Ambivalenza, contraddizioni e ambiguità, relazioni tra donne e legame materno, corpo e sessualità. Alimenti per il pensiero offerti dai racconti della grande romanziera Elena Ferrante. Ne parleremo insieme ad Alessandra Pigliaru a partire dagli spunti emersi al seminario estivo della Società delle Letterate.
di Nadia Pizzuti
Napoletana, artista totale, femminista. Lina Mangiacapre ha lasciato una vasta produzione come pittrice, romanziera, poeta, fotografa, musicista, sceneggiatrice, regista di cinema e di teatro, critica cinematografica, editrice.
Per lei l’arte e la creatività erano forme di lotta per la liberazione delle donne, erano già politica. Erano politiche le azioni performative delle Nemesiache – il collettivo da lei fondato nel 1970 tra Napoli, Milano, Roma e Parigi – uno dei gruppi più rappresentativi del movimento femminista, ed era politica la Rassegna del Cinema femminista di Sorrento ‘L’altro sguardo’ da lei lanciata nel 1976, primo festival del genere in Europa.
La ricerca di libertà di Lina Mangiacapre si rispecchiava nel suo look provocatorio e senza tempo: i fantasiosi abiti mitologici, dark o punk rock con cui amava coprirsi il corpo sottile, i cilindri e le bombette, i grandi occhiali a farfalla, le ciocche di capelli colorate, il suo aspetto androgino – queer ante litteram – sono rimasti impressi nella memoria di chi l’ha conosciuta.
Si firmava Némesi come fondatrice del collettivo e della cooperativa (oggi associazione) Le Tre Ghinee/Nemesiache e Màlina come pittrice. Poneva il mito al centro della sua ricerca e ideò la “psicofavola”, metodo teatrale e di autocoscienza. Nel 1987 creò il Premio Elvira Notari (ora Premio Lina Mangiacapre) tuttora assegnato alla Mostra cinematografica di Venezia; nel 1990 la Presidenza del Consiglio dei Ministri le assegnò il Premio per la cultura e nel 1996 realizzò lo spot “Da elettrici a elette” per la Presidenza del Consiglio per celebrare il 50/o anniversario del voto alle donne.
Conduceva una vita nomade tra Napoli, Roma e Parigi. Ė morta a 56 anni, il 23 maggio 2002 a Napoli, dove a breve le verrà intitolata una strada.
Fra le sue opere si ricordano i romanzi Pentesilea, Faust Fausta, Il mare sarà solo; le raccolte di poesie Donne e Unicorni e Amazzoni e Minotauri, i film Le sibille, Didone non è morta, Faust Fausta, e le opere teatrali Cenerella, Eliogabalo, Siamo tutte prigioniere politiche.
Per maggiori informazioni il sito ufficiale è http://www.linamangiacapre.it/
IL PROGETTO
Il documentario – che avrà una durata di circa 50 minuti – coglierà la figura di Lina Mangiacapre nelle sue metamorfosi, esplorando percorsi fra loro collegati e valorizzando la sua verve ironica e a tratti giocosa. Sarà un film quasi interamente di montaggio, senza testimonianze dirette. Il filo narrativo e la ricostruzione del suo universo saranno affidati in gran parte alle sue parole, ai testi e alle poesie, alle immagini, alle voci e alla musica, con il coinvolgimento delle Nemesiache, che racconteranno qualcosa di lei scegliendo ciascuna una propria forma espressiva. Ci saranno anche alcune vignette e un paio di scene di animazione ed è previsto l’utilizzo di voci fuori campo.
1) Transfemminismo
Concetto derivante dall’identificazione di Lina con la figura dell’androgino. Ė alla base del romanzo ‘Faust Fausta’, del ‘Cabaret delle Nemesiache’ e di azioni quali l’irruzione delle Nemesiache con abiti maschili durante un convegno a Napoli nel 1982.
2) Corpo Mare
Denuncia dell’inquinamento ambientale e riappropriazione artistica del territorio mitico-archeologico e contemporaneo a Napoli e ai Campi Flegrei.
3) Ci sono guerre sorella che non si possono non combattere
La storia militante di Lina dopo il ’68, l’arte come strumento politico, le manifestazioni femministe, il lavoro con le donne ricoverate nell’ospedale del Frullone a Napoli, le performances e le azioni teatrali assieme alle Nemesiache.
4) Il cinema sarà la nostra vendetta
La ricerca di Lina sul cinema come “sintesi di tutte le arti”, la rassegna femminista di Sorrento, i suoi film.
SCHEDA TECNICA E ARTISTICA
Regia: Nadia Pizzuti
Soggetto: Tristana Dini e Nadia Pizzuti
Sceneggiatura: Nadia Pizzuti
Musiche: Lina Mangiacapre con Le Nemesiache, Stefania Tarantino.
Direttore della fotografia: Emanuela Pirelli
Vignette e animazione: Susanna Martín
Voci fuori campo: Cristina Donadio, Enza Di Blasio, Teresa Mangiacapra (Nemesiache)
Aiuto regista: Lina Cascella
Montaggio: Sara Pazienti
Comunicazione social: Nicolette Mandarano
Il progetto si avvale della collaborazione di Teresa Mangiacapra con l’associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache e del collettivo Adateoriafemminista.
PERCHE’ SOSTENERE IL PROGETTO?
PERCHE’ è importante riattualizzare il ricordo di persone che hanno lasciato un segno nell’immaginario di una comunità, divulgandolo a un pubblico più ampio.
PERCHE’ la bella accoglienza ricevuta dal mio documentario, “Amica nostra Angela”, dedicato alla filosofa femminista napoletana Angela Putino, mi ha incoraggiata a lanciarmi in un progetto su un’altra donna che ha indicato percorsi originali per la libertà femminile e che, pur avendo un ampio raggio d’azione, era fortemente radicata nel territorio. Vorrei dunque aggiungere un tassello alle ricerche – anche accademiche – in corso su Lina Mangiacapre.
PERCHE’ Questo progetto è stato lanciato anche grazie all’entusiasmo e alla collaborazione di giovani donne precarie, napoletane e romane. E l’intento è quello di realizzarlo interamente con professionalità femminili.
La campagna di crowdfunding servirà a sostenere la prima fase del progetto – inclusi i compensi per le persone che vi stanno già lavorando – e una parte delle spese di postproduzione.
Allora DONATE, DONATE, DONATE quanto potete o volete, anche solo 5 euro. Sommato ad altri il vostro piccolo contributo non sarà solo una goccia nel mare!
https://www.produzionidalbasso.com/project/lina-mangiacapre-artista-del-femminismo/
NOTA BENE:
Se non hai un account paypal ma vuoi sostenere il progetto puoi fare un versamento tramite bonifico bancario a:
Nadia Pizzuti CHE BANCA IBAN: IT 74 P 03058 01604 100571275289
mettendo nella causale: donazione documentario
CHI SONO
Giornalista, cineasta e scrittrice. Nata a Roma nel 1957, mi sono laureata in scienze politiche a Bologna e ho studiato cinema a Parigi. Negli anni Novanta ho diretto la sede dell’agenzia ANSA a Teheran, prima corrispondente donna della stampa internazionale accreditata nell’Iran post-rivoluzionario. Da tale esperienza ho tratto ispirazione per un saggio Mille e un giorno con gli ayatollah (Datanews 2002), e un romanzo-verità, Il giardino di Shahrzad (Il Dito e la Luna, 2006), pubblicato anche in Francia e Spagna.
Alla fine degli anni Novanta ho scritto e realizzato alcuni cortometraggi con il gruppo femminista romano ‘Una volta per tutte’, tra cui Carte false, presentato al Festival internazionale del film lesbico e femminista di Parigi, e Vicine di casa, dedicato alle donne della ex Jugoslavia. Una mia sceneggiatura, Idillio, ha avuto una segnalazione della giuria al Festival Internazionale Gay e Lesbico di Torino (1996).
Nel 2011 ho lasciato l’ANSA e sono tornata a dedicarmi al cinema, organizzando tra l’altro una rassegna intitolata Cinepioniere, da Alice Guy a Dorothy Arzner alla Casa internazionale delle donne di Roma, poi portata all’estero. Nel 2012 ho realizzato il documentario Amica nostra Angela, dedicato alla filosofa femminista napoletana Angela Putino. Il film è stato presentato in molte città italiane e in due rassegne, tra cui il festival di cinema Some Prefer Cake di Bologna.
L’ASSOCIAZIONE LE TRE GHINEE/NEMESIACHE
L’associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache prosegue un percorso iniziato nei primi anni ’70 come cooperativa. Fondato da Lina Mangiacapre a Napoli, il collettivo poneva la creatività al centro del proprio lavoro politico e si è sviluppato attraverso il teatro e altre forme artistiche a Roma, Milano e Parigi. Ha svolto numerose attività, tra cui la pubblicazione di “Manifesta”, un trimestrale aperto alla riflessione teorica e filosofica, alla ricerca sull’immagine filmica e sulle arti visive, sulla poesia e la scrittura; l’organizzazione di rassegne cinematografiche, la produzione e distribuzione di corti e lungometraggi, l’editoria, la realizzazione di mostre d’arte multimediale e l’assegnazione, nell’ambito della Mostra Internazionale del cinema di Venezia, del premio Elvira Notari (oggi intitolato a Lina Mangiacapre) al film che mette in rilievo l’immagine della donna in una diversa chiave interpretativa, protagonista e non vittima della storia. La consegna del premio avviene a Napoli.
http://www.linamangiacapre.it
ADATEORIAFEMMINISTA
Adateoriafemminista è una rivista online fondata nel 2006 da Angela Putino e Lucia Mastrodomenico. La proposta politica di Ada è quella di fare teoria agganciandosi alle pratiche, di precisare punti di avvistamento a partire dalle teorie femministe. Il collettivo di redazione s’incontra a Napoli intrecciando la passione per la teoria con l’amore critico per la città. Si sperimentano letture del reale a partire da teorie e pratiche femministe “situate” a sud. Il collettivo è formato da Maria Rosaria Corcione (direttora) Maria Vittoria Montemurro, Nadia Nappo, Tristana Dini, Stefania Tarantino, Stefano Perna.
(www.adateoriafemminista.it, 12/12/2014)
di Luisa Muraro
Barbara Bonomi Romagnoli scrive: essere femministe vuol dire voler cambiare, insieme, un mondo che non ci piace. Sono d’accordo con lei e sono femminista come lei. Sia chiaro, io condivido non il progetto titanico di rifare il mondo, ma l’idea di lottare praticamente contro la logica del potere (profitto, competizione, rapporti di forza), a partire da me, facendomi forte delle relazioni che ho con altre e altri. Vorrei aggiungere che il mondo sta cambiando comunque. Il movimento femminista c’entra con questo cambiamento, ma bisogna vedere come. La mia polemica nell’intervista di Giovanna Pezzuoli era nei confronti di quelle donne che vengono promosse con la logica della parità e della cooptazione. La mia polemica era con il femminismo di Stato che promuove delle eterne seconde (sottinteso: rispetto agli uomini).
Dalle parole di Barbara B.R. deduco però che mi sono spiegata male, malissimo, infatti lei mi accusa di un mancato riconoscimento verso quelle come lei, che vogliono cambiare il mondo. Al contrario!
Ma, precisato questo, mi resta l’impressione profonda che la cosa non si riduca a un equivoco. Non si tratta cioè, da parte di Barbara e di altre che le danno ragione, di un attacco limitato a quell’intervista e neanche di un attacco personale a me. Ho l’impressione piuttosto che quello sia stato un pretesto per una polemica più grande di me, che però mi riguarda da vicino. Ma da dove nasce e qual è il punto in questione?
Credo che la risposta si nasconda in quell’immagine dell’osso che troviamo nel testo di Barbara B.R.: le eterne prime (le vecchie femministe come me?) non mollano l’osso e di conseguenza ci sono femministe (come lei, cioè le più giovani?) che restano eterne seconde. Così si esprime.
Non sono un muro di gomma, la violenza delle parole e dei sentimenti di una donna la sento. Ma non mi abbatto: la pratica di relazione ci insegna ad ascoltare e a pensarci. Ecco le ipotesi che ho fatto sul significato dell’osso conteso.
La prima ipotesi è molto simbolica, quasi metafisica. L’osso potrebbe essere l’appartenenza alla “generazione fortunata”, delle nate tra il 1935 e il 1955: donne chiamate a innovare profondamente l’umanità cambiando i rapporti fra i sessi in un senso favorevole alla libertà femminile. Le nate dopo si collocano fatalmente nel seguito di questa impresa.
Seconda ipotesi. La contesa per l’osso nasce da una sottrazione indebita. In altre parole, le femministe come me hanno vissuto, negli anni Settanta e Ottanta, un’esperienza di felicità che non hanno saputo trasmettere… per avarizia? Abbiamo mancato a una responsabilità politica… per insipienza?
Terza ipotesi. Non c’è una contesa vera e propria e la mancanza di cui parla la seconda ipotesi sarebbe propriamente un difetto d’amore. Non parlo dell’amore sentimentale ma dell’amore come componente della passione politica, componente necessaria specialmente alle donne, in quanto meno sensibili degli uomini alla attrazione del potere. Tra i progetti che ormai restano nel limbo di Via Dogana, io ne ho concepito uno che poteva tradursi in un titolo così: Donne, amate le imprese delle altre donne.
La questione va posta con o senza Via Dogana. Penso alla mappatura dei femminismi in Italia, fatta da Barbara B.R.: come lei sospetta, io non ne sapevo nulla, dunque qualcosa non ha funzionato nella trasmissione della notizia. Altro esempio, preso dalla stessa fonte, è il convegno nazionale di Firenze, il 6-8 dicembre, promosso dalla Società delle letterate e dal Giardino dei ciliegi, di cui questo sito non ha dato notizia perché non ne sapeva nulla. Eppure la notizia c’era sul manifesto del 5 dicembre e la Libreria delle donne è abbonata al manifesto: anche qui, qualcosa non ha funzionato… Il rimedio non è l’organizzazione, credo che siamo d’accordo. Il rimedio è la passione politica, una passione impastata di amore per le imprese delle altre.
(www.libreriadelledonne.it, 12 dicembre 2014)
di Casimira Furlani (detta Mira)
“Apriamo la Chiesa alle donne sacerdote”, così s’intitola l’intervista di Simonetta Fiori a Padre d’Ors, per conto del quotidiano Repubblica e pubblicata il 12 novembre scorso su questo sito. Chi è Padre d’Ors? È un prete spagnolo, chiamato da papa Francesco al Pontificio Consiglio della Cultura con l’incarico di presentare una relazione, insieme ad altri trenta consiglieri, sul ruolo della donna nella Chiesa. Alla domanda se è favorevole all’apertura del sacerdozio alle donne egli ha risposto: Assolutamente sì … Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole. E’ una ragione culturale, non metafisica.
La sua posizione può sembrare avanzata, invece, a mio avviso, é ingannevole. Egli auspica che si conceda alle donne un’investitura sacrale storicamente ideata e culturalmente imposta da un’istituzione tutta al maschile. Che cosa significa aprire la Chiesa alle donne sacerdote? Significa poter entrarci alle condizioni date, quindi omologarsi in tutto e per tutto al maschile? Significa supplire alla carenza delle vocazioni sacerdotali maschili? Ci sono due problemi fondamentali che ancora poche donne e pochissimi uomini vedono, di cui però sempre più bisognerà tener conto quando parliamo di donne, soprattutto di donne sacerdote: la libertà femminile e la differenza uomo/donna.
