Il piacere degli spazi aperti lo conosciamo bene quando spontaneamente ci mettiamo sulla porta di uno spazio chiuso, e soprattutto conosciamo la bellezza del grande spazio, la serenità che ci dà poter rimirare panorami lontani, o un monumento o un albero. La necessità di spazi non sfruttati dal “fare” è poco riflettuta in questa contemporaneità che porta il produrre oggetti e il consumarli al parossismo. Storia patriarcale dell’agire la potenza piuttosto che godere il piacere di relazionarsi all’esistente. Tema questo riflettuto anni fa in un corso femminista sugli spazi urbani (università delle donne) e ricorrente nelle conversazioni e pratiche di quelle donne che più godono dell’ascolto della natura e vivono con gioia i luoghi in cui aria, erba e alberi sono gli unici arredi.
Perciò è un’opportunità di ulteriore consapevolezza conoscere una iniziativa promossa da Graziella Tonon e Giancarlo Consonni del Politcnico di Milano in difesa del Monte stella di Milano (QT8), costruito con le macerie dei bombardamenti e dedicato a tutti i giusti che hanno lottato contro i crimini verso l’umanità. L’associazione per il giardino dei Giusti ha però presentato un progetto di muri, fondamenta, recinti e cabine elettriche che risentono dei soliti interessi. Si aggiungono un edificio teatrale con i servizi necessari che dissimula nel disegno il reale impatto, e sono previsti raggruppamenti di attività che richiamano persone e funzioni, il tutto corredato di decorazioni statuarie. Ha avuto il via libera del Comune in formulala “presa d’atto”.
Vorrei che vincesse per una volta la considerazione della bellezza raggiunta da un’opera pubblica ( Piero Bottoni ) fatta di disegno della terra e degli alberi e il suo significato, su altri interessi e sull’ideologia che vuole i cittadini chiassosi e bisognosi d’essere intrattenuti. Un appello al Sindaco ed ora una lettera firmata da molte persone è stata inviata al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, chissà venga voglia ad altre persone di perorare la visione del turista come persona in grado anche di osservare in autonomia. Il giardino dei giusti resti un giardino http://www.greg.it/montestella
(www.libreriadelledonne.it 31/07/2015)
di Marisa Guarneri
Questa frase mi è venuta spontanea in una riunione con altre donne, alcune avvocate. E riguarda tutte le donne che mostrano fragilità o meglio donne che cercano di reagire alla violenza e ai momenti di smarrimento che naturalmente la seguono. I tribunali non amano le donne forti, come spesso accade siano le donne violate o maltrattate.
Ci sono regole precise, anche se non scritte, da seguire nei tribunali e nei servizi sociali. Stereotipi ancora molto vivi, come ci dimostra la sentenza di Firenze contro il branco che ha violentato ripetutamente una giovane donna alla Fortezza da Basso.
E questo avviene nei pressi, temporalmente parlando, della ricorrenza dei Fatti del Circeo. Rosaria e Donatella sono nei nostri cuori e non le possiamo né guardare, né dimenticare. Come mai? Non siamo ancora in quella situazione, che peraltro provocò orrore e condanna unanime verso i violenti pariolini.
Molto è cambiato, e non dobbiamo cadere nella trappola che ci tende il manifestarsi senza vergogna della cultura dello stupro. È intrecciata con la cultura del dominio e con la distruzione sistematica dei bisogni e delle rivendicazioni di soggetti autonomi in ogni dove. Uomini che avete messo in discussione la verità di una donna che denuncia una violenza subita avete portato acqua a questa cultura. La verità di una donna che ha subito non va mai messa in discussione. Non
è utopia, è una conquista già consolidata fra le donne che lottano contro la violenza. È già politica! E ribalta logiche e stereotipi, leggi e connivenze, insensibilità e malafede.
È già fatto politico rispetto alle inutili e dannose mediazioni familiari nei casi di violenza o alla cultura che giustifica sempre l’operato dei violenti, scavando nel passato e aggirando il presente. Alla cultura dei tribunali che ordina ai figli di vedere i padri, magari con le pretese protezioni dei servizi sociali, e proprio in quei luoghi vengono ammazzati. Sono fatti, è cronaca. E i tribunali assolvono, spesso.
E allora che le donne si ribellino e mostrino la loro rabbia è cosa buona. Certo siamo tutte parte lesa, ma chi è lesa lo è veramente e per tutta la vita, si può convivere con questi fatti, ma non è tollerabile che si debba sopravvivere e ricadere nell’orrore ogni volta, come dice nella sua lettera ai media la giovane vittima di Firenze. È un Vietnam, nella boscaglia è meglio iniziare a riconoscere i nemici e portarli a combattere a viso aperto, fuori dalle false solidarietà di maniera che oggi è facile dare. Cosa dire delle interrogazioni a questo Parlamento che in questa boscaglia non ci vuole mettere piede e non può d’altronde farlo, perché la violenza contro le donne è una opportunità per il potere.
(www.libreriadelledonne.it, 31 luglio 2015)
di Livia Manera
Suicidio, voglia di vivere, complicità nel romanzo lieve e feroce di Miriam Toews Radici Al capezzale di Elf, Yoli parla, scherza, e ricorda l’infanzia di una piccola comunità mannonita
È possibile scrivere un libro sul suicidio e intanto brindare alla vita fino all’ultima stilla? È possibile. Ma è un miracolo. E di questo miracolo si è incaricata la quarantenne scrittrice Miriam Toews (pronuncia «Teis»): «una rosa del Canada» capace di fiorire nei terreni più aridi come Alice Munro e Mavis Gallant. I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos), tradotto con magica sintonia da Maurizia Balmelli, è proprio questo: un romanzo tragicomico sulla depressione suicida di Elfrida, una giovane donna che avrebbe tutto per essere felice – bellezza, talento, amore del prossimo – scritto da Yolandi, la sorella sciamannata ma piena di vita e di senso dell’umorismo che cerca di salvarla con la tenerezza e la complicità. E quando proprio Yoli ha esaurito ogni risorsa, dopo aver gridato «Senti! Se c’è qualcuno che dovrebbe ammazzarsi, quella sono io», perché nella vita non ne ha imbroccata una – non ha un lavoro degno di questo nome, e ha una situazione famigliare disastrata – arriva per sfinimento a immaginare di paracadutare Elf «in un posto ostile e ignoto tipo Mogadiscio o Corea del Nord, dove sarebbe costretta a sopravvivere da sola e in modi del tutto inediti», strappandoci il più improbabile dei sorrisi con la sua cura da cavallo di realismo. Yoli, la sorella sana ma «svitata», voce narrante di questo romanzo bello, diseguale e molto autobiografico (Miriam Toews ha perso padre e sorella, entrambi suicidi), scrive libri per ragazzi e si definisce «Una specie di esperimento sociale. Scherzo. Una specie di fallimento sociale», perché è una fricchettona senza un soldo che ha due figli adolescenti da due uomini diversi, ed è separata da entrambi. Elf, invece, è una pianista di fama mondiale adorata dal marito e baciata da un talento tanto irresistibile quanto i suoi occhi verdi spaventati. Pur senza separarle, la vita ha portato le due sorelle su strade opposte. Elf vive in un mondo colto, agiato, internazionale. Yoli è una canadese della frontiera. «E tu cosa stai leggendo, Yoli?», le chiede una zia. « Viaggio al termine della notte di Céline», risponde lei. E si sente in dovere di aggiungere: «Uno scrittore francese, morto, non la cantante del Quebéc».Al capezzale di Elf, che non ne vuole sapere di vivere e prova di tutto – digiuno, rasoio, candeggina – per mettere fine alle proprie sofferenze, Yoli parla, scherza e ricorda la loro infanzia in una piccola e isolata comunità mennonita, la chiesa anabattista che predica modestia e povertà, dove una ragazza con un libro in mano costituiva un nemico pubblico e suonare il pianoforte era vietato perché evocativo di piaceri sfrenati. Inutile dire che in questo ambiente castrante dove si parla una lingua orale medievale che somiglia all’olandese, le donne sono castigate da una società ferocemente maschilista. E tuttavia persino gli inflessibili saggi della comunità non riescono a mettere le briglie a due spiriti liberi come Yoli e Elf, la quale in barba al divieto di sedersi al pianoforte vince sei borse di studio e mette in fuga i sacerdoti riuniti nel salotto dei genitori, suonando furiosamente Rachmaninoff sui tasti del suo pianoforte nascosto in camera da letto. «Nella cosmologia mennonita funziona così», scrive Yoli per spiegare la disparità di trattamento tra maschi e femmine, e ciò che ne consegue. «I figli ereditano la ricchezza e la tramandano ai loro figli e i figli ai figli e i figli dei figli ai figli, mentre le figlie se la prendono allegramente nel culo… comunque sia, noi discendenti della genealogia delle ragazze, non avremo forse sostanze né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche, ma almeno abbiamo la rabbia, e con quella costruiremo imperi, signori miei». E così è. Non ha, forse, Miriam Toews, una ragazza sopravvissuta a quell’ambiente arcaico, scalato la classifica dei bestseller in Canada con il più improbabile dei libri, un romanzo quasi senza trama sulla depressione suicida come questo straordinario, persino esilarante, a tratti, I miei piccoli dispiaceri ? E tuttavia non è la rabbia a guidare la penna di questa giovane donna che ha al suo attivo già sei romanzi. Piuttosto, è la struggente, meravigliosa complicità che anche nella più drammatica delle situazioni, le fa dire della sorella adorata: «Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano». Due lati della stessa medaglia: quella di una femminilità allegra e feroce e disperata e consapevole, perdente e vincente nella stessa, smagliante, maniera.
Manera Livia
di Bianca La Placa
La redazione di Aspirina al WOW, Museo del fumetto di Milano, per la mostra realizzata nel marzo 2013
A volte c’è proprio bisogno di un’aspirina, medicina per antonomasia capace di dare sollievo in breve tempo. E su questo principio si basa la rivista Aspirina, rivista acetilsatirica nata su carta nel 1987, con l’intento di fare satira sui temi delle pari opportunità, delle politiche delle donne e sull’ideologia dell’uguaglianza, edita dalla Libreria delle donne di Milano.
Ne parliamo con Pat Carra, matita satirica tra le più famose d’Italia, collaboratrice di riviste e giornali, in Italia all’estero e una delle fondatrici e redattrici “storiche” di Aspirina (insieme a Piera Bossotti) e con Loretta Borrelli, redattrice di Aspirina, sviluppatrice web, attivista e “artivista”.
Che cos’è Aspirina?
«Aspirina – spiega Pat Carra – viene pubblicata come rivista indipendente dall’87 al ’91, poi diventa un allegato di Noi donne e poi ancora, dopo una lunga interruzione, risorge nel 2013 come rivista online. Viene ripresa e rilanciata da una parte del nucleo storico che l’aveva fondata nell ’87 e da un gruppo di nuove collaboratrici».
Come viene composto un numero?
«Ci sono molti rapporti telefonici, via Skype, ma ci vediamo anche molto. Siamo un gruppo reale che si incontra spesso fisicamente, ovviamente soprattutto con le collaboratrici che stanno più vicino a Milano. Si discute molto e c’è molta libertà sulle proposte. L’aspetto centrale è che ci si vede di persona. Pur avendo collaboratrici in America, Egitto, Spagna alle quali si mandano i report delle riunioni.
Il numero viene creato quando si impagina. Stampiamo tutti i materiali che sono arrivati e si comincia a creare la rivista, partendo quindi dalla carta e lavorando su un menabò fisico come se si trattasse di un giornale cartaceo, distribuendo tutto su un lungo tavolo.
Creiamo, tra le illustratrici e le scrittrici delle “coppie comiche”, dei tandem. Abbiamo visto che è un sistema che funziona, crea un’abitudine nella lettura, una continuità, un riconoscimento. Si raffinano le relazioni anche tra persone che non si sono mai viste perché lavorano a distanza, in Lituania, a Parigi o a Firenze. In sostanza c’è una pratica di relazione che non è calata dall’alto, ma è di base. E c’è una prevalenza del femminile, anche se abbiamo pure qualche collaboratore uomo».
Come si pone Aspirina, rivista online, rispetto all’uso dei social e del web?
«Ci vogliamo discostare – risponde Loretta Borrelli – dall’impostazione tipica “a getto continuo” del blog o delle riviste online che pubblicano continuamente singoli post, caricati in modo indipendente uno dall’altro. Aspirina ha mantenuto l’idea della periodicità. Il risultato finale, il numero, è frutto del lavoro collettivo e del dialogo tra le diverse autrici e autori.
Utilizziamo wordpress, che è uno strumento tipico dei blog, però lo abbiamo modificato nelle funzionalità di base per creare una rivista unitaria. In questo modo resta evidente il progetto unitario, che non annulla tutto il lavoro condiviso fatto all’interno della redazione.
Per quanto riguarda i social non siamo alla ricerca spasmodica di più accessi o più “mi piace”, non ci interessa raggiungere un particolare ranking. Ciò fa parte della nostra riflessione sul lavoro in generale e sulla qualità del lavoro in particolare. Ad esempio abbiamo discusso della questione della gratuità dei contenuti sui social e in particolare su Facebook. Siamo favorevoli al lavoro volontario, ma non per dare contenuti gratis a Facebook. Abbiamo avuto scambi anche molto conflittuali su questo argomento, valutando che l’autopromozione su FB portava pochissimo ritorno rispetto al lavoro fatto. Preferiamo “far uscire” gli utenti da Facebook e farli arrivare sul nostro sito.
Abbiamo anche adoperato strumenti di analisi diversi da quelli di google, utilizzando un software che dà altri parametri di calcolo e risultava un tempo di permanenza medio sulle nostre pagine sui 45 minuti. Per noi è più importante dare valore al lavoro e alla lettura, e abbiamo visto che chi tiene ai nostri contenuti apprezza questa modalità di lavoro. Oltre a un certo livello non si riesce comunque a prestare attenzione a tutto ciò che accade, non è umano».
Aspirina può essere anche una “scuola” per giovani illustratrici?
«È certamente un laboratorio per tante autrici che hanno cominciato a pubblicare da noi – continua Pat Carra – . In effetti con Aspirina si mette a disposizione uno spazio che fa crescere, proprio per il fatto che ogni cosa da noi viene guardata, per l’abitudine a parlarsi, confrontarsi.
L’essere un laboratorio giornalistico, editoriale e web dà grandi possibilità di autoformazione e formazione, ad esempio per quanto mi riguarda mi ha dato strumenti preziosi e di grande qualità sulla parte editoriale web».
Non ci sono solo giovani promesse, ma molte firme note, anche straniere…
«Sì, ci sono anche molte autriciche collaborano da lontano, dall’estero, sono persone che si muovevano nel movimento delle donne, come le americane Allison Bechdell, o Liza Donnelly, di New York. Esiste una grande rete di donne che lavorano sul femminismo, sono una grande ricchezza comune e si riconoscono in Aspirina. Questo ci ha permesso di ospitare firme importanti. La politica delle donne è globale e crea una rete di relazioni molto stretta, non solo nel campo dell’umorismo ma in generale.
Vignetta di Liza Donnelly da Aspirina n.8
Oltretutto con l’online c’è stato un ulteriore allargamento della condivisione delle politiche delle donne su scala mondiale, cosa che con il cartaceo non c’era. Noi, dal canto nostro, curiamo tantissimo la traduzione e il lettering, che ovviamente per le illustrazioni è importantissimo. Ci mettiamo una grande qualità e professionalità, grazie alle traduzioni di Margherita Giacobino e all’alto livello di competenze di Elena Leoni. L’obiettivo è di fare una rivista bella e molto curata».
Le collaborazioni con Aspirina sono a titolo volontario, non vengono pagate?
