Carissime tutte, eccoci finalmente a darvi i dettagli del Convegno internazionale della Società italiana delle letterate Conflitti e rivoluzioni: scritture della complessità, che si terrà dal 13 al 15 novembre 2015 a Firenze e nel quale potremo tutte noi socie e amiche ritrovarci a ragionare sul tema in questione e festeggiare al tempo stesso i vent’anni della nostra associazione. Continua a legge all’interno della pagina.

Per raccontare al meglio la ricchezza della SIL abbiamo deciso di dare spazio al dibattito in tutte le sue forme, sia nelle sessioni plenarie che nei laboratori che avranno luogo il pomeriggio del venerdì e il sabato mattina, la cui articolazione bene rappresenta la varietà degli approcci critici della SIL.

Abbiamo allestito una pagina apposita del nostro sito dedicata al convegno. Vi invitiamo a leggere il testo di presentazione ma soprattutto a tenere d’occhio il programma in fase di definizione.

In particolare segnaliamo l’elenco dei laboratori/workshop completo di descrizione e dettagli – consultabile anche nel sito – ai quali potrete scegliere di partecipare contestualmente al modulo di iscrizione al convegno.
È possibile iscriversi da subito al Convegno e scegliere il laboratorio (uno soltanto, se come immaginiamo si svolgeranno in contemporanea) a cui si vuole partecipare. Ciascun laboratorio/workshop potrà accettare da un minimo di 5 a un max di 20 iscritte.
Contestualmente vi invitiamo a segnalare la vostra partecipazione alle coordinatrici dei laboratori che potranno così predisporre il lavoro comune, anche pubblicandolo sul sito SIL tra i materiali preparatori del convegno.

Qui di seguito uno specchietto sintetico delle proposte dei laboratori/workshop che ci sono pervenuti, con i nomi delle proponenti e le mail di riferimento:

– Paola Bono e Giorgina Pilozzi (pmbono@libero.it)
Non normale, non rassicurante. Laboratorio sul teatro di Caryl Churchill.

– Liana Borghi e Roberta Mazzanti (per il gruppo della SIL di Firenze) (liborg@cosmos.it)
Narrazioni non lineari: esplorazione di conflittualità e scansioni rivoluzionarie nella letteratura, le arti visive e altre forme di narrazione delle donne

– Gisella Modica e Federica Castelli (gisellamodica@alice.it)
Che genere di conflitto: scritture ed esperienze di donne tra spostamenti, ricomposizioni e rotture

– Chiara Cremaschi e Sara Filippelli (cribracchi@gmail.com)
Alba de Céspedes. Poesia e rivoluzione

– Valeria Lo Forte (valerialoforte@libero.it)
Annie Ernaux e “la scrittura come un coltello”

– Antonella Buonauro (antoniettabuonauro@gmail.com)
Conflitti globali, cinema e personagge. Le figure femminili nella rappresentazione filmica dei traumi collettivi contemporanei

– Maria Vittoria Tessitore e Nadia Setti (nadia.setti@neuf.fr)
Terra di Palestina

– Cristina Bracchi e Laura Fortini (cribracchi@gmail.com)
Dell’impresa di raccontare i lavori del vivere, per vivere

– Bia Sarasini (biasarasini@gmail.com)
Raccontare la politica, ovvero l’arte della guerra con altri mezzi

– Maria Inversi (marinversi@libero.it)
La cecità

– Lisa Marchi, Cristiana Pagliarusco, Giovanna Covi, Francesca Berguecio (giovanna.covi@unitn.it)
E se…? Rivoluzioni poetiche imperfette, relazioni meravigliose, sguardi ironici, trasgressioni dissonanti

In questa occasione che ci vede impegnate nell’organizzazione delle giornate fiorentine, con un fitto programma di incontri, proiezioni, appuntamenti e scambi in presenza, abbiamo deciso di sperimentare la piattaforma di produzionidalbasso.com e inaugurare la pratica del crowdfunding. Vi chiediamo di aderire alla raccolta fondi e di farla circolare il più possibile; perché ci consentirà di sostenere le giovani donne e/o studenti che intendano iscriversi e partecipare al convegno, e coprire alcune spese legate all’organizzazione. In seguito alla vostra libera donazione, riceverete il ringraziamento ufficiale da parte nostra che vi nomineremo nel nostro sito e nei pieghevoli. Fermo restando che la donazione è e rimane libera, chi donerà potrà ritirare un omaggio presso la segreteria del convegno.

Per ulteriori informazioni potete contattarci alla mail convegnosil2015@gmail.com pregandovi di inserire nell’oggetto la specifica richiesta (es. workshop, logistica etc).

Un affettuoso e caloroso (mai così veritiero date le calure di questi giorni) saluto insieme a un augurio di una buona estate

Il direttivo SIL
Giuliana Misserville, Floriana Coppola, Antonella De Vito, Laura Fortini, Serena Guarracino, Gisella Modica, Alessandra Pigliaru

Grande Seminario di Diotima 2015

 

Umanità dissestata

La scommessa femminista oggi

 

Sperimentiamo un pieno di idee e di iniziative e di interpretazioni della realtà che più che aiutare oggi ci confondono. Al medesimo tempo l’ideologia neoliberale suggerisce una libertà individuale di decidere, di progettarci, di costruirci e costruire soggettivamente; ci sottrae però la possibilità di contrattare le linee generali dei movimenti di realtà più ampi. Così possiamo dire che viviamo troppo di tutto, ma che è il senso della vita a scarseggiare.

Con l’espressione Umanità dissestata sappiamo di alludere a più cose. C’è il riferimento a una vita profondamente scossa, per cui abbiamo difficoltà a compiere scelte che siano guidate da un senso condiviso, in quanto molti riferimenti che ci potrebbero aiutare non ci sono, o sono vecchi, non più adeguati. Continuiamo ad agire, ma per forza di cose un po’ a caso.

Anche gli effetti della globalizzazione creano dissesto ponendoci a contatto con donne e uomini provenienti da realtà diversissime radicate in culture, linguaggi, costumi altri. Si può lasciare andare tutto, sapendo che diverremo anche noi “altri” a noi stessi. Tale dissesto è inarrestabile. Cosa diverremo?

Umanità dissestata allude anche al fatto che comunque una civiltà è sempre nata da differenze che squilibrano, trasformano, non è mai sorta dalla difesa dell’antico, dalla ricerca di armonizzazione a tutti i costi. L’armonia statica è una rappresentazione mortifera della realtà e chi la persegue lo ha sempre fatto tagliando via ciò che è eccentrico, vitale, non accetto.

Il femminismo non ha mai teso a una differenza sessuale armonizzante in cui si desideri fare Uno. Anzi, ha saputo giocare nello scarto tra l’uno e il due, nello scarto tra ricerca di sé e apertura all’altro, facendo leva sulle asimmetrie simboliche, non pacificanti, sul dissesto, sullo sconquasso come pertugio per cui può avvenire altro. È così che ha saputo tracciare nuove vie.

Il femminismo è come un serpente che muta pelle, si trasforma, nella ostinazione a creare e portare a maturazione gli squilibri, perché lì c’è emergenza di reale. È per questo che risulta vero quel che Françoise Collin ha scritto del femminismo, cioè che non ci sono politiche che possano esaurirne la scommessa. Il femminismo non viene realizzato da politiche definite, progetti a breve o lungo termine. Ne è eccedente. Allo stesso tempo la scommessa femminista non può fare a meno della politica.

Il seminario invita a pensare a partire da questo ostinato rilancio tra ciò che vediamo della realtà e quel che ne è ruminazione profonda.

 

Il seminario inizierà venerdì 2 ottobre 2015 dalle ore 17,20 fino alle 19,20 e proseguirà per i successivi venerdì fino al 6 novembre sempre con lo stesso orario con il seguente calendario:

 

Venerdì 2 ottobre – Lucia Bertell e Chiara Zamboni

Tu che ti nascondi dentro tutti i nomi.

 

Venerdì 9 ottobre – Federica Giardini

Uno strumento per leggere la tempesta. Immanenza e trascendenza a partire dal femminismo.

 

Venerdì 16 ottobre – Annarosa Buttarelli

Femminismo radicale.

 

Venerdì 23 ottobre – Alessandra Allegrini e Luisa Muraro

Vita senza esseri umani, tecnoscienza senza differenza.

 

Venerdì 30 ottobre – Marialivia Alga e Sara Bigardi

A chi devo la donna che sono diventata. Contraddizioni ed eccedenza.

 

Venerdì 6 novembre – Antonietta Potente

Ricostruire senza fondi: misticopolitica della creatività femminista.

 

I seminari si terranno in aula T1, al piano terra del Polo Zanotto, del palazzo di Lettere e Filosofia, via San Francesco 22, Verona. Il seminario vale come crediti F per il corso di laurea di Filosofia.

di E. C.

 

Questa indagine sulle donne che vivono da sole illumina una condizione tanto diffusa quanto poco conosciuta e raccontata. La presentazione dei risultati della ricerca, svolta secondo i criteri della sociologia, è preceduta da un’ampia parte di analisi su dimensioni e cause dell’aumento di famiglie formate da una sola persona, fenomeno in crescita in tutto il mondo e non solo nei paesi occidentali, come spiega l’autrice: negli Stati Uniti «le famiglie composte da una sola persona rappresentano ormai la più diffusa forma di organizzazione sociale, ben più comune della famiglia nucleare e della famiglia stessa», mentre in Giappone, Cina, India e Brasile la crescita del fenomeno appare «vertiginosa». Una metamorfosi alla quale linguaggio e immaginario non hanno ancora avuto tempo di adeguarsi, tanto che un capitolo del libro è dedicato ad approfondire il disallineamento culturale e politico tra la realtà e la sua rappresentazione.

Sono milanesi, italiane native e hanno già compiuto 45 anni le 250 donne che hanno risposto al questionario diffuso da Graziella Civenti con l’intento principale di «comprendere quali siano le risorse relazionali a cui il campione di donne intervistate può fare riferimento nella quotidianità e quale tipo di sostegno queste siano in grado di garantire».

Milano offre un osservatorio privilegiato perché qui, come in tutte le aree urbane, si anticipano modelli di

comportamento, e perché i mutamenti demografici avvenuti negli ultimi decenni si esprimono con evidenza qui più che in altre città italiane. A Milano il 52% dei nuclei familiari è costituito da una sola persona, la media italiana è del 31% (dato del 2011). A Milano ci si sposa meno e più tardi, si formano più frequentemente nuove coppie e più che altrove con partner stranieri, le unioni civili sono addirittura il doppio del valore nazionale e così le nascite fuori dal matrimonio e la natalità di coppie in cui la mamma o il papà è straniero.

Perché solo donne? È proprio nel mutamento della condizione femminile che si trova il motore delle trasformazioni della famiglia italiana negli ultimi 60 anni. Non a caso l’autrice si è trovata di fronte a due generazioni diverse, quella indicativamente tra i 45 e i 65 anni e quella che ne ha più di 65, con la differente collocazione generazionale rispetto allo spartiacque degli anni Settanta, in cui si è manifestata la crisi dei modelli familiari tradizionali.

Crisi e rinnovamento delle strutture sociali tradizionali che hanno portato allo scenario attuale, in cui ancora e sempre domina la “matrimoniomania” a dispetto del fatto che il matrimonio o la convivenza di lunga durata sia un evento sempre più raro. Forme di convivenza alternative alla coppia non si sono diffuse, almeno per ora. E così molte, moltissime donne si trovano a fare i conti con vantaggi e svantaggi della condizione di single, termine generico e impreciso per dire di una grande varietà di casi: la vedova, la divorziata, la nubile, chi ha un o una amante che vive altrove, chi non ne ha e non ne vuole, chi è madre e chi non lo è. L’autrice si muove attraverso le loro parole e nel costruire percorsi di senso attinge sia dalla sociologia che dalla letteratura.

Scopriamo così le molte facce del vivere sola. Tra queste, certo, la dimensione della solitudine, nella sua doppia valenza di pieno e vuoto, di gratificazione e di disagio. La dimensione dell’intimità, goduta o perduta. La dimensione della disponibilità, di sé a sé, a progetti, a una molteplicità di relazioni. E la dimensione del bisogno, che apre sul grande e dolente nodo del welfare: come dovrebbe cambiare la cura della non-autosufficienza nel nuovo e sconosciuto mondo della singolitudine? Come, e se, si sta muovendo la politica? Quali possibili soluzioni concrete?

Una casa tutta per sé. Indagine sulle donne che vivono da sole di Graziella Civenti, ed. Franco Angeli, 2015, 205p.; 26 euro.

(unionefemminile.it; 18 settembre 2015)

di Elena Tebano
C’è una fantasma che si aggira per l’Italia ed è quello della «teoria (o ideologia) di gender». Come succede con i fantasmi, si vedono anche se non ci sono, e così ieri il ministro dell’Istruzione ha dovuto ricordare con un’apposita circolare che nella riforma scolastica del governo Renzi non ve n’è traccia. Trovarcela in effetti sarebbe stato difficile, perché è solo un’invenzione retorica, un idolo polemico pieno di niente.«Non esiste una teoria di gender», scriveva già nel 2014 in una lettera aperta al ministro dell’Istruzione la Società delle Storiche, che si era sentita chiamata in causa perché è la più importante associazione in Italia che si occupa di studi di genere. E spiegava che i «gender studies» (gender in inglese vuol dire genere) sono solo «uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità e articolazione» e cioè una categoria storiografica per indagare le differenze dei ruoli e delle caratteristiche attribuite a uomini e donne nelle epoche della storia.

