ANCHE I RICCHI MANGIANO

di Francesca Pasini

pubblicato mercoledì 29 aprile 2015 da Exibart

I rituali, che Germano Celant mette in scena  ad “Arts & Foods” (Triennale di Milano, fino al 1 novembre), partono dalla Grande Esposizione di Londra del 1851, che successivamente prenderà il nome di Esposizione Universale. C’è un richiamo alla nascita storica di Expo e al modello del “Victoria and Albert Museum”, che ebbe origine appunto dalla “Great Exposition” e fu l’omaggio alla memoria dell’amato marito (in mostra c’è un dipinto della coppia reale in visita alla “Great Exhibition”). Il “Victoria and Albert” è un pozzo visivo, dove insieme agli oggetti, all’artigianato, ai memorabilia sono stati accumulati quadri, sculture, disegni.  Il motivo firma del  Museo è, però, l’incredibile anello di creatività che fa da cintura al vivere quotidiano.

Celant propone questo fascino. Memoria, bellezza, selezione ridondante di casalinghi eccelsi, riuniti in vetrine, in scaffali, magistralmente ideati dall’allestimento di Italo Rota, coinvolgono il pianterreno e fanno scattare l’emozione dell’eredità.

Tra quelle superbe raccolte di teiere, vasi, suppellettili che sprofondano oltre 150 anni fa, affiorano nonni, bisnonni, case di campagna, salotti, foto di famiglia. All’inizio del lunghissimo tavolo pieno di coltelli, ne ho riconosciuti alcuni d’argento, nello stile San Marco, con una lama che ricorda la silhouette di una gondola, dove campeggia con elegantissima grafica la parola, Venezia. Sono uguali a quelli che ho ereditato dal bisnonno, anche i miei hanno la lama di ferro e non di acciaio inossidabile, come nella produzione odierna. Ho provato la soddisfazione di aver conservato un esempio di produzione artigianale. Mi ha guidato nella grande ammirazione per le sale da pranzo di Eugenio Quarti, di Gerardo Dottori, del tavolo su  cui mangiava D’Annunzio a Gardone, per quelli attorno ai quali mangiavano mamme con bambini, dipinti da De Nittis, Philip Rumpf, Plinio Nomellini. Ecco la guida del Victoria and Albert, ovviamente più ridotta. C’è un’attenzione esplicita all’Italia, ai grandi campioni dell’origine del design (la Wiener Werstatte, Charles Mackintosh), a straordinarie suppellettili giapponesi e orientali. Ci sono gli utensili contadini, le “gavette di ghiaccio” della Prima Guerra Mondiale, ma il confronto è così dispari che si dimenticano. Mentre l’immaginazione va a mille rispetto a tavole imbandite nella splendida luce di argenti, cristalli, vetri soffiati.

Nutrire il pianeta con l’arte non è del resto di buon senso. L’arte produce nutrimenti di tipo diverso e non meno necessari. Ma il cortocircuito è immediato: anche i ricchi mangiano!

Disagio e adesione si mescolano, non si può che fare così se si vuole testimoniare l’artisticità dei rituali che accompagnano il cibo. Ed è comunque una soddisfazione ripercorrere la storia delle forme, oggi, però, il problema del cibo, della natura da cui trarlo, è così aggrovigliato alla responsabilità di tutti, che la bellezza lascia il sale in bocca.

Ci sono salti utopistici che vorremmo “copiare”, come la Maison des Jours Meilleurs, una casa prefabbricata, che Jean Prouvé costruì nel 1956 influenzato dall’Abbé Pierre, che chiedeva alloggi per i meno abbienti. Occupa uno spazio di 9 metri x 7, al centro un blocco che contiene cucina e servizi, totalmente arredata di mobili  d’autore, quadri compresi, da Picasso a Morandi, si poteva montare in sette ore. Se pensiamo all’Aquila l’invidia è enorme. Non tanto per una possibile produzione, ma per la spinta di portare la bellezza a tutti.

Oggi invece, lo spirito del tempo è il lusso per pochi, però ben distribuiti nel mondo. Quelli che verranno all’Expo troveranno pane per i loro denti. La magnifica progressione storica della produzione artistico-artigianale garantirà ai magnati cinesi e alle big economies internazionali che comprare in Italia industrie o il quartiere di Porta Nuova di Milano, come ha fatto l’emiro del Qatar, è un affare che dà lustro sociale e culturale. Speriamo che effettivamente sposti il livello della produzione industriale italiana. Che si inverta la rotta che, come dichiara Giorgio Galli, «ha modificato il patto dei produttori, proposto dall’economista Claudio Napoleoni e non realizzato, nel patto dei corruttori che arriva fino a Mafia Capitale». (Il Golpe Invisibile, Kaos Edizioni, 2015).

“Arts & Foods” procede al piano superiore giungendo al presente. Anche qui, oggetti domestici bellissimi, memento di tempi più vicini e del primato del design italiano; la storia travolgente della pubblicità attraverso manifesti d’autore. Dipinti, foto, sculture di artisti internazionali. Andy Warhol, Oldenburg, Wesselmann, Lichtenstein profetizzano l’inarrestabile civiltà dei consumi, l’ipertrofia del cibo e la conseguente obesità che travolge gli Usa, ma non solo. Una previsione che ritorna nelle grasse fette di torta di Jeff Koons (Cake, 1995), nelle enormi sculture Sleeping dogs (1997) di Dennis Oppenheim e nel Big, Big Mac (2013) di Tom Friedman nel 2013.

Insomma mentre “anche i ricchi mangiano”, il mondo diventa obeso. Molte sono le opere che testimoniano il rapporto complesso del cibo, come Cindy Sherman che ne fotografa la muffa, la putrefazione; Judy Chicago, nel suo tavolo Dinner Party, del 1974, mette nel piatto l’anatomia delle donne, opera radicale femminista americana   (in mostra c’è uno di quei piatti). Rosemarie Trockel, nel 1991, compone in cubo bianco le piastre nere da cucina, ovvero un disegno astratto che sconfessa la neutralità  dell’astrazione. Jana Sterbak riveste una poltrona di design con bistecche di carne, e Chair Apollinaire (1996) non più la pelle, ma la carne dell’animale entra nel panorama estetico dell’arredamento. Poi ci sono i maestri italiani dell’Arte Povera, Mario Merz, Penone, Kounellis. Il panorama è vastissimo e multiforme, ma un po’ scontato. Come sempre c’è qualche rimpianto per le mancanze. Solo una. Vent’anni fa Aldo Mondino ha creato nel giardino della Rotonda della Besana, a Milano, dei tappeti orientali, “tessendoli” con semi di grano e di vari legumi con diversi colori.  Era un’opera destinata agli uccelli, che in un paio di giorni se la sono mangiata. Sarebbe stato bello rivederli nel giardino della Triennale, avrebbero sicuramente contribuito a nutrire il pianeta.

 

Dall’8 maggio al 17 maggio2015

Le associazioni Baobab, La Merlettaia e Solidaunia di Foggia ospitano nella sede di Via Arpi 79 la mostra itinerante “Lampedusa porta della vita”, curata da Anna Disalvo, Rossella Sferlazzo e Katia Ricci, che la rete delle Città vicine e il gruppo “Colors Revolutions” di Rossella Sferlazzo hanno organizzato nel luglio 2013 all’interno dell’ormai tradizionale “Lampedusa in festival” che si svolge ogni estate a cura dell’associazione “Askavusa”.
Nella serata inaugurale giovani migranti racconteranno la loro esperienza. Il 17 maggio le opere saranno esposte a Manfredonia a termine del progetto “La Casa dei diritti” dell’associazione di migranti residenti.
La mostra a cui hanno partecipato anche artiste e artisti di Foggia, è uno dei momenti dell’impegno e della riflessione che da anni le associazioni portano avanti sull’incontro tra donne e uomini di culture diverse, sulle difficoltà dell’accoglienza e della convivenza e il desiderio di affrontarle e superarle, predisponendoci alla reciproca conoscenza. Primario oggi è risolvere insieme ai paesi coinvolti il problema di un viaggio e un approdo sicuri e un progetto di vita da offrire a quanti sono costretti a lasciare le proprie terre diventate insicure e inospitali.

Le artiste e gli artisti invitati nelle loro opere realizzate con le più varie tecniche, dal collage alla pittura, dalla fotografia ai video, dall’installazione ai ready made, hanno espresso sentimenti diversi: la drammaticità purtroppo sempre attuale dei pericoli mortali affrontati durante lunghi ed estenuanti viaggi, che somigliano sempre più a deportazioni, ma anche la speranza di donne, uomini e bambini quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. Presenti anche i sentimenti di donne e uomini abitanti dell’isola, che accolgono i migranti con uno slancio di generosità e curiosità, comprensibilmente offuscato a volte da timori e perplessità in un intreccio di desideri e bisogni tra chi arriva e chi accoglie.

Espongono:
Rosalba CASMIRO ● Antonio DI MICHELE ● Wanda DELLI CARRI ● Nicola LIBERATORE ● Guido PENSATO ● Michele CARMELINO ● Rosy DANIELLO ● Nelli MAFFIA ● Oronzo LIUZZI ● Enzo RUGGIERO ● Anna Maria DI CIOMMO ● Anna FIORE ● Pina MORGANTE ● Valentina BRULARY● Paola GELARDI ● Anna DI SALVO ● Michelangelo SPAMPINATO ● Caterina AIDALA ● Pietro D’AIETTI ● Pamela NICOLOSI ● Misia TOMASELLI ● Valerio TOMASELLI ● Samuele MAGGIORE● Rossella SFERLAZZO ● Giacomo SFERLAZZO ● Dalila DI MALTA ● Tommaso SPARMA ●Adriana MARAVENTANO ● Luca RIZZO ● Maxine CAMBAL ● Marisa PROVENZANO ● Peppino SALA ● Luciana TALOZZI ● Matteo PASQUINI ● Veslemoy OVERLAND BERG ● Sara CRESCIMONE ● Giuseppe BALISTRERI ● Marina CHIRCO ● Giusi MILAZZO ● Donatella FRANCHI ● Mirella CLAUSI ● Cettina ROVERE

La campagna negli Stati Uniti per ricordare la maestra, la scuola o il libro che ti hanno cambiato la vita

di Redazione Scuola Online

«Grazie, signora maestra». Parola di Barack Obama che non esita a dire: se oggi sono un buon presidente è merito anche della mia maestra elementare. È la speciale campagna che Obama, che ha premiato i cinquanta migliori prof degli Stati Uniti, ha lanciato dal sito della Casa Bianca, #ThankATeacher, raccontando la storia della sua maestra elementare, la signora Mabel Hefty. «Quando sono arrivato nella classe di Mabel Hefty alla Punahou School nell’autunno del 1971, ero un bambino con un nome strano in una nuova scuola, che si sentiva un po’ fuori posto, e sperava di riuscire come tutti gli altri… Nel corso dell’anno mi ha insegnato che avevo qualcosa da dire anch’io, non nonostante le mie diversità ma proprio grazie a queste. Ha fatto sentire speciale ognuno di noi, ha rafforzato i valori di empatia che mia madre e i miei nonni mi avevano insegnato. Questo io me lo porto dietro ogni giorno come presidente, questo è il semplice e innegabile potere di un buon insegnante. E questa che ho raccontato è la storia che ogni bambino in questo Paese dovrebbe poter raccontare». E per questo da oggi si potrà connettersi sul sito della Casa Bianca per raccontare (e ringraziare) i propri insegnanti.

