di Marta Equi
Queste righe hanno l’obiettivo di illustrare che cosa sia questa manifestazione e che attività preveda. Non sarà invece una trattazione critica, per cui rimando all’ articolo di Gea Piccardi, “Donne per Expo: note critiche a margine del megaevento 2015” , pubblicato sul sito della Libreria delle donne a febbraio.
Women for Expo è un progetto parte di EXPO 2015 svolto in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.
La presentazione dice : WE-Women for Expo parla di nutrimento e sostenibilità e lo fa per la prima volta mettendo al centro di un’Esposizione Universale la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri.
Come Women for Expo intende fare questo?
Innanzitutto attraverso una narrazione: le donne dei paesi coinvolti in Expo sono state invitate ad esprimersi sul cibo, sulla sostenibilità e a raccontare le proprie storie ed esperienze. Questo avrà luogo in un romanzo collettivo, chiamato il Romanzo del Mondo [1] che presenta 104 scrittrici ed è scritto in 28 lingue e che raccoglie racconti e storie sul tema del nutrimento.
Vi sono stati poi dei concorsi volti a sostenere il talento, l’imprenditorialità o la ricerca femminile.
Il bando Progetti delle Donne, rivolto al territorio italiano, ha premiato donne con idee imprenditoriali legate ai temi di Expo donando loro premi in denaro (Primo, secondo e terzo progetto classificati hanno ricevuto rispettivamente 40.000, 30.000 e 10.000 euro erogati da Fondazione Milano Expo 2015, Fondazione Giuseppina Mai e Accenture) per la realizzazione delle idee o dei progetti. [2]
Il concorso Progetti delle donne ha invece selezionato progetti (iniziative concrete o ricerche in ambito sociale, culturale e di sviluppo) pensati e svolti da donne, capaci di impattare in maniera positiva sulla vita di altre donne. In questo caso il premio non è monetario ma di visibilità e comunicazione. I progetti vincitori infatti sono presentati in uno spazio dedicato all’interno di Padiglione Italia e comunicati attraverso tutti i canali di Women For Expo.
Infine, Women for Expo promuove una rete internazionale di donne che si facciano portavoce di un messaggio contro lo spreco alimentare e di risorse. Ciò verrà fatto attraverso una serie di seminari, eventi istituzionali e conferenze sul tema.
Sicuramente non privo di limiti, Women for Expo è un contenitore di iniziative varie, non particolarmente caratterizzate da focus sull’ approfondimento. Proprio per questa sua natura di contenitore piuttosto che di contenuto rappresenta però un’occasione per chi sappia coglierla con intelligenza. Occasione di cosa? Questo dipende, credo, dal contenuto di ciascun progetto e dalle donne che li hanno pensati. Staremo a vedere.
[1] Scaricabile qui http://www.we.expo2015.org/it/progetti/il-romanzo-del-mondo
[2] Qui si può vedere chi sono i 3 progetti vincitori http://wepadiglioneitalia.ideatre60.it/bandi/we-progetti_delle_donne
(www.libreriadelledonne.it,15 maggio 2015)
di Francesca Pasini
27 aprile Circolo della Rosa.
Provo ad aggiungere a memoria i colori pronunciati da artiste, artisti, collezionisti, giornaliste, ascoltatrici, ascoltatori. Quando dico che i colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare, penso alle parole, ma anche alla voce e all’emotività della lingua madre.
Nel libro (Maria Morganti – Pronuncia i tuoi colori, Galleria Otto Zoo, Milano, 2015) racconto che l’opera è un soggetto e non un oggetto e che, tramite la sua mediazione, scopro qualcosa di me e dell’altro.
Luisa Muraro aggiunge: “ l’intimo del sé è imprigionato nell’altro: ogni altro, che si presenta in quanto tale, tiene prigioniero qualcosa di te. L’arte sprigiona il tuo intimo, dando forma a un soggetto impersonale, che però non è arbitrario, anche se non è detto che sia buono, può anche essere aggressivo”.
La fine della vecchiaia. Maria mostra la foto del Portadiari (un armadio aperto che contiene le tavole dei diari già “scritti a colore” e quelle ancora nude). Scatta una resistenza. Corrado Levi chiede: “ma cosa fai se vivi così a lungo da riempire questa “catasta”? Maria: “ne aggiungo un’altra”. Stefano Arienti la definisce una bara e trascina altri e altre su questa suggestione. No. E’ un gesto di ottimismo, tutte queste tavole pronte per diventare diari mi dicono che la vecchiaia è finita perché la vita è una trasformazione senza fine, come il desiderio di esprimersi. Corrado cita le ultime opere di Matisse, De Pisis, Beethoven.
Laura Boella, mi dà una scossa di felicità quando racconta: “Ero alla Triennale alla presentazione del libro di Maria, Un diario tira l’altro (Corraini, 2010), e quando ho sentito Francesca chiederle: “pronuncia i tuoi colori”, ho pensato che era la domanda che avrei voluto fosse fatta a me. Raccontare le tue passioni, i tuoi pensieri è aprire una porta che va ben oltre. Era come se le dicesse: scopriti, apriti, donaci uno sguardo oltre la parola. In questa pronuncia c’è una tecnica e una pratica che mi ha fortemente ispirata”.
Rosella Prezzo, parla di gioia nel movimento del colore. “Non pensare. Guarda, come diceva Wittgenstein. Allora, vedi il tempo, questo invisibile che sta dentro il visibile. Assorbi ciò che hai davanti agli occhi”. Le spugne che Maria ha abbinato al polittico del suo autoritratto sono questo, ma sono anche simbolo del rischio: se le strizzi si svuotano. Margherita Morgantin, avverte: “ nell’arte c’è un lato imprendibile che va difeso, per captare la danza imprecisa della materia”.
Stefano Arienti vede nei lavori col pongo di Maria un ritorno all’adolescenza. Magnifico! Vuol dire che nella sua esperienza di un colore dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, ha trovato il modo di tornare indietro rispetto a se stessa e rielaborare la propria età.
Anche quando risponde alla mia domanda, Maria torna indietro e mi indica le tracce per il suo autoritratto. Sono sue, ma anche mie, perché istintivamente cerco di capire cosa metterei dentro il mio autoritratto.
Quale reciprocità mette in campo l’arte? Se l’opera è un soggetto, come faccio a sentirmi riconosciuta da lui/lei/esso? E’ una domanda cruciale per chi fa la critica d’arte contemporanea, perché l’artista è accanto a me, entra in relazione attraverso il soggetto-opera, ma anche attraverso la soggettività personale e le relazioni intellettuali, emotive, amicali. Se l’artista è vissuta/o prima di noi, possiamo immaginare il suo tempo, ma siamo liberi dall’attrazione per lei, per lui. Invece quando vive accanto, bisogna capire quale tipo di amicizia si sprigiona tra noi attraverso la mediazione dell’opera. E questa mediazione è così autorevole da garantire la relazione personale? No. La difficoltà sta qui. A volte si prova una grandissima attrazione per l’altro in colore e spazio (l’opera), e grandi prudenze per l’altro in carne ed ossa (l’artista). E’ per questo che mi oppongo a chi dice che conta solo la creazione. Con questo stratagemma si era affermato il trionfo dell’artista neutro, non era necessario sapere se era uomo o donna. L’opera soggetto ci porta invece in alto mare, dobbiamo superare le onde che trascinano tutti e tre: opera, artista, osservatore. Il soggetto che sprigiona qualcosa imprigionato nel profondo del mio intimo, e che riconosco in quel momento, mi obbliga a mettere in relazione quello che è affiorato non solo con l’artista, ma anche con tutte e tutti quelli che fanno parte delle mie relazioni sentimentali, culturali, parentali. E qui ritrovo l’intuizione, che ho preso dall’arte e dal movimento delle donne: la nascita di una famiglia relazionale che si “impasta” come direbbe Maria, con quella parentale. Anche il movimento delle donne ha pronunciato colori che mi hanno fatto vedere un soggetto col quale stabilire scambi e reciprocità.
Ringrazio tutte e tutti quelli che hanno pronunciato i loro colori per entrare in dialogo con Maria e con me. Mi auguro che queste diverse pronunce aiutino a creare una lingua multicolore.
A 25 anni di distanza, la vita quotidiana delle donne tedesche continua a essere caratterizzata dalle diverse concezioni del loro ruolo da una parte e dall’altra del Muro.
di Sabine Kergel ( Sociologa, ricercatrice all’Università libera di Berlino).
La maggior parte dei sociologi aveva pronosticato che la vita delle donne all’Est e all’Ovest si sarebbe armonizzata nel breve e nel medio termine, grazie al processo di unificazione; troppo ottimisti? Per esempio, nel 2007 solo il 16% delle madri di bambini fra i 3 e i 5 anni lavorava a tempo pieno nell’Ovest del paese, contro il 52% all’Est. E, anche se il tasso di natalità dell’ex Repubblica democratica tedesca (Rdt), è ormai basso come quello dell’Ovest, rimangono forti disparità. Anche quanto a percentuale di bambini nati fuori dal matrimonio: nel 2009, il 61% nella parte orientale, contro il 26% nella parte occidentale.
La popolazione femminile dei nuovi Länder è stata particolarmente colpita dagli sconvolgimenti sociali e politici provocati dall’unificazione. Nella Rdt le madri, al contrario di quelle della Repubblica federale di Germania (Rft), conciliavano senza problemi vita familiare e vita professionale. L’assorbimento dell’Est da parte dell’Ovest ha provocato un vertiginoso aumento del loro tasso di disoccupazione e ha stravolto modi di vivere, progetti, fiducia in se stesse. In tutta la Germania, come altrove in Europa, il tasso di attività delle donne era notevolmente cresciuto dopo gli anni 1950, ma l’evoluzione nella Rdt era stata senza paragoni con quella dell’Ovest. Alla fine degli anni 1980, il 92% delle tedesche dell’Est occupava un lavoro, contro il 60% delle loro vicine occidentali. E l’uguaglianza era evidente, un caso quasi unico al mondo. Mentre a Ovest le donne orientavano i loro progetti di vita secondo schemi ancora molto impregnati dell’immaginario familiare e patriarcale tradizionale, all’Est la loro indipendenza economica nei confronti del marito era praticamente naturale.
La caduta spettacolare della natalità verificatasi nella Rdt nel corso degli anni 1970 indusse il regime a introdurre diverse misure per incitare le donne attive a procreare, con uno sforzo particolare a favore di madri sole o divorziate. Talvolta messa in ridicolo per la sua giustificazione ideologica (aumentare i membri di una «società socialista»), questa politica permetteva di armonizzare progetti professionali e compiti genitoriali. Invece, dall’altra parte del Muro la condizione di madre portava spesso con sé privazioni, addirittura un pericoloso avvicinamento alla povertà, soprattutto in caso di divorzio o di abbandono da parte del coniuge.
Niente di strano, dunque, che le donne della ex Rdt abbiano spesso percepito la riunificazione come una minaccia alle loro condizioni di vita. Attraverso l’inedita esperienza della disoccupazione, è crollato un sistema di valori fino ad allora ritenuto ovvio. «All’agenzia dell’impiego, quando dici “sola con due bambini”, non sanno di cosa stai parlando. L’addetta seduta di fronte a me non mi ha neanche rivolto uno sguardo, niente, racconta Ilona, madre single ed ex commessa a Berlino Est. Riempie il modulo, in fretta, e poi fuori e avanti il prossimo.» Nella Rdt le donne vivevano sotto la protezione di uno Stato onnipotente che manteneva il padre e la famiglia in una funzione sociale subalterna. La socializzazione dei bambini, sotto l’egida delle istituzioni, avveniva in gran parte fuori dalla cellula familiare. Questo attaccamento all’autonomia non è scomparso con il Muro.
Una protezione sociale affidabile, condizione essenziale per l’uguaglianza dei diritti
Uno studio condotto presso berlinesi disoccupate agli inizi degli anni 2000 rivelava modalità di rapporto molto diverse con il lavoro e i bambini. Tutte le donne consideravano questi ultimi come un elemento centrale della loro esistenza, ma quelle che venivano dall’Ovest davano loro più importanza che al lavoro. Benché coscienti delle difficoltà in agguato, tendevano a vedere la mancanza di occupazione come un’occasione per giocare appieno il proprio ruolo di madri. Al contrario, le berlinesi dell’Est mettevano in primo piano l’istruzione e la realizzazione dei propri progetti professionali, ritenendo che se avessero ritrovato un lavoro, i bambini sarebbero cresciuti in condizioni migliori. Essendo «più a proprio agio» nella condizione di lavoratrici, avrebbero assolto meglio anche il ruolo materno. Esse consideravano l’autonomia un elemento positivo per sé e per tutta la famiglia. Le madri di Berlino Ovest ritenevano in generale che nessuno più di loro fosse in grado di prendersi cura dei loro figli. Pur riconoscendo l’utilità di nidi e asili d’infanzia, tendevano ad avere problemi con gli orari troppo stringenti. Al contrario, per le madri di Berlino Est, abituate agli orari più flessibili della Rda, l’accesso ai nidi d’infanzia era un fattore cruciale, tanto più che i datori di lavoro ne tenevano conto nella loro politica di assunzioni. Nel 2000, Anna, commessa disoccupata di 28 anni, non nasconde la sua collera davanti ai rifiuti a ripetizione che incassava per la sola ragione di essere una madre sola. «Ti ripetono di continuo: “Che cosa? Ha due bambini? Ah ma allora non è possibile.” Quando gli spiego che ho trovato il modo di sistemarli, fanno comunque orecchio da mercante.»
