Difficile ma vero
di Sara Gandini
E’ necessario inventare altre forme della politica – Simone Weil le chiama “istituzioni” – che siano orientate al bene, alla verità e all’amore, perché i partiti non garantiscono libertà e democrazia. Era il ‘43 quando Weil nominava questa esigenza per far fronte ad una società “interamente dominata dalla necessità e dai rapporti di forza”. A differenza di Simone Weil, Lia Cigarini -in L’Europa di Simone Weil (Via Dogana n. 110)– sostiene che il lavoro politico sul simbolico ha consentito di affrontare, qui in questo mondo, il conflitto tra “necessità e libertà, tra collettivo e singolarità”. Cigarini sostiene che quel simbolico ha orientato le pratiche, dal teatro all’autocoscienza, che si sottraggono al potere. Le nomina come esperienze che hanno un ruolo determinante nella vita pubblica e politica, mentre Gaeta in L’ispirazione soprannaturale (Via Dogana 111) le definisce apolitiche. Eppure le relazioni tra i sessi sono radicalmente cambiate e il patriarcato non fa più ordine a causa di una libertà e di una politica agita dalle donne “senza alcuna forma di organizzazione e senza strumenti di potere”, spiega Cigarini.
Arriviamo qui ad un punto cruciale: il senso della politica. Per gli uomini, più che per le donne, la dimensione politica coincide con l’esercizio del potere. Persino un uomo come il Segretario Generale di Podemos, Pablo Iglesias, nei suoi discorsi pubblici da una parte riconosce valore al femminismo, raccontando la forza trasformativa di un padre che gioca con suo figlio e lava i piatti, e dall’altra parla della politica come una cosa terribile, nella quale non riesce ad intrecciare il sapere che gli arriva dalla cura dell’esistente. In questo modo lui riconferma che l’unica idea e pratica di politica è quella basata sui rapporti di forza.
E’ come se ci fosse una “scissione interna più profonda di quanto si pensi”. Cigarini nomina questa scissione parlando delle donne con cui discute di Europa e quando interloquisce con Gaeta. Io la vedo in uomini vicini al femminismo, come Iglesias e alcuni uomini di Maschile Plurale con cui sono in relazione. Si tratta di uomini che sembrerebbero innamorati – io lo sono certamente – di una politica che ha a che fare con il vissuto e le relazioni personali, ma qualcosa fa da ostacolo. Anch’io, come Cigarini, ho scommesso su queste pratiche politiche lontane dal potere, e mi chiedo quindi come far circolare parole che sappiano far ordine.
Mi chiedo cosa posso fare perché questa politica si apra al mondo e nasca quella consapevolezza che permette di avere uno sguardo lucido e quell’immaginazione che apre gli orizzonti. E come far comprendere le capacità trasformative di questa politica orientata al bene e all’amore, che punta sulla forza delle relazioni?
Penso che a volte sia necessario aprire conflitti lì dove si è, nei contesti in cui si vive. Cigarini lo fa con Gaeta su Via Dogana e io lo faccio nello scambio con quegli uomini che sanno dare valore alla relazione con le donne, ma che a volte faticano a nominare come politico ciò che capita nelle relazioni.
Uno dei conflitti più significativi che ho vissuto in questi anni è avvenuto quando una donna ha dichiarato pubblicamente di avere subito violenza da un uomo di “Maschile Plurale”. Nonostante siano anni che gli uomini di questa associazione affermino ovunque che la violenza li riguarda, e che questa è la loro sfida politica, di fronte a questa accusa sono rimasti disorientati, alla ricerca di una verità oggettiva che potesse fare ordine e indicare loro che direzione prendere. Tuttavia in uno scambio via mail con Gianni Ferronato ho trovato un’intuizione interessante nel punto in cui afferma che ‹‹una verità “oggettiva”, se anche si potesse dire, in realtà sarebbe poco interessante per capire le radici della violenza››. Ferronato sostiene che molti sono alla ricerca di linguaggio oggettivo che però rende conto della realtà da un punto di vista di esperienza maschile, per motivi che appartengono alla cultura dominante.
Si è trattato di uno scambio complesso e stiamo ancora giocando. Se ho deciso di rischiare, di portare la mia differenza in queste relazioni, è perché ho fiducia che qualcosa di significativo possa capitare. Anzi in parte penso sia già capitato.
Indubbiamente i conflitti sono faticosi. Però, se non ci si sottrae, i conflitti possono regalare verità importanti, in grado di ricucire quella scissione interna su cui vive il simbolico maschile.
di Luisa Muraro
Cominciamo dalla fine, che non è mai solo una fine, anzi a volte si scopre che è un inizio.
Il 31 gennaio 2015, nella parrocchia intitolata alla santa e dottora della chiesa Edith Stein, alla periferia di Roma, è stato celebrato il rito della parola per Maria Leporini, morta il giorno prima. Era nata il 3 maggio 1951.
Nella sua vita Maria è stata e ha fatto cose per le quali molte persone, donne e uomini la ricorderanno con gratitudine. Qui noi la ricordiamo principalmente perché ha ricostruito, con la tesi di laurea, la storia di un’altra donna, Anna Fiorelli Lapini: una popolana fiorentina che, rimasta vedova, si dedicò a istruire bambine povere e che poi, nel 1850, ha fondato una famiglia religiosa (le “stimmatine”) di donne disposte a vivere con l’umanità emarginata per amore di Gesù Cristo.
La tesi di laurea di Maria Leporini, discussa nel 1989 presso il pontificio ateneo Antonianum, primo relatore il francescano Umberto Maria Valtorta, fa luce su aspetti della vita di Anna Fiorelli che i profili ufficiali, gli stessi che trovate in Rete – dove sono presenti solo quelli messi in giro dall’autorità eccclesiastica – preferiscono ignorare. La tesi, “Anna Lapini: un carisma francescano radicato nella storia del Risorgimento italiano”, andrebbe perciò valorizzata da una storiografia non agiografica, rigorosa e più vicina alla storia delle donne.
Maria, anche lei di origine popolare, apparteneva proprio alla congregazione delle Stimmatine, e ha scelto di vivere nella periferia peggio messa di Roma, quella che i giornali chiamano degradata, per seguire l’esempio e l’insegnamento della sua madre fondatrice. Va detto che né la storia di quest’ultima, né la vicenda della nostra Maria, sono state una passeggiata. Entrambe hanno conosciuto la sofferenza fisica ed entrambe hanno lottato contro gli abusi di una malintesa autorità, che vedeva ribellione dove invece c’era fedeltà.
Vicina alla morte, Maria parla di sé con queste parole:
«Quando conobbi Anna Fiorelli, fondatrice delle Stigmatine, compresi la centralità dei poveri nella sua opera e la sua libertà che prendevano forma dal suo essere donna povera. Fu per me una scoperta straordinaria la sua ricchezza interiore e il suo ardire nel darsi agli ultimi, bambine e bambini, donne e uomini con dignità e determinazione. (…) Ho deciso di stare qui a Nuova Tor Bella Monaca e di intravedere la luce, anche quella ancora sovraccaricata di dolore e di oppressione, nei volti induriti di donne soprattutto, di bambini e ragazzi smarriti nel loro percorso di crescita e formazione, di uomini alla ricerca di una liberazione da modelli di prevaricazione e violenza. Il mio impegno è stato quello di aiutare ciascuna/o a dirsi a partire da sé e a narrare la propria esperienza di cambiamento di vita.»
Nel suo difficile percorso, per sua fortuna e scelta, non è mai stata sola. Insieme a Tilde Silvestri, con l’aiuto di Adriana Sbrogiò, ha pubblicato, nel 2014, due quaderni di notizie e riflessioni, intitolati rispettivamente Può accadere il meglio e Vocazione e coscienza, in vendita presso la Libreria delle donne di Milano.
(www.libreriadelledonne.it, 13/2/2015)
di Alessandra Macci
Una versione parziale di questa recensione di Alessandra Macci è apparsa su “Il Mattino” (edizione nazionale) il 7 febbraio 2015. Qui la si propone nella sua versione completa.
άνευ µητρός/senza madre L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil (La scuola di Pitagora, Napoli 2014) di Stefania Tarantino, filosofa e musicista napoletana, è un libro di grande interesse che tiene insieme il pensiero delle donne dell’Europa del Novecento senza tralasciare quelle della propria città natale. Che cosa significa “senza madre” riferito all’Europa e perché è importante domandarsi cosa significa che l’Europa ha perduto l’anima? Queste le domande cui l’autrice cerca di dare una risposta. Lo fa percorrendo la storia dell’Europa a partire dal passaggio che ha luogo in Grecia dalla tradizione orfico-pitagorica a quella platonico-aristotelica. È noto che, nella prima tradizione, era prevalente il rapporto con il mistero della vita, con la physis, mentre, nella seconda, in particolare nel salto concettuale aristotelico, la Sostanza diventa l’Essere. In questo slittamento si perde il corpo e più specificamente si perde il corpo femminile che procreando dà vita alla vita stessa. Contrariamente il maschile, pensando, dà vita al concetto. Ed è tra la vita corporea e la vita filosofica, tra la genealogia femminile e la “maieutica” maschile che si gerarchizza la prevalenza della seconda sulla prima. Il Concetto produce un effetto di padronanza sulla realtà e rende l’uomo simile a Dio, mette in competizione la creatura con il creatore dando origine al processo storico che porta al dominio della Forza. La Forza deve sottomettere la natura al destino umano e così questo entra in competizione con Dio. La storia che ha vinto in Europa è la storia della Forza, della competizione, del conflitto tra gli uomini, ma, dice la Tarantino, un’altra Europa è possibile se ritorna il rimosso. Facendo leva sulla vita e sul pensiero delle donne si ritorna alla materia, al corpo, al materno che è vita e grazia. Per far tornare il rimosso serve un metodo, una strada, una via, tracce da ripercorrere, sentieri interrotti da riaprire, riattivare. All’azione rivolta al conseguimento dell’obiettivo, bisogna contrapporre l’azione/inazione, quell’azione cioè che si lascia vivere di inerzia, che si abbandona al destino, che ama il destino e che sa vivere di necessità. Un’azione che non vuole, che non ambisce a niente, che non ha scopo, che nella sottrazione e nel vuoto coglie il senso profondo del sacro. Esattamente ciò che fa Maria Zambrano, cui il testo si riferisce, ripercorrendo le tracce della migliore tradizione mistica spagnola da Seneca, il vero eroe della filosofia spagnola, a Giovanni della Croce, fino ai più profondi interpreti del misticismo spagnolo medioevale. Così come la Weil, l’altro grande faro cui guarda il libro della Tarantino, che orienta una diversa tradizione culturale europea. Per la Weil l’esperienza del sacrificio della vita è accompagnato ad una rigorosa destrutturazione della “persona”. La persona è il punto su cui convergono tutte le incorreggibili distorsioni delle eredità storiche europee. La persona come soggetto di diritto non è altro che il maschio-bianco-proprietario-occidentale, gli altri non sono persona, meno che mai lo è la donna, l’unica che sa fare del dovere una via. Il dovere è impersonale, anonimo, non chiede nulla. È nuda materia e si offre alle necessità del destino. La saggezza dell’impersonale recupera la profonda eredità della civiltà mediterranea prima di quella greco-romana. I romani hanno con il loro diritto imposto l’imperialismo della forza, della guerra, del dominio mentre il pensiero greco si collega al pensiero orientale, ben più profondo. Nel nostro tempo l’Europa farebbe bene a ritrovare queste radici guardando a Oriente, leggendo i testi sacri della Cina e dell’India che tracciano, insieme alle esperienze orfico-pitagoriche, la strada di una pratica vitale fatta di azioni non-azioni. Bisogna, dunque, essere coraggiosi per scendere negli inferi, nella profondità oscura della propria anima e lì incontrare il sacro che è contatto “intimo” con la materia.