Insieme all’elogio della maestra, Obama ha lanciato anche una doppia campagna: una per far conoscere i college che «hanno cambiato la vita agli studenti» e una a favore della lettura e dei libri #BooksFor All, chiedendo agli americani di scrivergli qual è il libro che li ha formati. Per una settimana le risposte saranno commentate e postate sul sito della Casa Bianca

 

30 aprile 2015

di Vandana Shiva
Le multinazionali, che ci hanno portato malattie e malnutrizione attraverso i prodotti chimici e gli Ogm, attraverso il cibo-spazzatura e alimenti trasformati, hanno speso negli ultimi decenni grandi quantità di denaro per la pubblicità e per le pubbliche relazioni con un’azione di lobbying, volta a influenzare le politiche e ad affermare, in maniera del tutto falsa, che i loro prodotti sfamino il mondo.
Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull’etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo. Vogliamo fare una breve lista? Mc Donald’s, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlé, Eni, Dupont, Pioneer: bastano queste a rappresentarle tutte. Le multinazionali non nutrono il pianeta, come proclama lo slogan di Expo 2015. Lo affamano. La lista degli sponsor dell’esposizione universale parla da sola.
È coerente con tutto questo che per costruire Expo si sia occupato ancora suolo e si siano cementificati molti altri ettari di terra fertile. È sconfortante che per tanti l’esposizione mondiale sia l’occasione per far consumare più cibo. Ed è emblematico che sia stato dato un ruolo di primo piano a chi propone un cibo fatto da un’aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la salute nostra e soprattutto dei nostri figli. Cosa si può fare per impedire che Expo sia solo la passerella dell’agroindustria e di chi pensa che la strada per nutrire il pianeta sia solo scegliere la tecnologia più apparentemente innovativa o la molecola di sintesi più raffinata?
La risposta sembra scontata: portare altri contenuti dentro questo contenitore. Ad oggi la lista degli eventi, dei dibattiti, del luoghi di confronto in cui si costruisce una visione più ampia, inclusiva e democratica sembra ancora molto povera. Ma la cosa paradossale è che da Expo sono fuori non solo fisicamente ma anche culturalmente i contadini italiani, europei e del mondo intero, cioè coloro che producono il cibo per i cittadini e curano la Terra. Sono i piccoli agricoltori che producono il 70% del cibo consumato nel pianeta e che stanno resistendo all’attacco dell’agroindustria mondiale. Dobbiamo fare di tutto per difendere un modello agroalimentare fondato sull’agricoltura familiare, come quello italiano, europeo e di molti altri paesi. Dobbiamo riaffermare l’orgoglio dei tanti piccoli agricoltori di tutto il mondo che hanno tenuto a costo di grandi difficoltà, i loro campi e che li coltivano con i metodi biologici ed ecologici. Dobbiamo cogliere l’occasione per incontrare persone che incrociano difficilmente i temi della difesa della biodiversità e che magari pensano che la questione del cibo sia solo un tema di quello che si riesce a mettere in tavola e non una questione centrale per ridefinire l’economia e la democrazia.
Se noi, i movimenti e le associazioni che hanno scelto di entrare dentro i cancelli di Expo, saremo capaci di aprire le porte al mondo, alle ragioni della Terra dalla quale può nascere un nuovo paradigma economico, allora è possibile che Expo diventi un’occasione. L’occasione per passare dal modello “taglia e brucia” che è proprio dell’economia lineare estrattiva delle risorse al modello economico, politico e sociale circolare basato sulla restituzione. L’occasione per superare la linearità che produce scarti materiali (i rifiuti) e scarti sociali (i poveri, gli emarginati, i disperati) e arrivare finalmente alla chiusura del cerchio ecologico. Saremo presenti all’Expo per assicurare che non sia solo la voce delle multinazionali ad essere ascoltata. Noi vogliamo portare la voce dei semi e della terra, dei piccoli agricoltori e delle generazioni future. Aggiungere al dialogo le diversità.

Abbiamo presentato il manifesto “Terra viva” il 2 maggio nel padiglione della società civile con un invito a tutti i cittadini, per lavorare verso una nuova visione, un nuovo paradigma attraverso cui sconfiggere la fame e la malnutrizione, lavorando in armonia con la terra, non dichiarando guerra contro di lei.

di Maria G. Di Rienzo

Piplantri è un villaggio indiano del Rajasthan abitato da circa 8.000 persone. Probabilmente è un po’ difficile da individuare a colpo d’occhio sulle cartine geografiche, anche se di recente la stampa si è accorta della sua esistenza e ha espresso adeguata meraviglia rispetto alle pratiche in uso colà da diversi anni. Il suo consiglio di villaggio (panchayat) ha infatti messo in moto un meccanismo che lega la riforestazione dei terreni comuni, il miglioramento delle condizioni economiche dei residenti e il futuro delle bambine in un paese in cui gli aborti selettivi e l’abbandono o la soppressione delle neonate sono un problema serio. Ecofemminismo, se vogliamo.

Il villaggio pianta 111 (centoundici) alberi per ogni bambina che viene al mondo, desiderata o meno. Alberi da frutta, neem, sheesham, amla: negli ultimi sei anni ne hanno piantati più di 250.000 e per evitare che fossero infestati dalle termiti li hanno circondati di oltre due milioni e mezzo di piante di aloe vera. Oggi questi alberi, e l’aloe vera, sono la principale fonte di reddito per numerose famiglie del villaggio. Il consiglio ha anche provveduto a invitare esperti affinché addestrassero le donne (le donne sono la forza lavoro principale dell’agricoltura, ovunque) alla trasformazione dell’aloe vera in prodotti come succhi, unguenti, gel, eccetera.

 

A Piplantri nascono circa 60 bimbe l’anno. Il consiglio di villaggio ha creato un comitato apposito, che comprende le autorità scolastiche locali, per sapere quali famiglie ritengono la nascita indesiderata. Piantano i 111 alberi e poi vanno a trovare i genitori della nuova bambina con una proposta, un deposito monetario vincolato a nome della loro figlioletta per i successivi vent’anni: 10.000 rupie le mette il padre, 21.000 sono raccolte come offerte degli altri abitanti del villaggio. Nessuno ha rifiutato, sino ad ora. I genitori firmano un affidavit, una dichiarazione scritta con valore legale, in cui si impegnano a non far sposare la figlia prima della sua maggiore età, a mandarla a scuola regolarmente e ad aver cura degli alberi piantati in suo nome.

 

A Piplantri le famiglie piantano pure 11 alberi quando muore un parente. Alla stampa i residenti hanno detto che da loro non si verificano reati da quasi un decennio e che stanno dimenticando com’è fatta la polizia. Gli alberi sono grandi maestri.

di Silvia Acierno

Nell’Amant Duras scrive che per lei è sempre stato troppo tardi. A trent’anni la sua vita era già piena di avvenimenti. C’erano stati i ritorni dalla Cocincina dove era nata, la guerra, la deportazione del marito Robert Antelme, la resistenza, i processi sommari ai collabó e l’euforia del dopoguerra. Poi la morte di un figlio appena nato, il figlio di Antelme, quel cadaverino che le suore non le avevano neanche lasciato vedere. La relazione con Dionys Mascolo, editor di Gallimard. E la pubblicazione del Barrage sur le Pacifique, quel romanzo che Marguerite aveva portato alla madre, forse anche per infliggerle una sottile sofferenza, e per il quale avevano rotto definitivamente.

 

C’è l’appartamento di rue Saint Benoit, al numero 5, quartiere Saint-Germain. È il classico appartamento parigino con i tetti alti, gli stucchi, i camini di marmo… Lei l’ha fatto suo con dei mobili comprati dai rigattieri, gli uncinetti, i fiori secchi, i suoi piatti vietnamiti, le riunioni con il circolo di amici riempite dalle sue risate rauche, i silenzi, le frasi, il suo desiderio di piacere, in un continuo gioco di seduzione e provocazione. Tutto sta per sgretolarsi di nuovo, come quando si era innamorata di Dyonis Mascolo e ci aveva fatto un figlio. Un nuovo bonheur è alle porte. La passione brutale per Jarlot, giornalista, don giovanni impenitente, roso dal desiderio di diventare romanziere. Con lui Duras conoscerà l’altra se stessa, o comincerà ad abbandonarsi davvero a se stessa, ad essere in balía di se stessa. Di quella se stessa che viene dalla strada di Ram. La strada polverosa, immersa nelle risaie e nelle maree che la ricoprono, la strada dove passano le cars dei cacciatori, la via d’uscita da quel dolce inferno.

Per le sue biografe (Adler, Petrignani) Nené, passerá ad essere Marguerite, poi la Duras, la caricatura di sé, a faire du Duras, du surduras… Assieme a Jarlot anche la scrittura cambierá, verrà stravolta.

Dopo Jarlot tutto si sgretolerà e ricomporrà di nuovo. Ancora dal bonheur al malheur, dalla vita alla morte. Perchè Marguerite è così, non conosce le mezze misure, le detesta, non sa che farsene. Poi sono venuti l’alcolismo e la solitudine, l’alcolismo e Yann Andreas, l’ultimo amante, un ventisettenne omosessuale, l’alcolismo e le disintossicazioni, il coma e le rinascite. L’alcolismo: quello che ti deforma il corpo, lo gonfia, lo strazia. Marguerite non si riconosce più. Ma continua a bere disperatamente. Con Jarlot beveva, beveva tanto per dominare quella relazione burrascosa, per domare il desiderio onnivoro di quell’uomo. Ma allora era una cinquantenne che si sentiva ancora giovane, desiderabile, desiderata. Con Yann è diverso. Quell’alcolismo si è fatto più disperato. Lo nutrono la solitudine, la perdita di tante persone amate. E la paura. E il desiderio di Yann, quel desiderio così sconveniente non riusciva a placare più niente. Faceva parte di quella solitudine, di quella paura.

Poi sono venuti la pubblicazione dell’Amante, il successo planetario, il premio Goncourt, una specie di euforia. E la scrittura, sempre la scrittura fino alla fine.

 

Duras scriverà per il teatro, comincierà a cedere i diritti cinematografici dei suoi romanzi, a comporre romanzi che sono come opere teatrali, a scarnificare il romanzo e ridurlo a dialogo teatrale (Detruire, dit-elle), a fare film, a scrivere romanzi con l’occhio del regista, a scrivere e a filmare allo stesso tempo (L’Amant de la Chine du Nord), a filmare la parola, a scrivere e a distruggere la scrittura, a scrivere e a distruggere se stessa, a salvare se stessa. Marguerite sperimenta con un genere ibrido, fa del minimalismo letterario, si ispira alla letteratura americana, fa del “nuovo romanzo” tanto che Robbe-Grillet se ne vuole appropiare, si vuole appropriare di Duras e Marguerite si lascia corteggiare per poi reclamare la propria indipendenza. Ma soprattutto Marguerite ci racconta la sua storia che solo può essere raccontata con la sua voce e il suo stile.

 

Cos’è la scrittura di Duras? È provocazione, abbandono, ossessione, cedimento. La scrittura è una visione, un momento di panico, un’emozione, un legame immerso in una storia a volte mal costruita. Quando scrive, Marguerite non si allontana mai dalla sua vita, anche quando i personaggi non sono sua madre, i fratelli, il cinese, Dyonis, lei… Anche quando i personaggi si sfibrano, non sono altro che un uomo, una donna, dei fantasmi, delle voci criptiche, indecifrabili. E tutto accade nella mente di Duras. Ed è tutto così claustrofobico. Marguerite evade dalla sua vita, dalla relazione d’amore, dalla coppia (bisessuale, omosessuale, madre-figlio, fratello-sorella), una coppia che non può congiungersi, che si evade continuamente. Però Marguerite la evade per naufragarci dentro, per perdersi dentro, nell’orgasmo della parola e del ricordo.

 

Dietro la scrittura c’è il desiderio, desiderio a cui Marguerite non può sottrarsi. Desiderio e un narcisimo drammatico. All’origine della scrittura c’è l’infanzia, o meglio una pubertà travestita d’infanzia, vergine e innocente. L’enfant del romanzo L’amant de la Chine du Nord. All’origine della scrittura c’è la memoria, una memoria che inganna se stessa. Memoria che nello sforzo brutale di rimemorare, di avvicinarsi sempre di più a quel pericoloso fantasma che ci portiamo dentro, di mostrare senza fronzoli l’inafferrabile che abbiamo dentro, si allontana dall’infanzia, mente, trasfigura e così facendo si avvicina a quello che siamo diventati. Disperatamente tesa tra quello che siamo stati e quello che siamo.

A quel qualcosa che in qualche modo è all’origine della scrittura di Duras si può dare un nome: possiamo chiamarlo Indocina. Ombra interna. L’Indocina è sempre là. È sempre stata là, tra lei e tutto il resto. Marguerite la custodisce. È il suo territorio. È il luogo del suo corpo, della distruzione del suo corpo per mezzo dell’alcolismo, è il luogo dell’amore, è il luogo della scrittura, eccitante e amara.

 

L’Indocina è la terra dell’innocenza e della perdita dell’innocenza. Marguerite, lei, l’innocenza l’ha perduta presto. L’Indocina è la terra della trasgressione. Marguerite ha quindici anni e mezzo. Porta quel famoso cappello di feltro da uomo, quel vestitino di seta sgualcito, stretto in vita da una cintura pesante, quelle assurde scarpe laminate da sera con i tacchi, le labbra carnose dipinte di rosso. Marguerite va con un cinese che non è né bello né brutto. Ma che importa! Il cinese ha la pelle color miele, lavata dalle piogge. Indossa un completo di tussor. Se ne sta timidamente nella suo Leon Bollé. Lei lo desidera perché lui la vuole, perché lui la desidera con forza e con paura. Marguerite desidera il desiderio dell’uomo di prenderla, di violare quel corpo minuto. Marguerite desidera l’ammirazione spietata che il cinese sente per lei.

 

L’Indocina è anche la terra dell’incesto, sfiorato, sussurrato, forse realizzato, forse non realizzato mai completamente. La notte scorre nei corridoi della scuola di cui la madre di Marguerite è direttrice. Marguerite si stringe al corpo del fratello minore, le petit-frère, Paulo. È un abbraccio materno. Lei lo vuole proteggere dalle angherie e dai soprusi del fratello maggiore, l’ainé, Pierre. Forse lei ha già perso la verginità con il cinese. Forse questo abbraccio è accaduto prima. Lei e Paulo si stringono nella paura del fratello più grande. La paura paralizzante e traumatizzante di Paulo. La paura di Marguerite della paura di Paulo. La paura di Marguerite che Pierre possa ammazzare Paulo. La paura di Marguerite che la madre lasci che Pierre ammazzi Paulo. Si stringono, lei e Paulo, nella paura e nella gelosia di quel fratello maggiore. Pierre la pecora nera della famiglia, un buono a nulla. Pierre che passa il tempo e butta i risparmi della madre nelle fumerie di oppio e nei postriboli. Pierre che ha preso il posto del padre, morto quando Marguerite aveva quattro anni. Pierre che li batte. Pierre che manipola la madre, le ruba soldi e gioielli. Pierre il figlio amato da Marie Donnadieu. Di un amore che è come una corrente oceanica che travolge tutto, tutto il resto.

