Intervento di Antonietta Lelario preparato per la presentazione a Foggia del libro di Irene Strazzeri “Il post-patriarcato. L’agonia di un ordine simbolico. Sintomi, Passaggi, Discontinuità, Sfide”

 

Sono passati molti anni da quando uno dei fogli più importanti per il femminismo italiano, il Sottosopra rosso, scrisse con il titolo “È accaduto non per caso” che il patriarcato era morto perché non aveva più credito, né funzione ordinatrice.

Da allora quasi tutti gli uomini hanno continuato come se nessuno avesse parlato e noi donne ci siamo divise fra quelle che sostenevano che il patriarcato era ancora vivo e quelle che ne ribadivano la morte, facendo vedere quanto di nuovo c’era sotto il cielo. È forse necessario riconsiderare che “nulla finisce d’un colpo”, come fa questo libro e come sintetizza Elettra Deiana nell’introduzione.

Irene Strazzeri giustamente parla di un’intera fase, il post-patriarcato, in cui ci sono contemporaneamente sintomi dell’agonia patriarcale, passaggi ad altro, discontinuità e sfide da vincere.

Tanto più importante è scrivere un libro del genere per l’Università.

Nelle università, nella scuola, con gli e le studenti ancora c’è timidezza nell’usare la categoria del patriarcato con grave danno per la loro formazione. E come potrebbe essere altrimenti visto che anche nel dibattito politico è un discorso a rischio, per non dire, poi, nell’informazione?

A maggior ragione è apprezzabile introdurre nei saperi specialistici la categoria del patriarcato, perché proprio in quei saperi c’è un continuo esercizio di potere che tenta di asservirli e di conformarli nel linguaggio, separandoli dalle domande che invece sono vive nella realtà.

Osare di pensare e nominare le cose con voce femminile nei saperi specialistici, assumendosene la responsabilità, senza la tranquillità che dà il muoversi sui binari riconosciuti dall’accademia richiede già fiducia nella propria autorità: è già aprire un conflitto fra potere e autorità. E chi dà questa autorità? tutti sanno che non è possibile scrivere senza aver in mente un interlocutore o interlocutrice a cui ci si rivolge, delle figure da cui ci si sente autorizzati. Se si guarda alle donne, se si scrive per loro, si restituisce loro autorità e se ne riceve in cambio. Questa é la più evidente dimostrazione di come l’autorità di cui parlano le donne, l’autorità femminile, sia un processo circolare e sia una pratica prima ancora che un paradigma. Ma attenzione l’autorità femminile non è una questione di sguardi rassicuranti fra donne. Irene Strazzeri sa bene che l’autorizzazione che cerchiamo si gioca sul piano simbolico: sulla capacità di dare diverso senso e diverso peso ai vari aspetti della realtà, di trovare collegamenti inediti, di lasciar cadere lacci che ci vincolano alla ripetizione dell’esistente.

E il libro si cimenta in questa lettura del presente modificata dallo sguardo femminile. Così facendo si colloca nella grande sfida che il femminismo ha aperto fin dagli anni ’70 del 900 per far vivere all’interno dei saperi altri punti di vista, rispetto a quello neutro dominante, e un’altra lingua che, per dirla con Simone Weil, “accolga il grido della realtà per essere letta diversamente”. Penso a tutto il lavoro fatto, in questi anni, sul corpus letterario e artistico, sulla scienza, sulla teologia, sulla storia, sulla politica, sull’economia. O sulla sociologia, come fa questo libro. Con questo lavoro di ricerca a tutto tondo le donne si sono tolte dal posto in cui il patriarcato voleva relegarle, l’ambito della sessualità e della maternità, mostrando che potevano ripensare tutto a partire dal proprio sesso. Un altro grande atto di libertà e autorità insieme: intreccio fecondo e inedito!

Fa bene quindi Irene Strazzeri a concludere il libro indicando l’autorità femminile come una strada maestra per “rimettere al mondo il mondo”.

Alcuni passaggi tuttavia del libro mi hanno suscitato perplessità e io voglio nominarne due. Lei trova parole molto attente ed efficaci per indicare il cambiamento avvenuto ormai nella società “dal riconoscimento al solo lavoro produttivo alla visibilità della cura”. E per questo dobbiamo dire grazie anche al lavoro politico fatto dal gruppo di femministe del mercoledì di Roma. Ma Strazzeri sottovaluta la proposta del Sottosopra “Immagina che il lavoro” che tenta di raccogliere questa nuova sensibilità indirizzandola verso la necessità di modificare l’intera organizzazione sociale e sessuale del lavoro che io, anche come madre, trovo urgente ed essenziale. Immagino infatti quanto deve patire mio figlio, padre di un bimbo di quasi tre anni e di due gemelli di otto mesi ogni volta che è costretto a chiedere permessi familiari. Il lavoro deve ormai essere pensato, mettendo in conto la cura della vita per uomini e donne.

È chiaro che se si perdono questi passaggi aperti nella contrattazione sociale, ci si trova a dar credito a chi afferma che posizionarsi solo in quanto donne non sia sufficiente per avere una visione anticapitalista. Chi sostiene questo ha ancora l’idea delle donne non come umanità femminile, ma come parzialità rispetto al tutto che rimarrebbe l’uomo.

A me sembra, infine, che nel trattare la questione dell’identità l’autrice sottovaluti l’esperienza della lingua materna riferendosi alla lingua solo a partire dall’affermazione di Derrida: “Ho solo una lingua e non è la mia”, che lei fa diventare: “Ho solo un’identità e non è la mia”. Eppure in un’altra parte del libro ha scritto che le donne cambiano le parole perché vogliono cambiare le cose, quindi sa bene l’importanza della lingua. La lingua materna nel dare conto dell’esperienza femminile avvicina ciò che la cultura patriarcale tende a separare e fa vedere un altro modo di sentire, pensare, amare, conoscere, più vicino alla vita. È ciò che abbiamo per deviare rispetto alla lingua del potere.

Antonietta Lelario (Circolo La merlettaia)

Foggia 11 febbraio 2015

di Franca Fortunato

 

È da settimane che assisto con indignazione a una campagna mediatica di denigrazione e delegittimazione portata avanti contro una donna, prima che contro una politica, a causa delle sue scelte e delle sue ragioni che l’hanno portata a ritirare la sua disponibilità ad entrare nella Giunta regionale del Presidente Oliverio. Mi riferisco a Maria Carmela Lanzetta, ex Ministra del governo Renzi, a cui va tutta la mia solidarietà. Le sue scelte politiche possono essere criticate – anch’io l’ho fatto molte volte e aspramente –, si può dissentire da lei, si può esprimere un giudizio politico sul suo operato da Ministra, ma quello che non si può e che nessuna/o in questa regione dovrebbe permettere – io non lo permetto – è insultarla, ridicolizzarla, offenderla, deriderla, calpestando la sua dignità di donna, la cui storia personale e politica non è iniziata con l’entrata nel governo Renzi e il suo incarico da Ministra. Colpisce l’ipocrisia, il cinismo, la vigliaccheria, la misoginia dei sedicenti “politici” che l’hanno “utilizzata” e poi “lasciata sola”. Ma si sa, è questa la loro politica. Quando le donne capiranno che hanno tutto da perdere, anche quando pensano di vincere, da questa politica?

Per fortuna non è l’unica possibile. Lanzetta ha una storia di sindaca che le fa onore. È stata una sindaca coraggiosa. Le donne di Monasterace, che l’hanno voluta come loro governante e l’hanno sempre aiutata e sostenuta nei momenti difficili, questo lo sanno. Ha saputo affrontare minacce, intimidazioni, attentati, e ha sempre resistito, per amore del suo paese e per passione politica. Maria Carmela Lanzetta è stata una brava amministratrice, checché ne dicano i suoi detrattori, e ha dimostrato, insieme ad altre, che la buona politica è possibile anche in Calabria. Non si è piegata alle minacce e alle intimidazioni. Ha accettato a malincuore di vivere sotto scorta. La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi nella sua discesa in Calabria ha chiesto spiegazioni a Lanzetta, non sui motivi per cui ha ritirato la sua disponibilità ad entrare nella Giunta regionale, ma – per quanto ho potuto leggere – su alcune sue affermazioni rilasciate in un’intervista del 28 gennaio scorso al giornalista Goffredo Buccini del Corriere della Sera. «La Commissione – ha dichiarato Bindi – vuole capire se una è oggetto di minacce dalla ‘ndrangheta o no. Perché se diventa un simbolo e poi dice che non è stata minacciata deve spiegare il prima e il dopo.» Che cosa aveva detto Lanzetta in quella intervista? Riporto per intero le frasi incriminate: D. «Per l’attentato alla sua macchina quand’era sindaca, hanno preso un ragazzino.» R. «Leggo che c’è in carcere un diciottenne, che ha colpito anche un funzionario regionale.» D. «Pensa sia ‘ndrangheta?» R.«Viene da una famiglia disperata. Qualcuno lo ha usato.» Non mi sembra – se capisco bene la lingua italiana – che Lanzetta neghi le minacce ricevute né la loro matrice mafiosa. Cosa c’è, poi, di sbagliato nel dire che la ‘ndrangheta “usa” giovani “disperati” per i suoi crimini? Perché la Commissione chiede a lei se le minacce e le intimidazioni ricevute sono della ‘ndrangheta o meno? Non è forse compito della magistratura e della stessa commissione Antimafia accertarlo? Si può negare che la sua farmacia sia stata bruciata due volte? Che la sua Panda sia stata colpita con un’arma da fuoco? Chi sono gli esecutori e i mandanti? Di questo passo qualcuno arriverà a dire che è stata lei stessa a dare fuoco alla sua farmacia, a sparare sulla sua macchina, o che si è servita di qualcun altro.

Non si può distruggere così la credibilità e la storia di una donna che ha governato il suo paese con passione e coraggio, dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione. Maria Carmela Lanzetta, quando nel 2006 e 2011 si è candidata, sono state le donne che l’hanno voluta. Le stesse che dopo che le hanno bruciato la farmacia, bottiglietta dopo bottiglietta, scatola dopo scatola, hanno salvato con lei il salvabile. Dopo gli attentati il prefetto di Palermo le disse: «Cerchi di stare attenta, signora, è bello ciò che fa ma stia attenta». Mentiva anche il Prefetto? Anche le assessore della sua Giunta hanno subito minacce. Sono inventate anche queste? A una hanno bruciato la macchina, a un’altra hanno disegnato una bara, con sopra le iniziale delle sue due figlie, sul muro di fronte al portone del suo assessorato. Sono o no, questi, fatti criminosi? Che cosa c’è da capire se non accertare e arrestarne gli esecutori e i mandanti? L’etichetta “sindaca anti ‘ndrangheta”, che Maria Carmela – come le altre – ha sempre rifiutato, le è stata cucita addosso dai mass media, come per dire che la Calabria o è ‘ndrangheta o anti ‘ndrangheta, altrimenti non è niente. Lanzetta non si è mai presentata né, credo, si sia mai sentita un simbolo dell’antimafia, perciò non ha niente da spiegare, non c’è un prima o un dopo, se non nella sua vita personale e politica. Di questo parleremo con lei ed altre il 6 marzo a Catanzaro, in ricorrenza della Giornata internazionale delle donne.


(Quotidiano del Sud, 27 febbraio 2015)

di Francesca Graziani

Sotto il bombardamento mediatico di questi giorni che ci propone di continuo sgozzati e arsi vivi ho rischiato di soccombere alla strategia del terrore: per non cadere nella trappola delle emozioni avevo bisogno di un antidoto e l’ho trovato nel breve saggio di Loretta Napoleoni Isis. Lo stato del terrore (Feltrinelli, pp. 137, Euro 13).

Capire come siamo arrivati a questo punto e soprattutto perché il sedicente Stato islamico (Isis) sia diventato un richiamo potente per molti giovani musulmani anche in Occidente, è fondamentale per affrontare ciò che sta capitando a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste e in tutto il Medio Oriente. L’autrice ripercorre la storia di quella parte del mondo a partire da quando nel dopoguerra inglesi e francesi ne stabilirono i confini: confini che ora l’ISIS vuole ridisegnare, minacciando l’esistenza di un ordine geopolitico creato per avvantaggiare l’Occidente e le élite corrotte sue amiche.

Napoleoni elenca gli errori di strategia politica delle potenze occidentali intervenute nell’area e sottolinea come le guerre “per procura” non hanno certo portato in quei paesi la democrazia né vinto il terrorismo. Che anzi ha avuto buon gioco e grande intuizione politica; e per ora sta vincendo perché a differenza di tutte le altre organizzazioni terroristiche offre ai suoi seguaci e a chi si converte l’utopia sunnita del XXI secolo: il Califfato, un mito secolare sposato a un abile uso delle moderne tecnologie, ha resuscitato un sogno, «come se ricreare i suoi confini potesse riportarlo all’antico splendore».

Un’opportunità senza precedenti di riscatto per molti musulmani: «la possibilità di partecipare alla costruzione di un nuovo ordine politico, di uno stato omogeneo dal punto di vista etnico-religioso – dopo aver fatto pulizia etnica, certo -» fuori dal controllo delle potenze occidentali; governato da un califfo, successore legittimo di Maometto, che diventa una sfida per tutti i governanti musulmani; «una nazione non corrotta e incorruttibile, dotata di un profondo senso di fratellanza; priva delle sfide che le donne musulmane occidentali e occidentalizzate rappresentano per i maschi».

Il saggio di Loretta Napoleoni è sull’Isis e il suo progetto politico. Come le donne musulmane reagiranno alla proposta di questo neopatriarcato, lo vedremo: «Le donne sono decisive… hanno gli argomenti teologici per cambiare l’islam retrogrado» afferma la femminista Malika Hamidi (intervista sul Corriere della sera del 14 gennaio 2015, già pubblicata su questo sito). Aicha El Hajjami ce ne ha dato un prezioso assaggio sull’ultimo numero di Via Dogana.


(www.libreriadelledonne.it, 26/02/2015)

dal 26/2/2015 al 21/3/2015

Luca Tommasi Arte Contemporanea
via Tadino, 15 (entrata anche da via Casati) Milano

Poisoned flowers. Lavori realizzati con la tecnica della stampa su lenticolare inserita in cornici in fusione di metacrilato. Ancora una volta l’artista sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air.

Luca Tommasi è lieto di annunciare la personale di Chiara Dynys dal titolo Poisoned Flowers , una selezione di opere di uno dei cicli più originali dell’artista, che si terrà presso la galleria di Via Tadino 15 a Milano dal 26 febbraio al 21 marzo 2015. La mostra ospiterà una decina di lavori realizzati con l’esclusiva tecnica della stampa su lenticolare inserita in suggestive cornici in fusione di metacrilato.

