di Karim Metref

Cara Igiaba,

in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena.

Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto.

 

Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà.

 

Ebbene, anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente. Altrettanto non possono dire quelli che domani dichiareranno guerra a qualcuno in nome di questo crimine.

 

Tu dici: “Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto”.

 

Io con questa gente sono in guerra da trent’anni. Li affrontavo con i pugni all’epoca dell’università e con le parole e con le azioni da allora e fino a oggi. Sono trent’anni che li combatto e sono trent’anni che il sistema della Nato e i suoi alleati li sostengono regolarmente ogni dieci anni per fomentare una guerra di qua o di là.

 

Anche io sono afroeuropeo, sono originario di un paese a maggioranza musulmana ma non mi considero un musulmano: non sono praticante, non sono credente. Ma anche io non ci sto. Non ci sto con questi folli, non ci sto quando lo fanno a Parigi ma non ci sto nemmeno quando lo fanno a Tripoli, Malula o a Qaraqush.

 

Non sto con loro e non sto con chi li arma un giorno e poi li bombarda il giorno dopo. Non ci sto in questa storia nel suo insieme e non solo quando colpisce il cuore di questa Europa costruita su “valori di convivenza e pace”. Perché dico che questa Europa deve essere costruita su valori di pace e convivenza anche altrove, non solo internamente (ammesso che internamente lo sia).

 

Tu dici che questo non è islam. Io dico che anche questo è islam. L’islam è di tutti. Buoni o cattivi che siano. E come succede con ogni religione ognuno ne fa un po’ quello che vuole. La adatta alle proprie convinzioni, paure, speranze e interessi. Nelle prossime ore, i comunicati di moschee e centri islamici arriveranno in massa, non ti preoccupare. Tutti (o quasi) giustamente si dissoceranno da questo atto criminale. Qualche altro Abu Omar sparirà dalla circolazione per non creare imbarazzo a nessuno. La Lega e altri avvoltoi si ciberanno di questa storia per mesi, forse per anni. E noi ci faremo di nuovo piccoli piccoli, in attesa della fine della tempesta. Come stiamo facendo dopo questi attentati (forse) commessi da quella stessa rete che la Nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra.

 

Loro creano mostri e poi, quando gli si rivoltano contro, noi dobbiamo chiedere scusa, dissociarci e farci piccoli. A me questo giochino non interessa più. Non chiedo scusa a nessuno e non mi dissocio da niente. Io devo pretendere delle scuse. Io devo chiedere a questi signori di dissociarsi, definitivamente, non ad alternanza, da questa gente: amici in Afghanistan e poi nemici, amici in Algeria e poi nemici, amici in Libia e poi… non ancora nemici lì ma nemici nel vicino Mali, amici in Siria poi ora metà amici e metà nemici… Io non ho più pazienza per questi macabri giochini. Mando allo stesso inferno sia questi mostri sia gli stregoni della Nato e dei paesi del Golfo che li hanno creati e li tengono in vita da decenni. Mando tutti all’inferno e vado a farmi una passeggiata in questa notte invernale che sa di primavera… Speriamo non araba.

 

Karim Metref è un educatore e blogger che vive a Torino.

 

(Internazionale, 9 Gennaio 2015)

di Alberto Leiss

 

Con alcuni brevi interventi su Fb ho contribuito a riaprire la discussione sul caso, emerso mesi fa, dell’uomo di Maschileplurale accusato di violenza psicologica.

In realtà il confronto, il conflitto e l’elaborazione non si sono mai chiusi. Se ne è avuta un’eco negli interventi di Marisa Guarneri, Sara Gandini, Laura Colombo e Claudio Vedovati (sul sito della Libreria delle donne di Milano), di Stefano Ciccone e di altri (sul sito di Maschileplurale). La rete di Mp ha affrontato la questione in due incontri nazionali, e un altro si terrà a breve.

Non tutto quello che è stato pensato, agito, scambiato, può avere un immediato riflesso esterno. Ma è giusto che quanto può essere considerato politicamente rilevante per tutti e tutte divenga oggetto di dibattito pubblico. E’ già avvenuto in diverse occasioni: in autunno ci sono stati convegni a Roma sul tema della violenza maschile in cui ne hanno parlato Marco Deriu (in una iniziativa organizzata da Mp con l’associazione Dire e le ricercatrici Le Nove) e Claudio Vedovati, in altra simile occasione. Io stesso mi sono riferito anche a questa esperienza discutendo nei giorni scorsi con Lea Melandri a Castelfranco Veneto, in un incontro pubblico sul rapporto tra amore e violenza.

Non a caso un dibattito voluto da un gruppo di “cittadini e cittadine per la pace”: una cosa che penso da tempo e che sto cercando di approfondire riguarda il nesso tra la violenza maschile contro le donne e la violenza che pervade le nostre società, e che nell’epoca della fine o della crisi del patriarcato va assumendo forme efferate e disumane, come vediamo in questi giorni. C’è solo da sperare – e agire – scommettendo sul fatto che sacrificare bambine per far esplodere bombe nei mercati, assassinare vignettisti, utilizzare droni e bombe “intelligenti” per esportare la democrazia, considerare l’abilità di uccidere il nemico una tecnica professionale come un’altra, possano essere le manifestazioni terminali di un “amore” moderno per la violenza e la guerra che – in questo concordo con Luisa Muraro – può essere fatto risalire alla prima guerra mondiale (evento, tra l’altro, con gli orrori che ne sono seguiti fino a oggi, genuinamente “occidentale”).

Ma torno al nocciolo del tema.

Una donna e un uomo. Prima di tutto: io non riesco a rimuovere la singolarità di un caso che coinvolge due persone. Il punto politico per me è intanto la relazione che vivo con loro. Conosco da anni l’uomo accusato. Ho letto le parole della donna, ascoltato la registrazione di un suo intervento molto drammatico, arrabbiato, sofferto. Che inevitabilmente chiamava in causa anche me. Non sarò in pace con me stesso finchè la donna non si sarà liberata della violenza subita e l’uomo non avrà elaborato la responsabilità di averla agita, se così effettivamente è stato. Non posso affermare che gli uomini molto spesso agiscono violenza senza rendersene conto, e in un caso che mi coinvolge fidarmi soltanto della mia stessa percezione di quanto è accaduto. Lo dico per me, e per qualunque altro uomo, a maggior ragione se si impegna pubblicamente contro la violenza. Ma c’è una soglia al di là della quale resta la scelta e la responsabilità personale. Alla quale nessuno può sostituirsi, tanto meno una rete informale di uomini e di gruppi di uomini, che ha anche uno strumento associativo, ma che non può erigersi a “tribunale”. Proprio per non ricadere, paradossalmente, nelle tipiche logiche di potere maschili.

Partire da sé. Queste logiche naturalmente sono dure a morire. Diecimila anni di patriarcato pesano, anche se non ci giustificano. Il confronto tra noi su questa vicenda, e il dibattito anche assai aspro che ha suscitato (le modalità delle discussioni in rete meritano poi un serio approfondimento, ma non lo faccio qui), ha aperto conflitti molto acuti. E un reciproco esame critico dei nostri pensieri, comportamenti, reazioni, ecc. Io la giudico, nonostante tanti e diversi limiti di ognuno, una ricerca sincera sul proprio rapporto con la violenza e sulla qualità delle relazioni personali e politiche tra uomini e con le donne, sui nostri vissuti. Sono emerse anche posizioni politiche differenti, che meritano – come stiamo facendo – di essere discusse. Temo però che si faccia ancora troppa fatica a distinguere tra conflitto e violenza, anche nelle relazioni tra noi, e questo produce dinamiche distruttive. Non nuovo pensiero e nuova pratica politica. E ci spinge all’autoreferenzialità. Saranno in ogni caso i fatti e i nostri comportamenti concreti più che tante, penso troppe, parole, a rispondere alle domande anche severe che ci vengono rivolte. E che per quanto mi riguarda considero prima di tutto uno stimolo e un riconoscimento.

Eros, alleanza, autorità. Partire da sé, certo. Ma per andare dove? Ciò che io desidero, e cerco di agire effettivamente, è andare in nuove relazioni personali e politiche con le donne, perché penso che solo da questa relazione possa nascere una alternativa alle dinamiche della politica e del potere definite dal patriarcato (poi forse bisognerebbe discutere anche delle relazioni tra patriarcato e questo mondo tecno-capitalistico globalizzato), e che questa sia la cosa più importante anche per combattere la violenza maschile. Conta anche una nuova qualità delle relazioni tra uomini, ed è qui che per me sta conficcato il tema del che fare nei confronti dei maschi che agiscono violenza, soprattutto quelli che riconoscono questo loro “problema”, e che affermano il desiderio di cambiare.

Per questo ho molto apprezzato che Sara Gandini e Claudio Vedovati siano intervenuti nel confronto valorizzando la loro relazione. Non mi sembra molto produttiva, però, una discussione sul fatto se “al centro” debbano restare le donne, o se ci sia il rischio che “al centro” tornino gli uomini. Così come temo sia controproducente insistere tanto sul concetto di “affidamento” all’autorità femminile. Al centro – se ci crediamo e lo desideriamo – io metterei la relazione. Concordo con questa osservazione di Stefano Ciccone. E nella relazione la ricerca di uno scambio che certo parte dal riconoscimento della differenza, delle asimmetrie, della propria parzialità, e del fatto che questa nuova pratica trae origine da una rivoluzione e da una invenzione politica delle donne e del femminismo, che sono all’origine del mio impegno e di quello di tanti altri uomini coinvolti in questa rete.

Molte cose fanno ostacolo. Da parte maschile probabilmente anche il fantasma della rivalsa femminile. Forse, io credo anche di più, quello del ritorno a una fusionalità materna? E tanto altro: la differenza del desiderio, del rapporto col corpo e con i corpi. Dei meccanismi di produzione di autorità e dei suoi nessi col potere (senza mai dimenticare che questa parola – autorità – nell’esperienza maschile e anche nel linguaggio comune è quasi sempre intesa come potere o come una funzione diretta del potere).