Marguerite e Paulo si stringono nella juissance, in una parola censurata, in una parola che conoscono senza poterla pronunciare, in una parola che poi Marguerite scriverà. Coppia vulnerabile e disarmata. O armata solo del potere distruttivo di un erotismo vietato.

 

L’Indocina è anche un paesaggio che rinasce inarrestabile dappertutto, altrove. Nelle acque stagnanti di un fiume. Quel fiume è il Mekong. Nel caldo torrido di una estate. Quel caldo è quello in cui sprofonda la terra delle risaie sul bordo dell’oceano Pacifico. In un lamento terrificante. Quel lamento è la nénia di una mendicante che è arrivata a piedi nudi fino alla scuola della madre, con le piaghe ai piedi, per affidarle un neonato che non sopravviverà. Nel gorgoglío della vegetazione, dei profumi, il gorgoglío delle parole che verranno, della musica di Duras. La sua parola erotica, sensuale e il piacere di quella parola. È un paesaggio interiore che Marguerite rievoca nei romanzi e ricostruisce spartanamente nei suoi film, girati nella casa di campagna comprata a Neauphle le Chateau.

 

L’Indocina è la madre, Marie Donnadieu. La fortuna tentata dalla madre quando, giovane paesana, figlia di commercianti, decide di seguire il primo marito che è direttore di una scuola in Indocina. La solitudine e l’amarezza della madre quando resta vedova per la seconda volta con tre figli da sfamare. L’emarginazione dalla comunità bianca della colonia. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia la solidarietà con gli indigeni, quando si rifugia nel bungalow di Prey Nop dove impiega tutti i risparmi di una vita per farsi dare in concessione quel terreno incoltivabile invaso per una parte dell’anno dalle maree del Pacifico. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia quei suoi figli disgraziati: Pierre un mezzo criminale, Paulo, il ragazzo diverso, Marguerite la mezza prostituta. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia quel suo aspetto trasandato, i capelli raccolti in una treccia indigena, i sacchi di cui si veste, la sua severità. L’emarginazione e l’umiliazione che rivivono nel desiderio di Marguerite per le luci di rue Catinat, dove si divertono i bianchi, per quello che brilla fuori mentre lei si nasconde nel buio del cinema Eden, nel desiderio avido dello sfarzo di una languida signora bianca, Anne Marie Stretter, apparizione in un ballo a cui Marguerite non parteciperà mai, o parteciperà solo senza mai esserci davvero, come Lol V. Stein, sonnambula, nascosta dietro le piante.

L’Indocina è la madre. La fatica di questa donna collassata nella chaise longue, quasi senza vita, senza voglia di vivere, abbandonata alla sua depressione. Poi l’improvviso scoppio di allegria. Pierre non c’è, è stato allontanato, rimpatriato in Francia. Le secchiate d’acqua per sciaquare i pavimenti della casa. Marie al piano. Marie che vede come per la prima volta quel famoso cappello di feltro da uomo. Una specie di sguardo complice scambiato con la figlia. La fatica e la follia annidata in quei repentini cambiamenti d’umore. La madre è anche la violenza, le botte con cui Marie si scaraventa sopra Marguerite perchè Pierre grida che se le merita altrimenti finirà come una puttana. Le botte che la madre le infligge per evitare che sia Piarre a picchiarla a morte, per calmare Pierre, la sua furia, per salvarla da Pierre e dannarla per sempre.

Di tutto questo, di questa madre, Marguerite si vendica quando la abbrutisce, mente su di lei, la dipinge come una folle, violenta, depressiva, una donna che spinge la figlia minorenne a sedurre gli uomini per farsi sposare, che prostituisce la figlia per farsi pagare i debiti di Pierre, ostinata a costruire dighe sul Pacifico che non terranno all’incalzare delle maree, una donna che nella finzione del romanzo si rovinerà in quell’impresa assurda.

Marguerite si vendica ma mai del tutto. Nello spiraglio si affaccia una donna una Marie più giovane, più bella, forse un po’ vanitosa, più mondana, una sconosciuta, quella che aveva sedotto il padre di Marguerite, suscitando l’invidia e le calunnie della comunità di maestri e istitutori venuti dalla Francia, quella che lo aveva amato alla follia, e che era ammattita dal dolore alla sua morte. Quella Marie la cui risata scoppia e crepita nelle labbra di Marguerite.

Contro questa donna e per lei Duras erige la sua scrittura.

(www.libreriadelledonne.it 29/04/2015)

 

di Barbara Bonomi Romagnoli

 

Prostituzione e dintorni: il “piano” (sempre rimandato) del governo, una chiacchierata con Pia Covre e gli appuntamenti del 30 aprile a Roma

Il dibattito su prostituzione e dintorni è acceso, fuori e dentro il Parlamento, e la politica non manca di fare annunci. Come quello fatto il 16 aprile scorso da Giovanna Martelli, consigliera del presidente del Consiglio per le Pari Opportunità che in una nota stampa afferma: «Il Governo presto emanerà il Piano nazionale di contrasto alla tratta e alla prostituzione. Ma si apra una riflessione anche sugli utilizzatori finali». E aggiunge: «È precisa intenzione del governo licenziare in breve tempo il Piano Nazionale di contrasto al fenomeno della tratta. Questo è un passaggio fondamentale senza il quale non possiamo pensare di affrontare la forma peggiore di sfruttamento umano, quella che vede i corpi di donne e uomini venduti e comprati come puri strumenti, “produzione di valore”, da impiegare nel mercato, come mano d’opera a basso costo, come corpi da smembrare per l’espianto di organi, come corpi da offrire come oggetti di piacere». Alla richiesta di maggiori dettagli, informazioni su tempi e contenuti del “Piano” in questione, e se sono state contattate le dirette interessate, la consigliera Martelli non risponde.

Peccato. Allora rivolgo la domanda alle Lucciole di Pordenone, ossia il Comitato per i diritti civili delle prostitute (Cdcp) da decenni in prima linea con un prezioso lavoro culturale e politico per migliorare la condizione di chi si prostituisce, ma soprattutto per ribadire che qualunque sia la propria posizione non può venire meno il rispetto della dignità e dei diritti delle/dei sex workers. Non è una questione da poco considerando che anche nei movimenti delle donne e femministi ci sono posizioni oltranziste, guai a dire «Sex work is work».

Il Cdcp fa parte fra l’altro anche della «Piattaforma anti tratta» [vedi piattaformaantitratta.blogspot.it] una rete nazionale che lavora nei progetti di integrazione delle donne che sfuggono alla violenza e allo sfruttamento coatto. E a proposito di violenza, manca ancora il rifinanziamento del Piano nazionale, nonostante la Convenzione di Istanbul e le tante raccomandazioni Cedaw-Onu.

Spiega Pia Covre: «Come Piattaforma dovremmo incontrare a Roma entro fine aprile Giovanna Martelli e avere anche noi maggiori informazioni sul Piano nazionale anti tratta che continua a essere rimandato e che dovrebbe prevedere una regia interministeriale. Siamo preoccupate perché arrivano spesso informazioni contraddittorie in termini di temi, tappe e contenuti (a esempio sul tema “regionalizzazione del sistema”, che cosa vuol dire?). Abbiamo la percezione che vogliano “scaricare” i progetti e disimpegnarsi, un esempio su tutti: è dal 2012 che non esce il bando del Dpo [Dipartimento Pari Opportunità] e continuano a fare proroghe di sei mesi».

Il piano nazionale lo esige l’Europa, per dirla con uno slogan, e nel documento europeo si chiede di ridurre la domanda di prostituzione, aspetto che viene molto apprezzato a esempio dal femminismo svedese che preme per punire i clienti.

Qui in Italia nelle ultime settimane si è tornato a parlare di zoning, come quello che da vent’anni viene sperimentato a Mestre e che prevede l’assistenza in strada, la tutela e i servizi sanitari per chi si prostituisce con la messa in campo di operatori e mediatori culturali.

«Se ora pensano di poter fare l’uno e l’altro cioè regolamentare il fenomeno e punire la clientela sarebbe una posizione che ben rappresenterebbe la tipica schizofrenia delle politiche italiane su questo tema»: così sintetizza Pia Covre che insieme al Codacons e all’associazione Radicale Certi Diritti il 30 aprile a Roma presenterà un progetto di legge in risposta a quella firmata in maniera trasversale da 70 parlamentari [link a http://27esimaora.corriere.it/articolo/prostituzione-nuove-norme-limportante-e-debellare-le-reti-criminali-che-controllano-lindustria-del-sesso/] e che è in discussione in aula. L’appuntamento è doppio: alle 15.30 nella sede dei Radicali Italiani (via di Torre Argentina 76) per un confronto aperto e libero da pregiudizi e poi alle 22 flashmob ai Fori imperiali.

Nel loro invito a partecipare alla loro conferenza le/i sexworkers scrivono:

«Vengano, parlamentari e sindaci, e ascoltino le nostre proposte. Le ragionevoli proposte delle/i sex workers.

Sex worker, escort, gigolò devono essere ascoltate perché niente può essere fatto senza la partecipazione delle/i interessate/i.

Le proposte presentate in Parlamento non sono soddisfacenti. Molte contengono norme che sono contro i diritti e la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso. Da tempo siamo impegnati su queste tematiche e abbiamo elaborato proposte che nascono dalla realtà osservata e vissuta e non campate su fantasie teoriche inappliccabili. Invitiamo tutta la società civile, le associazioni, i movimenti e i parlamentari a un pomeriggio di confronto per contribuire a una buona legge.

In attesa di un 1 Maggio che includa anche le lotte delle/i lavoratrici/ori del sesso invitiamo anche i rappresentanti dei sindacati a partecipare alla Conferenza perché il lavoro sessuale è lavoro. Lavoro informale e totalmente ignorato, abbandonato ai margini della società e spesso in mani criminali».

Covre, cosa non vi convince delle proposte che sono al momento in discussione in Aula?

«In quasi tutte le proposte di legge viene affrontato il punto delicato della prevenzione sanitaria alla diffusione delle infezioni sessualmente trasmesse chiedendo l’applicazione di controlli sanitari obbligatori. Tesserini e certificazioni ottenibili dalle Asl, con obbligo di esibirli a clienti e a tutti quelli che lo chiedono. Ora su questo tema esistono linee guida precise fatte dall’Organizazione Mondiale della Sanità e anche dalle Nazioni Unite contro l’Aids. Non si migliora la salute pubblica con gli accertamenti e i trattamenti coatti ma con adeguate campagne di informazione e educazione alla prevenzione e con la disponibilità di servizi sanitari di buona qualità accessibili a tutte/i. Spesso le politiche sanitarie non rispondono ai bisogni della cittadinanza, troppe persone vengono discriminate e restano escluse. Un esempio molto concreto: le persone che provengono dalla Romania attualmente in Italia non hanno diritto al servizio sanitario pubblico, ma noi vediamo che ci sono centinaia di donne e anche uomini provenienti da quel Paese che si prostituiscono. Se vogliamo abbattere il rischio della diffusione di malattie è indispensabile che abbiano accesso al servizio sanitario nazionale. Fra l’altro, l’orientamento dei Paesi neo-regolamentaristi (Germania, Olanda, ma anche Nuova Zelanda ecc) è stato di abolire l’obbligo dei controlli sanitari proprio quando hanno fatto le nuove leggi.

Un altro aspetto delicato è la tutela della privacy. Non si possono fare regolamenti con tanta leggerezza chiedendo a chi intende fare questo lavoro di registrarsi qua e là in vari uffici pubblici (anche tre in alcune leggi proposte) e usare il proprio nome nell’esibire il tesserino a ogni richiesta di presunti clienti ecc. Sappiamo che nella pratica è davvero difficile tutelare la privacy, soprattutto per chi è stigmatizzato dai pregiudizi sociali.

Poi c’è il capitolo della tassazione che in queste proposte è affrontato fantasiosamente o con eccessivo rigore, mentre credo che se non ci si rapporta con la realtà qualunque modello di tassazione avrà come risultato un fallimento. Anche perché saremmo l’unica categoria sociale a subire una eccessiva criminalizzazione in caso di violazione delle regole e sanzioni esagerate. Insomma lo stile è “Ci date i vostri soldi, avrete diritto a quello che è rimasto del welfare, potete considerarvi lavoratori/trici ma guardate bene la lista dei divieti e degli obblighi, non allargatevi troppo perché abbiamo il bastone pronto!”».

