di Luisa Muraro

Conoscete Séraphine de Senlis? È una pittrice francese nata da nullatenenti di campagna, nel 1864, quasi subito orfana e cresciuta in un collegio di suore, poi donna a ore nella città di Senlis, al nord della Francia, vissuta povera tranne alcuni anni di fortuna (grazie a Wilhelm Uhde, mercante d’arte), morta nel 1942 in un manicomio della Francia occupata (e chi conosce la storia sa che cosa ha voluto dire per tante e tanti: in uno stato di tragico abbandono).

Io sono una sua ammiratrice, ammiro l’opera e la persona. Di lei mi parlò Christiane Veauvy di Parigi, dandomi un catalogo da cui provengono le immagini pubblicate sul n. 65 di Via Dogana, dicembre 2010.

Nonostante la sorte avversa, con la sola cultura di saper appena leggere e scrivere, cui si aggiunse un’elementare formazione religiosa, in un ambiente sociale di provincia che non le fu ostile ma fatalmente vedeva in lei una lavoratrice manuale domestica, questa donna riconobbe presto in sé il desiderio di esprimersi, gli fu fedele e coltivò l’arte della pittura raggiungendo originalità e potenza, tanto che una parte dei suoi dipinti si salvò dalla dispersione per essere esposta e qualche quadro si trova conservato in musei importanti.

Perciò ho salutato con gioia il saggio di Katia Ricci, Séraphine de Senlis. Artista senza rivali, editrice Luciana Tufani, Ferrara 2015, ricco di notizie sull’artista, l’opera e la fortuna. E corredato da un prezioso apparato iconografico. Le ringrazio moltissimo e mi auguro che il loro impegno contribuisca ad accrescere la fama di Séraphine ripagandolo anche con le vendite.

Devo però formulare una critica. Nel risvolto di copertina, che vuole presentare la figura dell’artista, la trovo così etichettata: «Uno dei tanti esempi di donne il cui talento è stato troncato e che sono state dichiarate pazze perché non si uniformavano alle aspettative della società in cui sono vissute». Si tratta di un miscuglio di cose false e stereotipate che fa torto a Séraphine de Senlis, oltre che all’esattezza storica, ma anche all’autrice e all’editrice che le hanno dedicato questo saggio.

Non so chi abbia scritto questo falso e deprimente commento alla luminosa figura di Séraphine. E non m’interessa saperlo, perché so da dove proviene.

Proviene, in primo luogo, dal femminismo, noi comprese, quando smette di pensare e di cercare le parole, per mettersi a ripetere cose generiche che vanno bene a tutte (e a nessuna). Proviene da una storiografia a una dimensione, quella che confronta le donne agli uomini e le appiattisce. Proviene, al fondo, da una sempiterna richiesta di riconoscimento. Su questo tema mi sono soffermata recentemente parlando di un’antica maestra spirituale che ancor oggi può insegnarci ad amare e a combattere. Da questa, la beghina fiamminga Hadewijch, ricavo le parole per dire di Séraphine: ha saputo combattere tutta la notte, fino all’alba, senza arrendersi e perciò ha meritato di essere sconfitta (sottinteso: da Dio, non dagli uomini). 

(www.libreriadelledonne.it, 26 maggio 2015)

di David Ramos

 

La candidata di Podemos, Ada Colau, ha vinto le elezioni municipali di Barcellona, sconfiggendo anche il candidato della lista autonomista Con­ver­gèn­cia i Unió (CiU). Colau, che ha conquistato 11 seggi, ha condotto la sua campagna elettorale impegnandosi a risolvere il problema abitativo della città, a ridurre le disuguaglianze e la disoccupazione e a fermare gli sfratti. Il grande sconfitto di Barcellona è il Partito socialista che è passato da seconda a quinta forza della città (da 11 a 4 seggi).

Colau ha vinto le elezioni con la lista civica Barcelona en Comú in cui è confluito anche Podemos, il partito di sinistra guidato da Pablo Iglesias, nato nel 2014 sulla scia del movimento di protesta 15-M che nel 2011 ha portato in piazza migliaia di spagnoli.

La nuova sindaca di Barcellona, 41 anni, laureata in filosofia, ha un passato come leader dei movimenti di lotta per la casa in città, in particolare si è impegnata dal 2009 contro gli sfratti nel movimento Plataforma de afectados por la hipoteca (Pah), che si è battuto per il diritto alla casa, contro il pignoramento e per l’approvazione di una legge d’iniziativa popolare che riformasse la legge sui mutui in Spagna. Fino a qualche tempo fa, Colau era considerata dal governo catalano «una pericolosa attivista, una donna spigolosa con cui è difficile trattare».

Il Pah ha condotto un’importante campagna per chiedere al governo di cambiare le leggi sull’insolvenza dei mutui ipotecari per le famiglie. Con la crisi economica, infatti, molti spagnoli si sono trovati nella condizione di non poter pagare il mutuo della casa e per questo di perdere la propria abitazione. Nel 2014 Pah ha raccolto un milione e mezzo di firme per chiedere al governo di cambiare la legge sui mutui, ma la riforma è stata affossata dal parlamento a maggioranza popolare. Per questa campagna Pah nel 2013 ha ricevuto dal parlamento europeo il Premio del cittadino europeo, decisione che ha suscitato le proteste del Partito popolare.

Colau viene da una famiglia della media borghesia barcellonese, sua madre era un’agente immobiliare, suo padre un pubblicitario. Ha cambiato una ventina di lavori, ma si è occupata di politica dai tempi dell’università. Vive a Barcellona con il suo compagno, un economista, e suo figlio di tre anni.

Durante la campagna elettorale, Colau si è concentrata sulla disoccupazione e la disuguaglianza, ha promesso di investire 50 milioni di euro per la creazione di 2.500 nuovi posti di lavoro. Ha dichiarato guerra all’industria del turismo che ha trasformato Barcellona e ha detto di voler impedire la concessione di nuove licenze alberghiere. Si è impegnata per riformare il sistema dei trasporti e dell’energia della città. Infine ha promesso di tassare le banche che tengono le proprietà immobiliari sfitte e che contribuiscono a far salire i prezzi delle case in città.

«È stata la vittoria di Davide su Golia», ha detto Colau commentando i risultati elettorali la sera del 24 maggio. «In questa città non esisteranno più cittadini di serie B», ha aggiunto.



(Internazionale, 25 maggio 2015)


Queste importanti notizie sono apparse sull’Osservatore romano del 23 maggio. Vogliamo soprattutto attirare l’attenzione sulla giustezza dell’intervento dell’eurodeputata Dita Charanzova. (l.m.)

Sembrano finalmente avviati gli interventi di soccorso ai profughi e migranti — della minoranza rohingya in fuga dalle persecuzioni del Myanmar e bengalesi in fuga dalla fame nel Bangladesh — intrappolati su barconi alla deriva nel mare delle Andamane. Il primo ministro malese, Najib Razak, che insieme al Governo indonesiano si era già detto pronto ad accoglierli, ha annunciato ieri sera l’ordine alla Marina di condurre missioni di ricerca e aiuto.

L’Assemblea di Strasburgo — dove la settimana prossima sarà ospite il Segretario generale dell’Onu, che tratterà fra i vari argomenti proprio i flussi migratori — deve ancora pronunciarsi (ecc.) Nel dibattito relativo a quanto sta accadendo nel sud-est asiatico, comunque, hanno trovato spazio anche interventi sull’analoga situazione in atto nel Mediterraneo. Secondo l’eurodeputata liberale ceca Dita Charanzova, la crisi nel mare delle Andamane «dimostra con forza che il problema di migranti nel Mediterraneo non può essere visto in modo isolato. Il mondo si deve adattare a una nuova era di migrazioni globali e adottare un approccio onnicomprensivo».

(libreriadelledonne.it, 25/5/2015)

Maria Carla Baroni ci ha inviato il suo documento Senso del lavoro e orario, contributo da lei preparato in occasione di un’assemblea nazionale delle donne del Partito Comunista d’Italia che si è tenuta a Napoli il 15/3/2015.

È un documento lungo, legato a una discussione interna di partito, ma mi hanno colpito alcune riflessioni in cui guarda sotto una nuova luce l’economia, il lavoro, il senso del lavoro e la tradizionale impostazione dei comunisti stessi, partendo da un punto di vista femminile e da un confronto con le pratiche politiche delle donne.

Desidero proporne alcuni stralci che trovo significativi e interessanti.

 

Silvia Baratella, 22 maggio 2015

 

Tempo fa Nicoletta Pirotta (Rete italiana Donne nella Crisi) aveva posto, in una delle prime riunioni dell’Agorà del Lavoro, un gruppo promosso dalla Libreria delle Donne di Milano, una domanda: «Qual è il senso del lavoro?»

Non ci avevo mai pensato, forse anche perché nella mia storia sindacale degli anni ’73-’82, in una Cgil egemonizzata dal PCI, si dava importanza solo al lavoro in sé, alla produzione in sé, qualunque cosa si producesse, anche strumenti di morte come armi e veleni chimici, anche se la produzione sterminava operai e operaie e la popolazione intorno alle fabbriche e avvelenava i campi coltivati e quindi il cibo e le acque. Unica eccezione la Fiom, che allora si era posta – almeno in via teorica – l’obiettivo della riconversione dell’industria bellica a produzioni civili.

A quel tempo, inoltre, era considerato lavoro “produttivo” solo quello che dava origine a merci, mentre il lavoro nei servizi – compresi i servizi di cura alle persone – era considerato “improduttivo” e, conseguentemente, di secondaria importanza. Il che la dice lunga sull’impronta maschile che caratterizzava il comune senso del lavoro.

