di Marina Terragni

Il ragazzo Alexis Tsipras, futuro premier greco

Solo una piccola nota nel gran fiume di parole che oggi troverete a commento del trionfo politico di Alexis Tsipras.
Un piccolo rovesciamento di prospettiva, se si può. Per dire che estremista, forse, è il profitto immateriale finanziario che continua a credere di poter prescindere dall’economia reale e dalle necessità dei viventi, dal fatto che nel nostro continente un numero di cittadini che equivale alla popolazione di un paio di nazioni medie messe insieme sta vivendo sotto la soglia di povertà, mentre pochissimi se la godono – o almeno, così credono – accumulando ricchezze oltre la portata umana.
Non poteva continuare così, era nelle cose che qualcosa capitasse a invertire la rotta, e questo qualcosa potrebbe essere capitato in Grecia: del resto Paul Valéry diceva che il Mediterraneo è un dispositivo che fabbrica civiltà, e forse andrà così anche questa volta.
Cosicché questo signore borghese, ingegnere, già giovane no-global con codino, che come primissima dichiarazione d’intenti invoca giustizia sociale e si dichiara «pronto a negoziare con le istituzioni europee», mi appare un vero moderato, nel senso di considerare l’inaggirabilità e la convenienza dei limiti, con l’intento di provare a rimettere le cose nel loro giusto ordine: l’umanità e i suoi bisogni, prima di tutto.
In La prima radice. Preludio alla dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, lunga riflessione su come uscire dalle rovine della guerra, Simone Weil indica come punto di partenza della politica le esigenze umane persistenti, esigenze ad un tempo materiali e spirituali.
Chissà se a Tsipras è mai capitato tra le mani quel libro di sapienza femminile – difficile, per un maschio ingegnere… – che qualcuno ha definito «un testo di sopravvivenza e insieme un manuale di cittadinanza per l’alba di una nuova umanità». Leggiamolo o rileggiamolo noi per capire come lasciarci alle spalle «il cumulo delle rovine che sale… al cielo» (e questo è Walter Benjamin).
Buona giornata, Grecia.

26/01/2015

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/

di Shaima El Sabbagh

 

Poetessa egiziana, Shaima El Sabbagh è stata uccisa dal regime il 24 gennaio mentre portava fiori rossi a piazza Tahrir, per ricordare l’anniversario delle rivolte del 2011.

 

Non sono sicura
Davvero, non era altro che una borsa
Ma da quando l’ho persa, sono guai
Come affrontare il mondo senza di lei
Specialmente
Perché le strade ci ricordano insieme
I negozi conoscono più lei che me
Perché era lei a pagare
Riconosce l’odore del mio sudore e le piace
Conosce tutti gli autobus
E ha un rapporto diverso con ogni autista
Ricorda il prezzo del biglietto
E ha sempre gli spiccioli giusti
Una volta ho comprato un profumo che non le piaceva
Me l’ha fatto versare tutto così non potevo mettermelo
A proposito
Ama anche la mia famiglia
E si porta sempre dentro una fotografia
Di tutti i suoi cari
Chissà cosa prova ora
Forse è piena di paura?
O disgustata dalla puzza di sudore di un’estranea,
Infastidita dalle nuove strade?
Fermandosi in uno dei negozi dove entravamo insieme
Sceglie ancora gli stessi articoli?
Comunque le chiavi di casa le ha lei
E allora sto qui ad aspettarla.

 

Tradotta in inglese dall’arabo da Maged Zaher e in italiano dall’inglese da Pina Piccolo (fonte originaria nazioneindiana.com).

di Emanuela Mariotto

 

Cento anni fa mia nonna, Maria Muraro, a ventisei anni, come tante altre donne, diventò vedova di mio nonno, Antonio Mariotto, “disperso” sull’Altopiano di Asiago. Entrambi figli di quel popolo contadino mandato al massacro. Nei miei ricordi di bambina nonna Maria è sempre vestita di nero, ma i suoi capelli bianchi hanno una luce come «di luna». Per crescere i suoi tre figli, lei, semianalfabeta, fece la serva e la lavandaia. Sta qui il legame con le anguane, misteriose creature femminili, metà donna metà serpente, protagoniste di leggende popolari della provincia di Vicenza, terra d’origine mia e dei miei nonni paterni. Secondo tali leggende queste fate dell’acqua escono dalle grotte con la luna per lavare i panni nelle rogge e sbatterli sui sassi.

Questa poesia è scritta per mia nonna.

 

’15-’18: nonna Maria

 

Come una anguana

la lingua del silenzio

tua

e sulle pietre del fiume anche tu

battevi i panni

nonna di luna e lavandaia

giù dalle grotte giù dalla tua casa

dormono ancora i figli dorme

ma non sai dove

sull’Altopiano il tuo

sposo disperso.

 

 

 

di Pinuccia Corrias

 

Io, sì, avrei voluto esserci, quel giorno, a Parigi. Insieme ad una persona cara. Tra la gente sconosciuta. Nelle prime file. Attenta. Come quel giorno lontano in cui, con Maria Teresa, partimmo dalla Statale nel lungo corteo studentesco e con lucida follia in Largo Gemelli conquistammo la prima fila di fronte ai “celerini” che presidiavano i cancelli della “nostra” università, accanto a “quelli” che non ci piacevano con quei bastoni insensati a fare da aste alle bandiere.

Avrei voluto esserci, con la stessa chiarezza di allora. Quando era indiscutibile che l’aver votato e partecipato all’occupazione della “mia” università era un atto di amore a tutto ciò che quel luogo rappresentava per me: la cultura, la giustizia, la fede. E l’aumento delle tasse, qualunque ne fossero le ragioni, andava contro quei principi e svelava che la mia presenza lì era l’eccezione a un privilegio che in quella società era riservata a pochi ricchi. Questo era il mio ’68 e questo volevo ricordare alla mia università e affermare contro quei bastoni, anche quando partirono le prime pietre, i celerini si mossero e da sei che erano diventarono una furia che usciva dalla caserma vicina… e mentre mi allontanavo ai bordi della piazza, riflettevo a quanto avevamo avuto ragione, io e Mariateresa, a stare, lì, in prima fila a difendere la “nostra” università dagli uni e dagli altri. Per questo avrei voluto essere a Parigi: per trovare chi, come Charlie, ognuno a modo suo, voleva difendersi dalla ottusa ferocia delle “istituzioni”, ma anche dalla disperazione allucinata di chi crede che il sangue versato lavi le offese.

Sì, è vero «è una guerra tra uomini» quella che sta insanguinando il mondo. Come sempre. E Charlie era un privilegiato e faceva, come tutti i privilegiati, ciò che sapeva e forse amava fare e le sue vignette forse non facevano nemmeno tanto ridere… La gente, però, non è scesa in strada per difendere le sue vignette ma, io credo, per “mettersi in mezzo” e non darla vinta al terrore.

E io credo che anche per le donne sia venuto il tempo di mettersi in mezzo. Come? Pre-occupandoci dei giovani, ascoltandoli e amandoli. Da troppo tempo non lo facciamo più. Troppo prese da noi stesse e dalle nostre figlie, li abbiamo lasciati soli in balia dei padri.

Rivedo la mano di mio padre che impugna qualcosa levata contro mio fratello in piedi, mia sorella mi porta via piangendo mentre mia madre si mette in mezzo. Guerre tra maschi. Per tre mesi mio fratello non è tornato a casa. Quel giorno che lo ha fatto, prima di entrare ha chiesto perdono a mia madre.

Mio nipotino mi ha “letto” una fiaba senza parole: nella prima pagina un mostro entra nella stanza di un bambino e lo terrorizza e pagina dopo pagina dalla porta arrivano mostri sempre più grandi che divorano i precedenti in un crescendo pauroso fino all’ultima in cui avviene il miracolo. Hai visto, mi dice il mio nipotino, anche i mostri hanno una mamma! E sorride a quella scena in cui un mostro enorme sta a testa china davanti ad una piccola donna autorevole.

Non conosco altre mosse vincenti, se è vero, come è vero, che questo è il tempo di noi, donne adulte.

 

di Lea Melandri

 

Marx (la giustizia sociale), Freud (la sessualità, la riproduzione della vita, l’infanzia, la formazione dell’individuo), il Femminismo (il rapporto di potere tra i sessi):
sono questi i tre grandi RIMOSSI dell’Europa delle Banche.
Perché meravigliarci allora se continuano a diffondersi populismo, razzismo, violenza maschile, leaderismo, forme antiche di schiavitù?
Perché non chiederci se le tante ‘ripetizioni’ a cui stiamo assistendo non derivino proprio dall’affossamento dei grandi passaggi rivoluzionari che ha fatto la coscienza storica da alcuni secoli a questa parte?

(facebook)

 

di Claudia Wirz

Neue Zürcher Zeitung, 3 gennaio 2015

 

Sono finiti i tempi in cui la chiesa e lo stato mettevano le donne al loro posto e prescrivevano loro come vivere e cosa imparare e che cosa invece no. Il femminismo illuminato, un movimento di base tanto tenace quanto coerente, ha vinto lo stato paternalista-patriarcale con mezzi pacifici.

Marthe Gosteli, la grande signora del movimento femminista svizzero, parlando dell’emancipazione delle donne dice con ragione il «più grande movimento libertario incruento». Ora le donne hanno raggiunto l’uguaglianza e sono libere quanto gli uomini, ed è stata realizzata una vecchia rivendicazione liberale.

 

Il ritorno dello stato

 

Grazie all’impegno delle loro coraggiose e decise predecessore, le donne oggi possono decidere liberamente come gestire la propria vita. Questa è una grande conquista di civiltà. Ma a molte non basta. La questione femminile, nonostante la parità realizzata, è un terreno politicamente troppo fertile per non continuare a sfruttarlo. E i vecchi meccanismi di paternalismo di stato sono tornati in un baleno. Questa volta però non sono più seri signori in completo scuro e sguardo severo che cercano di ammaestrare le donne, e di spiegar loro con sollecitudine quali sono i loro desideri e cosa si addice alla loro natura. Questa volta sono donne politiche, consigliere federali, consigliere di parità incaricate e pagate dallo stato, professoresse di gender studies, insomma un’intera industria della parità che sforna con zelo studi e ricerche. Tutte pretendono di sapere ciò che si addice alle donne di oggi. E continuano instancabilmente a spiegare alle donne quali sono i loro desideri e le loro rimostranze, trasformando il tutto in programmi politici.