Amica e figura mediatrice tra la pensatrice spagnola e la pensatrice francese fu la scrittrice e poetessa Cristina Campo. Traduttrice e lettrice attenta delle due filosofe, la Campo metterà in luce, tra l’altro, come, in un tempo in cui si è divorati da se stessi, dai propri e altrui personaggi, e da un sociale che continua a fare da specchio ai soli rapporti di forza che forse basterebbe iniziare a liberarsi dall’ossessione di sé per avere “la forza di accettare insieme l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera”. Così la politica, quella per la quale vale la pena di spendere la propria vita, non può essere più solo tecnica, conquista, espansione ma poesia, religione, arte, mistica. La Tarantino, musicista-filosofa, richiama i versi della canzone di Fabrizio De André, “Il Testamento di Tito”: “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”, dove si coglie pienamente il cuore del dolore del cristianesimo. Ascoltando questi versi, quante volte ci siamo chiesti perché Tito non prova dolore? Ma proprio quando questo si trova di fronte a qualcuno che ha sofferto per lui e che si è fatto carico delle sofferenze altrui per amore, solo allora, comprende e ci fa comprendere quel dolore, mai provato per il male che ha/abbiamo causato, e dice: “ho imparato l’amore”, ha imparato ad amare. Perché all’amore ci si educa. Nell’amare è insita la gratuità dell’atto, una grazia che può venire solo dall’azione educatrice semplice e tenera della madre, delle madri. E solo così un possibile “incipit vita nova” per l’Europa a venire.
(www.libreriadelledonne.it, 13/2/2015)
La Strega della Kamchatka
(Tradotto dal blog ventepakamchatka da Clara Jourdan)
Scommetto che anche voi come me siete stanche delle ricorrenti e spiritose graduatorie che di tanto in tanto appaiono sui social network con centinaia di “shares” sulle librerie più belle del mondo, più originali, più antiche, più stupende, più lussuose, più strane, più yeyè. Non negherò che anch’io vado pazza per le scale piene di libri polverosi, per le antiche chiese trasformate in librerie o gli scenari dei teatri diventati biblioteche, no, al contrario, li trovo fortissimi, e sì, anch’io me la godevo quando la maltrattante e misogina Bestia regalava alla brava e sottomessa Bella tutta la sua biblioteca perché si divertisse, la ragazzina, durante la sua prigionia. È così, l’ho detto.
Tuttavia credo che le classificazioni, come quasi tutto, siano fatte da uomini. Ecco che salta fuori la femminista antimaschio (hembrista) che porti dentro. Al rogo gli uomini, sei piena di amarezza ecc. Vado avanti, non interrompetemi, smettete di leggere, maschiacci progressisti. E i libri più cari sono fatti da uomini. E gli edifici che li ospitano. E i canoni delle opere classiche della storia della letteratura. E la maggior parte degli editori, e così tutto. Credo inoltre di non aver mai visto una graduatoria in cui compaiano progetti librari critici, alternativi, autentici, e soprattutto librerie delle donne.
Perché, quale femminista che si rispetti non ama i libri? E quale femminista che si rispetti non ha mai pensato che quelle 10 o 20 grandi librerie e biblioteche del mondo che fanno innamorare tutte/i siano di sicuro dirette da più uomini che donne, o che nei loro scaffali si trovino più opere di autORI che di autRICI.
Per l’importanza di rendere visibili i rari progetti basati su librerie delle donne, che non arrivano a 50 in tutto il globo, perché li prendiate anche come una guida turistica femminista che non potete non seguire e perché vi venga l’acquolina in bocca nell’attesa che io apra la mia, ecco la mia personale graduatoria. Una graduatoria che, ovviamente, mi sarebbe molto piaciuto leggere e che spero godiate e condividiate tantissimo come ho fatto io.
- Libreria delle donne di Milano
Non è la più antica ma è la più emblematica per il movimento femminista, dato che dal 1975 è culla del gruppo di donne che iniziarono le teorie, produzioni e pratiche politiche di quello che è stato denominato femminismo della differenza, tra cui la mia (nostra) adoratissima diva precorritrice Feminazi, Carla Lonzi. Questo sì, di sicuro non ritroviamo nessun libro di Hegel se non per “sputare su di lui”. Si trova in via Pietro Calvi 29, Milano.
- Librerie des Femmes, Parigi
Legata allo Spazio delle Donne Antoinette Fouque, che combina casa editrice di donne, sala di esposizioni, libreria e fondo di documenti, questa è ben più sobria, ma con un tocco di beauvoiriano francesismo retro che colpisce e ti fa sentire un po’ più signora.
Nessuno come loro sa combinare la punta stravagante del Quartier Latin con la puzza sotto il naso di Coco Chanel. La potete trovare in Rue Jacob 33-35, chiedete di Madame Florence Morillère. Cazzo, non dite che non suona inizio secolo, incantevole.
- Charis books and more, Atlanta
Non ditemi che non vorreste che la vostra nonnina abitasse in questa casetta lilla col tetto a due spioventi. Un altro spazio femminista multidisciplinare, libreria compresa, con sede in questa adorabile casa di campagna nordamericana che da più di quarant’anni rompe le scatole nel sud degli Usa con la sua libreria e il suo circolo di donne. Pare che troverai una vecchietta ridanciana chiamata Harriet che ti offre biscotti allo zenzero appena sfornati e tè di rooibos ai mirtilli, ottimo per la cistite, (anche), ma il fatto è che tra le sue pareti si sono date appuntamento le presentazioni dei libri di un centinaio di canzonettiste del femminismo radicale degli anni settanta, niente di più e niente di meno, bell hooks per dirne una a caso. O sì, bambine. Euclide Avenue, 1189, Northeast, Atlanta.
- Librería Mujeres y Compañía, Madrid
Ahi sì, sì, potrei mettere l’arcinota, prestigiosa e pioniera Librería de Mujeres di Madrid, fondata nel ’78 da un grande gruppo di socie legate all’università e agli incipienti movimenti delle donne, però no. Lo so che la suddetta ha un percorso storico e culturale indiscutibile, e che la Librería de Mujeres di Madrid, come la Llibreria de la Dona a Barcelona, o quella di Zaragoza, prime librerie femministe spagnole, si eresse a baluardo di tutta una generazione di femministe spagnole che resistevano fermamente di fronte alle dinamiche patriarcali e retrograde del regime della Transizione. Già. Però no. Il femminismo di disbrigo d’affari e non di pratica, non mi piace, il femminismo che non si mette in discussione e decostruisce i rapporti di potere, che non è solidale, orizzontale, sororale, non mi rappresenta. Per le più disinformate, potete dare una rapida occhiata a tutta la marabunta di un paio di anni fa, frutto della cui scissione, venuta dalle dure, gerarchiche e antifemministe condizioni a cui le relegarono le socie che rimasero nella libreria originaria, nacque il bel posticino femminista retto da Ana, Patricia e Sonia. Tutti gli anni pubblicano una “Agenda delle donne” per aiutarsi a sostenere il progetto. Questo 2015 è dedicata alle lettere tra donne. Io ce l’ho. La libreria si trova in un quartiere tipico, quello di Santiago, Calle de la Unión 4, qui le conoscerete meglio. Non mancate di passare, vi offriranno le loro fantastiche raccomandazioni.
- Silver Moon Bookshop, Londra
Perché no, per affilarci i denti, qualche libreria scomparsa la dovevo toccare. E qualcuna c’è. Nella centralissima Charing Cross Road, era l’ideale per le feminancys maniache di Londra. Nacque nell’apocalittico e letterario 1984, fondata da due socie che le diedero il simbolico nome di “luna d’argento”, richiamando allegorie femministe di poesie della grandissima poetessa greca Saffo di Lesbo. Scomparve nel 2001, e lasciò orfanelle molte femministe del Regno Unito, a cui rimase il progetto Libertas nella città di York, che mi è sempre sembrata una città molto ordinaria piena di Hilary con il cappellino di Carolina Herrera e la borsetta di Vuiton e non so perché, perché non ne so niente tranne che ospita una libreria di donne lesbiche piuttosto in. Cose dell’ermeneutica. La fine di Silver Moon è molto triste, dato che dovette chiudere per la gentrificazione della zona, seguita dagli alti affitti, e passò a far parte della macro-catena di librerie Foyles. Il capitalismo, come sempre, ha la colpa di tutto, e nella sua alleanza con il patriarcato impedisce in questo caso che piccoli e ribelli progetti di donne che diffondono cultura, arte e pensiero femminista possano andare avanti. Muggite con me, sorelle.
- Librería Relatoras, Siviglia
Non c’è dubbio, stereotipi a parte, perché sono del sud e parlo da qui, che questa libreria fondata nel 2010 è probabilmente la libreria femminista con più arte e roba per l’infanzia di tutte quelle che vi sto enumerando, testone! Il loro motto è “chiedi qualunque cosa”, e tra le molte attività del loro campus e di quella che chiamano “comunità relatrici”, non sono solo libraie ma organizzano laboratori, corsi di formazione, scuola di scrittrici e molto altro. Se passate da Siviglia avete una visita obbligatoria in Calle Amargura 8, l’unica libreria femminista in terra andalusa, nel quartiere della Macarena per di più – battiamo i tacchi sulla tua tomba, Queipo de Llano – e di sicuro qualcuna sa canticchià sevillanas, anima mia. Lunga vita alle Relatrici!
- Toronto Womens Bookstore
Per continuare a piangere, ma valeva la pena, assolutamente, parlare di questa libreria femminista canadese di Kingston Market chiusa nel 2012. Era l’unica libreria femminista di Torontontero -patapam tssst!- ed era diretta quasi totalmente da donne nere; anche se vendeva fiction e narrativa, questa libreria cooperativa e senza scopo di lucro era specializzata in movimenti sociali, femministi e teoria postcoloniale. Nacque nel 1973 e convisse con una casa editrice femminista e una collettiva di autodifesa. Guardate com’era bella e morite di pena. Sì, tipe, anch’io ho bisogno di un abbraccio, sto male.
- Amargi Feminist Kitabevi, Istanbul
Va bene, ho una notizia buona e una cattiva. Amargi, il mio angolo preferito della città dei minareti… ma solo in foto, perché anche questa ha dovuto chiudere. Come direbbe la mia amica Auxi, raccomandandosi alle Dee subalterne: DIONA, PERCHÉ?
Tutto quello che mi piace è illegale, immorale o è una libreria femminista chiusa, FAK!… La buona notizia è: benché in attesa di apertura! PRENDI SUUU! Questa libreria, promossa dall’omonimo collettivo femminista, ha costituito un precedente in Turchia, essendo la prima e unica libreria femminista del paese, e non solo come libreria, ma come rivista, casa editrice, archivio e biblioteca di donne, genere e femminismi. Si può visitare una parte dei suoi fondi nella sede del collettivo, a Istiklal Caddesi. Speciale attenzione merita la storia di una delle fondatrici, Pinar Selek, una critica sociologa e pensatrice falsamente accusata di attentato terroristico e appartenenza a banda armata e in costante litigio e lotta con lo stato turco che insiste a incolparla, portandola all’esilio politico. E inoltre, nonostante le informazioni siano minime e pure contraddittorie, pare che l’apertura possa essere avvenuta nel 2012, e nelle mappe compare la libreria situata in Tel Sok 16. Cercatela lì, e quando ci andate mi raccontate se continua ad esserci e portatemi anche solo un segnalibro, perché pe’ qualcosa vi sto illuminando.
- Librería de Mujeres Editoras de Buenos Aires
Ispirata alla Librería de Mujeres di Madrid o Canarias, punto d’incontro femminista indispensabile nella facile destrutturazione e dispersione della forma arcipelago, si tratta dell’unica, ripeto, UNICA libreria specializzata in donne e femminismo dell’America Latina. AY, MARICÓNG! Sita in Doctor Rodolfo Rivarola 133, fu fondata nel 1995 (sembra poco fa, eh?, invece no, care trentenni) e le sue fondatrici raccontano che cominciarono con quattro libri mal collocati sugli scaffali perché sembrassero di più. Oggi, vent’anni più tardi, e in convivenza con una collettiva antiviolenza maschilista e un centro di documentazione sulla donna, la figlia di una di loro ha preso il testimone, resistendo in uno spazio di riferimento, creazione, edizione e apprendistato unico nel Coño Sur [Figa Sud, gioco di parole con Cono Sud, cioè il Sudamerica, ndt] e dove arrivano donne da tutta la geografia iberoamericana in cerca dei saperi femministi. Quella cornice dorata con la fondatrice dentro che guarda verso la vetrina le dà un tocco molto funereo, molto onorevole, molto folle, io non me la perderei.