 

[…]

 

A mio parere il senso del lavoro sta nel contribuire al ben-essere, allo star bene, collettivo. Viene subito in mente, quindi, in prima approssimazione, il lavoro: nel settore dell’educazione e della formazione di ogni ordine e grado, dagli asili nido alle università; nel settore della salute, dalla ricerca scientifica e tecnologica in campo ambientale, medico e farmacologico ai servizi di igiene pubblica, di prevenzione delle malattie e del disagio psichico, ai servizi di cura e di riabilitazione, quando indispensabile anche in regime di ricovero; nell’assistenza sociale, dai servizi territoriali di base (ambulatoriali) all’assistenza domiciliare, alle piccole comunità-alloggio alternative alle istituzioni totali per vecchi/e, handicappati/e, ecc., a forme di assistenza sociale che tentino di alleviare la crudeltà e il rigore delle istituzioni totali esistenti (come ad es. le carceri); per la produzione e l’accesso alla cultura (arti figurative, cinema, teatro, letteratura, informazione, editoria, biblioteche e iniziative di promozione della lettura, musica); nell’edilizia pubblica e nel trasporto pubblico; nello sport e nell’intrattenimento.

Significa che solo il lavoro di ricercatori e ricercatrici, insegnanti, medici/che e infermieri/e, artisti e operatori e operatrici culturali ha senso?

Ma non si può insegnare in una scuola sporca o con gli intonaci crollanti o curare in un ospedale sporco, dai muri cadenti o con attrezzature rotte, per cui anche chi cura la pulizia e la manutenzione svolge un lavoro essenziale al benessere collettivo, così come è essenziale anche il lavoro d’ufficio e organizzativo, senza il quale nessuna struttura può funzionare.

Però, se tutte le mansioni necessarie al funzionamento di una struttura dedicata al benessere collettivo sono indispensabili, il grado di istruzione richiesto, il contenuto intellettuale e decisionale, il grado di responsabilità e di gratificazione, la retribuzione, sono ben diversi […]. Queste disparità di fatto […] sono aggravate dalla gerarchizzazione nell’organizzazione delle decisioni e del lavoro, oltre che dalle modalità di tipo privatistico/industriale che il sistema capitalistico ha imposto ad alcuni settori di pubblica utilità; esempio tipico è la sanità, di fatto destinata attualmente – in netto contrasto con l’originaria e avanzatissima legge 833/1978 – solo alla produzione superspecialistica di singole prestazioni mediche, chirurgiche, strumentali e farmacologiche settorializzate e spezzettate, che generano rimborsi e profitti, e non certo il mantenimento o il recupero della salute di persone concrete nella loro interezza. Si giunge perfino al paradosso che, mentre nella catena di montaggio di una fabbrica si assemblano pezzi per formare un unico oggetto, negli ospedali si spezzetta – sotto forma di interventi parcellizzati – ciò che unico già era, per giunta un unico vivente e pensante. In queste condizioni, al di là dell’apporto individuale dei singoli lavoratori e lavoratrici, è la struttura nel suo complesso che non opera per il benessere collettivo.

 

[…]

 

E che senso ha invece il lavoro di chi opera come dipendente nell’industria degli armamenti o nella produzione di sostanze chimiche cancerogene o dei beni di lusso che usano materiali, energia, acqua e lavoro umano per soddisfare i desideri delle élites economiche a scapito dei bisogni del 90% della popolazione mondiale e della permanenza della vita sul pianeta?

 

A questo punto si pongono due ordini di questioni.

Un primo ordine attiene al passaggio dalla prestazione lavorativa del singolo essere umano all’organizzazione del lavoro complessiva, alla possibilità di co-decidere – almeno parzialmente – il contenuto del proprio lavoro, del come svolgerlo e del come vederlo retribuito, oltre al fatto, che dovrebbe essere imprescindibile, di poterlo svolgere con garanzie giuridiche di continuità e in condizioni che non attentino alla vita e alla salute propria e altrui.

[…]

Ciò può essere meno difficile nelle strutture pubbliche e contribuirebbe a migliorare la qualità complessiva del servizio erogato, ad es. con l’umanizzazione degli ospedali, con la valorizzazione e con l’arricchimento delle competenze e delle capacità di relazione e di lavorare in squadra e in modo interdisciplinare di tutti gli operatori e operatrici sanitari/e e con l’ascolto dei malati e dei familiari.

[…]

Il senso del lavoro, infatti, dovrebbe essere anche quello di esprimere se stessi/e, di valorizzare la propria individualità, capacità, desideri e aspirazioni, contribuendo – nello stesso tempo – al benessere collettivo, trovando le modalità per valorizzare ogni persona a vantaggio della collettività.

Per le donne il senso del lavoro non può che includere anche la possibilità di scegliere effettivamente e liberamente – insieme al lavoro – anche la maternità: il doppio sì di cui parla il movimento delle donne.

 

[…]

 

Il secondo ordine di questioni riguarda il fatto che il senso del lavoro non può essere disgiunto dal senso della produzione cui si partecipa. Fare l’addetta alla manutenzione o la contabile in una fabbrica di armi o in un ospedale può rispondere appieno alle aspirazioni personali e comporta sostanzialmente gli stessi atti, ma il senso complessivo del proprio lavoro è, nei due casi, diametralmente opposto.

Questo ci sposta sul piano del che cosa, come e per chi produrre e del chi e come decide che cosa, come e per chi produrre; riguarda sia il modello di sviluppo e la produzione di merci (solo beni utili alla generalità della popolazione, per non sprecare le limitate risorse del pianeta), sia il contenuto dei servizi pubblici (le finalità e il contenuto dell’insegnamento pubblico per tutti e tutte, le strategie pubbliche per il mantenimento della salute psicofisica dell’intera popolazione, le priorità della ricerca pubblica e così via), così come riguarda il sistema di decisione politica; di questo passo si arriva al superamento del capitalismo e del patriarcato…

 

[…]

 

L’unica prospettiva perché il nostro pianeta rimanga abitato da esseri viventi e non diventi una sterile stella – come diceva e scriveva la comunista Laura Conti nei gloriosi anni ’70 – è che ci si avvii sulla strada della diminuzione della quantità complessiva delle merci prodotte, scegliendo che cosa produrre. […]

L’occupazione potrà essere aumentata, infatti, oltre che dalla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità retributiva, solo indirizzando una quota consistente del lavoro umano alla cura del territorio e delle città e alla cura delle persone, cioè a lavori dotati di senso e di gratificazione sia per chi li svolge sia per chi ne riceve le prestazioni.

I lavori di cura alle persone, nella società attuale, sono spesso femminilizzati, il che li rende socialmente meno considerati e, in un’ottica capitalistica, sottoretribuiti, mentre sono proprio quelli che maggiormente – già ora – contribuiscono al ben-essere collettivo.

Tipico è tutto l’arco dell’educazione/formazione, in cui le donne sono presenti in modo quasi esclusivo dagli asili nido alle elementari e anche alle medie inferiori, mentre diminuiscono percentualmente mano a mano che si sale di grado, passando alle medie superiori e alle università, ai vertici delle quali sono ancora davvero pochissime.

La riconversione di una parte consistente del lavoro umano dalla produzione di merci (approccio maschile, oltre che capitalistico) alla cura del territorio, delle città e delle persone (approccio femminile) è una riconversione epocale per la quale dobbiamo attrezzarci e che dobbiamo favorire.

 

[…]

MARIA CARLA BARONI

Pubblichiamo una notizia che viene dal Belgio e ci ha mandato Silvana Panciera.

Silvana, conosciuta da molte per il suo docu-film sulle beghine nel Medioevo, tiene aperto un centro di cultura spirituale e pubblica un notiziario per la rete delle persone amiche.
La redazione del sito

 

In mezzo a tante brutte notizie di intolleranza religiosa, eccone finalmente una ottima da condividere. Per mano del suo segretario generale Mohamed Bouezmarni, la Comunità Musulmana di Arlon (città del Belgio) ha consegnato al rabbino Jean-Claude Jacob la somma di 2.404,95 euro. Per farne cosa? Ebbene, per riparare la sinagoga di Arlon, la più vecchia del Belgio, che pur essendo un sito riconosciuto come bene culturale, è in stato di sfacelo e perciò chiusa al pubblico dall’agosto 2014. La pratica per il restauro è avviata da circa 10 anni, così ci informa la Libre Belgique on line del 21-05, ma ciò non sembra smuovere le amministrazioni incaricate del restauro. Colpita dall’appello del rabbino, che era stato diffuso durante la preghiera del venerdì 27 febbraio 2014, la comunità musulmana ha fatto una colletta. La somma è stata consegnata in occasione della recente tavola-rotonda “Vivere insieme” che riuniva i rappresentanti dei vari culti e della laicità, i quali per altro si riuniscono regolarmente in seno a un’associazione.

W le religioni quando si mobilitano per la mutua comprensione e la solidarietà.

(Libreriadelledonne.it, Cerere Gargnano, 21 maggio 2015)

The world is falling down, hold my hand

di Claudio Vedovati

 

Viviamo in un’epoca storica di espropriazione. Il capitalismo riesce a produrre denaro e a sottrarre ricchezza senza bisogno dei tradizionali strumenti di consenso, senza dover mediare nuove forme di redistribuzione e regolazione sociale. Questo continua espropriazione viene chiamata “crisi” e oramai sappiamo che non finirà, perché come ci viene ripetuto in forme colpevolizzanti, «avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità».

Questo è uno scenario di violenza. E come ogni evento violento va nominato come tale, difendendo la capacità del linguaggio di nominare le cose. Siamo investiti di questa violenza anche nella rappresentazione che facciamo di noi stessi, nei nostri desideri, nelle nostre capacità di relazione, attraverso il continuo abbassamento delle condizioni minime di vita che siamo disposti ad accettare. La violenza trasforma la povertà materiale in miseria simbolica, alimenta l’impotente alternarsi di rabbia, risentimento, depressione, illusione di immunità, allontanandoci dalla politica, da ciò che fa accadere altro.

Eppure c’è qualcosa che in questo momento che fa luce. È l’esperienza politica delle donne, la cultura e la pratica del femminismo. Le donne conoscono la violenza a un livello profondo, conoscono la violenza che gli uomini si sono sempre autorizzati a compiere su di loro a prescindere dai regimi politici e dalle forme di produzione prevalenti, e non ne sono rimaste schiacciate. Attraverso il femminismo le donne hanno imparato a nominare la violenza e a farne uno strumento di conflitto politico, trasformativo. La libertà femminile ha aperto una sfida radicale con gli uomini che non comporta il “farli fuori”. La cosa più sorprendente è che libertà e autorità femminile emergono nonostante l’espropriazione e creano quotidianamente un mondo in cui accade qualcosa di diverso dalla violenza. Com’è possibile?

