di Davide Frattini

 

DEIR AL-BALAH – Il 19 novembre del 2013 Nidaa Badwan ha chiuso la porta della sua camera e non è più uscita per quattordici mesi. Il giorno prima i miliziani di Hamas l’avevano fermata mentre aiutava un gruppo di giovani a preparare una mostra.
«Perché porti quei pantaloni larghi? Devi indossare il velo non quel cappello colorato di lana. Sei strana, chi sei?».
«Un’artista».
«Che vuol dire? Che cos’è un’artista e soprattutto che cos’è un’artista donna?».

La stanza dell’isolamento, della prigionia autoimposta, è piccola nove metri quadrati, una sola finestra, una lampadina appesa ai fili elettrici. Le pareti sono colorate: adesso una è blu-verde oceano, quella di fronte coperta con un arcobaleno di cartoni per le uova. Cambiano come cambia l’ispirazione di Nidaa e soprattutto la luce naturale. «A volte devo aspettare ore per trovare i contrasti, le ombre che sto immaginando», racconta. A quel punto lo sfondo è già allestito: strumenti musicali (un oud, una chitarra rotta), una vecchia macchina per scrivere, una cucitrice, gomitoli di lana, una scala di legno da imbianchino.
Nidaa indossa il costume, risistema l’inquadratura e scatta: autoritratti dove il volto quasi non si riconosce, composizioni che a Marion Slitine, specialista francese di arte contemporanea palestinese, fanno pensare «alle nature morte di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, ai chiaroscuri di Caravaggio, alle scene teatralizzate e neo-classiche di Jacques-Louis David».
Per Nidaa sono le uniche scene che vuole vedere. Non ha lasciato la casa neppure durante i cinquanta giorni di guerra tra Israele e Hamas l’estate scorsa. La famiglia è scappata da questo villaggio nella parte centrale della Striscia e si è rifugiata verso la città di Gaza. La ragazza, 28 anni, è rimasta sotto i bombardamenti, circondata dalla distruzione. L’opera composta in quelle settimane la mostra mentre si rovescia in testa un secchio pieno d’acqua e vernice rossa, un macabro «ice bucket challenge» per raccontare il sangue attorno a sé.

«Questo spazio – dice mentre accarezza la macchina fotografica – mi ha dato la libertà che fuori non potevo trovare. Libertà dal grigiore e dalla bruttezza di Gaza, dall’assedio israeliano, libertà dalle imposizioni degli uomini di Hamas». La prima foto scattata sembra rivolta a loro e forse a tutti i maschi: Nidaa imbraccia l’oud e impone con il dito di piantarla a un gallo combattivo.
La seconda ringrazia la madre che con il padre, i due fratelli, le tre sorelle non l’ha mai abbandonata: «Nei primi mesi di autoreclusione ho pensato di suicidarmi, erano molto preoccupati. La mamma ha cominciato a lasciare davanti alla porta, oltre al cibo, piccoli compiti: i pomodori da tagliare, un’insalata da preparare». Nell’inquadratura sbuccia le cipolle, piange, anche di gioia, sono le prime opere, quelle che le hanno permesso di ricominciare. Nata Abu Dhabi, è tornata a Gaza con i genitori nel 1996 dopo gli accordi di Oslo: «C’era tanta speranza allora, mi sono sentita a casa, ho potuto studiare Belle Arti».
A gennaio gli amici l’hanno convinta a uscire almeno per qualche ora. Avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione della sua mostra «Cento giorni di solitudine», portata a Gerusalemme e in giro per la Cisgiordania dal Centro culturale francese. Gli israeliani non le hanno concesso il permesso di lasciare la Striscia, gli organizzatori hanno cercato di allestire un collegamento via Skype da Gaza e Nidaa ha accettato di andare da loro: «E’ saltata l’elettricità, niente evento. Lo stesso problema a casa quando devo fotografare. Così uso la luce naturale, è più affidabile: non posso interrompere la relazione tra il sole e la mia stanza».

Da allora ha lasciato la camera altre due volte per visitare l’istituto francese nella Striscia, chiuso al pubblico dopo la strage alla rivista parigina Charlie Hebdo e le proteste degli estremisti palestinesi per la nuova pubblicazione delle vignette che raffigurano Maometto.
Quando è per strada, adesso tira su il velo appena qualcuno si avvicina, porta gli occhiali scuri e tiene una mano davanti agli occhi: «Voglio guardarmi intorno il meno possibile per non rovinare le visioni che mi aspettano nella mia stanza».

Nidaa Badwan

IMG_8562
(Corriere della Sera, giugno 2015)

di Luisella Conti, Alessandra De Perini e altre

SABATO 20 GIUGNO 2015, ore 10 – 18

AUDITORIUM PALAPLIP

Mestre, Via San Donà 195

CONVEGNO NAZIONALE – Seconda tappa

Sissinghurst Castle, White Garden di Vita Sackville West

 

Il percorso che ci porta ad organizzare questo convegno a Mestre è cominciato con la pubblicazione nel settembre 2013 di un libro intitolato Sovrane. L’autorità femminile al governo. L’autrice, Annarosa Buttarelli, accogliendo fiduciosa il segno dei tempi, lanciava un appello che è rimbalzato di città in città, per tutta Italia, formando una rete di legami, desideri, speranze e grandissime aspettative. Da allora, il libro ha già avuto due ristampe e un numero elevato di presentazioni, discussioni, recensioni, seminari, convegni, riunendo intorno a sé molte menti e molti cuori. Tante donne, già impegnate a governare o a lavorare nell’amministrazione pubblica locale o centrale, nella scuola, nella sanità, nelle aziende, nel sindacato, in diverse realtà produttive, nelle imprese sociali, hanno capito al volo la novità di quella scommessa politica e l’hanno fatta propria: ora è possibile governare nel segno della sovranità femminile, restituire alla politica un senso più libero e più alto, prefigurare nuove forme di governo, a partire dalle pratiche di autorità inventate dalle donne dentro e fuori le istituzioni; la democrazia va ripensata come agire relazionale. Il desiderio delle donne di essere al governo della città o alla guida di imprese, di comunità, di relazioni di lavoro o dell’intero Paese oggi può contare non solo sull’esperienza femminile, ma su una pluralità di racconti, di percorsi, di iniziative, su una ricchezza di riflessioni e di elaborazioni teoriche che è maturata nel corso degli ultimi decenni e da cui possono trarre argomenti, esempi, fondamenti e ispirazioni. Sosteniamolo, allora, questo “passo avanti” che viene oggi dalla politica delle donne, mettiamo in luce gesti radicali di sovranità popolare femminile! La posta in gioco è l’orientamento delle relazioni che costituiscono il mondo. Dopo il convegno “Invito al passo avanti d’autorità” (Roma 2014), organizzato dalla Rete delle Città Vicine, l’associazione Autorità femminile nella politica e la MAG di Verona, si può proseguire, come libero movimento, accogliendo la necessità di riunire, in tappe che si rincorrono senza periodicità, le donne e gli uomini che fanno riferimento a Sovrane per partecipare a un percorso nutrito da un forte desiderio di politica. Ci impegniamo a rendere concreta e operante una rete nazionale di legami politici in cui far convogliare e interagire le invenzioni, le pratiche, la sapienza femminile di governo. Ci collochiamo tra le tante realtà che in Italia agiscono nell’orizzonte dell’autorità femminile nella politica, consapevoli della necessità che le donne capaci di governo e di orientamento si assumano responsabilmente il proprio magistero, ora. Lavoriamo insieme perché le relazioni tra donne e tra donne e uomini amici passino ad un altro piano, in cui esista ascolto della sapienza, aiuto, riconoscimento, solida autorità circolante, per amore del mondo.

 

Promuovono il convegno: Luisella Conti, Alessandra De Perini, Nadia Lucchesi, Franca Marcomin, Maria Teresa Menotto, Désirée Urizio, Luana Zanella.

 

Aderiscono: Annarosa Buttarelli, Donatella Franchi (chi desidera può aggiungere qui il proprio nome o quello della propria associazione o gruppo politico …)

 

Per informazioni e comunicazioni contattare: 349 5250781 (Sandra); 348 5939126 (Désirée)

 

Vi preghiamo di compilare al più presto la scheda di partecipazione, inviandola a s.deperini@gmail.com o desiurizio@gmail.com entro la prima settimana di giugno, in modo che possiamo sapere il numero delle e dei partecipanti e predisporre i materiali e il buffet che si terrà nella sala adiacente all’Auditorium.

L’iscrizione al convegno costa 15 €, comprensivi del buffet e della cartellina di materiali.

 

 

L’Auditorium del Palaplip è raggiungibile dalla stazione di Mestre con l’autobus n. 2 o con il tram che si fermano proprio lì davanti.

 

Per la notte del 19 giugno 2015, per chi venisse da lontano e volesse prenotare una stanza singola o una doppia in un B&B o un Hotel di Mestre (la prenotazione va fatta al più presto perché Mestre risente della stagione turistica di Venezia!), abbiamo individuato e contattato le seguenti strutture vicine al luogo del Convegno e facilmente raggiungibili dalla stazione ferroviaria in autobus o in tram:

 

 

 

di Franca Fortunato

 

Elisabetta Tripodi, suo malgrado, ha chiuso prima della scadenza il suo mandato di sindaca di Rosarno perché “tradita” da una donna a causa – come lei ha dichiarato – di “malumori legati a un parere di difformità edilizia emesso dal Comune, destinatario il marito”. Conosco bene l’esperienza amministrativa di Elisabetta per averne scritto più volte su questo giornale e non solo. Condivido con lei una relazione politica avviata con l’incontro del gennaio 2014, organizzato come Gruppo donne di Catanzaro e rete delle Città Vicine sulle “Pratiche di buon governo”, con amministratrici e amministratori tra cui Annamaria Cardamone, Maria Carmela Lanzetta e Wanda Ferro, a cui ha partecipato anche l’ex direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza.

La notizia delle dimissioni forzate di Elisabetta e della sua Giunta, con il conseguente scioglimento anticipato del Consiglio comunale, mi ha molto rattristata ma non mi ha preso di sorpresa. Mi ha rattristata perché è stata una donna, l’unica consigliera di maggioranza, a decretarne la fine, mettendosi d’accordo con quell’opposizione che sin dal suo insediamento ha lavorato per fare dimettere Elisabetta, così come era avvenuto vent’anni prima con Angela La Rosa, eletta sindaca dopo il primo scioglimento per mafia nel 1988 e fatta dimettere dopo sette mesi con minacce e intimidazioni. Minacce e intimidazioni che Elisabetta ha conosciuto bene in questi anni, ma che non l’hanno fermata, neppure quando è stata costretta ad accettare la scorta, che ha sconvolto la sua vita. La forza di questa donna è stata la consapevolezza, sin dal momento in cui ha accettato di candidarsi, di farlo per portare avanti non il desiderio del suo “partito”, ma il suo desiderio, la sua grande ambizione di fare di Rosarno un paese di cui essere orgogliose e orgogliosi. E c’è riuscita. Si dimette da Signora e noi donne di Calabria dobbiamo esserle grate per quello che ha “sopportato” e saputo fare da donna libera e cosciente. Che le condizioni di perduranza della giunta fossero precarie lei lo sapeva e anch’io, per questo non mi sono sorpresa alla notizia delle sue dimissioni. Dimissioni che a noi donne lasciano aperta una questione che ci riguarda, la qualità delle relazioni tra donne, dentro e fuori le istituzioni.

[…]

Le donne di Rosarno, nonostante la paura, l’hanno fortemente voluta come sindaca e l’hanno sempre sostenuta, anche quelle che non l’avevano votata, che, col tempo, hanno imparato ad apprezzarla e ammirarla per il suo coraggio e per quello che stava facendo per Rosarno. In questi giorni alcuni commentatori hanno parlato di sconfitta di Elisabetta perché anche lei – come i suoi predecessori – non ha portato a termine la legislatura. A costoro vorrei semplicemente fare notare che fare sciogliere un consiglio comunale perché la sindaca e la sua giunta hanno lavorato bene, anzi benissimo, non è la stessa cosa che scioglierlo per infiltrazioni mafiose, come è avvenuto a Rosarno dal 2003 al 2010. Elisabetta non è una sconfitta ma una vincente, una gran Signora. Al di là delle scelte che lei farà a partire dal suo desiderio, resta il fatto che nessun uomo e nessuna donna, nemmeno quelle che l’hanno tradita, potrà mai cancellare la sua esperienza e altre, che verranno dopo di lei, potranno sempre dire “una donna l’ha fatto prima di me, anch’io lo posso fare”. Rosarno dopo Elisabetta non sarà mai più il paese notoriamente conosciuto per la presenza della ’ndrangheta e la mala politica. A lei va tutta la mia riconoscenza per aver saputo affermare e difendere l’orgoglio di essere una donna libera in questa terra, come hanno fatto anche Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciolla, Lea Garofalo, Anna Maria Scarfone e le tante che in Calabria hanno lottato e lottano per la loro libertà e per quella delle proprie simili. Grazie Elisabetta, a nome anche delle donne della rete delle Città Vicine. La nostra relazione resta preziosa per me e tutte noi.

 

(Il Quotidiano del Sud, 3 giugno 2015)

di Anna Simone

 

Se si potessero usare i testi sul lavoro come fonte documentale di una ricerca sociologica l’esito qualitativo sarebbe scontato: v’è un abisso narrativo tra il “modo” femminile di raccontare il lavoro come fatto sociale e come esperienza individuale oggi e il “modo” maschile. La prima cosa da dire sul volume di Sandra Burchi Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico è proprio questa. La sua è una narrazione posizionata sull’empirismo dell’esperienza di dieci donne che prima intervista e poi trasforma in storie, biografie, che si incistano con il processo di de-standardizzazione del lavoro e con le variabili del fenomeno – lo spazio, il tempo – senza mai scinderle. Corpo, esperienza e grandi mutamenti di scala, ovvero una sola narrazione complessa e caleidoscopica. E un fenomeno ancora poco analizzato e studiato: quello del lavoro da casa. La casa, come fa presente anche l’autrice, è stato il primo spazio da cui fuggire per tutte quelle donne che durante il momento clou dell’emancipazionismo rifiutavano la “natura” come destino e mezzo del lavoro domestico, la famosa condizione di “casalinga”.