- Xanthippe Frauenbuchladen, Mannheim
Santippe è passata alla storia per essere stata la compagna del filosofo Socrate, ma non solo. Grazie alle maldicenze del suo collega maschio-alfa Platone, Santippe fu comunemente trattata come una donna disobbediente, discola, impertinente, di malumore e comandona, che dava più di un rompicapo al suo sempre, supponiamo, paziente maritino. Però un po’ fuori di testa il Socrate doveva esserlo, se per meno di quello che lui diceva ne abbiamo di fuori di testa ora in qualunque assemblea o riunione. Non mi resta troppo chiaro il perché del nome della libreria, ma un po’ sì. Voglio credere che se Santippe aveva carattere e decisione per questo sia stata dipinta, nell’immaginario collettivo, come una donna indesiderabile o cattiva, e voglio credere che se Santippe si arrabbiava con Socrate, aveva i suoi motivi, cosicché il nome m’incanta, perché riscatta una donna resa invisibile e maltrattata dalla storiografia fallocentrica. Questa libreria tedesca, come la Lillemors di Monaco, ha una lunga traiettoria, continua a essere aperta, e non potete non visitarla, in mancanza di altri dati che non posso offrirvi, frutto della mia non conoscenza del tedesco a parte le frasi “Mein Herr” e la trita “ich liebe dich”. Uno sproposito, lo so. Pertanto, meglio andare da quelle parti, T 3, 4, 68181, Mannheim, che ce lo spieghino loro e ci raccomandino il Rote Zora o che so io.
- Vrouwenboekhandel Xanthippe Unlimited, Amsterdam
Sì, il nome è lo stesso ma la libreria è un’altra. E cosa volete che faccia, il nome non l’ho dato io, sarà nello stile nordico dare il nome di questa signora a tutto. So io di molte bellezze amsterdamesi e culturetas [cultura con tette, ndt], occhialute e biciclettane, con giacchetta lunga di lana e berretta sulle ventitrè, so io di alcune che se ne vanno alle bassine città dei canali inseguendo qualunque lavoro meno precario di quello che troviamo qui. Per tutte loro, questa meravigliosa libreria femmi-pasticcino, anche lei unica nei Paesi Bassi e una delle più antiche d’Europa – che sopravvivono. Vedete come non tutto sarà cattivo in questo mondo eteropatriacalneocon? Xanthippe fa guerriglia femminista da quando ha cominciato il 25 giugno, giorno magico e stregato di solstizio, del 1976. Andate a vederla in Prinsengrachtstraat 290 e raccontateci, anche se in olandese non vi capirà nemmeno la Tata, tanto perché lo sappiate.
- ChikLit, Feminististche Unterbaltung, Vienna
Il sottotitolo dice tutto: “divertimento femminista”. Che forti! Situata in Kleeblattgasse 7, 1010, Vienna, è la sede principale della cultura scritta femminista austriaca. Con una pagina molto attiva nei social network, e benché abbia tutta l’aria ferrerorocheril-austroungarica possibile, hanno la loro programmazione, la loro propaganda, eventi e laboratori, un odorino punkarrafeminazi cattivello che mi tira, molto stile riot grrrl e la politica del “Do It Yourself”. Ve lo dico, e io di queste cose me ne intendo, sono tipe eccitanti. Io penso di andarci quest’anno, che Vienna m’incanta, soprattutto per il pane, dev’esse bono pe’ le ovaie.
- The Feminist Bookstore, Sydney
Di nuovo, UNICA libreria femminista del continente australiano. E guarda che è grande. Situata in una via centrale della capitale, al 9 di Balmain Road, qualche anno fa è passata ad altre proprietarie che, in generale, hanno conservato il senso originario e si sono mantenute fedeli al progetto dopo 37 anni di lotta per continuare a esistere. Questa mezza luce calda e questo tendone verde acqua le danno un’aria da filtro instagram anni novanta che me piace un sacco. E il nome così conciso, semplice, fulminante, perché nessuno venga a farti domande, femminista, sì, safe space, bimbe, maschietti non permessi.
- Queer Division New York
Il Bureau of General Services – Queer Division gestisce uno spazio, centro di interpretariato, archivio, sala da exposizioni ed eventi o workshop. Si trova nella Sala 210 della Lesbian, Gay, Bisexual & Transgender Community Center della città, al 208 West 13th Street. A dirvi la verità, così tra noi come pettegolezzo femminoide, a me dà fastidio la boria a istituzione e lo stile reality drag queen, e quell’azzurrognolo del loro sito mi sembra un po’ tipo checche dell’ONU. Ahi, non so. Tuttavia ve lo metto perché è un archivio, biblioteca e libreria Queer e Transgender molto completa e interessante, e colpisce che impieghino categorie politiche e includano soggettività meno non-egemoniche se possibile, non solo gay, lesbiche e bi o transessuali, ma transgenere e queer. Mah. Sarà che a NY sono molto avanti, sarà che devo informarmi di più, ma io nelle zone fotiche vedo molto, come direbbe la mia amica Medea, cis-signoro gay e ben poco trans, CREDO, non mi è chiaro, sì, sono una etichettatrice, cattiva, cattiva.
- Bloodroot, Bridgeport
Questo bel cottage del Conneticut – ZIA, non avrei mai pensato di scrivere qualcosa del genere, delizioso – non è solo una casa adattata a libreria specificamente femminista, ma è anche un ristorante vegano-vegetariano, “un ristorante femminista”, dice nel suo sito. FAN. Ti fa impazzire. I piatti, con un aspetto squisito, guarda cosa ti dico, vichissoise tè-pane-e-aki e cavolo lombardo al cardamomo mentre ti leggi le memorie di Valerie Solanas, nientemale no, io darei un braccio per poterlo fare tutte le domeniche. C’è una parete del ristorante tutta piena di fotografie e ritratti di donne antiche. E magari ti delizi con la paranoia di pensare che tutte queste tipe sono ormai morte. Dipende dal livello di cinemania di una. Il mio è alto. 85 di Ferris Street, bisogna prenotare per tempo. Se un giorno avete voglia di trasferirvi in Conneticut, così, fantastico! Marta, so che mi stai leggendo, ha la terrazza.
E fine. Sì, musica di fagotto, pianti, applausi, lo so, lo so, è stato geniale, e ce ne siamo lasciate molte nella penna, questo dev’essere corto, care. E tutto ha un leggero retrogusto a etnocentrismo bianchiccio, perché sì, piccole mie, non è così semplice trovare questo tipo di imprese femministe in qualunque posto. Magari! ci stanno (stiamo) lavorando. Vi lascio con la promessa di altre graduatorie divertenti o interessanti, un po’ sovversive e per favore, se vi manca un luogo essenziale, una libreria femminista di riferimento che io non conosco o che mi sia sfuggita, una tirata d’orecchie a me. E no, non vi dirò in quali sono stata e in quali no, la strega sta ancora elaborando il suo narcisismo, e così resta molto più super.
Ce ne siamo lasciate molte nella penna. Proleg, a Barcellona, Lila de Lilith a Santiago de Compostela, People called women, un po’ egualitarie, sempliciotte e cattedratico-borghesi a Toledo, ma quella dell’Ohio, le librerie di Firenze e Bologna, o Women and children first, a Portland, Oregon, In other Words, collettiva femminista che dal 1993 mantiene un bello spazio senza scopo di lucro che è anche set dove si gira la serie “Portlandia, Librería feminista” – bisognerà vederla, tremo al pensiero – sono solo alcune, però non si tratta di metterle tutte, ma di una dolce, soggettiva e personale scelta.
Queste libraie fanno delle loro librerie un luogo sicuro e piacevole per le donne e il femminismo, hanno creato e creano comunità e tessono reti che ci uniscono tutte, dovunque stiamo. Hanno portato il loro granello di sabbia alla prospettiva di genere, alla divulgazione femminista, hanno messo imposte, vetrine e facciate alla parola delle donne nel mondo. Non mancate di appoggiarle. Un posto dove portare le vostre cugine, un regalo per la vostra migliore amica, il compleanno di vostra madre, il gesùbambino per vostra sorella, che non è mai troppo giovane per il femminismo, una passeggiatina per voi stesse, qualunque momento è buono per curiosare o per fare un ordine online.
Per una libreria delle donne in ogni città, in ogni quartiere.
Faccio le fusa, cagnacce, ululo a voi.
(ventepakamchatka.wordpress.com, 19 gennaio 2015)
Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Puoi leggere l’originale, con le foto, al link sopra
di Alessia Dro
Le trame del dialogo che Maria Luisa Boccia tesse con Carla Lonzi ancora una volta si dipanano con passione politica in fili che, da un’interlocuzione speciale durata una vita, ci portano ad affrontare con ravvivato coraggio i nodi cruciali del presente che viviamo, forse oggi più che mai. Dopo l’Io in Rivolta, pubblicato nel 1990 con la casa editrice Tartaruga e riproposto nel 2011 con una nuova prefazione, passano quasi trent’anni per la pubblicazione di Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, e scorgiamo le variazioni delle trame tessute nel tempo, scucite e ricucite con maestria, con l’esperienza data da chi ha vissuto e vive in rispondenza di una riflessione assidua e mai conclusa, a stretto contatto con l’incontro ininterrotto dei testi e con il proprio vissuto. “Non potrebbe esserci esito peggiore per me, di risultare una specialista lonziana” afferma Maria Luisa Boccia nelle prime pagine. Ho il ricordo vivo di un’altra sua precisazione, circa tre anni fa, quando invitata a Siena per tenere una relazione in seguito alla visione del documentario su Carla Lonzi Alzare il cielo (diretto da Gianna Mazzini, 2002), aveva affermato come Carla Lonzi disprezzasse parlare di sé come teorica femminista, e ci aveva raccontato come non amasse le interpreti e le intellettuali mimetiche del maschile, come fosse ingiusto qualsiasi tentativo di sistematizzazione del suo pensiero.
Se si facesse, si cadrebbe in un modo preciso di fare teoria, criticato nell’introduzione al libro: “Di norma, quanto più il pensiero adotta i criteri dell’oggettività, parla un linguaggio neutro, disincarnato, tanto più merita credito «universale». È ritenuto espressione di verità, dunque valido per tutti e tutte. Opposto a questo è il criterio da adottare per Lonzi. Il suo testo ha la fecondità della parola incarnata […] Scrivere «con» Lonzi è il modo che ho scelto di parlare del mio femminismo”. (p.9) E nella sua presa di posizione, risuonano le parole scritte da Carla Lonzi in Mito della proposta culturale: “Scrivere è un atto pubblico. Si scrive per esprimersi e per dare risonanza, perchè un’altra possa esprimersi e dare risonanza” (M. Lonzi, A. Jaquinta, C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1978, p. 137). È nella natura esistenziale dell’agire e del pensare che viene mantenuto il rigore tra coscienza di sé e parola. Immaginiamo allora come gli effetti di rispondenza, generati dalla ricezione degli scritti, dislocata nello spazio e nel tempo, possano essere dei “moltiplicatori per differenti processi di soggettivazione, quando si vuol essere all’altezza di un universo senza risposte” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel in La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1974, p. 18), quando la radicale rinuncia a una univoca Risposta, “frantuma la Domanda in una miriade di espressioni di coscienza che richiamano nel dialogo miriadi di rispondenze” (M. Lonzi, A. Jaquinta, C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1978, p. 148). C’è un forte nesso tra memoria storica, rispondenza e trasmissione: allaccio qui i fili alle considerazioni che Michela Pereira ha condiviso l’anno scorso a Pistoia, all’interno del seminario Anzi parliamo…dialoghi su Carla Lonzi. Proviamo infatti a esperire e a pensare alla scrittura come traccia del corpo che permette di impostare un lavoro nuovo sulla tradizione, allargandone lo spazio: qui la scrittura è corpo che si fa parola; è, attraverso la rispondenza di chi legge, un aprirsi al futuro. Il dono da parte di Lonzi “di una tessitura continua della sua presa di coscienza (p. 8)” fa sì che si possa continuare a scriverne.
Senza creare una traduzione concettuale o un facile compendio, Maria Luisa Boccia apre con chiarezza nuove inattuali questioni sul mito storico che viviamo, dialoga con Lonzi e, contemporaneamente, con noi. Sull’accento posto nei processi di soggettivazione, sui poteri e i meccanismi che strutturano l’ordine dominante, sul rifiuto della norma sociale, politica e sessuale, sulla critica all’identità, specie se imposta e funzionale, assoggettata alla governamentalità del mercato o sussunta e integrata a titolo di uguaglianza, Carla Lonzi, sembra riferirci Maria Luisa Boccia, apre non poche questioni, che ci possono parlare direttamente e differentemente.
