[NdR: Proponiamo alla riflessione e alla discussione questo contributo]
Nel nostro Paese, quasi unico in Europa, non si può studiare come migliorare geneticamente le nostre piante tipiche per proteggerle nelle condizioni di campo che ne compromettono resa e qualità. Da tredici anni l’irrazionalità politica causa la perdita della nostra biodiversità agricola, si tratti dell’ormai estinto pomodoro San Marzano o del prossimo estinto, il riso Carnaroli. I parassiti evolvono e anche le coltivazioni tipiche necessitano di essere rinvigorite. Se non lo facciamo, le perdiamo o le riempiamo con insostenibili cicli di pesticidi. Ma tre eventi recenti suggeriscono
che forse qualcosa può cambiare.
Il primo si è verificato il 13 maggio, in Senato, quando il governo, rappresentato dal sottosegretario Sandro Gozi, si è detto «perfettamente conscio dell’urgenza e della necessità di trattare e
risolvere il tema della ricerca pubblica in campo aperto, garantendo la massima sicurezza delle nostre coltivazioni tipiche», impegnandosi a farlo «prima della pausa estiva».
Il secondo riguarda l’aggiunta di un’autorevole voce, quella di Papa Francesco che, nella sua enciclica Laudato si’ , ha ritenuto necessario affrontare il tema degli organismi geneticamente modificati con queste parole: «Occorre assicurare un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e di chiamare le cose con il loro nome.
(…) Quella degli Ogm è una questione (…) che esige di essere affrontata con uno sguardo comprensivo di tutti i suoi aspetti, e questo richiederebbe almeno un maggiore sforzo per finanziare diverse linee di ricerca autonoma e interdisciplinare che possano apportare nuova luce». Le informazioni scientifiche disponibili – dopo vent’anni di prove sulla sicurezza di specifiche piante Ogm (varietà di mais, soia e cotone) – dicono che gli Ogm studiati “fanno bene” alla salute umana perché, rispetto alle coltivazioni tradizionali e biologiche, riducono l’impiego di insetticidi e fungicidi, di metalli pesanti o i livelli di pericolose tossine “naturali”, allo stesso tempo senza che sia emersa alcuna prova di danni. E chi ha cercato di costruire false prove è stato smascherato. Anche più interessante è il richiamo del Santo Padre alla ricerca, necessaria a portare “nuova luce”. Nell’Enciclica si cita addirittura ciò che gli scienziati in buona fede sanno, cioè che le piante “naturali” sono geneticamente modificate dai batteri che “naturalmente si divertono” a inserire nel Dna della pianta un po’ del proprio. Esattamente come fa il ricercatore di oggi, che “copia la natura” ma con la precisione chirurgica che l’innovazione permette. Perché noi mangiamo da secoli queste piante “naturalmente e casualmente Ogm”.
Quel 13 maggio, nel presentare un ordine del giorno sulla legge che delegava il governo al recepimento di una direttiva che consente di vietare o meno le coltivazioni commerciali di Ogm, avevo evidenziato come quella direttiva incoraggiasse anche la ricerca scientifica pubblica sugli Ogm. Quell’ordine del giorno è stato condiviso e firmato da più capigruppo (Pd, Fi, Ncd) e senatori. Ho raccontato in Aula che da anni la politica italiana ha confinato nei cassetti dei laboratori pubblici e delle università un patrimonio di conoscenza rimasta inespressa. Progetti che, se disseppelliti, potrebbero far “rinascere” piante, prodotti e biodiversità, salvaguardare le tipicità che stiamo perdendo, far guadagnare competitività al Paese, creare nuova occupazione ed essere premessa tecnologica per una spinta alla ripresa di un settore fermo su gravi condizioni di arretratezza. I nostri imprenditori agricoli potrebbero avere rese di prodotto migliori ed eviteremmo che altri validi cervelli vadano all’estero per realizzare il loro futuro aiutando altri Paesi a rendere più efficiente la loro agricoltura. Ecco alcune risposte al quesito “cosa può fare la scienza per il Paese” promosso dal ministero dell’Agricoltura, dove evidentemente non sanno nemmeno più cosa fa la ricerca scientifica pubblica italiana. In Senato ho anche ricordato che impedire le sperimentazioni in pieno campo sulle migliorie genetiche delle piante significa impedire la ricerca pubblica, la stessa che con regole e scientificità si effettua serenamente in tanti altri Paesi europei. A chi obietta che essa può essere condotta in serra, senza prove in campo, vorrei spiegare nuovamente che è come allestire in officina un nuovo modello di Ferrari senza mai provarlo in pista.
Il terzo evento riguarda il parere che il Parlamento è prossimo a esprimere sulla proposta di regolamento europeo che lascia liberi gli Stati di vietare anche l’importazione di mangimi Ogm. Pare che, in sede europea, i rappresentanti dei Paesi che da sempre demonizzano gli Ogm, come l’Italia, si esprimeranno contro questa libertà. Per anni, politici e abili affabulatori hanno “narrato il mito della pericolosità degli Ogm per la salute dell’uomo”.
Coerenza vorrebbe che ora facessero salti di gioia di fronte alla possibilità di vietare anche l’importazione (oltre alla coltivazione e alla ricerca pubblica) di un materiale “per loro tanto pericoloso”. E, invece, a oggi non ho notizia di nessuno in trincea a sostenere la “chiusura alle importazioni Ogm” offerta dalla Commissione Europea, paradossalmente trasformandosi da anti-Ogm a “complici di crimini ai danni della salute”. Oppure, hanno sempre mentito al Paese. Faccio allora io una proposta. Se non sarà vietata l’importazione di mangimi Ogm, si segnali al consumatore tutto quanto deriva da Ogm. Si etichettino come “Derivato da Ogm” latte e formaggi, salumi e carni ottenuti da animali nutriti con Ogm. I grandi Consorzi di tutela del Made in Italy, che esportiamo nel mondo, usano mangimi Ogm: etichettiamo anche quei prodotti. Così come il cotone (per il 70% Ogm) che usiamo per vestirci, per le banconote o in sala operatoria. Se si ritengono le migliorie genetiche pericolose, perché non avvisare i cittadini? Magari si scoprirebbe che ne sono indifferenti, se ben informati. Oppure si smetta di ingannare il pubblico con false paure e si ricominci a fare sperimentazione libera, in sicurezza e in campo aperto.
Nell’attesa che il governo mantenga la parola data, innescando una rivoluzione copernicana nella foresta pietrificata del Paese, l’Italia si conferma “regno di paradossi”. Vietiamo gli Ogm, ma ne importiamo diecimila tonnellate al giorno. Li mangiamo da vent’anni ma non li studiamo. Paghiamo scienziati per scoprire, inventare, insegnare e applicare cose che allo stesso tempo impediamo loro di realizzare. Siamo contro le multinazionali ma ne dipendiamo per ogni seme non Ogm. Perdiamo biodiversità e non facciamo nulla per preservare le nostre tipicità. Inondiamo coltivazioni e ambiente di insetticidi e metalli pesanti senza alcun “principio di precauzione”. Temiamo di “contaminare con Ogm” le nostre terre e “lasciamo che si contaminino” quelle dei Paesi da cui li acquistiamo. Paghiamo cervelli e invenzioni italiane in campo agrario lasciando che altri Paesi se ne approprino per migliorare le loro economie. Chissà che nel fare così tanto, non si riesca, prima o poi, anche a rottamare un po’ di questa miope e decadente irragionevolezza.
(la Repubblica, 20 giugno 2015)
di Gemma Pacella
Riflessioni sul libro La Grammatica la fa … la differenza! Casa Editrice Mammeonline
Ho partecipato attivamente alla nascita del progetto che si è concluso con la redazione di questo libro.
La grammatica la fa… la differenza! non è solo un libro sul linguaggio sessuato, non prova a spiegare cos’è il linguaggio non sessista né tanto meno a dettare regole ottriate su come usarlo. Semplicemente lo pratica. Le filastrocche, le fiabe e i giochi sono stati scritti rispettando il genere grammaticale. E’ rivolto alle bambine e ai bambini di età scolare, negli anni in cui si apprendono le regole della grammatica. Vuole rinforzare la conoscenza della sintassi in relazione al sé, alla consapevolezza del sé sessuato. Raggiunge anche le loro e i loro insegnanti allo scopo di sciogliere alcuni dubbi e fornire loro uno strumento di orientamento pratico, per non scivolare in paradossi sessisti. Naturalmente, l’idea è quella di far emergere la radice sessuata degli aspetti non linguistici, la scelta politica del nominarsi, la cura delle parole, argomenti trattati nell’opuscolo collegato al libro.
L’idea iniziale è scaturita dal desiderio di raccontare del mio rapporto con il linguaggio sessuato. Indagare la mia relazione intima, profonda, cresciuta col tempo, con il linguaggio. L’incipit è stato: voglio significare la mia differenza con un linguaggio diverso.
Non ricordo quando, per la prima volta, ho scelto di utilizzare il linguaggio sessuato. So solo che inizia dal pensiero della differenza, madre del mio indagare. Il linguaggio sessuato è forma della differenza sessuale, una differenza che è corpo, fisico, materia, il cui pensiero si mostra proprio attraverso il linguaggio. La differenza sessuale vuole dirsi, desidera parlare, si vuole significare. E cosa può renderlo possibile se non il linguaggio? Spesso sento dire che il linguaggio sessuato è solo una questione di forma. Il ragionamento non regge di fronte al fatto che la lingua riflette un pensiero che a sua volta riflette il modo di essere, di viversi donna. Le parole indicano la differenza e le danno voce. Il punto è questo: che cosa vogliamo. Se la lingua è veicolo, canale della differenza di genere allora va utilizzata per dare un senso alle parole. Bisogna inventare parole diverse? A volte. Soprattutto è necessario prendere le distanze da quelle a cui siamo sempre state abituate/i, ovvero un linguaggio sessista, tendenzialmente neutrale (in realtà maschile) fatto da e per maschi, in cui, da donna non mi riconosco. Spesso, in passato, avvertivo un forte disagio nell’usare la lingua italiana. Avvertivo la sua estraneità. Col tempo ho capito che il linguaggio riflette un pensiero unico, patriarcale che si è appropriato della forma e del senso delle parole. Carla Lonzi afferma: “Il senso attribuito ad una cosa è sempre stato maschile, a tal punto che se io donna provavo ad attribuirvi il mio senso, paradossalmente la cosa dava ragione, obbediva a lui, al maschio. Perché è sempre stato così”. Il problema sta nell’abitudine, nell’aver subito nel tempo una lingua monca, fossilizzata su suoni, sensi, parole e aggettivi non rappresentativi di una cittadinanza femminile, soffocante anche per quella maschile. Una cittadinanza che è rimasta a lungo intrappolata, perché non la si diceva e nominava. Come insegnano le madri femministe, la conclusione è che ciò che non si dice non esiste. Il mondo ha bisogno di una lingua non più neutrale, non più accondiscendente agli schemi unicamente maschili, non riproduttiva di una gerarchia tra i sessi che non appartiene alle donne. Le madri femministe ancora una volta ci insegnano che le donne non hanno un equivalente della misoginia: non terrorizza il rapporto con il maschio, non si esclude la relazionalità con gli uomini. Allo stesso modo la lingua della differenza non riproduce la gerarchia e la subalternità che gli uomini hanno creato e fomentato nel tempo. Adriana Cavarero in Il potere tra i sessi, intervista Rai, ricorda: “Bianco diverso da nero uguale a bianco meglio del nero; ricco diverso dal povero uguale a ricco migliore del povero; uomo diverso da donna uguale a uomo migliore di una donna”. Ebbene, questa gerarchia non è contemplata in un linguaggio che si fa espressione della differenza sessuale. Un linguaggio non sessista non prevede l’esclusione di uno dei due sessi, non prevede l’ostracismo o l’olocausto di uno dei generi. Bensì li comprende, distinguendoli, entrambi. L’accento va posto sulla differenza. Una differenza che, in forza del suo nominarsi anche nel lessico, crea trasformazioni e civiltà. Il rapporto tra forma e sostanza (genere grammaticale e genere sessuale) è vivo, ricco di possibilità e negoziazioni.
Un’ulteriore conferma di quanto ho appena precisato sta nel fatto che questo volume è anche un libro che lavora sugli stereotipi legati ai ruoli, il che è un lavoro meraviglioso: è meraviglioso dire ad una bambina che da grande farà la medica, sicuramente non farà il medico. Maria Luisa Boccia in La differenza politica afferma che il linguaggio sessuato non significa solo mettere al centro la produzione di idee, la diffusa e crescente attività intellettuale, che pure c’è, né valorizzare le capacità femminili che pure sono pregevoli, ma il linguaggio e il pensiero della differenza può e deve manifestarsi ovunque, in modalità e su contenuti delle diverse discipline.
Ritornando al libro, non è facile utilizzare un linguaggio sessuato, proprio perché non è curato nelle scuole, nonostante l’opera meritevole di tante docenti.
La grammatica la fa… la differenza! non ha l’arroganza di porsi come una specie di bibbia, è uno strumento per poter parlare e lavorare assieme sul linguaggio sessuato. Se questa intenzione fosse rimasta solo un’idea, solo una bella idea senza la forza della condivisione non avrebbe avuto senso. Grazie ad un intreccio di relazioni tra donne e alla competenza indispensabile di Donatella Caione, con la sua casa editrice Mammeonline, questo libro è venuto al mondo e torna nel mondo. La forma (e la forza) del pensiero è diventata corpo, materia. A chi obietta che il linguaggio sessuato è cacofonico, che suona male, rispondo prendendo a prestito le parole di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie: “Bada al senso che i suoni baderanno a se stessi”.
