Un percorso nel volume Prospettive femministe (Caterina Botti, Espress Edizioni 2012) di Laura Colombo


Poche decine d’anni sono nulla in confronto ai millenni di egemonia nella storia del pensiero (e non solo) eppure le donne, in un soffio, sono riuscite a dare alla loro presenza il segno forte della consapevolezza e così il pensiero femminista oggi può dare un ricco contributo alla riflessione morale, “quando essa si articoli intorno ad alcune questioni che caratterizzano la nostra quotidianità”[1]. Questa la tesi che sottende il volume di Federica Botti Prospettive femministe, che si addentra nei temi classici della bioetica – aborto, pma, neonati estremamente prematuri, fine vita – orientandosi con l’elaborazione femminista per proporre una nuova visione. Il corpo femminile è stato il luogo di conflitto fra uomini e donne, la posta in gioco essendo il controllo del corpo fertile e il dominio maschile. “L’idea che le donne siano più prossime al mondo materiale, ai sensi, alla generazione, all’animalità, alla natura e lontane o prive di ragione e, in quanto tali, soggetti inferiori o più deboli o comunque da tutelare, resiste anche al variare dei paradigmi filosofici e delle interpretazioni di questi stessi termini, come anche ai cambiamenti sociali che avvengono nei secoli successivi”[2].

Tuttavia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la Storia è stata attraversata da forti passioni politiche, dalla ribellione dei giovani, dalla ricerca di culture alternative a quella occidentale e in questo clima prende avvio il movimento delle donne, o meglio, il femminismo della seconda ondata. Come spiega bene Caterina Botti nella prima parte del suo volume, si possono “distinguere due strategie femministe. La prima è quella cha ha per fine l’emancipazione (o liberazione) della donna da una condizione di oppressione e discriminazione. […] Venendo, invece, al femminismo radicale e poi a quello della differenza, lo scopo in questo caso è quello di conquistare la libertà (e non l’emancipazione o la liberazione) delle donne; soprattutto la libertà di rappresentare se stesse a partire da sé, non negandosi nella figura dell’androgino o dell’astratto «essere umano», né assimilandosi all’uomo né tantomeno rimanendo prigioniere della rappresentazione maschile della donna”[3]. A mio parere è precisamente questo il punto: in un clima politico attraversato dai movimenti, il femminismo della seconda ondata nasce distaccandosi dalle loro ideologie, dal loro linguaggio, dalle loro pratiche, nasce con il gesto della separazione dalla politica degli uomini per formare gruppi di sole donne. È stato un gesto pratico e simbolico di enorme portata: non era contro gli uomini ma per l’indipendenza da loro sguardo e dal loro giudizio, in altri termini era la fuoriuscita delle donne dall’ordine simbolico patriarcale. Per questo quella femminista è stata definita l’unica rivoluzione riuscita del Novecento, per aver incrinato un ordine che sembrava immutabile. È stata una rivoluzione dell’ordine simbolico: pensiamo al rapporto tra i sessi, cambiato completamente a causa del femminismo. La modificazione è stata rapidissima rispetto alla storia millenaria del patriarcato, che legittimava (nel senso di un’ovvietà insita nel rapporto stesso) il dominio maschile sul corpo femminile. Non sono finiti i soprusi e le violenze maschili, ma l’ordine simbolico che nella storia ha significato l’inferiorità femminile, la sottomissione delle donne e la loro costrizione in un destino già scritto è tramontato. Le femministe radicali non chiedono di essere incluse nella civiltà maschile. Invitano piuttosto ad approfittare dell’assenza dalla Storia, per ripensare la vita e il mondo.

Ritengo che la posizione radicale sia anche oggi essenziale, perché i temi bioetici hanno come fulcro il corpo femminile, corpo capace di generare, su cui continua il conflitto fra uomini e donne. Così Caterina Botti, facendo tesoro degli sviluppi del pensiero femminista che non si arrende al nichilismo o al relativismo morale, parte dall’importanza della virtù della cura per mettere al centro la virtù della consapevolezza. Si tratta di una virtù che ha a che fare con la capacità di sospendere i giudizi senza sospendere la cura, anzi di fare della sospensione del giudizio una forma di cura, una trasformazione di sé verso gli altri. Per Caterina Botti, dunque, il punto di partenza per scardinare l’universalismo della morale è l’etica della cura, che “pone al centro la capacità (data o da sviluppare, femminile o umana, a questo punto non è rilevante) di essere solleciti nei confronti dei bisogni degli altri individui nella loro particolarità e nella loro matrice relazionale. L’etica della cura dunque è una moralità dell’agente, più che dell’azione, centrata sull’attenzione alle relazioni e ai diversi contesti in cui gli individui interagiscono, più che su procedure razionali che astraggono dal contesto e dalle particolarità di ciascuno proprie invece delle morali universalistiche”[4]. Per il passaggio dalla virtù della cura a quella della consapevolezza Caterina Botti fa leva sulla possibilità di percepirsi immaginativamente. È, dico io, una posizione pratica che le donne sanno molto bene non a causa di una loro particolare essenza o natura, ma proprio per le invenzioni che hanno saputo trovare dentro a una condizione che le voleva mancanti, invenzioni che hanno portato alla scoperta della singolarità. Le donne hanno saputo fare della singolarità un microcosmo (che è un universo) fatto di materia e spirito insieme, superando la dicotomia patriarcale fra alto e basso, anima e corpo, natura e cultura. Di più, la scoperta della singolarità è già superamento dell’individualismo, per la capacità di percepirsi come essere umano in carne e ossa, già preso in una serie di relazioni. A partire da questa particolare posizione, quindi, è possibile spingersi oltre l’etica della cura e Caterina Botti pone “accanto alla virtù della cura o della sollecitudine, la centralità di una virtù della critica di sé, della consapevolezza dei propri limiti o dell’umiltà. […] Questa virtù dovrebbe rinviare alla consapevolezza che andare incontro agli altri vuol dire anche mettere in discussione ciò che si pensa di sé e di loro, cioè esporsi, ascoltarli e trasformarsi, pur non potendo nel fare questo uscire completamente e da sé e dai propri limiti”[5].

A partire da queste premesse l’autrice, nella seconda parte del suo libro, inizia a descrivere il contributo del pensiero femminista in bioetica, affrontando gli interrogativi morali posti dalle procedure mediche che hanno modificato la nascita, la riproduzione e la fine della vita. Ripercorrendo i punti di vista del femminismo, sottolinea come nell’applicazione ai casi della bioetica il paradigma morale della cura abbia riscosso particolare interesse. Recentemente su questo tema è uscito il libro di Letizia Paolozzi Prenditi cura (et al. 2013), che dà conto delle ultime riflessioni femministe in questo ambito, facendone materia politica, a partire da un documento di un gruppo della Casa Internazionale delle donne di Roma.
Caterina Botti fa riferimento a quella concezione della morale in cui è cruciale la capacità o la virtù di essere solleciti nei confronti dei concreti bisogni degli altri. Capacità o virtù che richiede l’ascolto, il dialogo e l’immaginazione. Quest’ultima ci mette in grado di rivedere e allargare il nostro punto di vista e sentire meglio ciò che è in gioco in una determinata situazione. A mio parere il discorso intorno al corpo diventa filosoficamente e politicamente interessante quando non è separato dalla pratica politica originaria del femminismo radicale, racchiusa nella famosa formula “il personale è politico”, proprio perché da qui può nascere una nuova politica e un nuovo pensiero. La stessa Federica Botti è familiare a questa pratica quando scrive. Possiamo citare, oltre a questo libro, anche il meno recente Madri cattive (il Saggiatore 2007) in cui, a partire dalla sua esperienza, si interroga coraggiosamente sui motivi del silenzio intorno alla gravidanza e sul perché il discorso pubblico eviti di riconoscere le donne come soggetti e agenti morali già in relazione, anche durante la gestazione.

Tornando alla storia che ha accompagnato la legislazione sull’aborto, vediamo come la politica istituzionale abbia dovuto (o avrebbe dovuto) confrontarsi con il discorso femminile sul corpo che proponeva la possibilità di depenalizzare, ovvero sottrarre all’intervento legislativo, un aspetto intimo della realtà umana femminile. Lo Stato sull’aborto non doveva legiferare, ma lasciare alla volontà, ai desideri e alla competenza delle donne la possibilità di risolvere la contraddizione posta da una gravidanza non desiderata, materia che esige il desiderio femminile. Sappiamo bene che il dibattito sulla depenalizzazione è ritornato attuale nel caso del referendum sulla procreazione assistita del 2005. Il punto politico forte del femminismo radicale è quindi, più in generale, che non si tratta di battersi per i diritti delle donne (dove lo Stato è la controparte), ma che lo Stato faccia un passo indietro quando si tratta del corpo delle donne, puntando sullo scambio tra donne, sulla misura e la capacità di autoregolarsi che deriva dalle relazioni e dalle pratiche tra donne. Quindi se guardiamo all’aborto, alle tecnologie riproduttive, alle questioni del fine-vita e in generale alla bioetica, la lotta politica del femminismo radicale è stata ed è la capacità di creare un vuoto di norma e di farne un luogo di effettiva libertà (non di pura licenza) per donne e uomini, con senso di viva responsabilità verso le persone più deboli. Caterina Botti, a partire da questo punto politico, propone una “ricostruzione della moralità […] che parta, in primo luogo, da una considerazione relazionale della condizione umana, che consideri cioè che gli individui nascono, si sviluppano e vivono in reti di relazioni […]; in secondo luogo, che consideri che la moralità o la virtù degli individui si caratterizzi nei termini del loro essere solleciti nei confronti degli altri con cui sono in relazione e abbia quindi a che fare con il saper gestire tali relazioni”[6]. In merito all’aborto, per esempio, Caterina Botti tenta di sciogliere il nodo della presunta colpa etica di chi abortisce, mettendo a tema la competenza morale delle donne. Il valore della scelta femminile, di fronte a una gravidanza o all’aborto, non va rivendicata sulla base di uno spazio vuoto di libertà, ma di uno spazio pieno di responsabilità, che emerge dalla peculiarità dell’esperienza stessa della gravidanza. “La donna è quindi sì libera di decidere, ma non lo fa come una persona qualsiasi, lo fa come colei che è in quella specifica relazione e se ne sente responsabile”[7]. I conflitti ci sono, in primis con l’altro sesso, ma sulla riproduzione la prima parola e l’ultima va lasciata alle donne e ciò non significa negare la parola agli uomini ma dare valore al conflitto, sia quello interno a sé che quello con l’altro, proprio perché vi è una forte asimmetria delle parti in causa che deve essere riconosciuta per creare lo spazio in cui la parola può darsi. Nella gravidanza il corpo femminile fa esperienza dell’essere due in una, posizione che scalza immediatamente quella dei diritti contrapposti (il diritto alla vita dell’embrione, quello della donna di abortire, quello dell’uomo di diventare padre): è dall’accettazione profonda da parte della donna della vita che ha dentro, dal consenso che intimamente lei dà, che può svilupparsi una relazione con la creatura che porta in grembo e una nuova vita umana. Per questo sull’aborto Caterina Botti riprende la posizione della depenalizzazione, per rimettere al centro la responsabilità delle donne. Dando valore alla loro scelta e competenza di diventare o meno madri, viene riconosciuta la responsabilità esercitata nelle relazioni, a partire da quella con l’embrione e poi quella con l’eventuale partner e gli altri significativi per sé.

Il tema della responsabilità, insieme a quello dell’asimmetria tra i sessi, ritorna anche quando si parla di procreazione assistita. Caterina Botti ci tiene però a ribadire che non c’è misura esterna che possa dire cosa è giusto fare, non c’è un ordine superiore, ma si tratta di fidarsi e di confidare nelle relazioni. L’unica cosa che, di nuovo, può fare ordine è il primato della soggettività femminile, con le sue competenze e il suo maggiore coinvolgimento, non solo mentale e immaginativo, ma anche fisico. “La mia tesi è che a causa della specialissima relazione che instaurano con il feto durante la gravidanza, le donne avvertono […] in modo più pressante la responsabilità della scelta e quindi decideranno con più attenzione e scrupolosità, ponderando in modo migliore le informazioni disponibili, ovverosia in modo responsabile”[8]. Passando dal livello morale al livello legale, ancora una volta queste considerazioni dovrebbero portare a scegliere impianti normativi leggeri. Speriamo che Botti in un futuro libro affronti in modo più approfondito le problematiche che riguardano la procreazione surrogata (la scelta della maternità per altri), qui solo accennate.

Anche riguardo al delicato tema del fine-vita e del testamento biologico, Caterina Botti parte dalla consapevolezza delle competenze delle donne, che da sempre si sono occupate non solo di nascite e bambini, ma anche di malati, anziani e moribondi. Ancora una volta, il principio morale della libertà (non disincarnata) e della responsabilità può offrire un orientamento, perché si basa sulla centralità della soggettività e della relazione con l’altra, l’altro. Così Caterina Botti presenta un ulteriore rovesciamento di prospettiva: partendo dai diritti dei malati arriva ad argomentare l’indifendibilità, da un punto di vista morale, di un medico che non tenga conto delle volontà del paziente. Certamente il discorso della soggettività e della scelta del paziente è più delicato e c’è forte disparità tra medico e paziente. Tuttavia, sulle relazioni “dispari” l’esperienza femminile del prendersi cura di una creatura piccola, totalmente dipendente, ha molto da dire. Quindi di nuovo assume una posizione di primo piano la relazione, l’unica dirimente: in questo caso si tratta della relazione medico-paziente, ma anche della relazione tra il paziente e la persona di fiducia scelta, se si tratta di un eventuale testamento biologico.

In conclusione, questo libro ci mostra che in questo momento storico a dir poco difficile, assumere come orientante il punto di vista soggettivo delle donne con le loro competenze relazionali, ci permette di ripensare la civiltà, tenendo insieme responsabilità e libertà.

[1] C. Botti, Prospettive Femministe, Espress Edizioni, Torino, 2012, p. 89

[2] Ivi, p. 20

[3] Ivi, p. 29

[4] Ivi, p. 47

[5] Ivi, p. 56

[6] Ivi, p. 109

[7] Ivi, p. 111

[8] Ivi, p. 163


(BIOETICA Rivista Interdisciplinare, Anno XXII n. 1-2, dicembre 2014)




Che cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Cucinano, ovviamente, ma per chi? per altre donne e uomini che frequentano la Libreria delle donne e amano quello che significa: una politica delle relazioni e della soggettività femminile libera. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Estìa era l’antica dea del focolare. Preparato con passione e arte, il cibo dalla cucina passa tra i tavoli a nutrire la buona conversazione, creando cultura condivisa. Affiora così il legame tra convivenza civile e preparazione del cibo, che è uno dei grandi contributi delle donne alla civiltà. Loro, le sei signore della cucina, la chiamano cucina relazionale. In questo piccolo libro, Fuochi, hanno riposto alcuni dei loro segreti e dei loro vissuti. Sono racconti, pensieri, fatti e naturalmente… ricette.

di Giovanna Pezzuoli

Sono sei cuoche per passione, o anche cuoche dalla nascita, come si definisce una di loro, certo cuoche non per caso. Eppure sono architette, docenti al Politecnico di Milano, formatrici, giornaliste, esperte di comunicazione… Che cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano (in via Calvi 29) sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Loro, le sei signore dei fornelli, la chiamano cucina relazionale. E ora in un piccolo libro hanno riposto alcuni dei loro segreti e dei loro vissuti, tra racconti, pensieri, fatti e naturalmente… ricette.

«Fuochi. La cucina di Estìa» di cuoche varie, a cura di Liliana Rampello, viene presentato dalla Libreria delle donne  oggi alle ore 19,30, alla Cascina Triulza (dalle 19 biglietto Expo 5 euro; per raggiungere la Cascina, dietro al padiglione Corea, M1 Rho/Fiera o Passante Ferroviario Expo). Saranno presenti, con Sabina Ciuffini, Ida Farè, Stefania Giannotti e le altre autrici.

Perché Estìa? Dea greca del focolare e del nutrimento, Estìa è una dea zingara che ama vagabondare felice dell’accoglienza che ogni città le riserva, lasciando a Dioniso il suo posto alla mensa degli dei dell’Olimpo.

Estìa è anche il nome della piccola comunità delle cuoche che oltre a firmare questo libro, cucinano, a turno, o alcune volte insieme, per altre donne e uomini che frequentano la Libreria delle donne e amano una politica delle relazioni. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Eccole dunque: Ida Farè, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi e Ottavia Colabella.

Ma, al tempo della libertà femminile, che cosa ci fa la dea del focolare (e dell’accoglienza) nel cuore della politica delle donne?

Risponde Ida: «Io credo che ci stia benissimo, poiché nel nuovo secolo gran parte dei nuovi lavori si orienta verso un’economia della cura, cura dei corpi, cura della terra, e verso un’economia dei servizi alla persona».

Così, nella cucina relazionale il cibo dalla cucina passa tra i tavoli a nutrire la buona conversazione, creando cultura condivisa.

Prosegue Ida:

«Di solito nelle cucine i ruoli sono ben definiti. Chi pela le patate e taglia le verdure e chi invece fa solo lo chef. Da noi non è così. Mi ricorda un po’ la mia esperienza quando lavoravo al “Manifesto”, un giorno scrivevi l’articolo di fondo, l’altro stavi in tipografia… Anche qui tutte fanno un po’ di tutto e quello che vogliono!»