A creare la «teoria di gender» di cui si parla oggi nel dibattito politico sono stati i suoi oppositori, che la usano come spauracchio — un fantasma appunto. «Teoria del gender vuol dire che i vostri figli saranno istigati all’omosessualità, che saranno invitati alla masturbazione precoce fin dalla culla, che potrebbero essere obbligati ad assistere a proiezioni di filmati pornografici, fino ad arrivare a correre il rischio di sentirsi obbligati ad avere rapporti carnali con bambini dello stesso sesso», si legge in un appello che da mesi viene diffuso via Internet tra i genitori degli scolari italiani per invitarli a opporsi alle lezioni contro stereotipi e discriminazioni previste dal cosiddetto «piano formativo di istituto» (con incluso un modulo da firmare e consegnare all’amministrazione scolastica). Chi sostiene l’esistenza della «teoria di gender», infatti, è contrario al progetto — questo sì contenuto nella riforma della scuola — che mira a prevenire la violenza sulle donne e il bullismo omofobico attraverso l’educazione alla parità di genere (l’eguaglianza tra uomini e donne) e al rispetto delle persone gay e lesbiche. Il termine, inoltre, è stato usato negli ultimi tre anni dai gruppi organizzati (come Manif pour tous, nato in Francia ai tempi dell’estensione delle nozze alle coppie dello stesso sesso e poi «importato» in Italia) per contrastare prima la legge contro i reati di omofobia e poi quella sulle unioni civili. Un tempo si accusavano gli omosessuali di essere contro natura, oggi si accusa la cosiddetta «teoria di gender» di «porre in discussione le caratteristiche innate del maschile e del femminile universalmente riconosciute, fino a indurre un indifferentismo sessuale» (da una lettera del comitato «Difendiamo i nostri figli»).

(Corriere della Sera, 17 settembre 2015)

Il potere è rifiutato, in quanto slegato dai corpi, dai bisogni, dalle esperienze e luogo di alienazione delle soggettività e, con esso, viene rifiutata l’idea di un’uguaglianza tra i sessi

di Federica Castelli

Le lotte e le esperienze portate avanti dalle donne del movimento femminista sperimentano pienamente le caratteristiche del gesto di rivolta: fuori dal dispositivo simbolico della Sovranità, della cittadinanza e dell’istituzione della rappresentanza, il femminismo offre l’occasione per poter pensare quanto finora elaborato solo a livello teorico nel suo intreccio con l’esperienza. Va anche detto che i tumulti che popolano gli scenari politici attuali sperimentano pratiche e forme di lotta a cui il taglio femminista ha dato spazio, elementi di rottura e innovazione a cui le donne hanno dato corpo e voce: il partire da sé, dove il soggetto è inteso come corpo, esperienza, vissuto, relazioni, e lo spostamento rispetto al piano della presa del potere a vantaggio della costruzione di orizzonti simbolici e di pratiche alternativi.

 

Pubblichiamo un estratto da Corpi in rivolta (Mimesis, 2015)

 

Negli anni Settanta, numerose pratiche e riflessioni di donne hanno portato ad esperienze e a contesti in cui la contraddizione crescente tra rivolta e spirito di rivoluzione, ingabbiato nelle maglie della logica sovrana, del potere, e dei suoi corollari violenti, apodittici e ideologici, è divenuta oggetto di discussione e spostamento, inaugurando una vera e propria rivolta sessuata al cuore del concetto di rivoluzione. Gli scritti di Rivolta Femminile e le riflessioni di Carla Lonzi, così come tutta l’esperienza del femminismo in Italia, sono elementi essenziali ai fini di una esaustiva comprensione della rivolta nel suo esser altro dalla rivoluzione e dalle logiche del potere sovrano. Le pratiche di rivolta sessuata portate avanti dalle donne durante il femminismo degli anni ’70 portano alla rottura con un’intera tradizione simbolica di potere, sia fuoriuscendo dalla logica dell’Uno a garanzia del corpo politico, aprendo alla differenza e alla molteplicità, sia sottraendosi al procedimento dialettico che incastra il processo rivoluzionario nelle pesanti contraddizioni che abbiamo visto.

Il fatto che nella tradizione occidentale il femminile sia stato l’escluso del discorso, normato e riammesso nello pseudo-concetto di neutralità universale, offre l’occasione di uno spostamento: da sempre esclusa dalla narrazione del patto sociale, l’esperienza politica delle donne diviene il luogo per poter pensare la rivolta fuoriuscendo, attraverso il rifiuto delle pratiche politiche tradizionali e neutralizzanti, dalle contraddizioni che inficiano l’atto rivoluzionario. L’irruzione della donna scompagina il discorso del potere e sposta i termini del conflitto altrove, in altre pratiche, in altre narrazioni, che nascono dal sé e dalla politica delle relazioni, dell’agire di concerto e dello spazio politico condiviso, anche quando è conflittuale. Il femminismo, soprattutto quello italiano, ha rimesso in discussione i termini del simbolico politico tradizionale nel suo porsi rivoluzionario e violento, in un gesto di schivata che ricorda quello di Pentesilea, regina delle Amazzoni, figlia di Ares, che spostandosi rispetto al piano della violenza maschile e della mera riproposizione di un modello di scontro politico frontale, non obbedisce agli ordini di Priamo e ripensa la forza e il conflitto a partire dal proprio essere donna, inaugurando così un nuovo modo di porre lo scontro. Fuoriuscendo dalla logica dello scontro binario, che sembra contraddistinguere il Politico fin dalle sue origini, le donne, come Pentesilea, si sottraggono all’opposizione frontale con il potere; aprono nuovi spazi e nuove pratiche percorrendo i bordi del discorso sovrano; si muovono sui confini, in posizione decentrata, lontane dal rischio di lasciarsi assorbire dalle istituzioni costituite. Come Pentesilea, le donne del femminismo hanno dislocato i termini del conflitto, rompendo tutti i codici dello scontro frontale tradizionale che caratterizza la logica dicotomica della rivoluzione come scontro fra poteri. Fuori dalla logica del potere, della sovranità statuale, il femminismo intacca anche le regole della lotta contro il potere già costituito.

 

Il posizionamento sessuato apre alle donne la possibilità di fuoriuscire dai canali tradizionali della presa di parola in politica, che prevede per le donne l’emancipazione come declinazione di un canone neutro (maschile), che sommerge il differenziale di esperienza, sapere e pensiero che la differenza sessuale porta sulla scena. Il potere è rifiutato, in quanto slegato dai corpi, dai bisogni, dalle esperienze e luogo di alienazione delle soggettività e, con esso, viene rifiutata l’idea di un’uguaglianza tra i sessi. Il Politico, si è visto, esclude e reintegra il femminile normandolo secondo dei canoni già dati, corrispondenti ad una autorappresentazione del corpo politico come spazio neutro e omogeneo, razionale e non conflittuale. Tale narrazione chiude il femminile nel già detto, nel già previsto della politica, ed è funzionale alle gerarchie e alle tassonomie sociali su cui la società si struttura. In un contesto simile la presa di parola delle donne, lungi dall’essere momento di maggiore libertà, non fa che rafforzare la realtà preesistente. L’ideologia dell’uguaglianza è rifiutata e smascherata nei suoi esiti omologanti, violenti, politicamente improduttivi. Fare vuoto, operare tagli, discontinuità e reiterate rotture: ciò che distingue le donne degli anni Settanta dal femminismo dell’emancipazione e dei diritti è proprio il togliersi da una posizione già attribuita, sottraendosi a valori e misure eteronomi partendo da sé, dal proprio corpo, dalla propria esperienza, per elaborare una pratica politica radicata nelle vite e che tiene conto della differenza sessuale.

Una politica che è radicalmente altro rispetto al potere che invece, crescendo ed espandendosi, tende a sradicarsi dai corpi, passando sopra le singolarità e le differenze, imponendo il proprio registro narrativo e la sua nuda logica. Contro tale unificazione, il femminismo pensa la pluralità dei poteri e delle pratiche del partire da sé. Il femminismo opera questi spostamenti giocando sulla propria asimmetria rispetto al Politico. Non vi è scontro con il potere, dal momento che non vi è confronto. Il femminismo non si pone come alternativa politica antagonista al sistema già dato, ma come ordine altro rispetto al simbolico politico tradizionale. Le logiche della Sovranità vengono messe in discussione alla radice e con esse l’idea che personale e politico, pubblico e privato siano distinzioni di riferimento; esse sono invece distinzioni eteronome e imposte dalla forza di legge, che producono legge a loro volta.

 

La differenza sessuale è un posizionamento qualitativo non rappresentabile attraverso i modi classici della democrazia

 

Per le donne del movimento femminista dire che il personale è politico non significa ridurre tutto al discorso politico, né che tutto è politica; significa, però, che ogni aspetto dell’esistenza può diventarlo. La divisione classica tra pubblico e privato non aderisce all’effettiva esperienza che una donna fa della realtà, in cui cultura, relazioni, lavoro, tutto è intriso di politicità ed è stato politicamente normato. Il corpo sessuato viene riportato nella polis, rendendo l’esperienza del femminismo inedita rispetto a tutte le rivoluzioni precedenti. Legato alle soggettività incarnate, il femminismo porta sulla scena il senso politico del corpo, sia come luogo di potere – poiché da sempre il corpo femminile è stato il luogo di applicazione di tassonomie e dispositivi di potere – sia come punto di leva per scardinare le logiche di potere astratte, ideologiche e fallologocentriche nelle loro accezioni più pervasive.

Cade l’idea che la politica si riduca esclusivamente a ciò che avviene all’interno e per mezzo delle istituzioni e viene meno l’idea della necessità di una rappresentanza femminile: le donne, infatti, non sono un gruppo sociale omogeneo e compatto come altre realtà socialmente oppresse; le donne hanno posizionamenti differenti, progetti individuali e collettivi diversi, laddove non dichiaratamente in contrasto. La differenza sessuale è un posizionamento qualitativo non rappresentabile attraverso i modi classici della democrazia, quantitativi, numerici. La politica delle donne è una politica che si costruisce nelle pratiche di ogni donna assieme alle altre donne, giorno per giorno; non può darsi una volta per tutte. Per questo, il femminismo non può cristallizzarsi in idee, punti, ideologie già date.

 

Rifiuto di chiudersi in un organismo e di sottomettersi ad un linguaggio unico; impianto antiautoritario, libertario, incentrato sul corpo, sull’esperienza di ogni singola: chiudersi in forme organizzative tradizionali è impossibile. Anziché formalizzarsi in un’organizzazione data, con richieste e obiettivi specifici, la politica sessuata si basa su pratiche radicate nella concretezza dei soggetti. La rivolta femminista è dunque un movimento che si pone sul piano del simbolico e delle pratiche di vita che a questo si legano.

Il continuo radicamento a sé e al pensiero dell’esperienza rende il movimento femminista più radicale rispetto al movimento antiautoritario del 1968, cui pure si avvicina per alcuni punti, come la lotta per la partecipazione e la democrazia diretta e il rifiuto della delega politica. Alcuni dei primi gruppi femministi nascono in Italia proprio nel contesto delle occupazioni e del movimento studentesco che però, per quanto antiautoritario e in lotta contro lo sfruttamento e l’alienazione, misconosce la forma prima e più antica di ogni rapporto di potere, quella dell’uomo sulla donna, e non tiene in considerazione l’alienazione profonda che il dispositivo di identificazione di donna, corporeità, funzione riproduttiva e oíkos – di contro all’associazione uomo-razionalità-libertà-politica – mette in atto. La rottura portata avanti dal femminismo in Italia durante gli anni Settanta, non solo pone il rifiuto del potere costituito e delle istituzioni governative tradizionali ma, scagliandosi contro l’intero simbolico politico neutralizzante e patriarcale, entra in collisione con gli stessi gruppi politici rivoluzionari.

Nell’iniziale slancio antiautoritario del movimento studentesco le donne sanno intuire gli esiti più burocraticizzati e alienanti della settarizzazione che aspetta il movimento: la nascita dei partiti marxisti-leninisti e la riproduzione all’interno dell’organizzazione degli stessi meccanismi di dominio e passività, così come la ricerca di un leader, che riconducono ai vecchi schemi e ai vecchi giochi di potere. Ponendosi come soggetti radicati, incarnati e legati alle pratiche di relazione politica, le donne entrano in netto ed immediato contrasto con la logica dell’organizzazione partitica e movimentista tradizionale e si pongono in rotta di collisione con l’idea stessa di rivoluzione; in virtù delle loro pratiche e del loro posizionamento, esprimono una forte critica al “rivoluzionario” a partire dal suo stesso bagaglio teorico e ideologico.

 

La logica rivoluzionaria, incentrata sulla dialettica servo-padrone, è per le donne muta ed alienante Le donne rifiutano la rivoluzione ipotetica del marxismo, che le ha vendute e sacrificate al domani, riconoscendo come ogni rivoluzione popolare, in cui la donna combatte a fianco degli uomini, si concluda infine con una messa da parte delle donne e un ripristino camuffato delle vecchie gerarchie e tassonomie sociali. «Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?». Il movimento femminista denuncia le contraddizioni che l’azione rivoluzionaria porta con sé. La lotta di classe esclude la donna, come molte altre teorie rivoluzionarie che, mirando alla presa di potere, non possono agire sul piano della liberazione delle donne.