Son più che profetiche in Sputiamo su Hegel le parole sul lavoro: “Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dell’egemonia dell’efficienza (p. 51)”. E pensiamo cosa può significare oggi, creare uno spostamento, nei confronti delle relazioni umane tutte, se viene messo in questione proprio il potere come loro necessario punto d’origine e d’appoggio. Sembra poi imprescindibile riflettere sulla critica operata da Lonzi sulle forme dell’agire politico, qualora queste siano basate sull’oggettivazione, sulla capacità di produrre mondo e sull’estricarsi nella realtà. La rivoluzione ontologica, che con Lonzi si fa rivolta in Rivolta Femminile, consiste nel mutare radicalmente modo d’essere del pensiero e della vita. Sono le relazioni fatte di desiderio, di piacere, ma anche di immensa fatica e di estrema sperimentazione che vanno modificate per cambiare la realtà, la società con le sue strutture, le sue regole, i suoi fini. E per arrivare a far questo per Carla Lonzi è stato necessario lasciare tutte le assunzioni certe, emancipatorie, e fare vuoto, mettendosi su un altro piano. Approfittando della differenza, fare tabula rasa, può richiamarci ancora oggi a fare un atto di incredulità. Che sia atto di critica e di decostruzione delle precomprensioni culturali assorbite, lontano da un processo ideologico o intellettuale, che faccia ristabilire il senso delle nostre vite su questo mondo, cercando nuovi sbocchi nella possibilità di trasformarlo.
Per Lonzi infatti fare vuoto non è solo una negativa decostruzione, è un atto positivo perchè indica i momenti della nostra appartenenza alla coscienza dell’umanità. Lontano da accuse d’intimismo, l’atto di incredulità si mostra come un processo di soggettivazione intrinsecamente relazionale che mette in risalto le imposizioni culturali contro la fedeltà a sé, in una dimensione esistenziale concreta. Domandiamoci quali siano le nostre parole guida, quelle che, con la promessa della loro efficacia, chiamiamo parole d’ordine. E riflettiamo sul fatto che la parola, in Lonzi, come ci spiega Maria Luisa Boccia, “può essere significativa solo se è frutto di una diversa pratica, se cioè viene modificata la funzione e non solo il significato della parola stessa (p.17)”.
Colpisce alla fine, la scelta dell’Appendice, staccata e tuttavia in continuità con il dialogo serrato dei sei capitoli che compongono il testo. Dedicata ai movimenti degli anni Settanta – intesi da Maria Luisa Boccia non solo come espressione di figure sociali vecchie o nuove ma come l’emersione di una differenza politica – sembra un invito rivolto alla lettrice o al lettore: l’invito a fare i conti in modo critico con il declino delle forme già note della politica, attraverso i nessi tra soggettività e relazioni e contesti di lotta. A capire come, per quanto alcune questioni sembrino rimaste invariate nel tempo, sono invece mutate radicalmente. Ancora, sembra un invito, diretto anche a noi, ad essere abitanti consapevoli del nostro tempo. Chi s’immerge nel libro scritto da Maria Luisa Boccia, con Carla Lonzi, può conoscere impreviste acquisizioni, lucide sensazioni di forza, l’esigenza di rigorosità, ma anche la voglia di osare verso spazi immaginativi impensati. E se attraverso i tagli netti con le forme del pensiero e dell’agire politico, attraverso lo sbarazzarsi continuo di ogni certezza, Carla Lonzi può aver reso difficile, in un’incontentabile ricerca di senso, in una critica alla conoscenza oggettiva a favore della relazione tra singoli e singole, un percorso di chiara comprensione dei suoi scritti agli occhi degli abitanti e delle abitanti del suo tempo, c’è, invece, oggi, un diffuso ritorno agli studi e alle riflessioni sul suo pensiero e sul suo vissuto. Penso all’Argentina, dove l’odierno recupero dei testi ha permesso riallacci creativi con la pratica dell’autocoscienza, tradotta e svolta, lì, durante gli anni della dittatura. E per Maria Luisa Boccia non si tratta di “un ritorno motivato da esigenze di ricostruzione storica. Ha piuttosto il segno di un ricominciamento, di una ripresa volta a trovare nuove vie, nuove soluzioni, nella consapevolezza di muoversi in una realtà radicalmente modificata (p. 11)”.
(Alessia Dro in DWF (102) Pensiero stupendo, 2014, 2)
Le imperdibili Carla Lonzi teatro Civico Sassari 10 giugno 2010
di Sarantis Thanopulos
Lynn Segal è professore di Psicologia e di Studi di Genere a Birkbeck College dell’Università di Londra. Il suo libro “Straight Sex. Rithinking the Politics of Pleasures” (Sesso etero. Ripensare la politica dei piaceri) è considerato una pietra miliare della saggistica femminista.
In vista della sua ripubblicazione, Segal è stata intervistata dal Guardian. Nel libro si dissociava dall’idea che gli uomini sono nemici, che la violenza nei confronti della donna sia connaturata al loro genere. Nell’intervista riafferma: “Non credevo e non credo che ci sia una relazione naturale tra uomini e violenza, che le donne siano più ‘carine’. Anche loro possono essere violente”.
Nelle relazioni di desiderio, che sono complicate, le donne possono essere violente come gli uomini.
I tempi, i ritmi, le modalità espressive e le esigenze affettive degli amanti non si accordano in modo semplice (la differenza muove il desiderio, ma può entrare in contrasto con l’intesa). La libertà di scegliere (che rende possibile l’apertura) può contraddire il privilegio donato alla persona scelta (che rende più intima l’esposizione). Inoltre, per poter desiderare si deve rispettare l’oggetto amato, ma anche non rispettarlo, in parte.
Uccidiamo sempre dentro di noi, parzialmente, la libertà di ciò che amiamo, e accettiamo di farci uccidere nella nostra libertà. L’amore è rischioso e può sfociare nella delusione, nel rancore, nell’odio e nella violenza. Di ciò nessuno, uomo o donna, è immune.
Nella violenza affettiva, in cui l’amore può trasformarsi, i due sessi sono pari. Esiste, nondimeno, una violenza, che eccede quella correlata alla relazione di desiderio, in cui gli uomini primeggiano.
Invisibile nella sua essenza, è di derivazione sociale e non costitutivamente associata al genere: corrisponde alla perversione delle relazioni di desiderio (che sono legate al coinvolgimento/godimento profondo e liberatorio) in relazioni di potere (che contraggono e irrigidiscono la materia viva della soggettività).
Il primato triste dell’uomo in questo campo di violenza molto più distruttivo, è dovuto all’organizzazione psicocorporea della sua sessualità: meno destrutturabile e sciolta di quella della donna, è più omogenea alla struttura del potere che se ne impadronisce – ricompensando l’uomo con un privilegio improprio che lo danneggia come oggetto desiderante.
La violenza associata ai rapporti di potere che sostituiscono i legami erotici con la vita (nutrendosi delle loro sventure e catastrofi), non mira in sé alla distruzione materiale dell’oggetto desiderato, perché promuove soprattutto, silenziosamente, l’immobilità/alienazione psichica (che colpisce prima i potenti e poi i sottomessi, più gli uomini che le donne). La sua estrinsecazione come aggressività fisica maschile, ha principalmente la funzione inconscia, che sovradetermina l’azione individuale, di annullare il coinvolgimento convertendolo in eccitazione, che non va in profondità, ma diventa energia motoria, scaricandosi all’esterno. Sbarazzarsi di ciò che è intenso e profondo, con un atto che si dissocia dal sentire, introverte la soggettività e rinforza l’alienazione.
Quando l’alienazione raggiunge dimensioni estreme, l’uomo uccide la donna, oggetto (potenziale) del suo desiderio, uccidendo, in primo luogo, la parte femminile di sé, e diventa un morto vivente.
L’emancipazione delle donne è in rotta di collisione con il potere (che è senza sesso) e nella misura che esso si appropria del loro oggetto di desiderio, rischiano (come dice Segal), che in ogni avanzamento che fanno, il terreno scivoli sotto i loro piedi.
(il manifesto – 7/2/2015)
di Riccardo Terzi
Intervento al convegno “Rappresentanza sindacale: la lezione dei Consigli e il futuro da contruire” organizzato da Associazione Pio Galli e FIOM nazionale (Lecco 30.01.2015)
La democrazia ha subìto uno strano destino: nata come l’irruzione delle energie vitali della società civile nello spazio della politica, sembra oggi capovolgersi nel suo opposto, in un rispetto solo formale e astratto delle regole e delle procedure. Da forza di cambiamento diviene forza di conservazione, e ciò è il segno evidente della sua decadenza e del suo svuotamento.
Tutta la storia della nostra modernità può essere letta come la dialettica mai del tutto ricomposta tra le due polarità della vita e della politica, della libertà e dell’ordine, del movimento dal basso e della regolazione dall’alto, e il tratto specificamente moderno di questa dialettica sta nel fatto che essa si svolge all’interno di un grande processo collettivo, nel quale è in gioco la dimensione di massa della società.
La grandezza e la tragedia del Novecento è nell’estrema radicalità di tutto questo movimento, con tutte le ambiguità e le complicità tra spinte democratiche e spinte autoritarie.
Massa e potere sono le due forze in campo, che si fronteggiano e si combinano nelle forme più svariate.
Oggi stiamo assistendo ad un processo di restaurazione dell’ordine politico, e non a caso è la governabilità, la manutenzione tecnica del sistema, l’unica bussola che viene tenuta.
E la democrazia stessa viene piegata a questa logica stabilizzatrice.
I partiti politici, nati come i canali di scorrimento dal sociale al politico, sono oggi gli strumenti di un intrappolamento, che impediscono, alla radice, l’esercizio della democrazia come pratica sociale di massa.
Vita e politica sono del tutto divaricate, incomunicanti.
Occorrerebbe un grande lavoro di mediazione, ricostruendo pazientemente i fili di una comunicazione tra la sfera sociale, con il suo insopprimibile pluralismo, e la sfera istituzionale, ma al contrario si lavora per una sistematica distruzione di questi fili, e tutto il disegno delle riforme istituzionali, questo grande mito retorico intorno al quale ruota il dibattito pubblico da oltre vent’anni, non è altro che il tentativo di una estrema concentrazione del potere, liberando finalmente il campo da tutta la rete dei poteri intermedi.
Non c’è dunque, come si vorrebbe far credere, nessun progetto di “liberazione” delle energie vitali della società, ma c’è solo un discorso retorico, con tutta la sua mitologia della velocità, del cambiamento e del coraggio, dietro il quale c’è solo la cruda logica della competizione per il potere.
La retorica consiste appunto in questa tecnica di rovesciamento dei significati, e per questo occorre un’operazione di bonifica del linguaggio, ed è un buon criterio quello indicato da Papa Francesco, per cui “dietro ogni eufemismo c’è un delitto”, il che vuol dire che dobbiamo liberarci di tutta la zavorra della corrente ipocrisia.
In questo contesto, nel mezzo di uno sconvolgimento sociale a cui la politica non sa offrire nessuna risposta, dobbiamo domandarci se abbia un senso, e quale, tutto il discorso concentrato sulla contrapposizione di politica e antipolitica, tutta quella rappresentazione delle cose che spinge ad una difesa delle istituzioni, così come sono, contro le ondate irrazionali delle varie forme di populismo.
A me sembra una chiave di lettura del tutto deviante.
Ciò che si dice antipolitica è quel groviglio vitale ed esistenziale che reclama di essere riconosciuto e rappresentato, e vedere in questo magma di sofferenza e di rifiuto solo il lato eversivo e distruttivo è l’errore tragico che stiamo compiendo, spingendo così ad una estrema contrapposizione le ragioni della politica e quelle della vita vissuta, con una spaccatura verticale che invade tutte le fibre più delicate del nostro organismo.
Mi sembra essenziale questo sguardo d’insieme sulla nostra condizione presente per chiarire qual è la vocazione del sindacato e quale il suo approccio al tema della democrazia.
La mia tesi di fondo è che il sindacato non abita nelle sfere della politica, ma sta tutto immerso nella materialità delle condizioni sociali, e per questo il suo rapporto con la politica è sempre un rapporto di sfida e di conflitto, e oggi è più che mai evidente che parliamo di due diversi mondi, ciascuno con la sua logica, e che pertanto non ci possono essere commistioni o sovrapposizioni.
La sfera d’azione del sindacato è quella dei mondi vitali nei quali prende forma il nostro essere come persone, dentro una determinata rete di relazioni sociali: il lavoro, la comunità, il territorio.