Il femminismo ha contrapposto al potere la figura dell’autorità, una pratica libera delle relazioni che più si dà e meglio è per tutti. La pratica politica è dunque quella del massimo di autorità e del minimo di potere. Scindendo il connubio maschile tra autorità e potere, le donne possono ora proporre un’altra distinzione, quella tra forza e violenza. Lo ha fatto recentemente Luisa Muraro, ponendosi il problema di come contrastare la violenza tacita dei rapporti di forza mettendo in campo tutta la propria forza, anche a rischio di eccedere. Il massimo della forza e il minimo della violenza, direi io.

Questi spostamenti sono un guadagno per tutti, donne e uomini. Essi ci consentono di rimuovere il blocco di pensiero che avvolge la violenza, la difficoltà che abbiamo a nominarla. Nominare la violenza significa assumersi la responsabilità di aprire conflitti, significa avere coraggio, perché la violenza si presenta negando se stessa, garantendo silenzio su di sé o presentandosi come altro. Nel caso della violenza tra i sessi tutto comincia a cambiare quando c’è la parola di una donna.

Ma cosa succede quando la violenza si presenta direttamente sulla scena pubblica come uno strumento della politica? Nel discorso pubblico sulla violenza io sento un vuoto di pensiero e di vita, una mancanza di verità.

La falsità dei discorsi sulla violenza emerge potente dopo le azioni dei Black Block.
La loro violenza non è quella del ’900, quella delle avanguardie che prefiguravano l’insurrezione, non è quella degli anni ’70 che mirava ad alzare il livello dello scontro. Non è neanche il vandalismo, la rabbia degli impotenti, il gioco dei figli di papà, lo scontro machista con lo forze dell’ordine che mima il simbolico della guerra. Il gesto politico del BB non è solo spaccare la vetrina del negozio di lusso o fracassare lo sportello del bancomat, ma attivare una filiera di immagini e parole di cui sono protagonisti i grandi mezzi di comunicazione di massa, i giornalisti e la politica, e anche noi. Il gesto dei BB si compie con le dichiarazioni di chi chiede di condannarne la violenza e di chi si affanna a depotenziarne la natura politica.

I BB sono poco più che una immagine, che non è poco ma tanto. Le foto dei loro travestimenti lasciati per terra nelle strade di Milano mostrano la potenza delle immagini e delle maschere. Quando uno di loro finisce nelle mani della giustizia ci ritroviamo con niente in mano. La punizione esemplare diventa subito abnorme. Qualcuno ha parlato di teatro. Ma fare teatro è uno degli eventi umani più potenti che conosciamo, la capacità di trasformare un evento reale in un evento simbolico. Il teatro usa la realtà come un segno, va dove non c’è simbolizzazione e la crea. Non so se i BB lo sanno e se sono all’altezza del teatro, ma certamente il loro “teatro” fa paura e fa discutere su cosa sia violenza.

Il conflitto che essi aprono è dunque sui significati. La violenza dei BB mostra i limiti di ogni discorso sulla violenza e su ciò che la legittima di fatto, cioè il potere. La violenza è nel cuore del nostro sistema economico e la fonda, è nel cuore della cultura patriarcale in cui fondano le nostre radici, è nel cuore del nostro diritto e all’origine stessa della legalità. Nessuno sa dare ragioni vere per non usarla, oltre al rischio che ti si ritorca contro, e non pochi rinunciano ad avvantaggiarsene, come succede quando qualcuno dice a un altro «non ci sono alternative» per togliergli la scelta. La violenza circola come un sistema di equivalenze, un meccanismo del pensiero maschile come l’universalità e l’uguaglianza. I BB non hanno bisogno di giustificarsi e lasciano le parole ad altri, a discorsi senza verità e senza autorità. La loro violenza lascia parlare questo vuoto di autorità. Dove c’è il libero riconoscimento di autorità non c’è violenza. Il capitalismo opera senza pietà e i BB agiscono con cinismo, senza sensi di colpa.

I BB portano sulla scena anche un’altra immagine, la violenza di coloro che non dovrebbero contare niente. Forse si sono resi conti di non essere così deboli? Questa è la grande preoccupazione del potere. Non riguarda la violenza in sé, ma il simbolico: cosa ha davvero valore. Le élite dell’1% possono ancora contare sulla nostra “servitù volontaria”, come la chiamava già nel ’500 il filosofo Étienne de La Boétie, e forse se ne meravigliano. Ma il simbolico può cambiare.

La violenza dei BB mostra il simbolico ma non lo cambia. La sua forza è la debolezza altrui. I BB agiscono ma non attivano relazioni vere intorno a sé, in cui accade altro. A me mostrano l’impotenza della politica dei partiti e dei movimenti, di pratiche di lotta che non funzionano, non aprono conflitti veri, non creano alcuna preoccupazione, non spostano i rapporti di forza e non hanno la forza della verità. A volte sembrano anche loro alla ricerca di una visibilità in uno spazio pubblico finto, come se non si avesse fiducia di quel che si può far capitare nelle relazioni.

Per questo ora è importante l’imprevisto delle donne. Non una teoria, ma il modo in cui si può stare al mondo senza cancellare la differenza e il partire da sé, creando relazioni che cambiano. Le donne hanno da tempo visto che la violenza è tra noi, è nelle relazioni. E ne hanno preso le misure, continuando a mettere al mondo la vita. Dal femminismo possiamo imparare che la violenza e l’espropriazione si contrastano con forza quando viene meno la rappresentazione di sé come miseria e questo è quel che cerco di fare, insieme ad altri uomini e donne.

Questo cambio di paradigma ci mostra che l’equilibrio di potere che permette quell’espropriazione è fragile, non ha la forza della vita e dell’amore, e senza la violenza non sta in piedi. Per rompere questo equilibrio dobbiamo trovare il coraggio di osservare e nominare tutta la violenza che abbiamo dentro e che ci circonda, che sta in ogni nostra relazione, e capire come trasformarla. La strada è quella del conflitto nelle nostre vite, tra uomini e donne, laddove ciascuno e ciascuna ha qualcosa da guadagnare.

Nelle relazioni la partita è sempre aperta. Cantava Abbey Lincoln The world is falling down, hold my hand, «Il mondo sta cadendo, tieni la mia mano». Da questo gesto può nascere una grande forza. La caduta si può trasformare in volo.
(Libreriadelledonne.it 22/05/2015)

di Manuela Ulivi

“Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido” sostenuta dall’on. Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, con l’associazione Doppia Difesa, che vorrebbe introdurre un nuovo reato, di abuso delle relazioni familiari o di affido, attraverso l’art. 572 bis c.p. con il quale: «[…] è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, nell’ambito delle relazioni familiari o di affido, compiendo su minori infra quattordicenni ripetute attività denigratorie ai danni del genitore ovvero limitandone con altri artifizi irregolari contatti con il medesimo minore, intenzionalmente impedisce l’esercizio della potestà genitoriale».

La proposta di legge, così come formulata, riporta una visione arretrata e superata delle relazioni familiari. Dall’entrata in vigore della legge 219 del 10/12/2012 (Parificazione dei figli naturali e legittimi) nel nostro ordinamento è stato introdotto il concetto di “responsabilità” genitoriale, con la conseguente abolizione della parola “potestà” da tutto il quadro normativo in materia familiare.

Intorno al concetto di potestà si radicava una cultura che fondava l’intervento dei genitori sui figli come un metodo di imposizione di una visione del mondo, attraverso modelli e modalità educative che quel genitore riteneva corretti per la crescita e l’istruzione del proprio figlio. Tanti danni e tanti contrasti familiari tutto ciò ha provocato, ma soprattutto è stata sostenuta una scorretta visione dell’impegno e della “missione” di essere madri e padri. Molte coppie di genitori se ne sono infatti discostate percorrendo una più ragionevole strada di “tenere conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” (art. 147 c.c.).

Il concetto di responsabilità, più coerente con i sentimenti e gli usi attuali, comporta il farsi carico delle esigenze materiali e affettive dei figli, rimanendogli a fianco o allontanandosene per lasciare loro spazi di autonomia e possibilità di socializzazione esterna, in modo adeguato e coerente alla crescita e alle loro necessità.

Dalla riforma del diritto di famiglia che nel 1975 ha abolito la “potestà maritale” a quella sulla parificazione dei figli naturali a quelli legittimi, con l’introduzione dell’unico concetto di “figlio” senza aggettivi e la conseguente affermazione della responsabilità, sostituita alla potestà, molto è stato fatto e tanti sono stati i passi positivi per lasciare alla famiglia, cioè alle madri e padri che la compongono con i figli, la possibilità di vivere nell’armonia e nello sviluppo sereno delle relazioni più delicate e intime delle donne e degli uomini.

La proposta di legge pare voler rompere tutto questo per introdurre sanzioni penali sui comportamenti di ciascun componente del nucleo familiare che dovesse compiere “attività denigratorie” impedendo l’esercizio della oramai abolita “potestà genitoriale”. Si parla di “abuso delle relazioni familiari o di affido”. Certi comportamenti, giustamente da riprovarsi, si rinvengono nelle situazioni in cui i genitori si separano o instaurano gravi conflitti ai danni dei loro figli.

Ma siamo proprio sicuri che questo debba risolversi con un intervento punitivo dello Stato?

Quante strumentalizzazioni e iniziative pretestuose si possono avviare quando una coppia non va più d’accordo?

Si è tenuto conto del “mobbing giudiziario” e della possibilità per il genitore più facoltoso di mettere in scacco l’altro per imporre il proprio modo di gestire la potestà genitoriale?

Potestà, appunto, nel senso di potere e dominio sulle cose, come sulle persone, e non responsabilità nel senso di gestione critica e ricadente in primo luogo su chi la esercita e non sull’altro!