Ma cosa accade quando la scomposizione del lavoro, dei processi produttivi e di una forma di organizzazione sociale come quella nata dal fordismo si sfaldano progressivamente “riportandoti” a lavorare da casa e non solo a casa come prevedeva il solo orizzonte basato sul nesso casa, dunque lavoro domestico, dunque “casalinga”? La casa, in questo libro, torna a essere quasi un orizzonte di libertà risignificata, uno spazio che sancisce una nuova partitura del dentro/fuori, del lavoro, della costituzione delle soggettività all’interno di un gioco continuo di rimandi che prevede una nuova organizzazione dello spazio, una nuova postura del corpo, una ricerca continua di strumenti di misurazione del tempo dedicato al lavoro da casa e quello da dedicare alla casa, a sé, alle relazioni. In altre parole un vero e proprio “rovescio” della narrazione classica della casa del primo patriarcato.

Le definizioni di questi nuovi lavori, soprattutto determinati dal proliferare del “lavoro autonomo” di seconda e terza generazione sono in sé evocative. Burchi parla di «lavoro agile», di un «lavorare diversamente», di «reti» di relazioni e, riferendosi allo spazio che ospita tali messe al lavoro del corpo femminile, di «nomadismo casalingo» ovvero di quel rapporto costante che intercorre tra lavoro propriamente domestico e lavoro fatto per sé e per altri che sono “fuori” da quello stesso spazio, ma anche nomadismo nel senso di costruzione di spazi piccoli dediti al lavoro, nello spazio più grande della propria casa. Le dieci storie che Burchi riporta sono tutte molto interessanti e possono funzionare bene come specchio per tutte quelle altre donne che vivono esperienze simili. Anzi potremmo dire che costituiscono una vera e propria bussola di limiti, espansioni, contraddizioni, misure e dismisure, forme varie di un equilibrio possibile. Ci sono lavoratrici più prossime all’arcipelago classico del lavoro autonomo “prestazionale” come giornaliste, grafiche, progettiste, cooperanti, e lavoratrici più propriamente legate al lavoro manuale e materiale come chi si fa una serra nel proprio podere e poi commercializza le erbe, chi restaura mobili, sino a lavoratrici altamente creative come le interior designer. La costante è che lo spazio terzo, oltre a quello della casa e delle reti di relazioni, è rappresentato dalla dimensione virtuale del web. Uno spazio fondamentale che ridisegna la vita quotidiana di ciascuna.

Ciò che colpisce è che quasi tutte le storie ricostruite e risignificate con gli strumenti concettuali propri della letteratura femminista contemporanea non vivono questa condizione con grande disagio, ma provano ogni giorno a studiare e capire che nesso possa esservi tra “prestazione” e desiderio di fare il lavoro che si è scelto, nello spazio che si è scelto. Tuttavia, al di là di questa risignificazione dello spazio e del tempo a partire da queste forme di lavoro autonomo, ciò che balza agli occhi come vero elemento di interesse per chi legge questo libro è il superamento della dicotomia lavoro materiale/lavoro immateriale. Gran parte della letteratura sul lavoro scritta da uomini negli ultimi decenni tende a porre sempre l’accento su questa dicotomia considerando il lavoro immateriale, il knowledge worker, la vera nuova frontiera del postfordismo e del cosiddetto capitalismo cognitivo. Burchi, scegliendo di dare rilievo a entrambe le forme di lavoro, scombina questo finto gioco “avanguardista” e dimostra – senza entrare nella polemica – che se prendiamo in considerazione le storie, la materialità delle esperienze, i fatti si complicano al punto tale da non potersi trasformare in una teoria astratta. E a ragione, perché se c’è un elemento di riflessione che scaturisce oggi da un tipo di economia prevalentemente basata sulla riproduzione (economia della conoscenza e dei servizi), anziché solo sulla mera produzione è proprio la fine di questa dicotomia. La religione del multitasking, infatti, prevede che si sappia fare “tutto”, che vi sia uno spirito di adattamento tale da rompere definitivamente ogni tipo di categoria. Così come oggi potrebbe apparire desueto interrogarci su quanto c’è di concettuale – come si diceva un tempo –, di materiale e di immateriale in una forma di lavoro autonomo che parte dalla serra e finisce su internet. Nessuna partizione è possibile, ogni pezzo è dentro il caleidoscopio.

Un testo interessante, quindi, che sicuramente centra un tema e un elemento nuovo del lavoro contemporaneo assai poco battuto, che a sua volta, però, lascia qualche dubbio. Almeno a me. Burchi attraversa il discorso critico della cosiddetta “femminilizzazione” del lavoro, così come si intravede qui e là una tensione sulla dimensione dei diritti mancati o della fatica da “equilibriste” del dover sempre tenere assieme tutto, però il tema dello sfruttamento, velato da una finta libertà e autonomia di cui si nutre la dimensione prestazionale del lavoro nell’era del neoliberismo, viene scandagliato assai poco oppure in molti casi viene rovesciato a proprio vantaggio. Sicuramente la forza dell’autrice e di queste donne sta proprio nella capacità di risignificare, rovesciare, ritessere, però io credo che il femminismo contemporaneo, pur partendo da lì, dovrebbe anche dotarsi di strumenti concettuali più grandi, critici, radicali, in grado di rovesciare le strategie di adattamento per pensare, invece, una nuova idea di economia e di lavoro. Qualcosa che stia definitivamente fuori dal “mercato”, dalla prestazione, dal “capitale umano e sociale” e da un desiderio che rischia sempre più di essere predeterminato da altri. Lo scacco vero, l’apparato di cattura per donne e uomini al fondo è proprio lì: nel modo in cui ci determinano il neoliberismo e la sua dimensione performativa di ordine prestazionale. E dunque come si fa a rovesciare quell’economia della riproduzione che ci rende tutte, come scriveva Nina Power, “donne-curriculum”, dentro e fuori casa?

 

(www.lavoroculturale.org, 20 febbraio 2015)

Commento alle Regionali in Liguria

 

di Luisa Muraro

Principalmente per colpa dell’ex capo sindacale Cofferati, uomo avido di cariche pubbliche, il 31 maggio il centrosinistra si è presentato diviso alla gara elettorale e ha perso il governo della Liguria, che era una sua regione storica. Ne è andata di mezzo la candidata del PD. Il centrosinistra ha perso la Liguria, ma la candidata Raffaella Paita rischia di perdere la salute. Ne vale la pena? Per lei, sì. Per me, no

Non c’entra solo Cofferati ma tutto lo stile maschile delle gare elettorali. Correre coi lupi, s’intitola il numero 36 di Via Dogana.

 

Ascoltiamo il giornalista Marco Imarisio (Corriere della sera, 2.6.15, p. 109):

 

Genova. A vederla entrare al suo comitato elettorale, così esile, così segnata nel fisico, viene quasi voglia di abbracciarla. La scorsa notte Raffaella Paita ha pianto tutto quello che c’era da piangere. Ci vuole coraggio, a mostrarsi nella propria fragilità, con una camicia di tre taglie più larghe che nasconde una magrezza impressionante. “Mi prendo le mie responsabilità ma vorrei che lo facessero anche gli altri”.

Questa è la cronaca di un disastro quasi annunciato. (Segue un complicato racconto di beghe, rivalità, contrapposizioni e insipienza nel PD; noi lo saltiamo e riprendiamo con la candidata.)

In tutto questo Raffaella Paita è il bersaglio di voci e cattiverie che mai hanno avuto pietà. Il suo malessere è diventato sempre più evidente. La violenza di questa campagna elettorale l’ha prosciugata. Adesso in privato tutti si preoccupano della sua salute, di come reagirà, se avrà la forza di farlo. Ma in pubblico, in questi mesi, è stato ben diverso. Appoggiata a un muro accetta di parlarne. Con pudore, perché la politica per lei è vita, senza pronunciare mai il nome della cosa. “È evidente che ho un problema. Non è che posso fare finta di niente. Lo stress di questo anno orribile mi ha distrutto il fisico. Ma non è giusto addossare agli altri alcuna responsabilità”. Sorride e sembra una bambina. Forse la politica è vita, ma può essere anche una cosa brutta, cinica, cattiva.

 

Alla Libreria delle donne ci siamo chieste: che cosa c’entra l’amore con la politica?

Se non c’entra, facciamolo entrare, rispondo io, al seguito di Adriana Sbrogiò, Graziella Borsatti e tante altre. Altrimenti, le donne rischiano di ammalarsi ma la politica muore di sicuro. (L.M.)

 

(www.libreriadelledonne.it, 5 giugno 2015)

di Emanuela Zuccalà


“Mentre le multinazionali affamano il pianeta, le donne che lavorano nei campi producono tanto con poco” dice Vandana Shiva. A tu per tu con la studiosa indiana che coniuga ecologia e femminismo.

L’inseparabile sari colorato, l’abito tradizionale indiano, avvolge di un’eleganza senza tempo questa signora vivace e facile al sorriso. Ma di Vandana Shiva ti colpisce prima di tutto lo sguardo: limpido, aperto, ricco del fascino dei grandi visionari. E lei, parlandoti, ti guarda dritto negli occhi come se avesse già intercettato la tua anima.

Incontriamo l’icona dell’ambientalismo mondiale alla Libreria delle donne di Milano: una pausa tutta al femminile tra gli eventi che l’hanno portata a Expo 2015 in veste di ambasciatrice dell’agricoltura familiare, rispettosa dei cicli della natura, della varietà dei semi e della dignità delle persone, contrapposta alle multinazionali che impongono monocolture, Ogm e chimica “puntando solo al profitto e affamando il mondo con i brevetti”, denuncia Vandana.

Fisica e filosofa, nata 62 anni fa nello Stato settentrionale indiano dell’Uttarakhand, con l’associazione Navdanya si batte dal 1987 per rivoluzionare le politiche agricole globali e sostenere coltivatori in tutta l’India secondo i dettami del biologico e della biodiversità, le materie insegnate nella sua Università della Terra. Ma se da scienziata ci dice d’ispirarsi a Einstein “per la sua capacità di connettere fisica e responsabilità sociale”, e da attivista guarda alla lezione non violenta di Gandhi, quando si tratta di agricoltura e di ogni declinazione del suo impegno ecologista, Vandana indica tutt’altro genere d’insegnanti: “Le donne che lavorano nei campi, paladine dell’ecosistema. Ho imparato tutto da queste donne escluse e oppresse che però rifiutano di essere vittime”. Sono loro, “le massime esperte di pratiche economiche che consentono di produrre tanto con poco”, le protagoniste sotto traccia del suo ultimo libro Chi nutrirà il mondo?, appena pubblicato da Feltrinelli.

Per Vandana Shiva, l’ecologia è sempre stata legata a doppio filo alla valorizzazione delle donne. Ce lo spiega raccontando proprio l’ultima visita a Expo, quando ha inaugurato il “Parco della biodiversità”: “Lì accanto c’è un’enorme insegna della Coca Cola. Ho scattato una foto, cosa che in genere non amo fare, ma il cartellone rosso mi ha ricordato le mie “sorelle” di Plachimada, un villaggio del Kerala, nel sud dell’India, dove le contadine hanno costretto la Coca Cola a chiudere un impianto perché rubava la loro acqua. Una vittoria storica. Io le ho appoggiate quando la leader, Mylamma, mi ha chiamata dicendomi: “Chi beve Coca Cola, beve il sangue della nostra gente”. Diffondendo la loro storia per tutto il Paese, abbiamo convinto 4mila scuole indiane a bandire la bevanda”.

Ma che ci fa questa incorruttibile ambientalista tra le vetrine delle multinazionali che puntellano Expo? “I visitatori, soprattutto i giovani, devono sapere che c’è un’alternativa al paradigma economico dominante, capitalista e maschilista” risponde decisa lei, che infatti qui ha presentato il suo manifesto “Terra Viva” per una nuova economia circolare, rigeneratrice delle risorse che sfrutta. “Solo il 30 per cento del nostro cibo proviene da coltivazioni industriali” chiarisce, “il grosso è invece prodotto su piccoli appezzamenti. L’agricoltura intensiva non nutre il pianeta, bensì consuma il 75 per cento delle risorse, provocando catastrofe ecologica, fame e povertà. Sapete?” confida poi. “Alcune industrie hanno chiesto al vostro governo di non farmi venire, proponendo al posto mio i loro esperti di biotecnologie”.

Non sono riusciti a escluderla, e Vandana rivela che pure questa sua perseveranza è un’eredità di donne incontrate lungo il cammino. Come quelle che, sempre in India, protestavano contro una miniera tossica: “Erano state attaccate con le armi: le trovai ferite ma irremovibili nel sit-in. Una aveva una brutta frattura alla testa. “Come fai a stare qui?” le chiesi, e lei pronunciò parole che mi rimarranno per sempre: “I fili d’erba si piegano sotto i nostri piedi ma tornano dritti. Le foglie, prese dagli alberi per darle agli animali, ricrescono. È lo shakti, parola che in sanscrito indica il potere creativo in forma femminile. Lo shakti nell’erba e nella foglia è lo stesso dentro di noi: è la forza femminile della natura”.

La piccola donna decisa a cambiare il mondo si sposò con la natura negli anni Settanta, imbattendosi alle pendici dell’Himalaya nelle contadine del movimento Chipko, che significa abbraccio: “Abbracciavano gli alberi per sottrarre le foreste al disboscamento, facendo scudo con i loro corpi ai tagliatori. In seguito ho creato il mio Chipko abbracciando i semi, primo anello della catena alimentare e fonte della vita”, riflette. “A Monsanto, l’azienda dei semi geneticamente modificati che impoveriscono il suolo e i contadini, ho detto: non accettiamo i vostri Ogm né le vostre bugie sul fatto che giovino alla terra e al cibo. Demolire quelle falsità proponendo un’agricoltura alternativa è per me il risultato più importante delle mie battaglie”.