In questo, la rappresentanza sindacale si discosta radicalmente da quella politica, perché essa rappresenta non un punto di vista sulla realtà, ma la realtà stessa, non una opinione, o un’ideologia, ma una condizione, e per questo essa è per sua natura radicale, perché affonda nelle radici materiali della vita delle persone.
Tutto ciò richiede uno spostamento assai deciso del baricentro organizzativo dall’alto verso il basso, richiede cioè prossimità, vicinanza, continuo e reciproco interscambio tra il rappresentante e il rappresentato, in una logica che appare del tutto rovesciata rispetto alla verticalizzazione che è propria della politica.
Democrazia, per il sindacato, non è altro che questa aderenza alla realtà, questa capacità di rispecchiamento delle concrete condizioni di vita e di lavoro.
Qui non c’è nessuna scissione di vita e politica, ma c’è la vita collettiva che si autorganizza.
Il modello democratico ottimale resta quello dei consigli, dove il delegato è l’espressione diretta del gruppo omogeneo, e non c’è propriamente “delega”, ma rapporto fiduciario, affidamento, all’interno di una comune condizione.
Questa è stata la grande forza di quella stagione, perché si stabiliva una totale osmosi tra movimento e organizzazione, e la decisione non veniva dall’alto, o dall’esterno, ma dentro una comune pratica collettiva.
Penso che dobbiamo tendere ad avvicinarci il più possibile a questo modello, anche se le condizioni generali sono profondamente mutate, e soprattutto è cambiata la struttura produttiva, e vanno quindi necessariamente sperimentate nuove soluzioni.
Ma ciò che conta è la logica del sistema: se è un sistema incardinato sui lavoratori, o sull’organizzazione, se al centro sta la rappresentanza sociale o viceversa il pluralismo delle appartenenze politico-organizzative.
Le Rsu sono oggi a cavallo tra queste due diverse logiche, ma nulla impedisce che la Cgil, anche in modo unilaterale, scelga per una opzione di tipo “consiliare” ad esempio con primarie aperte a tutti i lavoratori per la scelta dei propri candidati, e con un investimento totale di fiducia nel ruolo contrattuale delle rappresentanze unitarie nei luoghi di lavoro.
I punti più controversi del Protocollo unitario possono così essere, almeno in parte, aggirati con una dichiarazione di intenti che ci impegna a garantire e rispettare il carattere democratico di tutto il sistema.
Ma, al di là degli aspetti formali, ciò che conta è la chiara percezione della drammatica crisi sociale e democratica che si è aperta, nella quale tutte le domande di partecipazione non trovano sbocco e rischiano quindi di implodere, e di produrre solo un accumulo impotente di rabbia e di estraneazione.
Anche il sindacato è messo direttamente in gioco, e non può eludere il tema di una sua radicale riforma e democratizzazione. Come, con quale percorso, con quali innovazioni?
Nel sindacato convivono sempre due momenti, quello della rappresentanza democratica, e quello della stabilità organizzativa, il suo essere movimento e il suo essere istituzione.
Ma ad un certo punto il peso della struttura burocratica rischia di essere il fattore dominante, dando vita ad una struttura verticalizzata e gerarchica che si frappone ad ogni serio tentativo di innovazione e di sperimentazione. Accade così che la solidità della struttura organizzativa cessa di essere un punto di forza, di tenuta, e diviene un fattore di inerzia che deve essere superato.
Io credo che ci troviamo esattamente in questo passaggio.
Possiamo allora lavorare sulla rete democratica esistente, sui delegati nelle Rsu, e farne il centro di un nuovo tipo di equilibrio, affidando a questa rete le scelte strategiche fondamentali e anche un ruolo primario nella selezione dei gruppi dirigenti, ai diversi livelli.
Le figure di vertice, di categoria o confederali, anziché essere il risultato delle mediazioni inter-burocratiche, potrebbero essere legittimate da una investitura democratica che viene direttamente dalla rete dei delegati.
Naturalmente, occorre anche costruire nuove forme di rappresentanza nel territorio, per i pensionati, per l’area del lavoro precario, per le piccole imprese. E occorre soprattutto un sistema di governo che sia il più possibile decentrato e articolato, senza inseguire il miraggio della leadership carismatica, la quale produce, come dice Max Weber, una sorta di “proletarizzazione spirituale”.
In ogni caso, mi sembra indispensabile una nuova ventata democratica, alimentata non dallo spirito gregario, ma dalla partecipazione consapevole, per portare alla ribalta una nuova generazione di quadri dirigenti, se vogliamo scongiurare una possibile prospettiva di declino. Non basta dire che le regole ci sono, che le procedure congressuali sono rispettate, che migliaia di iscritti sono coinvolti nel processo decisionale, perché è proprio questo attuale modello che lascia aperto un vuoto e lascia irrisolti i nodi di fondo della nostra legittimazione democratica. La prossima Conferenza di Organizzazione può essere una occasione per discuterne. Ma la discussione, per essere davvero efficace, deve andare alla radice del problema. In un mondo che cambia così velocemente e drammaticamente non possiamo fermarci a metà strada.
Si tratta della battaglia quotidiana di Rosen Hicher, ex prostituta, che oggi lotta proprio per questo: affinché la prostituzione venga riconosciuta come una forma di violenza. Vi propongo la mia traduzione di una intervista concessa a Zulma Ramírez, Sol Camacho e Olga L. González (membri del gruppo Aquelarre, qui il loro blog) e pubblicata su El Espectador lo scorso 3 gennaio (qui l’originale). Per riflettere un po’ anche qui in Italia…
Rosen Hicher è diventata un simbolo in Francia. Dopo aver trascorso più di venti anni nel mondo della prostituzione, dopo una presa di coscienza difficile e graduale, ora combatte apertamente affinché la prostituzione venga considerata una forma di violenza.
Recentemente ha fatto una marcia di 800 km. Perché?
Ho iniziato la mia marcia il 2 settembre, partendo dall’ultimo posto in cui mi sono prostituita e ho visitato tutti i luoghi e le città in cui mi prostituivo, fino ad arrivare al primo posto, al primo cliente, perché è colui che ci trasforma in una prostituta. Dal momento in cui hai avuto un cliente, diventi prostituta per tutta la vita.
Durante i 22 anni passati nella prostituzione, non capivo che venivo violentata, essendo immersa nella violenza, perché ogni cliente è una violenza, gli permettiamo che ci violi. Giunse il momento in cui mi diventò insopportabile sentir dire che come donne “in questo modo abbiamo una forma di sussistenza, per vivere e mangiare”.
La mia marcia è stata anche un modo per aprire il dibattito e affinché anche altre donne si mobilitino e raccontino la verità. Vorrei che altre prostitute ci raccontino le loro esperienze, perché ascoltiamo sempre le stesse voci, le medesime persone che ci dicono che prostituirsi è una buona cosa. Quando si è dentro, non si è coscienti di ciò che si sta vivendo.
Ha trovato sostenitori?
Ho incontrato voci che mi hanno sostenuta, altre prostitute che si univano al mio cammino. Sono certamente rimasta sorpresa di ricevere tante telefonate di donne che mi dicevano “ sì, la prostituzione è una forma di violenza, ma come possiamo fare per uscirne? La soluzione non consiste nel dare diritti alle prostitute, dobbiamo trovare il modo per farle uscire dalla prostituzione.
Se non le crea fastidio, potrebbe raccontarci come è entrata nella prostituzione?
Ho iniziato a marzo del 1988. Avevo appena perso il mio lavoro e guardando gli annunci ho trovato un’offerta di lavoro in un bar, dove mi presentai. Era come rifare qualcosa che avevo sempre vissuto, qualcosa che non mi era totalmente sconosciuto. La prima prostituta che incontrai mi disse: “Sembra che tu abbia fatto questo per tutta la vita”. Perché davo questa impressione? Fino ad allora avevo lavorato nel campo dell’elettronica, ero una moglie e una madre di famiglia! Quella frase mi è risuonata in testa ogni giorno, per 22 anni. Così ho iniziato a scavare nel mio passato e mi sono resa conto che, in effetti, avevo vissuto in quella situazione per tutta la vita: fui violentata a soli 16 anni da un amico di mio padre; vivevo con un padre alcolizzato, è come se fossi stata predisposta a diventare una prostituta fin dalla più tenera età. Quando sono entrata nel mondo della prostituzione, non mi era sconosciuta, dal momento che la violenza era qualcosa che avevo già vissuto e che consideravo come un trattamento naturale e questo è molto grave perché non c’è niente di naturale nel vendersi.
Ritiene che questo sia un percorso comune?
In 22 anni ho incontrato molte prostitute. Quando ho iniziato a contattare le associazioni mi sono resa conto che conoscevano altre donne, e quello che mi hanno raccontato mi ha ricordato ciò che mi dicevano altre compagne sulla loro vita: quasi tutte erano vittime di stupro, di abusi, di violenza domestica e familiare, di violenza e alcolismo dei padri; questo tipo di testimonianze riguarda il 98% delle prostitute.
In che momento ha capito che la prostituzione è una violenza?
Ho sempre saputo che fosse qualcosa di anormale, che prostituirsi non fosse normale. Mi era necessario capire come ero caduta nella prostituzione per poter riconoscere che si trattava davvero di una violenza e così trovare un modo per uscirne. A quei tempi vivevo con un uomo molto violento, vivevo due situazioni di violenza: la violenza domestica e la prostituzione.
In quel periodo era più facile prostituirmi che subire la violenza domestica, inflittami da un uomo (mio marito, ndr) che amavo appassionatamente e che mi aveva chiesto di scegliere (tra lui e la prostituzione, ndr), mi separai da mio marito e questo mi liberò la mente. Questi fatti accaddero nel 1998, dopo 11 anni nella prostituzione. Poi ho lentamente compreso che vivevo ancora nella violenza, ma ho dovuto capire che la violenza quotidiana era la prostituzione e che dovevo darci un taglio. Avevo già eliminato una violenza (mio marito, ndr) e ora mi restava l’altra.
E quanto ci ha messo a farlo?
Dieci anni. È stato tutto un percorso ad ostacoli, perché non solo ho dovuto comprendere come ero finita a prostituirmi, che mi aveva portato a ciò, ma ho anche dovuto affrontare il problema di come avrei potuto vivere senza prostituirmi, senza il denaro della prostituzione. Il denaro diventa una droga, è l’unica cosa che ti spinge a continuare. Mi ci sono voluti circa 6 o 7 anni per capire le ragioni della mia caduta nel mondo della prostituzione e il resto del tempo l’ho impiegato a capire come potevo uscirne. Questo è accaduto all’improvviso. Per me fu come una cura, una presa di coscienza della violenza che vivevo sul mio corpo, che avevo sperimentato nella mia vita di donna, che avevo vissuto nella mia carne… perché non è facile, e a un certo punto fu come se mi si accese una piccola luce che mi fece dire: “Mai più!” e questa fu la decisione definitiva.
Ha mai avuto la sensazione, quando era nella prostituzione, che i rapporti fossero consensuali?
Quando ero dentro, sì ero consenziente, per me era parte della mia libertà, dei diritti di una donna che può disporre come vuole del proprio corpo, erano fatti miei e di nessun altro e non capivo perché volessero proibirmi di prostituirmi.
Una volta fuori, ci rendiamo conto che abbiamo veramente bisogno di protezione. Abbiamo bisogno di essere informate e protette, dobbiamo arrivare a capire che si tratta di un abuso grave, sono violenze. Una volta fuori, accade quella che io chiamo una rivelazione.
In che senso si sentiva libera?
Era il mio corpo, e il mio corpo faceva ciò che voleva. Ma una cosa è certa: se stavo facendo quello che volevo con il mio corpo, gli uomini che venivano a comprarmi non avrebbero dovuto fare quello che volevano con il mio corpo. Ciò può essere una libertà per una donna, ma gli uomini non dovrebbero avere la libertà di acquistare il corpo di una donna.
Ritiene sia possibile uscire dalla prostituzione?
Io ce l’ho fatta, quindi è possibile. Si tratta di un processo lungo, dobbiamo responsabilizzare le donne per farcela. Questo rappresenta molto per molte donne. Esse devono essere in grado di essere consapevoli del fatto che, quando sono entrate nella prostituzione erano state vittime di violenza, in modo da curare prima queste violenze e poi le altre, per guarire dalla violenza contro le donne che deriva dalla pratica della prostituzione.
Cosa può fare lo Stato?
