di Silvia Baratella


Dare credito alla parola di altre donne a volte fa sorgere dilemmi. Per esempio sulla prostituzione.

Non credo se ne possa parlare senza ascoltare quello che hanno da dire le prostitute.

Leggendo Sesso al lavoro – da prostitute a sex workers della Tatafiore (1994), in cui è riportato anche il pensiero di Carla Corso e Pia Covre, e leggendo alcune prostitute blogger, si trovano voci di donne che rivendicano la loro scelta. Condivido molte cose che dicono, apprezzo la capacità che hanno di svelare la miseria simbolica degli uomini e il moralismo arrogante di chi le compatisce e pretende di “salvarle”. Anche i casi Ruby e D’Addario ci mostrano donne con un loro progetto di vita e determinate a realizzarlo. Non si sentono costrette a prostituirsi, l’hanno scelto.

Leggendo sul web la prostituta inglese Spin, scopro che rifiuta la definizione di sex work, “lavoro sessuale”, perché a suo avviso mira ad ammantare la prostituzione di una dignità che non ha per assolvere protettori e clienti che la sfruttano. Racconta che non è un lavoro “come un altro”, infatti lo si fa di nascosto, che non è una libera scelta e farla passare per tale non vuol dire rispettare le prostitute, ma perpetuare lo sfruttamento sessuale delle donne. In effetti… se non è “sfruttamento” ma “libera scelta”, la società non ha motivo di biasimare gli sfruttatori e i clienti, ma può mantenere il suo disprezzo storico per le prostitute.

Leggo le interviste all’ex-prostituta francese Rosen Hicher. Dice che la prostituzione, anche “scelta” come nel suo caso, è una violenza costante e che la colpa di tutto è dei clienti: è la domanda degli uomini a creare la prostituzione. Anch’io ritengo i clienti, i “prostitutori” come alcune iniziano a chiamarli, i veri responsabili dell’esistenza della prostituzione, persino più dei protettori. Rosen Hicher chiede una legge che punisca i clienti e che aiuti le prostitute a uscire dalla loro condizione: lei avrebbe voluto essere “salvata”. Pur pensando con Tatafiore che punirli per legge non servirebbe, vedere i clienti in galera farebbe piacere anche a me.

Come posso essere d’accordo sia con quelle che rivendicano la libertà di scegliere di prostituirsi, sia con quelle che dicono non è una libertà? Con quelle che non vogliono e che vogliono essere “salvate”?

Non voglio “schierarmi”, voglio capire. Dovrò trovare il mio filo conduttore tra le loro parole. Per riuscirci provo a partire dal mio desiderio senza annullarlo nell’accoglienza del loro.

Ebbene, io desidero un mondo in cui nessuna donna abbia un rapporto sessuale che non sia per il proprio piacere. Dunque un mondo senza prostituzione. Desidero anche un mondo in cui il lavoro non sia sfruttato, ma la realtà è quella che è. La scelta di prostituirsi si fa perché l’alternativa è disoccupazione o lavori duri, usuranti, malpagati e precari, o – più raramente – perché si vuole guadagnare molto e questa società offre alle donne poche strade per farlo. È una scelta rischiosa, pagata da chi la fa. Anche l’alternativa, il lavoro supersfruttato, ha i suoi prezzi e i suoi rischi, spesso in termini di salute.

Allora rispetto entrambe le scelte, senza moralismi. Ma ha ragione Spin quando dice: «chiamiamola col suo nome: è prostituzione». Non chiamiamola, come hanno fatto alcune da Ilona Staller in poi, “libertà sessuale”. Al massimo è una “libertà commerciale”. Non esaltiamo la prostituzione come antidoto alla sessuofobia e la sua regolamentazione come atto di modernità e civiltà: dietro la pretesa maschile di soddisfazione sessuale a spese del desiderio femminile c’è la negazione delle donne come soggetti, e questo non è “regolamentabile”.

 

C’è bisogno invece di gesti politici che affermino l’irriducibilità delle donne come soggetto di desiderio, e forse è questo il filo conduttore che cercavo: le diverse verità di Spin o di Corso e Covre sono giudizi femminili sugli uomini, espressioni di quella soggettività femminile che con la prostituzione si tenta di cancellare. Per questo le riconosco entrambe.


(www.libreriadelledonne.it,14 aprile 2015)

di Cristina Piccino


Lutto nel teatro. Se ne va la fondatrice del
Living Theatre, anarchica, pacifista, un’icona del Sessantotto. Aveva 88 anni, dalla morte di Julian Beck, aveva continuato la ricerca di un’arte sempre legata alla vita

 

Judith Malina era pic­cola pic­cola eppure quando arri­vava in scena la sua pre­senza sem­brava occu­pare la sala intera: le sedie degli spet­ta­tori, i cor­ri­doi, l’esterno come se la sua voce, e quel suo corpo minuto aves­sero per sem­pre supe­rato le bar­riere non solo tra chi «recita» e chi «guarda» ma dello spa­zio intero, e del tempo rein­ven­tan­doli con la dol­cezza com­bat­tiva della sua poesia.

Adesso Judith Malina se ne è andata, aveva 88 anni, e da qual­che tempo viveva in una casa di riposo per anziani attori, la Lilian Booth Actors Home. Il Living aveva perso la sua sede su Clin­ton Street, a New Yok, non riu­sci­vano più a pagare l’affitto nono­stante l’aiuto degli amici, come Yoko Ono o Al Pacino. Era una vec­chia sto­ria, lo rac­con­tava anche lei che il Living aveva avuto sem­pre dif­fi­coltà, ma Judith che aveva spe­rato fino all’ultimo in qual­che finan­zia­mento. Diceva: «Qui sono gen­tili, io però non so vivere in un isti­tuto. In Ame­rica gli anziani sono dimen­ti­cati». E forse con lei è stato messo da parte anche un modo di essere, di intrec­ciare l’arte e la vita, di spe­ri­men­tarle alla prima persona.

Sul New York Times di ieri, che a Judith Malina dedica un lungo e bell’articolo, col­pi­sce l’inizio: «Per quelli che non sono vec­chi abba­stanza da ricor­dare i beat­niks, Lenny Bruce, le pro­te­ste con­tro la guerra del Viet­nam, Judith Malina era un’attrice nella serie dei Soprano dove inter­pre­tava zia Dot­tie». Niente di strano, i tempi cam­biano, e Malina col suo tempo, attra­verso gli anni ci si era sem­pre con­fron­tata non senza scon­tri pesanti. Ma solo così nel Ses­san­totto Judith Malina e Julian Beck pote­vano scuo­tere il tea­tro (e il mondo) con uno spet­ta­colo come Para­dise Now. Scan­dalo a Avi­gnone, scan­dalo in Ame­rica. Den­tro vi entrava con pre­po­tenza il Mag­gio pari­gino con le sue bar­ri­cate, gli scon­tri di piazza, il desi­de­rio impos­si­bile dei suoi sogna­tori di un’utopia ora e subito, di un para­diso che è fine del capi­ta­li­smo, dei proi­bi­zio­ni­smi, gioia e cibo per tutti, sen­sua­lità, amore e pace, corpi nudi e libe­rati che si fondono.

Certo, era forse irri­pe­ti­bile que­sto sogno di tea­tro (e del mondo) che li ha resi molto amati – e molto cri­ti­cati – che gli è costato cen­sure, pri­gione, per­se­cu­zioni senza che si arren­des­sero, sfi­dando anche la dit­ta­tura in Brasile.

Malina però con­ti­nuava a essere un rife­ri­mento impor­tante per le nuove gene­ra­zioni tea­trali, almeno qui. Per esem­pio l’incontro tra lei e i Motus, da cui è nato uno spet­ta­colo intenso, in scena era insieme a Sil­via Cal­de­roli, la loro magni­fica inter­prete, due età lon­tane e vicine nel sen­ti­mento e nel rac­conto di una (pos­si­bile) uto­pia. Lo spet­ta­colo si chia­mava The Plot is the Revo­lu­tion, rimando a Para­dise Now, e si chie­deva se nel nostro «asso­pito occi­dente» si può ancora imma­gi­nare un rovesciamento.

Rivo­lu­zio­na­rio è la defi­ni­zione pri­vi­le­giata per il Living sin dagli inizi, e in par­ti­co­lare per loro due, Judith Malina e Julian Beck. Ma rivo­lu­zio­nari lo erano dav­vero, per quel essere tea­tro e vita senza reto­rica nel quo­ti­diano, in un gesto arti­stico che spe­ri­men­tava una pos­si­bile pra­tica rivoluzionaria.

Judith Malina era nata a Kiel, in Ger­ma­nia, nel 1926, fami­glia ebrea, i suoi geni­tori erano emi­grati in Ame­rica dopo la sua nascita. Lei fre­quenta la scuola di tea­tro di Erwin Pisca­tor, ha vent’anni quando incon­tra Julian Beck. Insieme con­di­vi­dono la stessa pas­sione, e l’idea di un’arte con cui si può radi­cal­mente rein­ven­tare il mondo. Nel 1947 fon­dano il Living, e met­tono in scena al Vil­lage di New York un testo di Ger­tud Stein: Doc­tor Fau­stus Lights the Lights. «Cre­diamo che il tea­tro sia un luogo di intense espe­rienze, tra sogno e rito, in cui lo spet­ta­tore coglie un lampo di cono­scenza di sé» scri­vono qual­che anno dopo. Il tea­tro (e il corpo, la parola) nelle loro mani di anar­chici e paci­fi­sti diventa un’arma unica, potente, e per que­sto li con­si­de­rano subito pericolosissimi.