Ancora una volta l’artista in questa nuova serie di lavori realizzati con la tecnica lenticolare sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air. Elementi di una natura che normalmente sfugge allo sguardo e che invece l’occhio selettivo dell’artista pone sotto gli occhi dello spettatore, nel silenzio li sottrae al silenzio, proprio come succede agli oggetti nella natura morta. Fiori belli e immobili perché avvelenati, tanto da sembrare dei filtri amorosi, quasi a ritrovare la possibile etimologia di veleno in Venere. Ma anche fiori semplici e con il loro difetto d’identità per essere parte di una natura oggi avvelenata dall’uomo che però nella temporalità del loro apparire e svanire ritrovano l’appartenenza al ciclo fondamentale della vita. Il curatore Marco Bazzini ci invita così alla lettura delle opere: “Inizialmente i fiori scompaiono proprio dove sono apparsi: davanti ai nostri occhi. Un passaggio tanto semplice quanto enigmatico che non può non turbare ed emozionare. Un velo colorato si stende come una tenda davanti ad una finestra e sostituisce l’immagine, più o meno lentamente, al variare della nostra posizione. Questa muta mentre ci muoviamo, un passo e succede qualcosa di nuovo e inatteso. Finché una superficie monocroma si presenta come un’apparizione in superficie di un effetto di cancellazione. Un evento della scomparsa, aphánisis, che non nega l’apparizione perché essa stessa ephíphasis. Un apparire, quindi, come il non manifestarsi del determinato, dove la negazione non riguarda la privazione del vedere ma ne enfatizza lo stato di offuscamento a cui i Poisoned Flowers di Chiara Dynys sembrano costringerci.”

Chiara Dynys lavora a Milano. Sin dall’inizio della sua attività, all’inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili ad un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’ anomalia , della variante, della “soglia” che consente alla mente di passare dalla realtà umana ad uno scenario quasi metafisico. Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto , al video e alla fotografia.

Chiara Dynys ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private. Tra le mostre personali più significative si ricordano: Centre d’Art Contemporain, Ginevra, 1996; Expression – Centre d’Exposition, Saint-Hyacinthe (Canada), 1997; Museo Cantonale, Ala Est, Lugano, 2001; Museum Bochum, Bochum, 2003; Kunstmuseum, Bonn, 2004; Wolfsberg Executive Development Centre, Wolfsberg, 2005; Rotonda di Via Besana, Milano, 2007; Museo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Roma, 2008; Palazzo Reale, Milano, 2008; ZKM – Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, 2009; Archivio Centrale di Stato, Roma, 2010; Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno, 2010; Gerish-Stiftung, Hamburg, 2013; Museo Poldi Pezzoli, Milano 2013; Galerie Hollenbach, Stoccarda 2014; Museo d’arte contemporanea, Lissone 2014.

http://undo.net/it/mostra/187477

di Alessandra Pigliaru

La cri­tica al modello neo­li­be­ri­sta inter­roga uomini e donne. Accanto agli stru­menti per soli addetti ai lavori, teo­ri­ca­mente irre­pren­si­bili ma che spesso riman­gono sepa­rati dalla mate­ria­lità delle sin­gole vite, esi­stono comu­nità di pra­ti­che che, da qual­che anno, si inter­ro­gano su nuove moda­lità del quo­ti­diano. Sostan­zial­mente alla ricerca di una rela­zione che tenga conto del vivente e del sapere dell’esperienza di donne e uomini, que­ste comu­nità sono costi­tuite dai molti gruppi che — in Ita­lia e non solo — rispon­dono alle «eco­no­mie diverse», e in altre parti del mondo al cosid­detto buen vivir.

Sostan­zial­mente rifiu­tano l’economicismo neo­li­be­ri­sta e il mer­cato a senso unico che l’iper-produzione pre­vede; hanno poi una matrice eco­lo­gi­sta e vivono della con­ta­mi­na­zione di meto­do­lo­gie pre­cise: quelle pro­dotte dal par­tire da sé e della cura del vivente. Se rima­nere inchio­dati alla sola diva­ri­ca­zione eco­no­mica pre­ve­drebbe una para­lisi, le comu­nità di pra­ti­che com­pren­dono un modo più ampio e arti­co­lato di stare nel mondo; sono Gas, pro­dut­tori e con­su­ma­tori cri­tici, Des/Res, realtà asso­cia­tive e coo­pe­ra­tive, gruppi sulla decre­scita felice e alcuni altri. Sono le eco­no­mie altre che è pre­fe­ri­bile decli­nare, appunto, come «diverse»; è con que­sta con­no­ta­zione che infatti si evince una distanza side­rale dalla spinta necro­fila del capi­ta­li­smo finan­zia­rio. Nono­stante la distanza e la postura dif­fe­rente, que­ste eco­no­mie appar­ten­gono al mer­cato e a una signi­fi­ca­zione poli­tica e sociale su cui sarebbe bene con­ti­nuare a soffermarsi.

Pog­giate sal­da­mente agli studi con­dotti da Ivan Illich su biso­gni, cre­scita indu­striale e con­vi­via­lità, le eco­no­mie diverse hanno il pre­gio di offrire nuove nar­ra­zioni sul lavoro, le rela­zioni e il modo in cui si intende la crea­zione comune.
Del resto già dagli anni ’80 Alain Caillé fonda insieme ad altri il Mou­ve­ment Anti-Utilitariste dans les Scien­ces Socia­les che nel suo acro­nimo ricorda Mar­cel Mauss, rife­ri­mento — insieme a Karl Pola­nyi – della sua posi­zione.
Arriva dun­que da un per­corso lungo il Mani­fe­ste con­vi­via­li­ste. Décla­ra­tion d’interdépendance (Le bord de l’eau 2013, trad. it. Mani­fe­sto con­vi­via­li­sta. Dichia­ra­zione di inter­di­pen­denza, ETS 2014) redatto dallo stesso Alain Caillé insieme al soste­gno di Serge Latou­che, Susan George, Edgar Morin, Chan­tal Mouffe, Ève Chia­pello e molte/i altre/i che lo hanno fir­mato. La rilet­tura dei movi­menti dal basso come occa­sione di ripen­sa­mento del pre­sente, si col­loca epi­ste­mo­lo­gi­ca­mente nella tran­si­zione dall’homo oeco­no­mi­cus all’homo con­vi­via­lis. In Ita­lia è già da diversi anni che esi­stono labo­ra­tori di pra­ti­che poli­ti­che che si sor­reg­gono attra­verso il dop­pio passo dell’ambientalismo e dell’esperienza meto­do­lo­gica fem­mi­ni­sta del par­tire da sé e dun­que da un’assunzione di un pen­siero incar­nato dell’esperienza.

Già con la pub­bli­ca­zione del volume Davide e Golia. La pri­ma­vera delle eco­no­mie diverse (2013) curato da Anto­nia De Vita, Lucia Ber­tell, Marco Deriu e Gior­gio Gosetti all’interno del gruppo vero­nese TiLT/territori in libera tran­si­zione, si segnala una pre­ci­sa­zione rispetto le eco­no­mie diverse, che non sono forme di emar­gi­na­zione etica né la rap­pre­sen­ta­zione tout court del terzo set­tore. «La confusione/adesione tra terzo set­tore ed eco­no­mie diverse — secondo Lucia Ber­tell — va tenuta a bada met­tendo ordine non tanto nelle dif­fe­renti forme giu­ri­di­che, che ora­mai poco par­lano delle stesse imprese e realtà asso­cia­tive, ma piut­to­sto facendo luce sulle moti­va­zioni, sul rap­porto con il sistema eco­no­mico domi­nante, sul posto che si dà al denaro o all’ambiente, o a quello che occu­pano le rela­zioni e la giu­sti­zia, e l’equità».

Le eco­no­mie diverse sono capaci di crea­zione sociale, por­ta­trici come sono di «strut­ture che con­net­tono»; è un’intuizione antro­po­lo­gica fon­da­men­tale, come spe­ci­fica Anto­nia De Vita, in cui alla cen­tra­lità del lea­der si sosti­tui­sce la pro­du­zione di un’autorità cir­co­lante. Infatti, pro­se­gue, «le tante voci ascol­tate sinora riba­di­scono in maniere dif­fe­renti il biso­gno di riap­pro­priarsi di spazi di par­te­ci­pa­zione e di pro­ta­go­ni­smo che resti­tui­scano a cia­scuno un pro­prio posto e una pro­pria respon­sa­bi­lità in aspetti impor­tanti della vita che altri­menti sareb­bero lasciati all’alienazione. La cen­tra­lità delle per­sone, viste non come indi­vi­dui soli­tari, ma assieme ad altri, viene affer­mata con forza».

Le eco­no­mie diverse sono anche punto nevral­gico di un dif­fe­rente modo di inten­dere le rela­zioni; sov­ver­tono il para­digma del sistema pro­dut­tivo main­stream, della sovra-esposizione e del brand di se stessi, della mor­ti­fera seria­lità che si spec­chia nelle ango­sce di ognuna e ognuno.
E se è vero ciò che sot­to­li­nea Fede­rica de Cor­dova, cioè che sce­gliere di agire le eco­no­mie diverse signi­fica sot­trarsi alla vio­lenza neo­li­be­ri­sta, è altret­tanto plau­si­bile che la nomi­na­zione di quella «vio­lenza strut­tu­rale» porti uno spo­sta­mento: «di fronte a que­sto senso di impo­tenza i pro­ta­go­ni­sti delle nostre sto­rie fanno un pas­sag­gio: par­tendo da sé, dal con­tatto vivo con que­sto stato di males­sere, iden­ti­fi­cano le «eco­no­mie diverse» come stra­te­gia di fuo­riu­scita da quella con­di­zione, come com­por­ta­mento resi­liente. Non si tratta di soprav­vi­venza in ter­mini pura­mente eco­no­mici, ma di una neces­sità vitale (di vita) che porta a «sele­zio­nare» que­sta tra le molte scelte pos­si­bili di stare in rela­zione con il sistema». La dimen­sione di que­ste azioni eco­no­mi­che ha un pre­ci­pi­tato diretto nella forma del lavoro. Un ripen­sa­mento che si muove, secondo Gior­gio Gosetti, nella «ten­sione costante tra movi­mento e isti­tu­zione», pro­ba­bil­mente non risol­ven­dola mai del tutto. Eppure a com­porre la ricerca sociale sono mate­riali straor­di­nari di testi­mo­nianze, inter­vi­ste, casi stu­dio e inter­pel­lanze dirette dei e delle pro­ta­go­ni­ste, come è acca­duto lo scorso novem­bre in occa­sione di un con­ve­gno dedi­cato al lavoro nelle eco­no­mie diverse rea­liz­zato su nume­rosi scambi nel ter­ri­to­rio del Veneto e della Sar­de­gna (Qua­lità del lavoro e forme eco­no­mi­che emer­genti. Donne e uomini nella crea­zione di nuovi modelli di lavoro e pro­du­zione, in corso di pub­bli­ca­zione, Angeli).

Nella stessa dire­zione si apre domani a Verona il quarto incon­tro nazio­nale di Prove di futuro intorno alle eco­no­mie diverse e quest’anno dedi­cato al tema della non-violenza che si svol­gerà in tre appun­ta­menti (uno al mese) fino ad aprile, orga­niz­zato da TiLT e Le Matonele/donne e uomini verso un’altra società, insieme a Uni­Mat — gruppo di auto­for­ma­zione Uni­ver­sità e Ter­ri­to­rio e Il Cir­colo della Rosa di Verona. Le rifles­sioni sulle eco­no­mie diverse hanno avuto ini­zio intorno a ricer­che sociali, inda­gini e pra­ti­che poli­ti­che sia nella costi­tu­zione della Rete di Eco­no­mia Soli­dale vero­nese che nell’interscambio tra eco­no­mie locali. Al gruppo di TiLT par­te­ci­pano nume­rose com­pe­tenze che si muo­vono negli scambi di pra­ti­che poli­ti­che tra filo­so­fia, socio­lo­gia, peda­go­gia e psicologia.

Anche in que­sta quarta edi­zione di Prove di futuro si darà spa­zio ai movi­menti della tran­si­zione che signi­fi­cano nuove inter­pre­ta­zioni dell’antagonismo, la rico­stru­zione di luo­ghi e spazi in comune. Si sta cioè den­tro il con­flitto esat­ta­mente dove la con­flit­tua­lità ha perso i suoi con­torni, nella spro­por­zione e nella dispa­rità si cam­bia il posto in cui risiede la forza. Come suc­cede a Davide e Golia appunto. Il sim­bo­lico di que­sta rap­pre­sen­ta­zione tut­ta­via cam­bia così come muta il con­te­sto e la rela­zione con il ter­ri­to­rio, con lo spa­zio urbano e con gli scon­fi­na­menti disci­pli­nari. Il primo incon­tro di domani avrà come tema Fare la pace con natura e ter­ri­to­rio (Gior­gio Gosetti — Uni­ver­sità di Verona/TiLT; Mar­tina Lucia Lanza — Movi­mento non vio­lento; Marco Pas­si­gato — Amici della bici­cletta). Il 25 marzo ci si inter­ro­gherà intorno al «Matriar­ché: c’è un prin­ci­pio fem­mi­nile della non vio­lenza?» (Anto­nia De Vita — Uni­ver­sità di Verona/TiLT; Michela Pereira — Uni­ver­sità di Firenze; Mimmi Spu­rio — Res Verona Le mato­nele), men­tre il 22 aprile sarà la volta di tre rifles­sioni attorno alla «Vio­lenza del super­fluo» (Vero­nica Polin — Uni­ver­sità di Verona; Anto­nella Valer — Bilanci di Giu­sti­zia; Michele Bot­tari — Res Verona Le matonele).


(il manifesto, 24/2/2015)

di Franca Fortunato

Il virus del femminismo è inarrestabile, l’epidemia colpisce le donne in tutto il mondo, da oriente a occidente, dal nord al sud, e non senza conseguenze. È di qualche giorno fa la notizia che l’epidemia è arrivata anche nel deserto indiano di Thar e ha colpito bambine, ragazze e giovani madri di alcuni villaggi. A darne notizia è Adriano Sofri su Repubblica del 21 febbraio scorso. Prima di vedere di cosa si tratti, devo dire che l’immagine del femminismo come virus non è mia, ma di Luisa Muraro che l’ha utilizzata nella sua prima lezione di un ciclo di incontri, alla Libreria delle donne di Milano, su “Femminismo tremendamente vivo”. Torniamo alla notizia di Sofri.

Alcuni villaggi indiani, tra cui Benisar e Suanajar, si sono dichiarati «Liberati dal matrimonio infantile», sotto la spinta delle bambine, ragazze e giovani madri, di cui gli anziani sono orgogliosi. A Benisar le donne hanno dedicato feste all’orgoglio di essere femmine e una di loro siede nel Consiglio degli anziani. Partecipano alle assemblee del villaggio, “tengono banco” e gli uomini interloquiscono con loro. Sofri racconta di un’assemblea di sole donne in cui le bambine discutono del loro destino. La cosa più importante per loro è poter continuare la scuola secondaria, godendo del consenso delle madri. Ragazze con idee chiare sui ragazzi che «per sembrare sicuri stanno semplicemente insieme e si sentono liberi quando loro non sono libere. La vera libertà è un’altra». Di fronte all’accusa che sono le madri «che oltre a essere indotte, o costrette a privilegiare i figli maschi, fin dalle razioni di cibo, forse amano meno le loro figlie?», le donne insorgono e una di loro grida: «Io amo perdutamente le mie due figlie».

