di Aldo Zanchetta

 

Non è stato ucciso nessuno e dovranno trascorrere ancora molti anni prima che una donna diventi presidente del Perù. Eppure, dalle aule giudiziarie di un paese andino che ha visto e raccontato pagine leggendarie sulla resistenza dei comuneros e dei campesinos, arriva una notizia di eccezionale importanza. Una notizia buona, una volta tanto. Doña Máxima Atalaya, la señora Chaupe, uno dei simboli più semplici e straordinari dell’opposizione all’avanzata del devastante business minerario e della sua ideologia, l’estrattivismo sviluppista, potrà vivere sulla sua terra (andate a rileggere una storia bella qui). I giudici hanno dato ragione a lei e torto alla potente compagnia mineraria Yanacocha, che le aveva fatto bruciare la casa. Per questa volta abbiamo vinto noi

 

Ricordate Máxima Acuña Chaupe? Abbiamo seguito nel tempo e con ansia le sue vicende nello scontro con la poderosa Yanacocha Gold Mine, che non ha risparmiato mezzi ed energie per appropriarsi della parcella di terreno su cui la famiglia Chaupe vive. Incastrato nei 5.700 ettari di proprietà della miniera, più che un reale ostacolo fisico, quel conteso pezzo di terra è un importante simbolo di riferimento per molte delle resistenze ai disastri che l’estrattivismo a cielo aperto sta causando in decine di località del Perù e del Sudamerica.

 

La famiglia Chaupe è diventata proprietaria del terreno nel 1994, come dimostrano le carte che ha in mano. La Yanacocha nel 2001 acquistò una serie di proprietà nella zona della futura miniera, per un totale di 5.700 ettari, ma ha sempre sostenuto che la proprietà di Máxima vi rientra di diritto essendo a soli 100 metri da una strada di passaggio degli automezzi della miniera. Ricordate la favola del lupo e dell’agnello?

 

Máxima però non ci sta a fare l’agnello della favola. E ha intrapreso una tenace resistenza senza farsi impaurire. L’11 agosto del 2011, dopo averla fatta sloggiare con l’aiuto della DIMOES, la feroce sezione di polizia nazionale ‘per le operazioni speciali’, la Yanacocha ha fatto bruciare la sua casa. La famiglia Chaupe, con l’aiuto di molti amici, l’ha ricostruita e vi si è insediata nuovamente. Questo è valso l’accusa, da parte ella Yanacocha di usurpazione aggravata perché ‘violenta’, e il giudice Tohmy Padilla Mantilla, del tribunale di Celendín, competente territorialmente, con un processo farsa e senza base documentale, il 5 agosto 2014 ha condannato la famiglia Chaupe a due anni e otto mesi di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 5.500 soles.

 

Máxima non si è data per vinta. Col supporto di amici e confortata dalle oltre 116.572 firme raccolte a suo sostegno in varie parti del mondo, ha fatto ricorso al Tribunale d’appello di Cajamarca, dove esiste un piccolo nucleo di giudici che in vari casi precedenti hanno dimostrato di non temere le pressioni dei prepotenti. Giovanni Tessa, un cooperante italiano che ha assistito all’udienza, ci ha scritto del disperato tentativo dei legali della Yanacocha che, consapevoli di non avere le carte per dimostrare la proprietà della cliente, hanno tentato accanitamente di far rinviare il giudizio all’anno nuovo, anche perché a inizio gennaio ci sarebbe stato un avvicendamento dei giudici. Ma i tre giudici costituenti il collegio giudicante hanno resistito, rigettando la richiesta e confermando la validità dei documenti presentati dalla famiglia Chaupe che attestano il regolare acquisto del terreno.

 

Non so se ci sia a Berlino il famoso giudice che sarebbe stato evocato da Brecht, ma a Cajamarca questa volta sì, i giudici ci sono e sono stati ben tre. Basterà la sentenza a chiudere la vicenda? Vedremo, Yanacocha ha annunciato di voler far ricorso alla corte Suprema. Intanto doña Máxima, la famiglia Chaupe e tutti i loro numerosi sostenitori nel mondo festeggiano. Non è la prima e non sarà l’ultima volta, Davide può sconfiggere Golia.

 

24 dicembre 2014
http://laboratoriodonnae.wordpress.com

Scoprire Meret

di Pina Nuzzo

Presentazione biografia Meret Libreria delle donne Milano foto di Pinuccia Barbieri

La presentazione a Milano, il 20 dicembre scorso, della biografia “Meret Oppenheim, afferrare la vita per la coda” di Martina Corgnati era un’occasione da cogliere al volo. Il libro era stato presentato una settimana prima al Maxxi di Roma, ma ho preferito fare un viaggio fino a Milano perché l’evento che si è tenuto presso la Libreria delle Donne era organizzato dall’Associazione  “Apriti cielo” con cui sono entrata in contatto via Facebook. Circostanze che mi facevano immaginare un incontro ravvicinato con un’autrice che apprezzo, in un luogo politico significativo.Partendo dalla mia esperienza di pittrice avevo avuto modo di riflettere sulla donna come spettatrice dell’arte. Visitando mostre e musei mi ero fatta diverse domande su quello che guardavo e sul suo significato, ma per uscire dal mutismo in cui regolarmente sprofondavo ho dovuto superare tutte le informazioni e le nozioni di cui siamo tradizionalmente in possesso e che condizionano il nostro sguardo. Ho sempre trovato insopportabile la pretesa di assegnare alle opere un linguaggio asessuato che parlerebbe indifferentemente agli uomini e alle donne. Solo quando ho accettato di ascoltarmi davvero di fronte all’opera d’arte ho cominciato a pormi come una spettatrice sessuata. L’ho potuto fare grazie alla pratica politica del partire da sé. Così ho potuto leggere la grandezza di un artista, ma nel contempo capire di quali privilegi abbiano goduto gli uomini nella costruzione della storia dell’arte, primo fra tutti quello di porsi come soggetto nel mondo e di usare il mondo come oggetto di rappresentazione, di farlo legittimati da una genealogia.
Il saggio di Martina Corgnati “Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio”(Mondadori 2004) ha rappresentato una conferma autorevole per il mio punto di vista. Non posso non citare un passaggio cruciale: “Le stesse “arti belle”, con i nudi e altre iconografie ricorrenti, da sempre saldamente in mano a uomini, hanno contribuito non poco ad alimentare l’ideologia e l’immagine della donna-oggetto, sessualmente disponibile, debole, nutritiva, vicina alla natura e passiva. Un’ideologia tanto forte, fino a pochi decenni fa, da condizionare non solo gli artisti, ma anche le loro rarissime colleghe e il loro pubblico, “misto” di fatto ma esclusivamente maschile nel giudizio. Alla fruitrice infatti, come all’artista, si offrivano due sole possibilità: identificarsi con lo sguardo maschile, rinunciando al proprio punto di vista, oppure con l’oggetto del desiderio, la modella, la musa, assumendo quindi una posizione in qualche misura masochista, svuotata di qualsiasi potere di formulare un’immagine autonoma.”
Dovevo andare a Milano.
“E’ circolata tanta energia oggi in Libreria e una gradevole impressione di vero ascolto e scambio di saperi” ha commentato “Apriti Cielo” su Facebook ad incontro concluso. Confermo, è stato uno di quei rari incontri in cui ci si parla per davvero. A cominciare dalle relatrici che si sono spese con generosità.
Ha aperto i lavori Zina Borgini di “Apriti Cielo” che ha voluto fortemente l’iniziativa per l’ammirazione nei confronti di Meret Oppenheim, icona di donna vissuta fuori dagli schemi, libera da ogni etichetta artistica, ideologica e di genere; per stima nei confronti di Martina Corgnati che aveva già lavorato sulla figura dell’artista e curato dopo la morte la prima retrospettiva italiana al Palazzo delle Stelline a Milano (1998/99). E ha voluto che la presentazione avvenisse presso la Libreria delle Donne, luogo con cui ha una relazione di lunga data.
Cristina Giudice, storica dell’arte e docente – come Martina Corgnati – dell’Accademia Albertina di Torino, introducendo ha ricordato che le artiste sono state spesso penalizzate dalla critica dell’arte del novecento; chi è riuscita a ritagliarsi uno spazio, ad essere riconosciuta, ha fatto scelte di cui poco sappiamo. Raccontate raramente. La ponderosa biografia di Martina Corgnati permette, invece, di conoscere meglio una figura complessa come Meret Oppenheim che, giovanissima, sapeva di volersi dedicare all’arte ed era già consapevole della ricaduta che l’essere donna avrebbe avuto sulla sua ricerca artistica. Decide di non avere figli. E quasi a suggellare un patto con sé stessa dipinge un quadro: l’angelo sterminatore.
E’ una donna che tiene alla propria libertà anche contro i suoi stessi sentimenti e non teme di andare controcorrente, contro le convenzioni sociali del suo tempo. Di questo e di tanto altro parla la biografia, un volume di cinquecento pagine che si legge con grande piacere e che si torna a consultare, come ha detto Cristina Giudice che si è anche soffermata sulla qualità della scrittura di Martina Corgnati. Perché non si tratta solo di scrittura bella, ma di aver saputo restituire la propria competenza, lo sguardo sull’artista e la relazione con la nipote, Lisa Wenger, depositaria delle carte di Meret – lettere, appunti, documenti – che sono materia viva e inedita della biografia.

Foto di Pinuccia Barbieri

da http://laboratoriodonnae.wordpress.com

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di Alessandra Pigliaru

Si inti­tola Fem­mi­ni­smo e poli­tica ed è il numero mono­gra­fico che il «Calen­da­rio del popolo» dedica al tema (San­dro Teti Edi­tore, pp. 90, euro 9), a cura di Ste­fano Cic­cone e Alberto Leiss. Si tratta di un utile spac­cato di ciò che è stata – ed è – la rela­zione com­pli­cata tra fem­mi­ni­smo e sini­stra, per­corsa da alcune tappe impor­tanti che tut­ta­via mutano secondo le espe­rienze poli­ti­che di chi le ha affron­tate. Diverse sono infatti le voci che ani­mano il numero della rivi­sta e altret­tanti i rispet­tivi posizionamenti.

Comin­cia Leti­zia Pao­lozzi chia­rendo come fem­mi­ni­smo e poli­tica «avreb­bero potuto – e dovuto – con­vo­lare a giu­ste nozze, tut­ta­via la pro­messa di matri­mo­nio è stata tra­dita. Non sap­piamo per colpa di chi. I sospetti si appun­tano sulla sor­dità della com­po­nente maschile della poli­tica». Se è dif­fi­cile esau­rire in poco spa­zio non tanto la rela­zione tra fem­mi­ni­smo e sini­stra ma pro­prio la sto­ria di uno e dell’altra, il pre­gio del «Calen­da­rio del popolo» è quello di dare parola a espe­rienze spesso incon­ci­lia­bili capaci però di con­se­gnare un qua­dro inte­res­sante di ciò che la sini­stra ha signi­fi­cato in Ita­lia pre­va­len­te­mente in rela­zione alla forma-partito e di come il fem­mi­ni­smo ita­liano abbia pro­dotto al pro­prio interno alcune signi­fi­ca­tive diva­ri­ca­zioni, con strade diverse ed esiti oppo­sti.
I cura­tori sono anzi­tutto con­sa­pe­voli che par­lare di sini­stra in rela­zione al fem­mi­ni­smo impli­chi di neces­sità l’interrogazione della que­stione maschile.

