di Sara Gandini
«Il medico non è più “padre e padrone”. Il paziente non è più sottomesso», scrive Veronesi su La stampa il 25 di settembre 2015, in un articolo in cui si dichiara d’accordo con il recente decreto della ministra Lorenzin sui tagli ai test diagnostici. E aggiunge: «Il rapporto di fiducia medico-paziente, basato sulla certezza che il dottore sia l’unico detentore del sapere, è in crisi profonda», per questo i medici si “tutelano” dai pazienti prescrivendo innumerevoli test, spesso inutili.
Il famoso chirurgo si riferisce al campo oncologico che conosce bene e in effetti la stessa Unione Europea stima un 30% di uso inappropriato della diagnostica radiologica. E in Italia le percentuali crescono: alcuni studi scientifici dei radiologi stimano che il 50% delle prestazioni diagnostiche risulta inappropriato. Sono test che vengono richiesti «per dimostrare che tutto il possibile è stato fatto e nessun errore diagnostico è stato commesso», commenta Veronesi. Tranquillizzano il paziente e tutelano il medico dalle cause, ma paradossalmente creano altri rischi per la salute. Uno studio del New England Journal of Medicine, rivista scientifica tra le più quotate, denuncia un aumento dei tumori causati dai raggi della diagnostica radiologica.
Il problema è che si sta diffondendo rapidamente anche in Italia, come negli Stati Uniti, la tendenza di pazienti e familiari a fare causa al proprio medico per qualsiasi dubbio sul suo operato. Così Veronesi nel suo articolo si affida alle leggi, nella speranza che possa arrivare il tribunale a fare ordine: il medico, grazie al recente decreto della ministra Lorenzin, ora può difendersi dicendo di fare causa anche al ministero. Insomma le sanzioni ministeriali “aiuterebbero” il medico a prendere le decisioni corrette, per il bene dell’assistito, perché il decreto sarebbe «una specie di mano tesa al medico per uscire dall’impasse della medicina difensiva».
Una situazione molto interessante. Riassumendo abbiamo: un medico che non può più fare il padre-padrone e che prescrive ingiustificati test diagnostici per paura che il paziente, che non si fida più di lui, gli faccia causa e si rallegra se arriva il ministero a fare da padre-padrone imponendogli sanzioni.
Mi stupisce che un uomo così intelligente e attento alla valorizzazione del sapere delle donne non si renda conto che questo quadro è espressione del senso d’impotenza in cui la medicina si ritrova a causa dell’incapacità di affrontare il disordine post-patriarcale. La fine del patriarcato, di cui anche Veronesi è consapevole, ha certamente creato contraddizioni non facili. «Una volta i medici erano figure paterne rassicuranti, cui ci si affidava certi che avrebbero risolto ogni problema. E questo aveva una sua efficacia», scrivevo in “Scienza, femminismo e l’autorità imperfetta”. Ma è evidente che non si può affrontare questa situazione aggrappandosi agli stessi strumenti del vecchio ordine simbolico.
Vorrei a questo punto che le mediche insorgessero per affermare che l’unica strada da percorrere è quella di affidarsi alla magia della relazione, magia che punta sul sapere scientifico, ma è inestricabilmente legata al desiderio di far capitare qualcosa di speciale nell’incontro in presenza.
E mi riferisco alle mediche perché è un sapere delle donne ma che conoscono anche gli uomini, per la relazione con la loro madre, la prima importante medica di ogni creatura. Quando da bambini non si sta bene si chiede prima di tutto a lei, che impara a capire come sta il proprio figlio quando ancora non parla. Le basta toccare la fronte per fare la sua diagnosi e con un massaggio e una coccola spesso sa rimettere le cose a posto.
In modo simile, quando medico/a e paziente si studiano per cercare di capirsi, per trovare le parole giuste per comprendersi, per affidarsi l’un l’altro, ecco che la medicina funziona. Si tratta di un sapere che non separa il corpo dalla mente, che sa il valore del metodo scientifico intrecciato alla magia delle relazioni. È un sapere che parte dalla scienza, quando quest’ultima sta al sapere dei corpi e si trasforma nell’incontro, che fa capitare miracoli quando raccoglie le sfide che nascono dalle contraddizioni che la medicina pone alla politica.
La comunità scientifica femminile di Ipazia aveva raccolto quella sfida perché era nata con l’intento di far entrare la politica delle donne nella cittadella della scienza, come scriveva Gabriella Lazzerini nel 2000. Da quella esperienza sono nate due pubblicazioni, Autorità scientifica, autorità femminile e Due per sapere, due per guarire, che andrebbero riprese e fatte circolare perché di enorme attualità. Sono quindi felice che al Grande seminario di Diotima quest’anno (venerdì 23 ottobre) Alessandra Allegrini e Luisa Muraro ragioneranno su Vita senza esseri umani, tecnoscienza senza differenza.
Rispetto ad arte, filosofia e letteratura, la scienza è sempre stata la forma di pensiero più monosessuata e omofila. Ma ora abbiamo una tradizione di pensiero e una maggiore presenza femminile, anche in ambito scientifico, che hanno portato libertà di pensiero e la consapevolezza che la scienza non è neutra. Non si può più ignorare che la presenza dell’elemento soggettivo e sessuato è fondamentale. Bisogna fare spazio alla rivoluzione che le donne hanno portato anche in questo ambito per non tornare a quel senso d’impotenza in cui incappa la medicina di fronte al disordine post-patriarcale.
di Francesca Pasini
Caro Massimiliano,
Ho visto La Grande Madre, “I like”.
Il soggetto neutro e declinato al maschile dell’artista ha finito la sua corsa. Bello.
Da molti anni penso all’opera d’arte come un soggetto col quale dialogare. Chi l’ha messo al mondo? Chi lo guarda? Artisti e artiste, uomini e donne. Per secoli le donne non erano artiste, ma muse, simboli dell’amore divino o romantico. E anche nella storia recente, rimozione e dispersione del loro lavoro sono “normali”, come hai riscontrato andando alla ricerca delle opere delle artiste futuriste.
Oggi un curatore decide di aprire il dialogo con l’altro da sé e affronta il tema centrale che riguarda tutti e tutte: il rapporto con la madre. Alla Libreria Rizzoli di Milano ti chiedevi se era giusto che fosse un uomo a fare questa mostra. SI’. Se vuoi criticare le gerarchie patriarcali dell’arte. Adrienne Rich avverte che siamo tutti “nati di donna”: saperlo è essenziale per la crescita della soggettività.
E, se le opere sono soggetti, in primo piano c’è la nascita della relazione tra sé e l’altro, sia esso l’opera, l’uomo, la donna che incontriamo nella propria vita e in quella degli altri.
Sembra facile, ma millenni di neutralizzazione del soggetto ha portato a una gerarchia del talento e delle strutture disciplinari. Pittura, scultura, disegno hanno l’A maiuscola, mentre il lavorio manuale ha la minuscola di “artigianato”, per secoli ritenuto espressione delle donne.
Nel secolo breve del Novecento l’arte si è avviata verso frontiere dove “l’artigianato”, analizzando il magma quotidiano e la sua enigmatica ripetizione, ha reso visibile l’angolo emotivo che spezza la linearità. Ci ha messo all’angolo. Da lì si è sviluppata l’attenzione alla performatività della vita e ai soggetti nati dall’arte.
Hai scritto in catalogo che, probabilmente, questa mostra sarebbe stata diversa se non ci fosse stata la coincidenza che stavi per diventare padre. E alla Libreria Rizzoli, hai raccontato che quando hai visto tua moglie Cecilia accarezzarsi la pancia, ti sono venute in mente le Madonne dell’arte occidentale. “ Non so quanto quelle immagini abbiano influenzato Cecilia e me o quanto siano comunque dentro di ognuno”.
Io credo che valgano ambedue le cose.
Come dice Luisa Muraro: “ogni altro, che si presenta in quanto tale, tiene prigioniero qualcosa di te; l’arte sprigiona il tuo intimo, dando forma a un soggetto impersonale, che però non è arbitrario”.
Ecco, allora che in questi giorni a Milano possiamo guardare le madri che hanno sprigionato il sé che Leonardo e Giotto hanno messo al mondo, anche per chi a centinaia d’anni di distanza non pensa alla madre divina, ma alla propria.
Contemporaneamente, alla tua mostra vediamo il difficile processo con il quale donne artiste e alcuni uomini hanno sprigionato il sé del loro rapporto materno. Mettono in luce la difficoltà di accordo tra il proprio essere donne e le regole sociali, spesso insormontabili nel primo Novecento. In questa “impersonalità non arbitraria” scatta il riconoscimento con qualcosa che è rimasto imprigionato per millenni, e che ha influenzato, per negazione e forzata complementarità, la soggettività femminile rispetto al maschile.
La forza di queste immagini sta, per me, nel pronunciare i propri colori nel dialogo con l’altro da sé, cioè i tanti artisti uomini che hanno inventato l’Arte. La domanda è: come essere auctor, avere autorità ed essere autrici. Prima, dopo o senza essere madri. La differenza tra uomini e donne non è uno dei termini ineliminabili del codice binario, ma il luogo dove fare esperienza dell’altro, dove inventare ogni volta un riconoscimento reciproco e mobile. Non è fissato, una volta per tutte. L’opera soggetto, sprigionando qualcosa di me che era imprigionato, riapre il dialogo con l’altro da qualunque epoca venga.
Era dunque necessario che un uomo, partendo da sé e dall’incontro con altre donne a lui vicine, decidesse una mostra che si non si basa sul genere neutro: gli artisti sono uomini e donne. “Il personale è politico” è la sentenza storica del femminismo, potrei dire che il tuo atto artistico è politico. E concordo con il tuo tentativo “di disarticolare la gerarchia dei padri dell’arte a favore di una relazione tra sorelle”.
Io aggiungo quello che ha scritto Luisa Muraro nel libro “L’ordine simbolico della madre” (Editori Riuniti, 1991): l’inizio è saper amare la madre”.
Le artiste in mostra raccontano rifiuti, paure. Nella contraddizione che sprigiona dalle loro figure, appare la necessità di “imparare ad amare la madre”. Una sfida che va oltre l’emancipazione culturale, economica, perché l’ordine simbolico della madre è un metodo per disimparare l’univocità patriarcale e accedere all’origine del dialogo con l’altro.
(exibart. onpaper 91, ottobre novembre 2015)
Note di redazione
Cara Roberta, grazie per aver intervistato la grande Judy Chicago, ma un paio di avvertimenti: non si dice “il presidente donna” ma “la presidente”. L’altra cosa che non si può non dire: Christine de Pizan non la conosci tu, ma la conoscono molte, moltissime, almeno due generazioni di femministe. Vieni alla Libreria delle Donne e ti daremo da leggere Alessandra Soleti, Mediatrici di sapienza. Visita regolarmente questo sito.
di Roberta Scorranese
Ha costruito una barca. Ha frequentato una scuola per carrozzieri, imparando a dipingere a spruzzo. Ha preso lezioni di pirotecnica. È salita sul ring, indossando guantoni da boxe. Tutto questo nonostante la statura minuta, un fuoco di capelli rossi e un busto da ragazza. A 76 anni, Judy Chicago ha imparato a fare almeno venti lavori che normalmente fanno gli uomini e a dire con sicurezza: «Non assomigliare a quello che gli altri vogliono da te, assomiglia solo a te stessa». Sono parole in apparenza scontate e semplici, ma racchiudono almeno mezzo secolo di vita dedicata all’arte, alle battaglie per i diritti delle donne, ad una poetica spesso scomoda, oggi forse da molti considerata «d’altri tempi», come la parola stessa femminismo. E questa artista americana, tra le pioniere del movimento per l’uguaglianza tra i sessi, non smette di fare quello che fa da sempre: «Raccontare le donne, raccontare quello che hanno fatto e che fanno. Perché la storia le ha oscurate. Censurate». Non c’è una vera rivendicazione ideologica in quello che dice: c’è una continua puntualizzazione, come un folletto rosso che buca i libri di storia e aggiunge nomi, facce, destini, tutti al femminile. Judy è a Milano insieme al marito (il terzo: stanno insieme da trent’anni e ancora oggi, quando si guardano, la complicità sembra materializzarsi), il fotografo Donald Woodman. Una delle sue opere è esposta nella mostra «La Grande Madre» , in corso a Palazzo Reale. «Si intitola In The Beginning , parte della serie The Birth Project – spiega -.