(libreriadelledonne.it 19 giuno 2015)
Cara Clara,
a proposito di Tim Hunt e dei suoi “problemi soggettivi”: stando al tuo ragionamento deduco che tutta la costruzione patriarcale è un meraviglioso inno alla differenza, dato che lì certo la disuguaglianza è certificata e le difficoltà degli uomini hanno trovato una deliziosa sistemazione.
Non so di quale libertà di discussione tu stia parlando, visto che si trattava di affermazioni cui seguiva una proposta abnorme. Temo che il fantasma della parità nelle tue parole prenda il sopravvento al punto da renderti strabica, forse rileggere la seconda delle tre ghinee di una che non aveva paura davvero di nulla sarebbe di grande conforto e orientamento: “miss transmit sex…” ecc. ecc.
Lilli
Cara Lilli,
come giustamente sottolinei con fine ironia, noi lottiamo per il senso libero della differenza, non per la sua sistemazione. E di questo si tratta nella vicenda di Tim Hunt. Il senso libero della differenza femminile ha portato le donne a rompere il tradizionale “tra uomini” a tutti i livelli della vita pubblica e lavorativa. È stato un cambiamento enorme che non può essere nascosto sotto la coperta del “siamo tutti uguali” perché è un cambiamento quasi solo femminile, purtroppo, e questo, come sappiamo, ha causato molte difficoltà alle donne e al mondo intero. Che gli uomini prendano coscienza di ciò che è successo e dei loro problemi maschili al riguardo, è dunque più che mai necessario oggi. È vero che bisogna saper guardare bene, quello che dicono potrebbe riflettere solo il loro narcisismo. Non mi pare questo il caso. Hunt ha detto testualmente «Lasciatemi dire le mie difficoltà con le donne». E se pensiamo a come è stata sacralizzata nella nostra società la libertà di offendere la religione altrui, è inquietante che un uomo venga spinto alle dimissioni per aver affermato che «le donne se le critichi piangono»: non è un’offesa e può essere accusato di indebita generalizzazione, come alcune hanno fatto, cioè può e deve essere discusso, non messo a tacere. Anche la proposta dello scienziato di separare laboratori di uomini e donne è certo discutibile ma non così abnorme, fa ricordare una proposta avanzata nel femminismo negli anni Ottanta di creare momenti separati nelle classi miste. Insomma, se come proposta va fatta cadere, ben venga la questione che solleva dei rapporti tra donne e uomini sul lavoro adesso che le donne sono dappertutto.
Si chiama Silvia Rocchi, è pisana, ha 29 anni, i fumetti ha iniziato a amarli da bambina, ha continuato a divorarli (e disegnarli) da ragazza, poi da grande, dopo studi di pittura e illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze e Bologna, ha iniziato a fare sul serio. Di recente ha pubblicato Il segreto di Majorana (Rizzoli editore), sceneggiato da Francesca Riccioni. Prima c’erano stati Ci sono notti che non accadono mai dedicata alla poetessa Alda Merini e L’esistenza delle formiche, su Tiziano Terzani (pubblicati da Beccogiallo). È una delle animatrici del festival che si apre a Roma il 18 giugno, Bande de femmes, alla libreria delle donne Tuba. Quattro giorni di chiacchiere, incontri, live painting e molto altro su fumetti, graphic novel e illustrazioni. Non tutti realizzati da donne (tra gli ospiti ci sono anche autori come Tuono Pettinato, al secolo Andrea Paggiaro e Zerocalcare, ormai una comic-star).
L’intenzione è dare spazio soprattutto alla capacità del fumetto di raccontare vite vissute.
Silvia Rocchi si è misurata più di una volta con le vite degli altri.
«Il fumetto offre una grande libertà ti permette di raccontare le vite degli altri mettendoci dentro anche un po’ di te. Lo trovo un mezzo espressivo unico, capace di arrivare a tutti».
Negli anni ha notato il continuo aumento di autrici. «Un tempo c’era la separazione convenzionale: maggioranza di donne nell’illustrazione, il fumetto dominato dagli uomini. Non è più così, i confini sono meno netti». E, pur in un campo di creazione artistico necessariamente solitario, aumentano gli incontri e le collaborazioni. Come quella che il gruppo La trama, di cui fa parte insieme a Alice Milani, Viola Niccolai e Francesca Lazzarini, realizza da anni. Storie di coppie. La storie degli altri e anche un po’ le loro. Le hanno chiamate Coppie miste.
«Lavoriamo insieme dal 2009, all’inizio per fare rete, ora con idee e obiettivi più precisi. Ci autoproduciamo una sola uscita all’anno, tra il fumetto e il libro d’artista. Non ci diamo limiti. La collana si chiama Coppie miste, perché sono albi di 30 pagine realizzati insieme ad altri autori. Ogni anno un macrotema, il primo fu irrequietezza e tranquillità. Storie di coppie che parlano di coppie, non necessariamente unite dall’amore. Per la prossima uscita lavoreremo tutti insieme, una settimana nelle stessa casa». Coppie miste, appunto.
Il festival, racconta, è una grande occasione di incontro con il pubblico, innanzitutto. Che, dice, ti dà la misura di ciò che ha i fatto. E tra autori. Ci saranno, per esempio, sabato, due redazioni a confronto «per ragionare insieme su femminismo a fumetti e femminismo nei fumetti». Aspirinarivista acetilsatirica incontrerà DWF a moderare sarà Viola Lo Moro di Tuba. E si proverà a rispondere, con l’occhio ai modelli che influenzano l’immaginario delle donne e quello LGBT a una domanda che ne contiene tante altre. Supereroine: a che punto siamo?
L’APPUNTAMENTO
Silvia Rocchi con Laura Scarpa, Lucia Biagi, Paolina Baruchello, Tuono Pettinato (al secolo Andrea Paggiaro) e Zerocalcare sono tra gli ospiti di Bande des femmes. Dal 18 al 21 giugno la seconda edizione, alla Libreria delle donne Tuba di Roma (via del Pigneto 39/a, 06-70399437) del festival di fumetti, graphic novel e illustrazioni.
Quattro giorni di mostre itineranti, incontri, musica, dedicati al disegno: «Perché — raccontano le animatrici della libreria — siamo convinte che le storie illustrate e i fumetti di donne e uomini siano capaci di raccontare con immediatezza a tutte e tutti le vicende umane. Con uno sguardo privilegiato alle donne che è il segno che caratterizza la nostra libreria»
Cinema. Incontro con Céline Sciamma. Il suo nuovo film «Diamante nero», in sala da giovedì 18 giugno, è uno scanzonato romanzo di formazione al femminile nella banlieue parigina oggi
di Cristina Piccino
La prima volta è stata Naissance des pieuvres, sensualità, ribellione e scoperta del corpo di un’adolescenza lesbica in cui si rivelava il talento di una nuova cineasta. Qualche anno dopo Céline Sciamma torna con Tomboy, una ragazzina che vuole essere un maschio. È un successo mondiale, premiato ovunque, parla di gender, di femminile e di maschile ma lo fa spostando il punto di vista delle contrapposizioni al desiderio. Bande des filles, il suo nuovo film, titolo d’apertura della Quinzaine des Realisateurs 2014, in Francia subito un caso critico, applauditissimo e amatissimo, arriva infine in sala anche da noi (domani, giovedì 18) grazie a Teodora film a cui si deve per l’Italia la scoperta di questa splendida regista (avevano distribuito anche Tomboy).
Ancora una storia al femminile, una «banda di ragazze» scatenate che con irriverenza e molta energia sfida i codici della banlieue dove vive, quelli fisici e prima ancora quelli di un immaginario che ha imprigionato le cité in un genere rigidamente codificato tra machismo, integralismo, velo, criminalità e repressione poliziesca. Ma, appunto, le etichette di genere non appartengono a Sciamma, difatti le rompe anche stavolta allegramente e con dolcezza, danzando insieme alle sue magnifiche protagoniste sulle note di Diamonds di Rihanna — da cui il titolo italiano, Diamante nero.
La incontro a Roma, un’afosa mattina di questo inizio estate, nel salone con vista sulla città di Villa Medici. Minuta, occhi azzurri, idee chiare, il cinema per lei è uno strumento con cui dare corpo e emozioni agli individui e alla loro singolarità. Ogni film è un macchina per cambiare identità, dice. «Il femminile è sovversivo, è una forma di contro-cultura, è un contro-potere per questo viene percepito come una minaccia».
Le ragazze della «Bande des filles» vivono tutte nella banlieue parigina. Ma il tuo film che qui esce col titolo di «Diamante nero» come canta Rihanna il loro mito somiglia più a un romanzo di formazione.
All’inizio avevo in mente due cose: un’eroina ragazza alle prese con dei cambiamenti importanti e una storia eterna ma calata nel contemporaneo. Sono i due elementi classici del romanzo di formazione che qui si contestualizza in un ambiente, la periferia. Marieme, la protagonista, ha qualità tipica dell’eroismo solo che nel romanzo di formazione il personaggio coltiva anche delle ambzioni dei progetti, è legato a una classe. Nel mio film invece l’eroina afferma sé stessa su un rifiuto, sul desiderio di rifiutare tutte le identità che la società le propone, che le chiede di essere, e che nel corso della storia attraversa una dopo l’altra. Il suo movimento narrativo e esistenziale è dire no. Credo che questa sia una caratteristica forte del nostro tempo, la protesta oggi prende forma soprattutto nel rifiuto di qualcosa. Anche quando si vota se ci pensi si vota sempre «contro» qualcosa o qualcuno, raramente «per». Se non si sa cosa dire si sceglie il rifiuto, resistere è diventato dire no: non voglio questa società, non voglio i modelli che mi impone la politica, è il pensiero della contestazione più diffuso. E la periferia è il luogo dove questo rifiuto si afferma con maggiore forza.
Scegliere il paesaggio della periferia parigina può essere però artisticamente molto rischioso. Il cinema della banlieue, a parte pochi casi, risponde in Francia a caratteristiche molto nette.
Ma il sentimento del rifiuto che guida le mia protagoniste riguarda anche le mie scelte da regista. Nel film non c’è polizia, non si parla di religione, non c’è l’hip hop non ho cercato un effetto da realismo sociale per dire: ’ecco, questo è un film politico’. Politico per me significa qualcos’altro, è chi guarda e cosa si guarda, perciò non la macchina da presa a spalla o il grigio con cui di solito si impasta l’immagine delle periferie. I personaggi che racconto nascono da un lavoro di scrittura e appartengono a una dimensione romanzesca anche se nel lavoro di preparazione ho incontrato trecento ragazze, mi sono documentata, ho conosciuto un generazione e cercato delle corrispondenze. Con le ragazze naturalmente c’è stata una collaborazione, a me però interessava soprattutto dare vita a dei personaggi capaci di esprimere una loro energia e una lingua propria. Non avevo in mente, e questo sin dall’inizio di fare il ritratto di una ragazza della cité.
In che senso?
Le ragazze del film parlano molte lingue, possono essere bambine che saltano su un letto o donne mature. Ho cercato di raccontarle nelle diverse sfumature possibili tra la libertà e gli archetipi. In questa oscillazione appare anche la violenza, come viene creata dalla società, da dove arriva, cosa significa appartenere a un gruppo pure nell’illegalità…Ho provato a interrogare i cliché e a investirli emotivamente. Insieme al musicista (Para One, nome d’arte di Jean-Baptiste de Laubier, ndr)abbiamo cercato i suoni urbani del presente, quale musica si sente nelle periferie senza la dittatura del folklore.
La narrazione è scandita in capitoli. Perché?
È una scelta che risponde alla stessa esigenza di uscire fuori dalle convenzioni. Ogni capitolo indaga un’ipotesi di vita, un po’ come se fossimo in un film di supereroi: che potere mi dà un certo costume? In che modo lo utilizzano le ragazze? E i cambiamenti di identità diventano anche un modo per indagare l’impasse del patriarcato. Quando si parla di «cinema d’autore impegnato» si pensa subito a certi film o registi. A me piace l’idea di combinare Ken Loach e Tim Burton, rifiuto la frontiera che divide nel senso comune «impegno» e «fantasia». Vvoglio invece pensare a un film come a un’esperienza sensuale in cui tutti possono riconoscersi, e emozionarsi. L’impegno non esclude i sentimenti e viceversa.
Per questo la scelta del luogo in cui girare era fondamentale. Come ci sei arrivata?
Durante i sopralluoghi abbiamo visto moltissimi quartieri, avevo in mente un posto dove ci fosse un’isola pedonale e un orizzonte in cui la Torre Eiffel non apparisse troppo lontana. Le banlieue presentano un segno grafico molto forte perché spesso sono nate dalla grandi utopie architettoniche degli anni Sessanta o Settanta. Filmare in una banlieue significa seguire delle linee di fuga, delle modalità di muoversi, come ci si ritrova, come si sta da soli. Il modo in cui la cité provoca delle esperienze sensoriali con le grida, i gruppi di ragazzi che si fermano in certi posti in cui tacitamente cade il silenzio quando ci si avvicina. Lavorare lì è davvero un’esperienza di frontiera. I problemi sono gli stessi che ovunque con la differenza che non sono sotterranei. Si manifestano a cielo aperto, e per questo la banlieue è diventato un luogo della finzione: non siamo in una dimensione esotica, al contrario la realtà vi appare con maggiore evidenza. Machismo, rapporto tra spazio pubblico e privato, controllo reciproco si ritrovano infatti in tutta la nostra società. Solo che in una banlieue sono «ufficiali», e in questo senso la banlieue è lo specchio del nostro mondo.