Nell’America degli anni Cin­quanta di boom, otti­mi­smo, con­trollo, Malina e Beck scuo­tono i loro spet­ta­tori mesco­lando per­fo­mance e poe­sia, Eliot e Coc­teau: rom­pere le con­ven­zioni del lin­guag­gio tea­trale signi­fica anche rom­pere l’ordine sociale.

Nel 1959 met­tono in scena The Con­nec­tion, la gior­nata di un eroi­no­mane, poi The Brig, la vio­lenza tra i mari­nes. E Anti­gone sul valore della legge. Fini­scono sotto pro­cesso e si difen­dono da soli.

Anche per que­sto par­lare del Living signi­fica par­lare di tutta la con­tro­cul­tura, The Con­nec­tion diventa un film di un’altra sublime pro­vo­ca­trice, Shir­ley Clark e così The Brig diretto da Jonas Mekas men­tre Ber­to­lucci li vuole nel suo epi­so­dio di Amore e rab­bia, Ago­nia. Nell’85 Beck muore, Malina con­ti­nua il suo lavoro, e le sue battaglie.

Nell’88 sposa Hanon Rez­ni­kov, anche lui pre­senza sto­rica del gruppo. I loro spet­ta­coli cri­ti­cano la guerra del golfo, le spe­cu­la­zioni a Wall Street, Malina con­ti­nua a essere nel tempo che vive, luci­da­mente cri­tica e bat­ta­gliera, paci­fi­sta e rivo­lu­zio­na­ria. Fino alla fine.


(il manifesto, 11 aprile 2015)

 

di Sara Gandini (Libreria delle donne di Milano) e Claudio Vedovati (Maschile Plurale)

 

Alcune invenzioni per mettere al mondo forme nuove della politica e per orientarla alla convivenza giusta e pacifica sono state fatte dal femminismo. Simone Weil nominava questa esigenza nel 1943 per far fronte ad una società «interamente dominata dalla necessità e dai rapporti di forza» dove i partiti non garantivano libertà e democrazia. Lia Cigarini – in L’Europa di Simone Weil (Via Dogana n. 110) – sostiene che il lavoro politico sul simbolico, arrivato dal femminismo, ha consentito di affrontare il conflitto tra necessità e libertà, tra collettivo e singolarità, senza darla vinta ai più forti.

Pensiamo all’autocoscienza e al sapere generato dalla parola scambiata tra donne, oggi valido per tutti e tutte. Pensiamo a chi cresce i figli, dedicando energie a come migliorare la scuola che frequentano; alle donne che si appassionano al loro lavoro, mediando con altre esigenze della vita. Ci riferiamo a quelle pratiche trasformative di contesti e collettività che puntano sulla soggettività e le relazioni e che oggi anche alcuni uomini ricercano, soprattutto quelli venuti dopo il femminismo, perché interessati a dispositivi lontani dal potere. È una postura che implica un cambiamento del proprio sguardo sul mondo per guadagnare un orizzonte più grande. Le donne hanno imparato a farlo. La durezza della loro passata condizione ha regalato loro un acume in grado di restituire a ognuno/a di noi la capacità far accadere qualcosa di buono per sé e per gli altri. È sotto gli occhi di tutti che le relazioni tra i sessi stanno cambiando in meglio a causa di una libertà e di una politica agita dalle donne «senza alcuna forma di organizzazione e senza strumenti di potere», come spiega Cigarini in L’Europa di Simone Weil (Via Dogana n. 110). Il patriarcato ha così perso credito e le sue basi sono state minate.

 

Arriviamo qui a un punto cruciale: il senso della politica. Come abbiamo scritto anche sul sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it), per gli uomini, più che per le donne, la dimensione politica coincide facilmente con l’esercizio del potere. Accade con un uomo come il segretario generale di Podemos, Pablo Iglesias, che in un suo discorso pubblico riconosce valore al femminismo, raccontando la forza trasformativa di un padre che si mette in gioco nella quotidianità della condivisione e nella relazione con suo figlio. Gli capita poi però di parlar della politica come una cosa terribile, che rimane impermeabile al sapere che gli arriva dalla cura dell’esistente, come se la realtà data fosse immodificabile.

Secondo noi la libertà femminile offre anche agli uomini la possibilità di trasformare il loro stare al mondo, possibilità che sono state colte perlopiù nella vita di tutti i giorni, nella sfera affettiva e nelle relazioni. È possibile che qualcosa di analogo possa avvenire anche nella sfera politica? Cosa fare perché le pratiche politiche delle donne si aprano al mondo? Come raccontare le capacità trasformative di questa politica orientata al bene e all’amore, che punta sulla forza delle relazioni, di cui parla anche Simone Weil?

La dimensione personale e ciò che capita nelle relazioni, nella vita quotidiana, vengono spesso derubricati a dimensione privata, che non ha respiro politico, nonostante il femminismo abbia insegnato che “il personale è politico”. Questo è un ostacolo alla politica capace di trasformare, che incide nelle nostre vite più di quello che molti immaginano.
Pensiamo alla rivista americana Newsweek che a Febbraio 2015 ha dedicato la sua copertina ai suicidi maschili (Why Men Are Killing Themselves?) perché in tutta Europa gli uomini hanno una probabilità circa quattro volte più elevata di suicidarsi rispetto alle donne, che hanno molte più risorse interiori e relazionali. Ci ha colpito anche perché gli autori hanno messo al centro dell’articolo una domanda provocatoria e interessante: la questione è se la mascolinità è realmente cambiata o ha semplicemente trovato un “miglior taglio di capelli”. E concludono che è vitale che il femminismo sia visto come una risorsa per tutti, uomini e donne.
Noi abbiamo toccato con mano la difficoltà di capire le potenzialità trasformative delle pratiche politiche delle donne nelle discussioni che hanno coinvolto quest’anno Maschile Plurale (MP), un’associazione che lavora e riflette attorno alla violenza sulle donne. È avvenuto quando una donna ha dichiarato pubblicamente di avere subito violenza psicologica da un uomo di questa associazione. Di fronte alle parole di una donna che nomina il suo vissuto di violenza, abbiamo chiesto agli uomini di MP con cui siamo in relazione di fermarsi, interrogarsi seriamente e mettersi in gioco, senza disconoscere, minimizzare o negare la parola di lei. Partendo da una dimensione di autocoscienza, noi pensiamo sia possibile trarre un sapere capace di nominare cosa fa ostacolo a riconoscere la violenza tra i sessi per traghettarci fuori da relazioni segnate dal femminicidio di cui i giornalisti, fermi allo scandalo della notizia, quotidianamente ci narrano.
L’importanza dell’esperienza di Maschile Plurale sta nell’aver affermato che, come uomini, la violenza li riguarda e questo ha consentito un lavoro sulla miseria maschile, a partire da sé, che si è nutrito del femminismo e che ha avuto il riconoscimento politico di molte donne. Ora, se vogliamo stare a questa scommessa (che riguarda uomini e donne), dobbiamo cominciare a raccontare come usiamo e dove ci porta questa consapevolezza proprio quando la violenza ci tocca da vicino e ci riguarda, letteralmente.

 

Il rischio che la presa di parola soggettiva maschile, a partire dalla violenza, diventi un esercizio di narcisismo o un nuovo protagonismo maschile autosufficiente è sempre grande. Come è grande il rischio che l’esplorazione della miseria maschile finisca, paradossalmente, per alimentare l’ego di uomini tentati di presentarsi, al pari delle donne, come vittime del patriarcato e dei suoi colpi di coda e insieme consapevoli, anche più delle donne, delle proprie fatiche. Un asso piglia tutto, buono per ogni mano. Consapevoli esperti di sofferenza femminile e maschile.

La riflessione sulla miseria maschile, diventata la faccia presentabile al femminismo, quella per cui chiedere riconoscimento, può mostrare un lato nascosto: il narcisismo e l’autosufficienza.
Anche le donne hanno dovuto affrontare l’immaginario della miseria femminile, prodotta dallo sguardo degli uomini, ma se ne sono liberate grazie alla relazione con le altre donne, che ha messo le basi per una nuova occasione di scambio e di relazione anche con gli uomini. Alcune di queste donne vedono ora risorse e spostamenti, desiderati e in atto, e giocano libertà e autorità femminile nelle relazioni con uomini. Questo è il punto politico che non si può mancare: anche dalla miseria maschile si esce stando in relazione con le donne.

L’11 aprile alla Libreria delle donne di Milano si svolge l’incontro dal titolo
La politica è la politica delle donne. E gli uomini?, a partire dall’ultimo numero di Via Dogana (n. 111): La politica che non c’era. L’incontro è proposto da Sara Gandini e Alberto Leiss.

(uscito su il manifesto in versione ridotta il 10 Aprile 2015)


Circolo della rosa – sabato 11 aprile ore 18.00

Per gli uomini, più che per le donne, la dimensione politica coincide con l’esercizio del potere. Con il femminismo le donne agiscono libertà e politica “senza alcuna forma di organizzazione e senza strumenti di potere”. La politica delle donne ha a che fare con il vissuto e le relazioni personali, ma ci sono inciampi: come fare perché si apra al mondo e scardini quella dimensione che coincide con l’esercizio del potere? Come far comprendere le capacità trasformative di questa politica orientata al bene e all’amore, che punta sulla forza delle relazioni? Un confronto proposto da Sara Gandini e Alberto Leiss a partire dallo scambio tra Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini sull’ultimo numero di Via Dogana (n.111) La politica che non c’era.

Nel corso del Processo canonico che terminò proclamando Teresa d’Avila dottora della Chiesa, il 21 luglio 1969, si pose la questione se si potesse dare a una donna il titolo e il culto di Dottore della Chiesa.

