di Giuliana Buzzone
Il Gip del Tribunale di Caltagirone Salvatore Ettore Cavallaro ha accolto la richiesta avanzata dal procuratore Giuseppe Verzera e concesso il provvedimento di sequestro preventivo del sistema di comunicazione satellitare Muos, ad uso esclusivo Us Navy, costruito all’interno della base di Niscemi in provincia di Caltanissetta.
La notizia divulgata sui social network nelle prime battute era stata accolta con emozione ma cautamente dagli attivisti temendo potesse trattarsi di un pesce d’aprile ma a confermare l’atto, facente seguito alla sentenza del 13 febbraio scorso, sono arrivate dopo poco le rassicurazioni degli avvocati del Movimento No Muos a conferma del sequestro che di lì a poco si sarebbe verificato materialmente.
Il Tar siciliano il venerdì 13, data tradizionalmente scaramantica per gli statunitensi, aveva recepito il ricorso presentato da Legambiente e dai legali del Coordinamento Regionale dei Comitati No Muos contro il provvedimento del 24 luglio 2013 emanato dalla Regione Sicilia, passato alla cronaca come «revoca della revoca», e sul rigetto dei ricorsi elaborati del ministero della Difesa contro i provvedimenti di “revoca” sempre della Regione risalenti al marzo del 2013. Il Tribunale amministrativo si esprimeva così sulla prima revoca affermando dovesse essere intesa come un annullamento, i cui effetti si producono ex tunc, vale a dire all’origine, dando quindi ragione ai legali No Muos. Annullamento e non già revoca occorso per rilevati vizi delle autorizzazioni datate 1 e 11 giugno 2011, carenti circa la valutazione dei rischi per la popolazione e l’ambiente e insufficienti sui dati relativi al traffico aereo.
Nonostante il dispositivo, considerato da attivisti e legali come il migliore possibile, le parabole dopo pochi giorni dall’emissione della sentenza risultavano, da alcune documentazioni fotografiche e video registrate dagli attivisti, con spie lampeggianti accese e direzionate in maniera differente rispetto al 13 febbraio, e gli stessi attivisti, le mamme No Muos in prima fila, così cominciavano l’attività di blocchi per impedire l’accesso degli operai all’interno della base. In più occasioni i convogli di militari Us navy e operai venivano scortati dalle forze dell’ordine cosicché gli avvocati inviavano il 27 febbraio un “atto monitorio” alle autorità competenti. Il 23 febbraio poi l’avvocato Goffredo D’Antona per conto dell’Associazione Antimafie “Rita Atria” depositava in procura a Caltagirone una integrazione alle denunce fatte a partire dal luglio del 2013 circa la costruzione del Muos di Niscemi. Il procuratore Giuseppe Verzera preso atto della situazione, considerati gli umori dei cittadini in generale e degli attivisti dei comitati locali No Muos sugli ultimi avvenimenti e alla luce del materiale in suo possesso, ha valutato l’opportunità di procedere alla richiesta di sequestro su input certamente anche delle recenti azioni legali degli avvocati e degli strumenti forniti, utili ad una valutazione oggettiva dei fatti.
Va dato merito dunque alla procura di una iniziativa dai più attesa che avviene pochi giorni prima che si esprima la camera di consiglio al Cga, il 15 aprile, sulla richiesta di sospensiva della sentenza inoltrata dal ministero della Difesa, richiesta che anche se accolta non influirà sulla decisione di sequestro penale, poiché trattasi di procedimenti assolutamente distinti e autonomi.
In attesa del Cga che si terrà tra due settimane, dopo aver incassato una prima vittoria il 13 febbraio ed una seconda il primo di aprile, il Movimento No Muos si prepara alla manifestazione nazionale organizzata per sabato 4 aprile, la cui matrice è la rivendicazione non solo del diritto alla salute e tutela dell’ambiente, l’attuazione del principio di precauzione ma anche il rispetto della sovranità e del potere giurisdizionale da parte negli Stati Uniti e degli stessi organi Istituzionali italiani oltre che la rivendicazione all’autodeterminazione e la richiesta di ascolto di quelli che non accettano di essere tacciati come «inutili comitatini» piuttosto «utili» al rispetto di una pluralità di diritti e doveri in questa faccenda largamente scavalcati.
(Il manifesto,
Tra gli appuntamenti di Book Pride, la prima fiera dell’editoria indipendente svoltasi a Milano dal 27 al 29 marzo ai Frigoriferi milanesi di via G.B. Piranesi, abbiamo ripreso la lectio di Luisa Muraro “La differenza sessuale c’è”, domenica 29 marzo, ore 15, sala Carroponte.
di Clara Jourdan
In occasione del cinquecentenario della nascita di Teresa d’Avila (28 marzo 1515 – 15 ottobre 1582), L’Osservatore Romano le ha dedicato il numero di marzo 2015 dell’inserto mensile “Donne chiesa mondo”, con contributi di Julia Kristeva intervistata da Cristiana Dobner, di Lucetta Scaraffia, di Christiane Rancé, che ne fanno emergere la grandezza femminile per il mondo di oggi. È questo un risultato del femminismo, sulla cui onda molte sante sono già state presentate sulle pagine dell’Osservatore. E ora Teresa. Canonizzata nel 1622 e dichiarata dottora della Chiesa nel 1970, universalmente conosciuta ma anche usata in Spagna come “santa nazionale”, grazie al femminismo Teresa è stata strappata al franchismo e restituita alla storia delle donne. Cominciò Rosa Rossi (1928-2013), ispanista, una delle prime intellettuali comuniste che ha saputo parlare di cose religiose: con il suo dirompente Teresa d’Avila. Biografia di una scrittrice (1983), «un libro tanto amato da vendersi in edicola in Spagna, ha cambiato definitivamente le chiavi di lettura della vita e dell’opera di Teresa d’Avila, che prima era una grande donna ma lontana perché incomprensibile: diventò fonte di ispirazione per uomini e donne, comprese giovani femministe» (María Milagros Rivera Garretas, Rosa Rossi, www.libreriadelledonne.it, 5 aprile 2013). Con Teresa si creò «un circolo ermeneutico sessuato, ovvero quella relazione di senso che si instaura tra una donna lettrice o interrogante e l’opera, la parola, o la stessa vita di una un’altra donna» (Diana Sartori Perché Teresa, in Diotima, Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga 1990). Oltre che maestra di spiritualità, dalle letture femministe emerse in particolare la sua fisionomia di grande politica, perché si salvò dall’Inquisizione (En el umbral de la hoguera, “sulla soglia del rogo”, si intitola la biografia scritta nel 1999 da Josefina Molina, la cineasta che nel 1984 aveva diretto lo sceneggiato della televisione spagnola sulla vita della santa).
Una ricchezza enorme, dunque, che non cessa di stupire e che ora è stata resa accessibile a un pubblico ancora più ampio da María Milagros Rivera Garretas, studiosa dell’Università di Barcellona che da molti anni fa ricerca storica con altre donne per creare un ponte perché i lasciti femminili di epoche lontane arrivino fino a noi. Milagros Rivera l’ha trasformata in un gioiello che possono leggere le persone giovani: Teresa de Jesús / Teresa of Ávila, un piccolo libro (100 pagine, compresa un’appendice con brani dai libri di Teresa), che percorre con originalità e finezza le tappe principali della sua vita e del suo pensiero, spiegandoci con precisione cosa possiamo imparare noi oggi da questa donna vissuta cinquecento anni fa, ma senza rimpicciolirla per avvicinarla, al contrario riuscendo a comunicarci il senso della sua magnitudine. Adesso finalmente la storia di Teresa d’Avila può parlare a tutte e tutti. Merito anche della casa editrice Sabina di Madrid, creata da due insegnanti con in mente i giovani e giovanissimi occhi di tutto il mondo, che ha voluto pubblicarla in una edizione bilingue, spagnolo e inglese, due lingue tra le più diffuse.
«Immagina la città di Toledo più di cinque secoli fa. Molta della bella architettura della parte antica era la stessa di adesso, ma non la gente. Nella Toledo medievale, come nel resto dell’Europa dell’epoca, la vita dello spirito era talmente importante per le donne e gli uomini, fin dall’infanzia, che molte cose che oggi non ci sembrano spirituali (la dieta, o i nomi che si davano alle bambine e ai bambini, o, perfino, la politica), allora lo erano, perché così sentiva la gente.» Con queste parole comincia Teresa de Jesús / Teresa of Ávila, parole che ci fanno sentire immediatamente la distanza storica ma in un modo che possiamo capirla attraverso la nostra esperienza. Un modello di narrazione storica per persone giovani che risulta straordinariamente interessante anche per persone non più giovani. Sarebbe bello poterlo rendere accessibile a chi non legge lo spagnolo o l’inglese. È un’occasione da non perdere per editori e editrici italiane, tradurlo e pubblicarlo nella nostra lingua. Scrivete a sabinaeditorial@sabinaeditorial.com
María-Milagros Rivera Garretas, Teresa de Jesús / Teresa of Ávila, edición bilingüe, traducción inglesa de Laura Pletsch Rivera, Sabina editorial, Madrid 2014.