Intervenire in modo autoritario in situazioni così delicate è quanto di più deleterio si possa pensare di fare. Parlare poi di alienazione parentale com’è stato fatto dalle sostenitrici di questa proposta è molto grave.

Conosciamo i danni che determinate impostazioni ideologiche e prevenute hanno fatto e stanno ancora facendo sui figli, soprattutto se inferiori ai dodici anni e non in grado o impossibilitati ad esprimere in modo libero e sincero i loro sentimenti.

Abbiamo amare esperienze di:

 

tutto in virtù di un diritto potestativo che oggi non esiste più e non di una responsabilità da gestire insieme, comprendendo e mediando le decisioni per assumerle e non per paralizzare l’altro genitore e così le scelte da fare per i figli.

Senza parlare poi delle condizioni di quelle donne, che le proponenti della raccolta di firme per questa legge hanno dichiarato da molti anni di voler difendere: le donne che hanno subito violenza dai loro partner.

Sanno le proponenti che sono proprio questi partner, il più delle volte, a reclamare una potestà, ergo dominio, che non possono più agire dal momento in cui le donne hanno scelto di interrompere la relazione allontanandosi da loro?

Sanno che i figli diventano spesso, tristemente, gli strumenti indiretti dello sfogo e della rabbia di questi uomini verso le scelte di autonomia di quelle donne?

«Tu vai dove vuoi ma non fai quello che ti pare, perché i figli sono anche MIEI!».

I figli li mettiamo al mondo perché siano di tutti, crescano cittadini equilibrati e responsabili, possibilmente fuori da guerre giudiziarie.

Vediamo di evitare di fomentare malamente queste guerre.

 

(libreriadelledonne.it 22/05/2015)

Entrare nel padiglione americano alla Biennale di Venezia di quest’anno è come fare un viaggio.

Joan Jonas ha costruito un dispositivo che pur in sintonia con i temi del curatore Okwui Enwezor, è misurato e poetico. Le cinque stanze del padiglione risultano essere un’unica e coerente opera, che riprende i temi di sue precedenti performance, Reanimation del 2010 in particolare, e brani di video di altri momenti del suo lavoro.

Ecco, una Penelope del proprio lavoro che intesse il suo passato col presente, lo rilegge e gli dà nuova forma. S’intrecciano nella narrazione dei video i fantasmi delle storie che la Jonas ha trovato in Nova Scotia, dove sono stati girati. I fantasmi, dice, sono ovunque. Dunque passato e memoria che ci chiamano, figure evanescenti ma mai spaventose.

I fantasmi sono bambini e ragazzi vestiti di bianco, ad evocare l’iconografia del fantasma col lenzuolo, con i quali per molti sabati si è incontrata a New York in un laboratorio creato apposta per questo lavoro e dove di nuovo sono state girate altre immagini che compongono questa narrazione plurima. La presenza dei bambini svela non solo il femminile ma soprattutto incarna contemporaneamente la coscienza collettiva e la speranza. Già perché se la bellissima mostra del curatore ha un difetto è proprio questo è dura, seria, sorprendente a tratti, ma un po’ senza speranza.

Ma Jonas, come sempre, si dà generosamente non solo nel padiglione, in luglio per tre sere consecutive farà anche la performance. Le varie sale contengono anche alcuni degli oggetti usati durante le performance e poi disegni e disegni. Il tratto duro usato per tracciare i pesci, e in parte anche le api, ricorda certi piatti di Picasso realizzati a Vallauris e un gusto un po’ anni Cinquanta che li rende affascinanti anche quando la natura di cui parla non è addomesticata.

Non manca un omaggio alla città di Venezia: nella sala centrale del padiglione una serie di specchi fatti realizzare a Murano restituiscono la luce di una sorta di lampadario veneziano. L’omaggio è assolutamente coerente col suo lavoro che spesso si è misurato con il doppio, lo specchio che richiama e deforma parti di corpo, volti, persone. Ma è la misura degli specchi ad essere interessante, come in Mirror, performance del 1969, gli specchi si potrebbero portare in mano. Hanno la misura degli specchi degli armadi anni ’60 e non quella gridata e narcisistica delle pareti a specchio che dagli anni ’80 invadono le camere da letto. Un guardarsi e prendere le proprie misure, e i frammenti di ciò che sta intorno, a misura d’uomo, anzi di donna.

Il padiglione ha il pregio di fare un discorso politico in modo poetico, “il personale è politico” del femminismo storico, prende qui una forma aperta che parla a tutti, investendoci della responsabilità verso la terra, gli animali, i nostri figli, e la forma della visione.

La grazia e compiutezza di questo padiglione è stata condivisa dalla giuria della Biennale che alla professoressa emerita dell’MIT Program in Art, Culture and Technology (ACT) ha conferito una menzione speciale.

http://www.domusweb.it/it/arte/2015/05/19/joan_jonas_politicamente_poetica.html

di Silvia Sperandio

VENEZIA – «All The World ‘s Futures» (Tutti i Futuri del Mondo): è questo il tema della 56ma Biennale Arte di Venezia, curata dal nigeriano Okwui Enwezor, che prende il via in uno scenario globale sempre più lacerato, caotico e incerto.

A 100 anni esatti dall’inizio della Prima guerra mondiale e a 70 dalla fine della Seconda, il mondo sembra precipitare nuovamente nel caos: ed ecco l’urgenza, la necessità, come spiega lo stesso Enwezor, di «chiamare a raccolta», in questa Esposizione internazionale, le forze immaginative e critiche di artisti e pensatori, per riflettere sull’attuale «stato delle cose». E intravedere, se possibile, nuovi orizzonti semantici.

La kermesse veneziana, insomma, «torna a osservare il rapporto tra l’arte e la realtà umana, sociale e politica», afferma il direttore della Biennale, Paolo Baratta. Sono 136 gli artisti coinvolti da Enwezor (dei quali 89 al debutto), provenienti da 53 Paesi. E di questi, cinque sono presenti per la prima volta: Grenada, Mauritius, Mongolia, Repubblica del Mozambico, Repubblica delle Seychelles.

Quali pratiche artistiche, dunque, in un’epoca di crescente barbarie e disumanizzazione?

In questa Biennale inquieta, globale e pluralistica, in cui gli artisti si misurano con la memoria (quella dei secoli e quella più recente), le nove grandi sculture bianche di fiberglass che troviamo all’ingresso dei Giardini hanno una valenza quasi simbolica: raffigurano eroi, re e potenti del passato che si ergono imponenti sui piedestalli, scrutando l’orizzonte. Ma la loro monumentalità è solo mera parvenza. Sono infatti figure mutilate, senza testa né braccia, o con il busto spezzato, simulacri del potere ridotti a involucri. L’opera «Coronation Park» (2015) è stata realizzata dagli artisti indiani Raqs Media Collective.

Sono dunque le “rovine” del passato, i simulacri da smantellare nella creazione di nuove possibilità? Il quesito sembra riecheggiare nell’antistante padiglione norvegese, delimitato da vetrate ampie e luminose. All’interno, in forte contrasto, vetri frantumati sono sul pavimento, mentre una decina di maxicornici quadrate e bianche sembrano scagliate con forza alla rinfusa da un misterioso gigante in preda a un raptus. Intanto, nella macroinstallazione di Camille Norment, «Rapture», una vibrazione sembra perforare l’intero spazio.

Voci, rumori, sibili, vibrazioni: i suoni del mondo sono in molti casi co-protagonisti dei lavori esposti, ed è questo un elemento che differenzia questa edizione dalla precedente, curata da Massimiliano Gioni e dedicata al Palazzo Enciclopedico, costellata di silenzi densi.

Perfino le parole tratte dal Capitale di Marx che vengono recitate non stop nell’Agorà del Padiglione centrale, cuore rosso pulsante dei Giardini dove si susseguono incessantemente eventi e performance, diventano traccia, ritmo, tappeto sonoro che trascende il contenuto semantico, forma tra le forme.

Voci: come quella di Pasolini che risuona nella grande sala del Padiglione centrale, nell’importante lavoro “Fabio Mauri e Pier paolo Pasolini Alle prove di Che cosa è il fascismo” (2005), di Fabio Mauri. Sullo stesso tema, un’altra installazione di Mauri, intitolata “Il Muro occidentale o del Pianto” (1993). Un’alta parete di valige, bagagli in transito costretti a espatriare portando con sé identità incenerite: nei viaggi senza ritorno nei lager nazisti dello scorso secolo, ma anche negli esodi di massa, nelle migrazioni che oggi stanno modificando la mappa geopolitica.

Sono invece rumori di guerra, mitragliatrici, suoni di uccelli impazziti e cavalli imbizzarriti quelli riprodotti nella videoinstallazione Now (2015), di Chantal Akerman, in HD, a canale multiplo , colore, 5 tracce, che si trova alle Corderie dell’Arsenale. Cinque schermi allineati trasmettono -non stop- le riprese di territori di Paesi inquieti, spopolati, come se lo sguardo li sorvolasse a volo radente, a bordo di un drone. Spazi deserti, che ci fanno precipitare nell’inferno di guerre scatenate da mani invisibili. Alla fine della sala, una minuscola oasi consolatoria e artificiale: un acquario in un ologramma, circondato da fiori finti e mini palloni da calcio, come tutti feticci di un’impossibile quiete.

Poco distante, in un’altro spazio dell’Arsenale riecheggiano rintocchi metallici: è l’opera The Bell, 2014-15, dell’artista iracheno Hiwa K, che ha raccolto materiale bellico dai terreni devastati dalla guerra, e poi, facendo fondere i metalli, ha realizzato una grande campana. L’installazione comprende due video, che ripercorrono tutte le fasi, dalla raccolta delle armi (fornite da 30 paesi del mondo) alla fusione dei metalli e alla creazione dell’opera. La campana è posta direttamente sul pavimento, sostenuta da una struttura di legno: tirando una fune legata al batacchio è possibile farla suonare, trasformando i simboli di distruzione in una creazione, in un suono di pace.