Lo Stato può fare molto, iniziando a proibire l’acquisto: la donna non è in vendita, un corpo non si può comprare; devono essere messe in campo una serie di risorse, di formazione, di sostegno e di aiuto. È essenziale che gli operatori siano consapevoli che la donna prostituta è vittima in ogni senso della parola “violenza”, che prima deve avere il tempo per riposarsi, che ha bisogno di un periodo, io pensoche ne ha bisogno, penso che abbia bisogno di stare da sola per un po’. E poi consentire a queste donne di vivere in un modo diverso, dotarle di mezzi per vivere, perché uscire dalla prostituzione genera molta paura.
Ha ricevuto aiuto da parte delle associazioni?
Mi sono informata in molte associazioni e dopo ho fatto un grosso lavoro personale per capire le mie ragioni e per riflettere su come avrei potuto uscirne e per sapere come avrei potuto sopravvivere dopo. E poi è successo tutto in tempi relativamente brevi, da un giorno all’altro.
Ora le leggiamo alcune frasi di una femminista colombiana, Mar Candela. Lei sostiene: “La prostituzione è un lavoro dignitoso come qualsiasi altro”.
Cosa ne pensa?
Per prima cosa non si tratta di un lavoro. Nella prostituzione non esiste alcuna dignità, nessuno ci rispetta, tutte nascondiamo la nostra attività, perché non è una cosa degna, non sarà mai un lavoro.
Candela afferma anche che: “La prostituzione è l’esercizio della nostra sessualità”.
L’esercizio della nostra sessualità? Intende dire quella degli uomini? La prostituta non ha sessualità, la prostituta subisce. Lei accetta solo perché ci sono i soldi, altrimenti non lo farebbe.
Mar Candela sostiene che non esiste un collegamento tra la tratta di esseri umani e la prostituzione.
C’è un gran numero di persone vittime di tratta. Per questo io spesso dico: se importano donne dall’estero è perché c’è domanda. E se c’è domanda è perché la prostituzione è ancora consentita. Il giorno in cui non ci sarà più domanda, cesserà la vendita e l’importazione di donne. Un cliente vuole oggi una donna bianca, domani una di colore, dopo una asiatica e per rinnovare l’offerta devono andare a cercare altre donne sempre più lontano. E queste donne sono spesso costrette a subire promesse del tipo: “Diventerai una modella, avrai un lavoro come cameriera, ecc.”, e invece diventano prostitute.
Mar Candela, inoltre sostiene che “Oggi le puttane decidono!”
Devo dire una cosa: la prostituzione oggi è identica a quella di ieri. Siamo qui per soddisfare i desideri sessuali dei nostri uomini. Quando un cliente arriva con un biglietto da 100 euro e ci chiede di essere sodomizzate, sesso orale o di picchiarci, accettiamo, ma non lo vorremmo. Non si sceglie il cliente, sono loro che scelgono noi. Non ho mai scelto i miei clienti, è sempre stato il cliente a scegliermi, è sempre lui che sceglie e che chiede. Non si può dire “no”, perché se dici “no”, non hai soldi. Se dicessimo no a qualcuno, dovremmo dire no a tutti. Perché, infatti, nel momento in cui abbiamo detto no a un cliente, è perché abbiamo iniziato a capire che ciò che chiede non è normale… e che tutte le cose che ci chiedono i clienti sono anormali! Ci sono passata anche io, ho incominciato a dire no a qualcuno, ci ho messo 2 o 3 anni, ma dopo tre anni ho incominciato a dire no a tutti. È il processo di presa di coscienza della situazione di dominio in cui si vive, ed è l’inizio della guarigione.
In Europa, il 50% delle donne che si prostituiscono sono immigrate, conosci qualcosa a proposito di queste donne?
Ho iniziato a prostituirmi nel 1988. A quei tempi l’80% delle prostitute era francese, il 20% immigrate. Quando ho lasciato la prostituzione nel 2009, il 90% delle donne erano straniere e il 10% di francesi. Molte donne arrivano in Francia dalla Nigeria. Donne che non hanno mai avuto un’identità, bambine nate senza identità.
Ci sono un sacco di giovani donne dell’Est che rimangono nel mondo della prostituzione perché gli hanno rapito i figli o perché hanno minacciato le loro famiglie, perché gli hanno tolto i documenti e li hanno sostituiti con documenti falsi, questo accade in Francia e dappertutto. Nonostante ciò si condanna la prostituta, anziché aiutarla. Nel mio paese si dice che sia una vittima, però è una vittima che viene condannata.
(simonasforza.wordpress.com/2015/02/07/la-prostituzione-e-una-forma-di-violenza/, 7/2/2015)
di Francesca Recchia
Visti da Kabul, dove vivo da due anni e mezzo, i fatti di Parigi del 7 gennaio sono apparsi come una delle tante, troppe, storie di ordinaria follia.
Le notizie della violenza cieca e insensata in Francia ci hanno raggiunto insieme a quelle dell’attacco alla scuola di Peshawar (16 dicembre 2014) dove sono morti 132 bambini e 9 adulti; agli attacchi dei droni della CIA in Nord Waziristan del 19 e del 28 gennaio in cui sono morte almeno 15 persone; ai numeri insensati dei morti senza nome nei villaggi di Baga e Doron Baga per mano di Boko Haram in Nigeria.
L’Occidente ha vissuto una fase di indignazione collettiva – e selettiva – senza precedenti.
La grande marcia di Parigi dell’11 gennaio ha visto la mobilitazione di capi di stato e di governo che hanno aperto il corteo sentendo, evidentemente, il profondo bisogno di essere in prima fila per difendere i valori repubblicani, probabilmente le radici cristiane dell’occidente e, sicuramente, la libertà di espressione.
A pochi però è sfuggito il cattivo gusto della presenza di Benjamin Netanyahu, in piena campagna elettorale. Secondo l’indice della libertà di stampa nel mondo redatto da Giornalisti Senza Frontiere, Israele continua ad utilizzare le questioni di sicurezza come scusa per limitare la libertà di informazione e i media israeliani sono spesso sottoposti allo scrutinio della censura militare mentre i giornalisti palestinesi sono oggetto di frequenti abusi.
Ancora più stridente è apparsa la presenza dell’ambasciatore saudita Mohammed Ismail Al-Sheikh. Due giorni prima di dimostrarsi pubblicamente paladino della libertà di espressione, il paese che rappresenta ha inflitto la prima serie di 50 fustigate al blogger Raif Badawi, arrestato nel 2012 e condannato alla flagellazione pubblica per 19 settimane. La ragione della condanna è il fatto che Badawi gestisce Saudi Liberal Network (attualmente oscurato), un sito internet dissidente che ha apertamente contestato la rigida interpretazione dell’Islam che caratterizza la politica saudita.
Tristemente, questa è solo una breve lista di orrori quotidiani che raramente scatenano le mobilitazioni di piazza, mandano i social media in fibrillazione, o generano l’identificazione collettiva con storie di cui poco conosciamo.
Io personalmente, prima del 7 gennaio, non avevo mai sentito parlare di Charlie Hebdo, quindi è difficile che da un momento all’altro diventi anch’io Charlie in nome del diritto al cattivo gusto e della difesa di una satira a tutti i costi dissacrante.
La condanna della violenza non ha niente a che vedere con la costrizione liberale a identificarsi con le vittime – per sentirci parte di un tutto, per placare le nostre coscienze sempre più pigre, per demarcare una linea sempre più netta fra noi e loro.
Quello che resta per me dei fatti di Parigi è la dolorosa consapevolezza che non tutte le vite hanno lo stesso valore, che non tutti i morti hanno un nome, che la morte in una parte del mondo è un dramma che mobilita gli attivisti da poltrona e causa indignazione, mentre la morte in altre parti del mondo genera soltanto un silenzio imbarazzato.
I due pesi e le due misure che, come occidentali, applichiamo alla geopolitica e al valore della vita dovrebbero farci riflettere su quanto siamo in effetti in diritto di esportare democrazia.
(www.libreriadelledonne.it – 6/2/2015)
di Laura Colombo e Sara Gandini
Abbiamo letto con interesse e proposto per la pubblicazione sul sito della libreria delle donne, il “post” su Facebook di Lea Melandri, Di Europa e d’altro, e siamo d’accordo con lei che il nostro tempo sarebbe migliore senza la rimozione dei grandi passaggi rivoluzionari del secolo scorso, in primis del femminismo. È un testo che ci ha colpite per la capacità di arrivare in modo sintetico a un nodo essenziale. Tuttavia il nostro amore per il femminismo ci fa tornare su un passaggio, per sottolineare aspetti per noi cruciali.
Lea Melandri, dovendo riassumere il femminismo, sceglie di definirlo come il «rapporto di potere tra i sessi», ed è qui che vogliamo inserirci per dire cos’è per noi, donne venute con la rivoluzione più duratura del Novecento. Per prima cosa è relazione tra donne, non per comunanza di oppressione ma per scoperta di libertà. È possibilità di agire, amare, desiderare secondo una misura non imposta, fuori dalle convenzioni e dai luoghi comuni, di volta in volta trovando parametri e limiti nella propria esperienza condivisa. È sapere che l’esperienza di ciascuna (e ciascuno) conta, che partire da sé è già politica, che è possibile una relazione libera con l’uomo perché c’è forza femminile. Il femminismo ha cambiato radicalmente il rapporto tra i sessi mettendo in discussione la sessualità, secondo noi molto più che le teorie di Freud.
Se dovessimo quindi definire in sintesi il femminismo, seguendo Lea? Sceglieremmo «relazioni tra donne, per la libertà femminile», «politica del desiderio, per una politica lontano dal potere» e «partire da sé è già politica».
(www.libreriadelledonne.it – 6/2/2015)
di Raffaele Ibba
C’è un librino che vi serve.
Lo dovete assolutamente leggere.
Farà bene ai vostri 18 anni e non importa quante volte li avete già fatti.
Per esempio io i miei 18 anni li ho già fatti 3 volte e mezza, ma tutti e tre questi i miei diciotto anni sono contenti e si sono messi a giocare, e così pure i nove anni di avanzo lo sono, anche non hanno capito tutto.
Il librino si intitola «Non si può insegnare tutto».
L’ha raccontato Luisa Muraro parlando affettuosamente e rigorosamente con Riccardo Fanciullacci. Costui è un docente di filosofia morale a Venezia. E dev’essere bravo.
Luisa Muraro è, invece, una filosofa.
Dov’è la differenza?
Nel fatto che Luisa Muraro discute a cuore aperto, restando nelle realtà del mondo, e interpretando le sue vite – perché lei come ciascuna di noi ha molte vite. E lei l’ha fatto e lo fa con comunità e gruppi di pensiero e vita, come la Libreria delle donne a Milano o il gruppo filosofico Diotima.
Cioè Luisa Muraro si offre alla discussione perché è importante e bello che nelle sue vite si intreccino fili e discussioni – conflitti, tregue e paci – con altre vite e pensieri. Liberamente in ascolto.
Nella riunione del 20 gennaio sono emerse due proposte differenti, ma interconnesse/non separabili.
La prima proposta, già operativa:
Rintracciare quelli che a ognuna di noi sono sembrati nodi/contenuti centrali/parole-chiave degli incontri dell’Agorà con lo scopo di:
– mettere in comune i contenuti/nodi/riflessioni che ognuna di noi ritiene interessanti o più importanti
– discuterne insieme e ragionarci sopra per arrivare a un testo possibilmente divulgativo e efficace sul piano della comunicazione (da pensare con maggior cognizione di causa dopo aver fatto la prima parte del lavoro).
Operativamente: ci siamo date il compito di rileggere individualmente i resoconti che sono sul blog (tutti quelli che erano stati fatti) e segnarci/sottolineare e/o trascrivere i contenuti che desideriamo valorizzare.
Poi ci troviamo a mettere in comune questo lavoro in un ‘incontro lungo’ da tenere sempre alla Libreria delle donne, che sarà:
domenica 22 febbraio dalle h. 10.00
La seconda proposta
Mettere in campo un’iniziativa pubblica cittadina sul tema del lavoro professionale gratuito, a partire dagli scambi interessanti che si erano già avviati nell’incontro di prima di Natale. Per il momento non abbiamo messo in campo un lavoro specifico su questo punto anche per questioni di tempo/disponibilità. Ne riparleremo quando ci vediamo.