E poi l’eterno sospetto che potrebbe fare altri figli: «Eppure non ci sono molte possibilità che io rimanga di nuovo incinta. L’ho detto a un tipo, di recente: non farò un altro figlio, ne ho già due, stia tranquillo». Ai tempi della Rdt una dichiarazione simile all’ufficio di collocamento sarebbe stata inconcepibile. Tutte le madri dell’Est in cerca di lavoro hanno dovuto dunque abbozzare, convincere che accettavano le nuove regole del gioco, sopportare l’umiliazione di vedersi infliggere questo trattamento. Per le berlinesi dell’Ovest, al contrario, sono soprattutto le crescenti esigenze del mercato del lavoro a essere un problema. Paula, 36enne madre single disoccupata, aveva fatto domanda per un lavoro a due passi da casa. «Era perfetto. Avrei dovuto scrivere al computer, rispondere al telefono, occuparmi dei clienti, ecc. Ma poi la direttrice mi ha detto: “È possibile che talvolta le chiederemo di lavorare quaranta ore o di venire nel week-end.” Ho risposto che per me sarebbe stato molto difficile, che volevo lavorare trenta ore, come nelle mie precedenti occupazioni. Non l’avessi mai detto! Si è messa a urlare, era fuori di sé. Con tutta la disoccupazione che c’è in giro, mi diceva, avrei dovuto ritenermi fortunata. E mi ha chiesto che effetto faceva essere un’assistita, una parassita che viveva a spese della società.» Paula si chiede: «Io non chiedo di meglio che lavorare, ma che cos’è una società nella quale bisogna affidare a qualcun altro i bambini dall’alba al tramonto?».
Per le madri di Berlino Ovest la disoccupazione è un’opportunità
Secondo le sociologhe Jutta Gysi e Dagmar Meyer, «il risultato più positivo della politica familiare nella Rdt era l’indipendenza economica ottenuta dalle donne. È qualcosa di inimmaginabile oggi. Avevano certo un salario del 30% inferiore a quello degli uomini, perché erano sovente destinate a incarichi meno qualificati, e in questo senso la loro condizione non brillava, cosa che a volte si tende a dimenticare. Ma non conoscevano la paura di perdere l’alloggio o di non trovare posto al nido, perché potevano contare su una protezione sociale solida e affidabile. È una condizione importante per l’eguaglianza dei diritti, forse la condizione essenziale» (3).
Con un simile retaggio, Edeltraud, cuoca di 28 anni, sposata e madre di due bambini, vive molto male le leggi sociali attuali e la dipendenza dal marito. «Si diventa dipendenti dal proprio partner, dipendenti dal denaro che decide di darci, dipendenti da come lo Stato valuta tutto ciò. Se decide di cancellare gli assegni, è così, punto e basta. Ci si ritroverà con l’emicrania, perché i soldi, questi maledetti soldi, è un discorso che ritorna sempre e non ci si può fare nulla.»
Il modello tedesco-orientale di uguaglianza fra uomini e donne è scomparso con il Muro, ma dopo 25 anni, continua a plasmare la considerazione che le madri della ex Rdt hanno di sé e del proprio ruolo sociale.
Sabine Kergel
(1) Si legga Michel Verrier, «Una crisi demografica che viene da lontano », Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005.
(2) Joshua Goldstein, Michaela Kreyenfeld, Johannes Huinink, Dierk Konietzka, Heike Trappe, «Familie und Partnerschaft in Ost-und Westdeutschland», Istituto di ricerche demografiche Max-Planck, Rostock, 2010.
(3) Jutta Gysi, Dagmar Meyer, «Leitbild: berufstätige Mütter – DDR-Frauen in Familie, Partnerschaft und Ehe», in Gisela Helwig, Hildegard Maria Nickel, Frauen in Deutschland 1945-1992, Akademie Verlag, Berlino, 1993.
(Traduzione di Marinella Correggia)
Dallo Stato sociale
al lavoro forzato
Il 14 marzo 2003, poco dopo l’inizio del suo secondo mandato (2002-2005), il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder presenta al Parlamento l’Agenda 2010: un insieme di riforme che riguarda in particolare le pensioni (aumento dei contributi da versare e dell’età pensionabile, che passa da 63 a 65 e poi a 67 anni) e il mercato del lavoro. Quest’ultimo ambito, affidato a Peter Hartz, direttore del personale per Volkswagen, mira a smantellare il sistema di protezione sociale e a sviluppare la precarietà per «attivare» i disoccupati.
Hartz I – gennaio 2003
Creazione di agenzie di lavoro interinale private o pubblicoprivate per i servizi; liberalizzazione del lavoro interinale; restrizione del diritto da parte dei disoccupati di rifiutare un’offerta di lavoro.
Hartz II – gennaio 2003
Promozione dello sviluppo di lavori complementari a basso reddito, i «mini-jobs» – pagati meno di 400 euro al mese (450 en 2013) – e i «midi-jobs» – pagati da 400 a 850 euro-, che beneficiano di esoneri dai contributi sociali e sono destinati in primo luogo ai disoccupati poco qualificati. Sostegno all’autoimprenditoria.
Hartz III – gennaio 2004
Ristrutturazione dell’Ufficio federale del lavoro, che adotta una gestione per obiettivi con la valutazione delle performance di ogni agenzia locale.
Hartz IV – gennaio 2005
Riduzione della durata dell’indennità di disoccupazione da 32 a 12 mesi; rafforzamento dei controlli. Dopo un anno, il disoccupato dipende dall’aiuto sociale (che si somma con l’indennità di disoccupazione di lungo periodo). Il suo ammontare, in proporzione alle risorse, parte da un plafond inferiore ai 350 euro mensili. I «beneficiari» hanno l’obbligo di accettare i «mini-jobs» e i «lavori a 1 euro» (Ein-Euro Jobs, pagati da 1 a 1,25 euro all’ora per 15-30 ore settimanali).
A dieci anni dalla legge Hartz IV, il 1° gennaio 2015, il governo ha introdotto un salario minimo orario di 8,5 euro lordi. Gli imprenditori aggirano la norma in massa.
di Anna Di Salvo
Un disastro si sta compiendo a Lampedusa, che rischia di non essere più avvistata dalle donne e dagli uomini migranti che arrivano dal mare come “La porta della vita”. Che Lampedusa si avviasse ogni giorno di più a essere trasformata in avamposto militare, all’insaputa e ai danni dei e delle abitanti e dell’isola, era emerso chiaramente lo scorso settembre, quando io e altre delle Città Vicine abbiamo partecipato all’edizione del LampedusaInFestival 2014 (vedi il contributo a questo sito di Giusi Milazzo Lampedusa da Porta d’Europa ad avamposto militare?, 14 novembre 2014,
http://www.libreriadelledonne.it/lampedusa-da-porta-deuropa-ad-avamposto-militare/). Proprio durante il festival, Alfonso Distefano della Rete Antirazzista di Catania ci aveva trasmesso un primo documento sugli imminenti pericoli redatto da Antonio Mazzeo, scrittore e giornalista freelance di Messina, studioso dei processi del riarmo e della militarizzazione nel Mediterraneo.
Da allora, l’espansione militare sull’isola è continuata. Nei giorni intorno al primo maggio scorso, organizzate dall’associazione Askavusa, si sono svolte una serie d’iniziative al riguardo, alle quali era presente Antonio Mazzeo che ha fornito i suoi importanti studi e informazioni, ma soprattutto ha girato Lampedusa palmo a palmo, ha parlato con chi vi abita e ha visto con i suoi occhi cosa sta succedendo davvero nella più bella isola del Mediterraneo. «Ero così straziato che in tutti quei giorni non mi sono sentito neanche di fare un tuffo nel mare…» ha detto al suo ritorno, assicurando che avrebbe scritto prestissimo e in maniera dettagliata.
Ecco il suo testo, di cui riproduciamo l’inizio rimandando il resto al suo blog.
Lampedusa, un avamposto di guerra nel Mediterraneo
di Antonio Mazzeo
La punta più avanzata nel Mediterraneo del dispositivo bellico italiano e Nato, centro d’intelligence e spionaggio e potenziale trampolino di lancio per i raid aerei in Nord Africa. Mentre mass media e politici offrono di Lampedusa l’immagine di un remoto territorio sotto assedio e le aziende e le cooperative sociali si spartiscono il business dei centri detentivi di migranti e richiedenti asilo, l’isola delle Pelagie è stata segretamente convertita in uno degli avamposti militari e strategici più moderni e aggressivi. Lo scalo aereo civile, recentemente ampliato e ammodernato, è utilizzato dai velivoli cargo, dai cacciabombardieri e dagli elicotteri delle forze armate italiane e dagli aerei-spia di Frontex, la famigerata agenzia europea di sorveglianza e “contenimento” dei flussi migratori. Le aree portuali e le coste sono presidiate da navi da guerra della Marina e dalle imbarcazioni veloci della Guardiacoste, della Guardia di finanza e dei Carabinieri. Jeep e furgoni blindati scorazzano per le vie del centro e i sentieri tracciati all’interno delle aree naturali e paesaggistiche d’incomparabile bellezza; gli innumerevoli cartelli gialli con la scritta Zona militare Divieto di Accesso Sorveglianza armata sui portoni di antichi edifici trasformati in caserme; i fili spinati e le reti che delimitano presidi e impianti vetusti o super sofisticati per le guerre elettroniche; selve – ovunque – di tralicci, antenne di telecomunicazione e radar che bombardano l’etere di pericolosissime onde elettromagnetiche.
continua http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/05/lampedusa-un-avamposto-di-guerra-nel.html
(www.libreriadelledonne.it, 14 maggio 2015)
Di sé dice che le piace lavorare nelle vesti dell’avvocato del diavolo e si riferisce all’illusione del vedere,del guardare qualcosa e cercare in quell’immagine la contraddizione attraverso cui veicolare una visione empatica e assolutamente opposta ma in perfetto equilibrio con quanto l’ha promossa.
Questo avviene grazie anche al confronto-scontro tra i materiali e le loro lavorazioni, applicando a ciò che non sembrerebbe possibile le tecniche utilizzate in altri settori, tessili e meccanici insieme, ad esempio. E’ proprio da questo strano connubio che nascono i “centrini industriali” di Cal Lane, in cui la vita domestica e le lavorazioni industriali si uniscono, mettendo insieme pesante-leggero, maschile-femminile, forte delicato, funzione-decorazione, ateo-religioso,…
Dalle opposizioni, in un contrasto decisamente forte e particolare, nascono le opere di questa artista giovanissima che sfrutta materiali industriali in ferro come struttura base per i suoi interventi, in un gioco di equilibri tra utilizzo del materiale industriale e la delicata raffinatezza dei pizzi, in un traforo di luci impareggiabile che sembra scrivere per metafore qualcosa che affascina senza essere stucchevole o lezioso. Il pizzo, come genere di lavorazione, consente di nascondere e al tempo stesso esporre; velature che ombreggiano corpi o spazi conferendo loro profondità particolarissime oppure intimità come quelle di una lingerie che rivela le forme. Non mancano però anche i risvolti umoristici che si proiettano da relazioni inattese intorno all’installazione. Ciò che viene anche esperito è una comprensione dell’oggetto artistico non come qualcosa di razionale ma imprevedibile, legandosi questo alla luce e ad altri fenomeni del luogo in cui si colloca, creando dialoghi di vicinanza e a questo punto di analisi percettiva, relativamente alla relazione che si produce tra le differenti parti e i componenti.
I suoi ultimi lavori, però, sembrano aver acquistato un’impronta decisamente politica, ed è lei stessa, ancora una volta ad affermarlo, facendo notare che tutti noi viviamo in un tempo di guerra di cui è impossibile non sentire un senso di colpa che ci prende tutti come l’altro, colui che la guerra decide e chi la subisce. Il suo primo lavoro con questa nuova matrice, politica appunto, ha titolo “Bombing filigrana Car” .
In questo lavoro l’artista afferma di essersi concentrata sulla creazione di un rapporto in cui il cattivo gusto delle immagini si facesse sentire forte e chiaro. Immagini di fiori e quindi della bellezza e della grazia vengono compressi sensibilmente in una forma che evidenzia una situazione violenta e tangibile. L’acciaio schiacciato dalla macchina viene tagliato secondo le trame di un pizzo e questo crea un panneggio in cui si evidenzia la rottura e da questa un senso di tristezza,si palesa un conflitto di attrazione tra il lavoro della fantasia con un’immagine orribile.
Nella sua mostra “Crude“, Cal lane mette insieme, o tenta di farlo, il rapporto tra Dio e l’olio (i contenitori per l’olio ) . Anche se le immagini hanno a che fare con temi politici palesi le immagini non indicano nulla di specifico – si limitano a coesistere – e quello che dice realmente dipende dalla storia e dalla sensibilità dello spettatore. L’opera consiste in una serie di latte di olio che sono state scorticate e aperte a forma di croce o come il piano del pavimento di una cattedrale gotica. Le lattine sono state poi intagliate secondo i disegni delle icone mediovale o i simboli cristiani. Ben lavorato come carta ritagliata, il bordo frastagliato del metallo assottigliato evoca sia un’immagine antica quanto qualcosa di contemporaneo, mettendo direttamente in gioco sia coloro che si utilizzano richiami storici sia coloro che ignorano assolutamente ogni passata memoria. Accanto alle lattine ci sono anche tre barili di petrolio da 45 galloni. I tamburi sono scuoiati e srotolati per creare una superficie piana. La superficie viene poi issata sul muro e tagliata in una sequenza di molteplici immagini che ripetono modelli di tatuaggio e modelli di tessuto, simboli religiosi o anche segnali di pericolo. Il collage di immagini crea così una speciale guerra, un conflitto tra simboli che alla fine sembra configurare in chi guarda una storia, come quella che veniva tessuta negli arazzi medievali.