«Sì, distinguiamo il lavoro volontario dal lavoro gratuito. Siamo contrarie al lavoro gratuito, abbiamo anche collaborato con l’associazione ACTA, che riunisce lavoratori della conoscenza, freelance, giornalisti, designer e altri. Con loro abbiamo realizzato il libro e la mostra Nuvole sul lavoro».
Quali sono i vostri temi, avete degli argomenti ricorrenti?
«Aspirina è innanzitutto un progetto politico, non una vetrina. È soggettivo e corale allo stesso tempo. Vogliamo fare approfondimento politico, ad esempio sul tema del lavoro, che è una costante, se ne parla sempre. Il sapere femminile viene declinato nei rapporti personali e negli altri argomenti che trattiamo: guerra, conflitti, amore, sessualità. Il numero che parla di guerra ad esempio si apre con una donna che stende fucili come se fossero panni da asciugare. Ci sono poi delle rubriche fisse, come “l’ormone mistico”, che tratta di sessualità». Oltre alla rivista realizzate anche mostre e pubblicate libri, che cosa rappresentano?
«Sì, si legano al nostro desidero di materia, di stare sulla carta. E sono una grande fatica! Abbiamo realizzato tre mostre, una mostra antologica si è conclusa a giugno, al museo della satira di Forte dei Marmi, una nel 2013 al WOW, il museo del fumetto di Milano e la già citata mostra Nuvole sul lavoro del 2014. Poi abbiamo pubblicato tre libri in italiano e inglese in formato epub3 animati e sonori, un formato all’avanguardia. Materiale e virtuale fanno sempre parte della nostra natura».
«Il formato epub3 per noi è una sperimentazione lavorativa, un laboratorio su come cambia il mondo dell’editoria – aggiunge ancora Loretta Borrelli – È un passo avanti ulteriore rispetto al libro digitale perché permette interazioni con immagini e suoni. Vi è sia un rapporto immagine/testo più creativo sia elementi di navigazione facilmente comprensibili per chi legge.
Al momento questi tipi di libri sono ancora sperimentazioni, e per noi lavorare immaginare come potesse essere la navigazione in questo tipo di impaginato è stato anche un momento di autoformazione: via via dal primo all’ultimo libro pubblicato in questo formato abbiamo affrontato problematiche diverse legate alle vignette, ai testi e ai fumetti».
Si intitola Fa’ che non si perda tutto questo amore! il quaderno a cura di Adriana Sbrogiò, Tilde Silvestri e Maria Cristina Solari pubblicato nel giugno scorso in memoria di Maria Leporini, spentasi il 31 gennaio di quest’anno.
Il fascicolo comprende note biografiche su Maria e alcuni brevi scritti in cui lei stessa manifesta le proprie scelte di vita, come quella di “praticare la Libertà femminile possibile, tutta quella che posso vivere con le donne povere con cui sto in relazione”.
Seguono i testi letti nel corso di una celebrazione “essenziale” e senza rito eucaristico, come Maria aveva chiesto, e numerose testimonianze di donne e uomini, ragazze e ragazzi con cui Maria aveva lavorato in vari gruppi e laboratori in Tor Bella Monaca, nella periferia romana.
Il quaderno è corredato da un bel repertorio fotografico, in cui seguiamo il viso intenso di Maria in tante situazioni di lavoro o politiche e in compagnia delle persone che più le sono state care.
Maria Leporini aveva collaborato alla stesura del quaderno Può accadere il meglio con amore e libertà femminile – Le nuove beghine (aprile 2014), edito dall’Associazione Culturale Identità e differenza. Maria aveva inoltre curato insieme con Tilde Silvestri un altro quaderno, di particolare interesse documentario, intitolato Vocazione e coscienza – Desiderio Profondo – Il merito della libertà (maggio 2014), in cui sono pubblicate le articolate lettere di dimissioni dall’Ordine delle Stimmatine rese da Carla Dell’Aglio, Maria Leporini e Tilde Silvestri nel 2008–2009. Seguono note storiche su Anna Fiorelli (1809–1860), fondatrice dell’Ordine delle Stimmatine, nello spirito della quale si sono mosse le suore dissidenti che hanno scelto di restare a vivere e operare in mezzo alla gente povera della periferia romana. Una terza parte del quaderno ospita le “lettere di nutrimento condivisione e solidarietà” di tante donne e uomini. Alcune notizie su Maria Leporini si possono leggere in calce al Pensiero per Tilde con Maria da Adriana riportato in questo sito, Marzo 2015. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito di Identità e differenza.
(www.gasparastampa.es, luglio 2015)
di Marina Terragni
Secondo il Fondo monetario internazionale c’è la possibilità che il tasso di disoccupazione in Italia torni ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni. Il problema, dice Christine Lagarde, è sempre quello: un basso livello di crescita. Il Ministero dell’Economia replica che la stima del FMI per l’Italia non tiene conto delle riforme strutturali già introdotte (per esempio la riforma del mercato del lavoro e la riduzione della tassazione sul lavoro) né di quelle in corso (per esempio l’efficientamento della pubblica amministrazione). E ok.
Ma io credo che quasi nessuno di noi ormai capisca più bene che cosa si intenda quando si parla di crescita.
Certo: un po’ di lavoro in più, certo, e magari un po’ di tasse in meno comporterebbero un po’ di consumi in più. Fin qui ci si arriva: se ci danno un po’ di fiato forse finalmente cambieremo la lavatrice.
Ma basta osservare il comportamento dei nostri ragazzi, nati e cresciuti nell’iperconsumo, gelati dalla crisi e impegnati in una lotta individuale di liberazione dai bisogni indotti dall’impero delle merci – clandestini a bordo, li ho chiamati, come Leo Di Caprio-Jack Dawson in “Titanic” – per rendersi conto del fatto che i livelli di consumo e di crescita ritenuti ottimali dal Fmi non li raggiungeremo mai più.
Jeremy Rifkin dirige la Foundation on Economics Trends di Washington ed è consulente di molti governi europei. Che a quanto pare non gli danno troppo retta quando lui dice che siamo a una svolta epocale e che l’era dell’iperconsumo è proprio finita. La gente vuole stare leggera, liberarsi delle cose superflue e dei bisogni indotti perché ha capito che consumare costa molto e rende poco.
Il modello pre-crisi non è in stop tecnico: è proprio esploso. La crisi è questa esplosione.
Perché allora, mi chiedo, si continua a darsi come obiettivo quello di “tornare ai livelli pre-crisi”?
Perché, nel fare e rifare i conti, ci si ostina a non tenere conto di quello che è irreversibilmente cambiato – la produttività del lavoro, la propensione ai consumi, e anche i criteri di sostenibilità ambientale – e tenendo insieme con realismo questi fattori non si concepisce un modello più ragionevole, più equo e perfino più felice?
E perché Christine Lagarde non approfitta del fatto di essere donna, e non prova a metterci un po’ di sapienza femminile?
(blog.iodonna.it, 29 luglio 2015)
dal 5 luglio lal 20 settebre 2015
I lavori di due tra le più importanti esponenti donne dell’arte contemporanea sono esposti a Merano fino al 20 settembre
Fino al 20 settembre 2015 il centro espositivo Merano Arte a Merano ospita, in collaborazione con la Collezione Verbund di Vienna e a cura di Gabriele Schor, un’ampia selezione di opere di due tra le più importanti donne dell’arte contemporanea: Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen.
Francesca Woodman è stata un’importante fotografa statunitense e, nonostante la sua breve vita (morì suicida a 23 anni), una delle artiste più influenti del Ventesimo secolo: il suo lavoro si concentrava soprattutto sul suo corpo e su ciò che lo circondava, usando in gran parte esposizioni lunghe o la doppia esposizione, per creare un effetto di fusione tra il corpo e l’ambiente circostante. Birgit Jürgenssen, invece, è considerata una delle più importanti esponenti dell’avanguardia femminista degli anni Settanta: nel corso della sua carriera ha realizzato circa 3.000 opere tra fotografie, stampe, disegni, acquerelli, collage, dipinti e sculture. La maggior parte di queste opere ha come soggetto principale il corpo femminile, che appare mascherato e frammentato, come critica agli stereotipi sessuali e di genere.
Le due artiste, pur senza essersi mai incontrate, hanno in comune sia il lavoro sull’immagine della donna e la messa in discussione della propria identità, sia l’uso dell’autoscatto e lo studio della messa in scena.
di Mariella Pasinati
Collaboro con le donne del passato, come con quelle con cui lavoro realmente, per mettere al mondo l’esperienza femminile”: sono parole di Miriam Schapiro, grande madre dell’arte femminista, scomparsa il 20 Giugno all’età di 91 anni.
La frase si riferisce ai collage della Collaboration series realizzati, a partire dal 1976, incorporando riproduzioni di dipinti di artiste del passato per rendere omaggio e valorizzare l’esperienza estetica delle donne, sottraendola all’invisibilità cui una storia dell’arte dominata dal maschile le aveva condannate. Con questi lavori Schapiro rendeva anche visibile la continuità genealogica e il senso della relazione fra donne come pratica che fa emergere e dà autorità all’espressione artistica femminile.
Un forte significato politico, dunque, ma anche un’importante sollecitazione, per chi come me si occupa di storia e di critica d’arte, nella ricerca di altre modalità secondo cui guardare -e raccontare- l’arte prodotta dalle donne al fine di restituirle senso e significato autonomi, indipendenti cioè dai modelli narrativi di una storia dell’arte a lungo incapace di riconoscerla, comprenderla e registrarla. Le parole di Schapiro sono state per me una conferma dell’importanza della relazione non solo come categoria politica, ma anche come chiave interpretativa nell’affrontare la lettura critica del lavoro delle artiste al fine di liberarne la parola e “guadagnarle” al genere femminile, un orientamento che mi ha guidato in tutti questi anni.
E’ questo, io credo, un punto di partenza per cominciare a riflettere sulle enormi questioni che, secondo Mira Schor, la morte di Schapiro ci consegna: “enormi questioni sul femminismo, sulla sua eredità e sul ruolo che l’artista gioca nel momento in cui entra in una storia che ha contribuito a creare, compresa l’idea che potrebbe e dovrebbe esistere una storia che include le voci e le immagini delle donne”.1
Miriam Schapiro era nata a Toronto nel 1923 ma la sua formazione artistica avvenne negli Stati Uniti dove l’artista ha vissuto e, fino a una decina di anni fa, continuato a lavorare.
La sua presenza sulla scena dell’arte si registra, già a metà degli anni ’50, con una versione originale dell’Espressionismo astratto che abbandonò, insoddisfatta e dopo un profondo conflitto interiore, agli inizi degli anni ’60, per orientarsi verso una geometrizzazione della forma e la definizione di un nuovo, originale, vocabolario dominato da forme simboliche che alludono tanto al corpo femminile-materno quanto alla casa, entrambi percepiti come fattori di limitazione/costrizione sociale per la donna-artista. Si tratta di una struttura scatolare verticale con aperture rettangolari contenenti figure biomorfiche astratte e la forma-uovo archetipica (The House, 1961).
Queste forme-tipo, con l’aggiunta della superficie specchiante, presto evolveranno nella Shrineseries degli anni 1961-63: strutture-simbolo del corpo/anima dell’artista nonché vera e propria forma di “autobiografia pittorica”. La struttura-tipo è una successione verticale di scomparti geometrici sovrapposti, aperti come “cornici” o “finestre”. A partire dall’alto presentano una forma ad arco dipinta in oro, come nell’arte sacra -il piano dell’aspirazione, del desiderio-, cui seguono tre comparti che contengono rispettivamente: un’immagine tratta dalla storia o dal modo dell’arte, un uovo che rappresenta “la donna, la creatività, io stessa” (Schapiro) e una superficie specchiante per guardarsi dentro, in uno schema che sintetizza i diversi, frammentari aspetti di un sé che Schapiro percepisce come diviso e che sempre cercherà di unificare (Shrine for R.K. II, 1963
Nel corso degli anni ’60, le questioni intorno alle quali si sarebbe interrogata durante tutto il suo percorso creativo -il corpo femminile, la relazione genealogica fra donne, la sua personale esperienza di donna e artista in un mondo dell’arte segnato dal maschile- subiscono ulteriore approfondimento ed accelerazione.
Lo stimolo proviene dalla lettura del Taccuino d’oro di Doris Lessing, nel 1966 e dall’incontro con il femminismo. E’ proprio del 1967 una delle opere più note: OX, metafora del corpo e del desiderio femminile, definita dalla stessa Schapiro “esplicita pittura di vagina” dove la “O”, che costituisce il centro compositivo del lavoro, discende direttamente dalla forma-uovo, qui modificata nell’apertura ottagonale che si fa passaggio
Gli anni ’60, infatti, e tutto il decennio successivo vedranno la definizione di una nuova estetica e di un nuovo immaginario centrato sull’iconografia della vagina di cui sono solo alcuni esempi le piccole terrecotte di Hanna Wilke dei primi anni ’60, le ricerche di Carol Schneemann sullo “spazio vulvico”, la gigantesca bambola multicolore progettata come installazione da Niki de Saint Phalle nel 1966 (Hon) nel cui corpo gigantesco il pubblico era invitato a entrare attraverso un’apertura collocata in corrispondenza della vagina, le forme-vagina dei piatti che orneranno il Dinner Party (1974-1979) di Judy Chicago, l’enorme tavolo triangolare dedicato alla riscoperta e al recupero genealogico di donne significative del passato.
Nei primi anni ’70, è proprio insieme a Judy Chicago che Shapiro compirà una svolta radicale nella sua attività di insegnante al California Institute of the Arts; insieme organizzano un corso sperimentale di didattica dell’arte, il Feminist Art Program, il cui esito si concretizza nel 1972 nel progetto Womanhouse: una vecchia casa abbandonata è trasformata in spazio artistico per la libera espressione della creatività delle donne coinvolte, 21 studenti e alcune altre artiste coordinate da Schapiro e Chicago
L’esposizione che vi si realizza mostra una complessa installazione che ripensa e ridisegna la vita domestica delle donne. Attraverso una serie di stanze in cui si combinano scultura, pittura, performance e le tradizionali pratiche artigianali femminili, le donne artiste interrogano gli stereotipi sull’essere donna, la casa, la “domesticità” e contemporaneamente celebrano e valorizzano ciò che fino a quel momento non aveva avuto rilevanza estetica: assorbenti, biancheria intima, cosmetici diventano materiale per la produzione d’arte ridisegnando, pertanto, il rapporto tra pubblico e domestico, personale e politico.
Scoperta la chiave d’accesso, cioè la relazione con l’esperienza quotidiana delle donne, anche il lavoro artistico di Schapiro ne risulta notevolmente modificato. L’artista inizia ad approfondire la ricerca di principi estetici e pratiche metodologiche capaci di rendere, in termini visivi, le istanze politiche femministe, oltre che l’indagine su di sé e sulla propria esistenza ed identità di donna e artista, già iniziata con la Shrine series.
L’esigenza di dare visibilità e valore all’esperienza estetica delle donne, di affermarne una tradizione, trova, così, compimento in opere come She Sweeps with Many Colored Brooms (1976) definite ‘femmages’2 una sintesi, cioè, di femme e collage, a designare una tecnica che combina con la pittura acrilica le stoffe, i tessuti, i ricami, i lavori d’ago e di maglia realizzati da donne “anonime”: fazzoletti, centrini, grembiuli che Schapiro inserisce nelle sue opere “come omaggio a queste donne che sono venute prima di me“
L’intenzione è di ridefinire la sostanza dell’arte recuperando e portando al livello della cultura “alta” quelle pratiche estetiche -cucito, ricamo, tessitura, patchwork- attuate dalle donne da sempre e da sempre confinate nell’ambito dell’artigianato e della semplice “decorazione”.3
A questa tradizione Schapiro intende, come donna e come artista, riferirsi. E non sarà sola poiché la critica all’idea della decorazione come categoria di valore inferiore rispetto all’astrazione, la conseguente valorizzazione di motivi recuperati anche da fonti della produzione visiva non occidentale nonché la formalizzazione dell’uso di materiali alternativi saranno alla base del movimento Pattern and Decoration di cui Schapiro farà parte e che attirerà oltre a donne anche uomini4, accomunati dalla scelta di un linguaggio formale in contrasto con l’austerità e il rigore delle correnti allora dominanti del Minimalismo e del Concettuale.