Il nuovo establishment della parità sembra non aver fiducia nella capacità delle donne di gestire la libertà. Quindi le vuole aiutare, per proteggerle da se stesse e dalle avversità della società libera.

Si cerca dunque di dare alle donne le quote per i posti in direzione e nei consigli d’amministrazione, anche se nessuna li ha chiesti, a parte l’establishment politico. Le quote dovrebbero favorire la carriera. Perché fare carriera, ha scoperto l’Ufficio federale per la parità, non sarebbe facile per le donne. Che questo succeda talvolta anche agli uomini non ha importanza: per le donne in futuro deve diventare sempre più facile.

Ma la felicità imposta non è mai abbastanza. Contro l’ingiustizia della discriminazione salariale, urge soccorrere le donne con una “polizia del salario”. Anche se oggi si può già procedere legalmente contro le discriminazioni comprovate, e anche se non è scientificamente provato che il differenziale salariale medio tra uomini e donne sia effetto di discriminazione. Le idee per trasformare la società nel senso della giustizia tra i sessi non finiscono qui. Congedo di paternità e quote per il part-time maschile – quest’ultima proposta è notevole, vista la mancanza di manodopera qualificata – sono i prossimi impegni in agenda per la realizzazione di un rigoroso egualitarismo di genere.

 

Tutto il bene viene dall’alto

 

Non è rimasto molto del vecchio spirito dell’emancipazione femminile. Quello che una volta era un movimento popolare – cioè in primo luogo un movimento delle cittadine – oggi è diventato dottrina di stato. Il femminismo di stato, che sembra aver per motto che tutto il bene viene dall’alto, apre un vasto campo d’intervento. Lo stato sta cercando indefessamente sempre nuove carenze – in burocratese: nuovi “interventi indispensabili” – per poter regolamentare sempre di più. La responsabilità individuale, che sta all’origine dell’illuminismo e quindi anche del movimento delle donne, è estranea al premuroso femminismo di stato. Non si può rimproverare alle politiche professioniste di operare con un femminismo paternalista di questo tipo. Deve invece preoccuparci la scarsa resistenza verso certi presupposti. Già viene sopportata supinamente la lingua della “parità di genere”, anche se è una stupidaggine. Che oggi già i bambini di cinque anni parlino della loro “persona insegnante d’asilo” dovrebbe darci da pensare. Anche il fatto che il Consiglio federale si pronunci in favore delle quote è irritante. Infatti con le quote non solo si smantella ulteriormente la libertà, ma si squalificano anche le donne, perché si insinua che non ce la farebbero con le proprie forze e che abbiano bisogno di assistenza. E così si genereranno nuove discriminazioni. Le quote non sono altro che una redistribuzione di stato realizzata a spese degli uomini.

L’obiettivo dell’attuale femminismo di stato obbligatorio, non è più, come prima, l’uguaglianza giuridica dei sessi basata sulla parità nella differenza. Oggi si persegue il livellamento di ogni minima differenza nella convivenza sociale. Al tempo stesso nessuno ha la più pallida idea di come apparirebbe una società totalmente ugualitaria. Probabilmente sarebbe piuttosto noiosa, ma anche pericolosa, perché ci sarebbe ovunque il rischio di fare passi falsi e subire le relative denunce. I regolamenti di certi campus americani ne sono un esempio: per ogni approccio tra un uomo e una donna – anche solo per bere un caffè – bisogna quasi fare richiesta preventiva in carta bollata. Che bel mondo nuovo!

 

 

 

Titolo originale: Bloss keine Zwangsbeglückung (Neue Zürcher Zeitung 3 gen. 2015)

 

http://www.genios.de/presse-archiv/artikel/NZZ/20150103/bloss-keine-zwangsbeglueckung/LQM4H.html

di Julie Pagis

16/17 gennaio 2015

 

http://www.liberation.fr/chroniques/2015/01/16/quand-nos-enfants-tuent-nos-peres_1182251

 

 

Dal 7 gennaio, mass-media, politici e intellettuali mediatici ci intimano di “essere Charlie” e di aderire all’«unità nazionale», stigmatizzando così tutti quelli che non lo fanno. Ma saremmo «tutti Zemmour*» o «tutti Minute**» se fossero stati questi ultimi a essere presi a bersaglio? Questa domanda – che non è retorica né una provocazione – permette di distinguere due significati dietro al «Je suis Charlie»: da una parte la rivendicazione di un’inalienabile libertà di stampa, dall’altra l’immedesimazione con i giornalisti assassinati per ciò che rappresentavano. Ora, l’ingiunzione di “essere Charlie” sui media, in politica, a scuola o in famiglia, non scindendo i due livelli, impediscono ogni sana polemica (di quelle per cui andavano pazzi i disegnatori di Charlie) e generano dei disagi di cui le scienze sociali possono cominciare a studiare alcune conseguenze.

 

Charlie Hebdo, attraverso le sue figure storiche in gran parte assassinate il 7 gennaio, incarnava un’intera generazione, impegnata negli anni ’60 e ’70 a contestare tutte le ideologie conservatrici, tutte le catene – politiche, religiose, sessuali – che imprigionavano la società francese. Cabu, Wolinski, Maris erano il simbolo di quella fede in una libertà assoluta (quella, emancipatoria, del «vietato vietare» – tutto tranne il velo?) e, al di sopra di tutto, fede nella libertà di criticare, con il mezzo privilegiato dell’umorismo, ogni forma d’autorità. Charlie allora era gioiosamente trasgressivo, e siamo in tanti – nati negli anni ’60, ’70 e ’80 – ad essere cresciuti con la sua risata liberatoria: quelli uccisi a colpi di kalashnikov sono i nostri padri, la cui unica arma era l’umorismo.

 

Bisogna confessare che, a forza di criticare senza tregua le religioni, ormai da anni certe vignette di Charlie Hebdo non facevano più ridere molti di noi: la religione, letta in chiave essenzialista, era diventata in sé e per sé un male da combattere e «le persone che si professa[va]no religiose [erano] dei conservatori, degli alienati, dei frustrati, insomma dei nemici imbecilli della libertà (la loro?)»1. A quelli che lo negano (spesso in buona fede), dicendo che hanno solo continuato la stessa battaglia, quella dell’anticlericalismo, ricordiamo che in uno spazio (sociale, economico, culturale) in movimento, un punto fermo si trova spostato. Attaccare il papa e il clero di una religione maggioritaria negli anni ’70 significava attaccare una borghesia influente in tutte le sfere del potere. Negli anni 2000, sparare contro l’islam in Francia (rappresentando i musulmani come fanatici e le musulmane come donne velate e asservite), significa attaccare una confessione minoritaria, largamente ininfluente sulle istituzioni del potere, e che fa parte, perlopiù, delle classi popolari.

 

Al di là di chi si prende di mira, c’è la questione di chi si vuol far ridere. Negli anni ’70, i giovani ribelli di Hara-Kiri poi di Charlie Hebdo se la prendevano con i poteri in carica e con il loro conservatorismo, facendo ridere giovani e oppressi di varia natura (marginali, sessantottini e sessantottine riconvertiti nelle lotte femministe, ecologiste ecc. ). Negli anni 2000, i redattori di Charlie Hebdo si collocano nell’ambito culturale delle classi medie e alte (parigine), e il loro umorismo offende una parte delle classi popolari urbane, in particolare quando mette in burla l’islam che, per certi abitanti delle periferie, rappresenta l’unica appartenenza positiva a cui aggrapparsi. In effetti, la memoria storica dei loro genitori è quella delle umiliazioni coloniali e operaie; loro stessi sono colpiti dai tassi più alti di disoccupazione, la “sinistra” li ha ampiamente trascurati, se non abbandonati, e subiscono un’islamofobia sempre crescente2. Si è passati dal riso gioioso, minoritario, e liberatorio perché partecipe di un rivolgimento dell’ordine stabilito, a un riso che non ha più niente di trasgressivo, una risata cieca a ciò che le varie affermazioni identitarie musulmane «possono contenere di rabbia e di protesta contro l’abbandono delle periferie e dei loro abitanti»1.

 

Un riso-disprezzo-di-classe? Un riso che in ogni caso ha voltato le spalle da un pezzo ad ampie frange delle classi popolari. So che verrò attaccata – specialmente da persone vicine – per queste parole, ma non riuscivo a scrivere «Je suis Charlie». Grazie a Charlie Hebdo, a Renaud*** e a tanti altri, quando mi si parla di “unità nazionale” sento il rumore di stivali in marcia***, e intono il Disertore invece della Marsigliese. Anziché intimare ai musulmani di prendere le distanze dagli atti della settimana scorsa, o invece di rinforzare le misure di sicurezza per una “guerra contro il terrorismo”, battiamoci collettivamente per avere più cultura e per la giustizia sociale ed economica. E non dimenticate l’essenziale: fate lo humor, non fate la guerra!

 

Note:

(1) Estratto di un articolo di Louis Jésu che si riferiva a Charb nel 2013 (da Libération)

 

(2) Islamophobie. Comment les élites françaises fabriquent le « problème musulman » («Islamofobia. Come le classi dirigenti francesi costruiscono il “problema musulmano”»), Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, edizioni La Découverte.

 

(*) Éric Zemmour, giornalista di Le Figaro, autore del libro Le premier sexe (pubblicato in Italia con il titolo L’uomo maschio da Piemme nel 2007), opera in cui attacca una presunta “castrazione” degli uomini operata dalla società e dal femminismo (N.d.T.).

 

(**) Minute è un settimanale satirico di estrema destra, condannato tra l’altro a una multa nell’ottobre 2014 per incitazione all’odio razziale (N.d.T.).

 

(***) Renaud (nome d’arte di Renaud Séchan) è un noto cantautore di sinistra e “il rumore degli stivali” è una citazione dal titolo di una canzone antiautoritaria di Jean Ferrat (Le bruit des bottes) (N.d.T.).

18 gennaio 2015

di Gisella Modica

 

Abbiamo ricevuto da Gisella Modica un invito con la preghiera di estenderlo a quelle donne che hanno realizzato insieme ad altre imprese epiche come la libreria.