«Sa come nasce? Nel 1982 ho visitato la Cappella Sistina. Una meraviglia. Peccato però che nell’immagine più simbolica della creazione degli esseri umani, quella di Michelangelo, non vi fosse nemmeno una donna. Avete notato che alla genesi, peculiarità femminile, è stato dato un abito maschile? Così ho intrapreso una ricerca: le immagini femminili della creazione sono pochissime nell’arte occidentale». The Birth Project è un grande, variegato lavoro (opere eseguite insieme a cento ricamatrici) sulla nascita come atto «da donna».
Il papà comunista e il primo choc
Judy (il vero nome è Judith Sylvia Cohen: lo ha cambiato per un atto di libertà anagrafica) nasce nella Chicago di fine anni Trenta. La durezza del periodo post-Depressione, una famiglia dai principi liberali e dall’impostazione marxista, che la avvia verso l’indipendenza ma che le procura anche il primo choc. «Erano temi bui, simili al vostro fascismo. La “caccia alle streghe” bollava i comunisti come persone poco per bene e così a scuola sentivo cose brutte su mio padre». Nella Chicago della criminalità vera, delle sparatorie in pieno giorno, questo le accende una coscienza civica, una specie di luce su ciò che è bene e ciò che è male: «I miei mi insegnavano a farmi valere, ad alzare la mano a scuola». Anche questo sembra scontato, ma non lo era nell’America dell’epoca, specie per una ragazza. Ecco, mano a mano che Chicago parla, affiora la vera eredità della parola «femminismo»: cose che noi oggi diamo per scontate (il fatto che le donne vadano all’università, che facciano lavori prima considerati da uomini, che in certi casi siedano in poltrone da dirigente), in realtà sono scaturite anche dalle battaglie di quelle come Chicago. Che ha da sempre affiancato l’attività artistica all’insegnamento: alle ragazze spiega come diventare artiste senza perdere la prospettiva «femmina», uno sguardo identitario. «Oggi, almeno, negli Stati Uniti – continua – molte giovani donne si vergognano a definirsi femministe. Questo non vuol dire che il femminismo sia morto: prendiamo l’attivista pakistana Malala Yousafzai: si batte per l’educazione delle donne, è femminista eccome! Questa parola oggi ha semplicemente più facce, spariglia le carte». Nell’arte, però, il problema rimane: fino al 2006, solo il 5% delle opere conservate dal Moma di New York era stato realizzato da donne; tra il 2000 e il 2006, appena il 14% delle personali ospitate dal Guggenheim era dedicato ad artiste (dati Iulm del 2014). «Quando a Parigi è stata organizzata la prima retrospettiva della pittrice settecentesca Elisabeth Louise Vigée Le Brun – continua Judy – nei manifesti l’abbiamo vista in un ritratto materno, con un bambino in braccio. In una rassegna dedicata a Picasso, invece, vediamo l’uomo, tronfio, con il petto in fuori. Orgoglio di essere maschio, contrapposto alla donna costretta invece in ruoli precisi. Sottigliezze? No, sono segnali che si imprimono nelle culture».
«Trump? È intrattenimento»
Chicago ha dedicato una vita intera a questo, a catalogare le storie femminili, a far luce sulle ombre, ad aggiungere particolari biografici su Christine de Pizan (veneziana, non la conosce quasi nessuno, ma tra il XIV e il XV secolo è stata una prolifica e coltissima poetessa) o su Sojourner Truth (anche lei sconosciuta, eppure è stata un’afroamericana che si è battuta strenuamente per i diritti civili dei neri). Questi sono solo due nomi che compongono la sua opera più famosa, The Dinner Party (oggi la principale attrazione del Brooklyn Museum): una Ultima Cena al femminile in cui, al tavolo, siedono simboli di donne eccezionali, che hanno fatto grandi scoperte, che hanno anche cambiato la storia ma che dalla storia sono state in un soffio dimenticate. Pouf! Che cosa può desiderare, oggi, una come Chicago? Un presidente americano donna? «Lo vorrei tanto, ma non credo che Hillary Clinton ce la farà». E chissà che cosa dirà di uno come Donald Trump, avvezzo alle boutade misogine? Chicago lo liquida con una battuta: «Trump? È semplice intrattenimento». No, forse rimane poco da desiderare. Ha imparato a fare lavori da uomo per dimostrare che non c’è differenza tra Monet e Meret Oppenheim (salvo che per quest’ultima serve una parentesi didascalica: grandissima artista nata nel 1913 e morta nel 1985); ha costruito un rapporto con il marito che farebbe invidia (almeno dall’esterno) a molte. «No, aspetti, una cosa la voglio: un’istituzione ad hoc, un museo dove le artiste dimenticate trovino spazio, curatori e catalogo. Credete che ce ne sia bisogno?»
(2 ottobre 2015) – Corriere della Sera
di Eleonora Cimbro
Buongiorno, intervengo anch’io nel dibattito su Martina Levato che ha avuto luogo sul vostro sito: come deputata di Bollate, ho seguito con particolare attenzione il suo caso. La vicenda è notissima: nondimeno, si è ritenuto doveroso sottolinearne e raccontarne gli aspetti più gravi attraverso un’interrogazione ai ministri della giustizia e degli interni; riportando l’attenzione sulla questione principale, il benessere e i diritti relazionali del bambino, spesso dimenticato nell’acceso dibattito delle ultime settimane, focalizzato sulla sola figura materna. Diritti per i quali possiamo richiamarci, oltre che al nostro Ordinamento, all’articolo 3 della Convenzione dei Diritti del Fanciullo (New York 1991), e che non pare siano stati sufficientemente considerati; così come non sembra siano stati adeguatamente valutati gli aspetti di natura prettamente psicologica del caso.
Siamo tutti convinti che chi sbaglia debba pagare, ma l’accanimento mediatico nei confronti di Martina Levato e della sua capacità di essere madre, nonché i diritti negati al piccolo Achille, non possono lasciarci indifferenti. Il piccolo Achille ha diritto ad avere una famiglia, l’affetto della madre e dei suoi nonni, stimati professori di Bollate, che molti hanno avuto modo di conoscere in questi anni, per la loro attività sul nostro territorio.
Nel testo dell’atto, al quale vi rimando, e che potrete trovare agilmente sul mio sito (www.eleonoracimbro.it), vengono elencati una lunga serie di pareri psichiatrici e psicologici sulla vicenda, e interventi di svariate associazioni; nell’interrogazione, si chiede infine quale sia l’orientamento dei ministri interrogati in merito alla vicenda, che ha visto coinvolti i diritti di un minore e di una madre, e quali iniziative intendano assumere sul piano normativo al fine di prevenire il ripetersi in futuro di casi analoghi; per garantire altresì il diritto di ogni donna a una gravidanza dignitosa, in luoghi consoni.
(www.libreriadelledonne.it, 2 ottobre 2015)
da estense.com
È mancata, pochi giorni fa, Olga Carol Rama, grande artista internazionale. È morta nella sua Torino, dov’era nata nel 1918, lasciando un vuoto enorme nel mondo dell’arte italiana e non solo, che perde una delle sue personalità più originali ed intense.
Autodidatta, aveva iniziato ad esporre nell’immediato dopoguerra sotto la Mole Antonelliana.
Aveva imparato a dipingere frequentando Felice Casorati, il pittore per antonomasia nella Torino tra le due guerre, che lei definiva ‘un gran signore’ – suo amico e sodale – ma aveva dovuto aspettare l’età adulta per la sua definitiva ed artistica ‘consacrazione’, superando le accuse di oscenità degli anni ’40, per la sua opera alla galleria Faber, Appassionata.
Fu amata ed apprezzata, a vario titolo, dal poeta Edoardo Sanguineti, da Corrado Levi, da Man Ray, Andy Warhol, Carlo Mollino e da Italo Calvino.
Eclettica per eccellenza, sperimentò in lungo e in largo gli spazi dell’arte, i più vari, passando dal disegno alla pittura, all’installazione e all’uso di materiali poveri.
Varie volte fu invitata alla Biennale di Venezia, la prima dopo la guerra, nel 1948.
Vi ritornerà nel 1950 e nel ’56 e poi ancora nel ’93, invitata da Achille Bonito Oliva che le dedicò una sala personale e, infine, nel 2003, anno della 50a edizione diretta da Francesco Bonami, dove ottenne il meritatissimo Leone d’oro alla carriera.
Ma Carol Rama era ‘di casa’ anche a Ferrara: fu, infatti, la protagonista indiscussa della IX Biennale Donna, tenutasi tra maggio e luglio del 2000 presso il Padiglione d’Arte Contemporanea situato all’interno del giardino di Palazzo Massari.
In parete opere dal 1936 al 2000.
Ammirevole la sua auto definizione: «Quando dipingo non ho nessun garbo professionale, nessuna gentilezza, non ho regole – affermava – Non ho mai seguito corsi regolari di pittura, né avuto un’educazione artistica, accademica. La mia insicurezza tecnica, il mio non avere un metodo, è diventato un aspetto del mio lavoro. E questo mi ha aiutato moltissimo, perché, al di là della tecnica, l’idea è sempre molto chiara».
Una mostra monografica di 200 opere, organizzata nell’ottobre 2014 dal Macba di Barcellona, proseguita nella primavera 2015 al Mam di Parigi, sarà ad Helsinki e Dublino, per approdare, ellitticamente e ‘fatalmente’, alla Gam di Torino, sua città natale, a fine 2016: un piccolo segno del suo grande ‘immortale’ passaggio.
(www.estense.com, 2/10/2015)
dal 13 ottobre al 18 ottobre 2015
Presso Associazione APRITI CIELO! VIA L.Spallanzani 16 Milano cell.3498682453
in occasione di PHOTOFESTIVAL 2015 Dire,Fare, Mangiare, sessione autunnale diverse sedi espositive milanesi tra gallerie d’arte, musei e palazzi storici ospiteranno un centinaio di mostre fotografiche aperte gratuitamente al pubblico.
Inaugurazione della mostra martedi 13 ottobre ore 19
“In Viaggio”
di RAFFAELLA TAGLIAFERRIRaffaella Tagliaferri vieve e lavora a Brescia, ha partecipato a vari concorsi fotografici nazionali classificandosi spesso ai primi posti ed alcuni suoi scatti sono stati pubblicati sulle più importanti riviste di settore come Il Fotografo e Photoprofessional Canon Edition.Al suo attivo ha due mostre personali: Il mio obbiettivo sulla Danza (2011) e Curiosità e sacralità (2012).
dal 2 ottobre al 10 ottobre 2015
Associazione APRITI CIELO! Via L.Spallanzani 16 Milano telef 3498682453
Nadia Magnabosco e Marilde Magni con la mostra “Mettetevi nei nostri panni”
Fantasia, abilità, strumenti per costruire qualcosa che altri possano indossare, fare proprio, per il bisogno di diventare altro da sé e di raccontare il proprio tempo.”