Il patriarcato è finito nel momento in cui le donne, le bambine, hanno dato inizio a un’altra storia – come in India – trasformando l’essere nate donne in un valore e l’autorità maschile come dominio in autorità femminile come forza simbolica. La libertà delle donne, se riconosciuta e accettata, come in quei villaggi, rende liberi anche gli uomini. Ma non tutti ne sono consapevoli. Ci sono libri che riflettono sulle macerie del patriarcato e scrittori che rimpiangono il «mondo di una volta, morto e sepolto». Uno di questi è Eric Zemmour, che nel suo libro Sii sottomesso – La virilità perduta che ci consegna all’Islam, si abbandona alla nostalgia del “bel tempo che fu”, facendo un’analisi della società francese, europea e occidentale, a dir poco allucinante, confusa, di una misoginia disperata e disperante, preso com’è dalla paura e dall’angoscia che le procura la libertà femminile. Si sa, la paura ha il potere di offuscare il pensiero e rendere paranoico anche l’uomo ritenuto, a torto o a ragione, “intelligente”. Zemmour è un giornalista, firma storica di uno dei quotidiani francesi più famosi, Le Figaro, è conduttore televisivo e radiofonico. La sua tesi di fondo, che ripete in modo ossessivo per tutto il libro, è che l’uomo occidentale ha deposto lo «scettro del patriarcato» per «svilirizzarsi» e «femminilizzarsi». Il suo è un vero e proprio elogio allucinante della virilità, della forza, della violenza, della guerra, del dominio, della morte, veri «valori virili» del patriarcato. «Come si stava bene dentro il patriarcato», esclama. Ma se l’uomo europeo ha deposto lo scettro per consegnarsi al «disordine femminile», altri uomini resistono, tra questi Zemmour ci mette George Bush che non ha mai abbandonato i suoi stivali e il suo cappello da texano, i neoconservatori, i figli degli immigrati che nella rivolta delle banlieue in Francia, con le loro violenze, «hanno vendicato» la virilità perduta dei loro padri, e i poliziotti, gli odiati sbirri, «gli unici che ancora sanno affrontarli in un combattimento da uomini. Uno scontro in cui è in gioco il predominio virile». Al di fuori del mondo occidentale, «veri uomini» sono «musulmani, buddisti o indù» che «difendono gelosamente la loro egemonia come un tesoro e rifiutano di allineare lo “status” delle loro donne a quelle europee»; sono quegli ebrei che «vogliono eliminare definitivamente l’ebreo effeminato dell’esilio», distruggendo il popolo palestinese. E mi fermo qui. In altri tempi, leggendo le farneticazioni di un Zemmour, mi sarei arrabbiata tantissimo, indignata, ma adesso, semplicemente mi faccio una bella risata.

 

(Il Quotidiano del Sud, 24 febbraio 2015)

 

di Augusto Rubei

Non c’è organo di informazione in Italia che non riporti la notizia del nuovo video diffuso dallo Stato islamico sulla decapitazione degli egiziani copti su una spiaggia libica: “Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma”. La fonte è il Site (acronimo di Search for International Terrorist Entities), vale a dire il sito di monitoraggio Usa dei jihadisti sul web. Non stiamo parlando di una piattaforma qualunque, ma del principale punto di riferimento al mondo per i giornalisti che si occupano di terrorismo internazionale, ed in particolare di formazioni estremiste di matrice islamica.

Il Site tiene traccia delle principali reti terroristiche globali, intercetta messaggi segreti, distribuisce – dietro lauto compenso – video e audio online ai principali network del pianeta. In passato ha dato nota di comunicazioni che avrebbero anticipato imminenti attacchi kamikaze. Nel 2011 tradusse la lunga dichiarazione redatta dal Comando generale di al Qaeda a conferma del decesso di Osama bin Laden. Insomma, detta l’agenda a chi come me si occupa del tema da qualche anno e di tanto in tanto smuove anche i servizi di intelligence internazionali. Li condiziona, così come le scelte dei loro governi. Per questo è opportuno chiarire alcuni punti.

Ad esempio la storia di Rita Katz, sua direttrice e co-fondatrice, il cui nome in queste ore campeggia su tutte le pagine dei giornali italiani. Chi è? Da dove viene? La Katz nasce nel 1963 a Bessora, in Iraq. Araba e di famiglia ebraica, dopo la Guerra dei Sei Giorni suo padre viene arrestato dalle forze di Saddam Hussein con l’accusa di spionaggio in favore di Israele e dopo un anno torturato e impiccato, in pubblica piazza a Baghdad, di fronte agli applausi di mezzo milione di iracheni e di alcune danzatrici del ventre ingaggiate da Saddam per onorare l’evento.

Poche settimane dopo la madre di Katz riesce a fuggire e a rientrare in Israele, nella città balneare di Bat Yam. Sono gli anni in cui Rita, ancora giovane, studia all’Università di Tel Aviv e diventa una sionista convinta, arrivando persino a dire che nessun israeliano dovrebbe mai lasciare lo Stato ebraico perché “gli appartiene”.

Nel 1997 inizia a lavorare per un istituto di ricerca mediorientale. Il suo primo lavoro la porta a scoprire l’identità di una fondazione a sostegno di Hamas. Presa dall’euforia, evidentemente, si improvvisa un agente segreto: si traveste da donna musulmana, indossa un burqa e piccoli registratori; partecipa a conferenze per la raccolta di donazioni, visita moschee, prende parte a manifestazioni per la Palestina libera negli Stati Uniti operando come un investigatore sotto copertura. Sulla sua esperienza ci scrive un libro, da lei definito poi “una semi-autobiografia” (Terrorist Hunter: The Extraordinary Story of a Woman Who Went Undercover to Infiltrate the Radical Islamic Groups Operating in America). Lo presenta durante la trasmissione televisiva della Cbs “60 Minutes”, dove appare con una parrucca e un naso finto per non farsi riconoscere dai terroristi.

Nel 2002 fonda insieme a Josh Devon il Site grazie all’aiuto di diverse agenzie federali e gruppi economici privati. La piattaforma inizia a fornire informazioni sulla presenza di cellule ultra-radicali islamiche negli States e determina la chiusura di numerose organizzazioni, nonché l’apertura di decine e decine di indagini da parte delle autorità giudiziarie. Il duro lavoro premia e nel giro di pochi mesi la società allarga il suo portafogli clienti: oggi tra gli abbonati figurano alte personalità di governo, importanti agenzie di sicurezza, procure e media internazionali.

Rita Kazt continua a dire di scovare i suoi video, come quello della decapitazione del giornalista americano Steven Sotloff, in alcune chat room jihadiste protette da password. Ci monta su il logo del Site e li distribuisce al mondo con una traduzione in lingua inglese. Così costruisce la realtà, o buona parte di essa, sui filmati e le minacce dello Stato islamico oggi, e di al Qaeda ieri. Ma chi ci dice che una società privata, con risorse limitate, possa svolgere un lavoro migliore delle agenzie governative?

Nel 2007 l’Associazione Nazionale delle donne musulmane americane ha presentato una denuncia formale presso il Dipartimento di Giustizia Usa accusandola di aver contribuito a creare un ambiente ostile per tutti i musulmani statunitensi. Oggi la sua professionalità, per molti, resta comunque indiscussa, nonostante su diversi siti di controinformazione appaiano tesi piuttosto forzate e in alcuni casi dai tratti complottisti. Ma sarebbe opportuno che tutti noi ci domandassimo quale sia la vera natura del Site e la reale attendibilità di certe notizie. Perché è su queste notizie che i ministri Pinotti e Gentiloni hanno parlato ieri di un intervento militare in Libia.

 

(byoblu.com, 22/02/2015)

di Vittorio Lingiardi

La riflessione freudiana sull’autorità «ha luogo in un mondo esclusivamente maschile. La lotta per il potere si svolge tra padre e figlio; la donna non vi ha parte alcuna, se non come ricompensa o perché induce alla regressione, oppure come terzo vertice di un triangolo. Non c’è lotta tra uomo e donna in questa storia; anzi, la subordinazione della donna all’uomo è data per scontata, invisibile». Ma la teoria femminista «non può accontentarsi di conquistare per le donne il territorio degli uomini». Il femminismo, quando incontra la psicoanalisi, ha un compito più complesso: trascendere la contrapposizione. Perché questo avvenga è però necessario che la psicoanalisi rinunci a quelle certezze che, con mano maschile, ha scritto sul corpo delle donne. Rinunci alla polarizzazione di genere, «origine profonda del disagio della nostra civiltà». Apra la gabbia teorico-evolutiva della «scissione tra un padre simbolo di liberazione e una madre simbolo di dipendenza», perché per i bambini di entrambi i sessi tale scissione significa che «l’identificazione e l’intimità con la madre devono essere barattate con l’indipendenza» (e dunque «diventare soggetto di desiderio comporta il rifiuto del ruolo materno», se non della stessa identità femminile). Impari a pensare alla madre «come soggetto a pieno diritto» e non «semplice prolungamento di un bambino di due mesi». La vera madre non è semplicemente oggetto delle richieste del suo bambino, ma «è un altro soggetto il cui centro indipendente deve restare al di fuori del bambino se dovrà sapergli concedere il riconoscimento che cerca». Solo se la madre diventa soggetto, e non solo oggetto d’amore del bambino, prenderà vita quel reciproco riconoscersi che per tutta la vita nutrirà le relazioni d’amore.
È il 1988 e così scriveva Jessica Benjamin in Legami d’amore, il saggio psicoanalitico e femminista sui rapporti di potere nelle relazioni amorose che la rese famosa nel mondo. Tradotto a regola d’arte da Anna Nadotti per Rosenberg & Sellier, ma da tempo introvabile, il volume viene oggi riproposto da Raffaello Cortina, a conferma dell’interesse della sua casa editrice per un pensiero psicoanalitico d’eccellenza. La nuova edizione, un rosso cuore annodato in copertina, comprende una riflessione dell’autrice sull’attualità del suo saggio, e un testo introduttivo («Vivi in presenza di un altro uguale») a cura di chi scrive e di Nicola Carone.
«Come se avessimo bisogno di una qualche prova della persistenza del patriarcato – scrive Benjamin 25 anni dopo, cioè oggi – la passività e la sottomissione non hanno abbandonato il discorso del femminile». Ma anziché indagare il tema del sadomasochismo dal punto di vista dell’«indignazione morale», lo considera da quello della psicoanalisi e delle cicatrici psichiche prodotte dai percorsi obbligati del binarismo di genere. «In che modo il dominio è radicato nei cuori di coloro che vi si sottomettono?». Perché Cinquanta sfumature di grigio è diventato un bestseller per giovani madri e per donne manager? Le prime risposte di Benjamin (una delle quali è «perché queste donne vogliono arrendersi al controllo, vogliono perdersi») risalgono al 1967, quando Histoire d’O, letto dal mio gruppo poco dopo de Beauvoir, mi ha consentito di capire le molte permutazioni del desiderio che avrebbero trovato espressione culturale anni più tardi». Domande solo apparentemente pop che trovano risposte complesse nell’analisi della dinamica servo-padrone di hegeliana memoria, o nel concetto di «complementarità scissa», cioè un sistema dinamico in cui ciascuna incarnazione del partner (sadico, masochista; colui che agisce, colui che viene agito) «dipende dall’altro». Un’idea che diventerà centrale per la comprensione delle impasse cliniche, ma anche delle relazioni tra carnefice e vittima e di quelle «relazioni simmetriche nelle quali ciascuna persona si sente di subire, ciascuna persona sente di aver ragione, ciascuno ha paura di essere incolpato». Non stupisce che oggi Benjamin si stia dedicando al progetto politico-psicoanalitico di declinare la sua teoria del riconoscimento in una teoria della testimonianza. In The Discarded and the Dignified, ultimo scritto non ancora pubblicato, racconta la sua collaborazione, da cinque anni a questa parte, con il Community Mental Health Programme di Gaza. La scommessa è quella di costruire un dialogo con i professionisti della salute mentale israeliani e palestinesi. Di fronte ai traumi, dice, spesso reagiamo appellandoci al senso di «ciò che è giusto o sbagliato» e perdiamo la possibilità di avvicinarci in maniera autentica all’esperienza di chi soffre. Essere testimoni e non spettatori indignati rientra invece in un più ampio processo di umanizzazione di vittime e carnefici, in cui le prime non aspirino a una qualche fantasia di vendetta o, al contrario, di rassegnazione malinconica per rimediare alla perdita di persone care o alla violazione di parti di sé e le seconde prendano contatto con parti dolorose di sé dissociate.
Nato per fare luce sul perché spesso preferiamo «il dolore che accompagna la sottomissione» al «dolore che accompagna la libertà», Legami d’amore ha nei fatti inaugurato il progetto di una psicoanalisi relazionale e intersoggettiva. Il motivo per cui sono diventata psicoanalista, dice Benjamin, è stato «la ricerca di una guarigione e di un’integrazione personale». Come intellettuale, genitore, clinica, attivista politica, aggiunge, «cercherò di essere più integrata e di fare in modo che ciò che dico vada insieme a ciò che faccio per tutte quelle parti che non riguardano solo la mia guarigione personale, ma si estendono anche al lavoro e allo stare con gli altri». Creatura di confine, spigolosa e sincera, Benjamin riesce a far dialogare posizioni diverse e spesso in conflitto. «Per quanto mi riguarda – dice – sono arrivata alla convinzione che l’esperienza di essere spinta in più di una direzione nello stesso momento è una cosa fondamentale per la mia vita psichica».

(Il Sole 24 Ore, 22/02/2015)

I FANTASMI DELL’AVVENIRE
DI Sara Candidi
Di scena a Museion di Bolzano la prima personale dell’artista pugliese. Che si concentra sul rapporto tra l’individuo e l’istituzione. Indagandolo con il piglio dell’archeologa
Il Museion di Bolzano apre l’anno espositivo con due artiste: Rossella Biscotti (Molfetta, 1978, vive e lavora a Bruxelles) e Chiara Fumai (Roma, 1978, vive e lavora Bruxelles). “L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi” è il titolo della prima personale italiana di Biscotti (fino al 25 maggio), già presente al Museion nel 2008 con la performance Everything is somehow related to everything else, yet the whole is terrifying unstable e poi nuovamente invitata nel 2010, da Rein Wolfs alla collettiva “The New Public”.
Come afferma Letizia Ragaglia, direttrice del museo e curatrice della mostra, Biscotti «si muove come una sorta di archeologa del contemporaneo» e nelle sue ricerche recupera oggetti, ricordi e situazioni del passato cercando di trovare in essi un punto di contatto con il presente per considerarli da una nuova prospettiva. La mostra espone alcune delle opere che hanno segnato la riflessione artistica di Biscotti, ma anche nuovi lavori realizzati appositamente per l’occasione come le Teste in oggetto, calchi in silicone azzurro di teste in bronzo di Benito Mussolini. Gli originali delle sculture, insieme a quelli del Re Vittorio Emanuele III, furono già esposti nel 2009, quando l’artista le scovò nei depositi del Palazzo degli Uffici dell’EUR a Roma e, sfidando la burocrazia, riuscì a presentarli per la prima volta al pubblico alla Nomas Foundation. Ampia parte della mostra è dedicata al progetto sul carcere Santo Stefano, unico esempio italiano costruito secondo il modello del panoptico descritto e progettato da Jeremy Bentham nel 1791: la riflessione sull’isolamento carcerario si concretizza con la realizzazione di calchi in piombo di alcuni tratti dei pavimenti della prigione. In parallelo, un video mostra il processo di spostamento delle lastre dalla terraferma all’isola e ritorno, creando una metafora simbolica del passaggio dei detenuti dalla libertà alla prigionia.
La questione dei detenuti è particolarmente cara all’artista: in occasione della 55. Biennale di Venezia, Biscotti aveva realizzato il progetto I dreamt that  you  changed  into  a  cat… gatto… ha  ha  ha in cui aveva coinvolto le detenute del carcere della Giudecca durante il periodo precedente l’esposizione vera e propria. L’artista aveva infatti organizzato una conferenza in cui mostrava e spiegava il suo lavoro alle detenute, da quell’incontro scaturì quello che è stato definito laboratorio onirico, un momento di incontro all’interno del carcere in cui le recluse raccontavano i loro sogni. Questo percorso confluì nelle due opere finali presentate all’Arsenale: la serie di architetture in compost realizzate con l’organico raccolto dalle detenute e un audio della durata di un’ora in cui si udivano le voci delle donne che raccontavano i propri sogni, messo in onda simbolicamente ogni giorno alle ore 16 (orario di inizio del laboratorio onirico).
L’idea alla base del lavoro di Biscotti è quella di indagare dall’interno il rapporto tra l’individuo e l’istituzione e il carcere è la struttura che meglio rappresenta questo dualismo/antagonismo. Per l’artista non è tanto importante l’opera finita in sé, immobile e costante nel tempo, un oggetto estetico che può al massimo comunicare un messaggio o essere testimonianza di un’esperienza, ma ciò che ha davvero valore per Biscotti è proprio quell’esperienza che precede il lavoro esposto e le implicazioni emotive e sociali che ne conseguono. Per questo la sua ricerca va oltre la pratica strettamente artistica e si veste di reale impegno socio-politico il quale, sulla questione della prigionia, ed in particolare sull’incostituzionalità dell’ergastolo, è stato tradotto nel movimento Liberi dall’ergastolo, (liberidallergastolo.wordpress.com/about).
Storia, memoria e impegno civile si incrociano nelle opere di Rossella Biscotti ed è qui che risiede il suo spirito archeologico, un lavoro incessante di ricerca e analisi, scavo e riflessione, che viene lasciato e ripreso perché ad ogni nuova visione si può scoprire qualcosa sfuggito in precedenza
La Project Room di Museion è invece dedicata al progetto “Der Hexenhammer” di Chiara Fumai (a cura di Frida Carazzato), che si compone di un grande wall painting e di una performance che verrà replicata periodicamente fino al termine della mostra. La rappresentazione muraria si ispira alla figura dell’anarchica tedesca Ulrike Meinhof e cita scene dal Malleus Maleficarum, trattato medievale contro la stregoneria, mentre la performance entra in dialogo con la mostra di Rossella Biscotti invadendone gli spazi e guidando gli spettatori in un’inaspettata visita all’interno di Museion. Fumai, attraverso lo studio di rilevanti figure storiche ribelli femminili, vuole ribaltare la visione patriarcale che per secoli ha dominato e forse ancora oggi domina la società.
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44743&IDCategoria=1&MP=true