Ma il risultato è sempre un cibo preparato ad arte, dribblando quello che scherzosamente Ida chiama «punto di catastrofe», ovvero l’incidente che in cucina può mandare tutto all’aria oppure risolversi con un gesto creativo.

Spiega Stefania, l’unica che ha provato l’avventura del mestiere: «Non c’è molta differenza nel cucinare per le amiche o per professione, la passione, la fissazione per il cibo sono le stesse. Del resto come sarebbe possibile resistere senza passione in piedi ai fornelli, per ore e ore, a quelle temperature infuocate? Un clima relazionale si crea anche in un ristorante che è un po’ come una grande famiglia. Nel mio caso la passione per la cucina si è incrociata con quella politica. E nutrire il pensiero oltre che i corpi è ancora più bello…»

Cucina di memoria, quella di Estìa, un sapere che inizia con una bambina che, magari in piedi su una panchetta, guarda sua madre o la nonna o un’altra donna, impegnata ai fornelli. Aggiunge Stefania:

«Questo non contraddice una forte attenzione verso tutto ciò che è innovativo. A volte i giovani si rivolgono solo all’innovazione, ma un grande chef come Massimo Bottura, il numero due al mondo, dice che sua madre lo ha aiutato a capire ogni cosa. La memoria non è un ostacolo alla creatività»

Così Ida ricorda le parole di sua zia su «i tempi, il crudo, il cotto, il taglio, il tritato, il bollito, il bruciato, il rimedio, il salvato e il gettato…». Perché la zia raccomandava di imparare soprattutto «le basi», ossia le tecniche e i tempi del cucinare che sono come un alfabeto e insegnano quando e come alzare o abbassare un fuoco, la differenza dei brodi di carne o di pesce, cosa sono il «punto di fumo» dell’olio per i fritti e il fondo di cottura dell’arrosto, come lavorare una pasta o una pastella…

Perché le donne che hanno sempre nutrito il mondo e «costruito una ferrea economia domestica sulla base del bricolage del possibile», possono ora attingere a questo sapere antico al tempo della libertà femminile, quando il privato domestico non è più una prigione, né l’unico destino possibile.

Il tempo speso in cucina, scrive ancora Ida, «è un esercizio della mente, una lotta con le scadenze, gli appuntamenti e il saper fare delle mani, un insegnamento per il controllo delle emozioni, mette alla prova nelle relazioni, è una efficace medicina contro la depressione… Ma c’è un ultimo fattore, raccomandato dalla dea, che forse è il più importante, ed è la misura. La misura è una lotta tra il troppo e il troppo poco, che in cucina si esprime con il misterioso q.b. (quanto basta)».

La relazione è dunque il filo d’oro che unisce le nostre cuoche in un vincolo tanto importante e riuscito quanto più è leggero: «la cucina diventa un danzare tra intimi pensieri, fuochi, cipolle, patate e coltelli» scrive Annamaria Rigoni. «Il gesto di cucinare anche se affrontato in solitudine ha già come compagni i consumatori: a loro pensi, che ti stanno muti e invisibili a fianco per tutto il tempo. Se piacerà, se possono mangiare tutto, chi detesta l’aglio e chi odia la cipolla…», scrive Stefania Giannotti e aggiunge: «Il cibo è percorso facile e abbreviato, per favorire la comunicazione. È un piacere da donare e condividere, per di più un piacere del corpo, quindi forte, ma anche praticabile e spendibile con leggerezza. Non ci sono molti altri modi per scambiare il piacere del corpo oltre al sesso, assai più problematico…».

Cucina come attività manuale e di pensiero che diventa arte, passione, fissazione, «fare autorevole e servizievole insieme senza riprodurre il rapporto servo-padrone», osserva Clelia Pallotta. E a questo proposito Stefania cita la grande filosofa Simone Weil: «la civiltà più completamente umana dovrebbe essere quella che ha per centro il lavoro manuale, quella in cui il lavoro manuale costituisce il valore supremo».

E come piccolo dono, ecco due ricette:

Pasta alla poverella (di Ida)

Ingredienti: cipolle, acqua, rosmarino, olio e sale. spaghetti, maccheroni o quello che c’è.

Le cipolle abbondanti e tagliate fini vanno cotte e stracotte con olio, sale e acqua fino a formare una crema alla quale infine si aggiunge un trito di rosmarino. La pasta può essere lunga o corta, meglio ancora se si trova a forma di losanghe. Quando questa ricetta poverissima è entrata nell’Olimpo della cucina mediterranea al posto dell’acqua si è cominciato a usare il vino bianco, ma io preferisco la versione originale alla quale non faccio mancare pepe e pecorino.

Zuppa di scarola ceci e scaglie di pecorino (di Stefania)

Si incomincia dalla sera prima mettendo a bagno in acqua con una punta di bicarbonato (serve ad ammorbidire) circa 80 gr. di ceci a persona. La mattina li metto subito a cuocere con una carota tagliata a tocchetti, e un bel gambo di sedano o meglio l’interno di una piantina. Insomma sedano. Uno spicchio di aglio anche intero tanto si disfa e tre o quattro foglie di lauro che poi toglierò. A parte cuocio in un tegame con uno spicchio di aglio imbiondito in olio extravergine di oliva una o due piante di scarola pulita, lavata e tagliata a striscioline. Aggiungo un peperoncino fresco sminuzzato e salo. Dovrebbe essere sufficiente l’acqua sua, ma se la vedete asciutta aggiungetene un bicchiere. Passano diverse ore ma non so dirvi quante, certe volte due certe volte tre… prima che i ceci siano cotti. Ora li scolo ma non troppo e gli unisco la scarola. Controllo la densità (non deve essere troppo liquida), il sapore (non deve essere troppo saporita perché aspetta il pecorino), e se è piccantina abbastanza o necessita di una grossolana macinata di pepe nero. La servo già spiattata nelle fondine con una bella manciata di pecorino romano che preferisco a piccolissime scaglie, ma va bene anche grattugiato.

 

(27esimaora.corriere.it, 14/7/2015)

di Mariana Mazzucato


L’emergenza ellenica riguarda tutta l’economia, dai dati “macro” alle singole imprese. Ma l’ipocrisia tedesca e il rigore “copia e incolla” non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L’austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli.

 

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

 

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

 

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

 

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

 

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

 

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.
La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

 

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

 

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

 

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

 

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la domanda negli altri paesi?).

 

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

(Repubblica, 13/7/2014)

di Clara Jourdan


Ho letto con interesse il resoconto di Nadia Lucchesi del convegno di Mestre del 20 giugno scorso Un passo avanti, d’autorità (www.libreriadelledonne.it, 2 luglio 2015). Convegno ricco di riflessioni sul tema della sovranità e dell’autorità; però, se il resoconto è fedele come credo, con una partecipazione limitata all’area geografica nord-orientale e con importanti assenze anche da quell’area. Un fatto che colpisce, perché voleva essere un convegno nazionale e una seconda tappa rispetto al convegno di Roma del 29-30 marzo 2014 Invito al passo avanti, d’autorità, che aveva visto significativi contributi da ogni parte d’Italia (gli atti in Autorità femminile nell’agire politico e nell’amministrare, numero speciale di “Autogestione Politica prima”, 2014). Non si tratta di un fatto principalmente geografico, per quanto la geografia conti: ci sono donne che per amore della politica spendono molto in viaggi, specialmente dal sud, ed è comprensibile che a volte debbano rinunciare, ma perché queste donne hanno rinunciato proprio a questo convegno? Dirò perché non ci sono andata io, che pure non abito tanto lontano. Non ci sono andata perché la lettera di convocazione (http://www.libreriadelledonne.it/un-passo-avanti-dautorita-2/) mi ha messa a disagio. Mi ha messa a disagio per il titolo, per il testo, per le firme, ma ho cercato di passarci sopra. Io sono una di quelle che evitano i conflitti, nemmeno li voglio vedere. Infatti, parlando con alcune amiche di Città vicine – che insieme alla Mag di Verona e all’associazione “Autorità femminile nella politica” erano tra le promotrici del precedente convegno di Roma – ho cercato di smorzare le loro critiche alla lettera di convocazione e ho incoraggiato chi poteva ad andare a Mestre. Forse dunque non ci sono andata perché non me la sentivo di affrontare una situazione difficile.

Se fossi andata, dopo essermi chiarita dentro, avrei cercato di dire questo: l’incontro è stato promosso da una ristretta cerchia di donne, donne che conosco (quasi tutte) e che stimo, ma il titolo di questo convegno è quasi identico a quello di Roma dell’anno scorso, dunque stiamo proseguendo un percorso che ha coinvolto un ampio giro di relazioni e riferimenti (come si può leggere negli atti menzionati); il legame con quel convegno non può essere solo nominato come un “precedente”, deve essere esplicito e presente nei fatti, mantenere il suo alto livello di coinvolgimenti e, se ci sono stati contrasti con alcune sue promotrici, bisogna superarli perché siamo in un’impresa grande. Anche il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli (la cui pubblicazione nel 2013 è presentata nella lettera di convocazione come l’inizio del percorso che ha portato a questo convegno), libro senz’altro buono, si inserisce in un percorso di relazioni, pratiche, riflessioni già iniziato e sviluppato pubblicamente da molti anni in tanti incontri, penso in particolare a quelli promossi dalle Città vicine, dalla Mag, da Identità e differenza. Allora, per poter «rendere concreta e operante una rete nazionale di legami politici in cui far convogliare e interagire le invenzioni, le pratiche, la sapienza femminile di governo» (cito dalla lettera di convocazione) il libro può dare un contributo molto più efficace se non si pone come unico riferimento. Riconoscersi in un percorso dà forza: allarga l’orizzonte e approfondisce la capacità di mediazione. Gemma Beretta era presente al convegno e ha saputo dire una cosa importante che condivido: «Un passo avanti è già stato fatto», ha detto, «perché oggi l’autorità femminile è riconosciuta da tante e tanti».

In un percorso pieno di ostacoli maschili come quello dell’autorità femminile al governo, il problema che vedo io viene da noi stesse perché tendiamo – forse inconsapevolmente? – a dare più importanza a quello che facciamo personalmente, che ciascuna di noi fa, rispetto a quello che fanno o hanno fatto altre: questo è umano, ma impoverisce la qualità delle relazioni e la loro efficacia, cioè il nostro agire politico. L’autorità femminile si crea e si cancella sempre nelle relazioni.

Nadia Lucchesi ha scelto di raccontare gli aspetti più positivi, ed è bene, ma quelli negativi non sono spariti, ci restano dentro, rischiano di fare danno. C’è da fare il lavoro di sciogliere i nodi e io sto cominciando a farlo, a partire da me e con il desiderio di restare in questa impresa.


(www.libreriadelledonne.it, 12 luglio 2015)

di Katia Ricci


L’11 luglio alle ore 19 a Vieste presso il Cine teatro Adriatico, Sala “Camillo Marchetti”, Pina Massarelli espone la mostra La Dea Madre  che comprende opere in ceramica, ispirate alle immagini e ai simboli della Dea Madre così frequenti anche nel territorio della Daunia. Preziosi e raffinati ciondoli in argento e arazzi di stoffa su cui sono cucite tavolette in ceramica con i simboli della dea completano  l’esposizione  che contiene un’importante intuizione critica. Secondo l’autrice, infatti,  le decorazioni geometriche della ceramica daunia derivano dai segni della dea madre che costellano i manufatti neolitici.  Accompagna la mostra un catalogo illustrato dalle fotografie di Gianfranco Gesmundo  con scritti critici di Floredana Arno, presidente del club unesco di Foggia, sponsor del catalogo, Maria Grazia Napolitano, Anna Potito, Katia Ricci, della stessa Pina Massarelli e testi poetici di Rosy Daniello e Marco Tonon.

Inevitabile è stato l’approdo alla ricerca e alla produzione di forme e simboli della Grande Madre per Pina Massarelli, femminista e ceramista, che continua a plasmare la propria vita secondo i propri desideri e necessità.

E non è un caso che oggi, in un momento di crisi e di trasformazione  delle società umane si ritorni allo studio e alle immagini della Grande Madre, quasi per nutrirsi dell’energia femminile e per rifondare un nuovo senso del potere che non significa dominio, come è nella parola patriarcato, ma principio generatore, come è nella parola matriarcato. Arché in greco, infatti, significa tanto dominio, quanto principio.

«Un matriarcato – scrive Anna Potito – oggi non più sognato o ipotizzato, che le ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas[1], estese tra Asia Africa Europa, hanno mostrato operante tra il 7000 e il 3500 a.C., presso popoli felici, in armonia tra uomini e donne, che praticavano l’agricoltura, non conoscevano la guerra, sceglievano pacificamente come guida una donna, considerata unanimamente autorevole; una vita serena interrotta dalle orde di cavalieri armati provenienti dall’est».

Molte artiste e femministe hanno utilizzato l’immagine della Grande Madre, ma oggi anche gli uomini la guardano con interesse, ne è  prova la mostra La Grande Madre che si inaugurerà il 25 agosto a Palazzo reale a Milano a cura di Massimiliano Gioni. Insomma all’ideale borghese della donna, angelo del focolare, tutta dedita alla famiglia e ai figli, si sostituisce quello di “Colei che dà la vita” e “dà la forma”, come è detto nell’Inno a Iside del IV-III sec. a. C. e come è nel titolo del libro di Luciana Percovich.

Tutte le più antiche divinità femminili avevano epiteti che alludevano alla capacità di generare e di trasformare la vita e di darle forma: la Signora, la Madre, La Progenitrice, la Potente. Da lei discendevano tutte le cose e da tutte e tutti era riconosciuta l’esperienza comune di nascere da madre. Per questo tutte le statuette, a partire dal Paleolitico Superiore, come la Venere di Willendorf,  in pietra o scolpite a bassorilievo sulla roccia, di piccole dimensioni, che  accentuavano  la rotondità del ventre e del seno, trasmettono un senso di armonia e di pace. Fanno pensare ad una forza benefica, comunicano quel senso di calma che certi paesaggi naturali sanno infondere, come le relazioni umane, quando si è sicuri che le contraddizioni, il conflitto, necessario e non evitabile, non sfocino mai nella distruttività e nella sopraffazione dell’uno sull’altra perché si riconosce la comune origine e la comune fine.

«Ci sono segni – scrive Maria Grazia Napolitano – che ci dicono che è in corso, a livello planetario, una sorta di gravidanza della Vita che mette l’Umanità alla ricerca di nuovo senso per divenire nuova specie».

Nutrimento, energia, trasformazione, salute del corpo i significati che Pina Massarelli ha voluto infondere nella sua iconografia della Grande Madre. «Ho iniziato questa ricerca – racconta – quindici anni fa: la riflessione sulla salute e sul corpo, sulla linea mediana primitiva e sul respiro primario mi hanno portata a studiare il culto della dea madre a rintracciare nei suoi simboli il senso di sovranità, che mi fa ritrovare il mio posto nel mondo… Scoprivo che tra la ricerca sulla salute e la cultura della Dea c’era una forte risonanza. Si parlava di forza vitale, di movimento, di quiete, forme di vita che coincidevano. Capii che non c’era divergenza di pensiero tra la linea mediana, legata alla salute, e la ricerca sull’ordine simbolico della madre…

Quelle miriadi di decorazioni che, a partire dai Dauni, avevo disegnato, per anni, sui vasi: decori geometrici che si sono rincorsi per millenni ed erano giunti nelle mie mani, fino ad allora decori  indecifrabili. Dicevano che erano simboli apotropaici, scaramantici ma sentivo che non mi bastava ci doveva essere altro. Erano losanghe, triangoli, foglie, forme di uccelli, clessidre ecc.…

Marjia Gimbutas mi ha aperto una porta, una porta viva. Avevo disegnato movimento, energia, forza della natura. Cominciavo a sentire la magia vera, c’era un filo che collegava le cose.

E fu allora che separai i segni, li colorai, ogni segno aveva un significato energetico legato alla natura e divennero segni carichi di energia».

E così, dopo e insieme alla produzione di ceramiche legate al suo territorio di origine che corrisponde all’antica Daunia, riproponendo forme e decorazioni geometriche dei vasi, si è dedicata alla creazione di statuette della Dea Madre, le cui forme sono riproposte anche in ciondoli di metallo pregiato. Il vaso, che simboleggia l’utero o il ventre, i simboli energetici, l’acqua e la terra, rappresentati dal triangolo con la punta in basso, lo chevron, la linea a zig zag, oppure ondulata, la spirale che allude al vortice dell’acqua o all’energia tellurica, i colori, bianco e azzurro assolutamente predominanti, il nero e il rosso che suggeriscono il tempo ciclico della nascita e della morte, come la mezzaluna, segno del ritmo naturale e del risveglio primaverile dopo il sonno invernale.  L’idoletto femminile di Passo di Corvo e la stele funeraria di Castelluccio, importanti siti archeologici risalenti al Neolitico di cui è ricca la provincia di Foggia, sono le forme più legate al territorio. Tutti i simboli  manifestano un pensiero ecologico, di cui oggi si sente l’urgenza, un profondo legame con la natura e la necessità personale e comune di ritornare all’origine non per un senso di rimpianto di un’età dell’oro inesistente o non riproponibile, ma per ritrovare dentro di sé la matrice, l’arché materna, il divino femminile che è forza rigeneratrice. Tutto ciò che per Jung è «La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita…»

[1] Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Vicenza 1997 – Le Dee viventi, Milano 2005


La Fondazione Antonio Ratti presenta l’anteprima europea della performance di Yvonne Rainer The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move?martedì 14 luglio alle ore 20.00 al Teatro Sociale di Como.
La performance, commissionata dal Getty e da Performa e recentemente messa in scena al MoMA di New York, verrà eseguita a Como all’interno del programma del XXI CSAV – Artists Research Laboratory.

http://www.fondazioneratti.org/news/210/yvonne_rainer_performance

 

Yvonne Rainer, co-fondatrice del Judson Dance Theater nel 1962, si è dedicata al cinema dopo quindici anni di carriera come danzatrice/coreografa (1960-1975). Dopo sette lungometraggi sperimentali – tra cui Lives of Performers (1972), Privilege (1990),MURDER and murder (1996) – è tornata alla danza nel 2000 in occasione di una commissione della Baryshnikov Dance Foundation per il White Oak Dance Project (After Many a Summer Dies the Swan).