Credo esistano anche molte resistenze femminili. Che peraltro, dopo i famosi diecimila anni, mi sembrano del tutto comprensibili. Ma non si dovrebbe parlare anche di queste?

Nulla accadrà di vero e di forte se non ci sarà la spinta di eros, e diciamo pure dell’amore. Sospetto però che l’amore sia un po’ come la grazia per i cristiani: avviene, quando può e quando vuole. Imprevedibilmente. A volte poi se ne va. Dobbiamo imparare a riconoscerlo, afferrarlo, per vivere e immaginare una vita aperta e ricca dell’altra, dell’altro.

Ma proviamo anche a dotarci, con cura, delle buone maniere di una alleanza, dove la differenza, l’affetto e il conflitto possano convivere e sostenersi, nel gusto della conversazione. Dimostrando a noi stessi , agli altri uomini e alle altre donne che un altro mondo, un’altra civiltà, è possibile qui e ora, a partire da ognuno e ognuna.

E’ già successo qualcosa di simile nella storia. Penso ai salotti europei governati da donne molto intelligenti che hanno prodotto l’illuminismo. Siamo ancora qui a mitizzarlo come una delle poche cose buone della nostra civiltà. Ma quei signori, appena saliti al potere, pensarono bene di ghigliottinare la donna che aveva preso sul serio le parole inventate insieme sulla libertà, l’uguaglianza e la fratellanza universali. Magari le nostre amiche più sospettose non se lo sono ancora dimenticato.

 

di Ida Dominijanni

 

O di qua o di là. O con me o contro di me. O con la vittima o con l’assassino. La logica binaria è, sempre e da sempre, il primo effetto collaterale dello stato di guerra. Ne è anzi, forse, il primo indice: quando si comincia a ragionare così, è segno che la guerra avanza. Fu così dopo l’11 settembre: o ti dichiaravi americano, o stavi con i kamikaze delle Torri. È così di nuovo oggi: o ti identifichi con Charlie Hebdo o stai con gli stragisti della libertà. Tertium non datur e non c’è verso di ragionare, basta dare un’occhiata ai social per rendersene conto.

 

A spezzare questa logica binaria arriva chiara e limpida, e non poco arrischiata e spiazzante com’è nelle sue abitudini, la parola di Papa Francesco. Il quale sostiene che invece sì, tertium datur e non si tratta dell’astensionismo di un “né… né” – né con Charlie Hebdo, né con i terroristi – bensì dell’affermazione di un doppio no, e contemporaneamente di un doppio sì. Un doppio no: alle religioni che uccidono in nome di Dio («un’aberrazione»), e alla libertà di espressione che offende e “giocattolizza” (pregnante neologismo) le religioni. Un doppio sì: al diritto-dovere di dire quello che si pensa, e alla dignità di ogni fede.

 

Lezione antica, ma oggi, nell’Occidente che si arma dei propri valori, sommamente spiazzante: la libertà (di espressione, ma non solo di espressione) non va assolutizzata, ha il suo limite interno nel rispetto dell’altro e deve fermarsi sulla soglia dell’offesa dell’altro; se si assolutizza, lo diceva Hannah Arendt, sconfina nell’arbitrio e nella violenza. È lo stesso limite interno che la tradizione illuminista dovrebbe darsi e invece non si dà, aggiunge senza tanta diplomazia Francesco. Perché se essa a sua volta si assolutizza fino a contemplare solo se stessa o ciò che può ricondurre a se stessa, finisce con il trattare le religioni soltanto «come sottoculture tollerate», secondarie e seconde, e perciò stesso passibili di irrisione, scherno, “giocattolizzazione”. Anche la laicità può diventare fondamentalista, o quantomeno escludente e gerarchica.

 

È tutt’altro dunque che un invito alla reciproca tolleranza quello che il papa rivolge ai guerriglieri delle opposte civiltà che da un quindicennio allestiscono la guerra globale: quando c’è in gioco la libertà, la posta in gioco è più alta della tolleranza. Si tratterebbe piuttosto di riconoscimento e, insieme, di conflitto: ma di un conflitto misurato, che si gioca in primo luogo sulla parola. Da un lato perché il diritto di espressione non è solo un diritto ma anche un dovere, il dovere di dire ciò che si pensa esponendosi dunque al rischio del giudizio altrui, ma senza varcare il limite dell’offesa. Dall’altro lato perché quando questo limite viene varcato, non ci si può aspettare che chi si sente offeso porga l’altra guancia: è più probabile che reagisca con un pugno. Ma fra un pugno e una strage c’è appunto la distanza che separa il conflitto dalla guerra, la vitalità del confronto dall’aberrazione della violenza mortale e mortifera: questione appunto di misura, la misura della civiltà, al singolare, che salta nella messinscena dello scontro fra le civiltà, al plurale.

 

Ma la lezione di Francesco non finisce qui: e come sempre, non suonerebbe credibile come suona se non fosse accompagnata da un gesto testimoniale. Che consiste stavolta in una ammissione di fragilità: «Se dovesse accadermi qualcosa ho chiesto a Dio la grazia che non sia doloroso, perché non sono coraggioso di fronte al dolore, sono molto pauroso». Mentre tutti – secondo effetto collaterale di ogni stato di guerra – invocano forza, determinazione e virile coraggio, la massima autorità spirituale del pianeta dichiara la propria paura e vulnerabilità. Di fronte alla guerra civile globale, bisognerebbe rovesciare il tavolo dell’onnipotenza e partire da qui: siamo tutti vulnerabili, e abbiamo tutti paura.

 

(www.huffingtonpost.it, 16 gennaio 2015)

di Luisa Muraro

 

Temo di avere scandalizzato persone oneste e chiedo di poter tornare sul mio breve commento alla strage del 7 gennaio a Parigi.

Se devo pensare a chi fomenta odio e paura degli altri sfruttando la libertà d’espressione, mi vengono in mente alcuni saggisti politici, i predicatori fanatici, certi partiti politici e ultimamente anche qualche romanziere…

I redattori di Charlie Hebdo sono fuori da questa lista! Loro hanno fatto da bersaglio di un odio fomentato da altri. Era un rischio di cui avevano consapevolezza, va detto. Quanto al vendere più copie, perché no? Volevano far ridere e dovevano vendere più copie, anche da qui passa la nostra libertà d’espressione.

Per fortuna, alcune e alcuni hanno capito le mie parole nel modo giusto. Che non vuol dire per forza essere d’accordo. Un uomo che stimo mi ha detto: ma chi stabilisce la misura giusta della satira? Chi traccia il confine fra la provocazione che ferisce inutilmente e quella che, facendo ridere, spinge a mettere in questione la realtà data?

Bella domanda. Forse troppo, inutile porsela? Io non lo penso e la pongo, soprattutto perché miro a escludere il potere costituito da ogni possibile risposta.

Per me, quella giusta misura è affidata alla persona singola, in primo luogo. Da antica lettrice di Linus so che Wolinski ne era capace. Degli altri non so, non conoscevo la loro produzione. Tant’è che non ho fatto nomi. Ho indicato una questione che non è solo di bravura personale, questo è chiaro, ed è ancora in cerca di risposte, rendiamoci conto. Per cui bisogna tenere aperto lo scambio evitando giudizi che sarebbero prematuri e contrapposizioni che sono scorciatoie verbali. Del potere politico e mediatico con le sue messe in scena non c’è da fidarsi e le cose veramente importanti, difendiamole in autonomia.

(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 15 gennaio 2015)

di Franco Ventura

Femminista islamica. Si definisce tale Malika Hamidi, con la stessa disinvoltura con cui porta il foulard. Quarantunenne francese di origine algerina, ha appena terminato la tesi di dottorato che discuterà in marzo all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Il suo direttore di ricerca è il noto sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar. Il tema della tesi è il femminismo musulmano. Malika Hamidi è una militante dello European Muslim Network. Il Corriere la incontra nella sua casa di Bruxelles, poche ore dopo la marcia di Parigi. Sullo schermo del televisore scorrono le immagini dei leader del mondo e dei due milioni di partecipanti alla manifestazione. «Non ci sarei andata, nemmeno se fossi stata a Parigi. È ipocrita sfilare insieme a capi di governo come Erdogan e Netanyahu che violano i diritti fondamentali». Parliamo di diritti allora, e di Islam.

 

Gli europei sono sempre più preoccupati dell’Islam. Il Vecchio Continente si sta islamizzando.

«L’islamizzazione è un fantasma. Ma i musulmani sono parte della società europea. Non si può più fare a meno della loro voce. Un tempo avevano paura di uscir fuori. Ora no. Si sono ampliati gli spazi in cui si può parlare. Cresce di conseguenza l’intolleranza, l’islamofobia. Perché siamo percepiti come la punta dell’iceberg. Fa paura vedere che le nuove generazioni non vivono più l’Islam come una frustrazione, come un complesso».

 

È in questo Islam sempre più visibile, immagino, che lei inquadra il suo attivismo.

«Le donne sono decisive. Emerge una borghesia islamica femminile che sa farsi sentire. Le donne lottano in seno alla comunità musulmana e nella società civile, da eguali a eguali. Hanno gli argomenti teologici per sfidare l’Islam retrogrado e gli argomenti politici per sfidare il femminismo laico. Pensi alle donne che sfilavano nelle piazze della primavera araba. Dieci anni fa le musulmane mi dicevano “ci porti all’inferno”. Oggi il mio discorso è più accettato. Perciò siamo scomode. Il mutamento delle donne muterà l’Islam. Io sono un’eccezione per la mia visibilità, ma dietro di me ci sono migliaia di ragazze».

 

I lettori saranno scettici leggendo tutto ciò. Le donne nell’Islam sono sottomesse, ci sono la poligamia, l’infibulazione, il velo…

«Sotto il velo ci sono donne libere, che protestano così contro la Francia imperialista e coloniale. È questa la sfida maggiore per l’opinione pubblica».