Nell’editoriale Cic­cone appare netto: «pos­siamo pen­sare che quello sguardo pro­dotto dal fem­mi­ni­smo ci riguardi? Quella domanda di libertà può riguar­dare anche le vite degli uomini?». Chiosa Leiss indi­vi­duando una resi­stenza evi­dente che deriva dalla dif­fi­coltà maschile a rico­no­scere la realtà del pro­prio corpo, ovvero «del come que­sto corpo sia deter­mi­nato da una dia­let­tica tra istinto, desi­de­rio, impos­si­bi­lità a gene­rare diret­ta­mente la vita, con­danna sto­rica all’esercizio della forza e della vio­lenza». Que­stione che con­fi­gura incon­tri man­cati, ieri come oggi, ma anche pos­si­bi­lità di confronto.

Come nota Nichi Ven­dola nell’intervista rila­sciata allo stesso Leiss, il fem­mi­ni­smo è «un corpo a corpo» libe­rante e neces­sa­rio. Sono solo alcuni dei punti di vista che appa­iono, insieme a molti altri, e che trac­ciano una map­pa­tura di come sia stata inter­pre­tata e rimessa in discus­sione la faglia creata dal movi­mento fem­mi­ni­sta, nel Pci prima, in Sel e Tsi­pras poi e fuori. A tal pro­po­sito Bia Sara­sini mostra «la com­plessa rela­zione logica e sociale tra pub­blico e pri­vato», ovvero la dif­fe­renza seman­tica e di sce­na­rio poli­tico attuale, soprat­tutto dal momento in cui le donne hanno por­tato l’esperienza del fem­mi­ni­smo anche all’interno della poli­tica par­ti­tica. Sara­sini veri­fica che «anche il fem­mi­ni­smo soc­combe alla logica con cui ven­gono guar­dati tutti i movi­menti nell’epoca della fram­men­ta­zione poli­tica». Ci sono di rife­ri­mento a par­tire da cia­scuna col­lo­ca­zione. Per esem­pio il 1987, quando viene pre­sen­tata nel Pci la Carta delle donne, insieme alle espe­rienze più recenti. Ma appunto, il «Calen­da­rio del popolo» è una ras­se­gna poli­tica di avvi­sta­mento ed espe­rien­ziale e tra gli inter­venti si potranno leg­gere la disa­mina di Catia Papa ine­rente fem­mi­ni­smo e socia­li­smo di ini­zio ‘900; l’esperienza dell’Udi e del nodo sinistra-emancipazione di Vit­to­ria Tola; il con­fronto poli­tico rac­con­tato da Maria Serena Sape­gno riguardo l’avvio di snoq; la fisio­no­mia del pro­getto intorno all’educazione di genere segnato da Monica Pasquino. E il pro­cesso che ha por­tato all’autoriforma della scuola — nel dia­logo tra Vita Cosen­tino e Ales­sio Miceli — nato dal taglio che alla fine degli ‘80 la Peda­go­gia della dif­fe­renza ha saputo signi­fi­care seguito dal «mesco­la­mento» del ‘95 nell’incontro «senza com­pia­cenza, né reti­cenze» con alcune reti della sinistra.

Un desi­de­rio forte di poli­tica che molte hanno pre­fe­rito – e pre­fe­ri­scono — gio­carsi non den­tro ai par­titi ma fuori, nell’irriducibilità della dif­fe­renza ses­suale, della libertà fem­mi­nile e delle rela­zioni tra donne, come ricor­dano fine­mente Laura Colombo e Sara Gan­dini. Cosa suc­cede infine in quel «fuori», nei col­let­tivi e nei movi­menti? C’è una «dop­pia» rela­zione man­cata, come si domanda Anna Simone?

Trap­pole del fem­mi­ni­smo di Stato o radi­ca­lità non nego­zia­bile? Dop­pia mili­tanza o poli­tica prima e seconda? Defi­ni­tiva neu­tra­liz­za­zione del con­flitto o strada acci­den­tata di una forma-partito che ha solo col­las­sato diverse volte per poi ripren­dersi? Reto­ri­che neo­li­be­rali d’accatto o potere ver­sus auto­rità fem­mi­nile? Insomma, tutto è com­piuto o esi­ste ancora un nodo da risol­vere tra fem­mi­ni­smo e sinistra?

Fa da sfondo il bel repor­tage di Jamila Cam­pa­gna Le donne della Tac­coni Sud, rea­liz­zato in occa­sione dell’assemblea per­ma­nente por­tata avanti tra il 2011 e il 2012 dalle ope­raie, in seguito al rice­vi­mento della let­tera di licen­zia­mento col­let­tivo e poi della chiu­sura della fab­brica. Scrit­ture del corpo e sul corpo delle stesse donne.

Nella seconda metà della rivi­sta ampio spa­zio a Luciano Can­fora sul lascito Gram­sci e poi sul car­teg­gio Togliatti-Donini, con inter­venti – alcuni dei quali si spo­stano su dibat­titi e ras­se­gne inter­na­zio­nali — di Nicolò Cavalli, Fran­ce­sco De Palo, Dario Coletti, Alvise Masto, Anto­nio Canovi, Pie­tro Mol­teni, Chiara Zap­palà, Michele Ber­nar­dini, Dede Kor­kut, Alberto Negri, Mauro Olivi, San­dro Teti e Rachele Masci.


(il manifesto – 24/12/2014)

di Laura Ballio

Selfie e filmati da un minuto per dialogare con il Vaticano con l’hashtag #Lifeofwomen. Così la Chiesa chiede alle donne di raccontare con le immagini il proprio pensiero e la propria identità, per raccogliere spunti, suggerimenti e indicazioni che verranno inoltrati a vescovi e cardinali del Pontificio Consiglio della Cultura, riuniti nell’annuale Plenaria a porte chiuse che si terrà a Roma dal 4 al 7 febbraio prossim

Il tema, Culture Femminili: Uguaglianza e Differenza è stato scelto personalmente dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, e sarà articolato in quattro diverse sessioni: Tra uguaglianza e differenza: alla ricerca di un equilibrio, La “generatività” come codice simbolico, Il corpo femminile: tra cultura e biologia, Le donne e la religione: fuga o nuove forme di partecipazione alla vita della Chiesa?

«L’impegno della Plenaria, con il contributo prezioso di Membri e Consultori, attraverso queste quattro tappe tematiche sarà quello di cogliere alcuni aspetti delle culture femminili, per individuare possibili percorsi pastorali. E in questo modo mettere le comunità cristiane in grado di ascoltare e dialogare con la contemporaneità anche in questo ambito», spiega Ravasi. «L’espressione “culture femminili” non significa segnare una divisione da quelle maschili, ma manifesta la consapevolezza che esiste uno “sguardo” sul mondo e su tutto ciò che ci circonda, sulla vita e sull’esperienza, che è proprio delle donne».

Quello sguardo che, da quando è salito al soglio pontificio Papa Francesco, è sempre più presente nel mondo cattolico. «La Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini», ha detto il Papa al direttore del Corriere della sera Ferruccio de Bortoli, nell’intervista in occasione del primo anno di pontificato, il 5 marzo scorso, «e la Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo». E così il Pontefice aveva ripreso il brano finale dell’esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, del 24 novembre 2013, nel quale aveva anche affermato che «c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Perché il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale; per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo e nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali. Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere».

È proprio per sottoporre ai Membri della Plenaria queste domande, raccogliendo segnali anche dal mondo laico, che si è formata una Consulta di donne attive in diverse aree della società civile. Le stesse che stanno organizzando l’evento pubblico, al teatro Argentina di Roma, che precederà i lavori a porte chiuse, e che hanno ideato la “chiamata” di #Lifeofwomen. L’appello, interpretato da Nancy Brilli (membro della Consulta) e visibile sui social e su La 27ora (che ha collaborato con la Consulta Femminile del Pontificio Consiglio della Cultura), è rivolto a tutte le donne che hanno voglia di raccontare come vivono la loro identità tra uguaglianza e differenza, tra corpo e vita spirituale, tra lavoro e la maternità.

Per farlo basta un filmato di meno di un minuto o una foto: il materiale va postato, entro il 4 gennaio, sui social network con l’hashtag #LifeofWomen e va segnalato con un link a lifeofwomen2015@gmail.com 

Le testimonianze, oltre a diventare un ulteriore spunto di riflessione per i vescovi e i cardinali della Plenaria, potrà essere selezionato per diventare parte di un docufilm (disponibile anche su YouTube) presentato all’evento del Teatro Argentina. Quindi, occhio alla qualità delle immagini e per ulteriori informazioni www.cultura.va


(http://27esimaora.corriere.it/articolo/lifeofwomen-diteci-a-che-punto-siamoil-vaticano-invita-le-donne-al-dialogo/ 24-12-2014)

di Chiara Cruciati

 

Rafah, 23 dicembre 2014, Nena News – La strada è vuota. Gli squarci lasciati dai missili sui muri delle case sono quanto resta dell’attacco della scorsa estate. Lungo questa via polverosa in poche ore morirono un centinaio di persone, rappresaglia contro Rafah per la presunta cattura di un soldato israeliano, ci dice Abed mentre arriviamo di fronte alla casa di Heyam.

 

Il padre ci accoglie nel cortile, alberi da frutto e viti. Heyam arriva e ci porta a vedere il suo tesoro. Tra fango e becchime, cammina soddisfatta in mezzo a 1.500 galline. Si piega un po’ e lancia altro becchime. Heyam è disabile da quando il marito l’ha picchiata così forte da mandarla in ospedale, compromettendole per sempre la schiena. Da allora è costretta a sedute di fisioterapia continue. La famiglia la sostiene nel nuovo lavoro che si è inventata: allevamento di polli, che vende al mercato. «Ho iniziato a settembre, con il finanziamento ricevuto ho comprato i primi 1.500 polli. Li ho venduti tutti e con il ricavato ne ho comprati altri 1.500. E così via».

 

Il padre le resta sempre vicino: dopo il divorzio la sua grande famiglia l’ha riaccolta in casa e oggi tutti aiutano nel progetto del pollaio. «Senza l’appoggio di mio padre sarebbe stato difficile – continua Heyam – Ma i miei fratelli mi danno una mano. La crisi è dura: lavoravano nelle costruzioni ma di materiali a Gaza non ne entrano, i cantieri sono fermi. La mia famiglia sopravvive grazie alle mie galline».

 

Una vittoria non da poco: per una donna disabile di Rafah è normale restare esclusa dalla società e dal mercato del lavoro. Una delle categorie più marginalizzate, per il ruolo che alla donna viene attribuito: la persona che si prende cura della casa e cresce i bambini. Se non può farlo, è fuori.

 

Su questo punta l’Ong italiana EducAid che a Gaza ha lanciato insieme a due partner locali un progetto di micro finanziamento per donne con disabilità: dopo un training in management, alle donne sono stati consegnati 2.500 euro con cui avviare la loro attività, diventare indipendenti economicamente, sostenere la famiglia, prendere consapevolezza dei propri diritti e capacità. Una sfida in un fazzoletto di terra massacrato dagli attacchi israeliani e dal doppio assedio di Tel Aviv e del Cairo, dove la disoccupazione è alle stelle e il ritorno alla normalità è uno sforzo quasi insopportabile.

 

«Ho preso coscienza delle mie abilità – conclude Heyam – Prima ero quella che veniva sostenuta, oggi sono io a sostenere la mia famiglia. Prendo decisioni da sola e non ho più paura di affrontare la società fuori e le barriere che pone alle donne disabili».