«This is not the season to be silent/ and we do it for our children», questa non è la stagione in cui stare in silenzio, recita la scritta a gessetto sul pavimento durante la performance site specific della Slovenia, all’Arsenale: quattro ragazze vestite di nero, sedute su travi di legno, ascoltano impassibili queste parole scandite da una giovane, in piedi. È il progetto dell’artista slovena Jasa, intitolato “Utter / the violent necessity for the embodied presence of hope”, che esorta a re-agire, a partecipare.

È una forma di partecipazione diversa quella richiesta da Adrian Piper, premiato sabato 9 maggio con il Leone d’Oro della Biennale: l’artista, con l’opera The Probable Trust Registry coinvolge il pubblico in prima persona, chiedendo l’adesione a una o più “Dichiarazioni di intenti”, con tanto di registrazione ufficiale. Una recita così: «Io sottoscritta, dichiaro che farò sempre ciò che dico che farò». Un progetto work in progress, dalle forti implicazioni etiche e “politiche”, che durerà fino a novembre.

Lungo il percorso all’Arsenale ci si imbatte anche nel “Cannone” di Pino Pascali, un’opera ormai storicizzata dell’artista poverista, che afferma, con la sua presenza immobile, una presa di posizione silenziosa.

Infine, è avvolta in un silenzio denso e poetico anche la maxi installazione nel padiglione del Giappone, The Key in the Hand, di Chiharu Shiota, un’opera da non perdere in questa Biennale. Due grandi barche di legno si intuiscono nello spazio centrale, dietro una fitta ragnatela di fili rossi tra loro annodati che pende dal soffitto. All’estremità di ogni filo sta attaccata una chiave, e il reticolato color rosso sangue è costellato di 180mila chiavi. «Ogni chiave evoca ricordi intimi, è un oggetto familiare che protegge persone e spazi importanti nelle nostre vite», spiega l’artista che nei mesi scorsi ha chiesto a migliaia di persone – via internet – di donare le loro chiavi inutilizzate per realizzare questo lavoro. «Spero che ciascuno tragga ispirazione dall’opera, che contiene l’accumulo dei ricordi di tutto il mondo, per ripensare il senso dell’essere in vita», afferma Chiharu Shiota, artista di Osaka classe 72.

Immagini, oggetti, suoni, e testi di questa esposizione, spiega il curatore della Biennale, Okwi Enwezor, sono “lo stretto indispensabile”, affinché questa mostra possa “prendere posizione” in questo momento di forte cambiamento a livello globale. Intanto, sulla manifestazione veglia simbolicamente “l’Angelus Novus” di Paul Klee: l’opera, riletta da Walter Benjamin che la acquistò nel 1921, rappresenta “un angelo, con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, l’angelo della storia… Ha il viso rivolto al passato, ma una tempesta che spira dal paradiso lo spinge irresistibilmente nel futuro». E mentre Benjamin rilegge l’arte con gli occhi della storia, alla Biennale di Venezia gli artisti osservano la storia con gli occhi dell’arte.

di Francesca Pasini

Ha deluso, ha mantenuto le aspettative, meglio o peggio di quanto si credesse. La Biennale di Okwui Enwezor fa comunque riflettere. Ecco alcune idee e impressioni/1

Francesca Pasini. La politica nell’arte? Maybe

“Tutti i futuri del mondo” non ci dicono come cambiare il mondo. La contraddizione è la chiave di volta della Biennale. Dire, più che denunciare, le disparità è un grado di consapevolezza che si emancipa dalle rigidità ideologiche, ma il rischio è l’agiografia. La contraddizione ritorna. L’analisi dei soprusi, delle povertà, dei razzismi culturali e politici, che prende forma in modo multiforme in artisti di tutto il mondo, di tutte le culture e le età, dovrebbe essere il passo in avanti che mette al centro la relazione con l’altro. Ma questo “racconto consapevole”, che trasmigra in quasi tutti i padiglioni, rischia l’omologazione ed esalta la passività attuale. Le persone non vanno quasi più a votare, le ribellioni sono spesso episodi d’intolleranza che non riescono a prefigurare nuovi soggetti politici. Insomma è finito il sogno dell’arte che intuisce il cambiamento e ne fa una sintesi dello spirito del tempo? Sì e no. Sì, perché non ci sono figure che fanno fare uno scatto verso il non conosciuto; no perché questa sequenza di opere di qualità, che compongono l’archivio del dolore presente nel mondo, ci rende consapevoli della difficoltà in cui siamo immersi.

La lettura del Capitale di Marx che cadenzerà tutti i mesi della Biennale, è il passo centrale della contraddizione. Da un lato è un simbolo di un’epoca che ha sognato e agito rivoluzioni e rivolte; dall’altro pone la domanda: utilizzare Marx e il complesso e articolato pensiero marxista per affrontare la crisi economica è attuale? Il potere è ormai quello delle cinquecento multinazionali che governano il mondo, i riferimenti politici nazionali non sono più sufficienti a distinguere le loro politiche. Il lavoro non c’è, ma tutti deplorano i tentativi di costruire una cultura dei diritti del lavoro attuale. E allora Marx come lo rileggiamo?

Alla Biennale il sistema dell’arte internazionale è, come sempre, presente e potente. Forse è azzardato, ma esiste un’analogia tra sistema finanziario internazionale e sistema dell’arte. Il collezionista e imprenditore Maurizio Farè mi diceva, «oggi il denaro frutta solo nella finanza, per le persone normali i benefici non ci sono, le banche non danno più nulla, quindi molti vengono alla Biennale per vedere di comprare qualcosa che abbia un valore oggi e in futuro».

Viene un po’ un groppo in gola e una malinconia per le figure che offrivano intuizioni e speranze di rovesciare i sistemi. Nel senso che spingevano a ragionare sull’immaginazione e non solo sulla critica. Però per anni, per decenni, ci siamo battuti per un diritto di critica e oggi la Biennale lo evidenzia in modo puntuale e dialettico. Forse non sappiamo reggere il dolore che ci aggroviglia, come appare in Monica Bonvicini, che fa pendere da lunghe catene, un ammasso di seghe e attrezzi, impegolati da una nera pece, gocciolante. Difficile liberarsi dalla vischiosità del dolore. Ma questo sentimento umano, che è bene tenersi un po’ nel cuore per capirlo, una volta che diventa un segno diffuso, rischia di essere inoffensivo.
Enwezor non è caduto nella trappola di edulcorare il disagio, ma non ha sconfitto l’ombra della separazione tra il capitale e il lavoro, che oggi investe l’economia globale. Non è il compito dell’arte, ma nel momento in cui Enwezor pone la lettura di Marx idealmente e fisicamente al centro della mostra, non si può evitare di chiedersi: qual è il ruolo dell’arte nella politica? La critica che rintraccia tra le opere, rischia di diventare una specie di “realismo socialista”, sebbene non encomiastico, piuttosto che un giudizio sul Capitale Contemporaneo. La contraddizione non si ferma, ma non mette in moto nuove energie. Che dolore!

 

incontro con  Corrado Levi, Maria Morganti, Luisa Muraro, Francesca Pasini.

di Francesca Pasini

Provo ad aggiungere a memoria i colori pronunciati da artiste, artisti, collezionisti, giornaliste, ascoltatrici, ascoltatori. Quando dico che i colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare, penso alle parole, ma anche alla voce e all’emotività della lingua madre.

Nel libro (Maria Morganti – Pronuncia i tuoi colori, Galleria Otto Zoo, Milano, 2015) racconto che l’opera è un soggetto e non un oggetto e che, tramite la sua mediazione, scopro qualcosa di me e dell’altro…..

http://www.libreriadelledonne.it/pronuncia-i-tuoi-colori-corrado-levi-maria-morganti-luisa-muraro-francesca-pasini/

Festivaletteratura. «Sei romanzi perfetti» di Liliana Rampello. Al centro non c’è solo la trama, ma la relazione fra i due sessi