Maria Lai
Da sempre gli abiti testimoniano il tempo e sono pertanto un osservatorio privilegiato dei mutamenti del sociale. Nel contempo l’abito è un oggetto del nostro quotidiano che in tanti modi ci identifica e con cui stabiliamo un rapporto molto personale, di apertura o di chiusura verso il mondo esterno, di espressione del sé o di appartenenza ad un gruppo.
Ma l’abito lo possiamo anche cambiare e spesso, cambiando l’abito, anche noi diventiamo altro.
Nadia Magnabosco e Marilde Magni l’hanno usato come mezzo espressivo perché ha una forte connotazione col genere femminile e per costruire piccoli racconti di metamorfosi e riflessione personale sul mondo che ci circonda.
Inaugurazione Venerdi’ 2 ottobre 2015
alle ore 18,00
LA MOSTRA RESTA APERTA SABATO 3 OTT. DALLE 18,30 ALLE 20
MARTEDI’ 6 MEROLEDI’7 VENERDI’ 9 SABATO 10 E DALLE 18,30 ALLE 20
Incontri. L’«Umanità dissestata» secondo la comunità filosofica di Diotima, dal 2 ottobre a Verona e per ogni venerdì fino al 6 novembre
di Alessandra Pigliaru
«Umanità dissestata» è il tema che la comunità filosofica di Diotima ha scelto per il suo Grande Seminario di quest’anno. Anche il sottotitolo risponde a una questione importante: «La scommessa femminista oggi». Levar di sesto, squilibrare, turbare ma anche creare instabilità; l’etimologia della parola «dissestare» è piuttosto chiara e in quel «levare» compare qualcosa che interviene a confondere ciò di cui fino a quel momento si erano potute leggere e codificare — con una grammatica precisa — condizioni, rappresentazioni e senso.
Il seminario avrà inizio all’Università di Verona venerdì 2 ottobre dalle ore 17,20 fino alle 19,20. Apriranno il ciclo di incontri Lucia Bertell e Chiara Zamboni. Nei successivi venerdì, fino al 6 di novembre, si potranno ascoltare gli interventi di Federica Giardini, Annarosa Buttarelli, Alessandra Allegrini e Luisa Muraro, Marialivia Alga e Sara Bigardi, Antonietta Potente (il programma completo su www.diotimafilosofe.it). Molte le parole e le questioni che verranno sollevate: ordine simbolico e ordine sociale, immanenza e trascendenza, radicalità, tecnoscienze, eccedenza e contraddizioni.
Ancora una volta la comunità veronese, nata nel 1983, offre l’ottima pratica seminariale come occasione di scambio, contaminazione e interrogazione sul presente.
Sconquassi dell’esistente
Partendo dal titolo scelto, una serie di nodi si fanno avanti ed è proprio intorno a essi che Diotima lancia la sfida di questo nuovo incontro. L’intenzione, sarà bene precisarlo, non è l’urgenza di ristabilire un ordine costituito, né attrezzarsi di un sesto cioè un compasso attraverso cui tracciare rotondità esatte alle quali attenersi: «L’armonia statica è una rappresentazione mortifera della realtà e chi la persegue lo ha sempre fatto tagliando via ciò che è eccentrico, vitale, non accetto».
Umanità dissestata è invece l’istantanea di ciò che è già accaduto e che chiunque ha dinanzi quotidianamente, una realtà raggomitolata su se stessa, sbrindellata e troppo pesante da sostenere e decifrare sovrapponendo un po’ a caso un piano all’altro. Il dissesto ha però più di un’accezione. Intanto è l’esito sociale, economico e politico di ciò che da un lato ci viene offerto dalla retorica neoliberista che suggerisce libertà lisce e promettenti progetti, una paccottiglia di significati manipolati in cui tutti hanno ragione a patto che niente intorno cambi di una virgola.
Per un altro verso è sul dissesto che l’insorgenza del femminismo ha puntato la propria rivoluzione simbolica. «Il femminismo non ha mai teso ad una differenza sessuale armonizzante in cui si desideri fare Uno. Anzi, ha saputo giocare nello scarto tra l’uno e il due, nello scarto tra ricerca di sé e apertura all’altro, facendo leva sulle asimmetrie simboliche, non pacificanti, sul dissesto, sullo sconquasso come pertugio per cui può avvenire altro. È così che ha saputo tracciare nuove vie».
Una scommessa aperta
Nel documento di presentazione del seminario si apprende tuttavia anche dell’altro: «Sperimentiamo un pieno di idee e di iniziative e di interpretazioni della realtà che più che aiutare oggi ci confondono». Ciò che ci viene sottratta è infatti «la possibilità di contrattare le linee generali dei movimenti di realtà più ampi. Così possiamo dire che viviamo troppo di tutto, ma che è il senso della vita a scarseggiare».
Vita e umanità non devono apparire sinonimi ed è a questa altezza che emerge la prima spina. Perché richiamare l’umanità da parte del femminismo non determina certo avvalersi di un paradigma antropocentrico già ampiamente scrostato ma stare esattamente sull’orlo del suo dissesto. Avere la forza, il coraggio di nominare il baratro e la violenza etica che vi si annida e stare in prossimità dei viventi.
Se a creare scompenso sono anche gli effetti ormai triturati della globalizzazione, così come l’inadeguatezza di finissime analisi che, tuttavia, lasciano drammaticamente inalterate le vite di ciascuna e ciascuno significa che la scommessa deve alzare il tiro, mutare se possibile la propria grammatica. Che di questo dissesto allora ci si faccia carico, con generosità verso i viventi e la materialità delle vite. Che di questa complessità si partecipi non come soggettività etiche chiamate a salvare le sorti del mondo ma nel taglio politico della realtà che il femminismo ha dentro la sua stessa nascita e in ciò che in questi ultimi quarant’anni ha prodotto in termini di pensiero e pratiche politiche. «Vorrei vedere se l’umanità viene alla luce nei momenti di emergenza. So che ne ho bisogno per me. Vorrei scandagliare i bassi fondi dell’umanità».
Era il 17 maggio del 1974 quando Carla Lonzi, dalle pagine del suo diario, se lo domandava. Riconoscendo il bisogno, prima del desiderio, di immergersi nell’umanità, «nel suo momento di presenza a se stessa, per esempio quando soffre o ha un destino avverso o comunque non è adagiata nel sonnambulismo quotidiano». Forse perché si deve aver toccato il dissesto per poter discutere di chi lo abita.
Allora verrà alla luce o no, quello che immaginava Lonzi come un luogo lontano dalla disumanità? E al contempo si potrà trovare rinnovata forza per significare questo disastro umano del presente? Si potranno trovare parole che ribaltino l’assedio del disamore diffuso? A questo riguardo, sarà interessante andare ad ascoltare ciò che Diotima pensa di mettere in circolo intorno alla scommessa femminista oggi.
(il manifesto, 29/9/2015)
di Luisa Muraro
Non è indispensabile avere ragione, ma mi pare indispensabile che tentiamo di capire e di farci capire.
Il primo guaio è che l’italiano genere non traduce esattamente l’inglese gender, come hanno segnalato alcune studiose (penso a Olivia Guaraldo). Bisognerebbe almeno dire “genere sessuale”.
La Società delle Storiche ha ragione a scrivere, a scanso di polemiche pretestuose, che non esiste una “teoria del genere” (in inglese gender theory) e che il cosiddetto “genere” (o meglio, secondo me, “genere sessuale”) è uno strumento concettuale sviluppato nell’ambito degli studi storici e sociali. Segnalo il libro curato da Ida Fazio, con una postfazione di Paola di Cori, Genere, politica, storia, (Viella, Roma 2013). Qui troviamo anche la più chiara e concorde definizione del genere, come lo intendono le storiche (e gli storici): il genere è un elemento costitutivo dei rapporti sociali fondato sulle differenze percepite tra i sessi (Joan W. Scott).
Bisogna però aggiungere che un abbozzo di teoria è stato tentato in ambito filosofico, in un contesto di movimento politico. Mi riferisco specialmente ai primi saggi della filosofa Judith Butler e ai movimenti per i diritti delle minoranze sessuali, oggi riassunti nella sigla LGBTQI.
Questo tentativo di teoria è rimasto a metà a causa del suo stesso successo, se così si può chiamare. Ed è il secondo guaio. È accaduto che, nelle società più aperte a queste tematiche, la parola gender ha invaso il linguaggio a tutti i livelli sostituendosi a differenza sessuale. Non mi fermo sul perché, che mi sfugge, né a portare esempi, che abbondano.
Questa invasione del campo (“campo semantico”) sarebbe un abuso, ma la linguistica ci insegna che l’uso linguistico ha la sua parte di autorità. Il guaio è un altro ed è che la parola “sesso” e la parola “differenza”, spariscono. Sparisce cioè la dinamite della rivolta delle donne. E per giunta la parola “genere”, precisa nell’uso scientifico, in quello politico diventa poco significativa, perché perde il suo valore critico che sarebbe di farci capire la storicità della differenza sessuale. Resta solo il significato polemico, ora contro il Vaticano, ora contro il pensiero femminista della differenza.
Il punto da tenere fermo, secondo me, è questo: le due espressioni, “genere” e “differenza sessuale”, hanno bisogno l’una dell’altra per dire l’interesse che abbiamo in comune, che è la ricerca di autorealizzazione libera nella vita sessuale.
Il cosiddetto genere, come dice la sua definizione, riguarda le differenze percepite tra i sessi. Insieme e oltre a queste, c’è anche una differenza sentita intimamente tra sé e sé, un differire interno per cui io sono pienamente un essere umano eppure sento, dentro di me, che c’è altro che io non sono. Molta prevaricazione maschile viene dal suo mancato riconoscimento, e da lì viene d’altra parte molta insicurezza di donne. Ma la presa di coscienza femminista ha fatto di questa differenza la leva per la nascita di una soggettività femminile libera.
Detto altrimenti: la differenza sessuale non è tra, è in. Di me si dice che sono una donna. Io accetto questo nome, è il nome della mia umanità, per cui sfido tutti i pregiudizi associati a esso e combatto le ingiustizie del dominio sessista. Insieme ad altre e altri. Ma se una non lo accetta? O se uno non accetta di essere considerato un uomo maschio?
Questa è la posta in gioco che considero anche mia, nella più ampia lotta del LGBTQI. Il passaggio dal biologico all’umano non è un’autostrada, non si risolve con teorie scientifiche o dogmi culturali, la differenza sessuale ci attraversa da dentro, uno per uno, una per una. Sottolineo quest’ultimo punto: la sessuazione della specie non è fatta una volta per tutte, uomini di qua, donne di là, è un processo vitale che dai primordi della vita mi porta qui e ora a essere quella che sono, io singola, una donna differente da tutte le altre.
In questo processo, in cui la biologia si mescola con la libertà, il tramite principale è costituito dal linguaggio ma c’entra anche la politica. Come dice giustamente Judith Butler, l’umano sarà sempre impegnato nella negoziazione della differenza sessuale per cui non si arriva mai a una definitiva organizzazione sociale della sessualità (Undoing Gender, 2004).