Resta il nodo della discussione: la maggior parte delle persone crede che la prostituzione non possa essere una libera scelta, ogni giorno escono post e articoli su questo. Un recente articolo sul sito della libreria delle donne di Milano [http://www.libreriadelledonne.it/la-controversa-liberta-di-prostituirsi/] parla di controversa libertà di prostituirsi e l’autrice desidera “un mondo in cui nessuna donna abbia un rapporto sessuale che non sia per il proprio piacere. Dunque un mondo senza prostituzione”.

Di nuovo è negata la possibilità che si possa fare sesso a pagamento per proprio piacere. Che ne pensate?

«La prostituzione suscita fantasie di ogni genere. Per me il piacere è sempre stato quello di farmi pagare per una cosa che si suppone l’uomo pretenderebbe essere gratuita. Il successo della prostituzione per la maggior parte si fonda su un lato oscuro del desiderio che deve contenere un po’ di trasgressione, un po’ di peccato per chi è credente, un po’ di gusto del proibito. Sbaglia chi pensa che queste cose valgano solo per i maschi.

Si tranquillizzino quelle che vogliono un mondo senza prostituzione. La “normalizazione” del lavoro sessuale a mio parere finirà col demolire il fascino del proibito, del peccato e della trasgressione. Quando diventerà un “asettico servizio del benessere” non ci sarà più gusto e chi vorrà trasgredire si inventerà altro per cercare emozioni».

di Luisa Muraro

Le mie amiche Sara e Laura mi hanno insegnato a prestare attenzione anche agli uomini e, se fanno qualcosa che giudico valido, dirlo. Sono femministe come me, ma più giovani. A dire il vero, non so quale sia il loro giudizio sul sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il mio è buono e loro due, indirettamente, mi hanno convinta a esprimerlo. Voglio dirlo prima che si apra Expo 2015, che andrà bene, ne sono convinta, ma comunque debba andare, io penso e penserò bene di quest’uomo. In primo luogo, perché ha amministrato una città così grande in un momento così complicato, in secondo luogo perché ha scelto donne e uomini in gamba, in terzo luogo perché lui, le sue collaboratrici, a cominciare dalla vicesindaca Ada Lucia De Cesaris, e i suoi collaboratori hanno lavorato con dedizione e una sufficiente competenza. Hanno fatto funzionare i servizi fondamentali, non alla perfezione, che non é di questo mondo, ma decentemente. Sono perfino riusciti a risolvere qualche problema… forse ne hanno risolto un sacco che io neanche immagino. E ci hanno risparmiato lo spettacolo di quei personaggi che sgomitano per mettersi in mostra. L’esempio l’ha dato il sindaco. Pisapia si è mostrato in pubblico quando doveva farlo, misurato nelle parole e sorridente. A me risulta che, nel corso di questi anni, la città sia diventata migliore. Come me, la pensano molte altre persone.

Voglio dire che non ha fatto sbagli? A questo punto, la frase d’obbligo sarebbe: e chi non ne fa? Io invece dico soltanto che ne ha fatti molti meno di quelli che gli vengono imputati. Francamente la sinistra milanese non si meritava questo sindaco. La città di Milano sì che lo merita e vorrei tanto che potesse dimostrarlo, rieleggendolo. Purtroppo, come sapete, lui ha detto che non intende ricandidarsi. Giuliano, per favore, cambia idea. (Luisa Muraro)

(www.libreriadelledonne.it, 24 aprile 2015)

Il partito comunista turco presenta solo donne per le elezioni parlamentari.
«Solo le donne possono rappresentare la nostra rivolta contro l’ordine stabilito in Turchia»

La decisione ha un alto valore simbolico in un paese in cui la presenza femminile in politica è minima. «Solo le donne possono rappresentare la nostra rivolta contro l’ordine dato in Turchia», ha dichiarato il partito.

 

Ankara.- I 550 nomi delle liste elettorali presentate dal Partito Comunista della Turchia alle elezioni politiche di giugno sono esclusivamente di donne, nonostante non ci si aspetti che questo partito, minoritario e non presente in parlamento, riesca a conquistare un solo seggio.

«Avere solo candidature femminili non riguarda solo la partecipazione delle donne alla lotta politica.

Solo le donne possono rappresentare la nostra rivolta contro l’ordine dato in Turchia, che non può esistere senza umiliare e uccidere ogni giorno delle donne», ha annunciato la formazione in un suo comunicato.

Alle ultime elezioni, le amministrative del 2014, il Partito Comunista ha ottenuto solo 19.245 voti, appena lo 0,04%. Con tutto ciò, questo riveste un grande valore simbolico in un paese in cui c’è una scarsissima presenza di donne nella vita politica.

Attualmente, solo 78 dei 550 seggi del Parlamento turco sono occupati da donne.

I quattro maggiori partiti parlamentari hanno inserito nelle loro liste complessivamente 520 donne, ovvero un 23% del totale dei candidati.

Solo il Partito Democratico del Popolo, filo-kurdo e di estrema sinistra, ha ripartito le candidature quasi al 50&, ma l’effetto di questa scelta di parità resterà limitato, date le sue limitate aspettative elettorali.

Benché anche il resto dei partiti ha aumentato il numero di candidate in lista, le proiezioni indicano che, nel migliore dei casi, solo 90 donne potranno sedere nel Parlamento che uscirà dalle elezioni del 7 giugno.

 

Testo in spagnolo:

Partido Comunista turco presenta sólo mujeres para las elecciones parlamentarias

 

La decisión tiene un alto valor simbólico en un país en que la participación femenina en política es mínima.

“Sólo las mujeres pueden representar nuestra revuelta contra el orden establecido en Turquía”, dijo el conglomerado.

 

ANKARA.- Los 550 nombres de la lista electoral presentada por el Partido Comunista de Turquía a las elecciones generales de junio corresponden exclusivamente a mujeres, aunque no se espera que este partido, minoritario y sin presencia en el Parlamento, vaya a lograr ni un sólo escaño.

“Tener sólo mujeres entre nuestros candidatos no trata sólo de la participación de la mujer en la lucha política.

Sólo las mujeres pueden representar nuestra revuelta contra el orden establecido en Turquía, que no puede existir sin humillar y matar a mujeres cada día”, ha anunciado esta formación en un comunicado.

En las últimas elecciones, las locales de 2014, el Partido Comunista obtuvo sólo 19.245 votos, apenas el 0,04 % del censo electoral. Con todo, este gesto tiene un gran valor simbólico en un país en el que hay una muy escasa presencia de mujeres en la vida política.

Actualmente, sólo 78 de los 550 escaños del Legislativo turco están ocupados por mujeres.

Los cuatro grandes partidos con representación parlamentaria han incluido en sus listas a 520 mujeres, lo que supone un 23 % del total de candidatos.

Sólo el izquierdista y prokurdo Partido Democrático del Pueblo ha repartido las candidaturas casi al 50%, aunque el efecto de esa paridad queda limitado porque su expectativa electoral es moderada.

Aunque el resto de partidos también ha elevado el número de candidatas, las proyecciones indican que, en el mejor caso, sólo 90 mujeres se sentarán en el Parlamento que salga de las elecciones del 7 de junio.

(www.insurgente.org/)

di Eleonora Cirant

Obiettori e non obiettori che collaborano per garantire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, servizio efficiente, nessuna lista d’attesa: la testimonianza di Luigi Canepa, ginecologo all’Ospedale di Sampierdarena di Genova e coordinatore Cgil medici, potrebbe spiazzarvi. Ci spiega che nel suo ospedale non ci sono liste d’attesa per l’IVG e che nessuna delle donne che si presentano all’ambulatorio di accettazione viene mandata via.

Non hanno il problema dei posti letto perché delle 600-650 interruzioni volontarie di gravidanza all’anno – dice – quasi il 60% è un aborto farmacologico. «Con gran vantaggio della donna», aggiunge.

La percentuale nazionale di aborto farmacologico è dell’8,5%, quella ligure del 25%. Com’è possibile che all’Ospedale Villa Scassi – Sampierdarena di Genova si arrivi al 60%?
Merito di precise scelte organizzative:
– a tutte le donne che si presentano entro la 7a settimana viene fatto un certificato di urgenza, con cui si evita la settimana di attesa prevista dalla legge 194. Ricordiamo infatti che l’Agenzia italiana del farmaco permette la somministrazione della Ru486 entro la 7 a settimana (per l’Agenzia del farmaco europea è la 9 a)
– benché le linee guida prevedano il ricovero ospedaliero di tre giorni (non per l’Agenzia europea, solo per quella italiana), alle donne è chiesto di firmare il consenso informato così che possano andare a casa dopo l’assunzione della prima pillola e tornare in day hospital il terzo giorno per la seconda pillola.
– la pillola abortiva viene garantita tutti i giorni della settimana, comprese le feste comandate, e, dice Canepa, «anche noi medici obiettori somministriamo l’aborto farmacologico».

Non avevo mai sentito di medici obiettori che somministrano la Ru486, né mi sarei aspettata sentir dire “noi obiettori” da un medico che parla di una donna che abortisce come di una che sta “esigendo un suo diritto”. Per essere sicura di avere sentito bene, glielo chiedo. «Ma lei è obiettore?» Canepa conferma e sottolinea che «c’è clima di collaborazione tra tutti quanti noi», che «sia gli obiettori che i non obiettori fanno lavoro di squadra in modo tale da dare un servizio alla paziente, tanto è vero che le pazienti non si accorgono di chi è obiettore e chi non lo è, siamo interscambiabili».

Questo tipo di organizzazione potrebbe diventare un modello, «se ci fosse la buona volontà dei soggetti e del primario». E se gli ospedali che garantiscono la 194 fossero valorizzati. Sottolinea Canepa come la capacità di una struttura di applicare la legge 194 e di garantire l’accesso all’aborto volontario non rientri nei marcatori considerati nella valutazione qualitativa degli ospedali: «normalmente sentirà dire: “Quello è un buon reparto perché lì fanno 1.500 parti”, se uno dicesse che fa 700 aborti verrebbe visto male, come se fosse una vergogna». «Voi lo dite?», gli chiedo. «Sì, ma non ci fila nessuno». E aggiunge: «si guarda sempre agli obiettori, ma poi è il legislatore in primis a promuovere la cultura dell’obiezione: sei bravo se fai tot numero di parti, ma non sei bravo se fai tot di interruzioni di gravidanza».

 

(www.zeroviolenza.it 16/04/15)

di Sara Gandini e Laura Colombo

 

Perché mettere sul piatto la violenza quando si ragiona di politica con gli uomini?
Talvolta ci viene il dubbio che possa comportare un arretramento, fino all’impossibilità di fare politica in un orizzonte grande, che abbraccia il mondo intero. Un altro dubbio è che possa spingere verso la solita rappresentazione delle donne come vittime, a volte complici, a volte incapaci di ribellarsi, spesso discriminate, quando va bene sopravvissute.

A noi piacerebbe mettere sulla scena tutto il nuovo che già c’è e viviamo, raccontare il bello e il valore che le donne portano nel mondo. Ci piacerebbe raccontare il guadagno che gli uomini hanno dall’avvento della libertà femminile e noi dalle relazioni di scambio con uomini consapevoli. Vorremmo ribaltare l’immaginario di miseria e mostrare il vantaggio per tutti, uomini e donne, se insieme lottassimo per una politica che si sottrae alle logiche del potere e che si muove lontano dal patriarcato. Vogliamo pensare una politica per tutti partendo da relazioni tra donne e uomini che non rimuovono la differenza.

Purtroppo però la cronaca quotidiana dei giornali e le esperienze di vita ci riportano lì, sulla scena della violenza maschile, anche dove meno ce l’aspettiamo.

E’ proprio di questi giorni la notizia che l’ex ministro della giustizia del governo Zapatero, promotore della legge contro la violenza sulle donne, è stato denunciato di violenza dalla moglie da cui si sta separando. Lui, che si dichiara innocente, afferma pubblicamente di subire la vendetta di lei, che vuole colpirlo dove lui è più sensibile. Come spesso accade non ci sono prove, non c’è una verità oggettiva a cui appellarsi, lui mette in discussione la parola di lei e il fantasma della rivalsa femminile aleggia. Infatti in molti si chiedono come possa accadere che un uomo impegnato contro la violenza maschile, che ha voluto addirittura una legge apposita, faccia violenza sulla moglie.