La risposta fu positiva e questo fu il primo argomento: nel contesto del movimento femminista oggi avanzante, si tratta di una scelta “sommamente attuale”. Lo dichiara il Promotore generale della fede. Nella stessa Dichiarazione, 31 maggio 1969, questo tale, un teologo, respinge con bella energia e con buoni argomenti due obiezioni, una secondo cui gli scritti teresiani mancherebbero di carattere “scientifico”, e l’altra secondo cui lei era affetta da un “complesso femminile”. Che complesso! Era una donna, lo sapeva e lo diceva, senza complessi d’inferiorità.

 

In Itinerario di riflessioni Carla Lonzi racconta: “Quando all’inizio del femminismo, ho ricercato le mie origini, tra quelle donne che mi potevano aiutare, meno illuse di altre, meno compromesse, più salde nell’esperienza personale e nel modo di condurla, con un nucleo indistruttibile nella riconosciuta fragilità, si sono ripresentate Teresa Martin e Teresa d’Avila”. (L’Itinerario è apparso in È già politica, Scritti di Rivolta femminile 8, Milano 1977, in vendita presso la Libreria delle donne.) (L.M.)

(Libreriadelledonne.it 10/04/2015)

 

Cestaro ha accusato le autorità italiane di aver violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani – che proibisce la tortura e ogni trattamento degradante e umiliante – e l’articolo 13 perché è mancata un’inchiesta efficace per determinare la verità. Nel ricorso presentato alla Corte l’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 62 anni ed è assistito dall’avvocato Niccolò Paoletti, sostiene che la notte del 22 luglio 2001, durante la perquisizione della Diaz, fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine, tanto da dover essere operato e subire ancora oggi le conseguenze delle botte ricevute. L’azione avviata da Cestaro assume particolare rilevanza poiché è destinata a fare da precedente per un gruppo di ricorsi pendenti davanti alla Corte e presentati da una ventina di persone, non solo italiane, che hanno denunciato di aver subito maltrattamenti e altre violenze durante la perquisizione della scuola Diaz e successivamente nella caserma di Bolzaneto.

«Alla Diaz ho visto un massacro – racconta oggi Cesstaro -. Mi hanno rotto una gamba, un braccio e dieci costole. Io adesso ho 76 anni ma ho visto ragazzini che chiamavano mamma in inglese, tedesco e altre lingue. Non auguro a nessuno di vedere i propri figli chiedere aiuto così. Culturalmente siamo andati indietro». «È una sentenza importantissima – rileva da parte sua l’avvocato Rossi – che riconosce che l’Italia è inadempiente rispetto a una convenzione internazionale contro la tortura ma è stato anche accertato, come dice la Cassazione e la Corte d’appello, che quello posto in essere quella notte costituisce tortura ad opera dello Stato attraverso la rappresentanza dei suoi funzionari». Il legale sottolinea soprattutto il valore di principio della decisione della corte europea, indicando che «gli autori materiali della tortura non sono mai stati individuati».

«Non mi importa dei soldi, serve una legge che parli di tortura» continua poi Cestaro, dopo il pronunciamento della corte europea dei diritti umani sulle vicende legate alla Diaz-Pertini di Genova e che, tra l’altro, ha riconosciuto nei suoi confronti un risarcimento di 45 mila euro. «Cosa volete che mi importi dei soldi? Noi – rileva dalla sua casa ad Agugliaro, piena di bandiere della pace, di Rifondazione e di immagini che ricordano la sua storia – vogliamo una legge che introduca il reato di tortura nel nostro Paese e che sia applicata subito, scritta nera su bianco, altrimenti non si risolve nulla: il più forte vince sempre e il più debole viene massacrato, come è successo a noi alla Diaz». Di quel giorno del luglio di 14 anni fa ricorda che era a Genova e alla sera di essere andato alla Diaz per dormire. «Alle nove e mezzo – dice Cestaro, conosciuto negli ambienti vicentini per la sua lotta a favore della pace e della giustizia sociale – mi sono coricato e ho dormito subito, ero stanchissimo dopo una giornata di protesta, con tanta gente. Alle undici e mezzo ho sentito un forte trambusto, stavano buttando giù i portoni della scuola. Ho pensato “ecco, arrivano i black block” e invece era la polizia, la mia polizia, quella del mio stato democratico». Ricorda le sue urla e quelle degli altri: «Ho visto una mattanza incredibile, un orrore che non credevo di dover vedere mai».

(Corriere del Veneto 07 aprile 2015)

Ricorre il 7 aprile  2015 il 126° anniversario della nascita di Gabriela Mistral (pseudonimo di Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy y Alcayaga), poetessa, pedagogista, diplomatica cilena, e Google le ha dedicato un doodle.
Nata a Vicuña nel 1889, Mistral ottiene nel 1914 il suo primo riconoscimento come poetessa vincendo il concorso letterario “Juegos Florales” con la poesia Los sonetos de la Muerte (I sonetti della morte), firmati con lo pseudonimo nato dall’unione dei nomi dei suoi poeti preferiti: Gabriele D’Annunzio e Frédéric Mistral.
Formatasi come autodidatta, Mistral insegna dal 1908 e nel 1910 fa riconoscere e convalidare le sue competenze alla Scuola Normale n. 1 di Santiago, ottenendo il titolo di Profesora de Estado. Nel 1918 è nominata direttrice di una scuola secondaria femminile situata nell’area rurale di Punta Arenas.
Nel 1923 accetta l’invito di José Vasconcelos, ministro dell’istruzione messicano, a collaborare all’avvio di un piano di riforma scolastica in Messico. Lì pubblicherà la sua opera in prosa e versi Lecturas para Mujeres (Letture per donne).
Tornata in patria, le viene conferito il titolo di “Maestra della Nazione”.
In seguito lascia il Cile e viaggia, fermandosi a lungo in Europa dove nel 1926 lavorerà per la Società delle Nazioni e per il suo Istituto di Cooperazione Internazionale. Continua a viaggiare tra Europa e Americhe. Dal 1933, per circa vent’anni, ricopre incarichi di console cilena in numerose città del mondo.
Nel 1945 viene insignita del premio Nobel per la letteratura e nel 1951 del Premio Nazionale della Letteratura Cilena. Le sue opere più note sono le raccolte di poesia Desolación (Desolazione, 1922), in cui esprime i suoi sentimenti verso il dolore e la morte; Ternura (Tenerezza), pubblicata nel 1925, raccolta di poesie per bambini, Nubes blancas (1930), Tala (1938), e Lagar, uscita postuma nel 1954.
I temi dominanti delle sue opere sono l’amore, la morte, l’infanzia, la maternità, la religione, la bellezza della natura e della sua terra natale. Di lei si ricorda anche il forte ardente desiderio di giustizia.
(S. B.)

 

di Franca Fortunato

 

La decisione del Gip del Tribunale di Caltagirone di annullare la costruzione del sistema satellitare americano Muos per i rischi per la popolazione e l’ambiente e insufficienti dati relativi al traffico aereo, ordinandone il sequestro preventivo, è a ragion veduta un riconoscimento delle ragioni della lotta delle Mamme di Niscemi che dal gennaio 2012, dopo aver visto manganellare i manifestanti dal governo Monti, hanno deciso di non stare più a guardare e di contrastare lo strapotere degli Usa nell’isola, dove hanno già 46 antenne satellitari che da vent’anni avvelenano il popolo siciliano con le loro emissione di bassa frequenza. Prima si sono costituite in Comitato Mamme No Muos, poi hanno deciso di ritrovarsi ogni mercoledì nella piazza principale del paese, perché tutti sapessero. È così che hanno coinvolto altre mamme, arrivando nell’arco di un mese a 600. Sono state loro le protagoniste primarie nei presidi, nelle assemblee, nei blocchi stradali, inventando strategie originali come giocare a carte intorno a un tavolino per bloccare l’ingresso al cantiere. Hanno coinvolto i preti, le scuole con visite guidate di studenti al presidio e nella Sugheria, le donne dei comuni limitrofi – Gela, Caltagirone, Piazza Armerina – e molte associazioni tra cui Città Felice di Catania e la rete delle Città Vicine. Dopo lo studio di Massimo Zucchetti e di Massimo Coraddu del Politecnico di Torino per il Comune di Niscemi, che evidenziava i rischi concreti per la salute (ma anche per i voli civili gravitanti sugli aeroporti di Comiso e Catania), la Regione Siciliana aveva revocato le autorizzazioni concesse in precedenza, innescando un conflitto col governo nazionale che autorizzava il prosieguo della costruzione con il parere favorevole del Comitato nazionale per la sanità. Le Mamme di Niscemi in quello studio videro confermati i loro timori e presero coscienza di essere vissute, inconsapevolmente, per vent’anni con le emissioni delle 46 antenne americane esistenti in questa parte della Sicilia per le comunicazioni militari nel Mediterraneo. Il sistema del Muos (Mobile User Objective System) avrebbe consentito agli USA di controllare le comunicazioni su tutto il pianeta, grazie a quattro installazioni terrestri e cinque satelliti che avrebbero trasformato le forze armate americane in un unico network in grado di scambiarsi e condividere istantaneamente informazioni in qualsiasi parte del mondo. Inoltre, il Muos sarebbe servito a guidare i droni, i micidiali caccia senza pilota di stanza a Sigonella, cioè sarebbe servito a fare la guerra standosene comodamente seduti davanti a un terminale. Una delle quattro basi terrestri stava per sorgere all’interno della Sugheria di Niscemi, una riserva naturale protetta dalla UE, ma non dai governi italiani che si sono succeduti fino ad oggi, né tantomeno dai vari ministri ai Beni culturali. Se i governi italiani hanno sempre protetto, sostenuto e difeso, anche con la forza, da Niscemi a Vicenza, gli interessi strategici militari del potente “alleato”, sono le donne, le Mamme, innanzitutto, che si sono opposte. Noi calabresi dobbiamo essere grati alle madri siciliane del No Muos, perché si sono battute, insieme ad altre e altri, non solo per la salute della popolazione siciliana ma anche per la nostra, visto che la Calabria è a un tiro di schioppo da Niscemi e dalla Sicilia. La sentenza del Gip di Caltanissetta le ha ripagate delle loro lotte e ha restituito credibilità alle loro parole.