(Il Manifesto 17 giugno 2015)
di Julia Kristeva
DIRITTI dell’uomo o diritti del cittadino? Questa discordanza, di cui Hannah Arendt ha tracciato la genealogia, ma anche la degenerazione (la degenerazione che ha dato luogo al totalitarismo), compare con evidenza quando le società moderne affrontano il “ problema degli stranieri ”. La difficoltà che genera questa questione sarebbe racchiusa interamente nel vicolo cieco della distinzione che separa uomo e cittadino: non è forse vero che per stabilire i diritti che spettano agli uomini di una civiltà o di una nazione, anche la più ragionevole e la più consapevolmente democratica, si è obbligati a escludere da tali diritti i non cittadini, ovvero altri uomini?
Questo modo di procedere significa – è la sua estrema conseguenza – che si può essere più o meno uomini a seconda che si sia più o meno cittadini, significa che chi non è cittadino non è interamente un uomo. Fra l’uomo e il cittadino, una cicatrice: lo straniero. È interamente un uomo se non è cittadino? Non godendo dei diritti di cittadinanza, possiede i suoi diritti d’uomo? Se, consapevolmente, accordiamo agli stranieri tutti i diritti degli uomini, che cosa ne resta in concreto quando togliamo loro i diritti del cittadino?
Nella situazione attuale di mescolanza senza precedenti di stranieri sul pianeta, due soluzioni estreme si profilano: o si andrà verso degli Stati Uniti mondiali di tutti i vecchi Stati- nazione (processo immaginabile nel lungo periodo e che lo sviluppo economico, scientifico, mediatico lascia presumere), oppure il cosmopolitismo umanista si rivelerà un’utopia, e le aspirazioni particolaristiche imporranno la convinzione che i piccoli insiemi politici sono le strutture ottimali per la sopravvivenza dell’umanità. Nella prima ipotesi, la cittadinanza è chiamata a integrarsi il più possibile nei diritti dell’uomo e a dissolversi in essi, perché assimilando gli ex stranieri i cittadini nazionali perderebbero necessariamente molti dei caratteri e dei privilegi che li definiscono in quanto tali. Altre differenze si formerebbero, probabilmente, dando luogo al caleidoscopio multinazionale degli Stati Uniti mondiali: differenze sessuali, professionali, religiose ecc.
Al contrario, se gli Stati-nazione dovessero sopravvivere ancora a lungo, come la difesa accanita dei loro interessi in questo momento pare indicare, lo squilibrio fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino creerebbe degli equilibri più o meno sottili o brutali. Diventerebbe allora necessario creare uno statuto degli stranieri che tuteli dai reciproci abusi, precisando i diritti e i doveri delle due parti. Questo statuto dovrebbe essere provvisorio, evolutivo e adattarsi ai cambiamenti dei bisogni sociali e delle mentalità.
Quali che siano le differenze tra un paese e l’altro, si può generalizzare dicendo che nelle democrazie moderne gli stranieri sono esclusi da un certo numero di diritti. Prendiamo lo spinoso problema dell’esclusione degli stranieri dal diritto di voto. Gli argomenti delle due parti sono ben noti: «Gli stranieri in definitiva restano fedeli al loro paese d’origine e possono nuocere alla nostra indipendenza nazionale», dicono gli uni. «Gli stranieri costruiscono insieme a noi la nostra indipendenza economica, e pertanto devono godere dei diritti politici che conferiscono il potere di decisione», replicano gli altri.
Quale che sia la tesi che finirà per prevalere, possiamo osservare, come ritengono alcuni giuristi, che «in questo modo lo straniero è ridotto a un oggetto passivo»: gli stranieri non votano e non partecipano, né allo Stato, né al parlamento, né al governo, sono «alienati rispetto all’ordine giuridico, così come all’ordine politico e all’insieme delle istituzioni della società in cui vivono». A questo si deve aggiungere il fatto che l’Amministrazione ha il potere di interpretare, vale a dire modificare attraverso regolamenti e decreti, la giurisdizione esistente, cosa che può portare a fare del diritto degli stranieri un «diritto al ribasso».
Dopodiché nuovi stranieri inquietano ormai la globalizzazione: le rivendicazioni dei diritti spesso degenerano in vandalismo, o addirittura in gangster- integralismo e fanatismo che seminano morte. “Nuovi” perché agiscono, nel contesto di un risveglio della spiritualità, in nome di una spinta verso l’assoluto trasformata in quella che bisogna definire non più un’”idealità” (divina o universalista secolarizzata), ma una “malattia di idealità”. “Nuovi” perché in risonanza con i conflitti in Medio Oriente. E perché mettono in discussione il modello della secolarizzazione e della laicità.
Gli ideali stessi scompaiono, spazzati via dalla più pulsionale delle pulsioni, la pulsione alla morte, colpendo in profondità il motore della civiltà, mettendo in evidenza la distruzione del “bisogno di credere” prereligioso. Scopriamo che fra questi nuovi stranieri, alcune persone – in particolare adolescenti – soccombono alla malattia dell’idealità. Esplodono letteralmente, incapaci di distinguere il dentro e il fuori, il sé e l’altro. La pulsione alla morte riassorbe la vita psichica: senza il sé e senza l’altro, né “io” né “tu”, “noi” sprofondiamo nella distruttività cieca e autodistruttrice.
Le democrazie si trovano davanti a una sfida storica: sono in grado di affrontare questa crisi del bisogno di credere e del desiderio di sapere che il coperchio della religione non tiene più a freno, e che va a toccare il fondamento del legame fra esseri umani stranieri? L’angoscia che ci inchioda in questi tempi di eccessi con crisi economica e sociale sullo sfondo esprime la nostra incertezza davanti a questa posta in gioco colossale.
(La Repubblica, 17 giugno 2015)
di Betti Briano
Nella nostra regione siamo abituate a vedere gli uomini di potere attraversare successi e insuccessi e a seguito di questi salire, scendere, poi risalire, cambiare abito, rientrare dalla finestra laddove erano usciti dalla porta, comandare nell’ombra quando non è più possibile alla luce del sole, governare per interposta persona quando inopportuno in prima. Tutto ciò appare nell’ordine naturale delle cose, nessuno si stupisce, pochi commentano, diviene oggetto di polemica solo ai fini della caccia al consenso elettorale e del marketing mediatico.
Quando l’insuccesso investe invece una donna è la fine: la sua immagine viene irrimediabilmente compromessa a furor di popolo e la carriera interrotta sotto il peso del fuoco nemico ma soprattutto di quello amico. L’opera distruttiva però non si limita alla figura pubblica ma investe la persona, punta alla sfera psichica, all’annullamento dell’autostima, giusto per prevenire il ritorno del desiderio di potere.
E’ successo a Marta Vincenzi, ex sindaca di Genova che, divenuta capro espiatorio dell’inefficienza della macchina burocratica comunale, colpevolizzata dall’opinione pubblica e indagata dalla magistratura per responsabilità in ordine alla morte di cinque persone nell’alluvione del 2011, è stata contrastata nel disperato tentativo di reagire e risollevarsi dal dolore e dalla depressione proprio dal suo partito che nelle ultime elezioni comunali di Genova le ha opposto come propria candidata una donna più giovane e competitiva, determinando come noto la sconfitta di entrambe. Ebbe a dire ‘sono stata lapidata come Ipazia’, paragone discutibile che a suo tempo abbiamo commentato in quanto rivelava un evidente stato di ridotta lucidità, ma che faceva intendere il livello di crudeltà politica percepita dalla Vincenzi nei suoi confronti.
Sta succedendo a Raffaella Paita che, avendo perso le elezioni che dovevano fungere da termometro della temperatura del governo oltre che mantenere lo stato del potere in Liguria, si trova a pagare il conto dei suoi errori come delle troppe furbizie dei signori che l’hanno mandata avanti e ai quali si è troppo ingenuamente affidata, a portare sulle spalle il peso dei disastrosi effetti che la perdita del governo della regione produce sui destini dei non pochi ‘sostenitori’ ospitati sul carro dato per vincente, con il sovrappiù della imperdonabile colpa di aver rivelato come donna un esagerato desiderio di potere ed alzato l’asticella delle pretese oltre misura (‘sono giovane, sono donna e vado veloce’ la sintesi del suo invito al voto) e anche per lei la minaccia incombente di un giudizio di responsabilità per i danni e il morto dell’ultima alluvione. La parola fine sul suo avvenire politico l’ha pronunciata il suo capo di partito; col consueto cinismo ha affermato che le elezioni sono state perse ove hanno corso le copie al posto degli originali e che la Paita ha perso non a causa della sinistra di Pastorino, ma per manifesta incapacità a competere con la destra di Toti. Non solo una copia o clone che dir si voglia, ma anche mal riuscito. Il giudizio non poteva essere più offensivo per la persona e più lapidario per la tomba della carriera. Dalle cronache post-voto pare che la Paita abbia ammesso di sentirsi emotivamente e fisicamente distrutta dalle vicende dell’ultimo anno e che la sua attuale immagine riveli in pieno tale stato di sofferenza.
Ancora una volta constatiamo che la contesa per il potere risulta più crudele per le donne che per gli uomini, che in quella elettorale in particolare, ove entra in gioco il peggio, esse per lo più soccombono perché meno attrezzate in cattiveria e spregiudicatezza. Constatiamo altresì che purtroppo le donne continuano a non imparare dalle donne; l’esempio dell’anziana Marta Vincenzi avrebbe potuto certamente parlare ad una giovane rampante che volesse andar veloce … magari non a sbattere. Luisa Muraro, commentando le elezioni liguri con un testo dal titolo “Le donne si ammalano e la politica muore”, afferma la necessità che nella politica si faccia entrare l’amore perché una politica senza amore non solo fa male alle donne ma porta la politica stessa a suicidarsi. Non è quello che sta succedendo in Liguria?
dal 19 giugno al 30 giugno 2015
Associazione Apriti Cielo! Via L.Spallanzani 16 – Milano
Inauguazione Mostra 30 giugno 2015 ore 18,30
La Mostra “Nature Viventi” nasce in simbiosi tra danza e fotografia, storie di immagini rappresentano incontri casuali tra l’umano e la natura.Nascono così dei rapporti che fondono i confini tra figura umana e forme che si concretizzano in esistenza reale, vivendo di vita propria.
Sono momenti irripetibili fatti di silenzio ed emozioni, che fanno riscoprire la fiducia e la gioia di appartenere a tutto il creato
Tale esperienza è nata in un’ isola del mare Mediterraneo, da un incontro fra due artiste che hanno prasticano arti diverse, quali la danza e la fotografia .
la mostra è aperta sino al 30 giugno 2015 con i seguenti orari:
da martedì al sabato dalle ore 17 alle 19,30 oppure su appuntamento
telefonando al 3498682453
Helene Gritsch
Pittrice e grafica artistica, nata Innsbruk, vive e lavora a Milano. Diplomata in pittura all’accademia di belle Arti di Brera, MIlano.
Danzatrice contemporanea e performer, vive e lavora a Düsseldorf, Germania. Ha lavorato con docenti internazionali e coreografi di danza moderna e contemporanea.
di Guido Caldiron
Intervista. Un incontro con la scrittrice croata Daša Drndic, autrice del romanzo «Trieste». Sarà ospite stasera alle 21, in piazza del Campidoglio, al Festival delle letterature. «Non è stata solo l’Italia a non essere disposta ad affrontare gli eventi più oscuri del proprio passato, si tratta di una tendenza che ha riguardato anche molti altri paesi»
«Le guerre sono grandi giochi. Ragazzotti viziati spostano soldatini di piombo su variopinte carte geografiche. Vi inseriscono il ricavato. Poi vanno a dormire. Le mappe volano nei cieli come aeroplani di carta, si posano sulle città, sui campi, sui monti e sui fiumi. Coprono la gente, ridotta a un ammasso di figurine che più tardi grandi strateghi smisteranno altrove, dislocheranno di qua e di là, insieme alle loro case e ai loro stupidi sogni. Le carte geografiche di dissoluti condottieri ricoprono quello che è stato, sotterrano il passato. Quando il gioco finisce i guerrieri riposano. È a quel punto che arrivano gli storici, a trasformare i giochi crudeli di chi non è mai sazio in menzogne alla moda. Viene dunque scritta una nuova Storia, la quale sarà annodata da nuovi condottieri su nuove carte, perché il gioco non abbia mai fine».
«Romanzo-mondo» che definisce un’intera mappa dell’esistenza seguendo le cicatrici che le tragedie del Novecento hanno impresso sulla storia europea, Trieste (Bompiani, pp. 444, euro 19), della scrittrice e intellettuale croata Daša Drndic, è prima di tutto un libro contro l’indifferenza. E questo perché, mescolando tra loro numeri, dati, elenchi di nomi, forme poetiche, sogni, esplosioni emotive, descrive, osservato da quella che è stata per secoli la terra di confine compresa tra Gorizia e Trieste, il contesto nel quale, nel cuore stesso della cultura occidentale, fu dapprima possibile l’ascesa al potere di fascisti e nazisti e quindi la costruzione dei campi di sterminio, l’Olocausto e il massacro di altri milioni di russi, polacchi, zingari, diversi e oppositori di ogni tipo. Miti nazionali, identità, guerre si sedimentano per secoli fino a rendere possibile il trionfo scientifico della macchina di morte nazista.