Un’ultima nota, direttamente dall’artista. Afferma infatti, per spiegare le sue scelte, di essere sempre stata interessata e attratta dalle cose che la ripugnavano, perché ciò che voleva era capire il loro segreto, carpire il loro senso o riuscire a sospendere su di esse il giudizio. Le cose che stanno collocate agli estremi tra loro, spesso danno lo stesso esito: il calore estremo uccide quanto il freddo glaciale, la stessa cosa vale per altre tipologie come odio e amore, violenza e castità, fame e sazietà. Ecco queste cose, attirano lo sguardo e l’attenzione su cui si appunta Cal Lane dando per risultato i lavori riportati.
veevera
http://artmur.com/en/artists/cal-lane/sweet-crude/
http://www.decordova.org/art/exhibition/cal-lane-crude
http://www.callane.com/works.html
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Artribune Magazine
sino al 7 Agosto 2015
Roni Horn. Racconti d’acqua
Galleria Raffaella Cortese, Milano – fino al 7 agosto 2015. Al civico 4 di via Stradella, Milano
Roni Horn porta otto dittici inediti. Il soggetto delle fotografie, allestite direttamente dall’artista americana, è il volto del fotografo Juergen Teller, suo amico da anni e riflessione metaforica sull’emotività
Forse, non sarà mai possibile verificare se il cognome del fotografo di moda (teller, “narratore”) possa aver influenzato la cadenza, l’andatura oppure la forma narrativa della ricerca fotografica di Roni Horn (New York, 1955), per il suo ultimo, inedito progetto espositivo stabilito nel nuovo spazio della Galleria Cortese. Ma quel che colpisce dei volti bifronti, specchianti, con asse di simmetria creata da neutri specchi acquei, figure stranianti che restano sospese nell’aria, è l’increspatura segnata dai moti espressivi dei connotati di Juergen Teller. Come un punto d’unione tra cielo e lago, tra la vastità di due elementi vitali, i ritratti di Horn raccolgono perplessità, orgoglio, sfida, nostalgia e infine silenzio. Tracce che intaccano, come il vento dei pensieri, il racconto di un uomo attraversato dalla fotografia.
Ginevra Bria
Milano // fino al 7 agosto 2015
Roni Horn – Water Teller
RAFFAELLA CORTESE
Via Stradella 4
02 2043555
info@galleriaraffaellacortese.com
www.galleriaraffaellacortese.com
MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43361/roni-horn-water-teller/
Circolo della rosa – 12 maggio 2015
Parleremo di desiderio, di autoinganno femminile, di violenza e di politica, prendendo una pista trovata mille anni fa, prima di Dante e divergente dalla sua visione.
La pista. Mille anni fa compare l’idea del combattimento d’amore. L’amore è una lotta in cui non bisogna arrendersi, ma combattere fino all’esaurimento delle forze: solo allora i valorosi combattenti meritano il premio, che è di essere sconfitti! Così vince l’amore vero, cioè reale: non l’inganno, non l’egoismo, non l’ideale.
Oggi. Questa misteriosa allegoria è tornata ai nostri giorni, nella ricerca femminista per congiungere libertà e amore, amore e realtà. Per troppo tempo ci hanno predicato l’amore come abnegazione: negazione di sé. Alla Scala di Milano abbiamo visto la Turandot di Puccini: l’ideale dell’amore sarebbe “la piccola Liù” che si sacrifica perché il principe sconosciuto possa conquistare la grande principessa. Un magnifico spettacolo ma un pessimo esempio.
La domanda. Rinunciare all’amore? Quello mortifero non è amore ma dominio/sottomissione. Amare vuol dire stare alla realtà senza subordinarsi al desiderio di altri. Esporsi e combattere per realizzare il proprio desiderio e realizzarsi, fino a raggiungere un risultato che è più grande di sé. L’amore non resta nei nostri limiti: esagera. (Luisa Muraro)
di Lola
di Andrea Oskari Rossini
Il primo Tribunale delle Donne in Europa si è svolto a Sarajevo dal 7 al 10 maggio. Le partecipanti sono giunte da tutti i paesi dell’ex Jugoslavia ed hanno denunciato la guerra combattuta ogni giorno contro le donne. Molte le delegazioni internazionali
Alcune centinaia di donne ascoltano in silenzio. Sul lato sinistro del palco ci sono le testimoni. Dall’altro lato ci sono le esperte del Tribunale che, alla fine di ogni sessione, riportano le singole storie nel contesto della guerra contro le donne che viene combattuta in questa regione, e non solo.
Siamo nel Bosanski Kulturni Centar, storico auditorium nel centro di Sarajevo. Le donne prendono la parola una dopo l’altra, emergendo al centro del palco dalla penombra. Una testimone, di un villaggio della Bosnia orientale, racconta degli stupri subiti a 15 anni nel campo di concentramento di Bratunac. Continua descrivendo la solitudine del dopoguerra, la povertà, il matrimonio e l’inizio di un nuovo incubo di violenza (“un’altra forma di campo”). Quando racconta del divorzio, e che “hanno preso la mia adolescenza, ma il mio presente e futuro non lo avranno”, tutta la platea si alza in piedi. Le donne applaudono senza fermarsi. Non è solo un segno di rispetto. È uno scambio di energia. La forza che proviene dal palco, il racconto della resistenza a situazioni inenarrabili, si trasmette alla platea e viceversa. Il linguaggio accademico – qui ci sono alcune tra le più importanti teoriche e pensatrici del movimento femminista internazionale – si mescola con quello di donne di campagna come se fosse la cosa più naturale.
Tre giorni di testimonianze
Le testimonianze continuano per ore, per tre giorni. Tra gli elementi che ricorrono ci sono la continuità della violenza, le sue conseguenze di lungo periodo nella vita personale, familiare e delle comunità, l’impunità dei torturatori (“gli assassini camminano tranquilli per la strada”), la misoginia delle istituzioni, l’importanza delle reti di donne (“questo è l’unico Tribunale in cui io sia mai comparsa”).
Le regole del Tribunale prevedono che i giornalisti non possano registrare o fotografare. Gli uomini presenti sono pochissimi. Al centro di tutto il processo ci sono le testimoni, che provengono da tutte le nuove repubbliche nate dopo la fine dell’ex Jugoslavia, dalla Slovenia alla Macedonia. Daša Duhaček, che insegna studi di genere alla Facoltà di Scienze Politiche di Belgrado, ci spiega la genesi dell’iniziativa: “Alla fine degli anni ’90, alcune attiviste dei Balcani hanno incontrato Corinne Kumar, militante tunisina dell’organizzazione per i diritti umani El Taller, durante lo svolgimento di un Tribunale delle Donne in Sud Africa. L’idea di avviare un processo simile in Europa è stata ripresa principalmente dalle Donne in Nero di Belgrado. Alcuni anni più tardi, le attiviste hanno avviato un lungo lavoro con quante hanno resistito al nazionalismo, si sono opposte all’arruolamento degli uomini, hanno subito crimini che nessuno ha giudicato, dando voce a quante non hanno avuto voce”.
Un approccio femminista alla giustizia
“Questo evento arriva alla fine di un lungo processo cui hanno partecipato circa 5.000 persone”, precisa Staša Zajović, delle Donne in Nero di Belgrado. “Abbiamo lavorato per circa 4 anni e mezzo con le donne a un livello di base, e coinvolto accademici e collettivi di artisti. Abbiamo imparato molto dalle amiche indiane, studiato i diversi modelli di giustizia transizionale, ma alla fine abbiamo sviluppato nuovi modelli e metodi. Non siamo contro la giustizia tradizionale, afferma Staša, ma abbiamo sempre saputo che la giustizia istituzionale, sia a livello internazionale che locale, non può soddisfare i bisogni delle vittime.”
Secondo la filosofa Rada Iveković, presente all’incontro, il Tribunale delle Donne di Sarajevo rappresenta un evento storico in quanto “costituisce un precedente. In questo momento stiamo vivendo una situazione di vera e propria caccia alle donne, dappertutto. Lo spazio pubblico, perlomeno nel mondo occidentale, si sta lentamente aprendo a questo tema. Nei Balcani però la situazione è diversa dal resto d’Europa, perché qui le donne hanno cominciato a parlare, e questa è una cosa nuova, che ci permette di sperare e di imparare dalla base, laddove i saperi teorici e accademici non sono sufficienti. La data di oggi rappresenta un evento al quale ci potremo richiamare in futuro, qui sono state dette cose che vengono documentate, c’è un archivio che verrà conservato dalle Donne in Nero, è un patrimonio importantissimo”.
Il perno attorno a cui ruota l’incontro sono le testimonianze delle donne. Tutto il resto, incluso il ruolo dei media, resta in secondo piano. Per tutte le tre giornate, l’enfasi rimane sulla necessità di garantire la sicurezza e il rispetto per le parole delle donne. “Ascoltando, in uno spazio sicuro, diamo un riconoscimento al dolore che loro hanno sofferto durante e dopo la guerra”, mi spiega Lepa Mlađenović, consulente del Centro contro la violenza sulle Donne di Belgrado. “Vogliamo sapere cosa è successo, ma anche condividere emotivamente la loro situazione, in modo che non si sentano sole. Lo scambio che avviene tra il palco e la platea è importantissimo, l’applauso è importantissimo, vuol dire sì, sei sopravvissuta, sì, conosciamo il dolore che hai dovuto sopportare, sì, siamo solidali con te come donne, condividiamo il tuo bisogno di giustizia. Perché questi incontri servono anche per guarire a livello emozionale, ma naturalmente vogliamo giustizia”. Nora Morales de Cortiñas, Madre di Plaza de Mayo venuta a Sarajevo per partecipare ai lavori del Tribunale, mi chiarisce il concetto: “I genocidi, i torturatori, gli stupratori devono restare in carcere fino alla morte, non c’è amnistia possibile. Non si tratta di vendetta, ma di giustizia”.
Il sistema criminale
Al termine delle testimonianze, domenica mattina, prende la parola il collegio giudicante del Tribunale delle Donne, composto da femministe, scrittrici e attiviste (Vesna Rakić, Gorana Mlinarević, Chris Campbell, Latinka Perović, Charlotte Bunch e Vesna Teršelič). Le donne leggono le raccomandazioni e i verdetti preliminari. Il sistema criminale che descrivono è molto più ampio di quello preso in esame dalla giustizia tradizionale. Vengono prese in esame le responsabilità degli stati, delle istituzioni religiose, dei media, trovano spazio non solo le vittime di guerra ma anche quelle dei processi criminali di privatizzazione del dopoguerra e nuove fattispecie giuridiche, quali il crimine di arruolamento forzato.
Prima della lettura, però, il pensiero va alla Macedonia, “sull’orlo del precipizio”. Le giornate di Sarajevo non sono rivolte a un passato remoto, ma al presente. Rada Žarković, bosniaca, Donna in Nero e fondatrice della cooperativa “Insieme” di Bratunac, mi ricorda che “le reti delle donne sono l’unica cosa che funzionava anche durante la guerra, in condizioni impossibili. La consapevolezza di questa forza è stata accresciuta dall’esperienza di questo Tribunale, oltre ogni mia aspettativa. Questo è importante anche per quello che potrebbe avvenire in futuro.”
Le decisioni finali del Tribunale delle Donne saranno pubblicate tra qualche settimana sul portale Ženski Sud.
(il manifesto, 11 maggio 2015)
di Franco Lorenzoni
“Riforma sì, ma non così”, si è gridato il 5 maggio, e ha fatto bene ritrovarsi in piazze piene di insegnanti e studenti che difendevano la scuola pubblica, che è il bene più prezioso che abbiamo, se non altro perché è il luogo in cui maggiormente si lavora – pur con impegno e risultati disomogenei – a integrare i figli degli immigrati e tentare di costruire una società capace di contrastare il crescere delle discriminazioni.
Ma ritrovata una certa capacità di mobilitazione, le domande che ci dobbiamo porre noi insegnanti devono essere nette e spietate, perché troppe cose non vanno nella nostra scuola. Domande che è giusto lanciare con forza al governo, perché paghiamo tutti più di vent’anni di gestione dissennata della pubblica istruzione che, oltre a sottrarre più di otto miliardi alle scuole elementari (durante la gestione Tremonti-Gelmini), sono arrivati ad abolire la parola pubblica fin nel nome del ministero che dovrebbe governarla.
Altrettante e più scomode domande, tuttavia, credo che ciascuno di noi abbia il dovere di porle a se stesso perché, se la scuola ha così tante mancanze, una parte consistente di responsabilità l’abbiamo anche noi insegnanti, singolarmente e come categoria.
Se osserviamo la geografia della scuola troviamo una grande maggioranza di bambine e bambini che frequentano nidi, scuole dell’infanzia ed elementari e sono felici. Ma, già negli ultimi anni della scuola primaria e pienamente nella scuola media, cominciamo ad avvertire i segni di quella catastrofe che porterà un’enorme quantità di studenti a sentire la scuola come un luogo estraneo, a volte nemico, dove in troppi non si ritrovano e non trovano, nella fatica dello studio, un terreno propizio dove conoscersi e scoprire qualcosa di se stessi.
Se nella scuola non riusciamo a vivere momenti di rispecchiamento culturale in cui io, ragazza o ragazzo, mi riconosco in un racconto, un mito, una musica, una pittura o un nodo concettuale – filosofico, scientifico o matematico – che mi porti a confrontarmi con l’infinito e i misteri del cosmo, che senso ha lo sforzo che mi si chiede?
Ciascuno di noi, se deve affrontare un grande impegno, ha bisogno di vedere oltre per trovare il senso di quello sforzo. E chi è il garante, nella scuola, di questo oltre spesso lontano e poco visibile, costituito da cultura, arte e scienza e dalla loro storia, se non l’adulto, l’insegnante?
In un tempo in cui le tecnologie apparentemente facilitano tutto e il mercato ci plasma rendendoci a forza consumatori compulsivi, educare allo sforzo è compito prioritario, perché senza sforzo e approfondimento e durata non ci si può opporre alla semplificazione, che svuota e indebolisce ogni critica e avvilisce il pensiero.
Se in Italia due milioni e mezzo di ragazzi che non lavorano smettono di studiare, non sarà anche per gli insegnanti che hanno incontrato dentro la scuola? Se il tasso di dispersione scolastica è tra i più alti e le percentuali di iscrizioni all’università sono tra le più basse d’Europa non avremo anche noi docenti, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, le nostre responsabilità?
Costruire una comunità docente
Conosco insegnanti che nei luoghi più difficili e degradati danno il massimo di sé ottenendo risultati sorprendenti, perché rispondono positivamente a ciò che più chiedono i ragazzi: incontrare adulti coerenti che credono in ciò che fanno, si mettono in gioco e, nel mettersi in gioco con energia e passione, coinvolgono e rendono i ragazzi protagonisti, costruendo quel difficile processo capace di rendere la classe un contesto realmente corale dove si genera pensiero, ci si ascolta e tutti si impara a imparare gli uni dagli altri. È facile affermare che la diversità è ricchezza, ma questa affermazione rischia di essere retorica, se non affrontiamo quel percorso a ostacoli che prova, giorno dopo giorno, ad attenuare le discriminazioni che l’economia e la cattiva politica continuamente amplificano nella società.