Sfidando i confini che dividono l’arte dall’artigianato, il pubblico dal privato, il maschile dal femminile Schapiro reinventa, così, inediti schemi decorativi e li accompagna con un nuovo vocabolario di forme che attinge dall’esperienza delle donne, in un tripudio di colori vivaci e atmosfere luminose: ventagli, cuori, case, abiti: “Sentivo che realizzando grandi tele dai magnifici colori, disegni e proporzioni e riempendole di stoffe potevo accrescere la consapevolezza di una donna di casa”.
Un’evoluzione significativa avviene con Anatomy of a Kimono (1976), l’opera che Schapiro esegue dopo l’esperienza in California e il ritorno a New York. Per tornare a confrontarsi con un mondo dell’arte dominato dalla dimensione “eroica” dell’Espressionismo Astratto maschile, l’artista sceglie il passaggio di scala alla dimensione monumentale, realizzando un femmage maestoso e imponente (2,10 x 15,60 metri c.)
L’opera è composta da dieci pannelli che presentano una sequenza di forme che si ripetono in un crescendo cromatico da tonalità più tenui al rosso sangue. Il motivo dominante è la forma del kimono, sintetizzata e semplificata ma cromaticamente vivace e sontuosa per qualità del disegno e definizione della superficie, in particolare nel pannello in cui l’artista elimina il contorno del kimono per liberare tutta la potenza espressiva della stoffa (Anatomy). Al motivo del kimono si affiancano altre due forme simboliche che si integrano: la prima è curvilinea, rimanda alla cintura del kimono -obi- e richiama iconograficamente l’Ankh, il simbolo della vita eterna nell’arte egizia; la seconda, caratterizzata da linee spezzate e da una salda strutturazione geometrica, allude alla forma di due gambe in rapido movimento (un “calcio” che ricorda il motivo delle arti marziali giapponesi) ed è la forma che l’artista sceglie per “chiudere” il percorso di fruizione dell’opera: un calcio al passato, un procedere verso il futuro.
Indirizzata originariamente solo alle donne, Anatomy of a Kimono dialoga in realtà anche col mondo maschile, infatti, come scrisse in seguito la stessa Schapiro: “Volevo parlare direttamente alle donne- Ho scelto il kimono come abito cerimoniale per la nuova donna. Volevo che indossasse il potere del proprio ruolo, della sua forza interiore … Poi mi sono ricordata che anche gli uomini portano il kimono e così alla fine l’opera ha assunto una qualità androgina. Bene. Il dipinto mi ha fatto un regalo”.5
Nel corso degli anni ’70 nella serie dei kimono e degli abiti, si delineano nuove possibilità espressive e poetiche, a partire da ulteriori elaborazioni della forma e da una riflessione sulla dimensione dell’abito come “modello architettonico” e “rifugio del corpo nudo”. Ma il corpo, finora, è assente: l’artista sembra alludere, ancora una volta, alla presenza/assenza delle donne da una cultura che non le prevede (Vesture Series #2, 1976)
Altrove, invece, Schapiro riprende il motivo della casa e della teca ma, a differenza dalle strutture a comparti della Shrine series, ora lo spazio -fisico e psichico- dell’esistenza femminile non è più frammentato (Heartfelt, 1
Le due tipologie -abito e casa- si connettono, poi, nel 1983 in The Poet, dove l’artista ritorna sul tema della donna creativa, ancora una volta rappresentata come un coloratissimo abito senza corpo all’interno di una forma-casa in cui fluttuano cuori, fiori, teiere; per quanto monumentale, però, questa figura che è “donna senza mani né testa … cioè per nulla donna”, appare impossibilitata ad uscire dall’ordine e dalla cultura patriarcale.
Nello stesso anno, tuttavia, Welcome to Our Home inverte decisamente il senso della rappresentazione. Al centro della composizione c’è ancora un costume senza corpo da cui si irradiano linee spezzate mentre gli stessi oggetti domestici e fluttuanti definiscono uno spazio senza ordine -“la domesticità è anche caos”, sottolineava la stessa Schapiro-
Questa volta, però, la figura-abito ha una parziale consistenza corporea poiché sul grembiule, in una forma ovale, porta un feto. Sembra che le domande e le inquietudini sull’identità di donna e di artista, la sua ricerca di una genealogia simbolica femminile comincino a produrre risultati.
Non è un caso, infatti, che fin dalla metà degli anni ’70, Schapiro aveva iniziato ad elaborare la serie delle Collaborazioni con le artiste del passato -Mary Cassatt e Berthe Morisot, in un primo tempo- alla ricerca pressante di una “legittima discendenza”. Così, sempre a metà degli anni ’80, l’artista torna ad affrontare, a partire da sé, il tema della creatività femminile.
Adesso i suoi lavori ruotano intorno alla danza e al teatro; sono opere che la stessa artista definisce autobiografiche, precisando: “il teatro è metafora della vita e funzionerà sempre meglio nella mia arte quanto più si riferirà direttamente alla mia vita”.
Nascerà una trilogia –I’m Dancing as Fast as I Can, 1984, Moving Away, 1985 e Master of Ceremonies, 1985- in cui Schapiro dà forma alla propria ricerca di auto identificazione, come artista e come donna.
Il percorso si delinea, nel passaggio da un’opera all’altra, attraverso la figura della danzatrice -cui è affidata la rappresentazione del sé- in una continua tensione e confronto conflittuale con una figura maschile ed una femminile. La prima è assunta a simbolo di una tradizione culturale e artistica esclusivamente segnata dagli uomini e da cui per la donna-artista è necessario staccarsi (lo attestano in I’m dancing as fast as I can i piccoli autoritratti di grandi artisti del passato); la seconda è segno di un femminile stereotipato al quale l’artista-danzatrice è legata, attraverso il segno del cordone ombelicale, ma dal quale è al contempo desiderosa di allontanarsi (Moving Away).
La ricerca di autonomia sembra però trovare compimento in Master of Ceremonies dove il suo “autoritratto” da artista, con in mano tavolozza e pennelli, è ormai separato anche fisicamente dai modelli di una femminilità stereotipata rappresentati da una femme fatale confinata in uno spazio ristretto alla sinistra della scena. La figura maschile, tuttavia, danza ancora disinvolta fra le fiamme e continua a dominare il centro della composizione. Ma la danzatrice-artista ha acquistato volto e abiti che non si conformano ai modelli della cultura dominante: indossa una sorta di un costume ispirato ai motivi di Sonia Delaunay e, assistita dalla genealogia femminile, prova a rubargli la scena muovendo anche lei un passo tra le fiamme.
Nei decenni successivi, Schapiro continuerà le sue Collaborazioni con le artiste del ‘900 e ci lascia, con le rielaborazioni degli autoritratti di Frida Kahlo, vivissime e acute riflessioni pittoriche sull’essere donna e artista, sulla contraddizione fra l’essere contemporaneamente soggetto ed oggetto dello sguardo (Time, 1988-91)
L’interesse per il teatro, i costumi, i tessuti la porterà, infine, negli anni ’90 ad indirizzare le collaborazioni verso Sonia Terk Delaunay e le artiste delle avanguardie russe cui è dedicato, fra gli altri lavori, Mother Russia (1994), un ventaglio dipinto nei colori della rivoluzione russa, omaggio a quelle grandi protagoniste di una brevissima esperienza che, nei primi anni dopo la rivoluzione, le vide impegnate nella progettazione di tessuti ed abiti, costumi e scenografie teatrali per dare forma ad una nuova società e cultura. Insieme alle immagini delle loro opere, a porzioni di tessuto e ai simboli della rivoluzione, Schapiro inserisce i ritratti fotografici delle artiste e, fra loro, una sua foto del ’74 realizzata dalle sue studenti e in cui Miriam appare abbigliata come una donna dell’800, formalizzando così la sua idea di una perfetta continuità genealogica femminile e contribuendo a proteggere e custodire gelosamente quelle memorie che, secondo la stessa Schapiro, costituiscono la condizione necessaria per la nostra sopravvivenza spirituale.
1. Mira Schor, Remembering Miriam Schapiro, hyperallergic.co
2. La concettualizzazione e la spiegazione del percorso che porta ai femmage è descritta in Melissa Meyer e Miriam Schapiro, “Waste Not Want Not: An Inquiry into what Women Saved and Assembled – FEMMAGE”, in Heresies I, no. 4, Winter 1977-78, pp. 66-69
3. Esperienze di utilizzazione e valorizzazione di materiali e pratiche tradizionalmente connessi all’esperienza della creatività femminile si sviluppano già dalla fine degli anni ’60 sia negli States che in Europa, secondo un sentire comune che negli anni del neofemminismo, tante artiste avrebbero sviluppato in chiave più esplicitamente politica.
4. Fra le artiste Joyce Kozloff, Cynthia Carlson, Valerie Jaudon, Betty Woodman, Jane Kaufman; fra gli artisti Robert Kushner, Kim MacConnel, George Woodman, Robert Zakanitch, Kendall Shaw, Brad Davis
5. Miriam Schapiro, “How did I Happen to Make the Painting Anatomy of a Kimono?” citato in Norma Broude and Mary Garrard, Feminism and Art History: Questioning the Litany, New York, Harpers & Row, 1982
pubblicato sabato 11 luglio 2015
Madeinfilandia continua a raccogliere artisti per farli conoscere e lavorare tra loro. Germe di un cambiamento dell’arte italiana? Chissà. Intanto vi raccontiamo
Francesca Psini
“Madeinfilandia è un luogo inventato da artisti per artisti per costruire occasioni di approfondimento diretto dell’arte e di loro stessi”. Così si legge nel comunicato della sesta edizione, che ha avuto luogo dal 28 giugno al 5 luglio a Pieve Presciano, località Filanda, in provincia di Arezzo.
Fino al 19 luglio, su appuntamento, sarà possibile vedere le opere, nate da questa esperienza, di Sergia Avveduti, Giovanni Blanco, Renata Boero, Alice Cattaneo, Farbrizio Corneli, Raffaele Di Vaia, Emilia Faro, Joao Freitas, Franco Menicagli, Maria Morganti, Marco Neri, Alfredo Pirri, Andrew Smaldone, Giuseppe Stampone, Serena Vestrucci/Francesco Maluta. (0575 897 183, madeinfilandia@gmail.com – info@madeinfliandia.org , www.madeinfilandia.org ).
L’arte è spesso un buon vettore di conoscenza dell’altro, a Madeinfilandia si aggiunge un dialogo diretto con gli invitati, come succede negli incontri di residenza, ormai ricorrenti. Il legame con la vita personale aggiunge però una suggestione importante per analizzare il rapporto con l’altro. A Madeinfilandia Luca Pancrazzi e Helena Asmar hanno la loro casa; Pietro Gaglianò ha qui lo studio; Loredana Longo e Alessio De Girolamo hanno abitato qui per tutto l’anno. Sono segni che deviano il concetto di residenza in quello di festa, “Festiào” in greco vuol dire “accolgo nel focolare domestico”. Estìa è, infatti, la dea del focolare. Entrare nella casa dell’altro è una differenza da non dare per scontata. Anch’io sono stata invitata a raccontare quello che penso attorno all’arte e l’ho fatto in dialogo con uno degli ospiti: Pietro Gaglianò.
Il fatto che non ci sia stata la consueta inaugurazione, ma la festa di questo inedito “focolare” è un altro segnale. Mi è tornato in mente lo spirito con il quale Luca ed Elena mi raccontavano la loro vita in Filanda, ho riconosciuto l’attenzione al locale con la quale Pietro Gaglianò porta avanti la sua ricerca. Ho trovato un nesso con la mia idea d’intersoggettività mediata dall’opera, cioè da un soggetto col quale confrontarsi e fare amicizia.
Madeinfilandia, una delle realtà molecolari che reagiscono alla passività culturale di questo momento, ha una ricaduta rispetto all’arte italiana, sempre meno rappresentata nei contesti internazionali e nazionali. Lo diciamo in tanti, da tempo. Per ora non vedo strategie di cambiamento, che non siano quelle che mettono al centro il partire da sé, dai propri territori. Forse, prima o poi, le molecole si aggregheranno. Al tempo stesso si discosta, o almeno mi auguro, dall’idea di residenza, dove artisti, artiste, curatori, curatrici dovrebbero incontrare l’attimo che fa scattare l’invenzione.
L’Italia artistica sembra interessare poco, quindi per assurdo, non ci sono vincoli e si apre un’anomala libertà. Assumersi questa minorità, significa mettere al mondo figure che aiutino a interpretare la situazione.
È un nodo cruciale che riguarda tutti, come ha ricordato Hanif Kureishi e altri suoi colleghi scrittori a ridosso delle elezioni politiche inglesi, lo scorso Aprile. Gertrude Stein, nel suo ritratto di Picasso (1938), scriveva che gli artisti sanno vedere il futuro “perché sono i primi che intuiscono i cambiamenti che avvengono nella loro generazione”. Ricordiamoci di Rossellini, De Sica: dalla povertà del dopoguerra hanno inventato il Cinema. Oggi la distruzione è più ambigua, apparentemente meno cogente, richiede uno sforzo soggettivo senza l’aiuto di energie esterne.
A Madeinfilandia da Alice Cattaneo ho capito che l’incontro con l’altro – sia individuale, sia territoriale – nasce non tanto da buone intenzioni, ma da intuizioni che possono avere il beneficio di entrare direttamente in dialogo. Questo è quello che Madeinfilandia mette in gioco. Alice Cattaneo ha creato un video, 150 centimetri, dove mette in scena il movimento semplice del toccare le cose, offrirle e riceverle. Le cose sono gli oggetti che ha trovato in loco, nelle quali ha intuito possibili elementi per una sua scultura in equilibrio inafferrabile. Quegli oggetti sono appoggiati a una parete e sembrano indicare il momento in cui stanno per unirsi gli uni agli altri. Una specie di scultura “disossata”. Ma il punto nevralgico è il video. Gesti lenti in cui appare la sua mano che porge e riceve e quella di Maria Morganti, non sono riconoscibili, ma si sa che sono loro. 150 centimetri è la misura delle due braccia. C’è tutto: l’incontro con l’altro, il segno della materialità, l’artigianalità della scultura, la sua tridimensionalità fisica. Le immagini scorrono in piccoli riquadri asimmetrici dentro lo schermo del computer: alludono alla rotazione della scultura – da realizzare o solo da immaginare – e della vita. Ricordano anche gli avambracci di un Cristo che domina l’abside nella chiesetta del paese, una coincidenza junghiana visto che siamo in Toscana, una delle regioni con più alta densità di archetipi di Storia dell’Arte. Ho visto un inedito legame col passato e un augurio di relazioni possibili, dentro e fuori dall’arte.
Maria Morganti, ci ha regalato il suo colore: in due crepe del pavimento il pigmento affiora Nel buco, come una pietra preziosa, brillante, materica; nell’altra come un’ombra. Passaggi di condivisione con i quali pronuncia i suoi colori. E a questo proposito, una grande sorpresa la provoca Eugenia Vanni. Durante la settimana ha creato due quadri a olio, dove il colore finale ha dentro migliaia di vite, Scandalo al Sole. È una visione aniconica che cattura la luce. I colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare cioè vivere. I quadri, disposti all’esterno, addosso all’architettura di mattoni, calda come l’estate di questi giorni, oltre ad avere in sé il cambiamento del giorno e della notte, dicono che si può ancora dipingere, che si può cercare la perfezione, che la si può lasciare andare. Munch metteva i suoi quadri all’aperto, alla neve, al freddo, Eugenia Vanni li lascia al sole e all’abbaglio dei fari delle macchine. Nessuna sacralità /molta sorpresa.