La storia, le molte storie che attraversano il libro escono una dopo l’altra dalla cesta rossa in cui fruga oggi Haya Tedeschi, una donna ormai prossima alla fine della sua vita che, nata in una famiglia ebrea che si era convertita al cattolicesimo e aveva in parte abbracciato il fascismo, aveva avuto un figlio da un ufficiale delle SS di stanza alla Risiera di San Sabba a Trieste. Haya ha trascorso la sua intera esistenza senza mai prender parte, come una tragica spettatrice di avvenimenti che l’hanno lambita senza mai toccarla fino in fondo. Solo il tentativo di ritrovare quel bambino che le era stato sottratto poco prima della fine della guerra perché destinato al progetto nazista del lebensborn, atto a selezionare una nuova generazione di piccoli «ariani», la metterà almeno in parte di fronte alla realtà: non si era mostrata solo indifferente nei confronti delle vittime di allora, ma aveva amato l’ufficiale Kurt Franz — personaggio realmente esistito — senza chiedersi chi fosse veramente quel tedesco alto e biondo e che solo mezzo secolo più tardi scoprirà essere stato tra i peggiori aguzzini attivi nella ex fabbrica triestina trasformata in campo di sterminio.
Chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, Haya è sopravvissuta. Non ha seguito invece la stessa sorte quell’universo di confine in cui è nata, dove ogni cosa veniva declinata in decine di lingue — l’italiano, lo sloveno, il tedesco, l’ungherese, l’ebraico… -, a comporre un’identità cosmopolita di cui Trieste è stata a lungo l’epicentro e il simbolo stesso. La resa della città all’indifferenza, la fine della cultura evocata dalle poesie di Umberto Saba, segnano una strada senza ritorno, un orizzonte senza possibilità alcuna di redenzione: un mondo scomparso di cui resta solo una foto ingiallita e sottratta all’incendio del Vecchio continente. Perché, come scrive Drndic, «il Confine è la terra dei fantasmi che ululano alla ricerca di una propria corporeità».
La protagonista del romanzo, Haya Tedeschi, e la sua famiglia non prendono posizione di fronte all’orrore che cresce intorno a loro, cercano di vivere tranquillamente nonostante tutto. Oggi come allora, ad esempio nei confronti della mancata accoglienza dei migranti da parte dell’Europa, quanto pesa l’inerzia di quelli che lei definisce nel testo, in inglese, come «bystander» (spettatori)?
Trieste non è solo un romanzo sull’Olocausto e la riflessione sui bystanders è uno dei temi principali che stanno alla base del libro: ritengo sia qualcosa che ci riguarda sempre. Ho cercato di mettere in evidenza come tutto ciò abbia a che fare con quanto accade intorno a noi anche al giorno d’oggi, e di mostrare come siamo fondamentalmente indifferenti a tutto quello che non ci riguarda direttamente o ci minaccia in prima persona. La prima idea per il libro mi era venuta dopo aver letto un pamphlet, trovato in rete, che raccontava la storia di una famiglia ebrea che si era convertita al cattolicesimo negli anni Trenta e di cui alcuni membri si erano iscritti al Partito fascista ed avevano lavorato per l’amministrazione tedesca dopo il 1943. Di conseguenza questa famiglia non aveva davvero provato gli orrori della guerra sulla propria pelle, aveva trovato un modo per salvarsi. In quel pamphlet non c’era alcun riferimento a ciò che era accaduto alle vittime di fascisti e nazisti, ai vicini e agli amici di questa famiglia, gente che stava passando sotto le loro finestre nei vagoni da bestiame verso i campi di concentramento, o che veniva imprigiona a San Sabba. Non solo non c’era quasi alcuna compassione per l’altro, non c’era nemmeno coscienza dell’altro. Dunque ho cominciato a costruire la mia storia partendo da questo.
Nel suo libro compaiono, uno per uno, i nomi dei circa novemila ebrei deportati dall’Italia o uccisi nei territori occupati dagli italiani tra il 1943 e il 1945. Una sorta di tragico «memoriale» per un paese come il nostro che non ha mai conosciuto una propria Norimberga e che perciò ha a lungo sottovalutato il proprio ruolo nell’Olocausto?
Se lo dice lei, va bene. In realtà, non è stata solo l’Italia a non essere disposta ad affrontare gli eventi più oscuri del proprio passato, si tratta di una tendenza che ha riguardato anche molti altri paesi. Col tempo, la Germania è forse quello che si è spinto più in là nel tentativo di fare piena luce sul proprio fardello relativo alla Seconda Guerra Mondiale. Al contrario, l’Austria ha mostrato riluttanza, e per molto tempo, a fare un passo netto in questa direzione: come è stato ed è ancora oggi per la Croazia. Si tratta di un affare pericoloso, soprattutto perché questa indisponibilità ad affrontare il passato contribuisce ad alimentare il revisionismo storico che, specie in tempi di crisi, rischia di funzionare come un fantasma lasciato nella bottiglia che sul più bello tira fuori qualunque cosa.
Il «lebensborn», il vasto progetto messo in atto dai nazisti per creare una generazione di bambini selezionati razzialmente, è per molti versi al centro del romanzo: il piano del Terzo Reich per la conquista del mondo passava innanzitutto per il controllo del corpo delle donne? Qualcosa che sembra ritornare con l’orizzonte totalitario incarnato da fenomeni come l’Isis?
Affrontando il tema del progetto Lebensborn che era stato elaborato dai nazisti, ho cercato in realtà di riflettere sul tema dell’identità che oggi si fa sentire con particolare forza nei paesi che si sono definiti in termini nazionali più di recente, come quelli che sono emersi dalla ex Jugoslavia. In queste realtà, soprattutto l’identità nazionale e quella religiosa, imposte da chi si trova al potere, finiscono per essere messe al servizio della costruzione di una coesione sociale interna che finisce per escludere gli altri e i diversi, che ancora una volta conduce al rafforzamento di sistemi autoritari e/o totalitari che negano i diritti umani fondamentali. Quanto alla minaccia dell’Isis, oggi si potrebbe forse guardare alle cose in questi termini, ma all’epoca in cui ho scritto il libro, oltre otto anni fa, le vicende relative allo Stato Islamico non erano ancora diventate così centrali e dominanti nel dibattito internazionale.
I protagonisti del libro raccontano come, dopo una prima incertezza, in Germania si sia fatto molto per non chiudere il capitolo della memoria dei crimini del nazismo, istituendo banche dati e un apposito archivio giudiziario a Ludwigsburg, vicino a Stoccarda. Come ricordava lei stessa, nel suo paese, la Croazia, dove il genocidio trovò zelanti collaboratori, non si è fatto altrettanto. In questo contesto che effetto le fa vedere che a Spalato c’è ancora oggi chi dipinge un’enorme croce uncinata su un campo di calcio, come accaduto nei giorni scorsi in occasione del match contro l’Italia?
Sono esattamente questi i pensieri che avevo in testa mentre scrivevo il libro. Il passato non è mai soltanto il passato. Può essere il nostro presente o addirittura il nostro futuro: tutto dipende dal modo in cui ce ne occupiamo e se ne sono occupate le generazioni che ci hanno preceduto. Se cerchiamo di seppellire quanto è avvenuto, di dimenticarlo, non faremo altro che aiutarlo a tornare per ricordarci che è ancora vivo e vegeto. Se invece scegliamo di misurarci con tutto ciò, e non abbiamo paura di guardare in faccia costantemente la storia che ci ha preceduto, per quanto brutto, orribile e malvagio sia il suo volto, come anche, a volte, nobile, ricco e gratificante, non ci capiterà più di avere della grandi e brutte sorprese. Nei giorni scorsi, quando è avvenuto l’inammissibile «incidente» della svastica non ero in Croazia, ero già arrivata in Italia, ma spero che il governo reagisca in maniera molto risoluta. Se così non fosse, questo sì sarebbe un segno di allarme serio.
Kiki Smith è figlia d’arte, suo padre era Tony Smith, noto scultore minimalista. Lei usa materiali tradizionali e malleabili (scultura e disegno su carta in particolare) per affrontare tematiche comuni e quotidiane come l’identità, gli stereotipi sessuali e il corpo, affiancandosi in ciò all’impegno di altre artiste degli anni ’80-’90 come Rosemarie Trockel e, come lei, schierandosi all’interno del movimento femminista.
Il suo lavoro è forte e correlato con il tema della materialità del corpo, della sua deperibilità e vulnerabilità. In particolare è il corpo femminile ad essere preso in esame, specie come oggetto erotico visto attraverso la lente degli artisti di sesso maschile. Altro tema affrontato da Kiki Smith in tempi più recenti è quello del rapporto tra l’uomo e la natura, tra il corpo e il mondo.
A volte le opere dell’artista americana sono ispirate al mito, alla favola (Cappuccetto Rosso), alla letteratura (Alice nel paese delle meraviglie), sempre nello sforzo di reinterpretarne il significato in chiave attuale. Al giorno d’oggi è tra gli artisti più quotati al mondo, con la sua opera “Untitled (Butterfly)” aggiudicata da Christie’s lo scorso anno per più di 200 mila euro.
Dove si narra di una passeggiata tra alcune opere, di un’artista un po’ strega e delle Arpie traghettatrici d’anime.
[Disse Senzanome, l’Arpia sull’albero] “Ascoltami bene. Migliaia di anni fa, quando arrivarono qui i primi spiriti, l’autorità ci conferì il potere di vedere in ciascuno di loro le cose peggiori, e da allora ci siamo nutrite del peggio, fino a irrancidirci il sangue e avvelenarci i cuori. Ma era la sola cosa di cui potessimo nutrirci.”
[…]
“Dunque ecco il vostro nuovo compito, un compito che soltanto voi [Arpie] potete espletare, voi che siete le custodi e le intendenti di questo luogo. Il vostro compito sarà quello di guidare gli spiriti dal punto di approdo sul lago e attraverso la terra della morte fino alla nuova finestra sul mondo esterno. In cambio, gli spiriti dovranno raccontarvi le loro storie come equo e dovuto pagamento per la vostra guida. Questo vi sembra giusto?” Senzanome guardò le sue sorelle e tutte annuirono. Poi disse: “E noi abbiamo il diritto di rifiutare di guidare chi mente, o chi non dice tutto, o chi non ha niente da dirci. Se vivono nel mondo, devono vedere e toccare e ascoltare e amare e imparare. Faremo un’eccezione per quegli infanti che non hanno avuto il tempo di imparare, ma in ogni altro caso ci rifiuteremo di guidare chi arriverà a mani vuote.”
Camminare. Percorrere. Una sala dietro l’altra ad aprire squarci di senso. Basta varcare la soglia per entrare in altre geografie. Le mostre a volte portano altrove – soprattutto quelle di arte contemporanea, penso io. Sono salti nello spazio-tempo.
A Verona, nel 2004, mi sono ritrovata in uno stormo di Arpie. L’esposizione si intitolava “La creazione ansiosa” e si perdeva nel labirintico percorso di Palazzo Forti. Come non andare? Lì conobbi le donne-uccello di Kiki Smith. “Sirens” era il titolo, perché nel mito le piume si confondono con le squame. Avrebbero potuto alzarsi in volo e gridare di rabbia antica, avrebbero potuto soffiare via tutto, loro creature demoniache di bronzo e tempesta. Certe opere hanno un’intensità magnetica, sono come richiami dell’altrove, come voci dal pozzo dell’inconscio. È così che ho conosciuto Kiki Smith, l’artista un po’ strega.
Sono attratta dalla varietà, curiosa di sperimentare il più possibile. Faccio disegni, stampe, sculture, video, foto e arazzi.
K. Smith
Materia. Nelle sue opere la materia si solidifica in golem e animali totemici, in cataloghi di organi umani disegnati o incisi molte volte e molte ancora, su enormi fogli di carta di riso; sono mutevoli ossessioni su fragili supporti, dei mantra dell’anatomia, dei racconti delle viscere.
Lana, stoffa, arazzi, gomitoli di filo spinato. Carta e piume. Vetro, malleabile cera, domestiche presenze di ceramica, bronzo, pietra. Solide presenze mitologiche ti afferrano alla gola. Perché, penso io, come un’arpia a volte l’arte sa artigliarti e trasportarti altrove.
Di bronzo è “Lilith”, sta sulla parete e ti blocca il passo. Accucciata sul muro ti inchioda con lo sguardo. Un’oscura presenza con chiari occhi ipnotici. Sfida la forza di gravità e vince. Prima moglie di Adamo, lo lasciò perché non voleva essere sottomessa. Lei voleva uguaglianza, venne ripudiata, e la tradizione la trasformò in demone. Grida. Ferisce. Esulta di libertà. Lilith potente si muove sulle pareti, con la lingua lambisce sogni e desideri e a volte li azzanna. Come raccontare un’artista? Le sue creature parlano al suo posto, penso io, le sue creature e quello che ti fanno.
In una precedente intervista lei parlava a proposito del corpo femminile e rimandava a un senso di vergogna sempre presente. Perché?
– È qualcosa di radicato nella mitologia giudaico-cristiana, risale a Eva e in particolare è molto interna al cattolicesimo. La vergogna di Eva è la prima storia femminile che viene raccontata e si intreccia con molti aspetti del proprio sistema di credenze, quello che siamo chiamati a rettificare nella nostra quotidianità. Il corpo è una costruzione sociale ma è anche un’entità fisiologica che oltretutto muta nel tempo. Non so cos’era in origine; il corpo è molte cose insieme e i suoi elementi, proprio come in una persona, si battono per il controllo fino a arrivare all’affermazione di sé, alla propria presenza. [*]
Sfibrato, inginocchiato, aperto, esplorato. Kiki Smith gira intorno al corpo, ai suoi fluidi, ai suoi tabù e alle sue fragilità, raccontandole, mescolandole con la fiaba, con il mito, evocando l’invisibile.