 

(Il Quotidiano del Sud, 4 aprile 2015)

 

di Tk Brambilla

 

Il sito della Libreria delle donne di Milano ha pubblicato un testo per me molto problematico: “Devo rispettare chi usa la propria libertà per sottomettersi?” di Massimo Lizzi.

Lizzi è un amico, un uomo che stimo, e questo dovrebbe permettermi di guardare il suo testo con una postura di apertura. E riconosco che, per un uomo che si dichiara femminista e si confronta con femministe, ci vuole un certo coraggio per nominare pubblicamente le proprie questioni irrisolte nei confronti delle donne. Ma nonostante questo ho provato molta rabbia nel leggere sul sito della Libreria delle donne una dichiarazione di disprezzo da parte di un uomo nei confronti di donne di cui non si condividono le scelte: donne vittime di violenza che rimangono con il maltrattante, prostitute che rivendicano la scelta, veline e alcune delle donne che si mettono volontariamente il velo “.

Massimo ha deciso di escludere dal suo ragionamento tutti i condizionamenti culturali, psicologici, economici, e sociali che agiscono sulle donne e che, naturalmente, relativizzano molto il concetto stesso di libera scelta. A questo ci sto. Perché sono convinta che ci sia uno spazio di libertà in cui sia possibile scegliere, senza il quale le mille leggi che si possono pensare contro la violenza o contro la prostituzione a nulla valgono.

Ma io so che le strategie, giuste o sbagliate, che ogni donna mette in atto in situazioni di oppressione o di violenza hanno una loro complessità che a me interessa e che non voglio liquidare come disprezzabile desiderio di sottomissione al potere.

Il disprezzo può avere una valenza politica positiva quando fa da argine al dilagare di comportamenti sbagliati, come può essere anche nel caso della prostituzione, ma è cosa diversa dal disprezzo per la prostituta, che immagino sia condiviso anche da chi, comprando, fa di quella donna un oggetto.

E io so che perfino il disprezzo per la propria condizione che nasce interiormente in una donna, spesso in relazione con un’altra donna che le dà una misura, può essere il detonatore che innesca il rivoluzionario processo di cambiamento di sguardo che le permette di vedersi e autorizzarsi a un libero desiderio di felicità.

Ma perché il giudizio non sia distruttivo, credo sia indispensabile riconoscere dignità all’altra anche quando non la si capisce. Soprattutto da un uomo pretendo che cerchi di trovare lo spazio e la distanza necessari al riconoscimento della complessità dell’altra e che sappia perfino fermare il giudizio rispetto alle sue mancanze e debolezze che non necessariamente sono un disvalore.

In questo senso ho trovato di grande aiuto la controversa riflessione di María Milagros Rivera Garretas, che mi permette di comprendere i moventi di una donna che resta con il maltrattante. L’amore femminile per la relazione per me è un grande valore, anche se non rinuncio a uno sguardo critico sulle strategie scelte per realizzarlo. Forse questa apertura mi è possibile perché ho conosciuto la fatica e la lotta di donne che si sono trovate in quella condizione, donne importantissime nella mia vita e da cui ho imparato anche per la mia libertà. Sicuramente l’amore nei loro confronti mi ha permesso di fare spazio anche alla loro verità, fino a intravedere una grandezza che andava riconosciuta.

Io so che nella ricerca della propria libertà è fondamentale incontrare relazioni tra donne davvero trasformative, in cui il giudizio anche severo è diventato fecondo, perché l’amore per l’altra non ha lasciato spazio a strategie difensive distruttive per proteggersi dal dolore, dal senso di impotenza e dalla frustrazione, provocati dalla condizione di miseria di chi si ama.

(libreriadelledonne.it 10/04/15)

 

“Senza alcuna differenza rispetto ad altre forme di feticismo che reificano, e nonostante l’attenzione che la presenza di combattenti curde sembra generare, queste forme di rappresentazione deprivano queste donne della loro individualità, riducendo il loro sacrificio ad una mera evenienza che contribuisce a creare un’immagine pulita e finta della guerra e della vita in prima linea.”

Attraverso questo interessante articolo, la scrittrice e ricercatrice indipendente Francesca Recchia presenta le storie di due combattenti, provando a dare individualità e voce alle vite e alle scelte di queste donne, mostrando la realtà della guerra al di là di rappresentazioni mediatiche del momento.

 

Kurdish Women on the Frontline

Di Francesca Recchia

 

As the Islamic State continues its bloodly advance across Syria, Kurdish Iraq and the region more broadly, questions about the decades-old struggle for Kurdish self-determination have returned to international attention. At the same time, the fact that women have increasingly been on the frontlines of the fight against IS has not just captured curiosity, but has also fed fantasies of writers and readers in the West. Many commentators have depicted these women fighters as the most satisfying of all antagonists to IS expansion: What could be better than a IS soldier being killed by female peshmerga, thereby robbing him of the heavenly fruits of martyrdom?

In the past months, interest in Kurdish women fighters has gone beyond the basic discourse about war. Their images became frequently featured in media accounts of the battle for Kurdish territory, and representations of these female fighters have ranged from medieval heroine to “poster girl.” Indeed, global fashion retailer H&M was forced to apologize after launching an advertisement campaign showcasing a new khaki jumper openly inspired by those worn by female Kurdish soldiers. The debate around whether or not “peshmerga chic” should be considered offensive was begun.

No different from any other form of fetishistic objectification, and despite the awe that female peshmerga seem to generate, these sorts of representations deprive these women of their individuality, reduce their struggle to sheer contingency and provide a sanitized image of war and life on the front line.

When these images are turned into people with voices, however, the story changes.

 

*        *        *

Captain Rangeen Yusuf, deputy commander of the 2nd Battalion of Unit 106, greets us on the doorstep of her modest house on the outskirts of Sulaymaniyah, the second largest city of Iraqi Kurdistan. She’s wearing a long maroon chenille dress with golden embroidery, a dress that older Kurdish housewives often wear. Her melancholy smile makes her look much older than her twenty-five years. Captain Yusuf’s three-year-old-daughter holds her chenille dress tightly. She has a grave face, and peeks at us from behind her mother’s legs.

We had spent the afternoon at the head-quarters of the 2nd Battalion of Unit 106, the only all-female battalion in Iraqi Kurdistan, and Captain Yusuf invited us to her house for tea. She got home less than an hour before us and, when we arrive, the wet concrete floor reveals that she had just finished cleaning the house for the unexpected guests, as is the custom in the proverbial Kurdish hospitality. The main door opens to the front room. We settle there, eat watermelon and drink tea. She apologizes that she couldn’t make dinner for us: “My husband and I were both on duty and didn’t have time to cook,” she says. “We can get some take away, if you want to stay with us.”

Captain Yusuf sits cross-legged on a cushion on the floor and as she feeds her younger daughter and engages her husband, Syaman, 41, in an animated political discussion. They disagree on matters of realpolitik, and on the possible influence of Turkey in local politics, but share an unquestionable faith in the Kurdish cause and the inevitability of self-determination.

Syaman is also a peshmerga; his rank is lower than his wife’s, but he has no problem with that. The fact that his wife has a better educational background, Sayaman tells me, means she has a bright professional future ahead of her in the Army. His gentle face turns into a cheeky smile as he jokingly points out, “Sooner or later I’ll have to stand up and salute my wife every time she comes back home!”

Both Captain Yusuf and Syaman come from peshmerga families. Rangeen lost two bothers to the struggle, as well as her step-father. Syaman’s sister and nieces are also fighters. Neither family believes in the stigma that is still attached to women joining the peshmerga: people often believe that the women who enroll do so because they are aimless, homeless, or with no family to provide for them, and hence find support in the military institution that feeds and shelters them. They both shake their heads energetically. “We don’t care what people think. We do this for our country. We all need to do our part.”

Captain Yusuf adds, “Do you know what peshmerga means? It means ‘those who face death.’ We know this very well, but we also know how to shoot.”

Months later, Syaman’s hopeful words about his wife’s bright future resonate tragically in my memory: Captain Rangeen Yusuf was killed on the frontline of battle on October 11, 2014. She was shot in the neck during a firefight with IS in the district of Daquq, 40 kilometers west of Kirkuk. There haven’t been any magazine articles about her. Instead, Rangeen’s name will be remembered by her comrades-in-arms as one of many martyrs who died for the Kurdish cause.

 

*        *        *

 

Even though Kurdish society is largely male-dominated, women have always been an integral part of the struggle for independence. During the late 1970s, as the conflict between the Kurds and the Iraqi central government intensified, women began to actively join the peshmerga in the mountains. After Hero Khan, the wife of former Iraqi president Jalal Talabani, Narmin Osman was the second woman to “enroll” with the Peshmerga in 1979.