Ma c’è altro ancora: il sacerdozio concesso alle donne dall’alto di un’istituzione culturale tutta maschile come la Chiesa cattolica romana, sarebbe (dopo una prima fase di disagio), un bel regalo a chi intende impedire che la Chiesa cessi di essere istituzione per diventare comunità di comunità, popolo di Dio senza “funzionari” consacrati (uomini o donne che siano). Questa è la convinzione che sta alla base della nascita delle Comunità cristiane di base in Italia e in Europa, comunità che anch’io ho contribuito a far nascere negli anni ‘60, a cui oggi aderisco come donna che ha fatto il salto della differenza sacerdotale, celebrando e predicando in libertà, una libertà che ormai molte donne di fede cristiana si sono presa senza attendere che si aprissero improbabili chiavistelli da parte della Chiesa cattolica ufficiale.
E’ dal 1987 che gruppi di donne delle Comunità cristiane di base, ma non solo, celebrano insieme l’Eucarestia, mettendo in primo piano la differenza uomo/donna che emerge soprattutto nella lettura del Nuovo Testamento, ma anche nel Vecchio. Grazie all’interpretazione e lo studio della Parola da parte di donne teologhe e non teologhe, sempre più è cresciuto il desiderio femminile di offrire l’Eucarestia fatta di pane, vino e parola come servizio verso la Comunità, quella che si riunisce nel nome del Signore, perché Gesù disse: quando due o tre si riuniranno nel mio nome Io sarò in mezzo a loro.
Le porte erano già aperte e noi ci siamo prese la libertà di entrare.
Casimira Furlani (detta Mira)
Isolotto – Firenze
di TK Brambilla
È appena passato il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e proprio in questa occasione Angela Azzaro, Anna Paola Concia e Eretica, in un articolo di cui sono coautrici, hanno posto al centro della discussione l’uso strumentale della donna vittima di violenza maschile. Capisco il rischio di semplificazione e strumentalizzazione che la ritualità di questi eventi porta con sé ma più forte ancora mi appare il rischio di cedere alla tentazione della rimozione.
Alla dicotomia vittima/strega non si può rispondere proponendone una nuova, che mette in concorrenza la donna debole con la donna forte.
Sono convinta che sia importante non perdere di vista i guadagni ottenuti dalla politica delle donne e mostrare le eccellenze femminili, perché autorizzino le donne e soprattutto le giovani donne a desiderare e realizzare quella eccellenza.
Ma, come ricorda Luisa Muraro nella sua riflessione che apre l’incontro “Stiamo tornando al vittimismo?”, le donne vittime della violenza maschile esistono e sono tra noi, vicinissime. Nonostante la negazione e rimozione da cui siamo tentate, per farne figure sbiadite magari abbandonate al vittimismo, lontane da noi, donne forti e liberate. Ed è questa una mistificazione che la semplificatrice costruzione della donna forte contrapposta alla donna debole porta con sé. I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza.
L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile. Non voglio quindi dirle di farsi da parte perché la sua immagine indebolisce la mia. Le riconosco grande forza e coraggio perché si mostra per giudicare e non per essere, ancora e ancora, giudicata. È da qui che inizia la risposta alla richiesta di giustizia.
In questa direzione ho trovato particolarmente illuminante “L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, che si spinge ancora oltre, riprendendo un controverso capitolo del libro di María Milagros Rivera Garretas, Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, per riconoscere come movente del comportamento della donna maltrattata che non denuncia, un di più femminile, l’amore e la predilezione, storicamente determinata, per la relazione. Un riconoscimento che, restando sul piano del simbolico, prescinde dall’esito di quel comportamento e quindi dal giudizio su quel comportamento, che compete al piano dell’etica. È chiaro quindi che non si stabilisce che sia giusto rimanere con l’uomo che maltratta ma semplicemente si restituisce dignità a chi, come ha ricordato Luisa Muraro, ha patito e patisce perché ha amato o cercato di amare.
Naturalmente ci sono anche i condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza. Occorre però guardare a cosa c’è prima di questo: non debolezza e miseria ma grandezza femminile.
È un passaggio che a me sta particolarmente a cuore perché io credo che alle donne non è la forza che manca, quello di cui invece abbiamo bisogno è imparare ad amarci di più.
di Giovanna Pezzuoli
«Ci siamo fermate per pensare, come un treno che sosta nella campagna. Ma poi si riparte? si chiedono i viaggiatori. La risposta non è necessariamente sì, potremmo anche decidere di fare altre cose…». Luisa Muraro, filosofa e scrittrice italiana, usa una semplice metafora per raccontare una decisione inaspettata e (per molte donne) sconcertante, la chiusura della storica rivista Via Dogana, tra le voci più autorevoli del femminismo della differenza. Ventiquattro anni di riflessioni, senza contare i primi numeri del lontano 1980. Sconcertante e per certi versi misteriosa perché, come è scritto nell’ultima pagina dell’ultimo numero appena stampato, non è una questione di soldi (il bilancio è in attivo), né di passaggio all’on-line (esiste già il sito www.libreriadelledonne.it), né di contrasti interni. Il problema è la rispondenza meno forte e meno sentita fra la rivista e quello che siamo oggi. «Le donne sono ovunque» recita il titolo del numero 111 con le donne del Mali che danzano in copertina. E dunque occorre percorrere strade nuove.
Come scrive Vita Cosentino nell’editoriale, è un cambiamento che ci invita a prestare attenzione a situazioni (alcune non viste) altre drammaticamente presenti (come il fanatismo religioso armato). Un processo che richiede forme politiche inedite che ispirino e/o coincidano con nuove forme di convivenza nel tentativo di capire come sia possibile uscire dalla logica dei rapporti di forza. Precisa il comunicato dell’ultima pagina: «La scommessa del primo numero di questa serie, cominciata nel giugno 1991, resta aperta: la politica è la politica delle donne. La decisione ora presa di fermarci, sarà di aiuto a rigiuocarla meglio? È un rischio che, insieme alle altre, abbiamo accettato di correre; meglio fermarsi piuttosto che entrare nel ciclo della ripetizione restando attaccate a noi stesse più che alla realtà che cambia». Un cambiamento cui la rivista ha contribuito con la certezza di non essere ancora arrivate in porto perché l’essenziale non è raggiunto.
Dice Luisa Muraro: «Nella società di oggi vedo luci e ombre: rispetto ai turbamenti e agli squilibri, fecondi anche per gli uomini seppure difficili da gestire, portati da molte femministe negli anni Settanta, oggi altri squilibri premono… L’equiparazione delle donne agli uomini è un processo avviato sui suoi binari con soddisfazione in molti campi ma è anche foriero di nuove ingiustizie per le donne. Che sono chiamate ad adeguarsi a una cultura e a una politica disgraziate. Certo, l’equiparazione mette a posto qualcosa, le disuguaglianze erano fonte di clamorose ingiustizie e risentimenti. La visibilità pubblica è un dato positivo come i buoni risultati raggiunti nel mondo della genitorialità con gli uomini sempre più coinvolti»
Eppure restano irrisolti i nodi di fondo. Prosegue Luisa Muraro: «Alle donne viene chiesto di adattarsi a un mercato del lavoro che è ingiusto verso tutti e a una politica discreditata, qui in Italia più che altrove. La stessa cosa accade nelle religioni: in una società decristianizzata come quella europea, le donne vengono chiamate a fare i vescovi… Tra poco potrebbe accadere anche nella chiesa cattolica. Le donne cioè vengono invitate a fare da supporto a qualcosa molto malmesso. E quindi sacrificano le possibilità in più che hanno. Facevano una figura migliore Tina Anselmi o Nilde Iotti! Le donne oggi non possono far fiorire le loro doti».
Che fare dunque davanti a tutto questo? Un numero ricco, innanzitutto, che cerca di trovare una spiegazione all’affermarsi del sedicente stato islamico, una barbarie di cui i musulmani e le donne sono le prime vittime, come scrive Aicha El Hajjami. E approfondisce le diverse politiche nei confronti della prostituzione, dal proibizionismo svedese alla legalizzazione tedesca. O ancora descrive due grandi senza autocelebrazioni, Maria Giovanna Piano e Mariolina Fusco, a capo di un’impresa che ha messo al centro il lavoro e colloca la Sardegna in una dimensione europea, l’IFOLD (Istituto formazione lavoro donne).
Ora è comprensibile che le singole donne spendano le loro energie per inserirsi e adattarsi, ma la rivista mantiene la sua radicalità di pensiero. E dunque per quanto sia apprezzata non trova più sufficiente rispondenza presso le donne. E gli uomini? Risponde Luisa: «Presso gli uomini non abbiamo mai trovato una rispondenza adeguata, né a destra, né a sinistra, dove persiste una tenace misoginia, una sorta di omosessualità mentale. Certo, c’è sempre stata una minoranza di uomini amici delle donne che hanno intuito come la presenza femminile sia essenziale per l’umanità»
Fermarsi per pensare, dunque, ma non solo. «Io personalmente – conclude Luisa Muraro – voglio fare posto a quelle più giovani o più silenziose che finora hanno delegato a parlare donne come me. Questa delega non va bene, per questo ho fatto un passo indietro. La decisione di chiudere è stata accettata, ma non tutte erano d’accordo. Sono arrivate qui per discutere da tutt’Italia e alcune avrebbero voluto continuare. In fondo è solo finita la seconda serie: è possibile riprendere con un nuovo slancio e nuove idee, ma questa volta senza di me!»
(27esimaora.corriere.it, 6 dicembre 2014)
Sabato 8 novembre 2014, presso la sala conferenze del Museo Civico di Chioggia, nell’ambito del ciclo di incontri Libertà femminile per il cambiamento, promosso da Insieme Ar Te – Amare Chioggia e il suo territorio, in collaborazione con l’assessorato alle Pari Opportunità della Città di Chioggia, Alessandra De Perini dell’associazione Le Vicine di casa di Mestre e l’arcivescovo emerito di Gorizia-Aquileia, Dino De Antoni, hanno discusso di fronte a un ampio pubblico dell’ultimo libro di Luisa Muraro: Autorità.
di Alessandra De Perini
Prima di entrare nel merito del libro Autorità di Luisa Muraro, voglio dire alcune cose che ritengo importanti per farvi capire in che rapporto sono io con il testo di cui vi parlerò, insieme all’arcivescovo emerito di Gorizia Dino De Antoni che ringrazio perché ha accettato un compito, secondo me, molto difficile per un uomo, e in particolare per un uomo di Chiesa: confrontarsi con il pensiero radicale di una donna che è punto di riferimento del femminismo della differenza italiano e internazionale. L’autrice sarebbe contenta di essere qui oggi perché da molto tempo ormai il femminismo della differenza è andato oltre la pratica di mettersi in relazione e di parlarsi solo tra donne e ha messo in atto la scommessa di un mondo abitato dai due sessi, dove donne e uomini si parlano ognuna, ognuno a partire da sé, in fedeltà al proprio sesso. Luisa Muraro ha raccolto e messo in pratica la sfida lanciata dalla grande femminista italiana Carla Lonzi negli anni Settanta quando affermò che le donne, se volevano dare vita a una nuova civiltà, dovevano porsi su un altro piano rispetto alle logiche strumentali del potere e dei rapporti di forza, fare tabula rasa dei miti e dei pregiudizi ereditati dalla cultura patriarcale ma, al tempo stesso, essere in grado di confrontarsi con le espressioni più alte della soggettività maschile: arte, religione, filosofia, scienza, diritto.
Ritornando al mio rapporto con il libro, voglio dire che mi riconosco in gran parte dei suoi contenuti, soprattutto lì dove Luisa Muraro parla dell’autorità come una pratica politica di relazione. Sono una delle tante donne che, a partire dai primi anni Ottanta, ha accolto la parola di Muraro come una vera e propria fonte autorevole per orientare la propria vita e azione politica. Il riconoscimento di autorità nei confronti di Luisa Muraro non si è, però, fermato lì: ha comportato, a mia volta, un’assunzione di autorità e così via, altre ancora, a loro volta, mi hanno riconosciuto autorità e se la sono assunta. In questo senso si può dire che l’autorità di origine femminile non è un monumento, ma una figura dello scambio.
L’ultima premessa che ritengo importante riguarda il percorso che ha portato Luisa Muraro a dire la parola “autorità”. Lei questa parola ha potuto dirla perché è radicata, insieme a molte altre, in un movimento di trasformazione della realtà che è iniziato negli anni Settanta, ma continua ancora oggi nel pensiero e nella politica della differenza, nel femminismo radicale, per intenderci, quello dell’autocoscienza, della pratica di relazioni e del partire da sé, non il femminismo delle grandi manifestazioni di protesta e delle rivendicazioni di parità e diritti.
All’inizio del percorso di presa di coscienza, molte di noi hanno combattuto l’autorità, in particolare quella delle grandi istituzioni di origine maschile, come la Chiesa, la Legge, la Filosofia, la scienza, la medicina, che per secoli hanno preteso di dire chi è e che cosa vuole una donna e dato per scontata la superiorità maschile sul corpo femminile fecondo. C’è stato un periodo di scoperta, entusiasmo, euforia in cui eravamo tutte sullo stesso piano, senza differenze significative riconosciute, unite contro il potere patriarcale e ogni forma di autorità maschile sulle nostre vite (padre, marito, fratello, sacerdote, medico, avvocato, professore). Verso la fine degli anni Settanta, però, i conflitti laceranti, le rotture dolorose nei gruppi separati di donne hanno portato a riflettere sulle ragioni di tali conflitti e lì c’è stato un passaggio fondamentale, paragonabile al passaggio del Mar Rosso: i conflitti tra donne riportarono a galla l’antico rapporto irrisolto con la madre. I rapporti tra donne vissuti nell’ambito ristretto della famiglia o giocati solo in termini affettivi, amicali, privi di una dimensione pubblica, politica, erano di fatto rapporti senza libertà, senza trascendenza, regolati da un principio maschile di autorità che li rendeva superflui. Bisognava andare oltre la logica della semplice solidarietà tra donne, dell’essere tutte uguali e ritrovare il filo della felicità e della vera libertà nei rapporti tra donne, in particolare tra madri e figlie, ponendo fine alla vendetta internazionale delle figlie contro le madri, delle nuore contro le suocere, delle donne più giovani contro le più vecchie e sagge e via di seguito. Nel ragionare sul rapporto con la madre, si è scoperta la disparità: abbiamo avuto tutte e tutti bisogno di una donna più grande di noi per nascere, per imparare a parlare e per crescere. Le donne non sono tutte uguali, alcune sono più grandi di altre, alcune hanno più desiderio, più sapere, più capacità di lettura della realtà, più coraggio di esporsi pubblicamente, più radicalità di giudizio. Di qui la ricerca sulle grandi scrittrici, chiamate “madri simboliche” (Jane Austin, Virginia Woolf…) e, in seguito, la ricerca sulle grandi pensatrici del Novecento (Simone Weil, Hannah Arendt, Edith Stein, Maria Zambrano…) o sulle grandi mistiche che hanno parlato di Dio in lingua materna. La scoperta della dimensione simbolica nei rapporti tra donne comportò la fine del mito della sorellanza e la messa al lavoro della nozione di “disparità” che, una volta riconosciuta, veniva messa in circolo come vantaggio per tutte. Fu l’inizio di un’economia, di uno scambio valorizzante tra donne: «Non amarmi, dammi valore!» Questo il titolo di un testo che circolava all’inizio degli anni Ottanta e che fu per me una pietra miliare. L’autorizzazione di un’altra donna, innanzitutto quella della madre, è per ogni donna fondamentale per stare al mondo in fedeltà a sé, per crescere secondo i propri desideri, per non omologarsi ai valori e alle logiche di origine maschile.