Le coreografie create da allora sono AG Indexical, with a little help from H.M., RoS Indexical, una commissione per Performa07, Spiraling Down, Assisted Living: Good Sports 2 e Assisted Living: Do you have any money?.

Le sue coreografie e i suoi film sono noti in tutto il mondo. Il lavoro di Rainer è stato riconosciuto e premiato con mostre internazionali e borse di studio, in particolare: due Guggenheim Fellowships, due Rockefeller Grant, il premio Wexner, una MacArthur Fellowship e mostre retrospettive al Kunsthaus Bregenz e Museo Ludwig, Colonia (2012); al Getty Research Institute, Los Angeles; e presso Raven Row, Londra (2014).

La sua autobiografia – Feelings Are Facts: a Life – è stata pubblicata da MIT Press nel 2006 e una selezione delle sue poesie da Paul Chan per Badlands Unlimited nel 2011.

di Andrea Sabbadini

Intervista. Mariana Mazzucato, autrice de Lo Stato innovatore: «Il referendum greco sancisce il fallimento totale dell’Europa degli arroganti e dei mediocri. Questo coraggio dà umanamente i brividi. In Europa non ci sarà mai una crescita senza un piano massiccio di investimenti pubblici che aumentino la produttività e creino lavoro».

Un popolo, stra­ziato dalla crisi e dalle ricette impo­ste dalla Troika, vota e scrive la sto­ria con un «No». Il corag­gio vince sulla paura, ma la bat­ta­glia sarà dif­fi­ci­lis­sima e neces­sita di una chiara visione di breve e lungo periodo. Chi ha perso è l’Europa dell’austerità. Ne par­liamo con Mariana Maz­zu­cato, eco­no­mi­sta e autrice de Lo Stato Inno­va­tore (Laterza).

 

Come inter­preta il «No» greco all’austerità?
Dalle inter­vi­ste in Gre­cia, emer­geva che chi avrebbe votato «Sì» diceva di farlo per paura, chi «No» per corag­gio. Uma­na­mente dà i bri­vidi. Il risul­tato poli­tico però è il fal­li­mento totale di que­sta Europa. Siamo oggi cir­con­dati e gover­nati da troppe figure medio­cri, che hanno per­messo all’arroganza di pre­va­lere sulla soli­da­rietà e sulla ragione. Se l’eurozona deve aver un futuro, spero sia fon­data su que­sti ultimi principi.

 

Con il «No» ha vinto una pre­cisa agenda eco­no­mica. Quali sono i suoi punti prin­ci­pali?
Ancor prima di diven­tare Mini­stro dell’Economia, Yanis Varou­fa­kis ha soste­nuto l’adozione di un piano degli inve­sti­menti euro­pei su cui ha lavo­rato fin dal 2010. La pro­po­sta era quella di con­sen­tire alla Banca Euro­pea degli Inve­sti­menti di emet­tere obbli­ga­zioni (acqui­state dalla BCE) per finan­ziare inve­sti­menti pro­dut­tivi. Una forma di quan­ti­ta­tive easing diretto, cioè crea­zione di nuova moneta per favo­rire la cre­scita dell’economia reale e non per rima­nere nei for­zieri delle banche. Per que­sto è stato spesso accu­sato di essere troppo acca­de­mico e poco “scal­tro poli­ti­ca­mente”. Invece è ciò di cui abbiamo biso­gno: poli­tici che abbiano idea di come tenere insieme una visione di lungo periodo e una solu­zione delle crisi a breve ter­mine. Fin­tanto che la Ger­ma­nia non ammet­terà che pro­blemi di sol­vi­bi­lità non sono uguali a pro­blemi di liqui­dità, e che que­sti non si risol­vono con cre­dito ma con un aumento degli inve­sti­menti stra­te­gici, non si andrà da nes­suna parte nean­che nel resto della «periferia».

 

Non solo la Gre­cia ma molti paesi euro­pei devono tor­nare a inve­stire altri­menti non ci sarà cre­scita. L’Europa dei trat­tati, del fiscal com­pact e dell’austerità lo per­met­terà?
La crisi dei nego­ziati greci e il refe­ren­dum hanno fatto emer­gere, se ce ne fosse ancora biso­gno, che in Europa è assente un piano di cre­scita comune. Il con­cetto di cre­scita di lungo periodo è rima­sto finora un arti­fi­cio mera­mente reto­rico e la dia­gnosi fatta finora è com­ple­ta­mente sba­gliata. Quel che conta non è l’entità del defi­cit, ma la sua com­po­si­zione. In Gre­cia come in Ita­lia, il defi­cit rap­pre­senta la con­se­guenza e non la causa del pro­blema, che invece risiede nella bassa cre­scita e nell’elevata disoc­cu­pa­zione. Que­sti ultimi due fat­tori dipen­dono quindi dagli scarsi inve­sti­menti, quindi bassa pro­dut­ti­vità, e non dal fatto che i lavo­ra­tori gua­da­gnano troppo. Si può libe­ra­liz­zare, pri­va­tiz­zare e rifor­mare strut­tu­ral­mente ciò che si vuole, ma la cre­scita non ci sarà senza un piano mas­sic­cio di inve­sti­menti, attra­verso nuove forme di col­la­bo­ra­zione tra il set­tore pub­blico e quello pri­vato, che aumenti la pro­dut­ti­vità e crei lavoro. Certo, ser­vono anche riforme per ridurre gli spre­chi, ma da sole non bastano.

 

Se la banca cen­trale non dovesse sbloc­care già da oggi la liqui­dità d’emer­genza per le ban­che gre­che, l’abbandono della moneta unica appare quasi ine­vi­ta­bile (a meno di finan­zia­tori last minute). Come può la Gre­cia affron­tare al meglio que­sta situa­zione?
Non è pos­si­bile avere un’unione mone­ta­ria con dif­fe­ren­ziali di com­pe­ti­ti­vità così ele­vati tra i Paesi che ne fanno parte. Il pro­blema è che pare man­care la con­sa­pe­vo­lezza del per­ché e come que­ste asim­me­trie si sono ali­men­tate. Se la Gre­cia uscirà dall’euro, la sola spe­ranza è che il piano di inve­sti­menti pro­po­sto da Varou­fa­kis trovi spa­zio almeno sul piano nazio­nale, a par­tire dalla costi­tu­zione di una banca di svi­luppo che avvii fin da subito inve­sti­menti stra­te­gici di lungo periodo.

 

Oltre al ruolo di “inve­sti­tore di prima istanza”, rie­merge nel dibat­tito la neces­sità per il set­tore pub­blico di assu­mere un ruolo di “datore di lavoro di prima istanza”, almeno nel breve periodo. Cosa ne pensa?
Nell’immediato, soprat­tutto in periodi di crisi, è impor­tante che il set­tore pub­blico sti­moli l’economia attra­verso la domanda, creando lavoro, non solo distri­buendo un po’ di wel­fare. Que­sto va fatto per­ché effi­cace per gli obiet­tivi che ci si è dati. Tut­ta­via non basta, per­ché lo Stato dipende anche dal get­tito fiscale che può essere garan­tito solo dalla cre­scita, e la cre­scita può avve­nire solo se si rico­min­cia a inve­stire in modo stra­te­gico, creando buona occu­pa­zione. In un con­te­sto del genere, il governo si dota di risorse che può rein­ve­stire e distri­buire, ma è anche il set­tore pri­vato che deve rein­ve­stire i pro­pri pro­fitti in inno­va­zione per il futuro.

 

In che modo, come eco­no­mi­sti e cit­ta­dini, pos­siamo con­tri­buire a rove­sciare il pen­siero unico e le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste?
Innan­zi­tutto serve dotarsi di una nuova visione, soprat­tutto eco­no­mica. Abban­do­nare l’idea che la cre­scita possa avve­nire solo “libe­rando” il mer­cato da varie “rigi­dità” (pen­sioni, mer­cato del lavoro, sti­pendi degli impie­gati pub­blici). La cre­scita è un risul­tato di inve­sti­menti di lungo termine in aree stra­te­gi­che. Sia nel pub­blico che nel pri­vato. Oggi in Europa il set­tore pri­vato è inerte e i governi hanno paura di gui­dare come ci sarebbe biso­gno. Lo Stato deve essere anti-ciclico. Invece oggi abbiamo stati che si com­por­tano come farebbe una fami­glia. Ciò vuole dire non capire gli ultimi settant’anni di teo­ria eco­no­mica da Key­nes. Quella che poteva essere una reces­sione breve, è oggi una depres­sione totale. Sia eco­no­mica che visionaria.

 

Mariana Mazzucato

Mariana Maz­zu­cato inse­gna Eco­no­mia dell’innovazione allo Science Policy Research Unit dell’Università del Sus­sex in Gran Bre­ta­gna. Il suo libro più recente – «The Entre­pre­neu­rial State: debun­king public vs. pri­vate sec­tor myths» – tra­dotto in ita­liano da Laterza con il titolo «Lo Stato Inno­va­tore» è stato inse­rito nella lista dei «Libri dell’anno» del 2013 dal Finan­cial Times. Lavora sulla neces­sità di svi­lup­pare nuove cor­nici intel­let­tuali per com­pren­dere il ruolo dello Stato. Il libro deco­strui­sce il mito dell’opposizione tra la “buro­cra­zia” dello Stato e il set­tore pri­vato giu­di­cato infal­li­bil­mente “dina­mico” e “inno­va­tore”. In una serie di “casi di stu­dio” (infor­ma­tion tech­no­logy, bio­tec­no­lo­gie e nano­tec­no­lo­gie, ad esem­pio) Maz­zu­cato dimo­stra l’opposto: il set­tore pri­vato trova il corag­gio di inve­stire quando lo “Stato inno­va­tore” decide di fare inve­sti­menti “ad alto rischio”.


(il manifesto, 6/7/2015)

di Gabriel Colletis, Jean-Philippe Robé, Robert Salais


Risol­vere la crisi greca? Mal­grado le dichia­ra­zioni, i diri­genti euro­pei cer­cano soprat­tutto di «pas­sare l’estate»: tro­vando una solu­zione tem­po­ra­nea, senza trat­tare il pro­blema di fondo. Si con­ti­nua come prima, con il rischio che le popo­la­zioni, esa­spe­rate da come quest’Europa si è andata con­fi­gu­rando, fini­scano per eleg­gere par­titi nazio­na­li­sti di estrema destra.

La crisi interna di cui sof­fre l’Europa si è rive­lata nella defla­gra­zione finan­zia­ria inter­na­zio­nale del 2007–2008. Ma cova sin dalla crea­zione della moneta unica, eco­no­mi­ca­mente pre­ma­tura e isti­tu­zio­nal­mente non soste­ni­bile. Affin­ché l’introduzione di tassi di cam­bio fissi fra gli Stati mem­bri abbia senso – è il pro­getto di tutta la moneta unica -, occorre lavo­rare prima alla pro­gres­siva con­ver­genza dei ritmi di cre­scita della pro­dut­ti­vità. Non è stato il caso dell’Europa. In que­ste con­di­zioni, il dramma greco rap­pre­senta il caso estremo di una situa­zione dif­fusa: la mag­gior parte degli Stati mem­bri, com­prese Fran­cia e Ita­lia, farà fatica a sop­por­tare inde­fi­ni­ta­mente la parità esterna dell’euro e l’impossibilità di svalutare.

Di fronte alle dif­fe­renze di pro­dut­ti­vità e com­pe­ti­ti­vità, soprat­tutto rispetto alla Ger­ma­nia, la neces­sità di tra­sfe­ri­menti interni alla zona euro appare con chia­rezza. E ci rimanda alle idee svi­lup­pate dall’economista bri­tan­nico John May­nard Key­nes alla con­fe­renza di Bret­ton Woods, nel 1944.

La sua pro­po­sta, che potremmo adat­tare alla zona euro, era: esor­tare i paesi euro­pei ad appli­care il prin­ci­pio di una gestione coo­pe­ra­tiva delle rispet­tive bilance dei paga­menti per man­te­nerle intorno all’equilibrio. Non con sem­plici tra­sfe­ri­menti finan­ziari o con aggiu­sta­menti di cam­bio interni, ma con inve­sti­menti da parte dei paesi ecce­den­tari verso i paesi defi­ci­tari, così da cor­reg­gere gli squilibri.

Qual è il pro­blema prin­ci­pale della Gre­cia? Per molti, è la sua inca­pa­cità di ono­rare i pro­pri debiti. Secondo la com­mis­sione per la verità sul debito creata dal Par­la­mento elle­nico, l’attuale stock di debiti deriva dal for­tis­simo aumento dei tassi d’interesse (fra il 1988 e il 2000), da mas­sicce spese mili­tari e poi, a par­tire dal 2000, dalla caduta delle entrate dello Stato pro­vo­cata da eva­sione fiscale, amni­stie fiscali e altri «regali» con­cessi ai più abbienti.

Quest’analisi indi­vi­dua cer­ta­mente alcune delle cause dell’aumento del far­dello del debito greco. Ma non tutte. Per­ché il debito non è la causa dei mali del paese; piut­to­sto, li aggrava. Il pro­blema prin­ci­pale è il sot­to­svi­luppo delle atti­vità pro­dut­tive e il suo corol­la­rio: la grande dipen­denza della Gre­cia dai finan­zia­menti esterni.

Attual­mente, un’uscita della Gre­cia dalla zona euro seguita da una forte sva­lu­ta­zione della moneta nazio­nale col­pi­rebbe molto nega­ti­va­mente la capa­cità dei greci di pro­durre i beni dei quali neces­si­tano per vivere. Non solo il paese importa la quasi tota­lità dei beni di pro­du­zione e di con­sumo dure­voli, ma la sua bilan­cia com­mer­ciale è in rosso anche nei campi dell’energia, dei far­maci, del tes­sile, degli elet­tro­do­me­stici. È defi­ci­ta­rio anche il set­tore agricolo.

Dopo l’adesione della Gre­cia alla Comu­nità euro­pea, nel 1981, il con­sumo della popo­la­zione si avvi­cina pro­gres­si­va­mente a quello della media degli altri paesi euro­pei svi­lup­pati. Ma al tempo stesso, la pro­du­zione indu­striale crolla: la sua quota nel pro­dotto interno lordo passa dal 17% del 1980 al 10% circa nel 2009. Poi, dal 2009 al 2013, la pro­du­zione indu­striale è calata ulte­rior­mente del 30%.

Que­sta situa­zione fa sì che il paese, per equi­li­brare la pro­pria bilan­cia com­mer­ciale, dipenda in gran parte dal turi­smo e dai tra­sfe­ri­menti pro­ve­nienti dall’estero. Sto­ri­ca­mente, que­sti ultimi pro­ve­ni­vano da per­sone che risie­de­vano e lavo­ra­vano in altre parti del mondo (anni 1960–1980); a par­tire dagli anni 1980–1990, sono stati sosti­tuiti dai finan­zia­menti euro­pei. Dagli anni 1980, la Gre­cia – le sue ban­che, le sue imprese e in ultima istanza lo Stato – si rivol­gono ai mer­cati finan­ziari per finan­ziarsi. Una scelta che spiega l’esplosione del carico di inte­ressi dovuti da Atene.

Da una parte un appa­rato pro­dut­tivo carente, dall’altra la dipen­denza dai finan­zia­menti esterni (per­ché l’economia non pro­duce abba­stanza per soste­nere i red­diti e il con­sumo, e per finan­ziare lo Stato e i ser­vizi pub­blici): il dramma greco si avvi­luppa su se stesso.

Di fronte al dop­pio defi­cit, negli scambi con l’estero e nei conti pub­blici, i governi che si sono suc­ce­duti fra il 2008 e il 2015 – fino a quello di Antó­nis Sama­rás – hanno rispo­sto com­pri­mendo i con­sumi e la spesa pub­blica. La prima misura doveva ridurre il defi­cit della bilan­cia com­mer­ciale; la seconda, quello nei conti dello Stato. Gli effetti di que­ste scelte fune­ste sono noti: una con­tra­zione del Pil pari al 25%, un balzo della disoc­cu­pa­zione al 26% della popo­la­zione attiva e… un’esplosione del debito.

