La poetessa Fadwa Tuqan ha scelto i versi per smascherare sia la mentalità patriarcale della sua società che la devastazione imposta dall’occupazione israeliana, l’umiliazione, la spersonalizzazione. E poi la lotta.

 

di Cecilia D’Abrosca

Roma, 12 ottobre 2015, Nena News – Fadwa Tuqan, donna, poetessa,palestinese. L’essenza è contenuta e racchiusa nelle parole che la definiscono. Figura determinante e pioneristica nell’ambito della letteratura internazionale, femminile, palestinese,di resistenza e di conservazione dell’identità culturale di un popolo.

Fadwa Tuqan è una donna che sceglie come forma di espressione la poesia; attitudine che determinerà ed orienterà il significato della suo impegno politico ed il suo percorso di affermazione come donna, in relazione al contesto alto borghese, conservatore, che preclude alle donne appartenenti alle famiglie più in vista l’esistenza di una vita al di fuori di quella familiare. In Palestina fare poesia non è solo una scelta, nè una modalità della produzione letteraria, ma è l’urlo dei resistenti. Le vicende storico-politiche entrano in commistione con la letteratura e vi si fondono, sprigionandosi in un linguaggio doloroso teso ad esprimere il volto dell’occupazione israelianae dei sentimenti che ne scaturiscono, quali l’umiliazione, la soggezione, la spersonalizzazione.

La poesia è simbolo della lotta all’autoaffermazione: pochi sono i palestinesi impegnati nella denuncia delle condizioni di vita nei Territori Occupati, o gli appartenenti a movimenti o organizzazioni politiche che, non scelgano la poesia, il verso, per denunciare e creare identificazione, nonché rafforzare il vincolo identitario tra i membri della comunità. Poesia come veicolo di significato condiviso socialmente e storicamente. Poesia di rivolta, di resistenza, di liberazione, temi che convogliano attorno ad un unico lemma: Palestina.

Essere “poeti palestinesi” significa realizzare la cronistoria del proprio popolo, raccontare eventi, fissare momenti o date spartiacque che restituiscano, in maniera inalterata nel tempo,l’animo combattivo e resistente dei palestinesi, la loro volontà di reazione e il desiderio di libertà; fortemente voluta perché assente .Il poeta è colui il quale riempie di significato concetti che appaiono in quella realtà, più che altrove, privi di senso, mi riferisco al tempo, all’uguaglianza, all’identità. Nel caso del contesto palestinese il confronto è con una “poesia critica”, che assume diverse denominazioni, “poesia sociale”, “poesia della coscienza”, che ha come tratto peculiare quello di non rappresentare un’evasione dalla realtà, ma di intervenire su di essa e trasformarla. Si comprende che, gli autori di questo tipo di produzione poetica siano molte volte censurati, disprezzati, perseguitati dal potere dominante,poiché non si tratta di un tipo di poesia “neutrale” ottenuta dal compromesso etico dei suoi autori.

La storia della Palestina s’intreccia alla letteratura e alla poesia. In seguito alla guerra Arabo-Israeliana del 1948 – Nakba, catastrofe – si assiste alla distruzione delle infrastrutture della società palestinese, nonché all’eliminazione di oltre 480 villaggi. Ciò ha prodotto un numero esorbitante di profughi che hanno trovato rifugio nei paesi arabi di confine. Migliaia hanno perso il diritto di cittadinanza, i loro beni e le loro abitazioni. Successivamente, con la guerra del 1967, i territori della Cisgiordania e Gaza, sono stati occupati militarmente da Israele. Quale strategia di risposta ed interazione elaborano le donne palestinesi in una realtà di sopraffazione, umiliazione, disparità di trattamento e violenza? In che modo concorrono al processo di formazione culturale ed identitario della Palestina? Attraverso quali forme denunciano l’occupazione, incitano alla resistenza, fissano la memoria del loro popolo, celebrano i martiri? Come raccolgono il dolore ed esprimono l’incessante andare dell’esistenza, protesa tra l’attesa, la perdita, l’ingiustizia, l’usurpazione, il senso di smarrimento, l’incapacità di pianificare la propria vita?

In primo luogo, va detto che, le donne palestinesi tutte, siano esse scrittrici, poetesse e non, da sempre si trovano a fronteggiare due ostacoli alla loro libertà personale: l’occupazione israeliana e la società palestinese. L’ostacolo più frequente da aggirare è la famiglia, la cui mentalità conservatrice ne impedisce la libertà espressiva. E’ questo il caso della poetessa Fadwa Tuqan. Si tratta di una donna che in età precoce assume la consapevolezza di vivere la sua vita tra le mura di casa, prigioniera di un “harem di donne che a 25 anni erano già vecchie. Vecchie giovani donne dai capelli bianchi e dai visi asettici”, questo la spinge ad interiorizzare un forte dolore al quale negli anni darà voce e vita attraverso i suoi componimenti. La segregazione alla quale viene sottoposta dalla famiglia della borghesia medio-alta, composta da diversi intellettuali e personalità politiche, facilita la sedimentazione di un mondo interiore dirompente. Sarà il fratello, Ibrahim Tuqan, brillante poeta palestinese, a salvarla dalla disperazione iniziandola alla poesia.