Per merito dell’autorità femminile le donne oggi non si presentano più come vittime che reclamano risarcimento, non si mettono più, dice Luisa Muraro, dalla parte muta e perdente dell’umanità, non assumono l’uomo come misura di riferimento del proprio valore, perciò non rivendicano parità, ma scommettono sul valore della differenza, non sono più costrette a cancellare, rendere invisibile e indifferente, in nome del mito astratto dell’uguaglianza che cancella i corpi di donne e uomini, il proprio essere di sesso femminile. Oggi le donne parlano e pensano a partire da sé, desiderano in grande e richiamano l’uomo alla propria differenza, gli chiedono di essere se stesso, di non parlare in astratto, a nome di tutta l’umanità, ma a partire da sé, dai dati della propria esperienza.
Negli anni Novanta è così iniziata una presa di coscienza maschile che oggi sta dando i suoi frutti: nuovi padri, compagni attenti, insegnanti rispettosi della differenza, scienziati, medici, pensatori che riconoscono il valore delle donne (per esempio il famoso oncologo Umberto Veronesi, Dell’amore e del dolore delle donne). Gli uomini hanno iniziato a fare la politica della differenza.
Entro ora nel merito del libro di Luisa Muraro: piccolo, intenso, una gemma. Autorità fa parte della collana di Rosenberg & Sellier intitolata, appunto, Gemme: «messaggi ricchi e inattesi di autrici e autori che offrono parole che danno la possibilità di leggere secondo nuove prospettive il mondo e trasformarlo». Chi scrive il testo è una donna che espone una sua concezione dell’autorità e fa lo sforzo di comunicare il suo pensiero sia a donne che a uomini, senza porsi da un punto di vista neutro o rivolgersi solo alle donne.
Il libro è scritto perché altre e altri capiscano l’importanza vitale, fondamentale dell’autorità per sottrarsi, donne e uomini, alla violenza cieca dei rapporti di forza. Va perciò collegato all’altro librino intitolato Dio è violent e, rispetto a questo, fa un passo avanti.
Luisa Muraro pensa che l’autorità della tradizione sia irreversibilmente perduta, perciò le donne che sempre più oggi si fanno avanti nella scena pubblica del lavoro, nella conoscenza, nella politica, sono incluse e promosse in una cultura che ha perso il senso dell’autorità e non ha l’idea di un’autorità femminile distinta da quella materna. C’è così il rischio, per esempio, che l’impiego militare delle donne non abbia più restrizioni, così le donne potrebbero trovarsi in prima linea ad uccidere e farsi uccidere: questo è il senso obbligato, il paradosso di una politica di parità!
Nell’Occidente moderno il riconoscimento pubblico di autorità si scontra con «molta distrazione, confusione e un mare di comunicazioni che occupano lo spazio pubblico». Molto si deve lottare, afferma Luisa Muraro, affinché le persone si accorgano dell’autorità che circola e non la calpestino a caso. L’autorità materna fa eccezione, ma non può oltrepassare l’ambito del familiare. La grande impresa politica delle Madres de Plaza de Mayo consiste nell’aver oltrepassato quel confine e agito pubblicamente l’autorità materna, sfidando la dittatura militare in Argentina. Le Madres sono un esempio di autorità che agisce senza i mezzi del potere. Anche Gandhi agiva questo tipo di autorità senza potere.
Il librino di Luisa Muraro si presenta come una ricerca filosofica sul senso dell’autorità. Muraro si chiede che cosa le dia l’autorità di affrontare un problema così grave. Non certo diplomi, pubblicazioni, quantità e qualità di citazioni. Siamo noi lettrici e lettori la fonte principale del valore del suo “librino”, afferma l’autrice, scommettendo sull’autorità della lingua che parliamo. A noi lettrici e lettori viene affidato il compito di collaborare con l’immaginazione e di portare avanti la ricerca, scrivendo sulle pagine lasciate bianche alla fine del libro.
Muraro ci pone due domande:
- Che cosa rende possibile e ci fa accettare l’autorità nelle nostre vite?
- A quale esperienza politica, storica e quotidiana facciamo comune riferimento, quando parliamo di “autorità”?
Le risposte a queste domande, vanno cercate, secondo lei, nella direzione della condizione umana.
L’autorità, afferma Luisa Muraro, ha origine nella relazione materna: fragilità della condizione umana e forza simbolica provengono dunque dalla stessa fonte.
Il senso dell’autorità inizia con la relazione materna e tale relazione differisce da donna a uomo. La differenza sessuale da biologica si plasma in umana nel corso di quella relazione. Il privilegio di nascere donna sta nella grande vicinanza di ogni donna con il corpo materno. Questa vicinanza può essere tradotta in un “di più” della differenza femminile (alcuni psicanalisti-filosofi, Freud, Lacan, sono riusciti a captarla). Man mano che questo “di più” non ha gridato aiuto né ha reclamato riconoscimenti maschili, è cresciuta autorità femminile e si è aperto così lo spazio per il senso libero della differenza femminile, la possibilità per una donna di dire chi è e che cosa vuole a partire da sé. Oltre a questo, fuori da ogni complementarietà, si rende possibile anche l’ascolto della differenza maschile, spogliata dalle insegne della sua presunta superiorità, nell’autenticità della sua esperienza.
Per sostenere questa tesi Luisa Muraro articola il suo discorso, facendo uso di immagini, esempi, racconti, episodi biografici, ricordi, fatti e personaggi storici, citazioni e riferimenti culturali.
L’autorità c’è, afferma Luisa Muraro. Si mostra nel vivo dell’esperienza. Ci sono, per esempio, tanti e tante insegnanti che insegnano con autorità. L’azione principale dell’autorità è quella di contribuire a fare di una disparità un rapporto di scambio e trasformazione come, per esempio, la brava maestra che trasforma il senso di inferiorità dell’allieva, dell’allievo in voglia di imparare.
L’autorità si genera in presenza e circola, attivata come una fonte di energia. Bisogna riuscire a vederla, ma è difficile leggere quello che abbiamo davanti agli occhi. Assumere autorità significa accettare di essere per altre e altri figura di riferimento. L’autorità è una forza che serve a tutti e a tutte, è un grande “servizio simbolico” alla vita collettiva. Di autorità oggi ce n’è sempre meno: ci sono forze che, infatti, tendono a distruggerla. Non possiamo non ammettere, tuttavia, che ci vuole una certa dose di autorità riconosciuta ed esercitata, altrimenti – ci domanda Luisa Muraro – come si fa a educare i più giovani, a insegnare, a fare ordine nella vita associata, a realizzare un’impresa difficile?
“Autorità” è una parola di uso comune. C’è però confusione sui modi diversi di intenderla. Il problema non si risolve con il semplice uso del vocabolario. C’è diffidenza verso la parola “autorità”, così si preferisce parlare di “autorevolezza”. L’autorità fa problema perché è automaticamente associata a “politica” e “potere”. C’è il giusto timore di dare credito a persone che non la meritano, che si rivestono di una grandezza, di un prestigio che non hanno. L’avversione, l’antipatia di tante e tanti per la parola autorità è dovuta a esperienze di abuso di autorità e da qui deriva il discredito di ogni forma di autorità. Questa avversione, afferma Luisa Muraro, ci può servire come il tamiso che un tempo si usava per setacciare la farina che conteneva scorie: è un’esperienza impressa nella memoria che può aiutarci a distinguere l’autorità dal potere, ciò che è proprio del potere dall’autorità, spesso mescolata con il potere che corteggia l’autorità perché vuole rivestirsi del prestigio e della luce che essa dà.
Il tamiso è simbolo della pazienza che ci vuole nei passaggi difficili: dal rifiuto-avversione per l’autorità che oggi molte e molti provano al riconoscimento di autorità come bisogno umano profondo. L’effetto dell’autorità è l’indipendenza simbolica dal potere. Il setaccio non fa passare la retorica che trasforma l’autorità in un monumento né le confusioni e i travestimenti del potere che la rendono mostruosa.
La parola “autorità”, spiega il linguista francese Émile Benveniste, deriva dal verbo latino augere che significa “aumentare”. La radice verbale aug– di augere nell’indo-iraniano designa la “forza”, una forza di origine divina. Una parte del significato di augere, secondo Benveniste, rimane nascosta. Negli usi più antichi augeo indica non il fatto di accrescere, ma l’atto creatore che fa sorgere qualcosa da un ambiente nutritivo, privilegio degli dei. “Aumentare” è quindi per Benveniste un significato secondario e indebolito di augeo. Valori oscuri e potenti abitano dunque in questa auctoritas, dono riservato a pochi di “far sorgere”, di “produrre all’esistenza” qualcosa. È provvisto di questa qualità misteriosa solo colui che è auctor (pag. 80-81).
L’autorità per Luisa Muraro è una forza di natura simbolica in grado di contrastare il potere e la logica dei rapporti di forza. L’autorità è, al tempo stesso, fragile, umana, può sbagliare. Per questo bisogna averne cura, custodirla. Metterla fuori gioco è un errore, perché ci impoveriamo e ci indeboliamo nei confronti di chi ha più potere di noi.
L’autorità non si impone, chiede di essere riconosciuta, opera solo se c’è libero consenso, altrimenti non può agire. L’autorità non può fare a meno della nostra libertà. Nei rapporti dove c’è disparità c’è sempre il rischio di abuso di autorità. Questo è importante saperlo.
L’autorità risponde a un bisogno simbolico di parole, di gesti, di immagini, di cerimonie, di arte e monumenti. È una potenza priva di fondamento razionale, di natura inafferrabile. A volte l’autorità è fragile come la condizione umana (questo ci dicono, per esempio, secondo Luisa Muraro, le dimissioni di Benedetto XVI).
L’autorità ci aiuta a non fissarci sull’uguaglianza al ribasso e ci porta a curare in noi e nell’altra, nell’altro un grande senso di sé. L’autorità serve per tenere alte le pretese, il morale di una situazione o di un impegno collettivo.
L’autorità consente comportamenti illegali e pericolosi (durante la persecuzione nazista, per esempio, nascondere bambini ebrei), perché ha più forza interiore della legge. In una situazione conflittuale (la prevaricazione di leggi ingiuste) ci vuole forza simbolica per trasgredire gli ordini e tener e testa ai meccanismi del potere. Ci sono infatti “ordini del sovrano che non devono essere seguiti” (Sun Tzu, L’arte della guerra), nel senso che a volte bisogna ribellarsi agli ordini che nel profondo della nostra coscienza riteniamo ingiusti.
L’autorità è legata al desiderio di agire. Qui sta anche, secondo Luisa Muraro, la grande scommessa della politica oggi: rendere la condizione umana vivibile e godibile.
Luisa Muraro ci invita a capire che cos’è l’autorità e afferma che essa ha dentro di sé qualcosa che non possiamo mettere fuori gioco, che stentiamo a cogliere e a custodire. Di conseguenza, oscilliamo tra autoritarismo e perdita di ogni riferimento di autorità.
La ricerca di Luisa Muraro sul senso dell’autorità che nasce nello stato di impotenza e disparità della prima infanzia si articola, seguendo le tracce interiori dell’autorità, le esperienze vicine o tratte dal passato storico.
Nel Medioevo c’erano le auctoritates: la Bibbia e Aristotele. Nel Rinascimento iniziò il rigetto del principio di autorità. Il primo vero colpo all’autorità fu inferto dalla Riforma protestante: Lutero affermò la libertà di interpretazione della parola di Dio nel testo sacro. Il secondo colpo arrivò con la rivoluzione scientifica (Galileo Galilei, Il Saggiatore). Galilei rivoluzionò lo studio della natura, consapevole di essere in contrasto con le idee della tradizione e si presentò con l’autorità di chi sa leggere la lingua della natura. Di qui la cura dedicata alla sua prosa scientifica. La rottura del principio di autorità è irreversibile e simbolicamente attiva ancora oggi: nel ’68 ci fu la contestazione dell’autorità dei padri e dei professori.
Quando siamo di fronte a una vera autorità e quando, invece, ci troviamo di fronte alla forza costringente di un ordine sociale determinato? Questa domanda continua a porsi anche nel nostro tempo.
Si è tentato di trovare un fondamento inoppugnabile dell’autorità nella Giustizia, nella Ragione o nella Tradizione, ma senza successo, perché l’autorità non ha un fondamento, essa è un fondamento.
L’autorità non offre garanzie, ma si offre come un’opportunità, chiede di essere riconosciuta e praticata. Promette forza simbolica alternativa a ciò che ci schiaccia. Ha una capacità ordinatrice e relazionale che consente lo scambio tra chi è più forte e chi è più debole, rende dicibili esperienze altrimenti mute e non comunicanti tra loro, agisce come “luogo simbolico” dove trovano parola persone, esperienze, idee che non avrebbero la forza di imporsi.
Chi ha il senso dell’autorità non diventa mai servile e sa riconoscere il momento della trasgressione o della rivolta.
L’autorità non va offesa nella persona che la incarna e nelle relazioni che la fanno circolare. L’offesa all’autorità è di danno a tutti: questo è il punto più alto e difficile di ogni obbedienza e di ogni rivolta. L’autorità va salvaguardata per il valore trascendente che ha rispetto al potere dei potenti, valore alto, ma fragile. Combatterla in nome della libertà è una mossa sbagliata.
L’autorità, un bene immateriale pregiato e la sua indipendenza, è temuta per i grandi effetti che può avere nelle relazioni fra esseri umani. Perciò si è sempre cercato di integrarla all’ordine sociale e al potere costituito (per es. Costantino il Grande, i Patti Lateranensi).
L’autorità non può agire, se non è riconosciuta. Il potere, invece, può saltare il consenso o carpirlo con l’inganno. L’autorità, tuttavia, è potente a modo suo, perché può agire senza i mezzi del potere. La forza dell’autorità è di natura simbolica, la stessa delle parole e dei segni, ed è strettamente associata al fatto che gli esseri umani imparano a parlare dalla madre.
L’autorità è cacciata indietro dal potere, ma la forza fisica non può sconfiggerla, perché questa è di un altro ordine (episodio della madre di Luisa Muraro nella primavera del ’45 e di Gandhi a pag. 81, 82). L’autorità agisce con i segni (parole, simboli, immagini, gesti) che non sono riducibili a mezzi.
La confusione teorica e la mancanza di un’esperienza politica dell’autorità che caratterizzano il nostro tempo inducono a vivere nella sfera pubblica senza l’autorità e quindi senza la consapevolezza della trascendenza della fonte dell’autorità rispetto al potere e ai detentori di questo: significa trovarsi ad affrontare, senza più fede religiosa in un principio consacrato e senza la protezione offerta dai criteri di comportamento tradizionali, i problemi più elementari dell’umana convivenza (Arendt, Che cos’è l’autorità?). Abbiamo davanti agli occhi come la vita economica e il corpo sociale, che si sviluppano senza vincoli né riferimenti simbolici, espongano l’umanità all’arbitrio di poteri ingovernabili e all’invasione di fantasmi suscitati dalla sproporzione tra i problemi che incombono e le forze che abbiamo.
L’autorità non è un possesso, ma una dimensione che si apre quando in una relazione di scambio dispari avviene come nella relazione materna (relazione di somma disparità, di molta vicinanza fisica e di nessuna gerarchia) che “impariamo a parlare”. Si impara a parlare a tutte le età e in tante situazioni. Nel nostro parlare, la differenza sessuale incide positivamente, a condizione che l’accettiamo come dimensione costitutiva della nostra umanità e che diamo forza simbolica al nostro essere soggetti pensanti di sesso femminile che per secoli, millenni, hanno continuato a spendersi per la convivenza e la civiltà (cura delle creature piccole, trasmissione della lingua parlata, preparazione del cibo, cura degli interni domestici), senza che la cosa fosse iscritta nelle strutture politiche e tradotta in eredità culturale.