Entrando in con­trad­di­zione, dopo aver rico­no­sciuto in un rap­porto del 2013 che le misure impo­ste alla Gre­cia erano state un errore, il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale (Fmi) ha con­ti­nuato a pre­ten­dere una ridu­zione delle pen­sioni e un aumento dell’imposta sul valore aggiunto. Ma que­ste ricette non con­sen­tono di imma­gi­nare una ripresa della cre­scita, unica pro­spet­tiva di rim­borso dei debiti esi­stenti, che oggi supe­rano il 175% del Pil.

Quale altra pista imma­gi­nare? L’opzione dell’annullamento par­ziale, decisa uni­la­te­ral­mente, acui­rebbe le ten­sioni fra Atene e le isti­tu­zioni sulle quali il paese deve poter con­tare se desi­dera rima­nere nella zona euro. La mag­gio­ranza dei cre­di­tori l’ha esclusa. Essa inol­tre avrebbe un’efficacia solo tem­po­ra­nea, riman­dando a domani la ricerca di una vera solu­zione al pro­blema greco.

Ma esi­ste un’altra via: usare il pro­blema del debito come un’opportunità per indu­stria­liz­zare i paesi euro­pei in dif­fi­coltà, fra i quali la Gre­cia. Un pro­getto la cui por­tata va oltre il caso spe­ci­fico che oggi pre­oc­cupa mer­cati, media e diri­genti politici.

È pari ad almeno 50 miliardi di euro (in genere da rim­bor­sare fra il 2016 e il 2024) l’ammontare dei debiti greci che tutti con­si­de­rano persi. Si tratta del 15% circa del totale. Un pro­getto di uscita dalla crisi che si fon­dasse su un piano di indu­stria­liz­za­zione del paese offri­rebbe ai cre­di­tori una garan­zia abba­stanza seria di essere rimborsati.

E come? Il bilan­cio dello Stato greco ha un ecce­dente pri­ma­rio. Insomma, prima del ser­vi­zio del debito, il governo spende meno del totale delle impo­ste che incassa. Ci sono due modi di ana­liz­zare que­sta situa­zione: o vedervi una capa­cità di rim­borso, ed è que­sto che imman­ca­bil­mente sot­to­li­neano i cre­di­tori; oppure una capa­cità di inve­sti­mento, che un nego­ziato potrebbe promuovere.

La seconda pista implica una pre­via ristrut­tu­ra­zione del debito, senza un nuovo finan­zia­mento da parte del Fmi o della zona euro. L’operazione avrebbe due obiet­tivi prin­ci­pali. Da una parte, far pas­sare nelle mani di Stati euro­pei i cre­diti attual­mente dete­nuti dal Fmi e dalla Banca cen­trale euro­pea (Bce) con sca­denza 2016–2024, ovvero il 70% del totale. D’altra parte, ren­dere più fles­si­bili le date di paga­mento di alcune sca­denze affin­ché l’ammontare totale dei rim­borsi dovuti per un deter­mi­nato periodo non sia supe­riore all’eccedente primario.

Gli Stati diven­tati deten­tori, al posto del Fmi e della Bce, del debito greco da pagare nel periodo 2016–2024 con­fe­ri­reb­bero i loro cre­diti, di un ammon­tare pari a 50 miliardi di euro, a fondi di inve­sti­mento pub­blici bila­te­rali. Que­sti ultimi sareb­bero dete­nuti in eguale misura da due isti­tu­zioni pub­bli­che. Nel caso della Fran­cia potrebbe trat­tarsi della Ban­que publi­que d’investissement(Banca pub­blica di inve­sti­mento — Bpi); per la Ger­ma­nia, della Kre­di­tan­stalt für Wie­de­rauf­bau (Isti­tuto di cre­dito per la rico­stru­zione). Il fondo franco-greco deter­rebbe il 20% dei cre­diti verso lo Stato greco; il suo omo­logo tedesco-greco, il 27%, ecc.

La Gre­cia con­ti­nue­rebbe a ono­rare il paga­mento del debito ma – ed è il punto essen­ziale – il denaro andrebbe a fondi inca­ri­cati di inve­stire nell’economia pro­dut­tiva del paese. Detto in altri ter­mini, invece di andare ad arric­chire le tasche dei cre­di­tori, le somme sareb­bero messe a pro­fitto per svi­lup­pare l’industria locale. Gli stati creditori-investitori sareb­bero rim­bor­sati una volta rea­liz­zati e ven­duti gli inve­sti­menti. Il diritto della con­cor­renza dell’Ue si è ben adat­tato finora ai fondi sovrani nazio­nali; non si vede per­ché dovrebbe disap­pro­vare fondi bila­te­rali che per­se­gui­reb­bero fina­lità del tutto simili.

Il coor­di­na­mento degli inve­sti­menti avver­rebbe essen­zial­mente sotto l’egida della banca di svi­luppo greca, part­ner di cia­scuno dei fondi. Ma si avvar­rebbe dell’esperienza dei fondi nazio­nali, che per­met­te­rebbe di evi­tare certi errori del pas­sato, a comin­ciare dagli spre­chi. Si può anche imma­gi­nare che la Banca euro­pea degli inve­sti­menti (Bei), la Banca euro­pea per la rico­stru­zione e lo svi­luppo (Berd) e/o la Banca mon­diale met­tano la loro espe­rienza e una parte della loro capa­cità di inve­sti­mento al ser­vi­zio dei pro­getti individuati.

Que­sta pro­po­sta richiede uno sforzo di imma­gi­na­zione da parte dell’Europa, ma implica anche che la Gre­cia si impe­gni in una pro­fonda riforma delle pro­prie isti­tu­zioni per uscire dal solco tra­di­zio­nale: quello di un’economia di ren­dita (ren­dita turi­stica, ren­dita immo­bi­liare, pro­fitti legati al com­mer­cio di impor­ta­zione) infet­tata dal clientelismo.

Occor­re­rebbe indub­bia­mente creare nuove isti­tu­zioni – come la banca di svi­luppo greca in via di costi­tu­zione –, miglio­rare il regime fiscale degli inve­sti­menti esteri, rea­liz­zare un vero cata­sto per l’insieme del paese.

D’altra parte occor­re­rebbe soste­nere la ricerca, inco­rag­giare il decen­tra­mento… Insomma, un can­tiere isti­tu­zio­nale di ampia por­tata, corol­la­rio di un pro­getto di svi­luppo senza il quale la Gre­cia non potrà uscire dalle dif­fi­coltà ere­di­tate dal pas­sato e che i piani di auste­rità hanno al tempo stesso evi­den­ziato e aggravato.

Dun­que lo sforzo sarebbe impo­nente, ma il gioco non vale forse la can­dela? I cre­di­tori diven­tati inve­sti­tori con­tri­bui­reb­bero all’industrializzazione della Gre­cia, alla crea­zione di posti di lavoro nell’industria, alla ridu­zione della disoc­cu­pa­zione, alla cre­scita dei con­sumi, all’aumento delle entrate fiscali, al rim­pa­trio dei capi­tali gra­zie all’ancoraggio della Gre­cia nella zona euro, ecc. Si cree­rebbe un cir­colo vir­tuoso, pro­prio il con­tra­rio dell’attuale cir­colo vizioso trac­ciato dalle poli­ti­che di auste­rità. Senza con­tare che uno dei van­taggi di que­sto piano sarebbe indi­vi­duare nuove occa­sioni di inve­sti­mento per gli indu­striali del nord Europa. In altri ter­mini, il rilan­cio dell’Europa inde­bi­tata ser­vi­rebbe anche a quello dell’Unione nel suo insieme.

E andiamo oltre: per­ché non appro­fit­tare di que­sto pro­getto per appro­fon­dire le com­ple­men­ta­rietà indu­striali all’interno dell’Unione? Bru­xel­les sem­bra attual­mente fomen­tare una con­cor­renza fron­tale fra gli appa­rati pro­dut­tivi nazio­nali. Non si potrebbe invece far sì che gli inve­sti­menti da avviare in Gre­cia siano sele­zio­nati per rispon­dere ai biso­gni della popo­la­zione ma anche per inse­rirsi in un sistema pro­dut­tivo dav­vero europeo?

Le eccel­lenze gre­che in certi campi, agroa­li­men­tare, cosmesi natu­rale, can­tie­ri­stica e per­fino alcune atti­vità legate ai distretti aero­spa­ziali potreb­bero essere svi­lup­pate e aiu­tare la base indu­striale dell’insieme della regione.

Un nuovo modello, suscet­ti­bile di essere ripro­dotto altrove in Europa, apri­rebbe la strada a un vero rilan­cio euro­peo. Invece di una corsa al pro­dut­ti­vi­smo, con­sen­ti­rebbe di avviare il con­ti­nente sulla strada di uno svi­luppo nuovo, eco­lo­gico, umano e soli­dale, sulla base di cri­teri ela­bo­rati in modo democratico.

Alla fine, la sfida, al di là del caso Gre­cia, è quella di far avan­zare l’Europa verso un co-sviluppo inse­rito nel qua­dro della tran­si­zione ener­ge­tica e dello svi­luppo soste­ni­bile. Il pro­getto euro­peo sarebbe rilan­ciato su basi nuove: coo­pe­ra­zione, ricerca dell’efficienza ambien­tale e sociale, la mag­giore demo­cra­tiz­za­zione pos­si­bile delle scelte poli­ti­che, eco­no­mi­che e finanziarie.

Non resta che eli­mi­nare il condizionale….

* Gli autori sono rispet­ti­va­mente: pro­fes­sore di eco­no­mia all’università Toulouse-1 Capi­tole e ricer­ca­tore presso il Labo­ra­toire d’étude et de recher­che sur l’économie, les poli­ti­ques et les systè­mes sociaux (Lereps); avvo­cato del foro di Parigi e del foro di New York; diret­tore di ricerca eme­rito in eco­no­mia al Cen­tre natio­nal de la recher­che scien­ti­fi­que (Cnrs)

(Tra­du­zione di Mari­nella Correggia – il manifesto, 6/7/2015)

di Ida Dominijanni

Malgrado il tentativo militante di gran parte della stampa italiana di accreditare l’idea che, comunque vada il referendum, per i greci sarà una tragedia e per il premier Alexis Tsipras una sconfitta, penso invece che Tsipras abbia già vinto una partita cruciale e che per i greci, e per gli europei tutti, si tratterà di affrontare una situazione difficile ma inedita e, finalmente, aperta. Le due cose sono ovviamente collegate.

Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yanis Varoufakis, comunque si giudichino la tattica con cui hanno gestito la trattativa con la Troika e i loro eventuali errori (ma era possibile non commettere errori, dati i rapporti di forza?), hanno il merito storico di avere riaperto una partita politica e culturale sulla natura, i fini e i mezzi dell’Unione europea che pareva ormai chiusa, o relegata in pochi e minoritari circoli di militanti e intellettuali sparsi nel continente.

Non si vince solo ottenendo risultati: si vince anche, anzi in primo luogo, modificando l’ordine del discorso, il regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile. Nel giro di una settimana, l’ordine del discorso sull’Europa è completamente cambiato: come ha scritto Lucia Annunziata, il “canone” Europa – la finta e indiscutibile “oggettività” di un’Unione retta solo dall’imperativo kantiano dei diktat economici – è morto.

La maschera è caduta: l’economia non è mai neutra, è sempre economia politica; sotto il fanatismo neoliberale cova l’odio per la democrazia, la governance europea si è rivelata incompatibile con la legittimazione democratica di un governo investito da un chiaro mandato popolare anti-rigorista. Totem e tabù sono crollati: l’austerità non è più una religione, è un’iniezione letale i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti; e di converso, le alternative neokeynesiane smettono di essere eresie blasfeme sussurrate dai premi Nobel ed entrano a pieno titolo nel dibattito pubblico.

Infine e non ultimo, la geopolitica globale torna in scena a disturbare i deliri di onnipotenza della tanato-politica euro-tedesca: prima di soffocare la Grecia bisognerà fare i conti non solo con la Russia di Vladimir Putin ma anche con gli Stati Uniti di Barack Obama.

Sono tre risultati non da poco per un governo descritto per mesi dai mezzi d’informazione mainstream europei come una banda di estrosi scavezzacollo in cerca di popolarità a buon mercato (grida ancora vendetta il trattamento giornalistico riservato a Varoufakis, «quello che gira con la camicia fuori dai pantaloni», come è stato definito in un talk de La 7 pochi giorni fa).

La verità è un’altra, e non stupisce che sia insopportabile per i mezzi d’informazione di cui sopra, interessati alla questione generazionale solo quando è sinonimo di blairismo ritardato, arroganza e rottamazione.

 

Finalmente il campo europeo è diviso

Esponente di quella generazione che fu espropriata della politica a suon di cariche della polizia nelle ingloriose giornate di Genova 2001, Alexis Tsipras ha riportato la politica globale – la stessa di cui a Genova quella generazione già sapeva parlare prima di essere zittita – al centro di un’Europa spoliticizzata e fuori dal mondo.

Figlio di una crisi che in Grecia come altrove ha cambiato la psicologia sociale coniugando debito e colpa, il giovane leader greco ha spronato la sua gente a riconvertire il senso di colpa in riscossa politica: e non si capisce niente della sua mossa di convocare il referendum senza tenere presente questo cruciale tassello.

È grazie a questa improvvisa e imprevista impennata politica di Davide contro Golia che adesso, finalmente, il campo europeo è diviso, come sempre avviene quando c’è politica. Non serve a niente continuare a vedere in questa divisione, come fa la sinistra di governo in tutta Europa, una sorta di guerra santa fra (cattivo) populismo e (buon) riformismo.

La sinistra e la destra di governo – come Renzi insegna oggi e Berlusconi ieri – non sono meno populiste delle sinistre e delle destre di opposizione; e quanto al riformismo, la vicenda greca ha chiarito a tutti che il riformismo non è buono per definizione, e che è precisamente contro un cattivo riformismo che bisogna combattere.

Questo combattimento è ormai in corso, e continuerà a contagiare il campo anche dopo il referendum greco quale che sia il suo esito. Per la Grecia molte Cassandre prevedono sfracelli a partire da lunedì: la dissoluzione se vincerà il no, l’asservimento umiliante ai voleri della troika se vincerà il sì.

I giochi, c’è da scommetterlo, saranno molto più complicati: e non solo per la Grecia e per il governo Tsipras. Dopo l’allineamento alle posizioni della cancelliera tedesca Angela Merkel e della direttrice del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, quello che resta dei partiti socialisti europei rischia da oggi in poi la sparizione per conclamata inutilità.

A cominciare dal Partito democratico di Matteo Renzi, pronto a rottamare tutto salvo i fantasmi del passato: quando per fronteggiare la ridislocazione delle forze in campo non si trova niente di meglio che l’antico anatema contro gli opposti estremismi (in questo caso, Matteo Salvini e la sinistra che appoggia Tsipras), è segno che gli argomenti del riformismo sono assai usurati.


(Internazionale, 5/7/2015)

di Nadia Lucchesi


Sabato 20 giugno 2015 (ore 10-18) all’Auditorium del Palaplip di Mestre (via San Donà 195) si è svolto un convegno nazionale sulle pratiche femminili di governo dentro e fuori le istituzioni. Si trattava della seconda tappa di un percorso che invita donne e uomini con la passione per la vita pubblica a fare “Un passo avanti, d’autorità” per restituire alla politica un senso più alto e più libero (il titolo richiama quello del primo convegno di Roma 2014, citato nel volantino d’invito). Era presente Annarosa Buttarelli, autrice di Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore, 2013), che è intervenuta più volte nel corso di un fitto scambio di esperienze e di riflessioni, da parte delle tante donne, più di ottanta, e di alcuni uomini, che da tutta Italia hanno partecipato all’incontro, pubblicizzato anche dalla stampa, non solo locale.

All’appello delle organizzatrici, che si sono firmate con il proprio nome e cognome per significare un’assunzione personale di responsabilità e collocarsi oltre ogni appartenenza a gruppi e organizzazioni politiche, hanno risposto numerose donne impegnate a vari livelli di responsabilità nella politica istituzionale, donne che lavorano con competenza nell’amministrazione pubblica, insegnanti, educatrici, docenti universitarie, filosofe, storiche, dirigenti scolastiche, impiegate, urbaniste, cuoche, commercianti, artigiane, casalinghe, imprenditrici, infermiere, artiste, ostetriche, ex dirigenti di banca, ex vigili urbane, collaboratrici domestiche, coltivatrici biologiche, donne impegnate nella riflessione teologica.

L’obiettivo era far emergere la capacità di governare nel segno della “sovranità popolare femminile”, cercando di mettere in luce le pratiche già in atto, perché diventino racconto politico, sapere comune, punto di forza per altre e altri, nella consapevolezza che l’autorità e l’eccellenza vanno promosse e riconosciute da donne e uomini, altrimenti il mondo andrà sempre più alla deriva (Alessandra De Perini, Mestre).

I numerosissimi, ininterrotti interventi durante tutto l’arco della giornata, potranno essere riascoltati integralmente su You Tube.

È il momento storico adeguato a far emergere i principi della sovranità femminile, affinché le donne più giovani e tutte quelle che oggi assumono cariche politiche istituzionali non ricomincino da capo e siano più radicali nella competizione elettorale, nelle decisioni da prendere, nella scelta delle azioni efficaci senza l’uso dei rapporti di forza: ci sono le relazioni, le esperienze, le pratiche, c’è autorità di donne capaci di pensiero (Luisella Conti, Mirano).