In fondo lo scopo della scuola pubblica è essenzialmente questo: rendere un po’ meno ingiusto il mondo, offrendo maggiori opportunità a chi ne ha di meno. Ma per costruire questo luogo protetto e privilegiato, capace di criticare la società e il nostro tempo nel suo operare concreto, c’è bisogno di lavorare alla costruzione di una comunità docente, o almeno a frammenti significativi e vitali di una possibile comunità docente, che assuma collettivamente l’enorme sfida che abbiamo di fronte, che è quella di una scuola davvero aperta a tutti, capace di non espellere né discriminare nessuno.
Quello di noi insegnanti è un lavoro difficilissimo, perché comporta un continuo intreccio tra l’amore per la conoscenza e un’attenzione e un interesse sincero verso le ragazze e i ragazzi che abbiamo di fronte. So bene che chiedere trasporto emotivo può sembrare eccessivo ed è cosa che non può essere scritta in nessun contratto, ma chiunque ragioni con coscienza sul mestiere dell’educare, sa bene che senza un rapporto vivo con la cultura, accompagnato da una forte presenza, intenzione e persuasione, non si ottiene nulla.
Sa che per affrontare e sostenere i ragazzi con maggiori difficoltà – che aumentano sempre più – è necessario costruire relazioni vitali di collaborazione e cooperazione tra i docenti. Sa anche che bisogna costruire relazioni con il territorio, perché ci sono problemi che la scuola non può affrontare da sola.
Ora, se la scuola si ritrova sempre più in affanno con il crescere dell’età degli studenti, dovremmo ragionare su quanto questo dipenda, in buona misura, dal fatto che nei nidi e nelle scuole dell’infanzia le educatrici fanno tutto insieme, nella scuola primaria si continua a collaborare, magari a fatica, ma poi nella scuola superiore di primo e secondo grado quasi sempre ciascun insegnante va per conto suo e non sono neppure previste ore di confronto e programmazione comune tra docenti.
E allora, se si vuole davvero riformare il sistema di istruzione, bisogna trovare modi e tempi e strumenti e aperture mentali capaci di trasformare le scuole in centri di ricerca permanenti, perché la didattica va ripensata ogni volta e ravvivata ed è sempre più necessario inoltrarci in territori inesplorati, perché ancora oggi il 70 per cento del tempo è impiegato in lezioni frontali e interrogazioni, cioè quanto di meno adatto al coinvolgimento dei giovani e alla costruzione delle conoscenze.
Ricchissima tradizione pedagogica
Per far questo dobbiamo ricercare e avere il tempo di progettare insieme e, dunque, dovremmo osare immaginare modifiche anche al tempo di lavoro, naturalmente accompagnate da significativi avanzamenti salariali, perché uno dei problemi della scuola riguarda i salari, che sono tra i più bassi del continente.
Ma perché avvenga questa trasformazione, dobbiamo tutti assumerci responsabilità e non delegare niente a nessuno. Anni fa un gruppo di insegnanti legate alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza diedero vita, insieme ad altri, a un piccolo movimento autogestito a cui, scherzosamente, diedero il nome di autoriforma gentile.
Lo ricordo perché è di autoriforma che dobbiamo cominciare a parlare, se vogliamo contrastare i veleni autoritari contenuti in alcuni passaggi del disegno di legge attualmente in discussione alla camera.
In Italia c’è una ricchissima tradizione pedagogica e le più significative innovazioni didattiche, promosse da singoli o da movimenti di insegnanti, sono sempre nate dal basso, a volte sostenute da comuni bene amministrati. Qualche volta leggi lungimiranti hanno assecondato ciò che di vitale era nato a livello locale, come quando fu istituito il tempo pieno all’inizio degli anni settanta o si aprirono le scuole ai ragazzi portatori di disabilità nel 1977.
Oggi tutto è diverso, eppure la scuola, oltre al necessario e obbligatorio superamento della condizione di precarietà di troppi docenti e al ripristino di condizioni minime di abitabilità e sicurezza degli edifici – su cui il governo aveva promesso molto e finora ha mantenuto poco – ha assoluto bisogno di spazi e tempi per ripensare se stessa.
Non è dall’alto che dovrebbe calare la sacrosanta obbligatorietà della formazione in servizio di noi docenti, perché dovrebbe essere parte integrante del nostro mestiere il continuo ricercare e confrontarci e crescere insieme.
I modi della formazione in servizio di noi docenti tuttavia, se vogliamo renderli efficaci, dovrebbero giovarsi delle tante esperienze e competenze di chi da anni tiene in piedi un’istituzione piena di crepe con il suo impegno quotidiano, fondato su qualità umane e professionali acquisite in anni di lavoro sul campo.
Nei prossimi quindici anni arriveranno nella scuola moltissimi nuovi insegnanti perché abbiamo il corpo docente tra i più anziani d’Europa. Con il ricambio di quasi il 50 per cento dei docenti sarebbe un vero delitto ricominciare tutto da capo e non giovarci delle esperienze più significative, spesso vissute nell’ombra, che molte scuole hanno al loro interno. Un buon dirigente scolastico e, soprattutto, un buon gruppo di insegnanti – eletto dal collegio dei docenti per prendersi cura della capacità di inclusione della scuola e dell’innovazione didattica– dovrebbe come prima cosa fare una sorta di caccia al tesoro, scovando le esperienze più vive e vitali.
Non si tratta di mettere gli uni contro gli altri, come sciaguratamente aveva proposto il documento iniziale della Buona scuola, che pretendeva che il 66 per cento degli insegnanti migliori fossero pagati un po’ di più, rubando parte dello stipendio al 33 per cento degli esclusi, a cui sarebbero stati sottratti gli scatti di anzianità.
L’idea perversa di introdurre nomination da grande fratello nella scuola fa il paio con la metafora renziana del preside-allenatore, che sceglie e acquista i migliori insegnanti sul mercato e magari trova nelle industrie locali sponsorizzazioni per la sua scuola.
Semplificazioni e forzature renziane
Nei cortei del 5 maggio il ruolo del dirigente scolastico è diventato il nodo simbolico di uno scontro sui modi di intendere l’innovazione. Il problema è che di fronte alle semplificazioni e forzature renziane sento che è ancora troppo debole la voce di chi nel concreto ha idee e pratiche didattiche alternative e il sindacato – va detto – in questi anni è stato assai di rado luogo di elaborazione culturale riguardo alla scuola.
Sono piuttosto le associazioni professionali che devono fare sentire con più forza le loro voci. Conosco dirigenti e presidi capaci, che in territori assai difficili sanno mobilitare le migliori energie presenti nella scuola perché ascoltano, danno spazio a chi sperimenta, mettono in circolo buone pratiche e contribuiscono alla trasformazione della didattica, oggi assolutamente necessaria. Tutto ciò succede soprattutto negli Istituti comprensivi (che uniscono scuole dell’infanzia, elementari e medie), ma avviene molto lentamente perché questi processi richiedono anni. Quando riescono a orientare trasformazioni che incidono è perché non operano da soli.
Il problema è che dirigenti impegnati in questo senso sono una minoranza e loro per primi diffidano dell’enfasi che si vuol porre sul loro ruolo, stravolgendolo. Lo sciopero del 5 maggio ha aperto nuove possibilità per contrastare, anche a livello parlamentare, i danni che la sedicente Buona scuola rischia di arrecare alla democrazia e alla libertà di insegnamento nella scuola.
Ma va anche detto, per onestà, che la democrazia degli organi collegiali è in crisi da anni e la libertà di insegnamento non ha finora garantito una scuola capace di mettere il dialogo e l’ascolto di ragazze e ragazzi al primo posto.
Sarebbe bello poter rispondere alla ministra Giannini – che ha denunciato lo sciopero come politico, con l’intento di denigrarlo – che politica, alta politica, la fanno tutti coloro che si occupano fattivamente di educazione e la si fa in quelle scuole che provano a rendere vivo e attuale l’articolo 3 della nostra costituzione, che invita con forza a rimuovere gli ostacoli che, “limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Sviluppo che passa anche e soprattutto per un accesso alla conoscenza garantito a tutti. Davvero a tutti.
di Luisa Muraro
Nell’articolo del 5 maggio criticate i manifestanti violenti, i cosiddetti black bloc, che erano una minoranza ma hanno monopolizzato la situazione. Sono d’accordo per criticarli ma, a parte che non si è fatto niente (che io sappia) per prevenire il loro discutibile protagonismo, a parte che in queste cose bisognerebbe prestare più ascolto a Naomi Klein (non sapete quello che ha consigliato di fare? male), la critica che fate ai b.b. è a sua volta discutibile.
È vero, questi manifestanti neromascherati cercano lo scontro per fare un teatro, come dite nel titolo: la prova di forza che mima la rivolta che non c’è. Ma voi che cosa fate? tenete gli occhi fissi sulla rivolta che non c’è. E intanto non guardate quello che c’è. Oppure forse guardate, ma non vedete. Oppure, vedete ma non vi sembra importante, e lasciate perdere.
Ecco il punto che m’interessa.
Avere occhi per vedere e parole per dire quello che c’è, è tremendamente importante. La politica del simbolico, contrariamente a quello che mostrate di pensare, è decisiva. Il capitalismo finanziario ha il suo linguaggio, sono i soldi, che sono diventati, con il fatto che ci sono o che non ci sono, che sono troppi ma in concreto non sono abbastanza, un’occupazione invasiva della politica, della vita quotidiana, della mente. Tanto più che, con i soldi, chi ne dispone compra un sacco di immagini e di parole. Quelle e quelli che non desiderano finire così invasi, che cosa possono fare?
I b.b. offrono la loro mimica violenta a due facce: voglia di sfogo rabbioso e ambizione di farsi interpreti di altre e altri. Qualcuno si sente interpretato, altri e altre, no.
Ma tu, Bascetta, e il manifesto e io stessa, che cosa offriamo? La mia risposta è questa: attenzione, ascolto, capacità di tradurre in parole la realtà che cambia o può farlo, parole le più fedeli e incisive, che diano riconoscimento a chi cerca, ama, desidera. Raccontando e argomentando, facciamo conoscere le ricchezze di coloro che oltre a resistere, inventano e realizzano. Non solo, in una realtà che appare a pezzi, possiamo stabilire dei collegamenti, individuare legami non appariscenti ma sostanziosi, scorgere sviluppi possibili già all’orizzonte.
Criticare si deve e noi lo sappiamo fare, forse fin troppo. Per contro ci manca, non dico la bacchetta del rabdomante (che non sarebbe male: la scienza la ammette!), ma più semplicemente occhi per guardare, orecchie per ascoltare, testa da applicare.
Chi vuole trasformare la realtà in meglio, non escluda che la realtà stessa lo vuole e che forse lo sta facendo. Se non lo vediamo, noi, con le nostre critiche e i nostri discorsi, diventiamo un ostacolo.
(libreriadelledonne.it 08/05/15)
di Sara Gandini
Vandana Shiva sarà alla Libreria delle donne di Milano il 16 Maggio e siamo molto fiere di averla con noi perché lei rappresenta il simbolo di una protesta che fa un passo in più. Il suo partecipare all’Expo come ambasciatrice vuole essere un’occasione per aprire le porte alle ragioni della Terra, come scrive nel suo blog. Il documento “Terra Viva” presentato in questi giorni da Shiva nasce dall’esigenza di “superare il paradigma dell’economia lineare estrattiva in favore di quella circolare rigenerativa”. Ha l’ambizione di guidare non solo la gestione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma tutte le scelte economiche e sociali, lavorando in armonia con la terra, non dichiarandole guerra. Non è un caso che il manifesto “Terra Viva” richiami il “Primum vivere” su cui è nato l’incontro nazionale femminista di Paestum 2012. In tempi di crisi economica pressante “Primum vivere” istituisce una priorità e la dà al vivere. Ci invita a riflettere in ogni campo sulle cose di base dell’umano, a capire cos’è l’essenziale per sé e per gli altri. Perché questa crisi economica porta rabbia e depressione.
Il fiume di uomini e donne di ogni generazione e di ogni paese in manifestazione il primo maggio (mai visto così tanti immigrati, di ogni paese, partecipare in massa a una manifestazione italiana!) era espressione di quella rabbia e di quella depressione ed è sceso in piazza per denunciare le politiche sul lavoro e sulla casa giudicate irresponsabili. Solo alcuni giorni prima della manifestazione, le forze dell’ordine hanno sgomberato spazi occupati che ospitano diverse famiglie del Giambellino, un quartiere milanese lasciato allo sbando da decenni. In manifestazione le parole erano dedicate anche alle migliaia di persone che muoiono nel nostro Mediterraneo, scappando da guerre alimentate da interessi economici di cui l’Occidente è responsabile. Si protestava anche per lo scippo di risorse a favore di progetti che fanno gli interessi solo di imprenditori e multinazionali, di cui EXPO è l’emblema.
É stata una manifestazione molto partecipata e con tante anime che esprimevano il desiderio di ritrovarsi per sentirsi meno soli nella lotta contro un modello di sviluppo neoliberista che impedisce alle persone di aggregarsi per lotte comuni e spaventa tanto i giovani quanto i piccoli imprenditori. Sentivo a Radio Popolare che stanno nascendo associazioni di mutuo aiuto per fare in modo che la rabbia dei piccoli imprenditori e dei cassaintegrati non prenda forme autolesioniste e li porti al suicido. Molti, soprattutti i più giovani, hanno invece una rabbia contro il mondo insensato che hanno ereditato dalle generazioni precedenti e li porta a spaccare tutti i simboli del potere.