Cos’hanno a che fare queste opere con la resistenza alla passività? Molto, perché l’intuizione “è un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale” (Carla Lonzi, La critica è potere, 1970, in Scritti sull’arte, et. al/edizioni, 2012). Io aggiungo, per vivere l’incontro con l’altro da sé bisogna scegliere, decidere, dare, ricevere. E anche per questo occorre intuizione.
Scultrice di sentimenti e stati d’animo, narratrice di affetti con perizia da ingegnere meccanico, pittrice e disegnatrice delle emozioni profonde che percorrono la superficie della pelle eludendo la durezza del cuore.
Il suo nome?
June Leaf.
Se gli appellativi potessero essere tradotti, nella nostra lingua si chiamerebbe ‘foglia di giugno’. E delle foglie di primavera questa artista – nata a Chicago nel 1929, oggi si divide tra New York City e l’Isola di Cape Breton, Nuova Scozia, insieme al marito, il fotografo Robert Frank – ha la tenacia fragile e vibrante. Poco nota fuori dagli Stati Uniti e dal Canada e ancora non del tutto riconosciuta nella sua schiva grandezza, Leaf ha dedicato la vita a tracciare con sguardo fermo e mano giocosa e austera una specie di verbale dell’inconscio, il proprio e l’altrui.
“Ho cominciato a lavorare nel 1948, a diciotto anni”, dice in un limpido autoritratto filmico realizzato nel 2007 presso la Mount Allison University (si veda questa lecture tenuta dall’artista nel 2007). “Da allora lavoro tutti i giorni e il bello sta proprio in questo. Se ho paura di qualcosa, se sono depressa, mi metto comunque al lavoro, mi esercito come i musicisti, con costanza e disciplina. Lavoro perché non voglio perdere né l’allenamento né l’abitudine al lavoro”.
Il talento di un artista non consiste forse proprio nella combinazione di esperienza e ossessione? Del resto, sostiene questa donna grande e solida, con un senso dello humour e una modestia impareggiabili, “non sono stata io a scegliere l’arte, è stata lei a scegliere me. Ho saputo così presto quel che volevo fare, che non ho imparato a fare altro e adesso mi dispiace, perché ho la sensazione di aver perso molto”.
I suoi materiali d’elezione sono lo stagno galvanizzato, i colori acrilici, la carta, la matita, il carboncino, ma anche una serie di objets trouvés o di loro parti e di congegni meccanici utili a far ‘muovere’ le sue figure: cinghie, rulli, martinetti, fili, altalene metalliche, rotelle, manovelle, spirali. Tutto danza nei teatrini scultorei o pittorici allestiti da Leaf. Come se, dopo aver dato vita ai suoi personaggi, non resistesse alla tentazione di animarli, farli scivolare e fluire come portati dall’acqua o da un grande fuoco.
Circolari e sinuosi come minuscoli anfiteatri, i suoi scenari accolgono i corpi da lei modellati mettendoli in risonanza con le loro ombre. Concavi e al contempo convessi, cavi, quasi in attesa di essere colmati e di colmarsi vicendevolmente, essi mimano i gesti dell’amore e della sottomissione, della paura e della forza, della libertà e del bisogno. La figura femminile, spesso piegata sulle ginocchia, è ‘inventrice’ di un corpo maschile che sembra accogliere con stupefazione il proprio ‘apparire’ grazie al gesto potente dell’altrui mano.
Che il fondale e le figure si sviluppino nello spazio tridimensionale attraverso l’assemblaggio di materiali diversi o che la loro volumetria sia compressa nella bidimensionalità di un foglio di carta o di una tela tormentati dal colore, il tropismo è sempre lo stesso: la creatura viene pensata, immaginata, voluta e infine creata da un soggetto che si rivela proprio attraverso l’atto creativo. Uno scambio alla pari, un duplice incantamento che l’osservatore è invitato a guardare, riflettendovisi come nelle trasparenze oscure di un lago.
Nelle sue opere tornano e ritornano forme e situazioni che l’artista non si stanca di indagare: la serpentina come illimitato spazio concluso; il bilico come figurazione ambigua di una triplice possibilità: il tuffo, la caduta, il volo; la corsa immobile; il vortice del movimento congelato.
Non a caso l’artista si serve di ‘basi’ o ‘strutture’ strappate alla loro funzione originaria e convertite in piedistalli nient’affatto muti o neutri. Come nei Canti di Maldoror di Lautréamont, trasformato in basamento, il tavolo della macchina da cucire sembra cedere a un’azione che trascende la sua disattivata promessa cinetica. E i rulli/pilastro muovono e insieme sigillano nel tempo sospeso del mito.
Malleabile e argenteo, resistente alla corrosione, lo stagno – materiale d’elezione dell’artista – è un metallo sonoro: piegato stride, riscaldato si spezza. Leaf lo plasma per ricavarne morbide figure che portano in sé tutta la vulnerabilità della carne, la sua silenziosa richiesta, la sua labile offerta. Incastonate in fondali materici e fuligginosi oppure in bilico su un ciglio come se stessero per precipitare, arrugginite da una misteriosa implicita usura, le sue figure si annunciano come piccoli teoremi privati per poi rivelare d’un tratto quello che davvero sono: fulgide rappresentazioni del mondo in cui viviamo e della nostra inspiegabile resa. Come non riconoscere, dietro l’“Uomo come scolatoio” del 2007, apparente ironica rappresentazione della virilità e delle sue aporie, il riferimento dolente alle tecniche persuasive messe in atto dagli americani a Abu Ghraib? O, dietro le sue leggiadre danze macabre, un insistente memento morilanciato nel vuoto di un presente che si dice senza Storia.
La mano dell’artista come flessibile e acuminato trapano/sonda, delicata e implacabile.
(Milano, 9 luglio 2015)
Lettera della ragazza della Fortezza da Basso
Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io.
Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi é stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui é stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.
Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda é vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’é sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa. Che siano state le varie fasi della lunghissima prima udienza, o le sentenze della prima e poi della seconda, ne ho sempre avuto notizia dai social media piuttosto che dal mio avvocato. Come mai questo accada non lo so. So soltanto che é come un elastico che quando meno me l’aspetto, mentre sono assorta e impegnata a affrontare il mondo, piena di cicatrici, ma cercando la forza per farcela, questo maledetto elastico mi riporta indietro di 7 anni, ogni maledetta volta.
Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole. Dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale. Tutto questo mi sembra surreale come un supplizio di Tantalo.
La memoria é una brutta bestia. Nel corso degli anni si dimenticano magari frasi, l’ordine del prima e dopo, ma il corpo sa tutto. Le sensazioni, il dolore fisico, il mal di stomaco, la voglia di vomitare, non si dimentica.
Che poi quanti sforzi ho fatto per ritornare ad avere una vita normale, ricominciare a studiare, laurearmi, cercare un lavoro, vivere relazioni, uscire, sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, nella propria città. E quante volte sono stata invece redarguita dal mio legale, per avere una “ripresa”. Per sembrare andare avanti, e non sconfitta, finita. “La vittima deve essere credibile”. Forse se quella volta avessi inghiottito più pasticche e fossi morta sarei stata più credibile? Forse non li avrebbero assolti?
Essere vittima di violenza e denunciarla é un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra, come una moderna Raperonzolo. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti é mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti”. Così può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall’accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non é stato un delitto così grave. Fondamentale, ovviamente.
A sette anni di distanza ancora ho attacchi di panico, ho flashback e incubi e lotto giornalmente contro la depressione e la disistima di me.
Non riesco a vivere più nella mia cittá, ossessionata dai brutti ricordi e dalla paura di ciò che la gente pensa di me. Prima la Fortezza da Basso era un luogo pieno di ricordi positivi, la Mostra dell’Artigianato, il Social Forum Europeo, i numerosi festival e fiere. Adesso é un luogo che cerco di evitare, un buco nero sulla mappa della cittá di Firenze.
Mi é stato detto, é stato scritto, che ho una condotta sregolata, una vita non lineare, una sessualità “confusa”, che sono un soggetto provocatorio, esibizionista, eccessivo, borderline. C’é chi ha detto addirittura che non ero che una escort, una donna a pagamento che non pagata o non pagata abbastanza, ha voluto rivalersi con una denuncia.
Perché sono bisessuale dichiarata, perché ho convissuto col mio ragazzo un anno prima che succedesse tutto ció, perché amo viaggiare e unito al fatto che non sono riuscita a vivere nella mia città dopo l’accaduto, ho viaggiato molto, proprio per quella sensazione di essere chiunque e di dimenticare la tua storia in un posto nuovo. Perché sono femminista e attivista lgbt e fin dai 15 anni lotto contro questo schifo di patriarcato che oggi come sette anni fa, cerca di annientarmi come ha fatto e fa continuamente, ovunque.
Perché mi vesto non seguendo le mode, e quindi se seguo uno stile alternativo, gothic o cose del genere, sono automaticamente tacciata per promiscua. Perché sono (?) un’attrice e un’artista e ho fatto happening e performance usando il corpo come tavolozza di sentimenti e concetti anche e soprattutto legati al mio vissuto della violenza (e sì, la Body art é nata negli anni 60, mica ieri. Che poi, qualcuno si sognerebbe forse di augurare o giustificare chi stuprasse Marina Abramovic perché si é mostrata nuda in alcuni suoi lavori?).
Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Dato che non hai passato gli anni dell’adolescenza e della giovinezza in ginocchio sui ceci con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso, cosa vuoi aspettarti, che qualcuno creda a te, vittima di violenza?
Sono stata offesa non solo come donna, per ciò che sappiamo essere accaduto. Ma come amica, dal momento in cui il capetto del gruppo era una persona che consideravo amica, e mi ha ingannato. Sono stata offesa dagli avvocati avversari e dai giudici come bisessuale e soggetto lgbt, che hanno sbeffeggiato le mie scelte affettive e le hanno viste come “spregiudicate”.
Sono stata offesa come femminista e attivista lgbt quando la mia adesione a una manifestazione contro la violenza sulle donne é stata vista come “eccessiva” e non idonea a una persona vittima di violenza, essendomi mostrata troppo “forte”. Sono stata offesa dalla corte e dagli avvocati avversari per essere un’artista e un’attrice (o per provarci, ad ogni modo), un manipolo di individui gretti che non vedono oltre il loro naso e che equiparavano qualsiasi genere di nudità o di rappresentazione che vada contro la “norma” (per es. scrivere uno spettacolo sulla prostituzione) alla pornografia.
Mi hanno perfino offeso in quanto aderente alla moda giapponese delle gothic lolita (e hanno offeso il buon senso), quando hanno insinuato che fosse uno stile che ha a che fare con pornografia, erotismo e chissà cos’altro. Hanno offeso, con questa assoluzione, la mia condizione economica, di gran lunga peggiore della loro che, se hanno vinto la causa possono dir grazie ai tanti avvocati che hanno cambiato senza badare a spese, mentre io mi sono dovuta accontentare di farmi difendere da uno solo. E condannandomi a dovere essere debitrice a vita per i soldi della provvisionale che ho speso per mantenermi negli ultimi due anni, oltre al fatto che nessuno ripagherà mai il dolore, gli anni passati in depressione senza riuscire né a studiare né a lavorare, a carico dei miei, e tutti i problemi che mi porto dietro fino ad adesso. Rischio a mia volta un’accusa per diffamazione, anche scrivendo questa stessa lettera.
Ciò che più fa tristezza di questa storia che mi ha cambiato radicalmente, é che nessuno ha vinto. Non hanno vinto loro, gli stupratori (accusati e assolti in II° ndb), la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti, per esempio l’enorme pubblicità fatta ai b-movie splatter del “capetto” del gruppo, sono andate avanti nonostante un’accusa di stupro.
Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà, la solidarietà umana quando una donna deve avere paura e non fidarsi degli amici, quando una donna é costretta a stare male nella propria città e non sentirsi sicura, quando una giovane donna deve sospettare quando degli amici le offrono da bere, quando si giudica la credibilità di una donna in base al tacco che indossa, quando dei giovani uomini si sentiranno in diritto di ingannare e stuprare una giovane donna perché e’ bisessuale e tanto “ci sta”.
Quello che vince invece, giorno per giorno attraverso quello che faccio, é la voglia di non farmi intimidire, di non perdere la fiducia in me stessa e di riacquistarla nel genere umano, facendo volontariato, assistendo gli ultimi, i disabili, le persone con disturbi psichici (perché sì, anche quando si é sofferto di depressione e forse soprattutto per questo, si é capaci di essere empatia e d’aiuto).
Se potessi tornare indietro sapendone le conseguenze non so se sarei comunque andata al centro antiviolenza, da cui é poi partita la segnalazione alla polizia che mi ha chiamato per deporre una testimonianza tre giorni dopo. Ma forse si, comunque, per ripetere al mondo che la violenza non é mai giustificabile, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, che indumenti porti, quale sia il tuo orientamento sessuale. Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà, cambierà, dio santo, certo che cambierà.
(abbattoimuri.wordpress.com, 25/7/2015)
di Franca Fortunato
Intervento alla festa del 20 giugno a Catania in piazza Federico di Svezia
Vengo da una città, Catanzaro, dove la mia passione politica, che è passione delle relazioni, prima di tutto relazioni tra donne, la spendo facendo la giornalista in uno dei quotidiani più letto della regione: Il Quotidiano del Sud. Scrivo anche per una rivista on line, “Casablanca”, la cui direttora è Graziella Proto che vive in questa città. Scrivere, per me, è un agire politico.
Creo relazioni con le donne che dirigono il giornale, con le donne e gli uomini che mi leggono, mi rispondono e interloquiscono con me. Con Anna, Mirella e altre donne di Città Felice condivido un percorso politico di anni, per cui non è la prima volta che vengo a Catania ma è la prima volta a questa festa in piazza.
Nella mia attività di giornalista, guardo la mia città e la mia regione dalla politica della differenza e delle relazioni, per cui sto molto attenta a quanto accade per coglierne i segni di buone pratiche nei luoghi dell’amministrare e nei gesti di cittadini e cittadine che contribuiscono a rendere la mia città e la mia regione un luogo vivibile. La vivibilità o meno, per me, passa dalla qualità delle relazioni, dal desiderio che spinge all’azione, all’agire ovunque ci troviamo.
La mia regione e città sono piene di buone pratiche che le rendono belle, accoglienti, vivibili. Pratiche portate avanti più da donne che da uomini.
Buone pratiche amministrative, come quelle delle sindache. Annamaria Cardamone di Decollatura, Elisabetta Tripodi, da poco divenuta ex-sindaca di Rosarno, in quanto è stata costretta a dimettersi per mancanza della maggioranza. Di Maria Carmela Lanzetta, ex-sindaca di Monasterace. Buone pratiche che vuol dire innanzitutto amministrare fuori dal malaffare e da ogni rapporto con la ’ndrangheta. Buona amministrazione che vuol dire amministrare a partire da sé, dal proprio desiderio, e non dall’appartenenza al partito.
Buone pratiche di convivenza con i migranti, come in tanti comuni (Rosarno, Acquaformosa, Riace, Decollatura, Badolato, Davoli), dove in molti casi la presenza dei migranti ha rivitalizzato borghi destinati all’abbandono e allo spopolamento, riportando in vita antiche attività artigianali che condividono con i residenti.
Buone pratiche di prima accoglienza.
