Dal 10 al 13 settembre 2015
Camogli- Festival della Comunicazione 2^ edizione
La Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti parteciperà alla seconda edizione del Festival della
Comunicazione di Camogli con la mostra, Zoom – Fotografia Italiana, a cura di Francesca Pasini.
Il Festival quest’anno è dedicato al Linguaggio. La fotografia ha segnato lo sviluppo del linguaggio nella modernità, e oggi è il perno della comunicazione quotidiana. Con i cellulari ognuno memorizza eventi personali, sociali, e i selfie sono ormai il metodo più immediato per costruire un autoritratto e testimoniare la propria presenza. Potremmo dire, che la fotografia, non solo è centrale nell’epoca della società mediatica, ma è anche una nuova forma di “scrittura” per raccontare il mondo.
Ma la fotografia è ormai un linguaggio dell’arte visiva contemporanea tanto quanto pittura, scultura, video, performance.
Zoom – Fotografia Italiana inaugura venerdì 11 Settembre 2015 alle ore 11,30.
Zoom è un termine specifico che segnala una modalità per ampliare la messa a fuoco. Nel linguaggio corrente può essere sinonimo di attenzione sia su particolari specifici, sia su un insieme di immagini.
Un po’come in un album, la mostra raccoglie opere di maestri storici: Luigi Ghirri, Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin, Mimmo Jodice e delle generazioni successive: Maria Mulas, Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Stefano Arienti, fino ai più giovani: Paola Di Bello, Francesco Jodice, Andrea Botto, Rä Di Martino, Linda Fregni Nagler. Mentre Vanessa Beecroft, Nico Vascellari, Cesare Viel testimoniano la memoria e l’estensione visiva delle loro performance attraverso la fotografia.
Elenco Artisti In mostra
Stefano Arienti, Elizabeth Aro, Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vanessa Beecroft, Carlo Benvenuto, Gianni Berengo Gardin, Mariella Bettineschi, Andrea Botto, Vincenzo Castella, Paola Di Bello, Rä Di Martino, Barbara Fassler, Linda Fregni Nagler, Luigi Ghirri, Claudio Gobbi, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Luisa Lambri, Armin Linke, Paola Mattioli, Maurizio Montagna, Maria Mulas, Ugo Mulas, Giovanni Ozzola, Adrian Paci, Moira Ricci, Antonio Rovaldi, Elisa Sighicelli, Alessandra Spranzi, Franco Vaccari, Nico Vascellari, Cesare Viel, Silvio Wolf.
La Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti ha spesso interagito con altre forme espressive come la Musica e il Teatro e il 12 Settembre presenterà, in replica unica, lo spettacolo Cosa vuoi che sia, siamo state bambine anche noi, di e con Laura Anzani, Margherita Remotti, Lisa Vampa, in
collaborazione con Fernando Coratelli e con le coreografie di Chiara Leonetti.
Lo spettacolo, che ha debuttato nel 2014 al Teatro Libero di Milano, racconta vita, passioni, drammi e la radicalità di donne comuni e di eroine della Storia, come Celia della Cerna (madre di Che Guevara), Virginia Woolf, Anna Achmatova, Filumena Marturano.
L’intero programma è realizzato col Patrocinio del Comune di Camogli.
MOSTRA
Zoom – Fotografia Italiana
Inaugurazione 11 settembre ore 11,30
Orari 11 – 13 Settembre: ore 11,30 – 23
dal 19 settembre al 1 novembre: sabato e domenica 15 – 19
Ingresso gratuito
SPETTACOLO
Cosa vuoi che sia, siamo state bambine anche noi.
12 Settembre 2015: ore 19,30
Ingresso gratuito
FondazioneZoom – Fotografia Italiana dalla Collezione Remotti a cura di Francesca Pasini
In Rojava, il kurdistan siriano, l’Università mesopotamica di scienze sociali a Qamislo e, soprattutto, l’Università delle donne a Rimelan mettono in discussione il modo tradizionale di pensare la trasmissione dei saperi. Gli studenti non sono solo i giovani, ma anche gli adulti, perfino nonne e nonni. Alcuni sono già laureati, altri sono analfabeti, ognuno ha del sapere da mettere in comune. I docenti non sono necessariamente insegnanti specializzati; sono persone la cui esperienza di vita ha dato loro idee che possono condividere. Qui si studia, tra le altre cose, la lingua e la storia del popolo kurdo, a cominciare da quella delle donne, del resto la jineolojî, o “scienza delle donne”, ha una storia ormai pluridecennale. Gli studenti scelgono un particolare problema sociale, poi fanno ricerche e scrivono una tesi sul modo in cui risolverlo: l’apprendimento è sempre pratico e anche teorico ed è mirato a servire un bene sociale. Gli esami, in queste università, non misurano la conoscenza, sono più dei ripassi, dei dialoghi. In effetti, l’istruzione in Rojava non riguarda “costruirsi una carriera e diventare ricchi”. Analogamente, l’accademia cerca di non sviluppare la professionalità, ma di coltivare la persona nella sua completezza
di Janet Biehl*
In seguito all’esplosione della guerra civile in Siria e al ritiro delle forze governative siriane dal Kurdistan occidentale, ai curdi di quella regione si offrì l’occasione unica di asserire la propria autonomia. Sebbene minacciato dall’espansione dello Stato Islamico che arrivava dall’Iraq, e dall’eccedenza di combattimenti dalla Siria, il movimento rivoluzionario curdo quasi immediatamente dichiarò la supremazia delle nuove istituzioni autonome, un modello politico noto con il nome di ‘confederalismo democratico’, che mira ha ad assicurare l’autogestione democratica di una società senza lo stato.
Una volta stabilite le istituzioni autonome, la necessità di un nuovo tipo di istruzione era primaria. Non che le persone del Kurdistan occidentale non fossero istruite – le percentuali di licenze di scuola superiore erano e sono molto alte, come io e il resto di una delegazione accademica abbiamo appreso durante la nostra visita. L’istruzione era però fondamentale per creare la cultura rivoluzionaria in cui potevano prosperare. Non riguarda soltanto i bambini e i giovani, ma anche gli adulti, perfino gli anziani.
Come ci spiegò Aldar Xelîl, membro del consiglio Tev-Dem, cioè la coalizione politica che governava la regione autonoma di Rojava, il progetto politico di Rojava ‘non riguarda soltanto il cambiamento di regime, ma la creazione di una mentalità che porti la rivoluzione per la società’. Dorîn Akîf, che insegna in due università in Rojava, era d’accordo: “Si deve cambiare la percezione – ci ha detto – perché adesso la mentalità molto importante per la rivoluzione. L’istruzione è determinante per noi”.
Il primo problema che la rivoluzione ha dovuto affrontare è stato quello della lingua da usare per l’istruzione. Per 40 anni, sotto il regime di Assad, i bambini curdi dovevano imparare l’arabo e studiare in arabo. La lingua curda era bandita dalla vita pubblica; il suo insegnamento era illegale e poteva essere punito con la detenzione e perfino con la tortura. E così, quando i curdi siriani presero le comunità nelle loro mani, immediatamente programmarono l’istruzione in lingua curda. La prima di queste scuole che fu aperta, è stata la Scuola Sehîd di Fewzî nel cantone di Efrîn, seguita da una a Kobanê e una a Cizîrê. Nell’agosto 2014 la sola Cizîrê aveva 670 scuole con 3.000 insegnanti che tenevano corsi di lingua curda per 49.000 studenti.
L’università mesopotamica a Qamislo
All’inizio di dicembre la nostra delegazione ha visitato la prima e unica istituzione di istruzione superiore, l’Università mesopotamica di scienze sociali a Qamislo. Il regime di Assad non aveva permesso istituzioni di questo genere nelle zone curde; questa ha aperto nel settembre 2014 ed è ancora in gran parte in costruzione. L’insegnamento e le discussioni si svolgono per lo più in curdo, sebbene le fonti siano spesso in arabo, dato che molti testi essenziali non sono stati ancora tradotti.
Una sfida che affronta l’università, ci hanno detto vari membri dell’amministrazione e della facoltà, è che la gente nella Siria nord-orientale pensa che deve andare all’estero per avere una buona istruzione. “Vogliamo cambiare questa idea – ha detto uno dei docenti – Non vogliamo che le persone si sentano inferiori a causa del luogo dove vivono. In Medio Oriente c’è tantissimo sapere e saggezza, e stiamo cercando di scoprirlo. Molto cose che sono accadute nella storia sono successe qui”.
L’anno scolastico consiste di tre periodi e ognuno dura tre o quattro mesi, e va dalla visione di insieme delle materie, alla specializzazione e ai progetti finali. Il curriculum comprende principalmente storia e sociologia.
Perché quelle materie? Sono essenziali, ci hanno detto. Durante il regime “la nostra esistenza [in quanto curdi] veniva contestata. Stiamo cercando di dimostrare che esistiamo e che lungo il nostro percorso abbiamo fatto molti sacrifici… Ci consideriamo parte della storia, soggetti della storia”. L’istruzione cerca di “rivelare storie di popoli che sono state negate… di creare una nuova vita per superare gli anni e i secoli di schiavitù del pensiero che sono stati imposti alla gente”. Fondamentalmente, il suo scopo è di “scrivere una nuova storia”.
Il curriculum della sociologia assume una posizione critica nei riguardi del positivismo del 20° secolo e cerca invece di sviluppare una nuova scienza sociale alternativa per il 21° secolo, quella che Abdullah Öcalan, il capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ora in prigione, chiama la “sociologia della libertà’. Per il loro progetto finale, gli studenti scelgono un particolare problema sociale, poi fanno ricerche al riguardo, e scrivono una tesi sul modo in cui risolverlo. Quindi l’apprendimento è pratico e anche teorico ed è mirato a servire un bene sociale.
In effetti, l’istruzione in Rojava non riguarda “costruirsi una carriera e diventare ricchi”. Analogamente, l’accademia cerca di non sviluppare la professionalità, ma di coltivare la persona nella sua completezza. “Crediamo che gli esseri umani siano degli organismi, ma non possono essere tagliati a pezzi, separati in scienze diverse”, ci ha detto un docente. “Una persona può essere scrittore o poeta e interessarsi anche di economia, perché gli esseri umani fanno parte di tutta la vita”.
Al contrario dei convenzionali approcci occidentali, la pedagogia dell’accademia rifiuta la trasmissione dei fatti che vada in una sola direzione. Di fatto, non separa rigidamente gli inseganti e gli studenti. Gli insegnanti imparano dagli studenti e viceversa; idealmente, tramite un discorso intersoggettivo, arrivano a conclusioni condivise.
I docenti non sono necessariamente insegnanti specializzati; sono persone la cui esperienza di vita ha dato loro idee che possono impartire. Un insegnante, per esempio, racconta favole popolari una volta a settimana. Ci hanno detto: “Vogliamo che gli insegnanti ci aiutino a comprendere il significato della vita”. “Ci concentriamo sul dare un significato alle cose, sull’essere in grado di interpretarle e commentarle e anche di analizzarle”.
Gli studenti fanno gli esami che però non misurano la conoscenza e sono più dei ripassi, dei dialoghi. E i docenti stessi sono soggetti alla valutazione da parte degli studenti. Un allievo può dire: “Non ha spiegato questo molto bene”. Un insegnante che viene criticato deve sviscerare l’argomento con lo studente fino a quando entrambi sentono che si sono capiti.
L’Università delle donne a Rimelan
L’Università delle donne Yekitiya Star (nome di un’organizzazione femminile) spinge più avanti l’approccio all’istruzione rispetto all’Università Mesopotamica. La nostra delegazione ha visitato anche questa all’inizio di dicembre.
Fondata nel 2012, il suo scopo è di educare i quadri rivoluzionari femminili, e quindi naturalmente l’enfasi sull’ideologia è più pronunciata. Negli scorsi trent’anni, ci ha detto la docente Dorîn Akîf, le donne partecipavano al movimento curdo per la libertà, prima come combattenti, poi nelle istituzioni femminili. Tre anni fa le donne curde crearono la jineolojî, o ‘scienza delle donne’, che considerano il culmine di quella esperienza pluridecennale.
All’Università di Rimelan agli studenti si offre prima una panoramica generale della jineolojî, “il tipo di sapere che era stato rubato alle donne” e che le donne ora possono recuperare. “Stiamo cercando di superare la non-esistenza delle donne nella storia. Tentiamo di comprendere in che modo si producano i concetti e si riproducano all’interno delle relazioni sociali esistenti, poi mettiamo insieme la nostra propria idea. Vogliamo stabilire una reale interpretazione della storia guardando il ruolo delle donne e rendendo le donne visibili nella storia”.