 

Barriere che potrebbero sembrare insormontabili. A El Amal, centro di riabilitazione di Rafah, lo sembrano di meno. Partner locale di EducAid, segue il progetto di micro finanziamento a sud della Striscia, a Rafah e Khan Younis. Fondata nel 1991, prima associazione a lavorare a sud con disabili, oggi è un fiore all’occhiello: una scuola per bambini non udenti, un asilo, una clinica per le diagnosi, un’altra per la terapia, programmi di formazione per sordi, un club per giovani che organizzano attività culturali e sportive.

 

«Prima del 1991, a Rafah non esistevano centri per disabili – spiega al manifesto Darwish Abu Jihad, il direttore di El Amal – Durante la prima Intifada decidemmo di aprire un centro per persone con disabilità: ci presero per pazzi. Conducemmo una ricerca e accertammo la presenza di almeno 3.700 disabili solo a Rafah. Non è stato facile: molte famiglie tendono a nascondere la disabilità, la vivono come uno stigma, una punizione, e quindi la giustificazione all’esclusione sociale».

 

«Oggi molte cose sono cambiate: sono le stesse famiglie a chiederci di far inserire i figli nei nostri programmi. Ma la partecipazione attiva è ancora scarsa: iscrivono i figli, ma non prendono parte al percorso per mancanza di tempo, denaro o per la semplice incapacità di compiere un passo in più. Lasciano che se ne occupino le Ong». A pagarne le spese sono soprattutto le donne, aggiunge Abu Jihad, già marginalizzate. E lo stato di assedio peggiora le cose: «La mancanza di fondi pubblici e l’insostenibilità economica della nostra società impedisce la creazione di servizi, infrastrutture accessibili, assenti spesso anche per i non disabili».

 

Nel profondo sud di Gaza, nella città di confine di Rafah, l’assedio colpisce ancora più forte. Ponte di collegamento con l’Egitto, gli oltre mille tunnel che dopo il 2007 i gazawi hanno costruito per aprirsi al mondo e vincere l’embargo israeliano sono scomparsi. Bombardati o allagati dalle autorità egiziane guidate dal presidente anti-islamista al-Sisi, la cui crociata per distruggere i Fratelli Musulmani si traduce nel soffocamento dei civili gazawi.

 

Le migliaia di lavoratori dei tunnel e dell’indotto hanno perso il lavoro e Rafah si è ripiegata su se stessa. La Gaza della miseria la incontriamo nel vicolo che porta alla casa di Nida’a. Un bambino in bicicletta alza la polvere, una donna stende i vestiti di fronte l’uscio di casa. Nida’a dal primo ottobre ha avviato il suo progetto, allevamento di conigli. La vendita va bene e Nidaa ha usato il denaro guadagnato per comprare anche piccioni e colombe. In mezzo all’odore di varichina, prende in braccio uno dei conigli: «Il giorno prima della vendita vado al mercato per capire i prezzi. La carne di coniglio costa di più di quella di pollo: 20-25 shekel al chilo. Li porto al mercato quando l’Autorità Palestinese paga gli stipendi, così la gente ha soldi da spendere».

 

«Questi conigli per me rappresentano l’indipendenza, la possibilità di mostrare alla comunità che valgo. So cosa significa marginalizzazione. A causa delle continue operazioni non riuscivo a seguire le lezioni e restavo sempre un passo dietro gli altri. La mancanza di educazione e l’impossibilità di trovare un lavoro mi ha fatto sentire un’esclusa per anni. Ma ora produco, lavoro, gestisco la mia attività».

 

È l’obiettivo di El Amal e EducAid: «Il progetto è partito ad aprile – ci spiega Doha, project coordinator dell’associazione palestinese – Abbiamo lanciato corsi di formazione su media e management finanziario. Poi abbiamo selezionato in tutta Gaza 34 donne disabili, a cui abbiamo consegnato il finanziamento per l’avvio delle attività: laboratori di ricamo, allevamento, negozi di accessori, centri estetici. È un successo: non si sentono più delle escluse, sono diventate economicamente indipendenti, molto spesso sono la fonte di sostentamento di un’intera famiglia. Prima la mancanza di denaro le estrometteva dall’accesso ai servizi. Cambia la prospettiva delle donne stesse: ora si percepiscono come un soggetto con un ruolo sociale, prima tendevano ad autoescludersi».

 

EducAid, El Amal e Social Development Forum, il secondo partner locale a Gaza City, monitoreranno i progetti fino a marzo, poi le donne – che raccontano le loro storie nel magazine “Voice of Women” – proseguiranno le loro attività da sole. Tra loro anche Sawsan El Khalili, che a Gaza City ha aperto un negozio di ricamo. Da anni attiva nel settore della disabilità, è stata volontaria nella General Union for Disabled People e ha girato Europa e Medio Oriente a raccontare la condizione di vita dei disabili in Palestina.

 

«Quando la mia attività sarà partita, assumerò un’altra donna disabile perché mi aiuti in negozio. È il mio modo per rivendicare i miei diritti e per combattere l’esclusione sociale che ti colpisce fin dai tempi della scuola. L’assedio completa il quadro: non entrano supporti motori, sedie a rotelle, medicinali. E se devi farti curare, uscire dalla Striscia è impossibile. Siamo vittime di troppi assedi: quello israeliano, quello sociale, quello dentro cui noi stesse ci chiudiamo. Io non ci sto: mi riconosco da sola i miei diritti perché ho mille abilità e sono un’opportunità per la comunità, non un peso».

 

di Debora Attanasio

Loretta Napoleoni, una delle massime esperte italiane dei sistemi attraverso cui il terrorismo trae le sue risorse economiche, è arrivata in libreria con Isis – Lo stato del terrore (Feltrinelli), un saggio puntuale e chiaro che dovremmo leggere tutti, invece di affidarci al sensazionalismo e al sentito dire. Perché ci sono argomenti di cui si parla tanto pur sapendone poco, e uno di questi è lo Stato Islamico.

È importante sapere cosa distingue l’Isis da Al Qaeda (ad esempio: il prima è diventata uno Stato vero e proprio, la seconda, mai), quali sono i motivi per cui questa organizzazione attira più adepti delle altre, quali tecniche di marketing e social media marketing sta utilizzando, che obiettivi si prefigge, quanto ci dobbiamo preoccupare e quali sono le sottovalutazioni (e le colpe) dell’Occidente per la sua ascesa inarrestabile.

Ma anche per scoprire che non ci troviamo affatto davanti al più efferato fenomeno della storia recente, perché i misfatti in Kosovo lo superavano di gran lunga. Solo che, al tempo, la tecnologia non era così avanzata e internet non era così diffuso da permettere milioni di condivisioni di immagini e filmati, come è possibile ora. Tecnologia e rete di cui il vero e proprio sistema organizzato di proselitismo e intimidazione messo su dall’Isis sta facendo ampio uso.

Di questo e tante altre cose abbiamo parlato con l’autrice che, in collegamento Skype da Boston, ci svela anche molti aspetti del disagio di una parte del mondo islamico su cui non sempre si finisce a riflettere, pur avendoli sotto gli occhi.


Un collega col gusto della provocazione mi ha detto che quando la gente è ansiosa spende di più, per cui il terrorismo rispunta, probabilmente pilotato quando bisogna uscire dalle crisi economiche. Cosa gli risponderebbe?

Magari fosse vero! Se le teorie complottistiche del suo collega fossero giuste significherebbe che queste organizzazioni sono controllabili, invece è tutto l’opposto. In realtà si sapeva che questa organizzazione stava nascendo e veniva finanziata, ma nessuno si aspettava che sarebbe diventata quello che è. Questo dimostra anche una carenza di intelligence imperdonabile. Si poteva prevedere tutto questo nel 2013 perché gli adepti dell’Isis, invece di combattere una guerra per procura aspettando soldi dagli “sponsor”, come dico nel libro, si sono organizzati il loro stato. Un’intelligence efficiente l’avrebbe scoperto. Quello che penso invece e che ci sia una certa indifferenza nei confronti di questi fenomeni perché l’Occidente in Siria non poteva fare nulla, aveva le mani legate, così hanno lasciato che a gestire la situazione fossero gli stati sul golfo attraverso la guerra per procura. È stato un errore perché, ovviamente sono andati peggio degli occidentali.


Una delle condizioni che lo Stato islamico pone a chi aderisce, e ai paesi che vengono annessi, è il completo annullamento dei diritti delle donne, e questo è uno degli elementi che ha dato vita anche a un’opposizione da parte di islamici moderati, che sono molti. Quante probabilità hanno, però, di contrastarne l’avanzata?

Non tantissime, perché questo è un nuovo modello inedito che ispira imitazione, ad esempio già da parte dei Curdi, che stanno combattendo a Nord della Siria. La storia di Kobane è interessante: sono tre mesi che bombardiamo, i Curdi stanno lì e ancora non viene liberata. È interessante quello che stanno facendo i Curdi, conquistano un territorio con pozzi petroliferi e lo sfruttano come fa lo Stato Islamico, quindi siamo di fronte a un modello già imitato. La Nigeria sta facendo la stessa cosa. Per le donne, credo che peggio di così non possa andare. In questo contesto, la donna non esiste, se non per procreare e ripopolare lo Stato. Non ha alcun ruolo politico, né amministrativo, come già, però, in Arabia Saudita dove non possono uscire di casa se non sono accompagnate da un uomo di famiglia. Questo è preoccupante. Tutta la situazione in tutta la regione è preoccupante perché, non ce ne siamo resi conto, ma proprio la guerra e la crisi economica legata alle sanzioni in Iraq degli anni 90 hanno portato al processo di islamizzazione. Quindi le donne, in realtà, sono scomparse dalla scena politica e amministrativa da almeno 20 anni e noi ce ne accorgiamo solo ora con uno Stato Islamico che ne dichiara apertamente la condizione di inferiorità. Nelle tribù della Siria e dell’Iraq le adultere vengono lapidate. Poco più di un mese fa c’è stata una fatto abbastanza surreale: una famiglia di un villaggio della Siria controllato dallo Stato Islamico ha ucciso un’adultera, ma i vertici dello Stato Islamico hanno cercato invece di fermarli. Paradossalmente, in alcune situazioni le donne stavano peggio che sotto di loro. Questa è la situazione in cui ci troviamo, creata da noi perché il processo di degenerazione del Medio Oriente è legato alla politica occidentale.


Quindi il trampolino di lancio è stato l’Iraq?

A dire il vero, soprattutto la Siria, perché la situazione ha dato la possibilità a questa organizzazione di mettersi in piedi e di accedere a ingenti quantità di denaro. Secondo me, la presenza in Iraq è quasi di consolidamento, il simbolismo della conquista di Baghdad è tradizionalmente fortissimo, infatti loro puntano a prenderà la città perché la capitale storica del vecchio Califfato era Baghdad. Sotto questo punto di vista, l’Iraq è importante, ma direi che la Siria per loro è più importante perché senza gli eventi recenti questo gruppo non sarebbe sopravvissuto. In Iraq non c’erano finanziamenti, e c’era anche una grossa ostilità nei confronti dei jihadisti.


Perché l’Isis attira tanti ragazzi cresciuti in paesi occidentali, che hanno studiato lì ed erano integrati, avevano già quei benefici che lo Stato Islamico promette?