(www.libreriadelledonne.it, 28 marzo 2015)
di Alessandra De Perini
Care amiche della Comunità di Storia vivente,
ho letto con molto interesse e curiosità le vostre risposte alle critiche e obiezioni che avete ricevuto nel corso dei numerosi incontri e dibattiti pubblici a cui siete state invitate dopo la pubblicazione del numero 3/2012 della rivista DWF.
Il testo è scritto bene e riesce in poche pagine a toccare moltissime questioni, facendo ulteriore chiarezza sulla vostra pratica, anche se penso che, proprio su questo punto della pratica, continuerete a ricevere domande di chiarimento, perplessità, critiche, resistenze e obiezioni. La pratica, infatti, per essere capita, domanda di essere messa in atto in prima persona in un contesto di relazioni di fiducia. È il passaggio più difficile: non si tratta di capire razionalmente, ma di mettersi in gioco, di sentirsi attraversate/attraversati dal tempo che passa e deposita nel fondo esperienze che domandano di essere nominate, “riscattate” dal silenzio. Si tratta di amare la storia così tanto da rinunciarvi, da volerla liberare dalle spartizioni temporali tradizionali, svincolare dal criterio di oggettività, dallo schema interpretativo dei rapporti di potere, per scegliere e collocare al centro il piano della soggettività relazionale libera, dell’interiorità, dell’esperienza femminile/maschile nei diversi contesti.
Il vostro è un testo molto importante, una sintesi veramente felice che rende conto del punto in cui siete oggi, dopo anni di incontri, ricerche, discussioni, e che può costituire per altre e altri un’occasione di presa di coscienza e messa in discussione del proprio rapporto con la storia, suscitando in colei o colui che scrive storia il desiderio di portare in superficie il “sommerso”, gli aspetti nascosti della propria esperienza, di illuminare eventi che contengono qualcosa di prezioso che “brilla per la sua simbolicità e il suo senso”.
Certo la storia vivente non è per tutti/tutte, la sua pratica non è facilmente trasferibile, perché non tutti/tutte sono disponibili ad assumere se stesse/se stessi come “documento vivente”, a scardinare le ripartizioni dei saperi e dei generi, a porre la trasformazione di sé all’origine del fare storia.
Nel testo dite che volete offrire nuove chiavi di lettura per l’esperienza umana femminile e per la relazione tra i sessi, allargare l’orizzonte della disciplina, orientare l’insegnamento nella scelta e interpretazione degli argomenti che passate al “setaccio” delle vostre esperienze e scoperte. Chiarite la differenza tra “rammentare” e “ricordare”, tra fare storia dei sentimenti ed essere in ascolto di quel “sentire profondo” che non appare nella narrazione storica e che per voi costituisce, invece, il punto di partenza della ricerca storica. Dite che il vostro lavoro è doloroso, un “lavorio lento e difficile”, uno scavo solitario, sostenuto dall’ascolto attento dell’altra. Affermate poi che si sta diffondendo un eccesso di storia personale che rischia di far perdere la “significatività della storia singolare inserita nella grande storia”.
Siete convinte che le vostre scoperte non solo cambiano la visione del passato, ma possono trasformare il modo di agire nel presente. Questo è il punto più politico del vostro testo che va ulteriormente indagato e approfondito.
Avete adottato uno stile che non tiene separati i generi (letteratura, storia, biografia, critica letteraria) e ne spiegate le ragioni. Anche questo punto è molto importante e va ulteriormente approfondito.
Il vostro – dite – è “un nuovo inizio” della storia, non una riproposizione della storia delle donne. Una grandissima pretesa questa, un passaggio fondamentale che corrisponde al passaggio di una politica tra donne a una politica di relazioni di differenza con donne e uomini. Ve lo dice una che per anni ha proposto corsi di storia delle donne rivolti soprattutto a ragazze e ragazzi delle superiori, ma anche a donne di ogni età, donne comuni, vicine di casa, con l’intenzione di favorire una presa di coscienza e di utilizzare quindi la storia delle donne come primo passo dell’azione politica.
A questo punto mi fermo e mi perdo perché sono ancora tantissimi gli spunti di riflessione che proponete nel vostro testo e che andrebbero discussi e meditati parola per parola. Il vostro testo è così ricco di affermazioni e di passaggi simbolici che ho dovuto leggerlo più volte per riuscire a discuterne con altre. E continuo a rileggerlo, torno a riprendere il filo del discorso, perché dimentico ogni volta qualcosa di importante di cui non mi ero accorta o a cui non avevo dato importanza.
Adesso alcune mie osservazioni critiche: forse ci sono troppe citazioni, segno di poca autorizzazione. Credetemi, non avete bisogno di citare continuamente Maria Zambrano, perché voi siete le inventrici e sperimentatrici di una pratica nuova, originale, radicale, che punta a far emergere il simbolico femminile. La vostra è una scrittura senza precedenti che “mostra il simbolico femminile nella storia”. L’autorità di riferimento per la storia vivente per me, più che Maria Zambrano, grandissima pensatrice, è Marirì Martinengo che nel 2005, dopo anni di lavorio e di ricerca, ha scritto La voce del silenzio sulla nonna paterna Maria Massone. Da lì poi il riconoscimento di Maria Milagros Rivera con cui siete in relazione politica e la decisione comune di costituire la Comunità di storia vivente.
Credo che sarebbe anche molto importante far capire di più e meglio come avviene il passaggio dal piano della soggettività che si radica nella storia personale di ognuna/ognuno al piano universale della storia di tutte e tutti.
Ritengo poi che i testi di storia vivente siano veramente ancora troppo pochi e questo vi costringe a fare riferimento sempre agli stessi tre o quattro esempi, con effetto di staticità e ripetitività.
C’è infine un livello internazionale della riflessione storica con cui, secondo me, è necessario mettersi alla prova e interloquire, se si vuole dare seguito alle grandi pretese che avete annunciato, per far capire dov’è il “di più”, qual è la differenza, la forza e l’originalità della storia vivente. Se si vuole trasformare la storia bisogna accettare di mettersi in gioco nel dibattito storiografico attuale e cercare di individuare le posizioni che più si avvicinano al vostro-nostro modo di intendere la storia.
Vi abbraccio tutte
Alessandra De Perini
(www.libreriadelledonne.it, 27 marzo 2015)
di Vittoria Coen
L’artista si racconta sul senso e la suggestione della fotografia, e sul suo particolare orientamento poetico.
di Alessandra Pigliaru
«Sapete, mi piacerebbe scrivere come succede nella testa. Nella testa le cose più disparate accadono simultaneamente, ma purtroppo si può scrivere solo in modo lineare. La mia immagine ideale di scrittura è un tessuto. Vorrei creare un tessuto in cui i fili si intrecciano e si sovrappongono, e poi nasce una trama che non è la risultante di un filo solo». È il 14 giugno del 2010 e Christa Wolf rilascia una lunga intervista a Susanne Beyer e Volker Hage – pubblicata su Der Spiegel – che diviene pretesto per imbastire una conversazione appassionata sulla politica e la letteratura, punti fondamentali attorno a cui si concentra l’ultimo e imperdibile Rede, daß ich dich sehe (Verlag, 2012) ovvero Parla, così ti vediamo (edizioni e/o, pp. 176, euro 17), nella traduzione di Anita Raja.
La tessitura di cui accenna, cioè il piacere che affiora da ciò che si affolla nella testa e arriva alla disciplina sapiente del dare conto di sé, è il controcanto di ciò che per Christa Wolf è sempre stata accurata ricerca verso una parola che non cedesse a disordini né a confusioni. Parola sessuata, progetto di desiderio e di conoscenza dove fosse chiaro che «scrivere è fare le cose grandi», dove cioè «le cose si superano solo scrivendole», la meraviglia della scrittura di Christa Wolf si dipana a questa altezza lungo dodici brevi scritti tra saggi, interviste, lettere e discorsi preparati dal 2000 al 2011.
In Parla, così ti vediamo, tratteggiata l’esperienza dello scrivere e l’andirivieni della lingua, emergono il rigore degli affetti e dei legami così come l’osservazione critica della temperie in cui Wolf è vissuta, una complessità che ancora può interrogare il presente e la sua violenza strutturale, domandare giustizia, decifrare le falle e le rinunce di una contemporaneità apparentemente senza scampo e fondata sul profitto e sull’ottusità.
Si potranno così seguire alcune considerazioni e interlocuzioni collocabili tra Thomas Mann, Paul Parin, Egon Bahr, Günter Grass, nominati e incontrati in specifiche occasioni. Di Mann, Wolf ricorda la caratura in occasione di un premio che riceve nel 2010 e che è a lui intitolato; poi la descrizione dell’incontro con Uwe Johnson.