(indifferenza e vendetta sono risposte inevitabili?)

di Luisa Muraro

 

È andata così. L’anno scorso la rivista “Vita e Pensiero” dell’Università cattolica di Milano compiva cent’anni e per l’occasione organizzò un convegno intitolato “Dieci parole. Perché la nostra epoca ha bisogno di Dio”, al quale fui invitata anch’io. Le parole erano in coppia, affidate a oratori a loro volta in coppia. Il mio partner era l’illustre teologo Jürgen Moltmann; le nostre parole, misericordia e giustizia.

Dopo che Moltmann ebbe nobilmente parlato per “un’etica universale della pietà”, io lessi il mio discorso.

Della misericordia parlai brevemente citando, da una fonte mussulmana (la condanna del sedicente califfo Al-Baghdadi), le parole del profeta Maometto: sulla sommità del trono di Dio sta scritto che la sua misericordia è più grande della sua collera.

Mi sono fermata più a lungo sulla giustizia. Ho parlato del “farsi giustizia”, ma in un significato non abituale, che si può applicare al protagonista del film Gran Torino di Clint Eastwood (o al protagonista dei Vangeli). E vale per chi non ha a disposizione o non vuole usare i mezzi del potere (la spada e la legge). Si sono trovate in questa situazione le donne, ho detto. Sono così passata a presentare la politica delle donne nei secoli, vista alla luce del femminismo di questi decenni, come una ricerca di giustizia che si situa fuori dai rapporti di forza, in contrasto con le eroine tragiche Medea e Ecuba le quali si sarebbero vendicate dei torti patiti da uomini infierendo sui figli innocenti.

Da qui, viene il titolo del mio contributo, La politica delle donne: non per vendetta ma per giustizia, con riferimento a parole di Nadia Fusini, citate nel testo. Dovrei dire “veniva”, perché non è questo il titolo che compare sul numero speciale di “Vita e Pensiero” dedicato al centenario. Il titolo, infatti, è diventato stranamente diverso: Noi donne, non solo per vendetta.

Quando l’ho raccontato, le amiche sono scoppiate a ridere, come se fosse una barzelletta. Lo è, ma quando io vidi il titolo, confesso che mi prese un colpo di rabbia e di sconforto, una reazione che parve a me stessa esagerata. Una vita di pubblicazioni mi ha insegnato ad accettare gli interventi redazionali, così come si accetta il tempo che fa.

Ma questo non era un titolo sballato o un refuso o altro incidente più o meno casuale, questo mi arrivò come un messaggio. Diceva: è inutile che tu venga a raccontarci il femminismo, noi non ti crediamo, ammesso e non concesso che abbiamo voglia di capirlo. E a conferma della scarsa voglia, “la politica delle donne”, rimossa dal titolo, nel corpo del testo compare ma messa tra virgolette che non c’erano nell’originale, come a dire: che strana espressione. La “vendetta” forse c’entra, pensai allora, come parola evocatrice; forse in certe situazioni il fantasma della vendetta è ineliminabile. Lo squilibrio inevitabile di un mondo come quello cattolico che continua a essere comandato esclusivamente da uomini pur essendo formata principalmente da donne, è una di queste situazioni. E non c’è niente da fare, bisogna starci…

Mi ricordai l’interrogativo critico avanzato in un documento femminista, a proposito di quelle donne zelanti che alla violenza maschile rispondono proponendo di prendersi cura degli uomini violenti: “Ci chiediamo se non ci sia la tentazione di sciogliere la radicalità del femminismo abbassando il livello di tensione della relazione politica tra uomini e donne, che è quello che realmente produce spostamenti” (Nutrire la nostra libertà, rischiando di Claudio Vedovati e Sara Gandini).

La mia concezione del femminismo non può dirsi moderata, ma indubbiamente, in più occasioni, tra cui il centenario della rivista, mi sono sforzata di allentare la tensione tra femminismo e cattolicesimo. Che cosa cercavo, che cosa ho ottenuto? Cercavo di corrispondere alla buona volontà di mia madre, senza chiedermi che cosa abbia ottenuto lei con la sua buona volontà di cattolica praticante. Volevo combattere l’anticlericalismo diffuso tra una parte delle femministe, perché lo trovo urtante, (come tutto quello che è anti), senza badare al fatto che all’ostilità può subentrare l’indifferenza.

L’indifferenza, purtroppo, è una risposta per modo di dire. Una giovane francese di religione mussulmana ha raccontato sul quotidiano Le monde che lei, ancora studentessa di scienze della comunicazione, nel corso di un’esercitazione si era incontrata con Charb, il direttore di Charlie Hebdo, scelto non per simpatia ma, al contrario, perché si sentiva urtata dalle caricature di Maometto. Lui l’aveva ricevuta cordialmente, avevano un terreno comune, la causa palestinese, lei gli spiegò quanto le caricature fossero offensive anche per i mussulmani integrati nella cultura francese; si sentì ascoltata e in qualche misura capita. Ma poi, racconta, la rivista continuò a pubblicare le caricature. “Mi sono sentita tradita, conclude, e ho deciso d’ignorarli ed è questo il messaggio che ho trasmesso nel mio ambiente”. Nel deserto di relazioni politiche la redazione del settimanale satirico sarà poi sterminata da due fanatici.

Così sono arrivata a una conclusione provvisoria della mia riflessione sull’incidente del titolo, e la sottometto alle persone interessate.

Se pure fosse vero (non possiamo escluderlo a priori) che, in certe situazioni, su certi confini, vendetta e indifferenza sono risposte inevitabili, esiste tuttavia una terza possibilità, che è quella di aprire lo spazio relazionale dove la tensione che dicono Claudio e Sara, diventa praticabile. Impresa non facile. Dietro al tenace attaccamento maschile al potere, troppo spesso ci sono donne che credono di ottenere dei risultati mostrandosi accomodanti. L’ostacolo maggiore è un altro, tuttavia, ed è che le chiese, religiose o laiche, grandi o piccole, reclamano di preferenza l’appartenenza e praticano l’appropriazione. È un’eredità del passato rinforzata paradossalmente dall’individualismo di oggi per cui ogni differenza, se non è causa di odio, sparisce. Gli spazi relazionali non sono rimedi a questi mali, attenzione, non sono cioè luoghi fatti appositamente per lo scambio e il contradditorio tra persone che la pensano diversamente. Sono spazi aperti alla ricerca e alla libera frequentazione, con la possibilità d’incontrarsi. Non sono cortili, ma periferie.

Due riconoscibili abitatori dello spazio relazionale sono Giacomo Leopardi e Simone Weil, più riconoscibili di altre e altri in quanto, nei loro confronti, i tentativi di appropriazione sono falliti.

(www.libreriadelledonne.it, 20/2/2015)

 

 

 

 

 

di Laura Colombo

Qual è l’impalcatura che, oggi, sorregge simbolicamente gli uomini? Se guardiamo appena un po’ indietro, possiamo ancora scorgere il patriarcato, ovvero il dominio maschile sul corpo femminile e la sottomissione delle donne, definite e giudicate dallo sguardo di lui. La rimozione della sfera del corpo-materia che ha garantito all’uomo la liberazione dall’oscuro del corpo della madre e l’appropriazione della sua potenza, si è tradotta in potere, primato, prestigio, soldi e, via via, tutti gli orpelli e i riconoscimenti sociali (fino alla violenza, atroce privilegio). Oggi questa impalcatura è crollata.

La millenaria continuità patriarcale è stata spezzata dal quel movimento che ha fatto della relazione tra donne un fatto politico, mettendo al mondo soggettività e libertà femminile. Non senza conseguenze. Ci sono libri che riflettono sulle macerie prodotte dal patriarcato cercando di cogliere parole femminili illuminanti. Uno di questi è il recente Senza madre di Stefania Tarantino (La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2014), che indaga sull’origine della violenza europea (di marca maschile, dico io esplicitamente) a partire dalle riflessioni di Maria Zambrano e Simone Weil. L’autrice identifica il principio della violenza nella “posizione privilegiata di una soggettività che ha disprezzato il dato materiale e che ha cercato sempre ossessivamente di affrancarsi dalla contingenza umana”.

Questa posizione è difficile da scalzare e il privilegio è così potente che, annaspando per arginare la frana, tra gli uomini c’è chi invoca il ritorno alla Legge del padre (pur sempre un principio di ordine simbolico) e chi invece critica questa posizione affermando che “La fonte della sofferenza contemporanea sta soprattutto nel venire meno della madre” (Franco Berardi Bifo, www.commonware.org/index.php/neetwork/511-senza-madri, in un commento al volume citato). Lui qui coglie un punto importante, ma la speranza che si tratti di una vera apertura verso un differente ordine simbolico svanisce in poche righe: le donne sono viste solo come emancipate (sventurati i figli e le figlie lasciate agli asili o ad altre donne, costrette a loro volta ad abbandonare i propri) e funzionali all’economia neoliberista (la messa al lavoro dell’affettività femminile quali ripercussioni ha sui poveri maschi?).

Ma le donne possono stare tranquille (dico io sardonicamente), Bifo non le sta richiamando “a fare il loro lavoro di mamme”. Ancora una volta, pur nel disordine, si ripropone la scissione tra corpo e mente, tra riproduzione e produzione: ma ancora non avete capito che la maternità vogliamo (e possiamo) viverla liberamente? Che la riproduzione potrebbe diventare, per tutti, il paradigma di quelle “attività che mettono e rimettono al mondo, e sul mercato, l’umano”? (Anna Simone e Federica Giardini, La riproduzione come paradigma. Elementi per una economia politica femminista).

Bifo non sa che c’è una via femminista alla soggettivazione che passa per la libertà ed è critica verso l’emancipazione. La libertà femminile nasce dalla scoperta (fatta a partire dall’esperienza condivisa e messa in parola) che l’eccedenza delle donne rispetto alla legge simbolica paterna è ricchezza e forza, non disvalore. Il punto è cosa farne di questo eccesso perché donne e uomini possano misurarsi con il presente, come far sì che la capacità femminile di invenzione singolare e contingente sia ricchezza per tutti e lievito per una politica rinnovata. È un punto che mi riguarda e riguarda più in generale le femministe che stentano a riconoscere il valore politico di questa sproporzione o non sanno che farsene, disorientandosi e autolimitandosi nel panorama neoliberale del mondo attuale (vedi Femminismo e neoliberalismo, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino, Natan Edizioni, Benevento 2014).

Torno agli uomini riprendendo Bifo, che identifica il punto cruciale nella mancanza del corpo materno che avvia amorevolmente alla parola. A mio parere la mancanza che lui percepisce è una rimozione, che ha radici sia nell’impossibilità di vedere sé e restare in contatto col proprio corpo, sia nella negazione della realtà. Se lui ha avuto accesso alla parola è per opera di sua madre. È importante riconoscerlo, altrimenti si rischia di cadere nella rappresentazione rivisitata della miseria femminile, questa volta post-patriarcale.

Bifo, e tutti quegli uomini che come lui vorrebbero voltare pagina, faticano lasciar andare le macerie del disordine patriarcale e si aggrappano a un’impalcatura sgangherata che si basa, ancora una volta, sulla cancellazione di lei. Ora come allora? Non possiamo dirlo, lei oggi ha guadagnato indipendenza simbolica, esiste per sé, è consapevole. E rischia: sceglie, parla, decide, ama, vive. Rischia anche di essere fatta fuori per mano di lui, letteralmente e, molto più spesso, metaforicamente. È questo che lo sorregge, mi pare di capire: lui non c’è, si arrabatta tra nostalgia del padre e ostinata sottrazione alla relazione restando attaccato a un potere sregolato e violento e preda di un desiderio ormai trasformato in panico.