I met Narmin Osman in her office in the headquarters of the Patriotic Union of Kurdistan (PUK) in Sulaymaniyah. She wore a black designer suit with a beautiful masculine cut and sported a perfect French manicure. Narmin Osman is remarkable. After her days as a fighter, she fled to Sweden in 1984 as a political refugee, then returned to serve the Kurdistan Regional Government (KRG) before becoming the Minister of Women Affairs in the Iraqi Transitional Government (soon after the fall of Saddam Hussain). Following that, she served as Minister of Environment and acting Minister of Human Rights in the Iraqi central government for seven years.  She is now a senior and respected member of the PUK politburo.

In Narmin Osman’s account of the early days of the struggle, the personal and the political are deeply intertwined: the choice to fight for the liberation of her country is undistinguishable from the necessity to strive for personal freedom.

When she was a young bride in her early twenties, Narmin Osman’s husband, political activist Daro Sheikh Noori, was taken prisoner and locked up in Abu Ghraib. He was later released in an amnesty, but only after he agreed to permanently cease his political activities. Had he been caught in futher political activism, they were warned, he would be executed without trial. Narmin Osman remembered the visits to Abu Ghraib vividly – the psychological pressure and the humiliation she had to undergo every time she went to see her husband. She recalled being laughed at once when, in exasperation, she told one of the prison’s guards, “When I become a minister, I will close all the jails.” Thirty years later, her eyes water a little when she talks about the day when, as a minister, she was present at the dismantling of Abu Ghraib as a political prison (that is, before becoming the infamous military jail under American control).

“No dream is ever too big,” she reflected.

Mrs. Osman takes great pride in what has become now of the role of women in the Kurdish armed forces. In Iraqi Kurdistan, the option of a career in the military for women is a recent development, and for the moment is limited to those of the 2nd Battalion of Unit 106, as there is no other official outlet. The Battalion was established November 11, 1996, as a voluntary force, and by 2001, eleven women had joined and trained alongside their male counterparts. It now counts more than five hundred female cadets.

Things, however, were very different thirty years ago. Life in the mountains was alien and scary. Giving up on the Kurdish struggle was not an option for Narmin Osman, hence she left her baby son with her mother and joined her husband in the fight. She recalled her first day in the mountains, heading to the peshmerga’s safe house. It was November, and she and her sister-in-law where escorted by a group of smugglers on horses (it was the first time either had ridden one). “It was a terrifying experience,” she said. “We rode for three days in a zigzag between Iran and Iraq, trying to avoid army check-posts. The snow was up to my knees. The mountains where very high, and the path really narrow. I don’t think I ever looked down. Once we reached the base at Khala Chwala, I promised myself that I would never go down again. ‘What did I do to myself?’, I thought once I arrived. We thought we would never survive.”

The trivial difficulties of daily life were the initial challenges that a mixed battalion had to face. Using the bathroom and taking care of personal hygiene when they were menstruating became problems that needed practical solutions. They learned to adapt and slowly life became easier. They made friends with women in the villages, taught them to read and write and, in return, were introduced to the wisdom and tradition of the mountains. They learned how to cook on an open fire, sleep on the floor and, in time, they set up a clandestine radio station and a hospital, which became their main responsibilities. More women started to join and the peshmerga community grew stronger. The mutual trust derived from the necessity of putting their lives into one another’s hands blurred the strong gender boundaries that characterize Kurdish society.

Narmin Osman’s memory and words give body and blood to the narrative that surrounds today’s female presence on the frontline. There is no glamour in war – neither for men, nor for women. There are sore feet, cold hands, mud and stench. There is the exhilaration of victory and the terrible abyss of loss. And there are politics, both personal and collective.

Accounts that overlook or, worse, purge from the record the complex realities of war are simply dishonest: Narmin Osman is adamant about that.

“Iraq has changed forever; if not in its geography, in its politics. It will not return as it was. It is time for the Kurds to make clever decisions before another stupid man makes a stupid mistake and compromises our future. It is time to act and act now: an opportunity like this will not come again.  This is only the beginning; we have a long way to go. Do you know why the Kurdish struggle can only succeed? Because ours was not a dream. We have never fought for our dreams, we have  just fought for our rights.”

Francesca Recchia is an independent researcher and writer who has worked and taught in different parts of the world, including India, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Palestine. She is interested in the geopolitical dimension of cultural processes and in recent years has focused her research on urban transformations and creative practices in countries in conflict. Her work is grounded on an interdisciplinary approach that combines Urban, Visual and Cultural Studies. Francesca was a Research Associate at the Centre of South Asian Studies. SOAS, London, a Postdoctoral Research Fellow at the Bartlett School of Planning, University College of London, has a PhD in Cultural Studies at the Oriental Institute in Naples and a Masters in Visual Cultures at Goldsmiths College, University of London. She is now a Visiting Lecturer at Università Bocconi in Milan. Francesca is the author of three books: The Little Book of Kabul (with Lorenzo Tugnoli),Picnic in a Minefield and Devices of Political Action: Collective Towns in Iraqi Kurdistan (with a photo-essay by Leo Novel). She is currently based in Kabul where she was the director of the 4th Afghanistan Contemporary Art Prize. Follow her on Twitter at @kiccovich.

 

da:  http://www.warscapes.com/reportage/kurdish-women-frontline

1 Aprile 2015

di Marisa Guarneri

Il dibattito in corso sul concetto di Gender in contrapposizione a quanto sottende alla teoria ed alla pratica della Differenza sessuale mi ha risvegliato vissuti ed esperienze che vengono dalla mia frequentazione con il sindacato e con il mondo della formazione.

La cultura profonda dell’eguaglianza (che è sicuramente un valore) si è confusa con quella della parità e successivamente con quella delle pari opportunità producendo a mio parere un forte corto circuito, più fra le donne che fra gli uomini.

Se per gli uomini la parità significa, nella sostanza, accogliere al proprio livello le donne, per le donne ha significato moderare le proprie aspettative al 50% di tutto. E su questo il dibattito e la polemica dura da anni.

Ma ciò che voglio sottolineare è che la necessità dell’eguaglianza fra donne ha fatto danni. Il desiderio di misurare l’altra a seconda della propria posizione ha voluto dire tenere a bada i desideri e le volontà. Inconsapevolmente questo permette di sfuggire ad una pratica importante: quella del riconoscimento delle capacità, talenti, eccetera di un’altra. Sentirsene sminuite invece che stimolate e rassicurate sul possibile, non saper contare sulla sua autorità. Quanta perdita di tempo e obiettivi snaturati in questa piccola palude. Riconoscere autorità ad una donna, anche quando non condividiamo sue scelte o linee politiche, aiuta la genealogia femminile e ci fa più forti tutte. Ne ho atto esperienza nell’UDI. Dal linguaggio si deve partire per capire.

Ad esempio per definire le azioni istituzionali in merito alla violenza sessista si parla di POLITICHE DI PARITÀ CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE. In questa frase c’è una somma di contraddizioni che ci mostra quanto sia difficile poi fare passi avanti nella lotta reale contro la violenza, le violenze. Politiche di parità tradotto significa che uomini e donne sono uguali nella violenza e nel suo contrasto. Non è ovviamente così, ma le parole servono a nascondere che nella violenza gli uomini e le donne hanno ruoli e responsabilità diversi. La maggioranza degli uomini agisce violenza contro le donne. Disparità evidente e certificata. La parola “genere” viene sostituita alle parole “contro le donne”. Come se la violenza fosse uguale e andasse interpretata egualmente se si tratta di uomini o di donne. La soggettività femminile e la relazione uomo/donna nel passato e nel presente restano in ombra. Ma non basta, questa logica delle politiche di parità produce anche azioni a favore dei maltrattanti. Di per sé queste azioni non sarebbero negative se non andassero a togliere spazio e fondi agli interventi per le vittime. Ma sono ancor di più negative perché mettono in discussione pratiche femministe contro la violenza sessista, che per l’appunto partono non dal genere, ma dalla differenza sessuale e mettono al centro la donna e la relazione fra donne come condizione e non solo come metodo, per uscire dalla violenza. Queste riflessioni mi portano a considerare utile e imprescindibile il conflitto con regioni e governo che ripropongono Piani Nazionali contro la violenza, che di queste contraddizioni e falsificazioni sono portatori potenti.

(Libreriadelledonne.it 10/04/15)

Intervista a Nancy Fraser, di Francesca De Benedetti, da Repubblica

«Cercare di sfondare il tetto di cristallo non ci salverà». Parola della femminista americana Nancy Fraser, nei giorni in cui persino dalla terra dell’innovazione, la Silicon Valley, arriva l’allarme sessismo. «Lo abbiamo tradito — ci siamo tradite — e non ce ne siamo neppure accorte. Il femminismo è stato rinnegato con campagne social, è diventato mainstream e si è trasformato in brand, come la campagna Lean in di Sheryl Sandberg, direttrice di Facebook. La lotta delle donne si è concentrata sul corpo, l’identità, la conquista dei vertici della società: lavorare per emergere».

Ma a cosa serve che poche sfondino il vetro mentre la maggior parte delle donne lavora in condizioni precarie e l’austerity sferra gli ultimi colpi al sistema di welfare? Il femminismo come ancella del neoliberismo è centro d’attrazione dell’indagine di Nancy Fraser. Professoressa di scienze politiche e sociali alla New School, è nota in Italia per le sue riflessioni sul tema della giustizia sociale: quella politica della rappresentanza in un contesto globale, quella economica della redistribuzione e quella culturale del riconoscimento.

Su questa giustizia che abbiamo smesso di inseguire Fraser ha scritto Fortune del femminismo: dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista, pubblicato in Italia da Ombrecorte. Temi su cui torna in questa intervista, oltre ad affrontare argomenti legati all’attualità di queste settimane. Come la questione del sessismo nella Silicon Valley, dove una donna manager, Ellen Pao, ha intentato una causa contro la sua ex azienda, il fondo Kpcb: il tribunale le ha dato torto, ma il dibattito è apertissimo.

