti e fra scuole.

Sulla lingua utilizzata:

Nonostante il tono innovativo -facile, concreto, coinvolgente-, tutto il documento è scritto nel maschile-falso neutro che cancella e nega la presenza del femminile, confermando la posizione dissimmetrica che donne e uomini occupano nella lingua e nella cultura. Eppure, da decenni si discute intorno alla “sessuazione della lingua” cioè al dare visibilità ed esistenza “linguistica” al femminile, non già per una questione di “parità”, ma per la consapevolezza che la soggettività non solo si esprime ma si forma nel linguaggio, passaggio fondamentale perché nella lingua, nella cultura, nella scuola le bambine, le ragazze e le donne possano essere previste e non solo incluse.

Sull’assenza di una misura femminile:

In una scuola fatta ed abitata soprattutto da donne e nonostante decenni di ottime pratiche didattiche che con difficoltà ma con tenacia sono state agite nella scuola per segnare il processo dell’educare di una misura femminile, la cultura e l’esperienza delle donne continuano ad essere ignorate dalla buona scuola.

“Dimenticanza” tanto più grave in un clima di crescente violenza maschile sulle donne per combattere la quale occorrerebbe un serio lavoro educativo a partire dal riconoscimento che alla radice delle azioni violente che le donne subiscono c’è la violenza simbolica che ha sancito l’essere seconda della donna rispetto all’uomo, la sua espulsione storica dalla polis e dalla cultura. Promuovere una cultura non più centrata su un unico soggetto è la condizione per dare inizio ad una nuova civiltà delle relazioni, improntata al rispetto della differenza: una buona scuola dovrebbe registrare innanzitutto questo cambiamento del simbolico.

Sull’assenza di un impianto pedagogico e sulla continuità con i modelli di scuola del recente passato:

Nonostante la citazione, peraltro “senza conseguenze”, di don Milani e Maria Montessori, è del tutto inesistente nel documento qualsiasi riflessione pedagogica. Anche in questa assenza, la buona scuola sembra piuttosto portare a compimento il discorso ufficiale, da anni perseguito nel nostro paese, che ha puntato a sovvertire il senso dell’educare in nome di principi del tutto estranei al contesto formativo (produzione, competitività, autonomia, aziendalizzazione dell’istruzione).

Un discorso in cui la dimensione dell’insegnare è più una tecnica che una pratica, lontana   dall’idea di un agire educativo fondato sulla relazione viva (fra docenti e fra docenti e studenti) che invece è caratteristica specifica del processo dell’educare, così come il desiderio di insegnare/imparare è elemento-base del processo di conoscenza.

Un discorso che ha, invece, nella questione del “merito” ed in quella del “governo” delle scuole due punti cruciali e che finisce col ridefinire un modello di scuola fondato sulla competizione, sul decisionismo e sulla gerarchizzazione, a partire dalla diversificazione della stessa organizzazione del lavoro dell’insegnante.

Su “merito” e “governance”:

La buona scuola prevede un ulteriore accentramento delle decisioni nella figura del/la dirigente scolastico/a (compresa la possibilità di scegliere direttamente “le migliori professionalità per potenziare la propria scuola” sulla base di “portfolio e curriculum” personali dei/lle docenti e della consultazione del futuro Registro nazionale dei docenti) con il conseguente indebolimento/svuotamento degli organi collegiali, “rivisitati” e resi “aperti, agili ed efficaci” -cioè depotenziati-. A questo si accompagna l’intenzione di costruire figure intermedie -dal docente “mentor” al “nucleo di valutazione”- che si pongono in una scala gerarchica fra presidi e docenti, diversificando un’organizzazione del lavoro che nella scuola è ”ugualitaria” non certo come istanza ideologica predefinita, ma in quanto caratteristica strutturale dell’organizzazione, dal momento che la funzione docente è, comunque, una sola.

A tutto ciò contribuirà il nuovo meccanismo di progressione economica (inteso, in maniera non corretta, come progressione di carriera) tramite gli scatti di competenza che interesseranno il 66% del corpo docente di ogni scuola sulla base del maggior numero di crediti conseguiti da ciascun/a docente, portando a compimento una configurazione del sistema scolastico niente affatto nuova nelle intenzioni e caratterizzata da competizione e differenziazione fra docenti. Una situazione che potrebbe portare anche a situazioni paradossali: mettendosi dal punto di vista delle famiglie, chi accetterebbe volentieri che il proprio figlio o figlia sia seguito dal 34% di docenti senza scatti di competenza, quindi per definizione “incompetenti”che necessariamente ogni scuola avrà?

L’impianto appare discutibile da più punti di vista e soprattutto sul piano del significato e delle implicazioni che il nuovo-vecchio sistema comporterebbe; infatti:

E’ certamente il momento di una discussione seria sul senso ed il significato della funzione docente (e quindi su che cosa la qualifica) nella scuola che cambia; è auspicabile  che la buona scuola sia l’occasione perché una discussione vera possa realmente aprirsi con chi concretamente nella scuola opera e con chi ha a cuore una nuova civiltà delle relazioni, improntata al rispetto autentico della differenza.

 

 

Mariella Pasinati

Biblioteca delle donne UDIPALERMO

 

di Giusi Milazzo

 

Per il quarto anno consecutivo donne e uomini della rete delle Città Vicine (6 donne e un uomo), abbiamo partecipato al LampedusaInFestival che si è tenuto nell’isola dal 25 al 30 settembre 2014, invitate/i dall’associazione Askavusa che ogni anno organizza questo festival di “comunità, migrazioni, lotte, turismo responsabile e storie di mare”.

Proprio la nostra presenza attenta, partecipe e continuata mi porta a fare alcune riflessioni a proposito della conduzione del governo locale dell’isola. Qualche anno fa abbiamo salutato in tante e tanti con entusiasmo l’elezione di Giusi Nicolini, una sindaca ambientalista e sensibile alla guida di un’isola che ci è cara e che ha ormai una forte carica simbolica (basti pensare alla sua denominazione di Porta d’Europa). Anni di immigrazione, sbarchi e naufragi hanno fatto di quest’isola del Mediterraneo un luogo che evoca la vita, la speranza, la solidarietà ma anche la morte, l’egoismo, la disperazione. Un luogo in cui si susseguono troppe passerelle mediatiche, convegni e manifestazioni che lasciano spesso la popolazione estranea, distante, facendola sentire strumentalizzata. Mi chiedo a questo proposito se non sia necessario che un luogo così sensibile in cui abitano donne e uomini che hanno dimostrato di sapere cosa sia il coraggio e la disponibilità nei confronti dei e delle migranti, venga trattato con rispetto e delicatezza da quanti pensano di avere il verbo o la verità in tasca, sbarcando nell’isola come quei missionari che con il vangelo in una mano e la spada nell’altra contribuirono a depredare terre e popolazioni (penso al progetto del magnate Soros, finanziatore del festival “Samir” che ha preso l’avvio il 1° ottobre con grande risonanza, fragori mediatici e inutile dispendio economico, nell’anniversario delle oltre 360 donne e uomini morti nel naufragio di un anno fa a Lampedusa…). Al contrario di chi, donne e uomini in stretta relazione politica con le associazioni del territorio, hanno in questi anni sostenuto il loro lavoro e il loro impegno mettendo a disposizione del progetto per Lampedusa idee, tempo e creatività. L’impressione è che questo aspetto sia considerato di scarsa importanza, quasi una perdita di tempo; non ci stupisce che lo pensino gli organizzatori delle passerelle di politici e vip recatisi a Lampedusa per versare lacrime più o meno sincere nell’anniversario delle oltre 360 vittime, ma quello che ci rattrista è che questo sembra essere l’atteggiamento anche della sindaca che amministra questo territorio così speciale. È questo che ho pensato con chiarezza nel momento in cui Giusi Nicolini invitata a un dibattito organizzato nell’ambito del LampedusaInFestival dal titolo “Pratiche politiche di lotte, militanza e relazioni nei territori: esperienze di donne” al quale era stata invitata a parlare insieme alle “Mamme di Lampedusa”, a donne delle Città Vicine e di Askavusa, non si è presentata né ha giustificato la sua assenza. Assenza pesante tanto più che il dibattito sottendeva la forte necessità del comitato delle Mamme di Lampedusa di interloquire con una Sindaca troppo estranea e silente nelle questioni primarie dell’isola quali scuola, salute, lavoro, gestione dei rifiuti, qualità della vita. Sono queste le richieste delle donne e degli uomini dell’isola, temi in merito ai quali avrei desiderato che la sindaca, che anche noi delle Città Vicine concretamente in passato abbiamo sostenuta, fosse stata in grado di dare risposte, o che a partire dai quali avesse scelto di costruire con le e gli abitanti un progetto condiviso di cambiamento e di governo della città. Sarebbe stato sensato, come più volte le abbiamo suggerito di fare, approfondire la relazione politica con le donne sapienti e coraggiose dell’isola che hanno scelto di continuare a vivere in un territorio intenso ma difficile come Lampedusa.

Quello che risulta ancor più grave, è che nel colpevole silenzio delle istituzioni locali, Lampedusa si sta trasformando in un avamposto militare del Mediterraneo così come dimostrano le sofisticate apparecchiature radar sbarcate in questi giorni sull’isola che il Ministero della Difesa e la NATO hanno deciso di installare in quel territorio e che giustificano la massiccia presenza di militari nell’isola. Finito il sogno dell’avamposto di pace e accoglienza, la militarizzazione dell’isola procede inesorabilmente senza che alcuna informazione sia stata data precedentemente alla popolazione, anzi, al contrario, l’operazione sta avvenendo in assoluta segretezza. Ma Askavusa con le Mamme di Lampedusa e l’appoggio delle associazioni amiche, continua a resistere al progetto che vorrebbe disegnare per l’isola un futuro di desolazione e morte e sta mettendo in atto un’accurata ricerca epidemiologica per verificare le motivazioni dell’incremento dei tumori che colpiscono le/gli abitanti dell’isola, organizzando al contempo iniziative per informare e sensibilizzare le donne e gli uomini di Lampedusa in merito all’installazione dei nuovi radar e alle conseguenze che il moltiplicarsi delle emanazioni di radiazioni magnetiche potrebbe causare alla salute degli e delle lampedusane.

(Catania, 2 novembre 2014)

di Sylvie Coyaud

Dal 2016 dirigerà il CERN Fabiola Gianotti,fino all’anno scorso coordinatrice della collaborazione ATLAS, l’esperimento che insieme al CMS ha catturato il bosone di Higgs.

Il Centro europeo per la ricerca nucleare, che ha appena festeggiato i suoi 60 anni è stato fondato dalla Germania, dalla Francia e dall’Italia, via via raggiunti dagli alti paesi dell’Unione e altri. E’ il più grande ente di ricerca d’Europa, con ottomila dipendenti e decine di migliaia di fisici, ingegneri, informatici di altri istituti, che collaborano per periodi più o meno lunghi. Tra altri acceleratori di particelle a velocità prossime a quelle della luce, ospita il grande collisone di adroni (Large Hadron Collider o LHC) che corre in un anello sotterraneo di 27 chilometri, sotto la frontiera franco-svizzera, vicino a Ginevra, con sei rilevatori distribuiti lungo la circonferenza. La macchina più potente di un mondo che spesso si immagina fatto di uomini ed è per quasi un terzo fatto di donne.

Per la prima volta, il CERN sarà diretto da una donna, metà piemontese metà siciliana, studi a Milano (pianoforte al Conservatorio, inizialmente). Fabiola Gianotti entra al CERN subito dopo il dottorato all’università di Milano, nel 1987, e appena cinque anni dopo diventa responsabile, per la fisica, di ATLAS (A Thoroidal LHC Apparatus), il più colossale rilevatore di particelle che ci sia (quando l’acceleratore non è acceso, si può visitare, è davvero monumentale), un esperimento di per sé al quale collaborano tremila fisici, mandati da 169 istituti di 38 paesi diversi. Come pochi scienziati oggi, ha competenze in campi diversi, fisica sperimentale ovviamente, ma anche una familiarità con i suoi strumenti, e con la matematica e l’informatica che consentono di estrarre qualcosa di significativo da valanghe di dati. Nel 1999 quando si accumulano ritardi e i superamenti del preventivo, i colleghi la eleggono “spokeperson” , e di nuovo nel 2009 quando sembra che l’acceleratore rivale – il Tevatron al FermiLab di Chicago – stia per catturare la preda più ambita e sfuggente: un bosone previsto in teoria da Peter Higgs e altri quasi cinquant’anni prima. Appena dopo il Big Bang, avrebbe creato il campo nel quale l’universo si è espanso e gli elettroni hanno acquisito la massa che permette alle particelle di aggregarsi in atomi, molecole, galassie, o esseri umani. Dato il ruolo decisivo, non trovarlo sarebbe stato imbarazzante. Leon Lederman – il premio Nobel che dirigeva il FermiLab – aveva dedicato un libro alla sua ricerca e l’aveva intitolato The Goddam Boson (ed. italiana, Mondadori) Dr Lederman, una bestemmia in copertina non si può, facciamo The God Boson, disse l’editore americano. In traduzione si trasmutò in “di Dio” facendo indispettire Lederman, decisamente ateo.

Quando il gioco si fa duro, scherza Elisa Molinari – una fisica della materia nelle nano-dimensioni che, altra rarità, dirige un istituto del CNR a Modena – ci vogliono nervi d’acciaio, autorevolezza indiscussa, pelo sullo stomaco e altre doti squisitamente femminili. Come se non bastasse la rivalità euro-americana, sul collisore c’era un secondo rilevatore, il Compact Muon Solenoid, a caccia del maledetto bosone. La gara internazionale iniziò nel settembre 2008 con un tonfo: un quench (una sorta di cortocircuito nei magneti) azzoppò l’acceleratore un mese prima dell’inaugurazione ufficiale in presenza di capi di stato, commissari europei, ministri, ambasciatori e altre autorità. La signora sospirò “succede” e si rimboccò le maniche per tirar su di morale i suoi “ragazzi”, trovare fondi per i dottorandi che avrebbero perso un anno e sarebbero rimasti senza stipendio, migliorare le simulazioni al computer, studiare, organizzare cene nella villetta appena fuori Ginevra, comprare scarpe dai tacchi vertiginosi, bref, pianificare il futuro della collaborazione e il proprio.

Si sa com’è andata. ATLAS è stata la squadra più disciplinata e solidale, mai una fuga di dati ancora da verificare come al Fermilab o al CMS, mai un malumore pubblico a parte un “Fabiola ci ha un caratterino…” ogni tanto. Ambiziosa, sicura, determinata è vero, ma assomiglia solo in parte a Emilia, uno dei personaggi dell’Energia del vuoto (Guanda), il giallo di Bruno Arpaia. Altrimenti non sarebbe stata rieletta per un secondo turno a capo di ATLAS durante “gli anni e mesi straordinari, da andare fieri”, per dirla con Marco Delmastro, un giovane collega, in Particelle familiari (Laterza).