L’autorità risponde a un bisogno di tipo simbolico e al tempo stesso è bisogno di simbolico, di parole, gesti, immagini, arte, poemi, monumenti, cerimonie…
Il bisogno di autorità può appagarsi con il fanatismo, l’idolatria, la demagogia. Vanno cercate risposte e rimedi a questi mali, ma prima cerchiamo di accettare la fragilità della condizione umana, i suoi aspetti di dipendenza, il carattere congetturale delle nostre conoscenze, per non galoppare, come dice Luisa Muraro, verso la totale incompatibilità fra l’umano e il cosmo.
Correndo il rischio di sbagliare o di essere malintesa, Luisa Muraro termina il suo libro dicendo che «coltivare il senso dell’autorità è una scommessa in favore di qualcosa di meglio per l’umanità e la civiltà, una scommessa senza limiti al meglio, ma consapevolmente alternativa al culto del potere».
“Dopo la presentazione di Sotto la giacaranda in fiore a Milano, alla Libreria delle donne, con gli interventi di Lia Cigarini, Maria Liguori, e la magnifica lettura di Anna Bonaiuto di alcune pagine di questo bel libro, scritto con intensità, passione e bellezza di stile da Luisa Cavaliere, abbiamo scoperto che alcuni brevi testi non vi avevano trovato posto per questioni strettamente editoriali. Fra diverse altre, brillano queste righe dedicate a una scrittrice anche da noi molto amata… abbiamo chiesto all’autrice se le regalava al nostro sito, la sua risposta è arrivata, e ora abbiamo un delicato inedito che vi offriamo in lettura con gioia. Grazie Luisa” Liliana Rampello
di Luisa Cavaliere
“Un’amica di quelle con la a maiuscola che rendono la vita anche, a tratti, una bella intensa, esperienza, mi ha detto a bassa voce perché nessuno dei nostri vicini di tavolo in una pizzeria dalle parti di piazza Carlo Terzo, potesse sentire, “io so chi è Elena Ferrante”. Sapeva, e, sa, che sarei disposta a molte cose per svelare il mistero che avvolge una delle autrici che più ho amato. Per tutta la durata di una meravigliosa pizza marinara (che, sono certa, ha inventato Dio senza delegare a nessuno neanche la disposizione dell’aglio o del pomodoro) ha continuato a fornirmi indizi per aiutarmi a condividere i suoi approdi di verità. Con noi un’altra giovane e appassionata lettrice de L’amica geniale che mi ha regalato appena uscito .
Indizi pieni di buon senso, ma, incapaci di portarmi alla soluzione di questo sapiente gioco a nascondino che Elena (Goffredo, Domenico, Giovanni?) Ferrante fa con chi la legge.
Un gioco che sembra voler mostrare l’oggettività della scrittura, il suo essere altro rispetto a chi la mette al mondo e che diventa, per questo, ininfluente, il suo dipendere esclusivamente da quel corpo a corpo, io/ tu, che ingaggia con chi la incontra e ne rimane irretito, prigioniero del suo incedere, tanto che, chi legge, diventa parte essenziale del racconto. E il racconto, esiste solo perché, e quando, c’è uno sguardo che lo percorre, un sentimento che lo assume come proprio, una passione che lo allontana dalla sua origine e lo declina nelle mille letture che lo scrutano… A che serve dire chi sono, raccontare i dettagli della mia vita (nome, cognome, indirizzo, luoghi, persone che abitano la mia vita) se poi mi moltiplico creata e ricreata, ogni volta, da chi mi legge?
Con questa “sottrazione” sapiente svela l’inutilità del mostrarsi in un ambiguo dosaggio di ritrosia e narcisismo che a tratti diventa la cifra essenziale di questa grande scrittrice.
A cosa mi sarebbe, per esempio, servito sapere la residenza di Elena Ferrante o il colore dei suoi capelli, mentre ne I giorni dell’abbandono (per me il più bello e il più atroce) venivo spinta nell’abisso delle contraddizioni e della solitudine che è la scomparsa dell’altro. Il dissolversi di chi usiamo come prova della nostra, a tratti, traballante identità?
Ma, nonostante e, alla faccia, questo “sapiente” ragionamento (trafitto da un milione di virgolette), confesso che non mi dispiacerebbe incontrare al Gambrinus, in un pomeriggio invernale, davanti ad una tazza di te, il sorriso di Elena e sentire dalla sua voce (che ho immaginato sempre come quella meravigliosa di Anna Bonaiuto) il racconto della sua infanzia o la ragione intima della sua scrittura.
Chiamerei al telefono con molta nonchalance le mie amiche, la detective e la lettrice, invitandole a raggiungermi a piazza Trieste e Trento per una pausa con Elena Ferrante. Immaginate la sorpresa? Dio, mettici una mano tu che tutto puoi!“
di Marina Terragni
Aïcha El Hajjami. Il numero di dicembre del periodico Via Dogana (l’ultimo, almeno per ora), edito dalla Libreria delle Donne di Milano, pubblicherà un articolo dal titolo A proposito del sedicente Stato islamico (o Isis) a firma di Aïcha El Hajjami.
Marocchina, Aïcha El Hajjami ha insegnato giurisprudenza a Fès e Marrakech, è ricercatrice e studiosa dell’Islam e si occupa in particolare dello studio e dell’applicazione del nuovo diritto di famiglia e della posizione giuridica e politica delle donne nell’Islam. È anche consulente per vari organismi nazionali e internazionali. È nota per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI durante il Ramadan del 2004 (vedi VD 75, Il re e la maestra).
L’intervento di Aïcha mi offre lo spunto per una (lunga) conversazione con la filosofa Luisa Muraro, che con lei è in relazione politica da anni, sui temi affrontati nell’articolo: Isis, Occidente, condizione delle donne. Partiamo dall’inumanità e dalla ferocia dei jihadisti, che secondo Aïcha sono “il prodotto di un’accumulazione storica di ignoranza e di frustrazioni… conseguenze di una lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabomusulmano fin dai tempi della colonizzazione; del sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici nella nostra area (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi!); della rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali;del perdurare dell’occupazione israeliana e del massacro della popolazione palestinese; della guerra in Afghanistan, di quella in Iraq, di quella in Libia… Senza dimenticare che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-URSS: Bin Laden era stato armato da loro”.
La chiave, dunque, per Aïcha è l’umiliazione. Analisi sulla quale si può facilmente concordare. Ma la diagnosi non costituisce una terapia: che cosa si deve fare per fermare Isis e le sofferenze che provoca?
“Il lavoro di Aïcha è provare a contenere e impedire il contagio del fanatismo tra i giovani maschi del mondo arabo musulmano, sia tra quelli che vivono in quei paesi sia tra i figli di immigrati nei nostri paesi. Lei lotta insieme a molte altre donne e uomini perché valga un’interpretazione più giusta dell’Islam e delle parole del profeta Maometto, contro la lettura fanatica e la rabbia vendicativa, peraltro già esplicitamente condannate da svariate autorità religiose”.
E con quali mezzi fa questo lavoro? Ci sono altre donne impegnate a farlo?
“Il 12-14 novembre ho preso parte a un convegno internazionale a Rabat al quale state erano invitate donne delle tre grandi religioni monoteiste, e anche, come nel mio caso, donne che portavano un contributo filosofico. L’Islam è l’ultima delle tre grandi religioni, e ha raccolto molto del messaggio sia del Vecchio sia del Nuovo Testamento. Per fare un esempio: riconosce Maria di Nazareth come profeta. Maometto non è che l’ultimo di una serie di profeti che comincia con Mosè, e in questa serie c’è anche Maria”.
Che per noi non è una profeta…
“Nella Chiesa delle origini la figura di Maria era tenuta in grande conto. C’è lei a pregare con gli apostoli, quando arriva lo Spirito Santo. È lei a capo di questa assemblea di uomini spaventati”.
Che cosa hai visto a Rabat a testimonianza dell’impegno antifondamentalista?
“Ho visto molte donne ben presenti nel vivo delle società di religione islamica: maestre, professoresse, teologhe, consigliere di entità politiche e religiose. Sono anche predicatrici: Aïcha, che è sunnita, è titolata a predicare nelle moschee, in più c’è il suo lavoro di consigliera. Altre invece sono teoriche pure, impegnate a dimostrare come lo spirito dell’Islam sia gravemente tradito dai guerrieri jihadisti. Secondo loro è un lavoro efficace, sia nei loro sia nei nostri paesi. D’altro canto le minoranze musulmane d’Occidente si sono spesso pronunciate contro Isis, benché anche da noi vi siano giovani malconsigliati che si uniscono al jihad”.
Colpisce che sia il medesimo libro, il Corano, a fondare sia il femminismo islamico che le atrocità di Isis. Si parte dalla stessa fonte, con esiti tanto diversi.
“È successo anche da noi. Nella civiltà europea premoderna, imbevuta di fervore cristiano, la fede è stata fonte di atti eroici, di grande devozione, della cura degli infermi in nome di Gesù… Ma nello stesso nome di Gesù altri andavano in giro a sgozzare il prossimo. Ho letto la bellissima lettera degli Ulema Sauditi al “califfo” Al-Baghdadi: gli dicono che sta sbagliando, e testo alla mano gli mostrano dove. Gli dicono: tu metti la spada allo stesso posto della misericordia, ma il Profeta ha sempre detto che la spada si usa limitatamente a certe situazioni, mentre la misericordia di Dio è assoluta, e trionfa, è scritta sul suo trono. Tu e i tuoi seguaci, gli scrivono, siete una ferita terribile per l’Islam, per i popoli musulmani e per l’umanità intera. Sul numero di via Dogana che ospita l’intervento di Aïcha è riportata la parola del Profeta, che spiega: Jihad piccolo è usare il coraggio e la spada, quello grande è tenere a bada i propri impulsi e istinti”.
Si può parlare di un movimento delle donne nei paesi islamici? Abbiamo menzionato personalità femminili eminenti, che fanno un grande lavoro: ma c’è qualcosa che somigli a un movimento delle donne come noi lo conosciamo?
“Ci sono paesi più vicini al nostro modo di concepire la politica, come la Tunisia: lì c’è una base di movimento femminista, con associazioni e gruppi, ispirato al femminismo francese. Ma c’è anche un femminismo che vuole salvaguardare e custodire i valori religiosi, un femminismo che passa attraverso la parola. Aïcha appartiene a questo tipo di femminismo. Io l’ho conosciuta a Parigi, lei ha spiegato la strada che stava intraprendendo con altre e ci sono state critiche di femministe marocchine che avevano una formazione laica, e che chiedevano la separazione tra Stato e Chiesa, tra religione e politica. Io invece mi sono convinta della bontà degli argomenti di Aïcha”.
Quel legame tra la libertà femminile e Dio, tu come lo pensi? Come un limite di quel femminismo o come una risorsa? Te lo chiedo in particolare per il fatto che hai dedicato gran parte del tuo lavoro degli ultimi anni al pensiero delle mistiche.
“La borghesia occidentale ha voluto la separazione non solo tra Stato e Chiesa, separazione che è benefica, ma anche tra religione e la politica. È un’operazione finta. Di tutto si può fare politica, anche della fede. E la borghesia ce ne ha dato più volte dimostrazione. Queste realtà che riguardano gli esseri umani non sono separabili. Sono anche sicura che una religione meno costruita della nostra, in cui c’entra molto il potere degli uomini e il prestigio del sesso maschile, una religione più libera, più fluida, come quella che si vive nella tradizione mistica, per le donne sia la possibilità straordinaria di dialogo interiore con l’Assoluto, con il divino, con l’Amore. Quelle che io ho incontrato ne hanno guadagnato forza per sé”.
Che cosa sta sfuggendo di essenziale nella percezione comune, quando parliamo di Islam? E in particolare quando parliamo delle donne di quei paesi, di cui in questo momento non sentiamo la voce?
“Ci sfugge la dimensione spirituale. Il senso della giustizia, della pietà, della misericordia. La puntura dell’interiorità, che non va intesa come la intendiamo noi. Si tratta di una dimensione interiore costantemente curata insieme al comportamento esteriore. Noi vediamo una interpretazione molto maschile dell’Islam, ma l’Islam non è quello. Nell’Islam c’è anche una cultura di separazione fra i due sessi. Noi la intendiamo solo come segregazione femminile. Ma in una società dove gli spazi sono più grandi dei nostri piccoli appartamenti, le donne hanno grandi spazi per vivere tra loro, e per vivere bene, con agio, una vita civile. Il nostro immaginario è deformato perché l’immigrazione mette queste donne e questi uomini in situazioni pesanti, difficili da sopportare, e quindi questo agio femminile qui non lo vediamo. Però non si può negare che nelle campagne povere l’Islam sia una forma di patriarcato, com’è stato il Cristianesimo nelle nostre campagne povere fino a non molti decenni fa, quando gli uomini comandavano totalmente sulle donne, e questo veniva rivestito di Cristianesimo”.
Aisha scrive: “Abbiamo bisogno di un pensiero critico sul nostro patrimonio religioso e culturale, così come sulle sfide che ci vengono dalle ricadute della modernità e dalla globalizzazione. Dobbiamo occuparci di risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Bisognerebbe anche agire sugli aspetti economici dello sviluppo e aver cura di assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Il jihâd di cui abbiamo bisogno è quella del pensiero. Ha un nome nella nostra cultura: l’ijtihâd”. Non dovremmo, a tuo parere, contribuire da occidentali a questa lettura critica? Dire esplicitamente, per esempio, che per una donna e per la sua libertà quella cultura è meno ospitale della nostra?
“No, non sarebbe giusto. Le differenze culturali sono così profonde che rendono incommensurabili le situazioni. Il nostro compito è far conoscere la nostra cultura e la nostra civiltà senza complessi, ma anche conoscere meglio, più profondamente e dare più ascolto alla loro civiltà”.
E quali sono le occasioni di ascolto, qui in Occidente?
“Ormai nelle periferie è possibile intrecciare relazioni reali con questa gente. Nella scuola dei miei nipotini ci sono brave maestre che stanno facendo un grande lavoro di integrazione rispettosa. Davanti a scuola vedi madri di bambine e bambini italiani e stranieri. In attesa della campanella ascoltavo i discorsi, e devo dire che talvolta le cose andavano bene, talvolta no. Molte madri milanesi erano esposte all’influsso di discorsi xenofobi, ripetevano luoghi comuni, magari anche con argomenti non infondati: bisogna sapere ascoltare le popolazioni delle periferie che sono messe in difficoltà da questa immigrazione povera. Il problema è questa povertà. L’Islam che queste mamme milanesi vedono è povertà e difficoltà”.
Ma se non ammettiamo l’inevitabilità di un quid di xenofobia, rischiamo che siano i razzisti e gli xenofobi veri a dare parole estreme a questi sentimenti di disagio…
“Sono d’accordo. Occorre generosità sia nei riguardi degli immigrati sia nei riguardi di quelli che fanno fatica in questa convivenza. Prima avevano una vita tradizionale in cui i loro modi di pensare e di essere erano pacifici e universali, e all’improvviso si trovano davanti a presenze che li mettono in discussione. In più c’è il problema della lingua, del capirsi. Le maestre fanno grande opera di civiltà. Non fanno prediche a nessuno, mostrano affetto per i bambini degli immigrati e quindi sono amati dalle loro madri e dai loro padri, e poi hanno buoni rapporti con le madri locali, fanno feste a fine anno dove tutti contribuiscono con il loro cibo. Questo lo fanno anche tante associazioni, le parrocchie, sempre all’insegna del buon esempio e senza fare prediche. Bisogna essere severi con chi per tirare su voti semina odio: con questi no, non si deve essere indulgenti”.
Al di là di queste relazioni quotidiane, con queste donne si può costruire un legame più propriamente “politico”? Un lavoro di coordinamento, di riflessione comune?