 

Cara,

ti scriviamo per coinvolgerti, se ti va, in un percorso/gioco.

Ti chiediamo di rispondere alla domanda “esiste un’epica femminile?” che Bia Sarasini e Paola Bono pongono in Epiche, altre imprese, altre narrazioni (Jacobelli, 2014), un testo da loro curato nel quale, insieme ad altre autrici (Curti, Fortini, Gramaglia, Guarracino, Luongo, Petrignani, Vitale etc.), riattraversano criticamente il genere e lo interrogano, a partire da contesti letterari e artistici diversi. Quello che ci interessa, scrivono le curatrici, è una rimessa in gioco dell’epica e dei suoi confini che veda la ritessitura della rete attraverso una molteplicità di racconti femminili le cui protagoniste sono donne che agiscono fuori dagli schemi e dal destino prestabilito; donne che si spostano fisicamente, oltre che mentalmente dai canoni tradizionali, alla ricerca di un futuro e di un lavoro; donne che fanno imprese culturali e non.

Donne “diversamente epiche” (Fortini) che già tessono un mondo che però «s’intuisce ma non è ancora interamente delineato» se non nell’arte e nella letteratura.

Utilizzando le seguenti parole chiave: Eroina, Impresa, Coraggio, Mondo, Spostamento, ti chiediamo di rispondere alla domanda, anche attraverso il racconto di un gesto o di un’impresa epica della tua vita.

Un contributo, il tuo, se accetti il gioco, per rendere più fitta e più pregnante la tessitura.

Sotto troverai una scheda del libro.

Se le risposte arriveranno in buon numero ne daremo un resoconto ragionato sul nostro sito (www.sites.google.com/site/bibliotecadelledonne/) e su quello della Società Italiana delle Letterate (www.societadellelettarate.it).

Considerati gli impegni di tutte, prevediamo una risposta entro il 15 marzo da inviare al nostro indirizzo di posta elettronica bibliotecadonneudipa@virgilio.it

Nel ringraziarti, ti inviamo un augurio di buon anno e un caloroso saluto

 

per la Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO

Gisella Modica

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Per Aristotele, scrivono le curatrici, il termine “epico” richiama un’impresa difficile di ampio respiro legato anche al soprannaturale e/o al fantastico. Per Wu Ming «epiche sono imprese storiche o mitiche, eroiche e avventurose all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti dell’umanità». E ancora: nella sua forma delle origini l’epica classica è narrazione in versi che fa fulcro sulle gesta guerriere o avventurose dell’eroe, rivolte da una comunità per rafforzare il senso di sé e confermare la visione del mondo della collettività. Visione sancita dal passaggio di potere da padre in figlio all’interno della quale la figura dell’alterità è affidata ad una donna che assume il ruolo di capro espiatorio e come tale va espulsa per proteggere la comunità.

Partendo da queste considerazioni, e dalla motivazione al Nobel assegnato a Doris Lessing definita «epica cantatrice dell’esperienza femminile», le domande poste nel testo sono: esiste un’epica femminile? Si può pensare ad un’eroina che non sia una variante di eroe? Le guerriere dei cicli cavallereschi e rinascimentali (Bradamante) o altre moderne guerriere che combattono a somiglianza degli uomini e da uomini si travestono (Lady Oscar, Tomb Ryder) possiamo considerarle eroine?

Ma epico è anche tentare una propria rappresentazione del mondo affinché vi si trovi un senso consono al proprio desiderio. E’ quanto hanno fatto e continuano a fare le donne che hanno acquisito, grazie al femminismo, consapevolezza di sé e partendo da sé fanno mondo. Un mondo tutto da inventare.

Cantare da donna l’esperienza delle donne, farsi voce di una comunità che in passato è stata esclusa dalla collettività, fare mondo, può considerarsi impresa epica al pari di quella di Omero? Perché ci sia epica è necessaria la guerra?

Non c’è impresa, azione se non c’è spostamento interiore, commentano le curatrici; ma è anche spostamento fisico di menti e di corpi da una parte all’altra del mondo per fuggire dalle guerre, in cerca di lavoro, di pace, di futuro per sé e per i propri figli.

Da dove si sposta un’eroina? In quale direzione?

di Giancarlo Gaeta

 

«La vergogna, ecco il sentimento che salva l’uomo». È il protagonista del film Solaris di Tarkovskij a pronunciare queste parole nel momento culminante della sua presa di coscienza della condizione umana. Mi sono tornate in mente leggendo su Le Monde la lettera con la quale quattro insegnanti della banlieue parigina hanno sentito il dovere di assumersi, per la parte che compete loro, la responsabilità di crimini perpetrati da assassini cresciuti nella lingua francese, nelle scuole francesi e che tuttavia non sono stati messi in grado di comprendere e coltivare i valori repubblicani, perché lasciati ai margini di una società tanto consapevole del privilegio culturale quanto refrattaria a riconoscersi nella pluralità.

Di questa situazione nessuno sembra disposto ad assumersi la responsabilità, tanto più sotto lo choc di tanto efferate uccisioni; è più facile ritrovarsi e autogiustificarsi nella retorica del «Je suis Charlie», che guardare in faccia la realtà delle cose fino a provarne vergogna: «Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli, come lo erano gli ebrei uccisi per la loro religione alla porte de Vincennes: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno ucciso i nostri fratelli. Tale è l’esatta definizione della tragedia. In

qualsiasi cultura questo provoca un sentimento che non è mai stato evocato in questi giorni: la vergogna. (…) Affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà dalla responsabilità collettiva di questo assassinio».

Ma non così stanno le cose per gli intellettuali europei propensi a dichiararsi irresponsabili delle conseguenze delle loro opere, persino di quelle dirette e prevedibili. Lo scrittore Michel Houellebecq, profeta dell’islamizzazione prossima ventura della Francia, in un’intervista al Corriere della Sera rivendica la propria irresponsabilità, altrimenti, dichiara, «non potrei continuare a scrivere. Il mio ruolo non è aiutare la coesione sociale. Non sono né strumentalizzabile, né responsabile». Quanto a Charlie Hebdo, la sua insegna è «Giornale irresponsabile».

Alla luce di ciò che è successo, e che si poteva mettere in conto, c’è da concludere che la posta in gioco è così alta, i valori da difendere così decisivi da valere la pena di mettere a rischio la propria vita. Si tratta dunque della libertà; ma come è potuto succedere che libertà e irresponsabilità vadano oramai così tranquillamente insieme, al punto da porre quest’ultima a condizione della libertà d’espressione e dunque del pensiero e dell’arte? All’inizio degli anni quaranta, Simone Weil accusava gli scrittori francesi di essersi resi corresponsabili non solo della disfatta della Francia, ma altresì

della sventura del mondo intero «nella misura in cui l’influenza occidentale vi è penetrata». Tale era per lei la conseguenza, a partire dalla generazione dei surrealisti, di aver «fatto del pensiero non orientato un modello», di aver «scelto come valore supremo l’assenza totale di valore», abdicando così alla funzione propria della letteratura, quella di esprimere la condizione umana indissociabile dall’opposizione del bene e del male.

C’è dunque, ieri come oggi, lo si voglia o no, una responsabilità della cultura nel suo insieme e nella specificità delle sue forme, che non ha nulla a che vedere col moralismo, con la coesione sociale o con la pretesa delle religioni a uno statuto protetto, bensì con la capacità o meno di dare senso al proprio tempo illuminandolo dall’interno, portandone all’evidenza i nodi, le strettoie, le colpe passate e le impotenze attuali.

In discussione non dovrebbero essere i limiti della satira, che è questione quantitativa, bensì la sua qualità in rapporto alla rimozione di ciò che impedisce una chiara visione della realtà delle cose. Il problema non è se sia lecito o meno mettere in berlina Maometto, ma se la satira debba essere fine a se stessa, puro sberleffo, oppure assumersi la responsabilità di demistificare ogni forma di fobia, quelle laiche al pari di quelle religiose, in modo da servire da specchio critico per il proprio tempo.

Ciò che al contrario l’irresponsabilità impedisce è che si giunga a toccare con mano gli snodi drammatici, laddove s’insidia davvero il pericolo, e che si sia messi in condizione di pensare e di assumersi la responsabilità della cosa pubblica, come sono stati in grado di fare gli insegnanti parigini.

Una letteratura irresponsabile non sarà mai in grado di condurre il lettore a fare una qualche esperienza della realtà, dovrà accontentarsi di viaggiare in mondi ad una sola dimensione, quella psicologica.

 

( il manifesto – 27 gennaio 2015)

di Aïcha El Hajjami

 

Glossario

Khilafa: è il nome dato al sistema politico instaurato dopo la morte del profeta. L’etimologia è il verbo khalafa, che significa “succedere a qualcuno”, nel contesto islamico “succedere al Profeta”. Si parla di khilafa râchida per designare il periodo seguito alla morte del profeta, considerato come il più compiuto e il più giusto.

Khalifa (califfo): colui che è investito del potere di succedere al profeta. Il vicario. In seguito questo titolo è stato poi attribuito al capo di Stato musulmano, sia nella monarchia sia in altri sistemi.

Al-Bay’a: l’atto di fedeltà. L’atto con cui il musulmano riconosce il Khalifa come tale.

Umma: l’insieme dei musulmani.

Hadith: parole del profeta.

Jihâd e ijtihâd: Etimologicamente, il termine jihâd viene dalla radice jouhd e jahada, che siginifica “sforzo”. Da cui ijtihâd, sforzo intellettuale. La definizione di jihâd come guerra “sacra” non figura da nessuna parte nelle scritture o nella letteratura dell’islam. È una definizione data dagli orientalisti e penso che sia sta presa dalla letteratura delle crociate. La jihâd nell’accezione coranica e in quella del profeta è una guerra difensiva contro degli aggressori. Il profeta, di ritorno dall’ultima battaglia che aveva dovuto dare contro i Quràysh, aveva detto ai suoi compagni: «Noi siamo tornati dal piccolo jihâd; dobbiamo consacrarci al grande jihâd, che è lo jihâd contro le nostre pulsioni, “jihâd an-nafs”». È di questo che abbiamo bisogno in questo momento.