Devo aggiungere che io, sicuramente influenzata dallo spirito degli anni Sessanta, in contrasto con la cultura politica oggi prevalente nei movimenti, non credo nei diritti come risposta, non mi rivolgo cioè alle entità statali o sovrastatali per i cambiamenti che più m’interessano. Perciò termino con un invito, che vale in primis per me, a tener conto delle differenze di pratica politica, e uno ancor più pressante, a evitare gli schieramenti.
(Libreriadelledonne.it 26/09/2015)
di Giovanna Pezzuoli
Ma doveva proprio capitarmi una madre femminista? Provocazione che più o meno significa: una madre che non è sempre disponibile quando ne ho bisogno perché perennemente impegnata a fare altre cose (e magari domina anche papà…). Da questo disagio nasce un dialogo, un’opera collettiva, un lavoro durato sette anni che è una sorta di lunga lettera per raccontare alla figlia ragioni e sentimenti, emozioni ed eventi che hanno trasformato la vita della madre. Il libro – «Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua», edito da Il Poligrafo – è scritto a quattro mani da Marina Santini e Luciana Tavernini, ma vi confluiscono le esperienze di tante donne e qualche uomo che in testi brevi raccontano episodi, commentano foto inedite, rievocano scoperte, lotte e fatiche sempre partendo da sé. E ripercorrono cinquant’anni di storia italiana.
Essenziale è stata la supervisione di Silvia, la figlia 27enne di Luciana. Che racconta:
«Il libro l’ha corretto almeno tre volte. Faceva dei cerchiolini: mamma, meno palle ideologiche e più ciccia. E dire che a noi sembrava già di essere ben poco ideologiche! Comunque ne abbiamo sempre tenuto conto, e anche delle opinioni delle altre donne. Ognuna diceva la sua, per alcune non emergevano abbastanza i conflitti…»
Anche il rapporto madre-figlia appare pacificato, dopo gli sbuffi e le lamentele iniziali, soprattutto ripensando (ma forse il paragone è un po’ arbitrario) al bell’epistolario «Tra me e te» di Mariella Gramaglia & Maddalena Vianello, che squadernava contraddizioni e conflitti non facilmente risolvibili. Spiega ancora Luciana: «La narrazione vuole essere un suggerimento, non dare ricette. La madre avverte la difficoltà di parlare con la figlia e chiede aiuto all’amica che le propone la mediazione del libro-lettera. E lentamente la figlia comincia a dialogare con la madre, che a sua volta la lascia libera di confrontarsi con altre donne autorevoli…».
Se si supera l’apparente mancanza di sistematicità, si coglie l’atmosfera unica di quegli anni ’70, ’80, una sorprendente varietà di esperienze travolgenti, che si alimentavano di pensieri, emozioni, corpi, tutto intrecciato, giorni e notti, lavoro e vacanze…
Non c’è alcuna intenzione di «censire» un movimento che ha coinvolto milioni di donne, o di farne un monumento, chiariscono le autrici, che lavorano con la Comunità di storia vivente di Milano. C’è invece il desiderio di uno scambio fra generazioni, esplorando rapporti con altre e altri in un percorso che dalla metà degli anni ’60 ci accompagna fino ad oggi.
Un lungo cammino, sollecitato dalle domande delle allieve degli allievi dopo aver visto la mostra «Noi utopia delle donne di ieri memoria delle donne di domani. Quarant’anni di storia del movimento delle donne a Milano». Una partitura in quattro parti, dedicate alle parole, al corpo, ai luoghi e al lavoro.
Si comincia dalle «Parole per dirlo», come suggeriva il libro di Marie Cardinal, per liberare il linguaggio da incrostazioni soffocanti: erano i primi anni ’70, si diffondeva la pratica dell’autocoscienza e in molte abbandonavano i gruppi misti, mentre si buttano via i reggiseni e si organizzano le 150 ore per le casalinghe di Affori con lo slogan «più polvere in casa e meno nel cervello». In «Noi e il nostro corpo», un tema che tocca amore e sessualità, si attenua il timore di fraintendimenti nel dialogo madre-figlia: la memoria, che non diventa mai uno sterile «come eravamo», va ai tempi in cui si sperimentavano le autovisite con lo speculum di plastica e la contraccezione era roba da pioniere. Gli adulteri creavano ancora scandalo e contro l’aborto clandestino si firmavano le autodenunce, che Emma Bonino teneva chiuse nella cassaforte del Cisa. Nasceva a Roma nel 1976 il primo centro anti-violenza funzionante 24 ore su 24 ed emozionava il documentario su un processo per stupro mandato in onda dalla Rai nel 1979.
Ed ecco «Le tre ghinee», come s’intitolava il libro di Virginia Woolf che dimostrava la necessità dell’indipendenza economica, dell’istruzione e della creatività femminile: così battezzavano la loro libreria le Nemesiache di Napoli, che nel 1976 organizzarono la prima rassega europea di film di registe. Dall’amicizia femminile, dalle coabitazioni fra donne traeva alimento quella pratica del fare che si traduceva in centinaia di imprese. Case editrici come «La Tartaruga» creata nel 1975, mostre come «L’altra metà dell’avanguardia» ideata da Lea Vergine nel 1980. Tornano in mente «Quotidiano donna» (in edicola dal 1978 al 1981) e gli asili autogestiti, i festival di cinema musica teatro e la rete italiana delle librerie. E poi quel sentirsi al centro del mondo nei grandi cortei, a partire dalle 20.000 donne che sfilarono a Roma l’8 marzo del 1972.
«Cara mamma», è l’incipit dell’ultimo capitolo, «Immagina che il lavoro» dove la figlia prende la parola raccontando le sue scoperte durante una serata di discussioni dopo un incontro cittadino. Insieme al suo compagno, a un’amica cassiera, una mamma manager, una giovane sociologa e un sindacalista. Miscela esplosiva per un confronto sul tema del lavoro che c’è e non c’è, che può diventare part-time (ma non son solo rose e fiori), che si vorrebbe meno rigido e invasivo per poter dedicare più tempo e attenzione a se stesse e alle persone amate. In un continuo andirivieni fra passato e presente: c’è il ricordo di Marisa Bellisario, una delle prime manager che mise da parte i pregiudizi sperimentando il lavoro flessibile, accanto al racconto del disagio provato oggi da un uomo che rientrando dal suo congedo di paternità viene guardato dall’azienda quasi come un traditore. Nella grande varietà delle scelte possibili, anche quelle più estreme che sembrano far tornare indietro, come l’adesione alla «Lega del latte materno» dove le donne sottraggono la propria energia creativa e il proprio talento al mercato per fare le mamme a tempo pieno. Ricordando sempre che se si passa dal sogno dell’amore al sogno del successo si resta fregate un’altra volta. E che forse se non viene rotto quell’invisibile tetto di cristallo che impedisce l’ascesa ai luoghi di comando c’è qualcosa di più prezioso della carriera a cui le donne non vogliono rinunciare. Commento finale: cara mamma, ti sei accorta di come sono cambiata? Che ne dici? Sono forse diventata femminista?
Appuntamento sabato 26 settembre, alle ore 18, alla Libreria delle donne di via Pietro Calvi 29: Silvia Baratella discute del libro con le autrici. La domanda è:
un’esperienza che ha trasformato milioni di donne e non pochi uomini si può trasmettere?
Il libro verrà poi presentato a Padova, alla Fiera delle parole l’8 ottobre, e ancora a Milano per BookCity, il 24 ottobre.
di Luciana Tavernini
Come si può spiegare l’interesse in costante crescita per l’opera complessiva e l’esperienza di vita di Antonia Pozzi, poeta e fotografa milanese degli anni Trenta, morta suicida a soli ventisei anni?
Infatti intorno a lei si stanno moltiplicando le tesi e i convegni universitari, gli spettacoli teatrali e i film, la pubblicazione di edizioni sempre più accresciute dei suoi scritti – poesie, diari, lettere –, gli interventi critici che ne mettono in luce l’originalità e ne riscoprono la vicenda esistenziale.
Eppure, da viva, aveva visto pubblicato solo un saggio su Aldous Huxley e nel 1939, l’anno dopo la sua morte, il padre curò un’edizione ridotta ed epurata delle poesie dal titolo Parole. Successivamente da Garzanti apparve la tesi di laurea sulla formazione letteraria di Flaubert, con la prefazione di Antonio Banfi, il filosofo razionalista, suo professore, che l’aveva però scoraggiata rispetto al fare poetico.
Nel 1943 uscì per Mondadori un’edizione più cospicua del corpus poetico, curata dall’amico Vittorio Sereni. La recensione di Montale che, nel dicembre 1945, ne metteva in luce il valore letterario sul “Mondo “ di Firenze divenne la base per l’introduzione a un volume più ampio, inserito nella prestigiosa collana “Lo Specchio” nel 1948 e poi nel 1964. Montale riconobbe ad Antonia Pozzi la capacità di “ridurre al minimo il peso delle parole”, la “purezza del suono e la nettezza dell’immagine” e notò che i suoi testi suscitano in chi li legge una sorta di “fuoco”, ma ricollegò la sua esperienza a quella di Ungaretti e dei poeti ermetici del verso libero.
A metà degli anni Ottanta iniziò, invece, una vera e propria riscoperta, dovuta soprattutto a Onorina Dino, curatrice dell’Archivio di Antonia a Pasturo, e ad Alessandra Cenni, che con attenta ricerca filologica ripristinarono le versioni originali delle poesie, liberandole dalle censure e dagli interventi paterni, e cominciarono anche la pubblicazione di lettere e diari, facendola così conoscere a un pubblico più vasto.
Ma in particolare negli ultimi dieci anni è progressivamente cresciuto l’interesse verso di lei, a partire dalla biografia critica di Graziella Bernabò Per troppa vita che ho nel sangue, dove appare inscindibile il nesso tra arte e vita, tanto caro alla Pozzi. Si tratta di un lavoro che ricostruisce con una rigorosa attenzione alle fonti e attraverso il dialogo con numerosi testimoni la vicenda esistenziale e l’impegno artistico di Antonia, illuminando attraverso di lei la situazione storica degli anni Trenta. È un modo di scrivere la biografia di una donna che utilizza un’attenzione empatica del tutto differente dalla facile immedesimazione, riuscendo a mostrare le difficoltà e le possibilità di un protagonismo al di fuori degli stereotipi femminili e dell’omologazione al maschile. Un metodo fruttuoso che Bernabò ha replicato nella complessa biografia di Elsa Morante, La fiaba estrema, ma che possiamo riconoscere anche nell’avvincente lavoro di Martina Corgnati, Afferrare la vita per la coda, sulla vita e le opere dell’artista Meret Oppenheim.
Da allora si sono moltiplicate le iniziative. Ne accennerò solo alcune: il sito, curato da Tiziana Altea, http://www.antoniapozzi.it/ , ricchissimo di informazioni e con una bibliografia aggiornata, a cui rimando anche per alcuni testi qui accennati e ormai introvabili; il grande convegno del 2008, nel settantesimo della morte, all’Università degli Studi di Milano, dove Antonia si era laureata, seguito dalla pubblicazione degli atti; le numerose tesi universitarie (ormai superano la ventina); i diversi spettacoli teatrali, tra cui L’infinita speranza di un ritorno con la drammaturgia e l’interpretazione di Elisabetta Vergani per la regia di Maurizio Schmidt, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita nel 2012; il film di Marina Spada, Poesia che mi guardi, presentato al festival di Venezia nel 2009, che, attraverso una narrazione originale, immagini nitide e pregnanti, documenti d’archivio inediti, ha saputo rendere il valore che l’opera poetica e fotografica di Antonia Pozzi acquista oggi, soprattutto per le giovani generazioni; il documentario del 2014 di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa. Antonia Pozzi (1912-1938), che ci restituisce la capacità, veramente straordinaria in Antonia, di introspezione e di relazione; la lettura di testi poetici e in prosa Tra arte e vita: Antonia Pozzi poeta (1912-1938), che costituisce una sorta di biografia, curata dal gruppo della web radio http://www.donnediparola.eu/.