“Io ci riesco solo a livello di scambio colto con studiose di quei paesi. Ma il livello “politico” come lo intendiamo noi, che con la Rivoluzione Francese, e via via con i partiti di sinistra, con il movimento operaio e così via, ci siamo abituati a un agire che coinvolge anche i ceti medi, anche le persone meno attrezzate e più semplici, in altre situazioni non esiste. Per esempio sono stata in Africa, nel Burkina Faso, e ho provato a spiegare alle donne di lì questa forma di agire politico, ma non sono riuscita a fare loro capire che cos’è. Loro concepiscono provvedimenti calati dall’alto che aiutino i poveri. L’idea dei movimenti, della mobilitazione, sfugge”.
Recentemente a Padova c’è stato il caso di alcuni profughi che hanno rifiutato di essere visitati da mediche, e l’Asl ha dovuto richiamare tre medici maschi pensionati per accontentarli.
“Dicevamo prima che loro sono abituati a una forte separazione tra i sessi. Vedersi toccare intimamente da una persona dell’altro sesso contravviene a un forte pudore che è anche maschile. Anche a Rabat c’erano uomini, partecipanti al convegno o servizio d’ordine o camerieri. Loro evitavano il contatto fisico in ogni modo. Quella Asl ha fatto molto bene, è stato un atto diplomatico e di grande civiltà”.
Tu non vedi il rischio di assecondare sentimenti misogini?
“Le emozioni che una persona ci mette dentro possono essere le più varie. Ma le interpretazioni –è misoginia, è disprezzo eccetera- ci portano già nel terreno scivoloso della mancanza di rispetto per l’altro”.
Ma dopo questo primo impatto in cui vengono dimostrati rispetto e pazienza, non si può cercare di spiegare: qui le cose vanno diversamente, dovete adeguarvi?
“Il tema è quanta capacità di adattamento abbiano questi immigrati. Io credo che la capacità sia diminuita dalla rabbia per quello che hanno vissuto nei loro paesi. Lì si è accumulato risentimento verso l’Occidente che li ha colonizzati, sopraffatti. Non è stato dato loro il tempo di recuperare il ritardo in cui sono finiti perché lo sappiamo com’è il capitalismo, che ha la terribile fretta del profitto”.
(blog.iodonna.it, 3 dicembre 2014)
di Guido Caldiron
Le semplici regole di scrittura che le avevano assicurato un successo costante e senza frontiere per più di quarant’anni, le aveva rivelate al grande pubblico solo di recente in Talking About Detective Fiction, tradotto nel nostro paese con il titolo di A proposito del giallo, e pubblicato lo scorso anno da Mondadori. il suo editore italiano. Quattro i punti presentati come «decisivi»: «Un mistero centrale da risolvere, quasi sempre un omicidio; una piccola cerchia di sospetti; un detective, improvvisato o professionale ma che possa incarnare simbolicamente una qualche giustizia; un percorso a testa bassa verso la ricerca della soluzione».
Phyllis Dorothy James, meglio conosciuta come P. D. James, scomparsa giovedi nella sua casa di Londra a 94 anni, era nata a Oxford nel 1920, si era presentata così, sfoggiando il biglietto da visita di quello stile che le era valso il titolo onorifico di «regina del crimine» e, a coronamento di una carriera scandita da oltre una ventina di romanzi, molti dei quali divenuti dei bestseller in Gran Bretagna, i paragoni della stampa londinese con alcune delle pioniere del giallo, come Margery Allingham e soprattutto Agatha Christie.
Protagonista indiscusso di alcuni dei più noti lavori della scrittrice, l’ispettore e poi comandante a Scotland Yard, Adam Dalgliesh, un uomo segnato per sempre dalla perdita del figlio e della moglie morta di parto, incarna perfettamente quella volontà di iscriversi nella tradizione dei classici del genere che questi romanzi esprimono fin nei dettagli. Al tempo stesso sbirro e poeta, cerebrale e sensibile, provocatore e paziente, Dalgliesh inizia spesso le sue indagini fissando intesamente il volto della vittima, promettendo di rendergli giustizia acciuffando il suo assassino.
Altra caratteristica delle storie di P. D. James, quella di muovere sempre da un luogo preciso e facilmente riconoscibile, una chiesa, un tribunale, una scuola o un museo e di condurre il lettore a soffermarsi su quei dettagli apparentemente insignificanti che celano però indizi decisivi per la soluzione del mistero. Il tutto, seguendo Dalgliesh passo dopo passo, senza lasciarlo mai. «Uno scrittore — aveva confessato in un’intervista apparsa su Le Monde nel 2009 -, è qualcuno che va a dormire alla stessa ora dei suoi personaggi, che si alza con loro e che ne conosce, quando non le condivide, tutte le piccole manie quotidiane. Qualcuno che sa anche dove hanno “nascosto” le chiavi della macchina che non riescono più a trovare…».
Avvicinatasi alla scrittura grazie all’amore per autori come Dorothy L. Sayers, Graham Greene e Evelyn Waugh, anche se aveva più volte ammesso che il suo principale modello era Jane Austen del cui Orgoglio e pregiudizio ha scritto anche una sorta di seguito poliziesco, Morte a Pemberley.
P.D. James aveva pubblicato il suo primo romanzo solo nel 1962, Copritele il volto, protagonista Adam Dalgliesh, dopo che era stata dapprima costretta ad interrompere gli studi a soli 16 per volontà del padre, ultraconservatore, che riteneva che una giovane donna non necessitasse di una particolare istruzione, e poi dovendo trovare un impiego nella pubblica amministrazione per mantenere le figlie e il marito, un medico della Royal Army, tornato traumatizzato dalla guerra in India e che non si sarebbe mai più ripreso.
Spesso contrapposta ai più recenti autori di noir, perché considerata poco interessata alle contraddizioni sociali, la scrittrice britannica aveva stupito tutti, spiegando — l’intervista è citata da Luca Crovi nel suo Noir, istruzioni per l’uso, Garzanti — come in realtà, considerasse il romanzo poliziesco come «il vero romanzo sociale dei giorni nostri. Anzi, lo è stato fin dai suoi esordi: era più facile farsi un’idea di come fosse l’Inghilterra di un certo periodo attraverso questa letteratura di genere che attraverso i romanzi mainstream».
Nominata baronessa di Holland Park dalla regina nel 1990, P. D. James era entrata alla Camera dei Lords dove sedeva sui banchi del Partito Conservatore. Faceva anche parte della Commissiome liturgia della Chiesa anglicana, istituzione che aveva per altro passato al setaccio per scrivere Morte in seminario un romanzo popolato di prelati perversi e di preti pedofili.
(il manifesto, 29 novembre 2014)
È di questi giorni lo spot di una marca di cioccolato che rievoca una delle tregue natalizie della Grande Guerra, quella del 1914 sul fronte anglo-tedesco. Su You tube, ha fatto un record di visualizzazioni: 25.000 nelle prime dodici ore. Qualcosa su cui vale la pena di interrogarsi: perché tanti clic? Per desiderio di pace? Desiderio di non sentirsi impotenti di fronte alla macchina della guerra, di pensare che fermarla è possibile, che c’è un’alternativa all’imbracciare le armi, un’alternativa a portata di tutti, anche dei singoli soldati? Perché la tregua mostrata nel video è una sfida a calcio? Non lo sappiamo, ma sappiamo che nella prima guerra mondiale queste tregue non sono state casi isolati, come dimostra Anna Bravo nel suo libro «La conta dei salvati» (Laterza, 2013) e l’interessante articolo di Le Monde di cui riproponiamo una parziale traduzione. Perché si sappia che, persino dal dentro dentro della guerra, si può fare qualcosa contro la guerra.
(La Redazione)
di Nicolas Offenstadt
Per chi non apprezza il carattere convenzionale o familiare delle feste di Natale, il 2014 offre l’occasione di una celebrazione alternativa. L’agenzia turistica scozzese Mercat Tour propone ai suoi clienti un circuito sui campi di battaglia del Belgio intitolato «Centenario della tregua di Natale» (Christmas Truce). Un programma più complessivo – non meno di quindici pagine -raccoglie gli eventi commemorativi previsti sullo stesso tema per il dicembre 2014: proiezioni, esposizioni, concerti e partite di calcio. Questa iniziativa in particolare ha lo scopo di celebrare le scene di fraternizzazione, che si caratterizzarono tra l’altro per qualche incontro sportivo. Il film di successo di Christian Carion, Joyeux Noël («Buon Natale», 2005), ha contribuito da qualche anno a riportarle alla memoria.
Quegli episodi di fraternizzazione si svolsero in particolare su una larga parte del fronte anglo-tedesco. L’ex-combattente Alexandre Renaud, in Chair à canon («Carne da cannone», 1935), porta la testimonianza di uno di questi scambi pacifici. I tedeschi della trincea di fronte lanciarono dei razzi e si misero a cantare, «poi, quel canto ci ha contagiati a nostra volta e il coro ha ripreso contemporaneamente nelle due trincee ». Gli echi canori si estendono, e gli uni e gli altri si mandano regali da una trincea all’altra, scambiando würstel con cioccolato. «Adesso che per qualche ora quelli di fronte non sono più dei nemici, aleggia un po’ di gioia nell’aria e la neve sembra meno fredda». Su iniziativa dei tedeschi, i soldati escono dalle trincee per incontrarsi: «tutti fischiettano allegramente, si fuma, si ride: è Natale, la tregua di Dio.».
Non bisogna però concludere che quello sia stato un episodio eccezionale della Grande Guerra. Il modo in cui oggi l’attenzione si focalizza sul ricordo di quella fraternizzazione del Natale 1914 rischia di celare una pratica ordinaria della guerra di trincea. Su molti fronti, occidentali e orientali, come tra austriaci e italiani, i combattenti si sono sforzati di limitare il livello e i momenti della violenza, pratica che lo storico britannico Tony Ashworth ha definito “vivere e lasciar vivere”.
Aspirazioni rivoluzionarie e lotta per la pace mescolate
In molte zone del fronte, quando non ci sono in corso attacchi o operazioni, gli uomini in effetti cercano di preservare la calma, nel limite del possibile. Tanto più che a volte le linee sono davvero molto ravvicinate. Questi tentativi prendono la forma di “tregue tacite” o di cannoneggiamenti ritualizzati, che tutti sanno più o meno quando aspettarsi. Talvolta i soldati si scambiano frasi a distanza, oppure ognuno esce dalla sua trincea per fortificare o riparare le postazioni, o per gironzolare senza atteggiamenti ostili. E infine succede, come nelle famose tregue di Natale, che si fraternizzi realmente attraverso un’interazione, soprattutto quando su un fronte o sull’altro qualcuno conosce la lingua del nemico. Gli uomini allora si scambiano notizie, condividono tabacco e viveri e si fanno delle fotografie. Sono arrivate fino a noi molte foto in cui i nemici posano insieme. Ci sono testimonianze di questi episodi su tutta la durata del conflitto, già prima del Natale 1914. Come ha osservato Rémy Cazals (Frères de tranchées – “Fratelli di trincea”, 2005), nell’insieme le pratiche di tregua e fraternizzazione, oltre a rappresentare un momento di sollievo, dimostrano una capacità di resistenza dei soldati alla propaganda contro il nemico e all’“imbarbarimento” della guerra. Ma il clima può farsi rapidamente teso. L’atteggiamento del sergente André Letac, nel Natale 2014, lo illustra bene: «In breve, vediamo sfilare una processione. I tedeschi usciti dai loro buchi bighellonano con delle lanterne in mano sulla spianata e portano bevande calde alle loro sentinelle. Malgrado l’ordine, faccio immediatamente aprire il fuoco.»
Certi combattenti vedono in queste tregue qualcosa di più di una limitazione provvisoria della violenza. È il caso di Louis Barthas, bottaio dell’Aude, che scrive per il 1915: «Chissà! Forse un giorno in quest’angolo dell’Artois verrà innalzato un monumento per commemorare questo slancio di fraternità tra uomini inorriditi dalla guerra che venivano obbligati ad ammazzarsi reciprocamente contro la loro volontà». In effetti, con il prolungarsi della guerra nelle dure condizioni delle trincee, molti soldati di tutti gli eserciti chiedono la fine del conflitto. Nel movimento operaio, tra gli intellettuali, passata la fascinazione del 1914 per le rispettive Union sacrée, molti gruppi, più o meno radicali, lottano per cessare le ostilità e ottenere la pace. In Inghilterra, viene creata la Union of democratic control (1914); nel movimento operaio, le conferenze di Zimmerwald e di Kienthal (1915 e 1916) sottolineano questo impegno, mentre all’Aia viene organizzato, non senza difficoltà, un congresso delle donne per la pace. Ovunque si mescolano aspirazioni rivoluzionarie e lotte per la pace, e i bolscevichi fanno della pace una delle loro principali parole d’ordine. Durante il conflitto, la libertà d’espressione delle correnti pacifiste è spesso limitata dalle condizioni giuridiche e politiche dello stato di guerra: dalla censura, ma anche dal peso dei discorsi dominanti.
Sviluppo generale dei movimenti pacifisti
Con la fine delle ostilità – e il loro terrificante bilancio – le critiche e le lotte del tempo di guerra si trasformano in una generale crescita dei movimenti per la pace, basati soprattutto sulla Società delle Nazioni (1919). È l’epoca della fondazione di molteplici leghe e associazioni, per la pace, per il disarmo, per l’obiezione di coscienza, come la radicale Internationale des résistants à la guerre, IRG/WRI, che esiste ancora. Gli ex-combattenti, milioni in tutta Europa, vi svolgono un ruolo attivo, con sfumature molto diverse a seconda dei paesi. Anche le chiese partecipano al rinnovamento dei pacifismi. C’è chi fa appello a un’unione degli Stati europei, come il movimento Pan-Europa fondato dal conte austriaco Coudenhove-Karlergi. Tra francesi e tedeschi, questa militanza degli anni ’20 in favore della pace trova uno sbocco ufficiale, non privo di ambiguità, nella cosiddetta “era Briand-Stresemann” (dal nome dei due politici che dirigono la politica estera di Francia e Germania), che si contraddistingue proprio per un progetto di Stati Uniti d’Europa (1929-1930).
Ma il pacifismo presenta diverse posizioni, più o meno radicali, sia sulle questioni militari, sia sulle relazioni internazionali. Lo scrittore ed ex-combattente Jean Guéhenno scrive così: «È uno dei pericoli più reali di questi tempi che ciascuno si dichiari, si creda pacifista, senza però esserlo […] Essere delle “anime belle” non significa affatto essere pacifisti» (Europe, 1930). Un pacifismo “integrale”, nato dalla guerra, fa della pace la priorità assoluta. Il dibattito assume toni drammatici quando il fascismo, e i nazisti in particolare, conducono una politica aggressiva, quando in Spagna la Repubblica imbraccia le armi per difendersi (1936-1939). Poiché come democratici, come socialisti, come si può conciliare il pacifismo intransigente, il “mai più” dell’indomani del ’14-’18, con l’antifascismo attivo? Le prese di posizione si declinano allora in una molteplicità di distinguo e le discussioni tra i militanti pacifisti diventano aspre. I ricordi della guerra di trincea, delle sue sofferenze, premono con tutto il loro peso sulle prese di posizione – o sulla loro assenza – di fronte all’espansionismo fascista. È stato detto che i pacifisti si sono dati daffare per evitare Verdun negli anni ’30, per sottolineare la loro incomprensione dei nuovi pericoli. È un troppo facile giudizio del senno di poi. Ma è certo che la Grande Guerra ha trasformato durevolmente la percezione delle guerre, e ne ha profondamente scosso la legittimità.