C’è dunque qualcosa che possiamo fare, anche noi nel nostro piccolo, per nutrire il pianeta? “Scegliere il cibo con consapevolezza” suggerisce Vandana, “e diventare tutti dei “salvatori di semi”, anche solo coltivando basilico in balcone. Basta un po’ di terra in una scatola per dare sfogo alla creatività”. Per lei, “coltivare un seme è ravvivare la speranza più alta: la guarigione della terra che conduce a una società più sana. Per questo sto andando in Nepal a piantare semi dopo il terremoto. E dopo Expo vorrei che ci incontrassimo tutti a Lampedusa, terra ferita dal dramma dei nostri fratelli che annegano nel Mediterraneo: la speranza, per me, va ricostruita da qui”.


(da Donna Moderna, 3 giugno 2015)

Cinema. Relazioni clandestine, figli abbandonati, passioni segrete,«Uomini proibiti» di Angelita Fiore indaga le contraddizioni del celibato nel sacerdozio. In concorso al Biografilm festival di Bologna

 

di Linda Chiaromonte

Donna uguale peri­colo, dan­na­zione, tranne quella subli­mata, ange­li­cata, ases­suata: la ver­gine Maria. A volte adesso provo quasi un senso di odio verso quella figura, per­ché ha detur­pato tutto il mondo fem­mi­nile». È una rifles­sione dura e amara quella di Fau­sto fatta durante una seduta dallo psi­co­te­ra­peuta per scio­gliere alcuni nodi irri­solti che ha da quando a undici anni è entrato in semi­na­rio. Fau­sto è un ex fran­ce­scano, più di vent’anni fa ha deciso di lasciare la chiesa per vivere aper­ta­mente il suo amore per Luiza, cate­chi­sta bra­si­liana che insieme a lui aiu­tava la gente di una povera e sper­duta favela.
È forse in parte da quel mes­sag­gio che deni­gra e smi­nui­sce la figura della donna che trae linfa l’obbligo del celi­bato impo­sto ai preti per essere puri e inat­tac­ca­bili dalle ten­ta­zioni, prima fra tutte quella della carne. Una regola isti­tuita dall’uomo die­tro a cui si nascon­dono molte pro­ble­ma­ti­che. Un tema con­tro­verso e mai inda­gato finora in Ita­lia, al cen­tro del docu­men­ta­rio Uomini Proi­biti della regi­sta Ange­lita Fiore al suo primo lun­go­me­trag­gio. Donne costrette a vivere rela­zioni clan­de­stine, figli abban­do­nati e non rico­no­sciuti, amori e pas­sioni represse in nome della fede o vis­sute a costo dell’uscita dal sacer­do­zio. Cop­pie messe al bando, addi­tate solo per aver pro­vato emo­zioni e pul­sioni terrene.
Il film però non è un atto d’accusa diretto con­tro curia e vati­cano, piut­to­sto rac­conta attra­verso tre sto­rie esem­plari, diverse per gene­ra­zioni e vis­suti, uno spac­cato di realtà che non ha, come si potrebbe pen­sare, le dimen­sioni di un’eccezione. A con­fer­marlo un dato ine­qui­vo­ca­bile: 120.000 i preti nel mondo che hanno lasciato il mini­stero per spo­sarsi, oltre a tante rela­zioni segrete e nasco­ste. «Uno su quat­tro — sin­te­tizza Fau­sto — come se in un eser­cito un sol­dato su quat­tro abdi­casse, un ammu­ti­na­mento». Tra le prin­ci­pali reli­gioni mono­tei­ste, la Chiesa cat­to­lica romana, diver­sa­mente da quella cat­to­lica orien­tale, è la sola ad imporre il celi­bato eccle­sia­stico. Pro­ba­bil­mente uno degli obbli­ghi più dif­fi­cili da osservare.
Le sto­rie scelte dall’autrice, pur molto diverse, hanno tutte al cen­tro lo sguardo fem­mi­nile di chi ha fatto un per­corso dif­fi­cile, spesso dolo­roso, ma anche natu­rale, gio­ioso ed ine­vi­ta­bile, di stare accanto ad un uomo di chiesa. Gli ex preti appa­iono in tutta la loro fra­gi­lità e uma­nità, cosa non scon­tata visto che il loro ruolo spesso fini­sce per sosti­tuirsi alla loro iden­tità. Sicu­ra­mente un «mestiere» diverso dagli altri, ma che agli occhi di tutti diventa l’essenza stessa di chi veste l’abito talare.
Il pro­getto del film è nato nel 2006 da una pro­fonda rifles­sione della regi­sta sull’amore e la ses­sua­lità a par­tire dalla con­si­de­ra­zione di come il retag­gio cat­to­lico con­di­zioni e influenzi tut­tora la dimen­sione fisica nei rap­porti di molte donne. A que­sto primo spunto negli anni si è aggiunto il netto con­tra­sto della chiesa nei con­fronti di divor­zio e unioni fra per­sone dello stesso sesso. Infine gli scan­dali legati alla pedo­fi­lia.
«Tutti tabù che hanno incro­ciato la mia rifles­sione sull’amore – spiega la regi­sta – E che ave­vano come punto d’incontro una chiu­sura verso la ses­sua­lità e l’erotismo, l’aspetto più fisico dei sen­ti­menti. Ai preti è richie­sto di dedi­care la vita alla fede senza mai far emer­gere il lato più umano: la pas­sione, l’amore ter­reno. Quando ho avuto l’idea del film non cono­scevo nes­suno che avesse quella sto­ria, ho comin­ciato a docu­men­tarmi e a cer­care quella realtà per raccontarla».
Merito del lavoro è mostrare uomini che vivono pul­sioni come tutti gli altri e non vi hanno rinun­ciato. «Non ho voluto fare nulla di sen­sa­zio­na­li­stico, non era quello che m’interessava – aggiunge l’autrice – Un’altra que­stione a cui non si pensa è la per­dita del lavoro, per alcuni lasciare il sacer­do­zio signi­fica affron­tare un’altra dif­fi­coltà, con una lau­rea in teo­lo­gia e senza altre espe­rienze non è facile tro­vare un impiego e anche l’aspetto eco­no­mico ha la sua impor­tanza». E se que­sto è un altro far­dello di cui farsi carico, una delle pro­ta­go­ni­ste del film pone l’accento anche sul patri­mo­nio della chiesa che si ali­menta gra­zie a parte dell’eredità dei suoi sacer­doti. Fra le tre sto­rie quella di Anna è la più dura, nel film è l’unica ad appa­rire scher­mata per man­te­nere l’anonimato. Dopo un amore vis­suto clan­de­sti­na­mente, la gra­vi­danza, pochi mesi dopo un ripen­sa­mento da parte di lui e l’abbandono.
Se Fau­sto è entrato in semi­na­rio negli anni ’50, Fede­rico è molto più gio­vane e insieme alla moglie Fide­lia, nige­riana, ha costruito una fami­glia serena. Le tre pro­ta­go­ni­ste hanno tra­di­zioni e cul­ture molto diverse: Anna è ita­liana, Fide­lia nige­riana, Luiza bra­si­liana: «In que­sto modo aprono una fine­stra su ciò che accade lon­tano dal vati­cano – dice Fiore – Anche non aver inse­rito il parere di teo­logi e stu­diosi, voci auto­re­voli e isti­tu­zio­nali, è stato fatto per­ché fos­sero le sto­rie per­so­nali a con­durre il rac­conto sul celibato».
Uomini Proi­biti ha rotto il silen­zio, ha fatto uscire allo sco­perto un micro­co­smo sco­no­sciuto che da anni si è orga­niz­zato in un movi­mento di preti spo­sati. In un’era in cui la rete e i social media hanno un ruolo fon­da­men­tale anche in que­sto caso esi­ste un blog di donne che si con­fron­tano su rela­zioni più o meno segrete. In Ita­lia la pre­senza del vati­cano non sem­pli­fica le cose, anche per que­sto Ange­lita Fiore ha pen­sato di rea­liz­zare un cofa­netto del film con molti con­te­nuti extra da far arri­vare a Papa Fran­ce­sco che avrebbe già mostrato qual­che aper­tura sul tema del celi­bato. Per la rea­liz­za­zione la regi­sta ha lan­ciato un cro­w­d­fun­ding aperto fino al 2 giu­gno sul sito www​.ulule​.com/​u​o​m​i​n​i​-​p​r​o​i​b​iti. Il film, pro­dotto da Max­man Coop e Roberta Bar­boni, rea­liz­zato con il con­tri­buto di Emilia-Romagna Film Com­mis­sion e il soste­gno della Cine­teca di Bolo­gna e del Cen­tro per lo svi­luppo dell’audiovisivo e l’innovazione digi­tale in Emilia-Romagna, sarà pro­iet­tato in ante­prima asso­luta sabato 13 giu­gno a Bolo­gna durante Bio­gra­film Festi­val, dove con­cor­rerà per il pre­mio sezione ita­liana e opera prima.

 

 

Ma per fare politica bisogna stare in un partito? La risposta è ovviamente no: lo sanno e lo vivono ogni giorno donne e uomini. Per questo quando, alcuni mesi fa, Maurizio Landini – segretario generale Fiom Cgil – ha incominciato a dire che ci voleva una “coalizione sociale” molti e molte si sono fatti attenti: dunque anche per un leader sindacale la contrattazione poteva uscire dalle fabbriche, cambiare le cose poteva diventare piacere e passione quotidiana, intessuta dentro la propria vita. Era una porta che si apriva su un orizzonte più vasto.

Anche media e politici di professione avevano drizzato le orecchie: ne era uscito – perlopiù – un brusio dietrologico di scarso interesse. E Landini si era speso in molte interviste per spiegare con esempi concreti che era sbagliato identificare l’agire politico con i partiti e i cartelli elettorali. Ma, leggendo i suoi interventi, in molte avevamo notato uno specifico silenzio di Landini: mai aveva fatto riferimento alle pratiche radicali delle donne. Proprio quelle che, fin dagli anni 60/70, hanno portato le soggettività a fare irruzione nel modo di agire politica.“Una bella delusione caro Landini” aveva intitolato il suo post su fb Giuliana Giulietti.

Ora quel silenzio si è incrinato e nel manifesto “Per la coalizione” (http://www.coalizione-sociale.it) – il documento ufficiale pubblicato in vista della prima assemblea nazionale a Roma il 6/7 giugno 2015 – si dice: “Vogliamo dimostrare – come ha compreso il movimento delle donne – che si può far politica attraverso un agire condiviso tra soggetti diversi, rimotivare le persone a occuparsi dell’interesse generale nello spazio pubblico – al di fuori e non in competizione rispetto a partiti, organizzazioni politiche o cartelli elettorali”. Dunque il femminismo è portato come termine di paragone di valore politico. Le soggettività – tutte intere voglio sperare – sono messe al centro della politica. Un inizio interessante.
Giordana Masotto

 

PER LA COALIZIONE

Associazioni, movimenti, sindacati, donne e uomini che in questi anni si sono battuti contro le molteplici forme d’ingiustizia, di discriminazione e di progressivo deterioramento dei diritti, decidono oggi di promuovere un cammino comune. In una società fondata sull’individualismo e sulla competizione tra le persone è necessario unirsi, fare rete, coalizzarsi. Dopo anni di crisi economica, sociale e ambientale, di politiche di austerità, sappiamo che nulla può tornare a essere come prima, ma proprio per questo pensiamo sia possibile immaginare un futuro di solidarietà e giustizia. Consapevoli che nessuno di noi può farcela da solo a cambiare il corso degli eventi, che per evitare scelte individualistiche o corporative sia necessario unire le forze e l’impegno.

In questi anni le politiche europee e dei governi nazionali hanno liberalizzato il mercato del lavoro, ridotto gli spazi di cittadinanza, privatizzato la formazione, la sanità, i beni comuni e i servizi pubblici, avvelenato città e territori, impedito ogni politica industriale, ogni valorizzazione della conoscenza per tutti. Con l’obiettivo dichiarato di uscire dalla crisi.

Così non è stato: il lavoro manca o è sempre più precario e povero, anche il lavoro autonomo e le professioni soffrono profondamente gli effetti della crisi, mentre quelle politiche hanno indebolito la democrazia, affidando a organismi tecnocratici il governo della vita concreta delle persone, dei loro bisogni e speranze. In Europa e in ogni suo singolo paese ricchezza e potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi e aumenta il numero di coloro che sono spinti sotto la soglia della povertà. La corruzione e l’economia illegale sono ormai parti costitutive di un modello di società in cui le persone e l’ambiente sono sempre più una variabile del mercato, saccheggiando le risorse del pianeta e modificandone il clima.

Ciascuno di noi, in questi anni, in associazione o da solo, ha fatto i conti con tutto questo, provando a difendere i diritti che altri prima di noi avevano conquistato e che consideravamo storicamente acquisiti e i principi della nostra Costituzione, mai pienamente applicata e oggi progressivamente stravolta. È arrivato il momento di rivitalizzare la partecipazione alla vita pubblica sulla base di alcuni fondamentali valori e obiettivi.