 

Il sedicente Stato islamico è un fenomeno che rappresenta la corrente più radicale nell’islam politico nato negli ultimi trent’anni, e ha per obiettivo la restaurazione della khilafa râchida.

Quest’ultima rimanda al periodo successivo alla morte del profeta (nel 632), che ha visto il governo successivo dei primi quattro califfi: Abū Bakr, ’Umar, Othmàn e ʿAlī, ed è finito con l’instaurazione della dinastia Omayyade nel 662.

Questa fase rappresenta per la maggior parte dei musulmani l’età dell’oro del potere politico islamico, caratterizzata in particolare dal rispetto dei principi di giustizia e di equità, da cui l’appellativo râchida, che vuol dire “ragionevole, matura”. Per questo, la khilafa râchida si è trasformata in una specie di utopia nell’immaginario dei musulmani, soprattutto in periodi di dittature e crisi politiche.

Sul piano teorico, la khilafa, o potere politico tout-court, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro durante tutta la storia dell’islam.

La maggioranza dei pensatori musulmani, i classici (come al-Māwardī, Ibn Khaldūn…) o i riformatori del XIX e XX secolo (come Khair Ed-Dine, al-Kawākibī, Muhammed Iqbal…), ritengono che l’islam non abbia instaurato o raccomandato un particolare sistema politico. Ha lasciato i musulmani liberi di scegliere il sistema politico che preferiscono a seconda dei contesti e si è accontentato di raccomandare, nella gestione degli affari pubblici, il rispetto di un certo numero di principi, come il principio della consultazione, Shoura, quello di giustizia, quello di equità.

Invece, per una piccola minoranza tra i musulmani, la Khilafa è un obbligo islamico ineludibile, e la Umma deve imperativamente scegliere un Khalifa, incaricato di gestirne gli affari secondo le regole islamiche in materia.

I movimenti radicali dell’islam politico contemporaneo, di cui fa parte anche il fenomeno del sedicente “Stato islamico”, si iscrivono in questa tendenza, che non è affatto basata su un qualche pensiero religioso o fondamento intellettuale, ma è soprattutto di ordine ideologico. Quello che dell’islam conservano resta puramente formale, letterale, non hanno capito niente dei veri valori dell’islam né del suo spirito. Questa mancanza di profondità si traduce in un forte attaccamento ai soli aspetti esteriori della Khilafa râchida, cioè: investire un Khalifa attraverso la Bay’a dell’Umma. Così, individui e gruppuscoli di diversi paesi giurano fedeltà a al-Baghdadi e si uniscono alle sue truppe, attratti dai simboli esibiti dal cosiddetto Stato islamico, e non riflettono neanche lontanamente sul fatto che ad aver determinato il successo della vera Khilafa -râchida, malgrado gli sconvolgimenti che ha conosciuto, è stata l’applicazione dei veri valori di giustizia, rispetto per gli altri e d’innovazione dell’islam.

Per loro è imperativo restaurare la Khilafa islamica così come se la immaginano, con tutti i mezzi, soprattutto attraverso la Jihâd (la guerra santa) contro chiunque vi si opponga, che si tratti di musulmani (apostati, ai loro occhi) o di altri (gli infedeli). È la ragione per cui hanno subito proclamato uno di loro, al-Baghdadi, Khalifa di tutti i musulmani e hanno cominciato ad applicare quello che credono essere la legge islamica: tagliare le teste, rapire le donne considerate come bottino di guerra, applicare pene corporali… Ogni forma di violenza è giustificata dal ricorso a versetti delle scritture estrapolati dal loro contesto e interpretati in modo contorto, e allo stesso modo non esitano a basarsi su hadith apocrifi ogni volta che li trovano funzionali ai loro piani.

Le conseguenze sono drammatiche su tutti i piani e noi, noi musulmani e soprattutto noi donne, siamo le prime vittime della loro barbarie. Perché quella gente predica una lettura superficiale delle scritture dell’islam, una lettura che riduce le donne a esseri sottomessi, subordinati, che devono obbedienza agli uomini, così come devono subire le violenze che derivano da regole giuridiche imposte da un dogmatismo chiuso e completamente opposto ai diritti riconosciuti dal Corano alle donne in un contesto tribale e schiavista.

 

Ora, come spiegare la comparsa di questo fenomeno?

Dal mio punto di vista, e senza la minima intenzione di giustificare i loro atti barbari e inumani, penso che siano il prodotto di un’accumulazione storica di ignoranza e di frustrazioni.

1) Per prima cosa c’è una spiegazione endogena, nella quale la responsabilità è dei nostri Stati e dei nostri/delle nostre intellettuali. L’oscurantismo religioso è stato nutrito a lungo dai nostri dirigenti, che percepivano nel pensiero religioso critico una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi, e continuano a farlo in diversi paesi (tra cui l’Arabia Saudita, e non è un caso se i jihadisti più estremisti vengono da quel paese). I programmi scolastici sono zeppi di riferimenti infondati a una sedicente Sharīʿa, quando invece si tratta solo di un’interpretazione umana di giuristi influenzati dal loro contesto sociale maschilista e patriarcale. La condizione delle donne ne risente tutti i giorni, con i matrimoni precoci e forzati, i ripudi, le violenze…

2) D’altro canto, c’è di che interrogarsi sulle conseguenze di una lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; del sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici nella nostra area (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi!); della rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; del perdurare dell’occupazione israeliana e del massacro della popolazione palestinese; della guerra in Afghanistan, di quella in Iraq, di quella in Libia… Senza dimenticare che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-URSS: Bin Laden era stato armato da loro.

Negli stessi paesi occidentali, i musulmani immigrati vengono spesso stigmatizzati ed emarginati quotidianamente, mentre i loro antenati hanno difeso a prezzo della vita quei paesi dal nazismo e i loro discendenti hanno contribuito con il loro sudore alla ricostruzione dell’Europa nel dopoguerra. Questo spiega l’elevato numero di giovani arruolati dai jihadisti tra gli immigrati di seconda e terza generazione, che per di più hanno studiato in Occidente e non possono aver accesso ai testi religiosi per coglierne i veri valori. Così sono facile preda degli illetterati dell’islam radicale.

La nuova generazione ha bisogno di credere nel futuro per non cadere tra le mani degli estremisti di ogni fazione. Gli slogan gridati dalle popolazioni durante le primavere arabe si focalizzavano essenzialmente su rivendicazioni di giustizia e di libertà. Chiaramente queste due rivendicazioni si scontrano frontalmente con gli interessi di certi poteri locali e dei loro alleati occidentali. Il che spiega il caos che ne è seguito.

 

Dunque, cosa dobbiamo fare?

Nessuno ha una soluzione miracolosa, in particolare non lo è l’intervento americano, che non risolverà assolutamente niente e non farà che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata e oppressa dalle violenze. Stanno riproducendo gli stessi errori, con la stessa cecità. È un circolo vizioso le cui conseguenze saranno forse peggiori di quello a cui già assistiamo.

Ciò di cui abbiamo bisogno nelle nostre società arabo-musulmane è una vera presa di coscienza delle reali radici delle nostre crisi successive e del nostro ritardo. Abbiamo bisogno di un pensiero critico sul nostro patrimonio religioso e culturale, così come sulle sfide che ci vengono dalle ricadute della modernità e dalla globalizzazione. Dobbiamo occuparci di risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Bisognerebbe anche agire sugli aspetti economici dello sviluppo e aver cura di assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali.

La jihâd di cui abbiamo bisogno è quella del pensiero. Ha un nome nella nostra cultura: l’ijtihâd. Sì, è dell’itjihâd che abbiamo bisogno per rinnovare il nostro spazio culturale e trasmettere i veri valori dell’islam alle nuove generazioni: i valori di pace, fraternità, giustizia e uguaglianza. Questa è la responsabilità di tutti e di ciascuno di noi, potere politico, società civile, cittadini e intellettuali, uomini e donne. Anch’io sono scivolata nell’utopia? Mi permetto di sognare!

(Traduzione dal francese di Silvia Baratella, Via Dogana n. 111, dicembre 2014)

 

Aïcha El Hajjami ha insegnato dal 1999 al 2005 alle facoltà di giurisprudenza di Fès e Marrakech, dipartimento di diritto pubblico. È ricercatrice e studiosa dell’Islam e si occupa in particolare del diritto delle donne, dello studio e dell’applicazione del diritto di famiglia, della partecipazione politica, della posizione giuridica e politica delle donne nell’Islam. È anche consulente per organismi nazionali e internazionali. È conosciuta per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI durante il Ramadan del 2004 (vedi Via Dogana 73, giugno 2005, Il re e la maestra). Nel 2008 è stata ospite al Circolo della rosa di Milano.

 

(Via Dogana n. 111, dicembre 2014)

di Luisa Muraro

 

Un ciclo al Circolo della rosa presso la Libreria delle donne

L’abbiamo chiamata la seconda ondata, ma le ondate passano, questa invece no. Il femminismo somiglia piuttosto a un virus che, dopo la fase acuta di contagio, è ancora lì e non si lascia debellare, nonostante gli forzi di ristabilire una sana normalità e nonostante le condizioni completamente cambiate.

Due sono gli ingredienti maggiori e riconoscibili del movimento femminista che comincia quasi mezzo secolo fa, negli anni dei grandi movimenti giovanili, tra il 1966 e il 1977. Uno è la rivolta contro il predominio quasi indiscusso di un sesso sull’altro, l’altra è il non contentarsi dell’emancipazione come risposta. Il “non contentarsi” contiene un di più che, se si potesse dirlo, spiegherebbe la vitalità del virus femminista. È un qualcosa che oltrepassa tutto quello che può essere messo a disposizione delle donne da parte degli uomini, e che traspare già negli scritti degli inizi.

Propongo di cercarlo facendoci strada negli scritti più recenti: saggi, documenti o racconti, opera di singole, di gruppi o collettivi, italiani o stranieri, scelti in una produzione cartacea che è vasta e varia.

Cominciamo con: Quando la differenza fa la politica (Lecce 2014) il 31 gennaio 2015, ore 18, Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano

E poi: Pensiero stupendo (DWF 102), Il trucco di Ida Dominijanni, Esperienze femministe della Collettiva femminista di Sassari, Il gesto femminista (Derive Approdi 2014), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà (Natan 2014) di Tristana Dini e Stefania Tarantino e Aneu metròs/senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil di Stefania Tarantino (La scuola di Pitagora 2014)… come sarà annunciato nel programma del Circolo.