di Alessandra Pigliaru

«Joyce accanto a lei è più inno­cente dell’erba. / Mi mette in imba­razzo lo sco­prire / una zitella inglese della media classe / descri­vere gli effetti amo­rosi del ’contante’, / rive­lare fran­ca­mente e con tale sobrietà / le basi eco­no­mi­che della società».La signo­rina di cui sta par­lando il grande poeta Wystan H. Auden è Jane Austen, impec­ca­bile e sem­pre appro­priata per Edith Whar­ton, e la più grande scrit­trice di tutti i tempi secondo Tomasi di Lam­pe­dusa. Sul suo genio molto è stato scritto ma l’ultimo volume di Liliana Ram­pello Sei romanzi per­fetti. Sag­gio su Jane Austen (Il Sag­gia­tore, pp. 208, euro 18) risponde a una let­tura ine­dita che si muove all’interno della cri­tica let­te­ra­ria con libertà e gra­zia. Letti lungo i tre capi­toli da cui è com­po­sto il volume, i romanzi dipa­nano e mol­ti­pli­cano l’incanto delle pagine di Austen.
A pun­tel­lare l’arco del primo capi­tolo sono Eli­nor e Marianne Dash­wood (le sorelle di Ragione e sen­ti­mento) e Anne Elliot (pro­ta­go­ni­sta di Per­sua­sione). Attra­verso di loro, che emi­nen­te­mente rap­pre­sen­tano l’avvio e il com­pi­mento della costru­zione dei per­so­naggi, l’attenzione è sulla nascita di un impre­vi­sto romanzo di for­ma­zione che, da Austen in avanti, muta in tra­sfor­ma­zione del sé. L’impianto non è quello clas­sico per­ché non c’è l’avventura di un «io» che si sco­pre indi­vi­duo, accade qual­cosa di diverso: la com­parsa sot­tile ed esatta della rela­zione, cioè dello scam­bio sim­bo­lico -e dun­que tra­sfor­ma­tivo – tra i sessi. Il mono­logo viene scal­zato a favore del dia­logo e della con­ver­sa­zione che mostra uno degli ele­menti deci­sivi della scrit­tura di Austen: lo sguardo impa­vido e moderno sugli uomini, che si sot­trae dalla com­ple­men­ta­rietà per rac­con­tare il con­flitto e la dif­fe­renza tra uomini e donne.
Se i tre piani su cui si svi­lup­pano le inten­zioni cri­ti­che di Ram­pello sono per­so­nag­gio, trama e spa­zio, si capirà bene come nel secondo capi­tolo – dedi­cato a Orgo­glio e pre­giu­di­zio e Man­sfield Park – la con­ver­sa­zione sia nomi­nata come azione che va a creare una geo­gra­fia delle pas­sioni, misu­rate o dif­fi­cil­mente gover­na­bili. La pas­sione dell’intelligenza è tut­ta­via quella pre­fe­rita sia dalla scrit­tura di Austen sia da ciò che l’autrice offre in dono alle pro­prie crea­ture fem­mi­nili. Non sono eroine nel senso clas­sico del ter­mine, non sono per­fette e non nutrono idee onni­po­tenti di sé. Non si cre­dono fon­da­tive di alcun­ché eppure lo sono.
Austen inventa la sua nar­ra­zione del mondo, in una trama genea­lo­gica – come già aveva notato Vir­gi­nia Woolf – che non risponde a un pre­ciso plot, piut­to­sto a un intrec­cio che si annoda e snoda lungo le con­ver­sa­zioni, pro­fonda cono­sci­trice com’era del tea­tro, in par­ti­co­lare sha­ke­spea­riano. Nella scrit­tura di Jane Austen, straor­di­na­ria per saga­cia, leg­ge­rezza e costru­zione, la con­ver­sa­zione apre così la trama stessa, mostrando pro­ta­go­ni­ste e pro­ta­go­ni­sti in preda a un desi­de­rio di feli­cità, tema cen­trale di ogni sto­ria auste­niana e che spesso viene con­fuso con la solu­zione matri­mo­niale. Altro desi­de­rio è quello della verità che incon­tro­ver­ti­bil­mente rap­pre­senta anche l’intenzione di Austen; Liliana Ram­pello chiosa infatti sul «dire ine­vi­ta­bile di verità, di una incor­rotta respon­sa­bi­lità verso il lin­guag­gio, in virtù di una piena con­sa­pe­vo­lezza delle ragioni della pro­pria arte, cui non verrà mai meno, come tutti i grandi e veri arti­sti».
Gli ultimi due romanzi ana­liz­zati sono Emma L’abbazia di Nor­than­ger. Lo spa­zio, quelle miglia che sepa­rano Emma dai suoi affetti cor­ri­spon­dono a una pre­cisa scena dell’economia sociale che la scrit­trice sapeva maneg­giare benis­simo. La gran­dezza di tenere il desi­de­rio tra le pro­prie mani e di tra­sfe­rirlo alle pro­ta­go­ni­ste dei suoi romanzi implica un ulte­riore spo­sta­mento di pro­spet­tiva: Austen non rac­conta l’immutabilità di un’economia dome­stica e sociale alla quale le sue ragazze vanno incon­tro sguar­nite e sole; si affac­cia invece una det­ta­gliata car­to­gra­fia morale, che va dalla dif­fe­renza di con­dotta alla sequela di espe­rienze quo­ti­diane.
Così a Eli­nor e Marianne si acco­sterà il tema della con­dotta, ad Anne quello della per­sua­sione e a cia­scuna delle altre una qua­lità che si deli­nea nell’imparare: Cathe­rine dell’Abba­zia di Nor­than­ger impara a distin­guere ciò che è reale da ciò che non lo è, Eli­za­beth di Orgo­glio e pre­giu­di­zio impara a mutare il suo senso cri­tico, Fanny di Man­sfield Park trova la pro­pria libertà attra­verso la mode­stia; Emma lavo­rerà sul buon­senso. Cia­scuna, alla fine di ogni romanzo, incon­trerà la tra­sfor­ma­zione totale di se stessa.

 



Secondo incontro del ciclo ideato da Estía, con Luisa Muraro.

L’amore è una cosa esagerata.

Intelligenza dell’amore

Impariamo a leggere con robusto amore nella realtà che cambia. Chi vuole cambiarla in meglio, non escluda che la realtà stessa lo vuole e che forse lo sta facendo.

di  Giulia Galeotti
«The advantages of being a woman artist»: era il 1988 quando il gruppo di artiste femministe radicali statunitensi Guerrilla Girls pubblicava un puntuto manifesto che con ironia elencava i vantaggi delle artiste donne rispetto ai colleghi maschi. Lavorare senza la pressione del successo; sapere che la tua carriera potrebbe decollare dopo che avrai compiuto ottant’anni; avere la certezza che qualsiasi opera tu possa produrre, verrà comunque bollata come femminile; vedere le tue idee vivere nei lavori degli altri; avere più tempo per lavorare quando il tuo compagno ti lascerà per una donna più giovane; non correre l’imbarazzante rischio di venire definita un genio; avere l’opportunità di scegliere tra carriera e maternità; non essere incastrata in una posizione accademica. Esprimendo con un sorriso amaro la frustrazione che tante donne — anche non artiste — incontrano nel corso della propria vocazione e del proprio lavoro, questo manifesto resta l’espressione di un’arte, quella dell’ironia, che nel corso dei secoli ha visto le donne in prima linea. Non solo come vittime, ma anche come fustigatrici. La tradizione cattolica non è stata da meno: l’arma dell’ironia femminile ha giocato — e continua a giocare — un ruolo importante, sia per sdrammatizzare che per denunciare. Da Teresa d’Ávila a Flannery O’Connor, da Madeleine Delbrêl a Teresa di Lisieux: al di là dei secoli e delle latitudini, dell’età e del carisma, l’ironia ha permesso a tantissime donne di puntare l’attenzione su vizi, sogni, pregi e carenze, con forza ma senza rancore. E a proposito di varietà in termini di latitudini, età e carismi, in occasione del terzo compleanno, «donne chiesa mondo» fa un passo importante, nel tentativo di completare il suo sguardo, dando ancora più spessore alle tre parole del titolo, scritte senza maiuscole e senza virgole. Da questo numero, infatti, nella redazione entrano suor Catherine Aubin, teologa francese domenicana, suor Rita Mboshu, teologa congolese delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, e Silvina Pérez, giornalista argentina. Una Chiesa, tre candeline, sei donne e un bel po’ di ironia. – See more at: http://www.osservatoreromano.va/it/news/donne-e-ironia#sthash.ivlsHtLL.dpuf

di Isabella Fava

 

«Non c’è posto dove non si possa seminare la speranza». Delle parole di Vandana Shiva ho deciso di fare tesoro.

 

L’ho incontrata due giorni fa a Milano, alla Libreria delle donne, e questa frase l’ho portata a casa insieme al suo grande sorriso, all’immagine rassicurante, alla semplicità del suo messaggio.

 

Vandana indossa il sari, il tipico abito delle indiane, e ha un bindi rosso sulla fronte, sul sesto chakra, quello della saggezza nascosta. Nei suoi discorsi c’è il mondo. Parla di Terra Madre, che ci nutre e dà la vita, di donne che trasmettono sapere, di nuova democrazia, di un’economia che rispetta la natura, di un manifesto, Terra Viva, che è stato elaborato insieme ad altri venti esperti ed è stato presentato qualche giorno fa proprio qui, a Milano.

 

È arrivata in Italia come ambasciatrice del parco della biodiversità all’Expo. Ha piantato semi di okra, zucca e melone insieme alle Donne in campo della Confederazione italiana agricoltori, ha dispensato abbracci e sorrisi. Non è stata risparmiata dalle critiche. E a sua volta ha criticato: le multinazionali presenti all’Esposizione universale «che coi loro brevetti “avvelenano” il pianeta».

 

Vandana, 61 anni, studi negli Usa, è un’attivista che combatte per un mondo migliore, per sconfiggere la povertà e lo sfruttamento dei piccoli agricoltori. Per far capire alla gente che questo sistema economico, non sostenibile, dove tutto diventa merce e profitto, ci può portare alla distruzione. Il suo ultimo libro, appena pubblicato, è Chi nutrirà il mondo (Feltrinelli). I suoi modelli, dice, sono Einstein, per il fatto che è laureata in fisica, ma anche perché le ha insegnato a pensare in grande, e Gandhi «per la sua determinazione nel non accettare mai la violenza». E nel pomeriggio che ho passato ascoltandola ho appreso alcune cose. Eccole:

 

  1. Mangiamo male – Bella forza direte voi. Eppure qui non si tratta solo di junk food. Si tratta di semi e prodotti della Terra che scompaiono, di colture “artificiali”, di diserbanti che uccidono il terreno, di Ogm, di globalizzazione che rende tutto uguale in ogni parte del mondo. Di un’agricoltura che considera il cibo come merce e profitto, che ci avvelena, ci rende grassi e malati. E non di qualcosa che serve a nutrirci e a farci stare bene.

 

  1. Le donne sono potenzialmente fortissime – Le donne tramandano conoscenza, sono creative, non sono passive, dice Vandana. «Sono le massime esperte mondiali di biodiversità, di nutrizione e di quelle pratiche economiche che consentono di produrre tanto con poco». Lo fanno da sempre. Si prendono cura, danno da mangiare. Ma in questo sistema industriale ed economico globalizzato il loro sapere deve essere perso in grande considerazione al più presto.

 

  1. Non abbiamo bisogno di tutte le cose di cui ci circondiamo – Alla mia domanda se il sistema agro-ecologico che lei professa possa conciliarsi col progresso tecnologico e la modernità, Vandana mi ha risposto lapidaria: «Se per modernità intendi comprare una camicetta nuova a ogni stagione e poi buttarla via, quella non è modernità: è vivere irresponsabilmente. Ed è molto primitivo. Il consumismo, il buttare via il cibo, la gente che si spara, i nostri fratelli che affogano in mare… Tutto questo non è moderno. Sai cosa lo è invece? Cercare di cambiare il sistema, dove sono gli altri a controllare le nostre vite, diventare ecologicamente responsabili e smetterla con queste false idee di modernità».