La jineolojî, ci ha detto Dorîn Akîf, considera che le donne siano “le protagoniste principali nell’economia, e l’economia la principale attività delle donne… La modernità capitalista definisce l’economia come responsabilità primaria dell’uomo. Noi però diciamo che non è vero, che sempre e dovunque le donne sono le protagoniste principali dell’economia”. A causa di questa fondamentale contraddizione, Dorîn sostiene, la modernità capitalista alla fine sarà vinta.
Il modo in cui le persone interpretano la storia influenza il modo in cui esse agiscono, e quindi “parliamo dell’organizzazione sociale pre-sumera. Esaminiamo anche in che modo lo stato è apparso storicamente e come il concetto è stato costruito”, ha aggiunto Akîf. Però il potere e lo stato non sono la stessa cosa. “Il potere è ovunque, ma lo stato non è ovunque. Il potere può operare in modi diversi”. Il potere, per esempio, è presente nella democrazia della gente comune, che non ha a che fare con lo stato.
La jineolojî considera che la quintessenza delle donne sia democratica. La Star Academy istruisce gli studenti (sono essenzialmente donne) nell’educazione civica di Rojava. “Consideriamo i meccanismi politici, parlamenti delle donne, comuni delle donne, e i parlamenti generali [misti], le comuni miste, i parlamenti di quartiere. Qui in Rojava abbiamo sempre avuto sia quelli misti che quelli esclusivamente femminili. In quelli misti, la rappresentanza delle donne è il 40 per cento, e inoltre c’è sempre una co-presidenza per assicurare la parità.’
Come all’Università Mesopotamica, agli studenti della Star Universty si insegna a considerarsi cittadini, con ‘il potere di discutere e costruire… Non esistono l’insegnante e lo studente. La sessione è costruita sulla condivisione delle esperienze”. “Gli studenti vanno dagli adolescenti alle nonne. Alcuni sono laureati dell’università, e alcuni sono analfabeti. Ognuno ha del sapere, ha la verità nella propria vita, e ogni conoscenza è fondamentale per noi… La donna più vecchia ha esperienza. Una donna di 18 anni è spirito, è la nuova generazione che rappresenta il futuro.’
Ogni programma si conclude con una sessione finale che si chiama la piattaforma dove ogni studentessa si pone e dice in che modo parteciperà alla democrazia di Rojava. Entrerà in un’organizzazione o nelle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), o parteciperà a un consiglio di donne? Che tipo di responsabilità assumerà?
Abbiamo fatto delle domande a Dorîn circa gli insegnamenti dell’Università riguardo al genere (una parola che in curdo non esiste). “Il nostro sogno – ha detto – è che la partecipazione delle donne e la costruzione della società a opera loro, cambierà gli uomini e che emergerà un nuovo genere di maschilità. I concetti di uomini e donne non hanno una base biologica – siamo contrari a questa idea. Definiamo il genere come maschile e la maschilità in connessione con il potere e l’egemonia. Naturalmente crediamo che il genere sia fabbricato dalla società”. Inoltre ha spiegato. “Il problema femminile non riguarda unicamente le donne: è inserito nella società, e così l’esclusione delle donne è un problema della società. Quindi dobbiamo ridefinire le donne e la società insieme e contemporaneamente. Il problema della libertà delle donne è il problema della libertà della società“.
Ha continuato citando una frase di Öcalan, “Uccidere l’uomo”, che è diventata uno slogan che significa che “l’uomo maschio deve cambiare. Analogamente, ha detto Dorin, la soggettività colonizzata delle donne, o femminilità, deve essere eliminata. L’ambizione sociale impersonata dall’Università è di superare il dominio e il potere egemonico e di “creare una vita uguale insieme”.
Janet Biehl è una scrittrice indipendente, artista e traduttrice. È autrice di Ecology or Catastrophe: The Life of Murray Bookchin, [Ecologia o catastrophe:la vita di Murray Bookchin], in corso di pubblicazione a cura della Oxford University Press. Questo articolo – originariamente apparso su redpepper.org e in forma più lunga sul sito: biehlonbookchin.com – è stato scelto e tradotto per Z Net Italia da Maria Chiara Starace (che ringraziamo).
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
La Mesopotamian Academy ha lanciato un appello per avere libri, allo scopo di creare una biblioteca multilingue. Per ulteriori informazioni visitate la pagina di Facebook ‘Donate a book to Mesopotamia Academy’ [Regalate un libro all’Accademia Mesopotamica].
(comune-info.net, 1 settembre 2015)
da exhibit
dal 26 agosto al 15 novembre 2015
Palazzo Reale, Milano
Comune di Milano | Cultura e Fondazione Nicola Trussardi presentano
La Grande Madrea cura di Massimiliano Gioni
Una mostra promossa da Comune di Milano | Cultura
Ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per Expo in città 2015.
La Grande Madre, una mostra a cura di Massimiliano Gioni, promossa dal Comune di Milano -Cultura, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale
La mostra, che aprirà al pubblico dal 261 agosto al 15 novembre 2015, è il frutto
di una collaborazione tra istituzioni pubbliche e private nella condivisione di un progetto che porta la grande arte contemporanea, anche nelle sue
dimensioni più attuali e innovatrici, nello spazio espositivo più prestigioso della città, rappresentando l’evento di punta del calendario di Expo in città nel secondo trimestre di Expo 2015.
“
Il palinsesto di Expo in città propone una mostra prestigiosa, ospitata in una delle sedi espositive più visitate d’Italia, Palazzo Reale, che chiude il cerchio di una proposta completa sull’arte, le sue stagioni e i suoi linguaggi. ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno –
Una proposta che non solo offrirà al pubblico la possibilità di compiere un viaggio straordinario nella storia dell’arte e della cultura italiana e internazionale, ma sarà anche un’occasione speciale di approfondimento sulla figura della madre, che più di tutte incarna l’idea della nutrizione, tema centrale di Expo 2015.
Un risultato reso possibile grazie alla Fondazione Nicola Trussardi nel quadro di un ampio dialogo tra pubblico e privato, stretti in un’alleanza per la diffusione dell’arte……
http://atpdiary.com/exhibit/la-grande-madre/
La scrittrice si racconta in una lunga intervista rilasciata a Vanity Fair Usa
«Gli uomini non ci conoscono»
di Mirella Armiero
L’amica geniale
Femminista, schiva (e questo lo sapevamo), amante delle faccende domestiche, adoratrice di Elsa Morante. Ecco come si presenta Elena Ferrante nell’intervista rilasciata all’edizione americana di «Vanity Fair» di venerdì scorso. Una lunga conversazione dalla quale appare chiaro almeno un punto: la scrittrice è una donna, con buona pace di chi immagina che dietro la sua firma si possa nascondere in realtà un uomo (lo scrittore Domenico Starnone, per esempio). Qualche esempio?
Alla domanda sul «femminismo», la Ferrante risponde: «Io ho amato e amo il femminismo per il pensiero complesso che ha saputo produrre in America come in Italia, come in tante parti del mondo. Sono cresciuta nell’idea che se non mi fossi lasciata assorbire il più possibile dal mondo degli uomini di grandi capacità, se non avessi imparato dalla loro eccellenza culturale, se non avessi superato brillantemente tutti gli esami a cui quel mondo mi sottoponeva, sarebbe stato come non esistere. Poi ho letto libri che potenziavano la differenza femminile e mi si è rovesciata la testa. Ho capito che dovevo fare esattamente il contrario: dovevo partire da me e dalla relazione con le altre – anche questa è una formula fondamentale – se volevo davvero dare forma a me stessa. Oggi leggo tutto quello che produce il pensiero cosiddetto postfemminista. Mi aiuta a guardare il mondo, noi stesse, il nostro corpo, la nostra soggettività criticamente. Ma anche mi accende l’immaginazione, mi spinge a riflettere sulla funzione della letteratura. Faccio nomi di donne a cui devo molto: Firestone, Lonzi, Irigaray, Muraro, Cavarero , Gagliasso, Haraway, Butler, Braidotti. Insomma sono una lettrice appassionata di pensiero femminista. Tuttavia non mi considero una militante, credo di essere incapace di militanze. Le nostre teste sono affollate di materiali molto eterogenei, frammenti di tempi e intenzioni diversi convivono e configgono senza sosta. Come scrittrice preferisco fare conti anche confusi e rischiosi con quella sovrabbondanza, piuttosto che sentirmi al sicuro dentro una schematizzazione che, in quanto tale, finisce sempre per mettere da parte un bel po’ di roba vera, in quanto disturbante. Io mi guardo intorno. Metto a confronto cosa ero, cosa sono diventata, cosa sono diventate le mie amiche e i miei amici, chiarezza e confusioni, fallimenti, fughe in avanti. Le ragazze come le mie figlie sembrano convinte che la condizione di libertà che hanno ereditato sia un dato di natura e non il risultato provvisorio di un lungo scontro ancora in atto, nel corso del quale si può perdere di colpo tutto. Quanto al mondo maschile, ho conoscenti molto colti, molto riflessivi, che tendono a ignorare o a ridimensionare con garbata ironia la produzione delle donne, filosofica, letteraria, tutto. Ma ci sono anche giovani molto agguerrite, uomini che cercano di informarsi, di capire, tra mille contraddizioni. Insomma le guerre culturali sono lunghe, contraddittorie, e mentre sono in atto è difficile dire cosa serve e cosa no. Preferisco pensarmi all’interno di una matassa ingarbugliata, le matasse ingarbugliate mi attraggono. Credo che sia necessario raccontare il garbuglio delle esistenze e delle generazioni. Cercare il bandolo è utile, ma la letteratura si fa col garbuglio».
Sull’ossessione che soprattutto i critici di sesso maschile hanno per la sua reale identità e per l’ipotesi più volte formulata che la Ferrante sia un uomo, ecco cosa replica la scrittrice:
«Ha mai sentito dire, di questi tempi, a proposito di libri firmati da uomini: sono libri scritti da una donna o da un gruppo di donne? Il genere maschile può mimare, inglobandolo, il genere femminile, grazie alla sua esorbitante potenza. Il genere femminile invece non può mimare alcunché, la sua ‘debolezza’ lo tradisce subito, il prodotto non può fingere la forza maschile. La verità è che di questo luogo comune sono convinti anche l’editoria e gli altri media, che tendono a chiudere le donne che scrivono in una sorta di gineceo letterario. Siamo brave, meno brave, bravissime, ma solo all’interno del perimetro riservato alle persone di sesso femminile, o meglio a temi e tonalità che la tradizione maschile considera proprie del genere femminile. Mentre, per esempio, è abbastanza comune riportare la produzione letteraria femminile a una qualche dipendenza da quella maschile, è rarissimo che nel lavoro di uno scrittore si segnali l’influenza di una scrittrice. Non lo fanno i critici, non lo fanno nemmeno gli scrittori. La conseguenza è che quando un qualche lavoro letterario di donna non rispetta le competenze e la settorialitá e i toni che sono assegnati d’autorità al genere dentro cui sono state relegate, ecco che si tirano fuori ascendenze maschili. Se poi in copertina non c’è una foto di donna, il gioco è fatto: si tratta di un uomo o di un’intera squadra di virilissimi cultori del bello scrivere. E se si trattasse invece di una tradizione femminile di scrittura sempre più esperta ed efficace, stufa del gineceo letterario, in libera uscita dagli stereotipi di genere? Sappiamo pensare, sappiamo raccontare, sappiamo scrivere come e anche meglio degli uomini».
Il discorso si sposta poi sul quotidiano femminile: «La vita quotidiana delle donne è continuamente esposta a ogni tipo di abuso. Eppure la convinzione diffusa è che la vita conflittuale, violenta, delle donne all’interno degli stessi ambienti domestici e nelle più comuni esperienze di vita, non possa essere espressa se non nei moduli che il mondo maschile definisce femminili. Se si esce dalla loro millenaria invenzione, vuol dire che non sei femmina».
E sulla prevalenza della visione maschile la Ferrante dichiara: «Ritengo che la colonizzazione maschile del nostro immaginario – in sé una iattura finché non eravamo in grado di dar forma alla nostra differenza- oggi sia una forza. Noi conosciamo a fondo l’ordine simbolico maschile, loro in genere non sanno niente del nostro, soprattutto di come si è andato ristrutturando sotto gli urti del mondo. E per lo più non ne hanno nemmeno curiosità, anzi ci riconoscono solo dall’interno del loro».