Questa comune convinzione consente di rinsaldare antiche e recenti alleanze per aprirsi, con capacità di reciproco ascolto, a una fase nuova di ricerca e sperimentazione politica, partendo da vissuti, desideri, invenzioni, proposte tese ad ampliare un luogo simbolico concepito come “comunità pensante” che agisce senza protagonismi personali, libera da sterili conflittualità, in cui confrontarsi e lavorare, progettare insieme con fiducia e coraggio (Maria Teresa Menotto, Mestre). Essere “sovrane”, infatti, vuol dire segnare responsabilmente, con autorità, la propria esperienza, ognuna consapevole del significato del proprio “passo avanti”. Può essere, ad esempio, per le future madri la scelta consapevole di una modalità propria, non regolata dalle istituzioni, di partorire e, per le ostetriche, fidarsi di un sapere femminile che non richiede l’intervento di figure mediche, preposte soprattutto alla patologia (Franca Marcomin, Marghera); può realizzarsi nella promozione di una scuola di formazione politica sul pensiero e le pratiche radicate nel femminismo per aspiranti amministratrici (Maria Laura Antonellini, Ravenna); può manifestarsi nella creazione di oggetti artistici e di eventi pubblici che intrecciano insieme l’amore per la bellezza e la pratica della riconoscenza per l’ambiente che ci circonda e ci nutre, vero lievito del cambiamento (Luciana Talozzi, Chioggia).

La sovranità si presenta, inaspettata e autorevole interlocutrice, quando una donna, con gentilezza e fermezza, si pone sopra le più alte cariche istituzionali, tenendo testa a sindaci e presidenti, ed esprime il “Primum vivere”, la sapienza femminile della vita. In quel momento parla l’autorità di origine femminile che ha saputo trascendere se stessa e incarnare il legame tra “donne e popolo”, aprirsi alla città per affrontare i problemi cruciali del vivere comune, andando incontro a donne e uomini. Così l’autorità può essere riconosciuta e produrre cambiamenti, quando si radica nella realtà di un territorio. Oggi molte giovani donne che non provengono dal femminismo sono presenti in modo autorevole e creativo nei gruppi, nei movimenti e nei comitati cittadini (Tiziana Plebani, Venezia).

Dopo aver a lungo riflettuto sull’autorità, distinguendola dal potere, il concetto di sovranità femminile proposto da Annarosa Buttarelli, in questo momento “apocalittico”, estremamente pericoloso, segnato da una corruzione indecente, può mettere in grado le donne che gestiscono potere nel quotidiano e spesso solitario esercizio della loro professione di farci i conti e, in un contesto condiviso di riflessione sulla pratica politica, di interrogarsi su come stare in quella posizione nell’ordine dell’amore del mondo, come agirla responsabilmente e prendere decisioni che non siano né egoistiche né distruttive (Laura Balestrini, Seveso).

In un tempo storico in cui cadono le sovranità nazionali, si può compiere l’atto di ritirare il proprio consenso al sistema dato e assumere una posizione interiore di sovranità; invitare l’umanità ad abbandonare la concezione di un Dio unico, onnipotente e solitario Creatore, per portare alla luce l’idea di una “differente Trinità” radicata nella relazione tra la madre, Sant’Anna, e la figlia, Maria, che generano lo spazio per il figlio Gesù (Nadia Lucchesi, Mestre); si può operare perché si diffonda una nuova spiritualità, dentro e fuori la Chiesa (Paola Cavallari, Bologna; Grazia Sterlocchi, Venezia); accogliere le donne che sempre più spesso accudiscono le nostre madri anziane e stringere con loro alleanze, entrando così in relazione con la loro cultura e i loro bisogni differenti (Laura Guadagnin, Venezia).

L’autorità c’è, se è riconosciuta e oggi l’autorità femminile è riconosciuta da tante e tanti. Un “passo avanti”, quindi, è già stato fatto. Questo è il guadagno di pratica, acquisito nella relazione, che ci permette di orientarci nel presente. La risorsa della dimensione apocalittica offre la possibilità di entrare nuovamente in contatto con le strutture arcaiche del simbolico che precedono il patriarcato. La nuova forma di autorità proposta da Buttarelli, già in parte guadagnata e messa in gioco nel presente, si colloca sopra “la piccola storia del patriarcato” (Gemma Beretta, Milano).

Annarosa Buttarelli ha offerto nuovi elementi di radicalità alla riflessione in contesto: ha sottolineato la necessità di realizzare una ”forma profetica della politica”, quella che ci consente di superare la lettura data della realtà, della storia. Possiamo interpretare quanto accade intorno a noi non lasciandoci influenzare dai rapporti di forza esistenti, ma facendo leva sulle sapienze, da sempre in mano alle donne, per contrastare la pretesa universalità dei saperi. Buttarelli vede rinsaldarsi un legame tra donne e “popolo”, anche fuori dei luoghi di elezione del femminismo; constata la circolazione di un’autorità “generativa”, non “di posizione”, che può sostenere in questo momento storico la lotta delle donne per amore del mondo. Si sta costituendo una nuova mappa di relazioni tra donne con forme di sapienze diverse e uomini alleati, capaci di ascolto. Agli altri, impermeabili all’autorità femminile, occorre sottrarre il nostro sostegno, ritirare la relazione a quanti e a quante non le sono fedeli, non più nello spirito di quell’estraneità che ha dato i suoi frutti, ma oggi è superata, bensì nella consapevolezza della propria capacità di essere sovrane, di inventare nuove pratiche. La decostruzione del potere è ormai compiuta, dice Buttarelli, il potere stesso si è depotenziato; ora la questione riguarda i processi con cui si arriva a prendere delle decisioni per dare voce a ciò che “è eterno, universale e incondizionato”, essenziale, secondo Simone Weil, per orientare un nuovo corso della convivenza.

Occorre guardare alle donne in prima fila nei territori a rischio di sopravvivenza che hanno assunto posizioni fortissime di autorità in difesa della vita, come Vandana Shiva che, radicata nell’antica sapienza femminile, afferma il principio della “sovranità alimentare”, sostenendo le numerose esperienze di ricerca agricola e le forme di lotta contadina cresciute negli ultimi vent’anni in ogni parte del mondo o come le tante che, provenendo da tutti i paesi della ex Jugoslavia, si sono riunite tra il 7 e il 10 maggio 2015 a Sarajevo dove si è svolto il primo Tribunale delle Donne in Europa per raccontare, testimoniare, denunciare il sistema criminale della guerra, la misoginia delle istituzioni e “dare voce a quante non hanno avuto voce”, condividendo il loro bisogno di giustizia (Luana Zanella, Mestre).

Non si tratta, riprende Annarosa Buttarelli, di collocarsi sul trono: la sovranità si agisce, anzi, spesso abbandonandolo, rinunciando a posizioni di prestigio, per mostrare come sia possibile e auspicabile per tutta l’umanità favorire la diffusione di un sapere femminile non più cancellato dalla storia, ma attivo e fecondo in tutti gli ambiti della convivenza umana. Ora è tempo di mettere in campo il massimo di “aristocrazia”, intesa come la più alta raffinatezza nel pensare, unita al massimo di capacità operosa, creatrice e realizzatrice.

La direzione presa dal “libero movimento” che ha raccolto e deciso di sostenere la scommessa politica di Annarosa Buttarelli è quella di proseguire con lei in tappe che si rincorrono senza periodicità, continuando a tessere reti di relazioni generative di sperimentazioni e invenzioni politiche, e impegnandosi, attraverso momenti di alta formazione, a promuovere il cambiamento generale della forma mentis e la rigenerazione della politica e delle istituzioni, sulla base dei principi di sovranità femminile.


(www.libreriadelledonne.it, 2/7/2015)

di Giorgio Forti
Prof Emerito all’Università degli Studi di Milano, Linceo

Io rinuncio al mio “credito greco”, anche perchè noi italiani, e i
tedeschi più di noi, siamo in realtà in debito con i Greci. Nel 1941
l’Italia di allora, fascista e guerrafondaia, ha aggredito la Grecia. I
Greci ci hanno resistito efficacemente, anche grazie alla inettitudine
di sempre dei comandi militari italiani. Sono poi stati vinti
dall’intervento dell’esercito della Germania nazista, molto “efficente”.
La Grecia è stata occupata da Tedeschi e Italiani, ed è stata devastata
e massacrata. Siamo debitori verso la Grecia di questo infame delitto
commesso dalla Germania e dall’Italia. Non sono monetizzabili le vite
dei Greci allora massacrati da tedeschi ed italiani, ma lo sono i danni
materiali provocati dagli aggressori italiani e tedeschi. Se si crede di
aver diritto di chiedere all’attuale governo greco il pagamento dei
debiti contratti dai precedenti governi del Paese, la stessa logica di
giustizia deve applicarsi anche a Germania ed Italia, nei riguardi dei
crimini commessi e debiti contratti con il popolo greco, rappresentato
dalla nazione greca.
Intervenga dunque il governo italiano, per scusarsi anche tardivamente,
dei crimini contro il Diritto e contro l’Umanità dell’Italia fascista.
E per esprimere concretamente in sede internazionale il nostro appoggio
al Popolo Greco, e ai suoi attuali governanti.


(www.libreriadelledonne.it, 2/7/2015)

di Francesca Recchia

Arriviamo tardi, quando il sole sta per calare e la luce calda del tramonto si riflette sulle pietre bianche degli edifici. Ayat Alturshan ci aspetta nella piazza di Al Fawwar, un campo rifugiati a sud dei territori Occupati e non lontano da Hebron. Alturshan è una giovane attivista il cui impegno per il diritto delle donne allo spazio pubblico ha inaspettatamente cambiato il voto al campo. Avevo sentito parlare di lei dall’architetto palestinese Sandi Hilal e la sua storia mi aveva incuriosito.

Alturshan ci aspetta in un angolo della piazza insieme ad un gruppo di dodici donne sedute in circolo su delle sedie di plastica beige. Alturshan ha ventotto anni mentre le altre sono sulla quarantina e indossano veli colorati e lunghe tuniche ricamate. Mentre accolgono me e Sandi Hilal con vigorose strette di mano e molti baci per ogni guancia, appaiono più sedie, così che anche noi possiamo sederci e prendere parte alla conversazione. Appena ci sistemiamo, ci dicono di spingere le sedie un po’ indietro per rendere il cerchio più ampio e occupare più spazio nella piazza che, dietro di noi, brulica di attività con adolescenti che giocano a calcio e bambine sfrecciano sui tricicli mentre altri giocano a nascondino. L’atmosfera è allegra e festosa e il nostro angolo di piazza sembra un salotto. Le donne sorridono e conversano, mi domandano se sono sposata e scuotono la testa quando rispondo di no. Una delle signore seduta di fronte a me, mi indica e ride. Quando le domando perché, mi dice: “Sei identica alla mia vicina di casa, meno l’hijab ovviamente!”
La conversazione è scandita da un banchetto festoso di bibite e dolci. Mentre parliamo, le donne portano fuori dalle cucine di casa vassoi, ciotole, bicchieri e tazze. Ci offrono caffè al cardamomo e datteri, soda e biscotti al cioccolato,e per finire un tè dolcissimo con la menta fresca. Le donne vivono la piazza con una sorprendente padronanza. “Non è affatto scontato”, ci dicono. “ Una riunione come questa sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa. La piazza e la determinazione di Ayat lo hanno reso possibile.”
Seduta nella piazza di Al-Fawwar, mi guardo intorno incredula e sorpresa da ciò che sto vivendo. Sono stata qui per la prima volta nel 2008 con Sandi Hilal e, quella che adesso è la piazza, era uno spazio conteso con baracche cadenti, macerie e macchine parcheggiate ovunque. Difficile pensare che questo posto pulito e ben organizzato che oggi accoglie la convivialità pubblica femminile sia lo stesso spazio di desolazione dei miei ricordi.

Al-Fawwar è un campo che ospita quasi settemila rifugiati dalla guerra del 1948. Negli anni, le famiglie si sono appropriate di ogni spazio disponibile e fino a poco tempo fa mancava un luogo dove le persone potessero incontrarsi, o riunirsi per matrimoni e funerali, o dove le donne potessero socializzare. La popolazione del campo è per lo più conservatrice e la presenza delle donne in pubblico non è vista di buon occhio.
La piazza di AL-Fawwar è un’esperienza unica nella storia dei campi rifugiati palestinesi ed è il risultato di anni di resistenza, mediazioni all’interno della comunità e negoziazioni tra gli abitanti e la United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA). Sandi Hilal, che fino all’anno scorso era direttore dell’UNRWA Camp Improvement Program, ha pensato e disegnato la piazza con il suo team. Dopo aver lasciato le Nazioni Unite, è rimasta in contatto con la comunità di Al Fawwar e, in collaborazione con l’architetto Alessandro Petti, la piazza è diventata uno dei nodi principali della loro ricerca sul ripensamento del ruolo che l’architettura gioca nella situazione permanentemente temporanea dei campi profughi .

Secondo una stima del 2010 dell’UNRWA, i rifugiati palestinesi registrati sono 5 milioni e di questi circa 1.3 milioni vive nei campi. Esuli da quasi tre generazioni, i rifugiati palestinesi hanno costruito una parte importante della loro identità sul loro diritto al ritorno. La loro esistenza sia fisica che politica è radicata nell’idea che prima o poi potranno tornare nei loro villaggi d’origine ed è per questo che ogni intervento esterno mirato a consolidare la loro situazione è percepita come un possibile rischio di normalizzazione. Come gesto simbolico e politico, i rifugiati conservano ancora le chiavi delle proprie case e per anni hanno scelto di non costruire completamente il tetto delle loro nuove case quasi a voler dichiarare la dedizione al diritto al ritorno e la precarietà della loro sistemazione corrente.
Nella retorica globalizzata degli aiuti umanitari, la miserabile situazione di vita dei rifugiati è utilizzata come evidenza della condizione di vittime e della loro mancanza di capacità di azione politica. I programmi di aiuto hanno spesso come obiettivo primario quello della risposta immediata: forniscono riparo e reagiscono ai bisogni immediati delle singole famiglie: una tenda, un bagno comune e delle provviste di cibo. Il campo è percepito come un microcosmo di singolarità invece che come una comunità che condivide una storia umana e politica. Questo modo di considerare la questione dei rifugiati meramente come problema umanitario è limitante ed ha generato un’emergenza lunga sessantasette anni, che ha congelato il campo in una sorta di eterno presente. Questa dimensione di eccezionalità ha di conseguenza marginalizzato il ruolo dell’architettura confinandola nella manutenzione e nella progettazione di infrastrutture (pavimentazione e fogne) limitando la possibilità di immaginare e realizzare spazi pubblici e comuni.
Per Sandi Hilal e Alessandro Petti, da architetti e urbanisti, questa interpretazione limitata è diventata la fonte del loro lavoro. Come può un architetto relazionarsi alle costruzioni dei campi senza mettere in discussione o delegittimare il diritto al ritorno? Come si può coinvolgere la comunità nel miglioramento delle condizioni di vita attraverso interventi nello spazio fisico che siano politicamente sostenibili e ideologicamente accettabili? Per Hilal e Petti la retorica consolidata che intende i rifugiati come passivi e bisognosi di aiuto è da contestare. Per Alessandro Petti “è’ proprio la condizione di temporaneità prolungata di questo luogo che ha paradossalmente posto le basi per la sua trasformazione: da spazio dell’aiuto umanitario a luogo politico attivo, è diventato l’incarnazione e l’espressione del diritto al ritorno.”
Per mettere alla prova le loro idee, Hilal e Petti hanno fondato Campus in Camps, un’università sperimentale, nel campo di Dheisheh a Betlemme, che si fonda sui principi di partecipazione, apprendimento contestuale e pedagogia critica. Il loro lavoro, fondato sul disimparare i pregiudizi e reimparare dalle evidenze sul campo è stato accettato dalle comunità locali poiché incoraggiano una mentalità diversa dall’approccio delle ONG. Hilal e Petti hanno capito che un approccio umanitaristico non garantisce risultati consolidati né favorisce credibilità ed hanno quindi scelto una relazione e un impegno di lungo periodo con la comunità fondato un comune senso di appartenenza. Lavorando con studenti di università sia locali che internazionali, Campus in Camps ha concepito un approccio che si confronta direttamente con la realtà dei campi e si radica nel dialogo con residenti e attivisti.