Ecco, noi che desideriamo relazioni politiche e d’amore con gli uomini abbiamo capito che non possiamo voltarci dall’altra parte e saltare questo passaggio. Vogliamo capire e affrontare i nodi e le reticenze, non ci bastano i bei discorsi che si ripetono negli articoli e nei convegni da parte di intellettuali che si dichiarano vicini al femminismo. Così come non bastano le leggi.
Forse i discorsi e le leggi nascono da sensi di colpi maschili per la difficoltà a farei i conti con il proprio immaginario, dominato dai rapporti di forza, ma con questa attrezzatura non si va molto in là.
La porta stretta da cui passare è l’atto di consapevolezza, che cambia la prospettiva sulla propria vita e il senso di quello che accade, e stare alla relazione. Non basta la buona volontà. Se la presa di coscienza non attraversa la nostra vita mettendola sottosopra, cadremo sempre sulla violenza sessista. Per far accadere qualcosa di nuovo è necessario partire dalle nostre vite, mettendo al centro cosa funziona e cosa no nelle relazioni di differenza. Di più, crediamo che solo stando in relazioni in cui lui si fa attraversare dalle parole della donna, possiamo aspettarci che nasca un modo di intendere la politica differente anche per gli uomini. Pensiamo a relazioni tra una donna e un uomo in cui accade che lui vince la paura che i conflitti si trasformino in guerra e lei supera la tentazione di essere accomodante o di chiudersi in un nuovo separatismo di ritorno. Noi sappiamo che questo accade e può accadere, per questo continuiamo a lottare per un cambio di civiltà, qui e ora, partendo dalle nostre vite.

Proprio partendo dall’esperienza concreta siamo consapevoli che essere normative paralizza la differenza e non ci fa fare passi avanti. Tuttavia conosciamo anche la necessità di fare i conti con un immaginario maschile segnato da una sessualità spesso feticista, che elude la soggettività femminile, e a volte arriva alla misoginia.
Noi vogliamo confliggere quando si affaccia questa realtà, perché solo il conflitto ci permette di avere una relazione sensata. E vogliamo far circolare autorità senza far fuori la differenza, che, detto altrimenti, significa esserci entrambi nella relazione. Non è facile. Ma siamo convinte che l’eros circola e la relazione di differenza non è strumentale se teniamo alta la nostra ambizione: non ci accontentiamo e non molliamo quando vediamo che gli uomini si sottraggono al conflitto, perché sappiamo che di lì bisogna passare. Il nostro orizzonte è un mondo in cui la tensione non può calare perché la lotta si costruisce a partire dalla differenza, giorno per giorno, come nelle relazioni d’amore durature. Grazie al femminismo c’è stata una rivoluzione nel rapporto tra i sessi. Partendo da qui, oggi uomini e donne possono riacquistare la loro capacità di mettere al mondo, insieme, una politica differente .

(www.libreriadelledonne.it, 24/4/2015)

di Francesca Zambelli


Torno, per un momento, su un gioco di parole di questi giorni: qualche tempo fa avevo “redarguito” una mia amica che usava il termine suffragetta come se fosse del tutto legittimo e a mia volta ero stata rimproverata di aver voluto fare un neologismo (come se non me lo potessi permettere).

Ho ripreso a parlarne al Circolo una sera a cena, scoprendo che anche lì il termine suffragista sembrava strano e ho chiesto conforto a una Maestra della parola e delle parole: Luisa Muraro. Mi ha risposto che era propensa a usare il termine “suffragetta” perché storicamente più radicato e mi ha chiesto che problemi avevo a proposito delle due parole. Naturalmente non avevo alcun problema e nessuna incertezza: ho sempre usato e difeso il termine suffragista, ma dopo la sua risposta, sono andata a documentarmi, per quanto con qualche motivata diffidenza nei confronti dei dizionari.

I vocabolari (Treccani, Sabatini – Colletti ecc) dicono finalmente che si tratta – per suffragette – di “denominazione ironica o scherzosa o derisoria…” Io ho sempre sostenuto  che si tratta di una parola di conio maschile. Con Wikipedia, tuttavia la neutralità dilaga e il cortocircuito si fa plateale: “col termine suffragette si indicavano le appartenenti a un movimento di emancipazione femminile”…” In seguito la parola ha finito per indicare in senso lato la donna che lotta per il riconoscimento della piena dignità delle donne, coincidendo in parte col termine femminista”.

Ecco, ci voleva anche questa!

 

La redazione risponde:

Ecco, questo è il modo giusto di chiamarle. Infatti erano delle femministe che avevano una ricchezza di pensiero che bisogna andare a scoprire, che oltrepassa la questione del suffragio universale. Le storiche Emma Scaramuzza e Anna Rossi Doria hanno scritto pagine importanti su questi argomenti, andatele a scovare.

(www.libreriadelledonne.it, 24/4/2015)

Bastione degli infetti, l’arte difende i luoghi del cuore

“Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” – Cettina Tiralosi

Il Bastione degli infetti valorizzato attraverso l’arte. “Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” è la personale fotografica di Cettina Tiralosi in mostra in questi giorni alla biblioteca Vincenzo Bellini di Catania, in via di Sangiuliano. La mostra rientra in un più vasto progetto di valorizzazione del Bastione degli infetti, dove era stata allestita.  A riguardo Cettina Tiralosi scrive: “Il mio intervento artistico in un contesto come il Bastione degli infetti di Catania rappresenta per me l’attuale sfida alla quale partecipo per ridare senso e motivazioni dell’esistente vivere quotidiano in città. Un esercizio della coscienza, un esercizio di libertà femminile agente”.  E aggiunge: “Il Bastione degli infetti l’ho interpretato in questa installazione di opere digitali come muro del pianto, luogo dove si esprimono i desideri più profondi da realizzare in chiara coscienza liberando le proprie potenzialità. Le lacrime sciolgono le riserve all’accesso alla coscienza di sé, sciolgono muri e aprono porte verso orizzonti di ampio respiro. Fogli come pergamene contengono preghiere, sospiri, oracoli e desideri che riposte nelle rientranze tra le pietre costituenti i muri, sono come rotoli di una ricca biblioteca avvolgenti la più profonda conoscenza della vita di donne e uomini”. Per Cettina Tiralosi quei fogli di carta sono “nutrimento dell’anima come del corpo, sono salti mortali e voli pindarici che combattono e qualche volta sconfiggono ingombranti antichi fantasmi culturali che tentano di riproporsi nelle varie forme originali”. Per questo motivo in questa mostra propone immagini silenti, immobili come segni di sapienti sguardi senza mediazione di parole.

Il progetto per il Bastione degli infetti

Il Comitato popolare Antico Corso prosegue la sua attività volta al recupero della memoria storica della città a partire dalla collina di Montevergine e dalle mura di cinta,  promovendo alcune iniziative che si svolgono nel corso della settimana della cultura che è iniziata il 14 aprile e si concluderà il 22 aprile. Nella sede della Biblioteca Vincenzo Bellini è stata  predisposta  un’apposita sezione bibliografica  che prende  spunto dal “successo” ottenuto dal Bastione degli infetti nella campagna  del FAI “ I luoghi del cuore”. Attraverso dei percorsi tematici e didattici si potrà consultare un ampio panorama bibliografico sul tema del sistema difensivo della nostra città, le cosiddette  mura di Carlo V, e la Catania del 1500.

Bastione degli infetti, l’arte difende i luoghi del cuore

http://www.argocatania.org/2015/04/20/bastione-degli-infetti-pietre-mute-che-raccontano-la-storia-di-catania

Per il resto trovi notizie sul mio blog

https://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/

 

 

 

dal 30 aprile | 7 agosto 2015

Galleria Raffaella Cortese Via A Stradella 1-7

Anna Maria Maiolino, Cioè

Inaugurazione giovedì 30 aprile h. 19.00 | 21.00

con

performance in ATTO di Anna Maria Maiolino con la partecipazione dell’artista Sandra Lessa in via a.stradella 1, h. 19.30

COMUNICATO STAMPA


In occasione dei suoi vent’anni di attività, Raffaella Cortese è lieta di presentare Cioè, seconda personale dell’artista Anna Maria Maiolino, riconosciuta a livello internazionale come una delle figure più influenti dell’arte sudamericana oggi.

Traendo ispirazione dall’immaginario quotidiano femminile e dall’esperienza di una dittatura oppressiva e censoria – quella del Brasile negli anni ’70-’80 – Anna Maria Maiolino, italiana d’origine e brasiliana di adozione, realizza lungo il suo percorso opere ricche di energia vitale, abbracciando differenti linguaggi e media, dalla performance alla scultura, dal video alla fotografia, al disegno.

La mostra Cioé, presenta opere inedite recentemente realizzate dall’artista, che sceglie come titolo una congiunzione discorsiva per rappresentare il suo desiderio di incuriosire il pubblico senza esplicitare le proprie intenzioni.
Solamente nell’esperienza diretta con l’opera e attraverso la diversità di un alfabeto di segni il pubblico troverà risposte e significati.

Secondo Maiolino nell’idea di scultura è insito il concetto di processo: l’artista è interessata a ciò che accade prima che il lavoro sia concluso e a una soluzione formale che sia testimone dell’azione creativa.
In mostra opere realizzate con diversi media. Alcune sculture della serie Cobrinhas in ceramica raku e della serie Entre o Dentro e o Fora riflettono sulla contrapposizione di pieno e vuoto, sull’assenza o presenza di materia: tutti temi cui alludono anche i titoli delle opere. I disegni sono realizzati con tecniche differenti: dalle Interações agli Hierárquicos, in cui l’inchiostro, mosso dalla forza di gravità e dalla casualità del movimento apportato dall’artista, scorre sulla carta e diviene agente trasformante della superficie; ai Filogenéticos realizzati a pennello, che ricordano degli organismi cellulari in continua metamorfosi; infine ai Pré-indefinidos e De Volta, che presentano un uso più tradizionale del vocabolario del disegno. Saranno infine in mostra un video di recente produzione João & Maria [Hansel and Gretel], 2009/2015 e un video storico degli anni ‘70 rieditato recentemente Um dia [One Day], 1976/2015.

L’inaugurazione della mostra sarà per Anna Maria Maiolino l’occasione speciale, dopo diversi anni dall’ultima performance, per presentare una nuova azione intitolata in ATTO, con la partecipazione straordinaria dell’artista Sandra Lessa.
La performance nasce e si sviluppa dai legami che intercorrono tra le due donne, una giovane e l’altra più anziana. Sandra evoca un paesaggio sonoro e corporeo, in cui molto è lasciato all’improvvisazione. Anna, la donna più anziana, le è vicina, attenta e sollecita: la sua presenza funge metaforicamente da maestra e induce la giovane al suo ritorno alla vita.

Anna Maria Maiollino (1942, Scalea, Italia) ha partecipato a numerose Biennali come la recente 10° Biennale di Gwangju, Gwangju e la Documenta 13, Kassel. Sue mostre personali hanno avuto luogo in importanti istituzioni quali: Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive nel 2014; Malmo Kunsthalle nel 2011; Centro Galego de Arte Contemporanea de Compostela nel 2011; Fundació Antoní Tàpies, Barcellona, nel 2010; Camden Arts Center, Londra nel 2010; Pharos Center for Contemporary Art, Cipro, nel 2007; Miami Art Center, Florida, nel 2006; Drawing Center, New York, nel 2001. Il lavoro di Anna Maria Maiolino ha fatto anche parte di numerose esposizioni collettive tra le quali si ricordano: WACK! Art and the feminist revolution al MOCA, Los Angeles e P.S.1, New York nel 2007, Tropicalia, Museum of Contemporary Art, Chicago, nel 2005; 15 artists, MAM, Sao Paulo, Brazil, AMERICAbride of the Sun; Royal Museum of Fine Art, Antwerpen, Belgio, nel 1992.

Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30

di Tommaso Di Francesco


Fug­gono da guerra e mise­ria i tanti pro­fu­ghi dispe­rati in balìa del mare. Vorrà dire qual­cosa o no il fatto che l’Occidente colto, raf­fi­nato ed eco­no­mico, quello delle Borse e delle Ban­che, sia in gran parte respon­sa­bile di quelle guerre e di quella mise­ria? Oppure vogliamo met­tere la testa sotto la sabbia?

Guar­date la geo­gra­fia dei luo­ghi da dove arri­vano in fuga: Nige­ria, Mali, Niger, Siria, Soma­lia, Libia, Pale­stina (decli­nata solo dai campi pro­fu­ghi), Iraq…ecc. ecc. Non c’è una sola realtà che non veda la costante povertà della quale siamo cor­re­spon­sa­bili – come per il Delta del Niger, una regione della Nige­ria grande come l’Italia, ridotta ad una fogna di sco­rie e bitumi «gra­zie» ai nostri pozzi petro­li­feri e a quelli delle altre mul­ti­na­zio­nali del petro­lio; senza dimen­ti­care che que­sti Paesi afri­cani e medio­rien­tali dove le popo­la­zioni sono ridotte in mise­ria, in realtà sono ric­chis­simi di mate­rie prime per le quali non c’è blocco navale, anzi.

Ma que­sto è poco. Ognuno di quei paesi è in preda alle scel­le­rate avan­zate dell’Isis, ma gra­zie al ter­reno fer­tile di mace­rie pro­vo­cato dalle nostre imprese bel­li­che. È stata la Nato a tra­sfor­mare la Libia in un cumulo di rovine senza isti­tu­zioni, dove ora si fron­teg­giano in armi almeno tre governi, in un ter­ri­to­rio diven­tato san­tua­rio dello jiha­di­smo per tutto il Medio Oriente. O vogliamo par­lare delle magni­fi­che sorti e pro­gres­sive della Soma­lia? O l’uso occidental-strumentale dei jiha­di­sti in chiave anti-Assad per poi sco­prire che hanno preso piede in due terzi dell’Iraq, lì dove l’occupazione Usa — come rico­no­sce lo stesso Obama – ha per­messo l’avvento dello Stato islamico.