 

Per non parlare degli uomini musulmani.

«Senza Tariq Ramadan non avrei cominciato…».

 

Ho scritto in termini molto critici di questo intellettuale islamico…

«È lui che quando cercavo risposte mi ha detto “non sta a me, ma alle donne offrire risposte adeguate alla propria condizione di musulmane”».

 

Agli europei la comunità islamica appare complice della radicalizzazione. Una maggioranza silenziosa…

«Non esiste una maggioranza silenziosa! Esiste una maggioranza che è resa silenziosa dai media. In tanti facciamo un lavoro quotidiano durissimo per lo sviluppo della comunità islamica e della società civile. Questo lavoro non è visto dai media. La nostra campagna contro i matrimoni forzati è stata ignorata. Gli incontri con le madri dei jihadisti partiti in Siria sono stati ignorati. I media sono il nodo nevralgico».

 

Intanto i proiettili della guerra santa uccidono.

«I poteri pubblici hanno enormi responsabilità. Sappiamo tutto del reclutamento jihadista e della propaganda salafita. Lo sanno le comunità musulmane e lo sa lo Stato. L’abbiamo denunciato mille volte. Ogni sermone pronunciato nelle moschee è ascoltato dall’intelligence. Ma ha prevalso una politica di laissez faire».

 

Ma le vostre associazioni…

«Le nostre associazioni si battono senza mezzi! La galassia salafita e jihadista, invece, è superfinanziata».

 

La conversazione si chiude qui. Dalla vetrata in fondo al salone, la collina di Forest si sporge sulla città. Brillano in basso le luci di Bruxelles. «È l’angolo tranquillo della casa», dice Malika Hamidi avvicinandosi ai vetri. «È bello fare qui la preghiera, mentre tramonta».


(27esimaora.corriere.it, 14-1-2015)

posso  dire che non sono charlie?

dal 6 al 15/02/2015

Presso ASSOCIAZIONE APRITI CIELO! Via L.Spallanzani 16 Milano  ore 18,30

Inaugurazione della mostra Sprazzi Temporali di Isabella Spatafora

Due ritratti specchianti contornati da nuvole -come presenze del passaggio del tempo- e da cornici che nelle tele successive si screpolano. Screpolature inventate. L’istinto e la mente hanno dato ordine ed equilibrio con particolari e colori diversi evidenziando la traccia del tempo nella corruzione delle forme e delle superfici.

La mostra resta aperta i giorni 7-8 dalle 18,30 alle 20

il  9-10-11-12-13 dalle 15 alle 18,30

il 14- 15 dalle 18,30- 20 per altri orari su appuntamento tel.3498682453

http://www.apriti-cielo.it/mostra-isabella-spatafora/

ISABELLA SPATAFORA: vive a Milano dagli anni Sessanta. Nata in Sicilia nel trentacinque del secolo scorso, comincia a disegnare fin dall’età di cinque anni.

 

Per ospitalità pubblichiamo questo testo sul sito della Libreria ma non siamo d’accordo coi contenuti. Non troviamo buono associare la discussione su questo argomento già impostata da Luisa Muraro e TK Brambilla a una denuncia sommaria del mondo islamico secondo una visione iperoccidentale dove tutto il positivo, l’impegno di milioni di donne scompare e spiccano solo alcuni episodi terribili. Questo ha un effetto demoralizzante su questo tema.

(La redazione del sito della Libreria delle donne)

 

 

di Marina Terragni

Sull’orrore di Parigi, la filosofa Luisa Muraro, fondatrice della Libreria delle Donne di Milano, ha pubblicato queste righe sul sito della Libreria:

“I criminali che il 7 gennaio hanno fatto strage nella pacifica redazione di un settimanale satirico, non sono peggiori dei politici e militari che, cent’anni fa, hanno voluto la prima guerra mondiale. Non ci sono giustificazioni né per quelli né per questi.

La libertà d’espressione è un bene prezioso che va difeso con tutto il coraggio che abbiamo e i mezzi leciti di cui disponiamo. Per la stessa ragione, il bene di esprimerci liberamente va usato senza censure ma con la necessaria saggezza. Offendere i sentimenti profondi di donne e uomini non per una libera trasformazione della cultura ma solo per avere successo, come vendere più copie di un libro o di un film, questo non è saggezza. Peggio ancora è servirsi della libertà d’espressione per fomentare l’odio e la paura tra culture diverse, quale che sia lo scopo”.

Breve scritto che mi ha molto colpito.

Intanto perché Charlie Hebdo, forse proprio a causa della ferocia della sua satira che non risparmiava niente e nessuno, di copie ne vendeva di meno, non di più. La rivista non navigava in buone acque, stava antipatica a tanti, e la scelta di pubblicare le famose vignette su Maometto non può in alcun modo essere ritenuta un’astuta strategia di marketing, ma una libera e rischiosa scelta politica, pagata con il sangue che sappiamo (e che anche loro sapevano e temevano, vista l’ultima profetica vignetta del direttore Charbonnier, da anni nella lista nera degli jihadisti insieme ad altri giornalisti e artisti).

Su questa scelta si può dissentire, ma deve trattarsi di dissenso politico, non dell’accusa di voler fare audience.

Charlie Hebdo non intendeva “fomentare l’odio” religioso: al contrario, l’intento era quello di ridicolizzarne le ragioni e non piegarsi alle sue logiche. Per scelte del genere Theo Van Gogh è morto, e un buon numero di donne e uomini, da Ayaan Hirsi Ali a Irhasd Manji a Salman Rushdie, musulmani, ebrei, cristiani e atei, vivono in esilio, sotto fatwa e sotto scorta. Ogni giorno e per venti giorni, dopo essersi fatto un bel po’ di galera, il blogger saudita Raif Badawi sta ricevendo la sua umilante dose di 50 frustate in pubblico in mezzo a centinaia di uomini festanti, perché ritenuto colpevole di avere offeso l’Islam, mentre la sua famiglia è fuggita in Canada. A nulla sono valsi gli appelli di Amnesty International e Reporters sans Frontieres. Probabilmente il blogger saudita sarà un po’ più famoso di prima, sì: ma che abbia scritto quello che ha scritto per aumentare i clic, be’, credo proprio di no. L’avrà fatto, forse, perché riteneva di difendere in questo modo la sua libertà e quella di altre e altri.

Tutta gente poco saggia? Giudizio che mi impressiona, visto il prezzo che questa gente, suppongo dopo averci ben pensato, ha pagato e continua a pagare di persona per le proprie scelte libere e senza dubbio un po’  pazzoidi. Ma senza un po’ di pazzia mi pare che il mondo non sarebbe andato avanti, e neanche le donne avrebbero potuto rompere ciò che c’era da rompere. E’ stata saggia la ragazza iraniana incarcerata per aver voluto assistere a una partita di volley, in violazione dei divieti? Sagge le donne di Kabul che vanno dai parrucchieri clandestini, rischiando la pelle? Saggia Franca Viola, che rifiutò di sposare il suo violentatore, offendendo l’onore?

Ma il giudizio mi impressiona soprattutto per un’altra ragione: donne e uomini raffigurati come pronti a scattare permalosamente e pavlovianamente a fronte di provocazioni e offese, eventualmente lavabili con il sangue. Qui sì vedo un “noi” e un “loro” che non condivido. Quando penso ai musulmani, io non li penso così. Dato che ci vivo in mezzo -non abito in area C – e sono i miei vicini di casa, antipatici o simpatici come tutti, posso garantire che ne conosco di poco spiritosi e anche di molto spiritosi e propensi all’autoironia. Ho violentemente sbeffeggiato alcuni uomini sulla poligamia, sulle fidanzate di Maometto e sulle famose vergini che li attendono per deliziarli in eterno: a quanto pare sono ancora qui. Li offenderei di più, credo, se li trattassi come dei retrogradi incapaci di humour.

Ho vissuto da bambina e nello stesso quartiere il processo di integrazione degli immigrati che da Sud venivano a lavorare nelle grandi fabbriche del Nord: il film l’ho già visto. E io stessa sono per metà un’immigrata di terza generazione. Ricordo personalmente gli scherzi violenti di cui i “terroni” erano oggetto da parte dei colleghi nordici. Cose tremende. Ricordo un certo Totò, calabrese, che una sera reagì tirando fuori una pistola (l’offesa non posso dirla, fu terribile). L’amicizia si fece più salda. Ricordo anche un algerino –perfino il suo nome, anche se ero piccolissima, Bechir Fattah- a cui a sua insaputa venne servito un bel piatto di maiale. Credette di morire. Non morì. Burle feroci che quando ero piccola mi spaventavano, ma che hanno velocizzato i processi, bruciando le tappe, accelerando il metabolismo lento dell’integrazione fra differenze. L’umorismo, la satira, lo scherzo, il gioco come collanti universali.

Per questo mi spingo a dire che non solo i pazzi anarcoidi di Charlie Hebdo non intendevano affatto fomentare l’odio, ma anzi: che Charlie Hebdo a suo modo sperava di dare una mano a stemperarlo. Probabilmente con una qualche bislacca saggezza. Forse è proprio questo, la fine dell’odio, che fa più paura ai foreign fighters in cerca di adrenalina identitaria. Che si sentono insopportabilmente provocati, loro sì, anche dai deliziosi latkes, dagli schnitzel, e dai giochi dei bambini di un asilo ebraico, primo obiettivo mancato.  Ma questo è tutt’altro discorso.

(www.blog.iodonna.it/marina-terragni, 12 gennaio 2015)

di Franca Fortunato

 

 Nota di redazione: Condividiamo lo spirito della citazione finale, precisiamo che la seconda parte di questa citazione erano parole di Wolinski dopo la prima aggressione a Cahrlie Hebdo.