Né sarebbe stata scelta il 4 novembre scorso dal Consiglio che governa il CERN per conto dei paesi membri, e senza applicare un “manuale Cencelli” come qualcuno ha scritto. Come gli altri candidati, Fabiola Gianotti aveva presentato un piano di battaglia per dare una nuova meta al grande collisore, e suscitare la partecipazione se possibile entusiasta di nuovi utenti, centri di ricerca, paesi finanziatori. Dopo molte consultazioni, aveva deciso di mirare alla materia oscura, che i suoi effetti gravitazionali fanno stimare nel 20% di quella totale dell’universo, detta oscura perché non è visibile e sopratutto perché non si sa di quali particelle sia formata. Sembra l’idea giusta per unire i fisici perché strada facendo si potranno confermare o smentire teorie alternative al “modello standard” delle particelle e delle forze che le fanno interagire, un modello che funziona nel senso che fornisce una spiegazione dei fenomeni osservati, però venerando, pieno di aggiunte e toppe che non piacciono a nessuno. Per fare quel lavoro ci vuole diplomazia con governi e certe prime donne di sesso maschile, una passione contagiosa, autorevolezza inossidabile, disciplina di ferro, nervi d’acciaio, il pelo al posto giusto. Il solito corredo, insomma, e qualcosa di più, la fama di onestà scientifica e lo charme spontaneo, “sotto le righe”, della cinquantenne con l’aria da ragazzina che il 4 luglio 2012 annunciava in mondovisione la scoperta di una particella “coerente con il bosone di Higgs”, senza nascondere le incertezze sempre insite nelle misure e nei calcoli, né di andarne fiera.

 

di Laura Giordano

 

Alla redazione del sito della Libreria delle donne di Milano abbiamo deciso di pubblicare recentemente alcuni interventi in merito al legame scienza-salute. Mi riferisco al comunicato del gruppo Difendiamo la salute, all’articolo di Sara Gandini intitolato: Scienza, femminismo e l’autorità imperfetta e alla successiva risposta di Antonella Nappi: Femminismo – Scienza – Salute. Durante la discussione relativa alla pubblicazione di questi articoli, alcune erano  decisamente contrarie alla pubblicazione del comunicato del gruppo Difendiamo la salute. Essendo un dibattito fortemente legato alla scienza, molte non sapevano bene che posizione assumere ritenendo di non avere le competenze necessarie per giudicare quanto scritto nel testo, per altre invece era importante lasciare la possibilità di leggere quanto veniva detto e farsi quindi un’opinione propria. In effetti la fiducia conta per chi non lavora in ambito scientifico. E’ difficile comprendere i fattori che possono influenzare o invalidare i risultati di uno studio se questo non è condotto in modo affidabile, con le giuste competenze tecniche e i fondi necessari. Del resto è noto che gran parte della ricerca scientifica è finanziata da aziende, che hanno interessi privati e  questo non è garanzia di indipendenza e trasparenza.

Io e Sara abbiamo rinunciato a far carriera nelle aziende farmaceutiche  proprio per poter fare ricerca in modo indipendente La ricercatrice, senatrice a vita e direttora del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell’università di Milano, Elena Cattaneo  afferma: “In Italia sembra che sia qualcosa che è legato solo al mondo accademico o a chi è in grado di trasformarla in impresa. ” e continua ” C’è poca, pochissima coscienza di cosa sia realmente la scienza e mi dispiace.  C’è una radicata ignoranza su cosa sia il metodo scientifico”.  Inoltre sono d’accordo con lei che conosciamo e valorizziamo poco le figure professionali e i ricercatori che ci sono in questo paese. Il compito della politica sarebbe quello di riconoscere le straordinarie capacità che ci sono in questo paese. Come sostiene la senatrice, Scienza e Politica sono due mondi lontani che devono iniziare a parlarsi con più fiducia.

Così Sara, lavorando nell’ambito della ricerca epidemiologica, ha voluto portare la sua esperienza a sostegno di quella che si chiama evidence-based medicine (i metodi dell’evidenza scientifica su cui si basano organismi indipendenti come quelli dell’organizzazione mondiale della sanità).

Come scrive Sara, in tanti credono alla “teoria del complotto” secondo cui esisterebbe una cura definitiva per il cancro che per interessi principalmente economici  viene tenuta nascosta. Chi come me  lavora come biostatistica in questo campo sa che questo non è vero. Sotto il nome di tumore si raggruppano mondi diversissimi: malattie che nascono per cause differenti e hanno evoluzioni e prognosi incomparabili. Ciascuno di essi rappresenta un campo di ricerca molto ampio e complesso che richiede sforzi enormi, logistici, scientifici ed economici, per raggiungere anche piccoli risultati. Certamente non esiste un’unica causa e una cura che vada bene per tutti.

Il mio lavoro consiste nel disegnare studi clinici per valutare l’efficacia di nuovi chemioterapici, la maggior parte delle sperimentazioni è finanziata da aziende farmaceutiche che hanno un chiaro interesse economico a portare nel mercato i propri farmaci. Di solito si occupano di fornirci il trattamento e danno la maggior parte dei soldi che servono poi alla nostra struttura per coprire le spese di gestione. La ricerca però dal punto di vista scientifico è gestita interamente dall’ospedale dove io posso svolgere il mio lavoro in modo indipendente, senza interessi personali, e questo è una garanzia di correttezza e trasparenza per tutti.  Quando mi viene posto il problema di disegnare un nuovo studio clinico  cerco di dare il meglio per trovare il giusto compromesso fra i fondi di cui disponiamo e un risultato che sia utile ed etico, evitando che i pazienti siano sottoposti a trattamenti non efficaci o con effetti collaterali che non tengano conto della qualità della vita. Per fare questo utilizzo sia gli strumenti matematici a mia disposizione, sia la mia esperienza, in dialogo con i medici. Cerco in letteratura quanto noto sulla malattia e i trattamenti già disponibili e provo a costruire lo studio facendo in modo che almeno sulla carta sia il più possibile utile ai fini del miglioramento della pratica clinica tenendo conto delle esigenze dei pazienti. Non è un lavoro facile perché questi studi sottoporranno pazienti a nuove terapie poco note, rischiando di andare incontro anche a effetti tossici gravi, spesso con aspettative di sopravvivenza limitate. Ma per me è importante garantire di lavorare con serietà e passione,  tenendo in mente che non si tratta di numeri ma pazienti in cerca di una cura. E’ necessario che ci sia più narrazione perché la scienza guadagni fiducia.

 

Referenza della cattaneo:

http://www.repubblica.it/scienze/2014/03/28/news/elena_cattaneo_siate_assetati_di_scoperte_la_scienza_ha_bisogno_di_voi-82117350/

di P. Sabatino Majorano

Riportiamo la sintesi trascritta dell’intervento che il P. Sabatino Majorano ha tenuto, il 2 aprile 2014, al Seminario di studi sulla Spiritualità crostarosiana, organizzato presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Foggia.


Continuando l’approfondimento della spiritualità di madre Celeste Crostarosa, progettato per questo seminario, la nostra riflessione si ferma questa sera oggi sul rapporto tra Redentoristi e Redentoriste. I passi che propongo sono tre. Mi è sembrato infatti opportuno richiamare sinteticamente come questo rapporto si è sviluppato, cogliere poi i punti di contatto e le diversità più significative, per infine chiederci cosa tutto questo può significare per noi oggi.

Consentitemi però una breve premessa. Il tema che affrontiamo questa sera è importante non solo per chi studia la spiritualità meridionale, ma anche a livello culturale. Nella proposta morale e spirituale di sant’Alfonso e di madre Celeste infatti sono presenti la luminosità, il calore, la positività del nostro Sud. Nell’Ottocento, tramite l’opera dei Redentoristi e delle Redentoriste, questa proposta si è diffusa nell’intera Europa e poi in tutto il mondo. Gli storici francesi, ad esempio, parlano di “liguorizzazione” della morale e della pietà popolare, che segna la vittoria sul rigorismo etico-spirituale di matrice giansenista. In un momento in cui sembra quasi un obbligo culturale l’adeguamento alla prassi tecnico-economica del Nord, è ancora più importante sviluppare e proporre le ricchezze umane e di incontro del Sud mediterraneo. Alfonso, con la sua benignità pastorale che fa incontrare in maniera feconda la libertà e la legge, la persona e la comunità, la tradizione e la costante ricerca, è una pagina importante di questo nostro Sud.

È con questo respiro culturale più ampio, che guarda l’Europa e il mondo intero, senza però accantonare la propria identità e le appartenenze, che vorrei invitarvi a rileggere il rapporto tra Redentoristi e Redentoriste.

 

  1. Uno sguardo alla storia

 

Il tempo a disposizione non mi permette di ricostruire dettagliatamente i fatti. È necessario però richiamare almeno gli elementi più significativi.

Il primo dato da sottolineare è che, a differenza di altri istituti, nella realtà redentorista la comunità femminile nasce prima di quella maschile. Risale infatti al 1725 la prima stesura delle Regole da parte della Crostarosa per la sua comunità, anche se poi verranno poste in atto solo nel 1731. I Redentoristi invece nascono più tardi, nel 1732, e nascono proprio dall’incontro dell’istanza missionaria di Alfonso di porsi totalmente al servizio degli abbandonati (essere cioè “chiesa in uscita”, per usare il linguaggio di Papa Francesco) con la visione di “comunità memoria” di madre Celeste.

All’inizio abbiamo Redentoriste e Redentoristi, anche se nei primi anni, fino cioè all’approvazione pontificia nel 1749, non si chiamano così, ma Monache del SS. Salvatore e Preti missionari del SS. Salvatore. Il cambio di nome è dovuto alla necessità di non confondersi con altre realtà religiose già esistenti.

Nel 1733 la Crostarosa venne accantonata dal cammino che la comunità redentorista primitiva stava facendo. Fu costretta a lasciare Scala, passò a Piedimonte, poi a Pareti, per stabilirsi infine a Foggia, dando vita al Conservatorio del SS. Salvatore secondo il proprio progetto. Frattanto a Scala la comunità redentorista femminile continuava il suo percorso. Nel 1749 la S. Sede approvava le regole dei Redentoristi e, qualche anno più tardi, anche quelle delle Redentoriste. Non si trattava però del testo scritto da Madre Celeste, ma di quello riscritto da mons. Falcoia. L’Ordine delle Redentoriste si svilupperà partendo da Scala, passando a Sant’Agata dei Goti (la diocesi di S. Alfonso), poi a Vienna, in Belgio, nel mondo intero.

Mentre l’Ordine delle Redentoriste si sviluppava, il monastero di Foggia rimase ai margini. Aveva infatti ottenuto l’approvazione del Re di Napoli e si configurava come un monastero regio, con una propria regola, che originariamente fu quella della Crostarosa, ma poi fu rimodellata dal Cappellano Maggiore in vista dell’approvazione.

Durante l’Ottocento e gran parte del Novecento, la Crostarosa e il suo messaggio spirituale si trovarono “confinati” a Foggia e quasi dimenticati non solo dai Redentoristi, ma anche dalle stesse Redentoriste, che considerarono S. Alfonso come loro fondatore. Di tutto questo è emblematico il fatto che, quando tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si tentarono i primi passi per la canonizzazione di Madre Celeste, ne furono protagonisti il monastero di Foggia e il canonico Pietro Crostarosa, non l’Ordine o la Congregazione redentorista, come invece è poi accaduto.

Da questi rapidi accenni, appare chiaro che la realtà foggiana è restata per un lungo periodo una realtà a sé, con pochi rapporti con il resto dell’Ordine. L’Ordine si è sviluppato sulla base della Regola, riscritta dal Falcoia, considerando Sant’Alfonso come suo fondatore. Ancora negli anni Settanta-Ottanta, quando ho cominciato a interessarmi di questi problemi, andando in qualche monastero mi sentivo dire dalle Redentoriste: Non conosciamo la Crostarosa; il nostro fondatore è Sant’Alfonso.

Per rimettere la Crostarosa nel circuito dei Redentoristi e delle Redentoriste, si è dovuto aspettare il Concilio Vaticano II, che nel decreto Perfectae caritatis ha chiesto a tutti gli istituti religiosi di ritornare alle proprie origini e di attualizzare l’intento dei fondatori e delle fondatrici alla luce dei segni dei tempi presenti nella nostra società. I molteplici studi di quegli anni hanno permesso di ricostruire in maniera più adeguata la storia delle origini. E le Redentoriste e i Redentoristi hanno cominciato a riscoprire la Crostarosa e il suo messaggio spirituale.

Tra i protagonisti di questa riscoperta, permettetemi ricordare almeno il P. Domenico Capone, il primo che con un paziente lavoro ha cercato di analizzare e far conoscere i manoscritti della Crostarosa. Si tratta di un lavoro ancora da completare, nonostante i significativi passi compiuti, come i volumi dell’edizione critica contenuti nella collana Testi e Studi Crostarosiani.

La riscoperta della Crostarosa perciò è una novità all’interno dello stesso filone della spiritualità redentorista, che precedentemente si è sviluppata in chiave maschile. Le Redentoriste si nutrivano di questo sviluppo, ma non ne erano protagoniste. Ne è esempio la figura del P. Passerat, uno dei maggiori diffusori della congregazione nel Nord Europa, anche se con una visione spirituale più “monastica” e meno “unitaria” di quella di sant’Alfonso. Il P. Passerat si è impegnato tanto per la diffusione anche delle Redentoriste, ma accentuando ancora di più la visione claustrale di “separazione dal mondo”.

Sintetizzando e semplificando al massimo, si può dire che nella storia redentorista abbiamo una partenza femminile, uno sviluppo maschile e, in questi ultimi decenni, un recupero femminile.

Guardando poi lo stato attuale della spiritualità redentorista, credo si possa affermare che la Crostarosa è oggi riconosciuta come uno dei punti di riferimento. Ci sono però ancora delle resistenze (forse più di sapore maschilista!) di coloro che temono di mettere in ombra la figura di sant’Alfonso. Occorre aggiungere che dove la Congregazione è più viva e dove sono più numerose le vocazioni, si registra oggi un interesse maggiore per Madre Celeste; cosa che non avviene in quelle parti in cui i capelli sono prevalentemente bianchi!

 

  1. I punti di incontro e le diversità

 

Mi soffermo su alcuni punti che riguardano la proposta spirituale in rapporto con la visione di comunità religiosa. Nel farlo, non dimentico che la regola crostarosiana nella sua integralità non è stata mai vissuta: qui a Foggia si viveva la rielaborazione del Cappellano Maggiore; nel resto dell’Ordine la rielaborazione di mons. Falcoia. In entrambe il dato carismatico specifico di Madre Celeste restava come ricoperto dalla sottolineatura della concezione sette-ottocentesca della vita religiosa.

Valorizzando i testi originari, sia di madre Celeste sia di sant’Alfonso, troviamo subito un primo dato chiaramente condiviso: la forte impronta cristocentrica di tutta la spiritualità. Si tratta di un cristocentrismo che sottolinea moltissimo l’umanità di Cristo, ponendosi in continuità con il pensiero di Teresa d’Avila. Anche a livello di devozione, entrambi pongono l’accento sul mistero dell’incarnazione (e quindi il Natale) e quello della croce redentrice.