Il lavoro non è una merce ma un diritto per tutti, base di un’esistenza libera e dignitosa; l’ambiente e i beni comuni vanno tutelati, come patrimonio collettivo non privatizzabile, anche attraverso percorsi di rigenerazione urbana e sviluppo locale, fonti di uno sviluppo e di un sistema energetico diversi per migliorare la qualità della vita di ciascuno; il diritto alla salute, all’istruzione, alla cultura, alla casa, alla pensione e all’assistenza devono essere assicurati a tutti da un sistema pubblico ed efficiente per costruire l’uguaglianza nella cittadinanza anche attraverso un fisco più equo e coerente con i principi costituzionali; per ridurre le disuguaglianze va garantito un reddito che metta le persone al riparo dalla povertà; il superamento del divario Nord-Sud è un obiettivo irrinunciabile di un paese più giusto; i diritti dei migranti, dei rifugiati e delle minoranze vanno tutelati promuovendo diritti di cittadinanza uguali per tutti; le mafie, le economie criminali, la corruzione vanno combattute con leggi adeguate, con la confisca e l’uso sociale dei beni, con politiche che trasformino la società della diseguaglianza e dei privilegi in società dei diritti e delle opportunità; la scuola va rimessa al centro dell’attenzione politica e ripensata, oltre che nei saperi, nella sua funzione formativa; la Costituzione va applicata per renderla davvero operativa; è necessario che l’Italia si adegui alle più avanzate legislazioni europee riformando il codice penale e abolendo i maltrattamenti inumani nelle carceri; l’Europa va sottratta alle logiche tecnocratiche che con il ricatto del debito impongono politiche d’austerità e riportata al senso di solidarietà, di collaborazione, di pacifica e rispettosa convivenza tra i popoli, nel ripudio della guerra e di ogni forma di xenofobia e razzismo, nella condivisione di opportunità e di comune crescita culturale. La risposta alla crisi climatica può diventare il volano di un nuovo modello di sviluppo liberato dalla dipendenza delle fonti fossili, dal saccheggio del pianeta e che comprenda la conversione dal modello agroindustriale a produzioni agroecologiche.

A partire da questi obiettivi proponiamo alle associazioni, ai movimenti, ai sindacati, ai singoli cittadini di mettere in comune esperienze di azione, volontariato, mutualismo, competenze, intelligenze per affrontare in modo solidale nei luoghi di vita e lavoro un cammino che con la partecipazione e il protagonismo delle persone conquisti giustizia e dignità: la coalizione sociale, con l’obiettivo di riunificare e ricostruire i diritti di cittadinanza delle donne e degli uomini nel lavoro e nella vita, di ricucire lo strappo che si è creato nel tessuto sociale e quindi di rafforzare la democrazia.

Non lasciare nessuno da solo è la prima ragione che ci porta a intraprendere questo percorso per cambiare il paese e l’Europa, formulare proposte e batterci per un’alternativa concreta alle divisioni e alle solitudini in cui ogni persona rischia di essere abbandonata. Vogliamo dimostrare – come ha compreso il movimento delle donne – che si può far politica attraverso un agire condiviso tra soggetti diversi, rimotivare le persone a occuparsi dell’interesse generale nello spazio pubblico – al di fuori e non in competizione rispetto a partiti, organizzazioni politiche o cartelli elettorali – realizzando un modello d’impegno che si manifesti e qualifichi a partire dai territori, dai luoghi di lavoro e si caratterizzi per il fatto che ciascuno di noi offrirà il contributo delle proprie migliori pratiche e dei propri saperi e sulla base di tali principi in reciproca autonomia aderirà alle campagne per obiettivi comuni che insieme decideremo di avviare.

(www.libreriadelledonne.it 31/05/2015)

 

di Gian Guido Vecchi

«La religiosa virtuosa veniva e viene incensata come perno tra mondo visibile e invisibile, ma tutto questo poi sfocia in un asservimento domestico e sociale… La situazione adesso è ancora peggiorata a causa dell’aumento di piccole fondazioni diocesane, create da vescovi e preti africani senza carisma e spiritualità particolari: solo per avere delle donne al loro servizio».

Suor Rita Mboshu Kongo, teologa congolese, ha conseguito laurea e dottorato in Teologia a Roma mentre faceva la cuoca al Collegio Capranica, il più prestigioso seminario della capitale. Oggi insegna all’Università Urbaniana e collabora con «donne, chiesa, mondo» : proprio il mensile dell’ Osservatore Romano , coordinato dalla storica Lucetta Scaraffia, da ieri ha riunito in Vaticano un seminario internazionale su «La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi» che si concluderà domani con la messa celebrata dal segretario di Stato Pietro Parolin.
Suor Rita interverrà oggi nella Casina Pio IV, toccando un tema centrale: le donne ridotte a serve nella Chiesa, la sottomissione. È stato Francesco a ripetere che «occorre ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva» e le donne «stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate».
Suor Rita, nella sua relazione, ripercorre la «crisi di identità delle religiose africane». In Africa, di contro a 35 mila preti e 3.500 missionari, le suore sono più di 60 mila. Eppure «la Chiesa non si è mai molto impegnata nella loro formazione». Giusto per insegnare ai bimbi. Per il resto le brave suore «cucinano bene per amore di Gesù, puliscono, rammendano, accudiscono prelati e anziani…». Nessuna voce in capitolo, decisioni «sempre già prese da altri».
Quando vescovi e preti «finiscono il mandato o muoiono» le suore usate come serve o badanti restano «abbandonate a se stesse» rivela suor Rita. «Alcune volte vengono in Europa come missionarie nelle diocesi» ma «mancano progetti» e accade «finiscano nelle strade, diventando senza fissa dimora». Si parla senza reticenze, nell’incontro in Vaticano. Famiglia, identità femminile, violenze. In molte zone della Terra, la Chiesa rappresenta per bambine e donne «l’unica rete di protezione e salvezza» da soprusi e stupri. Ma esistono anche le violenze sessuali commesse da sacerdoti sulle religiose. Suor Rita riprende la denuncia di Lucetta Scaraffia nel libro Papa Francesco e le donne , scritto con Giulia Galeotti: le suore ritenute più «sicure» dove l’Aids è pandemico, preti che sfruttano la loro «autorità» esigendo prestazioni sessuali.
Che futuro hanno le religiose? Suor Rita conclude: «Vogliamo solo essere rispettate e avere gli strumenti per decidere e pensare». La sua Congregazione fa servizio in cucina al Capranica dal 1978. Lei raccontò al mensile dell’ Osservatore il rapporto di «confronto e sostegno reciproco» con gli altri dottorandi. Con una differenza, notava Scaraffia: «Lei ha cucinato per giovani seminaristi e sacerdoti che stavano percorrendo una via di studio simile alla sua, ma avevano tutto il loro tempo a disposizione per lo studio».
(Corriere della Sera, 30 maggio 2015)

di Franca Fortunato


Séraphine de Senlis – Artista senza rivali è il titolo dell’ultimo libro di Katia Ricci, pittrice e critica d’arte di origini foggiane. L’autrice, attraverso lo sguardo di chi cerca nell’altra «qualcosa di sé e del suo essere donna», ricostruisce la vicenda esistenziale e artistica di una delle più grandi pittrici parigine vissute nella prima metà del novecento, «periodo (..) delle avanguardie artistiche, che hanno completamente rivoluzionato la concezione dell’arte.» Séraphine Louis, nota come Séraphine de Senlis, artista autodidatta, orfana, cameriera, a suo modo mistica, si sottrae, però, ad ogni genere e corrente «anche se, per i temi trattati, le sue opere possono rientrare nel cosiddetto genere della natura morta». È l’amore per la natura, infatti, per i fiori, gli alberi, le piante, i frutti, a vivere nelle opere di Séraphine, nata e cresciuta in campagna, dove poté liberamente godere della bellezza del creato, del sole e del verde intorno a sé. «Tra i campi e i boschi si sentiva appagata con la stessa sensazione che provava in chiesa, guardando i quadri che raffiguravano la Vergine, la madre buona, calorosa e accogliente» che la ispirava, come lei stessa testimoniava.

Per vent’anni visse in convento dove «le preghiere, i canti religiosi, le immagini sacre, i colori delle vetrate, le vesti preziose delle immagini della Vergine» le offrirono quell’«atmosfera magica» che, insieme alla natura, fu la fonte di ispirazione e di nutrimento della sua opera. A lei toccò una vita dura, complessa, tragica, finita in un manicomio, ma allo stesso tempo esaltante. Artista autodidatta, raggiunse il successo e la fama grazie all’incontro con il «mecenate e critico d’arte, il tedesco Wilhelm Udhe» che, insieme alla sorella Anne-Marie, vide in lei una grande artista da sostenere, apprezzare e fare conoscere. L’autrice nel corso del libro, corredato dalle figure delle opere di Séraphine, ci porta, con grande competenza, dentro le creazioni dell’artista parigina, rivelandoci la «ricerca di identità femminile di chi, seppur confusamente, non si accontentava e non si identificava nella condizione in cui la società del tempo l’aveva confinata». L’eccellenza di Séraphine, infatti, – come ci dice l’autrice – non consiste solo nella qualità artistica delle sue opere, incredibile se si pensa che fu un’autodidatta, ma nel suo desiderio di essere e diventare la donna che voleva, artista e libera di coltivare il suo sogno, il suo desiderio enorme, la sua passione totalizzante: esprimere il suo io creativo, con la convinzione di avere un’ispirazione divina. È questo che fa di lei, come di ogni donna, una donna e un’artista libera e grande, e perciò non compresa dai suoi concittadini. Per Séraphine la spinta a dipingere era di natura spirituale, l’arte era un modo per esprimere i colori della sua anima, la propria necessità: dipingere per essere. Il vestirsi in modo eccentrico, l’avere comportamenti inusuali, il creare il contatto con la natura e, poi, il dipingere, erano per lei i modi per segnalare il proprio essere, la propria soggettività, l’enorme potenziale creativo che sentiva dentro di sé. Katia Ricci, con grande capacità linguistica e simbolica, riesce a farci vedere e incontrare Séraphine mentre cammina per le strade della sua città; mentre di notte, durante la bella stagione, dipinge davanti alla finestra aperta della casa in cui abitava e canta con voce acuta e stridula canti religiosi; mentre cammina incessante senza meta, ingiuriando i passanti e lanciando maledizioni, quando, ormai, la sua stravaganza è divenuta follia e tutti la evitano e la chiamano “Séraphine la pazza”. Morirà l’11 dicembre del 1942 in manicomio, dove non creò più nulla perché “troppo vecchia”, come lei soleva dire.

 

“Séraphine de Senlis” di Katia Ricci, editrice Luciana Tufani               pgg. 94 € 14,00

 

(Il Quotridiano del Sud, 30 maggio 2015)

Luisa Muraro, Gugliema e Maifreda Storia di un’eresia femminista, La Tartaruga, 1985/2003

Edizione digitale della Libreria delle donne di Milano, 2015

Questo libro intenso e ormai introvabile nelle librerie torna a parlarci in digitale delle vicende di Guglielma Boema, di Maifreda da Pirovano e degli altri suoi seguaci.

Negli ultimi decenni del tredicesimo secolo fiorì a Milano un movimento religioso, relazionato con la vicina abbazia di Chiaravalle, cui presero parte donne (in maggioranza) e uomini, religiosi e laici, gente del popolo e membri di eminenti famiglie milanesi.

Figura centrale di questo gruppo eterogeneo e socialmente trasversale fu una donna laica, Guglielma, che giunse a Milano con un figlio tra il 1260 e il 1270. Non si sa quale potesse essere la meta del suo viaggio, comunque a Milano si stabilì. Secondo i suoi seguaci era di famiglia reale e proveniva dalla Boemia. In seguito fu nota come Guglielma Boema. Luisa Muraro argomenta a favore di quell’origine e discendenza (una questione su cui gli storiografi rimangono discordi).

Il gruppo di Guglielma privilegiava la terza persona della trinità cristiana, lo Spirito Santo, l’elemento dell’amore. Un punto, questo, comune a tanti altri movimenti religiosi di quell’epoca piena di tensioni e anche di ansia rinnovatrice. Gioacchino da Fiore, sul finire del secolo precedente, aveva profetizzato l’avvento di una nuova era, quella dello Spirito Santo, che sarebbe succeduta e avrebbe superato quella del Padre (Vecchio Testamento) e quella del Figlio (Nuovo Testamento). Gioacchino prefigurava inoltre una nuova comunità (Monasterium) in cui sarebbero confluite spiritualità diverse e di cui avrebbero fatto parte anche i laici sposati e le loro famiglie.

La grande singolarità del gruppo milanese stava nel fatto che Guglielma era considerata l’incarnazione attuale dello Spirito Santo, per lo meno nel pensiero dei suoi due principali seguaci, la suora Maifreda e il laico Andrea Saramita: Dio si era fatto donna in Guglielma come si era fatto uomo in Gesù.

Guglielma morì di morte naturale nel 1281 o nel 1282, e fu subito oggetto di ulteriore grande venerazione presso i suoi seguaci e nella stessa abbazia di Chiaravalle, dove le si dedicava un culto particolare e furono eseguite pitture che la raffiguravano con la Madonna o nelle sembianze di sante già canonizzate.

L’idea che in Guglielma fosse incarnato lo Spirito Santo non era gridata ai quattro venti, ma coltivata nell’ambito più ristretto del gruppo e non è dato sapere se e quanto gli stessi frati di Chiaravalle ne avessero sentore.

Il culto di Guglielma era espresso prevalentemente nelle forme tradizionali della devozione cattolica per figure di grande spiritualità, tanto che Guglielma sarebbe potuta diventare un’altra santa del popolato pantheon cattolico se non fossero giunte all’Inquisizione milanese voci o delazioni in relazione a pratiche e credenze non ortodosse dei guglielmiti.

Nell’anno 1300 fu celebrato un definitivo processo per eresia in cui, nel corso di vari mesi, furono interrogate molte persone del gruppo e loro parenti o conoscenti. Al termine del processo i principali inquisiti furono condannati al rogo. Ad altri, pentiti, furono comminate pene lievi. Con ogni evidenza fu messo al rogo anche il corpo di Guglielma, appositamente esumato dalla sua sepoltura in Chiaravalle.

Di quel processo, in Gugliema e Maifreda Luisa Muraro offre un resoconto ragionato basandosi in primo luogo sull’esame rigoroso dell’unico verbale superstite.

Muraro propone inoltre un’avvincente ricostruzione delle relazioni interne al gruppo prima e dopo la morte di Guglielma, interrogandosi in particolare sulla figura di Maifreda come “sostituta” di Guglielma.

Maifreda, dopo la morte di Guglielma, divenne la leader del gruppo, a capo di una sorta di chiesa parallela o alternativa fondata sul culto di Guglielma: risulta che, oltre ad amministrare sacramenti al pari di un sacerdote, avesse introdotto nel cerimoniale che la riguardava atti di venerazione che erano dovuti esclusivamente al Papa.