 

La filosofa e femminista Luisa Muraro all’indomani della strage terroristica di Parigi, sul sito della libreria delle donne di Milano, scriveva: «I criminali che il 7 gennaio hanno fatto strage nella pacifica redazione di un settimanale satirico, non sono peggiori dei politici e militari che, cent’anni fa, hanno voluto la prima guerra mondiale. Non ci sono giustificazioni né per quelli né per questi. La libertà di espressione è un bene prezioso che va difeso con tutto il coraggio che abbiamo e i mezzi leciti di cui disponiamo. Per la stessa ragione, il bene di esprimerci liberamente va usato senza censura ma con la necessaria saggezza. Offendere i sentimenti profondi di donne e uomini non per una libera trasformazione della cultura ma solo per aver successo, come vendere più copie di un libro o di un film, questo non è saggezza. Peggio ancora è servirsi della libertà d’espressione per fomentare l’odio e la paura tra culture diverse, quale che sia lo scopo». Muraro (ci) pone due questioni fondamentali che voglio qui riprendere. La violenza come atto criminale e la necessaria saggezza nell’esercizio del diritto alla libertà di espressione. Veniamo alla prima questione. Quelli che cent’anni fa hanno voluto quella che Simone Weil chiamò una “macelleria”, la prima guerra mondiale, appartenevano o no al civilissimo e democratico Occidente? Di quanti atti di terrorismo internazionale, di aggressioni il democratico Occidente si è macchiato dagli anni ’80 del Novecento (tanto per restare al nostro presente prossimo) ad oggi, in nome della sua superiorità culturale e per esportare quello che ritiene essere l’unico modello possibile, la sua democrazia? Le parole che Noam Chomsky scrisse per gli americani, all’indomani dell’11 settembre 2001, non valgono anche per l’Occidente tutto?

«Se gli altri ci fanno qualcosa – scrisse Chomsky – crolla il mondo. Ma se noi facciamo lo stesso agli altri è del tutto normale. Se siamo noi a massacrare gli altri non ci interessa, tendiamo a ritenere che ciò che noi facciamo agli altri non sia importante, se qualcuno compie azioni terroristiche contro di noi o contro i nostri alleati, allora si tratta di terrorismo, se invece siamo noi a condurre queste azioni contro altri, o lo fanno i nostri alleati, con maggiore efferatezza, allora si tratta di controterrorismo o guerra giusta». Quante “guerre giuste” il civilissimo Occidente ha portato avanti in questi ultimi dieci anni per sconfiggere il terrorismo e liberare le donne? No, non ci sono scuse, né per i criminali del 7 gennaio a Parigi, né per gli occidentali. Chi salverà l’Occidente dal terrorismo? I Potenti? Forse, se solo smettessero di praticarlo. I popoli dell’Occidente? Le donne e le madri dei terroristi? Possibile. È quanto ci dice la sociologa e scrittrice austriaca Edit Schlaffer dell’organizzazione Donne senza confini, che ha creato la prima piattaforma globale antiterrorismo basata sull’attivo coinvolgimento delle donne e soprattutto delle madri. «In loro (nei figli arruolati alla guerra santa) – ci dice – rimane un persistente attaccamento alle loro madri. Tutte le madri di quelli che sono andati in Siria sono convinte che avrebbero potuto intervenire se avessero avuto più fiducia in se stesse, più conoscenze e più sostegno».

E veniamo alla seconda questione, la libertà di espressione, un bene prezioso che, come tale, va usato con la necessaria saggezza. Quando ho ascoltato papa Francesco nell’intervista in aereo, mentre dallo Sri-Lanka andava nelle Filippine, mi sono detta: «Ecco un uomo che parla del diritto della libertà di espressione con saggezza». Le sue parole hanno fatto scandalo e, prima o poi, ne sono sicura, qualcuno, dopo averlo accusato di essere un comunista, lo accuserà di essere amico dei terroristi. La libertà di espressione non ha limiti? Chi lo dice? La cultura illuministica, hanno risposto in molti, prima fra tutti i francesi. Quella cultura, pensata senza le donne, che da lungo tempo è stata messa radicalmente in discussione dal femminismo della differenza che ha sempre parlato di libertà relazionale e non individuale. La concezione della libertà senza limiti fa tutt’uno con l’idea illuminista dell’individuo autosufficiente, autonomo, slegato da ogni rapporto con gli altri e come tale detentore di diritti. Non esiste un tale individuo nella realtà. Veniamo al mondo nella relazione con la madre, viviamo nel mondo nella dipendenza dalle altre e dagli altri e dalla natura, come il Papa ha ricordato agli uomini, nella stessa intervista: «Ci siamo impadroniti della madre terra». Fuori dalla dipendenza dalla relazione con l’altra/o non c’è vera libertà. Il limite è l’altra/o che ci chiede – come Muraro e il Papa ci ricordano – di «non offendere i sentimenti profondi di donne e uomini», di non provocare, non insultare, non prendersi gioco della fede e della religione degli altri. Parole, in tal senso, che suonano come un’autocritica, sono arrivate da un uomo, Delfeil de Ton, uno dei fondatori della rivista satirica francese: «Ce l’ho davvero tanto con te, Charb. Pace all’anima tua. Che bisogno avevi di trascinare tutti in questa escalation? Credo che siamo degli imbecilli e degli incoscienti e che abbiamo corso un rischio inutile. Tutto qui. Ci crediamo invulnerabili. Per anni, decine di anni, si fa della provocazione, e poi un giorno quella provocazione ci si ritorce contro. Non bisognava farlo».

 

(Quotidinao del Sud, 12 gennaio 2015)


La Comunità di Storia vivente comunica che in Approfondimenti è stato completato il passaggio dei nostri scritti teorici, concernenti l’origine della nostra pratica, dal sito Donneeconoscenzastorica. Ringraziamo Donatella Massara per averci gentilmente ospitato fino ad oggi

di Tk Brambilla

Associazioni e autorità religiose, rappresentanti politici, intellettuali e artisti, donne e uomini di fede islamica hanno espresso forte e chiara condanna del feroce attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo e l’assoluta estraneità di questa cultura di morte dalla fede islamica.
Ma nel suo articolo Fatelo per il poliziotto Ahmed (il silenzio del popolo musulmano), Marina Terragni dice di avere bisogno di altro. Vuole sentire la voce del popolo musulmano che vive in occidente dichiarare “siamo con voi (…) e nessuno di noi festeggerà con dolcetti o altro nel chiuso delle case (…)”.
Comprendo il bisogno di essere rassicurati quando si prova paura, obiettivo di chi vuole infondere terrore e di cui i pregiudizi sono espressione.
Ma è un bisogno che non può essere soddisfatto se non ci si libera innanzi tutto da quel velo simbolico che divide tra “noi” e “voi”, in nome di artificiali costruzioni identitarie e nel mancato riconoscimento delle differenze.
Non è a un indistinto popolo musulmano che dobbiamo pensare ma a donne e uomini di fede islamica. Molti di loro erano probabilmente anche nelle piazze che hanno pianto le vittime dell’attentato ma nessuno ha il diritto di obbligarli a manifestare pubblicamente il loro sentire, pena l’essere moralmente accomunati a degli assassini.
Non è certo questo il modello di libertà a cui non vogliamo rinunciare.
Quello di cui c’è bisogno è un impegno personale e collettivo per disinnescare le pericolose logiche delle appartenenze identitarie, all’origine di quel cortocircuito che fa di ogni occidentale un infedele, di ogni ebreo un corresponsabile dei crimini dei governi israeliani e di ogni musulmano un potenziale terrorista.

di Laura Colombo e Sara Gandini

Le cose stanno cambiando, anche se accettare la fine del patriarcato resta pesante per gli uomini: lo vediamo quotidianamente nei fatti della cronaca cruenta, lo leggiamo nel linguaggio usato dai media per parlare delle donne (pensiamo agli insulti ricevuti da Emma Watson dopo il suo discorso all’ONU) o nelle scelte editoriali fatte da intellettuali maschi. Un esempio emblematico? Per il primo numero de L’Espresso dell’anno scorso, intitolato «Caro figlio ti scrivo» (n.1, gennaio 2014), è stato chiesto a vari autori di scrivere una lettera ai propri figli. Su tredici scrittori solo una donna, Michela Marzano, che – da figlia (!) – scrive al padre. Nostalgia del padre, come figura che fa ordine? Beninteso, la faccenda non si risolve semplicemente chiedendo una lettera ad almeno metà scrittrici. Non si tratta di quote, si tratta di vedere (in primis da parte dei giornalisti) che la libertà femminile ha fatto una pacifica rivoluzione, negli ultimi decenni.
In effetti un nuovo ordine di rapporti è venuto al mondo dalla caduta del patriarcato: le donne non pensano più l’uomo come il modello da eguagliare, sempre di più si riferiscono ad altre donne e puntano su genealogie femminili per trovare una strada di libertà.
Il Presidente della Repubblica, nel suo discorso di fine anno, rende omaggio a “italiani esemplari” (sic!). Ma molti notano che tre su quattro sono donne, di scienza e cultura, che dedicano la loro vita alla ricerca: Fabiola Gianotti, direttora generale del CERN di Ginevra (il presente), l’astronauta Samantha Cristoforetti (il futuro) e Serena Petricciuolo, ufficiale medica della Marina, che sulla nave Etna ha aiutato una profuga nigeriana a dare alla luce la sua bambina (il passato). Questa volta siamo molto d’accordo con lui. Infatti ci piace quello che dice Fabiola Gianotti, alla guida di migliaia di scienziati: «Lasciare il controllo non significa perdere il comando. La leadership nasce per consenso e non può essere imposta dall’alto. Credo nelle organizzazioni leggere, dove le gerarchie servono per essere più efficienti, ma non diventano un elemento di rigidità che soffoca l’iniziativa e la creatività delle persone.»
Queste figure sono interessanti perché permettono di immaginarci e rappresentarci ovunque, anche nei luoghi di potere, senza finire schiacciate dalle sue regole. Di più, mostrano che la libertà femminile può mettere al mondo rapporti più liberi. Genealogie femminili che aprono l’orizzonte del possibile.
E per gli uomini? Riconoscere una grandezza femminile, affidarsi ad un’autorità differente, può rappresentare un’occasione per mettere al mondo altro?