 

(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 23 gennaio 2015)

di Grazia Livi

 

Giornalista. Ancora oggi, se pronunzio questa parola e la riferisco a me, provo un senso di malessere, quasi dicessi qualcosa di bizzarro e di incongruo, come “acrobata” o “venditrice di accendini”. Eppure, per vari anni, fra il ’57 e il ’70, quando l’area dell’informazione non era ancora stata invasa dalla TV, sono stata giornalista per un grande settimanale a rotocalco. Avevo un contratto di collaborazione con esclusiva di firma; ero una specie di inviata. Inchieste, interviste. Il mio territorio era genericamente culturale. D’un tratto, io ragazza fiorentina borghese, educata studiosamente e moralisticamente, firmavo disinvolta articoli col mio nome e cognome. Che fossi impaurita non si vedeva: il nome appariva in lettere grandi, in neretto. Firmavo e viaggiavo. Incontravo artisti. Portavo a termine incarichi, in Italia e all’estero. C’era di che inebriarsi un poco. Cosa facevano, nello stesso periodo, le ragazze del mio ambiente? Finito il liceo e l’università, sposavano un professionista, mettevano su una famiglia regolare. Io, invece, spinta dall’energia, dalla curiosità, dal bisogno di conoscere, da un’informe ansia di attuazione, mi ero allontanata da quelle regole. In verità, come scrissi molti anni dopo, cercavo di sottrarre “la mia identità all’informe destino femmineo”. Sì, questo era il punto. Da sola, senza essere cosciente di nulla, priva di una ideologia che mi sostenesse, andavo verso la mia emancipazione, così, per l’impulso ad allargarmi, per l’impossibilità di credere in quei modelli femminili, statici e inespressi, che mi toglievano la voglia di vivere. Il giornalismo fu, nei primi tempi, più delizia che croce. Intanto avevo un committente che mi convocava, e percepivo uno stipendio. Entravo nella stanza del direttore con una mascherina vivace e tiravo fuori un foglietto con una lista di proposte, c’erano a volte degli assensi subitanei. In segreteria veniva prenotato per me l’albergo e il treno. Sperimentavo così un rapporto di dare e avere che a me pareva fondato sull’equità e sull’oggettività e che mi lusingava perché era lo stesso che legava gli uomini fra di loro, sul terreno della professione. In secondo luogo imparavo un mestiere, sfruttando un dono per lo scrivere che giaceva nella mia oscurità e obbedendo a una mia acerba esigenza: che le parole mettessero ordine, conferissero un significato, una lucidità, una ragione.

 

(…)

 

In verità passavo il tempo a scartare, a scartare sbiadendo a poco a poco quello che sentivo dentro di me e appiattendo quello che avevo capito. A volte certi colloqui erano stati così ricchi che ne ero uscita turbatissima (penso a certi incontri con Giacometti, con Menuhin, con Luchino Visconti). Avevo una forte coscienza di quella ricchezza e nello stesso tempo della sua intraducibilità. Quando mi mettevo a lavorare ero già quasi muta. Dovevo comprimere, comprimere. Dovevo spianare tutto col rullo compressore del senso comune. Dovevo semplificare. Infine, ecco il prodotto. Il fattorino entrava di corsa lasciando nell’atrio la motoretta col motore acceso. Ficcava nella cartella l’oggetto. Subito dopo io andavo a dormire esausta. Il fatto era che fra ciò che avevo capito e ciò che avevo espresso restava un divario che mi svuotava. Misi a fuoco più tardi la ragione di questo svuotamento. Era semplicemente perché io non mi esprimevo affatto. La firma, di cui ero andata orgogliosa, rivelava un’identità provvisoria. Giornalista. Un’identità di superficie. Mancava ogni consistenza. Quella firma non ero io. In realtà, col passare del tempo, sentivo confusamente che dovevo ancorarmi. Ma a cosa? A una famiglia? A una fede? A un’ideologia? A una diversa professione? Ero scontenta ma continuai a scrivere articoli sottratti ogni volta al mio vero sentire. Non a caso si chiamavano “servizi”, e come tali dipendevano da quell’esercito di fantasmi fedeli che ogni anno, abbonandosi, rinnovava al settimanale la propria fiducia. Giocavo un poco col lessico, questo era tutto. Aspettavo.

 

(…)

 

No, non fu una liberazione. Poiché dovevo rispondere di me davanti a me, fu solo una necessità. Fu un sollievo, a volte. Se ripenso a quegli anni – sette, otto – prima che cominciassi a pubblicare saggi e racconti, vedo che l’abbandono di un mestiere che non sentivo mio, era stato inevitabile. Quel mestiere, mi cito di nuovo, «più che nutrimento mi aveva dato cibo». Ora non avevo neppure bisogno di cibo. Mio marito provvedeva in gran parte a me, e questo fu un altro prezzo che dovetti pagare e che mi costò. Attrezzai in modo nuovo la mia scrivania. Non mi era stato forse detto che nella mia scrittura s’intravedeva qualcosa di diverso? Era l’altra identità che s’affacciava al reticolato delle parole consumate, piegate a mille usi, e si guardava intorno. Era lei che aveva bisogno di essere alimentata. Come? Lo capii gradualmente.

 

Prima di tutto preparandole un’area di raccoglimento e di piena gratuità. Nessun committente doveva esistere.

 

L’unico committente era interno e siccome era molto debole, bastava il minimo pretesto perché si confondesse: una visita, un mal di denti, un litigio, un capriccio, una cattiva lettura, un dovere. Dovetti irrobustire la sua voce e cercai di ridurre certe interferenze, anche se mi aumentava il senso di colpa. Dovetti inventare il silenzio e farne, in certe ore, la mia condizioni di vita. Nel silenzio mi imposi un lavoro assiduo, come un falegname che pialla il legno. Volevo ridestare da quel giacimento di cui ho detto prima – oscuro, grumoso – il maggior numero di parole possibili.

 

(…)

A poco a poco la mia identità prese a riconoscersi – e a sfaccettarsi – attraverso le parole scritte e le parole presero a radicarsi nell’identità. Il linguaggio – uno scavo nella coscienza – si approfondì e mi promise di diventare il mio fedele specchio. Quante severe implicazioni, in questo miraggio! Quanta disciplina. Ma era finalmente un lavoro rivolto all’interno, è sempre questo che intendo quando dico “scrittrice”. E quando dico “giornalista” intendo l’opposto: una che si volge impulsivamente ai fatti, e li insegue, e crede di afferrarli al volo, fin quando si trova lontanissima da sé, dispersa e consumata da una vana corsa. Allora il principale problema – lo fu per me – sarà di “rientrare a casa”. La casa del linguaggio è approdo e permanenza. Per usare le parole di Gianna Manzini (le scrisse nel ’45, a proposito di Virginia Woolf) il problema sarà imparare a raccogliersi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori. Fu uno stato di necessità per lei. Dal quale scaturì un modo di essere scrittrice che volle definire così: una specie di monacazione non palese. Trascrivere oggi questa definizione fa un certo effetto. Nulla potrebbe apparire più inattuale e incongruo, considerato lo spirito dell’epoca. Ma la Manzini aggiunse che da quel modo di essere, le derivava “una scabrosa libertà”.

(“Lapis”, n.22, giugno 1994)

di il ricciocorno schiattoso

Per Natale ho deciso di tradurvi parte di un articolo pubblicato sul sito feminist current dal titolo Shit liberal feminists say: Choice.

L’autrice, Jindi Mehat, nel suo pezzo affronta il tema della “libera scelta”, un argomento usato da quello che lei definisce “femminismo liberale” per opporsi agli argomenti di quelle femministe che vengono etichettate come “SWERF” (Sex Worker Exclusionary Radical Feminist).

Secondo Mehat l’argomento della “libera scelta” è usato nei dibattiti per “rendere più confortevole l’oppressione” e “to feel good and feministy without actually doing feminism“.

 

Come viene utilizzato:

Il femminismo liberale stronca ogni dibattito tirando in ballo la “scelta”, laddove le femministe radicali analizzano il contesto e le conseguenze delle scelte – in particolare quelle scelte che rafforzano la supremazia maschile. Questo di solito avviene durante le conversazioni che riguardano prostituzione, pornografia, o altre industrie e attività che oggettivano le donne o incoraggiano le donne ad oggettivare se stesse, come, ad esempio, lo spogliarello.

Una femminista radicale vede lo spogliarello come qualcosa che conferma la supremazia maschile poiché la donna coinvolta presenta se stessa come oggetto sessualizzato ad uso e consumo dello sguardo maschile. Coloro che guardano sono uomini che non si preoccupano di quella donna come persona. Non stanno pensando a lei come ad un essere umano completo – il loro obiettivo è semplicemente esaminare e valutare il suo corpo allo scopo di ricavarne gratificazione sessuale.

In linea con la convinzione femminista che il femminismo è la lotta per liberare tutte le donne, una femminista radicale riconoscerebbe che “scelta” di una singola donna di spogliarsi è profondamente connessa all’idea ampiamente diffusa che i corpi delle donne  – i corpi di tutte le donne – esistono per gli uomini e per essere approvati dagli uomini.

Inoltre, una femminista radicale saprebbe anche guardare al contesto di questa scelta. Nel caso dello spogliarello, questo include anche il tenere conto del fatto che, nel patriarcato, le donne sono educate fin dalla dalla nascita ad oggettivare se stesse. Terrebbe in considerazione lo stillicidio di messaggi più o meno subdoli che assorbiamo nel corso di tutta la nostra vita e che ci insegnano a sforzarci di essere carine e sessualmente desiderabili per gli uomini.

Considererebbe anche i modi in cui il patriarcato limita la gamma di opportunità lavorative disponibili per le donne, il modo in cui il traffico aiuta gli uomini rifornendoli di corpi femminili da occhieggiare, e il modo in cui l’oggettivazione è collegata alla violenza maschile sulle donne. Dopo tutte queste analisi, concluderebbe che, se non fosse per il patriarcato, le donne avrebbero una più ampia gamma di professioni ben pagate tra cui scegliere  e, con ogni probabilità, meno donne sceglierebbero lo spogliarello.