Quest’importanza crescente che ha assunto la figura della Pozzi in ambito non solo europeo ha avuto possibilità di dispiegarsi grazie alla costante attenzione di Onorina Dino per l’Archivio Pozzi, da lei non soltanto attentamente curato, ma creato e accresciuto nel tempo, e consegnato nel 2014, già ordinato con una prima classificazione, al Centro Internazionale Insubrico di Varese. Certamente la ripubblicazione in varie edizioni, anche se a volte parziali, non solo delle poesie, ma anche delle fotografie, dei diari e delle lettere, le traduzioni in diverse lingue, i molti saggi critici hanno permesso l’ampliarsi della conoscenza di Antonia Pozzi da parte di un pubblico non specialistico, generando una vera e propria passione verso di lei..
Ma perché questo è accaduto, e perché soprattutto le donne, le maggiori lettrici oggi, vogliono incontrarla sempre più direttamente?
Quando una donna riesce a mantenere viva la sua voce originale e riesce a farla udire, andando oltre i canoni letterari e artistici del suo tempo, anche a costo di morirne, suscita in noi la voglia non solo di attingere alla sua opera ma di indagarne la vicenda umana. Aspiriamo infatti a “comprendere quelle vite femminili che contemplano il rischio e il desiderio di una realizzazione personale del mondo insieme a, o al posto di, un amore coniugale”, come diceva Carolyn Heilbrun (Amanda Cross), già nel 1988, nel suo libro Come scrivere la vita di una donna (p. 56).
Nella poesia della Pozzi, infatti, troviamo immagini e parole che ci restituiscono un sentire che tiene conto della corporeità; una poesia che sa essere vicina alle persone nella pienezza della loro umanità, sapendone cogliere la singolarità nei momenti quotidiani, tragici e gioiosi, dell’esistenza, magari solo attraverso un gesto, un elemento del vestire, un’emozione. Antonia sa essere vicina anche agli animali e alle cose, di cui vuole “rubare l’anima”, e dunque riesce a comunicare la forza dei luoghi: le montagne che amava scalare, le città di cui coglie la musica, la campagna lombarda e la periferia milanese, luoghi in cui lei stessa è presenza viva. Infatti lei “vive della poesia come le vene vivono del sangue” (lettera, 29 gennaio 1933), sa che nella scrittura è “necessario non recidere il legame vitale che intercorre tra problema di vita e problema d’arte” e che dunque “la risoluzione di un problema letterario […] rappresenta di per se stessa la risoluzione vivente di un problema di vita”.(Flaubert negli anni della sua formazione letteraria, pp. 8-9). Per questo nei suoi testi opera un cambiamento del simbolico, come il femminismo radicale chiama il mettere in parole, che la significhino fedelmente, l’esperienza umana, in particolare quella delle donne. Questo suo impegno – non capito dall’ambiente alto borghese in cui era nata e nemmeno dagli amici intellettuali del gruppo di Banfi, critici verso il fascismo ma incapaci di aprirsi alla differenza femminile – ora viene invece apprezzato e sentiamo che Antonia con le sue parole apre la strada a un senso nuovo dell’esistere.
La Pozzi è dunque un esempio di inestricabile intreccio di vita e opere, emblematico di alcuni percorsi, non certo facili, per mantenere la propria autenticità, che ancor oggi come donne siamo interessate a riconoscere. Per questo la pubblicazione dell’epistolario nel bel volume Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938 ci offre la possibilità di avere una fonte diretta sul suo modo di sentire, creare e relazionarsi. Sono testi che si leggono come un romanzo, per la bellezza, la vivacità e, via via, la maggiore intensità della scrittura, in cui vediamo innanzi tutto emergere la “virtù della resistenza” come Carol Gillligan chiama lo sforzo che le giovani compiono per non cedere alle deformazioni che l’ordine patriarcale vorrebbe imporre loro. Possiamo cogliere ciò che la rafforza, come la profonda relazione con alcune amiche, con cui in alcuni momenti condividere quella splendida energia che viene generata dallo svolgimento con altre di un’attività nella sfera pubblica, penso all’amicizia tra Antonia Pozzi, Elvira Gandini e Lucia Bozzi, a cui sono dedicate delle poesie e indirizzate lettere sincere e toccanti che mostrano anche come sia difficile destreggiarsi tra l’amore dei e verso i genitori (pensiamo alla figura affettuosa e fragile della madre di Antonia e a quella generosa ma autoritaria del padre) e l’essere fedele al proprio sentire. Su consiglio delle amiche Lucia ed Elvira, conosciute alla biblioteca Braidense, la Pozzi si era iscritta all’indirizzo di Filologia Moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Regia Università di Milano (la “Statale”) ed Elvira l’aveva introdotta ai seminari del giovedì di Giuseppe Antonio Borgese, docente di Estetica. Con lei aveva condiviso anche un campeggio CAI a Breil nell’estate 1933 e discuteva del lavoro poetico e del dispiacere che le aveva provocato il giudizio negativo su di esso di Banfi. La “Cia”, Lucia Bozzi, fu la prima ad apprezzarne la vocazione poetica e la sostenne in momenti difficili. Interessante è anche il rapporto con Elisa Buzzoni di cui Antonia parla con Sereni in una lettera dove rivela un’acuta sensibilità nell’accettare tranquillamente di provare moti di sensualità per un’amica. Certo queste amicizie non si configurano come una società femminile, al cui interno si viene elaborando una consapevole e condivisa visione del mondo, ma furono ugualmente importanti perché consentirono ad Antonia di continuare il lavoro di sperimentazione su una parola autenticamente legata alla sua esperienza di vita. Anche con gli uomini l’amicizia è sentita da lei come scambio e confronto su comuni passioni – in questo caso la poesia e la letteratura – come con il suo grande amico Vittorio Sereni e in particolare con il poeta Tullio Gadenz, con il quale intrattenne un ricco scambio epistolare in cui rivela la complessità della sua poetica.
Nelle lettere ai familiari, scritte con una prosa vivace, possiamo seguire l’educazione cosmopolita di una giovane emancipata, i viaggi in Inghilterra e in varie località italiane, la pratica sportiva, dallo sci al tennis all’arrampicata, le letture colte, le visite ai musei, l’assiduità ai concerti e all’opera lirica presso la Scala e il Conservatorio di Milano, che rivelano come possa essere affascinante il nuovo modo di imprigionare una figlia amata in un ruolo più sottilmente convenzionale.
Come per molte scrittrici la concezione dell’amore e del rapporto con l’uomo era basata su un dialogo aperto: non vi era in lei il desiderio di conquistare, ma di essere compresa nella sua interezza. Per prima Antonia si innamorò di Antonio Maria Cervi, il suo ex insegnante del liceo di diciotto anni più vecchio di lei. Lo si capisce dalle lettere in cui la giovane passionale trascina l’uomo in questo rapporto, ostacolato dal padre di lei. Se Antonia ne ammirava la nobiltà d’animo e ne rispettava le convinzioni, tuttavia non accettava finzioni per compiacerlo. Ad esempio, riguardo ai tentativi di lui di accostarla al cristianesimo, mentre lei era volta a una ricerca di Dio al di fuori di ogni schema confessionale, dice che “sarebbe disonesto verso la mia coscienza il fingermi un dovere che non comprendo e non sento” (lettera 1° marzo 1932). Se di fronte al rifiuto del padre Antonia era disposta a combattere e se dalle sue lettere, a volte struggenti, sentiamo emergere un desiderio di superare le convenzioni sociali, Cervi invece cedette e le accettò.
Anche agli altri uomini con cui ebbe legami amorosi, Remo Cantoni e Dino Formaggio, Antonia propose un confronto serrato sulle sue aspirazioni intellettuali, sul lavoro di ricerca per la tesi su Flaubert, su scritti e progetti di scrittura, sul rapporto tra vita e poesia (un tema tanto sentito in ambiente banfiano, ispirato dal Tonio Kröger di Thomas Mann), sul lavoro fotografico, sulla frequentazione della periferia milanese, in particolare della zona di piazzale Corvetto. Purtroppo questa modalità di rapporto, intenso e insieme intimo, fuori dagli schemi del rapporto di coppia tradizionale, non venne corrisposto: nelle sue lettere appare evidente l’apertura all’altro, propria dell’intelligenza d’amore di molte donne, che tuttavia subisce lo scacco di un maschile che pretende di essere universale.
Dunque in queste lettere, ordinate cronologicamente, e nelle fotografie che le accompagnano vediamo svolgersi la vita di una donna di talento che ha lottato perché non fosse messa a tacere la sua autentica voce. E noi, continuando a leggere e osservare le sue opere, possiamo dire che c’è riuscita.
(Leggendaria, N.111, maggio 2015, pp. 37-39)
Antonia Pozzi, Flaubert negli anni della sua formazione letteraria, Premessa di Antonio Banfi, a cura di Matteo Mario Vecchio, Ananke, Torino 2013, 362 pagine, 24 euro.
Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima: antologia fotografica, a cura di Ludovica Pellegatta e Onorina Dino, Àncora, Milano 2007, 112 pagine, 22 euro.
Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicata e altri scritti. A cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, con approfondimenti critici di Fulvio Papi, Dino Formaggio, Gabriele Scaramuzza, Eugenio Borgna, Giovanna Calvenzi, Goffredo Fofi e un intervento di Roberta De Monticelli, con dvd del film di Marina Spada, Poesia che mi guardi (2009, 50′, Italia, Miro Film), Luca Sossella Editore, Bologna 2010, 650 pagine, 20 euro.
Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo: lettere 1919-1938, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, con un contributo di Marco Dalla Torre; Postfazione di Tiziana Altea, Àncora, Milano 2014, 390 pagine, 26 euro.
Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue: Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre, Milano 2004. Ora riedito, con stesso titolo e prefazione di Onorina Dino, Àncora, Milano 2012, 340 pagine, 24 euro.
Graziella Bernabò, Onorina Dino, Silvia Morgana, Gabriele Scaramuzza (a cura di), … e di cantare non può più finire…: Antonia Pozzi (1912-1938), atti del convegno, Milano 24-26 novembre 2008, Università degli Studi – Dipartimento di Filologia Moderna – Dipartimento di Filosofia; a cura di, Viennepierre, Milano 2009, 433 pagine, 30 euro.
Graziella Bernabò, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci, Roma 2012, 340 pagine, 24 euro.
Martina Corgnati, Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda, Johan &Levi editore, Monza 2014, 540 pagine, 35 euro.
Carol Gilligan, La virtù della resistenza. Resistere, prendersi cura, non cedere, Moretti & Vitali, Bergamo 2014, 167 pagine, 16 euro.
Carolyn Heilbrun Come scrivere la vita di una donna, La Tartaruga, Milano 1990, 172 pagine.
Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa. Antonia Pozzi (1912-1938), (2014, Italia, Emofilm in collaborazione con Acel Service e Comune di Pasturo).