di Laura Colombo e Sara Gandini

Com’è capitato che il sacrosanto diritto a difendersi dai soprusi abbia portato uno stare al mondo in posizione riparata, che va dalla medicina difensiva alla scuola difensiva?
Al minimo dubbio, i medici scelgono di consegnare le diagnosi peggiori e i professori abbassano giudizi e voti. Per paura di denunce, cause, rivalse giudiziarie, i medici non puntano più sulla forza taumaturgica della relazione medico-paziente, i professori non scommettono più sulle capacità trasformative dell’affidamento degli adolescenti.
Com’è capitato che non si faccia leva sulle relazioni, sulla scommessa dell’affidamento, sulla forza dello scambio, del conflitto, dell’incontro con l’altro?
Che si tratti di incapacità di assumersi quell’autorità che non ha bisogno di leggi, regole, diritto giuridico per esistere?
Esiste un pensiero radicale, lo sappiamo, che punta su relazioni che cambiano nel profondo donne e uomini, che sprigionano una soggettività libera e potente, ma distante dal potere. Sembra semplice da afferrare, perché ha rivoluzionato le nostre vite e ha portato cambiamenti profondi nel corpo sociale. Eppure sembra che molti e molte non siano d’accordo, facendo leva solo su leggi e diritto, contrapposizioni e rapporti di forza.
Forse è necessario lavorare su un immaginario comune, che mostri come puntare sulla forza della relazione. Servono narrazioni che riescano a rappresentare i cambiamenti che stiamo già vivendo.

Perché, se si rinuncia alla possibilità di sbagliare, si sbaglia di certo, perdendo quello che di buono la relazione può far capitare.

 

di Pamela Marelli

 

Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista, apicoltrice, tra le ideatrici dello Sciopero delle donne, è l’autrice di Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio, prezioso testo che raccoglie le numerose esperienze delle femministe nate a partire dagli anni ’70, bambine all’epoca in cui molte donne diedero vita alla rivoluzione che ha segnato storicamente un punto di non ritorno.

 

Il libro nasce dalla raccolta di volantini, mail, documenti, ricordi, interviste, appunti, riguardanti quei contesti femministi che dal 2000 ad oggi «non hanno fatto notizia» nonostante la rilevanza dei temi toccati, e che, grazie allo sguardo ed alla partecipazione di Barbara, trovano ora la giusta visibilità.

 

L’autrice attraversa con curiosità e passione i diversi luoghi animati dalle donne con l’intento di farne patrimonio comune. Il testo si articola come l’archivio affettivo e politico di Barbara che prende chiara posizione contro certo femminismo moralizzatore, catalogante le donne in perbene e permale, a cui va ricordata l’importanza del liberatorio slogan «né puttane né madonne finalmente solo donne».

 

Bonomi Romagnoli inizia la sua narrazione dalle lotte del Comitato per i diritti civili delle prostitute: «la prostituzione è uno dei grandi nodi irrisolti del dibattito nei movimenti femministi e femminili» perché al centro pone il complesso legame tra l’uso del proprio corpo e lo scambio sessuale-economico. Per un confronto rispettoso delle differenze è necessario riconoscere che «l’autodeterminazione è soggettiva, non deve essere imposta dalle altre», ognuna è in grado di scegliere il percorso più autentico per sé.

 

La rete dei femminismi del nuovo millennio ha il suo inizio simbolico a Genova nel 2001, con il convegno «Punto G: genere e globalizzazione», dove in tante ci troviamo un mese prima del vertice dei G8, e «discutiamo dell’ordine sentimentale della globalizzazione, ossia di come gli intrecci economici, culturali, politici e tecnologici influenzano la vita quotidiana delle persone, le loro relazioni e le loro emozioni». Con che lungimiranza si parlò dell’allora futura crisi, di precarietà delle esistenze e della necessità di forme di resistenza collettiva.

 

Alcune delle «parole chiave dei femminismi, dall’autodeterminazione alla libertà di scelta, dal partire da sé e dai propri desideri al rispetto per le differenze» transitano da Genova al resto della penisola negli anni successivi. Si trovano nei collettivi e nei convegni che si occupano di tecnologia, laicità, riproduzione assistita, precarietà, migrazioni, sessualità, ecologia, comunicazione, queer, intercultura. Al centro di pratiche, riflessioni, mobilitazioni molto spesso c’è il corpo, «le sfumature dei corpi che abitiamo», la necessità di rompere gli schemi normativi e mercificanti, per liberare l’immaginario «che bisogna riconnettere alle infinite forme del desiderio» per dirla con le parole delle Sexyshock.

 

Le femministe del nuovo millennio non solo si incontrano alle arricchenti scuole estive, da Raccontar(si) alle Giacche lilla, non solo sperimentano identità sessuali liberate dal genere come ai laboratori delle Ladyfest, ma, quando ci vuole, scendono in piazza, rumorose, numerose, autoconvocate e con parole radicali. E’ accaduto a Roma il 24 novembre 2007, quando attraverso la rete Sommosse siamo scese in corteo a migliaia «per affermare senza giri di parole che la maggior parte delle violenze avviene in ambiti domestici e nelle relazioni di coppia, dove il rapporto di potere tra i sessi continua ad alimentare i paradigmi della cultura patriarcale. Per ricordare che la maggioranza delle aggressioni accade per mano di padri, fratelli, mariti, fidanzati, cugini o ex. Ripetendo fino alla noia che la violenza non ha confini e attraversa i continenti, le religioni, le etnie, e i generi». «L’assassino ha le chiavi di casa» è l’azzeccato slogan della manifestazione che sposta il problema della violenza dalla sfera privata a quella politica, ponendolo come urgenza sociale e rifiutando misure securitarie e razziste per fingere di risolverlo.

 

Tutte queste tematiche e mobilitazioni fanno parte degli emozionanti archivi femministi del presente che Barbara delinea con cura, tracciando una sorta di «autoritratto di gruppo» della nostra generazione di quarantatrentenni, che non intendono perdere «l’azzardo di osare, di continuare ad essere quel soggetto imprevisto che ha fatto irruzione nella solita Storia raccontata da altri e che non ha mai tenuto conto delle nostre storie, di donne irriverenti e libere».

 

[…]

(Mariana Yonusg Blanco, “Con te”)

Barbara Bonomi Romagnoli, Irriverenti e libere. Femminismi del nuovo millennio, Editori internazionali riuniti, 2014, 224 pagine, 16 euro
Ora anche in versione eBook
http://www.barbararomagnoli.info/irriverenti-e-libere-anche-in-ebook/

di Luisa Muraro

 

Provo a dire due cose. Se sono scritte qui, vuol dire che sono state discusse nella redazione del sito della Libreria delle donne, come si fa con gli altri testi. Le firmo io perché mia è la responsabilità.

 

I criminali che il 7 gennaio hanno fatto strage nella pacifica redazione di un settimanale satirico, non sono peggiori dei politici e militari che, cent’anni fa, hanno voluto la prima guerra mondiale. Non ci sono giustificazioni né per quelli né per questi.

La libertà d’espressione è un bene prezioso che va difeso con tutto il coraggio che abbiamo e i mezzi leciti di cui disponiamo. Per la stessa ragione, il bene di esprimerci liberamente va usato senza censure ma con la necessaria saggezza. Offendere i sentimenti profondi di donne e uomini non per una libera trasformazione della cultura ma solo per avere successo, come vendere più copie di un libro o di un film, questo non è saggezza. Peggio ancora è servirsi della libertà d’espressione per fomentare l’odio e la paura tra culture diverse, quale che sia lo scopo.

(www.libreriadelledonne.it. 8 gennaio 2015)

di Igiaba Scego

 

Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.

Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie.

È così a ogni attentato.

A ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.

Angelo Dio­niso di Nanni Valen­tini, una delle ultime acqui­si­zioni del Museo Dio­ce­sano di Milano, col­lo­cato così a mezzo piano dello sca­lone d’onore, sem­bra vestire i panni del custode silente ed ebbro che guida l’accesso alle Col­le­zioni e alle mostre che si suc­ce­dono nei locali supe­riori di uno dei Chio­stri della Basi­lica di Sant’Eustorgio. Oggi “Cha­galle la Bib­bia”, nell’ultimo anno, prima “Terre” di Nanni Valen­tini e poi “Tran­siti e incon­tri” di Gabriella Bene­dini. Ciò, a con­ferma di una voca­zione dia­gno­stica e rifles­siva, da parte del diret­tore del Museo Paolo Biscot­tini, in rife­ri­mento ad alcune ten­denze, non sem­pre cano­niz­zate, dell’arte con­tem­po­ra­nea degli ultimi trent’anni del ‘900. Peral­tro, legate sia ad un raf­fronto con i clas­sici dell’arte del XX secolo sia ad un’idea espo­si­tiva che non disde­gni di sfon­dare nei cosid­detti nostri “anni zero” e oltre. Pro­prio que­sto è il caso di Gabriella Bene­dini, ottan­ta­duenne arti­sta d’origine cre­mo­nese, che con “Tran­siti e incon­tri” ha sug­ge­rito un per­corso espo­si­tivo che avvolge la sua pro­du­zione degli ultimi trent’anni ad un cor­ri­spet­tivo, anto­lo­gico e bio­gra­fico, impa­gi­nato nel cata­logo della mostra. La con­ver­sa­zione che segue risale allo scorso mese di luglio.

Il suo è un rac­conto bio­gra­fico per imma­gini. Da una parte le opere, dall’altra il lavoro, la fatica, l’officina dell’artista con tutto il suo reti­colo di rap­porti e rela­zioni. Cri­tici, gal­le­ri­sti, com­mit­tenze, musei, mostre. Que­sta mostra, “Tran­siti e incon­tri”, ne è la sua più mani­fe­sta dichiarazione?