Mi riferisco a chi, in mezzo al corteo del primo maggio, ha rotto vetrine di banche, agenzie interinali, luoghi simboli del potere legati alla precarietà che vivono. Li chiamano Black Bloc e quando li ho visti in azione ero anch’io spaventata. Temevo che le loro azioni mettessero in pericolo tutti quelli che non volevano e non erano preparati a subire un’eventuale reazione della polizia.
Però sono stata colpita dalla loro la capacità di lavorare sull’immaginario in modo non scontato: “morte al macho” diceva una delle scritte che hanno lasciato sulle vetrine. L’immagine con cui ci hanno lasciato, svanendo in una nuvola colorata, per disperdersi tra noi e riprendere le vesti dei nostri figli, fa pensare.
Riflettevo infatti che mia figlia, che ora ha tredici anni, tra poco potrebbe essere con loro, e mi sono chiesta cosa farei se la vedessi in azione. Certamente sarei come una di quelle mamme di Baltimora che corre a prendersi il figlioletto per le orecchie per riportarselo a casa. Detto questo non mi convince la divisione tra buoni e cattivi. I Black Bloc sono ragazzi che usano la tecnica della guerriglia urbana, contro i simboli del potere, per ribellarsi a un sistema politico ed economico potentissimo, insostenibile, senza freni e senza coscienza, che ci fa sentire impotenti.
Le pratiche dei Black Bloc sono la rappresentazione di una rabbia che mi interessa ascoltare perché può essere intesa sotto la prospettiva della miseria simbolica di chi non ha alternative possibili. Questo interroga principalmente noi femministe, che abbiamo saputo inventare una politica radicalmente differente rispetto alle macchine istituzionali, dai partiti all’antagonismo, proprio partendo da una condizione di miseria simbolica: lo sappiamo, le donne sono nate come soggetto imprevisto proprio dal luogo dell’esclusione, dove erano senza parole e senza possibilità di autodeterminarsi. Sappiamo cos’è quella condizione di impotenza, sappiamo cosa significa non trovare rispondenza nelle mediazioni sociali già stabilite, apparentemente inscalfibili.
Le femministe sanno che il processo di presa di coscienza e di parola domanda lavoro di mediazione. Per questo credo sia fondamentale mettersi in ascolto, eventualmente cercare mediazioni e certamente tentare di capire il ‘corpo selvaggio’ prodotto dell’ordine simbolico legato al neo-liberalismo e al liberismo. Vorrei capire come rendere efficace e politica quella rabbia, pensare ad altre possibilità praticabili per loro e per noi. In modo che la rabbia non si trasformi in depressione autolesionista né sfogo fine a se stesso, maschile. Morte al macho: forse significa morte a un sistema che è difficile scrollarsi da dosso, togliere dalla scena.
Mi rendo conto che sono dentro una contraddizione, che sta nelle cose, tuttavia sono contenta di avere una donna come Vanda Shiva con noi alla Libreria delle donne di Milano il 16 maggio. Ci piace perché non si ferma alla protesta ma riesce a mettere al mondo un pensiero e una pratica differente e convincente, sa proporre alternative che parlano a tutti, agli arrabbiati dei movimenti, che sono stanchi delle cerimonie e delle politiche che sostengono EXPO, e a chi è critico rispetto al neoliberismo ma non ne può più di limitarsi a dire NO. Vandana Shiva, senza farsi intimidire dai potenti delle multinazionali ma armandosi di un sorriso magnetico, andrà a raccontare all’EXPO che le multinazionali ci hanno portato malattie e malnutrizione. Non nutrono il pianeta, come proclama lo slogan di EXPO 2015, ma lo affamano. Con lei ragioneremo su cosa si può fare perché Expo non sia solo la passerella di chi può vantare la tecnologia più innovativa, ma porti un pensiero intelligente partendo dal sapere di chi da sempre si occupa di nutrire e crescere sani: le donne.
(libreriadelledonne.it 08/05/15)
Cara Pia Covre, cara Barbara Bonomi Romagnoli,
ho letto con attenzione l’intervista di Barbara a Pia il 28 aprile sul blog La bottega del Barbieri, che riprendiamo anche qui.
Citate anche le mie parole del 14 aprile 2015, «desidero un mondo in cui nessuna donna abbia un rapporto sessuale che non sia per il proprio piacere. Dunque un mondo senza prostituzione». Barbara dice che nego la possibilità di «far sesso a pagamento per il proprio piacere».
Pia commenta: «La prostituzione suscita fantasie di ogni genere. Per me il piacere è sempre stato quello di farmi pagare per una cosa che si suppone l’uomo pretenderebbe essere gratuita.»
Non so se per “piacere” intendiate quello strettamente sessuale, che è quello di cui parlavo io. Non nego la possibilità di altre forme di soddisfazione, magari di un sano gusto di rivalsa. Però apprezzo lo spirito della risposta, che è quello di non stare al gioco di chi vuole usarci e di svelare la miseria maschile.
Apprezzo lo spirito, ma non condivido il presupposto. Non credo che gli uomini si aspettino che il sesso sia gratuito: la prostituzione l’hanno inventata loro, secondo me pagano per cancellare la dimensione relazionale del sesso e trasformarlo in prestazione o in esercizio di potere economico. Quell’esercizio di potere Pia e altre vogliono ribaltarlo facendo del bisogno maschile di pagare la loro forza simbolica, la dimostrazione che “sono loro che hanno bisogno di noi”. Un’operazione che ammiro anche, ma la commercializzazione del sesso a beneficio degli uomini per le donne è sempre un’arma a doppio taglio.
Poco più avanti, Pia dice: «Si tranquillizzino quelle che vogliono un mondo senza prostituzione. La “normalizzazione” del lavoro sessuale a mio parere finirà col demolire il fascino del proibito, del peccato e della trasgressione. Quando diventerà un “asettico servizio del benessere” non ci sarà più gusto e chi vorrà trasgredire si inventerà altro per cercare emozioni».
Ecco, proprio perché fa parte dell’ordine sociale creato da loro, per gli uomini la prostituzione non è trasgressione, e io temo di non potermi affatto “tranquillizzare” sugli esiti della sua regolamentazione. In alcuni paesi “regolamentati”, come la Germania, si sono create vere e proprie grandi catene commerciali, complete di offerte sul modello degli sconti 3×2 o dell’all can you eat a prezzo fisso. Ben lungi dal perderci gusto, i clienti accorrono in massa con viaggi organizzati, e gli imprenditori del sesso fanno soldi a palate. Insomma, sono le prostitute che non devono temere di restare disoccupate. Semmai, e mi pare che su questo siamo d’accordo, rischiano di essere sfruttate come in catena di montaggio e schedate come criminali. E non so se qualcuna riuscirà a creare spazi di libertà anche in quel contesto. Ma so che gli uomini continueranno a esercitare la libera scelta di pagare.
Con stima,
Silvia Baratella
(libreriadelledonne.it 06/05/15)
Lettera di Lucia Bertell a Luisa Muraro
«Allegra, partecipata, pacifica la manifestazione che…» per un momento ho pensato: finalmente qualcuno mostra ciò che ho vissuto io a Milano il primo maggio, fino a un certo punto del pomeriggio, certo. Ma invece parlavano della manifestazione contro la riforma Renzi sulla scuola. E lo facevano con la necessità di distinguersi, proprio, da quella di Milano.
Così ho un motivo in più, cara Luisa, per rispondere alla tua richiesta e farti il breve racconto con considerazioni a lato sulla manifestazione, come da me vissuta, del primo maggio a Milano organizzata dai gruppi NoExpo italiani e passata alla cronaca unicamente come una manifestazione di violenti.
Per farlo devo farti una premessa, non sintetica ma fa parte della storia, e mi scuserai se non entrerò nel merito di molte cose, ma ci sarà occasione se vorrai.
Da molti anni partecipo e co-animo a Verona un gruppo, volutamente informale, una RES (rete di economia solidale) che si è autodefinita Le Matonele – donne e uomini verso un’altra società (http://www.quarei.it/matonele/). All’interno di questo gruppo molto sforzo è stato impiegato per lavorare su pratiche di cambiamento e riflessione teorica e per questo da alcuni anni esiste un luogo di autoformazione, Università/Territorio, in collaborazione con TiLT/Territori in Libera Transizione, un gruppo interuniversitario e multidisciplinare di ricercatrici e ricercatori che da Verona, Bergamo, Parma si estende, con ricerche e relazioni, ad altre città e zone rurali d’Italia. Le ricercatrici che promuovono questo percorso sono Antonia De Vita e Federica de Cordova che tu bene conosci (insieme a Giorgio Gosetti, che non conosci).
Dentro questo gruppo, da un anno e mezzo stiamo ragionando sul tema della violenza, su come il sistema capitalista e di mercato esprima molte forme di violenza che scaturiscono da una stessa logica di dominio. A partire da una riflessione sulle nostre pratiche orientate a un cambiamento dei rapporti con il consumo, con il lavoro, con la politica, con l’ambiente, con i bisogni, abbiamo cercato di approfondire sempre più cosa può fare ognuna di noi,[1] donne e uomini – a partire da sé, dai propri gesti, dalle proprie scelte quotidiane – per segnare un cambiamento che prosegua al di là di noi. Abbiamo così affrontato, nell’ultimo ciclo di incontri proposto (Prove di futuro: la nonviolenza prossima ventura, donne e uomini conversano sul cambiamento della società, tenutisi al Circolo della rosa di Verona), il tema trasversale della non violenza, questione che sentiamo fortemente legata alla possibilità di creare altre condizioni di esistenza, per noi, per altre e altri vicini e lontani, per la natura e i territori che ci ospitano, nelle relazioni tra donne e uomini. Abbiamo confrontato la nonviolenza con modalità possibili di governare e fare politica, di gestire risparmio e investimenti, di rapportarsi al territorio, di far esistere buone relazione tra donne e uomini. E lo abbiamo fatto a partire da situazioni reali, concrete: di giovani che stanno cercando di investire in una economia e in un lavoro diversi; di donne adulte provenienti da un percorso politico di femminismo che, relazionandosi con noi, hanno avuto la necessità di capire; di produttori e co-produttori (ovvero i consumatori critici) interessati a stare in uno scambio con chi, come loro, cerca una direzione politica e sociale “a misura” di libertà, di persone semplicemente interessate alle pratiche e ai percorsi proposti.
In questo anno e mezzo di riflessione e preparazione degli incontri siamo entrate nel merito di alcune questioni che cominciavano a prendere sempre più spazio (anche conflittuale) all’interno dei gruppi Res italiani: in primis quella di Expo. Così a Verona, come rete di soggetti interessati a un cambiamento dei rapporti tra economia, politica, società e ambiente, è iniziato un percorso di avvicinamento tra gruppi portatori di istanze assonanti. Gente che non si conosceva si è seduta spesso attorno a un tavolo per parlare della violenza che l’organizzazione (il sistema) dell’Esposizione mondiale stava facendo: a un territorio perché sono stati espropriati e cementificati, in nome del nutrimento, oltre 1000 ettari di terreno agricolo; a un immaginario collettivo perché, in nome del nutrimento, siamo stati colonizzati da multinazionali note per l’impegno a nutrire il pianeta (Mc Donald’s, Monsanto, Nestlé, Coca Cola, principali sponsor di Expo); all’idea di lavoro per i giovani che, in nome del nutrimento, si è trasformata in occasione di precariato e “imperdibile opportunità” di volontariato; per non dimenticare, vista l’abitudine che ormai abbiamo in Italia, i numerosi arresti per corruzione negli appalti. Oltre alla violenza che mi ha mortificata profondamente, all’intelligenza di molte donne che, in nome del nutrimento, si sono lanciate in campagne WE Expo senza rendersi conto (possibile?) di essere sussidiarie a un modello patriarcale e paternalistico che ne ha fatto medaglia di valore (ma lo stesso è successo per Vandana Shiva che si è accorta troppo tardi della malìa).
Si è così formato a Verona un gruppo FuoriExpo, “fuori” perché non voleva essere un semplice “no”, ma significare l’essere portatrici e portatori di pratiche che, per esistere, necessitano di restare fuori dai luoghi in cui la violenza “si nutre” e si esprime. Chi? Giovani e meno giovani contadine e contadini, persone (soprattutto giovani) legate a una storia di antagonismo sociale, cittadine e cittadini provenienti da un percorso critico su mercato e consumo, giovani impegnati in campagne sociali contro il debito pubblico dei Paesi poveri… Gruppi, relazioni, che hanno costruito un percorso aperto alla città con incontri di riflessione, momenti di scambio di pratiche “fuori mercato”, e di pura socialità (vivaddio!).
A rendere più forte la necessità di questa posizione FuoriExpo, a un certo punto è arrivata la richiesta di aderire alla Campagna nazionale Stop TTIP, un movimento, che sta crescendo sempre più, interessato a portare alla luce il trattato transatlantico di liberalizzazione commerciale, un trattato che ha lo scopo dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano; un trattato che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e governo USA, per costruire un blocco geopolitico nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile e creare un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti. Mercato le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri governi e dai sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali. Non mi dilungo ma ti invito a leggere l’abbondante materiale pubblicato su http://stop-ttip-italia.net/cose-il-ttip/.
A metà marzo scorso, all’interno della giornata Semi, diritti e giustizia, si è costituito, grazie a una decina di associazioni e gruppi (molti del FuoriExpo), il Comitato locale Stop TTIP di Verona e provincia al quale oggi partecipano oltre 30 realtà locali (https://www.facebook.com/pages/Stop-Ttip-Comitato-Verona-E-Provincia/1408463432808452?notif_t=page_new_likes).
Non mi dilungo ma puoi ben immaginare quanto la presa di posizione fuori/contro Expo sia connessa all’impegno di fermare il trattato transatlantico. Solo per fare un piccolo esempio: se passasse il TTIP potrebbe succedere che il Veneto, in questo momento fortemente contrario agli OGM, potrebbe perdere una causa e dover risarcire la Monsanto, nota multinazionale pro OGM, che ha seminato sui campi del vicentino e questo perché il trattato regolerebbe la produzione e il commercio sopra le teste dei singoli Stati/Regioni/Comuni.