Fin dalla condivisione di uno spazio affascinante e simbolico come il Meclemburgo, Wolf ne restituisce gli accesi scambi, sì che le serate trascorse a chiacchierare di letteratura e politica scorrano insieme al ritratto di uno scrittore appassionato e combattuto per cui centrale è stato «essere infinitamente vulnerabile e contemporaneamente pretendere con impazienza la perfezione, da sé e dagli altri».
Sullo stesso crinale della generosità critica, avanza la figura di Günter Grass che utilizza le parole come fossero cipolle – riprendendo il titolo di un suo scritto — e decide di mettere in questione le fratture, gli oneri e le contraddizioni del suo percorso di «ritrovamento di sé», porgendo a Wolf la possibilità di riflettere sull’autobiografia e i suoi rischi.
Consapevole che i punti dolenti di una comunità si possano riconoscere proprio dal fatto che se ne tace sia in pubblico che in privato, la scrittrice analizza in più di un passaggio il rapporto ambivalente con la Rdt – che innerva quasi tutti gli scritti compreso il celebre discorso dedicato al «punto cieco» tenuto nel 2007 al Congresso internazionale di psicoanalisi, svoltosi a Berlino per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale. Parole puntuali sono per esempio dedicate al momento iniziale del movimento rivoluzionario nella Rdt, indimenticato perché all’inizio sorretto da una forte utopia. Domandarsi se l’errore di valutazione delle possibilità offerte dalla situazione storica non possa forse definirsi anch’esso il «punto cieco» di quei soggetti che ne sono stati coinvolti, consente a Wolf di concludere che «la piena comprensione di tutti i nessi e di tutte le conseguenze di una realtà contraddittoria paralizzerebbe ogni necessario movimento».
Il ricordo insieme al tema del ripetere e rielaborare caratterizza il processo psicoanalitico ma anche il lavoro di Wolf e serve per precisare alcuni motivi su cui si è soffermata, al contempo proponendo uno sfondo che è quello della letteratura considerata in gran parte «il serbatoio della memoria di un popolo». Brecht, Proust, Tabori, Hesse e Silvia Bovenschen, sono i nomi attraverso cui Wolf allestisce una breve storia della parola ricordo nella scena letteraria. La considerazione politica è tuttavia che siamo in presenza di una marea che si muove tra la dimenticanza e l’assillo per la conservazione senza soluzione di continuità e soprattutto senza una rappresentazione efficace nel tempo presente. Infine, se «lo spirito del tempo si impossessa dei nostri ricordi», questi ultimi si declinano in molti modi: simili a una corrente scura che trascina rituali, retoriche, estorsioni e blocchi rivelano una vasta risacca tra perdita e dimenticanza.
Il riferimento principale va all’esperienza dei tedeschi che dopo il secondo conflitto mondiale hanno operato una «massiccia perdita del ricordo», quasi al limite di una negazione di consapevolezza. La memoria «cede, e si vieta l’irruzione del ricordo dei massacri».
Eppure, tenendola viva, forse occorre farci i conti per diventare se stessi, «con ogni energia diventare se stessi».
(il manifesto, 25 marzo 2015)
di Alessandra Pigliaru
Bachmann e Kafka sono solo due dei nomi che hanno segnato l’esperienza di Anita Raja come traduttrice. Quando però dal 1984 comincia a tradurre la maggior parte delle opere di Christa Wolf, prende avvio qualcosa di diverso e più profondo. Una scommessa intensa di restituzione, cura e ascolto del linguaggio complesso e ineguagliabile di una delle voci più alte e significative del Novecento europeo.
Tradurre è un rapporto tra due lingue che solo in seconda istanza – e non necessariamente — diventa una relazione di scambio tra due persone. Tra te e Christa Wolf sono capitate entrambe le cose. Che cosa ha significato esserti misurata con lei?
Tradurre, è stabilire una relazione che parte da un testo scritto e produce un altro testo scritto. È un lavoro che mi piace molto perché permette di tracciare linee di collegamento tra individualità, lingue e culture distanti. In genere la traduzione è il risultato dell’incontro di due sensibilità, in cui una si mette al servizio dell’altra subendone l’autorità, la fascinazione, ma sperimentando anche un potenziamento di sé. Questo è accaduto con Christa Wolf al massimo grado. Alla disparità sempre un po’ angosciosa che caratterizza l’atto di tradurre – la lingua del traduttore è al servizio di quella dell’autore e si sente quasi sempre insufficiente — si è affiancato un rapporto fecondo, in cui sono stati messi in gioco sentimenti importanti: riconoscimento, riconoscenza, ammirazione, gratitudine. Il legame che ho stabilito con Wolf è per me un’esperienza unica e irripetibile.
Innanzitutto c’era l’ammirazione per la potenza della scrittura, per la sua capacità di utilizzare il tedesco in una narrazione moderna e avvincente mescolando alto e basso, stile elevato e lingua del quotidiano. A questo s’è aggiunta ovviamente la curiosità per il contesto in cui nascevano le sue opere: la Rdt, l’ambiente intellettuale dentro cui si muoveva, la sua condizione di autrice sempre in precario equilibrio tra dissenso e conformità.…
Ho conosciuto Christa Wolf nel 1984, conoscenza che negli anni si è trasformata in amicizia. Il puro e semplice lavoro sulla sua parola scritta si è arricchito, è stato come passare dai libri al corpo, alla voce, allo spazio domestico, allo spazio pubblico. Ho avuto la possibilità di entrare nel suo laboratorio, avvicinarmi al suo ambiente, ai suoi affetti, ai luoghi del suo quotidiano, all’esperienza che lei volgeva in letteratura. Ho potuto collocarla nella sua casa di Berlino e in quella del Meclemburgo, sfondo di tanti suoi libri, ho conosciuto insomma la sua ‘normalità’. Tutti i suoi libri nascono dall’interno di questa normalità. La sua scelta di raccontare il versante quotidiano della grande storia è stata anche la negazione dello stereotipo della genialità. Per me questo è stato molto istruttivo.
Il primo libro che ha tradotto è stato Kassandra (1983 – Cassandra, 1984) che, insieme a VoraussetzungeneinerErzählung: Kassandra (1983 — PremesseaCassandra, 1983) apre alla figura della sacerdotessa di Apollo. Ci è prossima come donna che racconta la propria materialità quotidiana insieme allo statuto del «vedere» legato alla conoscenza di sé. Oltre all’importanza della riscrittura c’è un punto politico che corrisponde alla differenza femminile, cioè all’entrata in scena di una soggettività lontana dall’eroina socialista da letteratura edificante. Christa T., Cassandra, Medea ma anche Karoline von Günderrode e Bettina von Arnim, mostrano infatti la propria parzialità e anomalia e ne fanno una forza. «Esse» hai scritto «possono imparare a sottrarre la parola alle ferree necessità della storia». In che modo?
Le figure femminili che ha citato sono accomunate da un percorso conoscitivo che ho chiamato «l’apprendistato al no», un percorso di conquista di identità che — in misura diversa — passa dalla subalternità al potere all’espressione di una voce autonoma manifestandosi prima come sintomo di malattia e poi come scoperta di una propria, indipendente capacità di vedere. Un percorso di libertà segnato dalla volontà di dire ‘io’, di definirsi come soggetto in opposizione a tutti i possibili ‘noi’ e a dispetto delle appartenenze di sangue, di clan, di partito.
La significazione della memoria è stata per Christa Wolf un concreto e laborioso corpo a corpo con la storia. A questo proposito, in “Rede, daß ich dich sehe” (2012 — “Parla, così ti vediamo”) da lei appena tradotto, si legge il testo di un discorso inedito tenuto nel 2007 a Berlino intorno al ricordo e al «punto cieco», espressione che Wolf utilizza non sempre con un’accezione negativa e che comparirà anche in “Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr Freud” (2010 – “La città degli angeli”, 2011). In un passaggio del discorso berlinese sostiene che «dai nostri punti ciechi discendono direttamente i punti dolenti del nostro pianeta»…
Il punto cieco, cioè il punto della retina insensibile alla luce nell’area di ingresso del nervo ottico, diventa per Wolf metaforicamente un meccanismo di difesa di fronte a verità o intuizioni che, in dati momenti, sarebbero intollerabili.
In questa accezione, i punti ciechi sono i simboli del rimosso della nostra civiltà, ciò che ‘non vogliamo vedere’, che viene continuamente negato, cancellato, tralasciato, sottaciuto. Secondo Wolf ognuno ha i suoi punti ciechi, ma quelli che si manifestano a livello sociale sono potenzialmente distruttivi. Riprendendo i temi affrontati nelle Premesse a Cassandra, Wolf per esempio individua nella negazione e rimozione della differenza femminile, il punto cieco all’origine della nostra cultura. Ma usa questa espressione anche come chiave di lettura del recente passato tedesco. Le due Germanie avrebbero usato la loro divisione «anche per sottrarsi al confronto col proprio passato, per evitare di elaborare la propria colpa e addebitarla agli altri, al prezzo che per ciascuna delle due Germanie l’altra parte diventò il punto cieco». E a proposito delle persecuzioni antisemite, arriva a chiedersi se gli ebrei tedeschi non avessero sviluppato un ‘punto cieco’ rispetto alle potenzialità omicide insite nella mentalità tedesca.