Fug­gono da que­ste guerre e da que­sta mise­ria. Noi siamo co-responsabili. E invece l’Unione euro­pea dichiara che «non può fare nulla» o peg­gio annun­cia il raf­for­za­mento delle ope­ra­zioni di poli­zia a mare rap­pre­sen­tate da Fron­tex e Tri­ton. Men­tre si annun­ciano ope­ra­zioni mili­tari «mirate» e come, in una bar­zel­letta, il mini­stro degli interni Alfano annun­cia che stiamo (l’Onu? la Ue?) per «bom­bar­dare i bar­coni» — prima coi droni che, ahimé pro­du­cono solo affon­da­menti col­la­te­rali — poi, forse, peg­gio: per stron­care gli sca­fi­sti, con mis­sioni mili­tari e raid aerei di poli­zia inter­na­zio­nale. Ma par­lare degli sca­fi­sti, che certo pro­fit­tano della grande dispe­ra­zione dei pro­fu­ghi, vuole sem­pli­ce­mente dire non fare nulla subito per acco­gliere i pro­fu­ghi, per­ché è chiaro che nulla potrà fer­marli viste le immu­tate con­di­zioni dalle quali fug­gono. E anzi la nuova guerra che si annun­cia li spin­gerà a nuove fughe.

Men­tre si stra­parla di blocco navale mili­tare. Dimen­ti­cando il mas­sa­cro del 1997 della Kater I Rades — 108 alba­nesi affo­gati, donne, bambi e vec­chi — spe­ro­nata da una nave mili­tare ita­liana nel 1997. E si cian­cia su tanti campi di con­cen­tra­mento in Africa per deci­dere lì «chi è dav­vero clan­de­stino e chi ha biso­gno d’aiuto». Ma la conta dei morti dei cimi­teri marini — a tanto si è ridotto il «Bre­via­rio Medi­ter­ra­neo, scam­bio di civiltà» del grande Pre­drag Mat­ve­je­vic — dice che solo l’attivazione di un soc­corso imme­diato, con cor­ri­doi uma­ni­tari e con l’istituzione di una mis­sione di sal­va­tag­gio euro­pea, un Mare Nostrum d’Europa, può essere la solu­zione. Quanto costa? Mille volte meno di quello che ci costano le spese mili­tari, per le quali l’Italia spende 70 milioni di euro al giorno. Al giorno.

[…]

(Il manifesto 21.4.2015)

di Giada Lo Porto

 

Arrivano con una speranza ma la perdono subito. La prima cosa che sentono sono le voci di coloro che prestano soccorso, che li smistano nei centri di prima accoglienza della Caritas. Ma loro, qui, non ci vogliono stare. E fuggono via. Dicono di essere diretti al Nord. Percorrono chilometri a piedi per arrivare alla stazione centrale e partire per Roma o Milano. Alcuni addirittura fuori dall’Italia, verso la Germania. La situazione si ripete identica, ogni giorno.

È il calvario di centinaia di migranti arrivati nei giorni scorsi o nelle ultime ore in città. Se li incontri per strada li riconosci: camminano con passo spedito, in gruppo, indossano vestiti a caso, messi su da chissà quanto tempo, forse portati per l’intera durata del viaggio. Hanno gli occhi persi nel vuoto, smarriti. Di fronte alle istituzioni o alla polizia scappano.

Alcuni di loro nei giorni scorsi si sono riuniti in centro nei pressi di via Torino. È li che si è mossa la macchina della solidarietà con un gruppo di residenti che hanno cucinato cous-cous e pasta distribuendoli ai migranti insieme a delle bottigliette d’acqua. «Abbiamo utilizzato i grandi pentoloni usati prima da Ubuntu, l’associazione di volontariato nata nel 2006 nel cuore del quartiere di Ballarò. Ma la situazione è drammatica – spiega Maria Badami – si tratta di ragazzi tra i 20 e i 30 anni, indossano abiti sporchi, molti di loro hanno i pidocchi, dormono in mezzo alla strada, dove capita. Volevamo riportarli nei centri di accoglienza ma dicevano di voler andare via, abbiamo così offerto loro tutte le indicazioni utili per arrivare alla stazione in sicurezza».

(http://www.extraquotidiano.it/ 17 aprile 2015)

TUTTA SALUTE!

Resistenze (trans)femministe e queer

In questo numero ospitiamo le riflessioni sulla salute, sul concetto di benessere, sulla medicalizzazione e sull’autodeterminazione dei corpi nella prospettiva (trans)femminista proposta da Beatrice Busi e Olivia Fiorilli, cui abbiamo affidato la cura della sezione Materia.

Nella sezione Poliedra, oltre all’intervista a Fabrizia Di Stefano, pensatrice queer con la quale DWF ha una relazione politica già avviata, pubblichiamo  in anteprima un articolo di Rosi Braidotti, «Il post-umano nella teoria femminista», che rintraccia le genealogie non lineari e le radici molteplici del post-umano come prospettiva di una nuova generazione di studiose femministe. Chiude una lunga intervista di Stefania Voli a Lea Meandri, nata da una ricerca sulla storia del
pensiero e delle pratiche politiche delle donne in Italia nel passaggio tra Novecento e Duemila.

Con questo numero DWF cambia veste con un nuovo progetto grafico firmato da Bernadette Moens, cui avevamo affidato la realizzazione del manifesto “albero di parole” che racconta la storia di DWF nel Numero Cento della rivista.

Resoconto dell’intervento di Massimo Lizzi fatto durante l’incontro svoltosi presso il Circolo della Rosa della Libreria delle donne di Milano l’11 Aprile 2015, intitolato: La politica è la politica delle donne. E gli uomini?

 

di Massimo Lizzi

 


Dichiarare di voler riconoscere e valorizzare la parola di una donna che parla della violenza psicologica del suo compagno e poi avvertire di non poter affermare con certezza che quel suo compagno abbia davvero commesso violenza, è in apparenza ragionevole. Di fatto è contraddittorio. Scegliere di evidenziare l’incertezza relativizza la parola della donna, espone lei alla rivittimizzazione, ed evoca la necessità del conforto di una verità oggettiva, secondo la logica procedurale dei tribunali.

Una logica condizionante le discussioni sulla violenza che ci riguarda da vicino, quando invece meriterebbe di essere condizionata, perché mal funzionante negli stessi tribunali. La norma giudiziaria non dà giustizia. Poche sono le denunce, due terzi sono archiviate, meno della metà dei processi si conclude con una condanna (Istat 2006), nonostante la violenza maschile sulle donne sia endemica. A volte, gli stessi dispositivi di condanna sono preceduti da una narrazione e spiegazione dei fatti consistenti in una sostanziale assoluzione civile.

Succede perché la donna è considerata poco credibile, corresponsabile, vendicativa, per aver reso pubblico quel che doveva rimanere privato. I fatti anche se accertati valgono per il significato loro attribuito. Tante volte quel significato è conflitto di coppia, caso privato, devianza psicologica. Significati che sembrano avere la loro causa nella impossibilità di accertare la verità, ma che permettono di non dover prendere posizione. Di fronte ad un conflitto privato pensiamo di poter girare la faccia dall’altra parte, anzi di doverlo fare.

Affrontare la violenza maschile nelle relazioni affettive è penoso. Molti anni fa nella cintura di Torino, un segretario di sezione del PCI, un insegnante, fu arrestato per pedofilia. Militavo in quel partito, conoscevo la persona e ne fui scioccato. Consultai i compagni della sezione e mi resi conto che quasi tutti sapevano. Gli era già successo, era stato prosciolto per insufficienza di prove. Nonostante ciò fu candidato alle elezioni, nominato nel direttivo e persino alla segreteria. In fondo non si poteva sapere davvero cosa era accaduto e anche stavolta, secondo gli amici, pare si trattasse “solo” di foto fatte a casa sua ad alcune alunne. Nel parlarne era evidente il disagio, la ritrosia, il modo evitante.

Il partito in quella zona era sfortunato. Anni prima, in una sezione vicina il segretario fu arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti. Quel fatto era normale argomento di conversazione. Esistono misfatti dicibili e altri indicibili. E il discrimine spesso ha a che fare con la sessualità, quella maschile. Per quelli indicibili la pratica del giudizio può addirittura essere rassicurante e funzionare per allontanare da sé la violenza quando il violento è uno sconosciuto. In quel caso diventa un potenziale capro espiatorio, soprattutto se straniero. Le cose cambiano se il violento è il parente, l’amico o il compagno di partito, perché ne va di sé, della propria identità, della propria mascolinità. Ad essere rifiutato non è solo il giudizio statico sanzionatorio, tipo la condanna, ma anche il giudizio dinamico descrittivo, quello che nomina in modo chiaro e corretto la violenza e permette davvero di aprire uno spazio di riflessione su di sé, sul proprio ambiente, la propria cultura.

 


(www.libreriadelledonne.it, 17 aprile 2015)

di Natalia Milan


Il testo di Natalia Milan è lungo e potrebbe apparire troppo lungo e quasi superfluo a chi non ha voglia di tornare su questioni già discusse che considera risolte. Non a chi vuole ripensare i punti meno solidi e più controversi (o semplicemente meno capiti) del pensiero della differenza. Oltre a questo lavoro di riflessione, fatto da una che conosce la materia, Natalia Milan porta di nuovo e d’importante  un punto di vista e un linguaggio che anni fa non avevamo e che di conseguenza sono lavoro di una mediazione necessaria.

La Redazione del Sito

La polemica sorta intorno all’intervista di Giovanna Pezzuoli a Luisa Muraro «Noi femministe distanti dalle donne» (quella in cui si annuncia la chiusura di Via Dogana) mi ha in un primo momento destato inquietudine perché in diversi testi ho visto un’asprezza di toni e una perentorietà di affermazioni associate a corposi e diffusi fraintendimenti nella lettura dell’intervista a Muraro[1].

Muraro è netta nelle sue affermazioni. Anche a me aveva fatto effetto, per esempio, il suo passaggio su Tina Anselmi e Nilde Iotti, però a rileggerlo mi è stato subito evidente che il riferimento era non alle militanti o alle “giovani”, ma a sottosegretarie e ministre quando esprimono posizioni di solo consenso rispetto al potere, posizioni rispetto alle quali è importante trovare strumenti di critica lucida ed efficace.

Il fraintendimento diffuso di una affermazione abbastanza chiara nel testo mi ha colpito e interrogato e, per capire, ho riletto con attenzione il testo di Pezzuoli, le risposte polemiche che ne sono seguite e la successiva risposta di Muraro.

Penso che nell’interpretazione abbiano pesato – agendo come pregiudizi – fattori maturati in precedenza: la storia delle relazioni tra i soggetti in questione o delle mancate relazioni tra di essi etc.

Qualche considerazione sui contenuti.

 

Grazie

Premetto un ringraziamento al blog Abbatto i muri che in quei giorni, all’interno di un pezzo dal titolo Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero!, ha ospitato un intervento di Irene Chias in cui Chias in modo vivace e polemico evidenzia temi molto attuali e pieni di interesse: la versione “naturale” della differenza tra maschi e femmine incontrata in un dibattito in cui una femminista presentava la “differenza” riproponendo cumuli di stereotipi sugli uomini e sulle donne, la sempre presente idealizzazione delle donne tanto congeniale alla mentalità patriarcale, il peso dei ruoli, le esistenze di chi presenta caratteri non univocamente riconducibili a caratteristiche maschili o femminili, il corpo, il chiamare in causa la biologia.

Con Irene Chias abbiamo avuto uno scambio chiaro e aperto sul blog e concordo con lei quando riscontra e avversa la versione semplicistica della differenza tra maschi e femmine per cui è come se essere maschi o essere femmine determinasse in modo meccanico e uguale per tutti o tutte degli esiti univoci e definiti: nelle storie singole, nei caratteri, nei comportamenti, peggio ancora nella bontà o cattiveria dei soggetti. Scrive Chias: «Quello che del pensiero della differenza rischia di arrivare a chi non lo studia nella sua complessità – e quindi anche a me – è proprio il suo utilizzo strumentale per il ritorno a un’idea di ‘Natura’ costrittiva e inequivocabile e di un determinismo biologico che però è anche tradimento della verità del corpo (il sangue di “noi donne” nelle pubblicità degli assorbenti per “quei giorni” è ancora blu)».

Sono grata a Irene per l’attenzione con cui ha pensato i termini della questione e per la chiarezza con cui li ha esposti: concordo completamente con lei quando denuncia quanto sia diffuso e pericoloso l’uso reazionario del pensiero della differenza sessuale. Conclude scrivendo: «Non so come possa il pensiero della differenza, quello ricco e quello serio, non prestare il fianco a questo uso reazionario. Ma se un modo per smarcarsi ci fosse, bisognerebbe ragionarci su, perché ho l’impressione che quello che sta succedendo sia un male per tutti».