Marina Spada, Poesia che mi guardi (2009, 50′, Italia, Miro Film).
di Franca Fortunato
«Assolta per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste», sono queste le motivazioni con cui i giudici del tribunale di Crotone hanno assolto Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, dalle accuse di essere stata eletta con i voti della famiglia mafiosa degli Arena e di averli favoriti nella raccolta di un campo di finocchi su un terreno a loro confiscato. Terreno che a tutt’oggi continua ad essere gestito da una cooperativa di Libera, a cui Carolina l’aveva assegnato. Finisce un incubo per lei e per chi – come me e altre – dopo lo sconcerto e l’incredulità del primo momento, non ha mai cessato di credere in lei e a lei, non per “garantismo”, ma per quella profonda e speciale fiducia tra donne, che nasce dal riconoscersi nel libero desiderio di cambiare questa terra, segnandola dell’autorità e della grandezza femminile.
È questo che Carolina, insieme alle altre – Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura, Elisabetta Tripodi, ex sindaca di Rosarno, Maria Carmela Lanzetta, ex sindaca di Monasterace – hanno reso possibile, amministrando i loro paesi con passione, competenza, coraggio, libere da ogni compromesso – come oggi anche i giudici riconoscono a Carolina – con la ’ndrangheta e la mala politica che quasi sempre vanno insieme. L’assoluzione di Carolina rende giustizia a chi crede, e ha sempre creduto, che le donne in questa terra sono la parte, non superiore, ma migliore della politica. Donne che hanno amministrato, o continuano a farlo come Annamaria Cardamone, credendo nella forza del proprio desiderio di rendere il proprio paese “normale” e dimostrare che un’altra politica è possibile, perché loro l’hanno praticata. È questo che nessuno/a potrà mai cancellare. Lo sanno bene tutti coloro che le hanno avversate, ostacolate, misconosciute. Troppi – dentro e fuori i partiti – hanno cercato di archiviare troppo in fretta la loro esperienza, decretandone il fallimento, dopo averla ostacolata, come ci insegna la vicenda di Elisabetta Tripodi, o screditata come con la Girasole, o disconosciuta come nel caso della Lanzetta e della Tripodi, che avevano tutti i numeri per entrare nella Giunta regionale. A loro, certo, mancavano e mancano i titoli accademici per partecipare a quel Senato accademico che è la Giunta regionale, ma avevano e hanno altri titoli, quelli necessari per una buona amministrazione e una buona politica che negli anni hanno portato avanti col sostegno delle donne e degli uomini che hanno creduto in loro. Competenza, esperienza, intelligenza, capacità amministrativa, coraggio, orgoglio, passione, amore per la propria terra, questi sono i loro titoli e chiunque ha veramente a cuore le sorti di questa terra non può che rallegrarsene, riconoscerli e valorizzarli. E invece!! Pensare – come molti hanno fatto in questi anni – che l’esperienza delle sindache, etichettate come sindache “anti ’ndrangheta” – qualcuna ribattezzata in fretta “amica della ’ndrangheta”, come nel caso della Girasole – sia fallita, è un modo per togliere la speranza alla Calabria, quella stessa Calabria che, un giorno sì e uno pure, la si accusa di non sapersi indignare, di non sapersi ribellare, di essere apatica e incapace di sognare. La speranza non è una promessa, ma un orientamento, un sentimento che quando c’è va trattato con cura per non ucciderlo. Queste donne coraggiose si sono date forza, si sono autorizzate l’una con l’altra nelle loro pratiche quotidiane, nelle loro scelte “impreviste” e “inaspettate” per chi – come i mafiosi e i mala-politici – era abituato a ben altra politica e a ben altra pratica amministrativa. Sono state capaci di trasformare la speranza del cambiamento in realtà e segnarla del loro desiderio femminile, pagando anche prezzi personali molto alti. Non riconoscerlo come un bene per sé, per gli altri e per la Calabria tutta, condanna la politica alla ripetizione, alla autoreferenzialità e alla pura gestione del potere. Con l’assoluzione di Carolina Girasole ogni cosa torna al suo posto. A me non resta che, col cuore colmo di gioia, dirle Grazie per avermi permesso di continuare a credere in lei. Grazie per essere stata, anche in questa occasione, una Signora e aver saputo, con la stessa passione e la stessa forza con cui ha amministrato il suo paese, difendere in tribunale la sua dignità e la sua verità di donna.
(Il Quotidiano del Sud, 24 settembre 2015)
di Silvio Messinetti
Un nuovo «caso Tortora», una vicenda kafkiana finita, però, nel migliore dei modi. Carolina Girasole assolta «per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste». Assolto anche il marito Franco Pugliese. Condannati per il reato di turbativa d’asta Nicola e Massimo Arena, dell’omonima cosca di ‘ndrangheta, a una pena di tre anni e sei mesi di reclusione. Alla lettura della sentenza, al contrario di quanto avvenuto sinora, l’ex sindaca di Isola Capo Rizzuto non era in aula, ma ha atteso la decisione del Tribunale di Crotone nello studio del suo legale, Marcello Bombardiere. Al telefono esprime tutta la sua felicità, con la pacatezza che le è propria: «È la giusta sentenza per un processo che non si doveva proprio celebrare. Fin dall’inizio, abbiamo cercato di gridare la nostra innocenza ma o ci è stato impedito da chi ha preferito correre dietro il sensazionalismo della notizia di un sindaco antimafia che scende a patti con la ‘ndrangheta. Una macchinazione costruita per infangarmi. Io ero impegnata tutti i santi giorni contro la ‘ndrangheta, abbiamo costituito cooperative antimafia, confiscato beni assegnandoli a soggetti meritevoli, in consiglio lottavamo fieri contro il potere criminale. E, d’improvviso, mi sono trovata etichettata come collusa, come colei che andava a cercare i voti delle ‘ndrine. Ma le carte parlavano chiaro e i magistrati giudicanti hanno fatto giustizia».
Una storia che mette in guardia contro i rischi del giustizialismo, della gogna mediatica. Perché alla fine l’impianto accusatorio della Dda di Catanzaro su informativa della Gdf di Crotone è crollato come un castello di sabbia. Gli inquirenti contestavano all’ex sindaca, referente di Libera nel crotonese, di essere stata eletta con i voti degli Arena e di averli favoriti nella raccolta di un campo di finocchi su un terreno confiscato. Quel terreno ancora oggi è gestito dalla cooperativa Terre Joniche-Libera terra, grazie proprio ai provvedimenti assunti dalla giunta Girasole.
Finisce un dramma umano e politico iniziato il 3 dicembre 2013 quando i finanzieri bussarono a casa sua per notificarle un provvedimento di arresti domiciliari emesso dal gip distrettuale Abigail Mellace. Girasole e Pugliese furono rilasciati dopo 155 giorni perché la Procura richiese il giudizio immediato. Il dibattimento ha svelato un pasticcio investigativo infarcito di scambi di persona, aggiunte, omissioni parziali. Un blob di 15 intercettazioni in cui mai si è ascoltata la voce della sindaca o del marito ma solo conversazioni tra mafiosi. E in cui mai è risultato che gli Arena avessero dato un solo voto a Girasole. Per la difesa è stata costruita in questi anni «una trappola per ostruirle la carriera politica e rovinarle la vita. Girasole — ha detto Bombardiere — si è messa contro tutti e contro tutto per stare vicina a Libera». L’arrivo di don Ciotti nella signoria ‘ndranghetista degli Arena aveva scatenato un putiferio in paese. Libera era avversata dal gruppo di potere che ruota da oltre un decennio intorno alle Misericordie, gestori del Cie/Cara Sant’Anna, e dalle cui file proviene l’attuale sindaco, Gianluca Bruno di Fi, che ha preso il posto di Girasole colpita dall’odissea giudiziaria.
di Redazione,
A prima vista sembra una delle numerose immagini di profughi in Europa. Ma al centro dell’immagine, dentro una tenda rimasta aperta, due richiedenti asilo si stanno baciando appassionatamente.
La foto, scattata da Yannis Androulidakis, collaboratore di Al Jazeera, è stata pubblicata su Facebook da Niklas Gris, che ha scritto: «I rifugiati vinceranno perché sono elementi di libertà, perché negano e aboliscono davvero i confini, perché sono testimoni della barbarie della guerra e dei poteri coloniali, e sono venuti in Occidente portando con sé la prova di quei crimini. Il colonialismo è tornato a casa. Ma la vita vince sempre, alla fine».
(L’Huffington Post, 22/09/2015)

Dal 24/10/2015 al 7/11/2015
NUOVA GALLERIA MORONE Arte Contemporanea Via Nerino 3 – 20123 Milano
Mariella bettineschi “L’era successiva”
Inaugurazione giovedi, 24 Settembre, ore 18.00
Info info@nuovagalleriamorone.com www.nuovagalleriamorone,com
L’era successiva è il titolo che accompagna uno sfaccettato insieme di fotografie di Mariella Bettineschi.
Come lei stessa dice: Il progetto L’era successiva è nato nel 2008, quando la crisi economica ha sconvolto tutti i parametri, i metri di giudizio, i termini di paragone, segnando un profondo e definitivo cambiamento rispetto al passato.
In questa mostra Bettineschi mette a confronto, come in una scena teatrale, immagini di boschi, di stagni, paesaggi resi evanescenti da soffi di vuoto e nebbie gassose, a ritratti di donne di Raffaello, Palma il Vecchio, Leonardo, Tiziano, Caravaggio, Bronzino.
Ispirata dalle donne rinascimentali, le ha portate nella contemporaneità attraverso un intervento linguistico preciso: il taglio dell’opera, il raffreddamento dell’immagine, lo sdoppiamento dello sguardo.
In questo dialogo tra natura e pittura si inseriscono le immagini di alcune preziose biblioteche: Casanatese di Roma, Marciana di Venezia, Trinity College di Dublino.
Tutte sono coinvolte da una dilatazione gassosa che allarga e vanifica i confini architettonici. Una metafora evidente della diffusione del sapere, ma anche del rischio della sua distruzione.
“Come nei boschi, negli stagni, nelle biblioteche il soffio di vuoto – scrive Francesca Pasini in catalogo – indica un gesto da compiere dentro di noi, così in questi occhi raddoppiati c’è la metafora di un incontro tra sé e l’altro, che riguarda sia la storia, sia il presente.
Il taglio che raddoppia i loro occhi ci avverte che l’integrità, che ha colto chi le ha dipinte, proviene soprattutto da chi si dota di un proprio sguardo. E’ un taglio che ha modificato radicalmente i rapporti sia tra i soggetti viventi, sia tra i soggetti osservati e dipinti”.
Nella girandola di golpe e contro golpe che scandisce la storia di molti Paesi africani, la tenace e coraggiosa resistenza del popolo del Burkina Faso alla prepotenza dei militari fedeli all’ex dittatore Compaoré mostra l’esistenza di una società civile matura non comune nel cuore dell’Africa subsahariana; di solito considerata fonte di materie prime o di problemi.
Non che il continente sia del tutto estraneo alle mobilitazioni di massa: dallo sciopero del sesso delle donne in Togo per rovesciare il presidente ai presidi degli «indignados» nigeriani contro l’abolizione dei sussidi per i carburanti nel 2012 o le manifestazioni dello scorso anno per le studentesse di Chibok rapite da Boko Haram. Ma affrontare le pallottole della Guardia presidenziale a mani nude (o al massimo con bastoni e fionde) come stanno facendo da giorni migliaia di giovani nell’ex colonia francese, senza piegarsi e riuscire (quasi) a spuntarla, rappresenta un caso esemplare.