Versione integrale in francese:
Pubblicato il 12 ottobre 2014 ·
di Cristina Morini
Immerse nella dimensione economico-esistenziale imposta dal neoliberalismo, le nostre vite sembrano schiacciate contro il malinconico orizzonte di cartone privo di prospettiva disegnato dalla crisi economica e dalla crisi della dimensione collettiva della politica. Anche i movimenti sociali sono in affanno, faticano ad aver presa sul reale. Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Parole e gesti si vanno trasformando in una forma di scambio, agito da una soggettività che si concepisce come un’impresa e che perciò, come un’impresa, deve saperla amministrare.
Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino. Sullo sfondo di questi saggi, corpi di donna si muovono svelti sui tacchi per le strade della metropoli tra happy hour frequentati per trovare un contatto, utile ai fini di un possibile lavoro. Corpi obbligati a un’attenta manutenzione, la cui dimensione sessuale non viene esclusa ma viene, viceversa, immersa nel lavoro. Il divenire postumano del corpo-macchina è probabilmente anche questo spazio arido, che ci fa scorgere i deserti del desiderio che il soggetto non governa veramente pur mantenendo l’illusione della decisione, come in un gioco perverso di specchi.
Contrastare la prigione trasparente del modello antropogenetico di produzione non è semplice, ci dicono le undici autrici dei saggi contenuti nel libro, tutte provenienti dal pensiero della differenza italiano. Marianna Esposito parla esplicitamente della “necessità di cogliere una complessa sfida teorica che va affrontata per riaffermare il carattere politico, agonistico della libertà femminile all’epoca della governamentalità liberale”. Se questi sono i tempi complessi in cui ci è dato di vivere e, vivendo, di lottare, è necessario smontare gli ingranaggi del sistema, così da potergli resistere, così da potergli opporre una soggettività consapevole.
Il femminismo può contare su antidoti potenti, poiché da sempre ha messo in luce pratiche di disidentificazione per “andare oltre la soggettività assoggettata e mettere al mondo soggettività libere”, scrive Stefania Tarantino nella sua introduzione. Possiamo perciò trarne una lezione di resistenza biopolitica all’altezza dei tempi, poiché il pensiero delle donne si fonda proprio sul rifiuto dell’interiorizzazione dei modelli imposti e contrasta in ogni modo la cancellazione dell’autonomo sentire del soggetto.
Ma, data la propensione corrosiva del neoliberismo, non vi è alcuna ispirazione che possa sentirsi oggi al riparo da criticità, aporie e contraddizioni. Un passato di lotte e di analisi dirompenti del “primo femminismo” non ha evitato, per esempio, che la teorica femminista americana Nancy Fraser esprimesse una critica serrata (un’autocritica) al femminismo contemporaneo, emancipazionista, accusato di aver spianato la strada proprio al neoliberalismo (si veda, oltre all’articolo di Fraser uscito sul Guardian nell’ottobre dello scorso anno, il suo libro Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis, Paperback, 2013, in corso di traduzione per Ombre Corte a cura di Anna Curcio).
Fraser interroga il femminismo statunitense ed europeo della seconda ondata. Mentre la generazione precedente aveva cercato di intervenire sul piano dell’economia politica, a partire dagli anni Ottanta il femminismo si focalizzata sulla trasformazione della cultura e sulla politica del riconoscimento. Non spinge più per radicalizzare i presupposti socialdemocratici della società, ma gravita attorno a nuove grammatiche di rivendicazione politica. Tutto ciò, come è già stato fatto notare, preme, in prima istanza sulla necessità di contestualizzare e definire il campo situando il femminismo e i femminismi, relativizzando la parola del primo mondo e della razza bianca poiché altrove si è arrivati all’ora X meno sguarnite. Ma l’attacco di Fraser costituisce uno spunto per riflettere sullo stato dell’arte da parte del pensiero della differenza e viene infatti utilizzato da diverse autrici (Dominijanni, Bazzicalupo, Esposito, Stimilli).
Laura Bazzicalupo nota che “il neoliberismo è una forma di razionalità politica, una forma di governo che si pratica con l’autogoverno” e che dunque, per reagire al neoliberismo, non è sul piano delle rivendicazioni economiche che è necessario muoversi bensì su quello “del tempo e del soggetto, di una nuova ontologia”. Dominijanni aggiunge la attribuzione del valore della differenza sessuale, “antidoto all’Uno e alla logica identitaria ma anche al suo rovesciamento speculare nella logica del molteplice”; antidoto al godimento imposto,”fallico, narcisista, ripetitivo, seriale”, ingiunto al soggetto dal sistema per poter esistere. Godere di consumo, di dissipazione, di successo e godere soprattutto di un sesso che si pretende “svuotato di percezione si sé, intimità, affettività, statuto del desiderio”. Perciò, più che “sul piano dell’economia e del lavoro, il nodo del rapporto tra neoliberismo e femminismo viene al pettine qui, sul piano della sessualità”. Quel territorio, la sessualità, decisivo per il femminismo degli anni Settata diventa oggi il terreno principale del riaddomesticamento del femminile neoliberale. Esposito indica la necessità di agire “un’analisi lucida dei rapporti di potere messi in campo dal neoliberismo e una riflessione attenta sulle sue dinamiche libidiche di consenso e di produzione di soggettività”.
Si ammette, insomma, in modo profondo e articolato, l’inquinamento inquietante dei processi di soggettivazione a opera del capitale (che fa, bene o male, la parte dell’innominato: gli si preferiscono termini come “sistema neoliberista”, “patriarcato”, “sistema post-fordista”), ma non si assume una critica che abbia a che vedere, più immediatamente, più direttamente, con la struttura dei rapporti economici e sociali. Si ammette Foucault, ma non si ammette Marx, potremmo sintetizzare. E per quanto Marx sia andato stretto a tutto il pensiero femminista, tuttavia la produzione contemporanea di soggettività, nelle larghe pieghe dell’esistenza “cosificata” e messa in competizione che in queste pagine viene lucidamente descritta, genera valore sui rarefatti mercati finanziari, processi di sussunzione “illuminati” o vitali, individualizzazione, furti di tempo. Insomma, si traduce in un indicibile sfruttamento del corpo-mente.
Si spinge, certo, ricordando la filosofa Angela Putino che, “di fronte alla pratica della relazione ridotta a imprenditoria di sé, volta a vincere a tutti i costi, oppone il rilancio delle teorie femministe e di un essere fuori gara basato sul desiderio come eccedenza” come nota Tristana Dini. La sollecitazione è particolarmente preziosa in tempi di politica del riconoscimento, narcisismo e meritocrazia. Ogni retorica si è completamente sbriciolata contro il nulla raggelato dell’economia della eterna promessa, e allora è finito il momento di puntare alla valorizzazione dei “talenti” o a forme “altre” della decisione e della organizzazione del potere. Ciò che si pone come compatibile rischia infatti di venir neutralizzato, di venir recintato, di volta in volta. La razionalità del sistema economico neoliberale mette a rischio il contenuto rivoluzionario della libertà femminile.
Se è senz’altro vero che il neoliberalismo non opera “come un potere esterno che cala dall’alto i suoi imperativi bensì come un governo dell’auto-governo che fa presa sul desiderio dei soggetti” (Dini), sarà altresì necessario analizzare come tutto ciò venga “organizzato” dal capitale, a partire da quali norme sociali predeterminate, strutture di classe, dispositivi polizieschi, diseguaglianze sanguinanti. Il biocapitalismo ha incredibilmente affinato le proprie capacità di cattura ma a ben vedere mantiene, e anzi amplia, anche se lo fa su basi diverse dalla sola appartenenza di genere e con modalità differenti, i propri eterni progetti di esclusione differenziale.
Questo libro ci parla, indubbiamente. È completamente fuori discussione che la ricerca vada condotta verso la creazione di saperi situati utili a poter fare una corretta diagnosi della situazione. L’esperienza materiale, quotidiana, senziente che stiamo facendo dell’“ordine simbolico dato dalla razionalità neoliberale” (Dini) diviene un metodo del discorso fondamentale perché ci aiuta a orientarci all’interno della novità delle relazioni di potere imposte.
Tuttavia, il pensiero postfemminista, i movimenti LQBT, il femminismo materialista , il pensiero femminista operaista, il femminismo nero e postcoloniale hanno riconosciuto per tempo la condizione precaria, conoscono bene che la discriminazione di genere non è un fattore solamente culturale ma ha radici materiali che affondano profondamente nell’organizzazione capitalistica del lavoro. Nel momento in cui, poi, l’economia finanziaria ha ricondotto ogni singolo atto a una misura per l’accumulazione, dilatando le forme della cattura tra lavoro retribuito e non, insieme ai dispositivi strutturalmente incorporati nel potere patriarcale, sembra ancor più stringente la necessità di essere più precise nell’individuare le intersezioni esistenti tra rapporti tra generi e rapporti sociali.
Si dissolve l’illusione che la “differenza femminile” – quando non coniugata con un agire conflittuale, intendendo con ciò la necessità di assumere una curvatura politica pronta a denunciare ogni sistema di potere e di repressione dell’“alterità” attraverso un’azione sovversiva – sia di per sé sufficiente a rovesciare l’ordine maschile del discorso, grazie al perseguimento di un’umanità relazionale e di cura in grado di incidere sulle condizioni materiali di vita, modificando dall’interno le istituzioni. Ciò è avvenuto solo in parte mentre le accelerazioni imposte dalle trasformazioni neoliberiste del lavoro (oggi esemplificata in Italia dal Jobs Act) hanno creato più macerie che opportunità nella vita delle donne. La questione della libertà delle donne va allora nuovamente spostata sulle questioni generali, cioè sulle battaglie da intraprendere collettivamente, recuperando con forza i concetti di diseguaglianza e di ingiustizia sociale.
A partire dalla ricchezza innegabile dell’analisi agita sul più ininterrotto dei rapporti di potere, quello costruito sulla diversità biologica tra maschio e femmina, la problematica generale foucaultiana, cioè l’idea che il potere attuale presupponga sempre un certo grado di libertà, si rivela un elemento centrale nella critica attuale al capitale, una componente essenziale del confronto critico sull’organizzazione contemporanea della forza lavoro. La capacità di lettura delle dinamiche capitaliste pur senza trascurare l’importanza della libertà negativa che è di solito associata al liberalismo, deve stare al centro dell’azione di ogni femminismo, nel presente. Solo così, e dentro una connessione larga di tutti gli attori sociali antagonisti, si potrà recuperare radicalità, rivendicando appieno un ruolo nella lotta contro il biopotere, riconnettendo la propria storia con quella delle nuove generazioni di donne alle prese con la condizione precaria. Citando Nancy Fraser, “Nessun serio movimento sociale, e meno che mai quello femminista, può ignorare l’assalto alla riproduzione sociale attualmente condotta dal capitale finanziario”.
L’Italia dalle sue origini ha una grande questione: quella linguistica. Oggi non a caso la questione riguarda maschile e femminile.
di Francesca Graziani, una femminista di lungo corso
Leggo il Corriere tutti i giorni: nel giornale dell’altro ieri in prima pagina trovo il rimando ad un articolo interno intitolato «La parola femminismo non è (più) da buttare» a firma di Maria Luisa
Agnese. Sto per andare subito alla pagina indicata quando l’occhio mi cade sull’immagine che lo affianca: è una donna che urla in un megafono.
Ecco, io sono un po’ stufa dei soliti stereotipi sul femminismo, questo movimento globale che in cinquant’anni ha rivoluzionato il mondo (se ne sono accorti anche i nostri politici, non ce n’è uno che non parli del “valore donna”) e ancora oggi accade che sia sbeffeggiato, ridicolizzato.
Più che con le urla le donne hanno cambiato il mondo con le parole, fin dall’inizio, fin da quando si sono separate dagli uomini per riflettere in libertà sulla loro esperienza e da qui trovare le strade
per dare una propria misura alla società in cui viviamo: hanno cambiato la famiglia, imposto modifiche alle leggi, stanno trasformando il lavoro.
Ma lo stereotipo della femminista mangiauomini o nella variante della zitella frustrata da schernire o da mettere in soffitta come un’anticaglia è andata in onda per molto tempo sui media (salvo poi gridare sui giornali che il femminismo era morto perché non c’erano più le femministe col megafono…).
E a proposito di sbeffeggiamenti, voglio proprio togliermi qualche sassolino dalla scarpa.
A metà degli anni ottanta sulla stampa, anche sul Corriere – a cui nonostante tutto sono rimasta fedele… o sarà l’abitudine? – divampò una polemica sui femminili nei nomi di professione (vi ricordate il caos linguistico dei giornali che si sbizzarrivano con sindachessa, sindaco-donna o in gonnella?).
Fior di intellettuali (ho i ritagli!) intervennero nella discussione per liquidare la stravagante questione.
Pietro Citati (Corriere 12-5-87, La lingua perduta delle donne), Umberto Eco (L’espresso, «La sentinella coi baffi» 31-5-87), Beniamino Placido (La repubblica «Donne in battaglia», purtroppo senza data) si divertivano come matti a dileggiare le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua di Alma Sabatini, che, anche se non del tutto condivisibili, volevano disincrostare la lingua dalla sua impronta patriarcale. Intervenimmo in sua difesa e le cose cominciarono a cambiare quando il dizionario Gabrielli, che aveva suscitato le ire di alcune studentesse milanesi scandalizzate dalla definizione della donna come “femmina dell’uomo”, nella successiva
edizione (1993) fu il primo a recepire molte di quelle raccomandazioni e a dedicare nell’appendice «Si dice o non si dice?» un paragrafo alla questione dei generi nei nomi di professione.
Ho conservato questi articoli perché sapevo che un giorno – come infatti è successo – anche la Crusca ci avrebbe dato ragione.
di Sandra Divina Laupper
La competenza simbolica è quell’insieme di competenze che servono per riuscire di situazione in situazione ad indovinare il codice – oppure il linguaggio, oppure il discorso – giusto per nominare la nostra esperienza. Allo stesso tempo la competenza simbolica ci permette anche di indovinare il codice giusto per ascoltare le parole di chi ha da dirci qualcosa. E ovviamente il massimo della competenza simbolica è saper andare oltre i codici già codificati per trovare un nuovo linguaggio per nominare nello scambio con le altre e gli altri ciò che finora era innominabile.
Barbara K. è il nome di una mia alunna di diciotto anni che si è tolta la vita in autunno del 2014. Elena K., una sua compagna di classe, è rimasta sconvolta e insieme incredula di fronte a questo gesto estremo, che per lei come per tutti noi che conoscevamo Barbara a scuola è stato più che inaspettato, giacché conoscevamo Barbara come una ragazza tranquilla, gentile, sempre disponibile nei confronti degli altri e che apparentemente non aveva alcun problema serio nella vita. Certo, Elena, chiedendo qualche settimana fa alla sua compagna come stava, aveva avuto da Barbara la risposta che era stanca, che non aveva più voglia di andare a scuola, che non aveva più voglia di fare niente. Ma a chi non capitano dei periodi del genere? Quando comunque Barbara poi aggiunse anche: «In questo periodo poi non ho nessuno che mi ascolti quando ne ho bisogno», Elena le rispose: «Ma sai che mi puoi sempre chiamare, quando ne hai bisogno!»
Che cosa significa saper esprimere un proprio disagio, giudicato magari come inconfessabile, e che cosa significa saperlo ascoltare, questo inconfessabile disagio, quando qualcuno avrebbe bisogno di comunicarcelo?