(www.libreriadelledonne.it, 20/2/2015)

dal 19/2/2015 al 28/3/2015
Catharine Ahearn Peep-Hole c/o Fonderia Battaglia

FONDERIA BATTAGLIA Milano via Stilicone, 10 – tel. 345 0774884
No soap radio. L’artista, partendo dal potenziale narrativo del quotidiano, crea immagini stratificate che alterano la percezione del reale. La mostra presenta una serie di sculture e dipinti, disposti in modo da creare una sorta di immaginaria astronave.
comunicato stampa
Nel lavoro di Catharine Ahearn, contraddistinto da una costante sperimentazione di
tecniche e materiali, il potenziale narrativo del quotidiano è il punto di partenza per la costruzione di immagini stratificate che alterano la percezione del reale aprendo l’immaginazione a una vasta gamma di possibilità. Facendo ricorso a esperienze o personaggi radicati nell’immaginario collettivo, l’artista accosta oggetti ordinari in visionarie e misteriose composizioni che ironizzano sulle dinamiche stereotipate del potere. NO SOAP RADIO consiste in una serie di sculture e dipinti concepiti appositamente per la mostra e disposti all’interno di un percorso espositivo scandito da una grande installazione site specific: una sorta di immaginaria astronave in PVC che eclissa e allo stesso tempo divide la struttura dello spazio espositivo. È attorno a questo intervento ambientale che Catharine Ahearn ha orchestrato l’intero progetto, in cui la poliedricità dei linguaggi utilizzati e la vasta gamma di materiali impiegati – da quelli più effimeri come il sapone ad altri di natura profondamente diversa come il ferro – offrono un’esperienza dei percorsi tematici e linguistici su cui si fonda la sua pratica.

di Alessandra Muglia

 

Soltanto donne a portare la bara e nelle prime file al funerale, soltanto donne a seppellirla. Sfidando la tradizione e i moniti dell’imam della cittadina turca di Mersin, le donne questa volta si sono rifiutate di stare dietro agli uomini. Nessuna mano maschile doveva più toccare Aslan Özgecan dopo che la scorsa settimana la sua giovane vita è stata brutalmente stroncata dall’autista del pulmino che la portava a casa dall’università. Aslan, 20 anni, studentessa di psicologia, aveva cercato di resistere all’uomo che voleva violentarla. Si era difesa con uno spray al peperoncino che teneva in borsetta come fanno migliaia di donne nel Paese guidato dai filoislamici dove le violenze di genere sono schizzate: +400% in 13 anni, da quando è al potere il partito islamico Akp di Erdogan, stima il quotidiano Taraf ; +40% di donne uccise nel 2014, per Aysenur Islam, unica ministra.
I dettagli dell’uccisione di Aslan sono raccapriccianti: le mani amputate, le pugnalate, il corpo dato alle fiamme, i suoi resti carbonizzati sulle sponde di un fiume con l’aiuto del padre e di un amico dello stupratore assassino, già arrestato.
Aslan è stata messa a tacere per sempre ma ora migliaia di donne dopo anni di silenzio hanno trovato la voce. La barbara fine della studentessa ha innescato una mobilitazione di massa. L’ondata di proteste e indignazione da Mersin, nel sudest del Paese, si è propagata a decine di città, Istanbul e Ankara comprese. Con decine di migliaia di donne vestite di nero in strada che fino a ieri scandivano slogan come: «Non camminerai più da sola», «Non stiamo piangendo, ci stiamo ribellando», «lo stupro è un crimine contro l’umanità». Si sono vestiti di nero anche studenti e studentesse a scuola e in università, donne e uomini al lavoro con il fiocco nero. La rabbia e lo sdegno sono corsi sui social. Sotto l’hashtag sendeanlat (raccontaci la tua storia) personalità e migliaia di donne comuni hanno condiviso storie personali di abusi.
Anche Erdogan è intervenuto: l’assassino «merita il massimo della pena», «seguirò il caso personalmente» ha twittato. E ieri ha promesso pene più severe. Il caso ricorda quanto accaduto in India dopo il brutale stupro di una studentessa di 23 anni su un bus di Delhi. Qui l’indignazione ha portato a un inasprimento delle pene, non sufficiente però per contrastare il fenomeno anche per la diffusa impunità e la radicata cultura patriarcale, che la Turchia conosce bene. Ancora martedì Erdogan ha dichiarato che «le donne si devono affidare agli uomini» facendo infuriare le attiviste, che già lo criticavano per il suo rifiuto dell’uguaglianza tra i generi.
Ma le turche non sono sole. Nuove proteste sono in programma nel fine settimana, con un raduno di uomini in minigonna a Istanbul. «D’ora in poi le donne non si dividono più tra turche e curde, tra musulmane e non — dice la scrittrice Elif Shafak — ma tra chi difende il silenzio e chi rifiuta di stare zitta».
(Corriere della Sera, 19 febbraio 2015)

di Franca Fortunato

 

La guerra, evocata dal ministro degli Esteri Gentiloni, contro il sedicente Stato Islamico in Libia, non può non indurci a provare a fare prevalere – cosa non facile – il buon senso, la saggezza, la riflessione, la conoscenza, prima che sia troppo tardi.

Di che cosa parliamo quando diciamo Isis? Della prevalenza nell’Islam politico della corrente più radicale, che ha per obiettivo la restaurazione dell’antico Califfato, distrutto dai mongoli nel 1261 e che si estendeva dalla capitale irachena fino all’attuale Israele. Quella dell’Isis è una tradizionale e moderna guerra di conquista, portata avanti, con ogni mezzo, tramite la guerra santa (jihad) contro gli apostati (i non sunniti) e gli infedeli (gli occidentali). È sullo sfondo della guerra civile in Siria, e di un Iraq ancora paralizzato dall’intervento occidentale, che l’Isis si è messo a conquistare seguaci, dentro e fuori i Paesi musulmani, con un messaggio potente: la promessa della libertà politica attraverso la restaurazione del Califfato che, da sempre, nell’immaginazione dei musulmani rappresenta lo stato ideale, la nazione perfetta, in cui trovare la salvezza – come gli ebrei nello stato d’Israele – dopo secoli di umiliazioni, razzismo e sconfitte per mano delle potenze straniere e dei loro associati musulmani. Da decenni fondamentalisti e studiosi islamici assicurano che i millenni di grandezza e splendore raggiunti sotto il Califfato, considerato una sorta dell’età dell’oro, di paradiso in Terra, torneranno in vita. La sua restaurazione è il sogno dei revivalisti islamici almeno dagli anni cinquanta, quando Hizb ut-Tahrir cominciò a invocare la sua rifondazione. Anche Obama bin Laden l’ha spesso citato come suo fine supremo, ma nessuno si era mai neppure avvicinato alla sua realizzazione, anzi per tutti è rimasto un sogno bello e impossibile. Un sogno divenuto realtà con lo Stato islamico e con Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi, nel giugno 2014, nuovo califfo e che, come tale, ha imposto la legge islamica (sharia): tagliare le teste, rapire le donne e costringerle a matrimoni precoci e forzati, infliggere violenze e pene corporali. Ma l’Isis non è solo terrore, violenza, esibita anche sui social network per diffondere la paura, ma è anche – come ci racconta Loretta Napoleoni nel suo libro Isis. Lo Stato del terrore – la ricerca del consenso attraverso programmi sociali e una politica di alleanze con le tribù sunnite locali per lo sfruttamento delle risorse naturali, presenti nei territori conquistati con la guerra. Le forze dell’antiterrorismo, nel prevenire e impedire l’avvento del Califfato, hanno fallito. Come spiegare la creazione, nell’arco di tre anni, di questo sedicente Stato islamico?

Aicha El Hajjami, studiosa e ricercatrice marocchina, sulla rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana n. 111, dicembre 2014, indica tra le cause interne il nutrimento che, nel mondo arabo musulmano, hanno dato a lungo all’oscurantismo religioso gli Stati che «percepivano il pensiero religioso critico come una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi» e che continuano a farlo, come l’Arabia Saudita.

Le cause esterne sono tante e vale la pena ricordarle con lei: la lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; il sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici (Saddam Hussein, Gheddafi) fintanto che servivano i loro interessi; la rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali ; il perdurare dell’occupazione israeliana e il massacro della popolazione palestinese; la guerra in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non si può dimenticare, infine, che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-Urss: Bin Laden era stato armato da loro.

Ma che cos’è che attira dell’Isis tanti giovani immigrati musulmani europei e americani, di seconda e terza generazione? È il sogno del riscatto dalle frustrazioni e umiliazioni di cui sono quotidianamente vittime, in un mondo che non offre loro un futuro. L’Isis chiede loro di combattere per raggiungere il paradiso, non nell’aldilà, ma sulla terra, sotto il Califfato, riservato ai soli sunniti. Giovani facile preda dei fondamentalisti perché, avendo studiato in Occidente, non conoscono i libri religiosi e i veri valori dell’Islam: pace, fratellanza, giustizia e uguaglianza. Come dimenticare, poi, che Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati i primi finanziatori del gruppo di al-Baghdadi contro Assad? Lo hanno anche addestrato militarmente, mentre gli Usa hanno armato (non ufficialmente) tutti i gruppi anti-Assad. Con quelle armi, confiscate dallo Stato Islamico dopo ogni vittoria, combattono ora i sostenitori di Baghdadi. A questo punto, che cosa possiamo fare?

Se è vero che nessuna/o ha la ricetta miracolosa, l’unica cosa che dovrebbe esser(ci)e chiara è che una nuova guerra non sarebbe la soluzione. Questa, infatti, non farebbe che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata, stremata e oppressa dalle violenze. Mieterebbe ulteriormente vittime innocenti tra i civili e destabilizzerebbe completamente il Medio Oriente, con risultati peggiori del male che si vuole combattere. Non è questo tempo di risposte “scontate”, ma di domande e di ascolto. Hajjami indica la strada dentro il mondo arabo musulmano, dove «la vera jihad» di cui c’è bisogno «è quella del pensiero critico» sul patrimonio religioso e culturale dell’Islam per trasmetterne i veri valori, così come sulle sfide della modernità e della globalizzazione. La «vera jihad» è quella di «risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne». Ma è anche quella di intervenire sugli aspetti economici dello sviluppo e di avere cura nell’assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Sono le tante donne come Hajjami, e non le guerre di cui l’Isis è figlio, che per (me) noi donne sono motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura musulmana e nello svelamento del volto maschilista e patriarcale, tribale e violento, dell’Isis.

(Quotidiano del Sud, 17 febbraio 2015)

L’ARTE CONTRO LA GUERRA
È possibile. L’artista iraniana ci spiega come

di Ludovico Pratesi

Donne velate che puntano pistole con sguardo altero, con le mani coperte da  frasi scritte in farsi, l’antico persiano. Nei primi anni Novanta le opere fotografiche dell’artista iraniana Shirin Neshat (Qazvin, 1957) hanno denunciato la situazione delle donne in un Paese piegato dalla rivoluzione di Khomeini. Sono le Women of Allah, immagini scattate nel 1993 e esposte di recente al Mathaf, il museo d’arte moderna di Doha (Qatar) in occasione della mostra antologica Afterwards, insieme a opere più recenti, come The Book of Kings (2012) e Our House is on Fire (2013), dedicata ai protagonisti della Primavera Araba. Le opere di Shirin Neshat sono perciò sempre impregnate anche della complessa e spesso difficile realtà politica del suo Paese e del mondo arabo: per questo le abbiamo chiesto un’opinione dopo i fatti di Charlie Hebdo e il clima di terrore che l’Isis tenta di instaurare.

Oggi, come artista iraniana, qual è la sua posizione sul massacro di Parigi e, in generale, sulla libertà di espressione?
«Credo nella libertà di espressione e per questo vivo in esilio e non nel mio Paese, che priva il suo popolo dei diritti umani fondamentali come la libertà di espressione. Nonostante questo, non credo nella provocazione come valore per affermare questa libertà. Però mi considero una musulmana laica, e per principio sono contraria a ogni forma di estremismo religioso che possa causare violenza o sofferenza, introducendosi nella vita privata delle persone, da qualunque fonte provenga: cristiana, musulmana o ebrea».
La libertà di espressione è un tema rilevante nel suo lavoro?
«Dal momento che vivo fuori dalla mia patria non mi confronto con le autorità iraniane ogni giorno, anche se il mio lavoro continua a indirizzarsi verso tematiche socio politiche e religiose relative all’Iran. Ma rifiuto di utilizzare l’arte come uno strumento per creare controversie, o per inasprire, offendere o contrastare qualsiasi forma di credo religioso o ideologia politica. In generale penso che qualsiasi espressione artistica che sia fondata su un pregiudizio sia sempre manipolativa e sbagliata, dal momento che spinge verso lo sdegno o addirittura la violenza».
Ricorda quali furono le prime reazioni alle sue Women of Allah?
«All’inizio della mia carriera, molti occidentali pensavano che  le parole scritte sui corpi femminili nella serie fotografica Women of Allah fossero versetti coranici. In realtà ho sempre usato soltanto versi poetici, perché non potrei mai immaginare di rendere banale ciò che è sacro per milioni di musulmani».
Adesso che reazioni provocherebbero?
«Quello che è successo al giornale Charlie Hebdo a Parigi, mi sembra che riaffermi l’idea che la rabbia nutre la barbarie, e che una forma di rabbia conduce ad un’altra forma di rabbia, e come siamo spinti verso un circolo vizioso di astio, rivincita e brutalità. La risposta può essere la creazione di dialoghi su come possiamo prevenire l’ira immotivata che causa tanta sofferenza. Mi piace credere che ci sono persone che hanno valori ai quali non aderisco personalmente, ma che rispetterò e tollererò finché saranno pacifici»
Crede nella possibilità di un dialogo vero e profondo tra l’Islam e l’Occidente?
«In qualità di artista e non di esperta, ritengo che la cultura occidentale non riesca a comprendere che non tutte le culture aderiscono ai valori razionali dell’Occidente. Il problema è il pregiudizio legato all’idea di confine, necessario ai musulmani per proteggere alcuni valori, e così estraneo agli occidentali che cercano di eliminare i confini per consentire una società aperta e giusta»
In che modo?
«Può sembrare troppo ottimista e ingenuo da parte mia, ma credo che la risoluzione di questa divisione storica tra le culture islamica e occidentale sia possibile solo se i popoli cominciano ad assumere un approccio diverso da quello dei governi. Penso che una soluzione sia possibile soltanto nell’evitare ogni ritorsione, con una diplomazia pacifica che conduca al rispetto reciproco, alla tolleranza e perfino alla celebrazione delle nostre differenze».
Crede che gli artisti possano avere un ruolo in questo dialogo?
«Sono fermamente convinta che gli artisti possano giocare un ruolo significativo nel costruire un dialogo tra culture in conflitto, perché il linguaggio dell’arte ha l’abilità di rimanere al di sopra e oltre le differenze religiose, culturali e nazionali, e arrivare nel profondo della psiche umana. Spesso però gli artisti si trovano nella posizione difficile di rispondere alle problematiche politiche del loro tempo, senza essere apertamente controversi, manipolativi, di parte o didattici. Dopotutto, è molto più facile fare un’arte che punta il dito su quello che è giusto o sbagliato, e più difficile fare arte che crea un momento di discussione, un forum che apre nuove prospettive e invita lo spettatore a formarsi una propria interpretazione. È attraverso quest’ultimo approccio che gli artisti possono giocare un ruolo significativo in questo momento storico».
Per concludere, l’arte contemporanea può assumere un valore politico?
«Sicuramente dovrebbe essere più consapevole dei problemi politici. Oggi percepisco una forte assenza di dialogo critico su temi politici, anche quelli relativi alla libertà di espressione, che è al centro di ogni pratica artistica».

da /www.exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44696&IDCategoria=1&MP=true

di Gian Guido Vecchi

«Francesco, lui, lo ha detto molto chiaramente. Quella frase, soprattutto: “Soffro quando vedo nella Chiesa che il ruolo di servizio della donna — quel ruolo che tutti noi dobbiamo avere — scivola verso la servitù”. Ecco: ci sono ancora molte donne che nella Chiesa vivono in condizione di servitù, fanno da cameriere o da badanti ai preti e vengono trattate come serve».

La storica Lucetta Scaraffia, coordinatrice dell’inserto «Donne, Chiesa, Mondo» dell’Osservatore Romano, è stata chiamata a concludere, sabato, l’assemblea sulle «culture femminili» in Vaticano. Parlerà del futuro.

Pare di capire, professoressa, che nella Chiesa ci sia una maggiore attenzione, no?
«Sì, per un motivo ineludibile. La Chiesa, specie in Occidente, è spiazzata. È un mondo assolutamente al maschile, a livello decisionale, ma composto per la maggior parte di donne. I due terzi dei religiosi sono donne, dalle missionarie alle suore di clausura. E sono le donne che ormai mandano avanti le parrocchie, insegnano catechismo, badano ai bambini, assistono anziani e malati».