L’ombra in cui le donne vengono relegate dalla rivoluzione non segna semplicemente un limite che rende mute e inefficaci le politiche dei partiti e i processi rivoluzionari tradizionali, ma riflette una più generale inadeguatezza della politica istituzionale nei confronti della complessità dell’esperienza. Il femminismo mantiene la radicalità dell’asimmetria tra i sessi, rifiutando il neutro e la sintesi dialettica; mantiene la centralità dell’esperienza e il partire da sé contro la stessa militanza, che in linea con il politico tradizionale, sposta il proprio oggetto fuori di sé, su un soggetto a venire, un’idea da inverare. Viene messa in discussione la tensione progettuale del rivoluzionario che, spostando in un lontano futuro gli esiti del proprio agire, finisce per schiacciare i corpi e le esistenze che ne abitano il presente. Non vi è un fine dato verso cui orientarsi, né un un futuro in virtù del quale sacrificarsi: vi sono i corpi, di ognuna, di ognuno, e le relazioni politiche che costruiscono alleanze, conflitti, orizzonte politico.

 

La politica è creare un senso nuovo della realtà

 

Occorre premunirsi contro le derive ideologiche, rifiutando il cristallizzarsi di pratiche, le personalità di riferimento, così come l’idea di una identità collettiva. Le donne del femminismo rifiutano la solidarietà ideologica per preservare come distinta ogni singola coscienza e si sottraggono al ricatto implicito alla pretesa di unità, che mitizza anziché demitizzare. Si cerca l’autenticità del gesto di rivolta, del taglio e della cesura, senza sacrificio all’organizzazione e all’Idea. Così, il femminismo intraprende un percorso di liberazione senza modalità fisse che viene definito dalle stesse donne come non scontato, non uniforme, non edificante, non rivoluzionario.

Quello che viene messo in campo nel “tra donne” del femminismo, è qualcosa che va oltre e non rappresenta la versione “di genere” della dialettica rivoluzionaria, piuttosto il suo scompaginamento. Rifiutando la scissione tra mezzi e fini, il femminismo si centra sulle pratiche e sulle relazioni politiche, allontanandosi in modo netto dalle contraddizioni che la dialettica rivoluzionaria incontra sul proprio cammino.

La politica è creare un senso nuovo della realtà, creazione di simbolico: lontano dai modi tradizionali della mobilitazione generale e dell’assemblea, il femminismo pone al centro il soggetto incarnato, colto nel suo essere innanzi tutto sessuato, complicando così col desiderio la pretesa di razionalità che il Politico da sempre si attribuisce. In questo spostamento radicale, uno dei momenti fondamentali è stato quello della pratica separatista: sottraendosi all’idea di un rapporto dialettico tra i sessi, rifiutata rivendicando un altro piano di pensiero e di esperienza, si è creato uno spazio politico e di relazione tra donne, in base alla necessità di ripensare e regolare i propri rapporti in assenza del maschile e della tradizione che esso porta con sé, elaborando delle mediazioni femminili che il sistema dei rapporti sociali tradizionale non dispone.

 

La parola, legata ai corpi e alle esperienze diviene pilastro di quel movimento che caratterizza la pratica politica delle donne

 

La pratica del separatismo femminista, non porta con sé l’idea di una spartizione del mondo, di un’incomunicabilità tra i sessi o una chiusura del femminismo ai rapporti con gli uomini. L’idea di parzialità, infatti, richiama quella della complementarietà, che il femminismo rifiuta. Il separatismo fu per le donne l’occasione di una messa a tema della propria libertà, facendo leva sulle contraddizioni della società, che ognuna viveva in sé senza che ne fosse nominata la valenza politica Contro la politica dell’organizzazione e del proselitismo, le donne avviano la pratica delle riunioni in piccoli gruppi. Il gruppo di autocoscienza diviene l’unità di misura elementare, in cui le donne possono operare una centratura sulla propria esperienza e sulle contraddizioni che vivono individualmente e collettivamente all’interno della società. Punto di partenza: la consapevolezza che la mancanza di comunicazione tra donne nel contesto contemporaneo non è imputabile a difficoltà personali nell’interazione con l’altra, ma ha una radice culturale nei modelli eteronomi che da sempre gravano sulla soggettività femminile.

La parola, legata ai corpi, alle esperienze e alla materialità delle esistenze in gioco, diviene pilastro di quel movimento tra dentro e fuori, interiorità e mondanità che caratterizza la pratica politica delle donne. Partire da sé non è raccontare un vissuto, ma definirsi in un contesto; così l’autocoscienza non è un ripiegarsi su se stesse, sulla propria esperienza individuale o di piccolo gruppo, ma è un movimento ininterrotto che porta ognuna a partire da sé per poi separarsene e andare altrove. Non conduce a nessuna verità ultima, univoca, apodittica; la verità del partire da sé nasce dalla contingenza e ad essa si lega, mostrandola in modo sapiente e consapevole. Il femminismo porta avanti in modo sessuato quel taglio radicale che la rivolta disegna, marcando decisamente la propria distanza dall’esperienza rivoluzionaria e dalle sue contraddizioni e ambivalenze. È pura esperienza dello slancio di rivolta che non paga il prezzo dell’immissione nel percorso storico e si mantiene fuori dalla logica del potere, delle istituzioni, del partito e dell’Idea, senza per questo perdersi nel dissipamento delle forze e del desiderio.

Questo è possibile grazie allo spostamento rispetto al simbolico politico tradizionale e alla centratura sulle pratiche relazionali in cui la soggettività è mantenuta viva, radicata al proprio essere, alla propria esperienza, in relazioni politiche radicate e vissute. Autenticità, condizioni materiali e personali, produzione delle condizioni della propria esperienza sono il modo in cui le donne del femminismo allontanano l’ideologia, la gerarchia, la sclerotizzazione dell’organizzazione.

 

(www.che-fare.com, 16/09/2015)

Festivaletteratura di Mantova. Jana Simon, nipote di Christa Wolf e oggi brillante giornalista, presenta il suo libro nato dalle conversazioni, ad alta densità politica e letteraria, con i suoi due nonni molto speciali

 

di Alessandra Pigliaru

 

«Cara Jana, questo regalo di Natale è forse un po’ egoista. Ma penso che tu sia (quasi) cresciuta e da tempo avresti dovuto prendere confidenza con la mia scrittura». È il 1988 e una ragazzina di sedici anni riceve in dono undici volumi, tra romanzi e rac­conti. Insieme al diso­rien­ta­mento provato all’epoca per la mole delle letture che la attendevano, in quel sug­ge­ri­mento severo e affettuoso vi era il pri­vi­le­gio di avere una nonna d’eccezione: Christa Wolf.

Jana Simon oggi è una giornalista brillante, col­la­bora dal 2004 con il settimanale Die Zeit, è autrice di numerose inchie­ste, repor­tage e inter­vi­ste, scrive libri ma, soprattutto, in questi anni non ha mai smesso di stare in rela­zione con Christa e Gerhard Wolf.

Un legame cer­ta­mente faci­li­tato da ragioni familiari ma anche dal costante scambio tra loro. «Lei e mio nonno hanno sempre seguito la mia for­ma­zione, abbiamo discusso molto di poli­tica, let­te­ra­tura, scrittura. Mi manca ancora oggi soprattutto il dialogo con lei».

Quest’anno c’è anche Jana Simon al Festi­va­let­te­ra­tura di Mantova, partecipa al focus dedicato a Christa Wolf. Pensato da Annarosa Buttarelli con la pre­senza fon­da­men­tale di Anita Raja, tra­dut­trice ita­liana e amica di Wolf, Anna Chiarloni, tra le mas­sime auto­rità ita­liane in ger­ma­ni­stica, e e letture dell’attrice Anna Bonaiuto. L’occasione è for­nita da due recenti tra­du­zioni inedite della scrit­trice tede­sca, Parla, così ti vediamo (recensito su questo giornale il 25/3/2015) ed Epi­taf­fio per i vivi. La fuga (recen­sito il 30/04/2015), entrambe edite da e/o.

Quando Jana Simon si rende conto di non avere stru­menti adeguati per codi­fi­care lo stra­vol­gi­mento poli­tico e culturale che, alla fine degli anni Ottanta, inve­ste la Ger­ma­nia, comincia dun­que a riflet­tere sull’importanza di domandare a chi, per scelte let­te­ra­rie ma soprattutto politi­che, quel tumulto prima e quel pas­sag­gio sto­rico poi, ha avuto il coraggio di metterlo in parola. Così, ulti­mati gli studi tra Lon­dra e Ber­lino, dal 1998 – men­tre già lavo­rava presso la reda­zione del quo­ti­diano Tagesspiegel – comin­cia a incon­trare siste­ma­ti­ca­mente Christa e Gerhard Wolf. Ini­ziano dieci anni den­sis­simi, colmi di col­lo­qui su temi tra i più diversi, dall’amicizia all’amore, dal nazio­nal­so­cia­li­smo alla vita nella Ddr e nella Ger­ma­nia dopo la caduta del Muro.

È in que­sto modo che prende forma il volume Sei dennoch unverzagt (Ullstein, 2013), in cui Jana Simon ha rac­colto e ordinato cinque lunghe con­ver­sa­zioni intrattenute con i nonni dal 1998 al 2012. Le prime quat­tro fino al mag­gio del 2008 e l’ultima nel 2012 – quindi solo con Gerhard Wolf, un anno dopo la morte della sua ado­rata moglie.

 

Il titolo scelto è un verso del poeta tede­sco Paul Fleming che non a caso esorta a rima­nere impa­vidi. «Sono stati molti i momenti in cui hanno dimo­strato auda­cia e coraggio», sot­to­li­nea Jana Simon che risponde a qual­che nostra domanda. «Per esem­pio penso all’undicesimo Plenum del comi­tato cen­trale della Sed nel dicem­bre 1965. In quell’occasione, che viene ricor­data come il Plenum-del-Disboscamento, mia nonna è stata l’unica a intervenire con forza con­tro la linea ostile verso l’arte pro­po­sta dall’apparato buro­cra­tico del par­tito. Per lei era irri­ce­vi­bile la messa al bando di film e del lavoro di molto scrit­tori e intellettuali».

Nel frat­tempo i libri della nonna li aveva letti tutti, certo, ma senza cono­scerne pro­fon­da­mente i con­flitti, le lotte, ciò che aveva con­trad­di­stinto l’esistenza di chi l’aveva pre­ce­duta. In quel momento Jana Simon, ven­ti­seienne, ha pen­sato che se un giorno avesse avuto un figlio avrebbe desi­de­rato par­lar­gli della pro­pria pro­ve­nienza.

I temi trattati nel volume Sei dennoch unverzagt sono molti, alcuni più controversi di altri. Cominciano dall’infanzia sotto la guerra, la vita di un tempo scuro e inizialmente indecifrabile, «sicu­ra­mente tutto ciò non è stato vano. Come non può essere vano affinare contemporaneamente lo sguardo su ciò che chiamiamo presente».

È tuttavia il ruolo della politica che innerva tutte le con­ver­sa­zioni. La vita nella Ddr, l’ingresso nel par­tito comu­ni­sta, l’entusiasmo di sentirsi parte di un progetto anti-fascista e di giustizia sociale.

Poli­tica, amore e sodalizi irri­pe­ti­bili, così come l’incontro tra Christa e Gerhard Wolf, poco più che ventenni, la prima gra­vi­danza e la nascita nel 1952 della prima figlia Annette, madre di Jana. Sembra quasi di sentirla ancora quella irrequietudine anche se a rife­rirne sono due set­tan­tenni che a Woserin in un pomeriggio asso­lato rian­no­dano i fili di un’unione spe­ciale per rac­con­tarli alla propria nipote.

È la seconda con­ver­sa­zione, seguita da una lunga pausa. Solo nel 2008 si sono svolti e inten­si­fi­cati gli ulteriori col­lo­qui, tutti docu­menti storico-politici che percorrono l’arco di più di quarant’anni di storia tedesca ed europea.