La piazza di Al Fawwar nasce su questo terreno concettuale ed è una delle iniziative centrali di questo percorso educativo. Hilal racconta che all’inizio l”idea della piazza era stata ricevuta con grande resistenza e scetticismo: “Quando abbiamo solo accennato alla parola piazza, le persone nel campo sono impazzite. Questa parola generava una specie di allarme rispetto alla permanenza del campo e all’abbandono del sogno del ritorno.” In un contesto conservatore come quello del campo, ci sono voluti tre anni e mezzo di discussioni e modifiche per realizzare la piazza che oggi rappresenta una grande fonte di orgoglio per tutta la comunità. La lunga negoziazione sul design del progetto è stata un’occasione di vivace dibattito all’interno della comunità, sia tra diverse generazioni che tra donne e uomini. Alla fine, la piazza ha preso la forma di una casa senza il tetto: uno spazio aperto, ma riservato che permette in particolare alle donne di stare fuori senza essere esposte allo sguardo degli estranei. La comunità alla fine si è innamorata del progetto e le resistenze iniziali sono svanite quando hanno iniziato ad arrivare delegazioni da altri campi – compresi quelli di Talbieh e Hus’n in Giordania – per visitare la piazza come possibile modello da replicare.
Dopo il tramonto, le donne tornano a casa in gruppo. Noi seguiamo Ayat Alturshan verso la parte alta del campo, andiamo nella casa dove vive con la sua famiglia, un edificio a due piani coperto dalla tradizionale pietra bianca palestinese e circondato da un giardino ben curato. Tre ulivi molto antichi, aiuole e dei grandi cespugli di salvia e menta sgretolano l’immagine degli avvilenti accampamenti di rifugiati bisognosi.
Ci sediamo sotto gli alberi, sorseggiamo sorbetto di guava fatto in casa e mangiamo frutta fresca. Ayat Alturshan è stata una delle prime studentesse di Campus in Camps e l’attivazione della piazza è stato il suo compito all’interno del programma. “Come donna che appartiene a questo campo e a questa comunità mi sono spesso sentita limitata e costretta nei movimenti e sapevo che anche altre donne si sentivano nello stesso modo. Ho pensato che si poteva riuscire ad andare oltre la tradizione e dare alle donne il diritto di stare all’aperto, incontrarsi, prendere un po’ d’aria fresca e di vitamina D. Campus in Camps mi ha dato l’opportunità di mettere in pratica quello che ho sempre desiderato fare. Sono stata fortunata che la mia famiglia mi abbia sostenuto.”
L’idea di Ayat Alturshan è tanto semplice quanto radicale: portare fuori le attività ordinarie che le donne di solito fanno nello spazio protetto della casa. Come primo evento è stata organizzata in piazza una giornata di cucina collettiva a cui le donne sono state invitate per preparare insieme il maftoul, un piatto tradizionale palestinese simile al couscous. All’inizio sia gli uomini che le donne erano scettici, pensando che un’iniziativa simile avrebbe potuto danneggiare la moralità delle donne e mettere loro strane idee nella testa. Ma Alturshan non si è lasciata intimorire, ha respinto ogni accusa e di contro ha deciso di incontrare gli anziani della comunità e le autorità religiose per invitarli a partecipare. L’evento di cucina è andato così bene che da quel giorno vedere le donne in piazza che bevono il caffè è una cosa consueta e la piazza è anche usata per varie attività compresa la ginnastica mattutina.
Umm Mahmoud, che è seduta con noi nel giardino di Ayat Alturshan, ha formato un gruppetto di donne diabetiche, e dice che rivendicare lo spazio della piazza le ha dato la possibilità di incoraggiare le donne a fare attività fisica e a prendersi cura della propria salute. “Grazie all’aiuto di Ayat adesso vogliamo organizzare in piazza un a giornata dedicata alla sensibilizzazione sul diabete. Ayat è più giovane di noi, ma a noi non dispiace darle retta visto che ci ha aiutato ad uscire di casa. La piazza è una vera benedizione e ha cambiato le nostre vite.”
Prima di andare via, chiedo ad Alturshan se senta il peso di una tale responsabilità. “Ma no” risponde. E poi, con un sorriso soddisfatto aggiunge: “Non mi ero resa conto che questo mi avrebbe trasformata in una specie di rivoluzionaria”

Francesca Recchia è una ricercatrice e scrittrice indipendente che vive a Kabul, Afghanistan. In passato ha scritto e insegnato in Kashmir, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Palestina. Si occupa della dimensione geopolitica dei processi culturali e negli ultimi anni si è concentrata sulle pratiche creative e le trasformazioni urbane nei paesi in conflitto. Il suo lavoro si fonda su un approccio interdisciplinare che combina studi urbani, visivi e culturali. Francesca è stata Research Associate presso il Centre of South Asian Studies (SOAS, London) Postdoctoral Research Fellow presso la Bartlett School of Planning (University College of London), ha un PhD in Cultural Studies presso l’Università degli studi di Napoli L’Orientale e un Masters in Visual Cultures presso il Goldsmiths College (University of London). E’ Visiting Lecturer presso l’ Università Bocconi di Milano. Francesca è autrice dei libri: The Little Book of Kabul: (con Lorenzo Tugnoli), Picnic in a Minefield e Devices of Political Action: Collective Towns in Iraqi Kurdistan (con un photo-essay di Leo Novel). Vive a Kabul, dove è stata direttrice del quarto Afghanistan Contemporary Art Prize.
Seguitela su Twitter su @kiccovich.

Articolo in lingua originale:

www.warscapes.com/reportage/architecture-impermanence-notes-palestine

di Serena Danna

Lea Coligado è una giovane studentessa di Stanford che, stanca della rappresentazione bianca e maschile del mondo della tecnologia, ha deciso di pubblicare su Facebook e su Medium i volti e le storie delle donne delle Silicon Valley di tutto il mondo. Il progetto, che si ispira al fortunato Humans of New Yorks, in poche settimane, ha raggiunto migliaia di adesioni. Lea ha risposto via mail alle domande della 27ora.

Come nasce Women of Silicon Valley?
«Negli ultimi anni sono entrata in contatto con tantissime donne meravigliose che si occupano di tecnologia e mi sono chiesta: come mai permane l’idea che la Silicon Valley sia un club per soli maschi? Chiaramente le donne ci sono e, per di più, eccellono nei loro lavori. Tuttavia l’immagine pubblica del mondo hi-tech continua a essere univoca, e ho la sensazione che tutte le professioniste siano nascoste dietro lo stereotipo. Il mio progetto nasce per dare alle ingegnere, alle imprenditrici e alle manager l’attenzione che meritano».

In che modo vengono scelte le storie e i personaggi che pubblicate?
«Molte mi vengono segnalati da amici o dai follower; altre sono scelte da me direttamente. Ciò che le accomuna è aver raggiunto obiettivi importanti nella programmazione, nel design o nel venture capitalism, e che hanno incontrato tutte avversità e ostacoli per il solo fatto di essere donne».

Qual è l’obiettivo del progetto?
«Ispirare! Da donna che ha sempre lavorato in un ambiente quasi esclusivamente maschile, so bene quanto sia cruciale avere modelli positivi e provare un senso di appartenenza. Mi piacerebbe che le lettrici scorrendo le nostre storie si sentissero a loro agio con tutto questo».


Il progetto sta avendo qualche impatto nel mondo della tecnologia?
«
Sono felice di poter dire di sì. Riceviamo un gran numero di messaggi di supporto da donne che si riconoscono nelle esperienze delle altre e trovano conforto. Abbiamo avuto i ringraziamenti pubblici da Melinda Gates e Chelsea Clinton. Inoltre, le protagoniste delle nostre storie affermano di essersi sentite più forti nella loro “battaglia” e nella passione per la tecnologia».

Le poche donne del mondo hi-tech ad avere visibilità agli occhi dell’opinione pubblica veicolano l’immagine di potenti, ricche e privilegiate. Qual è la vostra posizione a riguardo?
«
La tecnologia è di per sé un privilegio: lavorare in questo settore significa avere un’ottima educazione, tante relazioni e molti lussi.  Io cerco comunque di allargare la visione dando spazio non solo a chi si occupa di software ma anche a chi proviene da altri settori come il management e il  venture capital. Credo sia poi fondamentale dare conto del divario nella rappresentazione delle minoranze, per questo cerco di donne di etnie e razze diverse provenienti da tutto il mondo».


(27esimaora.corriere.it, 1/7/2015)

di Osvaldo Baldacci

ROMA Loretta Napoleoni, economista di fama mondiale, non ha dubbi: l’unica soluzione è cancellare il debito greco.

Lei aveva già previsto questi sviluppi della crisi greca…

Era facile, tutto questo poteva già succedere nel 2011 – quando tra l’altro il governo socialista aveva già chiesto un referendum negato dal Parlamento che tolse la fiducia – ma si è andati avanti con una crisi cronica. Dopo tutta questa austerità che ha contratto  l’economia greca del 25 per cento siamo allo stesso punto, e nella sostanza la domanda è di nuovo se la Grecia resterà nell’euro o no.

Chi ha sbagliato?

Hanno sbagliato tutti, soprattutto troika e Ue, perché la Grecia non può rimanere nell’eurozona in queste condizioni, non ce la fanno a pagare i debiti, è matematicamente impossibile. Se anche dicessero sì al piano Ue tra sei mesi saremmo di nuovo allo stesso punto, con una nuova crisi. Forse era meglio una scelta diversa, più drastica nel 2011, anche la bancarotta, ma certo all’epoca le banche sarebbero saltate,  mentre adesso la situazione è diversa. Anche se non bisogna pensare che la crisi delle banche greche sarebbe indolore per noi.

Quindi la soluzione?

L’unica soluzione sarebbe tagliare una buona parte del debito, perché tanto proprio non ce la fanno a pagarlo. Come si fa a pagare un debito che aumenta con una economia in negativo del 25 per cento?

Ma in fondo i debiti non li hanno fatti i greci?

Certamente sì – e oggi chiedono ancora cose assurde, come sulle pensioni, ma non tali da incidere davvero sull’economia – , ma chi gli ha dato i prestiti? Su quali calcoli e garanzie? Forse l’Fmi e gli altri non dovevano fare i prestiti. Ora che facciamo con i greci? Gli tagliamo la testa?

Secondo lei, si potrà trovare un accordo in extremis?

Se anche fosse, tra sei mesi staremmo da capo a dodici con una nuova crisi. E la Grecia è sì piccola, ma se cade ci può essere un crollo di fiducia capace  di riportare una recessione globale. I greci puntano su questo, credono che sia impossibile farli fallire davvero. Gli americani sono molto preoccupati, più degli europei. Ma attenzione, perché il problema di un debito che non si può ripagare se l’economia non cresce ce l’hanno anche altri Paesi, comprese Italia e Spagna.

 

(metro, 1/7/2015)

di G. R.

 

Il posto vuoto di Dio, a cura di Luisa Muraro e Adriana Sbrogiò, Marietti, 2006

(Testi di Marco Cazzaniga, Gabriella Cimarosto, Elsa Confortin, Luisella Conti, Livio Dal Corso, Gianni Ferronato, Luisa Muraro, Tilde Silvestri, Rosetta Stella, Marisa Trevisan, Carla Turola, Natalina Zanatta)

«Il senso del libro è semplice da dire. Le donne e gli uomini che ci hanno lavorato e lo firmano, si sono ritrovati più volte, liberamente, per parlare di sé e del mondo nel loro linguaggio abituale ma senza escludere “Dio”, come parola e come pensiero» (Luisa Muraro, dalla prefazione).

 

Le persone che vediamo agire nelle pagine di questo libro fanno, in certo modo, filosofia in un senso antico del termine: c’è una tensione per la conoscenza, per la verità, che non si sviluppa solo nelle speculazioni solitarie di una mente, ma nel dialogo, nel confronto interpersonale. Una parte di questo gruppo di donne e uomini ha conoscenze filosofiche e teologiche “professionali”, per formazione accademica e/o per appartenenza a un ordine religioso, ma alla ricerca partecipano tutte/i a partire dalla propria esperienza

Il primo capitolo è dedicato al dibattito sviluppatosi tra il 2003 e il 2005, nell’ambito dell’associazione Identità e differenza di Spinea (1).

La scintilla della discussione fu uno scambio verbale (riportato nel testo) avvenuto durante un convegno tenutosi ad Asolo nel 2002, in cui una sessantina di donne e uomini si erano riuniti «per parlare dei rapporti tra mondo femminile e mondo maschile».

Natalina Zanatta, una suora dorotea impegnata a fondo in una comunità con ragazzi «che vengono dal mondo della droga, alcool, prostituzione, carcere», in un forte intervento-testimonianza parlò del vantaggio che, per le donne come lei appartenenti a un ordine religioso, deriva dall’essere in una «relazione di non necessità affettivo-sessuale con il maschile». Parlando poi delle ragazze di cui si stava occupando, indicò come un loro problema fondamentale fosse la dipendenza patologica dal maschio. Si avverte come un punto di contatto tra la situazione di quelle ragazze e l’esigenza di libertà femminile che Zanatta rivendica per sé e per le altre suore. Non a caso, subito dopo, troviamo la denuncia dell’«assoggettamento del mondo religioso femminile al mondo religioso maschile, in tutte le sue espressioni […] Ci siamo rese conto che, se tu tocchi i privilegi del maschio che si dice, appunto, garante del sacro, si scatena una guerra».

Il modello di autonomia proposto alle ragazze è in qualche modo analogo a quello che Zanatta aveva auspicato per le suore: «il cammino che continuiamo a voler fare è questo: portare a noi la nostra vita, tenerla, essere bastanti a noi stesse; Fabia e io poi aggiungiamo il “Dio solo mi basta”, come una realtà che ci appartiene in modo fondamentale».

Seguì un intervento di Luisa Muraro, che contestò Zanatta su due punti. Il primo riguardava la pretesa di autosufficienza, l’io mi basto, che esclude la relazione.

Il secondo punto riguardava quel Dio “che ci appartiene”, come se fosse una prerogativa delle persone ordinate: «E poi [Natalina] ha fatto torto a Dio. Io non so se Dio esiste, ma se esiste e qualunque cosa voglia dire questo nome, Dio vuole entrare nella vita di ciascuno e di ciascuna. Non sta ad aspettare le scelte di Tizio e di Caio».

Zanatta si difese, precisando che se aveva parlato di autonomia era stato nel senso di non voler ricadere in una situazione di sudditanza; ma accolse le critiche, soprattutto in riferimento alla “doppia misura” nel rapporto con Dio ed espresse il desiderio di aprire un dibattito.

E dibattito fu, a partire dall’idea lanciata da Muraro in quella sede, riguardo al “posto vuoto” da lasciare libero, da non occupare con altro quando la parola-pensiero “Dio” non ha più circolazione: un’idea che si richiama, come preciserà poi la stessa Muraro, a un passo di Teresa di Lisieux.

Sia nel corso del dibattito sia nelle lettere e negli interventi individuali raccolti nella seconda parte del libro, i partecipanti al gruppo raccontano la propria esperienza religiosa, le eventuali crisi e conflitti con la Chiesa istituzionale, la propria idea di Dio, l’economia di questa nella propria vita.

Emergono presto differenze tra il pensiero delle donne e quello degli uomini.

La “questione” della differenza sessuale è ben presente nella coscienza delle donne e degli uomini dell’associazione. Ne parla per esempio Adriana Sbrogiò in Presentazione del gruppo: «si tratta di una differenza che fa problema e viene sottintesa, svilita, cancellata… Noi invece vogliamo significarla e quindi cerchiamo ed usiamo parole che la esprimano».

Negli interventi delle donne, Dio (o il divino, come qualcuna preferisce dire a volte) è strettamente associato all’amore, quando non è addirittura un suo sinonimo.

«Voglio raccontarvi che quando ho visto per la prima volta mia figlia Chiara, la prima nata, ho avuto la certezza dell’esistenza di Dio […] la stessa sensazione l’avverto anche adesso quando capisco l’amore che lega le persone tra loro» (Luisella).

«Il divino lo percepisco nei momenti di comunicazione profonda e di appagamento nella relazione con le persone umane, in particolare con le donne. È divino, per me, il piacere che provo nel darmi da fare per la vita, nella cura per la vita» (Elsa).

Semplificando, sembra prevalere tra le donne del gruppo una posizione “immanentistica”: Dio è qui e ora, nella relazione che ho con te, nello scambio, nella compassione e nella solidarietà. Il primato dell’amore è professato, con accenti diversi, anche dalle suore del gruppo, da Natalina in primo luogo.

 

Gli uomini del gruppo appaiono forse un po’ sconcertati dall’atteggiamento vitalistico, diretto, delle donne. Il loro approccio al divino si appoggia di più a una teologia razionale e a un senso finalistico del rapporto di Dio con la Storia umana. Hanno una maggiore tensione per la trascendenza, mentre per le donne «l’amore trascende da solo» (Adriana), ovvero, non c’è bisogno di trascendenza.

Quegli uomini sono però da tempo in qualche rapporto con il pensiero femminile della differenza e quindi si sforzano di comprendere le parole delle donne e di individuare la propria differenza ed eventualmente anche i propri limiti. Così, per esempio Gelindo: «In questo vostro contrasto emerge che l’uomo rispetto alla donna cerca sempre un andare più avanti rispetto alla condizione del momento. Non partecipa sufficientemente a quello che si svolge nell’attualità […] vede e apprezza molto meno il raggiunto, l’attuale […] Credo proprio che qui giochi la differenza sessuale».

C’è un corsivo delle curatrici del libro in cui si precisa la posizione del pensiero femminile della differenza nel contesto del femminismo e mette in guardia, allo stesso tempo, circa un possibile cattivo uso della differenza, che può finire per coincidere con i “vecchi stereotipi”.

Nel libro, nessuna e nessuno cade in vecchi stereotipi. Tuttavia non riesco a liberarmi dall’impressione che il ricorso alla differenza da parte degli uomini vada a volte nel senso di una chiusura del discorso, più che di una sua apertura. Forse questa è la differenza… Forse è la mia identità maschile… Come se la differenza sessuale fosse un dato del tutto congenito o l’ultimo muro dietro cui ripararsi di fronte al rischio di una destrutturazione dell’identità, del ruolo, della personalità.