Sono personalmente contraria agli OGM perché incentivano il potere di chi ne detiene i brevetti, perché vincolano (laccio al collo) le imprese agricole e i piccoli agricoltori e contadini (agricoltrici e contadine, che ce n’è non poche in giro per il pianeta da nutrire), perché non è ancora chiaro quali siano i lati oscuri per umani, animali e ambiente. Ma sarei ancor più contraria se gli OGM passassero in virtù della fiera delle opportunità imperdibili per la fame sul pianeta, o come male minore, o per trattati commerciali tra poteri forti.
Qui finisce la mia premessa.
Mi hai chiesto, dunque, di raccontarti della mia partecipazione e delle mie riflessioni a lato.
Come ho avuto modo di dire via mail alle amiche e negli incontri pubblici, sento questo impegno FuoriExpo (e ancor più Stop TTIP perché se passa avrà effetti che dureranno nel tempo) come qualcosa che ne va di me. Era moltissimo tempo che non mi capitava così, come era molto tempo che non vivevo un’esperienza politica in modo così condiviso. Quindi, per farla breve, mi sono fatta trasportare dalla passione (eh sì). Ecco, il dire, l’esplicitare una posizione, approfondire, discutere con amiche e amici di altro parere. Discutere “animatamente”.
Quando c’è stata la chiamata al corteo del primo maggio a Milano, in concomitanza con l’inaugurazione di Expo, non ci ho pensato due volte: dovevo esserci. Dovevo esserci anima(tamente) e corpo. Una presenza fisica ad accompagnamento delle parole e delle pratiche condivise con le altre.
Le mie compagne e miei compagni di viaggio (metafora per non usare la parola “lotta” che potrebbe essere fraintesa visti gli eventi… ecco una prima perdita) FuoriExpo sono anime tranquille e quindi non mi sono fatta scoraggiare da chi mi o ci criticava di appoggiare la rivolta sociale (mi faceva sorridere). Anzi ho pensato che come al solito basta un po’ di sana conflittualità per dar adito ad alcuni di gridare al disordine sociale. Basta mettere in gioco la passione (tanto più se di donna) per provocare turbamento. Meglio le donne WE Expo che esprimono la loro posizione critica da dentro, si prendono cura del mondo, ligie e allineate (so che nel dir questo provocherò altro turbamento).
Insomma dovevo esserci e c’ero. C’ero nonostante una settimana di lavoro da inferno e senza sosta, c’ero nonostante il corpo urlasse riposo. C’ero portando con me molte che non potevano esserci e mi ringraziavano di essere lì anche per loro. C’ero anche se i TG parlavano di pericolo e possibili scontri (e io pensavo alla solita strategia). C’ero nella pratica di corpo responsabile imparata e agita con le mie relazioni politiche tra donne. Esserci.
L’appuntamento era alla stazione di Verona Porta Nuova. Al gruppo FuoriExpo si affianca un gruppo di persone che non conoscevo. Ma ne ho capito la provenienza grazie alla loro divisa da centro sociale. Una delle cose che ho apprezzato in questo percorso è stata la confluenza di situazioni molto diverse.
Scendiamo a una fermata prima di quella del punto di concentrazione, così da entrare nel corteo dalla testa. Fuori dalla metro c’è subito la polizia ma è tutto tranquillo. Comincio a farmi prendere dalla mia solita foga di documentare per chi non c’è. E comincio da lì a fotografare. Poi la testa del corteo, preceduta da una squadra di celerini assolutamente tranquilli, seguiti da un’infinità di bande musicali (200 musicisti) e gruppi. Prima di tutti lo striscione NoExpo e poi quelli contro il lavoro precario, per il lavoro, contro la cementificazione dei territori agricoli, quelli di Genuino clandestino, delle fabbriche autogestite, donne lesbiche contro il potere… Ho passato il tempo a fare foto e a condividere via Whatsapp il piacere di tanta tanta gente in corteo (dicono ventimila), tante bande che suonavano allegramente, slogan (ai ricchi il biologico, ai poveri il cancerogeno; semina verdura vivi la natura; fuori la mafia dallo stato, fuori lo stato dalla mafia; sotto la neve pane, sotto il cemento fame; e via).
Certo, situazione già vista. Nulla di nuovo. Ma gente tanta, donne e uomini, molto giovani (tantissimi) e non. Presenti a dir la loro. Così l’ho vissuta, come una forza di tanti e tante in presenza.
Corteo lungo e, nell’aspettare le altre, sono finita a tre quarti verso il fondo. E si vedeva fumo oltre la fine del corteo. E un po’ la gente cominciava ad agitarsi un po’ venivano avanti di corsa persone che fuggivano.
Qualcosa di brutto stava capitando. Qualcosa di stridente con quello che avevo vissuto fino a quel momento.
Nel frattempo il corteo arrivava alla fine del percorso e quindi altra polizia.
Fino a quel momento ero nella storia che sentivo anche mia. Poi le storie diventano due e una prendeva il sopravvento sull’altra.
In pochissimo tempo siamo in piazza e il mare di gente scomposto, a quel punto, viene inghiottito dalla metropolitana. Chi verso la stazione dei treni, chi verso il NoExpo Camp.
Presto ci siamo ritrovati sul treno di ritorno, tutto il gruppo FuoriExpo in una carrozza. Già verso la fine del corteo arrivavano telefonate di preoccupazione: in tv stavano passando solo le immagini di chi stava facendo danni, Milano a fuoco e fiamme, e i miei contatti non capivano più niente. Ero in una doppia dimensione?
Ho, abbiamo, spiegato a tutti quanto stavamo vivendo. Non una doppia dimensione ma un fuori corteo sganciato da noi, da me.
Mano a mano che ci avvicinavamo a Verona mi saliva una rabbia mista a impotenza e a un senso di stupida e stupita ingenuità. L’avevano fatto di nuovo. Era prevedibile? Mi dicevo di sì. Ma al tempo stesso io mi sentivo ancora in una presenza fisica positiva lì per le strade di Milano. Com’era possibile?
La sera a casa e nei giorni scorsi ho cercato di scovare una parola nelle comunicazioni di tv e giornali da cui emergesse la presenza di un corteo portatore di istanze di vita. Pochissimi e mai ripresi i commenti al corteo pacifico di trombe e tromboni, di gente festante. Di persone lì con il loro percorso comune di riflessione, di critica, di istanza di cambiamento. Ciò che emergeva piuttosto erano due facce di una stessa moneta: i black block che «hanno invaso Milano e distrutto la città» e Expo con la sua festa di inaugurazione e le sue dichiarazioni “i pacifici costruttori sono qui”. I black block con molotov e spranghe nutrono e danno senso e valore al modello traghettato da Expo. Come a dire che l’Oscuro Signore di Mordor, Sauron, alitando lo spirito del male riesce a nutrire (non il pianeta ma) se stesso che è anche Annatar, Signore dei doni, grazie al potere di cambiare aspetto e di rendersi esteticamente piacente, vestito come un nobile consigliere sempre pronto a dispensare saggi suggerimenti. Davanti a questo patto di dominio, per magia il popolo degli Elfi scompare.
Scusa questo racconto per analogia.
Ma la cancellazione, la scomparsa, è la cifra di come i movimenti e i gruppi di pratiche hanno partecipato alla dimensione più pubblica di questa faccenda: chi ha scelto di criticare Expo dall’interno ne è stato sussunto e ha portato valore aggiunto e forza agli obiettivi di dominio del modello Expo e dei suoi promotori; chi lo ha fatto da fuori è stato annesso a qualcosa di disdicevole, la violenza.
Solo nelle pratiche quotidiane gli uni (chi è dentro) e gli altri (chi è fuori) riescono a rimanere portatori e portatrici di senso e promotori di cambiamento. E questo è un punto importante, una consapevolezza ambivalente di forza e fragilità.
In questi giorni, a gran voce, si aggiunge un’altra denuncia contro chi ha partecipato alla manifestazione: non ci sono state dissociazioni dai fatti violenti. I manifestanti sono tutti complici dei violenti. Allora mi sono sentita chiamata in causa. Beh, io non sono come loro, forse dovrei dirlo? Ma mentre mi dicevo così, allo stesso tempo mi rispondevo che io non posso dissociarmi perché quella violenza non mi appartiene. Quella violenza non appartiene né a me né a chi era con me in corteo.
C’è stato un grande silenzio, è vero. Mi sono risposta che la mancanza di parola contro quella violenza viene piuttosto dalla negazione del mio, del nostro, essere stati lì. Nonostante la presenza in anima e corpo (molto corpo!), io non c’ero. Una cancellazione fisica e simbolica è stata perpetrata. Mediaticamente nessuno ha tenuto conto di me e di chi era con e come me. Allora come prendere parola, perché?
Non c’ero perché non viene mostrato mai il corteo pacifico e critico: viene fatto vedere solo il gesto violento dove io non ero. Non ero io quel gesto violento, non era il corteo di sani portatori di cambiamento. Non vengo mostrata, non c’ero ma si vuole che mi dissoci.
Ora – davvero affranta per chi ha subìto, davvero incazzata con chi ha colpito, davvero preoccupata perché non bastano quasi 100 chili e tanta passione e tanta riflessione e tante pratiche condivise per dirsi e farsi presenti – mi chiedo come ri-agire politicamente davanti allo scacco subito?
Intanto affermando che il viaggio (la lotta, dai, diciamolo) non è finito. Non mi sento annullata nell’azione politica. Ciò che Expo simbolizza rimane per me qualcosa di cui tenere conto per il cambiamento che desidero; le relazioni antiche e nuove rimangono e ci sono, le pratiche di cambiamento rimangono e ci sono.
E poi mi chiedo: dove sono ora? Perché io sono in qualche modo ancora a Milano. Sono dietro lo striscione veronese FuoriExpo, cammino dietro al tessuto sul quale insieme abbiamo scritto NoExpo, No Tav, Stop TTIP. E contemporaneamente sono nel nostro orto comunitario, a seminare il grano nel campo dell’aziendina messa in piedi con i ragazzi e le ragazze de La Folaga, sono al Circolo della rosa di Verona a confrontarmi su cambiamento e transizione, sono all’università a parlare di Illich e di crescita e decrescita e partecipazione agli studenti di infermieristica.
Sono nello scacco del primo maggio ma anche oltre, mantenendo aperta la domanda su quanto è successo.
Come è possibile? Sono diventata grande (nel senso di età!), mantengo una distanza diversa… forse. Forse è grazie al fatto che nei giorni subito successivi ai fatti di Milano noi siamo andate avanti con il nostro programma. Abbiamo avuto modo di continuare a esserci, corpi responsabili, in una presenza relazionale di cura e passione per dire FuoriExpo e Stop Ttip a Verona. Momenti di discussione nella due giorni in programma, possibilità di dirci e commentare e litigare per posizioni diverse. E molta gente è venuta.
Cristina che discute al telefono e commenta da lontano, Antonia e Vivi che mi incoraggiano a continuare, Silvia che mi dice che non ci sta a far vincere i violenti e sposta le panche e prepara lo spazio per l’incontro, Marco che sistema il tavolo con i materiali per l’avvio della campagna locale per fermare il trattato Usa/Europa, Daniele che legge il libro La danza delle mozzarelle per la presentazione del giorno dopo, Serena che lava l’insalata e commenta i TG, Michele che con la ramazza in mano rende accogliente l’ingresso, Gianluca che scarica cassette di verdure autocertificate bio, Barbara che predispone il frigo dei formaggi da consegnare al Gas (gruppo di acquisto sociale), Schizza che lascia il campo per venire ad ascoltare Elena parlare del trattato insieme a un centinaio di persone, Lucio che prende altre sedie perché c’è tanta gente in piedi.
Presto ci incontreremo per parlarci nuovamente di quanto è successo e di come andare avanti. E io sto aspettando.
Da una delle realtà attive nel NoExpo leggo: «Oggi però si impone una riflessione sulle pratiche e sulla capacità di proteggerne il senso collettivo e la possibilità reale di raggiungere gli obiettivi che ci si è dati collettivamente – senza cadere nella scorciatoia (peraltro impossibile da realizzare) della costruzione di servizi d’ordine capaci di risolvere le questioni sul piano “militare”. La questione è politica e politicamente va risolta. Una riflessione sulle pratiche che investa i modi con cui si esprime conflitto in un corteo, ma che sappia andare anche al di là interrogando la quotidianità dell’impegno sociale e politico, fatta di riappropriazione, percorsi politici capaci di essere credibili e aperti, relazioni dal basso e conflitto – per radicare socialmente le lotte e ottenere risultati, pur in un contesto non facile».[2]
E scriverti, Luisa, mi è servito a dire, seppur in una situazione di scacco politico, che la necessità di cambiamento che sento è forte e viva e non solo mia (meno male) e ne va di me e della mia ricerca di libertà.
Verona, 6 maggio 2015
Lucia
[1] Nel gruppo è pratica parlare al femminile in presenza di donne e uomini.
[2] http://www.communianet.org/polis/alla-ricerca-di-un-reale-conflitto-sociale
(www.libreriadelledonne.it)
Les jupes longues des musulmanes, nouvelle fracture à l’école
di Cécile Chambraud e Séverin Graveleau
Tensioni a scuola sulle gonne lunghe
A Sarah, 15 anni, è stato vietato due volte l’ingresso alla sua scuola di Charleville-Mezières.
La notizia, uscita sul quotidiano L’Ardennais martedì 28 aprile, ha rapidamente infiammato i social network. Sarah, 15 anni, allieva del quarto anno della scuola secondaria inferiore Léo-Lagrange di Charleville-Mezières, nelle Ardenne, s’è vista rifiutare due volte l’accesso al suo istituto perché la gonna che portava era… troppo lunga. D’una lunghezza che, agli occhi della preside Maryse Dubois, ne faceva un’«ostentazione di appartenenza religiosa», come ha scritto il 24 aprile ai genitori della giovane musulmana.
Il 16 aprile, poi di nuovo il 24 aprile, Sarah ha dunque dovuto riprendere il pullman e il treno per tornare a casa sua, a 25 chilometri di distanza. Non era la prima volta che la ragazza, che si toglie il velo quando entra in classe, veniva “avvertita” che la sua tenuta poneva un problema, riconosce la sua famiglia, e non è neppure l’unica a indossare una gonna lunga «quando è bel tempo». Altrimenti, porta i pantaloni, come farà quando tornerà a scuola. «Ma è ingiusto, non è una ragione valida per vietarmi di entrare», deplora Sarah.