La gene­ra­zione di cui fa parte Simon è stata definita da Christa e Gerhard «non politica». È lei stessa ad ammetterlo. «Credo che per un lungo periodo di tempo questo sia stato vero nel senso della man­canza di atti­vi­smo come lo hanno sem­pre inter­pre­tato loro, in questa totale aderenza tra vita, affetti, scelte cul­tu­rali e poli­ti­che. Anche su que­sto aspetto però mi hanno insegnato molto: lo sce­na­rio attuale è talmente com­plesso e ingar­bu­gliato che non si può non avere uno sguardo politico, bisogna cercare di capire. E agire. Ora ho una bambina di sette anni, Nora. Questo libro l’ho imma­gi­nato anche per lei».

di Alberto Leiss

Sto sperimentando una mia piccola personale mutazione antropologica. Mi sono fatto ricrescere la barba. L’avevo da giovane. È molto simile a quella del coetaneo Jeremy Corbyn. Mentirei se dicessi che la sua vittoria nel Labour non mi ha fatto piacere. Solidarietà generazionale, empatia politica? Perchè no. Basta con le rottamazioni, con la sinistra blairiana che si butta al centro e a destra. Che fa la guerra e amoreggia col capitale finanziario!
Certo, un po’ preoccupa l’idea che si possano risolvere le complesse contraddizioni del presente tornando al dogma della proprietà pubblica dei mezzi di produzione… Ecco riapparire il fantasma di una barba di ben diverso calibro e potenza significante: quella del dottor Karl Marx.
In realtà le cose dette da Corbyn dopo la vittoria (la Repubblica ha riportato un suo articolo sull’Observer) sono piene di propositi ragionevoli per un “nuovo tipo di politica: più educata, più rispettosa, ma anche più coraggiosa “. Difende i diritti dei sindacati e dei lavoratori, è per la pace e il disarmo, per l’accoglienza dei profughi ( i valori della “solidarietà e dell’internazionalismo”). Si rivolge, come i giovani di “Occupy Wall Street”, al 99 per cento della popolazione. E naturalmente è per il 50 per cento di donne nel governo ombra laburista… Siamo quasi al politicamente corretto.
Tuttavia il rischio di un equivoco – ci sono vecchie ricette belle e pronte da riutilizzare per rivitalizzare la sinistra – non lo sottovaluterei.
Giorni fa in una riunione dell’Ars (associazione per il rinnovamento della sinistra) si ricordava come questa realtà fosse nata una ventina d’anni fa a partire dall’assunto che la sinistra novecentesca fosse finita e che bisognasse inventarne un’altra. Ma questa verità è stata semplicemente rimossa dalla sinistra moderata che si è convertita alle ricette liberaleggianti blairiane, così come dalle sinistre cosiddette radicali, che coltivano tutt’ora varie forme di nostalgia.
A questo punto mi limito a suggerire un rimedio secondo me molto efficace per evitare il doppio rischio della nostalgia acritica e della subalternità al pensiero pressoché unico dominante. È la lettura del libro appena uscito di scritti di Simone Weil su Marx e il marxismo – Oppressione e libertà, edito da ORTHOTES (218 pagine, 18 euro) – a cominciare dalla introduzione di Lia Cigarini e Luisa Muraro. Che giustificano la ripresa di testi degli anni ’30 e dei primi ’40 su altri testi ottocenteschi, sulla lotta di classe e gli ideali rivoluzionari, osservando che nessuno dei capitoli aperti dalla storia del ventesimo secolo in realtà si è ancora chiuso.
Il secolo “breve” inaugurato dal massacro della Grande Guerra non è affatto terminato con la caduta del muro di Berlino nell’89. Cause e effetti di guerra e colonialismo, dinamiche del conflitto di classe, mutamenti indotti dalla rivoluzione femminile: sono altrettanti aspetti della storia, della politica, della nostra vita e dei nostri pensieri, parole, sentimenti, che restano non risolti, aperti.
E la lezione di Simone Weil (accostata da Cigarini e Muraro a quella di Gramsci) resta fondamentale. La sua critica ai limiti e agli errori di Marx è spietata. Ma altrettanto grande è l’ammirazione per il suo metodo di studio della società e per la “sete bruciante di giustizia” che egli prova e che trasferisce nella soggettività proletaria. Nella sua opera ci sono “frammenti compatti, inalterabili di verità”. Di cui peraltro il marxismo (soltanto al tempo della Weil?) “non fa alcun uso”. La verità infatti “è troppo pericolosa per essere toccata. È un esplosivo”.

 

(il manifesto, 15 settembre 2015)

di Luisa Cavaliere



Il desiderio di dominio, l’altra che diventa sempre più cosa da possedere, oggetto simbolo della propria potenza (ormai perduta), ossessione perversa. Incubo. Questo è spesso l’amore malato che affligge tante relazioni, l’amore che ha dentro di sé le ragioni della metamorfosi che lo trasforma in rancore, movente di morte. E questo amore è toccato a Vincenza, uccisa con spietata determinazione in un pomeriggio d’estate in un’affollata strada di Terzigno. Prima, le promesse, la tenerezza, i sogni, poi, il rifiuto di accettare l’abbandono, la persecuzione, le minacce, la violenza reiterata. Intorno lo stupore impotente della famiglia e la discutibilissima decisione del tribunale del riesame di lasciarlo libero, di consentirgli un’altra occasione… Nunzio poteva redimersi. Poteva a detta dei giudici (colpiti da un non insolito attacco di ancestrale maschilismo) farsi perdonare e cancellare gli schiaffi, i pugni inflitti nel tentativo feroce e disperato insieme, di convincerla a desistere, a non lasciarlo. E Nunzio ha scaricato sul corpo indifeso di Enza la sua pistola, lasciandola in agonia sul selciato senza che a niente potessero servirle i soccorsi . Ha colto così l’“occasione” che la dolosa sciatteria dei magistrati gli aveva concesso.

Penso allo sguardo di Enza che ha incrociato quello del suo assassino e all’orrore che ha attraversato il suo cuore. Sento come ogni volta che si ripete questa strage delle “innocenti”, il disagio doloroso che sempre procura l’impotenza che tanto somiglia alla sconfitta. Quali parole, quale politica, quale solidarietà, quale cultura oggi, tutti i giorni, potrebbero fermare questo? Il femminismo, le donne hanno indicato una strada per tentare di rompere questa spirale. Abbiamo chiesto agli uomini di “buona volontà” di avviare radicali processi di autocoscienza capaci di leggere nel linguaggio e nei gesti tutte le tracce del desiderio di dominio e di negazione (negare significa anche uccidere). E lo abbiamo fatto non prima di avere attraversato e nominato senza autocompiacimenti o facili commiserazioni, la complicità che perversamente le “vittime” destinate offrono ai carnefici.

Complicità e desiderio malato sono le due terribili “patologie” che connotano questa tragedia che sembra non avere fine, tanto da apparire spesso come un destino. Su entrambi bisognerebbe intervenire consapevoli che questa partita mortale si gioca sull’apparato simbolico che governa le nostre relazioni. Sulla retorica della “maschilità” innanzitutto. Più che leggere le motivazioni della sentenza forse varrebbe la pena indagare le ragioni culturali, i valori che hanno guidato la mano e la testa di chi l’ha scritta e dato quel tragico via libera a Nunzio.


(Corriere della Sera, 15 settembre 2015)

 

di Maria Laura Rodotà

 

Alison Bechdel è un’autrice di graphic novel talmente brava che un suo libro durissimo, geniale e cupo, Fun Home, è diventato un musical a Broadway. Ha anche inventato un semplice metodo – lo chiamano Bechdel Test – per individuare un prodotto culturale maschilista. Il test è diventato molto popolare fra le studentesse americane. Alla Duke University, prestigioso ateneo del Sud spesso ancora fondamentalista, alcuni studenti si sono rifiutati di leggere Fun Home, storia familiare di omosessualità nascosta, pregiudizi e suicidi. Motivando con la «troppa nudità», la necessità di «compromettere i valori morali cristiani leggendolo», «l’insensibilità verso le persone con un credo conservatore». Ohibò. Il che fa vieppiù pensare che il Bechdel Test sia utile.

Per passarlo, un film/serie tv/romanzo deve avere almeno due personaggi femminili che parlano tra loro, e non (non) di uomini. La stragrande maggioranza dei prodotti di cinema e tv americane, per dire, lo fallisce. Gli studenti di famiglie reazionarie cresciuti in quella cultura non beneficiano e vengono confermati nel loro sessismo; e alla Duke verranno bocciati.

Mentre si parla di loro, Bechdel continua a comportarsi in modo poco conforme all’individualismo pigliatutto delle persone di successo (maschi e, sarebbe sempre roba da Bechdel Test, poche femmine). E a dire che il test l’ha esposto lei, ma l’idea era della sua amica Liz Wallace. È una cosa che non fa mai nessuno, è edificante, per i conservatori e per tutti.

Ricette condite di ricordi in un volume nato nelle cucine della Libreria delle donne di Milano

di Nicoletta Melone

Antipasto: Virginia Woolf. «Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è cenato bene». Con un dubbio di contorno. E se quella famosa «stanza tutta per sé» fosse una cucina? Magari assediata da un’ondata di chef vagamente maschilisti, sicuramente narcisisti, affamati di gloria e di potere? Una domanda che si spande, insinuante come il profumo di una torta sotto una porta, dalle pagine di un ricettario esile e colto, sfornato dalla Libreria delle donne di Milano: Fuochi – La cucina di Estia. Il nome della dea greca del focolare. Ma anche di un gruppo di inedite cuoche – sì, ma non soltanto – impegnate a nutrire «sia il corpo sia la tradizione del pensiero femminile» nella cucina del Circolo della Rosa, appendice cultural-gastronomica della libreria. Un luogo simbolo che affonda le radici negli anni Settanta della Milano in piazza con gli zoccoli. Tra slogan, impegno e sorellanza. «Il salotto più comodo del femminismo più scomodo». Ma il cammino è stato lungo. Accomodatevi ragazze che mangiamo qualcosa. Lo firmano, collettivamente come in altri tempi, con la sigla «cuoche varie», sei donne variamente impegnate, diverse q.b., ma comunque unite in un protettivo cerchio magico intorno al profilo di un piatto, di un tegame che ribolle. Da Rossella Bertolazzi a Ottavia Colabella, da Ida Farè a Clelia Pallotta e Annamaria Rigoni. Signore e storie assai assortite tenute insieme dal collante di un’impresa – politica e gastronomica – che non ha paura delle facili etichette, ugualmente distante dagli angeli del ciclostile e da quelli del focolare. Una passione comune, srotolata tra ricette e aneddoti, con divertita misura. Capace di avvolgere, dolce e consolatoria, il dolore di una madre che perde un figlio («Ho creduto – scrive Ida Farè – che il calore dei fuochi potesse sciogliere un poco il gelo dell’anima»). E impastata, sempre, di amicizie «nutrienti e nutrite senza secondi fini», come racconta Clelia Pallotta tra un patè e un bianco mangiare. Un gran fare, uno «strano sentire» buono per l’anima. Fresco come l’eco di un gruppo di giovani in costume che ride e giura, su uno scoglio, la bocca piena di focaccia: «Diventeremo grasse e intelligenti». Profumo di grandi promesse nell’aria, sullo sfondo il fumo – di sigarette e di tegami – di una combattiva cucina autogestita che soffrigge sogni in un sottoscala. «Dalle braci alle padelle». E pazienza se poi la vita cambia menu senza avvisarti.

(Corriere della sera, 11/9/2015)

Contributo a cura di Eredibibliotecadonne

 

Il testo prende forma a seguito delle riflessioni e delle elaborazioni sui guadagni e sugli scacchi registrati nei primi quattro anni di vita di Eredibiliotecadonne. Circa un anno di appassionato lavoro grazie al quale le Eredi hanno capito e ritrovato il senso del loro stare insieme e ritengono di aver altresì dato forma a pensieri meritevoli di essere offerti all’attenzione e al dibattito di quante/i scommettono nella capacità di trasformazione delle relazioni tra donne.

 

Perché COMUNITÀ?

Non per adesione alle teorie comunitarie, delle quali mutuiamo la critica all’individualismo di stampo liberale, ma rifiutiamo l’idea del collante identitario che viene di norma posto a fondamento di una comunità (nazione, religione, ideologia, ecc.); l’appartenenza al sesso femminile non è un’identità ma costituisce il nostro ‘essere umane’ e riteniamo inoltre che il femminismo della differenza cui ciriferiamo non sia un’ideologia ma un insieme di pratiche e di idee ancora ben vive e in divenire. Non ci siamo definite comunità in riferimento ad una tradizione femminile; non mancano certamente precedenti nella nostra come in altre civiltà, ma non abbiamo a disposizione (almeno non ne siamo a conoscenza) apporti di studi antropologici, etnografici e storici tali da farci pensare ad aspetti anacronistici che indichino un ‘essere in comune’ delle donne insito nel nostro DNA culturale. Non è neppure nostra intenzione imitare altre esperienze di comunità femminili contemporanee che, anche quando ispirate al femminismo radicale, presentano caratteristiche dissimili e portano avanti pratiche diverse dalle nostre: la loro ragion d’essere consiste di norma in un singolo e ben definito interesse/desiderio comune e sulla base di questo si rapportano con la realtà esterna; noi invece scommettiamo sul portare avanti più interessi emergenti dall’interazione tra i nostri comuni desideri e il contesto sociale, facendo della pluralità la nostra ricchezza senza divenire un semplice contenitore. Il nome di comunità non è stato scelto per una mera esigenza di pensiero né per vezzo intellettuale, ma ha preso orma nel vivo di un’esperienza collettiva: il lavoro svolto intorno alla figura di Ipazia nel 2010 e 2011, con la ricerca e il confronto sulle testimonianze prima, la scrittura di ‘Ricomporre Ipazia’ poi e infine con l’attività promozionale del libro. In quel periodo ognuna di noi è stata protagonista di un irreversibile processo di crescita individuale concomitante e connesso con la trasformazione delle relazioni tra di noi e dei rapporti con l’esterno; è infatti successo che individue con ‘identità’ e background assai differenti, unite dall’interesse per la filosofa alessandrina, mettendo in comune i propri talenti, hanno dato vita a qualcosa che è andato al di là delle previsioni e persino del loro desiderio originario. Possiamo dire che il sentirci comunità è stato l’imprevisto della nostra esperienza e non l’adattamento di un modello alla nostra pratica politica.