Condivido con Irene questa preoccupazione e questo coinvolgimento in una impresa politica e culturale in cui possiamo tutti e tutte essere più felici.

Tornando alla polemica che ho citato, c’è molto da pensare e ci sarebbe molto da precisare su quanto è stato scritto; raccolgo qui alcune considerazioni, raggruppandole intorno a qualche idea.

 

Autorità, arroganza, desiderio e sessualità

«Siamo andate troppo avanti»: Luisa Muraro cita, riguardo all’esperienza politica di Via Dogana, questa frase di Lia Cigarini. Da qui partono molte delle polemiche e molte interpretazioni.

Che cosa significa «Siamo andate troppo avanti»?

Da un lato questo esprime un dato del reale: cioè un essere avanti delle idee e pratiche del femminismo rispetto a una diffusa condivisione sociale e a una certa diffusa consapevolezza (che spesso mancano, soprattutto se guardiamo all’Italia) di quanto è avvenuto sul piano storico e sociale e delle possibilità politiche di questo.

Dall’altro lato, questa affermazione esprime l’orgoglio del lavoro fatto. Dal mio punto di vista giustamente lo esprime, il che non ci toglie la lucidità per cogliere i limiti di questo stesso lavoro.

Una prima considerazione: le donne che dicono di essere andate troppo avanti come le donne che mettono al centro il tema della sessualità e mettono in atto pratiche politiche che vi si confrontano, le femministe della differenza sessuale come le femministe che, da qualche anno ormai, parlano di post-porno e di prostituzione sono tutte corpi politici scomodi. Utilizzo per tutte, in questo distaccandomi da lei, questa bella espressione che usa Barbara Bonomi Romagnoli; lei la riferisce alle femministe “del nuovo millennio”, a quelle che fanno politica fuori dai partiti e dalle istituzioni, a quelle «allergiche al politicamente corretto ma anche alle pratiche del maternage, dell’affidamento e delle madri simboliche».

Corpi politici scomodi definisco sia le donne che affermano con forza e danno conto del pensiero della differenza sessuale, sia le femministe che parlano di post-porno e sessualità, perché altrettanto indigeribili sono, per la mentalità e l’ordine patriarcale, il loro protagonismo politico e intellettuale e la loro ricerca di libertà.

Sono non previste nell’ordine patriarcale e post-patriarcale le loro azioni politiche e il loro pensiero. Che rimangono molto difficili da digerire sia nei movimenti politici sia nel corpo sociale in generale.

Come peraltro sono non previste, ad un livello più superficiale ma anche più pervasivo, e vengono stigmatizzate alcune caratteristiche quando riscontrate nelle donne: pensiamo agli epiteti e alle critiche rivolte alle donne arroganti, alle donne sicure di sé, alle donne assertive, libere, aggressive, alle donne che dicono di avere desideri sessuali e che ne parlano, alle donne ambiziose etc.

Con tutto questo materiale “indigeribile” dobbiamo confrontarci perché può venirne per tutte e per tutti un di più di libertà.

 

Donne non per natura

Come scrivevo in apertura, l’idea che esista una natura femminile, o delle donne, idea già diffusa nel senso comune, aleggia a volte nei dibattiti con le femministe. La questione non è facile da pensare, quindi sicuramente spesso si scivola in semplificazioni. Qui non faccio una difesa d’ufficio del pensiero della differenza sessuale, ma va detto che esso ha provato a pensare la differenza sessuale e così ha reso disponibili per tutti e per tutte strumenti per pensarla al di là delle visioni stereotipate (e presunte naturali) di quello che è e deve essere un uomo o una donna: la tradizione culturale occidentale, a partire dai Greci, ci ha tramandato un “Uomo” che include tutta l’umanità e pure le donne, ma che in realtà ricalca un profilo maschile e ha le caratteristiche che quella società attribuiva ai maschi.

In anni di pratica politica e personale, migliaia di donne e alcuni uomini hanno esplorato, messo alla prova, criticato i concetti di “uomini” e “donne” – con letture, discussioni e conflitti – in una varietà di contesti: dai saperi alle pratiche politiche, dalla letteratura alla scienza, dalla storia alla sociologia, dalla teoria della politica alle riunioni di gruppi informali o agli incontri pubblici con le istituzioni. I termini di “uomini” e “donne” abbiamo provato ad utilizzarli in modo significativo, ma non con i significati tradizionali. Abbiamo provato a “pensarli” e a praticare l’uso dei termini e dei concetti in un modo diverso da quello “ingessato” che ci è stato tramandato.

Proprio la pratica politica, fatta di confronto e anche di conflitti, dà a chi la vive la dimensione che non esiste “la donna” o il femminile, ma le donne, con tantissime differenze tra loro (il che – è ovvio – vale anche per gli uomini). E questo ancor prima delle letture del pensiero della differenza sessuale, dove mai ho letto qualcosa a proposito della “Donna”.

Per dire quanto, nel pensiero della differenza sessuale, non siano monolitici o predefiniti nelle proprie caratteristiche i concetti e i termini di “uomini” e “donne”, cito, a proposito del nascere maschi o femmine, la prima espressione che mi viene in mente: questo nascere maschi e femmine “si offre alla significazione”, cioè è qualcosa che si presta all’attribuzione di significati. Questo è per me un insegnamento del pensiero della differenza sessuale; penso che l’espressione sia testuale in Luisa Muraro, ma non sono riuscita a rintracciare il testo in cui l’ho trovata.

Il nascere con caratteri riconducibili al maschile o al femminile si offre, si presta all’attribuzione di significati: così è stato nella storia delle culture (con i ruoli sociali etc.) ed è nella vita dei singoli quando nasce un bambino o una bambina (e aggiungo: è così, in modo costrittivo, anche verso chi nasce di un terzo sesso).

Il pensiero della differenza sessuale così legge e disvela la realtà della società e della cultura, svelando insieme possibilità trasformative del reale.

In questo spazio della possibile trasformazione – lo spazio del pensiero, della parola e della politica – ogni caratteristica che si presuma appartenere a qualcuno “per natura” non è significativa di per sé: né l’essere donne o uomini, né l’essere giovani, vecchi o vecchie, lesbiche, omosessuali o eterosessuali. Perché il significato squisitamente politico in questo passaggio è il modo in cui di quelle condizioni noi ci facciamo carico, nel senso evidenziato da Hannah Arendt:

«Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale»[2].

Centrale è per il pensiero della differenza sessuale questo spazio della politica e del pensiero, non la natura o la biologia[3].

Il fulcro della questione mi pare che si collochi nell’ambito dell’elaborazione culturale di ciò che appare come naturale; sottolineo: in un gioco dinamico, in cui considerare naturale qualcosa è già un dato di cultura.

Quindi, e per me questa è un’altra lezione del pensiero della differenza sessuale, c’è un uso dei termini “donne” e “uomini” con cui indichiamo qualcosa non sul piano della natura o della biologia, ma della “realtà” nel senso in cui la intende una lunga tradizione filosofica che considera il reale non come l’ambito dei fatti «nudi e crudi», ma come l’ordine simbolico che il pensiero attribuisce al mondo[4]. Per pensiero si intende qui linguaggio, cultura e codice sociale (letteratura, miti, teorie scientifiche, codici legislativi, etc.).

Sempre riguardo al termine “donne”, un’ambiguità nel suo uso che riscontro anche nel pensiero della differenza sessuale – e che invece manterrei perché mi sembra produttiva di pensiero e di cambiamenti politici – è quella per cui “donne” significa a volte persone con caratteristiche riconoscibili come femminili, altre volte significa donne che di questa condizione della nascita si sono fatte carico in un modo politico, cioè le donne del movimento delle donne.

 

Mancate relazioni.

Scrive Barbara Bonomi Romagnoli: «Molto è stato fatto dalle donne arrivate prima di me, nata nel 1974, e molto altro lo stanno facendo le mie coetanee e quelle più giovani. Solo che non si sa, lo si racconta poco o male, e soprattutto c’è molta resistenza da parte di molte delle donne che hanno fatto le lotte degli anni Settanta a voler riconoscere autorevolezza, posizionamento politico e spazi di visibilità a chi è venuta dopo di loro».

Anche Luisa Muraro nella risposta a Bonomi Romagnoli, considerando la questione, scrive e ammette di non essere a conoscenza (lei e il sito della Libreria delle donne) di alcune di queste imprese delle donne, come la mappatura dei femminismi in Italia di Bonomi Romagnoli o il convegno nazionale di Firenze da lei citato, pur essendo p.es. questa notizia riportata dal Manifesto.

Aggiungo che mi è capitato alcune volte di sentir dire da donne impegnate in politica adesso e che hanno un’età intorno ai trenta o ai quarant’anni che con il femminismo, che pure avevano conosciuto e apprezzato, spesso non c’erano rapporti. E lo dicevano con dispiacere.

È un dato di fatto che tra gruppi politici in generale, e anche tra gruppi di femministe, a volte non vi siano contatti: come tale secondo me questo fenomeno va preso e interrogato per comprenderlo prima che per esprimere giudizi negativi su uno o un altro gruppo.

Queste mancate relazioni sono determinate da varie cause legate alle condizioni di sviluppo del pensiero e delle pratiche politiche: differenti dislocazioni territoriali, ambiti d’azione differenti, interessi differenti, pratiche e impostazioni generali differenti, fino ai contrasti personali e alle antipatie etc. etc..

Alle volte quindi quello che emerge è semplicemente un fatto: la relazione per un motivo o per un altro non si crea.

Credo che, nel caso dei gruppi femministi, questi motivi casuali o legati alle condizioni incidano molto, perché la politica delle donne in Italia si è molto sviluppata sulle relazioni tra singole e gruppi e non c’è mai stato un femminismo di stato centralizzato con sedi e incontri ufficiali in cui obbligatoriamente confrontarsi (per fortuna!).

Le relazioni, in più, richiedono tempo e dunque a volte non è possibile seguire le attività e le proposte, pur interessanti, di cui si viene a conoscenza, non è possibile parteciparvi. Questo è un limite di cui molte donne femministe hanno una accesa consapevolezza; e la politica dei partiti e dei notabili giramondo e gira-convegni dovrebbe imparare da questo senso del limite: non si può andare a tutti i convegni e a tutti gli incontri, somministrare il proprio intervento e andare via subito senza ascoltare.

In più direi che, rispetto a questo non essere di fatto in relazione tra gruppi e singole, la libertà della non relazione è da garantire: la relazione ci attraversa e ci possono essere mille motivi per cui noi non siamo libere o capaci o disponibili o desiderose di stare in relazione con qualcuno/a in un certo momento. È vero che noi siamo quello che siamo nelle relazioni in cui siamo, ma essere in relazione con qualcuno/a in particolare non è un obbligo morale o politico di per sé.

E il fatto di poter non essere in relazione fa anch’esso parte della libertà ed è una libertà per cui lottare.

Sulle conseguenze poi del non essere in relazione tra gruppi di femministe, una cosa dobbiamo dirla: l’attuale conformismo e moralismo, la battuta d’arresto nella possibilità di vivere la libertà delle donne (e degli uomini e dei soggetti che in queste definizioni non si riconoscono) viene da molti fattori sociali e storici e non è attribuibile semplicisticamente ad uno o ad un altro gruppo politico o femminista. In particolare sarebbe veramente sottovalutare la complessità di questi fenomeni darne la responsabilità alle femministe che sono tali sin dagli anni Settanta o a quelle che tali si dicono negli ultimi decenni.

Considero molto importante la politica svolta da questi gruppi, ma non nel senso che essa possa determinare esiti di questo tipo.

 

Mollare l’osso: potere e difetto d’amore. Autorità. Libertà e conflitto.

Veniamo a un altro punto nodale: Bonomi Romagnoli, prendendo come rivolta alle “nuove” femministe la critica che Muraro rivolge invece a ministre e sottosegretarie di essere “eterne seconde” rispetto alla politica post-patriarcale che le coopta, scrive: «Ammesso e non concesso che siamo “eterne seconde”, lo siamo perché le “eterne prime” non mollano l’osso, non provano a fare neanche un passo laterale».

Il passaggio è aspro ma denso e gustoso dal punto di vista delle implicazioni, e infatti lo coglie e discute Luisa Muraro (Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi, http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/) che, giustamente secondo me, legge questo passaggio polemico come non personale.

Allora che significa mollare l’osso?

Non credo che sia l’appartenenza a una particolare generazione perché non credo all’esistenza di generazioni fortunate; penso che ogni generazione trovi criticità e imprese politiche possibili.

Mi interessano invece le altre ipotesi che Muraro fa e le trovo stimolanti su questioni che rimangono aperte.

 

Potere e responsabilità

La seconda ipotesi, scrive Muraro, è che la contesa per l’osso nasca da una responsabilità politica non assolta dalle femministe che, negli anni Settanta e Ottanta, hanno vissuto un’esperienza di felicità però non trasmettendola o non sapendo trasmetterla. Per avarizia? Si chiede Muraro. O per insipienza?