Alla protesta contro il golpe che ha tentato di bloccare la transizione democratica del Paese, si sono unite anche molte «mamme» (come vengono chiamate nelle foto su Facebook), scese in strada con pentoloni, mattarelli e scope. Quelle scope già protagoniste della rivolta che un anno fa ha spazzato via Compaoré e il tentativo di prolungare i suoi 27 anni di potere. Fu ribattezzata «primavera nera» la vittoria del «balai citoyen» (scopa cittadina), il movimento civico che si richiama a Thomas Sankara, il «Che Guevara africano», e alle sue giornate di pulizia collettiva. Se l’anno scorso la «ramazzata» si era concentrata nella capitale, Ouagadougou, questa volta si è diffusa anche nelle altre città. La proposta di mediazione messa a punto dall’Ecowas prevede il ritorno del presidente Kafando, elezioni a novembre ma anche il ritorno degli esponenti dell’ex regime tra i candidati. Una vittoria a metà. Ma pur sempre una vittoria.
(Corriere della Sera, 21 settembre 2015)
di Leonetta Bentivoglio
Angeli materni e demoni da esorcizzare. Il nome (leggendario per gli amanti del cinema) del regista statunitense William Friedkin resta profondamente legato a L’Esorcista, ovvero al «film più terrificante di tutti i tempi», secondo la definizione che ne premiò l’uscita sugli schermi, nel ’73. Fu senza dubbio una delle occasioni in cui venne mostrata maggiormente al mondo l’esistenza del demonio, «che si aggira sempre fra noi, manifestandosi a sprazzi in ogni essere umano», sostiene Friedkin, celebrato fin dagli anni Sessanta come esponente della New Hollywood e autore anche di cult quali Il braccio violento della legge (che gli ha fatto vincere l’Oscar) e Vivere e morire a Los Angeles .
Rispettando la logica dei contrari, si può supporre che l’ottantenne cineasta abbia coltivato una familiarità col diavolo grazie alla frequentazione di un angelo, avendo trascorso la prima fetta della vita con una mamma «angelica per dolcezza incondizionata», afferma oggi. «Irradiava calore e benevolenza. Nel quartiere della mia infanzia, a Chicago, tutti ricorrevano a lei come a una consigliera generosa e saggia. Inoltre non ha mai dubitato del mio talento, e siccome per un figlio la fiducia materna è tutto, da adulto non ho temuto di confrontarmi con scelte impegnative. Quel che sono diventato glielo devo per intero».
Una mamma paradisiaca: la sta intensificando nella memoria?
«Non esagero. Il suo affetto è stato il germe dei miei risultati. Ha creduto in me senza esitazioni, interrogativi, perplessità».
Veniva dall’Ucraina, giusto? E si chiamava Rachel.
«Era un ebrea di Kiev, città che i miei nonni lasciarono per un pogrom nel 1903: era tale l’antisemitismo che si diceva che gli ebrei bevessero il sangue dei cristiani. I miei parenti fuggirono nascondendosi nelle navi da carico e mia madre giunse in America a cinque anni. Aveva dodici fratelli, mentre mio padre ne aveva undici. In seguito, per i membri della nostra immensa famiglia complessiva, Rachel, detta Rae, sarebbe stata una fertile matriarca. Straordinaria era la sua capacità di cogliere la natura umana. Per me ha rappresentato una fonte di spiritualità costante. Anche riguardo alla mia sensibilità per la lirica».
Rae amava l’opera?
«Ma no, era poco istruita. La sua indole era alimentata da una sorta d’innocenza. Per istinto viveva protesa verso gli altri. Questa sua vocazione ha costruito la mia parte spirituale, a cui appartiene tra l’altro il mio amore per la musica. Da qualche anno firmo spettacoli operistici e il 14 ottobre, diretto da Noseda, andrà in scena il mio allestimento dell’Aida verdiana al Regio di Torino».
Da giovane sua mamma lavorava?
«Fece l’infermiera con dedizione incredibile. Adorava il suo mestiere, a causa del quale perse un occhio: fu ferita in sala operatoria dall’esplosione di uno sterilizzatore di strumenti chirurgici. Portava con disinvoltura un occhio di vetro. Cessò di lavorare per dedicarsi a me: ero figlio unico. Mio padre Louis andava in giro acchiappando qualsiasi lavoretto per garantirci la sopravvivenza, senza raccogliere più di cinquanta dollari a settimana. Abitavamo dentro un’unica stanza, in North Sheridan Road. Eravamo poveri ma io non lo sapevo, perché i miei amici vivevano nello stesso modo. Giocavo con bambini italiani, ebrei, tedeschi e polacchi, immerso nel melting pot che mi ha formato. Nelle bollenti notti estive dormivamo con molte altre famiglie a Gunnison Park. Nessuno poteva permettersi un condizionatore».
Sua mamma era tenera o severa con lei?
«Era sorridente e mai punitiva. L’ho vista piangere solo una volta. Andavo a rubacchiare nei grandi magazzini di Chicago, e una volta fui beccato da un detective che minacciò di mandarmi in riformatorio. Quando mia madre ascoltò il suo resoconto scoppiò a piangere. Spettacolo straziante che non solo mi evitò il riformatorio, spezzando il cuore al detective, ma che mi fece passare la voglia di rubare. L’idea di far soffrire mia madre mi annientava».
Fu Rae a farle scoprire il cinema?
«Sì: avrò avuto cinque anni. Andammo al Pantheon Theater di Chicago, sontuoso e decadente, con logore poltrone. A un tratto scesero le tenebre e davanti a me un enorme rettangolo nero si accese di un bianco abbagliante, mentre risuonava con violenza una musica. Presi a urlare da matti, tanto che mamma mi condusse fuori. Ma nel giro di pochi anni i film smisero di spaventarmi, anzi: non vedevo l’ora di entrare nel buio protettivo di una sala e di perdermi in un’altra dimensione. Da ragazzo iniziai a lavorare come fattorino per una televisione di Chicago, dove poi passai alla produzione e alla regia di programmi dal vivo. Confesso che in principio ebbi tante sconfitte, ma mia madre non smise d’incoraggiarmi. Intanto papà era morto, abbandonato nel corridoio di un ospedale. Soltanto i ricchi meritavano un letto. Rimasta vedova, Rae riprese a fare l’infermiera».
Non poté assistere ai suoi successi?
«Purtroppo no. Vide solo i miei primi lavori, come Good Times, nel ’67, con Sonny e Cher, che le piacque moltissimo. Ma fu un flop totale. Quando mi trasferii in California la portai con me a Beverly Hills, dove stavamo in una casa di proprietà di Mickey Rooney. Lì continuò a fare l’infermiera al Cedars-Sinai Hospital, e a Los Angeles sarebbe rimasta fino alla morte, che avvenne per infarto: aveva poco più di sessant’anni. Oggi al Cedars-Sinai c’è una scuola per infermiere intitolata a lei, che ho finanziato per renderle omaggio. Sento sempre la mano di mia mamma sulla spalla. È il mio angelo custode».
Rae ha influenzato qualche personaggio dei suoi film?
«Il ruolo della madre nell’Esorcista è modellato su di lei. Ho cercato un’interprete che le somigliasse: piccola, soffice, tonda e con lo sguardo colmo di bontà. Una visione angelica tra gli orrori del demonio».
Il ricordo più forte che serba di Rae?
«C’è un sogno che faccio ogni tanto. In Sheridan Road, cavalcando il mio triciclo, passo velocemente davanti a un negozio di mobili e a una piccola drogheria, con la sciarpa avvolta attorno al naso e alla bocca. Il mondo è racchiuso nelle immagini di quella corsa e finisce sul bordo del Lago Michigan, dove da bambino osservavo i banchi di ghiaccio sull’acqua. Sapevo che tutto sarebbe andato bene. Presto sarei tornato nel caldo del nostro monolocale a bere la cioccolata preparata da mia madre».
(la Repubblica, 19 settembre 2015)
di MATTEO BERGAMINI
Guardiamo all’Esposizione attraverso una lente rosa, perché le partecipazioni femminili si rivelano forse le più attente nel raccontare il “tempo incredibile”. Ecco la nostra selezione.
Ci avete fatto caso o è stata solo una nostra impressione? Non crediamo, non fosse altro per la quantità (e la qualità) dell’offerta che vi raccontiamo. Il 2015 non è stato solo l’anno della Biennale del primo curatore africano, ma anche un’esposizione decisamente in rosa, con un’infilzata di ottime prove dentro e fuori da Giardini e Arsenale.
La nostra top list comincia con Fiona Hall, che ha battuto il “Wrong way time” (foto sopra) con la sua partecipazione all’Australia. L’artista, già a Kassel nel 2012, utilizza tutto lo spazio del padiglione per un ambiente intenso, gotico, che di concettuale ha la storia dalla sua parte, senza essere minimale. È poetica Hall, quando trasforma le banconote da un dollaro in nidi di uccello intervenendo chirurgicamente sui numeri di serie, con la giungla di animali inquietanti, o ancora con i suoi atlanti geografici che riscrivono i fenomeni dell’immigrazione: all’indomani di Lampedusa c’è da guardare con attenzione le pagine aperte sul bacino Mediterraneo su cui sono disposti corpi stilizzati e con un grande barcone affondato, realizzati con pane. Verrebbe da dire “un lavoro semplice”, ma di fronte alla complessità del “Tempo incredibile” rimarcato da Enwezor forse è anche necessaria una chiave di lettura meno stilizzata e più vicina alla “platea dell’umanità”.
All’isola di San Giorgio Maggiore un’altra leonessa fatta e finita: Magdalena Abakanowicz, con 110 nuove sculture antropomorfe di juta: Crowd & Individual. Definirli manichini è riduttivo e non veritiero; questi corpi sono – fisicamente – una sorta di bandiera: scavati, composti solo da una facciata di pelle materica, e quasi esclusivamente privi di volto.Sono nella penombra, tenuti a bada da una fiera illuminata sulla soglia. Un’installazione soltanto, ma della potenza che solo Abakanowicz, polacca classe 1939 e già rappresentante del Padiglione del suo Paese alla Biennale nel 1980, ha saputo mostrare nella sua lunga carriera. Crowd & Individual ci mette di fronte al grande classico della contemporaneità: non solo siamo uno, nessuno e centomila nel grande mare della comunicazione, ma soprattutto siamo tenuti a bada da un sistema che – ovunque lo si guardi con un po’ di attenzione – ci rende omologati e privi della capacità, dolorosa e pericolosa, di andare realmente controcorrente.
Altra stella non può essere che Joan Jonas, Stati Uniti. Non a caso è arrivata la menzione speciale per il suo padiglione, decisamente uno dei migliori in questa “All the world’s futures”. Jonas è rassicurante nella forma, nel senso che sono decisamente sdoganate le sue poetiche ed estetiche, ma ancora una volta è in grado di stupire con i suoi ambienti immersivi, con videoproiezioni e oggetti che ricalcano universi sciamanici e che in questo caso riflettono sull’irreversibilità che la natura sta continuando a subire sotto la mano disgraziata dell’uomo, colpevole di aver distrutto interi ecosistemi.