 

Il COMUNE della comunità

La nostra interpretazione prende qui le distanza sia dal collettivismo che dall’individualismo e fa riferimento seppure con qualche peculiaritàalla politica delle relazioni che è al centro delle pratiche del femminismo della differenza. Il comune è costituito dall’insieme degli apporti (competenze, talenti, risorse, ecc.) individuali che ciascuna mette a disposizione come dal prodotto del lavoro e dell’elaborazione collettivi che si genera grazie alle relazioni tra singole o tra tutte e anche dai contributi che derivano dai rapporti e dalle collaborazioni con soggetti esterni.

Tutti gli apporti però, in virtù della disparità che è posta alla base delle relazioni, anziché sommarsi semplicemente, si moltiplicano; il contributo di ognuna nel momento in cui viene accolto e riconosciuto dalle altre pone le condizioni per la creazione di nuovo sapere e avvia una dinamica di crescita e di arricchimento di tutte, in virtù della quale risulta moltiplicato il ‘capitale comune’ e di conseguenza anche il ‘valore’ della comunità. La disparità consente a ciascuna di partecipare al comune conservando ed anzi valorizzando la sua singolarità, poiché non la costringe a misurare il suo apporto ad un parametro precostituito ed ugualizzante, ma le richiede invece di immetterlo e giocarlo tutto intero nel circolo virtuoso del meglio. Le dinamiche di autorità che emergono dall’azione della disparità sono di mera natura relazionale e pertanto non soggette al rischio di esaurirsi in atteggiamenti di autosufficienza individuale, e inoltre, dal momento che colei che è investita di autorità sente l’obbligo di restituire aumentati il credito e la fiducia ricevuta, tali dinamiche divengono esse stesse generatrici di crescita e di valore per la comunità.

 

Il METODO IPAZIA

Il modo di essere della comunità non può non derivare dal contesto che le ha dato origine. Il contesto come abbiamo già detto risale al lavoro creativo sulla figura di Ipazia, che rappresenta tuttora il paradigma dell’azione politica efficace, ovvero di una pratica di trasformazione di sé che trova rispondenza nella realtà esterna (il maximum della politica). Ma come e perché è successo che mentre tra di noi si stringeva una relazione che aveva forza generativa l’esterno mandasse segnali di accoglimento dei nostri stimoli e ci invitasse a proseguire nell’opera intrapresa? La risposta che abbiamo trovato sta nella dinamica relazionale che siamo riuscite ad attivare tra di noi e intorno a noi in quell’occasione; una di noi l’ha nominata qualche tempo dopo Metodo Ipazia, significando che l’archetipo della filosofa ha in qualche modo ispirato la nostra pratica con il suo insegnamento mettendoci in grado di trarre imprevisti guadagni dal suo esempio.

Tale metodo richiede che colei (colui)che in qualsivoglia contesto è investita di autorità ha l’obbligo di esercitare la funzione magistrale e di ‘esigere’ con sapienza ed amorevolezza la crescita di coloro che sono con lei in relazione; il metodo prevede altresì che colei (colui) che si trova a beneficiare dell’azione magistrale deve accettare il percorso di crescita non avendo timore di farsi attraversare dal dubbio e abbandonare certezze e deve saper prendere forza dalla ‘maestra’, per guadagnare a sua volta riconoscimento di autorità nello stesso e in altri contesti.

 

L’AFFIDAMENTO

Il Metodo Ipazia per essere efficace necessita di un tessuto di relazioni capaci di orientare alla valorizzazione della disparità e di determinare le condizioni affinché nel gioco del più e del meno si punti sempre al più e l’agire comune non discenda dalla media delle opinioni ma risulti dalla selezione del meglio. La trama di questo tessuto è data dalla pratica dell’affidamento. Ci si affida a chi detiene il dipiù che ci occorre per realizzare un progetto oppure a colei che ci rafforza nell’affrontare i rapporti sociali come anche quando si sceglie la mediazione femminile per affermarsi nel mondo.

Affidarsi comporta la decisione di prendere misura dalle donne, da nostra madre come dalle altre cui riconosciamo autorità e competenza, da quelle cui siamo legate da relazione politica. L’affidamento presuppone la doppia figura dell’affidante e dell’affidataria, colei che dà e colei che riceve l’affidamento; non funziona in modo univoco ma comporta differenti piani di reciprocità che vanno dichiarati e resi espliciti, nel senso che deve essere chiaro quale guadagno ogni parte trae dalla relazione. Come Eredibibliotecadonne abbiamo scelto di praticare l’affidamento nelle relazioni interne come nelle collaborazioni esterne poiché abbiamo sperimentato che se si prescinde da tale pratica non si attiva il circolo virtuoso dell’autorità e difficilmente l’azione politica risulta efficace e generatrice di nuova realtà e anzi molto facilmente si depotenzia la spinta innovativa e ci si involve nella ripetizione e nella conservazione dell’esistente.

 

Perché FARE e non essere comunità?

Innanzitutto perché, come abbiamo visto, non abbiamo a disposizione un modello pensato e prefissato di comunità femminile cui aderire o conformarsi, ma è un’idea in fieri che prende forma sulla base delle esperienze fatte e di quelle che faremo. Riteniamo poi importante evitare l’autodefinizione per non risultare fissate in un’identità, mentre sappiamo che la differenza femminile è un significante in movimento che non ‘vuole’ essere definito in uno stato o in un’essenza. Il fare indica invece un processo, il passaggio da uno stato all’altro, l’apertura al rapporto con le/gli altri, il desiderio di dar vita al nuovo e meglio esprime pertanto il senso del nostro stare insieme e del nostro guardare al mondo. Inoltre fare rende l’idea dell’incompletezza e della perfettibilità del progetto comune, lo lega ad un agire trasformativo della realtà e insieme delle stesse ragioni esistenziali della comunità. Infine perché avendo come Eredibibliotecadonne sperimentato che non basta definirsi comunità per esserlo davvero, preferiamo pensare piuttosto alla comunità come il prodotto di quello che saremo state capaci di fare insieme.

di Mirella Clausi e Anna Di Salvo

L’associazione Askavusa di Lampedusa, con cui noi delle Città Vicine siamo in relazione da parecchi anni, invita tutte le realtà con cui collabora ad aderire a un’iniziativa comune per il 3 ottobre p.v., per commemorare le vittime del naufragio del 3 ottobre 2013.

 

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, vicinissimo al porto, una barca naufraga con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento provoca 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, i superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni si avvicinano alla loro barca, puntandogli i fari addosso, una delle due barche ha un faro molto potente ed è simile a una vedetta militare. Dopo questa operazione le due barche si allontanano lasciando nel panico le 540 persone che sono a bordo, uno di loro accende un indumento per fare dei segnali ma cadendo a terra provoca un incendio che fa muovere in maniera brusca tutte le persone a bordo provocando il ribaltamento della barca. Verso le 7.00 un gruppo di persone che si trova in barca nella zona della Tabbaccara per una battuta di pesca, nota i naufraghi e dà l’allarme, intanto anche altre barche civili e pescherecci si portano sul posto, caricando la maggior parte dei superstiti a bordo. I soccorritori parlano di un ritardo della Guardia Costiera di un’ora circa. La Guardia Costiera non ha mai rilasciato dichiarazioni sul 3 ottobre del 2013. Non è stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem è stato condannato a diciotto anni di reclusione e a una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato”, ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero. Khaled Bensalem è stato individuato esclusivamente in base al suo colore di pelle, in quanto tutti i superstiti parlavano di un “White man” come capitano della barca. Il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo.

Il 10 ottobre del 2013 veniva approvato a larga maggioranza dal Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. 244 milioni di euro sono stati garantiti dal bilancio dell’Unione europea per l’installazione e la manutenzione del sistema fino al 2020, ma i costi del progetto potrebbero superare un miliardo di euro.

 

Askavusa propone che il 3 ottobre 2015 si organizzino delle proiezioni del film-inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 e che il film (on line dal giorno 3/10/2015 con sottotitoli in inglese) venga diffuso il più possibile: per chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage e di aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.

Come Città Vicine da molti anni ormai abbiamo avviato analisi e iniziative rispetto alla questione dei migranti, della violenza che subiscono molte donne africane e arabe che tentano di arrivare sulle nostre coste, dei processi di militarizzazione che accompagnano questi movimenti. Le Città Vicine hanno contribuito alla stesura della Carta di Lampedusa, dal 2011 ci siamo recate ogni anno in estate a Lampedusa per le nostre Vacanze Politiche partecipando al LampedusaInFestival, organizzato da Askavusa, dove abbiamo realizzato, insieme a Colors Revolution, la mostra itinerante Lampedusa porta della vita, collaborato con le mamme di Lampedusa rispetto alle problematiche delle donne delle isole Pelagie e allestita l’installazione La porta della vita. Tutto ciò ci induce a ritenere importante la nostra adesione all’appello di Askavusa e giriamo a tutte/i voi l’invito ad aderire.

Vi preghiamo di farci sapere in breve tempo chi volesse partecipare all’iniziativa in quanto verrà stilata e pubblicizzata una lista delle città che proietteremo il video. Per chi volesse ulteriori delucidazioni, rivolgersi ad Anna Di Salvo, 333/2083308, e Mirella Clausi, 328/4850943.

 

(www.libreriadelledonne.it, 11 settembre 2015)

 

di Mira Furlani

Ho letto la lettera che papa Francesco ha inviato al Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, in vista del giubileo straordinario che si aprirà il prossimo 8 dicembre. L’ha scritta per indicare alcuni punti chiave per vivere l’esperienza dell’anno santo come occasione per toccare con mano la tenerezza del Padre.

Andando oltre le disposizioni date per ottenere l’indulgenza giubilare, Francesco rivolge un pensiero particolare a quanti saranno impossibilitati a recarsi alla Porta Santa: malati, persone anziane e sole, carcerati. A quest’ultima categoria dice che il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, cosa che auspica per tutti coloro che hanno preso coscienza dell’ingiustizia compiuta.

Infine, dopo aver affermato che l’indulgenza giubilare può essere ottenuta anche per quanti sono defunti, apre un ulteriore paragrafo per affermare che uno dei gravi problemi del nostro tempo è certamente il modificato rapporto con la vita… Penso in modo particolare, scrive, a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. E prosegue: Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa… Anche per questo motivo ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono.

Alcune riflessioni: oggi le donne abortiscono meno, scelgono la loro maternità. Nelle cliniche ostetriche i parti denunciati da sole donne sono tanti, il padre non abbandona la donna come un tempo, spesso viene invece abbandonato dalla donna per mille motivi. Nell’anno della misericordia Francesco fa bene a rilanciare il perdono, ma ricordiamoci che le donne cristiane, pentite per aborto procurato, hanno ricevuto sempre l’assoluzione dai molti preti cattolici non integralisti o misogini, questo almeno dal Concilio Vaticano II in poi.

Speriamo che papa Francesco ricordi anche i problemi aperti da molti vescovi conciliari per abolire i divieti sulla contraccezione, divieti purtroppo sanciti da Paolo VI con l’Humanae Vitae.

(www.cdbitalia.org, 3 settembre 2015)

di Marina Terragni

I giornali e i social network sono pieni del “coraggio di Angela”, di omaggi e di chapeau.

Di Angela Merkel ammiro soprattutto la velocità con cui ha deciso, quasi all’improvviso, di cambiare rotta sul tema dei migranti. Anche il rosso-verde Joshka Fischer dice oggi al Corriere di essere rimasto sorpreso. Sostiene che probabilmente la svolta è arrivata dopo l’attacco dell’estrema destra a una struttura per rifugiati a Eldenau, Sassonia. E aggiunge: «A differenza dell’Italia che vive ogni giorno la realtà drammatica dei profughi, dei morti nel Mediterraneo, la Germania sembrava lontana dall’emergenza. E improvvisamente sono lì, hanno percorso migliaia di chilometri, anche a piedi, per venire da noi. Impressionante».

Non sono tra i dietrologi che sostengono che Merkel si stia semplicemente procurando mano d’opera a basso costo, o che abbia detto sì ai siriani, meno poveri e più scolarizzati, per poter dire no ai poverissimi del Corno d’Africa: sento dire questo. Penso che di fronte a certe immagini (fra cui quella del piccolo Aylan, ma anche quelle del Tir stipato di corpi morti nei pressi di Vienna, che ricordava l’orribile passato tedesco degli ammassi di cadaveri ad Auschwitz) la signora Merkel abbia compreso che la questione ormai l’aveva in casa, che non era più un problema confinato nel bel mare azzurro dove ogni anno viene a passare un paio di settimane in vacanza, e che la società tedesca chiedeva una presa di posizione rapida.

Perciò bene, la scelta di Angela, che sembra aver finalmente destato una coscienza europea. Ma a Joshka Fischer, e a tutti quelli che si levano il cappello davanti ad Angela, e dicono «Hai visto la Germania? E invece l’Italia…», ricordo che sono anni che noi sappiamo che quella gente percorre a piedi migliaia di chilometri, patendo l’inferno della detenzione in Libia e spesso affogando in mare. Sono anni che i marinai delle nostre navi militari (io ci sono stata) raccattano esseri viventi e recuperano corpi. E dico che io spero che nei libri di storia, al netto delle ributtanti imprese di Buzzi, Carminati & C., il nostro Paese sarà raccontato come il più ricco in Europa della risorsa dell’accoglienza.