Ancora bronzo, c’è una donna che nasce da un cerva (“Born”), nasce intera e adulta. Ne incarna forse tutta l’energia vitale, come una dea Diana dei nostri giorni, partorita dalla forza del bosco. Lo stesso bosco dove si avventura Cappuccetto rosso che cammina con il lupo in una lunga serie di incisioni, lunga quanto dura il mondo. Alcune opere ti attraversano come le nenie, le cantilene. Attraversano il corpo per arrivare nei luoghi della memoria. Piano piano le sale si animano di fantasmi. Nei lavori si scorgono affinità nelle metamorfosi, assonanze nelle ambigue relazioni fra l’uomo e la natura. Nascono evocazioni ad altre artiste alcune dimenticate come Leonor Fini, Meret Oppenheim o Leonora Carrington, altre più frequentate come Frida Kahlo o perché no, Louise Bourgeois… e altre, altre ancora.
Che tipo di artista è?
-Non ho bisogno di ritrovarmi in qualche ideologia. La creatività è una pura questione di consapevolezza. Un modo per sintetizzare. È un buon linguaggio per incarnare la coscienza in maniera visibile a tutti. È come una prova. Io non sono la persona più introspettiva al mondo, sono solo più vorace. [*]
Divorare. Annusare. Afferrare. Sfiorare. Partorire. Incidere. Disegnare. Defecare. L’arte si incarna nel mondo fisico. Diventa spessore, peso, ferita, lama, trama. Plasma delle porte che permettono di far scorrere il pensiero, che dan respiro alle emozioni. Là ognuno può trovare qualcosa, o niente, o troppo.
Io credo nell’arte come una nostra possibilità di auto-rappresentarci, di rappresentare le nostre esperienze umane. A volte creo immagini dure, ma per me sono tentativi di sopravvivenza.
K. Smith
A volte l’arte ti cambia il ritmo del respiro, perché leggera passa un’intuizione, un lampo, una risata. Ed è già molto.
Il lavoro di un artista prende tante direzioni diverse quanti sono i capelli che uno ha in testa. Va dove vuole.
Ne discutiamo con Anna Di Salvo, tra le iniziatrici delle Città Vicine e Loredana Aldegheri, a capo della MAG di Verona, a partire da Autorità femminile nell’agire politico e nell’amministrare (numero speciale di “Autogestione Politica prima”, 2014) che dà conto delle pratiche e delle idee presentate al convegno Invito al passo avanti, d’autorità (Roma, 29-30 marzo 2014).
Circolo della rosa, 15 aprile 2015
Introduce l’incontro Laura Minguzzi.
Questo numero speciale di “Autogestione Politica” prima della Mag dal titolo Autorità femminile nell’agire politico e nell’amministrare dà conto del ricco scambio avvenuto nel Convegno dello scorso marzo 2014 Invito al passo avanti, d’autorità, voluto dalla Rete delle Città Vicine, da Anna Di Salvo, da Annarosa Buttarelli e da Loredana Aldegheri della Mag. Un passo importante nella definizione del tema del convegno è stato fatto da Buttarelli con il suo libro Sovrane. L’autorità femminile al governo (il Saggiatore, 2013). In Sovrane c’è l’invito alle donne che amministrano ad assumersi tutta l’autorità della loro sapienza di governo, liberandosi dalle strette logiche partitocratiche, dalle strettoie di inutili vincoli, liberando la propria soggettività e creatività. Si sentiva e si sente tuttora il desiderio di rilanciare una posizione già enunciata nel convegno dell’anno precedente Ci prendiamo la città (Roma, 23 marzo 2013), l’urgenza di alcune di definire e circoscrivere con parole più precise le esperienze che mostrano relazioni forti e radicate nelle rispettive città. Il focus del convegno Invito al passo avanti, d’autorità era puntare lo sguardo e precisare l’analisi sullo stato dei rapporti fra politica delle donne e politica delle varie amministratrici, sindache o deputate, consigliere comunali ecc. che non intendono mettere in secondo piano o addirittura cancellare la differenza, l’essere donna. Come hanno giocato in passato e come giocano oggi le nostre pratiche relazionali per un governo delle città, dei territori, improntati alla sovranità e non alla rappresentanza o a una logica di potere (come dice Buttarelli in Sovrane) o alla subalternità o alla sottomissione alla logica neoliberale?
Anche l’annuncio dell’incontro di questa sera è in forma di domanda. Come creare autorità femminile? Ma non c’è già? mi ha detto Adriana Sbrogiò sabato sera a tavola qui al Circolo. C’è sicuramente libertà femminile e le donne sono ovunque. Non tutto però è così lineare, ci sono dei passaggi non chiari o non detti in modo chiaro. Diciamo che ci sono dei vuoti di esperienza o di parola. Nei vari interventi ognuna ha cercato di fare il punto sulle proprie relazioni che a volte sono risultate un po’ aggrovigliate. Capita quando non sono chiari i desideri o le mediazioni e i termini delle relazioni non sono esplicitati e ben definiti o quando non c’è sufficiente fiducia. Un’autorità, si sa, deve orientare e per farlo deve rendersi visibile, mostrarsi e dare chiare indicazioni che devono essere accettate da tutti donne e uomini e riconosciute valide e risolutive, devono sciogliere nodi e produrre passi avanti. Ogni passo avanti registrato ha caratteristiche proprie, secondo i contesti e le relazioni in gioco. Per esempio, la sindaca di Monasterace Carmela Lanzetta che dopo essere diventata ministra nel governo Renzi rinuncia e torna indietro: in realtà noi leggiamo questo gesto come un passo avanti. A Orvieto Laura Ricci lascia il PD perché si è resa conto che è una perdita di tempo e pensa di accettare di candidarsi in una lista civica, non sappiamo com’è andata a finire. Ma per lei è un passo avanti d’autorità perché intorno a sé ha creato un contesto che le riconosce autorità e la incoraggia a fare una politica slegata dai partiti e fondata su relazioni autentiche.
A Milano su iniziativa e proposta di Bianca Bottero abbiamo messo in pratica un’idea di Sandra Bonfiglioli cioè un Laboratorio della città contemporanea per produrre pensiero analizzando le nostre vite nei vari quartieri in cui abitiamo o abbiamo abitato in passato e registrando i cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni con sguardi da urbaniste e da comuni cittadine. È importante riflettere sulle evoluzioni delle idee in pratica politica, come questo processo avvenga per iniziativa di un singolo soggetto, ma trovi poi realizzazione pratica solo per intervento della politica, anzi della pratica politica. Mi spiego: io da anni chiedevo a Emilia Costa e a Bianca Bottero di venire nel mio quartiere Santa Giulia, interessato da violente polemiche sulla speculazione edilizia, gli imbrogli della vecchia giunta Moratti ecc., a fare un sopralluogo; riconoscendo loro una specifica competenza ed esperienza in materia, ci tenevo a scambiare le mie impressioni e il mio vissuto e mostrare lo stato dei lavori di bonifica e ascoltare il loro giudizio sull’insieme architettonico e la qualità dell’abitare. Solo dopo il Convegno delle Città Vicine Invito al passo avanti d’autorità il mio desiderio è stato esaudito e la pratica del Laboratorio della città contemporanea, un progetto politico ispirato al Primum vivere, un tassello della rete delle Città vicine, ha preso forma concreta. Bianca, Emilia, Sandra e io abbiamo fatto tre sopralluoghi in varie zone della città. Quartieri legati al nostro vissuto, alla nostra singola storia. Abbiamo messo per iscritto queste promenades e Bianca ha trasmesso le nostre riflessioni ad Anna Di Salvo a Catania. Cosicché le storie di città, le vite di città – come le chiama Bianca Bottero – si stanno trasformando in visioni in grande sulle città nel mondo, perché siamo anche delle viaggiatrici-esploratrici e tutto ciò accade grazie alla pratica politica, al valore che diamo al lavoro del pensiero scambiato fra noi. Porsi in ascolto della città, sentire la città, in profondità e ciò che accade. Per quanto mi riguarda, ho trasferito nelle promenades la mia pratica della storia vivente: ascolto dell’altra senza giudizi con pazienza. Il prendere un’iniziativa, iniziare qualcosa di nuovo, d’inedito è già un passo avanti d’autorità.
A Milano oggi ci confrontiamo anche con la questione dei beni comuni. La Casa delle donne di Milano chiama Milano bene comune; c’è stato recentemente un convegno promosso dalle Giardiniere, in primis da Maria Castiglioni, La forma della città, dove Bianca Bottero, invitata, ha posto l’accento sull’ambiguità della partecipazione ma ha espresso un giudizio positivo sulla modalità con cui le Giardiniere sono arrivate a proporre alla città questo momento di confronto sul loro progetto di riqualificazione della Piazza d’Armi. Ci siamo noi con il Laboratorio della città contemporanea. A noi pare importante dare priorità all’immaginazione e far parlare gli/le abitanti piuttosto che fare progetti di recupero. Ma ciò che ci accomuna è l’amore per la città. Forse siamo in un momento storico in cui c’è una debole visione del mondo quella che una volta si chiamava Weltanschaung. Nella nostra concezione dell’autorità che si fonda sulla radicalità, nel senso di tenere ferme le radici, non perdere il legame con la radice, con una politica generativa di vita, di trasformazione, quasi darwiniana, come diceva Luisa Muraro nella sua lectio al Bookpride, c’è già una forma del mondo, di orizzonte grande, dove ci stanno dentro le città che vogliamo, che immaginiamo.
Il cambiamento può venire dalle città. Io m’immagino un’Europa di città in relazione, prima che in rete, come noi che siamo partite dall’esperienza delle Vicine di casa di Mestre. Una pratica inventata da Sandra De Perini e Luana Zanella. Cioè da un’idea di prossimità, come dice Sandra Bonfiglioli. Oggi ci sono esperienze, esempi che vanno anche nel senso di portare i movimenti di partecipazione dal basso, le associazioni nate per il recupero di luoghi storici per sottrarli alle mire speculative, all’acquisto collettivo, con la raccolta fondi. Penso all’isola di Poveglia a Venezia o al Teatro di Mezzano in provincia di Ravenna, che vanno nel senso di trasformare un bene che appartiene al Comune in proprietà in comune per renderlo vivo e usufruirne secondo progetti e desideri della collettività. C’è anche un forte elemento di legame amoroso col passato, con la propria storia che insorge e fa comprendere la forza che hanno questi movimenti (racconto la storia del Teatro di Mezzano nel N° 3-95 di DWF 2012). Per esempio il nome dell’associazione Le Giardiniere scelto per il progetto di riqualificazione e rivitalizzazione della Piazza d’Armi fa pensare non solo al movimento delle Carbonare del Risorgimento ma anche al significato della parola in persiano: giardino in questa lingua si dice paradiso… perciò dare spazio ai giardini, agli orti a Milano significa anche volere vivere con agio in una città moderna. Ho fatto questa scoperta leggendo un libro di uno storico e letterato russo Dimitrij Sergeievic Lichaciòv, La poesia dei giardini, dove oltre a queste belle informazioni e connessioni fra il presente e il passato dei giardini in Europa e in Russia, ho trovato anche un riferimento alla legislazione urbanistica e architettonica di epoca bizantina in cui era previsto uno spazio, una distanza adeguata fra gli edifici che non doveva impedire la vista della campagna e lasciare libero l’orizzonte allo sguardo, perché la bellezza è riposo per l’essere umano. A me piacciono i grattacieli per esempio e domenica scorsa mi sono riposata molto andando a Porta nuova Varesine dove c’era il Mia, la Fiera di fotografia e con gioia ho visto la nuova piazza dedicata a Lina Bo Bardi. Ma purtroppo c’è un problema, sotto è scritto “architetto”. Ancora non c’è il coraggio di scrivere “architetta”. C’è una battaglia da fare per chi vuole cambiare la toponomastica della città ma non si tratta forse solo di questo. C’è da cambiare l’idea stessa di architettura, di urbanistica, di economia ecc., per nominare Lina Bo Bardi architetta. Il campo di grano che sta lì fra i grattacieli per ispirare la relazione con la maternità, il nutrimento, potrebbe diventare un campo di battaglia, far rivivere Demetra ma a modo nostro, per ridisegnare l’orizzonte, donne e uomini in relazione per un mondo sessuato e una città sessuata. Altrimenti c’è il rischio di un ritorno all’esaltazione della grande madre o della mater dolorosa, alla differenza biologica, dimenticando la differenza intesa come fecondità di una politica generatrice di nuovi significati perché aperta all’imprevisto, all’altro da sé. Una sollecitazione per l’amministrazione della città. La politica delle donne pretende molto: il vincolo nella relazione, l’affidarsi, la fedeltà a se stesse/si, l’esporsi a partire da sé, sono passi più complessi e faticosi dello stare in un’organizzazione tradizionale dove vige la scissione fra sé e sé o la schizofrenia fra pubblico e privato. Non si tratta solo di disgiungere il governare dal rappresentare, ma di un capovolgimento soggettivo che è molto meno generico di un vago cambio di civiltà. Alla fine del Convegno abbiamo registrato un sicuro guadagno, come scrive Anna Di Salvo, cioè la caduta del senso di diffidenza che spesso blocca gli scambi fra donne e uomini delle istituzioni con posizioni di potere e donne e uomini della politica prima.
(Laura Minguzzi, www.libreriadelledonne.it, 11 giugno 2015)
A Lecce, dal 7 al 10 settembre 2015, si svolgerà la Scuola estiva della differenza, tredicesima edizione. Ogni anno, ad ogni nuovo incontro, l’editore Milella di Lecce, pubblica la raccolta dei contributi dell’incontro precedente.