Secondo me, sono proprio gli strumenti intellettuali e il modo con cui gli uomini affrontano i problemi in questa discussione, a mostrare in che misura sia “culturale”, costruita, strutturata l’identità maschile.

 

Emergono poi anche altre differenze, riguardanti non solo il pensiero, ma le scelte effettive di vita, il come uno/una si spende nel mondo.

Penso soprattutto a queste suore, alla loro dedizione totale alla carità, alle enormi difficoltà che affrontano. Raccontano le loro storie in poche parole: vedi gli interventi e le lettere di Natalina Zanatta, la lettera di Tilde Silvestri. Lo fanno senza ostentazione né vittimismo, e tanto più colpiscono la solitudine di certi momenti, quel loro agire senza appoggi e senza rete, e anche le umiliazioni a cui si trovano esposte dal momento in cui scelgono di uscire nel mondo vestendo l’abito: le scaramanzie, il dileggio da parte di persone che forse scaricano su di loro (proprio perché donne, proprio perché appaiono come l’anello più debole della Chiesa) un rancore storico verso la struttura ecclesiastica.

Gli uomini, pur non esenti da crisi sofferenze e conflitti, sembrano muoversi di più in un sistema di sicurezze sociali. Lo ammettono con lucidità, anche se con altre parole, in alcuni punti del libro. Così, dopo che il gruppo ha letto una lettera di Natalina, scritta in un difficile periodo di malattia e il cui oggetto centrale è l’esperienza di Dio senza mediazioni e la sintonia che solo può dare «la passione amorosa», Marco dice di sentire «una sorta di richiamo» per la prospettiva data dall’esperienza mistica, ma dichiara al contempo «il timore di andarci dentro, di essere preso» perché non saprebbe più come gestire i doveri e le necessità della vita quotidiana. Gli fa eco Gelindo: «come diceva Marco, quando intravvedo ed intuisco qualcosa, ho paura che Dio mi prenda in parola e mi porti a conseguenze coerenti, da cui finirei per tirarmi indietro».

 

Come detto, la seconda parte del libro raccoglie lettere e interventi individuali. Ognuno di essi offre spunti di riflessione che meriterebbero di essere raccolti. Qui non posso che limitarmi ad alcuni accenni.

In Desiderio di Dio Marco Cazzaniga, pur difendendo la necessità di valori universali e una tradizione che non si sente di accantonare, fa un caldo riconoscimento dell’apporto e dell’importanza del femminile, nella persona di Adriana in primo luogo: «Lei riesce a comunicare e a realizzare il suo desiderio d’amore più di quanto io ne sia capace e me lo insegna anche. […] Sono stato educato a diffidare della donna, oltre che come tentazione per gli impulsi sessuali, anche come distrazione dall’amore per tutti e, in concorrenza con Dio, dall’amore totale per Lui».

In realtà, conclude Marco, l’incontro con Adriana ha significato una maggiore libertà interiore e condizioni più favorevoli per la stessa crescita spirituale.

Adriana e Marco sono gli unici ad aver partecipato in coppia al gruppo di discussione. Hanno la fortuna di essere legati da un affetto coniugale e di avere, nello stesso tempo, passioni culturali ed esistenziali che si possono esprimere in un contesto condiviso. I loro scambi nella discussione risultano particolarmente vivaci: efficaci, direi, anche come stimolo al pensiero degli altri.

In Mia mamma per un verso, Gesù per un altro Adriana racconta come la sua fede sia legata a sua madre (tema che le è molto caro) ma anche al “piccolo” Dio di altre persone della sua infanzia. In questo brano amplia poi il suo modo libero di trattare anche la teologia esprimendosi per apparenti paradossi, come quando dichiara un grande amore per la figura di Gesù Cristo, lieta però, in quanto donna, di non essere stata «obbligata, come predicavano i preti, a diventare come Gesù».

A chi può ascoltarla, per parlare di una sua vicina, Alba, uccisa dal marito è una testimonianza in cui Tilde Silvestri, Suora stimmatina, parla della violenza sulle donne nel quartiere della periferia romana, in cui opera. È uno dei brani del libro che danno l’opportunità di conoscere l’operato di donne che hanno fatto scelte forti di dedizione a favore degli ultimi.

Infine, A Adriana, sul verbo “amare” e altre cose è un brano in forma epistolare in cui Rosetta Stella scrive parole bellissime sull’amore, il corpo, la morte e l’impermanenza.

 

Non conoscevo Il posto vuoto di Dio. Mi è stato segnalato da Adriana Sbrogiò, che ha avuto anche la gentilezza di spedirmelo nell’isola lontana in cui vivo. Adriana mi ha inviato anche, via mail, una serie di recensioni uscite dopo la pubblicazione del libro. In alcune di esse ho visto riflesse emozioni simili a quelle che anch’io ho provato, una specie di allegria nel leggere di un gruppo che si riunisce e discute con passione di cose essenziali e che vanno oltre l’affanno quotidiano del vivere e sopravvivere.

Mi ha sorpreso invece imbattermi in alcuni giudizi che tacciano di new age alcuni aspetti del libro: un’interessante coloritura agli occhi della critica benevola, una tendenza pericolosa agli occhi della critica più ortodossa. Mi ha sorpreso, perché mi sembra che il libro vada veramente in tutt’altra direzione, a meno che non si includano nella categoria new age il femminismo, il pensiero della differenza, la carità senza riserve, l’amore, la discussione sul misticismo.

Ovviamente non posso sapere cosa intenda esattamente per new age chi usa questa espressione. A me, usata in questo senso negativo, fa pensare a mantra recitati con il sottofondo di “musiche di rilassamento”, a un linguaggio che nomina un po’ troppo le “buone vibrazioni” e via dicendo.

Di tutto questo mi pareva che non ci fosse l’ombra nel libro, però ho ripercorso il testo per vedere se mi era scappato qualcosa.

Mi sono chiesto se la pietra dello scandalo non stesse nell’intervento Gratis di Gianni Ferronato, dove per esempio si legge: «È pensabile che il sentimento religioso venga sostituito da quell’altro sentimento affine che è quello dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani e di tutti gli esseri viventi della terra? […] questo passaggio che vedo delinearsi verso un’umanità più marcata da impronte asiatiche che con il Buddismo e la tradizione cinese ci mostrano che si può vivere anche a prescindere da Dio».

Non so. Qui c’è solo un accenno pacato all’esistenza di grandi tradizioni religiose (che non hanno niente di new) estranee alle religioni del Libro, e a una loro possibile attualità.

 

Nota: 1) L’Associazione Culturale “Identità e Differenza” di Spinea (VE) è attiva dalla fine degli anni 80. Ha un proprio sito web, in cui è possibile trovare la sua storia e un’ampia documentazione delle attività svolte.

 

(gasparastampa.es, giugno 2015)

di Sandra Burchi

 

Sandra, la protagonista dell’ultimo film dei fratelli Dardenne, Due giorni e una notte, ha un marito, due figli, un mutuo da pagare e un lavoro che sta per perdere. A casa da qualche tempo per una brutta depressione, rischia di non poter riavere il suo posto nell’azienda di pannelli solari in cui lavora. I compagni hanno imparato a organizzare il lavoro diversamente e il titolare, su suggerimento del caporeparto, ha proposto a tutti 1000 euro di bonus e il licenziamento di Sandra.

 

Sandra ha un sabato/domenica di tempo per convincere compagne/i a non cedere al ricatto, a rinunciare ai 1000 euro per permettere a lei di tornare a lavorare. Due giorni e una notte per incontrare tutti e parlare con loro uno a uno, prima della nuova votazione concessa dal titolare per il lunedì mattina. Quello dei Dardenne è un film a tema, tutto è scritto per far riflettere, per far capire quanta violenza c’è nella normalità di una decisione d’azienda. Ogni personaggio interpreta un frammento di società, incarna un modo di vedere, dice qualcosa del pezzo di mondo che si porta con sé. Tutti, a partire dal marito di Sandra, Manu, che è quello che resta del mito di un male breadwinner, silenzioso, solidale, incoraggiante ma anche impotente rispetto a quello che sta succedendo a Sandra, in azienda e dentro di lei. Troppe lacrime, troppi calmanti.

 

Sandra accetta di fare il giro. Fra mille esitazioni bussa alle porte degli altri operai come lei. Sola, attraversa lo spazio con i mezzi pubblici o nella macchina del marito, continuando a rispondere e a non rispondere all’amica Juliette, che con mille telefonate la sprona, la convince a provarci. Sono campanelli diversi quelli a cui si avvicina, soglie di abitazioni oltre le quali incontra storie tutte diverse e tutte uguali. Molte solitudini, molti guai: doppi lavori, spese da sostenere, debiti, gli stessi debiti per chi tira a campare e chi ristruttura una grande casa. Sul fatto che l’essere indebitati corrisponda a una precisa costruzione della soggettività è stato detto molto negli ultimi anni. Elettra Stimilli nel suo Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo (Quodlibet, Macerata 2011), mostra bene lo stretto legame fra economia, gestione della vita e “governo dei viventi”.

 

Il debito è “una tecnica privilegiata attraverso cui il soggetto, come tale, si costituisce, dando forma alla sua vita e rendendosi allo stesso tempo disponibile per una modalità di assoggettamento che non lo aggredisca all’esterno ma miri piuttosto a coincidere capillarmente con essa” (Stimilli 2011, p. 117). I “no” che Sandra riceve si iscrivono in questa naturalizzazione del debito come norma e normalità. Avere delle spese da sostenere, figli all’università, case da restaurare, mobili e mutui da pagare, è una spiegazione più che sufficiente per l’indisponibilità a rinunciare ai 1000 euro. Quello che i Dardenne mostrano con insistenza è che Sandra, non può contare su nessuna mediazione che allontani da questa “normalità”, che nella maggior parte dei casi non può dare niente per scontato, nessun sentimento sociale, nessun orizzonte comune. Tutti quelli che torneranno sul voto che hanno già dato, decidendosi per un gesto di solidarietà, sono presi da una crisi. Il giovane collega che Sandra incontra ai bordi di un campo di calcio sta allenando una squadra di quartiere. Scoppia in lacrime solo per avere l’opportunità di poter ri-votare, di liberarsi del senso di colpa: “Chiamo anche Miguel, anche lui voterà per te”. Anche il vecchio operaio cambierà il suo voto ma non senza prendersi un pugno in faccia dal figlio, che come lui lavora in reparto e che vuole “i suoi soldi”, quelli del bonus. Ma sarà una donna quella che cambierà di più in occasione della richiesta di Sandra, liberandosi dall’egoismo del marito – che vorrebbe impedirle di restituire il bonus – e dalla vita con lui per poter scegliere con la propria testa.

 

Quello che i Dardenne creano come sfondo della vicenda di Sandra e dei suoi compagni è l’immagine di un’Europa impoverita, incattivita, smemorata, in preda agli effetti di trasformazioni non gestite. Quello che i Dardenne mettono in scena è la crisi del legame sociale, il disfarsi dell’idea di una società in cui i singoli sono tenuti insieme da qualcosa che trascende le loro personali esistenze.

 

Sandra fa tutto da sola, contando su un’amica, un marito, e incontrando la solidarietà solo di quelli che hanno le chiavi –personali – per accenderla dentro di sé.

 

In un mondo che si pensa così, “senza società”, un mondo in cui tutto è privato e de-privato, l’andare in giro di Sandra finisce per essere un’operazione di ricucitura, un filo riconsegnato alla consapevolezza di esistenze che convivono senza conoscersi e senza condividere il senso del loro essere insieme, nello stesso reparto. Tutto è forte in questi incontri, il peso dell’indifferenza, il cinismo di alcune ragioni, la vergogna di chi continua a votarle contro perché non può far diversamente, ma anche la solidarietà inattesa di chi decide di cambiare idea, di votare non solo per Sandra ma per sé, per un’idea di giustizia di cui ritrova il senso.

 

Quando arriva il lunedì Sandra perde il posto. I voti sono pari, ma non ci può essere parità per questa decisione.

 

Quando il titolare le proporrà di rimanere, riconoscendole il merito di una parziale vittoria, le offre il posto di un compagno a cui non verrà rinnovato il contratto, Sandra si rifiuta. Non ha esitazioni, questa volta, ha ben chiaro cosa è giusto fare.

 

In questo lungo week end sono cambiate molte cose. Fragile, impaurita dalla prospettiva di ricominciare a piangere, di cadere di nuovo nella depressione da cui stava guarendo, Sandra è uscita di casa con troppe pasticche nella borsetta ma fiduciosa di poter fare qualcosa, di cambiare qualcosa. E’ questo che l’ha trasformata, e l’ha resa forte.

 

Nella scena finale c’è il sole, Sandra esce dalla fabbrica e chiama il marito per raccontargli l’esito della votazione. Sembra sollevata, senz’altro è più forte. La strada su cui cammina non sembra più solo sua, sembra l’inizio di qualcosa.

 

(www.questionegiustizia.it, 22 marzo 2015)

di Giuliana Sgrena

 

«Noi non siamo mili­tari, siamo mili­tanti, non siamo pagate per fare la guerra, siamo come par­ti­giane della rivo­lu­zione. Viviamo con il nostro popolo, seguiamo una filo­so­fia, un pro­getto poli­tico. Con­tem­po­ra­nea­mente por­tiamo avanti una lotta di genere con­tro il sistema patriar­cale. Gli altri com­bat­tenti sono nostri com­pa­gni, abbiamo rap­porti poli­tici e di ami­ci­zia», così Nes­srin Abdalla, coman­dante dell’Unità di difesa delle donne (Ypj), mi spiega il ruolo delle donne com­bat­tenti nel Rojava (Kur­di­stan siriano) e il loro rap­porto con l’unità maschile (Ypg).

36 anni, ma ne dimo­stra meno, nata a Dirik nel can­tone di Jezeri, sicura di sé, prima di essere impe­gnata nell’esercito era gior­na­li­sta, non è spo­sata, come viene richie­sto a tutti i com­bat­tenti kurdi, uomini e donne. Da quando è scop­piata la guerra civile in Siria (2011) – e l’Isis (Stato isla­mico in Iraq e nel Levante) ha attac­cato il Rojava distrug­gendo Kobane – Nes­srin Abdalla è in prima linea, è diven­tata una di quelle «eroine» che sono cele­brate non solo in Kur­di­stan ma nel mondo intero.

«In que­sto momento in Kur­di­stan il ruolo delle donne è sto­rico, non solo per le kurde e per quelle del Medio oriente, ma anche a livello inter­na­zio­nale. La nostra lotta mira alla crea­zione di una nuova società par­tendo da una visione eco­lo­gica, il rispetto della natura, l’affermazione dei diritti e dell’identità delle donne. Il mondo ora è insta­bile, vi sono molte minacce, tra que­ste il ter­ro­ri­smo, come donne com­bat­tenti abbiamo molta respon­sa­bi­lità verso tutte le donne.

 

Le donne che in pas­sato hanno par­te­ci­pato alle lotte di libe­ra­zione dei loro paesi ave­vano messo in secondo piano i diritti delle donne pen­sando che li avreb­bero acqui­siti dopo gra­zie al loro impe­gno, ma non è stato così. E per voi non è così…

Il mondo è pas­sato da un sistema matriar­cale a quello patriar­cale e le donne hanno perso la loro iden­tità. Il patriar­cato ha oppresso le donne, che hanno subito vio­lenze anche fisi­che, e pur lot­tando non sono riu­scite a con­qui­stare uno spa­zio nella società. Eppure le donne hanno sem­pre aspi­rato alla loro libertà e ai loro diritti, con la nostra lotta stiamo rea­liz­zando que­sto sogno. Sono le lotte degli anni pre­ce­denti che hanno por­tato alla crea­zione dell’Ypj, è stato l’esempio del movi­mento delle donne del Pkk che per anni hanno lot­tato sulle mon­ta­gne per la loro iden­tità e libertà. Le donne sono state pro­ta­go­ni­ste della pri­ma­vera araba ma que­sto non ha aperto loro una strada per l’affermazione dei loro diritti, la rivo­lu­zione del Rojava invece ha mostrato la forza delle donne. La nostra è una lotta alla quale par­te­ci­pano tutte: dalle bam­bine di sette anni fino alle donne di settant’anni, que­sto ha per­messo la pre­senza fem­mi­nile in tutti i set­tori, anche quello militare.

 

Credi che le donne com­bat­tenti che affron­tano i ter­ro­ri­sti fana­tici abbiano pro­vo­cato uno shock nell’Isis?

Penso che la pre­senza delle donne tra i com­bat­tenti abbia pro­vo­cato un crollo nelle con­vin­zioni e forse anche nella fede dell’Isis. Loro hanno sem­pre com­bat­tuto con­tro eser­citi di uomini e hanno anche vinto, ma ora tro­varsi davanti delle donne deve essere stato uno shock per­ché hanno dichia­rato le donne nemico numero uno. Inol­tre hanno subito decre­tato che se un com­bat­tente viene ucciso da una donna non può andare in para­diso e il suo corpo viene bru­ciato. Quando sono stati loro a ucci­dere una guer­ri­gliera le hanno tagliato la testa e l’hanno mostrata tenen­dola per i capelli come un tro­feo. Que­sto gesto era il sim­bolo di una scon­fitta ideo­lo­gica dell’Isis. Per noi, al con­tra­rio, com­bat­tere que­sto nemico è diven­tato un segno di iden­tità e ha come ipno­tiz­zato, pro­vo­cato l’attrazione verso di noi di donne arabe, assire, tur­che, tede­sche (tra di loro vi è stata anche una martire).