Si tratta di una seduzione vera e propria da parte del messaggio che l’Isis lancia. Prima di tutto, è un messaggio “positivo”. Mentre prima si chiedeva agli affiliati di farsi saltare in aria per guadagnare le 72 vergini nel paradiso, ora si chiede di unirisi alle loro fila per aiutare portando il proprio contributo di competenze, e per migliorare il presente: se vuoi combatti, se no ti occupi di altro, delle gestioni delle centrali idroelettriche, se è la materia che hai studiato, o dei pozzi petroliferi. Ci sono tantissime risorse che richiedono professionalità e che magari nel paese occidentale da cui provieni non venivano sfruttate nel modo giusto. Poi c’è, secondo me, un aspetto da non sottovalutare e che riguarda il disagio maschile. Questi ragazzi tra i 20 e i 35 anni sono cresciuti in famiglie musulmane tradizionali, ma in un occidente con valori completamente diversi da quelli predicati in casa. Finiscono per avere un rapporto molto problematico con le donne perché non sanno come comportarsi con loro. Io ne ho intervistato qualcuno ed è uscito fuori che alla fine questa fratellanza, lo spirito cameratesco, lo stare sempre tutti insieme fra maschi, quasi supplisce al desiderio di avere un rapporto con l’altro sesso, che è problematico perché le donne occidentali, e anche le musulmane occidentalizzate, “pretendono” l’eguaglianza. Già l’uomo occidentale non è completamente a suo agio con il concetto, figuriamoci questi ragazzi! Però, nello Stato Islamico, le donne vengono prese e date a questi combattenti che devono accontentarsi di chi gli capita, non possono scegliere. Non capiscono subito che così, per loro, non è un gran progresso nella vita sentimentale, anzi, è un fregatura. Non è che se si innamorano di una gli permettono di prendersela. Questo non conta solo per chi non cerca un rapporto d’amore, la costruzione di una famiglia, e sogna un mondo al maschile in cui l’uomo torna a essere il capo assoluto. La cosa grave è che, secondo me, se questo venisse proposto anche agli occidentali, in particolare agli italiani, non dispiacerebbe poi così tanto. C’è un’aggressività verso il femminile in tutto il mondo, occidente compreso, che smentisce la libertà delle donne. La parità è una stupidaggine raccontata dai politici. Basta guardare le foto del G20: sono tutti uomini. Per cui, il messaggio dell’Isis, per quel tipo di uomini, è molto seducente. Alcuni di questi giovani combattenti mi hanno raccontato che dopo un certo periodo in gruppo hanno perso il desiderio sessuale. Talmente tanta è l’adrenalina, talmente tanto è il testosterone che compensano il sesso.


Nell’auto-intervista che si era fatta dieci anni fa, Oriana Fallaci parlava di una massiccia invasione islamica in Italia a brevissimo termine, secondo lei dovrremmo essere già tutte col velo. Invece gli immigrati totali da noi sono calati quest’anno al 7% e di questi, solo il 4% è musulmano. Che ne pensa?

Sull’islam Oriana Fallaci, a mio avviso, ha sbagliato quasi tutto, ma nessuno lo dice perché è un’icona intoccabile. Era una grande giornalista, ma sull’argomento non era oggettiva perché dai tempi del suo compagno Alekos Panagulis non era in buoni rapporti con l’OLP e aveva sviluppato un odio nei confronti del islam che non le permetteva di valutarlo con lucidità. Probabilmente la malattia l’aveva anche intristita, resa rancorosa. Nelle sue pagine c’è troppo odio, non ammette mai che gli islamici, a parte le differenze culturali e religiose, sono esseri umani uguali a noi, con le stesse speranze e aspettative di benessere e dignità. La tensione del rapporto con le donne di cui parlavamo prima è la stessa ovunque, almeno nelle intenzioni, non è una loro esclusiva, e il processo di impoverimento economico lo ha solo inasprito culturalmente incrementando l’islamizzazione. Da noi, in fondo, sta accadendo lo stesso: la contrazione economica ha portato il paese a diventare sempre più conservatore, la condizione delle donne è peggiore di 20 anni fa. Basta guardare la disparità di salari o i dati secondo cui gli uomini non si uccidono più fra loro: uccidono più donne. Le voglio raccontare una cosa: ho intervistato delle insegnati che lavorano nelle riserve degli indiani d’America e mi hanno svelato che laggiù c’è un alta percentuale di abusi sessuali familiari sulle bambine. Le madri lo sanno ma non fanno nulla perché è diventata una prassi. Ma prima non era così. Gli uomini sono stati completamente devirilizzati dalla colonizzazione e poi da una società che li ha confinati, disoccupati e privati della dignità. Sono uomini che giocano tutto il giorno con le slot machines nei bar. Un processo che li porta a sfogare l’aggressività contro le donne, in particolare quelle più indifese, le bambine. L’unico modo che gli è rimasto di sentirsi forte. Le donne, alle quali non è stato mai imposto di dare dimostrazioni di forza, subiscono meno le crisi e il degrado sociale. Questo accade dappertutto, nel mondo.


Oltre alle guerre per “esportare la domocrazia” ad opera dei governi, la gente comune dei paesi occidentali ha delle responsabilità nei confronti dell’odio sviluppato nei paesi islamici?

Io sono convinta che non c’è mai stato un processo di integrazione in tutta europa. Guardiamo l’Olanda, considerato un paese considerato tollerante, e poi proprio lì viene ucciso Theo van Gogh da un estremista islamico. In quel periodo, quando andavo in Olanda, sentivo la gente dire «Non vogliamo che questi vivano vicino alle nostre case perché sgozzano gli agnelli in giardino durante la festa del sacrificio», come se nei nostri mattatoi succedesse di meglio. L’Europa ha accolto un’immigrazione “povera” di gente indigente che è venuta a fare lavori umili. Ma i loro figli hanno studiato, si sono laureati e giustamente vogliono fare l’ingegnere, non più il cameriere come i padri. Ma è difficile che a pari merito tra un musulmano e uno che non lo è, venga scelto il primo. E questo succedeva molto prima dell’11 settembre, quando in Francia i giovani nordafricani scrivevano già sui muri delle periferie «Esistiamo anche noi». Per capirlo meglio prenda l’esempio di Downton Abbey, la serie tv: si è accorta che la servitù non ha quasi una vita privata, solo lavoro? Ecco, lo stesso viene preteso dagli immigrati ancora oggi, l’assenza di mobilità sociale. Mi stai bene come domestico, come badante, come manovale, ma se vuoi integrarti troppo e sposare addirittura i miei figli non ci sto più. Questo genera risentimento. E purtroppo molti leader politici, anche italiani, stanno facendo di questa ingiustizia uno dei capisaldi della loro propaganda politica. Ma se gli immigrati dovessero davvero lasciare l’Italia saranno guai, perché tengono alto il Pil con i loro consumi, fanno più figli e sono in media più giovani di noi, per cui pagano e pagheranno le nostre pensioni.


Che mi dice delle esecuzioni così cruente dell’Isis?

Le fanno apposta, per costringerci a interessarci al conflitto. Da quando americani e inglesi hanno iniziato a bombardarli, infatti, la loro popolarità nel mondo islamico e filoislamico è salita. Come dico nel libro, nell’immaginario collettivo musulmano il nemico straniero è da contrastare con tutti i mezzi, in base ai principi e ai dettami dalla jihad. Se vieni attaccato, devi per forza ribellarti. Senza l’esecuzione pubblica di James Foley, gli americani non sarebbero intervenuti, Obama aveva detto che non c’era non c’era interesse a intervenire. Ma quando un video così comincia a girare ovunque ti costringe a intervenire, anche per la pressione dell’Arabia Saudita che ha perso il controllo della situazione e ora è terrorizzata. Sono sicura che ci sia una strategia dietro perché sembra che tutti tasselli si accostino efficacemente. È interessante notare però che gli americani sono intervenuti, bombardano come pazzi con i droni, ma i risultati sono inesistenti. Lo sapevano già che sarebbe andata così?


Visto che Oriana Fallaci non c’era riuscita, non so se chiedere a lei come finirà questa storia.

Posso solo dirle che questa storia non si risolve con i bombardamenti. Dovranno alla fine mandare le truppe, ma io penso che la proposta del papa sia la migliore: cercare il dialogo, non chiuderci, cercare di aprirci una volta per tutte. Il papa ha detto di essere disposto ad andare a parlarci lui. Bisogna assolutamente stabilire un contatto con le tribù vicine allo Stato Islamico, per capire cosa vogliono, se sono disposti a parlare. Ma altri bombardamenti, decisamente no. Nel 2003, in l’Iraq abbiamo bombardato tutto ed ecco il risultato. L’abbiamo ormai capito: a meno che non si decide di radere tutto al suolo, in quella parte del mondo non è così che risolveremo il problema.


(Marie Calire – 22/12/2014)

http://www.marieclaire.it/Attualita/interviste/Intervista-a-Loretta-Napoleoni-sull-Isis

di Serena Fuart

Narrare la gioia e la serenità di una storia d’amore vissuta con passione da due ragazze che, sottraendosi a logiche maschili che le vorrebbero rivali e in competizione, sono invece innamorate l’una dell’altra, complici e strettamente legate, si rivela una mossa politica importante. Il racconto in L’altra parte di me, il nuovo libro di Cristina Obber, oltre a essere una lettura godibile e piacevole è quindi una mossa politica che mette in rilievo come l’amore tra due donne vissuto in modo profondo, con creatività ed entusiasmo, riesce a superare le difficoltà e l’omofobia delle famiglie delle due, delle amiche e del resto del mondo. Il tutto semplicemente vivendo con felicità, evitando reazioni violente e di contrapposizione diretta agli attacchi omofobi e maschilisti.

 

Un amore dolce, intenso, prima segreto, sussurrato, infine dichiarato. Bello ma con non poche difficoltà. Giulia e Francesca sono due adolescenti che si conoscono su internet, vivono in città lontane, Francesca al nord, Giulia al sud, eppure la passione, il desiderio e la reciproca fiducia e lealtà l’una verso l’altra permettono loro una storia tra le più belle che ho letto. Una storia che racconta l’amore tra donne che c’è, esiste, è pieno di tenerezza e magica complicità, proprio molto lontano da quello dei racconti dei maschi, ovvero che due donne stanno insieme per piacere di più agli uomini o perché non hanno ancora trovato il fidanzato giusto.

 

Il libro racconta con semplicità e emozione chi è Giulia, chi è Francesca e chi sono Giulia e Francesca insieme, coinvolgendo il lettore nella loro esperienza bella anche se con dei momenti difficili, in particolare quando Francesca dichiara alla famiglia che ha una fidanzata e non un fidanzato. La reazione dei genitori non è buona e Francesca vivrà la loro ostilità con un gran senso di solitudine e disorientamento. Ma i suoi guai non finiscono qui. Francesca deve accettarsi lesbica e farsi accettare non solo dalla famiglia ma dal mondo. Tutt’altro che facile. Ma in tutte le sue vicende Giulia che, seppur sia sua coetanea, ha più esperienza di lei, la guiderà teneramente.

 

Alla fine la loro perseveranza e il loro amore riesce a fare “miracoli”.

Ho letto il libro d’un fiato. Con passione. E il guadagno politico, non scontato, è che mi ha fatto guardare la realtà con occhi diversi da prima.


(serenafuart.over-blog.it, 20-12-2014)

(a proposito del film dei Dardenne)

di Giordana Masotto

Lei si chiama Sandra. Un corpo magro, un viso intenso che non può permettersi sorrisi. Sta uscendo da una brutta depressione. Anzi, possiamo immaginare che proprio la sua malattia l’abbia trasformata nella candidata ideale al licenziamento. Si vede che è insieme molto fragile e molto forte, come capita spesso alle donne. Deve stare concentrata su di sé per non perdersi, perché il momento è terribile. Le voci dei suoi bambini le arrivano a fatica. Più vicino arriva la voce del marito, carica di intelligenza amorosa: lui sostiene e lascia andare. Ed è quello che ci vuole.