Vedo i tedeschi che nel settembre 2015 cantano An die Freude accogliendo i siriani, mi commuovo, e penso agli anni e anni d’amore dei Lampedusani che hanno perfino ceduto le loro tombe per quei poveri morti.

E voglio nominare il coraggio di Giusi (Nicolini), sindaca dell’isola, piccola e sola, che avrebbe dovuto essere candidata come capolista alle europee, ma poi il Pd, chissà perché, ha deciso diversamente. Peccato, perché forse avrebbe saputo risvegliare prima l’anima addormentata del Continente.

SAREBBE BELLO CHE ALLE MARCE DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI, l’11 SETTEMBRE, PORTASSIMO LA SUA FOTO, PER GRATITUDINE.


(blog.iodonna.it/marina-terragni, 8/9/2015)

di Giulia Belardelli

Cinque donne senza figli, tra i 38 e i 43 anni, e un orologio biologico che batte il tempo senza tregua. Per tutte la stessa domanda: cercare un figlio prima che sia troppo tardi, o scegliere di non diventare mai madre? Dentro questa domanda, mille dubbi, infiniti incroci tra volontà e desiderio, scelta e possibilità. È attorno a questo dilemma – forse il più intimo di tutti – che si sviluppa «Stato Interessante», film documentario di Alessandra Bruno prodotto da Raffaele Brunetti per B&B Film. Il film, nato dall’esperienza personale della regista, andrà in onda su RaiTre giovedì 17 settembre alle 23,40. Di strada, però, ne ha già fatta tanta: prima con il passaparola, da amica ad amica, poi sui social, dove è già possibile familiarizzare con Ilaria, Anna, Chiara e le altre.

Il film racconta il momento in cui la scelta della maternità, o della non maternità, non è più procrastinabile. I dialoghi e i confronti serrati con parenti, compagni e amici, le riflessioni più intime e personali, si incrociano alla ricerca di un bandolo della matassa che, a questo punto della vita, ognuna di loro ha la necessità di individuare. Alternando voci e storie, il documentario segue i passi, a volte incerti, a volte sicuri, che le protagoniste compiono per riconoscere la propria strada, in mezzo ai tanti condizionamenti e alle mille paure che emergono di fronte al limite irrevocabile della fine dell’età fertile.

«Il film è nato dalla mia esperienza», racconta ad Huffington la regista Alessandra Bruno. «Attorno ai 39-40 anni ho iniziato a sentire l’angoscia: lo volevo o no un figlio? Prima non mi ero mai posta la domanda: altre priorità, storie finite male, distrazione… i motivi possono essere tanti. Poi però quell’ansia è arrivata, e ho sentito il bisogno di indagare, di confrontarmi con altre donne. Avevo molte amiche in questa condizione, e amiche che mi raccontavano di amiche alle prese con gli stessi dubbi. Così è cominciato tutto, come un gioco di statole cinesi».

«Quando ho iniziato a cercare donne disposte a partecipare al film – continua Bruno – sapevo che non sarebbe stato facile. In fondo chiedevo di lasciarmi entrare in uno spazio segreto, quello spazio che si fatica a condividere anche con il proprio compagno, con la propria madre e spesso anche con sé stesse. Chiedevo di raccontare lo spaesamento, il momento di crisi, l’impasse, tutte cose che generalmente si preferisce tenere per sé, che ci fanno sentire scoperti, indifesi, incapaci di trovare le parole».

Alla fine, però, le parole sono arrivate, e con loro il sollievo di non sentirsi sole. «Sapevo che c’era bisogno di intimità, di confidenza», spiega Alessandra. «Mi sono rivolta alle amiche e poi alle amiche delle amiche… Tantissime si sono fatte avanti e, sentendomi una di loro, sono uscite allo scoperto, a dimostrazione di quanto necessario fosse il bisogno di condividere questo momento di passaggio, difficile ma fondamentale per tante donne».

Il documentario si focalizza su cinque donne, ognuna alle prese con un percorso diverso in grado di rappresentare narrativamente un aspetto del tema. La difficoltà di sentirsi adulte, la scelta continuamente rimandata, il rifiuto dei modelli, la sensazione di perdere il centro della propria vita e quella di non essere all’altezza delle aspettative. E ancora: il condizionamento della famiglia e quello del contesto sociale, il rapporto con il compagno sbagliato, la paura di sbagliare.

Colpisce, nelle storie di queste cinque donne, il fatto che quasi per nessuna il dubbio sulla maternità sia legato all’incertezza economica. Stato Interessante, infatti, non è un film sugli effetti di crisi e precarietà sulle scelte di vita. «A quarant’anni la scelta di cercare o non cercare un figlio non c’entra nulla con la crisi», spiega la regista. «È una scelta interiore, tutta femminile, un tipo di conflitto che riguarda solo le donne. Perché solo le donne sono in grado di convivere con il forse, con il dubbio che si annida dietro ogni decisione».

Il titolo – Stato Interessante – riflette la complessità di un tema profondo e controverso come il desiderio/non desiderio di maternità. Secondo la regista, si tratta di un tema «impervio, come sempre è impervio porsi dei dubbi, fermarsi a pensare, confrontarsi con sé stessi: uno Stato Interessante insomma, fecondo e capace di generare spunti di riflessione imprevedibili».

«Il dialogo nato da Stato Interessante continua», racconta Alessandra Bruno. «Con le protagoniste del film siamo diventate molto amiche, si è creato un rapporto profondissimo, passiamo molto tempo insieme. Sono diventate le mie amiche. Alcune di loro stanno andando avanti nella scelta di cercare un figlio… molte cose sono accadute proprio per il film».


(L’Huffington Post, 08/09/2015)

di Franca Fortunato


La speranza che viene da chi fugge da guerre e fame a occupare la scena europea e mondiale in questi ultimi giorni sono i tanti volti e corpi di migliaia di donne, uomini, bambine e bambini che, sfidando ogni pericolo, anche quello estremo della morte, continuano ad arrivare in Europa. Il mare, con la pietà di una madre, accoglie nei suoi abissi i loro corpi privi di vita, li adagia con compassione sulla sua battigia – come il corpicino del bimbo curdo-siriano sulla riva della Turchia – perché il mondo intero guardi e sappia. Guardi e sappia, chi ha occhi per guardare e cuore e mente per sapere, i disastri che i “potenti” europei e statunitensi hanno creato, dal 2001 ad oggi, con le loro “guerre umanitarie”, fatte per “esportare la democrazia”, “abbattere i tiranni”, “combattere il terrorismo” e “rendere il mondo più sicuro”. Guardi e sappia i disastri creati dalla finanza e dalle ricette neoliberiste e neocoloniali europee e mondiali, che rendono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, costringendoli ad emigrare – come gli africani – che l’Europa vorrebbe respingere in quanto “migranti economici”. L’Europa e il mondo intero hanno un enorme debito verso tutta quella marea umana che si è imposta sulla scena mondiale e che interpella tutte e tutti noi. “Emergenza umanitaria” l’hanno chiamata quegli stessi governi, responsabili, insieme agli Usa, dei disastri in Iraq, Siria, Afghanistan, Libia e che fino a qualche mese fa preferivano girare la testa dall’altra parte e parlavano di voler intraprendere una nuova “guerra umanitaria”, questa volta per liberare i migranti dagli scafisti. «Nella parola “emergenza” c’è l’emergere: da un’emergenza nascono nuove cose», scrive Rebecca Solnit nel suo libro Speranza nel buio. Che cosa quella marea umana, con i suoi drammi e tragedie, ha fatto emergere? Ha fatto emergere le responsabilità – contrariamente a quanto affermato da Renzi – di un’Europa e di un mondo guidati dalla finanza e dall’ideologia coloniale neoliberista, che già altrove – in Grecia, come in America Latina – avevano avuto modo di mostrare il loro vero volto, “crudele” e “antidemocratico”, di fronte all’opposizione di popoli e governi liberamente eletti. La Grecia è stata umiliata e costretta ad accettare il ricatto dei “creditori”, l’America Latina sta là a dirci che un altro mondo è possibile. Quei popoli, come anche il popolo greco nonostante l’umiliazione subita, lasciano aperta anche per noi la possibilità di agire la speranza di cambiare questa Europa e questo mondo della globalizzazione dei disastri. La speranza guida la marea umana dei migranti. Sono pieni di speranza i loro cuori, per questo rischiano la vita in mare e sulla terra. Abbattono muri – come in Ungheria -, affrontano le bombe urticanti, le schedature, il marchio di un numero sul loro braccio, il caldo sugli scogli, il freddo, la pioggia, la fatica del camminare – come nella lunga marcia a piedi dall’Ungheria all’Austria -; le donne partoriscono sui barconi o sulla terra ferma e proteggono dalle insidie le loro figlie e figli che si portano dietro o stringono al loro petto. Niente e nessuno può fermarli, perché grande è la forza della speranza di chi fugge dalla guerra e dalla miseria e c’è chi tra loro spera un giorno di poter tornare nel proprio paese. Da questi uomini e da queste donne ci viene oggi una grande lezione di civiltà, di forza, di dignità e di lotta. Sui loro volti al momento dell’arrivo non ho mai visto disperazione ma gioia, per avercela fatta ad attraversare il mare, li ho visti sorridere, fare il segno di vittoria, inginocchiarsi sulla nuda terra per ringraziare il proprio dio. Ho visto bambine e bambini giocare anche con poco, anche nei momenti più faticosi come aspettare per giorni che aprano una frontiera – come a Ventimiglia – o che parta un treno che non arriva, in una stazione sconosciuta, di un paese lontano come l’Ungheria. Ho visto il volto bellissimo di neonati tra le braccia delle madri e dei padri. Immagini di una umanità dolente, sì, ma fiera, forte e determinata ad andare avanti, a non tornare indietro. Sono loro che oggi danno un’anima a questo mondo. Sono loro che, accanto alle miserie umane di chi li addita come nemici da temere, di chi li respinge e li attacca, hanno fatto emergere l’umanità delle tante donne e dei tanti uomini che li accolgono, li soccorrono, li vestono, gli danno da mangiare e da bere, dalla Sicilia a Ventimiglia, dalla Calabria all’Ungheria, dalla Sardegna all’Austria, dalla stazione di Milano alla Germania. Il Pentagono avverte che l’esodo di massa durerà ancora per vent’anni, dando per scontato che questo mondo non cambierà. Ma nel mondo degli affari umani niente è scontato, tutto è imprevedibile se la coscienza e la consapevolezza, figlie della conoscenza, grazie anche a quella marea umana, avranno la meglio su questa Europa e su questo mondo della globalizzazione dei disastri.


(Il Quotidiano del Sud, 7 settembre 2015)

di Graziella Pulce

Fitto di intrecci ina­spet­tati e di colpi di scena, il quinto romanzo che Iris Mur­doch pub­blicò nel 1961 e dal quale trasse una pièce tea­trale nel ’64, esce in una nuova tra­du­zione (di Gioia Guer­zoni, a cura di Cri­stina Tizian, Il Sag­gia­tore, pp. 251, euro 19,00). Una testa tagliata è una sto­ria poli­cen­trica che si sot­trae a inter­pre­ta­zioni uni­vo­che e sem­pli­fi­ca­trici ed esige una let­tura cir­co­stan­ziata, lungo le tra­iet­to­rie impre­ve­di­bili dei per­so­naggi asse­diati dalla neb­bia di Lon­dra. Pro­ta­go­ni­sta Mar­tin, qua­ran­tenne com­mer­ciante di vino, spo­sato con Anto­nia che tra­di­sce con la gio­va­nis­sima Georgie.

Quando Anto­nia gli annun­cia la sua rela­zione con Pal­mer, il suo psi­coa­na­li­sta e grande amico di Mar­tin, l’uomo vede crol­lare in un attimo quel mondo ordi­nato che cre­deva di poter tenere sal­da­mente sotto con­trollo. Altre rive­la­zioni segui­ranno e i sette per­so­naggi (tre uomini e quat­tro donne) che com­pa­iono nel romanzo saranno coin­volti in un suc­ce­dersi di muta­menti repen­tini quanto immo­ti­vati. Cia­scuno muta aspetto, dire­zione, volontà come se un dio potente, cui nes­suna forma può essere pre­clusa, sce­gliesse gli esseri umani e li gestisse a pro­prio pia­ci­mento come marionette.

La vicenda prende ini­zio dalla deci­sione di Anto­nia di rom­pere con il marito, e una delle chiavi del romanzo può tro­varsi nel gioco delle cop­pie che si for­mano e si scom­pon­gono con­ti­nua­mente sotto i nostri occhi. Molto rilievo è stato dato alla figura enig­ma­tica e sini­stra di Honor, sorella di Pal­mer, che incombe come una divi­nità capace di rimet­tere in moto ogni situa­zione. Ma Honor, con il suo auto­con­trollo e la sua con­sa­pe­vo­lezza, è sem­pli­ce­mente la figura anti­po­dale di Mar­tin, che narra in prima per­sona e fil­tra dun­que l’insieme degli eventi dalla sua pro­spet­tiva, così che il let­tore crede di cono­scerne pen­sieri, esi­ta­zioni e gesti. È un essere moral­mente flut­tuante, immerso in una sorta di neb­bia che non è solo quella tipica della metro­poli lon­di­nese, ma che si eleva a ele­mento sim­bo­lico della inca­pa­cità di vedere e di com­pren­dere. Mar­tin non rie­sce a impa­rare dall’esperienza. Di Honor non si sa nulla se non che ha tratti ebraici e mani­fe­sta la durezza di un angelo ven­di­ca­tore, un angelo prov­vi­sto di spada. Quando lei com­pare qual­cosa di irre­pa­ra­bile sem­pre accade.