Fu, probabilmente, una delazione relativa a una messa celebrata da Maifreda nel giorno di Pasqua dell’anno 1300 a provocare un giro di vite nel processo inquisitorio già in corso.

Muraro sottolinea come il culto celebrato da Maifreda non fosse eterodosso nella forma, rimanendo nel solco della liturgia cattolica eccetto che per il fatto, questo sì scandalosamente eterodosso, che era condotto da una donna.

 

«Suor Maifreda disse messa – sono parole di Sibilla Malconzato – e aveva l’ostia e la elevò e fece tutte le cose che fanno gli altri sacerdoti per la messa». La conformità del rito metteva in risalto, per contrasto, l’elemento assolutamente nuovo rappresentato dal sesso del celebrante. Per quanto possa suonare paradossale, suor Maifreda non era un’eretica riformatrice, non aveva cioè in mente di rinnovare la Chiesa in senso morale o spirituale. Quello che pensava e voleva era un mutamento dello stato femminile […]

 

Una questione centrale affrontata nel libro è quale fosse stato il pensiero della stessa Guglielma sul tema dell’incarnazione. La questione, tra l’altro, era importante per gli inquisitori che cercavano, con il fine di poter stroncare il movimento guglielmita alla radice, qualcosa che dimostrasse che la stessa Guglielma era caduta nell’eresia prima di morire: un compito non facile, perché gli inquisiti facevano normalmente riferimento a cose che avevano sentito dire da Maifreda o da Andrea, non da Guglielma.

Gli inquisitori, osserva Muraro, non potevano comprendere appieno il mutamento simbolico implicito nella spiritualità di Guglielma, né sarebbero stati in grado di affrontarlo su un piano dottrinale complesso. E in ogni caso avevano tutto l’interesse a non parlarne:

 

La questione teologica che l’inquisitore vuole evitare è infatti quella della differenza sessuale in rapporto all’incarnazione di Dio. Del Dio incarnato in Gesù Cristo si insegna che lo ha voluto e che ha voluto essere ebreo ed essere povero e nascere a Betlemme e che ha voluto morire in croce. Ha voluto anche essere uomo piuttosto che donna? E che senso si deve dare a ciò? La ricerca spirituale di Guglielma riguardava questo tema.

 

Gli inquisitori si concentrarono piuttosto su questioni di dettaglio, chiedendo per esempio alle persone inquisite se ritenevano Guglielma superiore alla Madonna: una risposta affermativa sarebbe stata eretica in base a un punto ben definito della dottrina cattolica.

Alla fine trapelò comunque qualcosa di fondamentale riguardo a Guglielma e al suo coinvolgimento nell’eresia:

 

Guglielma stessa avrebbe insegnato che il suo corpo e quello di Cristo erano un medesimo corpo, quello dello Spirito Santo. E che di conseguenza era superato il regime della salvezza attraverso il sacrificio di Cristo.

Leggiamo le parole del verbale: Guglielma, quando viveva, disse che «dal 1262 in avanti non si sacrificava né consacrava il corpo di Cristo soltanto ma insieme al corpo dello Spirito Santo, che era la stessa Guglielma […] Perciò, continua il testo, Guglielma diceva che «a lei non interessava vedere il corpo di Cristo né il suo sacrificio, perché vedeva se stessa».

Guglielma parlava del suo corpo come luogo di una passione che si compie senza sacrifici cruenti ma semplicemente per il suo essere un corpo di donna. Si tratta dunque della passione della differenza sessuale.

 

Riguardo a ciò che veramente Guglielma abbia detto, insegnato, pensato, Muraro fa presente che noi conosciamo il pensiero di Guglielma solo indirettamente, attraverso le parole di altri e le idee elaborate da altri, oltretutto semplificate e schematizzate dalle procedure processuali.

Ciononostante, il libro riesce a restituire Guglielma come una figura di grande respiro, una donna che non si esprimeva in modo dottrinale ma sapienziale. Le affermazioni che le sono attribuite durante il processo non furono il contenuto di prediche pubbliche, bensì parole dette in situazioni concrete, personali, in una intimità di soggetti. Più di una volta qualcuna/o del gruppo chiese a Guglielma se era vero, come aveva sentito dire da altri, che lei era lo Spirito Santo. Guglielma negava incollerita dicendo che era una donna in carne ed ossa, nata da una donna e da un uomo ecc.: un atteggiamento che si può attribuire alla saggia volontà di proteggere il gruppo dei seguaci insieme con se stessa, ma anche al rifiuto di essere incasellata dentro una formula, una definizione teologica.

 

(www.gasparastampa.es, maggio 2015)

 

di Claudio Vedovati

Ciò che chiamiamo Maschile Plurale ha una lunga storia. Io la considero una piccola grande rivoluzione di cui vado fiero: uomini che hanno cominciato a lavorare su di sé per contrastare il simbolico patriarcale.

Da quando abbiamo fatto nascere questa realtà il mondo è cambiato. Lo ha cambiato il femminismo. Nelle vite concrete di uomini e donne la libertà femminile e nuove domande maschili hanno creato una nuova qualità nelle relazioni tra i sessi. Ora possiamo spendere il meglio della nostra esperienza nel flusso di questo cambiamento.


Nel corso di questo ultimo anno ho compreso che Maschile Plurale non mi basta più così com’è: il lavoro su di sé fatto in un separatismo maschile porta troppe insidie. Per sottrarci a quella
astrattezza e quel narcisismo che conosciamo, ciascuno dentro di noi, dobbiamo puntare sulle relazioni in carne e ossa con le donne. L’autonomia maschile c’è già stata: è il patriarcato. In questi anni ho capito che se non c’è l’ascolto delle donne, della loro esperienza, del loro sapere e della loro fatica, rispetto alla violenza sessista, non si produce reale consapevolezza e non c’è trasformazione. Se non c’è una messa in gioco reale tra i sessi, se non si impara a stare nel conflitto in relazione, si fatica a fare passi di consapevolezza che ci permettono di uscire dalle solite dinamiche.

Nel nostro caso, una donna ha pubblicamente detto della violenza subita nella relazione con uno di noi. E noi non siamo riusciti, come Maschile plurale, a stare alle parole di lei, accogliere la sua verità, e farne un qualcosa di trasformativo per noi. Questo perché la violenza va nominata come tale se vogliamo prenderci la responsabilità dell’impegno che ci siamo assunti in questi anni come movimento che riflette sulla violenza tra i sessi
. Le nostre parole contano e fanno accadere altre cose se hanno la verità del partire da sé. È la violenza che ci riguarda che possiamo mettere al centro della nostra politica. Temo, però, che il ruolo acquisito nello spazio pubblico da MP invece di responsabilizzarci sia diventato un ostacolo a mettersi seriamente e pubblicamente in discussione, per cercare di fare delle proprie difficoltà una occasione di cambiamento per tutti. 

Ma la violenza non si può rimuovere. Infatti quando alcuni hanno cercato di aprire conflitti, dentro e fuori MP, è accaduto loro di essere investiti da un livello crescente di prepotenza e violenza, una violenza usata per avvantaggiarsi e tutelarsi personalmente. Ne sono stato colpito anche io, fino ad averne danno e a perdere la possibilità emotiva di condividere uno spazio comune, spazio in cui ci sono per me relazioni che rimangono importanti.

Mi colpisce che ora nominino la violenza tra noi anche gli uomini del “Gruppi uomini contro la tratta e contro la prostituzione”, nella loro lettera aperta del 25 maggio in cui annunciano l’uscita da Maschile Plurale. Parlano di violenza, sopraffazione e manipolazione e hanno il coraggio di dire pubblicamente cosa fa problema nelle relazioni tra maschi.  È un’altra occasione che si presenta per lavorare sulle proprie contraddizioni e farne atti politico significativi per sé e per gli altri, se si sa ascoltare cosa dicono questi uomini senza assumere posture difensive.

Mi sono reso conto che non riusciamo a riconoscere la violenza e a confliggere con essa quando accade sotto i nostri occhi, che è più facile derubricarla a conflitto privato. Anch’io ho avuto difficoltà a parlarne. Si è spaventati quando capita e a volte l’unica strada è allontanarsi dalla scena della violenza. Ma ho imparato dalle donne che quando la violenza accade è la comunità che dovrebbe farsene carico. So che dire di una violenza subita produce
angoscia negli altri, paralizza, ma non c’è altra strada del nominare le cose a partire dal proprio vissuto. Io non posso più stare in una situazione in cui non sento più libertà perché non è stato possibile stare ai conflitti e chiamare con il suo nome la violenza quando è accaduta. Oggi MP è per me sovrastato dalla prepotenza e dalla violenza. E la violenza richiede un taglio perché altro possa accadere.

Voglio ora dare valore al positivo che abbiamo
guadagnato. La trasformazione a mio parere accade oggi nelle relazioni politiche tra uomini e donne, dove può circolare autorità tra i sessi e si può affrontare insieme il legame tra violenza e sessualità. Questo per me è il vero antidoto alla violenza, la nostra violenza. Io voglio buttare il cuore oltre all’ostacolo, che per me ora è MP. Non voglio smettere di fare politica, ma desidero farla diversamente, con una qualità differente di relazione, con gli uomini e con le donne, partendo da quello che già c’è: una rete di esperienze vere, anche tra noi. È arrivato il momento di cambiare.
(www.libreriadelledonne.it 28/05/2015)

In una bella intervista rilasciata qualche tempo fa a Christiane Meyer-Thoss, Louise Bourgeois, scultrice, nata a Parigi nel 1911, ma residente a New York dal 1938, invitata a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia di quest’anno, ha dichiarato: “La storia della mia carriera è stata questa. Per molti anni, fortunatamente, i miei lavori non si sono venduti né per profitto né per altre ragioni. Io ero molto produttiva, perché nessuno cercava di copiare il mio alfabeto. Ne avevano sentito parlare, perché nel corso degli anni qualche mostra l’avevo fatta, ma non avevo venduto. E in America vendere equivale a avere successo. La mia immagine è rimasta tutta mia e di questo sono molto riconoscente. Ho lavorato in pace per quarant’anni. La produzione del mio lavoro non ha avuto niente a che vedere con la sua vendita. Su di me il mercato continua a non avere alcun effetto, né in positivo né in negativo”.

 

Prolifica, solitaria, controcorrente, in tutti questi anni Bourgeois ha tenacemente fatto della sua ricerca artistica il luogo dichiarato di una lucida autoanalisi. Convinta della necessità di non rimuovere, di non distrarsi da sé e dell’utilità, ancor meglio dell’inevitabilità, di fare i conti con il proprio passato, con i fantasmi dell’infanzia e della vicenda familiare oltre che con le tracce da essi inscritte nel corpo, l’artista ha scelto la scultura come mezzo di anamnesi e insieme di espressione. Indifferente alle mode culturali e alle tendenze artistiche che hanno via via dominato il nostro secolo, eppure di esse assai avvertita, ha perseguito una sua strada che solo verso la fine degli anni settanta ha incrociato il gusto e le nuove direttive del mercato dell’arte. È così che, a settant’anni compiuti e senza mai essersi allontanata da una sua privata e rigorosa linea di ricerca, Louise Bourgeois si è trovata a rappresentare al livello più alto tanto il discorso estetico oggi prevalente quanto i nuovi umori politici e sociali.

 

L’ho incontrata nella sua casa di New York, alle undici di mattina. Accanto a lei Jerry Gorovoy, suo assistente e manager, che si rivelerà via via una sorta di nume tutelare, presenza benigna e rassicurante, ironico e paziente alter ego dell’artista. Capace tanto di districarsi nelle secche di una comunicazione per Louise fastidiosamente solo “verbale,” quanto nelle iniziali diffidenze – e relativi test a cui la sottoscritta è stata doverosamente sottoposta – verso l’ennesima intervista. “Cinque minuti di gloria, solo perché mi hanno invitata alla Biennale di Venezia”, si lamenta Bourgeois, accusando stanchezza e irritazione verso quello che sembra essere un vero assalto dei media. “Mi chiedono tutti le stesse cose e poi a me non piace parlare. Io parlo attraverso il mio lavoro.” E mi gira intorno rifiutando di sedersi e, inizialmente, di parlare con il registratore acceso. Il suo sembra essere un rivisitato e ribaltato scenario da “via/qui” freudiano, istintivo e insieme sapientemente ironico e teatrale.

 

Sfruttando la topografia della sua casa inizia una sorta di azione coreografica piena di entrate e uscite di scena. Per un attimo è in piedi davanti a me, le mani appoggiate al tavolo e lo sguardo diretto e sospettoso di chi si teme in pericolo, e l’istante dopo è sparita. Risucchiata nel labirinto circolare delle stanze, mi parla da lontano e la sua voce fuori campo è quasi impercettibile. È Jerry a richiamarla e a ricordarle che in questo modo le sue parole rischiano di svanire su una cassetta impotente. Ricompare ogni volta portandosi dietro qualcosa, fotografia, disegno, oggetto, da cui fa ripartire il discorso. Dal punto esatto in cui credevo di averla persa.

 

Come si vedrà, l’intervista è dunque a tre voci: Louise, Jerry e chi scrive. Quando necessario si darà conto dei movimenti dell’artista nello spazio-casa, delle pause temporali tra uscite di scena e successivi ritorni, delle immagini che accompagnano le parole quasi a dare loro corpo e a restituire all’artista il suo, sommerso dall’ansia di essere imprigionato (tradito?) nei monchi e sghembi paradossi della disincarnata comunicazione verbale.

.

MN:Parlami di tuo padre e di tua madre e di te come madre di tre figli.

LB: Io sono un’ottima madre, perché sono una madre che accetta. Non chiedo niente. Fintanto che i miei figli non vanno in guerra, in prigione o in ospedale, fintanto che non finiscono in uno di questi tre posti, io sono soddisfatta. Questo è tutto quello che chiedo. Dai miei figli non esigo e non pretendo nient’altro. Se vuoi puoi parlare con loro.

JG: Louise si è anche occupata di sua madre. Era malata e lei se ne è assunta la responsabilità.