Tema di quest’anno: In relazione: e perché? Bioetica, biopolitica e tanatopolitica.
Intervista di Luisa Muraro
a Marisa Forcina, fondatrice e organizzatrice della Scuola
Come nasce la Scuola estiva, chi l’ha ideata, chi la vuole, chi la cura?
Ti posso davvero raccontare come nasce. Era febbraio, credo, del 2002 e con Francesca Brezzi, che era venuta dalla sua Università romana per tenere una lezione di filosofia morale, eravamo sedute nella mia cucina per un caffè. Il caffè non è mai solo una bevanda: se non c’è l’intossicazione della fretta e della banalità, è sempre occasione di un’apertura che consente di annusare anche un desiderio. Il nostro era il desiderio di costruire una costante occasione d’incontro tra filosofe che della libertà femminile facevano sapere e scelta di vita. Francesca Brezzi aveva già collaborato con noi dell’Università di Lecce per la realizzazione del convegno internazionale del 1992, dedicato a “Filosofia, Donne, Filosofie”. Quel plurale, “Filosofie”, ci caratterizzava aprendo a una pluralità non solo nella filosofia, ma nella politica e nei saperi e, perché no, anche nei modi di pensare. A cominciare dal femminismo. A patto, però, che ciascuno di questi modi di pensare corrispondesse a un modo autentico di essere, vissuto nella coerenza della propria esperienza e del proprio libero progetto di vita.
Tanti gli incontri di quegli anni, da Luce Irigaray a Françoise Collin ad Adriana Cavarero a Enrichetta Susi… e voi di Diotima, soprattutto te e Chiara Zamboni. Noi, che abitavamo in provincia, al Sud, eravamo legate ai luoghi di elaborazione e di pratica politica più noti e più importanti dall’andirivieni significativo di alcune: penso a Pina Nuzzo dell’Udi, ad Ada Donno della storica Wilf. Quando non ci potevamo spostare, facevamo venire chi avrebbe potuto essere per noi occasione di dialogo, di confronto, di autorizzazione a continuare, a essere, a osare. L’idea di una scuola estiva non era nuova. La scuola delle storiche era già un modello consolidato e molte avevano partecipato: io stessa vi avevo tenuto una lezione. Annarita Buttafuoco, che dirigeva quella scuola combattendo la sua malattia, per vari legami ci era vicina. Ma non ci fu il tempo di poterla coinvolgere.
Con il “Centro delle donne” di Lecce, completamente laico, avevamo sperimentato un sorprendente dialogo con un luogo di clausura: il monastero delle benedettine. Le monache benedettine a Lecce, e non solo, erano e continuano ad essere note per la produzione dei dolci di pasta di mandorla e, da alcuni anni, per la gestione della casa editrice Milella, ma sono note anche per la modalità con cui il monastero, da secoli, ha sempre saputo porsi al centro della vita delle città in un ascolto che di volta in volta si è rivelato come promozione di lavori o iniziative o soggetti o associazioni. La clausura non aveva mai privato la badessa né dell’autorità né della libertà che il suo ruolo di responsabile di tutti i monasteri femminili dell’Italia centro-meridionale le conferiva. Inoltre, il monastero non aveva mai avute abrogate le libertà che derivavano dal suo essere una abbatianullius diœcesis, ossia una abazia con giurisdizione episcopale. La nostra ricerca di libertà, di verità, di come vivere in modo autentico l’esistenza e le sue relazioni era completamente diversa da quel luogo, i linguaggi erano diversi, così come lo erano i paradigmi e le norme, ma in particolare con una monaca, suor Luciana, avevamo imparato a condividere alcuni passaggi, non certo verso i modelli e le norme, ma verso la medesima aspirazione a comprendere ciò che è vero ed essenziale. Scegliere il monastero come luogo per incontri femministi e, in seguito, per lo svolgimento della scuola, non fu solo una questione logistica, ma fu il tentativo di segnare una innovazione radicale di una geografia politica.
Restano le due altre domande: chi la vuole, la scuola estiva, chi la cura?
Certamente posso rispondere che l’Università la vuole, tanto più che da quest’anno ha scoperto che le scuole estive sono giudicate non solo positivamente, ma che realizzano un buon punteggio nel sistema nazionale di valutazione degli atenei. Ma, ben più che dall’Università, la scuola estiva è stata voluta da “noi”. E non sto usando il plurale maiestatis. Noi, siamo sempre la rete di relazioni che riusciamo a costruire. Oltre ai nomi che ho citato prima, potrei aggiungerne tanti altri, ma più significativi per motivi diversi sono stati certamente Christiane Veauvy, che ha sempre creduto nell’efficacia e nelle risorse che questa scuola mette in gioco, e Fiorella Cagnoni, che, da quando vive stabilmente nel Salento, ha rappresentato per la scuola estiva e non solo, nello spirito della Libreria delle donne di Milano, un sostegno efficace e generoso e un pensiero attento e rigoroso. Dalla definizione dei programmi alla collaborazione nell’ospitalità, all’aiuto per la cura degli atti, con il suo spirito critico la sua vicinanza è preziosa. E poi, ci sono a volerla questa scuola tante donne di varie città d’Italia che desiderano incontrarsi e confrontarsi nelle giornate leccesi. Con il loro iscriversi alla scuola ne permettono l’esistenza e la curano. Direi che vogliono la scuola anche le docenti che vi partecipano e che non hanno nemmeno il rimborso delle spese di viaggio.
Da parte mia impiego molte energie in questa iniziativa, anche perché desidero che il sapere che è stato prodotto dal femminismo al di fuori dell’Università venga riconosciuto e insegnato proprio nelle Università deputate ad essere il luogo di formazione per eccellenza. Non si tratta di dare legittimità a questo patrimonio, ma di diffonderlo ulteriormente, facendo sì che diventi davvero pensiero e sapere per tutti. Il femminismo come movimento ha innovato i saperi, a cominciare dalla filosofia e dalla politica. Far assorbire questi saperi dalla istituzione non significa prosciugarli, ma dare ad essi stabilità e, nello stesso tempo, consentire quello sguardo aperto pronto ad accogliere le ulteriori risorse e novità.
Quest’anno noto che, per la prima volta, anche l’inaugurazione della Scuola si terrà nel Monastero delle Benedettine di Lecce. In passato la prima giornata si svolgeva nella sede centrale dell’Università. Ho due domande: vuol dire che l’Università si tira indietro? Pensando alla tensione che c’è tra pensiero femminista e dottrina ufficiale cattolica, dobbiamo prevedere qualche cambiamento nell’impostazione della Scuola?
Le Università, soprattutto quelle periferiche, in questi ultimi anni hanno subito un impoverimento crescente. Far durare un giorno di meno la scuola significa poter risparmiare sulle spese. Ma il rapporto con l’Università si è complicato, paradossalmente, per la motivazione opposta. L’Università ne ha scoperto l’efficacia e ha equiparato la scuola estiva ai corsi di perfezionamento, ma contemporaneamente l’ha caricata di una serie di pesi normativi che diventano difficilmente sostenibili. Sicché come avviene sempre quando le norme proliferano, la paralisi è già dietro l’angolo. A meno che il desiderio di una politica altra non riesca ancora una volta ad alzare il tiro e le risorse, persino quelle dell’Università.
Il tema di quest’anno riguarda le relazioni. Oggi da tutte le parti si dà importanza alle relazioni, segno che forse, purtroppo, stanno diventando sempre più impraticabili. Vero è che, in passato, per salvaguardare le relazioni (in famiglia, per esempio) si sacrificava molta libertà femminile. Ti risulta che gli uomini che predicano le relazioni oggi siano disposti a sacrificare una parte dei loro privilegi? E non soltanto in famiglia?
Qualcosa sta cambiando, la cura non è vista solo come un peso, ma come un’occasione di crescita politica e spirituale da non sprecare. I giovani maschi cominciano a capirlo. C’è anche qualcuno più maturo, ma in gran parte mi sembra che ci sia un lungo cammino da fare, a cominciare da come noi madri ci relazioniamo con i nostri figli.
Leggo nel titolo una parola impressionante, “tanatopolitica”. Intuisco quello che cosa significa, politica della morte, ma nessun contributo messo in programma riguarda quest’argomento. Di che cosa si tratta, dunque? Delle mafie rese potenti dal loro disprezzo della vita? Dell’Isis che si fa propaganda con atroci spettacoli di persone ammazzate? Dei paesi che continuano a praticare la pena di morte? D’Israele che ha bombardato la popolazione della striscia di Gaza? O di che altro?
Semplicemente: il titolo rappresenta una contrapposizione politica. Da un lato, e prima, ci sono le relazioni, la cui efficacia e importanza è esplicitata in gran parte delle lezioni indicate nel programmi. In assenza delle relazioni, il potere governa con i suoi dispositivi la vita, la morte e i comportamenti della gente e abbiamo percorsi di bioetica, biopolitica e tanatopolitica. Nessuno spazio per il soggetto e i suoi desideri in una politica di questo tipo. Anzi è la guerra. Perché davvero questa terza guerra mondiale, che si sta combattendo a pezzi, come dice papa Francesco, è tale, non tanto perché riguarda pezzi di geografia, ma perché riguarda i pezzi di umanità che vengono completamente cancellati con forme sempre nuove di sradicamento. E lo sradicamento è la prima e più violenta politica di morte. Ne sappiamo molto noi che viviamo nel Salento, dove una politica di sradicamento dei nostri secolari ulivi presunti colpiti da xilella avrebbe innescato in realtà un dispositivo di desertificazione che avrebbe coinvolto non solo il terreno. Le nuove forme di guerra, guidate da aggressioni economiche si combattono così. Perché, a farne le spese, non sono più i soldati in trincea o gli uomini sotto i bombardamenti, a farne le spese è un paesaggio e l’anima che vi si riconosce e vi si rispecchia. E, quando muore l’anima, è l’inferno. E questo non è solo un linguaggio da credenti nel cristianesimo.
Nel sud dell’Italia, tra Napoli e Foggia, è vissuta una donna eccellente, Maria Celeste Crostarosa (1696-1755), il cui nome ha messo insieme, a Foggia, uomini di chiesa e donne del femminismo. Bene, ma io aspetto di vederlo comparire, quel nome, nei programmi della Scuola, tanto più che Foggia non è lontanissima da Lecce. Ci sarà molto da aspettare ancora?
Questo non te lo so dire. Come al solito tutto dipende dalle relazioni che sapremo coltivare. A cominciare da quelle di quest’anno durante la scuola estiva.
(www.libreriadelledonne.it, 13/6/2015)
Una bella notizia per chi legge in inglese (o in tedesco). Il nuovo libro di Ina Praetorius può essere scaricato gratis qui: http://www.boell.de/en/2015/04/07/care-centered-economy. Si intitola The Care-Centered Economy ed è un viaggio nel pensiero e nella storia occidentale che ci porta nel cuore del presente, ai tanti percorsi di pensiero e di pratiche che delineano un diverso paradigma.
Come viatico alla lettura, mettiamo a disposizione qui di seguito il più recente articolo di Ina pubblicato sul numero 111 di Via Dogana/Pausalavoro. (Giordana Masotto)
Una vita buona per tutti, in tutto il mondo!
di Ina Praetorius
Quella che segue è un’autointervista: Ina Praetorius infatti, si diverte molto di più a interloquire che scrivere saggi. Quindi spesso si fa intervistare dalla sua collaudata alter ego Beate Fehle (in italiano suona come Beata Mancanza). Qui parla del convegno “Care Revolution” che si è tenuto a Berlino dal 14 al 16 marzo 2014 presso la Fondazione Rosa Luxemburg.
Beate: Che sensazione è stata partecipare con cinquecento persone a un convegno dall’impegnativo titolo “Care Revolution”?
Ina: È stato come arrivare dopo un lungo viaggio. È da più di trent’anni, infatti, che so che il concetto di care/cura può essere la leva per mettere in moto una dinamica politica a livello globale. Nel 1982 è uscito il libro di Carol Gilligan In a different voice (ed. it. Con voce di donna, 1987), oggi considerato il testo classico che ha aperto la strada al concetto di “etica della cura”. Allora leggemmo il libro nel gruppo donne della facoltà di teologia di Zurigo e riflettemmo sull’esistenza di un’etica “femminile” e relazionale. All’inizio degli anni ’90, in un altro gruppo, abbiamo discusso sul lavoro di riproduzione e sull’economia della cura. Quali sono le peculiarità del lavoro di cura? Perché viene svolto gratuitamente o pagato male? Perché non viene considerato nelle teorie economiche? Perché viene considerato dominio delle donne? Che relazione ha con l’economia corrente di mercato? E così via.
Negli anni successivi sono usciti molti testi sull’argomento, per esempio nel contesto della IAFFE (International Association for Feminist Economics) fondata nel 1990. In quel periodo c’era un forte interesse per il concetto di care, che si collegava bene ai dibattiti precedenti sul lavoro di riproduzione e l’economia di sussistenza come anche alle questioni ecologiche. Ma poi il turbocapitalismo degli anni ’90 e la tendenza a decostruire i generi (che fu molto importante, ma ha fatto anche crollare molte certezze) hanno inghiottito ciò che poteva diventare un vasto movimento. Ora però, dopo tanti anni, sembra nascere qualcosa come un movimento per la cura. Non lo dimostra solo il convegno di Berlino, ma anche la campagna americana Caring-Economy (www.caringeconomy.org) e numerose nuove iniziative e pubblicazioni sull’argomento. Da quando in Svizzera la rete Denknetz ha dedicato la sua pubblicazione annuale al tema Care statt Crash (Cura o crash) ci sono perfino giovani uomini di sinistra che se ne occupano, come racconta mia figlia.