Nella conversazione c’è spazio per le origini: «Napoli è uno spazio che contiene tutte le mie esperienze primarie, infantili, adolescenziali, della prima giovinezza. Molte delle storie di persone che conosco e a cui ho voluto bene si sono sviluppate in quella città e con le parole di quella città. Poiché scrivo di ciò che so ma che covo disordinatamente – riesco a tirar fuori il racconto, a inventarlo, solo a partire da una mia opacità – succede quasi sempre che i miei libri, anche se muovono dall’oggi e da città diverse, abbiano radici napoletane».
Le letture formative? «Il manifesto di Dona Haraway che ho letto con colpevole ritardo, e un vecchio libro di Adriana Cavarero: ‘Tu che mi guardi, tu che mi racconti’. Il romanzo invece per me fondamentale è ‘Menzogna e sortilegio’ di Elsa Morante».
Dove lavora Elena Ferrante? «Dove capita. L ‘essenziale è che sia un angolino, vale a dire uno spazio di minuscole dimensioni». E per rilassarsi? «Mi dedico alle noiose incombenze domestiche».
Poi, sul mistero Ferrante: «Non ho scelto l’anonimato, i miei libri sono firmati. Mi sono invece sottratta ai riti con cui gli scrittori sono più o meno obbligati a sostenere le loro opere, ad affiancarle con una loro immagine spendibile. Ed è andata bene, per ora. I libri mostrano sempre più la loro autonomia e perciò non vedo perché dovrei cambiare la mia posizione. Sarebbe una deplorevole incoerenza». Infine: «Chi scrive e pubblica fa tutt’altro che cancellarsi. Ho infatti una mia vita privata e dal punto di vista pubblico sono ampiamente rappresentata dai miei libri. La mia scelta è stata un’altra. Ho semplicemente deciso una volta per tutte, più di venti anni fa, di sbarazzarmi dell’ansia di notorietà e della smania di entrare nella cerchia di chi ha successo, di chi crede di aver vinto chissà cosa. Questo è stato per me un passo importante. Oggi mi sembra di essermi guadagnata, grazie a quel passo, uno spazio mio di libertà dove mi sento attiva e presente. Rinunciarci sarebbe un grande dolore. Per quel che ne so i lettori non si disperano affatto. Ricevo lettere che mi sostengono nella mia piccola battaglia a favore della centralità delle opere. Evidentemente a chi ama la letteratura i libri bastano».
(Corriere del mezzogiorno, 31 agosto 2015)
di Marina Terragni
La cucina per le donne è stata luogo di detenzione –in certi posti del mondo lo è ancora- e ad un tempo luogo di relazione e di creazione (quanti uomini hanno raccontato di se stessi bambini nascosti sotto il tavolo a spiare il segreto del mondo altro delle donne).
In Toscana si dice crudelmente “donna da acquaio” per indicare quella prigionia. Ma la sapienza delle cuciniere -economia, buon uso delle risorse, amore, bellezza, salute- portata fuori di lì saprebbe riaggiustare le cose storte del mondo.
“Fuochi- La cucina di Estia”, scritto da Cuoche Varie e pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano, racconta il cucinare come gesto politico praticato in un luogo (la Libreria) di libertà femminile.
Si comincia un bel po’ di anni fa, per fermarsi a cena dopo una riunione e un dibattito e scivolare in una convivialità felice, fatta di buon cibo e buone conversazioni. Nel nome di Estia, piccola dea dimenticata: l’emancipazione le ha sempre preferito Atena, messa al mondo direttamente dal padre saltando la genealogia femminile.
Nei resoconti di Ida, Stefania, Clelia, Rossella e delle altre che si alternano nella cucina-backstage-antro alchemico della Libreria, i racconti di vita non si separano dall’intento politico e dal dono di ricette antiche, eredità di madri e zie (amatriciana comme il faut) o innovative (Bliny con salmone marinato all’aneto e panna acida).
Sempre attente alle indicazioni di Estia, spesso ignorate dagli chef-star: avere cura, “stabilire relazioni e risolvere conflitti”, saper rimediare e trovare la misura, “lotta tra il troppo e il troppo poco che in cucina si esprime con il misterioso q.b.”.
(Io donna, 29/8/2015)
di Silvia Antonelli
La seconda tappa del mio viaggio alla scoperta delle librerie indipendenti mi porta a Padova dove incontro Ilaria e Laura, due giovani libraie che da pochi mesi hanno dato vita a Lìbrati, la libreria delle donne di Padova.
Scopro la libreria girovagando su internet quasi per caso; mi stupisco dell’esistenza di questo tipo di luogo nel nord est e decido che l’occasione è troppo ghiotta per perderla.
Le librerie delle donne nascono dalla spinta innovatrice dei movimenti femministi degli anni Settanta e diventano da subito luogo politico di incontro e dibattito, di elaborazione teorica e pratica. Spazi intellettuali e di socialità fortemente connessi al tessuto urbano in cui si inseriscono. La prima è quella storica, a Milano, nata nel 1975, seguono Bologna e Firenze.
Le città in cui sorgono non sono dettagli o semplici sfondi, ma hanno un ruolo attivo nell’interscambio.
E su Padova, Laura e Ilaria, hanno scommesso consapevolmente. Qui si sono conosciute negli anni dell’università e qui hanno deciso di dar vita al loro progetto. Entrambe con un dottorato di ricerca in filosofia, si avvicinano agli studi di genere all’università e cominciano ad approfondire testi e teorie. Sentono che la loro elaborazione per crescere ha bisogno di uno spazio di condivisione e confronto con altre realtà ed è così che nasce il blog femminileplurale, tuttora attivo nonostante la libreria assorba buona parte del loro tempo.
“Il blog inizialmente fu uno spazio dove sfogarsi, confrontarsi tra di noi su temi che avevamo appena iniziato a studiare. Poi con il tempo è cresciuto, siamo riuscite a dar vita ad una rete di contatti piuttosto grossa e a quel punto abbiamo iniziato a girare l’Italia, tra case delle donne, librerie, convegni e incontri dove si approfondivano tematiche di genere. Da questa nostra esperienza è nata l’idea della libreria: dalla volontà di costruire a Padova un luogo di promozione della conoscenza femminile. La città sembrava pronta ad accogliere e sostenere questa esperienza: numerose le associazioni femminili, un centro studi di genere dell’università e un forum di ateneo per le politiche di genere molto partecipato”.
Sono tutti molto preparati questi nuovi librai, combinano serietà e passione; anche Ilaria frequenta la scuola per librai a Roma, alternando alcuni periodi di lavoro in una libreria vicino a Montebelluna. Poi arriva il momento di concretizzare il progetto ed è a questo punto che si materializzano i primi ostacoli: “Da subito ci siamo poste il problema su come e dove reperire i finanziamenti: inizialmente ci siamo informate sui fondi di rotazione per l’imprenditoria femminile che però oltre ad avere una burocrazia folle ci richiedevano un capitale di partenza enorme di cui noi non disponevamo”. Una burocrazia farraginosa e immobile, fondi inaccessibili, istituzioni respingenti. Ma Ilaria e Laura al progetto credono molto e decidono di provare nuove strade lanciando, alla fine del 2014, una campagna di crowdfunding. La rete di contatti costruita negli anni risponde con entusiasmo e in pochi mesi raccolgono la cifra necessaria per poter finalmente accedere ai fondi di garanzia per le piccole e medie imprese.
Lìbrati si apre il 18 aprile di quest’anno.
“Volevamo creare un luogo di femminismo e di inclusione. L’idea politica più importante per noi è quella di un luogo aperto a tutte e tutti, dove ci si possa incontrare, discutere, sviluppare le singole idee e, perché no, uno spazio dove possano nascere anche conflitti. Non vogliamo essere noi a dare una direzione di pensiero”. La libreria infatti è molto frequentata anche da uomini che riconoscono la peculiarità di una libreria delle donne quale luogo di valorizzazione della scrittura e del pensiero femminile. La narrativa di genere, fatta dalle donne, si rivolge a tutti e offre prospettive e punti di vista non comuni, sviluppa strumenti di interpretazione della realtà fino a poco tempo fa scarsamente considerati.
Rifletto sulle potenzialità di queste librerie che ho avuto la gioia di incontrare: non solo si danno una direzione di vendita ben precisa, e quindi un profilo personalissimo, ma strutturano una progettualità serrata a partire dalla propria visione del mondo che realizzano con grande caparbietà. Ilaria e Laura hanno studiato, sono preparate, sono entusiaste e traducono la propria esperienza in pratica quotidiana. Questi luoghi sono fucine di pensiero e azione. Sono portatori sani di un’idea diversa di mondo e società. Mi piacciono perché realizzano futuro; ricompongono, con il loro lavoro, un tessuto sociale sfilacciato e disilluso, innescano partecipazione. Parlano ad una società che ai miei occhi appare pericolosamente narcotizzata e mostrano la possibilità di essere ancora cittadini attivi e pensanti. Votate all’aggregazione, queste librerie sono in grado di sviluppare comunità.
Anche nel loro caso la vendita di libri è accompagnata da un calendario di incontri e iniziative: “In questi primi mesi abbiamo cercato di organizzare attività anche molto diverse tra loro, cercando di intercettare le esigenze delle persone che cominciavano a frequentare la libreria. Padova ha risposto bene come avevamo previsto, tutte le iniziative hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico. In particolar modo ha funzionato bene la presentazione del libro Mia madre femminista. Voci di una rivoluzione che continua, di cui abbiamo ospitato le autrici. È stata un’occasione per parlare di femminismo, di cui il libro ripercorreva le tappe dagli anni Settanta ad oggi”. Mi raccontano che le serate più partecipate sono quelle in grado di innescare dibattiti appassionati. Il pubblico chiede di confrontarsi e pare aperto a introiettare nuove idee.
Nella libreria si incontra anche il gruppo di lettura “Colette”, che riunisce circa una quindicina di lettrici di tutte le età, molto preparate e propositive. In autunno ripartirà un laboratorio di scrittura autobiografica che nei mesi scorsi ha dato loro grande soddisfazione. “Il laboratorio è stata l’occasione per unire assieme persone molto diverse fra loro e che non si erano mai conosciute prima ma che hanno stabilito da subito un profondo collegamento. Al primo incontro sembrava di assistere ad una seduta di autocoscienza, sembravano sorelle!”.
Chiedo, secondo loro, il ruolo del libraio oggi e di come la professione si sia trasformata nel tempo: “Che la professione di libraio oggi sia cambiata rispetto al passato lo dimostra il fatto che molte librerie hanno chiuso. Questo perché, in alcuni casi, molti librai non erano preparati ad affrontare il cambiamento. Il mercato del libro in passato è sempre stato piatto, non ha mai subito grandi scossoni. Se tu avevi la tua clientela non serviva fare granché per far sopravvivere la libreria. Ad un certo punto il mercato è cambiato, è arrivata la crisi e con essa il momento in cui al librario venivano richieste competenze specifiche, in molti casi anche banalmente finanziarie come la gestione di acquisti e resi. A quel punto ci si è dovuti inventare un sacco di cose. Basti pensare che una volta nelle librerie si vendevano solo libri, non si organizzavano eventi che ora rappresentano invece la parte centrale dell’attività”.
Mi raccontano, decise, che la concorrenza di internet e delle grandi catene non le spaventa; mi spiegano, invece, che quest’anno c’è stata una netta inversione di tendenza: “Lo scorso anno le librerie di catena hanno perso, mentre quelle indipendenti hanno guadagnato. Molti clienti vengono da noi lamentandosi per il tipo di proposta offerta dalle grandi catene che hanno puntato quasi esclusivamente sulla vendita di bestseller, intercettando in questo modo un pubblico di lettori che spesso legge poco più di un libro all’anno”. Questi lettori deboli, giunta la crisi, hanno smesso di comperare anche quell’unico libro all’anno. “Le librerie di catena hanno puntato meno su quei lettori in grado effettivamente di reggere il mercato, quelli che leggono tanto, quelli che non fanno a meno di leggere, quelli che scelgono libri di qualità”.
Non temono nemmeno l’eventuale diffusione degli e-book: “La concezione catastrofista secondo cui i libri di carta spariranno non è realistica rispetto a quello che è il comportamento delle persone. Le vendite degli e-book sono aumentate molto in pochi anni ma poi si sono bruscamente arrestate. Noi vediamo che molti di coloro che possiedono un e-reader comprano comunque molti libri di carta. Non è l’avvento di altri modi di leggere che può creare difficoltà al mercato. Il problema è che in Italia sono in pochi a leggere”.