Sandra ha un sabato/domenica di tempo per convincere compagni/e di lavoro: nella votazione del lunedì si deciderà la sua sorte. Su tutti aleggia ambiguo e potente il ricatto: o la borsa (il bonus per chi resta) o la vita (il posto di lavoro per lei).

Noi guardiamo il film e camminiamo con Sandra, impaurite e decise, aggrappate alla nostra tracolla, suoniamo campanelli, irrompiamo nelle vite degli altri, parliamo e ascoltiamo, dosiamo parole e silenzi, camminiamo ancora, moriamo e speriamo con lei. Non vogliamo chiedere, ricattare, convincere. Vogliamo solo poter dire: io ci sono.

Poi arriva lunedì e la votazione. La realtà è lì sotto gli occhi e non è bella di questi tempi.

Eppure, ora che tutto è finito, tutto incomincia. Qualcosa è cambiato: il passo di Sandra che va, è ancora deciso ma si è fatto solare, sorride perfino. Ora Sandra è forte, tanto da dire no a un ennesimo odiosissimo ricatto.

Commentando questo film tutti parlano di solidarietà perduta e ritrovata. Da riscoprire oggi per ricominciare ad agire politica. Mi pare stretta questa parola, astratta.

Sandra diventa forte – e quindi anche solidale – perché si è messa in gioco per due giorni e una notte, l’ha fatto di persona senza delegare, correndo rischi gravi (e infatti cade anche rovinosamente). Ha scoperto le persone in carne e ossa che sono i colleghi, si è misurata con la loro irriducibile singolarità. Ha immaginato di poter agire politica in prima persona e l’ha fatto. Fragile com’è, ha immaginato di poter cambiare il mondo. È questo che l’ha trasformata. La politica e la vita son tutte qua.

di Silvia Neonato

 

 

Un gesto che sta per un vuoto ma che pure non è mancanza. Un gesto che si fa con le mani, unendo gli indici e i pollici, per poi sollevarli verso l’alto. Mostrato in strada e davanti a sedi di partiti, Rai e istituzioni, da migliaia di donne, danzanti o furiose, ma senza eccezione sfidanti eppure quasi sempre sorridenti.

 

Un gesto che nasce con il femminismo e dura negli anni Settanta per poi scomparire. Ma non dalle foto d’epoca né dalla memoria. Perché è scandaloso, turba chi lo guarda e spesso anche chi lo fa, trafigge i media del tempo, resta come il segno della trasgressione femminista, della rivolta di una generazione anticonformista e libertaria che oggi qualcuno vuole invece descrivere come moralista e sessualmente repressa: quel gesto invece designa la vagina, la mostra in piazza. E non solo: mostra il godimento, il piacere che le donne ne vogliono finalmente trarre, dopo averla vista per secoli ridotta a luogo della riproduzione. Se non della violenza impunita.

 

Il gesto femminista. La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte è un libro ricchissimo e non solo per le decine di foto in bianco e nero che contiene. Lo si sfoglia con foga perché è tuttora scioccante, come quel gesto mille volte riprodotto (c’è anche la foto della bimba nuda, tratta da “Quotidiano donna” del ’78, che lo fa accompagnandolo con una irriverente linguaccia!). Avvertono le curatrici Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, nell’introduzione ai sedici saggi del volume, che il gesto non è stato fatto solo dalle femministe ma anche da donne molto diverse che magari solo una volta sollevarono in alto le due mani e sbatterono in faccia al mondo quella fessura che aprì un varco. Per sempre, anche se oggi nessuna lo fa più. Allora in tante scoprirono l’orgasmo clitorideo come una salvezza e la loro maestra fu Carla Lonzi, continuamente citata in un libro che riprende il tema della sessualità per mostraci la profondità eversiva del femminismo dei Settanta: come scrive Bussoni, bastò alle donne un gesto per inventarsi il sesso.

 

Il gesto non segna un vuoto ma appunto un varco: che fa spazio alla liberazione, alla relazione con l’altro e l’altra, al corpo, alla riproduzione, al piacere, alla costruzione dell’identità e al potere. E che annuncia sfacciato che la rivoluzione marxista non basta più a raccontare il primo, insopportabile dominio, quello dell’uomo sulla donna. Su questo punto scrive Anna Curcio, per dire che con quel gesto le donne «hanno rotto la narrazione capitalista e patriarcale» alla base della subordinazione femminile, ponendo fine all’idea che il loro sia solo un corpo riproduttore e che l’eterosessualità sia l’unica norma.

 

Quello spostamento da lotta di classe a lotta dei sessi le femministe lo chiamarono separatismo, scrive Letizia Paolozzi: ma gli uomini non capirono e non vollero ascoltare, mentre la virilità cominciava a vacillare e la Grande Madre faceva il suo ingresso trionfale. Per Cristina Morini – «il femminismo è una scuola di vita» da contrapporre a capitalismo e globalizzazione – l’insegnamento biopolitico che si può oggi trarre dal gesto è quello di allora: occorre partire dal corpo, potenza sovversiva capace di fare resistenza anche a un sistema che mette al centro il lavoro e non le relazioni. Corpo che anche per Federica Giardini è «l’unico mezzo che ho per andare al cuore delle cose, facendomi mondo e carne».

 

Le autrici, come si vede, sono molto diverse. C’è chi parte da esperienze personali, come Paola Agosti e Agnese De Donato, le due fotografe che lo ripresero in quegli anni e le cui foto rendono indimenticabile questo libro non per niente inserito nella collana “Fotografiche”. Ma scrive anche chi non c’era e attinge all’antropologia, alla filosofia o alla storia dell’arte. In particolare gli ultimi quattro saggi (di R. Perna, Francesca Gallo, Alina Marazzi e Vanessa Martini) parlano di artiste, registe e critiche d’arte e di come la politica del corpo scaturita dal gesto femminista influenzi le opere fino ai giorni nostri: secondo le autrici, dopo che le artiste hanno recuperato il corpo femminile alla scena pubblica, tocca ora alle critiche far sì che le opera delle donne continuino a modificare il simbolico e dunque il mondo al di là della semplice denuncia.

 

Si capisce da ciò che ho appena scritto che il volume – ed è un grandissimo pregio – non si limita al sacrosanto lavoro di memoria, ma sconfina nell’oggi. Le Pussy Riot a seno nudo o le Vagina Warriors ispirate dal lavoro di Eve Ensler e dai suoi Monologhi della vagina, sono legittime eredi del gesto femminista? Laura Corradi – a cui si deve l’aver rintracciato l’origine finora misteriosa del gesto: fu Giovanna Pala a usarlo, per prima, a un convegno sui crimini contro le donne, a Parigi nei primi anni Settanta, dopo averlo visto sulla rivista femminista Le Torchon brûle – nutre simpatia per le Pussy Riot e per quella che definisce la “prospettiva postvittimista” offerta da Ensler con le sue danze planetarie contro la violenza dei maschi sulle femmine. Ma, si interroga Corradi, non sarà pericoloso ri-essenzializzare le donne alla vagina, assimilarle al sesso biologico? E poi, se guardiamo alle critiche contro il Vagina Day delle nere e delle native americane, emerge tutta la nostra incapacità di considerare pratiche e contenuti dei femminismi indigeni.

 

Il tema del nostro “sguardo coloniale” è ripreso anche da Stefania Consiglieri e Lelia Pisani che nel loro contributo denunciano il silenzio dei media e delle femministe sulle donne del Togo che nel 2012, dopo aver annunciato uno sciopero del sesso, hanno minacciato il loro governo di marciare nude se non fossero stati liberati alcuni uomini incarcerati per reati di opinione. Minaccia che portò al rilascio dei prigionieri. Altro episodio straordinario (e con esiti positivi) eppure ignorato, quello delle donne del Mali che nel 1991 hanno sfilato a seno nudo contro il regime del presidente: procedevano verso i soldati armati indicandosi il seno che li aveva nutriti e maledicendoli.

 

Un’altra domanda resta sospesa in molti contributi. Quella rivoluzione non violenta è interrotta o comunque riassorbita nei nuovi assetti del mondo globale e connesso? Le Pussy Riot o le Femen assomigliano al mercato del corpo femminile che vorrebbero combattere? Per alcune autrici la loro idea di libertà è troppo in sintonia con quella del “capitale umano” e del libero commercio di sé che ci attorniano. L’esibizione di seni, gambe e vagina stentano ormai a rompere la barriera di una visibilità standardizzata. Quelle immagini, avverte Raffaella Perna, rafforzano lo stereotipo donna = sesso = natura. Le donne bolognesi di Collettiva XXX intitolano il proprio intervento nel testo A ciascun* il suo gesto a mostrare la pluralità di voci dei femminismi odierni e il dialogo tra diverse generazioni.

 

Per Bussoni quel gesto di piacere non è mai finito, ma non è più pubblico e perciò arriva la narrazione “vittimaria” dell’esser donna. Per Claire Fontaine quel gesto «che materializza un sesso che è un buco ed è anche una bocca muta, ha scavato un cunicolo nel cuore del visibile che resta ancora da esplorare». Voglio ricordarmelo sempre che il gesto della vagina mi ha anche ridato la parola. Come scrive Claire, abbiamo ancora tanto da scoprire. Non è una fortuna?

 

 

Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (a cura di) Il gesto femminista. la rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte, Derive&Approdi, Roma 2014, 168 pagine, 20 euro

(da Leggendaria n.107 nov 2014)

di Clotilde Barbarulli

 

Quest’anno si comincia a colmare la grave lacuna culturale della mancanza di traduzione in italiano di libri di Audre Lorde: prima con Sorella outsider ora con l’autobiografia, apparsa nella collana àltera con una interessante cronologia comparata. L’autrice, «afro-caraibica-americana-lesbo-femminista» (1934-1992) con Zami – il cui nome a Carriacou denota le donne che lavorano insieme da amiche e da amanti – ci offre «una fiction costruita da molte fonti» con elementi «di biografia storia e mito» come spiega, una auto-bio-mitografia. Il libro viene pubblicato nel 1982, quando Lorde ha ottenuto la laurea in biblioteconomia ed ha già al suo attivo raccolte di poesie. Alla frammentata struttura della biografia legata a momenti particolari fa da collante il vivere la nerezza, «una mappa nascosta in piena vista», come la sessualità «e il rapporto con le donne che incontra e che perde», recuperandole nella scrittura del ricordo (Borghi). Ma Zami è soprattutto un raccontarsi per spiegare il suo percorso di formazione politica. Figlia di immigrati caraibici. Lorde nasce e cresce ad Harlem attraversata dalla “linea di colore” che richiede comportamenti appropriati: i genitori, cattolici, non parlano di razzismo, e, per orgoglio e dignità, insegnano ai figli non a resistere ma a passare indenni. Cresce così senza parole per le discriminazioni e questo determina difficoltà a scuola e insuccessi nel lavoro: i silenzi non la proteggono.

 

«Diventai nera come il mio bisogno di vita, di affermazione, d’amore – copiando da mia madre ciò che era in lei, irrealizzato […] Le parole di mia madre imparate dalla lingua dell’uomo bianco attraverso la bocca di suo padre, mi insegnavano ogni genere di astuzia e di diversivi per difendermi»: grazie a queste difese, dice, era sopravvissuta ma anche «un po’ morta». Così, anche se certi problemi non si potevano discutere in casa, ben presto scopre la durezza del colore, la linea che divide, come quando a Washington nel dopoguerra la famigliola viene invitata ad uscire da un bar perché può comprare il gelato ma non sedersi a gustarlo: i genitori,anche se offesi, non vogliono parlare di quella ingiustizia, perché è il loro modo di affrontare il razzismo americano, ma quel giorno, racconta Lorde, «in cui smisi di essere una bambina» tutto era bianco, dalla cameriera alla canicola, come il gelato che non poté mangiare. Al centro di Zami sta dunque il corpo nero come mediatore del ricordo di eventi.