L’analisi di una femminista liberale dello spogliarello sarebbe molto diversa; essa inizia e finisce con un punto: poiché una singola donna ha scelto di spogliarsi, lo spogliarello è, di default, una scelta femminista che da considerarsi “empowering” che non deve essere biasimata (per la terza ondata questo equivale ad “analizzare”).

Questo è tutto: la scelta. Punto.

Perché è sbagliato:

Gli obiettivi del femminismo liberale sono diversi dagli obiettivi del femminismo radicale, in quanto il primo vuole che le donne ottengano gli stessi benefici degli uomini, mentre le femministe radicali combattono per liberare tutte le donne dalle strutture patriarcali di oppressione; alla luce di questa premessa il focus sulla scelta ha un senso. Dal punto di vista liberare, che le donne possano scegliere qualcosa – qualsiasi cosa – è una vittoria, indipendentemente dall’impatto di quella scelta nella società, o da quali altre scelte quella donna avrebbe potuto fare se avesse avuto a disposizione una più ampia gamma di possibilità.

C’è una dura e amara verità da accettare prima di aderire ad un movimento che opera per la liberazione delle donne. E’ uno schifo rendersi conto che gran parte del nostro comportamento è influenzato da una società strutturata in modo da crescerci come creature graziose, compiacenti e concentrate sull’essere attraenti per gli uomini. E ‘doloroso prendere coscienza di come il razzismo, la povertà, la classe e la supremazia maschile limitino la varietà e la qualità delle scelte che abbiamo a disposizione. Non importa quanto  disagio ci causa l’accettarlo, questo è l’unico modo per intraprendere il lungo e difficile processo di messa in discussione del nostro comportamento affinché cambi, e cambi anche il comportamento  degli uomini.

Questo è il lavoro del femminismo, un lavoro per lo più ingrato, spesso pericoloso, ma che deve essere fatto – un lavoro che le donne non possono iniziare se negano le condizioni della nostra oppressione. Non possiamo uscire da una gabbia che stiamo cercando disperatamente di non vedere.

A cosa serve:

E’ fuor di dubbio il fatto che celebrare la “scelta” aiuta le donne a sentirsi bene con se stesse e, allo stesso tempo, le esime dall’affrontare il patriarcato che, in alcuni casi, finiscono col sostenere. Permette loro di ottenere dalla società quei benefici concessi alle donne che non mettono in discussione la supremazia maschile mentre confortano se stesse con l’idea che il loro comportamento – non importa quanto problematico – sia femminista.

Ci sono conseguenze concrete e pericolose quando le donne si comportano in modo misogino nella convinzione di essere femministe. Persuase di essere dalla parte delle donne, evitano di esaminare criticamente i comportamenti che sostengono e abbandonano il vero lavoro del femminismo, scatenandosi rabbiose contro quelle femministe radicali che chiedono loro di considerare che le idee espresse potrebbero in realtà non essere dalla parte delle donne. Allo stesso modo, gli uomini che sono attratti da questo femminismo buonista che non chiede loro di fare nulla di diverso, sostengono il femminismo senza prendere coscienza del loro privilegi e senza chiedere alle femministe come possono cambiare. Invece di dirigere la loro rabbia contro il patriarcato e il privilegio maschile, le femministe della terza ondata si scagliano contro le femministe radicali che osano porre quelle difficili domande cui occorre dare una risposta se l’obiettivo da raggiungere è un reale cambiamento.

Nel frattempo, si riscontra nelle donne e nelle ragazze un aumento del tasso di disagio mentale, di coercizione sessuale, e, con variazioni rispetto alla classe sociale di appartenenza, alla razza o al territorio, tassi tragicamente alti di violenza sessuale.

Che cosa rivela:

Uno sguardo attento rivela che il “femminismo della scelta” non è affatto femminismo. Il femminismo chiede che le donne sfidino le condizioni materiali della nostra oppressione e agiscano coraggiosamente per la nostra liberazione, nella consapevolezza che questo ci renderà dei bersagli e, in molti casi, ci allontanerà da quelle persone a cui teniamo che non sono disposte o in grado di stare dalla nostra parte.

Il femminismo liberale non chiede nulla per le donne. Invece, sostituisce alla dolorosa auto-autoanalisi e ad un’azione audace dei mantra e delle parole d’ordine che consentano alle donne di evitare le sanzioni che inevitabilmente comporta lo sfidare i sistemi di potere radicati. Le donne che scelgono il femminismo liberale hanno scelto di non combattere il patriarcato per liberare tutte le donne dalla gabbia in cui vivono oppresse – ma stanno scegliendo di rendere quella gabbia più comoda per se stesse.

di Luisa Muraro

 

Attenzione a non farci intrappolare dentro ai sogni e agli incubi di altri. I fatti del 7 gennaio sono stati collocati e celebrati dentro la cornice della libertà di espressione propria della civiltà occidentale, da difendere contro i nemici. Nella grande manifestazione di Parigi, l’11 gennaio, non c’erano le bandiere della pace.

Chiediamoci se si tratta veramente della libertà di espressione. Ci sono altre cose da vedere. Qualcuno, per esempio, ha visto nella mattanza del 7 gennaio la versione secolo ventunesimo del ricambio generazionale: padri colti, miscredenti, bene inseriti nel loro mondo, massacrati da giovani ignoranti, periferici e fanatici.

In ogni caso, dall’una e dall’altra parte, si è trattato di uomini che si sono affrontati, gli uni armati di cultura, consapevolezza e privilegi, gli altri di rabbia e mitra: un episodio di una storia che non vuole finire (ma che non è tutta la storia).

Anche il romanzo di Houellebecq, nel suo piccolo, rientra in queste sfide del tra-uomini per chi osa di più. La sua era ovviamente una sfida innocua, fatta di carta, se non si fossero fatti avanti quei due personaggi in carne e ossa, tipi che non avrebbero mai letto un romanzo ma disposti a giocarsi la vita. (Il solito imprevisto, previsto però da Hegel, proprio lui, il filosofo che troviamo nel titolo di un librino famoso tra le femministe.)

Si dice che la figura femminile sia al centro dello scontro tra Occidente e islam. Ecco un’altra cornice che occulta la realtà e fa lavorare la fantasia. Non c’è uno scontro tra islam e Occidente. Ci sono di mezzo interessi senza religione e senza faccia. Se scontro c’è tra persone in carne e ossa, sono uomini. Chiamiamo le cose con il loro nome e guardiamo ai fatti: il massacro di Parigi ha un contesto in cui c’è posto solo per loro e per la loro ricerca di protagonismo. Non mettiamoci di mezzo per sentirci protagoniste anche noi. Approfittiamo della differenza, avrebbe detto Carla Lonzi, e facciamo una schivata a lato per ragionare sulle cose che stanno accadendo senza cedere al risucchio del consenso, diventato di colpo molto forte.

 

(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 22 gennaio 2015)

5° puntata: 1975: il ’68 delle donne

A cura di Lea Melandri

Questo articolo è del 2013 ma mi era sfuggito quando è stato pubblicato su Artribune quindi non è dell’ultima ora, ve lo sottopongo perchè mio figlio mi  ha fatto scoprire questa donna molto appassionata all’arte. Nello stesso cortite dove ha la sua casa museo ha aperto uno spazio-galleria che fa gestire da due giovani curatrici, che allestiscono mostre con due artist* un* famosa* e un’emergente.
Zina Borgini

Questo non è un museo, questa è una casa”. Così esordisce Erika Hoffmann con passo deciso e caschetto rosso, mostrando la porta nascosta nel muro candido che conduce al paese delle meraviglie, la sua “casa”, o meglio, l’ala della sua casa destinata alla collezione. Siamo andati a trovarla nella sua dimora berlinese.

Scritto da Naima Morelli | lunedì, 7 gennaio 2013

A casa di Erika Hoffmann si arranca nelle buffe pattine da sistemare sopra le scarpe, procurate dallo staff della collezione, che ricorda le precauzioni per “non sporcare” della prozia, dopodiché si ha accesso alla prima stanza.
In quella che una volta era una fabbrica di macchine da cucito, la luce entra morbida dalle grandi vetrate, atte a catturare ogni singolo, prezioso, raggio di luce, in un paese – siamo a Berlino – freddo e nuvoloso, poggiandosi sui divani che si trovano in ogni stanza. “Ma come fa a lasciare la sua soleggiata Italia per venire qui, io non lo so”, scherza la collezionista.
Nella collezione Hoffmann le opere in ogni stanza hanno un legame concettuale ed Erika stessa si occupa di riallestirle di anno in anno. In questo modo tutte le opere vengono esposte a rotazione, la collezione viene vivacizzata e c’è la possibilità di rileggere le opere in semantiche sempre nuove. Non è tutto: i numerosi visitatori della collezione saranno spinti a tornare a vedere le nuove soluzioni. L’anno scorso i fruitori in pattine avranno magari incontrato Frank Stella, Bruce Nauman, Mike Kelley, Fred Sandback, forse quest’anno toccherà a Jean-Michel Basquiat, Felix Droese, Günher Förg, Isa Genzken, Nan Goldin e Felix Gonzalez-Torres. Può darsi l’anno prossimo avranno l’occasione di vedere François Morellet, Arnulf Rainer, Gerhard Richter o Andy Warhol.
Quel che è vero è che i nomi, per quanto appartengano a pesi massimi dell’arte, qui sono del tutto secondari rispetto alle opere stesse. Di fianco ai lavori non ci sono infatti i nomi degli artisti; una scheda con le informazioni necessarie verrà fornita se richiesta in un secondo momento, ma la fruizione, ci tiene a precisare Erika, non deve essere influenzata dalla “griffe”, com’è è giusto che sia.
Prima dell’invito a inoltrarmi nella sua casa/collezione, Erika Hoffmann si era seduta a un tavolo di fronte a un video di Silvia Kolbowski, e precisa, affabile e compassata aveva risposto alle mie domande.