A proposito di Silicon Valley: per fare carriera e scegliere quando mettere su famiglia, il “benefit aziendale” proposto da Facebook e Apple è congelare gli ovuli. Che cosa ne pensa?

«Quel benefit potrebbe sembrare positivo per le singole donne in un contesto tecnologico che segue ritmi velocissimi e in cui se vieni lasciato indietro per mesi o un anno sei finito. Consente di posticipare la cura dei figli. Ma l’idea “noi adattiamo la famiglia e la riproduzione all’agenda aziendale” in realtà è folle. Le donne possono individualisticamente esserne sollevate, sembrerà che possano avere tutto. Ma di fatto è la biologia che viene sottomessa e piegata al capitalismo delle corporation».

Di recente la direttrice del Fondo Monetario Christine Lagarde ha puntato il dito sulla «cospirazione contro le donne perché non siano economicamente attive». È d’accordo?

«Lagarde è un esempio calzante delle contraddizioni del femminismo. Il fatto è che la seconda ondata femminista, a cavallo tra fine anni Sessanta e fine Settanta, si focalizzava sul tema della redistribuzione: un approccio solidaristico vicino alla tradizione socialdemocratica. Quando lo Zeitgeist è cambiato a favore del neoliberismo, anche il femminismo ha preso un’altra direzione: l’emancipazione legata all’equità è stata soppiantata dall’emancipazione in senso individualistico. Prendiamo proprio la Lagarde: una donna potente, ai vertici, ma che allo stesso tempo ha supportato politiche di austerity di fatto molto dannose per le condizioni delle donne. Il suo femminismo neolib rivendica un ruolo più attivo delle donne nel lavoro, ma quali precondizioni garantisce loro? Oggi il lavoro è mal pagato, le donne ricevono salari più bassi, i governi tagliano la spesa sociale».

Nell’era del welfare state si lottava per l’inclusione delle donne. Ora che il welfare è in crisi, possono essere proprio le donne a salvarlo?

«Nel modello fordista o keynesiano, nel sistema capitalistico organizzato dallo Stato, le donne – almeno nei Paesi ricchi occidentali – erano incluse anzitutto come madri. La famiglia si reggeva sul salario del marito. Ora che il lavoro è precario, per le donne è necessario lavorare. La nuova forma di capitalismo neoliberista non vuole le donne a casa come madri full time, anzi: le vuole lavoratrici, ma con stipendi bassi. Insomma, il passaggio è stato da un modello di svantaggio a un altro modello di svantaggio. Questo mentre il welfare viene tagliato».

Un processo irreversibile?

«Credo che il genio della globalizzazione sia uscito troppo dalla sua lampada per poterlo riportare dentro. Lo Stato di una volta alimentava il sistema di welfare attraverso la redistribuzione fiscale, ora non governa neppure più la propria valuta: guardate la Grecia e l’euro. Ma se in qualche modo democrazia sociale deve esserci oggi, allora deve essere organizzata in un quadro transnazionale o persino globale: le femministe dovrebbero essere in prima linea per imboccare questa strada. Alcuni hanno creduto che proprio l’Ue potesse realizzare una democrazia sociale transnazionale, ma l’Europa sta seguendo la sirena neoliberista. Gli sforzi antiausterity di Syriza e Podemos rappresentano una speranza anche per il femminismo, nel senso che si oppongono al degrado delle condizioni di vita».

Luc Boltanski ieri, Slavoj Zizek oggi, sostengono che fenomeni come il Sessantotto e l’ambientalismo sono stati fagocitati dal capitalismo liberista. Concorda?

«Il capitalismo ha da dato un nuovo significato a questi temi, li ha “corrotti”: lo hanno spiegato in modo esemplare Luc Boltanski ed Ève Chiapello ne Il nuovo spirito del capitalismo , ed è lo stesso argomento che io declino da anni nell’ambito del femminismo. È stato usato per legittimare pratiche “market friendly” che non risolvono i divari. Stessa cosa per il capitalismo “green”. I movimenti sono stati indirizzati su queste chiavi: privatizzare, consumare, individualizzare».

La crisi globale di questi ultimi anni ha cambiato qualcosa?

«C’è stato un frangente in cui è sembrato che l’ordine finanziario e la sua legittimità dovessero collassare, ma oggi non è chiaro se il neoliberismo sia uscito danneggiato dalla crisi oppure no: scoraggia come il capitalismo riesca paradossalmente a trasformare la crisi in opportunità di profitto. La stabilità del neoliberismo come regime è tutta da vedere, i problemi e il peggioramento delle condizioni di vita emergeranno con sempre più prepotenza. Ma anche nell’opporsi al neoliberismo, bisogna emanciparsi dall’approccio neolib. Ad eccezione di Podemos, i movimenti come Occupy che si erano coagulati in un blocco antiegemonico qualche anno fa si sono rivelati effimeri. Questo perché non erano strutturati, erano dominati da una sensibilità neoanarchica».

E allora qual è la ricetta giusta per il futuro?

«Di femminismo e di un’alleanza per la democrazia c’è bisogno più che mai: ma perché siano i popoli e non i mercati a dettare la linea ai governi, dobbiamo abbandonare l’ossessione individualista. E recuperare la solidarietà».

(Repubblica 1 aprile 2015)

di Laura Minguzzi

Nancy Fraser non merita la frivolezza e la parziale deformazione del suo pensiero che traspare dal titolo nell’intervista pubblicata su Repubblica il 1° aprile: “Nancy Fraser: “Modaiolo e neoliberista: il femminismo ci ha tradite”. Lei parla del tradimento del femminismo includendo anche se stessa, dice abbiamo tradito le premesse di una promessa di giustizia sociale.

Ma, dico io, di quale femminismo sta parlando? Non della rivolta femminista degli anni sessanta-settanta, quella essenziale che ha interrotto il processo di emancipazione di derivazione ottocentesca, un cul de sac per le donne, un vicolo cieco. Ma da quel femminismo della libertà senza emancipazione, da quella rivolta per la libertà femminile, in relazione e non individualistica, ha preso una nuova direzione il movimento che abbiamo chiamato femminismo della differenza. Nancy F. salta a pie’ pari quella stagione feconda che fa apparire sulla scena la parola femminile non disgiunta dalla esperienza e dal corpo sessuato.

Lei sembra ignorare questo passaggio storico fondamentale nella vita e nella esperienza di molte donne italiane e non solo. Nel quadro che lei dipinge vediamo una continuità fra emancipazionismo ottocentesco, prima inclusione felice di donne realizzate in accordo con il neoliberalismo e poi complici di favorire l’avanzata di un mondo ingiusto invece di contrastarlo secondo lo schema riformista della solidarietà a cui l’autrice fa riferimento. Ma la lente di osservazione che indossa la studiosa non ha visto l’irreversibile biforcazione che il movimento femminista della seconda ondata ha impresso nel pensiero di stampo ottocentesco, che al massimo poteva intendere un principio di solidarietà, di sorellanza fra donne e di parità simmetrica con gli uomini, ma non certo prevedere l’imprevisto della irruzione della indecente differenza femminile e della collocazione asimmetrica rispetto al mondo inventato dagli uomini e offerto alle donne in via di emancipazione. Le femministe di cui parla Nancy non siamo noi e tanto meno siamo ancelle del neoliberismo poiché come il nostro desiderio di libertà relazionale ha innescato la fine del patriarcato, così il nostro irrinunciabile legame con “la vita alla radice dell’economia” e il desiderio di preservarla in ogni manifestazione differente sta come un cuneo rosso (Malevič) piantato nel sistema economico globalizzato. Un cuneo vitale per tenere aperte le contraddizioni, far nascere consapevolezze dagli inciampi, combattere la tossicità delle teorie del gender, asettiche e neutralizzanti, fatte per pacificare dove il fuoco brucia sotto la cenere.

 

(Libreriadelledonne.it 10/4/2015)

di Vittorio Lingiardi

 