 

  1. Questo tipo di economia ci porta alla brutalizzazione – Vandana dice che c’è un collegamento fra l’economia “violenta” e la violenza sulle donne (a Nuova Delhi solo nel 2014 ci sono stati 1.700 stupri). «Non è che non ci fosse prima questo tipo di delitto, ma la frequenza e la brutalità sono nuove» spiega. Perché è successo? «Perché la globalizzazione è la mercificazione di tutto, incluso le donne, che diventano oggetti da sfruttare. Non solo: il sistema in cui viviamo porta brutalizzazione a tutti i livelli, e il peso ricade sulle donne. Che però oggi reagiscono con forza, si sollevano».

 

  1. Anche da una foglia si può imparare – L’erba che viene schiacciata ritorna su, togliamo le foglie dagli alberi e poi ricrescono. La forza che c’è in quella foglia, dice Vandana Shiva, è la stessa che per natura abbiamo anche noi. E che ci può portare a reagire.

 

  1. Non bisogna pensare in negativo – Nonostante il panorama sia devastante, Vandana è ottimista «perché non mi pongo il problema di quello che potrà succedere tra 5 o 10 anni: le cose cambiano e non posso sapere cosa diventeranno. Io mi pongo il problema del qui e ora. E di quello che posso fare adesso per cambiare la situazione».

 

  1. Ognuno può scegliere e creare delle alternative – L’Expo? Sta a noi farlo diventare un’occasione per poter riflettere su quello che sta succedendo nel mondo. È vero: il sistema economico dominante sta chiudendo tutte le opzioni, ma non vuol dire che non ci siano alternative. Sta a noi cambiare e dare forma a realtà diverse. Siamo noi che diamo una forma al futuro.

 

  1. Quello che ci può salvare è un seme – Il seme è vita, è diversità, permette alla vita di evolversi e alla Terra di combattere la fame e ai piccoli agricoltori di sopravvivere. «Il lavoro con i semi e la biodiversità, con il suolo e con l’acqua, in accordo con le leggi della natura e dell’ecologia, è la base per la produzione del cibo» scrive Vandana Shiva nel suo libro. Per questo nel 1987 ha fondato Navdanya, un movimento che si prefigge la salvaguardia dei semi, la difesa della biodiversità e la diffusione di metodi ecologici in agricoltura.

dal 18/5/2015 al 30/7/2015

Twenty14 Contemporary  Milano, piazza Mentana, 7 tel 02 49752406
Maria Mulas
Sospetto. In occasione della mostra l’artista presenta una serie di lavori inediti. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani colti in giro per l’Europa e scorci dell’isola di Stromboli mediati dai riflessi.

Una serie di lavori inediti che mettono alla prova. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani in giro per l’Europa e scorci isolani catturati mediati dal riflesso.

Maria Mulas dà vita ad una serie di “osservazioni” del naturale, del quotidiano attraverso una doppia lente: quella della sua Lumix e quella del suo unico spirito d’osservazione, creando uno spazio lirico contando sulle risorse del riflesso. Quanti di noi si accorgono delle nuvole riflesse? Quanti di noi guardano solo ma non osservano? Un artista deve osservare. Lei ci regala la sua visione da attenta osservatrice e scopritrice della realtà che ci circonda, ci mette alla prova, genera in noi “sospetto” e ci chiede di scrutare con attenzione.

Ancora un lavoro sulla luce. Lo studio che porta avanti da più di quarant’anni, il chiaro-scuro volutamente evidenziato sul volto dei migliaia di artisti che ha ritratto e adesso l’immagine riflessa restituita da tutto ciò che ci circonda. Siamo circondati. Ci invita ad una visione del mondo intorno non solo a 360 gradi, ma oltre: il guardare si distacca dalla superficialità e dal parziale per entrare nelle sfere del complesso.

Un invito all’attenzione di chi si sente immerso totalmente nella vita, proprio come l’artista stessa, tanto da scorgere i riflessi della luce sui muri di Stromboli all’ora del tramonto e l’incombenza di un cielo che si scontra in una pozzanghera. Il mondo che si riflette nel mondo e dentro di esso spesso l’immagine di un Uomo, le sue mani, quasi come un autografo dell’autrice. Lo specchio è solo uno, eppure, per la fisica dei riflessi, specchia entrambi, nello stesso istante. E fa uno di due.

Terra viva, Primum vivere, patrimonio paesaggistico ambientale artistico, sostenibilità.

La delicata trama della vita. Incontro con Vandana Shiva.

A partire da una convergenza riconosciuta tra il manifesto Terra Viva, presentato da Vandana Shiva a Milano, e il Primum vivere del manifesto femminista Immagina che il lavoro, ci confronteremo su questioni che sono alla radice della nostra esistenza. Avere cura della terra ha rispondenza con la cura dell’umano. Le economie aggressive neutralizzano le donne come neutralizzano la terra, per avere così campo libero per lo sfruttamento delle une e dell’altra. Il manifesto Terra Viva parla di una circolarità tra economia umana e terra, dove le donne che pongono al centro la vita, hanno non solo una consapevolezza profonda di tale legame, ma anche pratiche da raccontare.

Chiara Zamboni e Laura Colombo aprono la discussione con Vandana Shiva.

di Franca Fortunato

«Loro mi cercano ancora» è il titolo del libro-memoriale di Maria Stefanelli, vedova del boss della ’ndrangheta Francesco Marando, oggi testimone di giustizia nel maxiprocesso denominato Minotauro, di cui in questi giorni si sta celebrando l’appello a Torino contro i presunti affiliati alla ’ndrangheta radicatasi in Piemonte. Dal 1998, anno in cui è entrata nel programma di protezione, gli uomini della famiglia del marito la cercano, per averli accusati di aver ucciso suo fratello e zio Antonino, per aver raccontato dei loro affari al Nord tra gli anni Settanta e Ottanta, e per averli fatti condannare. Vive in località protetta con la figlia. È a lei che si rivolge nel libro – scritto insieme alla giornalista Manuela Mareso del mensile Narcomafie – e le racconta, per la prima volta, tutta la sua storia.

«Attraverso le pagine di questa memoria – le scrive – hai saputo ciò che fino ad oggi non avevo trovato il coraggio di raccontarti. Potrai capire meglio quello che ho sofferto, ora che sei mamma anche tu […]. Come ho cercato in tutti i modi di proteggerti. La verità è che tu sei stata l’unico appoggio. In te ho trovato la forza di lottare, di vivere, sconfiggere il cancro», di cui si è ammalata dopo essere diventata testimone di giustizia. Le racconta della sua breve infanzia ad Oppido Mamertina, suo paese natio. Un’infanzia «povera» ma «felice», che finisce nel 1974, quando i suoi genitori si traferiscono al Nord, in seguito all’incendio per ritorsione del forno della madre. Maria aveva solo nove anni. Le racconta la sua vita al Nord, fatta di «povertà», «botte» e «violenze» in famiglia, per mano dello zio Antonino, l’«orco», che per anni ha violentato lei e le sue sorelle, dopo averne sposata la madre, alla morte del padre.

Alla figlia racconta del matrimonio con suo padre, accettato solo per uscire da quella situazione familiare di degrado morale, divenuta insopportabile. Le parla del suo dolore di figlia per una madre che non ha saputo «difenderla», «salvaguardarla», «salvarla» perché «lei non era stata in grado di proteggere nemmeno se stessa», come capì il giorno in cui, «sopraffatta dalla vita», sua madre tentò il suicidio.

Col suo racconto Maria apre il sipario su quel mondo mafioso, patriarcale, dove le donne che si sottomettono all’obbedienza della legge del padre, negano libertà a se stesse e alle proprie figlie. «Se subisci violenze stai zitta, perché vedi che è così anche per le altre […]. E se tua figlia subisce violenze, non la soccorrerai perché così è stato per te», e chi «ha avuto il coraggio di spezzare questa spirale ha pagato con la vita» e chi si sottomette si imbottisce di psicofarmaci e tranquillanti, per sopravvivere. No, non è questa la vita che Maria voleva per sua figlia. Lotta contro sua madre, contro la famiglia del marito, contro l’uomo che ha sposato e che la costringe a seguirlo da un carcere all’altro, ad andare da un avvocato all’altro, ad aiutarlo ad evadere, a coprirlo nella latitanza e seguirlo a Platì. Anni di violenze, di botte e maltrattamenti, fino a perdere il figlio che portava in grembo. Maria non si piega, resiste e grida la sua liberazione, la sua felicità il giorno in cui le portano la notizia dell’uccisione del marito. Balla, canta, non accetta di portare il lutto, di fare la “vedova” e, con grande scandalo, va via con sua figlia da quel paese, pronto a rendere omaggio alla salma del boss.

Il racconto di Maria, al di là dal voler «spiegare dall’interno che cos’è quel mondo. Le menti malate che lo abitano, i meccanismi che lo governano», è un grande atto d’amore di una madre verso la figlia, che ha saputo difendere e salvare perché lei è stata capace di difendere e salvare se stessa, in nome del suo desiderio di libertà di donna, prima che di madre. Il libro è la testimonianza di una delle tante donne calabresi coraggiose, venute dopo di lei, divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, che hanno dato inizio ad un’altra storia, che le loro figlie e figli porteranno avanti, nel nome della madre, come sta facendo Denise, la figlia di Lea Garofalo. Maria Stefanelli con la sua storia dimostra come per una donna, consapevole che «la ’ndrangheta non dimentica» («loro mi cercano ancora»), l’amore per la libertà femminile può essere più forte della paura.