Mi interrogo sul loro modo di intendere il femminismo e quindi sul carattere profondo della libreria. Mi danno una risposta che mi piace tanto: “Femminismo per noi è relazione, un modo di vivere le relazioni fra persone in modo diverso. E poi consapevolezza, del significato di essere donne nel mondo in cui viviamo. Da qui l’esigenza di coinvolgere soprattutto ragazze giovani. Molte giovani, anche della nostra generazione, non hanno la consapevolezza, ad esempio, di vivere in un sistema che opprime con stereotipi patriarcali, dove esiste un dislivello tra i generi. Anche rispetto al simbolico la strada è lunga. Culturalmente siamo fermi a cinquant’anni fa, se ti violentano per strada è ancora colpa tua”.
Vederle parlare è corroborante. Sono pacate e al tempo stesso consapevoli e preparate.
“Noi crediamo molto a questo progetto. Stiamo lavorando proprio tanto, ma ci piace. Non ci piace lamentarci, ci piace invece immaginare possibili soluzioni, parlare con le persone per capire in cosa possiamo migliorare. Chiediamo sempre il parere dei nostri clienti: ti è piaciuto il libro che ti abbiamo consigliato? Cosa ti piacerebbe organizzassimo in libreria? Perché bisogna anche saper intercettare quelli che sono i bisogni delle persone, dare qualcosa senza rimanere troppo fermi sulle proprie posizioni. Le persone alla fine riconoscono le competenze, se tu lavori bene lo vedono, vedono l’entusiasmo e la passione. Ci piace molto il nostro lavoro”.
Già, perché solo un miope non sarebbe in grado di riconoscere tutto questo.
(fucinemute.it, 28 agosto 2015)
di Claudia Durastanti
Sono passati vent’anni da L’Odio di Mathieu Kassovitz e dieci dalle rivolte nelle periferie parigine che rendevano manifesta la marginalizzazione a cui migliaia di adolescenti francesi erano esposti. Quel film è diventato un caposaldo del cinèma de banlieue, un genere instabile che oscilla dall’approccio lo-fi e documentarista alla trasfigurazione pietista fino alla semplice pornografia del disastro. Nel raccontare la periferia, il rischio di eroticizzare la povertà è sempre concreto: Kassovitz lo aggirava con una fotografia implacabile e scura, privando la rabbia di qualsiasi alone di desiderio. Non che L’Odio non sia un film seducente, ma è soprattutto un film politico, senza che questa etichetta suoni come un insulto o qualcosa che ne limiti la dignità artistica.
Girlhood di Cèline Sciamma – in Italia Diamante Nero – si muove nello stesso ambito, partendo da un approccio totalmente diverso e forse più sottile. Per essere onesto, ammesso che questo sia un criterio che ci interessa nell’analisi di un’opera d’arte, un film sulla periferia non deve essere per forza brutto o violento, e crederlo non fa altro che condannare certi luoghi a un’ennesima forma di marginalizzazione.
La banlieue di Girlhood sembra uscita da un video degli M83 – notturna, fluo, desolata, bella – in un film che invece di galleggiare sul determinismo sociologico opta per un’operazione estetica, spesso vicina al videoclip, in cui ad averla meglio sono delle adolescenti che fanno delle gare di ballo e non dei nichilisti che lucidano pistole in un garage. Un taglio del genere non può fare a meno di attirare delle critiche, che nel caso di Sciamma sono arrivate da ogni lato: il film è troppo carino, il film è fatto da una regista bianca che è riuscita a ottenere i fondi appropriandosi di una cultura che non le appartiene (a onor di cronaca, Sciamma è cresciuta nella banlieue), il film non approfondisce abbastanza lo stato di miseria in cui una ragazza francese nera può ritrovarsi a sedici anni. Critiche legittime, ma che farebbero di Girlhood qualcosa che non è: un atto di denuncia, invece di una dichiarazione d’amore verso l’amicizia tra ragazze in fase di crescita.
La frase culto de L’Odio è Fino a qui, tutto bene e parla di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e non fa che ripeterlo, perché il problema non è la caduta ma l’atterraggio.
La frase culto di Girlhood, quella che non viene detta ma sollecitata a ogni inquadratura, è Da qui in poi, tutto bene, perché il punto non è la partenza: è quanto puoi, vuoi e arriverai in alto.
Le tue protagoniste, esattamente come i ragazzi de L’Odio, vanno speso al centro commerciale a Les Halles, perché è lì che ferma il treno, e quasi non escono neanche in superficie. Ricordo che guardando quelle scene nel film di Kassovitz a colpirmi fu il senso di esclusione, la rivendicazione di un diritto. Le tue ragazze invece mi hanno divertita: c’è un vitalismo, un senso di crescita che lì mi è mancato.
Quando vivi nella banlieue e vai a Parigi, quella di Les Halles è una delle prime fermate utili; da ragazza era l’unica cosa che vedevo della città. Il film è girato in vari spazi, nessuno dei quali appartiene davvero alle protagoniste. Il quartiere, come l’abitazione domestica, non è sotto il loro controllo, lo spazio per l’intimità devono “affittarlo”. Parigi, in questo senso, è un teatro dove mettere in scena una performance. Sono passati vent’anni da L’Odio e Girlhood è un film che viene dopo, così come viene dopo L’Esquive di Kechiche. Volevo fosse un’opera post-banlieue.
È facile indugiare nello sporco quando si racconta quel tipo di contesto, il tuo film invece è sontuoso.
L’estetica di questo film è il risultato di una scelta politica specifica. La protagonista è combattiva, lotta contro il pre-determinismo sociale e quello che tutti pensano debba fare di lei stessa. Anche il film combatte contro quello che dovrebbe essere: un prodotto grigio, con la camera mossa, squallido, solo per ottenere approvazione dal basso, il rispetto del ghetto. Sapevo che mi avrebbero detto Ah guarda, la banlieue non è così, e che stilizzandola avrei rischiato. Ma è un film: pure Ken Loach non è reale. Non ho dipinto il quartiere, quelle case popolari esistono, sono colorate, il tramonto si vede anche da lì. Dipende dall’angolo in cui scegli di piazzare la telecamera.
A un certo punto le ragazze si chiudono in albergo a bere e ballare Diamonds di Rihanna in una scena già iconica. Si parla tanto di Girls e di quello che Lena Dunham ha fatto in termini di rappresentazione dell’amicizia al femminile, quando trovo che quel racconto sia molto più conservatore del previsto: c’è un definirsi quasi sempre rispetto alla controparte maschile, che sia in termini sessuali o professionali. Guardando le tue ragazze che bevono e si truccano, ti domandi: quand’è che andranno in un club? Quand’è che rimorchieranno? E invece non lo fanno, restano per conto loro. Come se costruissero nuove regole, emancipate dal desiderio dell’altro.
Volevo fare un film sull’amicizia femminile, rappresentata come un’isola. Perché è così che la vedo, come un sistema dotato di una sua forma di potere ed esclusività. Tutti pensavano che Girlhood sarebbe stato un film su una gang di ragazze, sulle cattive influenze che alterano il corso dell’adolescenza, sull’uniformarsi agli altri, quando è esattamente il contrario. È una storia sulla formazione di regole per la sopravvivenza, sull’amicizia come risorsa positiva.
Negli anni del dibattito sull’appropriazione culturale della blackness– vedi Miley Cyrus e il twerking, l’hipster rap – è chiaro che il tuo essere una regista bianca che fa un film con un cast quasi interamente nero crea opposizione o esaltazione a prescindere.
È l’unica cosa di cui si parla. Mi chiedono se le mie attrici hanno collaborato, se le ho prese perché venivano dalla strada e ne sapevano più di me, il che non è corretto. La protagonista è cresciuta in centro, ma ho fatto anche degli street casting. Penso a Girlhood in termini di storytelling classico: c’è una ragazza che cerca di scoprire chi è, di chi è innamorata, come si trova nella famiglia. Il tocco moderno è che è una ragazza nera, forse, ma non voglio rappresentare quella specifica storia quanto quella di un personaggio ai margini del quartiere. La protagonista è un’eroina romantica con una faccia diversa rispetto alla tradizione, ma questo non cambia ciò che è. Non spetta a me definire i problemi razziali, il mio lavoro è costruire un personaggio forte. Non vedo nulla di esotico qui; non c’è un mondo che devo capire partendo da una posizione di estraneità totale. Sono stata ragazza e adolescente anch’io.
La scena di apertura è fantastica, il film parte quasi con una fantasia: non so quante ragazze giocano a football americano a Parigi.
Quella che ritraggo in un campo da gioco è una squadra di football vera; non è uno sport tanto popolare ma forse lo diventerà anche con il film. Per me è una metafora di tutto Girlhood: ragazze in squadra forti, chiassose, con gli elmetti, occasionalmente violente. È un’apertura adatta per un progetto con questo taglio estetico: per noi europei il football è astratto, privo di concretezza, quindi usarlo in aperture per me è come dire Sappiate che questo è cinema, è fiction, e che il film che state per vedere non sarà ancorato agli stilemi del pensiero sociale francese. Ci saranno dei rallenti, ci sarà della musica soverchiante, useremo tutti gli strumenti a disposizione per potenziare la storia.
In generale, con Girlhood hai cercato di oltrepassare ogni stereotipo possibile, senza perdere tatto o intimità.
C’è davvero poca rappresentazione della blackness nel cinema francese ed europeo; anche solo trovare attrici semiprofessioniste nere è stato difficile. Ma un film non ha la responsabilità della rappresentazione politica e sociale, il problema semmai è che Girlhood è da solo in questo tipo di lavoro. Il problema opposto è quello della feticizzazione, basta pensare a LupitaNyong’o. A quanto pare non sarà in tante scene di Star Wars, e c’è già gente che è insorta per questo, quando magari era una piccola parte dall’inizio.
Spring Breakers, dietro l’estetica da videogame, è un film molto più sociologico del tuo, cerca quasi di fare il punto morale su una generazione dissoluta. Il tuo è un filmpiù libero, eppure in superficie questo non si coglie. Come se fare un film su ragazze nere adolescenti debba dire qualcosa per forza sul mondo in cui vivono mentre un film su ragazze adolescenti bianche che si danno al crimine fosse un’operazione puramente d’arte. Siamo ancora molto indietro, direi.
Esatto: Girlhood è colorato, divertente e anche politico. Vorrei che le persone scrivessero meno articoli sociologici e fantasticassero di più. Il mio vero obiettivo era andare oltre il tipico film arthouse e sentimentale sulle adolescenti, delicato e sottile. Da regista mi interrogo sempre sugli attimi di identificazione per lo spettatore, e vorrei che questa fosse un’esperienza fisica, poco intellettuale.
(Il Mucchio, 28 agosto 2015)
di Bia Sarasini
Quali erano i pensieri, le idee, i sogni di Paola, bracciante morta di fatica – cioè di lavoro secondo la lingua del sud – tra le vigne di Trani? E cosa pensano, desiderano, sognano i dipendenti Ikea che fanno scioperi inediti in tutta Italia, con la solidarietà dei clienti? Cosa c’è nella loro mente? C’è l’idea di un mondo dove ci sia più giustizia? Coltivano concrete speranze di poter cambiare le loro condizioni di vita? Su chi fanno affidamento? Naturalmente oltre i sindacati?
Rischio volutamente la retorica, nell’accostare l’arcaico caporalato e la moderna precarietà multiforme, esperienze contemporanee di cui gli esempi si potrebbero moltiplicare, tutti accumunati da un salario orario indecente, o sempre più basso. La retorica sparisce se rovescio la domanda: la sinistra ha in mente Angela, i suoi compagni di lavoro, o i dipendenti dell’Ikea? Pensa, la sinistra, immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili, anche audaci, conflittuali, perigliose, e perché no, rivoltose, ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere?
La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene. E questo è il nodo cruciale del dibattito aperto da Norma Rangeri e dal manifesto: l’incontro mancato. Tra ciò che è nella mente di chi si trova in condizioni di vita sempre più dura, — chi non riesce a pagarsi un affitto, chi affronta una riforma della scuola che solo per finta assume chi è precario, precari della conoscenza che mantengono con il loro lavoro semigratuito università, centri di ricerca e sistemi di informazione – se ci sono, desideri e speranze, difficilmente si chiamano “sinistra”. E dall’altra parte i progetti di chi dovrebbe aprire lo spazio di elaborazione e di pratiche politiche che a quelle menti possano parlare, dare respiro e speranza.