LB: Mia madre aveva un enfisema polmonare. È per questo che la mia famiglia, una famiglia molto borghese e molto europea, andava a passare l’inverno nel sud della Francia. Ricordo che, per darle sollievo, le mettevo delle ventose sul torace. Ero diventata la sua infermiera a tempo pieno e questo è stato molto importante per la mia evoluzione. Anni dopo avrei rifatto quello stesso gesto di applicare le ventose sul corpo di Jerry. Arte-terapia. Arte-medicina. Basta guardare la serie delle sculture realizzate con le ventose (vedi Ventouse, 1990)

 

MN: Louise ha anche insegnato. Il rapporto insegnante-studente può adombrare una funzione materna o parentale?

JG: Louise ha insegnato, ma non a lungo e mai a tempo pieno. Lo ha fatto negli anni settanta, dopo la morte del marito. Ma non le è mai piaciuto: la stancava troppo e inoltre non ha mai creduto che l’arte si possa insegnare. La si può insegnare solo se gli studenti ti amano molto. Ma molti studenti sono ostili.

 

MN: A parlare con artisti e soprattutto artiste più giovani mi è capitato spesso di sentir parlare di Louise come di una madre simbolica, di una figura modello.

JG: La vedono come qualcuno che ha affrontato gli stessi temi e le stesse questioni che loro stanno affrontando oggi. Solo che Louise lo ha fatto, senza cedimenti, per tutta una vita. Credo che la vedano anche come un’artista che ha dimostrato che si può avere successo alle proprie condizioni. Una prova che anche le donne possono farcela. Sia rispetto al mercato che alla risposta dei critici. Non sono state molte le donne che sono riuscite a farcela.

 

MN: Però le ci è voluta una vita.

JG: Sì e inoltre non ha fatto nulla per riuscirci. Non ha neppure provato. La gente trama, manipola, cerca strade di tutti i tipi pur di affermarsi. Louise non ha avuto nessuna strategia. Chiedi come ha fatto a diventare famosa? È semplicemente successo. E la spiegazione sta nella combinazione di una serie di ragioni. Per prima cosa, quando l’astrazione e il formalismo sono arrivati al collasso, l’interesse della gente si è rivolto all’immaginazione, alla sessualità, alla narrativa, al personale, all’autobiografico. Nel mondo dell’arte, agli inizi degli anni settanta, c’è stato un vero e proprio cambio della guardia. Si è trattato di un’inversione di tendenza, di un mutamento di sensibilità. E, quando questo mutamento si è verificato, ecco Louise che per quarant’anni aveva lavorato sulle stesse questioni su cui un mucchio di artisti delle nuove generazioni cominciavano appena a lavorare. La reputazione di Louise non si è costruita attraverso i suoi pari e i suoi coetanei, bensì attraverso gli artisti delle generazioni successive che sono venuti a vedere quello che stava facendo e la hanno assunta come figura di riferimento, come esempio. Ripeto, non è stata la sua generazione a capirla, ma i più giovani, impegnati in una reazione decisa contro il formalismo puro. Non che Louise non fosse interessata alla forma. Il fatto è che, a differenza di tanti tra cui Greenberg, il suo discorso non si è mai limitato a una ricerca sulla forma o sui materiali.

Il femminismo è stato probabilmente uno degli altri elementi che hanno portato alla ribalta il lavoro di Louise.

LB: Le femministe mi hanno presa come modello, come madre. La cosa mi irrita. Non mi interessa fare la madre. Mi irritano davvero. Il punto non è questo. Io sono ancora una ragazzina che cerca di capire se stessa. Non sono una madre. Sono stata una madre reale e mi sono presa cura dei miei figli. Questo per me non è stato un problema.

 

MN: Tre figli maschi. Nessuna figlia.

LB: No, grazie a dio. È già difficile con i ragazzi, ma con una figlia è un’impresa disperata. Perché, vedi, i figli maschi ti amano davvero. Non sono sicura che con le figlie sia la stessa cosa. In ogni modo le ragazze sono più complicate e a me almeno questo problema è stato risparmiato.

 

MN: Cosa provi nei confronti delle donne? Solidarietà, competizione, rabbia, invidia…

LB: È una domanda troppo vaga. Ti rispondo rimandandoti a un mio vecchio lavoro, The Blind Leading the Blind (Il cieco che fa da guida ai ciechi, 1947/49).

 

MN: Parliamo della figura paterna. In molte tue opere ti sei applicata a smontarla, ridicolizzarla, cannibalizzarla. Come a saldare un tuo privato conto con il passato familiare, a vendicare te stessa e forse tua madre. Vedi una vera differenza tra le figure paterne, gli uomini di potere, e la figura del figlio?

LB: Sì, senza dubbio.

 

MN: Ma non credi che, prima o poi, tutti gli uomini diventino “padri”?

LB: No, non tutti gli uomini sono figure di potere.

JG: Credo che tu stia generalizzando. Parlando di figure paterne, Louise si riferisce a uomini che si prendono troppo sul serio, pomposi, pontificanti, tutti interni al loro ruolo e ben attaccati a posizioni di potere, che non si capisce neppure come abbiano raggiunto tanto si pongono al di là delle regole del gioco.

 

MN: Ribaltiamo la questione. In un’opera del 1947/49,The Dagger Child, tu rappresenti un bambino armato, un bambino-minaccia, in procinto di ferire la madre attraverso il suo bisogno. Dunque da una parte uomini potenti e prepotenti e dall’altra bambini ammalati di dipendenza. Non c’è proprio possibilità per le donne di avere a che fare con uomini maturi, che non ricorrano continuamente a giochi di potere o a ricatti? O devono diventare santi?

JG: (Ride) Vuoi dire che le donne non fanno le stesse cose? Anche una figlia può ricattare la madre. Non credo che si tratti di una questione di genere.

LB: L’esplosione di collera, vista dal punto di vista del bambino, ha due protagonisti, il grande e il piccolo. In certi casi, quando si è tra persone ragionevoli, non c’è bisogno di arrivarci. Ma anche la tensione può essere ricattatoria: se non fai quello che voglio, mi uccido; sposto su di te la responsabilità della mia morte. È una cosa difficile da accettare. Una volta che una certa amica ha tentato di fare con me questo giochino – se non mi ami, mi uccido – io le ho risposto: per favore ucciditi, io vado al cinema.

 

MN: Fantastico.

LB: Era abbastanza forte da rifiutare di assumersi la responsabilità. Ma questo vale per uomini e donne e per persone di tutte le età.

 

MN: Ritorniamo dunque al padre e al tuo desiderio di vendicarti mettendolo in ridicolo.

LB: Questo è lo scopo dell’intera faccenda: da vittima passiva a soggetto attivo. L’arte è vendetta. Mi hai fatta soffrire e io adesso faccio soffrire Jerry. Tu l’hai fatto a me e io lo faccio al prossimo.

 

MN: Senti il bisogno di vendicarti anche sulle donne?

LB: Non si tratta di una questione di genere. I giochi di potere non hanno nulla a che fare con il genere a cui si appartiene. Un bambino di tre mesi può rifiutarsi di mangiare, la madre lo forza, lui la respinge, lei insiste. Ti prego, ti prego, ti prego (Louise mima il tutto, piegando la voce a un pigolio piagnucoloso). Ti prego mangia altrimenti morirai. E il bambino pensa: sarei felice di morire, se non altro per liberarmi di te. È un fatto circolare. Il sesso non c’entra. Si tratta di ostilità, di resistenza.

 

MN: Ci sono donne artiste che ami particolarmente?

LB: (Louise esce e rientra con un libro che sfoglia insieme a me. Si tratta di un volume che raccoglie opere di pittrici del seicento e settecento) Se guardi con attenzione queste riproduzioni vedrai che si tratta di opere tecnicamente assai belle. Il tipo che ha curato la selezione amava tutto quello che aveva qualità. Non io. Per me quello che conta è il soggetto. Guarda questo quadro, pura tradizione Chardin, se lo osservi con attenzione scoprirai che anche qui c’è una melagrana. Si tratta in molti casi di nature morte. Un genere, per le donne, tradizionale. Molte non ce l’hanno fatta neppure in questo settore in cui le artiste venivano relegate anche se erano brave quanto o più degli uomini. La natura morta come ghetto, come pittura di secondo piano, dove i padri hanno rinchiuso le donne artiste e dove tuttavia tante di loro hanno dimostrato di essere meravigliosamente dotate, pur accettando un ruolo secondario. Ho deciso di collezionarle, perché mi servano da memento.

 

MN: Conosci Artemisia Gentileschi?

LB: Sì, certo.

 

MN: Be’, lei un ruolo di secondo piano sembra non averlo accettato e i suoi dipinti parlano di una vera e propria furia, di una radicale non accettazione.

LB: Eppure eccola qui. Mi sono molto care tutte queste donne che con il loro lavoro hanno saputo dimostrare di essere grandi artiste. Per quel che riguarda me, ho raggiunto un’età in cui ho imparato a accettare. Oggi quello che mi sta a cuore è trovare una via per esprimermi e per esprimere la mia aggressività e credo di averla trovata. Non combatto più contro nessuno. Combatto dentro di me e con i materiali. Legno tagliato in tutte le direzioni, la resistenza della pietra e del marmo, l’arrendevolezza della cera e delle fusioni.

JG: La materialità e la fisicità del fare sono molto importanti per Louise. Tagliare è aggressivo. Ci sono volte in cui non se la sente di tagliare e altre in cui è nello stato d’animo di mettere insieme e combinare cose. Ogni cosa, nel farsi fisico del lavoro artistico, ha una sua contropartita psicologica. Se Louise è di un certo umore non ce la fa a tagliare il legno, non se la sente, troppo aggressivo, impossibile farlo. Questa è una cosa molto importante da sapere: che posto prende il corpo e come la natura di una scultura dipenda dallo stato mentale di Louise, da come lei si sente.

 

MN: Come hai scoperto le cose che mi stai dicendo?

JG: Le ho osservate e alcune mi sono state confermate. Certe le so, perché è da molto tempo che sono accanto a Louise.

 

MN: Discutete molto?

LB: No, con Jerry è impossibile discutere. Ha sempre l’ultima parola. È per questo che mi piace.

 

MN: È stata molto dolorosa, Louise, la nostra intervista?

LB: No, perché le tue domande erano tutte molto buone e non c’è stata tensione. Adesso Jerry ti mostrerà alcune cassette in modo che tu possa completare le mie risposte.

 

(New York City, marzo 1993)

In: Maria Nadotti, Prove d’ascolto. Incontri e visioni, Edizioni dell’asino, Roma 2011.

di Mariella Pasinati

Questa volta, diversamente dal solito, è un’energia positiva che ci restituisce Raìces (radici), la performance appositamente concepita per Palermo da Regina Josè Galindo (1974), l’artista guatemalteca e figura rappresentativa del contemporaneo (Leone d’Oro come “artista under 35” alla Biennale di Venezia del 2005) nota per le sue azioni radicali ed estreme che disturbano nel profondo e sconvolgono, spesso lasciandoci senza fiato.

L’ha sottolineato la stessa Galindo a conclusione delle iniziative che hanno accompagnato la sua ultima azione realizzata il 23 aprile scorso negli spazi dell’Orto Botanico come parte di un progetto più vasto -promosso da Arcigay e sostenuto dal Comune di Palermo- che ha incluso la presentazione del video Descensión (2013) e la mostra Estoy viva, a cura di Eugenio Viola e Diego Sileo, già allestita nel 2014 al PAC di Milano (si visita fino al 28 giugno nel padiglione ZAC dei Cantieri culturali alla Zisa).

Galindo ha, infatti, sentito Raìces come la chiusura perfetta del percorso di Estoy viva iniziato lo scorso anno a Milano con una nota aspra e dura1, come sempre nelle azioni ad alta intensità emozionale proposte dall’artista guatemalteca, ma germogliato come un seme a Palermo. Perché Raìces parla di s/radicamento e rapporto con la terra, di diversità etniche e comune umanità, partendo dal sentimento della separazione, dal senso della perdita, dal male dello sradicamento, una delle ferite più laceranti del nostro tempo.

Con sorprendente convergenza temporale, in una momento così pesantemente segnato dalle morti nel Mediterraneo rispetto alle quali sempre più inadeguate appaiono le parole e risibili le iniziative della politica ufficiale, Raìces ha mostrato una prospettiva diversa, quasi una traduzione in chiave visiva dell’idea weiliana della necessità di soddisfare il radicamento “il più importante e misconosciuto bisogno dell’anima umana”. Così, le braccia profondamente conficcate nella terra ad assorbirne la linfa, Regina è rimasta bocconi, nuda e immobile per due ore ai piedi di un grande albero mentre, sparsi per tutto il giardino, donne e uomini di diverse etnie che oggi vivono a Palermo riproponevano il suo gesto, anch’essi con le braccia piantate nella terra ma vestiti, ognuna/o sotto un albero diverso, in rapporto alle rispettive origini, in una stretta vitale con la natura, quasi un rituale che porta rigenerazione. Lo spazio, l’orto botanico, con le sue piante che provengono da tutto il mondo ne ha costituito la cornice simbolica perfetta in quanto luogo emblematico tanto di una forzata deportazione/migrazione -vegetale ed umana-, quanto del possibile risarcimento, della possibilità di ricongiungersi con la fonte, l’origine delle proprie, diverse identità culturali e insieme rigenerarsi in un nuovo luogo di accoglienza.

La mostra palermitana ripropone, ulteriormente arricchite, le cinque sezioni tematiche che hanno caratterizzato l’esposizione di Milano: DONNA – ORGANICO – VIOLENZA – POLITICA – MORTE, restituendo una visione ricca ed accurata del lavoro dell’artista.

Non si tratta, tuttavia, di una separazione statica, le opere esposte travalicano infatti in maniera evidente le singole sezioni: certamente per l’intreccio dei temi e per il fatto che Galindo rende il suo corpo teatro di un conflitto interminabile agito sulla sua stessa carne; ma soprattutto perché si tratta di un corpo sessuato, di un’artista che non dimentica il suo essere donna. DONNA, infatti, non è una categoria, un contenuto della sua ricerca poetica bensì la posizione da cui Regina guarda la realtà, riferimento imprescindibile per il suo lavoro, insieme al suo paese, il Guatemala martoriato ed insanguinato per trentasei anni da una dittatura ed un potere opprimenti.