Ci sono però anche accentuazioni diverse. Per Madre Celeste, l’umanità del Cristo è il cristallo luminosissimo che irradia la verità di amore di Dio; per sant’Alfonso è soprattutto la chenosi misericordiosa di Dio per affrancarci dalla nostra debolezza e dalla nostra povertà. Si tratta di accentuazioni da non contrapporre, ma da mantenere in dialogo fecondo.

Lo stesso accade per la maniera in cui viene approfondito il Redentore. Per Madre Celeste, il Cristo è redentore in quanto ci ridona lo Spirito e così ci riporta nella comunione con il Padre, persa a causa del peccato. Si tratta di una visione della redenzione chiaramente trinitaria, nella quale il cristocentrismo acquista un evidente respiro pneumatologico.

Sant’Alfonso sottolinea invece la dimensione di misericordia: copiosa apud eum redemptio, come si legge nello stemma della sua congregazione. Il Redentore è Dio che non si lascia bloccare dal nostro rifiuto, anche più estremo, quello della croce del Cristo, ma se ne fa carico, rivelandosi come amore che vuole solo la nostra felicità.

Ne deriva che nella Crostarosa predomina lo stupore ammirato: il Padre per mezzo del Cristo ci dona lo Spirito, riportandoci nella comunione con lui e nella partecipazione alla sua pienezza. In altre parole, è più sottolineata la dimensione contemplativa e di accoglienza nei riguardi del donarsi di Dio. In sant’Alfonso invece predomina la dimensione missionaria: occorre continuare nella storia la chenosi misericordiosa del Cristo per permettere a tutti di incontralo, soprattutto a chi è più bisognoso o ai margini della società e della stessa chiesa.

Tutto questo porta sia Madre Celeste che Sant’Alfonso a una visione antropologica carica di fiducia: fiducia nella persona e nella sua coscienza. La Crostarosa la evidenzia mettendo alla base della sua comunità il donarsi reciproco. Sant’Alfonso fonda tutta la proposta morale nella convinzione che Dio ha voluto prima l’uomo libero e poi la legge morale come aiuto e sostegno di questa libertà.

Occorre però non dimenticare che nella difesa della dignità della coscienza, soprattutto nei momenti difficili delle origini redentoriste, tra Celeste e Alfonso emergono sfumature diverse e anche tensioni. La Crostarosa infatti dice: Io devo essere coerente con la mia coscienza, quindi devo proporre la novità e non accettare compromessi; sant’Alfonso aggiunge: Occorre anche creare le condizioni perché la nuova comunità possa nascere, anche a costo di accantonare per adesso qualcosa della sua novità. La Crostarosa sottolinea la dignità della coscienza come coerenza con quello che lo Spirito le suggerisce; sant’Alfonso non nega questo dato ma aggiunge che, per attuarlo, è indispensabile fare i conti con le possibilità concrete. Entrambi sono una testimonianza forte della dignità della coscienza; la prima però sottolinea il suo ascolto e la proposta franca, il secondo la fatica dell’attuazione nella complessità delle situazioni.

Altro punto di convergenza tra Alfonso e Celeste è la maniera in cui progettano la loro comunità. Nella visione dominante nel Settecento, la comunità religiosa è prima di tutto per coloro che la compongono: per metterli al sicuro dai pericoli del mondo, per permettere loro un cammino più sicuro nella sequela del Cristo, per assicurare più facilmente i mezzi per la perfezione personale. Celeste e Alfonso invece sostengono che la comunità è per gli altri, per la Chiesa: la prima struttura la sua comunità come viva memoria dell’amore di Dio in Cristo per tutti gli uomini; il secondo come continuata missione tra e per gli abbandonati. Nella loro visione viene superato ogni dualismo: la “viva memoria” e la “continua missione” fondono in unità la vita spirituale, la dinamica fraterna e l’irradiamento apostolico.

Questa visione unitaria della vita religiosa, radicata nella “viva memoria”, determina in Madre Celeste la struttura e lo stesso ordinamento giornaliero della sua comunità: tutto deve tendere a “ricordare” l’amore del Cristo. Basta pensare al colore rosso sangue dell’abito delle suore, scelto appunto per far memoria dell’amore del Cristo fino al dono della sua vita. Oppure al numero delle regole fondamentali: sono nove per “ricordare” i nove mesi della gestazione di Cristo nel grembo di Maria: la vita spirituale è far rinascere Cristo in noi.

Analoga l’unitarietà della visione alfonsiana, radicata però nell’essere missione tra e per gli abbandonati. I Redentoristi dovranno pregare con il popolo, perché la loro comunità è scuola di preghiera per il popolo. Forme, orari, linguaggio, in cui i Redentoristi vivranno la personale esperienza di Dio, saranno popolari, capaci cioè di essere condivisi anche dai più umili. La spiritualità redentorista è essenzialmente missionaria: mette costantemente in esodo verso coloro che più hanno bisogno di incontrare l’amore di Dio in Cristo.

Celeste e Alfonso s’incontrano anche nel sottolineare la dimensione mariana della vita cristiana. Madre Celeste nelle sue Meditazioni non si stanca di approfondire il mistero materno di Maria. Soprattutto, come ho già ricordato, rende mariano e materno tutto il cammino spirituale con le nove regole. In sant’Alfonso Maria è soprattutto la mater misericordiae: colei che è pronta ad accoglierci e a sostenersi, anche quando si siamo allontanati e rischiamo di dimenticare che Dio è sempre pronto a offrici il suo perdono. Nelle premessa alle Glorie di Maria, Alfonso non esita ad affermare: Lascio agli altri di parlare degli altri grandi privilegi di Maria, quello che a me interessa è mettere il risalto la sua grande misericordia.

          Un ultimo elemento mi sembra doveroso ricordare per meglio comprendere l’incontro tra Celeste e Alfonso: la tensione popolare che li anima. Entrambi, pur provenendo dalla nobiltà, si convertono al popolo. Questa “conversione” è più accentuata in Alfonso, con la sua scelta radicale di incarnarsi nel mondo degli abbandonati, di quelli cioè che sono emarginati e dimenticati dalla società e dalla stessa Chiesa. La Crostarosa invece vive questa tensione aprendo la sua comunità alle ragazze che non hanno un reddito sufficiente per essere ammesse in un monastero e sottolineando la funzione educativa della sua fondazione. Inoltre porta la pietà popolare nel cuore della mistica: nelle ultime pagine dei Trattenimenti e dei Gradi di orazione troviamo la celebrazione delle feste dei santi.

 

  1. Alcune prospettive per l’oggi

 

Proiettando questa ricchezza sul nostro contesto, mi sembra giusto suggerire tre piste di ulteriore studio.

Innanzitutto il metodo. Per comprendere il rapporto, che intercorre tra Celeste e Alfonso, tra Redentoristi e Redentoriste, è indispensabile collocarlo nel momento storico in cui si è sviluppato e cogliere innanzitutto gli elementi comuni a entrambi, per poi approfondire la specificità propria di ognuno. Le mie riflessioni si sono mosse in questa prospettiva, richiamando prima il convenire carismatico e poi gli sviluppi particolari sia di Alfonso che di Celeste. Procedere in questa maniera è riconoscere che nella loro vita ha operato lo Spirito, che articola l’unità mediante doni diversi.

La complessità e le tensioni, presenti nella vicenda storica delle Redentoriste e dei Redentoristi, possono essere uno stimolo per affrontare con fiducia le difficoltà e i conflitti che ancora oggi sperimentiamo per una piena valorizzazione delle donne nella Chiesa. I problemi non devono meravigliarci, tanto meno scoraggiarci. Sono problemi che vengono da lontano. È urgente rimboccarci le maniche e lavorare serenamente, passo dopo passo, sapendo che il nuovo non si improvvisa, ma si costruisce rispettando la gradualità dei processi storici. Importante è che non venga a mancare il ricercare e il camminare insieme con sincera amicizia evangelica. È l’amicizia che ritroviamo in Alfonso e Celeste nel momento del discernimento del progetto di Dio. Anche se poi per la complessità delle situazioni viene quasi oscurata, essa però resta sincera, come testimoniano i passi di Alfonso per incontrare Celeste e la maniera in cui questa parla di lui nella sua Autobiografia. «Il conflitto, ha scritto Papa Francesco, non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà» (Evangelii gaudium, n. 226). Non dobbiamo mai perdere il coraggio di ritornare a ciò che ci unifica se vogliamo superare le difficoltà che possono dividerci o contrapporci.

Mi auguro infine che quanto state facendo in questo seminario di studi possa continuare contribuendo a una migliore e più diffusa conoscenza di Madre Celeste e della sua spiritualità. Confesso che nel mio insegnamento della teologia morale mi rifaccio spesso alle sue grandi intuizioni, a volte senza nemmeno nominarla: trovo sempre accoglienza e apertura.

Sono convinto che, per una struttura formativa come il nostro Istituto Superiore di Scienze Religiose, sviluppare l’approfondimento della Crostarosa può essere un servizio non solo alla Chiesa ma anche alla città di Foggia: Madre Celeste è un patrimonio della sua storia, non solo religiosa ma anche culturale. Occorre valorizzarlo ulteriormente. È questo l’augurio che vi faccio con tutto il cuore.


ARTICOLI DI VIA DOGANA SU CELESTE CROSTAROSA:

http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/vd-110-le-amiche-di-celeste-crostarosa/

http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/vd-108-imparare-politica-dalla-mistica/

Conversazione con Luisa Muraro

di Fabrizia Bagozzi

 

La lunga marcia del pensiero femminista in Italia. Una conversazione con Luisa Muraro che compare sull’ultimo numero in uscita della Rivista dell’Arel diretta da Mariantonietta Colimberti e interamente dedicato alle donne

Luisa Muraro, filosofa e scrittrice, è una delle massime esponenti del femminismo (non solo italiano), che ha contribuito a fondare e nel quale incarna quello che comunemente viene definito «il pensiero della differenza». Un filone di elaborazione che, che nella battaglia per le donne – al netto dei diritti – mette al centro la libertà, l’autonomia, la differenza femminile del vivere nel mondo e dell’agire in ogni campo: dalla politica passando per la cultura e le professioni fino ad arrivare al quotidiano più spicciolo. Una differenza femminile da tradurre in mainstream o per lo meno da far giocare con quello maschile, il cui pensiero e la cui visione del mondo sono ancora egemonici nella società.

Il suo è il percorso di una vita. Veneta, classe 1940, Muraro incappa nel movimento – e diviene una delle protagoniste di quello delle donne – alla fine degli anni ’60, all’Università Cattolica di Milano dove ha studiato laureandosi in filosofia della scienza e dove si era avviata alla carriera universitaria.

Da lì in poi vissuto e pensiero, “teoria e azione”, sono un tutt’uno. La nascita e l’evolversi del femminismo la vede in prima fila: combattente, come lei stessa ha avuto modo di definirsi nel suo modo di vivere – non solo agli albori – il movimento delle donne.

Promuove e anima i neogruppi di autocoscienza, sostiene e teorizza il dire e il dirsi delle donne, nel 1975 fonda insieme a Lia Cigarini quella che poi diventerà uno dei luoghi di riferimento del femminismo italiano, la Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it). Con un gruppo di filosofe dà vita alla comunità filosofica femminile Diotima.

Nel tempo scrive diversi testi ritenuti fondamentali per il pensiero femminile, a partire da quello, collettivo, firmato proprio dalla Libreria delle donne di Milano nel 1987, Non credere di avere diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Rosenberg e Sellier. Una delle sue fatiche, anche se non l’ultima, è Non è da tutti, l’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, 2011: insieme un bilancio e un manifesto di decenni di militanza, studi filosofici, incontri con pensatrici di diverso orientamento nella Libreria delle donne e in Diotima.

Lei ha sostenuto che, quando lo incontrò, contribuendo a fondarlo, il suo era un femminismo «molto combattivo». Come avvenne questo incontro sul piano vissuto personale, com’è che incendiò in lei la fiamma del combattimento?

La parola “femminismo” ha origine in quella famiglia di parole in –ismo che tanto piacevano alla cultura francese dell’Ottocento per etichettare le idee e le posizioni, trattate come farfalle da infilzare e fissare. D’altra parte, io non sono femminista secondo il significato corrente. E allora? Ho accettato la parola e il nome per stare in un campo di battaglia dove si lotta anche intorno al significato delle parole.

Nella mia storia e di altre, non tutte, fu decisiva la partecipazione al movimento del Sessantotto, in positivo («ci possiamo ribellare») ma anche in negativo: c’era qualcosa di essenziale che restava muta, il mio stesso essere una donna. Questo qualcosa entrava ogni tanto in gioco, ma era in forme non libere, per esempio, nella cosiddetta liberazione sessuale praticata al maschile. Il maschile come valore dominante è il titolo di uno dei primissimi documenti del femminismo in Italia, pubblicato nel 1969 sulla rivista Il manifesto.

Per me fu decisivo anche un altro fatto, scoprire che il pensiero femminista della “seconda ondata”, che comincia allora, fine degli anni Sessanta, era una miniera di idee nuove, e io questo cercavo fin da giovanissima per realizzarmi, avere qualcosa da pensare e da trasformare in parola pubblica.

Quando tutto ebbe inizio che cosa innescò la riflessione? Che cosa la spinse-vi spinse (con Lia Cigarini e altre compagne di strada, magari mai conosciute ma decisive, come Carla Lonzi) a produrre ragionamento pubblico – “politica” – e dunque a produrre potentemente massa critica?

Gli inizi dei grandi movimenti storici, spesso sono piccoli e oscuri. Il movimento di cui parliamo, si racconta che ebbe inizio negli Usa, anno 1966, quando un gruppo di studentesse lasciò un’assemblea sulla “questione femminile”, alla quale assistevano mute (erano l’oggetto del discorso!) per riunirsi altrove tra loro. Sarebbe così nato il primo gruppo separato di presa di coscienza e di parola da parte di donne. Sicuramente fu questo il modello più seguito, anche in Italia: donne, più o meno giovani, che si separavano da gruppi e associazioni miste per costituire piccoli gruppi di autocoscienza.

Lo facevano non per rivendicare lavoro, diritti e parità, che erano gli obiettivi di battaglie in corso, sostenute da alcuni partiti e dalle associazioni femminili. La nostra rivolta era contro il modello dell’emancipazione e contro la cultura politica, anche di sinistra, che faceva delle donne una questione di giustizia sociale, rovesciando l’ordine delle cose, perché il vero problema, ieri come oggi, è la prevaricazione maschile mediata dalla civiltà stessa, ivi compresi gli istituti di una società democratica.

Che così fosse (e così sia, ma da allora a oggi con più consapevolezza) lo rese evidente Processo per stupro di Loredana Rotondo, un docufilm trasmesso da Raidue il 26 aprile 1979.