Non interessa, qui, fare l’analisi delle responsabilità. Fermarsi ancora una volta a fare l’inventario delle colpe, oggi sarebbe quasi criminale. Non c’è vita, nella recriminazione e nel rancore. E lo dico da femminista quale sono, sempre più sgomenta nel constatare l’impossibilità, per tanti, troppi – uomini– di riconoscere il peso, l’influenza, l’acutezza della critica femminista alla loro politica, e che incapaci come sono di accoglierla esplicitamente procedono come se nulla fosse successo. Certa che questo muro di silenzio sia parte del problema, della difficoltà di mettere a fuoco visioni ampie, inclusive, e nello stesso tempo convinta che anche il femminismo sia implicato, nel vuoto che ci affligge.
Non c’è solo l’effetto-distrazione nell’essersi fissate troppo sull’obiettivo paritario, così facilmente fatto proprio dalla logica neo-liberista. È come se avere aperto la strada, almeno in Occidente, alla libertà femminile, avesse spinto a chiudere gli occhi su quanto avviene. Come se per esempio il feroce aumento della diseguaglianza economica non riguardasse le donne. Che ne sono le prime vittime, sotto molteplici aspetti, dallo sfruttamento del lavoro di cura alla diretta messa al lavoro del corpo femminile, della riproduzione. Anche da parte di altre donne.
Si parla spesso di un ritorno all’Ottocento. È un’argomentazione efficace, aiuta a prendere coscienza della pesantezza delle condizioni di vita, o a recuperare forme di auto-organizzazione come il mutualismo, ricostruendone il mito e l’epica. Ma in un’immaginaria replica contemporanea del “Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo, non ci sarebbe una donna con un bimbo in braccio, dietro e di lato a un uomo, a uomini che combattono in prima fila. Dove sarebbero le donne? E gli stessi uomini? E i bambini? E questi, di chi sarebbero figli?
Non sono dettagli fuorvianti. Come non capire che questo quadro mutato e mutante è parte essenziale di ciò che va pensato, anche nel mettere a fuoco nuovo forme organizzative? Che il nodo delle relazioni non è una questione parallela, ma centrale? Sia nella valorizzazione di poteri alternativi sia nel creare coesione, per reggere lo scontro violento. Perché sono l’oggetto dei processi di riorganizzazione in corso ad opera di un capitalismo neoliberista che nella vita entra senza ritegno, e la rimodella a proprio piacimento.
Esattamente come agisce per la ridefinizione– distruzione di democrazia. Nel quadro delle istituzioni, europee e non solo. Fanno parte di un unico disegno di comando che va combattuto.
Di questo si dovrebbe parlare, se si parla di vita a sinistra. Se si vuole entrare nella breccia che Alexis Tsipras con grande lucidità politica continua a tenere aperta. Mi auguro, nel fitto calendario di impegni tra movimenti e organizzazioni fino a novembre, che il gesto del dirsi “siamo qui, partiamo”, sia rapido, veloce, quasi noncurante. Come chi sa che non c’è nulla da esaltare, in effetti. Che organizzarsi non è occuparsi di sé. L’urgenza è mettersi in grado di aprire spazi e pensieri, liberare l’immaginazione. Un lavoro di lunga lena.
(il manifesto, 26 agosto 2015)
di Alberto Leiss
Quando ho letto sul manifesto (Angelo Mastrandrea venerdì 21) che il leader della “Piattaforma” che è uscita da Syriza in polemica con Tsipras, Panaiotis Lafazanis, ha parlato di nuovo inizio per la sinistra greca non ho potuto trattenere un moto di irritazione, di profondo fastidio. Mi verrebbe da dire che quando sento parlare di nuovo inizio la mano corre alla pistola (che naturalmente non ho a portata di mano…).
A cominciare dal nuovo inizio enfaticamente annunciato al tempo della svolta di Occhetto, e senza enumerare tutte le successiva occasioni mancate – malgrado ambiziosi proclami – di dar vita a sinistra a qualcosa di nuovo.
Dobbiamo dunque ripiegare su qualche vecchia consuetudine, che abbia se non altro il potere di consolarci un po’?
Fausto Bertinotti, sulla Repubblica, ha esortato la sinistra a imparare dalla Chiesa cattolica, e dalla rivoluzione rappresentata dal fatto che un Papa si è dimesso e “quello che gli succede viene da un altro mondo”. Sono del tutto d’accordo. Però se si vuole imparare bisogna osservare con attenzione. Bertinotti mette tutto l’accento sulla “rottura” e sulla “discontinuità” (altra paroletta, questa, leggermente irritante per l’abuso che ne è stato fatto dalle nostre parti), ma così si rischia di non vedere che l’efficacia della rivoluzione di Francesco poggia contemporaneamente sul legame e sulla tradizione che sono propri della Chiesa, il che non significa che l’azione del Papa non apra durissimi conflitti.
Facciamo per un momento il confronto tra le immagini di affetto, fraternità e reciproco riconoscimento che sono state messe in scena tra Ratzinger e Bergoglio, e – certo in un ben diverso contesto – il deludente esito della relazione tra Tsipras e Varoufakis, che pure aveva saputo catalizzare qualche entusiasmo in tutto il mondo.
Ecco un nodo totalmente rimosso. L’importanza che ha per il senso della politica la qualità delle relazioni tra le persone che la incarnano. Si tratta, nel caso, di uomini. Penso da tempo che sia di gran lunga preferibile il separatismo maschile consapevole della Chiesa cattolica rispetto a quello invisibile a se stesso delle varie chiese e chiesette della sinistra.
Mi ha colpito – ma non sorpreso, devo dire – che nel dibattito aperto da Norma Rengeri sull’ipotesi c’è vita a sinistra siano intervenuti finora esclusivamente maschi (sarà forse dovuto al fatto che le donne, ancorchè di sinistra, in agosto preferiscono saggiamente farsi in pace le vacanze?). E nessuno – se non mi è sfuggito qualcosa – ha fatto riferimento al tema, pur citato nell’editoriale di Rangeri, della “cultura femminista, protagonista e madre di un altro modo di pensare la politica”.
Credo sia dovuto al fatto che gli uomini di sinistra, quand’anche si accorgano che il femminismo è accaduto e ha cambiato qualcosa, in fondo pensano riguardi principalmente se non esclusivamente le donne stesse (e poco la politica).
E invece, caro maschio sinistro, de te fabula narratur. La differenza riguarda anche te e la pretesa continua di parlare, più o meno, a nome di tutto il genere umano. Ma soprattutto il pensiero e la pratica politica del femminismo, dei femminismi, aprono un interrogativo anche sulle nostre pratiche politiche e sulla qualità delle nostre relazioni, tra uomini. E anche sulla relazione che sappiamo costruire con la tradizione (quasi interamente di matrice maschile) che abbiamo alle spalle, ci piaccia o no. Non possiamo, per lo più, contare sull’aiuto dello Spirito Santo, come ricorda Bertinotti. Ma, almeno, su un po’ di senso della realtà?
(il manifesto, 25 agosto 2015)
di Alessandra Kustermann
Caro direttore, stiamo attenti a giudicare frettolosamente la capacità di una donna di diventare una «buona» madre. Valutare casi così complessi sotto i riflettori dei media e nella concitazione dei tempi dell’opinione pubblica rischia di far sembrare ragionevoli le uniche soluzioni che si prospettano nell’emergenza. Per casi così complessi è necessario che le soluzioni maturino in tempi e modi adeguati. La nuova legge sull’adozione dice che il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia. I parenti fino al quarto grado che abbiano rapporti significativi con lui ugualmente dovrebbero essere valutati prima di dichiarare adottabile un minore. Quindi, limitare le possibilità di Martina, dei suoi genitori o di altri parenti di stabilire un rapporto significativo con il piccolo Achille, potrebbe ledere un suo diritto. Per verificare l’idoneità di almeno un membro della famiglia di origine di occuparsi bene di Achille è importante un periodo di osservazione adeguato e accertamenti e perizie psicologiche che dovrebbero essere portate avanti con serenità. Una valutazione della capacità genitoriale prevede che sia almeno resa possibile la costruzione di una identità genitoriale. È necessario permettere alla madre di vedere il bambino, osservare nella realtà la sua capacità di essere empatica verso il figlio, costruire con lei un percorso educativo e avere fiducia nel fatto che la nascita di un figlio sia in grado di modificare la donna che l’ha avuto. Bisogna essere capaci di prescindere dal delitto che ha commesso. Per quel grave delitto è stata giudicata e condannata a una pena detentiva. Adesso va valutata sulla sua situazione attuale in rapporto al bambino che è nato. La gravidanza è un processo che già da solo è in grado di modificare la percezione di sé e del proprio rapporto con gli altri. Negare a priori questa capacità di trasformazione insita nel dare la vita vuole dire pensare che si è madri a prescindere dal bambino che si mette al mondo. Come se l’archetipo della madre dovesse essere a priori presente in tutte le donne per considerarle degne di essere madri. Viceversa la mia lunga esperienza di ginecologa mi ha insegnato che il passaggio dal desiderio di maternità al divenirlo in realtà è un lungo processo che inizia con il concepimento ma non si conclude mai. La relazione con un figlio è l’unica che davvero prevede continui cambiamenti e adattamenti in base a esigenze sempre diverse del bambino, e poi dell’adolescente e poi del giovane adulto, finché morte non li separi. Avere un figlio, amarlo, osservarlo ed educarlo sono impegni talora gravosi che la donna assume sviluppando nel tempo e nel rapporto con quell’individuo le sue capacità di essere madre. Entro il 30 settembre assistenti sociali e psicologhe dovranno valutare se Martina è in grado di occuparsi adeguatamente del suo bambino. È un tempo breve per assumere decisioni che modificheranno profondamente la vita di Achille e di molti individui con lui. Spegnere i riflettori, quindi, è fondamentale per consentire ad assistenti sociali e psicologi di lavorare serenamente e di giungere a conclusioni non inficiate da pregiudizi.
(Corriere della Sera, 24 agosto 2015)
di Stefano Biolchini
L’intimità a fior di pelle declinata in maniera delicata, erotica e sensuale, talvolta fastidiosa e scottante, secondo le linee intersecanti di una sintassi complessa e di una semantica fluida. La grande mostra estiva alla Fondation Beyeler è dedicata all’opera di Marlene Dumas, artista che non dipinge mai direttamente dal vivo, eppure la vita, in tutta la sua varieta, è sempre presente nelle sue opere.
La pittrice, nata nel 1953 a Citta del Capo e cresciuta in Sudafrica, vive e lavora ad Amsterdam ed è tra le personalita artistiche di maggior spicco del nostro tempo. Dumas acquista notorietàa metàdegli anni ’80 grazie alle sue serie di dipinti e disegni, tutti focalizzati sulla figura umana. Da allora ha esposto molte volte in musei europei e americani. Nel 1992 partecipa alla Documenta IX di Kassel e nel 1995 alla Biennale di Venezia. La concentrazione sulla figura umana ha condotto a ritratti singoli e di gruppo dominati da una tavolozza molto varia, ricca di toni e contrasti.
Dumas utilizza tecniche pittoriche tradizionali, di solito inchiostro di china su carta oppure olio su tela. Inginocchiata a terra, applica con cura la china, molto diluita, su grandi fogli di carta e vi aggiunge linee e tinte in maniera espressiva e mirata ma sempre lasciando al colore completa autonomia. A seconda delle aree il colore, la superficie e il materiale possono apparire polisemici o misteriosi. Colpisce subito la delicatezza pittorica degli acquerelli di Marlene Dumas, hanno la stessa densitàsuggestiva dei suoi quadri a olio. A metà degli anni 1980 Dumas ha iniziato a dipingere un gruppo di ritratti dai colori espressivi. I visi delle persone colti in primo piano sono piùgrandi del naturale, e lo sfondo non rivela nulla delle origini o dell’identita dei soggetti. Di questo gruppo fanno parte Genetic Longing (1985), Het Kwaad is Banaal (1984) e The White Disease (1984), tutti in mostra alla Fondation Beyeler.
La mostra intitolata ”The Image as Burden” èla più completa retrospettiva mai allestita finora in Europa su Marlene Dumas, della cui opera offre una visione d’insieme dalla metà degli anni 1970 a oggi. L’esposizione è stata progettata e sviluppata in stretta collaborazione con l’artista e ne tratteggia il percorso artistico seguendo un ordine approssimativamente cronologico. Sono in mostra più di cento dipinti e disegni selezionati, tra i quali alcuni precoci collage raramente esposti e diversi lavori recenti. A far da preludio alla mostra, subito intenso, la prima sala propone The Painter (1994), The Sleep of Reason (2009) e Helena’s Dream (2008), tre quadri che rivestono un carattere programmatico per l’opera di Marlene Dumas e preparano alla visita che seguira.