 

“Loro mi cercano ancora” Maria Stefanelli con Manuela Mareso – ed. Mondadori pgg.201 € 17,00

di Giovanna Pezzuoli

 

L’amore è una cosa esagerata. È una lotta in cui non bisogna arrendersi, ma combattere fino all’esaurimento delle forze: solo allora i valorosi combattenti meritano il premio, che è di essere sconfitti! Così vince l’amore vero, reale, non l’inganno, non l’egoismo, non l’ideale. Rintraccia una pista di mille anni fa la filosofa Luisa Muraro che risuscita una misteriosa allegoria (la lotta di Giacobbe con l’angelo-Dio interpretata dalla mistica fiamminga Hadewijch) come chiave per sottrarsi all’amore fondato sul dominio e sulla sottomissione. Amare vuole dire stare nella realtà senza soggiacere al desiderio altrui, significa tenere sempre viva la tensione fra sé e l’altro, superando la complementarietà e la polarizzazione. Il discorso è filosofico, difficile, vola da Dante allo psicoanalista Donald Winnicott, dalla teologa Margherita Porete alla scrittrice brasiliana Clarice Lispector, dalle “streghe” milanesi Sibilla Zanni e Perina Bugatis al film d’animazione Galline in fuga, ma alla Libreria delle donne, dove si è svolta la lezione di Luisa Muraro, l’attenzione è alle stelle.

 

E sembra che quasi tutte le donne presenti stiano ripercorrendo i propri amori, per gli uomini perlopiù, ma forse anche per amiche, genitori, magari per Dio. Come si intuisce dal dibattito che segue dove, tra le altre, Laura Giordano, giovane animatrice del sito della Libreria, racconta le sue difficoltà nelle relazioni, ricevendo un’illuminate battuta da Luisa: «Se non riesci a tenere testa agli uomini, non li ami!».

Dalla filosofia alla realtà delle intricate relazioni che tutte/i viviamo nel presente e di cui si discuterà più diffusamente martedì 19 (a Milano, alla Libreria di via Pietro Calvi 29, ore 18), sempre per il ciclo di incontri Cibo dell’anima cibo del corpo, ideato da Estia (alias Ida Faré, Rossella Bertolazzi e Sandra Bonfiglioli, artefici di uno squisito buffet).

 

Per affrontare il tema dell’amore, per lei un po’ insolito («io non ne so molto, in fondo!») Luisa Muraro, tra le madri del femminismo italiano, parte dagli ultimi versi del Paradiso dantesco: «All’alta fantasia qui mancò possa;/ ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,/ sì come rota ch’igualmente è mossa,/ l’amor che move il sole e l’altre stelle».

 

«Per Dante – osserva – l’amore che faceva ruotare il sole e le stelle muoveva anche la sua volontà: nell’ordine simbolico del poeta c’è un’assolta rispondenza tra l’intimo (il sé) e l’esteriore, il dentro e il fuori. Ma noi non possiamo accettare quell’amore divino dove non c’è scissione: come scrive la psicoanalista Jessica Benjamin in “Legami d’amore” abbiamo capito che le radici del dominio, che può nascere dal cuore stesso dell’amore, affondano nel venire meno della tensione fra sé e l’altro. La tensione tiene svegli, attiva la soggettività nella relazione e impedisce che i due generi sessuali vengano polarizzati, uno buono, l’altro cattivo, come accadeva a Dante con Beatrice. Questa pacificazione nell’ideale di Dante dove tutto è armonioso non assicura né la libertà (femminile), né l’amore».

La teologa beghina Margherita Porete, che aveva capito la fragilità della visione d’amore dantesca, viene bruciata sul rogo a Parigi nel 1310, mentre Dante è ancora in vita, condannata per il suo libro «Lo specchio delle anime semplici». Comincia così in Europa la caccia alle streghe che continuerà per tre secoli, streghe che non causalmente incontriamo in Shakespeare, ma non in Dante, cioè non tanto nel Medioevo, quanto nel cammino verso la modernità. Un’idea che forse ci ripugna. E Luisa Muraro, ripercorrendo la persecuzione che ha colpito più donne che uomini, ricorda Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, condannate al rogo a Milano, in piazza Sant’Eustorgio, nel 1390. Quel processo segna uno spartiacque perché da allora si diffonde l’idea dell’influenza nefasta del Maligno che durerà fino all’Illuminismo. Ma, secondo la filosofa, che si definisce un po’ scherzosamente «anti-modernista come Leopardi», anche nella visione moderna la politica non si è emancipata dal «fare capo all’Uno». Che ora non è più Dio ma è lo Stato. Così anche l’amore diventa un rapporto di complementarietà che si trasforma nell’Uno. E chi ci perde nella sbandierata «unità» della famiglia è il più debole, cioè la donna.

 

Ma ecco arrivare il cambiamento. Sostiene Luisa Muraro: «A un certo punto ci siamo ribellate. Con un gesto polemico, come nel film Galline in fuga, le donne dei gruppi, dei partiti, della sinistra hanno scelto la separazione. Ora non dico che si debba rifarlo ma sicuramente questa decisione ha sprigionata molta libertà femminile».

 

Tra le sue scoperte, che si ricollegano al pensiero sull’amore di Margherita Porete, Luisa cita due voci, quella dello psicoanalista inglese Donald Winnicott e quella della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. E proprio sull’idea dell’«uso di un oggetto» di Winnicott fa leva Jessica Benjamin per impedire che il legame d’amore generi un rapporto di sottomissione. Entrambi vogliono disfare la concezione altruistica e idealistica dell’amore, partendo dal sé bisognoso e voglioso, insicuro e prepotente (il bimbo piccolo). Solo il combattimento (che non è mai violenza) rende possibile l’amore vero, impedendo che tutto finisca nell’Uno, anche se quell’Uno è Dio, come appare nell’itinerario mistico-laico della «Passione secondo G.H.» di Clarice Lispector.

 

Secondo Winnicott per usare l’oggetto (materno) il soggetto deve prima tentare di distruggerlo, lo fa esistere proprio perché distrugge le sue fantasie sull’oggetto. E se c’è amore reale questo combattimento continua nell’inconscio, legato al desiderio di trionfo e di onnipotenza. È la stessa lotta per il riconoscimento di sé da parte dell’altro che ritroviamo nella dialettica hegeliana servo/padrone. Lotta che Carla Lonzi in «Sputiamo su Hegel» rifiutò di identificare con la rivolta femminile, altrimenti tutto finirebbe ancora una volta nella complementarietà.

Dice Luisa Muraro: «Io ho sempre sostenuto che fra due che si amano c’è una parziale complementarietà, un andare e venire verso l’altro, ma mai un destino, una polarizzazione – lui nero, lei bianca, lui difende la casa, lei la tiene pulita – foriera di grossi guai e costrizioni. E spesso dell’auto-annientamento femminile».

Se l’amore è un combattimento in cui non cessa mai una punta di ostilità verso l’altro, è vero che nel cercare di far fuori l’altro viene distrutta l’illusoria onnipotenza del sé.

 

Nella non facile comprensione di questi temi ci soccorre la definizione di amore della scrittrice dublinese Iris Murdoch. Per lei amare significa capire che qualcosa di altro da sé è reale. Amore è scoperta della realtà, l’amore non è fatto per la felicità ma per la realtà. Se l’io è fisso, rigido, escludente, la realtà viene rimpicciolita. E la filosofa critica le lamentele della società femminile per il mancato riconoscimento, ovvero quelle che si arrendono per non vedersi sconfitte, mentre la chiave è non arretrare davanti alla paura dello scacco.

 

«Nella lotta fra sé e l’altro accade qualcosa che è decisivo per l’amore reale – prosegue Luisa Muraro –. Ne parla la mistica fiamminga Hadewijch che è vissuta prima di Dante e non segue la schiera di chi riduce tutto all’Uno. Racconta l’episodio di Giacobbe aggredito da uno strano uomo che sembra un angelo ed è Dio. Alla fine della lotta che dura fino all’alba, Giacobbe azzoppato chiede: dammi la tua benedizione e un nome nuovo. Giacobbe si è guadagnato di essere sconfitto. L’amore sperimenta la sua impotenza ma con la benedizione ottiene il riconoscimento. Amare è rendersi conto di non essere all’altezza ma starci lo stesso».

 

(27esimaora.corriere.it,15 maggio 2015)

Cara Luisa Muraro,

l’articolo a cui fai riferimento è stato scritto da due persone, Sandro Mezzadra ed io che, avendo vissuto insieme il corteo di Milano, cogliendo immagini, sensazioni, stati d’animo, entusiasmi e delusioni, parlando e parlandone, hanno cercato di riflettere su ciò che mancava, e di capire da quali vuoti scaturisse un diffuso e percepibile senso di disorientamento. Di ‘quello che c’è’ in altre occasioni abbiamo scritto e detto, ma il primo maggio ci è sembrato che il limite e l’impasse del discorso e delle pratiche di movimento fossero il primo problema da affrontare. Non il solo, certo.

Non è qui il caso di avventurarsi in una discussione generale sul simbolico. Basterà dire che simboli e linguaggi a volte aprono e a volte chiudono prospettive e percorsi. A volte sono moltiplicatori di senso, altre volte inibitori. Gli eventi milanesi sono anche una occasione per ragionare su questo. L’esempio della potenza pervasiva del denaro (che in verità non acquista desideri e immagini, ma li incarna) è pertinente. Questo potere materiale di un simbolo che incide sulla vita di tutti Marx lo ha chiamato astrazione reale. Può darsi qualcosa di pari efficacia, ma di segno contrario, dalla parte dei movimenti anticapitalisti? L’asimmetria è evidente, ed è lecito dubitarne.

Certo, non abbiamo una “rappresentazione” da offrire alternativa a quella degli incappucciati. Né la vorremmo avere. Caso mai strumenti ed esperienze da condividere o da ricevere, non per ostacolare una realtà che vuole trasformarsi in meglio, ma per mettere a fuoco i passaggi che a questa possano condurre e i molti limiti che vi si frappongono.

Marco Bascetta e Sandro Mezzadra

Risposta di Luisa Muraro

caro Marco,

grazie dell’attenzione e delle spiegazioni. Se non è il caso di avventurarsi, non avventuriamoci nella politica del simbolico, ma non si tratta di alternativa ai nerovestiti, si tratta di alternativa al linguaggio del denaro. E a proposito di rappresentazione, guarda che la storia delle donne ha qualcosa da insegnare, secondo me.

Buon lavoro, con simpatia, Luisa Muraro

(www.libreriadelledonne.it 15/05/2015)