Vi accusarono di essere privilegiate e minoritarie…

Sì, ci imputavano di appartenere a una minoranza privilegiata, ma la semplicità dei modi (uscire dall’isolamento reciproco per incontrarci in luoghi familiari dove parlare della nostra esperienza) e la radicalità dell’idea (il problema non siamo noi, sono gli uomini) aprì una strada anche a quelle donne non emancipate che avevano tutte le ragioni per reclamare dei cambiamenti nelle loro vite, specialmente nella vita familiare, limitate com’erano dagli imperativi della cultura patriarcale. E che, invece di aspettare e intanto sopportare, hanno cominciato a volere più libertà. Che è già un atto di libertà, a monte di un eventuale processo di liberazione, come insegna Hannah Arendt.

Per il femminismo si è parlato giustamente di liberazione; bisognerebbe precisare che si tratta della liberazione di corpi vivi e della loro capacità di desiderare, rispetto a condizioni e condizionamenti che ammettevano quest’ultima ma dentro margini troppo ristretti. La politica del desiderio è il titolo di un dvd prodotto nel 2010 da L’Altravista e Libreria delle donne, regia di Vigorita e Cardini, con l’ambizione di raccontare gli inizi e alcuni sviluppi della rivoluzione femminista. Altri film sono stati fatti con un intento simile, il più conosciuto è Il pane e le rose di Alina Marazzi.

Tutto troppo bello? No, furono anni con un insolitamente alto tasso di felicità femminile. Dirlo e farlo sapere, serve a tenere alte le aspettative per il futuro.

Ma c’è stato anche un prima. Il vostro fu un femminismo della “seconda ondata”. In precedenza molto fecero altre donne protagoniste di una diversa idea della condizione femminile nella società. Prima della Resistenza e dopo la Resistenza, che fu centrale perché le donne italiane vi hanno giocato un ruolo determinante. Un ruolo tale da non poter essere che riconosciuto quando, in sede politica, si dovette discutere giustappunto di diritti, a partire da quello al voto. Cosa ha significato tutto questo, fin dove portò?

Il richiamo al prima è molto importante. Si parla di un “femminismo della seconda ondata” rispetto all’ondata del sec. XIX, che fu per i diritti delle donne. L’Italia non ha conosciuto un movimento comparabile a quello anglosassone delle suffragette, ma ci sono state grandi figure, come la mazziniana Anna Maria Mozzoni, come Ersilia Maino, Laura Solera Mantegazza e altre che danno vita all’Unione femminile, tutt’ora attiva. L’epicentro di quel femminismo è tradizionalmente Milano, senza però ignorare altre città e regioni, da Torino a Palermo.

Ma, nella storia d’Italia, c’è anche un prima più vicino ed è a questo a cui lei fa riferimento. L’Italia uscita dalla Resistenza e orientata da una nuova Costituzione, ha conosciuto cambiamenti positivi anche per quel che riguarda la condizione femminile, grazie all’impegno di alcuni partiti, delle associazioni femminili e di alcune notevoli personalità. Oltre che a Nilde Iotti, pensiamo a Lina Merlin, Teresa Noce, Tina Anselmi, Giglia Tedesco, Franca Falcucci. Da qui è venuta una legislazione progressista negli ambiti che più interessano le donne, culminante nella riforma del diritto di famiglia del 1975.

Un processo che trasformò profondamente la società italiana ed ebbe come motore le donne.

Guai a sottovalutare i decenni che hanno portato agli anni Sessanta. Ma attenzione a non istituire una continuità, non capiremmo il frangente da cui si alzò l’ondata femminista. Non ci fu uno scontro, ma un urtarsi d’impostazioni non accordabili, che è quello che capita nei frangenti veri e propri, un urtarsi di grandi forze che si traducono in un’ondata verso l’alto. Ne darò una descrizione con parole giuste, spero, ma anche ingiuste, temo, nei confronti di donne che hanno meritato molto.

Dunque Tina Anselmi, Lina Merlin, Franca Falcucci fecero bene. Ma…?

Le donne impegnate a cambiare la società italiana in un senso favorevole all’umanità femminile, agivano con gli strumenti della democrazia rappresentativa previsti dalla Costituzione, senza dimenticare l’opera di educazione delle masse. Non ignoravano certi limiti della democrazia rappresentativa, ma non arrivarono alla radice della diffusa estraneità femminile verso la politica. Sapevano che ci sono disuguaglianze da combattere, ma, dietro l’apparente neutralità degli istituti democratici, non riconobbero la prevalenza del maschile. Eppure ne avevano esperienza, basta pensare a quello che sopportò Lina Merlin nella sua lotta per mettere fine alla prostituzione di Stato, o alle partigiane rimaste fuori dalla porta delle nuove formazioni politiche.

Insomma: determinate contro le diseguaglianze, ma senza mettere in discussione un sistema di regole e un’impostazione culturale stabilite dagli uomini…

A tutte quelle che volevano esserci nella sfera pubblica, la cultura dell’emancipazione insegnava a resistere alla prevaricazione maschile, ma non a riconoscere la sua natura politica, ossia l’esercizio di un dominio vero e proprio. Si ponevano obiettivi importanti, erano combattive e preparate, ma dalla propria intima esperienza non sapevano ricavare un sapere politico. Si subordinavano alla realizzazione dei programmi, alle esigenze delle organizzazioni, agli ordinamenti vigenti, e non davano sostegno alle poche ribelli. In questo modo, inconsapevolmente, non facevano che riprodurre il principio stesso della condizione che volevano cambiare, cioè il disvalore dell’esperienza femminile per se stessa. Ed è proprio questo che, a un certo punto, risultò evidente.

Quale fu la discontinuità che produsse il frangente?

In contrasto con quel tipo di politica, scartando però anche i movimenti del Sessantotto, non meno maschilisti dei partiti e del parlamento, il movimento delle donne sviluppò la politica del piccolo gruppo di parola e di ascolto fra donne, che dilagò per puro contagio, senza organizzazione. In tutto cercavamo mediazioni femminili. «Tra me e il mondo un’altra donna», dicevamo. Cominciò a farsi una rete di rapporti, con amori e amicizie. Si viaggiava per incontrare altre. Si leggeva moltissimo e si scriveva. Ci si parlava in un linguaggio apparentemente impolitico, senza obiettivi, dotato di una logica (mi pare di poterla chiamare così) il cui principio resta in vigore: è il partire da sé. Non dagli ideali, non dalle norme, non dagli interessi generali, non dagli obiettivi, ma dal vissuto e sentito, per non subordinarsi a interessi e vedute altrui.

Si formò così una “lingua delle donne” che consentiva di parlarsi a grandi distanze, da un continente all’altro. Queste pratiche ed esperienze ci trasformarono sensibilmente e rivoluzionarono il nostro rapporto con il mondo. Scoprimmo così in noi una competenza sulla realtà (il corpo, la salute, la religione, la morale, l’arte…) fino allora misconosciuta e non coltivata. Si sono aperte librerie, centri di documentazione, teatri e centri d’arte, si sono fatti convegni, memorabile quello di Paestum nel dicembre 1976, sono nate associazioni di storiche, di teologhe, filosofe, letterate. E tutto questo quasi senza soldi, sempre passando per relazioni dirette e lavoro volontario.

Partire da sé: nasceva un nuovo linguaggio. Ma in molti puntavano il dito: parlate solo di voi, parlate solo fra voi…

Credo che dall’esterno la nostra mobilitazione potesse sembrare il trionfo del soggettivismo. Ricordo un’accusa: siete autoreferenziali. Era un mondo che nasceva e non era quello degli uomini. Eravamo ormai altrove rispetto a quel tipo di società e di politica. Tutto bene? No. Senza discolparmi su altro, personalmente mi rimprovero di non essermi dedicata subito alla traduzione della nostra “lingua” nei linguaggi più comuni o riconosciuti. Non dimentichiamo tuttavia che le difficoltà della comunicazione erano accresciuta dal disinteresse della politica ufficiale per i movimenti e dalla dose non piccola di (inconsapevole?) maschilismo dei media. Ci sono stati però uomini che hanno capito e appoggiato, e donne che ci hanno dato ottimi esempi: penso con riconoscenza al lavoro giornalistico di Natalia Aspesi e alla mostra di Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia (1980).

Il movimento femminista. Quale fu il percorso, e fin dove ha portato: qual’è la soglia su cui ci si è attestate?

La continuità fra l’ondata femminista e il suo prima è apparente e proviene dal “femminismo di Stato”, ossia dalla risposta che le forze politiche progressiste cercarono di dare alla rivolta delle donne. La risposta è consistita nel riaprire il dossier del femminismo ottocentesco degli uguali diritti delle donne, con lo scopo di dargli quella piena realizzazione che, in effetti, non aveva ancora avuto. Questa è, sostanzialmente, la linea di condotta che promuovono ancor oggi l’Onu e l’Unione Europea e che ha scelto per sé anche una parte del movimento femminista, specialmente nell’Europa del nord.

Si è fatta così confusione. Per fare solo un esempio, si crede da molti che l’uso del genere grammaticale maschile anche per cariche e titoli di donne, sia stato sostenuto dalle femministe. É vero il contrario: “donna è bello”, è un tipico slogan femminista, ed è bello anche il genere grammaticale femminile.

“Femminismo di stato”, femminismo autonomo. C’è un’interazione possibile?

In parecchi casi, si è creata anche una sinergia tra le due forme di femminismo, quello promosso da agenzie politiche ufficiali e quello del movimento vero e proprio. Quest’ultimo, per distinguersi, da allora ha cominciato a chiamarsi femminismo radicale, oppure femminismo autonomo, oppure femminismo della differenza… La Libreria delle donne di Milano, per fare un esempio, è un luogo tra i più noti del femminismo autonomo, mentre la Casa internazionale delle donne di Roma incarna una sinergia (tra femminismo autonomo e il Comune di Roma). Questo vale anche per la Biblioteca e Centro di documentazione delle donne di Bologna. La comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, nata negli anni Ottanta, nasce dal femminismo autonomo ma agisce nel contesto di un’istituzione accademica che l’ha semplicemente accettata.

Per contro, i cosiddetti Women’s Studies (ideati negli Usa), sono femminismo autonomo che ha accettato d’integrarsi nelle università, alle loro condizioni. Il movimento femminista nell’Europa del nord sembra essere stato conquistato dal “femminismo di Stato”. Mi è capitato di ascoltare una femminista norvegese secondo cui lo Stato dovrebbe legiferare per imporre alla Chiesa cattolica di ammettere le donne al sacerdozio.

Quali sono i limiti che imputa al “femminismo di stato”?

Pur ammettendo la possibilità della sinergia, una come me diffida dal “femminismo di Stato”, che promuove la parità delle donne con gli uomini come se questi fossero il metro di misura, giudica più dai numeri che dall’esperienza soggettivi e agisce con mezzi esteriori. E che, per giunta, occupa spazio sui media a spese del movimento autonomo, obliterando le sue caratteristiche originali. “Obliterare” significa, letteralmente, deformare la lettera di un testo rendendolo illeggibile.

Nel pensiero delle donne, nella battaglia per le donne oggi gli orientamenti sono molti. Che idea si è fatta in proposito, secondo lei si può parlare di “femminismi”?

Per leggere quello che oggi accade di riconducibile al femminismo, io suggerisco di mettere da parte la figura di una lunga marcia. Questa figura può andare bene per la storia delle donne in Occidente dalla fine del Settecento. Quanto al femminismo, suggerisco di vederlo piuttosto come un campo di battaglia. Propongo cioè la visione di una pluralità non pacifica né concorde di fatti e idee, senza margini definiti. Il campo di battaglia del femminismo si sposta, si complica, arriva a comprendere cose fra loro distanti, come la composizione del governo, le parole e le decisioni del papa, la costituzione dell’Europa, i cambiamenti nel mondo arabo-islamico…Nel mio studio, davanti a me, tengo un quadro della serie delle Battaglie di Anghiari dell’artista Vittoria Chierici. Con i disegni lasciati da Leonardo, l’artista ha composto molte versioni di una scena di battaglia al cui centro c’è un episodio storico preciso, lo scontro per lo stendardo. Che cosa c’è scritto sullo stendardo? La risposta non è unica.

Nel campo del femminismo ci sono più letture di ciò che accade e alcune suggeriscono di parlare di femminismi, al plurale. A me questo plurale sembra smorzare la forza di un nome che è in se stesso una sfida. Lo abbiamo visto con il recente discorso all’Onu di Emma Watson, donna giovane e famosa la quale, dovendo perorare i diritti della donne, cosa scontata, a un certo punto ha parlato del suo femminismo, suscitando un’enorme sorpresa. Fra i giornalisti qualcuno ha tentato di sostenere che questo sarebbe un “nuovo” femminismo, ben diverso dal “vecchio”. Ridicolo.

Da sempre il corpo delle donne è un tema centrale per il femminismo. Ben prima e ben dopo Berlusconi, contro la cui – diciamo così – estetica femminile si è efficacemente mobilitata la piazza di Se non ora quando (non ancora divisa in due) il 13 febbraio 2011. Nel movimento femminista non si smette di discutere del corpo delle donne. Oggi, soprattutto, e piuttosto vivacemente, sulla legittimità (e addirittura sulla rivendicazione) del per così dire “uso consapevole”, anche in politica. Qual’è il suo punto di vista?

Il corpo delle donne c’entra sempre nella storia umana, siamo tutti nati da donna. Ed è naturalmente al centro del femminismo. Noi e il nostro corpo s’intitola un libro collettivo del 1971, opera del Boston Collective, che ebbe un successo mondiale, pubblicato in Italia da Feltrinelli. Vi si parla del corpo femminile con competenza, franchezza e dignità. Oggi le studentesse abitano con agio i luoghi della cultura superiore rendendoli più vivi. Più lentamente e con meno slancio, anche la scena pubblica si sta popolando di corpi femminili e perde il suo grigiore monosessuato.

Ma c’è l’altro risvolto del cambiamento in corso. Il corpo delle donne è preso dentro a tutto quello che le civiltà patriarcali in via di disfacimento non riescono più a regolamentare o a controllare, dalla maternità alla violenza maschile. La famosa Legge del padre, per quanto imputabile di grave ingiustizia verso le donne, è stata pur sempre un principio di ordine simbolico. Oggi, in bene e in male, i modi tradizionali di tenere in rapporto i corpi femminili con gli interessi e i desideri maschili, non funzionano più. Il film, poi libro, di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, illustra questo stato di disordine fattosi spettacolo televisivo.

Il nostro è un tempo di cambio di civiltà in cui agiscono anche fattori positivi, in primis il desiderio di libertà delle donne e una certa volontà maschile di voltare pagina, che tra gli uomini giovani a volte sembra cosa fatta.