Una testa tagliata è una com­me­dia che sfiora con disin­vol­tura temi clas­sici: l’amore, l’amicizia, la lealtà, la libertà, temi tut­ta­via attra­ver­sati in maniera del tutto irri­flessa dalla mag­gior parte dei per­so­naggi, segnati da un’evidente imma­tu­rità. «L’amore è la capa­cità di cogliere l’individuale. Amore signi­fica com­pren­dere», ha scritto Iris Mur­doch in uno dei suoi saggi. Ele­mento cru­ciale nella nar­ra­tiva e nella filo­so­fia dell’autrice, l’amore è infatti la con­di­zione che con­sente di uscire da sé, l’unica che per­mette di pren­dere coscienza di ciò che non è io e di instau­rare con que­sta realtà esterna una rela­zione pro­dut­tiva. Amore e cono­scenza, eros e sapienza non risul­tano mai tanto pros­simi come in Iris Mur­doch, che ha scritto di sé: «Sono oscura a me stessa, non coin­cido con la mia vita», e ha dedi­cato la pro­pria opera filo­so­fica e nar­ra­tiva allo spa­zio che inter­corre tra l’accidentalità dell’esistenza, gover­nata da strut­ture dure come divi­nità pagane, e la pie­nezza della vita e delle sue innu­me­re­voli potenzialità.

Eppure que­sta è una com­me­dia: si sus­se­guono sco­perte e colpi di scena che disat­ten­dono ogni aspet­ta­tiva, si cam­bia casa o part­ner con leg­ge­rezza e faci­lità, gli amanti ven­gono abban­do­nati quando si riten­gono all’apice della loro for­tuna, si sco­prono verità amare, ma nulla di dram­ma­tico accade, per­ché ognuno viene subito assor­bito nel gioco di sedu­zione e di potere di un altro per­so­nag­gio. Il vento delle pas­sioni sof­fia dove vuole senza discer­ni­mento, e ben pre­sto tutto diventa comico per­ché nulla ha mag­giore durata di una sbronza o di un sogno. Joyce Carol Oates ha osser­vato che con la sua sequenza di delu­sioni e i suoi per­so­naggi pastic­cioni, la cosmo­lo­gia di Iris Mur­doch pre­senta una vita dopo tutto comica, per nulla tra­gica. Anche Una testa tagliata con­ferma che l’esistenza è nient’altro che una somma di pen­sieri e di atti ridi­coli. «Non riu­scivo ad imma­gi­nare che esi­stesse un essere onni­po­tente e sen­ziente tanto cru­dele da aver creato il mondo in cui viviamo», riflette Mar­tin che infatti si aggira senza meta in una realtà priva di fon­da­menti morali. Quando si trova alle strette sa solo vagheg­giare il ritorno agli amati studi sto­rici su Wal­len­stein e Gustavo di Sve­zia, e que­sto par­ti­co­lare costi­tui­sce un indi­zio signi­fi­ca­tivo, per un verso comico vista la debo­lezza e la pochezza di Mar­tin, per l’altro verso sim­bo­lico: per­ché allude alla vio­lenza e agli intri­ghi delle bat­ta­glie che hanno luogo tra i per­so­naggi del romanzo.

«La nostra imma­gi­na­zione è imme­dia­ta­mente e con­ti­nua­mente al lavoro sulla nostra espe­rienza»: la nota risale al ’47 e aiuta a con­si­de­rare con mag­giore atten­zione il sor­pren­dente titolo del romanzo, che si rife­ri­sce alle teste che Ale­xan­der, lo scul­tore fra­tello di Mar­tin, rea­lizza pren­dendo come modelli fami­liari e amici. Di lui non cono­sciamo molto ma sap­piamo che ottiene quello che vuole senza sforzi e le sue ‘teste’ rive­lano la loro natura di ele­mento arcaico del potere. Masche­rato dalle regole della civiltà, il pri­mi­tivo agi­sce fino ad oggi e l’artista come un guer­riero esi­bi­sce ciò che ha con­qui­stato: in que­sto caso, una donna. Seb­bene l’autrice pre­senti il per­so­nag­gio dello scul­tore in una posi­zione defi­lata, pro­prio su di lui potrebbe con­ver­gere l’insieme delle sto­rie, per­ché Ale­xan­der si rivela ben capace di muo­vere fili invi­si­bili per far cadere la preda nella sua rete: un tema pros­simo a quello dell’Incantatore.

Le sto­rie di Iris Mur­doch si sot­trag­gono a una siste­ma­tiz­za­zione ulti­ma­tiva e anche que­sta resta di fatto incom­pleta e in gran parte inspie­gata, a dimo­stra­zione del fatto che la cono­scenza razio­nale non arriva mai a cogliere per intero gli acca­di­menti della vita. Filo­so­fia e let­te­ra­tura ten­dono alla con­qui­sta della verità, che passa sem­pre attra­verso il tes­suto dell’esperienza, ele­mento deci­sivo su cui ha richia­mato l’attenzione Luisa Muraro, quando – ana­liz­zando gli scritti filo­so­fici di Iris Mur­doch – ha dimo­strato come per lei l’esperienza resti cen­trale e diventi auten­tica quando arriva a inve­stire il piano sim­bo­lico e dun­que ad acco­gliere l’impensato. Non pos­siamo infatti tra­scu­rare il fatto che i due per­so­naggi cui spetta un ruolo cru­ciale, Honor e Ale­xan­der, sono gli unici a esi­bire il frutto della loro espe­rienza, e del loro potere, con­cen­tran­dolo in un oggetto: la spada giap­po­nese che Honor maneg­gia con peri­zia davanti a Mar­tin, e la testa tagliata scol­pita da Ale­xan­der: tra­mite que­sti due oggetti il let­tore saprà che chi li pos­siede non ha vis­suto invano e nel cuore della vita ha ripor­tato un segno tan­gi­bile di vittoria.

Nell’ultima pagina del romanzo Honor evoca la sto­ria di Can­daule e Gige, rife­rita da Ero­doto, miste­riosa e tru­cu­lenta nella spro­por­zione tra l’errore – mostrare la nudità della pro­pria moglie a un estra­neo – e le sue con­se­guenze, che sono la morte di Can­daule e la con­qui­sta di un regno da parte di Gige. Tanto alta dun­que la posta in gioco della sfida lan­ciata da Honor a Mar­tin, a con­ferma del fatto che un’esperienza cru­ciale può com­por­tare vio­lenze non ripa­ra­bili e, insieme, acqui­si­zione e possesso. Solidarność

 

(Alias – il manifesto, 6/9/2015)

di suor Francesca Balocco

Sono in treno. Lo scompartimento è quasi vuoto e ne sono felice. Ho bisogno di quiete e silenzio per lasciare decantare le molte emozioni e provocazioni che la visione della mostra La Grande Madre ha suscitato e ha lasciato in me. Forse domani, o tra qualche giorno, saprò trovare una collocazione e tentare una ricomposizione dei frammenti delle immagini, dei suoni, degli odori che ancora sono presenti e vividi. Ma stasera no.

Stasera resta la sensazione di essere stata in compagnia di molte donne e di molte storie; donne dipinte, fotografate, raffigurate, rappresentate… storie di fuoco, di terra, di sangue, di lacrime e di lotta. La maternità e la femminilità sono state mostrate come provocazione e reazione in un misto di rifiuto e accoglienza, negazione e desiderio, gioia e dolore, ma soprattutto come un percorso nella verità verso una ricerca di senso e di identità; e io, corpo di donna, aggirandomi tra le sale del Palazzo Reale di Milano, sono diventata parte di questa mostra e con me gli altri visitatori – in realtà, per lo più visitatrici.

Osservando ciò che è esposto mi sono esposta, esponendomi mi sono sottoposta agli sguardi di altri. Per questo ho bisogno di stare sola. Questo pomeriggio non ho visto una mostra: ho vissuto un’esperienza; attraverso la forza evocativa dell’arte sono stata condotta in un itinerario che ha mosso sensi e sensibilità di fronte a una maternità evocata.

Lasciarsi provocare da questa presentazione ha significato per me essere gettata e lasciarmi gettare in un mondo, in un mistero, che esplode con tutta la violenza della sua ambivalenza. Storie di corpi che cambiano e si trasformano ma anche carichi di paura e di minaccia; storie di legami vitalmente interrotti e recisi, e per questo protetti o forzatamente mantenuti nei giorni, nei mesi, negli anni come nella performance di Ragnar Kjartansson o nelle opere di Louise Bourgeois, quasi per vedere se il legame si mantiene oltre la fisicità dei primi istanti.

Un itinerario verso la complicità femminile, come mostra Nicholas Nixon, o più ampiamente di complicità dell’umano, che dietro l’opera coglie l’artista e il mistero che lo anima e lo spinge a dire ciò che le parole non possono contenere, attraverso il grido fatto di immagini che sfiorano, toccano, colpiscono e feriscono l’occhio che le guarda, che lo spinge a urlare l’angoscia della ricerca di senso e di identità.

La ricerca artistica contemporanea sembra infatti essere attraversata dalla questione dell’identità e il corpo umano si presenta come lo scenario per una possibile soluzione a questa domanda. E noi, spettatori attivi e coinvolti, ci siamo trovati di fronte allo sfuggente corpo femminile, che si adatta, si riadatta, cambia in continuazione, muta, si trasforma… ma forse non è sufficiente uno specchio come nella performance di Joan Jonas per trattenerlo, o coglierne la bellezza e il mistero. E mi chiedo se la ricerca di se stessi attraverso se stessi non sia semplicemente destinata al fallimento, nel vano tentativo di oggettivare all’estremo il proprio corpo.

La faticosa ricerca della propria identità, oggi, non è data né dalla tradizione né dagli stereotipi sociali: va cercata, creata, generata, in questo è il potere generativo della donna, il suo corpo, il nostro corpo, diventa il protagonista, attraverso l’arte, di una nuova ridefinizione di sé, valorizzando la capacità di riadattarsi, di rimodellarsi, di ripetersi ma non in modo identico, di legarsi al precario e all’effimero che, colto nell’istante della rappresentazione, racconta un passato e apre a un avvenire. Ma la sensazione è di essere ancora lontana da una pacifica e armonica nuova definizione, che necessariamente passa dal rischio dell’incontro con l’altro.

Il corpo, luogo di vulnerabilità, se non rischia la ferita che l’incontro può causare, incorre nel rischio ben maggiore di una sterile chiusura su di sé; non esiste la possibilità dell’intimità con altro da sé, del piacere e del godimento se non attraversando il rischio della ferita. La sicurezza e l’imperturbabilità che il solipsismo sembra promettere si schiantano con il desiderio infinito di sentire entrando in con-tatto con un altro, il senso e l’identità che ci lega al nostro corpo rimane legato alla verità e al senso dello sfioramento e del tocco, dell’afferrabilità e delle ferite, della concretezza di un corpo. Il corpo, nostro confine, nostra de-finizione , ci costringe alla realtà come per la madre migrante di Dorothea Lange, a un qui e ora che non è un ovunque e per sempre ; ci obbliga alla decisione, ci costringe al rischio di scegliere, ci induce alla rinuncia del tutto desiderato da immaginare a favore della concretezza da vivere in un impatto che ferisce e che si offre allo stesso tempo come condizione necessaria per dare continuamente avvio, ogni volta e ogni volta più profondamente, a quel processo avviato alla nascita, che ci posiziona nella realtà.

L’incontro con l’altro ci offre la possibilità di rileggerci, non come in uno specchio che rimanda a un’immagine già finita e chiusa, ma restituendoci alla profondità di noi stessi, alla nostra vita. Le opere esposte ci offrono la possibilità di calarci dentro le storie e di rileggerci attraverso le fratture e spaccature, contraddizioni e reazioni che ci costituiscono come esseri umani in ricerca.

Siamo di fronte alla celebrazione della verità del rapporto della donna con il suo corpo, nella dissociazione, frammentazione e pressione sociale che ruotano attorno a lei. Siamo messi davanti alla sua solitudine di fronte al mistero della vita, del suo corpo percepito come spazio abitato o violato, come una forma sincera e autentica di ricerca umana, proprio attraverso i corpi destrutturati, dispersi, nella frammentazione del femminile e nella perdita dell’armonia e dell’unificazione. Attraverso questa destrutturazione siamo nel cuore del paradosso proprio perché il corpo è il luogo del simbolico, della capacità di tenere assieme elementi, storie e vite diverse.

La rappresentazione della maternità attraverso il particolare rischia lo sfiguramento, la perdita del volto come nell’opera di Alina Szapocznikow poiché il riconoscimento di sé passa dal volto di un altro essere umano: approdiamo alla nostra identità attraverso una continua uscita da noi stessi, nello stupore di un incontro. Mi riconosco quando sono riconosciuto, mi vedo quando sono guardato, imparo ad ascoltarmi quando sono ascoltato. Solo in questo riconoscimento è possibile parlare di identità, di umanizzazione, di pienezza di vita.