In “Kindheitsmuster” (1976 — “Trama d’infanzia”, 1992) si configurano e intersecano con magistrale tecnica piani temporali e linguaggi diversi. C’è la storia immedicabile degli anni del Terzo Reich, il racconto di una Germania dilaniata e riconosciuta attraverso la fanciullezza di Nelly Jordan dal 1932 al 1947; ma c’è anche la stessa vicenda biografica di Christa Wolf, le contraddizioni della Rdt e il suo ritorno nei luoghi in cui ha vissuto per scrutarne dicibilità e omissioni. È in via di pubblicazione la sua traduzione di un ulteriore racconto di Wolf legato proprio a “Trama d’infanzia”. Si intitolerà “Epitaffio per i vivi. La fuga”. Può anticipare qualcosa?
Si tratta di un breve racconto inedito del 1971, che fa parte del corpus dell’opera di Wolf custodita nell’Archivio dell’Accademia delle arti di Berlino e che contiene gran parte dei temi e dei motivi che l’autrice svilupperà in Tramad’infanzia.
Epitaffio per i vivi racconta la fuga di una famiglia tedesca nel gennaio 1945 di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, mentre è prossima la capitolazione della Germania nazista. Ha al centro una magnifica figura di madre, e narra l’infanzia e l’adolescenza fuori dagli stereotipi consolatori o zuccherosi. È un racconto letterariamente perfetto, scritto con la libertà e l’audacia dei testi nati di getto e rimasti allo stadio della prima stesura. A differenza dei testi successivi sull’argomento — più sorvegliati e meditati – ha la tensione della scrittura che si affaccia per la prima volta su un’esperienza difficile da raccontare.
Leggere e rileggere i testi di Christa Wolf cosa può offrire alla lettura del presente?
Sicuramente la costante ricerca di senso, l’ostinata fedeltà a se stessi, alla scelta di restare nel luogo dove ci è dato vivere. E un’idea di futuro che comincia sempre da oggi, qui, senza rimandare a un poi, a un altrove. E ancora la certezza che ci sono valori non negoziabili: l’idea di una società se non egualitaria almeno attenta anche agli ultimi, la diffidenza verso i feticci della società capitalistica, l’importanza dell’utopia. Senza contare la rivendicazione della ‘buona politica’, momento alto dell’esperienza.
Infine c’è in Wolf un’idea di letteratura come opera di verità, che testimoni contro l’esistente, inventi una vita diversa, ne trasmetta la necessità, prefiguri anche stilisticamente il nuovo. E’ importante, a questo proposito, la sua ricerca tecnica. C’è nei suoi testi un modello di scrittura che mostra definitivamente l’ impossibilità di narrare in modo lineare. La difficoltà di dire ‘io’ la spinge a sperimentare una compresenza di punti di vista, quella che lei ha definito una «grammatica delle relazioni multiple e simultanee».
(il manifesto, 25 marzo 2015)
“Ce soir ou jamais 24/04/2015 : “Après le drame de Lampedusa, peut-on accueillir toute la misère du monde ?”
Occupied Pleasures è una testimonianza di resistenza palestinese, in quanto si perseguono i piaceri semplici di fronte a un’occupazione senza fine. Tanya Habjouqa sta raccogliendo fondi per il progetto.
Per aiutare: www.kickstarter.com/projects
Questo progetto sarà finanziato solo se saranno garantiti almeno $ 21.150 dalle adesioni .
Occupied Pleasures esplora come le persone vivono attraverso le assurdità quotidiane a fronte di una occupazione senza fine. Tale capacità di trovare piacere evidenzia l’umanità, e questi piaceri sono anche una forma di resistenza creativa.
Occupied Pleasures è stato ampiamente esposto e pubblicato, vincendo un premio World Press Photo nel 2014. Vogliamo anche creare un libro con copertina rigida bella, ricco di nuove fotografie e con la potente poesia di Najwan Darwish.
Sostenendo questo libro si può condividere questa piccola offerta di pace e di gioia in una parte del mondo sopraffatto da storie di conflitto e di violenza.
Il libro cartonato misurerà 20 x 30 centimetri. e conterrà, una introduzione, da 60 a 70 fotografie a colori, assieme alla poesia e a proverbi originali.
Il rinomato poeta palestinese Darwish Najwan arricchirà Occupied Pleasures con le sue poesie originali, alcune ispirate dalle fotografie.
Nulla da perdere
di Najwan Darwish
Appoggiando la testa sul mio petto:
Sto ascoltando la sporcizia
Sto ascoltando l’erba
Come si divide attraverso la mia pelle…
Abbiamo perso le nostre teste innamorate
E non abbiamo più nulla da perdere.
Il dottor Laleh Kahili, professore di studi mediorientali presso l’Università di Londra aggiunge la sua voce eloquente in un saggio introduttivo che riflette sul contesto delle immagini. Dalla sua introduzione:
«Abbiamo anche bisogno di immagini che catturano la poesia della vita di tutti i giorni, e non solo la prosa del conflitto. Abbiamo bisogno del lavaggio fugace di piacere per colorare i nostri ricordi negli interstizi della devastazione e del dolore. Abbiamo troppo bisogno di ricordare le risate, l’euforia di trionfi evanescenti, gioie fuggitive. Abbiamo bisogno di ricordare le persone incarnate nella loro carne e non solo riflesse attraverso la lente di notizie, pregiudizi, o stereotipi.»
Occupied Pleasures è un testamento alla speranza, alla dignità e alle risate, per celebrare la vita di fronte all’occupazione più lunga del mondo moderno.
Una parte del ricavato della vendita del libro andrà al Farashe Yoga Center http://farasheyoga.org/. La Rete di Yoga Farashe è fatta da insegnanti che stanno raggiungendo le comunità in tutta la Cisgiordania, raggiungendo una vasta gamma di donne e uomini, compresi bambini, studenti delle scuole superiori, anziani, sopravvissuti al cancro, pazienti diabetici, donne in gravidanza, e gli insegnanti delle scuole, nei villaggi e nei campi profughi.
Nata in Giordania nel 1975, Tanya Habjouqa ha studiato negli Stati Uniti e ha ricevuto il Master in Global Media e Politiche del Medio Oriente presso l’Università di Londra SOAS.
Le fotografie di Habjouqa si concentrano sul genere, sul sociale, e le questioni dei diritti umani in Medio Oriente. Si avvicina ai suoi soggetti con sensibilità, ma anche con l’occhio dell’assurdo. Nel 2014 ha vinto un Mondiale Press Award per la sua serie Occupied Pleasures in cui documenta molti dei momenti ridicoli della vita quotidiana che 47 anni di occupazione della Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est hanno creato.
È socia fondatrice di Rawiya, un collettivo di fotografe provenienti da tutto il Medio Oriente. Habjouqa ha recentemente mostrato il suo lavoro in sedi importanti tra cui il Museo di New York, l’Institut des Cultures d’Islam di Parigi e il Louisiana Museum of Modern Art, Humlebaek, Danimarca. La sua serie Le donne di Gaza è nella collezione permanente del Museum of Fine Art di Boston.
Habjouqa, fotografa emergente mentore del Grande Medio Oriente è stata ospite di conferenze nelle università di tutto il mondo. Beneficiaria del Fondo di emergenza Magnum della Fondazione 2013, è stata in prima linea in Iraq, Libano, Darfur, e Gaza. È stata anche finalista del 2014 FotoEvidence Book Award.
* * * *
FotoEvidence è una casa editrice per i fotografi documentaristi il cui lavoro si concentra sulla giustizia sociale e dei diritti umani. FotoEvidence ha pubblicazioni cartacee e album fotografici digitali.
Ogni anno una giuria internazionale seleziona una fotografa per ricevere il FotoEvidence Book Award per un progetto che dimostra coraggio e impegno nel perseguimento della giustizia sociale. Il lavoro è pubblicato come libro.
Svetlana Bachevanova
Editor FotoEvidence
Dopo Via Dogana e dopo la proiezione al Circolo della rosa (8-11-2014), dal 16 marzo su Internazionale ricompare The Burning Cemetery, sulla prima guerra mondiale.
Continua il ciclo degli incontri sul femminismo. Questa puntata è dedicata a due pubblicazioni, il n. 102 di DWF, Pensiero stupendo (con particolare attenzione a Judith Butler) e il libro di Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse 2014).
Domanda: abbiamo il linguaggio e le idee per parlare e parlarci di quello che sta accadendo oggi? Introduce Luisa Muraro, la parola passerà alle presenti, uomini compresi.
di Valentina Sonzini
Il valore del DWF 102 sta nel proporre una riattualizzazione o, meglio, nell’interrogare un certo pensiero femminista sul presente.