 

Gli anni di contestazione a scuola, il suo stare con le altre amiche nere “marchiate”, una sorellanza ribelle (1946-49), i suoi primi amori lesbici con i relativi dolorosi distacchi, gli anni del maccartismo in cui protestare ed in più essere lesbica era un problema, il conseguente soggiorno in Messico, il rientro e i ritrovi lesbici, costituiscono momenti e esperienze che scorrono nel libro in una temporalità non lineare, ma discontinua tra fratture e scarti. Dall’affresco emergono le pagine sul lavoro in fabbrica negli anni ’50 come operatrice di una macchina a raggi X alla Keystone Electronics, dove nessuno diceva che il tetracloruro di carbonio distrugge il fegato e provoca il cancro ai reni, e dove lavoravano solo portoricani e neri.

 

«Ricordo come ci si sentiva a essere giovane e Nera e gay e sola»: da una parte il senso della verità e della ricchezza, dall’altra il vuoto, perché non c’erano né madri, né sorelle, né eroine. Negli anni ’50 con il ritorno in massa della donna americana al ruolo di dolce mogliettina, le sembrava che solo le gay nere e bianche fossero le uniche a parlarsi oltre la vuota retorica del patriottismo e dei movimenti. Si accorge tuttavia che le differenze permangono anche negli spazi alternativi del lesbismo bianco, e l’identità sessuale non cancella la razza, perciò l’incontro con Ketty/Afrekete reintegra Lorde nella comunità nera. Lorde non la vedrà più dopo la sua partenza ma afferma che la «sua impronta rimane sulla mia con la risonanza e la forza di un’emozione tatuata».

 

«Essere ragazze gay insieme non bastava. Eravamo diverse»: ma«“ci volle del tempo per capire che il nostro posto era proprio la casa della differenza piuttosto che la sicurezza di una particolare differenza», ci vollero anni – spiega – per capire che la paura non rende impotenti. Sono gli anni dei movimenti e Lorde sottolinea che le lesbiche nere dal ’63 hanno fatto parte di ogni lotta per la libertà. Anche nel femminismo bianco Lorde si dedicherà, come Adrienne Rich, a far emergere le richieste inascoltate delle Nere, «destrutturando modelli di monolitiche identità razziali e sessuali».

 

Come nota Borghi nella sua approfondita e attenta introduzione, in Zami Lorde racconta la sua assunzione di identità «come un processo instabile, in divenire», che la conduce al «lesbo-femminismo outsider dei ruggenti anni ’70-80 con il suo tentativo politico-culturale di superare il biologismo razziale e le normative di classe e genere».

 

Nel romanzo si vede in filigrana crescere il valore della rabbia per l’esclusione e per le “cecità razziali”, diventare consapevolezza in un sistema in cui razzismo e sessismo sono cardini primari, insieme alla convinzione che in un sistema di potere patriarcale bianco le trappole usate per neutralizzare le donne Nere e le bianche non sono le stesse e finiscono per dividerle. Quello che da adolescente e poi da giovane vive con disagio, con depressione, con rabbia – all’inizio senza trovare le parole – sarà poi teorizzato e organizzato politicamente, per cercare nuovi modelli di relazioni nella differenza, nelle sue modalità di vita, nei suoi scritti, in particolare nella poesia che rappresenta una necessità vitale per nominare ciò che è senza nome e intravedere un futuro di cambiamento. Una riflessione importante, quella di Lorde, per chi oggi s’interroga sul sociale storico, una lezione di vita e di pensiero critico per una rilettura anche dei femminismi tra memorie ed esperienze, emotive e politiche, dissonanti.

 

Audre Lorde, Zami. Così riscrivo il mio nome, traduzione di Grazia Dicanio. Introduzione e cura di Liana Borghi, edizioni ETS 2014, pp. 301, euro 19,00

 

Audre Lorde, Sorella outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde, Traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, Il dito e la luna 2014.

 

Rosanna Fiocchetto, Sorella outsider, LeggereDonna, n. 43, marzo aprile 1993.

 

Audre Lorde, da Harlem ai Caraibi, il manifesto, 8 marzo 2014.

di Serena Fuart

 

Riflessioni a partire dalla lettura del libro di Elena Ferrante “I giorni dell’abbandono”

Ritrovare se stesse e il proprio desiderio ed essere protagoniste della nostra vita invece che vivere un’esistenza raccontata da altri. Una via che porta al riscatto di sé, spesso in ostaggio da parole di altri e a un guadagno di libertà capace di sconvolgere il reale.

È l’insegnamento che traggo dalla lettura de I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante.

 

La protagonista Olga, sposata con due figli, viene lasciata dal marito per una ragazza più giovane. L’annuncio di lui durante una cena la lascia letteralmente senza parole. Rimane così sola, con due figli, sconcertata, piena di dolore, rabbia e senso di abbandono.

E tutto nella sua vita va a scatafascio. Tutto.

Lei non riesce a raccapezzarsi e resta ancorata alla speranza che lui ritorni, si accanisce a cercare di sapere dagli amici se lui è felice con l’altra, cerca di scoprire dove abitano e la sua vita è come risucchiata in un vortice in cui tutto si sfalda: muore il cane, i figli stanno male e hanno un brutto rapporto con lei, prova ad avere una storia con il vicino di casa con esiti tragicomici.

E capita poi purtroppo che anche li incontra poi, i due piccioncini, belli, in forma, felici. Un colpo basso.

 

Perché accade tutto ciò? Si capisce dal romanzo che è come se lei fin allora non avesse vissuto la sua vita da Olga, ma da ‘moglie di’. E quando questo ruolo coniugale crolla, lei non sa più chi è. E cade nel vortice. Che sembra infinito e la risucchia ogni giorno di più, lasciando la lettrice il lettore in un’inquietudine profonda.

E poi? E poi qualcosa fa click. Qualcosa in lei si smuove, la smuove dal profondo. In un istante.

Cosa succede? Olga smette di amarlo. Semplicemente. E incomincia invece ad amare di più se stessa. Indirizza le sue forze a lei, ai suoi figli e alla sua vita. Smette di essere un’altra diversa da sé, una donna come la vogliono gli altri. E si sottrae allo sguardo maschile che prevede lei in competizione con l’altra, persa, sperduta e confusa senza un uomo accanto.

Sciò, schivata! Si sottrae. Tutto qui. Semplicemente. E tutto torna a girare favorevolmente. Sta meglio, migliora il rapporto con i figli, è serena, trova un lavoro… e… c’è anche un lieto fine che non svelo.

E lui? E l’altra? Li rivede dopo un po’ di tempo. Lui è ingrassato, l’altra non è in forma e non sembrano più due piccioncini felici. Olga invece è rinata. È una donna nuova. Tutto si è capovolto.

 

Tutto cambia quando una donna diventa protagonista della sua vita. E quando si sottrae a logiche che non rispondono alla sua soggettività.

Il guadagno di libertà delle donne sconvolge il reale. È quello che è accaduto e accade nella società tutti i giorni. È sotto nostri occhi.

 

Segnalo questa recente sentenza della Cassazione così come viene segnalata e “tradotta” nella rubrica “Fronte / Verso” a cura di www.studiolegalealesso.it che si propone di rendere comprensibile il diritto oltre i rituali linguistici specialistici. Mi preme però sottolineare che la (brutta) espressione “il marito che non può aiutare la moglie nelle faccende di casa” non mi pare sia contenuta nella sentenza. Aiutare o non aiutare la donna infatti dà per scontato che il lavoro domestico sia per definizione femminile. Forse allora più correttamente si sarebbe dovuto scrivere “il marito che non può svolgere lavoro domestico…” (giordana masotto)

 

Per la Cassazione il lavoro domestico non è prerogativa delle donne : il marito che non può aiutare la moglie nelle faccende di casa, per lesioni derivanti da un incidente stradale, ha diritto al risarcimento.

Una coppia di coniugi viene coinvolta in un incidente stradale. Il marito riporta gravi lesioni, che lo costringono ad una lunga assenza dal lavoro, dal novembre 2001 al settembre 2003, periodo durante il quale viene assistito dalla moglie.

Si rivolgono entrambi al Tribunale di Venezia per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti, richiedendo anche la liquidazione del danno derivante dall’incapacità di svolgere le attività domestiche: il marito a causa delle lesioni subite, la moglie poiché costretta ad accudire il coniuge durante il lungo periodo di inabilità.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Venezia, pur accogliendo in parte le domande dei coniugi, respingono quella relativa all’incapacità lavorativa domestica del marito.

La Corte d’ Appello, nel motivare il rigetto della domanda, afferma che “non rientra nell’ordine naturale delle cose che il lavoro domestico venga svolto da un uomo”.

I coniugi impugnano la decisione davanti alla Corte di Cassazione che accoglie il loro ricorso sulla base dei seguenti motivi:

– la motivazione espressa dalla Corte d’Appello è illogica e gravemente erronea, dato che non è certo “madre natura” a stabilire la divisione delle incombenze domestiche tra i coniugi in base all’appartenenza al sesso maschile o femminile, ma una loro libera decisione.

– l’affermazione della Corte d’Appello è inoltre contraria al principio di uguaglianza dei coniugi, i quali sono tenuti a contribuire ai bisogni della famiglia in modo paritario. Pertanto, a meno che tra i coniugi non siano intervenuti accordi differenti, si deve presumere che entrambi si occupino delle incombenze domestiche;

– il lavoro domestico è un’attività che ha un proprio valore economico, non poterlo svolgere costituisce un danno che merita di essere risarcito.

In applicazione di tali principi, la Corte ha quindi affermato che il marito ferito in un incidente stradale ha diritto al risarcimento per non aver potuto aiutare la moglie nelle faccende domestiche.

di Bia Sarasini

 

Ber­lu­sconi non l’aveva por­tato la cico­gna», scrive Ida Domi­ni­janni in con­clu­sione del suo libro bello e com­plesso Il trucco. Ses­sua­lità e bio­po­li­tica nella fine di Ber­lu­sconi (Ediesse, pp. 251, 14 euro) che sarà pre­sen­tato domani 18 dicem­bre a Roma (con Maria Luisa Boc­cia, Laura Baz­zi­ca­lupo e Mario Tronti, ore 17.30, Fon­da­zione Basso via della Dogana Vec­chia 5). Insomma, Ber­lu­sconi non era ine­vi­ta­bile, si sareb­bero potute imboc­care altre strade. Una verità sem­plice, quasi ele­men­tare eppure dif­fi­cile da deci­frare, come si è visto nei vent’anni in cui il pro­prie­ta­rio di Media­set è stato al cen­tro della scena del nostro Paese. E come si ricava dalla let­tura di que­sto sag­gio avvin­cente e stra­ti­fi­cato, che fa della fine del lea­der che ha domi­nato la scena ita­liana un caso esem­plare di sto­ria poli­tica, ben oltre la dimen­sione della cro­naca e anche dei pun­tuali com­menti con cui l’autrice ne ha accom­pa­gnato la vicende sulle pagine di que­sto gior­nale, per non par­lare del regi­stro ammic­cante che ha imper­ver­sato per anni nei media italiani.