Per l’appunto, il mio è un rac­conto per imma­gini del lavoro degli ultimi 30 anni. La mostra, infatti, parte dalla metà degli anni ottanta. Deli­be­ra­ta­mente ho tra­scu­rato tutto quelle che pre­cede quella data.

che però si recu­pera nel note­vole inserto bio­gra­fico del cata­logo, quasi un libro nel libro …

Sì, è giu­sto che dica che dalla fine degli anni set­tanta ho per­se­guito una ricerca che fosse com­ple­ta­mente auto­noma. L’informale era finito e per conto mio, lavo­ravo sulla poe­sia e in genere sulla let­te­ra­tura. Ritengo di essere rinata arti­sti­ca­mente pro­prio negli anni ottanta. Forse anche iso­lan­domi per tro­vare quelle domande che sem­bra­vano allora come oggi assil­larmi. Allora ci fu il gra­duale pas­sag­gio alla scul­tura. Comun­que, mi fu cru­ciale la visione degli affre­schi di Palazzo Schi­fa­noia a Fer­rara. Rimasi abba­gliata dai mesi dello Zodiaco. Poco tempo dopo la stessa espe­rienza la ebbi a Man­tova, a Palazzo Te. Comin­ciai a stu­diare i feno­meni alche­mici. Sem­brava che quelle imma­gini così potenti comin­cias­sero ad attrarre il mio lavoro. Non credo che sia stato un caso che qual­che anno dopo fui chia­mata a lavo­rare pro­prio in quelle stanze così intrise di arte, scienza, alchi­mia. Da lì sono nati i lavori degli ultimi decenni; i cicli i Tea­tri della ‘melan­co­nia’, i Pen­doli del tempo, i Gonio­me­tri, i Sestanti , le Costel­la­zioni, e le arpe, le arche, le scrit­ture anti­che e i libri-tattili e oggetto. Ma, è altret­tanto giu­sto che si cono­sca il mio pre­ce­dente per­corso artistico.

A tal pro­po­sito gli inizi sono stati dif­fi­cili oppure è riu­scita ad inte­grarsi imme­dia­ta­mente nell’ambiente arti­stico nazionale?

Ho fre­quen­tato la Brera di Aldo Carpi. Ho ten­tato di agire nell’ambiente arti­stico mila­nese. Erano i tempi, tra gli anni cin­quanta e gli anni ses­santa, del cosid­detto Rea­li­smo esi­sten­ziale. Bepi Roma­gnoni e Mario Raciti erano tra i miei amici. Ma, era un con­te­sto chiuso e maschi­li­sta. Si tro­va­vano tra di loro. Non si per­deva occa­sione per sal­tarmi addosso e lo dico con il senso del tempo che è pas­sato, allora però ero una ragazza non da but­tare. Non veniva preso in con­si­de­ra­zione nes­sun altro aspetto. A me, però, inte­res­sava solo l’aspetto artistico.

Ha pra­ti­cato un fem­mi­ni­smo ante-litteram …

Pre­i­sto­ria. Però, a metà degli anni set­tanta con il col­let­tivo Meta­mor­fosi, era­vamo quat­tro arti­ste tutte con una loro spe­ci­fica tra­iet­to­ria arti­stica che fu alla base poi dello scio­gli­mento del gruppo, affron­tai con acqui­sita con­sa­pe­vo­lezza tutte le tema­ti­che e i con­te­sti sociali”al femminile”.

Tor­nando agli inizi. Era quello un periodo di grande tra­sfor­ma­zione. L’Italia pove­ris­sima, uscita a pezzi dal tra­gico epi­logo del ven­ten­nio nero, s’apriva alla cul­tura euro­pea. Si comin­cia­vano a cono­scere le nuove ten­denze arti­sti­che, anche d’Oltreoceano e a ripen­sare le ormai esan­gui avan­guar­die sto­ri­che, filo­so­fi­che con l’esistenzialismo, e ancora gli scrit­tori che ave­vano rivol­tato da capo a piedi il romanzo ottocentesco …

Avevo tro­vato lavoro come illu­stra­trice. Dise­gnavo da sem­pre. Anche in Ita­lia, men­tre stu­diavo, dise­gnavo per rivi­ste desti­nate ai ragazzi. Era un paese che aveva biso­gno di tutto. Se ti ren­devi utile, lavo­ravi. Poi è finita la pac­chia. Andai a Parigi. E poi mi spo­sai. Comin­ciai con mio marito Gior­gio a viag­giare. Mi era molto d’aiuto. Fu lui a sug­ge­rirmi di spe­ri­men­tare con la cine­presa super8 con i quali ho rea­liz­zato “Dopre­noi” e “Diutop”.

Viaggi che, a leg­gere le mete e i gli anni, paiono leg­gen­dari: Marocco, Africa nera, Paki­stan, Afghanistan.Luoghi fre­quen­tati nello stesso periodo da Bur­rou­ghs, Chat­win e Boetti. Per fare qual­che nome.

Furono viaggi avven­tu­ro­sis­simi, anche rischiosi. In auto, in treno, in posti impervi. Nel ’71 tra­scor­remmo due in Afgha­ni­stan. Non sapevo di Boetti. Allora si viveva e si dor­miva. Era­vamo spe­ri­co­lati. Andammo in Paki­stan, attra­verso la Siria, l’Iraq, il su dell’Iran. Tra il ’75 e il ’75 dal Marocco, sbar­cati a Ceuta da Mar­si­glia, attra­ver­sammo in mac­china il Sahara, il Sene­gal e in treno fino in Nige­ria. Non avevo seguito un per­corso acca­de­mico, né rico­no­scevo mae­stri. Era mio inte­resse cono­scere posti nuovi e come le per­sone di quei paesi si espri­me­vano. Poi, fil­mavo tutto. Esplo­ravo ciò che poi è diven­tato per me un discorso eco­lo­gico che trovò ragione con­creta nel film “Dio­tup”, che uti­lizza la mate­ria­lità di oggetti di pla­stica, umi­liati e pronti ad essere modi­fi­cati in una scul­tura d’aria, embrione gigante sot­to­po­sto a trasformazione.

Dove fu girato il film?

Fu girato, tra l’inverno del ’71 e la pri­ma­vera dell’anno dopo, in con­di­zioni for­tu­nose a Rosi­gnano Sol­vay, con il ser­pen­tone d’aria che si espande gra­zie al banale trucco di gon­fiare il mate­riale di pla­stica con le emis­sioni del tubo di scap­pa­mento della mia auto.

Dun­que, pare di capire che il suo è stato un per­corso ori­gi­nale, quasi appar­tato, seb­bene con­sa­pe­vole di appar­te­nere ad un mondo dell’arte come dire all’italiana.

Sono andata sem­pre avanti, debbo dire che la mia soli­tu­dine arti­stica è stata cen­trale per la mia ricerca. Ho dovuto atten­dere molto prima di avere spa­zio nei musei. Ma in tutto que­sto tempo, ho fatto incon­tri con per­sone straordinarie.

 

Nota Bio­gra­fica

Gabriella Bene­dini è nata a Cre­mona nel 1932. Fre­quenta a Parma l’Istituto d’Arte Paolo Toschi e tra­sfe­ri­tasi a Milano si diploma all’Accademia di Brera. Lavora nell’editoria per ragazzi come illu­stra­trice, sul finire degli anni cin­quanta va a vivere a Parigi. Tor­nata a Milano espone con la Gal­le­ria Ber­ga­mini e fre­quenta i pit­tori del Rea­li­smo esi­sten­ziale. Tra la fine degli anni ses­santa e la metà degli anni set­tanta alla ricerca di un pro­prio lin­guag­gio arti­stico viag­gia molto, in Africa e in Asia. Nel1972 spe­ri­menta il cinema rea­liz­zando due film in super 8 Dopre­noi e Diu­top. Con Ales­san­dra Bonelli, Lucia Pesca­dor e Ales­san­dra Ster­loc­chi costi­tui­sce il Gruppo Meta­mor­fosi. Sciol­tosi il gruppo spo­sta la sua ricerca verso la scul­tura. Cicli come le Sto­rie della terra-Mutazioni (1977–1980), i Tea­tri della ‘melan­co­nia’ (1984), i Sestanti (1992), le Costel­la­zioni (1993). E poi instal­la­zioni come Il tea­tro di Per­se­fone (1985) e le Arpe (1991). Dell’Estate del 2014 è la mostra “Tran­siti e incon­tri” al Museo Dio­ce­sano di Milano.

di Claudio Vedovati
 
Non eravamo stati capaci, come Maschile Plurale (MP), di dare valore alle cose più importanti.
Che la violenza era già stata nominata, da lei, l’unica persona titolata a farlo.
Che la violenza sulle donne non si può misurare su un terreno di verità che vada oltre le relazioni.
Che mettere al centro la verità soggettiva, come ci insegna anche il femminismo, è un grande spostamento rispetto a un sapere maschile che ha prodotto discipline che vanno in cerca di prove e controprove, non fidandosi del partire da sé e non dando valore ai vissuti.
Che non possiamo mettere sullo stesso piano la parola di una donna che prende il coraggio di dire di aver subito violenza e quella di chi ne è invece accusato, perché l’asimmetria della violenza patriarcale conta, e segna tutti noi.
Così scrivevo in Una trasformazione è necessaria (era giugno 2014) e non pensavo solo all’importanza di usare le parole corrette per parlare di violenza. Pensavo a come porsi di fronte alla violenza, quando essa appare, e a come far accadere una trasformazione maschile, proprio a partire da essa.

Marisa Guarneri, Donatella Proietti Cerquoni ed Alberto Leiss hanno ripreso in questi giorni su Facebook la discussione partita da un’accusa di violenza nei confronti di uno dei componenti di MP. Ho deciso di intervenire anch’io, di nuovo pubblicamente, perché penso che la posta in gioco di questa discussione sia molto importante. Riguarda la possibilità di fare politica per MP, un’esperienza significativa per me e per tanti altri uomini.