Sarah Lucas, Regno Unito, sarà pure – come è stato ribadito da parecchi addetti ai lavori “uguale a sé stessa”, ma tra le grandi nazioni che dominano il sistema dell’arte occidentale anche in questo caso l’Inghilterra la fa da padrone. Le sue sezioni di donne (foto di copertina) ricalcano un universo in cui il femminile è feticcio e gli sgabelli, il grande frigo a pozzo, basi su cui questi pezzi di corpo sono adagiati in posizioni da amplesso, sono a loro volta le icone su cui il maschile può modellare le sue inclinazioni. Irriverente, Lucas, che pare portare avanti quella bandiera di “genere” nata non solo con la Young British Art ma anche con gli scatti degli anni ’90 e dei primi ’00 di Nan Goldin o Wolgang Tillmans, che hanno fatto del desiderio, specialmente borderline, di interni sfatti la loro cifra stilistica per raccontare il presente.
Altra donna che ci racconta del nostro tempo, e come sempre in modo molto obliquo, con ironia e una sorta di crudezza è Katarzyna Kozyra alla galleria Caterina Tognon. L’artista polacca ha effettuato vari viaggi in Israele per conoscere e documentate con un video in cui lei fa la parte dell’intervistatrice la “sindrome da Messia”, fenomeno ormai studiato anche in psichiatria, che riversa a Gerusalemme uomini, donne, bianchi, neri, provenienti dalle più disparate parti del mondo, che si credono Dio e tentano di fare proseliti. Kozyra rimane fredda davanti a loro, non c’è mai né complicità né compiacimento. È una cronista, anomala come è sempre il suo lavoro e lei stessa, che mette in scena questa ossessione contemporanea. Un’altra risposta all’indagine sui nostri tempi voluta da Enwezor.
E le italiane? Possiamo accontentarvi con un paio di nomi. Elisabetta Benassi al padiglione belga, con un’installazione poetica e asciutta, Monica Bonvicini, più tedesca che italiana, con la sua cupa e aggrovigliata installazione all’Arsenale, nella mostra di Enwezor e poi il miglior lavoro che spicca nel buio del Padiglione Italia, che non è solo fisico ma racconta senza veline lo stato del Paese: quello di Marzia Migliora. Un’installazione luminosa, dove le pannocchie nella loro povertà diventano tutte d’oro, nutrimento, oltre che rêverie dell’infanzia dell’artista.Tralasciamo invece l’irrisolto tema della memoria di “Codice Italia”, specialmente perché in questo caso la declinazione appare non tanto come un radicamento che permette di guardare al futuro con uno slancio più consapevole, ma passpartout per continuare ad osservare (compiaciuti?) il latte versato, senza trovare il coraggio di rovesciare o aggiungere qualche nuovo elemento.
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da NoiDonne del 22 giugno 2015
Artiste alla Biennale di Venezia
Circa 50 donne tra i 136 artisti (o collettivi di artisti) provenienti da 53 Paesi a Venezia per la Biennale dal titolo “Tutti i futuri del mondo”
di Flavia Matitti
Monica Bonvicini, Latent combustion, 2015, Arsenale (Photo Jens Ziehe. Courtesy of the artist).
Il 9 maggio ha aperto al pubblico la 56ª edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, che si concluderà il 22 novembre. Nata nel lontano 1895, la Biennale di Venezia è ancora oggi considerata, a livello mondiale, la più illustre e importante manifestazione riservata all’arte contemporanea. Non sarà allora inutile ricordare che si è dovuto attendere fino al 2005 per trovare alla guida della storica rassegna una donna, o meglio due: le spagnole María de Corral e Rosa Martínez. E la soluzione della curatela affiancata adottata nel 2005 ha naturalmente suscitato ilarità e polemiche, quasi il messaggio fosse che per sostituire un uomo servissero due donne. Finalmente nel 2011 la cura della Biennale è stata affidata per intero a una sola donna, la svizzera Bice Curiger.
Quest’anno invece per la prima volta l’incarico della direzione artistica dell’esposizione internazionale è andato a un africano, il nigeriano Okwui Enwezor (classe 1963), dal 2011 direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera e già curatore dell’undicesima edizione di Documenta (2002), la prestigiosissima rassegna di arte contemporanea organizzata ogni cinque anni a Kassel, in Germania. Il titolo scelto dal curatore per questa edizione della Biennale è All the World’s Futures, ossia “tutti i futuri del mondo”, un tema che intende far riflettere sulle tensioni politiche, economiche e sociali che agitano il presente e sul modo in cui tali tensioni si ripercuotono sugli artisti e sulla loro idea di futuro. L’esposizione che ne è scaturita, allestita nel Padiglione centrale ai Giardini e all’Arsenale, appare permeata da un’inquietudine profonda e da un generale senso di sfiducia o di allarme.
Marlene Dumas, Skull, 2013-15 (Courtesy of the artist).
Enwezor ha scelto per la sua mostra 136 artisti (o collettivi di artisti) provenienti da 53 Paesi. Le artiste sono circa una cinquantina e due sono italiane: Monica Bonvicini (Venezia, 1965) espone Latent combustion, una installazione formata da alcune minacciose motoseghe appese al soffitto; Rosa Barba (Agrigento, 1972) presenta l’installazione filmica Bending to Earth. Molto toccante appare il lavoro della pittrice sudafricana Marlene Dumas (Cape Town, 1953), presente con una sala personale, dove mette in scena Skulls, una serie di 36 dipinti ciascuno raffigurante un teschio. Da segnalare che il Leone d’oro per il miglior artista della mostra è andato all’americana Adrian Piper (New York, 1948), filosofa e artista concettuale. Piper espone ai Giardini alcune grandi lavagne sulle quali è scritta ossessivamente la sconsolante frase: “Everything will be taken away”. All’Arsenale, invece, ha allestito tre desk presso i quali il visitatore può compilare e sottoscrivere una propria dichiarazione di intenti, impegnandosi poi a osservarla in futuro. Significativo anche il fatto che il Leone d’argento a un promettente giovane artista sia stato vinto dal coreano Im Heung-Soon (Seul, 1969), autore di un’installazione video, Factory Complex, che indaga le condizioni del lavoro femminile in Asia.
Camille Norment, Rapture, 2015, Padiglione Nordico (Photo OCA / Matteo Da Fina).
Affiancano la mostra di Enwezor le partecipazioni nazionali, ben 89, allestite nei vari padiglioni. Quest’anno la presenza femminile è notevole e numerosi sono i paesi che hanno puntato tutto su una sola artista, alla quale hanno affidato l’intero padiglione, con risultati di grande intensità, poesia, ironia, forza e vitalità. Tra gli altri è il caso dei padiglioni degli Stati Uniti (Joan Jonas), Russia (Irina Nakhova), Gran Bretagna (Sarah Lucas), Giappone (Chiharu Shiota), Norvegia (Camille Norment), Svezia (Lina Selander), Svizzera (Pamela Rosenkranz), Grecia (Maria Papadimitriou) e Australia(Fiona Hall). Senza contare il padiglione dello Swatch affidato alla portoghese Joana Vasconcelos, che ha ideato un Giardino dell’Eden fatto di luminosi fiori artificiali.
Nel Padiglione Italia, curato da Vincenzo Trione, espongono 15 artisti, ma tra loro le donne sono due: Vanessa Beecroft (Genova 1969) e Marzia Migliora (Alessandria, 1972), che presentano due lavori di grande efficacia e sensibilità. Durante la conferenza stampa Trione ha risposto così a chi gli domandava come mai avesse invitato solo due donne: “Le scelte che ho fatto non sono sessiste o geografiche, ma sono guidate solo dalla qualità della ricerca, i nomi poi sono venuti da sé”.
Sarah Lucas, I Scream Daddio, 2015, Padiglione della Gran Bretagna (Photo by Cristiano Corte © British Council).
La Santa Sede, che partecipa quest’anno per la seconda volta dopo l’edizione del 2013, ha un Padiglione ispirato al prologo del Vangelo di Giovanni: In Principio… la parola si fece carne. Curato da Micol Forti, il Padiglione presenta il lavoro di tre artisti: la colombiana Monika Bravo (1964); la macedone Elpida Hadzi-Vasileva (1971) e il fotografo del Mozambico Mário Macilau (1984).
La giuria della Biennale ha assegnato il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale all’Armenia, ma ha deciso di dare una menzione speciale al Padiglione degli Stati Uniti per la presentazione di Joan Jonas (New York, 1936). L’artista multimediale, pioniera del video e della performance, che con grazia e sapienza porta lo spettatore a interrogarsi sui rapidi e radicali cambiamenti del nostro mondo e sul destino dell’umanità.
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Carissime Luciana e Marina,
ho appena finito di leggere il libro da voi curato Mia madre femminista. Storia da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015) e vorrei comunicarvi, a caldo e con semplicità, le impressioni che mi ha suscitato.
Prima di tutto mi ha lasciato un senso di contentezza, anzi di benessere.
Certamente questo è dipeso in buona misura dal mio interesse per l’argomento trattato: il mondo delle donne negli ultimi cinquant’anni circa, partendo dal Sessantotto. Aggiungo poi che l’ottica della differenza, chiaramente privilegiata nel libro rispetto a quella dell’emancipazione, mi trova da tempo consenziente e, quindi, mi comunica un senso di appartenenza positiva. Ma le mie impressioni sono derivate anche da altri elementi. Il vostro libro è estremamente ricco e, in larga misura, esaustivo, però non è né un tradizionale resoconto storico né, tantomeno, un semplice repertorio. Al dialogo vivo tra una madre e una figlia che fa da cornice si intrecciano infatti costantemente le testimonianze di donne che, in campi diversi, hanno avuto nel movimento un ruolo importante e che, nel loro racconto, vanno al cuore delle vicende cruciali che le hanno viste protagoniste, restituendole con molta vivezza e con una forte consapevolezza della loro importanza per il presente. Il tono che ne deriva non è perciò di nostalgia ma di forza. A maggior ragione perché le testimonianze riguardano anche donne più giovani che mostrano di non aver disperso l’eredità delle loro madri simboliche, così come mostra di comprenderlo, strada facendo, la figlia a cui la madre indirizza il proprio racconto, rendendosi conto a più riprese dei vantaggi che le specifiche lotte delle donne nei campi più vari, e soprattutto le pratiche con cui hanno portato avanti le loro lotte (in particolare l’autocoscienza e l’affidamento con riconoscimento dell’autorità femminile), hanno determinato, per la propria generazione come per quelle successive, in termini di libertà, di agio e di vera grandezza femminile. La stessa rete di testimonianze, fondamentale nella struttura dell’opera, rimanda a una pratica viva di relazioni, riguardante sia le molte testimoni sia voi stesse nella relazione diretta o indiretta con loro. Da qui il tono fermo, ma caldo e cordiale, e il senso di apertura alla molteplicità delle esperienze che sta alla base dell’intero libro e che non poco contribuisce a creare, nel corso della lettura, una sensazione positiva.
Infine mi è sembrato molto giusto l’inserimento, nel titolo, del richiamo letterale al femminismo. Molte donne infatti, pur libere e apparentemente aperte, si sottraggono assurdamente a questa parola, non rendendosi conto che anche l’emancipazione individuale può essere un guscio vuoto, se scissa dal rapporto consapevole con le altre e dalla gratitudine per ciò che esse, in vari campi, hanno fatto nel passato, o che fanno nel presente, non solo per una difesa dei diritti tradizionali, ma anche e soprattutto per il nostro esistere nel mondo a partire veramente da noi stesse.
In questo senso il vostro lavoro potrà essere prezioso, in termini di consapevolezza, per tante donne, e soprattutto per le giovani. In ogni caso è stato molto importante per me.
Graziella Bernabò