Effettivamente Muraro e il gruppo di Diotima hanno dato un segno, che può essere visto come un limite se lo si considera dal punto di vista del potere trasformativo di un pensiero, di non tramandare, non lasciare tradizione, cattedre universitarie o giornali (vedi la chiusura di Via Dogana appunto). Io la considero una scelta e una responsabilità di cui ci si assume pro e contro, e conseguenze. Non la considero una colpa, per capirci, ma sicuramente è una scelta politica di peso di cui parlare e discutere.

Una considerazione però rispetto al problema di riconoscere chi viene “dopo”: questo è un problema che spesso è tipico di chi “gestisce” qualcosa, dalle aziende di famiglia ai governi dei paesi e dei partiti nazionali. A un certo punto si pone il problema del “delfino”, del successore, dell’erede politico che deve amministrare quello che gli si lascia e che deve prendere in mano le redini del potere che fu il proprio.

Ora si può discuterla come scelta politica e riscontrarvi un limite o contestarne le modalità di attuazione, ma Luisa Muraro anche nell’intervista con Giovanna Pezzuoli cita il principio di sempre: «massima autorità con minimo di potere».

Allora se non si gestisce (o non prioritariamente e non prepotentemente) un qualsivoglia potere, che osso si può mollare? Che significa fare un passo laterale? Rispetto all’impresa personale e politica di vivere un’esistenza libera in un mondo più libero per tutti e per tutte, non può esserci una questione di un osso da mollare. Non è un’impresa che si lascia, né lasciandola si aiuta qualcun altro a realizzarla meglio.

Però, se un problema c’è, può essere un problema di potere? Cioè: un’occupazione di posizioni di potere da parte di queste femministe della differenza sessuale?

Se guardo al panorama che conosco (Palermo, la mia città, e quanto so della situazione italiana), le femministe della differenza sessuale che ho incontrato le ho incontrate a guadagnare lo spazio per ciò che dicevano con la capacità di dar conto, teoricamente e politicamente, di ciò che affermano e con il loro impegno quotidiano.

Non ne ho mai trovate in posizioni di potere costituito e, nelle parentesi di impegno nei partiti o nelle istituzioni, quelle che ho conosciuto sono state spesso “infedeli” rispetto alla linea e pronte a scartare rispetto alle lusinghe delle cariche e dei riconoscimenti.

Trovo che questo impegno e capacità di dare conto delle proprie posizioni con forza renda più forti anche la ricerca di libertà delle altre e degli altri, anche di chi non condivide i contenuti di queste battaglie. Come ho già detto, allo stesso modo in cui è un presidio per la libertà di tutte e tutti il lavoro di chi parla di sessualità, desiderio, post-porno, anche per chi non sente l’esigenza di queste lotte di liberazione. Come è un contributo alla libertà di tutte e tutti la presenza di un movimento di lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali, anche per chi non ne condivide le battaglie. Perché, per il fatto stesso di esserci e condurre quelle battaglie sul piano pubblico, queste attiviste e attivisti offrono l’esempio di esistenze e movimenti impegnati nella ricerca della libertà e offrono vie di elaborazione politica e comune dei vissuti.

Credo che il problema non sia l’essere dopo, ma l’essere insieme, nello stesso tempo e spazio politico; Bonomi Romagnoli dice a proposito dell’incontro di Firenze: «A Firenze in questi giorni ho imparato a non accentuare il conflitto generazionale, perché è vero che i nuovi femminismi sono abitati anche dalle donne delle generazioni precedenti». E i “vecchi” femminismi, aggiungo, sono abitati anche dalle nuove generazioni. E tutti questi diversi femminismi convivono.

 

Difetto d’amore e autorità. E ancora sul potere.

Andiamo alla terza ipotesi di Muraro su che cosa sia l’osso da mollare: ciò in cui ha mancato il femminismo di quella generazione nata tra il 1935 e il 1955 sarebbe l’amore inteso non come amore sentimentale ma come componente della passione politica, una mancanza di amore per le imprese delle altre donne.

Essere riconosciute/i dalle altre e dagli altri per quello che siamo e facciamo è sia un desiderio profondo sia un bisogno, ma in modo diverso.

La mia pratica politica in gruppi misti e femministi è iniziata poco dopo il 1992. Allora e dopo ho incontrato donne “degli anni settanta” molto diverse tra loro. Alcune hanno riconosciuto le mie capacità, mi hanno aiutato nel coltivare interessi e desideri, altre no, non ci siamo riconosciute.

Che alcune di loro riconoscessero le mie qualità l’ho molto desiderato, in alcuni casi è avvenuto, in altri, nonostante il mio impegno, no.

La differenza tra il desiderio e il bisogno di riconoscimento è che il desiderio era rivolto a persone ben precise, quindi soggetto alla frustrazione del non incontrarsi, il bisogno, per quanto più stringente, poteva essere soddisfatto da altre/altri.

Ribadisco quanto dicevo: che in generale le femministe del pensiero della differenza sessuale (penso a Muraro e a Diotima) non occupano posti di potere, ma non voglio passare sotto silenzio il fatto che, pur non rivestendone, la stima di cui godono, una certa attenzione da parte di alcuni giornalisti e giornaliste, i rapporti col mondo delle lettrici e dei lettori, nonché dell’editoria, dell’università etc. configurano rispetto alle giovani studiose o ai gruppi politici meno conosciuti una posizione di rilievo e “di potere”, nel senso di una maggiore evidenza e della possibilità privilegiata di accesso al pubblico. È naturalmente una scelta libera, ma anche politicamente significativa, se utilizzare questa possibilità anche per far conoscere e presentare gruppi ed esperienze politiche o di studio non nate all’interno del pensiero della differenza sessuale.

Ognuno si assume le sue responsabilità. Non ci sono risposte precostituite o obbligate. E fare delle scelte implica anche fare delle valutazioni di merito sul lavoro politico e teorico altrui.

La relazione tra gruppi e singole non è obbligatoria, non può essere pretesa. E ogni scelta ha pro e contro.

Però è solo nella relazione – che non sempre è quella personale e diretta, può essere quella con un pensiero, un’autrice, un autore – che accade ciò che a me ha insegnato il femminismo: il riconoscimento dell’autorità a una donna o a un uomo.

Il fulcro e il potere trasformativo dell’autorità è in chi riconosce autorità: alicui auctorem esse, cioè essere un’autorità per qualcuno. Quando sono in questa condizione, quando riconosco il di più di sapere di un’altra o di un altro, posso cambiare me stessa, migliorarmi, cambiare una parte di mondo. Se riconosco questo di più di sapere, mi sono già messa nella condizione di confrontarmi con ciò che non mi è familiare, che mi è estraneo, che è nuovo. Sono nella posizione per imparare, apprendere, fare esperienza.

Tutti e tutte abbiamo bisogno di imparare da chi sa più di noi, di avere maestre e maestri. Ma non si hanno maestri e maestre che ci insegnano tutto; ci insegnano quello che sanno più di noi, non saranno nostre maestre e maestri per sempre e non in tutte le occasioni.

 

Libertà e conflitto

Non mi spiego alcune accuse di autoritarismo e autoreferenzialità fatte ad autorevoli pensatrici e pensatori, se non in un gioco in cui l’autoritarismo e l’autoreferenzialità corrispondono ad una richiesta di autorizzazione non concessa. Ma questa è l’autorità dell’ipse dixit, non quella proposta dal pensiero della differenza sessuale. Se elaboro un pensiero e se riconosco autorità a te, devo impegnarmi a capire il tuo pensiero e a relazionarmi ad esso e capirò anche che ci sono istanze, pensieri che mi sono indispensabili e che tu (filosofa, pensatrice, autorità per me) non puoi pensare al posto mio; sarà questa la mia impresa di pensiero, in cui proverò a fare tesoro delle altre esperienze di pensiero.

D’altro canto sarebbe triste se una grande pensatrice o un grande pensatore non riconoscessero nella realtà presente nessuna/o da cui imparare qualcosa, nessuna maestra/o. Sarebbe triste perché il suo pensiero sarebbe statico, ma è possibile, come non è un obbligo la relazione.

E d’altro canto si è autorevoli per qualcuno quando si è in relazione, pur rimanendo la relazione una scelta libera.

Questi gruppi di femministe possono anche non essere in relazione tra loro, e non ne hanno alcun obbligo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e a tutti che nessuno di questi femminismi è nemico per l’altro. Se c’è un nemico è la società post-patriarcale che ingabbia donne, uomini, singole e singoli.

Un’attenzione politica che invece ci dobbiamo è riconoscere le differenze tra femministe e, dove necessario, esprimere e agire il conflitto, riconoscendo però, pur nel conflitto, che queste femministe e attiviste, quando sono corpi politici scomodi, siano quelle del pensiero della differenza sessuale o quelle del post-porno, quando cercano con le loro azioni e pratiche di affermare la loro libertà, contribuiscono alla mia e quella di tutte e tutti.

Da questo punto di vista e nelle questioni di libertà non c’è e non può esserci questione di osso da mollare: di libertà o ce n’è per tutte e tutti o non ce n’è abbastanza. Coltivare l’amore e il rispetto delle imprese delle altre è un tassello importante. Per cambiare noi stesse prima che i rapporti di potere nel mondo.

 

 

 

Riferimenti:

Noi femministe distanti dalle donne, di Giovanna Pezzuoli

http://archiviostorico.corriere.it/2014/dicembre/07/Noi_distanti_dalle_donne__co_0_20141207_59af9f5c-7ddd-11e4-ba8e-9177c3a4f3ef.shtml

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-femministe-distanti-dalle-donne/

Tra i commenti quello di Barbara Bonomi Romagnoli, Un muro di gomma

 

Smettiamo di pensare che siamo «altre» (e quindi «meglio») per natura

di redazione La27ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/smettiamo-di-pensare-che-siamo-altree-quindi-meglio-per-natura/

Interventi di Luisa Pronzato, Cara Muraro, la forza delle donne è la libertà di idee anche distanti

Elena Tebano, Il pensiero della differenza? Non sono sicura che ci aiuti a essere più libere

 

Abbatto i muri

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/12/08/per-le-femministe-della-differenza-ci-avete-prolassato-lutero/

Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero! Con l’intervento di Irene Chias.

 

Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi

di Luisa Muraro

http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/

 

[1] In coda a questo testo sono riportati i link agli interventi e agli articoli che hanno animato la polemica.

[2] H. Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 1998, p. 128, nel paragrafo Il rivelarsi dell’agente nel discorso e nell’azione (pp. 127-132).

[3] Cfr. Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 75: «L’opposizione fra ciò che in noi è innato e ciò che è acquisito, fra il biologico e il culturale, il naturale e lo storico, e altre imparentate a queste, hanno una validità limitata. Non valgono dal punto di vista del venire alla vita e al mondo; da questo punto di vista tutto è innato e tutto è acquisito. […] Ebbene, qualcosa di simile è sostenibile anche per l’opposizione fra logico e fattuale. C’è un punto di vista in cui necessità logica e fattuale cessano di opporsi e sono una stessa necessità. […] Dicendo questo non intendo cancellare la distinzione fra logica e realtà di fatto, sarebbe assurdo; voglio piuttosto mettere un ponte fra le due».

[4] Cfr. A. Cavarero, Dire la nascita, in AA.VV., Diotima. Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1990, p. 93.


(www.libreriadelledonne.it;15 aprile 2015)

di Serena Fuart


Il femminismo si propaga come un virus, ha detto Luisa Muraro nel corso dell’incontro Femminismo tremendamente vivo il 31 gennaio 2015 alla Libreria delle donne.

È vero, si insinua negli ambienti di lavoro, nelle nostre vite, nelle nostre relazioni, case, aperitivi, nelle cene galanti, nelle palestre, in amore, ovunque insomma.

Si propaga con le relazioni politiche e virtuose che il movimento delle donne ha sempre valorizzato, con gli spostamenti simbolici dovuti ai tanti scritti femministi che si trovano in rete, sui social, sui media che molto, ma molto spesso, anche inconsapevolmente, favoriscono in chi legge un processo trasformativo verso la libertà.

Il femminismo ha cambiato la mia vita sotto tanti ma tanti aspetti. Dal 2002 frequento la Libreria delle donne e dal 2004 mi occupo della redazione della newsletter. Per me è un lavoro politico importante che mi ha dato tanto, un lavoro non solo divulgativo ma trasformativo mio e per le altre, gli altri ed è un lavoro che crea contagio: mi permette di spaziare tra tutti gli articoli del sito cercando nuove invenzioni per me e per le altre altri. Spaziare sì ma senza disperdermi, perché devo trovar il punto del testo che invoglia a leggere l’articolo completo cercando, attraverso poche parole, di suscitare curiosità e stimolare il processo di trasformazione. È un lavoro che mi permette inoltre relazioni virtuali con tutta Italia e anche fuori, e non solo virtuali, perché ogni giovedì partecipo alla redazione “carnale” del sito con cui mi confronto faccia a faccia.

Un lavoro quindi di ricerca, invenzione per trasformare trasformarmi e contagiare chiunque abbia desiderio di libertà.

 

(www.libreriadelledonne.it,15/4/2014)