Silvia Motta
di Paola Pica e Maria Silvia Sacchi
«Le donne stanno finalmente imparando a chiedere aiuto e gli uomini sono più disponibili a darlo». È un messaggio di speranza quello che arriva da Silvia Cantarelli, insegnante di sostegno in un liceo linguistico toscano, abituata per mestiere a occuparsi di uguaglianza e differenza.
Le sue parole raccontano la transizione che il nostro Paese ha iniziato a vivere. Ma non bisogna abbassare la guardia, visto che i dati complessivi dicono come le donne si muovano ancora in un quadro di uguaglianza formale ma di disuguaglianza sostanziale. Che a volte è anche difficile da spiegare, nascosta come sta nelle pieghe della vita quotidiana.
Si apre oggi l’Assemblea plenaria del Pontificio consiglio della Cultura voluta dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente dello stesso Consiglio, teologo ed ebraista. «Culture femminili tra uguaglianza e differenza» è il titolo che tiene insieme quattro giorni di lavori, dall’apertura pubblica al teatro Argentina questo pomeriggio alle 15.30 all’udienza di chiusura sabato da Papa Francesco al Palazzo Apostolico. Un’iniziativa coerente con i molti segnali lanciati da Francesco. Sin dai suoi primi passi da Vescovo di Roma, Bergoglio ha sollecitato l’attenzione sul ruolo della donna fuori e dentro la Chiesa, annunciando proprio a questo giornale un percorso di «approfondimento teologale». Il cardinale Ryłko, con il Consiglio dei Laici , aveva detto «sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie ». Più di recente, Francesco è tornato ad auspicare la presenza delle donne «nei luoghi dove si decide» e indicato, tra altre cose, la via di una genitorialità e di una maternità responsabile.
Maternità e identità sono punti chiave nella riflessione sulla condizione femminile. Tanto che su questi temi sarà incentrata, il prossimo settembre, la seconda edizione de «Il tempo delle donne», la tre giorni di partecipazione e confronti a Milano organizzata dal blog del Corriere della Sera, La 27Ora. E dalle voci delle donne che ascoltiamo quotidianamente sale chiara e forte una richiesta di «serenità». Quella serenità che viene dal poter essere se stesse, senza dover corrispondere a modelli imposti. In particolare, sul diventare o meno madri.
L’equazione disoccupazione-culle vuote non è mai stata vera come oggi; ma anche chi il lavoro ce l’ha, e dunque è più propensa a diventare madre, deve poi fare i conti con quella disparità sostanziale che fa diventare un figlio un problema. «L’Italia è un Paese che ostacola il desiderio di maternità», dice Cristina in uno dei contributi video raccolti in vista della Plenaria. Possiamo darle torto?
Sono circa 800 mila (l’8,7%) le madri che secondo l’Istat hanno subito dimissioni in bianco. Le donne vorrebbero almeno due figli ciascuna ma, tra mille difficoltà, ne fanno solo 1,3, uno dei tassi più bassi in Europa. Così come ci poniamo in fondo alla classifica della Ue, per il tasso di occupazione (46,6% contro il 60% della vicina Francia). D’altra parte, l’Italia investe in politiche per la famiglia solo l’1,37% del Pil (2,2% la media Ocse). Tutto racconta di un sistema che spinge le donne a occuparsi solo della cura della famiglia, destreggiandosi tra pediatri e geriatri come nessun’altra in Europa. Anche se non mancano i segnali positivi, come l’aumento delle donne in politica e nelle posizione di vertice.
Tutte le analisi possibili sono state fatte e le proposte avanzate da più parti. Il passaggio principale resta quello culturale, con la promozione di un effettiva parità tra i generi e la ferma condanna dell’idea della donna subalterna o, peggio, «proprietà» dell’uomo. Sul piano concreto, occorre incentivare il lavoro femminile che dà indipendenza, dignità alla persona e, fatto non secondario, riduce la povertà dei bambini. Lo dice anche la Banca mondiale: le donne investono in istruzione e salute dei figli. Cambiare si può.
(Corriere della Sera, 4 febbraio 2015)
La Francia ci fa sapere che, dagli inizi del 2000, ha migliorato la sua salute demografica e che, nel 2014, è arrivata alla percentuale quasi perfetta, vicina al 2,1 creature per donna. La Francia è diventata così il paese con la natalità più forte in Europa, ma qualcosa di simile vale anche per i paesi scandinavi. Il resto dell’Europa: paesi del sud, dell’est e del centro, Germania compresa, vivono in una specie di inverno demografico, con un tasso di natalità di 1,58, che in Italia negli ultimi anni sta addirittura tra 1,4 e 1,3.
Secondo la lettura più accreditata, la ricetta che ai nostri giorni migliora la salute demografica di un paese, ossia quella che funziona in Francia e nei paesi scandinavi, è questa:
– modello familiare elastico e maternità libera di esprimersi;
– alto tasso di occupazione femminile (non è stato così nel passato, cioè negli anni 60, 70 fino alla fine degli 80);
– politica familiare generosa verso le madri: in Francia la spesa sociale per le famiglie supera il 3,5% del PIL e va alle famiglie di ogni tipo, diversamente che in passato.
(Notizie ricavate dall’inserto Culture & idées del quotidiano Le Monde di sabato 24 gennaio 2015, firmato Anne Chemin.)
di Lia Cigarini
Intervento al convegno “Rappresentanza sindacale: la lezione dei Consigli e il futuro da contruire” organizzato da Associazione Pio Galli e FIOM nazionale (Lecco 30.01.2015)
Voglio precisare che qui esporrò il pensiero elaborato sul lavoro, sul sindacato e sulla delega da un gruppo costituito più di vent’anni fa, che comprendeva donne della Libreria delle donne di Milano e sindacaliste, sia funzionarie che delegate. Scopo del gruppo era quello di ascoltare ed elaborare l’esperienza lavorativa delle donne entrate in massa nel mercato del lavoro a partire dagli anni ’80.
Voglio anche dire che questo testo in particolare è stato pensato e scritto insieme a Giordana Masotto.
Non parlerò di donne né come categoria né come genere. Parlerò di soggetti politici – donne e uomini – uno dei problemi chiave che oggi abbiamo di fronte.
Lo scenario della fabbrica dal 69/70 è ben noto: movimenti e sindacato si contendono lo spazio della fabbrica e del lavoro. I consigli dei delegati sono stati lo strumento con cui il sindacato ha saputo misurarsi con la grande partecipazione di stampo movimentista di quegli anni. Non si è arroccato in difesa, ma ha corso dei rischi, riconoscendo la forza di quei movimenti e di quella partecipazione.
A mio parere, l’elemento simbolico che più caratterizza l’esperienza dei consigli è la scheda bianca, cioè una scheda senza alcun nominativo indicato. Il delegato eletto, quindi, è espressione diretta del gruppo di persone con cui lavora, ne è parte (gruppo omogeneo). Questo simbolo si è perso: anche nell’attuale progetto di legge Fiom ci sono liste di nomi proposte dalle organizzazioni sindacali. Senza entrare qui nel merito dell’evoluzione – o sarebbe meglio dire, involuzione – dei consigli, mi preme solo sottolineare il ben noto passaggio ai comitati esecutivi per evidenziare un fatto illuminante, una spia del conflitto tra i sessi non dichiarato, accaduto credo alla Siemens di Milano: lì molte donne erano state delegate dai reparti, tuttavia, nel comitato esecutivo non ce n’era più neppure una.
In modo insolito in questi convegni, io vi disegnerò ora un secondo scenario a partire dal recente film dei fratelli Dardenne “Due giorni una notte” Sandra, la protagonista, ha un marito, due figli e un lavoro presso una piccola azienda di pannelli solari. Sta uscendo da una brutta depressione. Proprio per questo Sandra sta perdendo il suo lavoro, grazie a un tipico ricatto dei giorni nostri: o la borsa (un bonus da mille euro per i colleghi) o la vita (il posto di lavoro per lei). Sandra ha un sabato/domenica di tempo per convincere compagne/i di lavoro a non cedere al ricatto: nella votazione del lunedì si deciderà definitivamente la sua sorte.
Sandra va a parlare ad una ad uno con i colleghi di lavoro. Va nelle loro case. Poi arriva il lunedì e la votazione. Perde il posto. Eppure, ora che è tutto finito, tutto comincia. Sandra ne esce forte perché nelle macerie dei diritti e nella nuova capacità di ricatto dei padroni, agisce in prima persona, si misura con le vite intere degli altri. Ha scoperto le persone in carne ed ossa che sono i colleghi, si è misurata con la loro irriducibile singolarità. Ha immaginato di poter agire politica in prima persona e l’ha fatto. Fragile com’è ha immaginato di poter cambiare la realtà. È questo che l’ha trasformata. La politica e la vita sono tutte qua.
Sandra è diventata forte perché è diventata un soggetto consapevole. Non c’è delega possibile oggi al diventare soggetti politici. Questa è la nuova sfida che ha di fronte il sindacato: misurarsi con i nuovi soggetti del postfordismo senza nostalgie, senza rimpianti, ma cogliendone le enormi potenzialità. Oltre l’individualismo, l’isolamento, le fragilità.
Questo abbiamo cercato di fare in questi anni come gruppo lavoro della Libreria di Milano. Dando vita – insieme ad altre e altri – a uno spazio pubblico di confronto: l’Agorà del lavoro di Milano. Una piazza pensante che vuole ripensare l’economia e il lavoro, tutto il lavoro necessario per vivere, a partire dall’esperienza complessa che ne hanno le donne. Certo, abbiamo il vantaggio di sapere – attraverso la presa di coscienza, la pratica che ha inventato il movimento delle donne – che la consapevolezza e la libertà si costituiscono a partire da sé, dalla propria esperienza messa in comune. E ci appare sempre più chiaro che non ci sono più scorciatoie a questo percorso.
Attraverso questa pratica abbiamo capito alcune cose sui nuovi soggetti politici. Ne voglio evidenziare due, fondamentali.
I nuovi soggetti sono donne e uomini. Invece il ‘900 ha appiattito le donne sul lavoratore maschio. Evitando di affrontare una questione: la divisione sessuale del lavoro. O meglio, immaginando che si sarebbe risolta automaticamente con l’emancipazione delle donne. Invece, le lotte per il salario familiare, le tutele per l’occupazione femminile, il sistema di welfare centrato sulla figura del capofamiglia hanno contribuito a ribadire la complementarietà del sesso femminile rispetto al maschile.
Dopo mezzo secolo di incremento della partecipazione femminile al lavoro retribuito, e dopo diversi interventi normativi per la parità e contro le discriminazioni, il tema più generale della divisione sessuale del lavoro continua a riproporsi come campo di confronto aperto tra uomini e donne, fino a rimettere in questione alla radice la separazione simbolica, istituzionale e normativa tra “lavoro produttivo” e “riproduttivo” tra lavoro per il mercato e lavoro domestico e di cura.
Noi dicevamo che bisogna ridiscutere questa separazione. Ci siamo riuscite: la maternità è oggi nel mercato e di conseguenza è saltata quella separazione. Adesso è ora di riconoscere nessi, interdipendenze e ordine di priorità tra queste diverse componenti del lavoro umano; sosteniamo che la regolazione dell’uno non può avvenire senza ridiscussione dell’altro; non vogliamo più sentir parlare di lavoro, tempi e organizzazione del lavoro, welfare e crescita – e nemmeno di lotte dei lavoratori – senza riconoscere che il lavoro di riproduzione e manutenzione della esistenza umana è componente strutturale di tutto il lavoro necessario per vivere. Questo lavoro non può più essere concepito come un insieme di attività residuali, tenute fuori dalla storia, dall’economia e dal diritto, affidate alla sola benevolenza femminile o alla sola contrattazione tra i singoli. Una responsabilità che rende le donne garanti in ultima istanza della qualità della vita per tutti, nella quotidianità e nel corso di tutta l’esistenza.
Oggi la doppia competenza delle donne cambia potenzialmente di segno alla – non nuova di per sé – messa al lavoro delle donne e getta le basi per un’altra idea di lavoro e di economia del vivere per tutti: è quello che abbiamo chiamato Primum vivere anche nella crisi. Si tratta dunque di riconoscere che non è più possibile pensare di modificare i rapporti di produzione – e i rapporti sociali che ne derivano – senza pensarli insieme a quelli di riproduzione, e senza ripensarli entrambi alla luce della divisione sessuale del lavoro che li sottende.