In questi mesi la Calabria, come la Sicilia, è terra di approdo di tante cittadine e cittadini stranieri che scappano dalla povertà e dalle guerre, che sono poi la stessa cosa (è guerra anche depredare delle loro risorse popoli dell’Africa, impoverirli e costringerli a fuggire. Pertanto respingo la distinzione assurda che si sta imponendo tra rifugiati, da accogliere, e migranti economici da respingere). Quando arrivano nei nostri porti (Reggio Calabria, Vibo Valentia, Crotone) sono molte le donne e gli uomini, più donne che uomini, che li accolgono con grande umanità.
Sono rimasta colpita dalla forza simbolica del gesto di alcune suore, riportato dal giornale su cui scrivo. Qualche giorno fa, nel porto di Reggio Calabria sono arrivati 544 migranti, di cui 61 minori non accompagnati e 148 donne. Le suore del coordinamento diocesano sono andate ad accoglierli. Una volta sbarcati, le suore hanno organizzato canti e balli con i più giovani.
Sono i piccoli-grandi gesti che danno dignità a una terra. Quelle suore lo hanno fatto. Non c’è bisogno di gesti eclatanti per rendere vivibile un luogo. Piccoli gesti come il saper fare l’elemosina con dignità e senza offendere la dignità dell’altra/o. È quanto più spesso ci troviamo a fare nelle nostre città.
A Catanzaro il sindaco mesi fa ha emesso un’ ordinanza contro l’“accattonaggio” perché alcune cittadine e alcuni cittadini si sono lamentati, in nome del “decoro” della “vivibilità”. I tanti poveri davanti alle chiese, agli esercizi commerciali, nelle strade, renderebbero, secondo costoro, non decorosa e non vivibile la città. Ho scritto pubblicamente al sindaco chiedendogli di ritirare quella brutta ordinanza. Sono convinta che le cittadine e i cittadini di Catanzaro non sono contro chi chiede l’elemosina ma molti di loro hanno paura della povertà, del senso d’impotenza che provano davanti a tanti poveri. Vorrebbero non ci fossero, non vederli. Anziché aiutare queste persone a imparare a stare davanti alla povertà, che colpisce anche tanti cittadini e cittadine catanzaresi, c’è chi preferisce alimentare le paure, ingigantirle, mettere i poveri gli uni contro gli altri e così pure gli abitanti delle degradate periferie della città contro gli immigrati.
È quanto è stato fatto ultimamente alla sola notizia che la prefettura aveva affidato alla cooperativa Mappamondo di Lamezia Terme il servizio di accoglienza e assistenza di circa cento cittadini stranieri migranti, richiedenti protezione internazionale. Maschi pseudorazzisti – come ho scritto sul giornale – non hanno esitato ad agitare fantasmi e seminare allarme e paure tra la popolazione di due quartieri in cui si diceva sarebbe sorto il centro di accoglienza. Sono zone di periferia in cui c’è degrado, frustrazione, rabbia nelle cittadine e cittadini perché si sentono non ascoltati nei loro bisogni dall’amministrazione comunale. Ho invitato il sindaco ad andare incontro alla cittadinanza, a rassicurarla, a discutere insieme le modalità dell’accoglienza, placarne le paure e dare ascolto ai bisogni e alle richieste delle/dei residenti.
Altra questione che riguarda i migranti è quella degli ospiti del Centro di Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto in provincia di Crotone (è un Cara gestito dalle Misericordie, cooperative che fanno capo a un prete di Isola di Capo Rizzuto e che sono state oggetto di una trasmissione televisiva di Servizio Pubblico per aver vinto il bando di gara con prezzi molto inferiori a quelli degli altri Cara. Il che si riversa sulla scarsità di cibo e di servizi che vengono erogati. E per il loro rapporto con politici e ’ndrangheta locale). Ebbene, molti di loro, giovani africani per lo più, ogni giorno raggiungono in pullman Catanzaro e Crotone. Qui, alcuni di loro, cercano di guadagnarsi qualche soldo aiutando gli automobilisti a parcheggiare, altri chiedendo l’elemosina davanti a esercizi commerciali. Li chiamano “parcheggiatori abusivi” e “accattoni”. Io li ho visti, li incontro ogni giorno. Mi avvicino a loro, chiedo da dove vengono e perché chiedono soldi. Al Centro i 2 euro e 50 centesimi giornalieri che dovrebbero avere dalle Misericordie non li ricevono mai. È quello che mi dicono questi giovani uomini che in città sono solo di passaggio, in attesa del riconoscimento di rifugiati e di andare altrove. Contro di loro nella mia città c’è stato chi ha fatto la guerra, invocando l’intervento delle forze dell’ordine e del sindaco chiedendo di cacciarli. Ho visto però tante donne più che uomini non lamentarsi, avvicinarsi loro con rispetto, parlargli e allungare qualche soldo. Loro ringraziano con un sorriso e gentilezza. Quando capita, ed è capitato, che con qualcuno di loro si arriva, tra maschi, alle offese e si sfiora la rissa, allora apriti cielo!
Sono i nostri piccoli-grandi gesti quotidiani che rendono vivibile o meno la città e civile la convivenza.
La Calabria in questi anni è molto cambiata, grazie anche alle donne. Mi riferisco alle testimoni e alle collaboratrici di giustizia che hanno dato inizio a un’altra storia fatta di libertà femminile, inconciliabile con la ’ndrangheta e la sua organizzazione patriarcale della famiglia criminale mafiosa. Sono loro – Lea Garofalo e sua figlia Denise, Maria Concetta Cacciolla, Giuseppina Pesce, Tina Buccafusco e le tante altre, tra cui metto anche Annamaria Scarfò, la ragazza di Taurianova (paesino della provincia di Reggio Calabria) che ha denunciato, portato in tribunale, e fatti condannare i suoi violentatori, tra cui alcuni mafiosi. Sono loro che con le loro scelte, a partire da sé, hanno cambiato la Calabria e aperto una strada “inedita” nella lotta alla ’ndrangheta, aprendo spazi di vivibilità per sé e per le altre.
Nella mia regione e a Catanzaro c’è molto altro. Voglio ricordare solo altri due fatti che vanno verso la vivibilità della città.
È stata scongiurata la realizzazione di una discarica di rifiuti, “La Battaglina”, che sarebbe dovuta diventare la più grande pattumiera d’Europa. Cittadine e cittadine si sono mobilitati, hanno creato un presidio permanente, luogo di relazioni, di incontro e di scambi. Hanno trascinato nella loro lotta anche le amministrazioni e sono riusciti prima a fermare, e poi a fare annullare i lavori che erano stati appaltati e avviati.
A Catanzaro, grazie a un gruppo di giovani che sono riuscitia coinvolgere la cittadinanza – le donne sono state in prima linea – si è riusciti a salvare una villa, “Villa Pangea”, unico polmone verde dentro la città, oltre che luogo di valore architettonico e storico, dalla distruzione per costruire un maxi-parcheggio. Oggi la Villa è stata recuperata, riqualificata e restituita alle cittadine e ai cittadini.
Insomma, se in Calabria prevalesse il negativo, che c’è ed è tanto e di cui, in genere si occupano i giornali e i commentatori maschi e gli “intellettuali” calabresi, sarebbe impossibile viverci.
Il mio compito di donna e giornalista, appassionata della politica delle relazioni, con un’esperienza alle spalle di riflessioni, di pensiero in relazione in luoghi della politica delle donne come le Città Vicine, dove la relazione con Anna Di Salvo e Mirella Clausi si è aperta a tante altre relazioni significative con donne e qualche uomo di altre città, prima fra tutte quella con Katia Ricci e Anna Potito della “Merlettaia” di Foggia, è di vedere, raccontare, scrivere, sostenere, accompagnare, creare e avere cura di buone pratiche di convivenza, che passano sempre attraverso relazioni di qualità tra donne, tra uomini e tra donne e uomini. È il piacere che tutto questo mi procura che dà senso al mio impegno di giornalista e rende vivibile la mia vita in città e in Calabria.
(libreriadelledonne.it 25/07/2015)
María Galindo, artista boliviana che di recente ha realizzato un documentario sulla fine del patriarcato dal titolo 13 horas de rebelión, è stata invitata come oratrice alla Biennale di Venezia 2015 (vedi Oradora en la bienal de Venecia 2015,http://www.mujerescreando.org/, 25 de Julio, 2015). Pubblichiamo parte di un’intervista tradotta in italiano da comune-info.net
di Arantxa Flores e José Luis de la Jara
María Galindo è uno di quei personaggi scomodi che criticano aspramente. Dopo 23 anni di militanza nel collettivo boliviano Mujeres Creando, è riuscita a porsi come referente del movimento femminista ed essere il sassolino nella scarpa di ONG, governi e di chiunque abbia cercato di ergersi come “la voce” delle donne. Con un femminismo costruito dal fare quotidiano, fa fronte a ciò che chiama la “fallita rivoluzione femminista” e al ruolo che giocano istituzioni e organizzazioni internazionali come interpreti dei movimenti di lotta, incaricati di scrivere a loro nome i testi ufficiali, imponendo categorie e spoliticizzando il linguaggio. “Sono consapevole che vengono a rubarci perfino la parola femminismo. Una delle azioni del potere è divorarsi tutto, essere il tutto e che nulla abbia senso al di fuori del senso che il potere assegna alle cose, per questo la necessità di appropriarsi della parola, del territorio femminista, la necessità di cooptarlo, di divorarlo e spogliarlo del suo senso sovversivo e inquietante”.
Mujeres Creando nasce nel 1992. Come sono stati questi anni?
È stato un accumulo di conoscenza politica impossibile da riassumere. Molte volte siamo andate
rielaborando le nostre idee, e tutto questo accumulo di lavoro politico da una prospettiva femminista ha dato a Mujeres Creando una originalità molto speciale. Abbiamo incominciato in poche donne e ora siamo di più, anche se la nostra vocazione non è mai stata di massa. C’è stato un momento in cui Mujeres Creando era un sogno. Il nostro “indigene, puttane e lesbiche; unite, ribelli e sororali” sembrava qualcosa di impossibile da costruire, un enunciato poetico che non si sarebbe mai concretizzato. Ma oggi siamo una organizzazione che si mantiene vitale con un alto grado di complessità sociale. Abbiamo costruito una organizzazione politica che ha giocato un ruolo
storico nel nostro paese. Dall’essere un gruppo femminista siamo passate ad essere un fenomeno culturale e un referente di ribellione per le boliviane.
Il tuo ultimo libro reclama l’ideazione della tesi della depatriarcalizzazione per evitare gli utilizzi demagogici che se ne stavano facendo. Cosa apporta questa teoria alla lotta femminista?
La depatriarcalizzazione presuppone un riposizionamento dei femminismi in funzione di una visione utopica e non di una visione di diritti che limita il rafforzamento delle donne nella partecipazione in strutture ingannevoli che fanno parte della visione capitalista coloniale. Concetti come discriminazione, uguaglianza o presa di potere sono ingannevoli e hanno aperto la porta all’addomesticamento del femminismo. Una cosa è combattere, sovvertire e contestare il sistema e un’altra molto diversa chiedere l’inclusione nello stesso.
Tenendo conto delle differenze Nord-Sud, credi che la teoria della depatriarcalizzazione sia esportabile nel mondo occidentale?
Il neoliberismo è stato molto abile nell’utilizzare tutte le aspettative sociali ed individuali delle donne per renderle funzionali ai propri obiettivi, tanto quelle del Nord come quelle del Sud. Questo libro smonta molto bene questa trama per il Sud del mondo, ma permette anche di utilizzare molte di queste categorie per smontare nel mondo occidentale la manipolazione delle aspettative di varie generazioni di donne. Ciò che il sistema neoliberista sta vendendo alle donne europee come conquiste per loro è falso, si è collocato sulla servitù delle donne del Sud, sulle esiliate del neoliberismo, che funzioniamo da ricatto.
Come Mujeres Creando chiedete una politica femminista basata sulla vicinanza, il quotidiano e il piacere. Come si materializza tutto questo nelle vostre attività?
Una delle nostre gambe è la politica simbolica, la costruzione dell’ideologico, ma soprattutto ci focalizziamo su quello che chiamiamo “politica concreta”, come quella che usiamo nei casi di violenza maschile. Proponiamo azioni concrete a ogni donna e dopo lei decide: lo scandalo pubblico, l’azione illegale o la via giuridico-poliziesca. Per quanto riguarda l’uomo, quando si nega a far parte della soluzione, lo cerchiamo attraverso il suo lavoro, il suo luogo di residenza, i suoi amici. Nella nostra radio diffondiamo liste di padri irresponsabili e di uomini violenti. Queste pratiche e metodologie della creatività, della spontaneità e dell’accompagnamento hanno fatto sì che il nostro servizio contro la violenza maschile oggi sia il più prestigioso della città.
(comune-info.net, 23 luglio 2015)
di Fabio Roia
Premessa doverosa: le sentenze si accettano e si rispettano ma si possono criticare, magari in modo consapevole, per fare crescere la cultura della decisione e per avvicinare i Tribunali alla gente. La vicenda giudiziaria di quella donna che si definisce «la ragazza della Fortezza», presunta (a questo punto bisogna dire così) vittima di uno stupro di gruppo, crea francamente non poche perplessità. Questa valutazione cresce e si consolida proprio dopo la lettura delle motivazioni con le quali la Corte di Appello di Firenze, ribaltando la decisione del Tribunale che aveva condannato gli imputati, ha assolto gli accusati con la formula più ampia possibile, che preclude anche la possibilità di chiedere i danni in sede civile, «il fatto non sussiste». Cioè la ragazza era consenziente ai plurimi rapporti sessuali subiti – rectius voluti – e quindi, forse, non è successo niente (leggi la lettera della ragazza).
Continuiamo a dire ai convegni che per istruire e giudicare le violenze sulle donne occorrono magistrati specializzati, come ci impone sul piano normativo la convenzione di Istanbul, e poi applichiamo categorie di valutazione della prova assolutamente generiche e non adattabili alle vittime che subiscono violenza.
Il racconto di una ragazza che subisce uno stupro, certamente in fase di alterazione a seguito dell’assunzione di alcool anche se, scrive la Corte, non rappresentativa di «una predestinata vittima di violenza», non può mai essere paragonato e valutato, sul piano della narrazione precisa di particolari o anche di perfetta ricostruzione dinamica degli avvenimenti, come il racconto di una vittima di altri reati quali una rapina, una truffa o un furto. Perché il danno e la confusione emozionale, che normalmente si traducono in una sindrome post-traumatica da stress, presente nella vicenda in esame, tendono ad incidere proprio sulla articolazione della rappresentazione degli avvenimenti. Ancora. Chi subisce violenza sessuale, soprattutto se in condizioni di assenza di resistenza («Ho proprio staccato la testa, ho pensato di essere morta, non pensavo più, non guardavo più»), normalmente non presenta segni di lesività significativa, anche perché non esistono indicatori specifici di abuso. In altri termini non è il medico a dovere dire «sì, c’è stata violenza».
Non si ha la pretesa, con queste considerazioni, di volere rifare il processo o di instaurare un terzo grado di giudizio, che pure appariva opportuno proprio sul piano tecnico; ma soltanto di raccogliere le critiche avanzate da Telefono Rosa e, soprattutto, il grido di disperazione lanciato dalla «ragazza della Fortezza» per affermare, ancora una volta, che certe domande sulla sessualità della parte lesa vanno fatte soltanto se necessarie per la ricostruzione dei fatti. Anche chi ha «una vita non lineare» può essere vittima di violenza e la sua dignità deve essere riaffermata con forza perché, magari proprio a causa di quel regime di vita che sfugge ai canoni perbenistici, la sua vulnerabilità di potenziale vittima è progressivamente cresciuta fino a non farle percepire il pericolo. Se una donna denuncia una violenza, gli operatori devono subito porsi il problema del perché questo atto così impegnativo sia stato realizzato. È difficile affermare che ci si inventa uno stupro di gruppo per «censurare e rimuovere un discutibile momento di debolezza e di fragilità». Come a dire calunnio delle persone perché mi sono resa conto di avere esagerato nella mia libera scelta sessuale e quindi cerco un processo catartico.