Però?
«Però la loro voce non viene ascoltata. Non è questione di potere, ma di voce. Di ascolto della loro voce e di partecipazione ai processi decisionali. Non si tratta di sacerdozio o di donne cardinale. Non ci sarebbe bisogno di cambiare nulla…».

Ad esempio?
«Trovo vergognoso, per dire, che le donne non facciano parte delle congregazioni che precedono il Conclave. Ci sono cardinali, vescovi e gli ordini religiosi maschili, giustamente. Ma le madri generali, le rappresentanti di organizzazioni internazionali, quelle no. Donne importantissime, che avrebbero tantissimo da dire, e nessuno le ascolta. Del resto, è ridicolo che non ci siano donne ai vertici dei dicasteri dei laici o della famiglia; perfino tra i religiosi l’unica donna è sottosegretario».

Come reagiscono le donne?
«Le vedo esasperate, sfiduciate. Stanno per conto loro. È questa è una perdita grave, per la Chiesa».

Eppure qualcosa si muove. L’inserto femminile dell’«Osservatore», le cinque donne nominate nella commissione teologica internazionale…
«L’inserto è nato tre anni fa, sotto il pontificato di Benedetto XVI, proprio per mostrare che le donne c’erano, perché non fossero ignorate».
Parlava di Occidente. E altrove?
«In molte parti del mondo la Chiesa è l’istituzione più femminista che ci sia, grazie alle donne. Pensi alle missionarie che in Africa o in Asia fanno studiare ragazze altrimenti escluse dalle scuole. O l’assistenza delle suore alle donne che subiscono violenza. Ci sono Paesi dove sono solo i cristiani a difendere le donne. Eppure: lo ha mai sentito rivendicare, questo? È come se non se ne accorgessero neppure…».
Francesco ha detto: «Bisogna fare di più».
«Francesco se ne rende conto e lo ha ripetuto, nel suo modo franco. Ma sarà durissima. E diffido delle consulte femminili. Penso debbano entrare nelle strutture che ci sono già».
Non si fa molte illusioni…
«Non so quanto gli uomini siano disposti a rinunciare a una fetta di potere. Pochi sentono il problema. Del resto tanti sono anziani, hanno passato la vita a vedere donne che fanno le serve. Per questo è fondamentale che ci siano donne a insegnare nei seminari: così i futuri preti non le vedranno solo a lavare piatti o calzini, si faranno un’idea diversa».

(Corriere della Sera, 4/2/2015)

di Veronika Mariaux

La mia difficoltà maggiore è costituita dall’ambivalenza dei miei sentimenti nei confronti del mio paese, la Germania. Essendo il criticismo e la diffidenza nei confronti delle relazioni umane e della propria esperienza ciò che intendo mostrare e criticare, sento il rischio di essere trascinata verso la stessa deriva. Per evitare questo, vorrei partire da un esempio di segno opposto, e cioè dal caso di una studiosa tedesca contemporanea che ha basato la sua ricerca sull’amore per le culture orientali. Il nome di Annemarie Schimmel, illustre studiosa dell’Islam, è balzato agli onori della cronaca giornalistica per via della sua designazione per il premio della pace, conferito dall’associazione dei librai tedeschi in occasione della fiera del libro di Francoforte lo scorso ottobre (1995).
Come si è potuto ricavare anche dalla stampa italiana, la nominazione di Annemarie Schimmel per questo premio, che intende premiare personaggi che si sono impegnati attraverso la loro opera nella mediazione fra le culture e i popoli, è stata contestata da parte di un curioso cartello di femministe e intellettuali di sinistra, guidate da Alice Schwarzer e la sua rivista Emma, dal momento in cui Annemarie Schimmel aveva espresso in un’intervista televisiva (il 4/5/1995) il suo disaccordo nei confronti dell’operazione culturale tentata da Salman Rushdie nei suoi Versetti satanici. Pur condannando la minaccia di morte da parte del fondamentalismo islamico, Annemarie Schimmel si è permessa di fare dei distinguo e di criticare l’atteggiamento antispirituale e antireligioso dell’Occidente che si pone come giudice universale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Vorrei qui aggiungere un dato che non è emerso sulla stampa italiana ma che è stato, a mio avviso, non indifferente nello scatenare l’ira dei difensori dei diritti universali. Prima di arrivare alla fatidica domanda su Salman Rushdie la giovane intervistatrice domanda all’anziana studiosa se, durante i suoi soggiorni nei paesi islamici, non abbia subito la terribile repressione delle donne che là sarebbe all’ordine del giorno. Annemarie Schimmel risponde che no, che lei personalmente non ha mai sofferto e che, anzi, già negli anni Cinquanta ha avuto una cattedra di teologia islamica all’università di Ankara, mentre fa presente che negli stessi anni in Germania nessuna donna insegnava teologia in un’università tedesca. Questa risposta illumina la portata politica dell’impegno di Annemarie Schimmel, che è di minare l’autocentratezza dell’Occidente su se stesso, mettendo in evidenza le contraddizioni lasciate in ombra dall’universalismo dei diritti. Le affermazioni sul caso Rushdie non sono quindi degli scivoloni “poco diplomatici” di una signora impolitica, come hanno cercato di difenderla i suoi sostenitori, ma invece una scelta politica vera e propria. Ma addirittura, ed è qui che sta il vero paradosso, l’atteggiamento critico nei confronti della propria cultura (come di se stessi) è politicamente senz’altro più fecondo (oltre che più “corretto”!) della critica fatta alle altre culture (e agli altri) in base alle proprie misure, applicate a situazioni completamente diverse, di cui in genere non ci si degna nemmeno di informarsi, nel nome di un’implicita superiorità (ciò che è bene per noi, lo sarà anche per voi). È quindi un segno importante, da parte di un paese occidentale, l’aver conferito il premio ad Annemarie Schimmel, con una cerimonia, come nel caso dei suoi predecessori, in un luogo simbolico molto importante per la Germania, e cioè la Paulskirche in cui si riunì nel 1848 il primo parlamento sul suolo tedesco. Ma è altrettanto importante tener presente che questa premiazione è avvenuta contro la volontà di gran parte dell’intellighenzia di sinistra e del femminismo.
A questo punto si pone il problema del femminismo tedesco. Un primo dato è che continua tuttora la forte identificazione del femminismo con la sinistra. Questa identificazione, anche se consapevole e spesso ostentata, produce una grande non-libertà, com’è nella sua natura: identificandomi con un altro da me, mi manca la distanza necessaria per vedere l’altro e perdo contemporaneamente ogni urgenza di lavorare sulla mia auto-coscienza. Così è successo che il femminismo tedesco abbia fatto propri i principi della sinistra (tra cui l’universalismo e lo statalismo) senza interrogarli. C’è un diffuso rifiuto di pensare in prima persona «con la propria testa», un vero e proprio «divieto di pensiero», come lo ha chiamato la storica francese Geneviève Fraisse (su Via Dogana 14/15), con il noto esito di affidare tutto ai diritti e, in ultima analisi, alla legge dello stato-padre.
In questo esito pesa, forse, una certa cultura tedesca. Ma quello che si nota con più evidenza è la vicinanza, se non proprio l’imitazione, del femminismo nordamericano. Come avviene negli Usa, anche le femministe tedesche privilegiano la strada della rivendicazione di posti di potere. Restano così bloccate le iniziative che potrebbero nascere da relazioni non formate o deformate dalla rete del potere pianificatore, relazioni in cui si giocano differenze e disparità, facendo nascere autorità e libertà.
Non bisogna dimenticare che in Germania anche il ’68 ha avuto molto più il significato di una resa dei conti fra figli (e figlie) e padri (madri) sul nazismo, che non quello di una liberazione da vecchi poteri. Poco eros e molto giudizio morale: voi siete stati cattivi, noi siamo buoni. Perché l’eros, ciò che può esserci solo in relazione, è destabilizzante e quindi potenzialmente pericoloso. Così il famoso «make love not war» è stato inteso solo alla lettera e non in profondità. L’amore infatti mi pare che sia quello che si teme di più, in tutte le sue forme.
Per questo motivo le questioni poste da Annemarie Schimmel hanno avuto un effetto così forte di rottura con gli schemi di pensiero fondati su identità/alterità, buono/cattivo. È come se Annemarie Schimmel avesse tutte le caratteristiche necessarie in questo momento per far luce sulle contraddizioni in cui siamo prese. Il fattore primario è certamente la differenza femminile, così dirompente da mettere in evidenza sin dalla prima intervista la questione vera su cui si gioca la partita in questo momento storico: l’autorità femminile e la sua capacità di fare ordine simbolico. Che si trattasse di una donna anziana è un altro elemento importante, perché le settantenni, per motivi storici, non fanno parte di un femminismo diffuso che caratterizza invece le generazioni tra trenta e i cinquant’anni e che spesso prende la forma di un conformismo ideologico, fino all’opportunismo. Il fatto che sia una studiosa, e non una politica di professione o una donna impegnata nel sociale/statale, le consente quella distanza necessaria per vedere ciò che accade; e che sia una studiosa tedesca di una cultura e di una religione straniere come l’Islam, da secoli punto di focalizzazione e di proiezione delle paure dei cristiani, ha fatto sì che potesse essere posta la questione dell’universalismo. Infine, il suo aver assecondato fino in fondo l’amore per le culture e le lingue islamiche («Quando si ama una cultura si ha la sensazione di doverla difendere»), è un ulteriore elemento di rottura degli schemi moderni, che privilegiano in modo esclusivo l’atteggiamento critico (analitico) rispetto a un atteggiamento di empatia nei confronti dell’oggetto studiato.
Così, nelle sue parole e attraverso la sua vita di studiosa, ha fatto davvero un grande lavoro politico, non solo nel senso più esteriore, come le è stato riconosciuto dalla giuria con il conferimento del premio per la pace. Il merito maggiore proviene proprio dall’aver messo in questione i nostri “valori” (cioè quelli della cultura occidentale), facendoci scoprire una serie di -ismi che sono diventati o possono diventare: criticismo, universalismo, femminismo.
Micha Brumlik, politologo tedesco, in occasione di una trasmissione televisiva sul “caso” di Annemarie Schimmel, molto ricca di informazioni sulla sua vita e i suoi studi, ha messo in guardia dal rischio che corre l’Occidente, nel sostenere i diritti umani e nel suo combattere il fondamentalismo islamico, di cadere a sua volta nel fondamentalismo.
Che il criticismo (verso gli altri) trovi il suo uguale speculare nel conformismo (verso il mio e il noi) mi sembra si sia visto bene nella reazione stereotipata all’apparire in scena di una donna “non contemporanea” che è andata controcorrente nel suo rapporto con il mondo. Rapporto dettato non da un atteggiamento negativo (dal nichilismo) ma dall’amore per il sapere nel senso più antico della parola: al centro degli studi di Annamarie Schimmel, infatti, c’è, fin dalla sua giovinezza, la poesia (ha svolto una cospicua opera di traduttrice, soprattutto di poesie) e la mistica islamica, il sufismo.

(Via Dogana n. 25, marzo 1996)


Annemarie Schimmel (1922-2003) è conosciuta in Italia per il libro La mia anima è una donna Il femminile nell’Islam, ECIG, Genova 1998.

di Zazi Sadou


Fra le testimonianze di Zazi Sadou tradotte e pubblicate in Italia (“Ho scelto di lasciarvi immagini di vita e di bellezza”, Diotima,
Il profumo della maestra, Liguori 1999; “Lotta al terrorismo. Imparare dalle donne d’Algeria” (“Via Dogana”, n. 58/59 2001, dopo l’11 settembre); “Trasformare la paura, si può” (Quaderno di Via Dogana, Fare pace dove c’è guerra, 2003), Secondorizzonte ha ritenuto opportuno riproporre quest’ultima.
Si tratta infatti di una narrazione ricca di riflessioni profonde e di insegnamenti sapienti, purtroppo straordinariamente attuali, riguardo alla maniera di trattare la paura con la quale il terrorismo cerca di distruggere ogni disponibilità all’apertura e all’incontro tra esseri umani, facendoci dimenticare ciò che ci lega al di là delle appartenenze religiose e delle differenze culturali: l’amore per una terra accogliente e il rifiuto della violenza sotto ogni forma.
“Trasformare la paura, si può”, nella versione integrale è disponibile a stampa, nel Quaderno di Via Dogana Fare pace dove c’è guerra. Il Quaderno è in vendita alla Libreria delle donne (via Pietro Calvi 29, Milano) – che ringraziamo per l’autorizzazione alla riproduzione del testo sul nostro sito – e si può richiedere scrivendo a info@libreriadelledonne.it

La paura è come la morte, la morte violenta. Non c’è niente di peggio. La paura è un sentimento ancor più forte dell’amore, della gioia. È qualcosa di talmente forte che, se arriva a dominare il suo pensiero, il suo corpo, la persona è morta. Non fa più niente… Malgrado la paura, siamo riuscite a creare un luogo di legami sociali, di solidarietà. Io uso la parola “strategia” perché noi abbiamo cercato di mettere in gioco delle azioni precise, volte a rompere il cerchio della paura collettiva. Quando una persona è isolata ha paura. Ma se sono migliaia le persone che hanno paura è l’isolamento più totale. Quando l’integralismo è arrivato con il terrore per inchiodare tutti al silenzio, alla paura, una voce si è alzata per dire: rompete il silenzio, perché questo silenzio è la morte. Sono state per prime le donne ad alzare la voce in Algeria, come risposta collettiva.*
Io credo che in ogni situazione, e non solo in Algeria o in Bosnia o in Afghanistan (società attraversate da conflitti sanguinosi), le risposte alla paura, a questa esperienza umana dolorosa, debbano essere le stesse.