Ber­lu­sconi o della via ita­liana alla gover­nance neo­li­be­rale, que­sta l’ottica attra­verso la quale Domi­ni­janni invita a leg­gere i vent’anni appena pas­sati. Quindi non pura ano­ma­lia, non una demo­cra­zia malata nel con­te­sto delle vir­tuose e risolte demo­cra­zie euro­pee e in gene­rale occi­den­tali, secondo l’interpretazione cara a buona parte dell’opposizione all’ex-cavaliere, soprat­tutto alla sini­stra mode­rata e radicale.

All’opposto, il caso estremo di una tor­sione pos­si­bile e pra­ti­ca­bile della rap­pre­sen­tanza, della ride­fi­ni­zione del rap­porto tra chi elegge e chi viene eletto, devia­zione con­si­de­rata con grande pre­oc­cu­pa­zione nel con­te­sto inter­na­zio­nale, come risulta dalla ricca biblio­gra­fia che accom­pa­gna il testo, esem­pio per­verso di sosti­tu­zione della rap­pre­sen­tanza con la «pre­senza». Come se, nell’offrirsi in pasto in corpo e figura, per così dire, si met­tesse in scena un rap­porto diretto tra lea­der e rap­pre­sen­tati, senza media­zioni, can­cel­lando isti­tu­zioni, regole, corpi inter­medi. E non ci vuole molto a vedere che que­sto è esat­ta­mente ciò che avviene nelle demo­cra­zie, que­sto è quanto pro­se­gue del ber­lu­sco­ni­smo, in Ita­lia e in Europa, nelle nuove lea­der­ship populiste.

Per rico­struirne il qua­dro Ida Domi­ni­janni si avvale di chiavi di let­tura plu­rime. La più ori­gi­nale è, rispetto alla vul­gata, una perio­diz­za­zione della vicenda ita­liana diversa da quella con­sueta, «che fissa l’origine del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano nel crollo del sistema poli­tico della cosi­detta Prima Repub­blica nel ’92–93», all’epoca di mani pulite.

Per effet­tuare que­sto spo­sta­mento Domi­ni­janni si rife­ri­sce con for­mula ori­gi­nale alla «con­giun­tura Sessantotto-femminismo», ovvero ai movi­menti a cui fin dagli anni Set­tanta la poli­tica uffi­ciale, e la sini­stra in par­ti­co­lare, non hanno dato rispo­sta, lasciando via libera all’instaurazione a par­tire dagli anni Ottanta dell’ideologia e delle pra­ti­che gover­na­men­tali neo-liberali. Ori­gi­nale in modo spe­ciale è l’associare Ses­san­totto con il fem­mi­ni­smo, movi­mento che è tut­tora tenuto fuori della rico­stru­zioni cor­renti della sto­ria italiana.

È que­sto l’asse che per­mette a Domi­ni­janni un’interpretazione chiara dei fatti di cui tutt* siamo stat* par­te­cipi, più o meno mor­bosi. È la con­giun­tura Sessantotto-femminismo che ha fatto sal­tare l’asse pubblico-privato, in una via che dal «vie­tato vie­tare» ha por­tato a «il pri­vato è poli­tico». Sono le donne che escono dal domi­nio patriar­cale a far sal­tare i con­fini, a uscire dalla zona d’ombra della vita fami­gliare in cui sono relegate.

L’effetto è dirom­pente. Sono tre figure fem­mi­nili a far sal­tare la costru­zione ber­lu­sco­niana. Rico­strui­sce Domi­ni­janni: l’intellettuale (la poli­to­loga Sofia Ven­tura), la moglie (Vero­nica Lario), la pro­sti­tuta (Patri­zia D’Addario). Tre donne che par­lano, che dicono in pub­blico quello di cui il sistema patriar­cale non si è mai curato, per­ché con­se­gnato al silen­zio del pri­vato. A que­ste donne, le prime, se ne son poi aggiunte altre, che abbiamo impa­rato a cono­scere per nome. Noemi Leti­zia, Ruby, quelle che tutti ormai chia­mano le Olgettine.

È inu­tile rico­struirne la cro­naca, pro­cessi, con­danne e asso­lu­zioni dell’ex pre­mier ancora ci accom­pa­gnano, sono il pen­dant del suo declino poli­tico. Il punto dolente è che la sini­stra, quella sini­stra che ha tagliato con la «con­giun­tura Sessantotto-femminismo», insomma l’ampio fronte dell’opposizione a Ber­lu­sconi, ha rifiu­tato que­sta lettura.

Il pri­vato è pri­vato, è stato detto, quello che cia­scuno fa a casa sua sono affari suoi. Senza com­pren­dere che il cen­tro della gover­nance ber­lu­sco­niana, il «trucco» come lo defi­ni­sce Domi­ni­janni, era il «viri­li­smo vir­tuale», «rico­stru­zione arte­fatta di una potenza per­duta», punto nel quale ha preso corpo il primo impor­tante discorso pub­blico da parte di uomini sulle maschere della viri­lità. Un trucco che si per­pe­tua anche nel nuovo lea­der, Mat­teo Renzi, in altra forma, ovvero: non il noi pos­siamo, ma «tu sai fin­gere di potere quello che noi non possiamo».

Senza ascol­tare il fem­mi­ni­smo, sostiene Domi­ni­janni in pagine molto effi­caci, la sini­stra, o meglio gli uomini della sini­stra, si sono con­dan­nati all’autoreferenzialità, inca­paci di com­pren­dere quanto avviene, nell’impossibilità di tro­vare l’exit stra­tegy dalla crisi. Eppure le donne sono parte del gioco, argo­menta pun­tual­mente l’autrice del libro. Che sulla libertà delle donne, e l’esito della parola libertà diven­tata appan­nag­gio della destra, costrui­sce un’altra delle sue illu­mi­nanti chiavi inter­pre­ta­tive. Fare del pro­prio corpo e della bel­lezza una vera pro­pria arma della poli­tica e del potere è oggetto non solo di dibat­tito poli­tico tra donne, ma diventa uno stru­mento di poli­ti­che e di gover­nance, come mostra il governo Renzi. Che, come Ber­lu­sconi, le usa, ma in una forma deses­sua­liz­zata mode­rata e tran­quil­liz­zante, nota Domininjanni.

Per­ché anche il genere, nella pre­sunta libertà per­for­ma­tiva del neo­li­be­ra­li­smo, è un trucco. Da smascherare.

di Cristiana Dobner

 

Finalmente! È risuonata, finalmente, una parola autorevole che autorizza una realtà di fatto che, a tutt’oggi, sembra rotta da sottomarino che si inabissa al momento opportuno, scompare ed affiora quando il radar segnali panorami tranquilli. (…)

La teologia come scienza, come fede riflessa, ha bisogno della persona umana: uomo o donna. Se la Commissione internazionale teologica nel suo Statuto ritiene suo preciso compito “studiare i problemi dottrinali di grande importanza, specialmente quelli che presentano aspetti nuovi, e in questo modo offrire il suo aiuto al Magistero della Chiesa”, risulta ben chiaro che i problemi dottrinali si possono affrontare da donne e da donne captare gli aspetti nuovi, sempre dall’angolatura femminile. I ruoli culturali quindi all’interno della vita della Chiesa – che Chiesa non è senza la presenza viva e attiva delle donne – si ampliano e possono palesarsi distintamente. Il discorso non suona di genere ma di competenza scientifica, rigorosamente fondata.

La teologa deve poter pensare serenamente e potersi confrontare apertamente con il teologo. Non vale la frase fatta “siamo pari”. Non è la parità che cerchiamo ma la complementarità, basata sulla differenza delle due persone: uomo e donna che pur scrutando la Parola, diretta dal Creatore ad entrambi, suscita reazioni e risposte diverse, seppure analoghe.

Quando ci si accosta al mistero di Dio ci si accosta da uomo o donna e allora affiorano sfumature, spazi e interrogativi diversi che collaborano alla costruzione del comune cammino di pellegrini nella storia. È questione di comunione non di funzionalità o di opportunità.

Se nella Chiesa la donna è presente, ne consegue che pure nell’ambito teologico possa essere presente. Bisognerebbe rileggere la rotta tracciata dalle pagine teologiche di donne chiesa mondo e collocarsi in quello che Sequeri denomina lo “snodo epocale”, perché la Chiesa è chiamata dalla società a ripensare se stessa. Come farlo senza le donne?

Uomo e donna nell’immagine di Dio che si rivela hanno una distinzione e un ruolo di fondamento. Le relazioni però si devono creare fra redenti e le reciproche relazioni devono farlo apparire: accenti di rivendicazione, di ideologia, di liberazione sono del tutto fuori posto quando non dannosi.

Chiaramente è una sfida, non tra nemici ma tra persone, differenziate sessualmente, che compartecipano fontalmente e originalmente alla stessa missione di Gesù.

Dire relazione significa dire volto, presenza dell’altro che, per il solo fatto di esistere, consente all’interlocutore di esistere a sua volta, di ritrovarsi, di riconoscersi; gli sguardi possono intrecciarsi, richiamarsi, dirigersi verso lo stesso obiettivo con segnali, soccorsi, luci reciproche. Se gli sguardi sono collocati nel volto del potere, il messaggio evangelico perisce immediatamente, come sempre quando è in gioco una supremazia, presunta o reale. Permeati invece di empatia espandono una corrente che corrobora e conduce nella totale parresia, cioè nella franchezza e nella rigorosità scientifica, al punto in cui non esiste rivalità e si afferma la collaborazione fattiva e complementare. (…)

(da “La voce dei Berici”, settimanale della diocesi di Vicenza, 14 dic. 2014)

 

Nota  della redazione. Per chi non lo sapesse, donne chiesa mondo, un inserto mensile dell’Osservatore romano, da un anno contiene a sua volta un inserto, teologia. Cristiana Dobner saluta la sua esistenza e applaude la ricerca teologica portata avanti apertamente e liberamente da parte femminile. Chi è Cristiana Dobner? Nel mondo cattolico, ma non soltanto, è ben conosciuta per la sua indipendenza simbolica e la sua opera. Appartiene alla discendenza religiosa di Teresa d’Avila (è una carmelitana) da cui ha ereditato l’amore dello studio, il gusto di scrivere e di parlare schiettamente (detto anche parresia). In questo sito il suo testo compare specialmente per l’uso che fa della complementarità: non è un dettato della natura umana, ma qualcosa da cercare (invece della parità) e da realizzare, al posto della rivalità. Questa è una posizione che può fare problema ma interessa tutte e tutti.

dal16 dicembre al 30 dicembre 2014

Until Next Morning. Le opere esposte, tutte inedite, presentano la ricerca dell’artista negli ultimi 2 anni; si tratta di tecniche miste su carte di grande formato che sono il luogo di un paesaggio interiore.

a cura di Gianluca Ranzi

La Fondazione Mudima dal 17 al 30 dicembre presenta la mostra “Simona Caramelli. Until Next Morning” a cura di Gianluca Ranzi. Le opere esposte, tutte inedite, ripercorrono la ricerca dell’artista negli ultimi due anni e sono principalmente tecniche miste su carte di grande formato in cui la matericità della carta e le sue caratteristiche evidenziano le dinamiche profonde da cui muove l’ispirazione al lavoro.

Per Simona Caramelli il quadro diventa il luogo di un paesaggio interiore in cui il predominio del bianco e del nero è la traccia di una ricerca introspettiva portata avanti con determinazione e senza inibizioni.