Così hai partecipato al convegno berlinese che aveva l’obiettivo di fare rete. Com’è andata?
Le organizzatrici si aspettavano l’adesione di una ventina di organizzazioni e 150 partecipanti. Ma le adesioni sono diventate 60 – anche noi come ABC della vita buona – e le iscrizioni 400. Alla fine eravamo 500 circa. Presenze molto diverse: persone handicappate che, insieme ai/alle loro assistenti, volevano riflettere sul diritto a una buona assistenza, madri, padri, bambini/e, comunità di cura autonome, ricercatrici di varie discipline, attiviste per la salute di Roma, la badante polacca Domanska che in Svizzera ha vinto una causa per paga inadeguata. E poi attivisti/e del reddito di base, persone iscritte ai partiti, provenienti da associazioni, dai media ecc. A me ha dato l’idea di una vasta coalizione, quel movimento-contenitore che sto aspettando da decenni.
È stata la crisi attuale a dare nuova energia al movimento? Si parla molto di emergenza della cura, tagli agli ammortizzatori sociali, migrazione di lavoratrici della cura, soprattutto dai paesi dell’Europa del Sud, si parla anche di una situazione insostenibile causata dai tagli al sistema sanitario, sociale e scolastico.
Sì, la parola crisi è già nella prima frase della mozione discussa e approvata nell’assemblea di chiusura. Non penso sia una scelta felice, perché può suggerire l’idea che senza la crisi attuale la cura non sarebbe un problema. Ma quella frase e il tono complessivamente difensivo, rivendicativo e convenzionale del documento, riflettono il contesto in cui è nato il movimento Care. Oggi è molto più chiaro – rispetto a dieci o vent’anni fa – che la politica ufficiale non mira alla vita buona di tutti ma al profitto di pochi. Ce ne rendiamo conto dappertutto: negli ospedali tagliano fino al collasso; madri e padri verificano che i discorsi su programmazione della carriera, conciliazione, equilibrio vita/lavoro, più che risolvere, mascherano la situazione; le persone anziane, se non sono sane e in forma, si sentono un peso per la società; il care-drain, il drenaggio assistenziale dall’Est verso l’Ovest e dal Sud verso il Nord, sottrae alle economie più povere una forza lavoro importante, che viene poi sfruttata nei paesi più ricchi, perché anche qui sono rimasti in pochi a poter retribuire in modo adeguato una buona assistenza. I problemi di cura oggi sono più acuti, ma questo non significa che fossero risolti prima, quando erano le donne a sentirsi ancora “naturalmente” responsabili per questo lavoro necessario.
Se ho capito bene, le ideatrici del convegno – in prima linea la lavorista Gabriele Winker di Amburgo – cercano di mettere insieme i vari contesti del lavoro di cura – case private, asili, ospedali, servizi di assistenza – fino allo stress individuale che nasce per la mancanza di tempo e la crescente difficoltà a badare a se stessi.
Sì, ed era ora che accadesse. Nel convegno di marzo si è deciso di privilegiare lo scambio di esperienze tra pratiche di diversi settori di attività. C’erano pochi discorsi teorici, e questo va bene. Il prossimo passo, però, deve essere lavorare a un linguaggio comune, affinché le/i singoli attori capiscano che hanno un progetto comune di trasformazione. A questo punto il nostro ABC della vita buona potrebbe essere importante: infatti, propone e definisce, in modo provvisorio, una serie di concetti. Ora si tratta di ripensare l’insieme in chiave postpatriarcale, al di qua delle linee di demarcazione tra destra e sinistra, liberale, conservatore o religioso: a partire dal fatto che tutti gli esseri umani nascono e sono dipendenti dalla cura, vulnerabili e mortali. E allo stesso tempo sono liberi di organizzare le loro condizioni di vita in modo da fare spazio ai bisogni e ai desideri e sentirsi accolti. Il motto del convegno “Una vita buona per tutti!” è un buon punto di partenza per far convergere le idee.
Come si andrà avanti adesso?
Ora le tante iniziative che hanno aderito dovrebbero fare rete e spiegare pubblicamente che cos’è questa Care-revolution. Ho notato, durante la imponente manifestazione del sabato pomeriggio, che molte/i passanti erano perplessi: Care? Ma cos’è? Non potete dirlo in tedesco? In ambito accademico, soprattutto nella ricerca economica, sociologica, sociosanitaria, nei gender studies, nell’etica filosofica e teologica, è già stato fatto molto buon lavoro. Ma tanti/e non si sono ancora resi conto che il passaggio da una società di mercato centrata sulla produzione di merci e sul profitto a una società di economia domestica, centrata sul bisogno e sulla libertà-in-relazione di tutti gli esseri umani, significa il cambio di paradigma decisivo della nostra epoca. Ora ci vuole un lavoro transdisciplinare di linguaggio e mediazione affinché il concetto-ponte di care/cura possa sprigionare tutto il suo effetto trasformativo.
Grazie per la conversazione. Continuiamo a rifletterci!
(traduzione di Traudel Sattler)
La questione che solleva Michela Barzi è molto attuale, lo è da molti anni. Non è una questione effimera e tanto meno si riduce a un confronto tra Spagna e Italia, per altro interessante. È la questione dei rapporti tra movimento femminista e politica. Ecco com’è stata formulata in passato:
Il femminismo è intraducibile in termini politici tradizionali, benché non possa farne a meno. Articolato punto per punto in obiettivi determinati, il femminismo si traduce e si tradisce al tempo stesso. Non c’è conquista politica che non comporti il rischio di ritorcersi contro le donne, da una parte; non c’è progetto politico, dall’altra, che possa assumere l’esigenza femminista. Per questo, non c’è dubbio, il femminismo si è costituito in movimento e ha sempre molto resistito ad assumere la forma di un partito. Radicale, deve venire a patti con le riforme; postmoderno, deve utilizzare le risorse dell’organizzazione sociale moderna. In questo momento di crisi del moderno, il femminismo corre dei rischi affidandosi alla politica non meno di quelli che corre se resiste a passarci attraverso. (La crisi del moderno di Françoise Collin)
Il femminismo è sul filo del rasoio o lo era per colei che scrisse queste parole, a metà degli anni Ottanta, nell’introduzione di un libro sull’originalità del femminismo. Françoise Collin è morta quasi tre anni fa, era cresciuta tra Bruxelles e Parigi, ha fondato e diretto la rivista Les Cahiers du Grif . Romanziera di formazione filosofica, dopo la svolta femminista si dedicò al movimento delle donne, viaggiando nel mondo francofono, dal Canada al Libano; è conosciuta e amata anche in Spagna e Italia.
(www.libreriadelledonne.it, 13/6/2015)
di Michela Barzi
Luisa Muraro si preoccupa a ragione per lo stato di salute di Raffaella Paita, la candidata PD alle regionali in Liguria il cui corpo sofferente racconta, meglio delle parole, a quali conseguenze può andare incontro una donna quando si misura con lo stile maschile delle competizioni elettorali. Ci dice, quel corpo di una magrezza impressionante (Marco Imarisio, Corriere della sera del 2/6/2015), che anche in politica, come in amore, si soffre per la sconfitta, il tradimento e l’abbandono e Luisa si chiede se ne valga la pena. Se la politica è cinismo e cattiveria non sarà il caso di farci entrare l’amore?
Alziamo per un momento lo sguardo dal desolante panorama italiano e guardiamo ciò che sta succedendo in Spagna. Laura Bosch, in un articolo apparso su Ingenere, sostiene che lì stia emergendo una nuova leadership femminile e fa un breve catalogo di nomi. Ada Colau, Manuela Carmena e Mónica Oltra da un paio di settimane sono, rispettivamente, sindaca di Barcellona, la prima, e di Madrid la seconda (sono in corso trattative con il PSOE), mentre la terza sarà la probabile presidente della regione di Valencia. Quest’ultima in una intervista al quotidiano El País ha dichiarato: abbiamo bisogno di molta intelligenza collettiva perché la politica messa al servizio delle idee e delle proposte si converta in uno strumento per migliorare la vita della gente. Un recente articolo di Open Democracy titolava: c’è la gente comune dietro ad Ada Colau. La nuova sindaca di Barcellona, che ha più volte affermato di non essere un personaggio politico ma la faccia più visibile del movimento Barcelona en Comú, dopo la sua elezione ha dichiarato: con questa vittoria, dovuta al lavoro di migliaia di persone, abbiamo dimostrato che la politica può essere fatta in modo diverso.
La filosofa Montserrat Galcerán afferma in un articolo apparso ieri su El País che il programma della lista Ahora Madrid, e della sua candidata Manuela Carmena, non solo assume un preciso impegno femminista individuando le disparità di genere o sottolineando gli spazi di potere e privilegio maschili, ma soprattutto immagina un modello politico ed economico che colloca il sostentamento della vita della gente nel centro della politica municipale in senso lato. (…) Pensiamo che sia necessario dare il giusto riconoscimento al lavoro di cura poiché esso funziona come base per l’organizzazione sociale ed economica, perché esso sostiene la vita delle persone.
Che sia possibile curare la politica dai mali che l’hanno portata così lontano dalle persone lo dimostra l’aumento della partecipazione al voto – anche in Spagna ormai attestata attorno al 50% – la quale è riuscita a crescere là dove prima delle elezioni si era messa in moto un’idea di cittadinanza attiva rappresentata dalle donne; non solo las alcadesas di Barcellona e Madrid o la presidenta della regione di Valencia, ma le tante assessore e consigliere elette.
Sarebbe bene guardarle un po’ più da vicino queste donne, in fondo non sono così distanti da noi per geografia e condizione. Si sono fatte sedurre dalla politica – lo strumento per cambiare lo stato presente delle cose – o sono riuscite a sedurre (letteralmente) chi dalla politica, ridotta a pratica della delega in bianco e del puro esercizio del potere, stava lontano da tempo? Se è vero che per innamorarsi bisogna essere in due, bisogna chiedersi perché da noi amore e politica non riescano ad incontrarsi.
(www.libreriadelledonne.it, 13/6/2015)
di Fulvia Bandoli
Principalmente per colpa di un uomo, il presidente uscente della Regione Liguria che ha voluto a tutti i costi una candidatura che fosse in continuità con lui e la sua Giunta per continuare ad esercitare il suo potere dietro le quinte, e forse anche per colpa di un altro uomo, Cofferati, che prima ha accettato di partecipare alle primarie sapendo che trucchetti di ogni genere nel suo partito ne avevano già fatti tanti e lui non aveva mai detto nulla, e quando le ha perse se ne è molto meravigliato e offeso fino al punto da andarsene via… e magari anche per colpa di un terzo uomo, Pastorino, un bravo sindaco giovane che è uscito dal Pd dopo quelle opache e scandalose primarie e si è candidato con varie forze di sinistra e ha preso il 10% dei voti… per colpa forse di questi tre maschi una donna, Raffaella Paita, soffre e sta male e non è riuscita a vincere e alla fine la Liguria è andata alle destre. Leggo e rileggo quel che ho scritto finora, sollecitata dalle cose scritte da Luisa Muraro, ma non mi convince né la sua lettura che incolpa un uomo, né la mia che prova ad incolparne tre.
I cittadini della Liguria hanno patito quasi dieci alluvioni in dieci anni. una più devastante dell’altra, hanno visto ricoprire il loro territorio di cemento a un ritmo forsennato, hanno perso attività commerciali, case, turismo, e con esso lavoro. Sono convinta che alla base di una astensione che tocca il 50% degli e delle aventi diritto di voto c’è questo disastro idrogeologico. E sono stati elettori ed elettrici di sinistra che avevano votato Pd anche un anno fa alle europee a non votarlo più per l’opinione negativa che avevano e hanno sull’operato della Giunta Regionale uscente della quale Paita era stata ed era assessora all’ambiente.
Questa lettura mi convince decisamente di più e mi pare assai più vicina alla vita quotidiana dei liguri.
Dopodiché io capisco e riconosco la fatica e il dolore di Raffaella Paita, ma vedo anche che avviene sempre così quando invece che mettersi in relazione e nelle mani di una o più donne, affidi il tuo destino politico solo e prevalentemente ad uno o più uomini.
(www.libreriadelledonne.it, 13/6/2015)
di Clara Jourdan
Il 9 giugno scorso, al Congresso mondiale dei giornalisti scientifici in Corea del Sud, il premio Nobel per la medicina 2001 Tim Hunt ha parlato della sua difficoltà di uomo a lavorare con le donne: «Ti innamori di loro, si innamorano di te, e quando le critichi piangono» e ha proposto di creare laboratori separati per uomini e donne. Dopo le polemiche subito divampate, il 72enne luminare si è detto molto, molto dispiaciuto, che non voleva offendere, solo essere onesto.
Il giorno dopo Tim Hunt si è dimesso da professore onorario. In un comunicato dell’11 giugno, arriva la conferma dell’University College of London, con questa spiegazione: «La nostra università è stata la prima ad ammettere studentesse donne dando a loro pari dignità che agli studenti maschi. E la nostra istituzione crede che questo esito [le dimissioni] siano compatibili con la politica di eguaglianza di genere che stiamo portando avanti». Cari signori, voi non avete capito niente!