Parallelamente alla sua produzione di carattere figurativo Marlene Dumas ha composto una stupenda raccolta di testi, pensieri, aforismi, lunghi saggi e frammenti poetici pubblicati l’anno scorso col titolo Sweet Nothings. Notes and Texts in un’edizione ampliata e rivista. Quanto più si presta attenzione alla sua opera letteraria, tanto piùsi comprende il suo giocare con cliché e stereotipi e tanto più diviene inafferrabile e affascinante la sua pittura. Dumas stessa, a proposito delle sue creazioni pittoriche e letterarie, afferma di scrivere i suoi dipinti come fossero canzoni d’amore, mentre i suoi frammenti testuali richiamerebbero dei brani “rap”. “The Image as Burden”, il titolo scelto da Marlene Dumas per questa esposizione, è quello di un quadro del 1993, pure visibile alla Fondation Beyeler. In esso una figura porta in braccio l’altra. Il motivo è tratto da un fotogramma con Greta Garbo e Robert Taylor nel film di George Cukor “Camille” del 1936. L’atteggiamento delle due figure richiama le numerose raffigurazioni della Pietàben note in storia dell’arte. Con il titolo l’artista porta il nostro sguardo di osservatori soprattutto alla complessa relazione tra immagine e pittura, e alla forza insita nell’atto del dipingere: “Esiste l’immagine (la fotografia che fa da fonte) da cui si parte, e l’immagine (il quadro dipinto) a cui si arriva, e non sono la stessa cosa. Volevo spostare l’attenzione su quanto la pittura fa dell’immagine e non solo mettere sotto gli occhi ciò che l’immagine fa della pittura.
La mostra èa cura di Theodora Vischer, Senior Curator presso la Fondation Beyeler.
Marlene Dumas, Fondation Beyeler, fino al 6 settembre 2015.
(il sole 24 ore, 18/08/2015)
di Leonetta Bentivoglio
Con generoso narcisismo, la scrittrice belga Amélie Nothomb ama narrare tutto di sé. Eppure sembra che occulti più o meno tutto. Nei suoi vendutissimi romanzi, che ogni anno in Francia volano ai vertici delle classifiche ( tra un paio di settimane uscirà il prossimo, “Le crime du comte Neville”, atteso in Italia a fine febbraio, ed edito come gli altri da Voland), non smette mai di esporre lembi della propria vita.
I suoi numerosi fan conoscono sua madre (che nella realtà si chiama Danièle Scheyven, ed è moglie del barone Patrick Nothomb), la sua ossessione per il corpo (sensibilità dolorante, edonismo iperbolico, reiterati autolesionismi), il suo culto del Giappone (sfrenatamente disegnato in Stupori e tremori e in Metafisica dei tubi ) e le sue varie manie (l’esigenza di scrivere ogni giorno all’alba e a digiuno, il tè nero fortissimo che beve mentre lavora, gli assurdi e imponenti cappelli, i look neri da star del pop o della moda grunge, le esibizioni solipsistiche da nerd di successo).
Letteratura ed esistenza, per Amélie Nothomb, paiono correre sul medesimo binario. Malgrado ciò ha una volatilità che la rende inaccessibile. È come se, nel suo perenne denudarsi (inAntichrista le due protagoniste, che compongono una sorta di Amélie sdoppiata, lo facevano con ostinazione davanti allo specchio), stimolasse il lettore a osservare la superficie per non mostrargli il fondo. Nelle sue storie nitide e feroci, talvolta surreali, spesso sanguinose, inaspettatamente esilaranti, tende a non dargli l’anima. Comunica inafferrabilità e leggerezza. Gioca le proprie carte nella distanza tra la persona vera e il suo personaggio di scrivente.
Anche quest’intervista sulla madre, figura dominante nei suoi racconti, si svolge all’insegna di un andamento impalpabile. Amélie accetta di parlarne per lettera, e dopo aver ricevuto le domande manda le risposte scritte a mano. La calligrafia è inviolabile e ben curata, con delle sinuosità di parvenza quasi ideogrammatica. Le frasi sono corte ed essenziali, e le sviluppa a partire da una premessa: “Non ho vaste teorie sul tema, ma sono sicura che essere amati o no dalla propria madre sia il fattore più determinante di ogni destino. Dalla mia mi sono sempre sentita amata: posso dire di essere nata con questo privilegio, sfociato in una fame d’amore ancora più grande, che mi ha fatto diventare ciò che sono”.
C’è quindi un rapporto esplicito tra sua madre e il suo estro letterario?
“Mi sono innamorata di mia madre quando lei mi portava nella pancia. A nove anni, di fronte alla mia eccessiva richiesta d’amore, mi ha detto: “Seducimi”. E io, per farlo, sono diventata una scrittrice. L’operazione ha funzionato. Mia madre è una donna di bellezza sovrana, e lo sa. Oltre a essere una dea, è l’incarnazione della gioia e dell’entusiasmo”.
E’ stata gelosa della relazione tra sua madre e sua sorella Juliette, la quale riceveva le lodi materne in quanto leggeva Gautier e dimostrava gusti “colti”? Dai suoi libri emerge un rischioso triangolo sentimentale.
“A dire il vero nel nostro triangolo amoroso non c’era gelosia, poiché io ero innamorata anche di Juliette che era un po’ una copia di mia madre in piccolo. Seducendo mia madre, sono riuscita a sedurre anche mia sorella. Se mia madre è una regina, Juliette è una fata”.
Ha riferito di aver attraversato fasi di anoressia durante l’adolescenza, e ha affrontato a più riprese l’argomento, soprattutto in “Biografia della fame”. Il legame con sua madre è connesso a questo passato?
“Certo. Ma il rapporto era anche o soprattutto con mia sorella: entrambe a un certo punto abbiamo smesso di mangiare per non uscire dall’infanzia. Restare bambine voleva dire rimanere insieme. Restare bambine significava rimanere per sempre le creature di mia madre”.
Si ha l’impressione che i personaggi femminili che la riflettono, nei suoi libri, non siano in grado di accettare il corpo, percepito come proiezione della madre.
“Sì, è possibile. Mia madre era la mia divinità. Avere un corpo sublime come il suo, un corpo di donna che lei ha portato sempre con fierezza, sarebbe stato come invadere un territorio sacro. Non voglio dire che lei abbia impedito quest’invasione. Sono stata io a decidere di non addentrarmi”.
Ne “La nostalgia felice”, uscito in Italia l’anno scorso, lei parla della sua tata giapponese come di una seconda madre.
“Lo è stata. Sono nata a Kobe, in Giappone, e ho trascorso i miei primi anni in vari paesi asiatici, seguendo i trasferimenti di mio padre diplomatico. A Kobe la mia adorata tata Nishio-san mi chiamava Amélie-chan e mi lasciava mangiare dal suo piatto. Quando tornai in Giappone, qualche tempo fa, in occasione del cortometraggio sulla mia vita realizzato da Laureline Amanieux e Luca Chiari, Une vie entre deux eaux, l’ho potuta rincontrare dopo decenni. Era ottantenne ed è stato troppo emozionante “.
Troppo?
“Prima di ritrovarla credevo che quest’esperienza sconvolgente avrebbe dovuto essermi proibita. Ma dopo averla abbracciata ho pensato che dovrebbero esserlo anche le separazioni. Nishio-san e io tremavamo come reattori. Lei diceva di vergognarsi e io pure. Mi sono sorpresa a pensare di voler essere altrove.
Quando avevo cinque anni ero più forte di così. Poi ho stretto a me la donna sacrosanta e me ne sono andata. Insomma, ci siamo riviste, le ho detto ciò che andava detto, ho lasciato che tra lei e me circolasse un amore terribile e siamo sopravvissute”.
Lei è stata sempre una lettrice compulsiva. Quali madri letterarie l’hanno affascinata o ispirata di più?
“Alcune di queste madri erano uomini, che però non erano padri, ma proprio figure materne: la Comtesse de Ségur, Proust, Madame de La Fayette, Henry de Montherlant e Oscar Wilde”.
Amélie Nothomb è la madre dei suoi romanzi?
“Sono, in effetti, emanazioni di me stessa. Non ho mai voluto creare esseri umani, neanche da piccola. Mai avuto fantasie del genere. Tutta la mia energia materna è stata convogliata nella produzione letteraria”
“Fuochi. La cucina di Estia” raccoglie scritti e ricette: tramandare la sapienza delle madri
di Stefania Scateni
Che cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Cucinano, ovviamente, ma per chi? Per altre donne e uomini che amano quello che significa: una politica delle relazioni e della soggettività femminile libera. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Il libro di cui parliamo in questa pagina nasce in nome di Estia, dea greca del focolare e del nutrimento, una dea zingara, felice dell’accoglienza che ogni città le riserva piuttosto che della statica presa di posto alla mensa degli dei dell’Olimpo.
Leggendo Fuochi, che raccoglie scritti e ricette di Ida Farè, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi e Ottavia Colabella, e curato da Liliana Rampello ci vien da pensare che alla dea, come scrive Stefania Giannotti, «piaccia la politica delle donne e il femminismo della differenza. Dopo aver viaggiato e viaggiato si è poi fermata a Milano, in Via Calvi 29 al Circolo della rosa». È infatti «Estia» il nome della piccola comunità delle cuoche varie che firmano questo libro di non molte pagine ma di grande sapienza non solo culinaria. «Chi leggerà queste pagine, miniera preziosa di ricette, memoirs, sapienza politica in rapporto alla propria esperienza, sapere nel
senso più ampio, ci dice la curatrice – c’è anche un delizioso glossario dei termini usati e indicazioni di lettura delle novità sul tema più interessanti – se non ha già gustato le cene al Circolo della Rosa del collettivo Estia è invitato a farlo al più presto: oltre a rallegrare la mente e lo stomaco potrà prendere parte in prima persona a «un’unica impresa politica e un’impresa politica unica».
Da qualche anno assistamo al boom del cibo e della cucina, decisamente invadenti su tutte le piattaforme televisive; al culmine della mania mangereccia, anche l’editoria ha sfornato libri che hanno scalato le classifiche dei libri più letti in Italia, non solo nella categoria «varia», ma anche in assoluto. E continuiamo ancora oggi a veder spuntare sulle vetrine e gli scaffali delle librerie titoli su titoli. Spesso la reazione è vagamente di disgusto, come se anche su carta il cibo provocasse una indigestione… Ma non è il caso di questo delizioso libro che parla sì di cibo, ma è anche una storia del cibo, delle tradizioni e di sentimenti, cultura, incontri, insomma della Vita con la maiuscola.
Una delle protagoniste, Ida Farè, ci racconta del loro desiderio di dar voce a un «sapere/potere chiuso nel segreto della cucina, fatica oscura e quotidiana che è stata da sempre il sale della Terra e che da che mondo è mondo garantisce la vita dei corpi». La relazione è il filo d’oro che unisce le cuoche in un vincolo tanto importante e riuscito quanto più è leggero, ed è la medesima relazione che lega, con chi è in cucina e con il luogo che li ospita, le donne e gli uomini che vanno a gustare. Un cibo che non nasce solo dai testi dei grandi autori che hanno fatto la storia della cucina, quali ad esempio Pellegrino Artusi e Ippolito Cavalcanti, con attenzione poi ai grandi innovatori stellati fino ai giorni nostri, ma da
un sapere esperienziale e relazionale, che inizia con una bambina che, magari in piedi su una panchetta, guarda sua madre o la nonna o un’altra donna, impegnata ai fornelli.
Cucina di relazione e di memoria, quindi, se per memoria intendiamo anche il tramandare il buon cibo alle nuove generazioni che rischiano di non trovarlo più sulle tavole e nei luoghi di ristorazione di un mondo sempre più globalizzato. Cucina come attività manuale e di pensiero che diventa arte, passione, fissazione.
«Fare autorevole e servizievole insieme senza riprodurre il rapporto servo-padrone, conclude Clelia Pallotta. A questo punto, però, non vogliamo lasciarvi a bocca asciutta!