Quand’è che lei e suo marito avete cominciato a collezionare arte?
Abbiamo cominciato nel 1968. Potrei dire che non abbiamo mai smesso di collezionare arte, di tanto in tanto compriamo un lavoro di un artista con il quale abbiamo conversato. Ci piace avere questo stile di collezionismo basato sulla discussione con gli artisti che incontriamo alle inaugurazioni, ai musei; da lì spesso finiamo per acquistare il loro lavoro.
Negli Anni Sessanta tutto era basato sulle idee e suoi concetti, non di certo sugli oggetti d’arte. Credevamo fermamente in questo e tuttavia ci rendevamo conto che gli artisti non erano contrari alla vendita, che erano contenti di vedere il proprio lavoro nelle case private. E per noi era bello vedere le opere quotidianamente e continuare un dialogo immaginario con gli artisti. Le opere degli artisti costituiscono un’incessante comunicazione con le idee che l’artista ha inserito nel proprio lavoro.

Quindi qual è la differenza in termini di approccio tra un collezionista e un semplice fruitore?
C’è una differenza senz’altro, specialmente considerando che il collezionista ha l’arte quotidianamente davanti agli occhi e può decidere quando soffermarsi e quando no. Se sei in un museo, in un uno spazio neutrale, anche se in realtà non si potrebbe mai parlare di neutralità, l’opera d’arte viene percepita come qualcosa di sacro, ha un’aura datagli dall’istituzione stessa. Quando l’opera è invece in una casa privata, è come se diventasse parte della famiglia e la guardi con occhi familiari.

Quali sono i suoi criteri per giudicare cosa è valido e cosa non lo è?
Non posso certo dire cosa sia buono e cosa cattivo, è solamente che alcuni lavori mi parlano in maniera diversa, si relazionano a certe esperienze che mi riguardano. Per me è molto importante rimarcare che la mia collezione riguarda solamente le mie esperienze personali, è un’accumulazione di esperienze durante la mia vita. E se questa attrazione avviene sono molto contenta, d’altra parte tutto ciò mi rende irrequieta, se trovo un lavoro intrigante rimango sempre con il fiato sospeso perché vorrei averlo.

Quindi la sua è più che altro questione di sensibilità, la sua collezione è legata dal suo gusto personale.
Sì, ha molto a che fare con il mio gusto, questo è vero, certamente un lavoro deve intrigarmi a livello visivo, altrimenti nemmeno lo noto in una mostra. Adesso ovviamente non riesco a stare dietro a tutte le mostre, cominciare a seguire nuovi artisti come una volta, ce ne sono troppi. Ma se qualcosa cattura il mio occhio in maniera particolare e lo trovo in un certo senso nuovo, probabilmente cercherò di raccogliere informazione, oggigiorno non è così difficile come un tempo, c’è Internet. Ma mi piace anche rivolgermi a un gallerista che possa presentarmi direttamente all’artista, dandomi in questo modo la possibilità di saperne di più sulla struttura concettuale del lavoro.

Lei compra i lavori dalle gallerie o direttamente dall’artista?
Adesso come un tempo alcuni artisti non sono rappresentati dalle gallerie. Come Silvia Kolbowski: non ha una galleria, quindi compro il lavoro direttamente da lei, vive a New York, è argentina di nascita. Sapevo di lei già da – diciamo – venticinque anni e mi ha sempre intrigato, ma è una di quelle artiste il cui lavoro è difficile da mediare. Intendo dire: oggi le gallerie si preoccupano molto del guadagno. L’approccio intellettuale di Silvia Kolbowski è senz’altro molto difficile da mediare.

I suoi gusti sono cambiati nel tempo?
Certo, sono cambiati moltissimo dal ’68. Ci sono molte ragioni personali. Il primo fattore è che quando abbiamo cominciato a comprare avevamo poco denaro. I primi lavori che abbiamo comprato non erano per niente costosi.

Potrebbe dire che la sua collezione è una sorta di specchio di sé?
Sì! Probabilmente questo è molto chiaro per i visitatori. Ogni sabato ci sono centinaia di visitatori e la gente mi interroga rispetto a lavori, ma sono sicura che loro capiscano meglio di me quali siano i miei criteri.

Già, perché lei non è interessata a spiegare le opere, lei vuole più che altro creare una discussione attorno ai lavori con i visitatori…
Li incoraggio a farsi un’idea, non mi piace fornire un significato. Questo non è un museo, non ho una missione, questa è arte contemporanea, le persone possono avere centinaia di opinioni a riguardo. Vedere schiudersi tutte le possibilità e tutti i differenti aspetti che ognuno può individuare… Ecco, per me è proprio questa la cosa più intrigante che l’arte contemporanea possa fare.

A che tipologia appartengono i visitatori della sua collezione?
Ce ne sono di tutti i tipi, alcuni sono professionisti, poi ci sono i borghesi che sono sempre stati interessati alla cultura. Ci sono i giovani che vengono a Berlino e di tanto in tanto portano anche i propri genitori, e poi ci sono quelli che vengono solo per vedere quanto può essere fuori di testa una persona che vive circondata dall’arte.

Com’è che ha deciso di aprire la collezione al pubblico?
Lo scopo era contribuire in qualche modo al dialogo tra est ed ovest e volevamo portare a Berlino qualcosa che non si era visto prima. Qui era il vecchio est, e io e mio marito volevamo stare a est più che a ovest. A Berlino ovest la maggior parte dei lavori venivamo dall’ovest della Germania, e noi vivevamo nell’estremo ovest, vicino alla Francia, al Belgio e anche all’Italia che era, diciamo, il nostro focus. Eravamo molto più vicini a tutti questi paesi limitrofi che non all’est che era impenetrabile. Quindi abbiamo portato qualcosa che non si vedeva a Berlino, che a quei tempi era un’isola.

Cosa ha comportato per lei spostarsi a Berlino?
Ovviamente l’influenza del vivere qui da sedici anni mi ha fatto diventare molto più consapevole della storia. Vivendo nell’estremo ovest, vicino a Colonia, c’erano pur sempre centinaia di anni di storia da conoscere, per cui la storia recente diventava relativamente importante. A Berlino invece non ho potuto fare a meno di prendere consapevolezza della storia recente dell’ultima decade. Per esempio, abbiamo cercato di preservare l’importanza di questo palazzo che una volta era una fabbrica. Poi ovviamente a Berlino ero circondata da tutti questi palazzi monumentali che rappresentavano una certa storia, un certo tipo di ambizione molto diverse dalla provincia nella quale vivevo prima.

Che ruolo ha l’arte nella sua vita?
Probabilmente non è proprio il centro, perché ho una famiglia, figli e nipoti, ma è quasi centrale. Sono più di vent’anni adesso che ho lasciato la mia professione, ero una fashion designer, quindi era un ambito molto diverso, ma da allora ho dedicato la mia vita all’arte contemporanea. Non solo il contemporaneo in realtà: mi interesso a ogni tipo di arte, mi piace vedere i dipinti nelle chiese, le opere nei musei, nei palazzi, nei posti per le quali sono state concepite.

Condivide l’amore per l’arte con la sua famiglia?
No, per niente, loro hanno diverse mire, ma tollerano la mia pazzia e forse sono sollevati dal fatto che abbia qualcosa di cui occuparmi, quindi non li disturbo troppo. Adesso che la collezione è aperta al pubblico, i miei figli non sono critici come prima.

E con gli altri collezionisti, invece, mantiene un rapporto?
Sì, con qualcuno, non con tutti. Provengono da tutto il mondo, quindi a volte vengono a Berlino e li incontro, ma ce ne sono pochi con i quali ho stretto una vera e propria amicizia.

Le piace scoprire nuovi artisti? Continua a cercare nuova arte?
In realtà non è che la cerco, non sono interessata a scoprire artisti, ma più a cercare lavori che trovo degni di nota.

Ci sono opere alle quali è particolarmente affezionata?
Sì, ci sono alcune opere che mi piacciono molto, ma anche questo è cambiato nel tempo. Più che trovare affascinante un singolo lavoro, mi interessa di più la relazione tra i vari lavori della mia collezione. Quello che credo sia molto importante e gratificante è quando vedo che una certa stanza, un certo spazio nella mia casa ha successo per quell’anno. È una sperimentazione continua di varie soluzioni e sicuramente alcune stanze funzionano meglio di certe altre. Mi piace come i lavori funzionano nella loro totalità, questo vale anche nella produzione di un singolo artista. Ci sono artisti il cui lavoro continua a essere interessante durante il loro intero percorso artistico, il loro modo di sviluppare le idee e come si attengono una certa idea principale e sviluppano il proprio linguaggio attorno ad esso.

Quindi spesso lei continua a seguire il percorso di un artista che ha cominciato a collezionare…
Sì, e se l’artista riesce a trovare nuove soluzioni, questo non può che farmi piacere. Mi piace seguire gli artisti. Certo oggigiorno con questo mercato dell’arte impazzito trovo molta difficoltà a continuare a collezionare un certo artista, se molti altri lo apprezzano a volte non riesco a seguirlo. Ma senz’altro è positivo se ci sono altre persone che si prendono cura di lui.

www.sammlung-hoffmann.de

Naima Morelli

Vai su www.aspirinalarivista.it/aspirina-parigina/

di Lorenzo Cremonesi

 

Nota di redazione: L’articolo dice alcune cose giustissime, altre poco chiare, altre discutibili. Noi abbiamo il sospetto che questi difetti non siano imputabili all’intervistata.

 

La donna è sempre stata un simbolo fondamentale per l’identità comunitaria

(Nadje Al-Ali, direttrice del Centro per gli Studi di Genere alla Soas-Scholl of Oriental and African Studies- di Londra)

 

«La figura della donna sta al centro dello scontro tra Occidente e Islam. Ma lo scontro è anche e soprattutto all’interno del mondo mediorientale, dove i regimi arabi totalitari sono combattuti frontalmente dai nuovi movimenti dell’islamismo radicale come Isis». Nadje Al-Ali da anni studia le questioni legate al genere e alla sessualità, specie nel contesto del crescente contrasto tra Paesi occidentali e mondo arabo. Nata nel 1966 da padre iracheno e madre tedesca, si è occupata in particolare di movimenti di liberazione femminile in Egitto e Iraq. Oggi a Londra dirige il Centro per gli Studi di Genere alla Soas (School of Oriental and African Studies). Le abbiamo parlato al convegno sulle Rivolte Arabe concluso ieri all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

 

Persecuzione delle donne yazide ridotte a schiave sessuali; violenze di ogni genere contro le altre donne in Iraq, Siria, Libia; caccia alle donne da stuprare per le strade egiziane; polemiche sul velo in Europa e via dicendo: come spiega la centralità della figura femminile nelle tematiche sollevate dalle cosiddette Primavere Arabe degli ultimi anni?