Judith Butler, Rosi Braidotti e Donna Haraway riempiono, dilatano, quest’ultima fatica della redazione DWF, che non si stanca di farci rintracciare sempre un valido motivo per non mettere in soffitta il femminismo.
Il fil rouge che conduce la narrazione ci fa tenere il fiato sospeso fra l’intervista a Butler di Federica Castelli e la traduzione del saggio di Athena Athanasiou.
Non possiamo, nell’additare il patriarcato, sottrarci ad un esame impietoso e tragico del capitalismo che sta sottraendo vita alle vite.
Nello sfacelo del neoliberismo e delle politiche depredatorie delle multinazionali appoggiate da lobby che rappresentano poco più che se stesse, Butler si chiede, e ci chiede, se il femminismo ha «gli strumenti concettuali necessari a comprendere cosa sta accadendo oggi».
Sono troppo affezionata alla Butler che cerca di dimostrarci che si può e si deve vivere una vita giusta, pur in un mondo eticamente e moralmente ingiusto, per non apprezzare l’intervista di Castelli. Le riflessioni che ne emergono aprono uno spiraglio, gettano uno sguardo di speranza e risoluzione, rimarcando la necessità di costruire alleanze, di reinventarsi.
Il ribadire il proprio esserci, il proprio esistere davanti all’annientamento che questo sistema produttivo ci impone, è la risposta unica e possibile, direi rivoluzionaria, per esprimere una nuova resistenza che sia espansione della propria rete di solidarietà.
Butler sembra suggerire che, se non si guarda all’altro, si diventa parte del sistema nel quale fatichiamo a trovare un senso, una rappresentazione credibile di noi.
Il senso di comunità dunque, che si traduce in un contro-potere, in una serie di relazioni di sostegno, pone nuovamente il corpo al centro della politica.
Basta l’apertura suggerita dalla filosofa per farci scorgere una rigenerazione del femminismo, che si narra, crea genealogie, ma ripensa il suo stare in relazione con il contesto. Sceglie nuove parole, si stacca dalla tradizione, per tradursi in una semantica volta ad interpretazioni innovative. Guardare alle cose ponendosi domande non scontate, non ovvie, che destrutturano e rimodellano la questione, è il compito di un femminismo di apertura, inclusivo, che si riflette nell’altro con il potere che l’individualismo neoliberista ha tentato di sottrarre al sociale: la cura della relazione, nella relazione.
Il femminismo ci serve ancora per guardare a noi stesse acquisendo la capacità di generarci come donne, ma è anche la chiave interpretativa di cui abbisogniamo per comprendere l’evoluzione dei generi, vedere il corpo non come «dato biologico, ma [come] un campo di iscrizioni di codici neo-culturali» (Rosy Braidotti). E ancora, è il mezzo per contrastare lo stigma “donna, schiavo, immigrato” (genere, classe, razza) che categorizza corpi marcati, che sono altro dal maschile che tutto definisce e modella.
La crisi che viviamo, che Athanasiou legge nel suo saggio in chiave greca, ha avuto il pregio di farci evidenziare, dicendoli a voce alta, i nomi propri delle cause.
Nessuno può infatti più sostenere che il patriarcato sia scisso dal capitalismo, e che questo porta con sé un conservatorismo oscurantista che deprime i singoli, li depaupera e svilisce per renderli merce, pura merce di scambio e di acquisto.
A tutto questo, un femminismo di apertura oppone un senso del mondo che riproduce attenzione all’altro e cura; che crea responsabilità e riempie di senso la cittadinanza (due fra le modalità di stare nella società civile delle quali oggi sentiamo un disperato bisogno di ridefinizione).
Quando non si è più responsabili di nulla, non si sente neanche più l’esigenza di abitare con consapevolezza la società in cui si vive.
Il femminismo può dare molto a chi sta rintracciando la strada per la riappropriazione del sé e per la costruzione di comunità solidali.
(www.laboratoriodonnae.wordpress.com, marzo 2015)
di Silvia Acierno
“J’aurais voulu ne pas avoir de corps”
(SdB, intervista con F. Jeanson)
Simone de Beauvoir sentì parlare di Elsa da Moravia a Capri negli anni ’50. Lui la lodò. Beauvoir voleva incontrarla, ma Moravia rimase evasivo. Fece una boutade, dicendo che Elsa frequentava solo omosessuali. L’incontro tra le due scrittrici avvenne alcuni anni dopo. Non saltarono scintille come temeva Moravia. A quell’incontro Elsa allude in una lettera a Beauvoir del 1963. Quell’incontro era stato per lei un «grand événement» (L’Herne Beauvoir, Parigi, 2012). Eppure nella stessa lettera si indovina una distanza tra le due scrittrici. Elsa dice di attraversare un periodo difficile. Di Beauvoir ammira invece «le naturel» con cui si relazionava agli altri e al mondo. Elsa nell’oscurità. Beauvoir nella luce.
La complessità della posizione della donna nell’opera di Elsa Morante va oltre il discorso femminista moderno inaugurato da de Beauvoir, anticipando il dibattito femminista postmoderno e i suoi temi. Nei suoi romanzi Elsa non sceglie come eroina la donna emancipata, quella donna che lei stessa fu molto presto. Il nodo della questione femminile lo vede nella donna debole, imprigionata tra l’affermazione e la negazione della maternità, in questo corpo di donna che lei stessa portava dentro, che lei stessa era. Reliquia chiara e allo stesso tempo oscura che sua madre le aveva consegnato. Corpo che genera e che non può generare, corpo che si apre e si chiude, corpo unico e multiplo nelle sue cicatrici e nelle sue sensazioni. Corpo fuori del quale sempre ci proiettiamo e in cui sempre ritorniamo.
Una parte del discorso femminista postmoderno esplora l’identità femminile, cosa vuol dire essere donna. Se, come aveva intuito Simone de Beauvoir, la donna è un artefatto culturale, allora cosa c’è sotto questa maschera?
Julia Kristeva scrive che per ritrovare questa identità bisogna tornare ad un epoca anteriore a qualsiasi dicotomia. Bisogna ritornare al corpo della madre. Luce Irigaray invece crede nella molteplicità del sesso femminile. Con Hélène Cixous, questa libídine eterogenea diventa «cosmica» e la molteplicità delle zone erogene si deforma in una «erogenità dell’eterogeneo», un incosciente comune dal quale sorgono forme, suoni, desideri e bellezza. Wittig vede nei corpi degli artefatti politici modellati con violenza attraverso il linguaggio. Solo con il recupero di un linguaggio universale e originario la donna potrà esistere come soggetto.
Cos’è allora la donna? Una costruzione dell’uomo? Un sesso che non esiste? L’unico sesso che esiste? Oppure una categoria da distruggere?
Judith Butler spinge questo discorso ancora oltre. La donna è un prodotto della cultura eterosessuale che in un circolo vizioso genera identità fittizie nel momento stesso in cui le proibisce. Non esisterebbe un momento anteriore (anteriore alla Legge del Padre). Tutto si svolge all’interno di questo circolo. Qualsiasi strategia di emancipazione sarebbe solo una concretizzazione ulteriore della legge del Padre. Dietro non c’è niente.
L’affanno postmoderno di stravolgere tutto ha il merito di vedere nei generi solo delle nozioni artificiali e aperte. Però in qualche modo, al di là della critica di qualsiasi ontologia e metafisica, la teoria postfemminista sembra a volte persa nei meandri di una ricerca di cui nega l’esistenza, nascosta in un discorso troppo complesso e alla lunga sterile. Che fare allora? Come costruire questa differenza?
Azzerare tutto, come vorrebbe Nancy Huston, tornare al punto di partenza e riconoscere che siamo diversi. Che lo siamo prima ancora che la cultura ci faccia diversi.
Oppure tornare indietro, al ventre materno, a un linguaggio arcaico, poetico, recuperando la jouissance per sempre perduta. Cixous ci esorta: scrivi, scrivi! Scrivere in un linguaggio che si scioglie in mille lingue, capace di uscire dagli schemi della psicoanalisi, di “volare”, di “entrare” in me, in te, nell’altro che è in me, nell’altro che è in te, senza fine. O ancora chiudersi in una strategia di trasgressione, di disintegrazione.
Resta la dispersione della rinuncia a qualsiasi utopia di una preistoria dove si nasconderebbe il nostro essere autentico e al sogno di un nuovo ordine futuro: la reificazione della maternità o qualsiasi altra strategia finirebbero solo per sostituire alla Legge del Padre un altro principio univoco e chiuso. E allora? Possiamo solo essere sublimazione o psicosi?