La preside martedì non era raggiungibile. L’ufficio scolastico regionale da parte sua informa che il 16 aprile «diverse ragazze», tra cui Sarah, si sarebbero presentate a scuola in gonna lunga, in risposta a un recente incidente collegato al divieto di portare il velo dentro l’istituto. Sarebbe stata questa «provocazione voluta» a motivare la decisione di tutta l’équipe educativa, «ispettori e provveditorato compresi», di vietar loro l’entrata in classe (e non nell’edificio scolastico nel suo insieme) sulla base della legge 15 marzo 2004 sui «simboli e l’abbigliamento che manifestano un’appartenenza religiosa» nella scuola pubblica.
Il provveditorato agli studi di Reims precisa che nessuna regola vieta «in linea di principio» di portare gonne lunghe ma che il contesto spiega questa particolare decisione. In seguito a questo incidente, è stata realizzata in ogni classe un’iniziativa di sensibilizzazione alla laicità, con un «richiamo alla carta della laicità» e una «spiegazione su ciò che è ostentato e ciò che non lo è». Non è stata prevista nessuna misura di espulsione dalla scuola, comunica inoltre il provveditorato.
Se questo episodio ha immediatamente fatto la fortuna dell’hashtag #JePorteMaJupeCommeJeVeux (“porto la gonna come voglio io”, NdT) su Twitter, è perché, al di là del caso di Sarah, in numerose scuole superiori si verificano episodi simili. Per la maggior parte non vengono resi pubblici perché i professori preferiscono cercare di superarli con il dialogo anziché imporre alle allieve interessate delle sanzioni che ostacolerebbero la frequenza scolastica.
«La legge è chiara»
Nel 2014, il Collectif contre l’islamophobie en France (CCIF, “Collettivo contro l’islamofobia in Francia”) è stato coinvolto in più di un centinaio di casi di allieve delle medie e delle superiori a cui l’istituto scolastico rimproverava un abbigliamento contrario alla legge del 2004. La maggior parte di questi casi riguardava la lunghezza delle gonne.
Questa tensione bassa ma costante è uno dei sintomi dell’inquietudine che si è creata intorno alla nozione di laicità e a quella di visibilità dell’islam. La legge del 2004, che vieta di portare nelle scuole, medie e superiori, «simboli o abbigliamenti attraverso i quali gli allievi manifestino ostentatamente un’appartenenza religiosa», aveva come bersaglio principale il velo e aspirava a dare un taglio a questo tipo di conflitti fissando una linea netta che permettesse di sapere cosa era vietato.
In tutta evidenza, la legge non ha sciolto tutte le tensioni. «La difficoltà di questi casi» assicura Elsa Ray, portavoce del CCIF, «non dipende da dubbi giuridici. La legge è chiara. Ci si scontra invece con le posizioni ideologiche di certi membri della comunità educativa. E in tal caso diventa molto complicato agire e argomentare».
Una gonna lunga è un segno “ostentato” di fede musulmana? In una circolare del 18 maggio 2004, l’allora ministro della pubblica istruzione François Fillon aveva precisato il senso della legge: «I simboli e gli abbigliamenti vietati sono quelli che conducono a far riconoscere immediatamente l’appartenenza religiosa di chi li porta, come il velo islamico, comunque lo si voglia chiamare, la kippa, o una croce di dimensioni eccessivamente vistose. […] La legge […] non vieta gli accessori e le tenute che possono essere portati da tutti gli studenti indipendentemente dal significato religioso.»
Relatore generale dell’Osservatorio sulla laicità presso la presidenza del consiglio dei ministri, Nicolas Cadène ricorda che la legge del 2004 «non sanziona ciò che può essere indossato senza alcun significato religioso», come per esempio una gonna lunga. «Nel dubbio», precisa, «bisogna basarsi sul comportamento dell’allievo/a. Se per esempio l’allievo/a rifiuta di usare indumenti adatti per la ginnastica, il problema c’è. Ma se il suo comportamento non avversa le regole educative, non c’è motivo di sanzionare». Il ministero della pubblica istruzione comunicava martedì che «il mancato rispetto» della legge che vieta l’ostentazione dei simboli religiosi si evince «dalla combinazione tra abbigliamento e atteggiamento».
(traduzione di Silvia Baratella)
(Le Monde, 30 aprile 2015)
Mentre nel mondo la terza guerra mondiale miete vittime e produce la più grande migrazione nella storia dell’umanità e l’Europa è ancora in piena crisi finanziaria, a Milano gli italiani celebrano il cibo. E lo fanno in un contesto tipicamente nostrano sullo sfondo di scandali, corruzione, speculazioni edilizie selvagge e così via.
Nella grande abbuffata milanese non potevano mancare i volti celebri, le star della moda e i politici di turno loro amici. Il tutto sotto la benedizione delle grandi multinazionali dell’alimentazione e del fast-food, dalla Coca Cola a McDonald. Persino Slow Food, un tempo simbolo della semplicità del mondo contadino, rischia di finire in questo tritacarne.
Ciononostante ci si meraviglia della contestazione – il No Expo – e degli scontri di piazza. Questa è una manifestazione contestatissima perché costosissima, uno spreco in un momento in cui i soldi servirebbero a ben altro. Lo stesso ragionamento ha alimentato la contestazione poche settimane fa nei confronti dell’apertura della nuova sede della Banca centrale europea. La celebrazione della grande abbuffata del cibo globale e la costruzione della nuova cattedrale della finanza europea sono completamente fuori luogo in un contesto di austerità dove ai pensionati europei sono state ridotte le pensioni, già da fame, ed i giovani sono destinati ad una vita magra da precari.
Queste contraddizioni sono frutto della polarizzazione sociale regalataci dall’economia neoliberista, da una parte ci sono le élite, inclusa quella del cibo, e i politici di turno che con loro si abbuffano, dall’atra parte c’è il resto della società, coloro che dovrebbero come tante formichine varcare i cancelli dell’Expo, per ammirare i tempi del cibo di paesi lontani.
A questo punto bisogna porsi alcune domande.
In un mondo globalizzato dove tutti sanno tutto degli altri, dove non esistono più misteri culinari e dove la cucina fusion ha portato in oriente cibi e spezie occidentali e viceversa, a che serve l’Expo del cibo? Anzi a che serve l’Expo come concetto di scoperta e scambio di innovazioni tra i popoli? Basta accendere uno smartphone per rendersi conto dell’inutilità di questi eventi, tutto ciò che desidero sapere o vedere è sempre a portata di mano e gratis ma se lo voglio acquistare o mangiare allora il portafoglio mi dice che non si può.
Seconda domanda: quante bocche avremmo potuto sfamare con i soldi spesi per questa vetrina di prodotti legati alla gastronomia, tutti privi di sorprese? E se questi soldi fossero stati risparmiati per combattere la fame nel mondo, oggi l’Italia e Milano avrebbero potuto usarli in Nepal per sfamare milioni di persone.
Certo i neoliberisti italiani obietterebbero che dar da mangiare ai terremotati nel Nepal non aumenta il Pil italiano mentre l’Expo…Tutta quella cementificazione intorno alla stazione Garibaldi, sostengono, ha fatto gravitare il valore degli immobili della zona, e poi c’è l’indotto del turismo, alberghi, ristoranti, taxi ecc. ecc., persino la corruzione fa bene al Pil, alla fine i soldi sono finiti nelle tasche di imprese italiane, non nelle pance dei poveri. Peccato che questa favola non sia a lieto fine. Gli alberghi a Milano non sono pieni, i ristoranti non traboccano e i prezzi degli appartamenti che si vendono sono sempre più bassi.
E quelle formichine umane che dovevano correre verso l’Expo non lo stanno facendo perché non hanno i soldi. Certo chi ci vuole credere a questa favola, chi ha bisogno di questa illusione, è libero di continuare a farlo.
Terza domanda: la riflessione sul cibo nel contesto del XXI secolo davvero non serve a nulla? E la risposta è si, certo che serve, ed è importante, ma va fatta in contesti completamente diversi.
A Verona il 1° maggio si è svolto un convegno organizzato dalle donne veronesi WE EXPO e dal MAG, un’iniziativa sociale attivissima sul territorio. Si è trattato di una sfida all’interno del carrozzone dell’Expo tutta femminile. E vi hanno partecipato anche contadine venete del movimento No Expo, aderenti al movimento mondiale Vía Campesina, che rappresenta 400 milioni di piccole aziende, che sin dall’inizio ha preso le distanze dall’Expo di Milano.
Mentre a Milano si beveva Coca-Cola e si mangiavano hamburger di McDonald, a Verona si è parlato della dieta occidentale che ci uccide e dei costi altissimi da questa prodotti in termini di salute pubblica e inquinamento del pianeta. Mentre a Milano si gustavano dolci di tutti i tipi, le contadine venete ci raccontavano come le multinazionali dell’agricoltura chimica hanno ridotto a tre le varietà di semi di granoturco. Chi il primo maggio degustava vini e prosecchi all’Expo non sapeva che i pesticidi di cui si serve l’agricoltura meccanicizzata stanno uccidendo le api, senza le quali il 40% della produzione agricola mondiale scomparirà. Nessuno a Milano ha conosciuto Maria Teresa Padovani, un’artista che con una donazione di poche decine di euro ha dato da mangiare a 187 bambini dello Zambia.
Fortunatamente lontano dai riflettori, dai volti celebri e dalla politica esiste un movimento mondiale che vuole riconquistare il diritto al cibo sano e sfamare così chi ha fame, per ascoltare la sua voce basta accedere alla rete, è facile, rapido, e non bisogna acquistare nessun biglietto d’ingresso.
di Alessandra Pigliaru
Intervista. Un incontro con Genevieve Vaughan, filosofa e femminista americana che studia le società del libero scambio, individuando in quella gratuità, che ha radici materne, il principio anticapitalista per eccellenza
Tra antropologia, filosofia, semiotica e linguistica, secondo Genevieve Vaughan l’economia del dono è efficace perché le si riconoscono le radici nel dono materno unilaterale. La scelta radicale di parlare di dono attraverso una critica femminista è stata una pratica e una scoperta, metodo teorico-pratico di lettura della realtà. Negli anni, alcune intersezioni – come per esempio i moderni studi matriarcali fondati da Heide Göttner-Abendroth – hanno lambito le originali analisi di Vaughan sull’urgenza dell’economia del dono. Passando dal ripensamento delle categorie marxiane fino alle pratiche messe in atto da società pre-capitalistiche e spesso matricentriche ancora esistenti, i suoi interventi sono integralmente consultabili al sito internet: www.gift-economy.com.
Tra i suoi libri più significativi vi è certamente quello che riassume la questione dell’economia del dono, For-giving. A feminist criticism of Exchange (1997) tradotto in Per-donare. Una critica femminista dello scambio (Meltemi, 2005). Più recenti sono invece The Gift in the Heart of Language: the maternal source of meaning (Mimesis International, 2015) e Homo Donans, scritto qualche anno fa in inglese e ora in italiano in e-book (edizioni VandA, 2015). Negli Stati Uniti ha creato una fondazione composta da donne che si è occupata di antinucleare, pace, antirazzismo e varie altre questioni. Si chiamava Foundation for a Compassionate Society. «Mi hanno detto che la parola compassione non suona bene in italiano – racconta Vaughan – in realtà intendevo solo dire che la società, invece di crudele, doveva essere compassionevole. È stato un tentativo di cambiare i valori attraverso la pratica».
Quando ha cominciato a riflettere sul dono?
Ho iniziato negli anni Sessanta, mi ci è voluto però molto tempo per arrivare a un pensiero compiuto. Sono una slow philosopher, ho praticato slow thinking. Allora c’erano pochi autori che ne parlavano. C’era stato Marcel Mauss, ma i tre punti del «dare, ricevere, ricambiare» – che secondo lui caratterizzano il dono – non mi soddisfacevano; poi Lewis Hyde negli Stati Uniti, con il suo libro del ’78 The Gift e il gruppo della rivista Mauss fondata all’inizio degli anni Ottanta in Francia sono stati fra i primi. Nei miei libri spiego come ho iniziato allora a cercare di definire il dono. Trovo che sia una base del linguaggio. Sono diventata femminista qui in Italia, ma poi sono tornata a vivere negli Stati Uniti nel 1983 e ho portato a casa sia il femminismo italiano che le mie idee sull’economia del dono. Siccome nessuno del mio ambiente aveva mai sentito niente del genere, ho pensato che dovessi praticarlo. L’ho fatto in Texas con la Foundation for a Compassionate Society, che è stata un esperimento fondamentale.
Perché l’idea di proporre un convegno sulle radici materne dell’economia del dono?
Gli studi matriarcali e indigeni ci aiutano a connettere il materno e l’economia del dono perché mostrano come possa funzionare l’economia del dono nella realtà. Gli studiosi e attivisti indigeni non hanno la stessa visione del dono che aveva Mauss e abbiamo ora la possibilità diretta di ascoltarli e collaborare. Nelle loro società, in molti casi, si vede il dono ancora funzionante malgrado gli attacchi della società patriarcale e capitalista europea. Tutte le diversi voci che riflettono sul dono uniscono moltissimi movimenti economici, femministi, indigeni, ecologisti, pacifisti che operano per soddisfare il bisogno di cambiamento di paradigma, per realizzare una società radicalmente diversa.
Dal 2001 a oggi si è sempre occupata dell’International Feminists for a Gift Economy. Nel suo ragionamento c’è un legame primario tra il dono e la cura materna; il paradigma è lo spostamento dal do ut des nella infinita catena di dono e contro-dono al piano del bisogno. È il riconoscimento di sapersi dipendenti?