La «ragazza della Fortezza» ci ha detto in maniera sofferta che se avesse saputo quello che le sarebbe successo, non avrebbe mai denunciato il fatto. Dobbiamo lavorare, nel rispetto dei diritti di tutti, per far sì che questo non possa accadere.
di Alessandra Pigliaru
«L’amore estremo ha un appetito insaziabile». In queste poche battute compare il segno di Iris Murdoch, per la precisione di ciò che fa dichiarare a uno dei suoi personaggi letterari, Martin Lynch-Gibbon protagonista del romanzo del 1961, A Severed Head, ora Una testa tagliata (Il Saggiatore, pp. 251, euro 19) a cura di Cristina Tizian e tradotto da Gioia Guerzoni. La cifra distintiva dell’agiato quarantenne londinese Martin è, tuttavia, al centro di una narrazione più obliqua della furia amorosa e le sue cadute. È infatti nelle abitudini di Murdoch intrecciare molte esistenze singolari, dare loro il carattere tormentoso e corale di chi si fa pungolare dall’eventualità e dal desiderio di comprensione, rinunciando all’algidità del concetto per andare alla ricerca dei corpi e di ciò che accade tra loro.
Niente è casuale nella costruzione dei racconti a cui ci ha abituati l’autrice, nonostante nella sua scrittura letteraria vi sia esplicitamente più leggerezza, libertà di movimento. È lei stessa a farlo intuire in una conversazione con Brian Magee (1978), quando afferma che la letteratura intrattiene e fa molte cose, mentre la filosofia ne fa solo una. Nonostante per tutta la vita le abbia praticate e maneggiate entrambe con sapienza, la filosofia e la letteratura sono state per Murdoch i punti di un doppio passo che non ha inteso giustificare né risolvere. Anche se è differente la difficoltà della materia da cui partono, sia l’una che l’altra – lo ammette — hanno a che vedere con la verità. E in particolare la letteratura quando si misura con la memoria e in alcuni casi rende addirittura felici, capace com’è di mostrarci il mondo. Ecco la qualità della scrittura che sa confrontarsi con le contraddizioni coriacee del reale, che abbandona il rigore sillogistico per esplicitare come si possa arrivare a un pensiero che sia incarnato, e al contempo imperfetto.
Una separazione incarnata
Una testa tagliata è dotato di grande carica simbolica fin dal titolo, conduce a domande immediate. Durante la lettura veniamo subito a conoscenza che il taglio e ciò che ne rimane circolano nelle conversazioni tra i protagonisti su più livelli. Cioè se di crani e teste mozzate è sanguinosamente colma la storia – più o meno dal paleolitico a oggi — il taglio che qui si illumina è una separazione, intanto nella consapevolezza che «certe persone sono più il loro corpo di altre» e che «la testa ci rappresenta più di tutto il resto, è l’apice della nostra incarnazione», insieme alla conseguenza di considerare servibile una relazione con chi si priva di parti di sé. Dice infatti Martin: «non credo che mi piaccia molto, una testa senza il corpo (…) Mi sembra un vantaggio sleale, una relazione illecita e incompleta».
Nessun esito truculento allora, è invece sull’orlo delle relazioni quotidiane che si spalanca la storia di Martin, Honor, Antonia, Palmer, Georgie in cui l’unica privazione visibile è ciò che mediamente si mette in scena – affettivamente ed eroticamente, attraverso tradimenti, scambi, prevaricazioni e languori fuori tempo massimo. Seguendo i personaggi e le personagge di Murdoch può accadere di essere indulgenti verso le altrui e le proprie ambivalenze, le distanze calcolate, le ambiguità concesse come vie di fuga, fino ad arrivare al punto importante: il «filo d’intimità» di cui chiacchierano i protagonisti quando viene scambiato malamente con la familiarità.
Il nodo dell’intimità
D’altro canto, Martin è in cerca di salvezza: «un amore potente e colossale, che non avevo mai conosciuto prima di allora». Un’insistenza totalizzante, insomma, che attraverso la vulnerabilità di cui si è fatti si scontra con la ridda tumultuosa degli altri, prevedendo spesso «un brutto garbuglio di intimità e amore». Allora nella restituzione del rituale tanto ben descritto da Murdoch, per bocca della misteriosa Honor si trova forse un’ulteriore lettura: «Sono come una di quelle teste tagliate che usavano le tribù primitive o gli alchimisti; le ungevano d’olio, e mettevano una scheggia d’oro sulla lingua perché condividessero le loro profezie. E chissà, forse una lunga consuetudine con una testa tagliata potrebbe portare a una conoscenza davvero anomala delle cose. Ma tutto ciò è lontano dall’amore».
Che l’idea di intimità sia tangente a quella di amore è un dato che attraversa la storia del pensiero e delle sue numerose rappresentazioni. Altrettanto nota è la confusione che spesso viene a configurarsi tra i due termini — limitrofi, scivolosamente contigui ma che a ben guardare non sono sinonimi. Del resto «ci sono persone, comprese quelle accoppiate o sposate, che mai, in tutta la loro vita, sono entrate in intimità». Hanno vissuto per anni l’una accanto all’altra ma senza per questo immaginare di sporgersi, anzi «non ne hanno nemmeno sospettato la possibilità; non hanno mai oltrepassato questa soglia, non ci hanno nemmeno pensato (…) L’Altro è diventato un essere familiare ma non intimo». Concentrandosi invece sull’intimità come risorsa, si può fare uno spostamento; di questo ci informa Françoise Jullien nel suo De l’intime. Loin du bruyant amour (Grasset, 2013), finemente tradotto da Rosella Prezzo. Idealmente seconda parte del ragionamento cominciato nel 2011 con Philosophie du vivre (Gallimard 2011), il saggio di Jullien Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’amore (Raffello Cortina, pp. 191, euro 14) apre a una accurata disamina della questione, anzitutto precisando che l’intimità è il contrario dell’intimistico. Ha piuttosto a che vedere con il paradosso dell’accostarsi al limite. Accolta molto meno di quanto si immaginerebbe, nell’uso comune rappresenta ciò che è celato, addensato all’interno delle cose e al fondo della soggettività, poi rintracciabile anche in un fuori che determina una relazione con altro da sé.
L’intimità è infatti una prossimità con se stessi e con altri, determinando secondo Jullien il doppio segno di raccoglimento — stando profondamente presso di sé – e di condivisione – toccando altrettanto profondamente l’altro da sé. Il passaggio ulteriore stabilisce l’implicazione di interno ed esterno, cioè quando si arriva al proprio intimo, al limite di un interno, si trova anche l’apertura verso gli altri, le altre.
Una morale indiziaria
Idea suggestiva, in molti hanno provato a pensarla: «L’intimità non è tanto la felicità perfetta quanto l’ultimo passo per arrivarci». Stendhal nel suo De l’amour sembra esserne sicuro, un po’ meno Roland Barthes quando nei suoi famosi e bellissimi Fragments cita l’intimità in relazione alla ferita nel centro del corpo, più è aperta e «più il soggetto diventa soggetto»; tale, prosegue, è la ferita d’amore che non riesce a richiudersi. Secondo Jullien più semplicemente «in un mondo che si rovescia, in un totale ribaltamento, l’intimità, a sua volta, si rovescia e fa precipitare». E quindi spesso viene scansata provocando perdita e miseria affettiva – che è sempre simbolica.
Per Jullien è così importante porla all’attenzione che può essere addirittura considerata l’inizio di una morale seppure indiziaria, senza quindi un fondamento necessario ma aperta alla categoria della possibilità – e, come direbbe il filosofo, di vitalità. Si chiarisce meglio cosa Jullien intenda quando avverte che l’intimità non è un valore, né tanto meno una virtù, non si ammanta di nessun dover essere. E anche se non rimanda immediatamente a una responsabilità è pur vero che scegliendola ci si impegna. Si può rispondere al suo appello, oppure no.
Forse è sufficiente dire che sia l’intimità che l’amore, esperienze entrambe, possono accostarsi pericolosamente al frastuono se non se ne capiscono i segnali; insieme a Lily Briscoe creata da Virginia Woolf nel suo To the lighthouse, potremmo spingerci allora a considerare che desiderare l’intimità stessa è conoscenza. Anche Iris Murdoch e Françoise Jullien non potrebbero che essere d’accordo. In fondo «Chi sa che cosa siamo? Che cosa proviamo? Chi sa, perfino nel momento dell’intimità, questo è sapere?»
(il manifesto, 21/7/2015)
La regista greca racconta «Washingtonia» il documentario che viene presentato in questi giorni alla Festa di cinema del Reale di Specchia
Nell’immaginazione dei più Atene è l’acropoli, l’invenzione della democrazia, i dizionari di greco aperti sul banco il giorno della versione. Ma soprattutto, in questi tempi, è il paese a cui è rivolto lo sguardo di tutto il mondo, il banco di prova dell’Europa, le file ai bancomat ed i «riots» nelle strade. Con Washingtonia, però, la regista trentaduenne Konstantina Kotzamani ci porta lontanissimo da queste immagini, ed anche probabilmente da quelle che gli stessi ateniesi hanno della loro città. Con il suo breve documentario sui generis – in concorso l’anno scorso alla Berlinale Shorts e proiettato in questi giorni alla Festa di cinema del Reale di Specchia – raffigura un’Atene metafisica e rarefatta, quasi surreale, abitata da poche anime solitarie quando il resto della città parte per le vacanze estive.
«L’idea iniziale, infatti — spiega la regista – era creare un ritratto stravagante e esotico di Atene abbandonata durante l’estate bollente. Volevo filmare delle location che mi ricordassero l’Africa, il continente del mio protagonista». Il personaggio principale e voce narrante di Washingtonia è infatti un migrante africano che lavora in una pasticceria da cui un’anziana signora ordina ogni sera la stessa torta. «C’è un trucco in Washingtonia – continua Kotzamani – il protagonista è un uomo che viene dall’Africa, che parla di Atene a sua volta filmata come se fosse l’Africa. Volevo giocare con gli stereotipi che la cultura occidentale si è creata sul concetto di estraneità». Il suo migrante, inoltre, conosce tutti i segreti delle palme. Quelle stesse palme importate in gran numero nella capitale greca durante le olimpiadi del 2004 per renderla più esotica e che oggi sono state quasi tutte sterminate dal punteruolo rosso. Tutte ad eccezione di una varietà, la Washingtonia del titolo, che come spiega la voce narrante è talmente sottile che il suo cuore striminzito non è ambito neanche dal terribile insetto infestante.
Ed il cuore, in senso letterale e metaforico, è il tema portante di Washingtonia, aperto dalle immagini di due giraffe di cui in Africa si dice, spiega ancora il migrante senza nome, che il battito del loro cuore quando si appoggiano al suolo per riposare regoli la vita di tutti gli altri animali. Ma nel pieno dell’estate il battito non è più udibile, e la vita si arresta in attesa del suo ritorno. Questi animali esotici, spiega la regista, le sono giunti in sogno: «mentre lavoravo al film ho fatto un sogno molto intenso in cui una giraffa, cercava di entrare in casa mia dalla finestra e si stava impossessando della mia mente. In seguito mi sono documentata sull’argomento, e così è nata la storia sui grandi e piccoli cuori».
Il cuore piccolo, nel film, è anche quello di una madre che sembra amare più il suo barboncino che il figlio adolescente, o quello svuotato dell’anziana signora che ordina la torta ogni sera e piange ancora oggi un amore che l’ha abbandonata. Tutti questi personaggi si muovono tra fiction e realtà: «nessuno di loro è un attore e girando non abbiamo mai fatto delle prove, per cui in un certo senso è come se recitassero se stessi», sottolinea la regista. «Mentre cercavo le location osservavo anche le persone, e provavo a raffigurarmi che personaggio sarebbe andato bene per ognuna di esse. L’unico di cui ero certa sin dal principio è il protagonista, che volevo portasse con sé delle qualità del continente africano. L’abbiamo trovato nel parco di un quartiere ateniese dove vive la maggior parte dei migranti: si chiama Piazza America».
Documentario è quindi una definizione molto restrittiva per questo breve lavoro che procede più che altro per libere e suggestive associazioni di idee: «suppongo che il reale interesse del processo di realizzazione di questo film sia racchiuso nella sua struttura metafisica. In assenza di qualsiasi sceneggiatura, ho lavorato solo con le immagini, le melodie ed i sensi, come ad esempio la percezione del calore». Così con Washingtonia Konstantina Kotzamani realizza un affresco sul cuore di un’Atene desolata ed estranea ad ogni immagine precostituita che abbiamo di essa, specialmente in questa lunga estate calda in cui la città ancora attende che il cuore della giraffa torni a far sentire il suo battito.