L’opera di Elsa si nutre di queste domande. Nei suoi romanzi l’esaltazione della maternità si accompagna a una denuncia profonda dei meccanismi attraverso i quali la cultura dominante modella il desiderio di maternità. La madre è una figura ambigua che ama e castra. La maternità permette alla donna di avvicinarsi ad una memoria istintiva (le donne del ghetto nella Storia), la espone ad una specie di rivelazione (Ida si reca nel ghetto in uno stato di trance), e la rende molto più critica dell’Ordine Simbolico. Ma in questa implacabile genealogia femminile in cui la figlia si confonde con la madre, con la madre di sua madre, con le donne della sua famiglia, con la stirpe intera, che rinasce nel suo corpo e di cui condivide il destino, l’identità femminile si perde in un “processo incerto”.
Nel romanzo Aracoeli, Elsa esplora la possibilità del viaggio verso un passato di jouissance attraverso la narrazione e si interroga sulla “realtà” di questo passato che solo riesce ad entrare nella narrazione di Manuele come una specie di fêlure. Ma, forse, la terra arida di El Almendral vuole comunicare l’impossibilità di ritrovare questo “punto di partenza”. E il gioco continuo tra memoria, ricordi apocrifi e narrazione, che caratterizza tutta l’opera della scrittrice, pure si muove tra la possibilità e l’impossibilità (linguistica) di recuperare questo mondo che precede ogni separazione.
Nelle intenzioni di Elsa, Aracoeli, senza saperlo, attraverso la propria degradazione, doveva ribellarsi ai crimini collettivi. Eppure nelle pagine del romanzo si sente anche una certa ambivalenza rispetto a questa Rivolta. Manuele non sa bene cosa voglia Aracoeli, la ama e la maledice. Assieme a Manuele anche Elsa sembra interrogarsi sulla possibilità di questa ribellione. Secondo Judith Butler, lo scenario della ribellione non potrebbe mai collocarsi “fuori”. Si trova sempre dentro, costruito per poi essere emarginato ed escluso dalla cultura dominante per i propri fini e la propria economia.
Nell’opera di Elsa c’è anche una riflessione sul corpo (non solo femminile) e sulle dinamiche tra il corpo come simbolo culturale (corpo che limita e che reprime) e il corpo fatto di desideri, immaginazione e piaceri che l’altro copro distribuisce, legittima e censura. È il corpo omosessuale e “disorientato” di Manuele, narratore di Aracoeli con cui Elsa si identifica, corpo che si confonde incestuosamente con il corpo di sua madre Aracoeli, corpo che è fatto anche di “altri organi” nascosti e “senza limiti” che gli permettono di ascoltare la voce della madre e sentire il suo alito.
Ma è anche il corpo di Aracoeli, luogo di amore, oppressione e contestazione. Corpo che subisce una tragica metamorfosi. È il corpo di Arturo (protagonista del secondo romanzo), attraverso il quale Morante cerca di recuperare un’infanzia mitica, il limbo dopo il quale non c’è paradiso e che anticipa l’infanzia di Useppe de La storia.
Ed è anche il corpo di Ida, la madre di Useppe, corpo di vedova violato da un giovane soldato tedesco che potrebbe essere suo figlio, corpo che nasconde la propria maternità e la propria femminilità, corpo giovane ma già vecchio e deforme. E nel corpo di Ida, maestra ebrea, si cela il corpo di un’altra maestra ebrea, la madre di Elsa che, scoperta l’impotenza di suo marito non volle rinunciare al sogno della maternità e scelse l’adulterio per poter avere i suoi figli. Però allo stesso tempo corpo vergine la cui sessualità Elsa negò sempre dichiarando che sua madre fu la più “casta” di tutte le donne. E in questo caleidoscopio di corpi, finalmente c’è anche il corpo della scrittrice su cui la storia della madre si è impressa come un messaggio cifrato, nel quale Elsa cerca di trovare la sua identità.
(www.libreriadelledonne.it, 20 marzo 2015)
di Massimo Lizzi
Vorrei dare valore al fatto che uomini impegnati contro la violenza, l’8 marzo dalle colonne di uno storico giornale di sinistra – il Manifesto, dichiarino di interrogarsi sulla violenza maschile e sollecitino altri uomini a farlo. Ma questo gesto, ora, non basta più, le loro parole suonano come vuota retorica, se poi evitano di dire cosa ci fanno con i loro interrogativi.
Non è che le loro domande non mi riguardino. Anzi. Anche a me capita, nel disaccordo, di usare toni offensivi, sminuenti, persino violenti per alcune mie amiche, nonostante io sia un uomo che si dichiara contro la violenza. In realtà mi vedo soltanto come assertivo e vedo loro variamente fragili, suggestionate o manipolatrici inconsapevoli. Messo di fronte alla descrizione delle mie dinamiche riesco ad ammettere che esprimo una volontà di controllo, nei contrasti per me più importanti. Ma l’ammissione non sempre impedisce che la dinamica si ripeta.
Il contrasto fa velo, l’ho verificato in prima persona. La confusione tra conflitto e violenza e il discredito della parola della donna sorreggono l’autodifesa maschile, di fronte agli altri e a se stessi. Se lei ci denuncia in pubblico, lo fa per rovinarci. Se ci denuncia in privato, lo fa per manipolarci. Se lei è in buona fede, è debole e si fa male con poco.
Quando lessi di un uomo di Maschile Plurale (MP) accusato di violenza psicologica, pensai, come riflesso immediato, fosse il tentativo di danneggiare l’immagine di una persona, di un gruppo, o un conflitto privato rispetto a cui c’era solo da osservare e sospendere il giudizio. Mi ci è voluto un po’ per capire che il mio essere uomo poteva mettermi in una posizione collusiva. Se un uomo di sinistra, in relazione con femministe, aveva compiuto violenza psicologica sulla sua compagna, poteva mettere in crisi l’immagine di tutti gli uomini come lui, davanti alle donne e a se stessi. Salvare la credibilità di uomini impegnati contro la violenza era importante, e mi induceva, ancora una volta, a negare la credibilità di lei.
Così ho scelto di crederle ed è stata una scelta politica. Indipendentemente dalla vicenda privata dei due, ho scelto di dare valore al fatto che lei avesse nominato la violenza e ho scelto di interrogarmi come maschio su questo punto. Se capitasse a me? La violenza maschile è endemica – e io so di non esserne immune – e il discredito che colpisce le donne è sistematico.
Ma soprattutto ho scelto di affidarmi alla relazione e allo scambio con alcune donne che sembravano muoversi con più chiarezza di me e che hanno poi preso la parola per chiedere a Maschile Plurale di essere coerente con se stesso e di non esporre la donna ad una rivittimizzazione, ovvero a non agire di nuovo violenza.
È un anno che continuiamo a discutere di questa vicenda, e molti contributi di riflessione sono stati pubblicati anche sul sito della Libreria delle donne di Milano, come mai non se n’è fatto cenno in questo articolo pubblicato sul Manifesto? Come è possibile che uomini che considerano la narrazione dell’esperienza e il partire da sé una pratica politica fondamentale scrivano un testo sulla violenza sulle donne come lo avrebbero scritto due anni fa? Non c’è alcun sapere emerso in questa vicenda che valga la pena di essere nominato?
Mi chiedo quindi che cosa se ne fanno gli uomini di MP di affermazioni come: «La violenza ci riguarda»
(www.libreriadelledonne.it, 20 marzo 2015)
di Massimo Lizzi
Un mio tema controverso è il rispetto nei confronti di chi usa la sua libertà per sottomettersi. Un tema che genera in me intolleranza e dubbi.
Spesso a sottomettersi liberamente sono le donne: la donna che sceglie di stare con il suo compagno violento, la donna che sceglie di prostituirsi, la donna (talvolta) che sceglie di mettersi il velo; la donna che sceglie nei media di farsi oggettivare.
Ma in una situazione simile possono trovarsi anche molti uomini. E’ il caso dei lavoratori dipendenti che liberamente assumono il punto di vista del loro datore di lavoro e, per esempio, non aderiscono agli scioperi. O il caso di quei giornalisti, scrittori, intellettuali, che scrivono al servizio di un editore imprenditore o di qualche potente, sacrificando la propria autonomia, le proprie idee.
L’intolleranza è dovuta al fatto che queste persone mi ispirano un sentimento di disprezzo. Un disprezzo di due tipi. Uno penoso, nei confronti delle persone che vorrei vedere “liberate” come nel caso della prostituta, e uno soltanto avverso, nei confronti delle persone la cui sorte mi lascia indifferente, come nel caso del giornalista.