Il titolo della mostra “Until Next Morning” fa riferimento a quel senso di sospensione e di continua attesa che è presente nel lavoro dell’artista e ben rappresentato in mostra da opere come quelle del ciclo “I”, che sta per insonnia, una condizione sofferta dall’artista e che ha dato origine alla produzione notturna di queste cinque grandi carte. Qui le piegature della carta, le sue lacerazioni e la sua “storia” diventano il simbolo delle dinamiche interiori che la pittura riesce a materializzare, mantenendo pur sempre una forma aperta, irrefrenabile e magmatica. Come scrive Gianluca Ranzi: “In queste opere l’idea ricorrente di una finestra sbarrata che apre sulle dinamiche interiori e cerca di trattenere una nebulosa di pittura e energia allo stato puro (I #2, 2014, acrilico e collage su carta, 175×150 cm.), assume una grande efficacia espressiva pur senza mai rinunciare a un sapiente controllo formale e a una caratteristica riduzione minimale della composizione”.

Il rapporto con lo spazio è quindi articolato e complesso, come avviene nelle ultime carte chiamate genericamente e programmaticamente “Untitled”, in cui la figura si allarga a macchia d’olio sul foglio lasciando margini di non-finito e vuoti d’immagine in cui la pittura galleggia, scorre in rivoli ed esplode nello spazio. In queste recentissime opere (come nel caso di Untitled, 2014, acrilico su carta, 140×180 cm.) la ricerca di Simona Caramelli assume la forza di un flusso inarrestabile che dal basso spinge verso l’alto il contenuto del suo inconscio, usando un segno incisivo e violento che libera e dà voce allo stato informe della materia e delle memorie, spingendolo fino alla soglia dell’evidenza formale e li trattenendolo come in una fugace apparizione restituita perennemente alla vista. In questo caso il “senza titolo” rimanda infatti a qualcosa che va oltre il quadro stesso e di cui ne costituisce la sorgente.

Nel ciclo intitolato “Hand” l’immagine fotografica di una mano inguantata intrisa di pittura viene riprodotta in serie su lastre di ferro o sdoppiata e triplicata su carta: se arcaiche sono la temperatura del colore e la lontananza dell’immagine moltiplicata, attualissima è la conturbante efficacia del simbolo del fare e della poiesi, di quel gesto liberatorio e sfrontato che sottintende tutta la ricerca dell’artista.

Simona Caramelli è nata a Pistoia nel 1969. In passato è stata attrice per il teatro ed il cinema collaborando con i più importanti registi italiani. Vive e lavora a Roma. Tra le mostre personali e collettive si segnalano: UNTIL NEXT MORNING, Fondazione Mudima, Milano a cura di Gianluca Ranzi (dicembre 2014); PREMIERE, Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (maggio 2010); mostra collettiva presso la Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (aprile 2010); MiArt Milano, galleria PrimoSpazio (marzo 2010), BLIND DATE, 420 Roma, collettiva indipendente (giugno 2009).

Immagine: Simona Caramelli_Untitled_2014_acrilico su carta_cm 140×180

Ufficio stampa
Irma Bianchi Comunicazione
Tel. 02 8940 4694 – info@irmabianchi.it

Inaugurazione 16 dicembre alle 18.30

Fondazione Mudima
via Tadino, 26 – Milano Lombardia Italia
Orario: lun-ven 11-13 e 15-19.30
Ingresso libero

Dal 17 dicembre 2014 al 15 febbraio 2015

Oltre 100 fotografie b/n ripercorrono tutta l’opera dell’artista, dall’inizio negli anni ’90 come fotografa nei Balcani ai suoi ultimi lavori ad Almeria. Le sue immagini analizzano i temi del confine, della vulnerabilita’ e del corpo.

la Fondazione Stelline presenta la personale di Vanessa Winship organizzata dalla Fundación Mapfre di Madrid: oltre 100 fotografie in bianco e nero ripercorrono attraverso un’ampia panoramica tutta l’opera dell’artista, dall’inizio della sua carriera, giovane fotografa nei Balcani, fino ai suoi ultimi lavori ad Almerìa.

Vanessa Winship è un’artista polivalente, i cui lavori analizzano la profondità dei temi della frontiera dell’identità, della vulnerabilità e del corpo, il tutto in uno spazio geografico ricco di intensità ed emozioni, dove l’instabilità dei confini va di pari passo con il mutare dell’identità storica contemporanea.

Le sue serie offrono uno spunto di riflessione su come il corso della storia riesca a modellare le forme del paesaggio e a lasciare il segno sui corpi dei suoi abitanti, ma anche sulle loro caratteristiche e sui loro gesti. Il viaggio e i suoi incontri con l’”altro” sono temi fondamentali della sua vita e della sua fotografia. Un paesaggio umano, che si impone sui conflitti politici e sociali ed emerge tra le rovine di mondi in decadenza. Un recente passato (edifici, sculture commemorative e mezzi di trasporto) procede in direzione opposta alle persone che si muovono tra di esse. La Winship descrive la componente mitica e leggendaria di questi luoghi e allo stesso tempo li destabilizza. Vengono certamente evocati gli eventi storici che hanno segnato queste regioni, ma la Winship pone l’enfasi più alta sulla microstoria di ognuna di esse: le attività del tempo libero, gli interni delle scuole, le condizioni di lavoro e le diverse forme di socializzazione e di culto religioso.

Le fotografie realizzate fino al 2011 tracciano una mappa personale dei confini dell’Europa e dei loro punti di contatto con l’Asia.Il suoparticolaremetodo di lavoro ha dato origine a serie come “Imagined States and Desires: A Balkan Journey”, “Black Sea: Between Chronicle and Fiction”, “Sweet Nothings: Schoolgirls of Eastern Anatolia” e “Georgia. SeedsCarried by the Wind”, che uniscono spazio pubblico e privato, concentrandosi su un evento e sulla costruzione di un ritratto in posa.

“Ospitare un’artista come Vanessa Winship è come fare un itinerario in un mondo che muta, nei confini e nella percezione storica dell’evoluzione –dichiara PierCarla Delpiano, Presidente Fondazione Stelline. Il tema del cambiamento alla vigilia di Expo2015 è particolarmente attuale nella Milano di oggi che diventa metropolitana. Come si intuisce nel dibattito culturale: grandi eventi, contaminazione, apertura. Grazie alla Winship abbiamo la possibilità di vedere ritratta la storia che cambia nei confini e nell’identità, particolarmente contestuale al momento storico che viviamo”.

Nel 2011, la Winship è stata la prima donna a ricevere il prestigioso premio Henri Cartier-Bresson per la fotografia. Il suo progetto vincente è stato “Shedances on Jackson. UnitedStates”, una serie che si concentra sui segni del declino dell’American Dream, visibile sia sulla superficie della terra che nelle caratteristiche umane e nel linguaggio del corpo. Nel 2014, su incarico della FUNDACIÓN MAPFRE, la Winship si è recata ad Almería (Spagna), per rappresentarne la notevole diversità geografica, lo sradicamento e la storia fatta di alterne vicende. Questi ultimi due progetti rivelano una progressiva scomparsa delle forme umane e l’emergere di un paesaggio che diventa eloquente attraverso il suo apparente silenzio e la sua immobilità. Il senso di un territorio di frontiera, la vulnerabilità della terra e il peso del passato, suggeriti dalla serie “Almería. Where Gold WasFound”, mettono questa regione in connessione con le altre parti del mondo su cui si è posato lo sguardo fotografico di Vanessa Winship.

Vanessa Winship (nata a Barton-upon-Humber, Regno Unito, nel 1960) è oggi uno dei nomi più acclamati della fotografia internazionale. Il suo stile non è meramente documentario, ma si concentra su temi quali la frontiera, l’identità, la vulnerabilità e il corpo. Sin dagli anni ’90, la Winship ha lavorato in diverse aree geografiche, tra cui i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso, che nell’immaginario collettivo sono luoghi associati all’instabilità e ai tempi oscuri del recente passato e alla mutevolezza dei confini e delle identità.

Ufficio stampa
Andromaca Eventi e comunicazione
Valentina Morelli 338 5600375 valentina.morelli@andromaca.it

Opening 16 dicembre ore 18.30

Fondazione Stelline
Corso Magenta 61 Milano
Orario: martedì / domenica, 10 – 20 (chiuso lunedì)
Biglietti: intero € 6; ridotto € 4,50; scuole € 2





di Mara Pace

 

Tempo di regali, e quindi anche di pacchi misteriosi e di sorprese. Una scatola gialla (trad. Laura Pignatti, Sinnos, 2014, 40 pagine, 11 euro, da 4 anni) di Pieter Gaudesaboos, autore e designer fiammingo, è un albo illustrato perfetto da leggere nell’attesa dei doni, per pregustare la magia dei pacchetti da scartare. La scatola gialla protagonista del racconto è una gigantesca scatola di legno. Che cosa ci sarà dentro? «Ci sarà un elefante» pensa il comandante, e con grande attenzione carica la scatola sulla sua nave. Durante il viaggio, però, il legno si spacca, svelando un’altra scatola identica, ma più piccola, dentro la quale il macchinista del treno immaginerà ci sia un rinoceronte. Il gioco si ripete fino a che il pacco non diventa piccolissimo e raggiunge la sua destinataria, una bambina. E sarà proprio lei a svelare il misterioso contenuto, minuscolo eppure capace di trasformare in realtà tutto ciò che si era soltanto immaginato. La lettura, oltre al gioco della sorpresa e all’incanto di un regalo davvero speciale, offre al lettore bambino una serie di personaggi, paesaggi e mezzi di trasporto – dall’aereo alla bicicletta – da esplorare con lo sguardo, illustrazione dopo illustrazione, guidati dal tratto preciso e ricco di dettagli di Gaudesaboos.

La rivista Andersen ha lanciato proprio in questi giorni la campagna #ilmiolibropernatale2014, e pensando ai doni da mettere sotto l’albero torna subito in mente L’uomo del camion (Corraini editore, 15,50 euro, da 5 anni) di Bruno Munari, dove si racconta il viaggio di un altro regalo: non una scatola gialla, ma un pacchetto ben incartato. Anche qui sono tanti i mezzi di trasporto utilizzati nel viaggio, dall’automobile ai piedi nudi. E a rendere ancora più speciale il libro, quasi una scatola a sorpresa, sono le scelte cartotecniche dell’autore, grande designer italiano e autore di indimenticabili libri per l’infanzia.

ANDERSEN è il mensile italiano di informazione sui libri per l’infanzia. La rivista promuove ogni anno il PREMIO ANDERSEN, assegnato alle migliori opere dell’annata editoriale, con un’attenzione particolare alle produzioni più innovative e originali.

8 Dicembre 2014
www.lastampa.it

di Natale Maria Serena

Le quote di genere? Una distrazione, che rischia di ribaltare un percorso di conquiste insinuando il sospetto che le donne non possano farcela da sole. Lo sostiene Carrie Lukas sull’International New York Times , partendo dalla legge in discussione in Germania e citando il caso Norvegia, dove la soglia del 40% di rappresentanza femminile nei Cda è legge dal 2003: secondo uno studio Usa, la norma ha portato nelle stanze dei bottoni donne spesso meno qualificate dei colleghi, «con un calo statisticamente significativo del valore di mercato delle società prese in esame». Resta la funzione simbolica, l’obiettivo a lungo termine di stimolare coscienza e prassi della parità. Ma attenti ai colpi di coda dell’ideologia.
(09 dicembre 2014) – Corriere della Sera

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

Intervento di Luisa Betti

 

(…)

 

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

 

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

 

Media e informazione

 

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

 

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

 

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata come “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

 

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

 

Ma cosa significa questo?

 

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

 

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

 

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

 

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

 

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale

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http://ilmanifesto.info/storia/femminicidio-e-informazione-se-e-criminale-non-e-amore/