La paura è un sentimento che tutti conoscono, più o meno. Confesso che io ho molta paura: lo so, l’accetto, la faccio diventare parte integrante di me stessa. È un sentimento orribile che paralizza. Sono d’accordo che occorre parlarne: è necessario poterla esprimere, ma solo a condizione che il parlarne non la renda contagiosa.
Per esperienza, infatti, riconosco tre tipi di paura. C’è questa paura contagiosa: una persona può suggestionare un gruppo distruggendo ogni possibilità di reazione, ogni possibilità di difesa, ogni possibilità di resistere. Sono situazioni di violenza estrema.
C’è la paura paralizzante, ha lo stesso effetto del tetano: se la persona o il gruppo che si trova in questa situazione non riesce a trasformare questa paura in un altro sentimento, come la rabbia ad esempio, per potere reagire e per potere attingere al massimo di energia per affrontarla, è la morte certa, è la prigione, è l’abbassare le braccia. La paura si prende tutto, è dare alla paura tutto il potere, sia da parte di singolo che da parte di un gruppo sociale o politico.
Infine, c’è la paura che personalmente, e penso anche collettivamente, abbiamo cercato di trasformare in paura motivante. Noi abbiamo conosciuto tutte le forme di paura. Ma è appunto quest’ultima, quando siamo riuscite a trasformarla in un guadagno di conoscenza, che ci ha dato la rabbia e di conseguenza la forza di reagire e di agire molto rapidamente.
Ogni individuo che vive la paura sa che è qualcosa di terribile, la paura può trasformare una persona, può trasformare un soggetto in una pecora. A quel punto, puoi fare di lui quello che vuoi. La paura è anche un segnale importante, ma quello che i movimenti totalitari fanno è di manipolare la paura degli individui. I gruppi armati islamisti in Algeria hanno usato la paura e il terrore per mandare in pezzi la società, per cancellare la presenza delle donne nei luoghi pubblici e per prendere il potere. La resistenza, nelle sue diverse forme, ha avuto l’effetto di far regredire la paura collettiva, ostacolando questo processo.
All’inizio, c’è stato l’assassinio di poliziotti, di uomini della gendarmeria, di militari. La società non ha ceduto. Noi abbiamo manifestato fin dai primi assassinii. Poi c’è stato l’assassinio di intellettuali, e di giornalisti.
C’è stata una resistenza civile, la società non ha ceduto. In seguito, a partire dal 1994, c’è stata un’altra fase: paralizzare, immobilizzare la società toccando il cuore della famiglia, cioè attaccando le donne. Bisogna considerare il ruolo delle donne nella rappresentazione simbolica, in società di tipo patriarcale come la nostra. Toccare una donna, violentare una ragazza nella sua casa, alla presenza dei fratelli, alla presenza del padre, provoca delle ondate di shock. Situazioni di questo genere sono state prodotte su larga scala. La violenza sessuale è stata utilizzata in Algeria dai gruppi armati per terrorizzare la società. Sono state spesso le madri che hanno cercato di opporsi alla violenza e al sequestro della propria figlia. Ci sono casi concreti. Nella maggioranza delle testimonianze che abbiamo raccolto, le giovani donne violentate non volevano più ritornare a casa perché si sono sentite abbandonate dal padre e dal fratello che non hanno mosso un dito per proteggerle. È facile immaginare le conseguenze di queste relazioni nella società: viene lacerato in profondità il tessuto sociale, che poi deve essere ricostituito. Abbiamo lavorato in situazioni di violenza estrema, di terrore. Essendosi questi casi moltiplicati, a partire dal momento in cui un numero sempre più elevato di ragazze venivano violentate o sequestrate, c’è stata una reazione che si può definire salutare perché un numero sempre maggiore di uomini hanno cominciato a organizzarsi in gruppi di resistenza. Padri di famiglia, nella loro testimonianza, mi dicevano: io ho impugnato le armi perché sono venuti ad offendere l’onore di mia figlia. Ma, con l’organizzazione della resistenza divenuta sempre più importante in tutta l’Algeria grazie alla formazione dei gruppi di autodifesa e di patrioti, l’attività dei gruppi armati terroristi ha subito un’evoluzione: è stato in quel momento che sono cominciati i massacri. Non era più una persona soltanto o una famiglia ad essere colpita, ma centinaia di persone che venivano assassinate nei villaggi. Massacri con un unico obiettivo: generare terrore per annientare ogni tentativo di opporsi ad essi.
Fare delle manifestazioni, delle marce, parlare in pubblico, intervenire in una conferenza o scrivere esponendosi con il proprio volto e con il proprio nome, ha significato dire: io non ho paura di voi; io non posso tacere le cose che penso. Questa è stata in ogni momento la nostra politica, che toglie terreno a chi ricorre all’arma della paura. Ma ha anche l’effetto di far regredire la paura dentro di sé e farla regredire negli altri.
Ho visto rinascere la fiducia nelle relazioni. Quando un gruppo di individui constata che ci sono persone le quali, nonostante la paura che sentono non rinunciano a dichiarare orribile il progetto di coloro che minacciano tutti usando il terrore, si crea un luogo di solidarietà.
Abbiamo dovuto anche trovare una lingua più potente della loro per dire che il nostro progetto è la vita. In questo modo noi stesse non ci siamo lasciate paralizzare dal terrore, dimostrando ad altri, ad altre che era possibile non lasciarsi trascinare fino in fondo dalla paura.


Coltivate la bellezza

Coltivate la bellezza: anche questa non è un’indicazione teorica, ma una pratica sperimentata personalmente. Questo è stato un orientamento costante.
Nel periodo più duro, più mortifero, più mortale dell’Algeria e della mia vita, la vita del mio paese, dal 1992 al 1997, per me Zazi, è stato il periodo più ricco di emozioni di bellezza. È stato in quel momento che ho ritrovato tutta la bellezza della poesia, tutta la bellezza della pittura. In questo momento difficile mi sono rifugiata nella bellezza, mi sono affidata alla bella poesia; alla poesia francese, René Char… alla poesia araba, ci sono superbi poemi nella tradizione araba, ho ritrovato Nazim Hikmet, ho ritrovato la Gioconda di Si Ya U**.
Avevo avuto nell’adolescenza una grande passione per le liriche, in quel periodo romantico la poesia mi aveva accompagnato per tutto il tempo della maturazione… ma in quel momento di grande paura che mi obbligava ad una resistenza terribile ho ritrovato tutta la potenza della poesia: una ricchezza di immagini, una lingua per non lasciarmi andare, per continuare a pensare.
Quando ritornavo da un viaggio portavo delle fotografie… Ogni volta che mi era possibile farlo, entravo in un museo: quando venivo a Parigi andavo al Louvre, all’Orsay… così in Germania, a Berlino. Avevo un bisogno mentale e fisico del contatto con la pittura. Davanti a tanta bellezza cercavo di riconciliarmi con gli esseri umani, avevo bisogno di soffocare la paura, di curare i traumi profondi prodotti dal terrore: mi trovavo continuamente faccia a faccia con la morte, con il dolore, con la disperazione, con le grida, le lacrime… tutto questo mi entrava dentro. Io cercavo un messaggio che mi restituisse la fiducia nella specie umana.
Mi rendo conto oggi che mi affidavo a queste cose. Solo adesso, mentre ne parlo, prendo coscienza che è stata realmente una “strategia”: mi ha permesso di continuare a credere negli esseri umani e nella capacità di creare cose belle per annientare la paura e il terrore. Ascoltavo anche molta musica classica. Ogni giorno mi prendevo una, due ore per vedere libri… Io non ho una cultura artistica appresa a scuola, da sola stavo scoprendo i pittori, sentivo che mi faceva bene guardare ad esempio le opere degli Impressionisti, leggere la critica… era un bisogno fortissimo.
Ho avuto anche un altro bisogno: di essere molto curata nel vestire, mi obbligavo ad essere ogni giorno ben truccata e obbligavo a questo anche le mie amiche. Dicevo: quando partecipiamo a un evento pubblico… mettetevi belle, portate i gioielli più belli, non lasciatevi abbattere da quello che succede, la bellezza delle donne è già resistenza. È resistenza all’uniforme, resistenza al diktat dell’islamismo politico che nega per la donna ogni forma di espressione: in quanto donne, noi esistiamo solo come riproduttrici della specie. Occupando lo spazio pubblico e riconoscendo la nostra bellezza, mostrando che noi abbiamo degli occhi, abbiamo un corpo eravamo consapevoli di dare un messaggio preciso: noi abbiamo cura dei nostri corpi, non siamo delle guerriere, siamo delle donne che rifiutano quel diktat. Il fatto di renderci visibili ha dato molto coraggio anche alle altre.
Una donna molto consapevole della forza che può venire dall’arte è stata una cara amica, Anissa Asselah. Come altre donne, ha giocato un ruolo importante per l’Algeria perché era una donna dotata di un coraggio enorme. Una donna di cui il marito e il figlio, il loro unico figlio, sono stati assassinati lo stesso giorno nella scuola delle Belle arti. Il marito era professore e il figlio studente dell’ultimo anno. Dopo questo assassinio, lei non si è lasciata paralizzare dalla paura e si è messa alla guida del movimento degli artisti. Ha fatto cose straordinarie, coraggiose, importanti per l’Algeria e conosciute anche altrove. La sua azione, tramite soprattutto la Fondazione Asselah (il cognome del marito e del figlio), ha fatto conoscere la resistenza degli artisti algerini e degli artisti in generale. Fino alla sua morte, avvenuta in un banale incidente di macchina, ha fatto di tutto per coltivare la creatività dell’arte contro la potenza della morte; ha permesso a decine di artisti, ragazzi e ragazze, di fare ricerca, di fare mostre, di creare, di partire per la loro formazione… I giovani erano dell’età del figlio. Attraverso quei ragazzi, era suo figlio che continuava a vivere. La sua è stata un’azione sublime. Ogni anno ha commemorato la memoria del figlio e del marito non attraverso dei discorsi, ma con grandi manifestazioni artistiche.


Non si può scrivere la storia con una gomma

Ci vuole molta forza per lavorare in una situazione come la nostra. Anche oggi. Qualche volta mi chiedo come è possibile che un individuo sia a tal punto coinvolto nella vita del suo paese… È un problema che mi sto ponendo oggi. Mai mi ero posta la questione dell’utilità o inutilità di quello che stavo facendo, ossia del mio impegno e dell’impegno delle mie amiche. Il solo momento in cui ho reagito chiedendomi perché, è stato quando ci fu la decisione di Bouteflika, l’attuale presidente, di concedere l’amnistia ai terroristi. Lo shock è stato così forte che, politicamente, lo paragono all’11 settembre. Certo avevo molti segnali, ma è stata un’altra cosa vedere l’attuazione di un progetto che rappresentava la cancellazione di migliaia di vittime. La legge cosiddetta della concordia le ha uccise una seconda volta accordando l’amnistia a dei criminali, soggetti che si sono sporcati di crimini contro l’umanità. La cosa ha avuto su di me degli effetti così devastanti, che mi sono trovata malata, ho avuto il vomito per ore, la febbre è stata così alta che nel sonno deliravo, parlavo, piangevo… Eppure avevo avuto degli shock terribili: l’assassinio dei miei amici, i funerali, tutti i giorni, il dolore di donne violentate, l’ascolto dei loro racconti. Ero sempre riuscita a mettere da parte traumi profondi per continuare a fare delle cose, anche se sapevo che un giorno o l’altro sarebbero ricomparsi all’improvviso. E infatti sono ricomparsi regolarmente. Ma, malgrado tutto questo dolore, soprattutto per certe uccisioni che mi hanno segnata, non ero mai arrivata a questo punto, di un delirio totale per tre giorni. Appena ho sentito la notizia, mi sono messa a vomitare come se avessi bevuto del veleno… E questo mi ha portata a pormi la questione e a riconoscere che una persona funziona con le sue viscere, con il suo cuore, con tutto il suo essere. Può ritrovarsi in una posizione in cui non si può più tirare indietro, non ha più il distacco necessario, non riesce più a tenere distanti le cose da tutto il suo essere. Non si tratta di perdita di lucidità politica: io vedevo le cose, ci sono cose che sono di un’evidenza estrema, ascoltavo, leggevo, sapevo che sarebbe finita così. Ma quando è successo, è stata un’enorme differenza. Ho visto intorno a me in quel momento una grande crisi, penso che molte persone si sono ammalate per la depressione che ci è venuta addosso, eravamo nell’incapacità di trovare delle soluzioni collettive perché le persone erano depresse. Al contrario, quando abbiamo trovato l’azione da fare, immediatamente c’è stata una reazione. Non eravamo numerosi, non c’è stato il movimento che c’era stato precedentemente, e questo perché le persone non credevano più nella politica. Ci ritrovavamo in duecento, in trecento… era un’azione pubblica per dire: noi rifiutiamo quell’ordine là. E dire agli altri: non importa, dovreste reagire; non c’è una sola via, quella decisione è una strada presa dal potere politico, ma la società può dire di no.
L’effetto della depressione si può paragonare a quello paralizzante della paura.
Non siamo riuscite a bloccare la legge, ma almeno abbiamo imposto il dibattito ed evitato che ci fosse l’unanimità. Oggi tutti sanno che in questa società ci sono migliaia di persone che non sono d’accordo. Tutti i giorni la stampa ha parlato di questo.
Il problema che abbiamo oggi è di impedire l’amnesia, è la memoria che permette di non chiudere la porta alla speranza e di ritrovare fiducia nell’agire politico.
Lavoriamo sulla memoria, una memoria che apre delle porte, non una memoria che ci fa rinchiudere nei fatti accaduti. L’8 marzo di due anni fa, insieme ad altre tre associazioni, abbiamo deciso di organizzare un grande momento dove per la prima volta in una sala di milleseicento persone una donna che è stata violentata è venuta a testimoniare. Una donna di 45 anni, con cinque figli, e che è stata violentata davanti a due dei suoi bambini. L’abbiamo fatto perché siamo convinte che la parola delle donne è importantissima nella costruzione della memoria. Le donne che hanno subito violenza, compresa quella coniugale, tacciono perché hanno vergogna. È nato un messaggio: “la vergogna deve cambiare campo”. Le donne che hanno subito violenza non devono più provare vergogna. Sono quelli che l’hanno fatta a doversi vergognare. E la società che permette questa violenza. Discutendo con questa donna che diceva di non poter parlare per la vergogna noi siamo riuscite a convincerla che non doveva reggere lei il peso della vergogna. Ha accettato di testimoniare. All’inizio era protetta da un velo e doveva parlare senza mostrare il volto al pubblico. Il pubblico era stato preparato, abbiamo chiesto il silenzio e spiegato il significato dell’azione che lei avrebbe fatto, perché le persone non pensassero che noi stavamo usando il suo dolore. Abbiamo chiarito che tutti devono sapere quello che molte donne avevano vissuto, per rompere il muro del silenzio. Riconoscere il suo dolore era già aiutare a ricostruire se stessa. Questa donna ha cominciato a parlare e, dopo un attimo, si è voltata completamente verso la sala, ha sollevato il velo per mostrare il collo che si gonfiava a forza di gridare. Si è rivolta alle persone presenti impadronendosi della nostra parola d’ordine e dicendo che questo non doveva mai più succedere. “La vergogna deve abbandonare i nostri corpi”, ha gridato. “La vergogna devono provarla coloro che hanno fatto questo e coloro che hanno taciuto davanti a quello che stava succedendo”.
Credo che sia molto importante, in conflitti che coinvolgono l’avvenire e il divenire di milioni di persone (come quello che sta avvenendo in questi anni in Algeria, come era avvenuto nella guerra di liberazione), che coloro che sono al potere non falsifichino i fatti. Quando ad esempio noi facciamo una manifestazione per onorare delle donne coraggiose vive e ricordare altre che non ci sono più, istituendo “Le Prix de la résistence des femmes contre l’integrisme et contre oubli” (il Premio della resistenza delle donne contro l’integralismo e l’oblio), disturbiamo la politica ufficiale. Dal 1999, ogni anno facciamo questa manifestazione. C’è da parte delle persone che sono attualmente al potere la volontà di provocare un’amnesia collettiva, di voltar pagina e di mettere a posto le cose come se non fosse accaduto niente. Noi diciamo: no, c’è stato qualcosa; ci sono gruppi politici che hanno deciso di far guerra a questo paese perseguendo un progetto totalitario (fascista). E questa volontà non si è arresa. Ci sono gruppi che hanno violentato le donne, ucciso intellettuali, decapitato questo paese. E sono ancora attivi. Quando la mia memoria ricorda quello che è accaduto, vedo tutta l’ingiustizia che si sta commettendo. Un paese democratico non può fondare se stesso sull’ingiustizia, non si può costruire sull’amnesia, non è possibile. Siamo al paradosso che lo Stato dà riconoscenza a coloro che hanno dichiarato la guerra. Non si può dimenticare che sono state assassinate persone, intellettuali, giornalisti, donne che lottavano per un progetto che non ha niente a che vedere con l’islamismo politico. Sono morti perché volevano una vita democratica. Oggi in Algeria disgraziatamente il potere va avanti con l’amnistia – noi la chiamiamo “la legge dell’amnesia-amnistia”. È tutto coerente: l’amnistia provoca l’amnesia, l’amnesia induce all’amnistia. E noi diciamo: attenzione, quelli che hanno ucciso non hanno rinunciato al loro progetto. Occorre contrastarlo anche oggi. Le donne hanno fatto un lavoro straordinario nella coscienza collettiva, nell’aver sconfitto la paura. Tutti, uomini e donne, lo ammettono e dicono che le donne in questi dieci anni sono state coraggiosissime… Ma noi diciamo che le belle parole non valgono niente: la condizione di schiave nella quale gli uomini tengono le donne non è conforme allo spirito di libertà che hanno difeso. Dunque, se riconoscono nelle donne “i cavalieri della libertà”, chiediamo come possono accettare per loro uno statuto di schiave. È un argomento fortissimo.
Ma oggi c’è anche un altro sentimento da sopportare e per il quale dobbiamo trovare delle pratiche che lo trasformino, perché può essere distruttivo: è il risentimento, che nasce dal senso dell’ingiustizia. L’ingiustizia da parte dello Stato, che ha fallito il suo compito; uno Stato di diritto che non applica le leggi della Repubblica concedendo l’amnistia ai terroristi, ai capi terroristi. Il risentimento è verso questo Stato. Noi stesse, ciascuna di noi è attraversata dal risentimento. (Non posso dimenticare centinaia di amici e compagni sepolti. Abbiamo visitato tutti i cimiteri per seppellirli. Non posso dimenticare la vita difficile, il dolore, la paura di tutti questi anni. Non posso dimenticare che dopo l’assassinio di una coppia di amici ho avuto una della paure più grandi della mia vita: per un’intera settimana non ho dormito e passavo tutte le mie notti dietro una finestra per controllare cosa stava succedendo nel quartiere.) Si prova risentimento, ognuna di noi lo prova, anche quando si lavora con donne che sono state violentate, con donne alle quali sono stati assassinati i mariti, quando si lavora con i bambini. Hanno il dolore negli occhi. In un gruppo di bambini, sappiamo riconoscere, senza che nessuno ce lo dica, i bambini che sono stati traumatizzati dall’assassinio del padre o della madre, rispetto ai bambini che hanno avuto una vita normale.
Ci sono delle scelte davanti a questa situazione: o si cede all’indifferenza, dato che sta durando da talmente tanto tempo che c’è una saturazione, oppure si cede al risentimento. Oppure si dice no all’in-differenza, no al risentimento. E no ancora una volta alla paura (perché non è ancora finita).