Lei mi chiede di esprimere un giudizio sull’uso che una donna può fare consapevolmente del suo corpo per scopi di seduzione o altri scopi, decisi da lei stessa. Perché no? La bellezza del corpo è come l’intelligenza e altre doti, che, amministrate bene, aiutano a vivere meglio. E la moralità di simili comportamenti? Il mio impegno politico obbedisce a un criterio: che ci sia libertà femminile. Criterio semplice, che però non deve tradursi nel semplicismo. Quando ci sono di mezzo i soldi, per esempio, c’è una minaccia alla libertà e i fatti lo confermano pesantemente per quello che riguarda la prostituzione.

Per evitare indebite semplificazioni, teniamo presente che le regole in vigore non sono adeguate al gioco della libertà. Sono quelle di un mercato che mercifica praticamente tutto; quelle della cultura dello spettacolo che usa e getta; quelle della competizione generalizzata che ostacola amore e amicizia… Ignorarle sarebbe sconsiderato ma se una donna vi si conforma, diventa strumento di progetti altrui e, per se stessa, insignificante. Se una cerca di autorealizzarsi, occorre che abbia un qualche progetto personale di vita e sappia trovare delle strategie, secondo le circostanze, le proprie aspirazioni e i propri mezzi. Non c’è più un destino femminile. Il che non toglie che ci sia, ancora e sempre, la possibilità di catastrofiche traiettorie esistenziali.

Il criterio dunque è la libertà femminile. Purché ci sia davvero. Una che ha ragionato con finezza sulle regole adeguate al gioco della libertà femminile, in tempi in cui questa era scarsa, è la romanziera inglese Jane Austen. Ha scritto Sei romanzi perfetti, per usare il titolo di un saggio pubblicato proprio quest’anno dal Saggiatore, autrice Liliana Rampello la quale dimostra come, a distanza di due secoli, la scrittrice inglese, oltre che un vertice nell’arte del romanzo, sia una maestra di vita. La vecchia cultura ha fatto passare Jane Austen per una scrittrice edificante per signorine, il cinema per contro le ha reso ripetuti omaggi e la migliore cultura femminista la propone ai livelli alti del pensare, una da cui farsi istruire nel gioco della libertà.

La libertà, dilemma fondamentale. Per essere liberi serve una bussola, scrive Zigmunt Bauman. Lei ha detto: «La libertà femminile è una sfida per il tradizionale rapporto fra i sessi e trova gli uomini impreparati, ma in certa misura anche le donne». Le chiedo: la libertà delle donne è così tanto culturalmente disorientante da spingere a volte gli uomini fino a forme di violenza estrema? E ancora: quale può essere la bussola?

C’è una mirabile bussola della libertà, che è l’amore. Simone Weil ha scritto, nei primi anni Quaranta, parlando di ciò che stava accadendo all’Europa: «L’umanità è diventata folle a forza di mancanza d’amore». In polemica con altre, io sostengo che non bisogna pensare che si tratti di una bussola inservibile. Bisogna aggiornarla (uso questa parola con il significato forte che le dava papa Roncalli). Però capisco le ragioni di quelle che obiettano alla mia posizione.

In breve, molto in breve: nella condizione ingiusta fatta alle donne e nella ferita fatta all’intera umanità con questa ingiustizia, anch’io vedo la sconfitta di una civiltà sensibile all’orientamento dell’amore, e temo che sia irrimediabile. Non so se una simile civiltà sia mai esistita o se si possa dire che esiste come qualcosa di sotteso alle culture umane, qualcosa che le sostiene. Le tracce ci sono e sono molte, nonostante tutto. A scuola abbiamo letto Dante e non abbiamo dimenticato gli ultimi versi del suo capolavoro. Io suggerisco la seconda impostazione e mi chiedo: la domanda di giustizia e la ricerca di libertà che in questi decenni, in tanti modi, insistono a venire da parte delle donne, insieme alla buona volontà di quegli uomini che vogliono voltare pagina, sono abbastanza forti da non cedere alla macchina del potere che tende a prendere il posto della politica? Nel campo di battaglia di cui parlavo prima, si combatte intorno a questo.

La citazione di Weil viene da un breve scritto che s’intitola Stiamo lottando per la giustizia? che fa una luce incomparabile sui rapporti tra amore, libertà e giustizia. Simone Weil, oggi fra le autrici più care al pensiero femminista specialmente in Italia, sembra avere scarsa attenzione alla condizione femminile, eppure l’ha presente e ne fa sapeva, tant’è che, ragionando sul consenso dell’altro come condizione della giustizia, scrive: «Lo stupro è l’atroce caricatura di un amore in cui il consenso è assente». Dopo lo stupro, aggiunge, l’oppressione è la seconda situazione orribile dell’esistenza umana. La condizione fatta alle donne dava ai suoi occhi la misura della generale distanza da quello che è buono e giusto.

 

(www.europaquotidiano.it, 8 novembre 2014)

di Rossella Porcheddu

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«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini. Una frase impressa nella memoria di Maria Lai, sua allieva all’Accademia di Venezia, come raccontato in un video in mostra al Palazzo di Città di Cagliari. Non è in quello spazio, però, che ci si rende conto di quanto l’opera dell’artista sarda appartenga al luogo che l’ha vista nascere e che ha stimolato i suoi giochi di bambina.

È Ulassai, con le sue montagne e i suoi precipizi, a restituirci quel respiro che Maria Lai ha sempre cercato. E sebbene l’Ogliastra sia solo la seconda tappa di Ricucire il mondo, esposizione che ripercorre l’intera produzione dell’artista scomparsa nell’aprile del 2013, a noi sembra fondamentale partire da lì. Senza inseguire un arco temporale, piuttosto tracciando un percorso emotivo.

Ne La strada del rito pani, uccelli e pesci di pietra si rincorrono per circa sette chilometri. All’ingresso del paese, un muro alto venti metri accoglie Le capre cucite. È l’arte che dialoga con la natura, senza prendere il sopravvento su di essa, anzi, amalgamandosi ad essa.

Maria Lai, La scarpata

Si estende per trenta metri di altezza e ottanta di lunghezza La scarpata, realizzata nel 1993 per abbellire una muraglia contenitiva. Naturale è la disposizione delle pietre, altrettanto quella degli elementi in acciaio ossidante, che il vento, intervenuto a disturbare le fasi del lavoro, ha scombinato, modificando il progetto iniziale. Ed è ancora il vento a infilarsi tra le braccia del dio che si erge immobile nel Parco Eolico di Ulassai, nell’opera La cattura dell’ala del vento. Ed è l’uomo che non vuole piegare la natura ed è la natura che coadiuva l’uomo (senza voler dare alcun giudizio, in questa sede, sulla funzionalità delle pale, che tante polemiche hanno generato).

Maria Lai, La cattura dell’ala del vento

Se questi interventi ambientali ci restituiscono un’artista in ascolto della natura, c’è un’altra opera, tra quelle che compongono il Museo all’aperto, più raccolta, più intima. Addentrandoci nel paese, troviamo nella chiesa parrocchiale di Sant’Antioco quindici pannelli con le stazioni della Via Crucis. Un po’ di muffa a ricordare il tempo che passa e grovigli di fili per stilizzare la croce, per raccontare la fatica, per accennare il corpo morente. Pochi tratti per raccontare la Passione. Ed è così anche per la Sindone che troviamo al Museo Man, dove la mostra si è già conclusa (alla Stazione dell’Arte di Ulassai e al Palazzo di Città di Cagliati c’è tempo, invece, fino al 2 novembre). Adagiato a una parete, il lenzuolo è attraversato da una linea verticale che conduce al fulcro, un volto senza lineamenti, fatto di capelli, di barba e di spine.

Ed è importante sottolineare che quella di Cristo è una delle poche fisionomie umane che popolano l’arte di Maria Lai, più vicina all’informale che al figurativo. Ha fattezze umane anche Maria Pietra, protagonista di una delle favole cucite, offerta nel museo nuorese a una fruizione tattile. Guanto su una mano, le pagine di stoffa si possono toccare e sfogliare, mentre la voce di Maria Lai racconta la storia scritta da Salvatore Cambosu. Storia di una donna con abilità che vorrebbe non avere. Storia di una madre che piangendo il figlio morto impasta bambini di pane. La condizione femminile è indagata in Donne al loro posto del 1975, piccola teca con donne in gabbia esposta a Cagliari, e in una delle più celebri fiabe cucite, Il Dio distratto, esposta al Man, che vede le janas sussurrare nelle orecchie delle donne parole di libertà. E dal momento che lo sguardo di Maria Lai è raramente autoriferito, è un piacere scoprire in una piccola saletta, le Autobiografie: cornici a contenere scritture illeggibili, grovigli di fili a cadere oltre il bordo, per un timido racconto di sé.

Passando attraverso le sale del Palazzo di Città, dove, bisogna dirlo, l’allestimento non giova certo all’esposizione, s’incontra la prima produzione, i disegni, i presepi, i telai, i Pupi e le Geografie, che rimandando a luoghi e a mondi altri, puntando all’infinito da cui tutto proviene.

Salendo le scale del Man vediamo libri cuciti, telai di pietra, le carte da gioco – I luoghi dell’arte a portata di mano – per fare arte, leggere l’arte, ridefinire l’arte, e alcune foto di Legarsi alla montagna, intervento collettivo che ha visto la partecipazione dell’intero paese di Ulassai.

E se la mostra al Man, che tocca la produzione più matura, è sicuramente la più riuscita, per ideazione, allestimento e illuminazione, è alla Stazione dell’Arte di Ulassai, che per l’occasione ha riproposto l’allestimento di apertura dello spazio espositivo, nel 2006, che si conserva una delle opere più significative: Invito a tavola, realizzato per Pitti Immagine Casa nel 2004. Opera d’arte che viene offerta allo spettatore con un rituale, simile ad un invito a cena.

Tre luoghi. Tre spazi espositivi. Tre mostre per un’unica artista: un ricco banchetto per ogni invitato. A nutrirci sono quei primi segni di matita, è la curva di una pancia che culla un bambino. Sono le linee che puntano all’infinito, le regole cercate e le fiabe tramandate. Sono le parole aggrovigliate e non scritte, per quel gioco di detto e non detto di cui parlava Heidegger.

«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini, e Maria Lai ha fatto suo questo assioma. E a ricordarcelo resta, sopra ogni cosa, l’immagine dei nastri che stringono ogni casa di Ulassai all’altra e infine ricongiungono il paese alla montagna, per chiedere pace. Un’opera di cui non restano tracce visibili, se non nella memoria di chi vi ha preso parte e nelle immagini in bianco e nero di quel nastro azzurro, simbolo dell’arte, che può rendere l’uomo libero.

Scuola di scrittura pensante®

anno 2015

 

Con lezioni ex cathedra, esercitazioni e dialogo

 

 

Apriamo le iscrizioni alla Scuola di scrittura pensante, giunta al nono anno, ogni anno essendo a sé stante. Vi ricordiamo che c’è il numero chiuso. La scuola si tiene nei mesi di gennaio, febbraio e marzo, al sabato mattina. L’hanno ideata e la conducono Luisa Muraro e Clara Jourdan.

 

Chi sa scrivere (e si fa leggere volentieri) ha imparato le strade dell’andare e venire tra quello che lei o lui è dentro di sé, e quello che c’è fuori. Dentro alla mente e fuori nel mondo, dove ti trovi anche tu che scrivi. Infatti, lo scrivere non ti lascia esattamente come e dove eri prima. Un testo scritto bene fa questo doppio movimento (dentro-fuori, prima e dopo) e lo fa fare a chi legge. È questo che rende piacevole, talvolta appassionante, leggere un buon testo ma faticoso scriverlo, anche un semplice tweet.

Come s’impara? Tu sai già scrivere; occorre che impari a sfruttare meglio quello che sai. Ma come? Con l’esercizio, affinando l’orecchio e, perché no, imparando qualche trucco. Intendiamoci: se non trovi la tua strada, non capiterà niente; i trucchi del mestiere sono protesi provvisorie, come la scala che non serve più quando sei arrivata dove tu sei tu, riconoscibile e, in caso, riconosciuta.

 

Il corso comincerà sabato 10 gennaio 2015 e continuerà per tutti i sabati fino al 14 marzo compreso. Dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi 29 – 20129 Milano (tel. 0270006265). I locali sono aperti dalle 10.15. La prima mezz’ora è dedicata allo scambio informale, la lezione vera e propria comincia alle 11.

 

Suggerimenti di lettura:

Marie de Sévigné, Alla figlia lontana. Lettere 1671-1690 (Editori Riuniti 2013); Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (a cura di Liliana Rampello, Il Saggiatore 2011); John Maynard Keynes, Melchior: un nemico sconfitto (1923, in Le mie prime convinzioni, Adelphi, 2012, pp. 37-104); Immagina che il lavoro (“Sottosopra” 2009); Alison Bechdel, Sei tu mia madre? (Rizzoli 2012); Trasformare il maschile (a cura di Salvatore Deiana e Massimo Greco, Cittadella 2012); Vita Cosentino, Tam tam, (Nottetempo 2013); Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, Maam. La maternità è un master (Bur 2014).

N.B.: I testi suggeriti saranno usati in parte durante il corso, meglio averne letto qualcuno prima (a scelta).

Strumenti professionali: Piccolo manuale di editing, a cura di Ferdinando Scala e Donata Schiannini (Modern Publishing, euro 10); Il nuovo manuale di stile di Roberto Lesina (Zanichelli, euro 10,30). Una buona grammatica scolastica non farebbe male: la grammatica è la prima e ultima di tutte le tecniche di scrittura.

Luisa Muraro e Clara Jourdan

 

Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it oppure c.jourdan@tiscali.it, tel. 02 58108763. Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) presso la Libreria delle donne.

da  www.libreriamo.it

Donne e Arte, intervista a Elena Bordignon, Art blogger e fondatrice di ATPdiary

Fin dal passato, le donne hanno ricoperto un ruolo molto importante nel mondo dell’arte: numerose sono state ritratte dagli artisti, alcune erano artiste loro stesse, altre sono state collezioniste e mecenati. La nostra indagine sul mondo dell’arte al femminile muove le fila da queste considerazioni e vedrà coinvolte, per sei settimane consecutive, le donne italiane che ricoprono un ruolo di spicco nel panorama dell’arte contemporanea. Per avere una visione generale, abbiamo pensato di porre le stesse domande a tutte e sei le protagoniste, cogliendo così i diversi punti di vista. Solo l’ultima domanda è personalizzata per ognuna

MILANO – Fin dal Rinascimento, uno dei periodi più fiorenti per quanto riguarda l’arte e la cultura, le donne hanno assunto un ruolo di primissimo piano nel contesto artistico, grazie alla loro raffinatezza, al gusto, al potere economico. Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga fu ad esempio l’unica nobildonna italiana ad avere uno studiolo, a riprova della sua fama di dama colta, che preferiva gli interessi intellettuali e artistici a uno stile di vita frivolo. Nello studiolo Isabella vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni, con opere del Mantegna, di Perugino, del Correggio. Nel seicento una delle figure chiave è Artemisia Gentileschi, pittrice della scuola caravaggesca, divenuta simbolo del femminismo internazionale a causa, suo malgrado, dello stupro subito. Anche un’altra artista ha avuto una vita non poco travagliata ma nonostante ciò, è riuscita a guadagnarsi un posto privilegiato nel mondo dell’arte: Frida Kahlo. Questo per dire che le donne hanno sempre saputo ritagliarsi il proprio spazio, diventando celebri tanto quanto i colleghi maschi. Cosa dire di Ileana Sonnabend, gallerista e mercante d’arte, tra le più celebri protagoniste dell’arte del XX secolo o di Peggy Guggenheim, collezionista d’arte statunitense, che ha dato il via ad un vero e proprio impero?
Settimana scorsa abbiamo intervistato Ilaria Bonacossa, curatrice e Direttrice del Museo d’arte contemporanea Villa Croce a Genova. Tutte le interviste sono a cura di Daniele Perra.