Al centro del suo discorso, infatti, c’è l’esperienza non mediata che l’artista vive e patisce in prima persona fino a sottomettersi a un continuo rischio fisico e psicologico che si spinge, a volte, ai limiti del tollerabile. Non si tratta però -ed è questa la sua forza- di una rappresentazione della violenza, del dolore, del trauma, piuttosto di renderli presenti nella concretezza del suo patire. Opportunamente Eugenio Viola ha parlato di estetica sacrificale; assunto intenzionalmente su di sé tutto il dolore del mondo il suo corpo si fa luogo di purificazione che attiva la memoria e la coscienza, lanciando una sfida anche alla vittimizzazione, così il silenzio diventa parola, la passività azione, la vulnerabilità forza.

Messe in visione nel corpo dell’artista, le violenze sferrate sui corpi delle donne e sul mondo -la violenza patriarcale, quella politica e militare, la violenza perpetrata da un potere pervasivo che esercita controllo ed abusi- restituiscono esistenza a ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere senza testimonianza e di essere colpevolmente cancellato.

E’ così che esplorando le proprie paure e i propri limiti fisici, il rapporto personalepolitico acquista, nelle azioni di Galindo, senso e spessore nuovi ed imprevisti; le sofferenze di un corpo singolare di donna assumono valenza universale e, nella determinazione e temeraria visceralità delle sue azioni, incarnano la costrizione globale che affligge oggi la stessa condizione umana.

Eccola allora buttare il suo corpo in discarica come un rifiuto (No perdemos nada con nacer, 2000), privarlo della propria libertà, ora immobilizzato (Peso, 2006; Cepo, 2007), ora imprigionato (Libertad condicional, 2009), ora bloccato in una camicia di forza, a farci prendere coscienza dell’inevitabile condizione di dipendenza umana (Camisa de fuerza, 2006) e della necessità della relazione con l’altra/o, come ha mostrato in Rompiendo el hielo nel 2008 ad Oslo dove l’intervento compassionevole del pubblico ha vestito il suo corpo, impedendole di congelare.

La violenza sessista è poi indagata inscrivendo un insulto nella propria carne con la lama affilata di un coltello (Perra, 2005), sottoponendosi alla forzata ricostruzione dell’imene (Himenoplastia, 2004), infliggendosi tanti colpi di frusta quanti sono i femminicidi dell’anno 2005 in Guatemala, in una performance sonora di straordinaria potenza espressiva (279 Golpes, 2005).

Violenza, politica e corpo femminile si intersecano poi in lavori di grande forza e suggestione come Mientras, ellos siguen libres (2007) in cui, incinta e nuda, si costringe a giacere su un letto con le mani e i piedi legati da veri cordoni ombelicali, a ricordare il ricorso alla violenza sessuale da parte dell’esercito nel conflitto armato in Guatemala e, drammaticamente, in tante altre guerre; o ancora in Saqueo (2010), una performance in due tempi durante i quali Galindo prima si assoggetta, in Guatemala, alla perforazione dei molari con otturazioni in oro e quindi se le fa rimuovere in Germania per esporle come opere d’arte: un autentico saccheggio coloniale ai danni del sud del mondo; mentre a distanza di dieci anni da ¿Quién puede borrar las huellas? 2 torna ad affrontare con La verdad (2013) il tema della giustizia negata e della necessità della parola per affermare una verità che, nonostante tutto, non può esser messa a tacere: sebbene si faccia ripetutamente anestetizzare la bocca, Regina continuerà a leggere sia pure con sempre maggiore difficoltà, le testimonianze delle violenze subite rese al processo da chi è sopravvissuto/a ma che, ancora, non ha trovato giustizia.

Per Galindo, infatti, “i corpi sono fragili solo in apparenza”; ne è ulteriore conferma Piedra, la performance realizzata a San Paulo nel 2013 che ha visto tre volontari orinare sul corpo dell’artista, totalmente ricoperto di carbone e “fattosi” pietra: una violenza che è profanazione del corpo femminile ma che allude anche all’offesa inflitta alla terra (l’estrazione del carbone è causa di devastazione ambientale) e allo sfruttamento delle lavoratrici delle miniere del Brasile, ancora corpi a disposizione. Questa volta, però, dei tre volontari una è donna.

Non c’è mai nulla di scontato, infatti, in queste azioni sempre scomode, spiazzanti, eticamente impegnative; così mentre da un lato Regina mostra la straordinaria capacità del corpo femminile, come della pietra, di resistere e sopravvivere agli abusi, dall’altro segnala il pericolo della complicità con il maschile, richiamandoci a un esercizio di responsabilità, come lei stessa ci ricorda: “piuttosto che educare uomini mi interessa educare noi stesse. E’ una questione di riflessione, capire che … siamo state anche noi donne che abbiamo costruito questi uomini con questi principi e con questi valori. Non è una questione di colpa è una questione di responsabilità: cambiare i modelli di società non è facile, ci vorranno molte generazioni, ma è incoraggiante pensare che molto di quel cambiamento è nelle nostre mani, … possiamo cambiare questi paradigmi, promuovere altri valori … e creare nuove generazioni più equilibrate”.

1. La performance milanese Exhalación (estoy viva) consisteva nella presentazione del corpo dell’artista, completamente sedato grazie alla somministrazione controllata di un farmaco, davanti al pubblico che poteva avvicinarsi a lei e catturarne il respiro accostando al naso uno piccolo specchio, segno evidente della vita che continua, nonostante la morte apparente. La performance, tuttavia, non è del tutto riuscita poiché il fisico dell’artista si rifiutava di abbandonarsi completamente al sedativo, così ancora una volta Regina José Galindo si è esposta ad un rischio sfidando i limiti fisici e psicologici del proprio corpo.

2. nella coraggiosa performance realizzata nel 2003, la memoria del sangue versato e l’opposizione alla ricandidatura alla presidenza del golpista Ríos Montt si legano nelle tracce insanguinate dei piedi dell’artista che, bagnati ripetutamente nel sangue umano che Regina porta con sé in un catino, percorrono il tragitto dalla Corte costituzionale al Palazzo nazionale della capitale.

di Paolo Mastrolilli

 

Emma Sulkowicz ha finito il suo ultimo anno di università come lo aveva cominciato, portando un materasso sulle spalle. Così si è presentata alla cerimonia per la graduation, la laurea, alla Columbia University. Come mai una ragazza è andata con un materasso all’appuntamento più importante nell’anno accademico di questo prestigioso ateneo dell’Ivy League? Per denunciare il suo stupro, andato impunito secondo lei per la leggerezza dei suoi professori.

Emma sostiene che all’inizio dell’anno un compagno di studi, Paul Nungesser, l’ha violentata nel dormitorio dell’università. La Columbia ha fatto la propria inchiesta e lo ha scagionato, credendo alla sua versione di un rapporto consensuale. Anche la polizia ha accettato questa versione e non ci sono state conseguenze. Da quel momento in poi è cominciata la protesta di Emma, che per tutto l’ultimo anno di studi è andata in giro per il campus portandosi dietro il suo materasso. Lei ritiene che i leader dell’ateneo non abbiano preso sul serio la sua accusa, come accade in molte università americane, dove le violenze sessuali vengono nascoste o taciute.

Nungesser ha risposto facendo causa alla Columbia, accusata di aver consentito alla Sulkowicz di insultarlo e denigrarlo così tutto l’anno. Questa disputa ha generato un dibattito, con prese di posizioni da entrambe le parti: l’ultima è stata l’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, che tenendo un discorso per la graduation al Barnard College, la scuola femminile della Columbia, ha ricordato l’episodio come un esempio dei pregiudizi ancora esistenti verso le donne. L’anno accademico si è chiuso con Emma che prendeva la laurea insieme al suo materasso, ma la polemica nazionale sul tema degli stupri dimenticati è appena cominciata.

(La Stampa, 20 maggio 2015)

Dal 19 maggio al 20 giugno 2015

“FAME NEL MONDO – SOSPIRI DI VITA”

ARCHIVIO DI STATO DI MILANO
Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo
PALAZZO DEL SENATO
Via Senato, 10 – Milano

MOSTRA-INSTALLAZIONE di TERESA VELLA

Teresa Vella con la Mostra “FAME NEL MONDO – SOSPIRI DI VITA” allestita a Milano nelle Sale espositive dell’Archivio di Stato di Milano, ancora una volta offre l’opportunità ai visitatori di venire a contatto con la realizzazione artistica di elevato valore estetico-contenutistico.
Mostra, questa, che in concomitanza con l’EXPO, sottolinea ancora meglio il messaggio che Teresa Vella più volte diffonde, come ad esempio già nell’Antologica del 2009 presso l’Archivio di Stato di Bari, di agire concretamente per una distribuzione più equa degli alimenti per una fruizione indispensabile a tutti i Paesi del mondo. E questo, lo fa oggi attraverso la realizzazione di un tappeto in stoffa cucito dall’insieme di vari riquadri colorati con al centro di ognuno una certa quantità di pasta, ed un contenitore in vetro trasparente colmo d’acqua posto in fondo al tappeto, e sette ampolle in vetro soffiato sospese ad indicare il soffio vitale. E’ questa, l’Opera che dà il titolo alla Personale “Fame nel mondo – Sospiri di vita”, allestita a Milano.
Altro spazio occupa una seconda Opera “Cubolibro-Salento”, eseguita con vetro industriale-artistico fuso, con l’introduzione sottovetro di una poesia dedicata al Salento, mentre un’altra poesia, posta all’interno del cubo, ne descrive la caratteristica “corte” abitativa del quattrocento. Altre Opere, “Poesie sottovetro”, descrivono anche i sentimenti dell’Amore. Tutto ciò diventa Installazione scenografica attraverso l’utilizzo di reti per la raccolta delle olive, a simbolo della coltura e della cultura mediterranea.
Un terzo spazio ospita l’Opera-Installazione “Perenni Essenze”, struttura in legno con all’interno un contenitore in vetro di Murano colmo di spighe, nucleo dell’essenza della vita, nutrimento materiale e mentale. L’opera si estende sui muri attraverso finestre aperte costruite da semplici strutture lignee e, come all’interno dell’Opera, anche sul pavimento sono distribuite spighe di grano. Una gigantografia raffigurante un campo di grano fa da sfondo.
“Per Tutti”, è il titolo di un insieme di Opere in vetro di Murano finemente realizzate dall’Artista nelle fornaci di Murano. Sono preziosi vassoi piegati, colmi di frutta secca, a rappresentazione di un fondamentale messaggio all’apertura, alla cooperazione e alla generosità per una necessaria distribuzione del cibo, prezioso vitale dono per l’intera umanità.
Apre le porte all’intera Mostra, una significativa Opera dal titolo “Cubolibro Badessa Suor Chiara -1772”, ispirata ad un antico documento del 1773, tratto dal Libro mastro – conti spese alimentari – delle Suore Clarisse del Monastero di Sant’Orsola, custodito dall’Archivio di Stato di Milano.

Catalogo in Mostra – Testo critico: Antonella Marino

Dal lunedì al giovedì 10.00-18.00 / venerdì 10.00-15.00 / sabato 10.00-14.00 / domenica chiuso

Ingresso gratuito e aperto anche alle scolaresche

Teresa Vella
Via C. Annesi, 40 – 73024 Maglie (Lecce)
Mobile +39 3397109 252
e-mail: info@teresavella.com
sito web: www.teresavella.com

 

dL 10 giugno AL 10 luglio 2015

Sinopia Galleria
di Raffaella Lupi
via dei Banchi Nuovi 21/b – ROMA

Vernissage: mercoledi 10 giugno ore 18.00
Opere di LeoNilde Carabba
a cura di Raffaella Lupi

Accompagnano la mostra una selezione di disegni di Utta Wickert-Sili e la presentazione del libro di Alessandro Stefani “Cervelli da buttare”, Armando Editore.

Per l’occasione il libro verrà arricchito con copertine/opere realizzate a mano dagli artisti della Galleria Sinopia.
Con “ALCHIMIA DELLA LUCE” continuano i cicli di mostre della Galleria Sinopia che meditano intorno al tema del dialogo e delle contaminazioni.
La mostra è dedicata all’artista LeoNilde Carabba e vengono presentate sue opere antologiche fino alle ultime produzioni. Opere che si misurano con il mistero dell’Universo e che ambiscono ad esplorare nuovi territori e a varcarne i confini. Ricorrono nei suoi ultimi lavori, sfere concentriche, costellazioni pulsanti di luce dove ogni cerchio è “un richiamo all’armonia inclusiva dell’Uno”.
Oltre alle opere pittoriche di vario formato e di varie epoche sarà esposta, la cartella di grafiche “Materia Mistica” – stampa digitale a 7 colori con interventi manuali, stampate su carta Fabriano Artistico 300 gr. nell’atelier di Giovanni Leombianchi e con testo introduttivo di Cristina Muccioli.

LeoNilde Carabba è artista di fama internazionale, nata nel 1938, si forma nella Milano artistica degli anni ’50-’60 dove ha il sostegno e l’influenza formativa di artisti come Lucio Fontana, Roberto Crippa, Enrico Baj, Turcato, Tancredi, Jean Fautrier, Piero Manzoni, Christo e Carla Accardi. Comincia nel 1966 gli esperimenti sulla rifrazione della luce e sulle sue variabili attraverso l’uso di microsfere di vetro. Oggi completa la sua ricerca con rifrangenze, fluorescenze e fosforescenze e, nel superamento dell’eredità Optical, affronta tematiche scientifiche, esoteriche e cabalistiche. La lettura delle opere della Carabba si completa attraverso l’uso della luce “nera” di Wood e il buio e si nutrono di una tecnica complessa dove alchimia ed esoterismo si incontrano in un mix tecnologicamente molto avanzato. “La mia poetica si definisce con il concetto di arte come gioco, arte come vita, arte come continua reinvenzione del proprio essere nel mondo” cita l’artista.