Tracciato a penna, con decisione, e a matita, in delebili tratti di tormento, il segno di queste poesie ci arriva intatto dagli anni ottanta. A scriverle, in pomeriggi milanesi oppiati o febbrili, è la stessa ragazza che, nel 1978, esordì nella collana “Franchi Narratori” di Feltrinelli con il diario-romanzo Ore perseVivere a sedici anni. Anni politici e libertari in cui esplode un dolore generazionale, avventuroso, spesso letale e, appunto, scoppiato. Vittorio Tondelli scrive Altri libertini nel 1980 e muore di Aids nel 1991, lo stesso anno in cui muore, per overdose, Caterina Saviane. Lasciandoci questo breve rovente corpus poetico. Cinque poesie uscirono nel 1985 sulla rivista Il lettore di provincia: Andrea Zanzotto le definì un «movimento ciclonico incontenibile». A dieci anni dalla morte, l’intera raccolta apparve in un’edizione privata a cura di Luisa Vecchi, la quale ora la affida a Maria Pace Ottieri, che con Andrea Amerio dirige per nottetempo la collana poeti.com. Il titolo, Appénna Ammattìta, è quello della prima poesia che compare nel dattiloscritto originale. Versi lunghi, molto allegri e molto tristi, trafitti di accenti, parole di rincorsa, sillabe fatte e strafatte: «sonno lenta mattàna | di solito striscio | in ciabatte di morbida flemma | già arzillo meriggio | con ansia da bove pazziénte …». Ciò che fa ammattìre Caterina Saviane è il verso, la traccia composta o scomposta nel ritmo. La poesia la attrae sessualmente, ne è innamorata, e altro non può fare: «Donna Poesia riposi sul cuscino – perché | pure carogna io – tu senti davére compìto il mio di-dàre. | Oggi mi vesto: mi vado a innamorare – io vengo | vado normale – io vengo non per parlarti | ma per parlar di te …». Una donna, scrive Maria Pace Ottieri, che Caterina «seduce, provoca, oltraggia, trascura, inganna», perché solo così la può catturare: «torturarla di noia e di giornata stracca | solleticarla e poi – farla posare | tortuosa al foglio – farla inchiodarla | farla posare farla – farla posare». Come un’innamorata, Caterina balbetta spavalda o dolente proclama: «r’esisto a non battere i denti – dal freddo | non gusto – i colori conosco – la porta | che porta al tramonto | (nel bùiolo – n’esco dal buio – | se rigetto lo spicchio che innaffia | l’alcova – di nero di bianco che tanto | è l’istesso) che tanto – non posso | supportàre – intaccare le scarpe | slacciàte di altri – tuoi amanti soltànto | tua soffice fica – frequento | la voglia (e non vengo) laddòve | la tua sperdiziòne vorrébbe condurmi – la mano». Dominata dal sentimento di perdita, tenta instancabile di spiccare il salto oltre i significati. «Tutti, in fondo, abbiamo paura di due sole cose: il fascismo e l’amore», scriveva in Ore perse. Sequestrata dalla droga, passa gli ultimi anni tra i dottori, l’ospitalità delle amiche, la casa del padre, Sergio Saviane, giornalista de L’Espresso, tra i fondatori de Il Male. Qualche anno prima, nella stessa città, si era ucciso un altro enfant prodige: Mario Mieli. Nel 1977, ventiquattrenne, aveva pubblicato (altro esordio eccellente, collana arancione Einaudi) Elementi di critica omosessuale (oggi Feltrinelli, 2002), probabilmente il più importante saggio teorico prodotto in Italia nell’area del movimento di liberazione omosessuale. La rivoluzione che Mieli vuole applicare al corpo, Caterina la applica alla lingua. Anche per lei, una traviata norma.

Ore perse (temo introvabile) finiva così: «E sul cuscino bagnato chiudo gli occhi dimenticando ciò che ho perso e che abbiamo perso, ormai, dimenticando tutti i ricordi più belli e più brutti. Ho speranza di sognare. Adesso ho capito tutto. Quando sono sveglia, insieme con voi, russo come un ghiro». E così si conclude la raccolta di poesie: «Dài, ti prego, tiénimi compagnia, | stanotte – metti che io muoia – | stanotte – che sia l’ultima notte | la più bella? – che muoia». Il sonno, il sogno e la morte l’hanno portata via. La poesia, che Caterina definiva un “pensiero innato”, ce l’ha restituita nottetempo.

Caterina Saviane

Appénna Ammattìta

nottetempo/poeti.com, 2015

pagg. 61, Euro 7,00

 

(ilsole24ore, 5 aprile 2015)

 

Il camerino dell’attore di Anna Bandettini





Anna Bonaiuto legge dal camerino del Piccolo Teatro Grassi di Milano “Non so ballare sulle punte” di Emily Dickinson. La poetessa del Massachussets, nata nel 1830, è considerata una delle più influenti del XIX secolo e la poesia è una celebrazione della fantasia, trasformata in esibizione coreografica. Anna Bonaiuto è impegnata nella tournée di “La belle joyeuse” per la regia di Gianfranco Fiore

Lettera ad Aldo Grasso a proposito del suo articolo sull’ultimo numero di Sette “Va bene avvocata e pompiera, ma state attente”.

Caro Grasso, leggo sempre con gusto i suoi ironici articoli sul Corriere; ma devo confessarle che durante la lettura della sua ultima rubrica su Sette (“Va bene avvocata e pompiera, ma state attente”) ho provato una sensazione di déja vu, come se lei avesse riportato indietro l’orologio al 1987 quando uscirono le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua” di Alma Sabatini.

Non si tratta di prescrizioni dall’alto, come già allora avevano sottolineato le molte donne intervenute nella discussione che ne seguì sui giornali: la lingua -come anche lei afferma- “cambia lentamente secondo gli usi e i costumi”.

Ma è di usi ormai consolidati che stiamo parlando, accolti anche dai dizionari: il primo fu il Gabrielli nell’edizione del 1993.

Per rendersi conto del cambiamento basta confrontare un’edizione del Corriere degli anni Ottanta e una di oggi: al posto degli orrendi “sindaco in gonnella”, “sindaco donna” o sindachessa, troviamo semplicemente “la sindaca”.

Un tempo le donne venivano escluse dalle cariche pubbliche e da molte professioni: in Italia, per esempio, la carriera in magistratura è stata aperta alle donne solo nel 1963 (!), come racconta nel suo bel libro “La giudice” Paola Di Nicola; ora hanno occupato molti luoghi ed è per fierezza che ci tengono a marcarli al femminile.

Comunque se non si fida di me, le ricordo che anche l’Accademia della Crusca “invita a cambiare abitudini linguistiche in linea con i mutamenti sociali”, come annunciato da Paolo Di Stefano sul Corriere (“La parità secondo la Crusca” 15 -11- 2013).

Ho conservato l’articolo e sul margine ho scritto: Vittoria!

Con simpatia

Francesca Graziani

(www.libreriadelledonne.it, 3 aprile 2015)


di Giovanni Ambrogio Colombo

Da una settimana il modulo di iscrizione di mia figlia alla scuola media giace intonso sulla scrivania.

Non so decidermi: sono genitore 1 o genitore 2? Opterei per il “2” ( mi sento un uomo  post-patriarcale)  se solo riuscissi a vincere il rigetto che mi suscita l’ “innovazione”.

 

La formula di un tempo –  “padre, madre o chi ne fa le veci” – funzionava benissimo: con l’ipotesi di un’altra presenza dedita alla cura dell’alunno, diversa da quella paterna o materna, copriva, senza discriminazione alcuna, anche le situazioni plurali.

La nuova dicitura presenta invece il grave difetto di disconoscere differenze incancellabili.

Io sono il padre dei miei  figli  (“Ecco, quando sono diventato padre, ho capito Dio…”) e ho il diritto-dovere di presentami  come tale davanti ai miei interlocutori. E  i miei figli, alla pari di tutti i loro compagni di scuola,  hanno il sacrosanto diritto-dovere di sapere da dove vengono.

In ogni percorso esistenziale la nascita non è mai un elemento accidentale: il padre è il padre, la madre è la madre, il partner del padre o della madre  è appunto il partner di lui o di lei.  Non a caso, un tempo, l’adozione aveva una sua solennità,  perché significava l’ingresso in un’altra storia. Non a caso, oggi,  in alcuni Paesi avanzati,  il figlio di una coppia che sia ricorsa alla fecondazione eterologa ha la possibilità di  scoprire il nome dell’altro genitore nascosto che gli ha permesso di nascere.

 

Siamo definitivamente entrati nel “regno della diversità”  e quindi le differenze vanno riconosciute, non inscatolate sotto etichette generiche.

Il livellamento è impoverimento. “Genitore 1 e genitore 2” è una formula che può andar bene per i coniglietti. Già funziona male con i cani.

Volerla applicare alle storie delle persone è  una contraffazione che sarebbe bene togliere subito dalla circolazione.

 

Saluti fecondi come i semi del baobab

 

 

(Giovanni Ambrogio Colombo)

P.s.  La confusione dilaga nell’ Occidente spompato.  Chi ha un ruolo pubblico dovrebbe emettere almeno qualche cinguettio.

A che serve politicare se non si ha il coraggio di lottare?

 

(www.welfarenetwork.it, 8/3/2015)

di Luisa Muraro

 

 

Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».

Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è.

Ma, attenzione, a non intendere male. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne, come si dice correntemente. Quel «tra» è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto: usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.

La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Posso mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. Spesso bisogna farlo. La differenza che c’è, sono io e non sono io; non aggiunge e non toglie. Detto in generale, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue.

Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono in un modo o nell’altro quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.

Si fanno molte teorie della differenza sessuale, come se fosse qualcosa che bisogna spiegare. Lo è, perché, se c’è differenza, c’è altro, ma non è detto che la conseguenza sia di farci sopra una teoria. Si può anche invitarlo a pranzo, questo «altro», sognarlo, giocare insieme… Segnalo soltanto questo punto che è la cosa più importante che ho imparato leggendo Feyerabend, Contro il metodo, dove descrive la cosmologia arcaica secondo cui troppe sono le cose, gli eventi e le situazioni, per averne una conoscenza completa, e la oppone alla classica concezione del sapere che diventerà la nostra (moderna occidentale).

Le teorie meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. «I bambini hanno i bottoni», mi spiegò una frequentatrice della scuola materna dell’età di quattro o cinque anni. E le bambine? «Noi li abbiamo sotto»; il paradigma proveniva dalla forma dei grembiuli in uso nella scuola, chiusi davanti quelli dei maschi, dietro quelli delle femmine o, più precisamente, dal disegno che lei stessa ne aveva fatto, per cui il dietro, messo sulla facciata del foglio, diventava un invisibile «dentro», proprio del sesso femminile.

Freud stesso ha avanzato una sua teoria di origine infantile, quella della castrazione: all’inizio eravamo tutti di sesso maschile, poi è successo che una parte dell’umanità ha perso gli attributi virili ed ecco le donne. In seguito, Lacan ha precisato che si tratta di una castrazione simbolica e che la cosa riguarda anche gli uomini di sesso maschile.