La logica del dono unilaterale aderisce alla logica primaria della vita, ed è molto diffusa; non c’è niente di straordinario né l’ho mai intesa come una conquista di carattere morale, piuttosto come una pratica di cura che, fin dall’infanzia, crea rapporti di mutualità e fiducia. Dal momento della nascita si riceve tutto in dono, dalla madre o da chi si prende cura di chi è piccolo che, in alcuni posti del mondo, sono addirittura villaggi interi. Nel caso dei bambini e delle bambine è una questione di vita o di morte, nel senso che chi non viene curato non sopravvive. La logica del dare e ricevere è transitiva, ovvero ciò che viene prodotto passa dall’uno all’altro per soddisfare un bisogno. Il dono gratuito costituisce quello che in economia si chiama modo di distribuzione e la matrice, la modalità in cui si dispiega, dà uno spazio allo sviluppo infantile di una soggettività imperniata intorno a quella esperienza trasmissiva, non alla esperienza dello scambio, che i bambini capiscono molto più tardi.
È interessante notare come l’esperienza della dipendenza positiva si scontri con l’indipendenza proposta dal mercato: paradossalmente, quest’ultima è proporzionale al guadagno di una efficiente dipendenza. In una comunità basata invece sull’economia del dono, tutti si riconoscono dipendenti e tale dipendenza – di altra qualità rispetto a quella offerta dal mercato – fa arretrare la prestazione coercitiva e selettiva.
In un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, con il neoliberismo che inneggia all’agonismo, vi è una pesante divaricazione tutta retorica che prevede la gratuità per “meritare di esistere” e il sacrificio. Come fa il dono a non essere divorato o piegato agli interessi perversi dello sfruttamento contemporaneo?
Il mercato è un meccanismo di appropriazione dei doni. Il plus-lavoro, inteso come lavoro non pagato, è un dono forzato così come lo sono le risorse naturali, l’acqua per esempio o i semi che un tempo erano gratuiti e ora sono stati acquisiti, privatizzati e trasformati in merci dalle multinazionali.
Il lavoro delle casalinghe, anche se non è forzato nella stessa maniera, costituisce un dono all’economia stessa (aumentando il Pil di un’alta percentuale di cui l’entità esatta è ancora dibattuta da ricercatori come Waring e Ironmonger) poiché i datori di lavoro non devono pagare e quindi il “dono” delle casalinghe contribuisce al loro profitto.
Il mercato si erge come modello di comportamento, creando un homo economicus che non è mosso dal bisogno altrui. Si pone come unica misura di benessere, peccato che il dare per ricevere qualcosa in cambio nasconda come unica mira il “dono di profitto” creando l’illusione di essere principio di valore autosufficiente. C’è un modello di convivenza sotteso a tale dinamica, un motto equivalente al mors tua vita mea, un dispositivo vendicativo dell’occhio per occhio ma anche esempi più insidiosi perché apparentemente positivi, la giustizia come indennizzo del crimine o il senso di colpa come preparazione al risarcimento. In queste strutture includerei anche il meritare di esistere o attraverso lo scambio o attraverso il dono. Se sul piano macro-economico il mercato divora il dono e lo piega ai propri interessi, su quello della pratica quotidiana penso sia importante una presa di coscienza dell’esistenza di questa economia materna nascosta, per potersi sottrarre al cannibalismo del mercato che vorrebbe piegare universalmente volontà e desideri.
Che cosa esattamente produce questo mercato rovinoso che cerca di servirsi dell’economia del dono?
Proprio negli ultimi giorni abbiamo tristemente assistito alla rappresentazione dei valori bio-patici di cui questo mercato è intriso; questi valori sono facilitati dalla negazione o rimozione della memoria storica e di contesti materiali più ampi. La mia amica Charito Basa (presidente del Filipino Women’s Council, ndr) ha detto che i migranti «vanno dove sono andati i loro soldi»; vengono in Europa perché prima c’è stato lo sfruttamento dei doni e delle risorse dei loro paesi da parte dell’Europa (e degli Stati Uniti). Questa accumulazione dei doni nel Nord del mondo ci fa apparire come se avessimo una grande e ricchissima economia indipendente, anche se facciamo finta di ignorare la provenienza di quella ricchezza.
Non vogliamo che gli immigrati si impadroniscano del nostro bottino che abbiamo preso da loro. Così quello che viene prodotto – che deriva dallo statuto dell’homo economicus – è una cecità stupefacente dinanzi ai deboli, agli ultimi, alle vittime di una povertà inaudita e causata dalle guerre armate anche dall’occidente. Gli uomini e le donne, le bambine e i bambini, che spesso trovano la morte nel nostro Mediterraneo si spingono fin qui per poter dare da mangiare ai propri figli e alle proprie figlie, per poter praticare il dono necessario alla loro vita.
(il manifesto 24/4/2015)
di Marco Dotti
Di fronte alle stragi del Mediterraneo, la Federazione delle Chiese evangeliche e la Comunità di Sant’Egidio lanciano una proposta concreta e realizzabile in tempi rapidi: aprire nei Paesi da cui partono i migranti un canale dedicato, per ottenere visti per motivi umanitari. Come finanziare la proposta? Con l’8×1000 della Chiesa valdese e di Sant’Egidio.La proposta verrà sottoposta ai Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri nelle prossime ore.
Che fare? Mentre molti avanzano soluzioni finali disumane o, semplicemente, irrealizzabili, altri invitano a firmare appelli e altri ancora “si apprestano a discutere” (cosa che, sia detto per inciso, a quello che dovrebbero essere i decisori europei riesce particolarmente bene negli ultimi mesi), arriva dalle Chiese Evangeliche e dalla Comunità di Sant’Egidio una proposta concreta e potenzialmente rivoluzionaria rispetto ai dispositivi, retorici o repressivi, che per molti rappresenterebbero le “uniche opzioni possibili”.
[…]
La proposta di Sant’Egidio e delle Chiese Valdesi
Sant’Egidio e valdesi chiedono di aprire un primo “canale umanitario” in Marocco, precisamente a Rabat e Tangeri, per testare immediatamente la tenuta del sistema. E, tempo un anno, propongono la creazione di altri “Humanitarian desk”, gestiti dalle realtà promotrici dell’iniziativa in accordo con le autorità locali e quelle italiane, nelle altre aree del nord Africa.
La scelta del Marocco per la sperimentazione dei “canali umanitari”, fanno sapere da Sant’Egidio, è dovuta alla stabilità politica e ai rapporti di collaborazione e cooperazione stabiliti con l’Italia e con l’Europa.
Operativamente, i desk entrerebbero in contatto con i potenziali richiedenti asilo attraverso partenariati con associazioni già operative (come l’Acnur, la Chiesa evangelica del Marocco e la diocesi di Tangeri) promuovendo programmi sociali nelle aree di concentrazione dei migranti.
Ottenuto il visto,la persona richiedente potrà imbarcarsi su un volo regolare e, una volta giunto in Italia, potrebbe richiedere asilo in Italia.
Se da un lato conta l’esperienza relazionale e internazionale di Sant’Egidio, su un altro piano, ma in ottima sinergia, l’esperienza valdese dell’autofinanziamento si fa sentire: la sperimentazione del “canale umanitario” sarà infatti interamente finanziata dall’8×1000 della Chiesa valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio.
Giuridicamente si può fare
Spiegano da Sant’Egidio che «la base giuridica dell’iniziativa si fonda sull’art. 24 del Regolamento CE n. 810/2009 del 13 luglio 2009 che istituisce il Codice comunitario dei visti, vale a dire la possibilità di concedere visti con validità territoriale limitata, in deroga alle condizioni di ingresso previste in via ordinaria dal codice frontiere Schengen, “per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali”.
In attuazione di questa disposizione, su indicazione congiunta del Ministero dell’Interno e del Ministero degli Affari Esteri, una o più rappresentanze diplomatiche verrebbero autorizzate a rilasciare un numero predeterminato di visti per motivi umanitari.
Si tratta di sperimentare una “buona pratica” che negli auspici potrebbe essere estensibile anche ad altri Paesi europei».
8×1000: tutto al sociale
Resta da chiarire un punto, rispetto a tante polemiche che, tra le altre cose, proprio nelle scorse settimane hanno spesso confuso 8×1000 e 5×1000.
Nel 2014, le chiese valdesi e metodiste hanno ricevuto 41 milioni di euro. Più di 600mila italiani – le cifre si riferiscono al 2011, ma l’erogazione è avvenuta, appunto, nel 2014 – hanno deciso di destinare il loro 8×1000 alle iniziative valdesi.
Si tratta di un dato pari a trenta volte la consistenza numerica della comunità di fede valdese ed evangelica. Qualcosa, dunque, deve aver spinto laici e appartenenti a altre confessioni ad avere fiducia nelle iniziative di questa piccola, ma operosa comunità.
Come spiega il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, la maggior parte dei fondi ricevuti viene «destinata a progetti realizzati da associazioni esterne rispetto alle chiese e alle opere sociali valdesi e metodiste». Associazioni selezionate in base a rigorosi standard di valutazione dei progetti, senza alcuna considerazione per l’appartenenza confessionale.
Le somme destinate a ciascun progetto, inoltre, vengono rese pubbliche sul sito web della chiesa valdese o attraverso iniziative pubblicitarie su testate nazionali che non possono sforare il 5% del budget complessivo.
Il pastore Bernardini ritiene che «il punto di forza della nostra gestione dell’8×1000 sia il fatto che non destiniamo neanche un euro alle spese per il culto, la costruzione o la ristrutturazione di chiese, l’evangelizzazione, gli stipendi pastorali». La proposta di autofinanziamento dei corridoi umanitari ha, dunque, basi solide e finanze concrete.
Corridoi umanitari vs. logica dell’emergenza
In un articolo, pubblicato il 15 aprile scorso su Notizie evangeliche da Marta Bernardini e Francesco Piobicchi del progetto Mediterranean Hope, si legge: «Nessuno, o quasi, accenna più ai corridoi umanitari, tutti parlano di emergenza ma nessuno vuole affrontare veramente questo tema».
Oggi, che l’emergenza è davvero esplosa, forse sarebbe il caso di uscire da un ragionamento unicamente emergenziale, prendendo una decisione saggia e lungimirante, che potrebbe rappresentare per molti la via di salvezza e per l’Europa una plausibile via per assumersi davvero, ma umanamente, le proprie responsabilità.
(Pubblicato su vita.it il 22 aprile 2015)
di Ivano Abbadessa
Meryl Streep ha deciso di finanziare un laboratorio di sceneggiatura riservato esclusivamente a donne che abbiano superato i quarant’anni. Con The Writers Lab il tre volte premio Oscar dichiara guerra al maschilismo di Hollywood. Testimoniato dal fatto che solo il 15% degli sceneggiatori e il 18% dei registi è donna. Per aumentare queste percentuali dal 1° maggio al 1° giugno tutte le autrici interessate sono invitate a inviare la propria candidatura all’organizzazione non-profit New York Women in Film & Television. Le otto fortunate prescelte potranno seguire i corsi che si terranno a settembre a New York e lavorare affiancate da mentori del mondo della cultura e dello spettacolo come Kirsten Smith, Jessica Bendinger e Caroline Kaplan.
di Clara Jourdan
Tra il 1260 e il 1270 arrivò a Milano dalla Boemia una donna chiamata Guglielma e «intorno a lei si formò una cerchia di amici e devoti, gente di ogni condizione sociale, donne e uomini, laici e religiosi, che in lei vedevano una maestra e una santa»; tra loro, i monaci cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle milanese, dove Guglielma venne poi sepolta nel 1281 o 1282.
La vicenda, con ciò che ne seguì, è stata ricostruita, raccontata e interpretata da Luisa Muraro in un libro edito da La Tartaruga nel 1985 e nel 2003 dal titolo Guglielma e Maifreda, sottotitolo Storia di una eresia femminista. “Femminista” è un evidente anacronismo, la storiografia di fine Ottocento ha dato questo nome all’eresia perché Guglielma è stata riconosciuta dalle persone che la frequentavano come nuova incarnazione di Dio, della stessa sostanza di Gesù Cristo, incarnazione dello Spirito santo nel sesso femminile; quelle persone, che dopo la sua morte facevano capo a suor Maifreda, vennero processate dall’Inquisizione e alcune di loro bruciate sul rogo nel 1300 insieme al corpo dissepolto di Guglielma. Come si può capire da questi accenni, si tratta di una storia di enorme importanza, storica, politica, religiosa, filosofica.
Dato che le due edizioni cartacee del libro sono andate esaurite da tempo, la Libreria delle donne ha pensato di farne un’edizione elettronica e gratuita, a disposizione di chiunque in tutto il mondo. Le spese sono state sostenute dalla Scuola di scrittura pensante, ci hanno lavorato Manuela De Falco, Valeria Spirolazzi, Fabiola Somaschini, Clara Jourdan, e dal gennaio 2015 l’e-book si trova nel sito www.libreriadelledonne.it scaricabile liberamente in due formati, pdf e epub. Quando l’abbiamo annunciato, come regalo per l’anno nuovo, abbiamo ricevuto molti ringraziamenti, a conferma che avevamo avuto una buona idea. Tutto bene, dunque? No, perché l’altro giorno ho provato a cercare con Google “Guglielma” e poi “Guglielma e Maifreda”, ma niente, nessuna notizia dell’e-book; solo mettendo “e-book Guglielma e Maifreda” compare, e subito: meno male, ma chi non sa che è uscito in e-book come fa a saperlo? chi cerca informazioni su Guglielma, o sul libro cartaceo, non ci arriverà mai! Infatti i posti dove si parla di Guglielma non lo menzionano, né i siti femministi, né wikipedia, né l’enciclopedia delle donne ecc. a quanto ho potuto verificare non solo attraverso Google ma anche entrando in molti siti.
Allora faccio un appello. Chiedo alle storiche, alle teologhe, alle filosofe, alle femministe, alle donne e agli uomini che sentono l’importanza di figure come Guglielma di registrare e diffondere nei loro siti e blog questa notizia: c’è l’e-book di Luisa Muraro, Guglielma e Maifreda. Storia di una eresia femminista, scaricabile gratuitamente da: http://www.libreriadelledonne.it/categorie_ebook/ebook/
(www.libreriadelledonne.it, 1° maggio 2015)