Un corno del dilemma giustifica l’avversione. Penso che chi sceglie di sottomettersi abbia una scarsa consapevolezza del proprio valore e metta a repentaglio la libertà di tutti, generando pregiudizi, immagini, e aspettative sbagliate, concorrendo a rapporti di forza sfavorevoli. La donna che rimane con un compagno violento alimenta l’idea di un masochismo, di una corresponsabilità femminile, motivo per cui la violenza maschile esisterebbe soprattutto perchè accettata da chi la subisce e sia in fondo una questione privata. La donna che si prostituisce contribuisce a definire una idea di sessualità femminile intesa come servizio, mezzo di soddisfazione di un presunto bisogno maschile. Inoltre, le prostitute “libere” svolgono una funzione di copertura nei confronti della tratta e della schiavitù sessuale, tanto per il fatto che le cosiddette sex workers e le escort occupano quasi tutto il dibattito pubblico sulla prostituzione, quanto per il fatto che clienti e bordelli non distinguono tra libere e schiave e le tengono insieme. Il lavoratore dipendente che aderisce al punto di vista aziendale, che non si sindacalizza, che non sciopera, può concorrere a peggiorare i diritti e le condizioni di lavoro di tutti i lavoratori. I pennivendoli mettono a rischio la libertà di informazione e formano una opinione pubbllica inconsapevole. Quindi, forzando un po’, disconoscere la libera scelta di queste persone, può essere visto come un atto a favore della libertà di tutte e di tutti.
L’altro l’altro corno del dilemma giustifica l’esitazione. Negare l’esercizio di una libertà vuol dire negare la soggettività di chi la esercita, il fondamento stesso della libertà, anche di un suo uso eventualmente corretto dal mio punto di vista. Se come conseguenza di un determinato esercizio, il danno nei confronti degli altri è più teorizzato, ipotizzato che accertato, la negazione della libertà può essere considerata inaccettabile.
Così i dubbi non li risolvo o li risolvo caso per caso, con spirito sperimentale. In un caso la soluzione può essere la legge: nella prostituzione può essere la sanzione del cliente prostitutore. In un caso può essere la violazione della legge, come è stato per decenni a tutela del diritto di sciopero con l’organizzazione dei picchetti davanti ai cancelli delle fabbriche. In un caso può essere il libero esercizio del giudizio contro chi si vende e sottomette, per esempio contro giornalisti e avvocati al servizio dei potenti.
Nella mancata soluzione della controversia, vale per me il principio della maggioranza interiore, potenzialmente transitoria, per cui, pur cercando di tenere presenti le controindicazioni della mia scelta, mi assumo la responsabilità di prendere una decisione, di assumere una posizione.
(www.libreriadelledonne.it, 20 marzo 2015)
Abbiamo mandato per posta una lettera alle abbonate di Via Dogana, chi non l’avesse ricevuta e chi era lettrice di Via Dogana e desidera riceverla, la richieda a info@libreriadelledonne.it
La redazione ristretta di Via Dogana
di Cecilia D’Elia
Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, il sottotitolo che campeggia sulla copertina di Recluse (Ediesse, 2014, pp. 315, 16 euro), dice tutto della mossa politica che ispira il lavoro di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa. In questo libro protagonista è la differenza femminile, quella delle detenute, quella delle agenti e delle educatrici, quella delle due autrici. Lo sguardo cerca la soggettività femminile all’interno delle mura carcerarie e alla fine del viaggio riflette sul percorso fatto conversandone con Maria Luisa Boccia, femminista e teorica della differenza.
Questo testo dunque è molte cose insieme. Nasce da una ricerca finanziata dalla Regione Toscana sull’autolesionismo e il suicidio, che ha coinvolto il carcere di Sollicciano, quello di Empoli e quello di Pisa. È l’occasione per illuminare la scena del carcere femminile, realtà poco studiata anche per via dell’esiguità dei numeri, e per restituire un pezzo di storia carceraria poco conosciuto. Nonostante il modello rieducativo, di cui tanto si discute, abbia un’origine femminile e ambigua, legata all’idea della minorità delle donne, non adatte alla punizione, ma necessarie di correzione. Il libro è anche un lavoro sulla differenza femminile che rimanda a tutte noi alcune questioni essenziali e ancora aperte: il rapporto con la maternità e il materno, l’attitudine alla cura, l’importanza delle relazioni tra donne.
Le interviste sono un vero racconto. Narrano di individue che entrano in carcere consapevoli delle scelte fatte, rivendicate e non subite, ma molto critiche sulla modalità della pena ricevuta, sulla sua efferatezza. Individue alle prese con un luogo che punta a spersonalizzare e a infantilizzare. Un luogo di cui codici e regole sono sconosciuti. «Detenute si diventa» dirà una di loro, a sottolineare l’apprendimento necessario per non essere in balia di un’istituzione che così ti vorrebbe.
La prima resilienza è rimanere se stesse, mentre tutto rema contro, e ricordarsi di non essere solo il proprio reato, di non far entrare «il blindo nel cervello». Il richiamo al ruolo di madre o di figlia diventa risorsa potente, con tutta l’ambiguità che questo comporta. Da un lato il carcere sembra rieducare a un ruolo, dall’altro per tante donne disancorare il reato dalla capacità genitoriale o dall’affetto di figlia è una risorsa strategica per continuare ad esistere oltre la pena.
Anche in questo caso il carcere lavora contro, i rapporti con l’esterno sono centellinati, qualche volta l’ottusità burocratica diventa feroce, come nel caso della madre che non può chiamare il figlio al cellulare perché il telefonino non è intestato a lui, che è un minore.
Le relazioni con le altre, spesso subite per via degli spazi coattivamente condivisi, quando scelte sono invece un reale investimento. Smentiscono l’immagine stereotipata, diffusamente presente nei racconti delle agenti, della difficoltà dei rapporti tra donne a diventare relazioni importanti, che non finiscano in litigiosi capricci, a cui mai si riconosce la dignità di reali conflitti.
Dalle interviste emergono diverse strategie di empowerment messe in campo dalle detenute, non grazie ma nonostante il carcere. E a questo sapere femminile sul carcere si spirano Ronconi e Zuffa per proporre alcuni interventi di riduzione del danno carcerario sulle persone e di riconoscimento dei diritti che non si limitino all’astratta costruzione di una carta da rivendicare, ma prendano corpo nella concretezza delle relazioni vissute nello spazio del penitenziario. Per il carcere significa, come indica Tamar Pitch che ha collaborato ai paragrafi iniziali sulla questione criminale femminile, superare la contrapposizione tra giustizia dei diritti e giustizia dei bisogni. Ancora una volta la differenza sessuale mette in campo le relazioni di cura, chiede di riconoscere la dipendenza che spesso segna i rapporti tra le persone; non per opporre astrattezza dei diritti a concretezza della relazioni, ma per attivare le soggettività, per liberare la dipendenza dalla minorità, per riconoscere il legame tra le persone senza farne un laccio che imprigiona, ma tramutandolo in risorsa per l’autonomia.
(femministerie.wordpress.com, 17/3/2015)
di Spin
La dignità degli uomini è qualcosa a cui loro tengono molto. La dignità, in base al diritto (maschile), si basa anche e soprattutto, sul concetto di scelta. Un sacco di persone che hanno poca scelta amano proclamare che sono libere di scegliere, perché ne va di mezzo la loro dignità.
La retorica attorno alla prostituzione, sul fatto che sia una fabbrica di stigmi e di vergogna per le prostitute, si basa interamente sul fatto che gli uomini non appaiano cattivi. Gli uomini provano vergogna solo di essere associati o vicini alle prostitute, anziché per aver generato la prostituzione e per la loro continua domanda dei nostri servizi.
Ci usano perché siamo lì, e desiderano sentirsi dignitosi nel farlo. È come se non ci fosse cognizione da parte dell’opinione pubblica che sono gli uomini a metterci lì. Non si ha la percezione di chi ci guadagna veramente dal fatto che noi siamo lì. Non si comprende chi ha creato i presupposti per cui siamo lì.
La retorica adoperata sdoganare la prostituzione come ‘professionalità’, come ‘lavoro sessuale’ con uno status ‘dignitoso’, serve unicamente a evitare agli uomini che ci sfruttano di apparire sfruttatori. La lobby dei magnaccia sa che la principale funzione del termine sex work è di rendere redditizio e di promuovere il commercio del sesso (ossia, il ‘diritto’ degli uomini di comprarci per usarci sessualmente e per guadagnarci su).
Le persone bene intenzionate che usano il termine sex work nella speranza di non sembrare bigotte e di non negarci la ‘libertà di scelta’ contribuiscono a rafforzare i diritti e la dignità dei magnaccia e dei clienti. Nell’interesse della dignità maschile, la dignità è inseparabile dalla parola ‘scelta’. Dal punto di vista maschile, la dignità si misura e passa per la libera scelta. Peccato che alcune di scelta non ne abbiano! Ciò che è sottinteso quando lo chiamiamo sex work è che la donna se lo sia scelto. Non è conveniente?
Per questo motivo (uno dei tanti), non tocca a me né a nessun’altra prostituta dimostrare che il termine sex work è dignitoso, e tanto meno esserne grate o essere d’accordo.
Non siamo noi a commettere atti indegni contro di noi e per questo non abbiamo nulla da dimostrare (o di cui essere grate) quando i media o l’opinione pubblica usano questo termine. In effetti, lo troviamo implicitamente insultante e, peggio ancora, pensiamo serva a coprire chi realmente compie atti indegni.