La donna protagonista di questa settimana è Elena Bordignon, Art Blogger, fondatrice di ATPdiary. Photo Credit: Linda Fregni Nagler.

Chi sei? Descriviti.

Sono una giornalista che si occupa da oltre un decennio di arte contemporanea. Attualmente dirigo un blog/magazine d’arte contemporanea. Iniziato come un diario online ATPdiary è diventato la mia “ragione professionale”. Chi sono? Un’editrice sui generis.
Qual è il ruolo delle donne nel mondo dell’arte italiano? Differenze con l’estero?
Carismatico, intenso e determinante. Così descriverei il ruolo delle donne – penso alle artiste, alle curatrici, alle direttrici di museo e alle tante galleriste italiane – che affrontano un sistema (dell’arte nello specifico) fatto di e per soli uomini. Non voglio difendere una categoria, non credo nelle differenze di genere: nulla toglie che nell’essere umano apprezzo per lo più l’aspetto femminile. Non credo ci sia una sostanziale differenza tra il sistema italiano e quello straniero. Sia per quanto riguarda il giornalismo, la curatela, la professione di galleriste; direi che la credibilità italiana sia eguale che all’estero. Ovviamente per quanto riguarda le artiste, non possiamo contare su presenze importanti come Cindy Sherman, Louise Bourgeois e Shirin Neshat, solo per citarne alcune, ma abbiamo validissime artiste riconosciute e stimate all’estero: penso a Paola Pivi, a Vanessa Beecroft e alla grande Marisa Merz. Nel ruolo di direttrici di galleria, abbiamo molte donne capaci e “di carattere”: Paola Capata, Federica Schiavo, Francesca Minini… la lista potrebbe continuare, sia per l’alto livello del lavoro, sia per il notevole sostegno che queste donne attuano nel sistema dell’arte italiana. Ce ne fossero di più…
Essere una donna, aiuta? Pro e contro.
Credo che la sensibilità e l’intelligenza femminile siano enormemente differenti rispetto a quelle maschili. Banalmente ritengo – e ne sono abbastanza certa – che le donne abbiano caratteristiche fisiologiche ed emotive molto più adatte alla società contemporanea: adattabili, generose e “materne”. Non so se aiuta o no, so solo che sono molto consapevole dei sottili atti discriminatori che le donne subiscono quotidianamente, non solo nella società (ancora di forte valenza maschilista), ma anche e soprattutto nell’ambiente familiare e domestico. Figuriamoci nelle aziende… Il grande “contro” dell’essere donne è avere la consapevolezza di essere “superiori” agli uomini per una ragione: siamo meno portate a discriminare. Un uomo sciocco è uguale a una donna sciocca. Una donna intelligente è uguale a un uomo intelligente (solo che una donna intelligente dà molto più “fastidio”).
Un libro, un artista, un fotografo che hanno cambiato la tua vita.
Per il libro, sicuramente “Post Mortem” di Albert Caraco. Per quanto riguarda l’artista, direi Rembrandt. Ho visto un suo quadro dal vivo a Vienna decenni fa ed è stato sconvolgente. Per quanto riguarda un fotografo, direi un mio caro zio – mancato quando era poco più che adolescente. Lui è stato la prima persona che mi ha fatto scoprire la “magia” della fotografia analogica.
Che cosa suggerisci a chi vuole intraprendere la tua carriera?
Studiare, viaggiare, “curiosare”. Mai come ora apprezzo le persone preparate culturalmente. Bisognerebbe capire fin da giovani l’importanza dello studio, anche accademico. Poi, una volta adulti e impegnati professionalmente, non si riuscirà più a concentrarsi nell’apprendimento. Soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, essere preparati, conoscere, viaggiare per vedere mostre, musei, progetti, fiere ecc. è di estrema importanza.
Progetti futuri?
Non ne sono molto sicura, ma lavorare in un vivaio è uno dei progetti futuri che più mi rendono serena. Ovviamente temo che resterà un “sogno nel cassetto”… ma non si sa mai la vita cosa può riservare. Nell’immediato futuro professionale – per rispondere in maniera più realistica – ho in servo di migliorare e ampliare ATPdiary come testata giornalistica. Spero di avere l’energia e risorse concrete per poterlo fare.
Hai fondato il primo blog d’arte. Quali sono state le difficoltà? Come sei stata accolta nel mondo dell’arte?
Non ci sono state vere e proprie difficoltà. Direi che è stato faticoso imporre ATPdiary come un “serio” e veritiero portavoce dell’arte contemporanea. All’inizio non era considerato professionale e/o attendibile. Ma con il tempo, un lavoro costante e la massima serietà professionale, da “blog” ATPdiary è diventata una testata giornalistica d’arte che, senza timore, può stare accanto alle tante altre nel panorama italiano. Ne è la dimostrazione il fatto che parteciperà alla fiera d’arte di Torino, Artissima, come rivista online (unica nel suo genere).
Ovviamente è stata molto dura e ho lavorato (e sto attualmente lavorando) sodo per aumentare la visibilità e la professionalità di quello che, all’inizio, era considerato uno “scherzo” editoriale. Amici anche molto stretti, non hanno mai creduto nelle potenzialità delle riviste online. Forse perché troppo passatisti o non sufficientemente aperti a un nuovo modo di fare e diffondere informazione. All’oggi, ci sono Università, Istituti Superiori e Accademie che mi hanno invitato a raccontare la storia di ATPdiary. Ne sono molto orgogliosa e fiera. In generale il mondo dell’arte mi ha accolto con un po’ di ostilità ma, alcune realtà (pochissime) hanno creduto in me fin dall’inizio, sostenendomi anche economicamente. Devo a loro se ATPdiary è diventato un portale d’arte contemporanea con migliaia di visitatori al giorno.
In ogni caso, il “bello” deve ancora venire!

6 novembre 2014

Daniele Perra


Relazione di Giordana Masotto al convegno Acli Cisl dal titolo: “Come il cambiamento del lavoro e la crisi hanno inciso nel mutamento in atto di identità femminile e maschile e nei rapporti tra i generi”, Milano 23/5/2014


Un’osservazione preliminare sul titolo. Sul cambiamento delle donne e degli uomini ha inciso soprattutto la rivolta delle donne e un movimento che da quarant’anni non ha mai smesso di esserci e di pensare. Il conflitto è stato aperto dalle donne con un atto di separazione che è stata la rottura della segregazione identitaria (non parliamo di identità che portano solo disastri, parliamo di soggetti e di differenza). Le donne hanno agito politica in casa e sono uscite di casa. Nel frattempo il lavoro stava cambiando e siamo passati dal fordismo al postfordismo. Ma è quel movimento politico delle donne che ci fa dire: le donne sono le naturali abitanti del postfordismo; il lavoro delle donne – cioè tutto il lavoro necessario per vivere, è il lavoro del futuro; e il sapere delle donne sul lavoro e sull’economia è pensiero buono per tutti, donne e uomini. È l’irriducibile complessità delle donne che mette le basi di una soggettività politica che poi tutti stiamo cercando perché “il soggetto politico” del Novecento non c’è più, è finito.

Molte cose stanno cambiando per le donne, per gli uomini e tra di loro. Questo è un fatto. C’è bisogno di relazioni nuove e questo viene anche enunciato con forza e consapevolezza.

Ma l’altro fatto è che questi importanti cambiamenti vengono trattati perlopiù in un’area che riguarda il privato, il costume, il comportamento. E i comportamenti – anche quando sono esposti allo sguardo di tutti, commentati e discussi – rimangono privati.

Secondo me è questo il problema di cui dovremmo discutere.

Quando una quarantina di anni fa le donne hanno incominciato a dire che il privato è politico intendevano provocare un terremoto di vasta portata che lesionasse non solo le case private (dunque relazioni familiari), ma anche le strade, le fabbriche e gli uffici, i palazzi delle istituzioni e del potere. Il femminismo in questi 40 anni, ha continuato, nelle sue varie realtà, a portare avanti quel ribaltamento. Nel Gruppo lavoro abbiamo espresso quel ribaltamento con l’espressione Primum vivere che significa in primo luogo ripartire dai soggetti, dai loro bisogni e desideri. Metterli al centro. E questo vale per tutti, donne e uomini. La libertà delle donne e la rottura della divisione sessuale del lavoro cambiano priorità e paradigmi in tutti i campi: lavoro economia politica.

Dunque la domanda che mi faccio e giro alle presenti e ai presenti – ribaltando il titolo di questo incontro – è: quanto i cambiamenti che stanno avvenendo nella vita di ogni giorno, nelle relazioni donna/uomo, nell’uso del tempo, nell’immaginario, cambiano il nostro modo di agire politica? Quanto siamo disposti/e – a partire dalle nostre personali esperienze, liberandole dalla gabbia del privato e del costume – a mettere in discussione il discorso politico sul lavoro, le pratiche sindacali, le parole che usiamo?

Perché quei cambiamenti importanti con cui donne e uomini cercano di migliorare ogni giorno la qualità della loro vita si traducono così poco in un bisogno – un tempo si sarebbe detto collettivo – di connettersi ad altri, di contaminare, di cambiare le regole del gioco, di aprire conflitti e di nominarli? Insomma di fare politica?

Questa è la domanda secondo me. Altrimenti non cambia l’essenziale, quello che alcune di noi chiamano con una parola un po’ ostica il simbolico. Chiamiamolo il senso, l’interpretazione, il valore che si dà alle azioni, ai comportamenti.

Non cambia perché la realtà è potente e dà ai nostri gesti il suo senso: i sensi oggi dominanti sono il mito dell’autosufficienza dell’individuo e il soddisfacimento (che è poi consumo) dei desideri (non il desiderio come spinta verso ciò che è altro da sé). Proprio perché la realtà è potente, non basta registrare il cambio di comportamenti per cambiare la realtà e il suo senso. Certo: tra i sessi, grazie alla maggiore libertà e autonomia delle donne, c’è più collaborazione, condivisione, riconoscimento. Sicuramente nel privato. Ma non basta, se non trasforma il pensiero e la pratica politica. Sul lavoro, nell’economia, è necessario aprire un conflitto tra i sessi. Che non vuol dire ovviamente farsi la guerra: vuol dire far emergere la differenza dei soggetti sessuati, altrimenti non c’è politica.

E poi c’è un altro aspetto che vedo delinearsi.

Il maschio in crisi emerge come dato sociale nelle statistiche dei suicidi, dell’alcolismo, della criminalità, dell’abbandono scolastico. Descritti come disadattati in stato adolescenziale permanente, bambocci egocentrici instabili lagnosi, alle prese con i sempre vivi stereotipi del macho forte coraggioso e audace che ormai gli pesano addosso come macigni.

E allora che si fa? Ci si fa prendere per mano da coetanee forti che sanno reggere meglio lo stato di stress permanente, che si fanno venire le idee chiare anche se la situazione è confusa. Vedo insomma rispuntare la fatina operosa in versione agile e multitasking, flessibile e competente.

Il problema sono gli uomini, in crisi forse, ma ben aggrappati ai loro stereotipi (che nel corso dei secoli gli hanno dato tante soddisfazioni).

È un dato confermato dalle ricerche europee. Per anni la parola magica è stata conciliazione. Questo doveva essere questo l’anno europeo della conciliazione, ma è saltato con la scusa delle elezioni.

Conciliazione. Parola verso la quale sono estremamente critica perché rimanda a questo concetto: come far lavorare di più le donne nel mercato senza che vada a catafascio quel fondamentale lavoro del vivere (la manutenzione dell’esistenza) fornito per lo più dalle donne stesse, che garantisce la vita di tutti e che impegna complessivamente un numero di ore lavorate superiore a quelle che producono il Pil.

Bilancio delle politiche di conciliazione: una ricerca recente della commissione europea sull’europa 27 + Norvegia e Svizzera dice che le donne hanno aumentato il loro inserimento in ambiti professionali male dominated, mentre gli uomini non hanno di fatto compiuto il processo inverso. Sono, infatti, pochi quelli occupati nei settori dell’assistenza sociale, dell’infanzia, dell’insegnamento, della cura e assistenza agli anziani. Anche se il divario tra donne e uomini nella cura dei figli e degli anziani e nei lavori domestici si è ridotto nel corso degli ultimi 50 anni, resta prevalentemente una responsabilità delle donne. Nella media dei Paesi dell’UE27, oltre a Norvegia e Svizzera, le ore settimanali di lavoro domestico non retribuito nella classe di età 25-39 anni corrispondono a 9,2 per gli uomini e 31,8 per le donne, mentre nella classe successiva (40-54 anni) i valori scendono, rispettivamente, a 8,6 e 26,9 (Eurostat, 2009) e confermano il divario. Inoltre, a fronte in Europa di un maggior numero di ore retribuite per gli uomini, le donne lavorano un numero complessivo di ore superiore se si include il lavoro domestico.

Ci si sta rendendo conto che il problema è più complesso e di non facile soluzione.

Le ricerche concludono che gli stereotipi maschili sono più forti anche delle azioni positive come le norme sui congedi parentali (in Finlandia gli uomini usano il 6% dei congedi parentali, nei Paesi Bassi si usa molto il partime, ma lo usano le donne e non gli uomini). Per abbattere gli stereotipi maschili alcuni Paesi, tra i quali la Norvegia, hanno adottato misure dirette ai giovani. Occorre, in sintesi, concentrarsi sugli uomini, sin dalla più giovane età.

Ci si sta rendendo conto, finalmente, che la conciliazione non funziona perché il problema è più profondo. In effetti in Eu c’è stato uno spostamento dal concetto obsoleto di conciliazione come politica di genere (cioè che riguarda le donne) al concetto di work/life balance, equilibrio vita/lavoro. Noi diciamo primum vivere, ma è già un passo avanti.

Dell’equilibrio vita/lavoro oggi si dice – come se fosse un ulteriore passo avanti – che è un concetto neutro, perché rivolto a tutti e tutte. Non mi meraviglia che si parli di concetto neutro: politicamente il neutro è l’altra faccia del genere. L’idea è di superare le diversità di genere per arrivare alla persona, un concetto che dovrebbe riassorbire in sé uomini e donne. In sostanza stiamo passando da un maschile spacciato per secoli come universale, a un’idea neutra di persona, il vortice anonimo e incorporeo dell’individuo assoluto.