Quando dopo il funerale ci trovammo persi tra le tombe del cimitero di Bolzano, circondati da cipressi e piante il cui fogliame aveva ormai assunto i colori accesi dell’autunno, io stavo in un gruppetto con gli altri insegnanti della classe di Barbara e con le sue compagne di classe. L’insegnante di religione, Guido P., un versato teologo, si rivolse a me che in questa classe insegno filosofia ed a Helga F., l’insegnante di francese, per raccontarci che stranamente rispetto al suicidio aveva trovato di grande aiuto le parole di un filosofo francese, esistenzialista, ateo – non si ricordava più se Sartre oppure Camus – che aveva detto che il suicidio era un lacerante urlo: «Io voglio vivere!»
Luna M. invece, un’alunna della classe di Barbara che è composta quasi esclusivamente da femmine, sotto il sole splendente di quella tristissima giornata di fine ottobre, espresse il suo sconcerto per il fatto che proprio Barbara, che proveniva da una situazione familiare tranquilla e non aveva alcun problema a scuola, era arrivata a un gesto tanto estremo, pur essendo confrontata nella sua classe con situazioni che erano – o per motivi familiari o per motivi di salute – molto problematiche e pesanti. Queste situazioni riguardavano diverse compagne, fra le quali anche la stessa Luna. «Perché?» era la domanda di Luna, e non solo di lei.
Più tardi però, quando dopo un pranzo consumato insieme in una pizzeria in zona ci sentivamo tutti un po’ rasserenati e gli scambi fra professori e alunne si erano fatti più fitti, io venni a sapere qualcosa di nuovo. Infatti tra di noi sorse la questione di come mai per tante persone è così difficile parlare delle proprie sofferenze, e di come mai è così difficile parlare di depressione, seppure questa malattia sia così diffusa e per di più curabile. Io proposi l’idea che forse per Barbara – sempre così gentile e disponibile nei confronti di altri che magari avevano bisogno di un aiuto – era stato troppo difficile cambiare ruolo e mettersi dalla parte di chi aveva bisogno dell’aiuto altrui. Questa idea venne subito accolta da Tamara A. e Sofia G. e, anzi, Tamara precisò che forse per Barbara era così difficile chiedere aiuto a una delle sue compagne di classe a causa di ciò che era successo in classe due anni prima, quando Sofia era stata così male da essere infine costretta a lasciare la scuola per curarsi. In quell’occasione Barbara, insieme alle altre compagne di classe, aveva sofferto della sensazione di completa impotenza di fronte ai problemi della loro amica. Sofia chiedeva aiuto, ma nessuno sapeva come fare per aiutarla, e alcune non volevano neanche più parlare con lei.
Sofia annuì al racconto di Tamara, e aggiunse: «Infatti parlare della mia sofferenza era estremamente penoso, non mi era immediatamente d’aiuto, perché mi confrontava continuamente con l’incomprensione della gente e avevo l’impressione di essere etichettata ormai come l’eterna vittima, per cui nessuno mi prendeva più sul serio. Ma comunque sono convinta che è meglio parlarne, quando hai qualcosa che ti fa star male. Perché altrimenti questa cosa ti distrugge da dentro, ti mangia, non ti fa più vivere! E inoltre si consumano tantissime energie per mantenere la facciata della ragazza serena e tranquilla.»
Forse Sofia e Tamara, come Luna ed Elena e come tanta altre, hanno trovato – nonostante tutto – un modo diverso per dire: «Io voglio vivere!» Nessuna di noi comunque – io credo – riesce a trovare il modo di dire e di ascoltare questa frase senza l’aiuto di altre.
Sandra Divina Laupper
di Alessandra Pigliaru
«Da una parte, il registro imprenditoriale, il mercato e la concorrenza, tutto quello che riguarda il gioco diretto dei processi economici; e dall’altro, la valorizzazione del vivente, la sua significazione, il suo valore, letto in chiave evolutiva, cioè la promessa d’individuazione di una tendenza vincente». Così acutamente Angela Putino chiosava nel 2007 quando sul secondo numero della rivista adateoriafemminista si interrogava su «‘O sistema». In particolare il riferimento risiedeva allora nella relazione tra neoliberalismo e camorra eppure risultavano già alcuni elementi interessanti: il registro imprenditoriale, la costruzione del mercato che si fonda non sullo scambio ma sulla concorrenza insieme alla significazione di un vivente che viene fagocitato dentro il dispositivo strategico neoliberale dell’«individuoimpresa». Ci sono anche i temi della «promessa» e dell’«evoluzione» che in qualche modo aprono a biopotere e biopolitica, quando cioè – prosegue Putino — «le forme insostenibili che rendono effettivamente precarie le nostre esistenze non le scorgiamo, e proprio questa nostra cecità rende possibile a un potere di investire le nostre vite».
Il governo della vita
Forme di soggettivazione dunque, spostamento da un piano oggettivo a quello più propriamente soggettivo in cui ne va delle vite e della loro relazione con il potere e si deve di necessità fare i conti con l’ordine simbolico, capire dove scricchiola e lì – proprio in quel punto — agire. È in questa direzione che Tristana Dini e Stefania Tarantino, che con Angela Putino hanno condiviso percorsi e pratiche politiche, hanno deciso di squadernare ulteriormente il dibattito attraverso la cura del volume a più voci che va sotto il nome di Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà (Natan edizioni, euro 11, pp. 192). A oggi numerosi sono infatti gli interventi critici riguardo il neoliberalismo ormai inteso come «la nuova ragione del mondo» (che dà il titolo a un volume diPierre DardoteChristian Laval); nessuno di questi tuttavia si è concentrato sui rapporti tra il cosiddetto «governo dell’autogoverno» e il femminismo.
Gli undici saggi contenuti nel volume mettono in campo e rilanciano l’analisi complessa di alcune categorie della politica facendole interloquire in un momento in cui, come ricorda Stefania Tarantino nella prefazione «le contraddizioni scoppiano e la libertà femminile è sempre più minacciata dalle difficili condizioni materiali del tempo presente». Bisogna tuttavia fare chiarezza su ciò che si intende per neoliberalismo e ciò che si intende per femminismo. Se il primo è una «razionalità politica», come nota Laura Bazzicalupo nel suo intervento, è Ida Dominijanni ad aggiungere che «non ne va “solo” del mercato, del lavoro, della produzione e della finanza, ne va di noi, di ciò che siamo, di come diventiamo soggetti, di come ci autorappresentiamo». Allo stesso modo bisognerà chiarirsi su cosa si intenda per femminismo. Se non lo si fa si rischiano argomentazioni con premesse vaghe o generaliste che non tengono conto dei contesti e che spesso vanno in direzioni contrarie.
Il punto di avvistamento dal quale in questo volume si parte è quello del femminismo della differenza italiano. Certo che in generale la divaricazione fra neoliberalismo e femminismo è stata posta da alcune, in particolare Nancy Fraser che l’anno scorso sul Guardian tuonava di Come il femminismo è diventato ancella del capitalismo. Laddove non può sfuggire che il neoliberalismo «non coincide col capitalismo e con le sue ‘mosse’, anche se ne mutua miti e immaginario e si struttura sul suo regime di verità» (Bazzicalupo), è anche vero che il discorso di Fraser sulle diversità tra femminismo della prima ondata e quello della seconda ondata risente di un dato contesto. Specifica inoltre Dominijanni come il femminismo della differenza italiano «non nasce come contributo al compimento del progetto emancipatorio del moderno, bensì come un taglio al suo interno; e di quel progetto sviluppa una critica che parte dalla presa d’atto della sua già acclarata crisi, e che perciò non punta a un suo rilancio, ma bensì a un suo superamento».
Se è chiaro come il conflitto tenda a essere espunto e neutralizzato nelle maglie neoliberali è pur vero che è proprio il conflitto per la differenza ha significato un passaggio dal paradigma dell’oppressione a quello dell’espressione (Federica Giardini). Restando in tema di paradigmi, come ricorda Marianna Esposito, non potrà essere taciuto «il salto sperimentato dalla libertà femminile nel passaggio dal fordismo al post-fordismo». Qual è allora, prosegue Esposito, «il compito filosofico e politico che spetta al femminismo come pensiero di critica del presente quando esso si misura nel passaggio dalla governamentalità biopolitica a quella neoliberale?»
Nel volume si potranno leggere pagine notevoli sulla sessualità e l’imperativo ipertrofico e narcisistico del godimento (Dominijanni e Dini); così come sull’interrogazione delle categorie di capitale, lavoro e cittadinanza (Marisa Forcina); sul lavoro e la precarietà che si intrecciano variamente al debito pubblico e la colpa (Elettra Stimilli), il ben/essere (Giovanna Borrello) e le intersezioni con il capitalismo finanziario (Monica Pasquino), fino ad arrivare allo stesso ruolo che l’epistemologia femminista presiede alla costruzione del processo di conoscenza (Maria Rosaria Garofalo). I temi, che sconfinano dal solo dibattito italiano ed europeo, arrivano fino al sudest asiatico attraverso il postcolonial feminism (Alessandra Chiricosta).
Rovesciamento relazionale
Certo alcuni punti rimangono comuni e innervano l’intero testo. L’imprenditoria di sé di cui si tratta è in frizione con la libertà femminile. Di fatto il confronto tra i due termini diviene il rovesciamento di due posture precise di relazionalità con il sé e con il mondo. Mentre nell’imprenditorialità di sé si assiste alla costruzione di una soggettività falsamente auto-sussistente che aderisce con il mercato perché lo incrementa e che mette al servizio le proprie qualità come potenziali punti di giuntura con la razionalità neoliberale, la libertà femminile sostanzia la soggettività femminile .
Il nodo tra libertà e imprenditorialità di sé suggerisce letture della materialità che oggi ci tocca vivere. Appunto perché quella materialità tocca variamente e in maniera complessa le vite di ciascuno. Quelle vite che sì, sono prese nella tagliola del neoliberalismo ma che ascoltate una per una nella singolarità delle esperienze, illuminano una vulnerabilità con cui è bene fare i conti. Sono conti politici e di presa in carico che pur non prescindendo dallo sfondo in cui si agitano, spesso eccedono. Conti che aprono a una domanda che è appropriato ribadire: le mappe di contraddizione alle quali stiamo assistendo, dove vi sono progetti esistenziali di chi non arriva neppure alla soglia minima della precarietà, consentono di interrogarsi ancora sui linguaggi per trovare anche pratiche politiche efficaci? Lo spiega bene Tristana Dini quando afferma che il femminismo «si trova esattamente nel punto in cui la razionalità neoliberale può venire forata, per fare spazio ad altro». Che occorra dunque un esercizio costante di attenzione? Che quel foro sia la vita stessa quando eccede e si sottrae e non può in alcun modo venire dedotta in nessuno sfondo?
(il manifesto, 28 novembre 2014)
di Roxane Gay
In un mondo ideale, potrei pensare che non crediamo alle vittime degli stupratori perché ci è difficile immaginare che l’autore di uno stupro possa essere una persona per altri versi del tutto normale. In un mondo ideale, potrei concedere ai suoi difensori di dubitare che lo stupro, e quello che fa uno stupratore, esista davvero, visto che si tratta di una cosa orribile.
Ma non viviamo in un mondo ideale. In questo mondo, semplicemente non vogliamo credere alle donne, o meglio non vogliamo dover credere alle donne, perché farlo potrebbe, anche se di poco, complicare la nostra vita e la versione a cui preferiamo credere.
Sarebbe estremamente seccante dover vedere il mondo così com’è.
Lo stupro è un crimine disgustoso. Faccio fatica a pensarci, davvero – a credere che una persona possa sentirsi in diritto di controllare il corpo di un’altra al punto di introdurcisi con la forza. Gli stupratori si prendono qualcosa di intimo – l’accesso dentro di te – qualcosa su cui non hanno nessun diritto. Violano la sacralità del corpo, delle emozioni, la fiducia che nutriamo verso noi stesse e verso il mondo esterno, la sicurezza che il nostro corpo è nostro, o che un trauma simile richiede o merita giustizia. Crimine non sembra neanche una parola adeguata.
Eppure lo stupro è molto diffuso, e nessuno è veramente immune dalla sua minaccia.
Quando si tratta di violenza sessuale si fa raramente giustizia, che sia in un tribunale vero o in quello dell’opinione pubblica. Anzi, insieme alle tante testimonianze delle vittime, ci arriva il coro appassionato di chi non gli crede ed è ansioso di smontare le loro storie.
Forse è così difficile credere alle vittime degli stupri perché significa accettare il fatto che, solo negli Stati Uniti, almeno una donna su cinque – e forse anche di più, perché molte non sporgono denuncia – è stata vittima di una violenza simile.
Forse non riusciamo a concepire che tante persone abbiano subìto questa terribile violazione e che il nostro cosiddetto sistema giudiziario non faccia quasi nulla in proposito – ed è per questo che chiediamo prove, testimonianze e vittime inattaccabili. E tuttavia neanche questo ci basta.
Forse è più facile credere che tutte quelle donne mentono – che hanno qualche motivo segreto, qualche intento malvagio – invece di credere che tanti altri esseri umani siano capaci di una tale atrocità. Forse ci sforziamo di trovare una spiegazione diversa da quella più ovvia, perché la verità viscerale dello stupro – commesso o subìto da persone che conosciamo – è insopportabile.
Forse voglio credere che le persone intorno a me hanno tanta fiducia nella nostra umanità condivisa – così piena di compassione – da poter pensare che solo dei bruti della peggiore specie possano fare qualcosa del genere a un’altra persona. Ma trovo sempre più difficile concedere a queste persone il beneficio del dubbio.
Le accuse di stupro che riguardano Bill Cosby da tanto tempo, alla fine sembrano ricevere conferma. Le donne che hanno raccontato le loro storie sono ormai così tante che non possiamo più voltarci dall’altra parte, neanche se lo volessimo. Ma non dovremmo farlo. Non dovremmo avere bisogno di sentire i racconti di tante donne per crederci. Non dovremmo avere tanti dubbi. Una sola accusatrice dovrebbe essere più che sufficiente.
La Nbc ha cancellato lo spettacolo che Cosby stava preparando. Netflix ha rimandato la messa in onda di uno speciale girato di recente. Tv Land non trasmette più le vecchie puntate dei Robinson. Nel tribunale dell’opinione pubblica può sembrare che sia stata fatta giustizia, ma sono solo gesti simbolici. Forse questi attestati di fiducia sono il massimo che le donne che lo accusano possono sperare di ottenere. Ma essere credute non dovrebbe essere sufficiente.
Non avremmo mai dovuto ignorare le accuse contro Bill Cosby (che, secondo il suo avvocato, lui “non intende prendere in considerazione”), ma è difficile credere che un personaggio così popolare e amato abbia commesso qualcosa di così brutto. Ci chiediamo: com’è possibile che un comico di talento, un padre di famiglia e un filantropo sia anche uno stupratore seriale?
Cosby e gli altri uomini accusati di stupro contano proprio sul fatto che ci poniamo questa domanda. Ma non è accordato lo stesso privilegio alle vittime dello stupro, che invece devono fare di tutto per essere ascoltate, figuriamoci credute – e a prescindere dal fatto che gli uomini accusati siano ricchi e famosi.
Recentemente Rolling Stone ha pubblicato la storia straziante di Jackie, una studentessa dell’università della Virginia che racconta di aver subìto un brutale stupro di gruppo. La violenza era andata avanti per ore e l’ultimo dei suoi aggressori era stato un compagno di corso che lei aveva riconosciuto. Il ragazzo esitava, ma uno degli altri gli aveva detto: “Ferma la gamba di quella cazzo di cosa”.
Non riesco a togliermelo dalla testa. Mi fa stare male. “Cosa”.
Sono tormentata dai ricordi di quando io stessa sono stata una “cosa”, un nulla, un mucchietto di ossa su un pavimento sporco, tormentato da un branco di orribili ragazzi. Ero una “cosa” quando loro ridevano, bevevano, mi rompevano e mi prendevano con la forza. Ero una “cosa” quando raccontavano a tutti quello che avevano fatto e la gente cominciava a guardarmi in modo strano.