Per voi, la ricetta della pastella per fritture: un uovo, 100 grammi di farina, un cucchiaio di olio,un cucchiaio di acquavite, un po’ di sale, acqua q.b. Spegnete la farina con l’acqua e gli altri ingredienti lasciando da parte l’albume dell’uovo, ma non fatene una pasta troppo molle. Lavoratela bene con un cucchiaio di legno e lasciatela riposare per diverse ore. Al momento dell’uso incorporate la chiara d’uovo montata a neve. Anche se i cuochi del giorno d’oggi dicono che non è necessario, la chiara montata a neve va sempre accorpata con delicatezza usando il cucchiaio di legno che girate
dall’alto in basso e non va mescolata in orizzontale come fosse una polenta.
(l’Unità, 12 agosto 2015)
di Leonetta Bentivoglio
“Mia madre vive nel Maine, la terra in cui sono nata”, riferisce la scrittrice statunitense Elizabeth Strout. “Si chiama Beverly Bean Strout e nel tempo è rimasta sempre identica, cioè non affettuosa dal punto di vista fisico e severamente critica verso gli altri. Penso che questa sua attitudine mi abbia condotta, per reazione, ad applicarmi alla scrittura tentando di non giudicare troppo me stessa. È stato l’influsso più determinante che ha avuto sul mio lavoro”. Mia madre. Esiste un “mia madre” per ciascuno di noi, e non c’è persona in grado di esaurire questo tema. Rimpianti, nostalgie, contraddizioni, sacche di non detto, rancori e nodi inestricabili, come ha capito Nanni Moretti, s’intrecciano senza scampo nel rapporto con chi ci ha messo al mondo, nel segno di un’ambivalenza che in misure diverse ci riguarda tutti.
Per una narratrice di estremo spessore introspettivo come Elizabeth Strout, la madre è stata il motore di partenza del viaggio. Anche in senso tecnico: “È probabile che io sia divenuta scrittrice grazie a lei, che m’incoraggiò sin dall’infanzia “, spiega l’autrice lanciata nel 2009 dal Premio Pulitzer vinto con Olive Kitteridge , suo terzo titolo. “Quand’ero bambina mi spingeva a buttare giù in forma scritta di giorno in giorno quel che mi succedeva. Per esempio, se andavamo a comprare un paio di scarpe, voleva che io annotassi con cura l’aspetto del venditore. Accumulavo quaderni di appunti, e così ho iniziato a coltivare una visione della realtà sviluppata in termini di frasi”.
Strout aveva già firmato i romanzi Amy e Isabelle e Resta con me prima di Olive Kitteridge , affresco psicologicamente acuto di vicende umane in apparenza minime ambientate in un’oppressiva cittadina del Maine, e collegate dal trait d’union di una solida e rude professoressa di matematica. Poi è stata la volta de I ragazzi Burgess , approdato in Italia due anni fa: una parabola magistrale sull’America post-11 settembre e sulla solitudine dell’individuo nel contesto familiare. Uscirà tra breve un suo nuovo libro, Mi chiamo Lucy Barton , basato su una relazione madre-figlia. Anzi, meglio, “sulla vita di una donna che ha una madre e che è madre lei stessa”, precisa la scrittrice, sottolineando che questa coppia femminile “è il centro del racconto, che però comprende anche molte altre cose”. Dopo un’accesa battaglia “al rialzo” per la sua acquisizione, l’opera segna il passaggio della Strout dall’editore Fazi a Einaudi, che ne annuncia la traduzione italiana in primavera. Considerata un’esponente tipica della cultura Wasp (bianca, anglosassone, protestante), Elizabeth è il frutto di un milieu che non esita a definire “puritano e rigoroso nel mettere al bando l’espressione delle sofferenze personali”.
Dalle figure di madri proposte nei suoi lavori si deduce che l’intransigenza e l’autocontrollo appartenessero anche a sua madre.
“Nessuna fra le madri dei miei plot corrisponde davvero alla mia. D’altra parte non conosco abbastanza in profondità mia madre per poterne scrivere in maniera diretta, né ho voglia di scriverne per come lei è”.
Com’è, appunto? O com’era?
“Era una donna che avrebbe desiderato molto fare la scrittrice, ma non ci riuscì. Sospetto che sia stata incapace di liberarsi dall’impaccio di un’eccessiva consapevolezza di sé, operazione necessaria per l’impresa. Insegnava scrittura nei licei e nelle università ed era dura con gli studenti: in molti ne parevano terrorizzati”.
Anche la sua Olive Kitteridge è una docente, per di più d’indole assai ruvida.
“In effetti Olive può mostrare qualche analogia con mia madre, ma semplicemente non è lei. Tra i miei personaggi di madri Olive è forse quello che le si avvicina di più. Comunque mi sembra pericoloso dirlo, dato che Olive non è affatto mia madre, capisce cosa intendo?”
Il sentimento che unisce Olive e suo figlio Christopher è denso e complicato per entrambi.
“Olive adorava il proprio padre e lo vorrebbe rivedere in Christopher, caricandolo quindi di un peso insostenibile. Credo che sia una buona madre, ma ha troppi bisogni e non ce la fa ad esserlo con un andamento costante. Sa dimostrare pietà solo se non si sente troppo vicina a qualcuno, come le accade quando s’imbatte in una ragazza anoressica o in un uomo che guida sulla costa intenzionato a suicidarsi. Si può permettere di aiutarli perché a loro non è legata, mentre al figlio sì”.
Sua madre era sicura della vocazione di scrittrice della figlia?
“Ne era assolutamente certa fin dai miei primi anni e mi trasmise con fermezza questa convinzione”.
La incitava alla lettura?
“Sì. Mi fece leggere prestissimo libri per adulti, da Il buio oltre la siepe , che affrontai a otto anni, fino a Piume di piccione di John Updike. Benché molte cose io non le capissi, da quelle pagine ricavavo una sensazione tipo: wow! Ecco come ragionano gli adulti! Molto eccitante. Poi sono passata al Giovane Holden e a tutto Hemingway, uno degli autori che mi sono tuttora più cari”.
Sua madre dichiara ammirazione per i suoi romanzi?
“Quando ho cominciato a pubblicare storie, l’idea che lei le leggesse mi dava imbarazzo. In principio non faceva commenti: riguardo a Amy e Isabelle si limitò a dirmi che le era piaciuto. Poi, ogni volta che usciva un mio libro, lo leggeva velocemente per due volte di seguito, e alla fine mi diceva sempre che era meraviglioso e superiore al precedente”.
Avete attraversato periodi conflittuali?
“Disapprovò il mio trasferimento a New York negli anni Ottanta, e tra noi ci sono stati a lungo rapporti tesi. Ma in certi momenti molto difficili, mia madre mi ha sorpreso sostenendomi in modo inaspettato. Però sapevo di non poterci contare. Ora vado spesso a trovarla nel Maine e lei sembra moderatamente contenta di vedermi”.
Vi somigliate?
“Non abbiamo molto in comune. Non nella fisionomia. Tuttavia mi pare di aver ereditato da lei un sostanzioso intuito per le faccende umane e una buona percezione in questo campo”.
(la Repubblica, 12/08/2015)
L’artista e regista Petra Bauer analizza il passato per meglio
esprimersi nel presente e anticipare il futuro, sia che
si concentri sulla storia dei registi che lavorano collettivamente;
che si focalizzi sul lavoro dei critici e teorici coinvolti
nella scena londinese degli anni settanta (Notes on
Political Cinema) (2011); che collabori con l’associazione
femminista per le minoranze Southall Black Sisters nella
realizzazione dell’eponimo film Sisters! (2011); o che realizzi
la sua installazione What Women Want (2014), incentrata
sull’attivismo e sul desiderio di emancipazione delle
donne svedesi agli inizi del XX secolo. Solitamente Bauer
intraprende queste esplorazioni in collaborazione con altri,
utilizzando strumenti concettuali e di ricerca documentaria
per indagare la scena politica: sia quella urbana, che quella
espositiva o dei mass-media. Nel suo sforzo di ridefinire
il ruolo dell’artista nella società, Bauer è affascinata dalle
lotte dei singoli individui e dei gruppi minoritari. Utilizza i
film e le istituzioni come uno spazio di negoziazione politica
e sociale.
In What Women Want l’artista analizza il viaggio delle attiviste
socialiste che girarono per la Svezia tra il 1907 e il 1920
per organizzare e mobilitare le donne nelle fila del movimento
femminile socialista. La prima iterazione di Bauer,
presentata a Malmö nel 2014, si concentrava sulle potenzialità
di cambiamento comunicate dai poster che invitavano
le donne a riunirsi per discutere le condizioni presenti e
future. La sua installazione, A Morning Breeze, alla Biennale
di Venezia, comprende una selezione di questi appelli
pubblici oltre a dei brani tratti da “Morgonbris”, la rivista
del primo movimento femminile socialista, e una collezione
di più di cinquanta ritratti di gruppo in bianco e nero che
rappresentano diversi club femminili socialisti in Svezia. I
ritratti, commissionati dai club stessi, testimoniano la sete
di autorappresentazione delle donne come soggetti politici,
prima di essere legalmente riconosciute come tali. In
Svezia le donne non ottennero il diritto al voto fino al 1919,
un anno dopo che il suffragio femminile divenne legge negli
Stati Uniti.
Bauer confronta il flusso di notizie del nostro tempo con
la persistenza dei messaggi che appartengono a priori al
passato, utilizzando vecchi giornali d’archivio e ristampe di
poster negli spazi pubblici di Malmö. Cosa accade quando
alcune delle domande fatte negli anni settanta vengono riproposte
oggi? Quali sono le idee femministe fondamentali
del nostro tempo?
(http://www.ultrafragola.tv/it/3288/3442/petra-bauer.html, 5 agosto 2015)
| Veronica Valentini | ||||||||||||||
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Flash Art n.276 Giugno – Luglio 09
Flash Art n.276 Giugno – Luglio 09
Exquisite Cacophony. Prendendo a prestito il titolo dell’opera di Sonia Boyce, Antonella Crippa sintetizza la sua visione – anzi, audizione – della Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor. Tra suoni, frastuono e rumori dai futuri del mondo.
Quando il presente è nel caos, “il linguaggio diviene gutturale e si trasforma in pietra“, scrive il direttore Okwui Enwezor nel suo testo pubblicato nel catalogo della Biennale di Venezia 2015. “L’esposizione“, prosegue, “si inserisce nel rumoroso, polveroso e flemmatico oggi” e pertanto pullula di opere che si riferiscono a rovine, incertezze e confusione, soprattutto all’Arsenale.
Al contrario di quello che ci si aspetterebbe da una rassegna di arte visiva, tuttavia, il caos è piuttosto una cacofonia, il cui obiettivo è “orchestrare” e far ascoltare i suoni del mondo: sia i sussurri che provengono dalle piccole realtà individuali, sia le grida collettive. L’idea è contribuire a una presa di coscienza che inneschi un processo positivo, nell’attuale contesto globale ingiusto e violento, dove la ricerca del senso sembra un esercizio impossibile.
Lo spazio della rappresentazione – considerando che una mostra come la Biennale è anche la messa in scena di una sintesi – è quello definito da Now di Chantal Akerman, un’installazione video su numerosi schermi al centro di una stanza. Immagini del deserto riprese da una macchina che sfreccia sono lo sfondo di assordanti detonazioni e spari, come fossimo al confine di un tormentato Stato mediorientale. In un’altra sala, in antitesi, è allestito lo spazio dell’incomunicabilità, definito dalle sculture composte da strumenti musicali, lasciati muti, di Terry Adkins.
Mai come in questa edizione sono presenti così tanti lavori dalla forte componente sonora, dalla Exquisite Cacophony di Sonia Boyce a Gone Are the Days of Shelter and Martyr di Theaster Gates. Ma oltre al frastuono c’è il suono e, oltre il suono, la musica. Carsten Höller, ad esempio, propone Fara Fara, una videoinstallazione in cui racconta di due cantanti rivali di Kinshasa, dove è viva una tradizione musicale che ha un seguito enorme, un immenso potere della musica, a tratti struggente, a tratti irresistibile. Christian Boltanski risponde con il suo poetico tintinnare delle campanelle della videoinstallazione Animitas, un delicatissimo monumento che risuona nelle praterie cilene. In alcuni casi la visione implica un vero e proprio tempo da trascorrere a orecchie aperte, come succede per udire le sofisticate composizioni di Charles Gaines. La stessa concentrazione è necessaria per assistere al programma di letture e performance che si susseguiranno nell’Arena allestita nella “struttura sepolcrale” del Padiglione centrale, nel “gran bazar” della “terra incognita” dei Giardini (i virgolettati sono di Enwezor).