Nel segno di quello che sempre più sta connotando la Galleria Sinopia come luogo di ricerca e di dialogo tra le arti, per tutta la durata dell’esposizione affiancano LeoNilde Carabba, definita “l’alchimista della luce”, una serie di opere, interventi, sperimentazioni che animeranno il dibattito artistico, creativo e anche scientifico.

Il tema di questo dialogo è da ricercarsi nella sfera fisica emotiva, nelle possibilità dell’arte di tradursi in un generatore di benessere e nella certezza che nell’arte è possibile trovare un rifugio emotivo, fisico e psichico.
In particolare saranno i disegni di Utta Wickert-Sili, grafica pubblicitaria, scenografa, illustratrice, art director nell’editoria, produttrice di libri e riviste, a mostrarci come l’arte produce benessere e migliora la qualità della vita. Utta l’ha sperimentato in prima persona: “Dedicarsi a un disegno, vederlo crescere, cambiare, completarsi: questo dà tantissima soddisfazione e aiuta a riallinearsi con sé stessi […]”.
Sinopia Galleria
di Raffaella Lupi
via dei Banchi Nuovi 21/b – ROMA
(+39) 06 6872869 | (+39) 347 3737656
info@sinopiagalleria.com | www.sinopiagalleria.com
dal martedi al sabato ore 10.00 – 13.00 | 15.00 – 19.00

di Vita Cosentino


Ho letto la lettera di Lucia Bertell a Luisa Muraro sui fatti del primo maggio a Milano. Nelle sue parole mi ha colpito soprattutto la posizione FuoriExpo presa da lei assieme al suo gruppo veronese per distinguersi dal NoExpo «perché non voleva essere un semplice no ma significare l’essere portatrici e portatori di pratiche che necessitano di stare fuori». Ne abbiamo parlato anche al primo incontro di Via Dogana 3, che si è tenuto domenica 17 maggio al Circolo della Rosa. Io personalmente do molto valore a questo spostamento: in quel fuori per me passa sia il distacco da modalità solo contro, tipiche di una certa sinistra, sia l’apertura di uno spazio reale e simbolico tutto da giocare. Su questo voglio interloquire con lei perché ho sentito nella lettera un senso di frustrazione – rabbia e impotenza scrive a un certo punto – che, se non impedisce di continuare nelle loro pratiche e riflessioni quotidiane, frena quel desiderio di politica più in grande che anima le sue parole.

Lucia afferma: «Sento questo impegno FuoriExpo come qualcosa che ne va di me. Era moltissimo tempo che non mi capitava così, come era molto tempo che non vivevo un’esperienza politica così condivisa». E si chiede: «Come ri-agire dopo lo scacco subito?»

Certo – penso io – non ripetendo la brutta esperienza della manifestazione del primo maggio, con il corollario di servizi d’ordine e quant’altro per evitare il Blocco nero. Ma allora come? Nella politica che condividiamo come donne, all’agire politico in prima persona si accompagna la parola. Non l’uno senza l’altra. E secondo me proprio dando parola – e in grande – alla loro posizione FuoriExpo si può trovare la risposta.

All’incontro VD3 qualcuna ha ricordato la vicenda del Salone del mobile, che per Milano è un appuntamento annuale importante, e del FuoriSalone che è cominciato dieci anni fa: giovani designer di tutto il mondo hanno incominciato a chiedere spazi in città in concomitanza con il salone. Anch’io mi ero incuriosita e ricordo che i primi anni, quando ancora stavo bene, andavo in via Tortona a vedere queste nuove realizzazioni sperimentali. Quest’anno ben nove zone della città hanno ospitato in spazi di ogni dimensione il FuoriSalone. Per i milanesi è diventata la migliore attrattiva. Le strade sono zeppe di giovani e anche gli stranieri l’apprezzano molto. Per farla breve in quei giorni in città si parla solo del FuoriSalone e di quell’altro nessuno quasi si ricorda.

Certo si sarà capito dove voglio andare a parare. L’Expo sembra indirizzata a essere la Disneyland del cibo. Il FuoriExpo, che il gruppo di Lucia Bertell ha coniato, può essere una formula vincente, il nome di uno spostamento dal commerciale effimero eterodiretto (multinazionali) ai temi più coinvolgenti e sentiti del vero benessere, ma senza calpestare gli interessi commerciali autonomi. Parlo in concreto: penso a una pacifica invasione culturale della città, in cui finalmente si possa discutere dei temi che ci stanno più a cuore, si possano scambiare le nuove pratiche presenti in Italia, si possano intrecciare relazioni da mantenere nel tempo. Già ora ogni giorno si sente di iniziative in città al riguardo…

Sul finire della lettera Lucia scrive di sentirsi «in qualche modo ancora a Milano» e io vorrei dirle: «sei la benvenuta!».


(www.libreriadelledonne.it, 27 maggio 2015)

di Franca Fortunato

 

Signor sindaco,

sono una cittadina che ha a cuore la convivenza civile in questa che è la mia città di adozione e pertanto sto molto attenta agli atteggiamenti e ai comportamenti delle cittadine e cittadini che rendono più o meno civile il vivere in comunità. A rendere civile una città, e perciò bella ed accogliente – come ogni luogo, a partire dalle nostre case e dai rapporti di vicinato – sono la qualità delle relazioni, di cui più donne che uomini abbiamo sapienza e intelligenza e di cui tante quotidianamente diamo testimonianza. Ma ci sono anche, più uomini che donne, che fanno di tutto per fare prevalere i sentimenti negativi, che sono anch’essi umani e pertanto vanno capiti, interrogati e non fomentati e strumentalizzati. Mi riferisco a quanto accaduto in questi giorni alla notizia che la Prefettura aveva affidato alla cooperativa “Mappamondo” di Lamezia Terme il servizio di accoglienza ed assistenza di circa cento immigrati. Maschi pseudorazzisti non hanno esitato ad agitare fantasmi e seminare allarme e paura, prima tra la popolazione del quartiere Cavita e poi di via Fratelli Plutino.

Signor sindaco, le scrivo per sollecitarla a non lasciare sola la cittadinanza, ma ad aiutarla a fare i conti anche con i propri sentimenti negativi, dietro cui il più delle volte c’è paura della povertà più che dei poveri, c’è frustrazione, angoscia e rabbia per non essere ascoltati, mentre la crisi morde la carne di molti, anche in questa città. Dobbiamo avere la consapevolezza che ci troviamo di fronte a problemi epocali di cui l’Europa e il mondo globalizzato sono i responsabili e per i quali, al momento, sembra non esserci soluzione, anche se ci sarebbe. Basterebbe volerlo. Questo vuol dire che sempre più disperati continueranno ad arrivare sulle nostre coste e dentro le nostre città.

Signor sindaco, dialoghi con le cittadine e i cittadini sulla necessità di accettare il programma della Prefettura, li renda protagonisti e ascolti il grido di aiuto che sale dalle periferie, dove tanti sono i bisogni ignorati e il degrado materiale, se strumentalizzato, può trasformarsi in degrado spirituale. Spieghi loro che il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) – per quanto mi riguarda andrebbero chiusi tutti in quanto luoghi di detenzione per chi non ha commesso alcun reato – che eventualmente sorgerà a Catanzaro non è un Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e come tale da quel Centro non sarà permesso a nessuno di uscire e andare in giro per la città. Non ci sarà nessuna “invasione”. E se anche fosse?

Signor sindaco, vada incontro alla città, non con comunicati stampa ma in presenza, con assemblee di quartiere. Coinvolga tutti, perché senza il protagonismo delle cittadine e dei cittadini non è possibile alcuna convivenza civile. Dia ad ognuna e ognuno la possibilità di esternare pubblicamente i propri sentimenti, anche quelli negativi, di parlare dei propri bisogni e trovare insieme soluzioni possibili. Lo faccia, e vedrà che tante donne e uomini, anche nella crisi economica che stiamo attraversando, di cui le immigrazioni di massa sono un effetto e non la causa, contribuiranno a rendere questa città più civile ed ospitale. D’altronde ci sono già buone pratiche di accoglienza e convivenza. Colgo l’occasione per sollecitarla anche a cancellare quella brutta ordinanza sull’accattonaggio, perché non aiuta ad accettare e a saper sostenere, senza sensi di colpa, la vista dei poveri. Vede, nelle nostre città, da lungo tempo si è andata perdendo la sapienza del saper fare l’elemosina con dignità e senza offendere la dignità. Da bambina, io come lei sicuramente, sapevo farlo perché mia madre me l’ha insegnato, come credo abbia fatto la sua. Reimparare il gesto di fare l’elemosina con dignità e senza offendere la dignità, aiuta a non farci sommergere dai sensi di colpa, a renderci tranquilli dentro per quello che possiamo fare per l’altro, il diverso, il povero. È di questo che ha bisogno una comunità, di buone pratiche, anche minime, che contribuiscano a dare a questa città un’anima. Che facciano comprendere che non sono i poveri che dobbiamo combattere ma la povertà, perché è questa che ci fa veramente paura.

la politica e la poesia richiedono entrambe l’immaginare radicale del non-ancora, del se-soltanto”

In un’ intervista del 1991, Adrienne Rich critica il suo uso della metafora del taglio di diamanti in una poesia di 30 anni prima, The Diamond Cutters (I tagliatori di diamanti), in quanto a quel tempo non prendeva in considerazione la realtà della vita dei lavoratori sud-africani.
Alla domanda, ‘allora la scelta di una metafora comporta una responsabilità politica?’ Rich risponde con un ‘si’ risonante. Per Rich, la parola scritta non può che essere politica, perché non esiste cesura tra la nostra storia personale (my story) e quella condivisa con tutti gli altri che abitano e hanno abitato il nostro mondo (History). In risposta alla famosa frase del poeta W.H. Auden, “La poesia non fa succedere niente”, Rich risponde che la poesia non ha senso se non viene per cambiare qualcosa, se serve solo per conservare lo status quo in un paese invecchiato e depresso, guidato da presidenti collusi con “trafficanti / di gas nervino”, vergognosi rovesciamenti del Lincoln cantato da Whitman nel famoso “Capitano! mio Capitano!”. La poesia per Rich è la ricerca di un linguaggio comune (perché scrivere è ri-nominare), la creazione di un atlante per districarci in questo difficile mondo dove per sopravvivere è necessario creare legami tra il personale e il politico, tra la “mia” e la “tua” storia. Nei suoi testi in poesia e in prosa è in atto una re-visione, è data voce a chi è stato tradizionalmente zittito dalla storia, per capire che “questo modo di soffrire/è condiviso, non necessario/è politico” e che la politica non è qualcosa “là fuori ma qui dentro”.

Con i suoi sessanta anni di scrittura poetica e saggistica, Adrienne Rich ha profondamente segnato la scena letteraria e intellettuale americana per più di mezzo secolo. Nata a Baltimora di padre ebreo, professore di patologia alla John Hopkins, e di madre di buona famiglia protestante del sud, a Rich l’appartenenza ebraica viene negata, quasi nascosta: è persino battezzata metodista per motivi di convenienza. In seguito, riappropriarsi dell’appartenenza ebraica è il primo passo verso una ri-creazione, un allargamento, della propria identità che la porterà a riconoscersi lesbica dopo essere prima sposa e madre, come prevedeva il ruolo femminile degli anni ’50 (interessante qui ilconfronto con la contemporanea Silvia Plath).1 Da sempre studentessa brillante, la Rich si laurea al prestigioso Radcliffe College e pubblica la sua prima raccolta di poesie A Change of World nel 1951, che vince il prestigioso Yale Younger Poets Award. Come nella vita privata, anche nelle prime poesie Rich si conforma ai modelli dominanti – difatti, nella sua introduzione al libro, il poeta W.H. Auden loda la “grazia e la modestia di questa voce”. È della metà degli anni ’60 l’inizio del suo risveglio politico, intimamente intrecciato con quello personale (la protesta contro la guerra in Vietnam, il divorzio, il lesbismo) e il relativo cambiamento della sua poesia, che passa ad affrontare temi sociali attraverso il verso libero. La svolta è completa nella raccolta Diving into the Wreck del 1973, dove rivisita i parametri mitici del rapporto uomo-donna. Quando il libro riceve il prestigioso National Book Award, la Rich lo riceve, insieme alle altre vincitrici, le afro-americane Audre Lorde e Alice Walker, in nome di tutte le donne. Accanto alle poesie la Rich produce un rilevante corpus di opere in prosa, la cui influenza rischia in un certo senso di mettere in ombra la produzione poetica, in America ma ancor più in Italia. Di questo corpus ricordiamo qui solo Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution del 1976 (più volte ristampate in Italia dal Garzanti come Nato di Donna, ma oramai fuori commercio). Altrettanto importante, per l’influenza che ha avuto, è il suo lavoro come insegnante di scrittura creativa in numerose scuole e università in tutti gli Stati Uniti. Tantissime sono le raccolte poetiche (l’ultima, Tonight No Poetry will Serve: Poems 2007-2010 è del 2011). Purtroppo, di tutta questa vasta produzione le poche traduzioni in italiano sono attualmente fuori commercio, comprese le due belle antologie curate da Maria Luisa Vezzali per conto dell’editore Crocetti, Cartografie del silenzio del 2000 e la recente (ma già quasi introvabile) La guida nel labirinto (2011).

1 Della riappropriazione della sua identità ebraica parlerà in Split at the Root: an Essay on Jewish Identity (1982), pubblicata in Italia in 1985 con la traduzione di Liana Borghi, insieme alla raccolta ‘Sources’ e un’importante postfazione della curatrice. Mentre l’esperienza del matrimonio e della maternità è sviluppata nel saggio sul tema della condizione femminile e della scrittura, When We Dead Awake: Writing as Re-vision (1971), e ovviamente nel citato Of Woman Born.

Il testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da Brenda PorsterIl testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da Brenda Porster nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà” nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà”. Ringrazio Brenda a nome di tutta la redazione per il prezioso dono.

 

(poetarumsilva.com/2014/03/27/adrienne-rich-1929-2012-la-responsabilita-della-parola/, 26/5/2015)