Troppe di noi sono state “cose”. Troppe di noi lo saranno ancora. Troppi di noi continueranno a guardare qualsiasi cosa tranne che la cruda verità.
Ma lo stupro e la sua giustificazione funzionano così: quella donna non era un essere umano, quello non era il suo corpo, quello che dice non è vero. Nella storia di Jackie, dopo che i suoi aggressori l’avevano lasciata livida e sanguinante, i suoi cosiddetti amici hanno deciso di non portarla in ospedale per non danneggiare il buon nome del campus. Era una situazione scomoda, la sua verità era scomoda, la loro amica livida, sanguinante e violata era scomoda.
Questa è la cruda verità. Gli stupratori ci mettono meno a disagio delle loro vittime. I predatori non chiedono nulla. Non sono una seccatura. Non sanguinano, non impressionano né rivelano le loro immense ferite. Se non dubitiamo di loro non dobbiamo dubitare di noi stessi. È per questo che il fascino del signor Robinson conta più delle parole di tante donne. È per questo che il prestigio di un campus è più importante delle parole di tante ragazze che sono state stuprate in quel campus.
“Cosa”.
Spero che questa parola ci tormenti finché non saranno ascoltate e credute la ragazza a cui si riferiva e tutte le altre donne vittime di uno stupro.
(Traduzione di Bruna Tortorella)
Roxane Gay è una scrittrice e saggista statunitense. Si occupa soprattutto di femminismo e diritti delle donne. Collabora con The Rumpus e scrive questa column per il Guardian. Ha pubblicato Bad feminist (Perennial 2014).
Stati Uniti
(Internazionale, 28 novembre 2014)
di Clara Jourdan
Domenica 16 novembre 2014 si è tenuto un incontro alla Libreria delle donne sul futuro della rivista Via Dogana. Quello che si è deciso e le sue motivazioni lo troverete spiegato sul prossimo numero 111, in quarta di copertina.
Il numero uscirà il 1° dicembre e lo presenteremo a Milano in Libreria sabato 13 dicembre alle 18.
Posso anticipare che non ci sarà un n. 112. A me dispiace e avrei voluto continuare a fare la rivista, ma concordo sulla decisione.
Avrei voluto continuare perché Via Dogana è diventato un punto di riferimento di riflessione e ricerca politica anche per persone che la conoscono da poco e proprio per la sua differenza rispetto ai linguaggi e ai discorsi correnti la trovano preziosa in questi “tempi bui” (così si esprimono alcune; ah no! tempi difficili sì, ma non bui: noi abbiamo sperato di avere acceso una luce duratura).
Condivido alcune ragioni di interrompere la pubblicazione, perché non c’è rispondenza tra la rivista e il cambiamento che noi stesse abbiamo contribuito a realizzare. Gli abbonamenti e le vendite che grazie alle nuove sottoscrizioni e vendite dovrebbero aumentare, invece diminuiscono.
Le donne sono ovunque si intitola il numero 111. Le immagini di notevole bellezza della fotografa Donatella Pollini sono dedicate all’Africa.
Clara Jourdan della redazione di Via Dogana
Nota. Chi ha già sottoscritto l’abbonamento per il 2015 può chiederne la restituzione; meglio se chiede in cambio libri o Quaderni di Via Dogana o annate della rivista (1991-2014) o singoli numeri. Le libraie suggeriscono in particolare due Quaderni, “storici” su due tematiche molto importanti e dibattute nel movimento delle donne mondiale, l’arte e l’eredità del femminismo: MATRICE. Pensiero delle donne e pratiche artistiche, a cura di Donatella Franchi (2004, 11 euro), e UN’EREDITÀ SENZA TESTAMENTO. Inchiesta di “Fempress” sui femminismi fine secolo (2002, 11 euro).
(wwww.libreriadelledonne.it, 21 novembre 2014)
di Chiara Saraceno
Ho letto con un certo sgomento quanto Recalcati ha scritto su Repubblica per condannare la violenza che troppi uomini praticano contro le donne. Equiparandola ad una forma di razzismo intesa come negazione della libertà dell’Altro, Recalcati scrive: “La donna, infatti, è una delle incarnazioni più forti, anarchiche, erratiche, impossibile da misurare e da governare, di questa libertà. Il suo stesso sesso non è visibile, sfugge alla rappresentazione, è nascosto, si sottrae alla presa dell’evidenza. La loro identità, difficile da decifrare, non risponde mai a quella della divisa fallica degli uomini. Proprio per questo le donne possono essere l’oggetto di una violenza inaudita. Possono essere aggredite, offese, maltrattate, uccise proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di possesso, perché coincidono con la libertà”.
Che cosa mi sgomenta e disturba in queste affermazioni? La definizione unidirezionale “della donna” (assoluto singolare) come Altro. Come se anche l’uomo maschio non fosse Altro per la donna, ovvero come se l’essere umano non fosse costituito da questo dualismo, simmetrico e insieme innervato da una pluralità di differenze che rompono quei due singolari assoluti e quella maiuscola. Perché mai l’identità delle donne dovrebbe essere più difficile da decifrare di quella degli uomini? Solo un punto di vista che pone, per quanto criticamente, il maschile insieme come assoluto singolare e come metro di giudizio, può considerare le donne l’Altro assoluto, misterioso, inconoscibile (perfino alle donne stesse), irrapresentabile.
Ha ragione Recalcati a dire che non basta l’educazione sessuale intesa come informazione sugli apparati genitali di uomini e donne, a far maturare rapporti tra uomini e donne meno esposti al rischio di violenza e sopraffazione. Che occorre anche un’educazione sentimentale, che favorisca il riconoscimento dell’irriducibilità dell’altro/a (con la minuscola, però) a sé e della sua libertà. Ci mancherebbe. Ma non è utile neppure un’ipostatizzazione misterica della donna come Altro dall’uomo (oltretutto senza reciprocità).
Quando non suscita in uomini intellettualmente sofisticati riflessioni suggestive come quelle di Recalcati, una simile ipostatizzazione rischia di provocare negli uomini non solo o tanto paura, ma disprezzo, senso di superiorità, svalorizzazione delle donne e di quanto fanno o aspirano a fare, autorizzazione al desiderio di possesso, violazione della libertà, fino alla violenza. Dall’Altra irridicibilmente diversa, cristallizzata nella sua differenza, e perciò in conoscibile, all’altra inferiore e perciò utilizzabile a piacere, il passo è molto breve.
Se si vuole operare contro la violenza forse è più opportuno togliere maiuscole, introdurre il plurale, e ragionare sul fatto che l’alterità è condizione normale nelle relazioni tra esseri umani, una condizione che mobilita sia l’uguaglianza nell’aspettativa reciproca di riconoscimento e rispetto, sia la conoscenza, per quanto sempre imperfetta, parziale, in progress – proprio come le identità.
(blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it, 26-11-2014)
Siamo Ilaria Durigon e Chiara Melloni, due amiche da anni impegnate politicamente, impegno che ci ha viste attive in varie occasioni e sul web nel blog ‘Femminile Plurale’. Molte ci conoscono di persona perché in questi anni abbiamo girato parecchio. Così abbiamo potuto fare esperienza di quanto sia importante avere degli spazi di ospitalità, dei punti di riferimento. E da circa un anno e mezzo lavoriamo per realizzare il progetto di un ‘luogo’ dove mettere a frutto ciò che abbiamo imparato dalla politica delle donne. Che è, anzitutto, un modo di stare insieme che non abbiamo mai trovato altrove.
Ciò che ci permetterà di farlo, abbiamo pensato che potrebbe essere una libreria. Ecco il nostro progetto: una Libreria delle donne nel centro di Padova. La nostra città è Padova, qui abbiamo studiato, amato, lavorato, ci siamo incontrate. È qui che vorremo dar vita alla grande ‘impresa’ che desideriamo intraprendere..
Ve la descriviamo affinché anche voi possiate vedere, con il lavoro fatto, anche quello che resta da fare, e immaginarla realizzata ancor prima che lo sia. E’ una srl di cui le socie sono Ilaria Durigon e Chiara Melloni, e una dipendente part-time, facente parte di Femminile Plurale, Laura Capuzzo. Abbiamo trovato il credito bancario, da completare con una raccolta fondi. L’immobile prescelto è nel centro storico di Padova, una città non grande ma ricca di potenzialità politiche e culturali. Si trova precisamente in una via di grande passaggio, pur essendo non molto ampia. E’ un punto di snodo tra il centro e una bellissima zona residenziale, abitata da studenti, famiglie e con negozi e bar che d’estate si affollano di persone e d’iniziative di ogni genere. Poco più avanti, c’é la facoltà di lettere e filosofia e in parte una sede di scienze delle formazione…il posto ideale! L’immobile è un piccolo gioiello con pavimento in legno e due vetrine molto ampie. E’ suddiviso in due spazi, uno dei quali rialzato, cosa che ci permetterà di tenere distinti i vari settori: sotto, ovvero sul piano strada, letteratura, poesia e arte, solo femminile, e sopra una sezione di saggistica dedicata agli studi di genere, manualistica e una parte destinata alla sessualità…
Mettere radici nello spazio è condizione necessaria per mettere radici nel tempo. Si ha una radice, ci insegna Simone Weil, quando si partecipa ad una collettività che conserva ‘i tesori del passato e i presentimenti del futuro’. Noi due, quelle/i che ci sostengono e il nostro stesso progetto, siamo proprio lì, nell’intersezione tra ieri, oggi e domani. Ci siamo rese conto che il femminismo, specialmente in Italia, è stato e rimane un movimento ricco di esperienze e di idee. Con la libreria vorremmo ‘prenderci cura’ di questo passato, non solo conservarlo come fanno le biblioteche e gli archivi (che pure ci vogliono), vorremmo trasmetterlo, diffonderlo, metterlo ‘in discussione’, ovvero renderlo presente nei nostri discorsi. Il senso di ciò non sta quindi nella mera trasmissione culturale di un passato, ma nella comprensione di ciò che è stato detto, fatto e pensato, e così ‘mettere radici’ nel presente, dando però consistenza ai presentimenti del futuro. Vorremmo quindi ‘prenderci cura’ del futuro e creare un luogo d’incontro con la porta aperta verso ciò che sarà o potrà essere. Senza esclusioni. La immaginiamo come luogo di ospitalità per le relazioni che già abbiamo intessuto e come luogo di nascita di nuovi rapporti, di nuove reti da tessere, di nuovi pensieri, di nuove eredità da lasciare.
L’ambiente sarà quello che risulterà dal lavoro che stiamo facendo e al quale ti chiediamo di interessarti. Leggere è bello e anche divertente: sarà un ambiente gioioso. Scambiare idee, farsi conoscere e fare conoscenze nuove, é vita che riparte: sarà un ambiente accogliente… Vedremo. Comunque, sarà un posto dove non solo sia possibile imparare qualcosa di nuovo, ma in cui si stia bene. Perché, e questo lo abbiamo imparato dal vivo, ciò che le donne hanno costruito sia politicamente sia culturalmente, ci ha rese non solo persone migliori ma anche più felici.
La Libreria è in cerca del suo nome, quello che avevamo trovato non ha incontrato il gusto di altre. Aspettiamo proposte. E aiuto economico. La cifra che ci manca per dare vita al nostro progetto è di 15.000 Euro.
Se volete contribuire anche voi, questi sono i dati per il bonifico:
Miras srl – Iban: IT92C 03104 03227 000000820660.
di Angela Azzaro – Anna Paola Concia – Eretica
Il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne è diventata, soprattutto in Italia, la giornata del vittimismo e della sfiga delle donne. Non una giornata di denuncia per ribadire la forza delle donne e sollecitare cambiamenti culturali e politici. Per questa ragione Angela Azzaro, Anna Paola Concia ed Eretica hanno scritto a sei mani questo testo rivolto alle giovani donne: Care ragazze, non fidatevi delle professioniste del vittimismo.
Care ragazze, non ascoltate le professioniste del vittimismo.
Care giovani donne, care amiche oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ne sentirete di tutti i colori, colori viranti perlopiù al grigio e al nero. Sarà una giornata in cui si offre uno spettacolo osceno a voyeur e feticisti del dolore. Noi speriamo che passi presto. Speriamo di sopravvivere alla condivisione superficiale, via social network e via tv, di immagini di donne picchiate, brutalizzate. È la rabbia il nostro sentimento prevalente, perché a postare quelle immagini terribili sono spesso donne forti e libere. Donne che inibiscono la crescita altrui insistendo sulla linea del terrorismo psicologico: invece che raccontarci come hanno fatto a liberarsi, a trovare spazio per la propria realizzazione, preferiscono puntare sul pianto e la commiserazione. Si tratta di una falsificazione della realtà a uso e consumo di un sistema mediatico che vuole descrivere la donna come vittima, come indifesa, come incapace di intendere e di volere. In questo modo non si vince la violenza, semmai la si amplifica, la si rende ancora più forte.
Ci chiediamo quindi a cosa serva tutto questo. Come si fa a tollerare un’esibizione perenne di donne maltrattate? Che genere di insegnamento si vuole dare alle ragazze? Dovranno guardarsi le spalle ogni momento?
Vorremmo spiegare che neppure alle vittime vere piacciono certe immagini diffuse come se fossero santini buoni per cumulare mille like. Sarà questo un buon metodo per raccattare consenso, perché il livido, il sensazionalismo, stimola corde emotive non indifferenti. Rappresentare le donne ammaccate, fragili, impotenti, passive, rassegnate, non regala forza a nessuna. È proponendo modelli positivi che regali forza alle ragazze. E’ sperando che i giornali possano raccontare mille Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana ad andare nello spazio, che si cambia qualcosa. Dando cioè spazio alla forza delle donne, ai loro successi, alla possibilità di realizzare ciò che si desidera.
Pensateci un attimo, alle tante speranze uccise, alle ambizioni messe da parte perché il senso comune inibisce ogni salto in avanti, toglie fiducia in se stesse e nelle proprie percezioni, grazie a queste signore che insistono nel dire che solo loro sanno quel che è bene per le altre. Pensiamo al fatto che le ragazze vengono chiamate a partecipare alle iniziative per il 25 novembre, a cura di donne adulte che mostrano una febbrile eccitazione e una nuova occasione per tornare protagoniste, come se si potesse mimare il passato, come se assumendo una posa maternalista si regalasse un’occasione alle più giovani.
Non è una questione d’età anagrafica ma mentale, perché siamo certe che ci siano donne adulte molto più evolute di alcune venticinquenni, ma la sensazione precisa che ricaviamo da quello che si muove attorno al 25 novembre è che diventa palcoscenico per voci che altrimenti non troverebbero più molto spazio. Inducendo un bisogno si ottiene consenso e ascolto ed è così che si portano le ragazze in piazza a fare balletti o a mimare lotte che somigliano solo vagamente a quelle di chi rivendica diritti e ottiene manganelli.
Quello che si mette in atto in quelle piazze è comunque qualcosa di perverso. Sono spettacoli che rassicurano il patriarcato, perché si mostra una incapacità di raccontarsi diverse. Diventa una recita conformista che non rompe alcuno schema. È la recita di donne che si muovono all’interno di una dicotomia rigida. Santa o puttana. Vittima o strega. Le fragili fanciulle consegnate ai salvatori, ai nuovi patriarchi, quelli buoni, per nulla diversi da quelli cattivi, e le streghe che non si dichiarano vittime e restano a testa alta a rivendicare le proprie scelte autodeterminate vengono consegnate agli inquisitori. Le donne che celebrano il 25 novembre spesso non si sganciano da una narrazione che è patriarcale.
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