di Letizia Paolozzi
Sono nel Gruppo del mercoledì, quello che riflette sulla cura delle relazioni. Ci incontriamo più o meno ogni dieci giorni. Prevalentemente a casa mia, oppure di Elettra. Verso le otto di sera, dopo discussioni, appassionamenti sballati, un girare a vuoto e l’intuizione che finalmente balugina dai nostri discorsi, arrivano le “fiancheggiatrici” ovvero le relazioni inseparabili di ognuna di noi. Giacché abbiamo parlato o discusso o questionato fino a quel momento, la cena va preparata in anticipo: sugo per la pasta, verdura da ripassare, piatto che “basta scaldare nel forno”? Bisogna escludere l’aglio che sennò Fulvia diventa un vampiro; evitare la carne perché Bia è vegetariana. Quando arrivano gli apprezzamenti, anche la riunione acquista un sapore più buono. Ho pensato a questo legame tra cibo e politica ascoltando alla Cascina Triulza, appiccicata al Padiglione Corea dell’Expo, la presentazione di «Fuochi. La cucina di Estìa» della Libreria delle donne di Milano, con Liliana Rampello, Sabina Ciuffini, Rosaria Guacci e alcune tra le autrici che si firmano “Cuoche Varie”. Ma intanto, chi è Estìa? La dea del focolare. A lei si deve l’arte del costruire. Protegge i poveri e i mendicanti. Non prende parte alle guerre degli uomini e degli dei. Le piace viaggiare e fermarsi nelle città greche dove viene bene accolta. Tanto da aver lasciato a Dioniso il suo posto alla mensa degli dei. Le “cuoche varie” che compongono il gruppo di Estìa sono Ida Farè, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi, Ottavia Colabella. Varie nei mestieri: architetta, esperta in comunicazione, precaria, docente al Politecnico, formatrice, giornalista. Varie nel carattere: una lunatica, l’altra bizzarra; l’altra ancora dispotica, prepotente, mite, taciturna. Però tutte «legate da un piacere, un vizio, una passione, una mania, una fissazione comune: cucinare» scrive Liliana Rampello, che di questa varietà femminile ha incrociato i fili seguendone il tragitto. Un tragitto altalenante tra il fare e il donare dove bisognava tracciare «una circolarità tra l’alto e il basso, tra il mangiare, il pensare, il discutere». Diciamo così: bisognava mettere in parola la memoria attraverso una vera e propria strategia narrativa dei ricordi, dei lutti che ti assalgono all’improvviso, delle esperienze, delle conoscenze accumulate da sei donne. Che sono personaggi e sono protagoniste, capaci di comporre una storia comune, quella di un luogo del femminismo dove è cambiata la vita di tante. A partire dalla sua fondazione, nel 1975. La vita di tante è cambiata anche per via della cucina. Ora, a via Calvi 29, è spaziosa, con il tavolo d’acciaio al centro e fuori, nel cortile, persino un glicine. Una radio e un apparecchio permette alle “cuoche varie” di ascoltare gli incontri che si svolgono in sala. Verso le sette una di loro, il viso arrossato dal fuoco dei fornelli, con il grembiule, si presenta in sala e scandisce: gnocchi di semolino alla romana, gnocchetti di ricotta e spinaci, involtini di carne alla palermitana, insalata di finocchi e arance, Tarte Tatin. Chi si ferma? Alzi la mano. Prosegue il dibattito. Poi ci sarà la cena. Dalle parti del Circolo della Rosa – Libreria delle donne, la cucina custodisce i corpi e i pensieri, il gusto e l’intelligenza domestica, il necessario e l’amore materno. Operazione non semplice dal momento che «la cura in cucina si gioca tra competenza e affanno, curiosità e sicurezza, e soprattutto nell’incontro con l’imprevisto. Ma c’è un ultimo fattore, raccomandato dalla dea, che forse è il più importante, ed è la misura. La misura è una lotta tra il troppo e il troppo poco, che in cucina si esprime con il misterioso q.b.» osserva Ida Farè. Peraltro, se ci pensate bene, la cucina è nemica di qualsiasi ipotesi colorata di manicheismo: deve agglomerare, fondere, mescolare. Impedire che un sapore prevalga sull’altro ma imporre che ogni sapore (e odore, profumo) abbia la sua ragion d’essere. Prima dunque della cena, a turno oppure insieme “cuoche varie” sminuzzano, tagliano, impastano, friggono, montano le uova (con il frullino elettrico, con la frusta che batte a mano). Escogitano ma si piegano al ripetitivo e al quotidiano. Sovente si arrangiano perché «si cucina con quel che c’è» dice Annamaria Rigoni e racconta che oggi non esisterebbe «se i miei antenati, poveri montanari, non avessero potuto allevare mucche, pecore, capre, galline, che si nutrivano di ciò che c’era nei prati e davano loro carne, latte, uova. Erano anche un po’ coltivatori, seminavano l’unico cereale che a malapena giungeva a maturazione, il “formenton” (o grano saraceno), e un po’ di verdure nell’orto, ma non sarebbe certo stato sufficiente per consentire loro di vivere. Anche per la loro capacità di resistere in un ambiente ostile, ho scelto di mangiare “quel che c’è”, che la vita vegetariana è vita di pianura, dove il grano e le verdure crescono in abbondanza». Il gruppo di Estìa pesca dalle tradizioni, dai gesti che contengono un antico ordine del mondo. Quest’ordine non deve sparire. Assieme all’invenzione di un mondo nuovo che il libro ci consegna, con le ricette e un glossario finale. D’altronde, il cibo è un linguaggio. Annota Stefania Giannotti che «il cibo è percorso facile e abbreviato, per favorire la comunicazione. È un piacere da donare e condividere, per di più un piacere del corpo, quindi forte,ma anche praticabile e spendibile con leggerezza. Non ci sono altri modi per scambiare il piacere del corpo oltre al sesso, assai più problematico. In questo senso è oltre e di più del mero nutrimento e se ne va lontano dal ruolo e dall’accudimento. Entra nella gratuità della relazione». Provate a friggere le olive ascolane e vedete se continuate a versare lacrime sul fidanzato che vi ha lasciate. «Il fritto chiede concentrazione e leggerezza, il suo tempo e il tempo di farlo arrivare caldo a chi lo mangerà. Caldo e non tiepido e men che meno freddo. Friggere è una forma primaria del cucinare per me; ad Ascoli Piceno, la città da cui provengo, si frigge quasi tutto» si stupisce Clelia Pallotta che in cucina ci sta “in modo non servile ma servizievole”. Tutto questo è la “cucina relazionale” del gruppo di Estìa. A dimostrazione che gli scambi simbolici passano anche attraverso il senso che viene attribuito al far da mangiare.
di Tullio De Mauro
Il disegno di legge Giannini e altri, “Riforma del sistema nazionale di istruzione”, e i documenti governativi che lo hanno preceduto e lo accompagnano sono stati colpiti da molte critiche puntuali, tante da rendere difficile il compito di riassumerle. Lo hanno fatto su Internazionale due recenti messe a punto di Christian Raimo il 5 maggio e Mauro Piras il 7 maggio e mi rimetto a queste.
Tutti i critici, direi, si sono concentrati nel contrastare, smentire, sforzarsi di correggere singoli punti del disegno di legge fino a chiederne con ragione il ritiro, senza fermarsi a segnalare quel che nei testi non c’è. Però, come imparano gli studenti di prima annualità di buoni corsi di linguistica generale o filosofia del linguaggio o semiotica e comunicazione, un testo ci parla di un argomento non solo con quel che ci dice in esplicito, ma anche con quel che ne tace.
Sta nel potere delle nostre parole rendere significativi anche i silenzi. A me pare che nei testi di ispirazione renziana ci siano tre silenzi da segnalare, tre peccati di omissione. Sono silenzi che colorano malamente tutto ciò che si dice. Se non verranno corretti, devono metterci in allarme fin d’ora per le future politiche scolastiche governative e, ciò che più conta, per le sorti della nostra scuola.
Il primo silenzio è il mancato riconoscimento per ciò che la nostra scuola ha fatto e fa. Se non abbiamo voglia o capacità di guardare in faccia la realtà del nostro paese, non capiamo che cosa dobbiamo alla scuola sia pure in assai diversi gradi a seconda dei suoi diversi livelli. Dobbiamo moltissimo ai livelli di base, alle scuole dell’infanzia ed elementari, assai meno, purtroppo, alle scuole medie superiori.
Ma anche questa differenziazione manca nella prospettiva renziana. La scuola, come fanno i giornalisti meno informati, è considerata come un blocco unitario, indifferenziato. Non se ne capiscono così i meriti e, anche, alcuni limiti.
All’inizio del cammino nell’età della repubblica la scuola e con lei l’intera società italiana si sono trovate schiacciate dall’eredità dello stato monarchico e fascista. Quasi due terzi degli ultraquattordicenni, il 60 per cento, erano privi di licenza elementare, un terzo dei quali analfabeti confessi (per l’Istat si era ed è analfabeti se tali ci si dichiara). Nelle classi giovani in età scolastica, per ragazzine e ragazzini, il titolo di licenza elementare (non il diploma, non la laurea) era riservato a un’élite, un terzo. Pochi, nel ceto intellettuale e politico, si rendevano ben conto di ciò: Umberto Zanotti Bianco, Guido Calogero, Anna Lorenzetto, Giuseppe Di Vittorio, Piero Calamandrei.
Soltanto dopo quasi dieci anni, alla pattuglia sparuta si aggiunse un giovane parroco rompiscatole del suburbio fiorentino, rimasto più noto per merito, dobbiamo dirlo, del Sant’Uffizio o simili. Il giovanotto aveva capito che era impossibile portare le parole del Vangelo a chi era immerso nell’analfabetismo e, in più, gli appariva già sedotto dalle prime ondate del consumismo, di cui nessuno, Pier Paolo Pasolini a parte, si rendeva conto. Cominciò a trafficare con le statistiche per capire quale era l’estensione del fenomeno. E scrisse un libro, Esperienze pastorali, che dispiacque alla sua chiesa, che isolò l’autore e lo relegò in una sperduta parrocchia di montagna, a Barbiana, sopra Vicchio, nel Mugello, nella convinzione che lontano dalla città avrebbe fatto meno danni. “Ecco il giudicio uman come spesso erra”, direbbe Ludovico Ariosto. Il ritardatario aggregato alla pattuglia, il rompiscatole mandato al confino si chiamava Lorenzo Milani.
Dinanzi alla realtà di dominante mancata scolarità la reazione fu lenta. Anche gli odiatori del populismo devono ammetterlo. La reazione cominciò dagli strati popolari, dalle campagne più povere del latifondo. Le famiglie capirono, sentirono, che dovevano mandare figlie e figli a scuola, sola alternativa al dispatrio.
Le statistiche ancora raccontano con i loro numeri, per chi si dà la briga di andarle a consultare, questa storia. Ragazze e ragazzi tra tardi anni quaranta e metà cinquanta affollarono le elementari e cominciarono a conquistare in grande maggioranza la licenza elementare prima preclusa invece alla grande maggioranza dei genitori, a non parlare dei nonni.
Mentre il parlamento discuteva del creare o no una scuola postelementare che onorasse il precetto costituzionale degli “almeno otto anni” di scuola “obbligatoria e gratuita” (articolo 34, comma 2), ragazze e ragazzi la scuola postelementare cominciarono a farsela da sé affollando i diversi canali che lo stato offriva e cercando di rimanerci. Varata nel 1962 la scuola media inferiore unificata, gli otto anni di scuola cominciarono a diventare realtà per percentuali crescenti, ma ancora lontane dal 100 per cento.
Il fatto è che una gran parte degli insegnanti resisteva e continuò a resistere. Erano convinti che il loro compito fosse censire, fermare e mandar fuori dai piedi i somari, gli svogliati, i testoni. Non erano stati attrezzati a capire che il loro compito era esattamente il contrario: fare in modo che i somari imparassero a non ragliare, gli svogliati ad avere voglia di studiare, i testoni a usare la testa per capire e orientarsi nella società. Facile a dirsi, non a farsi. Nel corso degli anni, gli e le insegnanti non solo delle elementari, ma anche delle medie inferiori hanno imparato a farlo. Le scuole elementari hanno raggiunto un doppio risultato: portano al loro termine il 100 per cento dei loro alunni e questi, nei confronti internazionali, si collocano tra quelli con i più alti livelli di competenza.
Interessante: il massimo di inclusività va a braccetto con la qualità più elevata dei risultati. Così è nel resto del mondo, così è stato ed è per la nostra scuola elementare. Comunque, in complesso, l’intera scuola di base è riuscita a portare alla licenza media dell’obbligo quasi il 100 per cento dei figli di famiglie in maggioranza analfabete o semianalfabete ancora quarant’anni fa e oggi in maggioranza dealfabetizzate. E perfino quello che è l’anello debole, la scuola media superiore, porta al diploma l’80 per cento di ragazzi e ragazze. E in questa scuola le nostre straordinarie ragazze nei test comparativi internazionali raggiungono punteggi superiori alla media delle loro compagne europee.
Questa è la scuola cui, senza conoscerla, voi volete mettere mano. Il vostro silenzio su ciò che la scuola ha saputo e sa fare fa temere che il vostro metter mano sia un manomettere. Questa scuola è la sola istituzione che ha aiutato la società italiana a evadere dalla prigione dell’analfabetismo primario, totale, e a conquistare almeno l’alfabetizzazione strumentale per il 95 per cento e quella pienamente funzionale (vedremo poi) per il 30 per cento. Mai erano stati raggiunti livelli così alti in tre mezzi secoli di storia patria.
“Se per strada incontro un mio collega lo saluto. Ma se incontro un insegnante mi fermo, mi cavo di capo il cappello e mi inchino”: così amava dire Guido Calogero nei lontani anni cinquanta e ne hanno conservato memoria quelli che lo hanno conosciuto e hanno condiviso con lui il confino come Carlo Azeglio Ciampi. E sapeva benissimo quante cose non funzionavano nella nostra scuola, come ha ricordato giorni fa Claudio Giunta.
Ma, interrompendo a tratti i suoi preziosi lavori specialistici di filosofo e di storico del pensiero antico e andando in giro per le scuole a conoscerne e capirne i problemi, aveva imparato quanto è duro, quanto è degno di riconoscenza e stima il lavoro di chi insegna. Voi cappelli non ne portate più, ma fermarvi e inchinarvi potreste e dovreste.
C’è un secondo silenzio. Guardiamo con freddezza e distacco alle cose. Nel fare quel che ha fatto e fa, la scuola ha fatto e, tra tagli e insulti, continua a fare il dover suo, occorre dire. È un dovere costituzionale, le scuole non possono sottrarsi. L’insegnamento è libero, dice la Costituzione (articolo 33, primo comma), ma la scuola no, non è libera o lo è solo entro i paletti che la Costituzione ha fissato.
Diffidenti o preveggenti i costituenti stabilirono una serie di vincoli.
La scuola deve essere “aperta a tutti” (articolo 34 comma primo: la frase è di sei parole, brevissima, e starebbe bene sull’ingresso di tutte le scuole): Gianni e Deborah non ci piacciono, ma non possiamo cacciarli via.
La scuola deve essere anzitutto e comunque luogo di un’istruzione “obbligatoria e gratuita” “impartita per almeno otto anni” (articolo 34 comma secondo).
Di conseguenza nemmeno la repubblica può cantare sempre libera degg’io: severa, la Costituzione le dice che deve istituire “scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (articolo 33, comma secondo).
In altre parole istruirsi è sì un diritto soggettivo di cittadini e cittadine, ma “rendere effettivo questo diritto” non è una faccenda privata, è un dovere della e per la repubblica, che, vincendo i pianti dei ministri del tesoro, deve trovare i mezzi per consentirne l’esercizio (articolo 34, comma quarto).
Non bisogna essere esimi costituzionalisti per capire perché tanta attenzione per la scuola. La Costituzione è scritta con grande chiarezza (per questo ha perfino vinto un premio Strega). Proprio perché “aperta a tutti” e perché “obbligatoria per almeno otto anni” la scuola è l’unico luogo istituzionale in cui per forza devono ritrovarsi, almeno nei loro anni giovani, “tutti i cittadini (…) senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (articolo 3, comma primo). È qui, nella scuola, che la repubblica può adempiere al suo “compito” (questa parola fu pensata, scelta e confermata con cura dai costituenti): “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli (…) che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione (…) all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (articolo 3, comma secondo).
La scuola della repubblica è il luogo privilegiato per vincere le limitazioni della libertà e dell’eguaglianza, rimescolare le carte della stratificazione sociale, trasformare le diversità in ricchezza culturale comune, favorire lo sviluppo delle persone, costruire le premesse per l’effettiva partecipazione attiva alla vita del paese. Voi che mandate i figli all’American talent school non sapete che cosa gli fate perdere (o lo sapete ma non v’importa niente): la progressiva costruzione di una società di persone libere.
La scuola dunque, come vide Piero Calamandrei e tornarono poi a spiegare i ragazzi di Barbiana, non è un pezzo qualunque dello stato, ma è un “organo costituzionale”. È entro questi limiti che la repubblica “detta le norme generali sull’istruzione” (articolo 33, comma secondo). Buone norme per la scuola devono richiamarsi sempre alla sua natura di delicato, essenziale organo costituzionale. La “Buona scuola” ne tace. È il secondo, preoccupante silenzio. È un’omissione voluta? Oppure è una sciatteria, una dimenticanza non voluta “con l’aggravante della buona fede”, come diceva don Milani?
Terzo silenzio, infine. Almeno dagli anni ottanta, alcuni sospettavano che gli analfabeti in Italia non fossero solo quelli che si autocertificavano tali ai censimenti dell’Istat. Furono tentate stime. Poiché si accertava che il 20 per cento delle ragazze e dei ragazzi uscivano dalla scuola media con più o meno gravi difficoltà di accesso a testi scritti, si ipotizzò che questa percentuale potesse proiettarsi sulla popolazione adulta. L’ipotesi era ottimistica.
Oggi, dopo tre indagini osservative internazionali (fondate su osservazioni, non su autovalutazioni) sappiamo che in tutti i paesi ricchi e consumistici una parte consistente di popolazione, dopo avere raggiunto in età scolastica livelli anche eccellenti di competenza nella comprensione della lettura, nella scrittura, nel calcolo, nel ragionamento scientifico, in età adulta tende a dealfabetizzarsi. Quasi due anni fa Internazionale ha pubblicato l’essenziale di questi dati. In paesi con scuole eccellenti, come Giappone, Finlandia, Olanda la percentuale di persone adulte al di sotto dei livelli minimi necessari a capire un testo e a usare basilari concetti matematici e scientifici tocca quasi il 40 per cento. Tocca il 50 per cento in Corea del Sud, altro paese di buona scuola, buona davvero, supera la metà nel Regno Unito e Germania, arriva a toccare e superare il 60 per cento in Francia e Stati Uniti, raggiunge infine il 70 per cento in Spagna e Italia.