Solo se accettiamo questa complessità del concetto ( e della materialità) del lavoro sociale necessario nelle società contemporanee – e solo se accettiamo senza troppa paura la conflittualità che può derivarne sia tra uomini e donne sia tra capitale e lavoro – possiamo discutere di lavoro oggi, di forme e azioni politiche, di istituti normativi. Solo se assumiamo questo inedito – storicamente – punto di vista in tutta la sua valenza politica siamo in grado di fare spazio tra le macerie post fordiste e di (ri)metterci in gioco, donne e uomini, lavoratrici e lavoratori.
Una nota a margine su questo punto.
Siamo in relazione con molte sindacaliste presenti nell’Agorà del lavoro soprattutto quelle di Brescia, Reggio Emilia, Pesaro e alcune di Milano sia funzionarie che delegate. Dalla loro esperienza cresce la necessità urgente di fare un bilancio della presenza delle donne nei sindacati (oltre che nei partiti e nelle istituzioni). Molte dicono che le quote non hanno aiutato. Anzi, unendosi alla ideologia della conciliazione, sono state il bromuro che ha spento la capacità di portare il conflitto per modificare nella sostanza il pensiero e la pratica sindacale e politica. Lo dicoco chiaramente Michela Spera e Laura Spezia in un articolo su Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne (inserto Pausa lavoro): negli anni ‘70 e inizio ‘80 c’è stata un’esperienza nel sindacato che si caratterizzava per un forte intreccio tra femminismo e lavoro che puntava a costruire una soggettività politica delle donne nel sindacato. Secondo molte sindacaliste riesci ad agire il conflitto per cambiare le cose anche all’interno del sindacato se hai una pratica politica in autonomia. A partire dalla seconda metà degli anni ‘80 invece, è prevalsa l’omologazione e così è iniziata una lunga battaglia insensata sulle quote e le norme antidiscriminatorie. Questo non ha risolto e non risolve la questione fondamentale per le donne nel sindacato: affermare il punto di vista delle donne per operare modifiche nel lavoro e nella società.
Mettere a fuoco la divisione sessuale del lavoro ci porta al secondo aspetto fondamentale dei nuovi soggetti.
Nei nuovi soggetti lavoro e vita si intrecciano in forme e misure inedite nella storia: sono soggetti in carne ed ossa che non possono e non vogliono più dividere tempo di vita e tempo di lavoro, bisogni, necessità, e desideri.
Vogliamo lasciare che tutto ciò sia colonizzato dal neoliberismo onnivoro? Che l’abbia vinta il biocapitalismo nel suo intento di mettere al lavoro e trarre profitto dalle vite intere?
Molte donne e uomini sono convinti che ci sia una strada di libertà. E comunque da qui non si torna indietro. Sono intrecci complessi ma inevitabili se vogliamo raccogliere la sfida del presente. Ad esempio, i nuovi soggetti, soprattutto le donne, sono sensibili al tempo di lavoro e al senso del lavoro cioè a mettere in discussione l’organizzazione del lavoro, spesso più che al denaro. È un dato interessante, che però si intreccia con la piaga forse più grave dei nostri giorni, quella del lavoro non pagato (emerge benissimo in occasione di Expo). E cioè anche quando c’è il lavoro, è pagato pochissimo. Anche qui si intrecciano esperienze e desideri complessi, storie progetti e speranze che non si possono appiattire in un obbiettivo univoco.
Penso quindi che il sindacato debba chiedersi che cos’è il lavoro e come creare lavoro, cioè debba decisamente entrare nel campo dell’economia e cercare di ridare un senso al lavoro.
Giorgio Lunghini in un articolo pubblicato su Il Manifesto (15.06.2013) si avvicina al punto di vista delle donne sul lavoro quando afferma:
“Non si tratta di uscire dal capitalismo ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non pagano (…) una terra abitata dalle tante attività che non sono mosse dall’obiettivo del profitto (…) la terra del lavoro concreto, del valore d’uso (…) principalmente lavori di cura in senso lato delle persone e della natura”.
Apprezzo il testo di Lunghini non solo per quello che dice sui lavori concreti, ma anche perché inserisce il lavoro di riproduzione e manutenzione dell’esistenza umana e della natura in un quadro economico più generale. Infatti, sottolinea:
“I valori d’uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali e non avrebbero effetti inflazionistici (…) poiché producendo valori d’uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto”.
Sottolineo però, un po’ polemicamente, che la terra di nessuno di cui parla Lunghini è in realtà una terra che le donne conoscono bene per averla percorsa palmo a palmo coltivata e arricchita da secoli.
Invece, anche i più acuti osservatori delle dinamiche sociali, economiche e politiche, come Lunghini, si ostinano a non registrare a livello di paradigmi cognitivi l’esperienza umana delle donne che viene sussunta nel maschile: la sussunzione delle intere vite non è evidentemente appannaggio solo del neoliberismo.
I nuovi soggetti, in cui si intrecciano così radicalmente vita e lavoro, tendono a non delegare a un partito o a un sindacato, ma sono disponibili a partecipare in misura mobile e variabile alle lotte del lavoro. Questo mette in discussione, e in difficoltà, i delegati di oggi che si ritrovano a fare un lavoro tra il consulente, il confessore, l’assistente sociale, la psicologa.
Molte sindacaliste in Agorà hanno detto che spesso sono le donne a fare questo lavoro di ascolto individuale, ma sono poi soprattutto gli uomini a essere in maggioranza nelle commissioni trattanti che finiscono così per essere separate da questo lavoro politico di base.
Molte donne nel sindacato vorrebbero scardinare questa separazione, cioè, vorrebbero rendere evidente e fare accettare il nesso tra queste due parti del lavoro sindacale: cioè tenere insieme contrattazione individuale e contratti generali, centralità dell’esperienza della singola/o che lavora e forza per tutte/i.
Avere donne in posizioni dirigenti e avere i numeri – tante donne – a mio parere non garantisce neppure nel sindacato. Bisogna elaborare con più precisione il nuovo paradigma conoscitivo di tutto il lavoro necessario per vivere, essere dirompenti e portare avanti i propri temi.
Non si tratta più dunque di ripensare il soggetto politico solo come soggetto collettivo. Si tratta di ripensare una conflittualità e un agire politico a misura dei nuovi soggetti. Nella consapevolezza che le vite di tutti sono inesorabilmente singolari e che tutti i pezzi delle nostre vite sono connessi. È tempo di riprendere in mano l’iniziativa nei luoghi di lavoro e anche nei lavori che non hanno luogo (autonomi, parasubordinati, consulenti del terziario avanzato, ecc).
Il lavoro è frammentato e, per un’intera generazione – quella tra i 20 e i 35 – così precario da non avere un senso centrale nella loro vita, pur occupandola. Mi chiedo allora se il sindacato riuscirà a misurarsi – come ha fatto ai tempi dei consigli – con questa realtà che è cambiata così velocemente. Va bene dare autorità ai delegati e alle loro decisioni. Ma perché il sindacato non tenta un confronto, creando luoghi fisici dove incontrarsi con tutte le figure, (informatici, consulenti del terziario, pubblicitari, ricercatori, traduttori) – sia donne che uomini – che lavorano intorno e per l’impresa, piccola media e grande? Un tempo c’erano le leghe. È probabile che oggi non siano più proponibili. L’Agorà del lavoro di Milano era ed è un tentativo in questo senso. La grande forza che il sindacato ha ancora nella nostra regione può nventare altre forme, magari più incisive.
Concludendo. Mi sembra che la profezia di Simone Weil sia attuale: la giustizia sociale, una buona vita per tutti e la libertà per lavoratrici e lavoratori o saranno opera dei lavoratori stessi o non saranno.
La rappresentanza delle organizzazioni – diceva lei e io lo condivido – è un problema importante ma secondario rispetto alla presa di coscienza dei deleganti, i soggetti che vivono e lavorano.
di Antonietta Lelario (Circolo La Merlettaia di Foggia)
«Il padre di questa vittoria è solo Tsipras» sostiene Dimitri Deliolanes sul Manifesto di lunedì. E il Manifesto glielo pubblica con grande rilievo. Ahi, la cecità degli uomini che non vedono le madri! Ahi, la stupidità di essere orgogliosi di questo! A me invece, per spiegarmi il radicamento di Syriza, è subito venuta in mente la lezione delle donne afghane di RAWA che in piena guerra organizzano nei campi profughi distribuzione di abiti e alimenti, sostegno medico e corsi di studio per le bambine; nel frattempo nutrono un pensiero e un discorso di cambiamento culturale e politico radicale: sostenere per esempio fra gli islamici la necessità di uno stato laico! Mi è venuta in mente la commistione attivata in questi anni e nel nostro paese, da parte di tante donne e di alcuni uomini, fra associazionismo e politica che ha permesso la tenuta del tessuto sociale e la sperimentazione di nuove forme di economia.
Penso concretamente alla relazione realizzata a Foggia fra il Circolo la Merlettaia e Solidaunia, Libera, Cicloamici, UBIK, la rete della conoscenza.
Insomma è politicamente povero non vedere che ciò che avviene di nuovo è frutto di un cambiamento simbolico a cui lavoriamo in tanti, soprattutto le donne che lo perseguono scientemente, o è ripetizione più o meno camuffata del vecchio.
(il manifesto, 29 gennaio 2014).
di Clara Jourdan
A Parigi dal 16 al 31 gennaio 2015 si è svolto il primo Festival du domaine public, promosso da Romaine Lubrique, un sito creato nel 2013 da due insegnanti, Alexis Kauffmann e Véronique Boukall, per segnalare le artiste e gli artisti le cui opere entrano nel “pubblico dominio”, cioè possono essere pubblicate e diffuse da chiunque in quanto libere da diritti. Il 1° gennaio di ogni anno il sito compila l’elenco di tali artisti/e. L’ingresso nel pubblico dominio «è un avvenimento maggiore e decisivo» rispetto alle tradizionali occasioni di celebrazione come i centenari della nascita e della morte – sostengono Alexis e Véronique – e andrebbe pubblicizzato da istituzioni come università, accademie, musei, ministeri: la caduta degli ostacoli alla conoscenza e valorizzazione delle opere è infatti un evento culturale più che giuridico, che interessa il grande pubblico (notizia tratta dal quotidiano Libération, 17-18 gennaio 2015).
Bella idea, da rilanciare per l’Italia. Insegnanti, assessore alla cultura, giornalisti, bibliotecarie… fatevi avanti! Ricordiamo che anche in Italia i diritti di utilizzazione economica dell’opera durano fino al termine del settantesimo anno solare dalla morte dell’autore o dell’autrice. Dopo di che tutte le opere entrano nel pubblico dominio, cioè per il godimento libero di persone di ogni livello di cultura, e sono tante quelle avide di sapere.
(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2015)
di Luisa Muraro
Con le parole possiamo fare di tutto, ma le cose non perdono il loro diritto di essere quelle che sono, tante e diverse fra loro, a volte simili e a volte dissimili. La violenza domestica e la violenza jihadista non sono la stessa cosa. Lo dico a Marisa intervistata e a Marina intervistatrice, che non vedono questa diversità, come si legge nel blog di Marina Terragni.
Care amiche, non confondete le due forme di violenza. Una si ripresenta da secoli nei rapporti personali tra uomo e donna. L’altra si abbatte su donne e uomini, massicciamente, in nome di una blasfema ideologia religiosa e in circostanze che appartengono al nostro tempo.
Non abbiamo bisogno di una simile confusione per combattere la violenza domestica, Marisa lo sa meglio di me, lei che da molti anni ci dà l’esempio di come andare avanti in questo tipo di lotta. Non ne abbiamo bisogno neanche per capire che ci sono problemi gravi e temibili nella politica internazionale e globale, problemi che non si fermano ai confini nazionali e ci toccano in prima persona.
Al contrario, abbiamo bisogno di leggere quello che accade con tutta la precisione di cui siamo capaci. Le donne c’entrano, ma come? Io credo nella vostra buona fede ma protesto contro certe affermazioni che fate perché, senza volerlo, discreditate voi stesse e alcune idee che abbiamo in comune. Quelle studentesse che leggono Lolita a Teheran, da voi assimilate alle vittime della violenza maschile (domestica o jihadista, tutto fa brodo?), loro e la loro prof sono donne che, dovendo vivere in un regime clericale, non lo subiscono affatto e lo combattono vittoriosamente con le armi della loro intelligenza e dei loro rapporti. Per noi, sono un esempio ammirevole di libertà femminile e un motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura mussulmana.
(www.libreriadelledonne.it – 31/01/2015)
dal 13/2 al 23/2/2015