Che venga data importanza anche mediatica ai temi e alle parole del rapporto tra i sessi in tutti i contesti, come ha fatto il premio Nobel, è una conquista del femminismo e va salutata come tale. E che la conclusione della vicenda siano le dimissioni, sia pure da un posto onorario, oltre ad essere preoccupante per la libertà di discussione vuol dire che gli sforzi per cancellare il femminismo in nome dell’uguaglianza continuano. Infatti il dibattito in internet sulle parole del professore è stato inteso come uno scontro tra fautori del Politicamente Corretto e fautori del Politicamente Scorretto (www.lastampa.it, 11 giugno 2015). E le parole del comunicato dell’Università sembrano confermare che la questione viene considerata chiusa, nei termini di “eguaglianza di genere”, e chi la riapre deve essere escluso.
Ma non è per mettere a tacere i problemi del rapporto tra i sessi che le scienziate hanno combattuto, dentro e fuori i laboratori, per poter fare il loro lavoro. Al contrario, molto hanno detto e scritto, dagli anni Settanta in poi, sui problemi creati dal modo di lavorare degli uomini e sui conflitti che le donne hanno dovuto aprire con i loro colleghi. Perché in gioco non c’è l’uguaglianza, c’è la differenza femminile, il suo apporto alla scienza, come abbiamo capito dalla famosa biografia che Evelyn Fox Keller ha scritto di Barbara McClintock, premio Nobel per la medicina 1983.
Che degli scienziati comincino ad ammettere pubblicamente i loro problemi di relazione con le donne è un passo avanti, non indietro.
(www.libreriadelledonne.it, 12 giugno 2015)
Risposta alla lettera di Alessandra De Perini
Cara Alessandra,
ammiriamo la tua costante e amorosa attenzione alle imprese delle altre. Tu offri una grande valorizzazione ripercorrendo quelli che vedi come elementi importanti e nuovi. Inoltre la precisione delle tue osservazioni obbliga a chiarire innanzi tutto a se stesse ciò che si sta facendo e dicendo. È una pratica politica importante, dunque innanzi tutto grazie.
Veniamo alle tue critiche.
TROPPE CITAZIONI.
È un’osservazione giusta. Tra noi c’è discussione su questo e già abbiamo scritto che a volte per alcune di noi la citazione è un modo per dirsi senza fidarsi pienamente del proprio sentire.
Faremo attenzione al loro uso.
Le useremo quando riterremo che le parole di altre possano aiutare chi ci ascolta a cogliere meglio ciò che stiamo facendo e dicendo.
Oppure quando i riferimenti a esperienze lette sui libri diventano ulteriori prove di ciò che stiamo dicendo. Ad esempio, riferendosi alle cause che creano difficoltà di parola pubblica autenticamente legata al proprio sentire e alle strategie per riuscire comunque a dirsi, Luciana porta gli esempi delle scrittrici Azar Nafisi e Ornela Vorspi (DWF n 3, 2012).
C’È UN LIVELLO INTERNAZIONALE DELLA RIFLESSIONE STORICA CON CUI È NECESSARIO INTERLOQUIRE.
Il tuo è uno stimolo ad avere più coraggio per intervenire pubblicamente e sappiamo che ci ha frenato il timore di disperdere le energie che rivolgiamo alla pratica.
Abbiamo però mantenuto una relazione privilegiata e costante con la storica di Barcellona María Milagros Rivera Garretas di cui abbiamo parlato in diverse occasioni e ora con le storiche di Duoda (Centro de Investigación de Mujeres de la Universidad de Barcelona y del Parque Científico de Barcelonahttp://www.ub.edu/duoda/web/es/home) che, in occasione del XXVI Seminario dal titolo evocativo Desxifrar el que se sent: la crida (Decifrare ciò che si sente: la chiamata), hanno invitato Marirì Martinengo a parlare proprio di storia vivente.
È vero perché si tratta di un lavoro profondo e richiede tempo ma ciò che produce la pratica della storia vivente è soprattutto un rafforzamento della propria soggettività che si ripercuote in tutti gli ambiti di azione di ciascuna di noi. Ad esempio Marina Santini e Luciana Tavernini si sono sentite autorizzate ad usare la loro competenza storica e pedagogica, chiedendo la collaborazione di decine di donne e usando modalità che vanno oltre i canoni storiografici per scrivere un libro di storia del femminismo Mia madre Femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo 2015).
Inoltre pensiamo che sia possibile una interlocuzione a distanza con chi sta creando, come noi, un simbolico diverso da quello patriarcale e capitalistico. Abbiamo individuato in altri testi pratiche simili alla nostra. Riteniamo che la ripartizione rigida dei saperi spesso abbia creato gabbie proprio per escludere la soggettività soprattutto delle donne ma non solo. Per esempio nei libri di Svetlana Aleksièvic, una giornalista che racconta le tragedie del mondo ex-comunista, del suo mondo, facendosi voce di un popolo, abbiamo riconosciuto un modo originale e soggettivo di fare storia mettendosi in gioco a rischio della propria vita.
Non consideriamo dunque solo storiche e storici. Vi sono soprattutto giovani come la documentarista Reynalda Del Carmen (2006) che esplicitano come all’origine della loro ricerca vi sia un nodo e come, indagandolo, vengano messi in luce aspetti impensati di un periodo storico: per lei, a partire dal silenzio della madre sulla scomparsa della sua amica più importante, la situazione del Cile dagli anni immediatamente precedenti la dittatura fino a oggi. http://www.libreriadelledonne.it/consonanze-tra-storia-vivente-e-il-documentario-reynalda-del-carmen-my-madre-y-yo/ . Il nostro desiderio è che altre sentano la forza che la pratica della storia vivente ha generato in noi e che, come scrivi tu stessa, mettano la pratica “in atto in prima persona in un contesto di relazioni di fiducia. È il passaggio più difficile: non si tratta di capire razionalmente, ma di mettersi in gioco, di sentirsi attraversate/attraversati dal tempo che passa e deposita nel fondo esperienze che domandano di essere nominate, “riscattate” dal silenzio.”
Insomma ci auguriamo che singolarmente, in due o in piccoli gruppi altre trovino il modo di portare alla luce i nodi sepolti in ciascuna e che questo permetta di liberare la singola e di costruire una storia libera dalle incrostazioni di quelle interpretazioni che mortificano o deformano l’esperienza femminile.
Milano 011/06/2015
Comunità di Storia vivente: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Marina Santini, Luciana Tavernini.
Circolo della rosa, 10 giugno 2015
Bianca Pitzorno ha scelto la nostra libreria per la primapresentazione italiana del suo nuovo libro La vita sessuale dei nostri antenati spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi (Mondadori 2015). La accogliamo con gioia e grande curiosità. Dopo alcune biografie, Bianca Pitzorno finalmente scrive un’opera di fiction sulle donne e per le donne. Una sorta di autobiografia della propria generazione, nata nel secondo dopoguerra. Ma anche una collana di storie, incastrate come matriosche, di donne dal destino diverso nel corso di quattro secoli. Introduce Liliana Rampello.
di Giovanna Pezzuoli
«Sofia è scatenata perché vuole uscire dai luoghi accademici, muoversi in piazza, nelle strade, entrare nelle case e nelle librerie…». Una metafora un po’ scherzosa per delineare gli intenti di IAPh Italia, il ramo italiano dell’Associazione internazionale delle filosofe. Ma chi è questa Sofia Scatenata? Un nuovo sito, innanzitutto, ma anche un percorso iniziato cinque anni fa che si articola in una miriade di progetti, attività editoriali, atelier di approfondimento su lavoro, corpo, educazione, arte, intercultura. Un luogo reale e virtuale dove si incontrano accademia ed esperienza, ricerca e femminismo, studio e politica. L’obiettivo è diffondere e comunicare la passione per la filosofia, a partire dal pensiero di donne, quel «pensiero dell’esperienza» che va oltre la sfera d’azione delle sole pensatrici di professione. Parliamo con Federica Giardini, docente all’Università di Roma Tre, una delle fondatrici di IAPh Italia e delle ideatrici del portale rinnovato che viene presentato oggi alle ore 19, a Roma, alla libreria Tuba, via del Pigneto 39/a.
«Il pensiero dell’esperienza» era il titolo scelto per l’incontro tenutosi a Roma nel 2006, dal quale poi è nata anche IAPh Italia. Un titolo che è una presa di posizione, un programma. Che cosa significa esattamente?
«Esprime la possibilità di pensare a partire da ciò che ci capita tutti i giorni, perché la teoria non è mai staccata dalla realtà, anche la più quotidiana. Una caratteristica del femminismo italiano dove non c’è stata separazione tra l’università e i luoghi delle donne. Al contrario dei Paesi anglosassoni: lo sviluppo dei women’s studies ha spesso allontanato l’elaborazione teorica dal movimento delle donne, con la conseguenza di relazioni ispirate alla competizione in una ricerca di successo che dà valore alla singola donna anziché alla collettività. La nostra intenzione è proprio salvare la modalità femminista del sapere relazionale vicino all’esperienza e insieme far restare questo sapere nei luoghi dove si origina».
Riguardo al sito, tu parli del rilancio, imprevisto, che le donne più giovani fanno delle istanze femministe. Femminismo è in questo momento una parola molto controversa, un po’ maledetta, non trovi?
«Io ho 50 anni, dunque non sono giovane, ma nemmeno una femminista storica. E questo, nei confronti delle donne in redazione, tutte fra i 20 e i 30 anni, mi ha facilitato. Nella mia assunzione di responsabilità non ho avanzato la richiesta di riprendere alla lettera tutto quello che era stato detto/fatto, avevo un margine di manovra che mi portava a guardare le donne più giovani con un atteggiamento di scoperta anziché dell’“io avevo fatto”. Del resto che le più giovani siano costrette per una malintesa forma di rispetto a ripetere quello che è stato detto in decenni precedenti non mi sembra nemmeno femminista. Il femminismo non coltiva forse la libertà, il desiderio, la potenza delle donne? Per capire le differenze con le generazioni passate, basta pensare alla inedita questione della precarietà del lavoro».
Tra i propositi di IAPh e del sito c’è quello di uscire dall’Accademia…
«Deriva da un dato biografico e politico del gruppo redazionale. La maggior parte di loro si è incontrata tra il 2007 e il 2010, anni di pienezza politica, era una meraviglia, penso al movimento dell’Onda… È rimasto l’amore per l’aperto. In realtà, la scommessa è tenere insieme tutti i luoghi dove accade qualcosa. L’università è una realtà bistrattata, eppure nei giovani di 20/30 anni c’è un desiderio molto forte di sapere e sono velocissimi ad apprendere. Devono essere messi in condizione di farlo, l’università deve restare un luogo dove questo desiderio può esprimersi e crescere».
Dunque anche istituzioni come l’università vanno riaperte a un sapere collettivo?
«Organizziamo seminari dentro e fuori l’università. Al primo, dedicato al tema della sessualità, che si è svolto nel 2012 alla Casa Internazionale delle donne, è seguito un secondo ciclo di incontri all’università su Il secondo sesso di Simone De Beauvoir, un classico discusso in rapporto con il presente. Pubblicato per la prima volta nel 1949, è un’opera a 360 gradi, che fa leggere e rileggere vita, cultura, politica: dalla storia ai miti, dalla sessualità alla maternità fino al lavoro. E qui si è posta anche la questione di come comunicare, di quale linguaggio e di quali strumenti usare con giovani a volte del tutto a digiuno dei saperi femministi».
Progetti per il futuro?
«Tra le novità del sito ci sono l’avvio dell’attività editoriale con testi attorno ai nodi della politica femminista maturati nel corso di un anno, come il rapporto fra donne e neoliberismo, e con i Dossier IACPh Italia, sul cibo, su Milano Expo, sulla città… E poi, la pubblicazione di tesi che dimostrano un livello di stupefacente intelligenza delle giovani donne. A breve, partirà anche un bando per nuove tesi. Infine, ci sarà un’intensificazione dei seminari di formazione: a settembre si svolgerà un seminario sulla pensatrice napoletana Angela Putinomentre a novembre un altro ciclo di incontri sui lineamenti del pensiero femminista si articolerà in alcune parole chiave per offrire gli strumenti di base. Seminari che si svolgono all’università ma sono aperti a tutti».
L’obiettivo finale?
«La mia ambizione è creare un centro di ricerca attivo, a cavallo fa università e società, per rispondere ai bisogni materiali, mangiare, dormire, e al tempo stesso al desiderio di sapere».
Quali sono le filosofe a cui fate riferimento?
«Inizialmente ci siamo rivolte ai classici francesi e italiani, da Luce Irigaray e Françoise Collin a Luisa Muraro e Adriana Cavarero. Più di recente, insieme alla collega Anna Simone, ho lavorato sull’idea che sia finita la contrapposizione fra liberazione simbolica e materiale delle donne. Si è aperto così un dialogo con gruppi come i Quaderni viola torinesi, che fanno una critica femminista al pensiero della differenza, o come i collettivi padovani che sono partiti dalla critica al lavoro di cura, ispirandosi all’insegnamento della filosofa Silvia Federici. Poi c’è tutto il capitolo della teoria del gender dell’americana Judith Butler. Non a caso uno dei tre o quattro maschi che sono in redazione è Federico Zappino, proprio il curatore delle opere di Judith Butler».
Dunque di femminismi non ce n’è uno solo?
«Non semplifichiamo confondendo il pluralismo con la democrazia. Occorre pendere posizione, mantenendo la capacità di dialogare».
Progettate anche interventi sul territorio?
«Alcune componenti della redazione cominciano ad avviare nuovi luoghi di pensiero e d’azione; e il sito rafforza la propria vocazione ad essere un laboratorio fisico-virtuale per concepire una giustizia che, pensata da donne, è ricerca di giustizia per tutte e tutti. Come scriveva Clarice Lispector “tutto il mondo deve cambiare, perché io possa esservi inclusa”».