 

Ci sono anche italiane?

Ita­liane che io sap­pia no, ma potreb­bero anche esserci.

 

Quali sono i vostri rap­porti con la coa­li­zione occi­den­tale, in pas­sato que­sti inter­venti sono sem­pre fal­liti, pen­sate che insieme riu­sci­rete a scon­fig­gere l’Isis?

Noi com­bat­tiamo per la demo­cra­zia, la nostra porta è aperta anche alla coa­li­zione se ci vuole aiu­tare. Finora ci hanno aiu­tato con i bom­bar­da­menti, anche pesanti. Spe­riamo che l’aiuto non resti solo a livello di bombardamenti.

 

Pensi che una coa­li­zione gui­data dagli Usa sia inte­res­sata ad aiu­tare il vostro pro­getto democratico?

Finora l’aiuto è stato solo attra­verso i bom­bar­da­menti che, sap­piamo bene, non erano fatti per noi ma per scon­fig­gere l’Isis che è un nemico comune. Ma occorre andare oltre: il Rojava ha biso­gno di un rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale, vedremo se la coa­li­zione sarà dispo­sta a darci anche un aiuto diplo­ma­tico. Chie­diamo la fine di tutti i mas­sa­cri, anche quello della nostra identità.

 

Il primo aiuto potrebbe essere una pres­sione sulla Tur­chia per­ché ponga fine all’embargo che impe­di­sce il pas­sag­gio di aiuti per i kurdi.

Cre­diamo che se la coa­li­zione volesse potrebbe creare cor­ri­doi uma­ni­tari, occorre aprire le fron­tiere per scopi uma­ni­tari, ma abbiamo biso­gno anche di rap­porti commerciali.

 

Il suc­cesso dell’Hdp (Par­tito demo­cra­tico del popolo, par­tito di ispi­ra­zione kurda) nelle recenti ele­zioni tur­che potrà favo­rire un cam­bia­mento della poli­tica di Ankara?

Sicu­ra­mente quando un par­tito kurdo è forte è un van­tag­gio per tutti i kurdi, loro sono i nostri rap­pre­sen­tanti in Tur­chia, la loro vit­to­ria è una nostra vit­to­ria. Impor­tante è anche che abbiano eletto nume­rose donne (31 su 79), que­sto è un bel mes­sag­gio al par­la­mento turco. Il suc­cesso dell’Hdp può favo­rire una poli­tica comune dei kurdi. Spe­riamo inol­tre che serva a spin­gere la Tur­chia verso un regime più demo­cra­tico per favo­rire anche nuove rela­zioni con la Siria. Noi vogliamo l’autonomia dei tre can­toni kurdi, ma il nostro paese è la Siria.

 

E in Siria, cosa succederà?

La Siria ha fatto la fine di un kami­kaze, ora non c’è nulla su cui costruire. Noi siamo pronti a livello mili­tare per costruire un nuovo sistema demo­cra­tico ma occorre l’impegno poli­tico. L’opposizione siriana non ha un pro­getto per il futuro della Siria e la pro­po­sta non può venire dall’esterno, potrebbe seguire il nostro esem­pio. Noi non aspet­tiamo che la situa­zione si risolva in Siria per rea­liz­zare il nostro pro­getto che è quello di un’autonomia demo­cra­tica come parte di una Siria demo­cra­tica. Il modello pro­po­sto dal Rojava viene apprez­zato a livello inter­na­zio­nale per­ché garan­ti­sce a tutti di vivere libe­ra­mente con la pro­pria cul­tura, iden­tità e reli­gione. Noi com­bat­tiamo solo con­tro l’Isis e siamo pronte a difen­dere il sistema che abbiamo creato, siamo una gamba del nostro sistema.

 

Ma nella Carta del Rojava è pre­vi­sta la smi­li­ta­riz­za­zione del territorio.

Noi vogliamo man­te­nere solo una forza di auto­di­fesa, per gestire il nostro ter­ri­to­rio. In Medio­riente ogni popolo ha biso­gno di autodifesa.

 

In futuro pensi di restare nell’Ypj?

Oggi il nostro popolo ha biso­gno di difesa, que­sto ruolo deve con­ti­nuare in que­sto momento. Quindi per ora non penso ad altro, se un giorno non ser­virà più lavo­rerò dove sarà neces­sa­rio. In pas­sato ho fatto la giornalista.

 

Cosa chie­dete all’Italia?

Innan­zi­tutto un appog­gio poli­tico per il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale del Rojava, poi aiuti per la rico­stru­zione di Kobane, ma anche una coo­pe­ra­zione più ampia. Inol­tre le armi con cui com­bat­tiamo l’Isis sono obso­lete, quindi ci ser­vono anche armi, ma solo per la difesa

 

(il manifesto, 24 giugno 2015)

di Luisa Muraro

 

Nell’intervista di SemMéxico pubblicata il 31.05.15, El conflicto: la mujer y la madre, Elisabeth Badinter dice alcune cose con cui sono d’accordo. Due, principalmente: 1) che gli esperti dell’infanzia hanno opinioni diverse e mutevoli e non bisogna dargli molto credito; 2) che è sbagliato definire la femminilità attraverso la maternità.

Ma, io aggiungo, a queste posizioni che non condividiamo, bisogna opporre qualcosa di positivo, che non trovo nelle parole di E. Badinter.

Nel femminismo della differenza (molto diffuso in Italia ma non soltanto) parliamo di genealogie femminili attraverso le quali si trasmette un sapere che riguarda la generazione della vita; parliamo di autorità femminile; diamo valore politico alla alleanza fra una donna e sua madre.

E Badinter oppone il femminismo dell’uguaglianza a quello della differenza e usa etichette francesi che, secondo me, sono sbagliate: lei chiama “universalista” solo il primo. Ma la differenza sessuale è un fatto universale! Inoltre, nei rapporti fra donne e uomini, l’uguaglianza è una misura per molte cose, ma non per tutte.

Altra questione. Dall’intervista si ricava che, per la filosofa francese, tra natura e cultura ci sia un rapporto di sopra/sotto. Sostiene infatti che la cultura è più importante della biologia nel determinare i comportamenti. E parla del rischio che c’è oggi di una regressione verso il naturalismo, che cancellerebbe la donna a vantaggio della madre.

Secondo me questa è una veduta sbagliata, perché le cose vanno bene se natura e cultura riescono ad andare d’accordo. E oggi questo lo abbiamo finalmente capito. Le donne non corrono nessun rischio, da questo punto di vista, perché sono proprio loro quelle che hanno tenuto finora l’atteggiamento più equilibrato, e possono insegnarlo all’umanità maschile.

La Libreria delle donne di Milano ha pubblicato un libro intitolato Il doppio sì. Lavoro e maternità. Il libro, basato sulle testimonianze di giovani donne dei nostri giorni, mostra che il conflitto tra madre e donna, in realtà, è un conflitto tra l’economia del profitto e l’economia della vita. É questo il problema di fondo.

 

 

A propósito del conflicto entre la mujer y la madre

Economía del lucro vs. economía de la vida

 

La entrevista a la filósofa feminista francesa Elisabeth Badinter, publicada bajo el título “El conflicto: la mujer y la madre”, en la edición de este medio del pasado 31 de mayo, mereció el comentario de otra feminista, la también filósofa italiana Luisa Muraro y autora del libro “El orden simbólico de la madre”, que se reproduce a continuación.

 

E lisabeth Badinter dice algunas cosas con las que estoy de acuerdo. Dos, principalmente: 1) que los profesionales de la infancia tienen opiniones diversas y cambiantes y no les debemos dar mucho crédito; 2) que es un error definir la feminidad a través de la maternidad. Pero yo añado que a estas ideas hay que oponer algo positivo, que no encuentro en las palabras de Badinter.

En el feminismo de la diferencia (muy difundido en Italia, pero no solamente), hablamos de genealogías femeninas a través de las cuales se transmite un conocimiento con respecto a la generación de la vida; hablamos de autoridad femenina, damos valor político a la alianza entre una mujer y su madre. Badinter opone el feminismo de la igualdad al feminismo de la diferencia y usa etiquetas francesas que, en mi opinión, no son correctas: ella llama “universalista” solo al primero. Pero ¡la diferencia sexual es un hecho universal! Además, en las relaciones entre mujeres y hombres, la igualdad es una medida para muchas cosas, pero no para todas.

Otra consideración: de la entrevista se deduce que, para la filósofa francesa, entre naturaleza y cultura existe una relación de superior/inferior. Sostiene, de hecho, que la cultura es más importante que la biología al determinar los comportamientos. Y habla del riesgo, que existe hoy, de una regresión hacia el naturalismo, que eliminaría a la mujer en beneficio de la madre. En mi opinión esta es una visión equivocada, porque las cosas van bien si la naturaleza y la cultura logran llevarse bien. Y hoy, finalmente, esto lo hemos entendido. Desde este punto de vista, las mujeres no corren ningún riesgo porque en verdad, hasta ahora, son ellas las que han demostrado una actitud más equilibrada y pueden enseñarla a la humanidad masculina.

La Librería de las mujeres de Milán, Italia, ha publicado un libro titulado “Il doppio sí. Lavoro e maternitá” (El doble sí. Trabajo y Maternidad). Basado en los testimonios de mujeres jóvenes de nuestro tiempo, muestra que detrás del aparente conflicto entre ser madre y ser mujer, hay un conflicto entre la economía del lucro y la economía de la vida. Este es el problema de fondo.

(Traducción de Carolina Coddetta, La República de las Mujeres – Diario La República, Montevideo, Uruguay, 21-06-2015)

 

(www.libreriadelledonne.it, 21 giugno 2015)

di Francesca Pasini

Un tour milanese attraverso mostre e opere di questa inizio estate. Incontrando soggettività diverse, mondi vicini e lontani attraverso cui interrogarsi. Perché l’arte è questo.

Anche se non biologico, l’opera d’arte è un soggetto vivente. Una delle sue prerogative è di allontanare l’intersoggettività dal conflitto tra autonomia e dipendenza. Il soggetto-opera, infatti, interagisce attraverso la propria storia “personale” e, soprattutto, rendendo visibili immagini del sé che erano imprigionate. Una specie di “carattere impersonale”, aperto, che ognuno può accogliere perché la figura non è fuori, ma dentro il dialogo tra sé e l’altro. Si determina un “luogo terzo” dove avviene la mediazione per incontrarsi in reciproca autonomia, senza opporsi o separarsi. Le distinzioni agiscono all’interno delle soggettività sprigionando tratti imprevisti del sé che entrano nel dialogo. E questo si rinnova di volta in volta. Il soggetto-opera rimane lo stesso, ma i suoi messaggi e le sue mediazioni cambiano in alleanza con gli sguardi di osservatori e osservatrici.

Questa è la base dell’universalità dell’arte che, da un lato supera il tempo lineare (succede anche di fronte a opere del passato), dall’altro rende visibile la differenza tra uomini e donne, non come opposizione binaria (soggetto – oggetto), ma come un dialogo con l’altro da sé, interno sia all’opera, sia allo sguardo di chi la osserva. In questi ultimi giorni, ho incontrato soggetti con i quali ho stabilito momenti di intersoggettività.
Comincio da “Fashion as Social Energy”, a cura di Anna Detheridge e Gabi Scardi, Palazzo Morando, Milano fino al 30 agosto. La storia riguarda il vestito dell’altro, cioè le tradizioni psicologiche, che si addensano nella pratica estetica di vestire il corpo. Il vestito è la forma più spontanea per assorbire gli scarti emotivi, i segni identificatori, le memorie e la rappresentazione del corpo. Spesso si abbreviano le distanze e si arriva al proverbio “l’abito non fa il monaco” o al suo contrario. Se l’abito è un’opera-soggetto possiamo, invece, cogliere l’emozione di un’alterità che vorremmo provare. È il caso di Luigi Coppola e Marzia Migliora: Io in testa, 2013, (foto di home page, di Francesco Niccolai). Una straordinaria processione di copricapo di carta da giornale, issati su aste, che, dalla classica barchetta dei muratori, si trasformano in “teste”. I tratti somatici sono titoli, foto, articoli. Il giornale è il vestito che indossiamo ogni giorno, ma Io in testa adesso cos’ho? Ho la memoria di una cultura civica, che non sempre affiora dai giornali. Intanto scorrono i treni affollati di Kimsooja, davanti a panni sbattutiti, lavati, strizzati, tinti incessantemente lungo le strade. Siamo a Mumbai, il movimento dei panni corre al ritmo dei treni verso il mercato globale (foto sopra). Un vestito collettivo, che scolora nella disparità. Giro l’angolo e in una vecchia vetrina di legno vedo gioielli, falsi, kitsch, bellissimi, raccontano l’abito che classifica l’etnia rom (Roma Coats -Gypsy Globales). Maria Papadimitriou fa scattare lo sgambetto. L’alterità non trova pace nella bellezza sotto vetro di questi gioielli. La mediazione che offre però mi ricorda che il radicalmente altro, esiste e resiste anche nell’arte.
Un altro abito che ha molto a che fare con l’abitare è il cibo. In questi mesi di Expo è ovunque. Nel documentario/video d’artista Il faut donner à manger aux gens?-  realizzato, nel 2014, da Paola Anzichè e dall’antropologo Ivan Bargna a Douala nell’Ovest del Camerun – è una chiave di contatto con l’Origine con la maiuscola. Mangiare è la prima facoltà dell’abitare. Il focolare lo abbiamo tutti dentro, ma qui lo vediamo nella sua regolarità, povera, precaria, in mezzo a una vegetazione densa, verde, polverosa, interrotta da baracche, veicoli, telefonini. È diversa, ma non così tanto dai brandelli di boschi, di acque, di lagune che ancora esistono dietro la porta delle nostre case. La natura non rispetta confini, continenti: ovunque fascino e paura si ripetono. Ci fanno riconoscere qualcosa, rispetto a forze che invece conosciamo pochissimo. Tutto il film racconta il cibo mentre viene cucinato, cercato, comprato, mangiato. Relazioni, affetti, fame, riti, indicano senza enfasi, con delicatezza, con rispetto, il centro della vita. Che si può fare per l’Africa? Probabilmente nulla. L’Occidente e la sua arte più che trasferirsi là, devono rispondere a una domanda tremenda: mangiare il cibo degli altri (le sue risorse) cosa ha che fare con il centro della vita?
Poi sono andata a Genova e il vestito dell’altro mi ha fatto vedere, qualcos’altro.
Galleria Pinksummer ospita, fino al 31 Luglio, The Icelandic Love Corporation, un trio di artiste che, da quando si sono incontrate all’Accademia di Reykjavík nel 1996, non si sono più lasciate. Il loro baricentro è la performance e il nylon, anzi i collant. Un materiale sintetico, elastico, forte, che alla più piccola smagliatura si disfa. Il “vestito” con cui creano sculture, oggetti, scene, fa cortocircuito con lo stereotipo della seduzione femminile, con la smagliatura sociale, culturale, con l’inquinamento ambientale. È anche un ponte con i “Circoli di Cucito”, dove negli anni ’80 le loro madri mettevano in pratica la relazione tra donne, raccontandosi come vivere e cambiare la vita.  In galleria, una grande parete a strisce di collant colorati, fa da quinta: si passa attraverso e si “va al cinema”. Qui c’è la registrazione della performance Think Less – Feel More. Oggetti, sculture, suoni fanno spazio alla conoscenza emotiva (feel more) più che all’ordine razionale (think less). Sono oggetti disposti a ragnatela, che invitano a tessere la tela della propria soggettività emotiva. Il filo di nylon forte, ma che subisce le smagliature, è il materiale che disfa il binomio “soggetto-oggetto”.
L’ambiente, la storia, le culture hanno prodotto sensibilità sostanziali all’abitare. Oggi siamo spesso dislocati nei “vestiti degli altri”, perché è facile connettersi, ma Michelangelo Consani (Prometeo Gallery, Milano, fino al 31 luglio, a cura di Matteo Lucchetti), tocca una profondità che non si può vivere da lontano. Dall’attrazione per il Giappone ci porta dentro l’influenza dei disastri nucleari, Hiroshima, Nagasaki, Fukushima, ma la storia che racconta è fatta di frammenti, incandescenti eppure “normali”. Come se non fossero dall’altra parte del mondo, ma dentro il mondo. Le Cose Potrebbero Cambiare, dichiara nel titolo. Come? Indossando il vestito di chi ci coinvolge. E così il piccolo video dei maiali che scappano dagli allevamenti dopo lo scoppio di Fukushima ci mostra l’ambigua libertà attuale. Mentre, nel busto dell’agronomo Masanobu Fukuoka, appare quella libertà che può essere garantita solo da se stessi. Per riconciliare l’equilibrio di cultura, scienza, coltura, Fukuoka (1913 – 2008) abbandona la chimica e si dedica a un’agricoltura seguace del Buddhismo Zen. Consani lo plasma in terracotta giapponese, incorpora il vuoto in modo che il volto vecchio, dolce, intenso, sembri appena sospeso sulle spalle. Un meraviglioso ritratto del cambiamento che segna una vita, sprigiona un sé, aperto a un’intersoggettività dove uomini, donne, natura cercano di stare insieme.
(exibart.com, 20/6/2015)