 

«I nuovi studi di genere e le dinamiche donna-uomo, ma anche sulle persecuzioni nei confronti degli omosessuali, aiutano a dare una risposta. Costituiscono strumenti centrali per la comprensione del Medio Oriente attuale. E la prima osservazione che mi viene in mente è che storicamente la donna è sempre stata un simbolo fondamentale per l’identità comunitaria, per il semplice fatto che biologicamente è dal suo corpo che nascono i bambini, le nuove generazioni. Non a caso i movimenti nazionalisti raffigurano la patria come una donna, con l’uomo chiamato a difenderla. Quanto al caso clamoroso delle yazide va ricordato che qualche cosa di simile accadde in Bosnia due decenni fa. Anche se va aggiunto che però Isis ha voluto legittimare ideologicamente queste violenze, davvero un fatto unico».

 

Anche per Isis o Al Qaeda la nazione è donna?

«Anche per loro. Il paradosso delle rivoluzioni arabe e la richiesta di democrazia negli ultimi anni è che hanno detronizzato le vecchie dittature laiche, i regimi che comunque promuovevano a modo loro una certa emancipazione della donna. Si vedano Nasser in Egitto, i movimenti femminili dell’Olp, quelli in Tunisia e Algeria, il partito baathista in Iraq e Siria. La ricerca della democrazia in un primo tempo sembrava dare alle donne nuove opportunità. Ma in seguito sono cresciuti i movimenti conservatori islamici e oggi sono proprio loro a chiedere la segregazione della donna in nome della tradizione religiosa. Solo in Tunisia il 20 per cento delle donne votate tra i deputati in parlamento riescono ad avere qualche peso. Ma in Egitto, in Libia o in Siria sono quasi invisibili».

 

Da qui lo scontro anche culturale con l’Europa laica?

«Ci vedo tanta ipocrisia da parte dell’Occidente. Ricorda un vecchio detto coloniale per cui i bianchi andavano a salvare le donne nere dagli uomini neri. Era vuoto paternalismo. In realtà ai vecchi “salvatori” non interessava per nulla che le loro donne bianche a casa non avessero neppure il diritto di voto! Oggi in Afghanistan continuiamo a dire che vogliamo salvare le afghane dai loro uomini, in verità ci interessa altro».

 

Ma gli Stati Uniti hanno fatto bene a intervenire militarmente contro l’Isis?

«Io sono contro la guerra. Mi ero schierata nelle manifestazioni contro l’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Però rifuggo i dogmi. Oggi non sono così critica. Vedo le donne curde che lottano a Kobane. So che sono difese dai raid Usa e non li condanno».

 

Come spiega i giovani musulmani europei che partono volontari per raggiungere Isis in Siria?

«Si sentono sotto attacco. È in atto una guerra culturale. Le polemiche sul velo hanno gettato acqua sul fuoco. Le fotografie delle soldatesse americane che perseguitavano i prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib undici anni fa hanno creato l’immagine delle donne occidentali aggressive. E non sono per nulla ottimista, gli ultimi attentati di Parigi fomenteranno ulteriore islamofobia. Però non va dimenticato che i maggiori nemici agli occhi degli estremisti islamici sono i regimi arabi autoritari nazionalisti».

 

(www.27esimaora.corriere.it, 18 gennaio 2015)

Perché ti ho scritto questa lettera aperta? è che ho raggiunto l’età in cui si ama fare bilanci. Non sono più giovane, non sono ancora vecchio. Mi restano ancora un bel po’ di begli anni di cui intendo approfittare il più possibile. Tu sei inseparabile da questi anni, il che mi rende molto felice.

Se solo tu fossi quel po’ più ipocrita, artefatta e sottomessa, quanto la maggior parte delle donne è costretta ad essere, questo mi semplificherebbe l’esistenza. Ma tu non mi fai sconti. Il tuo sguardo è implacabile, l’udito infallibile; è impossibile, davanti a te, essere debole, vile, disonesto o brutale, o avere le unghie non troppo pulite. Tu sei veramente la donna di cui avevo bisogno, perché non sono volitivo ma, grazie a te, mi sembra di esserlo. Da solo, mi sarei trascinato tutte le notti nei bar. Sarei diventato grasso, sporco e alcolista. Credo che tutto ciò che gli uomini fanno di buono, lo facciano per cercare di impressionare le loro donne. Fortuna che esistono! Ma impressionarle diventa sempre più difficile. Perché loro gettano su di noi questo sguardo terribile, che ci spaventa per la sua lucidità. E dimostrano ogni giorno che sanno fare tutto altrettanto bene di quanto possiamo farlo noi. Certo nell’epoca in cui viviamo stanno prendendo forma nuovi tipi di rapporto nella coppia. Costumi e abitudini di vita sono cambiati più nell’ultimo decennio che in cent’anni [siamo nel 1978, ndr]. Ho trascorso la mia giovinezza fra i tabù, eppure avevo genitori aperti e amorevoli. Le madri di oggi danno alle loro figlie delle libertà che le loro madri non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Viviamo in un periodo di cerniera, in cui i valori borghesi collassano e si avanza verso un socialismo inevitabile. Nel mezzo di questo sconvolgimento, in cui donne emotive scoprono le gioie della sorellanza e riscoprono, da adulte, le amicizie dell’adolescenza… in cui i maîtres d’hôtel, presto stanchi, non si stupiscono più di vedere donne sorseggiare vino alle cene di lavoro, e in cui donne imprenditrici presiedono consigli di amministrazionie col sigaro in bocca… l’uomo resta, comunque – come l’oro – il bene-rifugio.

 

Essere femminista è ok; è normale; è di moda ed è chic. Ma restare sola, nella vita, è ancora una tara per le donne, una ragione di angoscia e fonte di scherno. Anche voi avete bisogno di noi, ne sono certo, come noi di voi. Ma voi, voi avete soprattutto bisogno di fare bambini e questi bambini, più di quanto accada a noi, poi vi incatenano. Riflettete abbastanza su questo problema, anziché lamentarvene a posteriori dandocene troppo facilmente la responsabilità? quando vi rifiuterete di fare le chiocce? Noi siamo come insegnanti incanutiti di colpo. La nostra autorità ha subito un colpo. Certi non riescono a sopportarlo. Altri, fin troppo compiacenti, vi si adattano all’eccesso. Altri infine – e io faccio parte di questi, almeno spero, preferiscono essere amati più che obbediti; essere stimati e non temuti, e richiedono solo un minimo di rispetto, di gentilezza e di comprensione. Alla fine, siamo piuttosto orgogliosi di avere donne femministe. Sono per noi un’etichetta di intelligenza e di apertura mentale. Immagino che fra i Romani ci fosse chi doveva liberare i propri schiavi per motivi simili. Vorrei aggiungere che il femminismo, dopo tutto, vi occupa, vi dà da lavorare – un lavoro che non sottraete all’uomo. Scrivete libri in cui ci dite cosa pensate di noi. Fate giornali che non si occupano di moda, per farvi prendere sul serio. Lottate, manifestate, vi date da fare, vi indignate. Ridete di noi. Sì, questo vi impegna al punto che forse vi impedisce di pensare a come vorreste che fosse la società che sognate. E a tutte le barriere di pregiudizi che vi avviluppano. Riflettete a cosa significa davvero una società al femminile, in cui uomini e donne condividono i compiti in modo paritario e ditemi se questo è ciò che vorreste. Il femminismo, come l’ambientalismo, riunisce persone di tutti gli orientamenti. E, come l’ambientalismo, non significa niente senza il potere politico e senza l’influenza che questo potere può esercitare. Come l’ambientalismo, il femminismo è generatore di speranza davanti alla presa di coscienza che ci propone, e fonte di disperazione per la grandezza del problema da affrontare. Le donne sono trattate ingiustamente sul nostro pianeta. Sono mutilate, schiavizzate, considerate come incubatrici e bestie da soma. Le ho viste sgobbare nel deserto mentre gli uomini sorseggiavano tè alla menta, seduti all’ombra, ma ho visto praticamente la stessa cosa anche sotto il grigio cielo parigino e nelle nostre campagna. Sì, tutto ciò deve cambiare. Io conto su di te e sulle tue piccole amiche. Da quel fallocrate che sono, mi si stringe il cuore quando penso a tutte queste donne sfortunate che non hanno un marito gentile come il tuo.

 Georges Wolinski (Lettera aperta a mia moglie, Albin Michel; 1978)

di Marta Equi

 

Recentemente ho letto Non credere di avere dei diritti (La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne. Libreria delle Donne di Milano. Rosenberg & Sellier). La lettura è stata interessante per scoprire la storia della politica delle donne, ma anche perché mi ha svelato qualcosa su me stessa: mentre leggevo, montava in me un oscuro nodo.

Leggevo per essere più informata circa un mondo che ho intuito vicino, per cercare risposte nelle lotte di quelle venute prima di me. Ho trovato termini, pensieri, modi di ragionare e porre i problemi che mi danno forza e mi sono utili. Eppure, la fatica di parlare, progettare, agire, (…) schiacciata da qualcosa di invisibile e incomprensibile di cui si parla nel testo era ben presente in me. La necessità di “pensare che il mio io esiste” l’ho sentita pungente e viva.

Ho pensato allora che quella generazione che ha cercato e generato per sé libertà, può sì servire da esempio (ed è un dono a disposizione di chi vuole accettarlo) eppure la libertà per sé va generata continuamente. Va ricercata e rigenerata a partire da noi e dalle complessità della nostra epoca. In effetti è un pensiero non nuovo, ma io per pensarlo ho dovuto scoprirlo sulla mia pelle.

Il femminismo fa parte della Storia e va raccontato, eppure esso è necessariamente sempre nella storia. Il femminismo non è una conquista. E’ continuo e nasce ogni volta che nasce una donna. Ogni volta che nasce una donna c’è bisogno di madri e nonne, e amiche e zie e sorelle. C’è bisogno di scrittrici pensatrici attiviste maestre nemiche. C’è bisogno di femminismo ogni volta che nasce una donna.