Alberto Leiss, rivolgendosi a Marisa Guarneri, ha scritto
 con sincerità parole che pongono una questione importante: «la parola di una donna che dice di aver subito violenza deve essere riconosciuta. Il che però non significa affermare che la violenza sia oggettivamente avvenuta. Questo credo riguardi altre sedi e altre procedure. (…) Mi rendo conto che dire che una parola va riconosciuta, ma non presa automaticamente per veritiera sui fatti a cui si riferisce (è presa per vera sul dolore e il sentimento che esprime) istituisce un difficile margine di incertezza. Ma il riconoscimento politico e simbolico mi sembra un fatto decisivo e importante. Non credo che una procedura di verità sui “fatti” possa essere assunta da una realtà informale e associativa come Maschile plurale e divenire oggetto di un discorso pubblico».

Come altri uomini di MP, ed insieme a loro, nel corso degli anni ho sviluppato un corpo a corpo personale con la cultura maschile, che ha prodotto una critica del patriarcato. E’ stato un grande spostamento, ma oggi sento che questo non basta. Il mondo è cambiato, le donne hanno smesso di sostenere il patriarcato, la libertà femminile ci ha cambiato tutti, uomini e donne. Ora c’è una nuova miseria maschile con cui fare i conti, che ha origine proprio dalla fine del patriarcato. Io penso che la trasformazione maschile, oggi ancor più di ieri, possa accadere se noi uomini sappiamo stare alle sfide delle relazioni di differenza. Non si tratta solo di lavorare sul nostro desiderio ma anche di fermarci, come uomini, ad ascoltare le donne, sapendo che le relazioni significative e trasformative sono quelle che ci mettono in crisi, profondamente. Ecco, nel momento in cui una donna afferma pubblicamente che la 
violenza ci riguarda, da vicino, non possiamo fare altro che fermarci e stare alle sue parole. Non si tratta di dare per vero: è vero che lei lo dice. Questo ci deve bastare, perché non c’è altro ambito di verità a cui ci si possa riferire.

Fin dall’inizio noi siamo partiti dalle parole delle donne. Senza lo spostamento prodotto nelle relazioni dal desiderio e dalla libertà delle donne, non sarebbe stato possibile per noi dare valore politico al nostro disagio, avventurarci nell’esplorazione della miseria maschile prodotta dal patriarcato e senz’altro neanche arrivare a dire che “la violenza ci riguarda”, cioè fare politica a partire dalla violenza tra i sessi. Abbiamo colto nella sfida del femminismo qualcosa di importante anche per noi.
Ma cosa rimane oggi di questa affermazione, “la violenza ci riguarda”, se riconosciamo nelle parole di una donna che parla della violenza subita sentimento e dolore e non l’accadere di una verità, se la parola di una donna non ci basta, se prescindiamo dalla relazione politica con le donne che aprono conflitti?  Così perdiamo il senso della differenza e questo ci espone come uomini a grandi rischi. Il vecchio patriarcato può diventare un indistinto oppressore di uomini e donne, che ci attraversa e riguarda tutti allo stesso modo: tutto si risolve in un’indistinta questione di soggettività. La “violenza ci riguarda” può diventare la leva con cui ci sostituiamo alle donne nel dire cosa è o non è la violenza e con cui ci prendiamo tutti i ruoli, anche i vecchi ruoli di vittima e di oppressore. Non avendo più bisogno di nessuna. Il rischio è quello dell’autosufficienza: rispondere alla nuova miseria e al nuovo dolore maschile prodotti dalla caduta del patriarcato cercando di prendersi tutto per sé, compreso il riconoscimento delle donne, le uniche ormai capaci di far circolare davvero autorità. Il ritorno all’ordine dell’uno, così la nostra politica muore.

Il nodo politico che sta alla base della fatica delle relazioni di differenza e che è emerso con forza in questa vicenda riguarda la paura della libertà femminile, e i fantasmi che si porta dietro.
La paura maschile di una rivalsa femminile, che è uno dei resti della fine del patriarcato. Il fantasma che lei, armandosi del sapere delle relazioni fra donne e del femminismo, possa desiderare di farci fuori è potente. Si tratta di un immaginario che alimentiamo quando non riusciamo a mettere a fuoco cos’è l’autorità femminile e che nasce dal disconoscimento maschile della propria origine.
 “Affidarsi” a questa autorità significa una cosa politicamente precisa: dare fiducia a chi ci ha messo al mondo. Significa anche riconoscersi autorità, perché l’altra faccia di questa vicenda è stata la difficoltà di MP di assumersi e riconoscersi autorità, di essere all’altezza della scommessa politica che esso stesso ha lanciato. Se non si danno entrambe, non c’è neanche il conflitto. 

Non stiamo avanzando soli tra i resti lasciati dalla fine del patriarcato. Anche nelle esperienze di Intercity-Intersex e negli  incontri organizzati da Identità e differenza abbiamo potuto esplorare l’autorità come pratica politica della relazione tra uomini e donne e come forza simbolica che contrasta il potere. Abbiamo già individuato nell’eros, che circola pubblicamente nelle relazioni di differenza, ciò che non fa scadere l’autorità femminile in una astratta e desessualizzata figura materna e che aiuta noi uomini a superare la paura dell’insignificanza simbolica del maschile. Marco Deriu, partendo da una parzialità maschile, ha scritto riflettendo su un’autorità sgombra dal potere (in in Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini) e di come il simbolico femminile fa problema fino all’angoscia nell’esperienza maschile e nell’idea maschile della politica.*
 
Questa estate abbiamo faticosamente preso una posizione attraverso un testo pubblico. Un risultato importante, frutto dello sforzo di alcuni, a cui non è seguito nessuno scambio pubblico: questo è un vuoto di politica. E il 25 novembre, quando sono arrivati gli inviti di donne ed istituzioni a partecipare ad iniziative contro la violenza, ho percepito forte tra noi un senso di sollievo, come se la tempesta fosse passata e tutto potesse continuare come prima, mettendo finalmente la parola fine ad una discussione troppo difficile tra noi. Questo evento segna in realtà un primo e un dopo, mostra uno scacco importante.

In questa vicenda io sono cambiato, ancora una volta nella mia vita. Ho scelto di rimanere dentro Maschile Plurale, riconoscendo il valore di un percorso importante trascorso e valorizzando l’esistenza di figure di autorità maschile che possano far accadere per tutti noi qualcosa di interessante, fuori da dinamiche di potere. Figure di autorità che sanno anche farsi da parte per far sì che qualcosa di nuovo accada, nel segno della differenza. Ho scelto, ad un certo punto, di intervenire, in un articolo a firma comune, significando pubblicamente la relazione politica con una donna, Sara Gandini, che ha dato una misura diversa al mio agire. Una scelta simbolica che muove dal desiderio di mettere sulla scena pubblica relazioni di differenza che sanno spostare. Ho scoperto che affidarsi è interessante proprio quando qualcosa non ci convince, quando i conflitti sono profondi. A riprova che una trasformazione non solo è necessaria, ma è anche possibile.

Le donne, le femministe, hanno dato a Maschile Plurale un riconoscimento enorme. Ora alcune di loro ci stanno dicendo – nuovamente, perché era già accaduto nella discussione di luglio promossa da MP alla Libreria delle donne di Milano – che si aspettano molto di più da noi: ci chiedono di provare a mettere in gioco con coraggio le nostre contraddizioni, le nostre ambivalenze, i fantasmi che fanno da ostacolo alle relazioni di differenza.
 Il fantasma della rivalsa denota una situazione di rapporti di forza modificati tra uomini e donne, ma con un fondo immodificato: ancora è la forza a regolare i rapporti, a parti rovesciate. 

La nostra sfida è che sia altro a fondare le relazioni, un altro ordine simbolico. Ed è proprio nel cuore delle vicende di violenza che possiamo far esperienza di come l’agire dell’autorità, figura libera dello scambio, possa far accadere altro.

Dietro l’icona della vita, le politiche delle multinazionali e della governance attuale

di Gea Piccardi

 

«WE-Women for Expo parla di nutrimento e lo fa mettendo al centro la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri… Le artefici di questo nuovo sguardo e nuovo patto per il futuro [saranno] le donne». Così recita la presentazione del progetto che Expo 2015 dedica alle donne come prime protagoniste del grande evento mondiale che avrà sede a Milano tra qualche mese. Donne, quindi, come icona di salvezza, universale mitico che raccoglie in sé i valori della generazione, della cura, del nutrimento, della maternità. Donna come portatrice di un potenziale differente nel lavoro, nell’impresa, nella cultura. Insomma, Expo lancia un grido al mondo: «Nutrire il pianeta, energia per la vita», a cui dovrebbero rispondere tutte le donne «per essere le protagoniste del cambiamento e di uno sviluppo pienamente sostenibile».

In questo grido, che è un grido d’allarme, leggo il segno violento di una storia millenaria: la Storia del maschio, dell’Uomo come categoria universale e universalmente imposta, scritta da quell’infamia originaria di cui parla Lea Melandri per cui «la donna che entra nella storia ha già perso concretezza e singolarità: è la macchina economica che conserva la specie umana, ed è la Madre, un equivalente più generale della moneta, la misura più astratta che l’ideologia patriarcale abbia inventato».