Le opere esposte ci pongono in mezzo a frammenti di identità in cerca di unificazione, che chiedono, in qualche modo, il coinvolgimento del visitatore: non solo ricordo, non solo passato, ma invocazione a lasciar emergere e a ritrovare nuovi significati per l’oggi. Particolari dispiegati come in Mary Kelly, scatti, elementi comuni organizzati simbolicamente come nell’installazione di Nari Ward, che non hanno la pretesa di dare informazioni ma di raccontare un frammento di storia, di rendere presente un istante percepito come vero per sé e offerto come provocazione per altri. L’immagine non si presenta come impositiva ma come propositiva, la sua portata rivelativa è affidata alla capacità dell’osservatore di fidarsi di ciò che guarda e vede, che sente e ascolta.

Cosa resta di questo intenso pomeriggio che sta decantando lentamente in un viaggio in treno? Un desiderio. Il desiderio che tutto ciò che ho visto, ascoltato, sentito sia transito e passaggio verso la disponibilità a far sì che la vita incontrata diventi storia, legame e racconto. L’esercizio del potere generativo della donna nella maternità non è questione puramente biologica: è relazione, incontro, cura nei confronti di ogni altro; esercizio del potere femminile di generare, rialzare, guarire, proteggere; potere esautorato dal dominio e dal possesso che giunge alla pienezza della libertà, nella capacità di lasciar andare coloro ai quali si è data la vita. Il desiderio di una maternità che attraversate le lotte, i conflitti possa credere in una liberazione dalla minaccia e dalla violenza ma non dal rischio e dalla fatica.

Un’immagine ritorna più volte, come nelle opere di Katharina Fritsch, Rachel Harrison, Jean-Frédéric Schnyder: la figura di una donna presentata dalla tradizione cristiana, Maria di Nazareth. La sua storia è la storia di una maternità senza violenza, capace di custodire non solo il mistero della sua vita, ma anche il mistero della vita dell’altro, una maternità segnata dalla non-comprensione, che è un altro modo di dire assenza di dominio e di possesso, una maternità carica di rischio e di novità, di frammenti che hanno trovato una loro collocazione attraverso la custodia. Maternità che diventa memoria di come il corpo umano sia degno di Dio.

Un’ultima immagine rimane in questa sera verso casa, Papilla estelar di Remedios Varo; una donna nutre la luna in gabbia con una pappa cosmica di stelle… Che nutrendoci della vastità dell’universo ciascuno di noi possa liberare la luna, da sempre simbolo di femminilità; che ciascuno di noi possa ascoltare e assumere la profonda domanda di senso presente in ogni donna e in ogni uomo, per poterci aprire alla possibilità di relazioni pienamente umane, passando dalla piacevolezza del limite inscritto nel nostro corpo.

 

(La lettura – Corriere, 6/9/2015)

Commento di Francesca Zambelli all’articolo di Alessandra Kustermann sul Corriere:


Luisa Muraro segnala l’articolo di A. Kustermann che sembra perorare il desiderio e il diritto di una giovane donna criminale a sviluppare – coi tempi che ci vorranno – il proprio senso della maternità avendo appena partorito dopo una condanna a 14 anni di carcere.
Non ho nulla contro il desiderio di maternità di chicchessia e non lo discuto, a meno che non ne sospetti l’uso ambiguo e strumentale.

La donna di cui si parla ha al suo attivo due persone sfigurate con l’acido, una a cui ha provato a tagliar via i genitali, un’altra che si è salvata per miracolo: e parte dei delitti è stata consumata nonostante fosse già incinta e a prescindere da questo “insignificante” particolare.
Un processo, già celebrato si è concluso con una condanna a 14 anni e la donna è in attesa che si celebrino altri due processi.

E la creatura? Ha diritto ad avere da subito due genitori a tempo pieno o deve servire da protesi della possibile “rinascita” della donna che lo ha generato?
Qualche giorno prima della Kustermann aveva parlato, in altri termini, Lella Ravasi Bellocchio e io sono d’accordo con lei: quel bambino e la sua vita relazionale e affettiva vengono – mi sembra – prima di tutto e di tutti.

Ciao,

Francesca Zambelli

di Mélinda Trochu

(traduzione di Silvia Baratella)

Gazette des femmes

https://www.gazettedesfemmes.ca/12379/refuge-pour-femmes-au-liban-sous-le-toit-de-la-tendresse/

 

 

Dopo l’approvazione il 1° aprile 2014 di una legge contro le violenze domestiche, le cose migliorano per le donne in Libano. Ma continuano lo stesso ad accadere dei drammi. Nel cuore di Hamra, un quartiere di Beirut, un appartamento protetto permette alle vittime di sanare le loro ferite. Beit el Hanane («la Casa della Tenerezza») è opera di Jacqueline Hajjar, una svizzero-libanese che si spende interamente perché le sue protette rinascano dalle loro ferite.

 

 

Non c’è dubbio, Jacqueline Hajjar, settantadue anni, è animata da un fuoco sacro. Da trent’anni, questa ex-professoressa di letteratura comparata presta soccorso alle donne in difficoltà. Nel 2008 ha messo in piedi Beit el Hanane: con i suoi risparmi e quelli di alcune amiche ha trasformato un appartamento di Beirut in un nido rispettoso che può accogliere fino a 12 donne e 3 bambini. Ma non sono tutte rose e fiori. Minacciata regolarmente dalle famiglie, Jacqueline non esita a tenergli testa e a nascondere per mesi quelle che vengono a rifugiarsi sotto la sua ala protettrice.

L’accesso all’appartamento è protetto da un videocitofono e da una doppia porta. Perché per poter vivere tranquille le donne di Beit el Hanane si nascondono, dalle loro famiglie ma anche dai vicini. «Ultimamente, le ospiti avevano voluto ballare in sala, ma i vicini ne hanno fatto una tragedia. La gente del quartiere è molto chiusa. Allora abbiamo dovuto allontanarci dalle finestre… – deplora Jacqueline – Ma un commerciante della via mi ha comunque ringraziata. Mi ha detto che notava il cambiamento che avveniva nelle donne tra quando arrivano e quando se ne vanno.»

 

Ricostruirsi per rinascere

 

Sarah, giovane drusa di ventidue anni, è originaria del Metn, una zona a est della capitale. Vive a Beit el Hanane da tre anni e mezzo (con qualche interruzione). Dopo che aveva accusato suo nonno di stupro, la famiglia l’aveva mandata all’ospedale psichiatrico di Deir el Salib, dove ha subito degli elettroshock. «Volevano farmi perdere la memoria – racconta in perfetto inglese – Gli stupri sono durati dai miei quattro anni ai miei nove». Ma è stato solo a quindici anni che ha trovato la forza di parlarne. «Quando ho cominciato ad aprire gli occhi, ho capito che non era normale. Avevo paura di esprimermi, credevo di essere cattiva. La mia famiglia mi ha persino portato da un esorcista, pensando che fossi posseduta. Da noi la legge è di non parlare. Per via della vergogna». Sarah ha subito un’imenoplastica su richiesta dei parenti. Al nonno, rispettatissimo in famiglia, nessuno ha contestato nulla e continua a sostenere che Sarah è pazza.

 

«Quand’è arrivata a Beit era in uno stato terribile – ricorda Jacqueline Hajjar – Non riusciva ad andare da sola neppure in bagno, era completamente prostrata. Ha avuto incubi per tutto un mese». Ora Sarah ha ripreso gli studi, studia marketing. «Jacqueline e Mary [la responsabile del rifugio, che come Jacqueline è affettuosamente soprannominata “mamma” dalle ospiti, NdR] mi stanno davvero sostenendo. Nello stato in cui ero, avevo bisogno d’incoraggiamento, di vedermi bella. Adesso ho fiducia in me stessa», dice.

 

Vedendo il suo immenso sorriso, è difficile immaginare il passato di Sally. A 32 anni, questa madre di due figli è fuggita con loro dal Cairo grazie alla Chiesa copta. «Di recente, mio marito è diventato musulmano per poter prendere un’altra moglie. Mi picchiava e voleva convertirci, me e i bambini. Ho avuto molta paura perché bazzicava degli estremisti e voleva portarci tutti in Arabia Saudita», spiega mentre allatta il suo maschietto di due anni. Il 5 ottobre 2014 è la data della sua liberazione e dell’arrivo in Libano.

«Suo marito a continuato a perseguitarla e lei ha una fifa blu che venga qui a rapirle i bambini», confessa Jacqueline. Ma per Sally Beit el Hanane rappresenta una boccata d’ossigeno. «Sono felice di avere da mangiare, un posto riscaldato. Mio figlio è stato vaccinato e mia figlia va a scuola. Ricevo un sostegno. Non lo avevo mai avuto…». L’egiziana sogna di raggiungere dei parenti in Florida. Del Libano conosce solo il mare a Raouché e i giardini pubblici di Sanayeh. Passa quasi tutto il suo tempo nell’appartamento.

 

La tenerezza è il cuore del trattamento

 

Jacqueline accetta donne di ogni nazionalità o religione nel suo rifugio. «Vogliamo che le donne imparino a vivere in comunità miste. Hanno un po’ troppo la tendenza a restare nel loro gruppetto e a litigare a causa di false concezioni che gli hanno inculcato nel loro ambiente. Non c’è da meravigliarsi che si scontrino all’inizio della permanenza, ma sappiamo che impareranno a volersi bene e ad aiutarsi reciprocamente.»

 

Quando le donne arrivano a Beit el Hanane, grazie al passaparola o a delle associazioni, spesso sono ridotte in uno stato pietoso. Tra pianti, grida e talvolta scoppi di violenza, bisogna avere pazienza ed essere capaci di ascoltarle. Il metodo di Jacqueline e Mary è consolidato: sanno diventare una vera famiglia per le loro protette e restano in contatto con loro dopo che hanno lasciato il rifugio. Cercano di trasmettergli una tenerezza spesso assente dalla vita di queste donne (ab)battute. «Gli altri rifugi libanesi mandano le donne da psichiatri e ginecologi, e le loro responsabili non si lasciano coinvolgere molto nel trattamento. Inoltre limitano il periodo d’accoglienza a un mese. È assolutamente insufficiente!» afferma Jacqueline.

 

A permettere alla casa di accoglienza di sopravvivere sono le sottoscrizioni volontarie. «Quando fai le cose con amore, la gente ti sostiene – prosegue – Avevo bisogno di una ginecologa per tre ospiti, e ne ho trovata una che ci ha fornito gratuitamente i medicinali e non ha preso un soldo per le sue prestazioni.»

 

Carol Mann, ricercatrice franco-britannica e specialista delle problematiche delle donne che vivono in guerra, lo scorso gennaio ha passato dieci giorni a Beit el Hanane per preparare una conferenza sulle donne che si è tenuta a Beirut a inizio giugno. «È un posto davvero commovente e magico. C’è una bella atmosfera, grazie a Jacqueline, e le donne sono solidali tra loro. Ognuna di loro ti sconvolge. Arrivano schiacciate, completamente prive di fiducia. E senza grandi interventi programmati, si riprendono. Con coraggio e dignità, riprendono in considerazione la possibilità di essere le protagoniste della propria storia.»

 

Tra successi e rovesci di fortuna

 

Dopo trentadue donne accompagnate fuori dalla violenza, Beit el Hanane non ha certo bisogno di farsi una reputazione. «Riceviamo spesso delle e-mail di congratulazioni, e delle piccole somme di denaro a mo’ di sostegno. Siamo state contattate da donne siriane, giordane, egiziane ed etiopi grazie alla nostra reputazione», specifica Jacqueline.

 

Ma in Libano è diverso. «La società libanese è combattuta. Riceviamo molti complimenti, ma pochi aiuti concreti. C’è da dire che preferiamo lavorare senza troppa pubblicità: bisogna proteggere le donne, che spesso sono in pericolo di morte.»

 

Si ricorda degli inizi, quando il vicinato le vedeva come fumo negli occhi. «Pensavano che fosse una casa di tolleranza, o di aborti clandestini, e ce ne hanno fatte passare delle belle, rubandoci l’acqua o la corrente elettrica. Per fortuna, hanno finito col cambiare opinione!»

 

Malgrado tutto, sono tempi duri per Beit el Hanane. Nel 2013, c’erano sette persone assunte dal rifugio, dall’aiuto-domestica alla psicologa fino alla cuoca. Quest’anno resta soltanto Mary, che si occupa del rifugio 24 ore su 24. In questo momento, ospita cinque donne e due bambini. Tra loro, un’etiope, una libanese e un’egiziana. Una siriana e un’armena sono andate via da poco.

 

Il centro di tutte le battaglie sono le risorse economiche. «Nell’estate 2014 abbiamo dovuto chiudere per tre mesi perché ci avevano tagliato l’acqua e l’elettricità», sospira Jacqueline. La mancanza di fondi e le difficoltà della situazione di Beirut hanno finito per mettere a dura prova l’implacabile energia della padrona di casa. «Ho pregato Dio, e a settembre abbiamo potuto riprendere l’attività grazie a qualche donazione dei miei amici dal Canada, dagli Stati Uniti e dall’Europa», racconta la fervida credente. Una donazione di 20.000 dollari da parte dell’ambasciata canadese a Beirut ha permesso di comprare nuovi mobili e nuovi letti, perché l’arredamento stava cadendo in rovina: un sostegno insperato nella lotta che Jacqueline Hajjar porta avanti. Instancabilmente.

 

 

(www.libreriadelledonne.it, 3 settembre 2015)