La crisi ormai evidente delle politiche di genere apre la porta a questo nuovo neutralismo che mette in ombra quello che dicevo prima: la debolezza e la permanenza degli stereotipi maschili, una delega strisciante alle donne. Delega che mi pare di vedere anche negli uomini più consapevoli quando si tratta di assumersi la responsabilità del conflitto politico.

Vedo con timore un universo spaccato in due: da una parte si tengono strette le redini di un potere, di un’organizzazione del lavoro e del mercato, che si lascia ben poco mettere in discussione anche quando apre a nuovi equilibri di genere. Dall’altra si delega alle donne il compito di pensare/sperimentare il nuovo, rigovernare il mondo, moralizzare, dare una ripulita.

Quello che è certo è che quello che chiedono – donne e uomini in carne e ossa– è una migliore qualità della vita.

Per leggere dentro questa richiesta, per cercare risposte è necessario guardare bene, con uno sguardo non neutrale, l’organizzazione del lavoro e del non lavoro, il peso esagerato dell’economia. La differenza tra i sessi fornisce questo sguardo: non si tratta infatti di definire diversamente delle identità sessuali femminili e maschili e neppure di cancellarle. Ma di fare posto ai soggetti consapevolmente sessuati che possono essere le donne e gli uomini di oggi. Sessuati vuol dire disponibili a mettersi in relazione con la irriducibile differenza dell’altro/a.

Non si tratta di condividere e collaborare di più. Si tratta di desiderare la relazione con la diversità dell’altro e dell’altra. Di riconoscerla prima di tutto. Come diceva una donna: si può restare con un uomo che dice di amarti ma non vuole conoscerti? È così anche in politica, in economia, nel lavoro.

È questa la vera rivoluzione delle donne: un nuovo paradigma relazionale coniugato a tutti i livelli del vivere umano, dall’organizzazione del lavoro alle forme della politica e della democrazia.

Certo è un percorso appena agli inizi. Ma la posta in gioco è questa. Niente di meno.

Non illudiamoci di poter far leva sulle donne per rinnovare un po’ se non siamo disposti/e a riconoscere che c’è un conflitto inedito da portare nel lavoro. Altrimenti le donne fanno qualcosa finché è nella loro misura, e poi se ne vanno, cambiano. Le donne di oggi sono coerenti non fedeli!

Alcune donne questo conflitto lo portano. Noi le abbiamo incontrate nell’Agorà del lavoro, una realtà nata tre anni fa per volontà del Gruppo lavoro della libreria delle donne insieme ad altri gruppi e singole donne e uomini di Milano che hanno a cuore questi cambiamenti nel lavoro. Incontri aperti, una volta al mese, per parlare di come cambia il lavoro delle donne e degli uomini tenendo come timone il fatto che l’irruzione in massa delle donne nel lavoro per il mercato cambia il lavoro per tutti.

In questi incontri, ad esempio, è accaduto di recente che abbiamo avuto come ospite Ina Praetorius. Ina – una vera rompiscatole postpatriarcale – è una pensatrice femminista, autrice di vari libri, articoli. È nata in Germania e vive in Svizzera. È dottora in teologia, madre di una figlia. Ina ha lavorato a partire dal pensiero italiano della differenza: propone di ripensare l’intera economia a partire dal fatto che il fondamento della condizione umana non è il maschio adulto indipendente, ma è il nascere totalmente bisognosi di tutto.

“Se cominciamo a ripensare l’economia a partire da questo fondamento – difficilmente contestabile – della conditio humana, allora molte cose cambiano. Perché oggi, nel tempo del fine patriarcato, viviamo ancora con un ordine simbolico che mette al centro il maschio adulto oppure uno pseudo-neutro da lui derivato: il soggetto economico “libero”, colui che partecipa al mercato, il cittadino ecc. Nella stessa logica l’economia viene sì definita come azione collettiva, basata sulla divisione del lavoro per soddisfare i bisogni umani, ma di fatto si comincia a parlare di economia a partire dai soldi, dal mercato, dallo stato e dall’età adulta, tacendo così almeno la metà delle misure atte a soddisfare i bisogni: infatti il lavoro di cura indispensabile, finora in larga misura gratuito, è il settore maggiore dell’economia, come è stato dimostrato.

Anche se una grande parte della società continua a rifiutarsi di guardare tutta l’economia, è giusto dire che solo chi ha una visione d’insieme – che comprende cura di base, lavoro volontario, mercato e forse altro ancora – e solo chi vede il nostro agire economico inserito nel cosmo vulnerabile che continua ad elargire doni, può affrontare le varie crisi del nostro tempo in modo adeguato e sviluppare soluzioni durevoli.”

Su queste basi teoriche Ina si è impegnata in Svizzera con il comitato che raccoglieva le firme per il reddito di base incondizionato e ha portato il conflitto dentro al comitato stesso proprio perché vuole dare un altro significato a questa battaglia, molto diverso da quello corrente. Un cambio di paradigma a partire da tutta l’economia e dall’idea di libertà nella dipendenza. Una strada che mette in discussione il che cosa si produce e come.

Oppure incontriamo delegate che portano dentro le rigidità delle strutture sindacali discorsi nuovi e che osano dire “il lavoro, la dignità del lavoro non è un fine, ma è un mezzo. Il fine è la qualità della vita”. Dico di +: primum vivere che vuol dire mettere in gioco la soggettività di lavoratori e lavoratrici in carne e ossa. Chi è disposto a farlo? Con tutte le ricadute che una simile impostazione può avere sull’organizzazione del lavoro e sulla contrattazione. Soprattutto quando queste donne non intendono limitarsi a politiche di genere ma si rivolgono alla politica del sindacato tout court.

In conclusione, ritornando a donne uomini e politica: il modello relazionale coniugato a tutti i livelli del vivere umano è la vera rivoluzione delle donne che apre nuove possibilità per donne e uomini. Le donne infatti hanno inventato una pratica politica che non è finalizzata alla presa del potere, ma che è basata sulla presa di coscienza e sulla modificazione delle relazioni incarnate non solo nel privato ma nei sindacati, nell’organizzazione del lavoro, nelle scelte aziendali nei rapporti sociali. Dobbiamo ripartire da lì facendo lievitare in politica questa idea.

dal 13 al 21 novembre 2014

Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano
COMUNICATO STAMPA
da Antonella Proto Giurleo
la memoria storica della buona politica e la necessità di non poterne
prescindere per il futuro di una società democratica

Cristina Rossi

Accade che un’ex insegnante si rechi al sindacato della scuola e
scopra che, per il congresso, sono stati stampati dei quaderni
particolarmente eleganti.

Accade che, tenendo in mano un quaderno, la mai sopita passione per
la carta si riaccenda ( in realtà non si è spenta mai).

Accade che un’idea frulli: ” Perché, se esistono i libri
d’artista,
non inventare i quaderni d’artista?”

Il quaderno non resta solo, la segreteria Flc ne consegna altri.

Una piccola compagine di artiste viene coinvolta e, memore dei
quaderni di scuola, si lancia in un’avventura che porta con sé il
confronto tra la memoria e la politica ( o, forse, sarebbe più
corretto dire, dati i tempi, la memoria della politica?).

I quaderni, esposti nella Sala Cesare Riva, costituiscono scrigni di
memoria, diari di lavoro, intrecci di culture, itinerari di viaggio,
idealità mantenute. Sfogliarli, con delicatezza, costituirà, per le
visitatrici e per i visitatori, un viaggio ideale tra tempo, spazio,
ricordi e speranze.

Mostra: collettiva

Titolo: Quaderni d’artista

Artiste: Giuliana Bellini, Ludovica Cattaneo, Fernanda Fedi, Gretel
Fehr, Ornella Garbin, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Antonella Prota
Giurleo, Evelina Schatz, Dana Sikorska, Rosanna Veronesi

Luogo: Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano

Inaugurazione: Giovedì 13 novembre 2014 alle ore 18 con interventi di
Caterina Spina, segretaria Flc di Milano, e Cristina Rossi, giornalista

Durata: sino a venerdì 21 novembre

Orari: giovedì e venerdì ore 10 – 12 e 17 – 19; per le scolaresche
occorre prenotare.

Curatrice: Antonella Prota Giurleo

Informazioni: Antonella Prota Giurleo a.protagiurleo@email.it 347 03 12
744

Pina Giorgio pinagiorgio2013@gmail.com 3392217378

 

 

 

 

di Simonetta Fiori

 

“Perchè mi ha scelto papa Francesco? Un mistero. Forse avrà chiesto: qual è il prete più marginale di Madrid?”. Pablo d’Ors scoppia in una risata mentre s’inerpica nella sua casa del quartiere Tetuán, una specie di torre su quattro piani che sarebbe piaciuta a Montaigne. È qui, tra il piano della biblioteca dove d’Ors compone i suoi romanzi e la cappella su in alto dove recita messa, che sta maturando un’altra rivoluzione del pontificato di Bergoglio. Finora se n’è parlato poco, anzi per niente. E per scoprirla bisogna venire a trovare questo outsider delle lettere e del sacerdozio che emana una vitalità allegra. Davvero inclassificabile, padre d’Ors. “Scrittore mistico, erotico e comico”, così lui si presenta rivelando la sua vocazione al paradosso. I suoi primi bellissimi racconti del Debutto si prendevano beffa delle letteratura mondiale, narrando le gesta di una signora slovacca che fa l’amore con i più grandi scrittori del Novecento. Pagine sorprendenti in cui si possono leggere riflessioni del genere: “Pessoa è lo scrittore che ha dormito di meno in tutta la letteratura mondiale”. Cresciuto in una famiglia colta  –  il nonno era Eugenio d’Ors, un monumento della cultura spagnola  –  Pablo s’è sempre nutrito di parole, per poi approdare alla Biografia del silenzio , un manifesto della meditazione che è diventato un caso editoriale in Spagna (tradotto da Vita e Pensiero). Non più giovanissimo, a 27 anni, dopo una vita ricca di amori, letture, viaggi anche spericolati, ha scelto il sacerdozio: ora nell’ospedale Ramón y Cajal accompagna i malati a morire. Quest’anno è stato chiamato dal Pontificio Consiglio della Cultura presieduto dal cardinal Ravasi, dove a febbraio porterà il suo mattone per la costruzione di un nuovo immenso edificio. Che incarico le è stato affidato? “Sono uno dei trenta consiglieri nominati in tutto il mondo. Ci hanno chiesto di presentare una relazione sul ruolo della donna nella Chiesa. Ormai sono maturi i tempi per percorrere nuove strade”. Si parlerà dell’apertura del sacerdozio alle donne? “Non posso dire apoditticamente di sì, ma penso che dietro la prossima riunione plenaria ci sia questa impostazione”. Lei è favorevole? “Assolutamente sì, e non sono da solo. Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole. È una ragione culturale, non metafisica”. Cosa porterebbero le donne? “La vita. E tanta ricchezza. Il cambiamento è necessario, anche perché si tratta di una discriminazione inaccettabile. Per preparare il mio lavoro ho parlato con moltissime donne di diversa estrazione sociale e culturale, cristiane e non cristiane: con una sola eccezione, tutte si sono mostrate favorevoli”. C’è ancora molta resistenza? “Sì, non solo nella curia ma anche nella base. La novità fa sempre paura. Invece un criterio importante per misurare la vitalità spirituale di una persona è la sua disponibilità al cambiamento. Resistere alla vita è un peccato perché la vita è svolgimento continuo”. Questo vale anche per la Chiesa? “Soprattutto per la Chiesa”. Lei che tipo di sacerdote è? “Sono un prete felice. Ho sentito una voce interiore. E quando vivi la vita come risposta a una vocazione provi la felicità. Questo non significa che non ci siano stati momenti difficili”. Il fatto di aver molto vissuto prima di prendere i voti… “… anche ora vivo intensamente”. Sì, ma il fatto di aver avuto molte storie d’amore la rende un sacerdote migliore? “Conoscere l’amore umano aiuta a conoscere meglio l’amore divino. Oggi posso dire che mi ha aiutato, mentre nel momento in cui lo vivevo avevo l’impressione che mi facesse male. Bisogna avere il tempo per elaborare l’esperienza”. I suoi rapporti con le gerarchie vaticane non sono stati sempre sereni. “Si riferisce ad Antonio Maria Rouco Varela, ex vescovo di Madrid? Avevamo due modi molto diversi di intendere la presenza cristiana nel mondo. Potrei sintetizzarlo in due parole: alternativa oppure dialogo. L’alternativa ti porta a una visione chiusa del cristianesimo, separato da un mondo visto come sentinella di tutti i vizi. Il dialogo significa riconoscere nel mondo anche la bellezza e il bene. Dunque non ti impongo la mia verità assoluta, ma ti invito a metterti in dialogo con me per trovare insieme la verità. Francesco è un vero pontefice perché crea ponti intorno a sé”. Oggi lei lavora nell’ospedale di Ramón y Cajal. Come si accompagna una persona a morire? “Ascoltando veramente ciò che dice, senza giudicare intellettualmente o caricare emotivamente. Ascoltare e basta, dimenticando se stessi, che è la cosa più difficile”. Lei ha detto che morire da cristiani non comporta meno angosce che morire da laici. “Un momento. Se sei davvero un credente ti aiuta. Non ti aiuta quando sei cristiano di nome ma non di cuore”. Ma si può vivere una buona vita senza Dio? “Certo che si può vivere senza un Dio. Non si vive bene senza contatto con la fonte della pienezza, si chiami Dio, essere o vita. Persone come Einstein o Rousseau non erano credenti, ma capaci di esperienze spirituali profondissime”. Lei perché scrive romanzi? Pensava a sé quando fa dire a Pessoa: “Non scrivo ciò che penso, ma scrivo per pensare”? “Uno ritiene ingenuamente che la scrittura serva per comunicare, ma questo vorrebbe dire che io so già cosa devo dire. In realtà la scrittura è rivelazione, nel senso che rivela a te stesso quello che devi scrivere. Non è un fatto solo intellettuale, ma più profondo, direi viscerale”. Ma perché poi lei è approdato all’elogio del silenzio? Non c’è un aspetto paradossale, ossimorico, nel biografare il silenzio? “Solo in apparenza. Parola e silenzio sono le due facce di una stessa medaglia. Le parole vere, quelle che hanno la possibilità di toccare l’altro, nascono dal silenzio, ossia dall’intimità con se stessi. E approdano al silenzio perché la cosa più bella, quando leggi un libro, è il bisogno di ricreare tu stesso quello che hai letto. In fondo la letteratura è un invito a tacere”. Il silenzio come l’unica etica possibile. Lei lo fa dire a Thomas Bernhard.  “Sì, per me è stato fondamentale. È Bernhard a teorizzare che tutto è citazione. La letteratura nasce dalla letteratura. Anche i miei romanzi nascono ai margini dei libri altrui”. Lei si definisce scrittore erotico, mistico e comico. Ma cosa tiene unite cose così diverse? “L’ironia è lo stile, misticismo ed erotismo sono i contenuti. Sia la mistica che l’eros cercano l’unità: ricompongono la separazione nell’unione dello spirito e dei corpi. Quanto alla leggerezza, è quella che genera l’allegria del lettore”. A proposito di leggerezza, ne Il debutto fa a pezzi Kundera e molti altri. Grandi scrittori, ma piccoli uomini. “L’ironia ha anche una funzione liberatoria. Quasi una dichiarazione di principio: ecco i miei maestri, ma non voglio restare schiacciato sotto queste bestie della letteratura”. Ma perché introdurre il tema corporale: l’organizzatrice slovacca che si lascia possedere da tutti i grandi intellettuali? “Ho voluto mostrare un inganno. Noi ci illudiamo di possedere libri e persone. Ma, dal momento che non è possibile padroneggiare tutta la letteratura, la cosa più facile è accedere al corpo degli scrittori”. La sua critica ricorrente verso gli scrittori è di preferire la scrittura alla vita. “Per molti la letteratura è un modo vicario di vivere la realtà. Credo invece che ciascuno dovrebbe fare un’opera d’arte non solo della scrittura, ma anche dalla propria vita. Thomas Mann l’ha capito benissimo. Proust e Kafka, al contrario, hanno sacrificato le loro esistenze alla letteratura”. Primum vivere. Ma i sacerdoti vivrebbero meglio con una donna al loro fianco? “I tempi sono maturi anche per questa svolta, ma è solo una mia opinione personale. E nel Pontificio Consiglio, no, di questo non si parlerà.