Tempo del lutto, tempo del silenzio e della parola
La strada che abbiamo preso è un cammino di ricostruzione della vita individuale e collettiva.
Non possiamo lasciar andare la memoria. Non si può guarire dei traumi passati, rimuovendo il passato. Per liberarsi dal passato, per guarire dal dolore della morte occorre fare il lutto. Prendere semplicemente la distanza è un esercizio che ho verificato essere impossibile per lo spirito… Si può prendere la distanza con gli anni quando si sono trovate risposte alle domande che tornano continuamente. “Mio figlio, mio marito, mia madre, mia sorella, mia figlia sono stati uccisi, sono state stuprate: perché? Da chi? Come mai? E come io riabilito queste persone?”
Se devo fare il lutto, devo fare il lutto per il morto. Nella nostra cultura il morto è uno spirito che viene interrato con il corpo: dunque il lutto è un’azione collettiva. Se una ragazza torna ed è stata violentata, trovare i responsabili è un atto di giustizia verso di lei. A mio avviso costruire un paese sull’amnesia è assolutamente impossibile. Noi vediamo che tutte le pagine della storia che sono state nascoste (nei fascismi, durante la guerra d’Algeria…) tutte stanno venendo fuori. Non si può scrivere la storia con una gomma. Bisogna scrivere la storia con tutti i fatti, è così che un individuo sente che appartiene a un collettivo.
Il tempo del lutto è decisivo. Tutti i lutti, piccoli e grandi, chiedono tempo, lavoro… tutte le rotture, tutte le lacerazioni. Quando l’individuo è coinvolto interamente, con i suoi affetti, serve un tempo di guarigione, un tempo in cui il lutto prende la sua forma con il silenzio, con la parola, con le lacrime… con un lavoro di recupero dell’energia. Io credo che non si possa fare economia di questo tempo e dire: la storia è passata.
Vedo altrimenti delle conseguenze disastrose: quel passato è come un ascesso, una malattia; se non si fa il lavoro della memoria (sarà tra quarant’anni, cinquanta…) questo ascesso che si è lasciato ingrossare, ingrosserà, ingrosserà finché non esploderà. Quello che l’amnistia-amnesia provoca è questo ascesso che si sta incistando e provocherà qualcosa di grave che finirà per corrodere la società. La dialettica dei movimenti sociali e della coscienza umana è analoga. Guardiamo la storia, da duemila anni o da quaranta… Vediamo che non si può chiedere a un popolo: basta, dimentica, gira pagina… Il lavoro sia per l’individuo che per la società è lo stesso.
Porto come esempio il lavoro fatto con le donne che hanno subito violenza. È doloroso il solo ricordare. L’ascolto di una testimonianza è ogni volta un lavoro grande per guadagnare fiducia perché una donna violentata normalmente non parla, c’è la vergogna. È una vergogna che la imprigiona nel silenzio. Occorre andare verso di lei con disponibilità all’ascolto, alla percezione di tutti i segni che ti offre e, nello stesso tempo, fare in modo che lei capisca che tu sei una donna che condivide, prende parte al suo dolore per farne qualche cosa, per renderle giustizia. È necessario che lei capisca questo passaggio, che ad ascoltarla è una donna che può trasformare realmente il suo dolore in qualche cosa, e che può aiutarla a superare l’ostacolo che la blocca… allora si confida. E spesso è una confessione. Non è una testimonianza, è spesso una confessione nella quale io ho un contatto fisico. Nella maggior parte dei casi, nel mio incontro con le ragazze c’è un rapporto fisico: le prendo tra le braccia e dunque io raccolgo le loro parole il più vicino possibile al mio corpo, nelle mie orecchie. E, mentre parla, la donna rivive la situazione. Ce ne sono alcune che raccontano come se non parlassero di se stesse, come se parlassero di un film, completamente estranee; ce ne sono alcune che si mettono a rivivere l’esperienza e mentre parlano io stessa la vivo. Perché sono una donna sensibile alla loro sofferenza, ma anche perché in me c’è la rabbia… La rabbia è qualcosa che ha impregnato il mio essere. E questo però è un rischio per la mia salute mentale. Il lavoro è stato molto duro, molto pesante. Che cosa mi ha salvata dalla follia? Mi ha salvata analizzare l’atto. La violenza sui corpi delle donne è un atto che ha tanti significati: politico, teologico… io sono andata alla ricerca di una interpretazione. Ho raccolto le testimonianze, ho lavorato con un teologo per capire, decifrare il linguaggio di questa violenza, abbiamo cercato i documenti e poi mi sono data da fare per restituire tutto questo alla società. A salvarmi è stata la parola; il fatto di poter parlare con i documenti, di poter testimoniare a nome loro, delle donne che hanno patito la violenza dello stupro, ovviamente proteggendo la loro identità. Questo mi ha permesso di costruire, lasciandomi coinvolgere personalmente, un movimento per la denuncia della violenza sessuale, di rendere omaggio a queste donne, di restituire ad esse la loro dignità con il rispetto del loro dolore. Nello stesso tempo questa azione ha posto un inquietante interrogativo a tutta la società, perché è risultato chiaro, e l’ho voluto dire, che quando una
giovane è violentata tutta la società è responsabile di questa violenza. Se un fratello o un padre o una madre dicono a una sorella o alla figlia: nasconditi altrimenti ti sciuperai oppure se, veden-dola in strada, le chiedono: cosa fai là, come se dovesse vergognarsi, rivelano e rafforzano i mille condizionamenti di una società violenta contro le donne. Sono gli stessi che portano i terroristi a questa forma di parossismo che è lo stupro. In una società dove non c’è rispetto per la donna c’è il rischio che le donne vengano colpite dalla violenza. Queste testimonianze delle donne sulla violenza sessuale hanno aiutato me a interpellare la società su qualcosa di molto grave e scioccante, ma soprattutto a scioccane la gente dicendo (questo l’ho fatto in una trasmissione televisiva): voi siete tutti responsabili degli stupri di queste donne. È grave dire così, dire che tutte le famiglie sono responsabili, in particolare i padri, i fratelli, le madri che hanno fatto in modo che le loro figlie si sentissero eternamente colpevoli e temessero la vergogna per il solo fatto che sono delle ragazze. Le testimonianze delle ragazze con le quali ho lavorato provano, infatti, che per le donne non c’è altra possibilità: o si è madri o si è puttane; non puoi essere altro.
Lavorare con donne violentate è un dolore psicologico, fisico. Aveva senso farlo, ma ad un certo punto ci si accorge che non se ne può più… Se non c’è un lavoro di parola si rischia troppo.
Abbiamo assorbito tutto. Chi ha creato, come noi, questi momenti di solidarietà, si trova con problemi di sonno, d’angoscia, angosce terribili… Ci sono malattie che si sono manifestate in questi ultimi anni: malattie di cuore, diabete, perdita di memoria. Nessuna di noi ha pensato di cercare un sostegno, non è nella nostra cultura. La nostra terapia è stato ed è reagire, agire rifiutando una cultura di morte.

 

*Zazi Sadou, nel suo contributo al Seminario Verso un sapere del sentire, La paura, un segno forte del presente (Università delle donne di Brescia, aprile 2000), ricordava gli inizi della loro azione collettiva nel clima di terrore:
“Nel gennaio del 1995, era la vigilia del Ramadan in Algeria. Una bomba di cento chilogrammi di esplosivo , il T.N.T., esplose nel centro della capitale. Ci furono circa cento morti, centinaia di feriti. È esplosa al momento del passaggio di un autobus strapieno, diretto verso un quartiere popolare d’Algeri alle tre del pomeriggio, quando le persone erano uscite per fare le compere della vigilia del Ramadan. Ho sentito questa esplosione dal posto in cui ero con alcuni amici. Siamo andati sul posto immediatamente, appena avuta la notizia. È l’orrore, quando si arriva nel momento in cui ci sono pezzi di corpi da raccogliere. È assolutamente orribile da spiegare. Bisognava fare qualcosa: questo andava oltre i limiti personali. Avrei potuto mettermi a raccogliere pezzi di corpi… occorreva fare qualcosa che rompesse il cerchio della paura, lo sapevamo. Lo sapevo che se pubblicamente non avessimo fatto un’azione spettacolare per lanciare un messaggio alla società da un lato e, dall’altro, ai terroristi che hanno rivendicato l’attentato (uno dei capi ha fatto una dichiarazione dagli Stati Uniti) per dire loro che noi non cederemo, che la società non cederà al terrore, noi avremmo cominciato a perdere la partita. E così abbiamo deciso quello stesso giorno di chiamare le donne a una manifestazione sul luogo dell’attentato. Abbiamo scritto un comunicato che è uscito subito sui giornali. Abbiamo cominciato a telefonare alle persone. Non avevamo l’autoriz-zazione della polizia, ci sono state anche pressioni per impedirla, ma noi eravamo così convinte che si dovesse fare questa manifestazione che in meno di ventiquattr’ore centinaia di donne si sono presentate sul luogo dell’attentato. Eravamo sicure che ci sarebbero state, soprattutto le donne. Sul luogo dell’attentato restava un cratere di decine di metri, il sangue era ancora dappertutto, tutti i vetri della strada erano esplosi. E loro sono venute con delle candele e le hanno messe tutt’intorno.
Malgrado questo sentimento di paura, c’era stato qualcosa. E questa manifestazione ebbe un’eco straordinaria in tutta la società. L’eco fu importantissima sul piano psicologico come sul piano politico, perché fu la dimostrazione che ci sono delle algerine – per la maggior parte erano venute donne – che dicevano no, che esprimevano un rifiuto, e che questa resistenza aveva il senso di rifiutare uno stato totalita-rio sotto la copertura della religione”.

**La storia della Gioconda e del cinese SiYa U è contenuta in un testo di Nazim Hikmet [n.d.r.]

di Alessandra Bocchetti

L’idea di dedicare alcune strade della capitale alla compravendita del sesso mi ha sgradevolmente colpito, così come l’idea più generale di regolamentare la prostituzione con tanto di elenchi depositati alla Camera di Commercio e ricevute fiscali.
Abbiamo una legge che proibisce il favoreggiamento della prostituzione, l’adescamento, la compravendita dei corpi, questo dovrebbe bastare.
A chi ci dice che è un problema di ordine pubblico rispondo semplicemente che la legge va rispettata.
A chi ci dice che è un bisogno naturale forte che si deve soddisfare, rispondo che siamo contrarie a considerare la sessualità maschile al di sopra delle leggi. Il bisogno di sesso è una realtà che riguarda uomini e donne, senza che questo debba produrre scandalo, sottomissione, schiavitù e perdita di dignità. I corpi non si comprano e non si vendono, chi lo fa lo fa per un gioco perverso, dato che ormai c’è libertà sessuale di tutti, o per avidità di denaro e mi rincresce pensare che questo gioco continui a cercare autorizzazioni pubbliche. Disgraziati e disgraziate invece sono coloro che lo fanno per poter sopravvivere, per mangiare e dar da mangiare o per paura. Di questo e non di altro lo Stato si dovrebbe preoccupare.
A chi ci dice che questo “ordine” nella prostituzione può contrastare la tratta degli esseri umani e la schiavitù, rispondo che, tra i servizi segreti, polizia internazionale e polizia di casa nostra, tratta e schiavitù potrebbero essere eliminate in poco tempo se solo lo si volesse veramente. Non è così.
E’ questo il vero problema da affrontare: la grande autorizzazione e connivenza che, implicite e esplicite, fanno vivere la prostituzione.

(blog.iodonna.it/marina-terragni, 12/2/2015)


Sentieri Letterari è un blog letterario e da agosto 2014 anche magazine online nato dalla passione per la letteratura e la filosofia di quattro ventiduenni. Il numero di febbraio della rivista, scrive nell’articolo di presentazione Ginevra Amadio, una delle fondatrici del blog e curatrice della rivista, «è interamente dedicato alla donna e non è un caso che si apra proprio con quella splendida poesia di Alda Merini dedicata al genere femminile.

Della “piccola ape furibonda” abbiamo già parlato nel nostro blog ma, insieme ad altre grandi voci come Anna Maria Ortese, George Sand ed Irène Némirovsky, ci farà compagnia anche tra le pagine virtuali di questa rivista andando ad affiancare l’immortale Jane Austen, la battagliera Simone De Beauvoir e le rivelazioni Jhumpa Lahiri e Donna Tartt.

Ma tante altre donne si affacciano in questo numero; dalle più note Oriana Fallaci e Alice Munro fino a Renata Dionigi, “decana” della Libreria delle donne di Milano che, in un’intervista concessaci ha parlato della forza e del potere dell’animo femminile.

E giovani donne sono anche la nostra graphic editor Marianna Pula e l’illustratrice Valeria Zaccheddu» (http://sentieriletterari.blogspot.it/2015/02/sentieri-letterari-magazine-febbraio-rivista-donna.html?m=1).

Il link attraverso cui potrete leggere il numero: http://issuu.com/sentieriletterari/docs/novembre_3a71af66d3cdc3

I numeri passati, potete trovarli tutti qui: http://issuu.com/sentieriletterari/docs


(libreriadelledonne.it, 12/2/2015)