Expo, quindi, smette di essere “solo” un cantiere di speculazioni e un banco di prova delle nuove riforme strutturali del lavoro (all’insegna del self-management, della gratuità e della flessibilità), ma si configura anche come spazio di produzione di discorso, di simboli, di miti e di pratiche che vanno ad alimentare un’idea di mondo nata nella notte dei tempi, «un dramma di cui si cominciano a vedere oggi i protagonisti». Uno dei campi discorsivi e simbolici attorno a cui si costruisce l’Esposizione Universale del terzo millennio è appunto quello della femminilità come insieme di attributi salvifici e creativi della donna e quello della vita come terreno di sfida politica ed economica. Il mito trascendente della Dea Madre o della Madre Terra, mito universale che sacrifica l’immanenza e la singolarità composita delle vite in un’astrazione separata dai corpi, è sempre esistito nella cultura maschile e patriarcale. È quell’ideale prodotto dall’Uomo in corrispondenza a un sistema di dualismi che vedono irrimediabilmente separati mente e corpo, materia e forma, produzione e riproduzione e il cui correlato è stata la creazione di un “femminile” tanto negato e oppresso nello spazio del biologico e del riproduttivo, quanto sacralizzato in veste di principio materno, generativo e vitale. Questo mito non ha smesso di esistere nell’epoca della religione del denaro e anzi, negli ultimi quarantanni, ha avuto un ruolo preminente all’interno di quel passaggio storico in cui un nuovo paradigma economico ha tentato di recuperare la forza dirompente delle lotte femministe degli anni Settanta. Ha stabilito, cioè, quel differenziale femminile da poter valorizzare sul mercato che prende il nome di diversity management: maggior capacità di cura delle relazioni, di creatività e di pragmatismo che richiamerebbero gli attributi tipici del lavoro domestico come luogo – in fondo e sempre – riservato alle donne.

Expo conferma questa narrazione e ne mostra i paradossi, rilancia la sfida internazionale in difesa della vita e in nome delle donne ma ne svela il nesso indissolubile con le logiche di accumulazione di profitto e con le politiche della morte dell’attuale governance globale.

Non a caso uno dei primi partner di Expo (insieme a Nestlé, Coca Cola, McDonald’s, Mekorot e Israele, Barilla e tanti altri) è Monsanto, la più grande multinazionale di biotecnologie agrarie e principale produttrice di semi geneticamente modificati del mondo, nonché mostro devastatore di ambiente (attraverso il monopolio delle sementi e dell’imposizione dei brevetti sui semi e l’uso di agro-tossici e agenti chimici che distruggono le proprietà del terreno e che causano cancri mortali alle persone che vivono nelle località limitrofe alle aree contaminate) e principale obiettivo di lotte e contestazioni da parte di numerosissime organizzazioni disseminate su tutto il pianeta. A questo proposito mi viene in mente il caso di Ituzaingó, una località argentina situata nella periferia di Cordoba e circondata da coltivazioni intensive di soia di proprietà di Monsanto. Qui, a partire dal 2001, un gruppo di madri (Las madres de Ituzaingó) cominciò a denunciare la morte dei propri figli nati con disparate malformazioni, gesto che inaugurò l’inizio di una lotta feroce che dura tutt’ora contro la multinazionale e l’uso di agro-tossici. Quando cominciarono le ricerche si scoprì che su una popolazione di circa mille persone 200 soffrivano di cancro, si rilevarono casi di giovani da 18 a 25 anni con tumore al cervello, altri dai 22 ai 23 che già erano morti e più di tredici casi di leucemia in bambini e ragazzi giovani. Lo scorso Luglio a Buenos Aires ho avuto la fortuna di partecipare all’inaugurazione del FINCA (Festival Internacional de Cine Ambiental) che ha dedicato la prima serata ad Andres Carrasco, un biologo molecolare che aveva lottato in piazza a fianco de las madres e che aveva dimostrato scientificamente gli effetti nocivi del Glifosato, ingrediente contenuto nei pesticidi di Monsanto.

E così penso anche alle centinaia di sgomberi che hanno colpito negli ultimi mesi alcuni quartieri popolari di Milano, in particolare Corvetto, Giambellino e San Siro, e che seguiranno fino all’inaugurazione di Expo, come previsto dalle dichiarazioni del presidente della regione Roberto Maroni. Sebbene non sia esplicitato il nesso che lega il provvedimento repressivo e il mega evento di maggio, è evidente che dietro il primo ci sia l’intento di riqualificare la città in vista del ruolo-vetrina che le sarà attribuito per tutto il 2015. Così centinaia di persone hanno occupato le strade per fermare un’inaudita violenza poliziesca che obbligava decine e decine di famiglie a lasciare le proprie case, un tetto sotto cui vivere. Senza dimenticare la denuncia di quella donna che ha perso il figlio di cui era incinta durante gli scontri e le manganellate.

Questo per mostrare, attraverso due esempi tra migliaia, la faccia oscura, necropolitica, di un evento come Expo e del modello di “sviluppo” che ci propone. Accanto alla costruzione di nuovi miti di generazione, di cura e di nutrimento (con tutta una simbologia che riguarda la Donna, la Terra e la Vita) e alla produzione della femminilità come insieme di fattori messi a valore dal mercato, Expo si fa portatore di un sistema economico e politico che fa della riproduzione della vita e dell’ambiente il principale campo di sfruttamento e di espropriazione. E, sebbene si tratti di un modello di mondo che ha radici in un pensiero sessista e patriarcale che ancora oggi vive in tutte le manifestazioni di violenza diffusa e crescente sul corpo delle donne, la sua portata distruttrice riguarda tanto le donne quanto gli uomini e le altre soggettività oltre il genere, ed è per questo che tutti e tutte siamo tenute a rispondere. La sfida che ci pone Expo è a trecentosessanta gradi, è radicale perché interroga alla radice le strategie future delle multinazionali e della governance globale: si tratta di decostruire categorie di genere imposte dal mercato, di stabilire cosa significa per noi vita e biodiversità, di saper ricostruire il cammino della filiera produttiva che connette a filo teso le piantagioni intensive di soia e mais transgenici del Latino America ai nostri acquisti al supermercato e chiederci che risposta diamo noi alla crisi agro-alimentare, e tanto altro.

Rosi Braidotti scrive che «confrontarsi con la storicità della nostra condizione significa spostare il fulcro della riflessione verso l’esterno, nel mondo reale, in modo da assumersi le responsabilità delle condizioni e relazioni di potere che definiscono la nostra collocazione. L’epistemologico e l’etico avanzano in tandem nei complicati orizzonti del terzo millennio. Ci occorrono creatività concettuale e coraggio intellettuale per afferrare quest’occasione, e non si può tornare indietro». Credo che questa esortazione bene riassuma la portata epocale della battaglia contro Expo.

RECENSIONE DI FRANCA FORTUNATO
PUBBLICATA IL 03.12.2014

 

Guardati dalla mia fame è l’ultimo libro scritto a due mani da Luciana Castellina e Milena Agus che racconta una storia vera, l’uccisione delle sorelle Porro ad Andria nel 1946, nel clima infuocato del dopoguerra e della lotta per il lavoro e la terra tra braccianti ed agrari. Il libro si compone di due parti. Nella prima, scritta da Agus, l’autrice entra nel palazzo delle sorelle Porro e, tra immaginazione e documentazione storica, ricostruisce la “tragedia privata” delle protagoniste. Delinea con grande abilità letteraria la personalità e la figura di Carolina e Luisa, anziane, nubili che anche dopo la guerra continuavano a «vivere da povere» pur essendo «ricche». Erano agrarie, anche se non avevano «la più pallida idea di quanto fosse grande il loro latifondo». L’autrice le accompagna con benevolenza nella loro vita quotidiana fino alla tragedia. Una vita trascorsa nella «quiete» del palazzo, tra un rosario e l’altro, lasciando fuori il mondo con le sue tragedie. Sarà quel mondo, di cui erano ignare, ad entrare nel palazzo e a rivoltarsi contro di loro. Nella seconda parte Luciana Castellina ricostruisce il contesto storico di quegli anni che vanno dal ’43 al ’48, e le circostanze politiche e sociali che, in quel 7 marzo 1946, fecero di una folla di poveri braccianti e delle loro donne dei feroci assassini. Quel giorno, nella piazza del Municipio di Andria si trovavano migliaia di persone in attesa di ascoltare il discorso di Giuseppe Di Vittorio, il bracciante di Cerignola diventato segretario della neonata CGIL. Dopo tre giorni di scontri violenti – con morti e feriti da ambo le parti, braccianti e agrari – avrebbero dovuto salutare con la popolazione di Andria la normalità ritrovata grazie a una difficile mediazione. Nella piazza c’erano braccianti che a ogni alba si vendevano a giornata al mercato umano nella piazza accanto, piazza Catùma. C’erano anche molti reduci, anche loro braccianti. All’improvviso uno sparo. Era partito dal palazzo dei Porro, che stava proprio di fronte al Comune. Ci abitavano ancora le quattro sorelle Porro: Luisa, Vincenzina, Stefania, Carolina. Tutti pensarono a una provocazione degli agrari, l’ennesima. Dalla folla si staccarono in tanti e andarono all’assalto del grande portone antico. Lo sfondarono, si lanciarono su per lo scalone alla ricerca di chi aveva sparato. Un centinaio di loro aggirò l’edificio alla ricerca dell’ingresso di servizio, da cui stavano scappando terrorizzate le sorelle Porro. Luisa e Carolina vennero trucidate da una «moltitudine che le incolpava della fame secolare, dei bambini senza cibo». Le altre due sorelle vennero malmenate. «Dei tanti eccidi che dal ’43 avevano insanguinato la regione, questo appare il più terribile e il più incomprensibile… perché fu sostenuto da una folla, dai poveri dell’intera Andria». Il libro si chiude col processo che ne seguì contro i centotrenta arrestati, fino alla sentenza definita nel 1953 in piena guerra fredda. Guardati dalla mia fame è un bel libro che tra romanzo e storia racconta, senza cercare di giustificare, fatti poco noti di una Puglia e di un Mezzogiorno immersi nel contesto del dopoguerra, che il libro ricostruisce, e dove «è la fame che si fa violenza e chiede vendetta».

«Guardati dalla mia fame» – Milena Agus e Luciana Castellina, Ed. nottetempo, pagg. 204, €15,00