Fattore determinante non è evidentemente da sola la qualità della scuola, ma sono gli stili di vita che allontanano chi è uscito da scuola dalla voglia di tenersi informato, di ragionare, di partecipare in modo attivo alla vita sociale. E così le competenze acquisite a scuola si indeboliscono, si avvizziscono, perfino muoiono, Per l’Italia va osservato che, se si tengono presenti anche i dati sulla capacità diproblem solving (uso delle conoscenze per risolvere problemi non routinari nelle singole discipline), la percentuale delle persone sotto i livelli minimi di competenza sale all’80 per cento.
Questa massa cospicua di neoanalfabeti interessa due volte la scuola ordinaria. Interessa una prima volta perché in qualche misura la scuola, specie quella media superiore, è complice della dealfabetizzazione adulta, nel senso che non riesce a fare abbastanza per garantire che i livelli buoni cui porta ragazze e ragazzi si fissino e durino nel tempo dell’età adulta e anziana. Cosa relativamente di poco peso di fronte al danno che la scuola riceve da questa massa.
Sappiamo bene da studi di ogni sorta e paese che il livello culturale delle famiglie incide in modo determinante sull’andamento degli apprendimenti scolastici dei ragazzi. Otto su dieci dei ragazzi e delle ragazze che la scuola si trova di fronte vengono da famiglie in cui non entrano libri e giornali e non si praticano collegamenti a banda larga con internet e Google.
Da decenni, in altri paesi, si sono sviluppati antidoti specifici: un’ampia offerta di corsi per l’istruzione degli adulti. In Italia siamo astralmente lontani da ciò. Una commissione nominata nel 2013 dai ministri Carrozza e Giovannini (istruzione e lavoro nel governo Letta) produsse nel febbraio 2014 un rapporto analitico su quel che scuole e imprese potevano e dovevano fare per contenere e ridurre la massa dei dealfabetizzati. Gli estensori dei testi renziani devono averlo considerato materiale da rottamare e fare stare sereno.
Male assai: proposte serie sulla scuola non possono mettere da parte quello che la scuola può e deve fare per l’istruzione degli adulti. Oltre tutto i renziani amano molto gli anglismi e l’espressione tecnica in uso per la cosa è lifelong learning, imparare per tutta la vita. Ma loro non l’hanno usata, e non per purismo: lasconoscono come si dice in Sicilia. Secondo norme già vigenti e secondo le analisi della commissione di cui s’è accennato sono le scuole il luogo deputato a far da centro a un sistema di lifelonglearning e anche di continuum training, formazione continua. Esse possono e devono diventare “fabbriche della cultura”. Su tutto ciò silenzio tombale di Renzi e di quelli che omericamente si possono dire “quelli a lui d’intorno”.
Matteo Renzi pareva partito con buone intenzioni. La prima era ottima: aveva fatto capire che di scuola , del complesso della scuola, si sarebbe occupato in prima persona, quale capo del governo. Sembrava che avesse capito che così in effetti richiede la intricata complessità economica, amministrativa, culturale e politica della realtà scolastica di un grande paese sviluppato. Così, di conseguenza, nei maggiori paesi del mondo le grandi svolte delle politiche scolastiche ed educative sono gestite direttamente dai capi di governo o di stato.
Così invece non è stato nella tradizione italiana, dove, a parte casi isolati come quello di Giovanni Giolitti e lampi di interesse di Romano Prodi ai tempi del Prodi uno, si è creduto che le politiche scolastiche potessero esser lasciate ai ministri dell’istruzione. Questi però non hanno competenze e poteri rispetto a troppe facce del problema, a cominciare dai riassetti del bilancio dello stato necessari se davvero si vuole intervenire sul complesso della realtà educativa. Sono riassetti che comportano decisioni che può e deve prendere solo chi guida l’intera compagine governativa, non un singolo ministro, a meno che non abbia una delega in bianco come (ma solo per due anni) fece Mussolini con Giovanni Gentile.
Matteo Renzi pareva deciso a innovare prendendo in mano lui stesso il gran groviglio educativo e l’intento era e resta in sé positivo. Il risultato per ora è molto insoddisfacente.
Una seconda buona intenzione manifestata all’inizio è stata insistere sulla natura solo parziale degli interventi che annunziava: non chiamatela riforma, ebbe a dire il presidente, sono solo singoli provvedimenti più immediatamente necessari, la riforma la faremo, ma verrà dopo. Invece e però da un certo punto in poi la buona intenzione è svanita e in comunicazioni governative, nei mezzi di informazione e infine nel testo consegnato al parlamento si è parlato di riforma, parola pesante che, a usarla correttamente, implica l’esistenza di un ripensamento adeguato e di una revisione radicale e complessiva di uno stato di cose.
Le buone intenzioni del capo del governo, svaporando, hanno infine portato il 27 marzo al disegno di legge presentato al parlamento dai tre ministri di settore, Giannini, Madia e Padoan. Le omissioni di cui si è detto qui sono pesanti. Se non saranno corrette prefigurano un tempo di dura lotta perché la nostra scuola continui a essere, secondo costituzione, la scuola della nostra repubblica.
(Internazionale, maggio 2015)
di Alessandra Pigliaru
«Sarà una narrazione scivolosa, in un imperfetto continuo, assoluto, che divori via via il presente fino all’ultima immagine di una vita». Così chiosa Annie Ernaux, riferendosi al suo libro pubblicato in Francia nel 2008 e di recente tradotto da Lorenzo Flabbi per L’orma editore con il titolo Gli anni. Conclusa la lettura, un senso di gratitudine potrà pervadervi senza alcun preavviso. In questo splendido, sorprendente e a tratti commovente volume, Annie Ernaux restituisce infatti una scrittura, la sua, di impareggiabile eleganza e profonda competenza. Per sua stessa ammissione, si tratta di un’autobiografia impersonale, dando a questa accezione il carattere potentemente materiale di chi preferisce il noi collettivo a un io singolare, passando specularmente a un «lei», cioè a questo «continuamente altro».
Se è vero che siamo impastati dal tempo, è altrettanto vero che per Ernaux il mondo non finisce in una totalità di fatti e che la storia, avendo il coraggio di vedere cosa si agita alle proprie spalle, non è una sola catastrofe che accumula rovine. L’occhio di una scrittura sapiente sa che la lungimiranza è anche un’attitudine da applicare al tempo. Saper tessere corpi e memorie significa dunque non solo una mera passione antiquaria verso la ricostruzione, né la tentazione di trovare un inventario – seppur preciso – da condividere nostalgicamente. Imbastire un’autobiografia impersonale come quella di Ernaux risulta invece un gioco più crudele e azzardato, un transito terso di date e accadimenti affilati che dal dopoguerra arriva ai giorni nostri, una posta in gioco che spinge lontano dall’ineffabilità di un mondo intermittente e che invece viene convocato, ancora e ancora, per appropriarsi della realtà, della letteratura come «strumento di lotta», e della lingua con cui «contava di agire su ciò che la faceva ribellare».
Che la materialità dell’esistenza sia il punto di partenza di Annie Ernaux è un dato incontrovertibile. Lo ricorda appena possibile, commentando anche i suoi libri apparentemente più introspettivi – come Il posto, sulla morte del proprio padre – che invece confessano l’indiscutibile guadagno della sua formazione politica e culturale, del suo sentirsi transfuga da una classe sociale a un’altra, del suo aderire al femminismo materialista francese, del suo nomadismo dalla provincia alle periferie parigine. Gli anni acquista tuttavia maggiore scavo, il processo inesorabile a cui sottopone la propria memoria è il ritratto di una intera coscienza collettiva che dagli anni ’40 del post-liberazione arriva fino ai nostri giorni. Anni descritti perimetrando i molti mutamenti conosciuti: dalla lingua dell’infanzia, miscuglio di francese e patois ricordata come indissolubile dai familiari «corpi stretti» dalle tute da lavoro, fino al suo disconoscimento verso una lingua appresa in età scolare, estranea e al contempo rigenerante. Tutti elementi che vanno a costituire un lessico corrispondente alla contingenza: dapprima la funzione precisa degli oggetti, ogni cosa dotata di un preciso valore d’uso doveva infatti trovare una adeguata sistemazione in un’economia della scarsità, del mondo, delle spiegazioni, l’astuccio, il barattolo dei biscotti, i giornali, il collo delle camicie e i cappotti aggiustati in un sottofondo silenzioso che cercava nominazione, insieme al tempo che si aveva di «desiderare le cose. Possederle non deludeva mai». E quelle che invece non c’erano ma che venivano computate interiormente nel confronto con le altre e gli altri. Il rigore, che ancora non si era depurato dalla vergogna, per la propria coscienza sociale e il cruccio di metterlo in parola.
Gli anni Cinquanta si inanellano per Ernaux alla prima cognizione rispetto ciò che accade fuori di lei, una distanza siderale tra passato e presente di cui però avverte solo lo stridore della personale misura critica non ancora individuata. Aggirandosi come un Roquentin sartriano, racconta, con l’imbarazzo di non riuscire ad autorizzarsi verso l’opacità del reale, Ernaux sa che l’Europa è già tagliata in due e che l’Algeria è imbrattata di sangue. Comincia però a mutare il catalogo della cultura materiale anche se il progresso non ha ancora un aspetto tempestoso: se ne avevano i mezzi, «grazie alle cose le persone potevano contare su un’esistenza migliore». E quel «lei» della scrittura che prende il proprio corpo tra le mani e comincia a rivolgersi alla propria sessualità, al mercato matrimoniale che si faceva sempre più consistente, con ragazze in abito bianco che sei mesi dopo danno alla luce paffuti bambini rigorosamente prematuri. La lingua comincia a diventare il significante di un conflitto non agito e di lì a poco potentemente espresso, gli anni Cinquanta volgono al termine e anche se non si riesce ancora a dire che no, l’esistenza dei corpi non può essere data in pasto agli imperativi categorici e all’ontologia, la giovane Annie tocca finalmente la necessità del proprio di corpo, nonostante «da noi ci si aspettava che accettassimo con naturalezza il perpetuarsi delle cose. Messi di fronte a quel futuro prestabilito avevamo confusamente voglia di restare giovani a lungo».
È a quest’altezza il desiderio di una nuova grammatica che possa dire la materialità su un piano più stringente, di verità. Immanenza, cattiva coscienza e alienazione ma anche la pretesa di impadronirsi del mondo e rovesciarlo di segno. Un ribaltamento che da lì a poco, per la prima volta, non coinciderà più con uno straniamento singolare, le foto che ogni tanto inframezzano la narrazione – che sono poi foto di Ernaux che lentamente muta il proprio corpo, capelli e luminosità dello sguardo – improvvisamente e già coincidono brutalmente con il passaggio a un mondo lontano da quello operaio e del negozietto dei suoi genitori. È a questo punto, nell’irriducibile coscienza di sé e degli anni a venire, che si spezzetta il passato in una dislocazione di piani e ricordi. «Più ancora che un modo per affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà». È tuttavia ancora sicura di non avere una personalità ben delineata, «non c’è nessun rapporto tra la sua vita e la Storia, tuttavia le tracce di quest’ultima sono già strettamente collegate a sensazioni personali, il freddo grigiore di un mese di marzo – sciopero dei minatori -, l’umidità di un fine settimana di Pentecoste – la morte di Giovanni XXIII -, la frase di un amico Tra poco scoppia un’altra guerra mondiale – la crisi di Cuba».
Si ritrova madre prima di poter immaginare la decostruzione del meccanismo di riproduzione. Sposata e con un posto fisso, accoglie l’intelligenza di dire per la prima volta io, di sentirne il rintocco in un tempo che diventa abbacinante e che trasforma la repressione silenziosa in un’esaltazione collettiva. Le parole dei filosofi che si sono affrettati a interpretare il mondo non hanno capito che bisogna mutarlo. Rovesciare la dialettica e guardarla dal basso. «Il 1968 era il primo anno del mondo». Il Maggio francese arriva per Ernaux come un punto bruciante, da lì in poi agognato nella sua replica che non tornerà più. È tuttavia il momento più alto della nominazione del mondo, che continua a rimanere imperfetto rispetto tutto ciò che accade ma che si solleva potente come la rivoluzione a un soffio. La distanza tra passato e presente ora prende un’altra forma per lei, quella di una nuova e perversa domesticazione subita, in cui allo stridore di ciò che poteva significare una nascita inedita si affianca l’avvio di una narrazione degli anni Settanta all’insegna del rimosso, la lotta armata, le impiccagioni in carcere e quel desiderio costante di rivoluzione che solo a sperarla ancora «era diventato ignominioso». Compare un soggetto che deve misurarsi con la complessità di quel presente, dove «il tempo dei figli rimpiazzava il tempo dei morti».
Così Ernaux arriva a delle dense pagine sul passaggio alla cosiddetta crisi degli anni Ottanta, al cambio di segno cui sono state sottoposte le ideologie e alla «legge naturale» dell’impresa come possibilità di salvare il mondo. La complicanza della lingua ridotta a un vicolo cieco mentre «lo stupore si affievoliva». Quindi l’elezione di Mitterand e la rottura dopo le sue dichiarazioni di guerra contro Saddam, «saranno le armi a parlare», infine la difficoltà – anche nella prossemica -, spiegata in maniera magistrale, di confrontarsi con le proprie e i propri studenti rispetto un’esperienza di totalità impossibile da trasmettere e comunicare. Soprattutto la sua esperienza di donna, soprattutto i punti del già acquisito e sudato che puntellano un percorso di libertà, la contraccezione, l’aborto che usciva dalla clandestinità e una sessualità femminile urgente, inaggirabile.
Il lavoro letterario e politico svolto da Ernaux è talmente vasto che «la sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari, su quello orizzontale tutto ciò che le è accaduto, ha visto, ascoltato in ogni istante, sul verticale soltanto qualche immagine, a sprofondare nella notte».
La dissoluzione delle categorie per leggere il contemporaneo non chiude Gli anni che invece resta aperto alla discussione e al dibattito come un lungo, ispirato e imperdibile documento sia politico che culturale, incarnato nella voce di una donna che non smette di tendere un filo verso se stessa. A questo proposito, è interessante come la lontananza dal centro di una politica svuotata di significazione, si presenti come contrappunto al ricordo della propria madre – a cui, si dica per inciso, Annie Ernaux dedica un libro di notevole bellezza, Une femme (trad. it Una vita di donna, 1988). La mente va in particolare agli ultimi anni vissuti con la propria madre, malata di alzheimer. In quelle frasi materne dettate dalla malattia riemerge alla memoria il corpo «per sempre appannaggio di un solo essere al mondo, sua madre». Non i consigli ritornanti ma comuni a molte altre, non le consuetudini di accudimento ma quelle specifiche frasi alterate rispetto la realtà codificata che tuttavia aprivano una breccia tra le due. E nella mancanza di linearità, nell’abbandono di una esigenza spiegatizia a tutti i costi, la curvatura del tempo fa uno strano giro e consente ad Ernaux di abbracciare nuovamente il mondo, e molto di più di ciò che si riesce a scucire e restituire: «forse un giorno saranno le cose e la loro denominazione a essere scollegate e lei non potrà più nominare la realtà, ci sarà soltanto un reale-dicibile (…), salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più».
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Annie Ernaux, Gli anni, L’orma editore, pp. 266, euro 16