(la Repubblica, 5 novembre 2015)

 

[Nota di redazione: Al posto di Rousseau provate a mettere Virginia Woolf e su Thoma Mann, un bel punto di domanda: l’intervista, già buona, sarà perfetta.]

 

dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015

Comunicato Museo Pecci
Promosso da Comune di Prato e Regione Toscana

 

Museo Pecci Milano, Ripa di Porta Ticinese 113.Milano

SUZANNE LACY
Gender Agendas

14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015
Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00

La mostra di Suzanne Lacy a Milano è una produzione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, promosso da Regione Toscana e Comune di Prato in accordo con lo SpazioBorgogno. La produzione delle opere dell’artista è resa possibile grazie al sostegno di Franco Soffiantino. Partner tecnici Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo.

In attesa della riapertura della rinnovata sede di Prato, prevista per la primavera 2015, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci riparte con una nuova stagione nella sua succursale distaccata milanese, il Museo Pecci Milano, che ha sede in Ripa di Porta Ticinese 113. Con l’occasione dà il via ad una nuova linea di investigazione, dedicata a protagonisti dell’arte internazionale che abbiano svolto ricerche pionieristiche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

Sarà Suzanne Lacy, dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015, ad aprire la serie con una mostra retrospettiva tematica, intitolata Gender Agendas.

La mostra offre per la prima volta in Europa un’ampia presentazione delle opere dell’artista di Los Angeles, conosciuta come uno degli autori che fin dai primi anni Settanta, nella West Coast, hanno compiuto un lavoro cruciale mescolando l’arte emergente con l’impegno sociale. La sua attività spazia dalle esplorazioni del corpo alle riflessioni intime, fino alla strutturazione di grandi manifestazioni pubbliche che coinvolgono decine di artisti e migliaia di spettatori. È quest’ultima la parte che costituisce il filo conduttore principale della mostra, seguendo uno dei leitmotiv della sua ricerca: l’indagine sulla condizione femminile, talvolta svolta in modo più intimo, altre volte attraverso una forte carica politica e civile, nella considerazione del potere dell’arte come strumento di lotta e di promozione di idee libertarie e progressiste.

Nella mostra, curata dal nuovo direttore Fabio Cavallucci in collaborazione con Megan Steinman vengono presentati alcuni dei lavori in cui l’artista ha toccato i temi cruciali per la condizione femminile: lo sfruttamento sessuale e la violenza, l’invecchiamento e la considerazione che i media hanno della donna anziana, le questioni sociali che vanno dal razzismo alle condizioni di lavoro e di classe. Temi che se negli anni Settanta e Ottanta erano provocatori e avanguardisti, sono ancora oggi all’ordine del giorno. L’arte diviene così uno strumento utile, da una parte per scavare più profondamente i significati e le aspirazioni personali di tutte le centinaia di anonime performer che altrimenti non avrebbero accesso ai sistemi di comunicazione, dall’altra per portare ad evidenza pubblica, attraverso l’amplificazione dei media, le tematiche dei movimenti di liberazione femminili.

La mostra raccoglie i riadattamenti di alcuni tra i lavori più importanti di Suzanne Lacy. Tra questi Prostitution Notes, (1974), in cui svolgeva un’indagine sulle prostitute e sul loro sfruttamento in alcune aree di Los Angeles, con interviste nei bar e nei locali da loro frequentati. In Three Weeks in May (1977), l’artista, in accordo con la polizia di Los Angeles da cui riceveva informazioni riservate, indicava con la scritta rossa RAPE su una mappa della città i luoghi in cui avvenivano violenze sessuali contro le donne: la carta si arrossava giorno per giorno mostrando visivamente la drammaticità del problema. In Mourning and In Rage (1977) è un lavoro in cui Suzanne Lacy, insieme ad altre attiviste, nel momento in cui a Los Angeles c’era stato il brutale strangolamento di dieci donne per opera di un serial killer, si presentò davanti al municipio della città con dieci figure femminili, coperte dalla testa ai piedi con tuniche nere, ciascuna a denunciare altri tipi di violenza sulle donne, spostando la copertura dei mass media da un focus su specifiche storie delle vittime, alla cultura generale della violenza. The Crystal Quilt (1985-1987) è forse l’opera più celebre, quella con cui la Tate Modern ha deciso di aprire il nuovo spazio The Tanks dedicato all’arte performativa nel 2012. Quest’ultima performance, rappresentata ora da un time-lapse di pochi minuti, si svolse nella hall di uno shopping mall a Minneapolis, coinvolgendo 460 donne di età superiore ai sessant’anni, sedute ai tavoli disposti secondo il disegno di una grande tovaglia realizzata da Miriam Shapiro che discutevano tra loro mescolando le proprie esperienze e i propri ricordi con analisi sociologiche sul mancato utilizzo delle potenzialità della vecchiaia. Ogni dieci minuti le donne erano invitate a cambiare la posizione delle loro mani sulla tavola, modificando così il disegno della grande tovaglia. Alla fine della performance anche l’audience entra sullo stage, scompone le forme geometriche dei tavoli, trasformando l’austero ordine in una forma caleidoscopica di colori. Non mancano poi lavori più recenti, come Full Circle (1994) nel quale l’artista espone monumenti in pietra dedicati a donne importanti di Chicago e Storying Rape (2012), una discussione svolta nella City Hall della città di Los Angeles tra importanti personalità dei media, dell’associazionismo e della politica, per cercare di individuare una diversa narrativa per descrivere la violenza sessuale, che ponga la società di fronte al problema con uno sguardo meno blando. Si aggiunge infine una sezione di archivio, video e cartaceo, in cui si mostra la multiforme personalità dell’artista, con molti lavori, compresi quelli iniziali legati alle tematiche del corpo e della carne.

Suzanne Lacy si manifesta così come una pioniera che ha anticipato tanti aspetti divenuti tipici dell’arte degli anni successivi, compreso l’arte partecipativa degli anni Novanta, quella congerie di tendenze in cui il pubblico entra a far parte dell’opera, poi definite da Bourriaud “estetica relazionale”.

Con l’occasione sarà realizzato un apposito catalogo, primo di una serie pubblicata da Mousse, che riassume l’intero percorso di Suzanne Lacy, con testi di Sally Tallant, direttrice della Biennale di Liverpool, un’intervista a Suzanne Lacy realizzata da Fabio Cavallucci, e la riproduzione di gran parte dei lavori prodotti dall’artista dagli anni Settanta ad oggi.

 

Milano, ottobre 2014

INFORMAZIONI
MOSTRA: SUZANNE LACY. Gender Agendas

DURATA: 14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015

Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00

Sede: MUSEO PECCI MILANO
Ripa di Porta Ticinese 113 Milano

Orari: Da martedì a domenica dalle ore 12.00 alle ore 19.00
Chiusa il lunedì

Ingresso libero

Informazioni: Tel. 02-36695249-40 www.centropecci.it

Mostra promossa da: Regione Toscana e Comune di Prato

Prodotta da: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
In accordo con SpazioBorgogno

Partner: Franco Soffiantino

Partner tecnici: Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo

Ufficio Stampa mostra:Maria Bonmassar
maria.bonmassar@gmail.com
ufficio + 39 06 4825370 cellulare + 39 335 490311

Ufficio stampa Centro Pecci: Ivan Aiazzi i.aiazzi@centropecci.it
ufficio + 39 0574 531828 cellulare + 39 331 3174150

di Serena  Fuart

Il cinema delle donne ad Apriti Cielo!

Intervista a Laura Modini,  studiosa del mondo cinese e di cinema a regia femminile, attiva nel movimento delle donne e promotrice di incontri presso l’Associazione “Apriti Cielo!”, aventi come protagoniste donne che si cimentano con impegno e innovazione nel mondo cinematografico.

Sono in molte nonostante tutto, il loro cinema è ricco, profondo, inaspettato, semplicemente diverso da quello creato dagli uomini: sono le registe, donne che fanno cinema e che riescono fare la differenza in un mondo ancora ancorato a modelli e simbolico maschili.

Trovarsi a parlare di cinema al femminile, che poi è un cinema creato dalle donne per donne e uomini, è entrare in un universo che molto spesso spiazza, si discosta dalle logiche di pensiero del patriarcato e crea nuovi modi di vedere le cose.

Quali sono i luoghi in cui si parla di registe?

Diversi anche se non quanti meriterebbe tale arte femminile. Uno di questi è l’Associazione “Apriti Cielo!” che mensilmente propone un incontro dedicato a una regista sempre diversa a cura di Laura Modini, appassionata di cinema ma non solo, con una cultura in tale ambito ricca e profonda.

Come sono gli incontri?

Si parla delle protagoniste del cinema in modo sentito, a partire da quello che ha mosso Laura a narrare proprio di quella regista. Si discute dei lavori e della differenza prodotta dalle protagoniste degli incontri.

Per fare un esempio. Nel corso dell’ultimo incontro si è parlato di Ann Hui.

“Nata in Manciuria nel 1947 da padre cinese e madre giapponese. A cinque anni si trova a Macao poi a Hong Kong, vivendo la difficoltà dello sradicamento che racconterà in numerosi suoi film. Fu prima a girare un film sulla tragedia dei boat people e la sofferenza dei vietnamiti alla fine del conflitto. Una regista che nell’area asiatica è un nome di eccellenza (ha raccolto nella sua carriera ben 32 premi e 35 nominations). Donna estremamente determinata ha portato nel cinema di Hong Kong una creatività articolata, ricca di un tocco delicato e profondamente riferito al mondo femminile. Il suo penultimo film “A simple life” ha vinto la coppa Volpi nel 2011, e la regista è presente questo anno a Venezia come componente della giuria nonchè con il suo ultimo film”. (Da Wikipedia)I suoi film, realizzati in modo accurato, sperimentale e innovativo sviluppano il suo interesse sia in materia politica, sociale e psicologica, sia in termini di libertà delle donne. A questo proposito il suo ultimo film The Golden Era ha come protagonista la prima femminista cinese Xiao Hong.

Ma cosa ha spinto Laura a parlare proprio di Ann Hui?

“Mi colpisce che una cineasta di Hong Kong dove il cinema è destinato specificatamente all’intrattenimento e quindi i suoi prodotti sono commerciali, si sia ritagliata spazi indipendenti dove mette in evidenza problemi sociali, di adattamento e di spaesamento – ha risposto Laura – C’è da dire che a Hong Kong i problemi riguardanti l’immigrazione sono molto simili ai nostri e a quelli dei vietnamiti e i cinesi che si spostano verso la regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese. Ann si interessa inoltre dei problemi delle donne: consapevole della loro difficile situazione in Cina, si batte per creare nel governo delle possibilità di miglioramento e di libertà. Mi colpisce perché il suo è un interesse sociale ed empatico con la storia delle donne cinesi e vietnamite. E’ inoltre, come dicevo, molto attenta al problema dell’adattamento che ha vissuto in prima persona provenendo dal nord della Cina (Manciuria)”.

Come nasce l’idea di questi incontri tematici ad “Apriti Cielo!”?

“Ho tre passioni – risponde – La prima è quella per la Cina, Paese che si contraddistingue per una grande ricchezza culturale segnata però da grosse problematiche e limiti. Si tratta di popolo strutturato, l’ha capito Pearl Sydenstricker Buck, più conosciuta come Pearl S. Buck (Hillsboro, 26 giugno 1892 – Danby, 6 marzo 1973), scrittrice statunitense, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura. Pearl ha scritto, negli anni Trenta e Quaranta, tutta una serie di romanzi e documenti sulla Cina”.

Alla fine degli anni ottanta, entro in contatto con la Libreria delle donne di Milano e conosco Nilde Vinci, la quale ha dato vita all’Associazione Lucrezia Marinelli che si occupa di cinema a regia femminile, associazione in cui per 20 condivido l’entusiasmo per la conoscenza del cinema delle registe.

Negli Anni Ottanta ero bibliotecaria – racconta ancora – e, coniugando la nascente passione con il cinema delle registe e la passione per documenti e catalogazione, ho redatto L’occhio delle donne, dizionario biofilmografico delle registe che voleva essere un punto fermo sulla presa molto forte a livello mondiale delle registe anche se spesso sconosciute. Nel 2012 fondo con altre donne l’Associazione Apriti Cielo! Il desiderio era ed è di creare uno spazio articolato, in movimento, per la creatività femminile in tutti gli ambiti. Qui ho avuto la possibilità di rimettere in atto la mia passione per il cinema delle donne unita alle altre mie passioni. Ho così proposto una serie di “Conversazioni di cinema” ad ampio raggio che soddisfano appieno il mescolamento dei miei interessi.

Di chi parlerai nel prossimo incontro?

“Il prossimo incontro sarà una conversazione su Margarethe Von Trotta e la sua attrice preferita: Barbara Sukowa che nel 1982 recitò per Margarethe nel film “Rosa Luxemburg”, un personaggio che per prima seppe individuare la necessità della libertà femminile e del partire da sé nella politica, questo già nei primi 20 anni del secolo scorso.

Infine, data la tua conoscenza del cinema a regia femminile e in generale del cinema”- le ho chiesto – “cosa vorresti dire a una giovane regista?

“Direi senz’altro che il fare cinema degli uomini e delle donne è diverso, le registe che entrano in quel mondo alle volte hanno come riferimento un uomo che spesso le com-prende, spesso però sono autonome e indipendenti. Cercano altre strade, spesso sono documentariste che producono lavori a partire dal loro sentire e la loro esperienza. Manca però un lavoro di squadra che negli anni della scoperta del cinema delle donne (Anni settanta) ha contribuito non poco alla visualizzazione di un mondo fino ad allora sconosciuto.