L’esposizione non è allestita in base a proporzioni auree perché è la realtà stessa a non essere ordinata né ordinabile. È vero, non ci sono didascalie ragionate che aiutino il visitatore. La mostra è senza spiegazioni perché è la realtà stessa a non offrire strumenti per decrittarla e risulta opaca al pensiero razionalista, a tratti autistico, dell’uomo occidentale del XXI secolo.
Forse è opportuno usare altri sistemi di comprensione, magari mutuati dalla cultura africana, più a suo agio con la mescolanza disordinata e le percezioni di tutti i cinque sensi. Questo sembra suggerire il curatore quando seleziona tanti lavori di artisti provenienti da quel continente, da Gonçalo Mabunda a Barthélémy Toguo.
In un recente saggio per la mostra Africa al Mudec di Milano, Gigi Pezzoli ricorda: “È necessario ascoltare tutte le voci che animano una cerimonia religiosa africana e porre attenzione agli oggetti rituali, ai ‘feticci’, ai vestiti, alle decorazioni corporee e agli ornamenti. Non si possono poi trascurare le danze e i gesti, la musica e i suoi strumenti, gli spazi spesso così differenti l’uno dall’altro che ospitano tali oggetti e i luoghi dove le cerimonie si svolgono. Lo spazio religioso africano è decisamente sinestetico, saturo di forme, colori e suoni e odori capaci di agire su tutti i ricettori sensoriali che l’uomo ha a disposizione“. L’attuale edizione della Biennale sembra simile a quel tipo di teatro, dove è comune una tendenza all’accumulo. I suoi meriti sono, tra gli altri, quelli “di dare forma, corpo e voce ai misteri dei mondi dell’invisibile, alle paure più sommerse e alle infinite ambiguità dell’esistenza umana“.
In quest’ottica, l’epico Vertigo Sea di John Akomfrah, dove la potenza della natura, il sopravvivere del canto delle balene ai tentativi di sterminio dell’uomo, anche rivolti contro la sua stessa specie, e l’incessante rinnovarsi delle stagioni, può essere letto come una sintesi del mondo… o una divinazione incoraggiante.
l Padiglione russo dei Giardini si tingerà di verde. Per la prima volta nella storia della Biennale di Venezia, un’artista donna rappresenterà la confederazione. Un progetto in assonanza completa con il Padiglione rosso di Kabakov e con l’inizio di una nuova svolta
di Ginevra Bria
Il Padiglione verde dell’artista concettuale russa (ma di adozione americana) Irina Nakhova (Mosca, 1955) si preannuncia in dialogo con il Padiglione rosso costruito in occasione della 45. Biennale del 1993 da Ilya Kabakov. In quell’installazione Kabakov dimostrò l’importanza del discorso del colore per i modernisti e i post-modernisti sovietici, che lo trasferirono dall’essere significante all’essere significato, o dal formalismo al socio-formalismo.
Nel Padiglione verde, Nakhova esegue invece una possibile trasformazione dell’edificio attraverso una sorta di nuova pitturazione dell’esterno, che tornerà a prendere il proprio colore originale, una nuance verde che attiverà significativi meccanismi di colore in ciascuna delle sale del Padiglione. Questi ambienti interativi attivati dal colore richiameranno alla memoria il modello unico dell’installazione artistica che Nakhova ha concepito agli inizi degli Anni Ottanta come reazione alle condizioni lavorative di artisti non approvati, rinchiusi in studi angusti e caotici, senza alcuna possibilità di contatto con il proprio pubblico o di incontro con critici di riferimento.
Abbiamo incontrato la curatrice del progetto, Margarita Tupitsyn, che ha messo in evidenza alcuni aspetti del progetto russo.
Irina Nakhova è veramente la prima donna a esporre nel Padiglione?
Assolutamente sì!
Perché Padiglione verde?
Perché effettivamente l’intero padiglione verrà ridipinto nel suo originale colore, il verde, tonalità che simbolicamente ha giocato un ruolo di primo piano nel movimento artistico del Modernismo e Postmodernismo in Russia.
Le installazioni come interagiranno con il pubblico?
Le installazioni in ogni stanza saranno interdipendenti, misurate proprio sulla capacità di interagire degli spettatori. In effetti, la loro reale funzione dipende dalla presenza, anche psico-fisica, degli spettatori.
Il progetto è totalmente inedito?
Sì, è un lavoro site specific pensato in stretta relazione con i dettami architettonici dell’edificio di Alexei Schusev.
Qual è, a suo avviso, la definizione di memoria che darebbe Irina Nakhova?
Tutte le sue installazioni sono basate su una sorta di memoria artistica collettiva da lei direttamente vissuta e sulle modalità di lavoro nell’Unione Sovietica, dove gli artisti d’avanguardia non avevano possibilità di accesso a mostre pubbliche e a una sorta di riscontro critico.
Cosa ne pensa della suddivisione in padiglioni nazionali?
Ritengo che i padiglioni nazionali siano molto importanti come luoghi nei quali registrare e valutare nuovamente i paradigmi estetici creati all’interno di cornici regionali di matrice socio-politica e culturale.
Torniamo all’edificio di Schusev: quale sarà il dialogo con i lavori di Nakhova?
Irina ha prestato molta attenzione all’architettura di Schusev, partendo addirittura da un ritorno alla composizione cromatica originale, utilizzando tutti i lucernari dell’edificio e concependo un’installazione individuale per ogni stanza.
Visivamente, quale esperienza ci investirà?
Compiremo un viaggio meraviglioso attraverso le sensibilità e le teorie della storia dell’arte russa, tanto dell’avanguardia quanto dell’arte del dopoguerra, nonché del Modernismo e del Postmodernismo.
Quali sono le connessioni che legano il Padiglione russo con il tema del percorso di Enwezor?
E come potrebbe non essere connesso, se il tema principale su tutti i futuri del mondo proviene da un’eredità marxista che trova un ruolo nuovo nella contemporaneità? Dopotutto Nakhova rappresenta un Paese nel quale politica e cultura si sono sviluppate in parallelo sotto la prestazione del marxismo.
Potresti esprimere un augurio oppure formulare un pensiero, un invito che accompagni i visitatori al Padiglione russo della 56. Biennale di Venezia?
Vi aspetta un viaggio fuori dal normale attraverso un’eredità storica ed estetica, formale e teoretica; un itinerario nell’arte russa del XX secolo, nonché un suo collaudo nei confronti del mondo dell’arte di oggi.
Ginevra Bria
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pubblicato martedì 28 luglio 2015
Per tre giorni, 20, 21 e 22 luglio, Joan Jonas ha fatto una performance a Venezia nell’ambito della Biennale che ha dilatato l’idea di essere vivente. Ecco il racconto
di Fancesca Pasini
They come to us without a word con questo titolo Joan Jonas ha creato nel Padiglione Usa, una sequenza di disegni, proiezioni, oggetti in cui luce e trasparenza collegano una stanza all’altra. Al centro c’è la natura: le api che impollinano l’aria, i pesci che indicano la funzione vitale dell’acqua, i cavalli che ci riportano alla terra. Da questo bellissimo padiglione, Menzione Speciale della Giuria, appare un avvertimento “dolce”. La natura, il movimento, il suono, vivono al di là delle parole. Come se la “fisicità della vita” avesse tutto dentro di sé. Avverte di fare un passo indietro per trovare, nel dialogo tra natura e cultura, il modo per accogliere “chi ci viene incontro senza parole”, cioè le piante e gli animali. Leggo questo titolo anche come una metafora del dialogo tra uomini e donne, dove il silenzio potrebbe essere un sistema per capirci attraverso la “lettura della mente”, come dice Massimo Ammaniti, cioè tenendo conto dei gesti, dei colori che modificano le espressioni del volto, delle tonalità della voce, prima che diventino parole da scrivere e da leggere attraverso la grafia e gli alfabeti.
Nella performance che Joan Jonas ha fatto il 20, 21 e 22 luglio al Teatro Piccolo Arsenale a Venezia, They come to us without a word esplicita il legame tra umani e animali in relazione con la musica di Jason Moran, suonata al piano in scena, e con la bellissima canzone di Kate Fenner. L’altro elemento, già presente nelle proiezioni del Padiglione, è il dialogo con bambini e bambine di varie età (simbolo di fantasia non preordinata).
Nella performance, in relazione con le opere esposte in Biennale, quelle immagini, quelle atmosfere narrative e simboliche si dispongono in una tridimensionalità che accoglie lo spazio scenico e i presenti. Si apre con l’immagine di una strada sterrata, vuota affiancata da alberi. E poi, secondo la grammatica di Joan Jonas, si sovrappongono, si mescolano, si sdoppiano, disegni, immagini, lei stessa, bambini e studenti dello IUAV, dove ha tenuto un workshop durante il mese di luglio.
Foglie e piante si dilatano su tutto lo schermo fino ad assumere una curvatura, come se le vedessimo attraverso una lente. Il reticolo di un alveare, invaso da una luce rossastra, s’ingrandisce progressivamente fino a farci “entrare” in quelle celle. È un disegno meraviglioso, che ricorda la struttura infinita di segni che la natura contiene. A tratti un sipario trasparente è calato sulla proiezione e così l’ombra, l’evanescenza diventa “visibile”. La musica sostiene tutto il racconto e trova un punto nevralgico quando Joan Jonas esegue un assolo di campanelli e altri strumenti di scena. Tra lei e Jason Moran al pianoforte si crea un tutt’uno visivo, come se ci trovassimo di fronte a un inedito strumento. Ci sono momenti in cui il gioco di proiezione e di sovrapposizione del sipario crea una prospettiva teatrale esplicita. Appaiono i bambini tutti insieme che si muovono; un’installazione di coni bianchi che ci riporta al lavoro storico di Jonas.
La dimensione teatrale in cui è compreso l’assolo di Kate Fenner è intervallata in modo ritmico, da immagini di animali, tra i quali un grande pesce piatto, scuro che occupa tutto lo schermo, mentre cavalli, uccelli, pesci sono spesso inseriti in sfondi limpidi, rosati. Verso la fine c’è un passaggio che ci riporta all’avvertimento di tornare indietro, di rientrare nella natura che ognuno ha vicino, per sentirsi parte di un tutto. Sullo sfondo scorre la proiezione di un prato circondato da alberi con grandi chiome e davanti Joan Jonas (e la sua ombra) muove una specie di grande remo come se volesse navigare dentro la terra, senza distinguere, mare, fiumi, praterie, montagne. La terra, gli animali, il suono ci vengono incontro senza parole, attraverso segni e figure che ricordano la funzione magica e il primo soggetto della pittura, che come sappiamo furono proprio gli animali. Scrive Joan Jonas nel libretto di scena della performance: «Oggi guardiamo gli animali allo zoo, li vediamo nei giocattoli dei bambini, sentiamo le loro voci registrate; rimangono nella nostra immaginazione come sogni e storie».
Guardare le ombre, le evanescenze che avvengono tra le piante, seguire il volo delle api alla ricerca del polline, capire come comunicano. È questo che Joan Jonas suggerisce mentre “rema dentro la terra”. Le api sono in pericolo e questo fatto coinvolge la nostra stessa esistenza. L’arte ci avvisa che c’è un livello profondo che va vissuto perché “la vita è bella”, come appare in una cartolina proiettata, perché, come dichiara Joan Jonas in scena, “la fisicità della vita” è la nostra scommessa.
In qualche momento la partecipazione degli “attori”, distrae un po’ dal senso simbolico dell’alleanza dell’arte e della natura, che è il nodo di tutta la performance. Un tema che fa scattare una coincidenza espressiva tra Joan Jonas alla Biennale e Henri Rousseau a Palazzo Ducale.
È immediato vedere nel Doganiere un anticipo della fantasia dirompente che alberi, foglie di aloe, fiori producono in noi. Joan Jonas nelle sue proiezioni ci fa vedere che questa fantasia che è quello che ci rimane, rispetto alla distruzione progressiva dell’ambiente, mentre Rousseau la vedeva come il mezzo per sconfinare dal suo mondo. Così scrive nel 1910: «Non so se voi siete come me, ma quando entro in quelle serre e vedo quelle strane piante di paesi esotici, mi sembra di entrare in un sogno».
Joan Jonas avverte che la visione, la musica, il tempo naturale hanno la consistenza del sogno anche oggi. Non ci sono più terre esotiche, ma – come lei – ognuno deve munirsi di un remo per navigare nello spazio che collega l’origine del mondo con la nostra temporanea presenza. Comunicare con le immagini, profonde o passeggere, che attraversano le nostre esistenze. Senza parole. Perché le parole del vocabolario mediatico non servono.
Francesca Pasini
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