 

Anche Aristotele ha teorizzato che la causa della differenza sessuale sia riconducibile ad un incidente per cui, invece di un maschio, nasce una femmina. Aristotele è un grande osservatore della natura e del mondo umano, è filosofo e insieme scienziato, osserva e ragiona. Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così, «ma questo è necessario alla natura». Perché «ma»? Da qui prende avvio un discorso molto sottile: è necessario che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (il maschio). Dopo di che ecco il ragionamento che sana l’incongruenza: l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta di una «necessità accidentale». (La donna e i filosofi, p. 79). Che cosa vuol dire? i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo. L’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Credo che questo lo pensino anche i combattenti del grande Califfato, solo per fare un esempio. Per parte mia, non mi sento di respingere come ovviamente sbagliato quel pensiero. Direi piuttosto che è un pensiero incompleto.

Restiamo nell’antichità. Per Aristofane, intendo il personaggio che parla nel Simposio di Platone, l’incidente sarebbe la decisione di Zeus di dimezzare delle entità che, in origine, erano rotonde combinazioni di uomo con uomo, oppure donna con donna oppure uomo con donna. Non mi dilungo. Ai nostri giorni molti aderiscono alla teoria che in ogni essere umano ci sarebbe una variabile combinazione di maschile e femminile. Credo che anche qui si tratti di una teoria che tenta di rendere conto di un sentire, un sentire che in questo caso sembra essere condiviso da donne e uomini. Io ci vedo inoltre una versione semplificata e pacificante della mancata coincidenza di sé con sé.

Queste e altre teorie, come ho detto, le considero più o meno sbagliate, inevitabilmente. Le teorie sono totalità coerenti, cioè trasparenti a sé stesse. L’epistemologia lo sa, una teoria non si fa aggiungendo cosa a cosa. Ma, nel caso della differenza sessuale, si tratta del nostro essere corpo e parola insieme, in un rapporto di insormontabile eterogeneità, e qualsiasi cosa si dica, c’è sempre altro che domanda la parola e c’è sempre qualcosa dentro che è di troppo.

Nondimeno possiamo trovare qualcosa di vero in ogni una. C’è, nella teoria-mito di Aristofane, un punto che trovo molto illuminante ed è il sentimento d’incompiutezza interpretato come sintomo o manifestazione della differenza sessuale. Sentimento che non si placa necessariamente con la complementarità. Infatti può dare adito a una ricerca senza fine di sé in altro da sé. Questa è l’interpretazione principale che del mito ha dato Simone Weil. Simile alla sua è quella di un’anonima giovane donna che mi disse: «La mia anima gemella è morta in un incidente di moto, prima del nostro incontro». Ero bambina e sono rimasta incantata dal trovarmi dentro una fiaba vivente.

 

La differenza sessuale è un tema inesauribile e io credo di immaginare il perché.

La sessuazione, come sapete, è un fatto primordiale, una invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia una mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, l’irruzione del fatto primordiale nella sfera della parola, cioè del vero, del giusto, del buono (e del suo contrario).

La questione diventa allora: come fare ordine?

Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice «ma». La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Nella strana nozione di una necessità accidentale traspare la tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo. Ma perché il filosofo antico dice «ma»? Per separare l’ordine naturale, dove le femmine sono il principio, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è del maschio, cioè dell’uomo. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice, infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.

Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni…

Sempre lavorando per immagini, ricordo i miei soggiorni alpestri con la vista degli animali al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupiti di vederci come siamo, noi che saremmo apparentemente loro fratelli e sorelle, o quanto meno cugini. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità.

Ma la sorpresa non finisce qui. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del previsto e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.

 

La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory.

Nella prospettiva disegnata da Feyerabend descrivendo la cosmologia greca, la gender theory dei cinque generi ha qualcosa di doppiamente aberrante: perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.

Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: «Fine della differenza sessuale?» E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è «il fatto» della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale. Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, sono d’accordo con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il «biologico» e lo «psichico», il «discorsivo» e il «sociale». La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.

 

«Finalmente», ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto «genere» è dilagato come uno pseudonimo di «sesso», o come un eufemismo: il «genere» non fa pensare al femminismo e ha l’ulteriore vantaggio che si può adottare nel linguaggio ufficiale e accademico senza suscitare imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.

Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura dell’economia finanziaria, non si arriva senza passare sopra il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta, il che non è accaduto, la partita è ancora aperta.

L’ondata femminista che si è alzata in quegli anni è arrivata senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto. Riporterò qui un racconto semplice quanto straordinario, che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.

Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accade qualcosa che annuncia la frattura femminista. È la rivolta nella rivolta, meno clamorosa ma più duratura. Come racconta la storica Elda Guerra, nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne quello che si considera il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Il femminismo degli anni Settanta, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato la cui radicalità si è cercato (non senza un certo successo) di sviare con il femminismo di Stato, quello dei diritti e dell’uguaglianza, in continuità con il secolo XIX. E con un’evidente forzatura, infatti le protagoniste della rivolta nella rivolta erano giovani donne emancipate, non discriminate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse interrompono questo processo per creare tempi e spazi di relazioni tra donne. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione, che riceve così il significato di una nascita all’esistenza libera.

 

Il «ma» di Aristotele inciampa nell’imprevisto di un nuovo «ma» che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne avvicina la fine.

Non si tratta solo del patriarcato, c’è dell’altro che riguarda il nostro presente. Riguarda, più precisamente, la rappresentazione di un nuovo regime politico all’insegna della biopolitica, ossia di un’intromissione sistematica del potere nella vita delle persone. Ebbene, a questo regime si attribuiscono, come deteriori, caratteristiche che, per sé stesse, sono guadagni del movimento delle donne. Mi riferisco, specialmente, all’intreccio di vita e lavoro, all’eliminazione dei muri separanti vita privata e vita pubblica, e alla valorizzazione del lavoro relazionale.

La liberazione delle donne promossa dal femminismo è solidale di questi guadagni. Perciò, quando vediamo che il potere economico e politico li subordina alla sua logica (che è di durare e crescere) e ai suoi scopi (il profitto), si ragioni partendo da un punto fermo che, secondo me, ha valore di principio: la rivolta femminista ha rivoltato le condizioni basiche del vivere. Ho scomodato Aristotele per suggerire una veduta di quest’ampiezza.

Ad ogni buon conto, se il nuovo regime politico-economico usa le invenzioni del femminismo per plasmare la soggettività umana, non prendiamo la postura della critica contro, quel NO ripetitivo e sterile, e riprendiamoci quello che è nostro con la spada in mano, se così posso esprimermi.

 

L’APPUNTAMENTO

Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente

Sabato 28 ore 10/22 – Domenica 29 ore 10/22

Frigoriferi milanesi

 

La differenza sessuale c’è, lectio di Luisa Muraro

domenica 29 marzo, ore 15-16 al Carroponte, via Piranesi 10, Milano

organizzata dall’Osservatorio degli Editori Indipendenti

(27esimaora.corriere.it, 28 marzo 2015)

di Ginevra Bria

Le date? Dal 25 agosto al 15 novembre, come a dire: a noi del bailamme dell’Expo poco ci interessa, anzi ce ne teniamo lontani. Non è proprio così, ma di fatto La Grande Madre, la mostra curata a Palazzo Reale da Massimiliano Gioni, incrocerà solo tangenzialmente i flussi previsti per il grande evento globale milanese. Il percorso, appena presentato – con sei mesi di anticipo rispetto alla data di inaugurazione – con il Direttore dei Musei di Milano, Domenico Piraina, e l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, porterà all’incirca 127 opere dal 1900 a oggi in oltre 2mila mq di spazi espositivi. Un esempio di come pubblico e privato possano confrontarsi e collaborare, grazie al sostegno di BNL Gruppo BNP Paribas.
Partendo da alcune posizioni junghiane di Erich Neumann, l’esposizione arriverà a definire una visione critica del ruolo della donna attraverso l’iconografia del XX e del XXI secolo. A partire dalla prima regista della storia del cinema Alice Guy-Blaché (Saint-Mandé, 1 luglio 1873 – New Jersey, 24 marzo 1968) saranno esposti lavori che testimonieranno l’emersione della presa di coscienza femminile, al di fuori di una società patriarcale, come nel Futurismo, nel Surrealismo e nel Dadaismo, presentando anche lavori poco noti della Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, assieme a progetti di Mina Loy e a opere iconiche di Duchamp, Salvador Dalì, Frida Kahlo, Man Ray, Niki de Saint Phalle, Louise Bourgeois.


(www.artribune.com, 3/4/2015)

Passività femminile e dominio (maschile), amore e sottomissione, desiderio femminile e dipendenza (dal desiderio del padre) sono temi che affronta la psicoanalista Jessica Benjamin in un saggio riproposto dall’editore Cortina: Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose. È un classico della cultura femminista, di fondamentale importanza sulla questione che, nel sito della Libreria, ha sollevato Massimo Lizzi, e che T.K. Brambilla riprenderà polemicamente.
Segnalo il libro per un secondo motivo: abbiamo spesso parlato di “figlie del padre” per riferirci a quelle che nell’infanzia sono state o si sono sentite le preferite del padre, e molte hanno dato per scontato che ciò fosse un vantaggio relativo per l’autonomia personale. Può essere vero in certi casi, ma non è vero in generale, anzi. L’autrice lo dimostra e, nel fondamentale capitolo III, Il desiderio della donna, lo illustra con il caso di Lucy.
Lucy aveva scelto di difendersi dalla madre, intrusiva ma debole, preferendole il padre, era lui che possedeva l’esuberanza, l’iniziativa, il desiderio; il fatto che lui la riconoscesse come figlia prediletta era cruciale… Questa strategia può risolversi in una trappola per il desiderio femminile. (L.M.)

(www.libreriadelledonne.it, 3 aprile 2015)