Noi siamo prostitute. Il termine è sgradevole e viscerale. In parole povere, è sincero. Questo è il motivo per cui papponi e clienti non vogliono usarlo e l’opinione pubblico non vuole sentirlo.
Non siamo tenute ad attribuire dignità a clienti e magnaccia. Né siamo tenute a offrire sollievo o autocompiacimento all’opinione pubblica quando parla di noi.
Se tu che mi leggi sei una persona che non si prostituisce o che adopera il termine sex work, mi piacerebbe che ti chiedessi a chi giova questo eufemismo. Conosciamo l’efficacia dell’uso equivoco delle parole, pensa solo a che servizi hanno reso i “danni collaterali” ai guerrafondai. Se abbiamo un po’ di senso critico, possiamo capire a quale processo stiamo contribuendo quando chiamiamo la prostituzione “lavoro”.
Saluti,
Spin
(28 febbraio 2015)
di SILVANA MAZZOCCHI
Mentre i lettori adulti diminuiscono, a sorpresa aumentano i piccoli fruitori di libri, almeno negli ultimi tre anni e secondo uno degli ultimi studi sulla media di chi legge in Italia. Il dato fa senz’altro ben sperare per il futuro ma, a questa tendenza, si aggiunge il merito di emanare, finalmente, una nuova e positiva luce sulla letteratura infantile, un genere, relegato nei secoli, a una sorta di emarginazione immobile e, per certi versi, contraddittoria. In un momento in cui educazione, scuola e formazione sono tornate in primo piano, interessante e densa di spunti sull’argomento, esce l’antologia Scrittrici d’Infanzia (Progedit), raccolta di saggi che spazia “dai libri per bambini ai romanzi per giovinette” a cura di Barbara De Serio, insegnante di Storia dei processi educativi e formativi all’Università di Foggia. Un libro che descrive personaggi e contesti, rileva diverse correnti interpretative e ricorda come, a partire dal ‘700, il grande fiorire di autrici di libri destinati ai bambini e ai ragazzi, ha fatto nascere fino al XX secolo una letteratura per l’infanzia che, se da una parte veniva chiusa nel recinto dell'”invisibilità socio-culturale” e relegata in serie B in quanto scritta e destinata a soggetti “deboli” come donne e bambini, dall’altra servì a far nascere e a consolidare un settore di grande valenza educativa.
Scrittrici d’infanzia mostra quel percorso accidentato, ma ricco di stimoli che ha funzionato come un laboratorio di temi pedagogici strettamente legati al lavoro di cura mirato alla crescita infantile. E racconta come siano cambiati, nel tempo, i rapporti tra generi e come le donne abbiano sempre considerato la formazione delle nuove generazioni un trampolino per l’emancipazione sociale. Numerosi i ritratti di pedagoghe e scrittrici, esponenti della letteratura per ragazzi,, da Anna Vertua Gentile, a Maria Messina. Dalla “Contessa Lara” ad Astrid Lindgren, la creatrice della bambina protagonista, “rivoluzionaria ” (per l’epoca), Pippi Calzelunghe.
Infine è utile sottolineare quanto accennato nella prefazione. Che, secondo un’altra corrente di pensiero, la scrittura per l’infanzia non nacque per “emarginazione”, ma sia stata invece una scelta libera e consapevole, in quanto mezzo ideale “per parlare agli adulti e ai bambini che sono stati”. Probabilmente ai nostri giorni è vera questa seconda considerazione. Se il numero di lettori adulti è più basso di quello rilevato tra i più piccoli, potrebbe essere necessario, oltre che utile, rilanciare e potenziare la letteratura infantile attraverso libri che parlano “dell’infanzia” e non solo “all’infanzia”. Volano auspicabile per un futuro migliore di grandi e piccini.
Perché un libro sulle scrittrici e l’infanzia?
“La storia racconta di scrittrici d’infanzia che hanno vissuto una duplice emarginazione connessa, da un lato, alla secolare svalutazione delle donne, legittimata dall’appartenenza al genere femminile, e dall’altro lato alla scelta di scrivere per i bambini, comune a molte scrittrici, con particolare riferimento a quelle che per prime hanno coraggiosamente fatto della penna la loro ragione di vita. Individuare nell’infanzia un pubblico privilegiato ha dunque accentuato la condizione di isolamento socio-culturale del genere femminile. Ad accomunare le donne e i bambini è infatti un destino di invisibilità sociale, che ha naturalmente indotto a cogliere nelle pratiche educative loro riservate, tra cui la lettura, veri e propri dispositivi formativi per imporre rigide condotte e per tramandare un sapere stabilito, controllato e regolato sui criteri maschili di interpretazione simbolica del reale. La scelta di ripercorrere la biografia di alcune scrittrici è in questo caso legata alla volontà di valorizzare i saperi di cura, che hanno contribuito a conferire alla letteratura una dimensione formativa più accentuata. Nel binomio “scrittrici e infanzia” è infatti possibile cogliere un’opportunità per promuovere nuove e più approfondite riflessioni sui rapporti di genere, che le scritture femminili hanno inteso dischiudere, moltiplicando le occasioni di incontro e confronto per rivedere la relazione uomo-donna nell’ottica di una complementarietà. Una formazione creativa, che intende puntare sulle competenze femminili per valorizzare le differenze, di cui le donne possono farsi portavoce, e che trova nella prima età il suo destinatario principale”.
Quanto leggono oggi le bambine e i bambini?
“Le ricerche più recenti in questo settore sembrano abbastanza confortanti perché descrivono una situazione straordinariamente migliorata rispetto al passato per quanto riguarda l’attitudine dei bambini a leggere, a collezionare libri e a frequentare librerie, biblioteche e altri luoghi preposti alla promozione della lettura. Da uno degli ultimi studi relativo all’analisi della media dei lettori italiani – bambini e adulti – negli ultimi tre anni risulta che più è bassa l’età, maggiore è il consumo di libri. In altri termini sembra che i bambini leggano molto più degli adulti, contribuendo ad aumentare il numero medio dei lettori. Questi dati conferiscono un elevato valore pedagogico ai numerosi progetti di promozione della lettura avviati nel corso degli anni e orientati a sottolineare le valenze cognitive ed emotive della lettura e della narrazione sin dalla primissima età, soprattutto ai fini di un corretto sviluppo relazionale dell’individuo. Ciò che lascia perplessi è invece il basso numero di lettori adulti, che evidentemente incide sul rapporto dei bambini con la lettura. Occorrerebbe dunque moltiplicare le occasioni di incontro dei bambini con il libro a partire dalla primissima età e dall’ambito familiare. Si pensi all’utilizzo dei “libri giocattolo”, che consentono anche ai più piccoli di leggere attraverso l’uso dei sensi. Un approccio dalla forte carica emotiva, lo stesso sul quale bisogna puntare per favorire la “lettura di pancia” negli adulti. E’ chiaro il riferimento metaforico alla maternità, che non esclude la necessità di avviare percorsi di promozione della lettura già in età prenatale, attraverso la collaborazione delle madri, che dovrebbero diventare le principali mediatrici dell’incontro dei giovani lettori con la “buona” letteratura”.
Donne e linguaggio. Esiste una scrittura al femminile?
“Esiste una scrittura al femminile, quella del cuore, delle emozioni, delle “stanze tutte per sé”, della cura degli altri, ed esiste una scrittura delle donne, quella “che ha fatto la storia”, che ha speso tempo ed energie per riappropriarsi di un’identità e per conferire un nuovo senso alla realtà, che è riuscita ad affrontare l’invisibilità socio-culturale del genere femminile e ha puntato sulla capacità di mediazione, da sempre caratteristica principale del pensiero delle donne, per riflettere su alcuni valori radicali – la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà – e per costruire un nuovo rapporto con il genere maschile, fondato sulla valorizzazione della differenza, della pluralità di idee, di pensieri, di visioni del mondo. Scrittura di tras-formazioni, di costruzioni del sé e della propria identità storica e sociale; storia di denunce, di cambiamenti, di emancipazioni, che ha contribuito a conferire un carattere nuovo anche alla letteratura, con particolare riferimento alle scritture per l’infanzia. Proprio grazie ai saperi femminili la letteratura per l’infanzia si è infatti arricchita di una varietà e creatività di forme e contenuti, più capaci di educare menti critiche e plurali, libere e trasgressive, impertinenti e ribelli. Sono le menti delle giovani donne, che rivendicano con fermezza il diritto di pensare in modo autonomo, che rifiutano di rivestire ruoli sociali stereotipati e che appaiono indignate nei confronti di sistemi culturali che tendono a inibire la libertà di espressione e le molteplici possibilità di realizzazione, della donna come dell’uomo”.
Scrittrici d’Infanzia
A cura di Barbara De Serio
Progedit
Pagg.186, euro 20
Durante la seduta a Montecitorio, il deputato leghista Paolo Grimoldi si rivolge a Laura Boldrini chiamandola “signor presidente”. Lei gli risponde sorridendo: “Grazie deputata”