Come dichiarerà lei stessa negli anni a venire, “l’assenza di una vita sociale e la non partecipazione alla vita pubblica durante l’età giovanile ostacolò l’integrazione nella società della quale era parte. E poiché la conoscenza di sé si completa e definisce in relazione a quella degli altri, si sentiva una donna alla quale era stata negata la possibilità di sviluppare in modo pieno e soddisfacente la propria persona”. Ciò a cui anela è la libertà individuale, la facoltà di poter esprimere se stessa. Sulla base di queste premesse, le sue prime opere poetiche sono incentrate sulla denuncia della condizione femminile e della relativa mancanza di autonomia decisionale. In una seconda fase, le sue poesie rivestono i toni politici di disappunto dell’occupazione israeliana, ma ciò accadrà dopo la sua emancipazione, sancita dal suo trasferimento in Inghilterra, ad Oxford, per conseguire la laurea in letteratura inglese tra il 1962 e il 1964.

La presenza e la rilevanza delle donne palestinesi nel processo di creazione e mantenimento della cultura è massiccia. Esse contribuiscono attivamente a produrre testi letterari e poetici che arricchiscono la letteratura femminile della Resistenza. Il percorso non è stato semplice, in quanto caratterizzato da asperità riconducibili al tessuto sociale di appartenenza. Nonostante questo, lottano con e per la scrittura, nell’ambito di un processo di demolizione identitario messo in atto dal governo britannico prima, dal movimento sionista e dall’occupazione israeliana poi. Chi più delle donne, abituate a soccombere alla volontà patriarcale e maritale nell’ambito di una società immobile, è in grado di testimoniare e farsi portavoce di quegli anni di rovine e annichilimento generati dalla Nakba e spinti fino alla guerra del 1967?

Fadwa Tuqan, la poetessa della Palestina, vive tra il 1917 ed il 2003, tra la Palestina e l’Inghilterra. In quegli anni sarà una delle protagoniste letterarie che attraverserà i quattro distinti periodi in cui la poesia palestinese contemporanea è divisa: il Neo-Classicismo, che coincide con la prima ondata d’ immigrazione ebrea in Palestina all’inizio del Novecento; il Romanticismo, che segue la Dichiarazione Balfour del 1917; la Poesia Nuova, in linea con la Nakba – la disfatta del 1948 – e la Poesia di Resistenza, che si afferma dopo la guerra del 1967. Fadwa Tuqan percorrerà con la sua poesia e per mezzo della sua lotta personale l’intero percorso evolutivo della produzione poetica; ed è per questo motivo che la sua opera è in grado, sapientemente, di illustrare la varietà di contenuti e di stili espressivi della poesia della Palestina.

Nei primi anni del Novecento la nascita del nazionalismo arabo porta alla creazione di università e circoli culturali dove si riuniscono intellettuali, poeti e scrittori che agiscono in vista della diffusione delle idee nazionaliste e dello spirito di ribellione al mandato britannico e al movimento sionista. A Nablus, citta natale di Fadwa Tuqan, nasce quella che è oggi l’Università di Najah che assieme al proprio circolo culturale anima le manifestazioni nazionalistiche. Il movimento nazionalista arabo comincia a coinvolgere anche le donne, aspetto favorito dalla scolarizzazione e dall’apertura delle scuole ad entrambi i sessi. Fadwaè parte attiva di questi movimenti degli anni Sessanta, unendo l’impegno politico alla scrittura. E’ di questi anni la sua prima raccolta di poesie, di genere politico, intitolata al-Lailwa al-Fursan, tradotta con “La notte ed i cavalieri”, edita a Beirut nel 1969. Si tratta di 24 poesie che raccontano la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. La relazione tra occupato ed occupante è descritta in termini di violenza fisica, psicologica e culturale; l’obiettivo era quello di svilire e cancellare una civiltà, attraverso la creazione di nuove mappe, la riscrittura dei libri scolastici secondo la versione israeliana della storia, l’uccisione di molti intellettuali.Particolarmente espressiva è la poesia Ahatamamsubbak al-ttesarih, “Sospiri davanti allo sportello dei permessi”, scritta per illustrare l’umiliazione dei Palestinesi costretti ad attendere per ore in fila il permesso per attraversare il Giordano ed entrare in territorio israeliano (possibilità proibita fino al 1967):

 

Fermarmi sul ponte

Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata!

Soffocare, perdere il fiato

Nel caldo del mezzodì

Sette ore di attesa

Ahi! Chi ha rotto le ali del tempo?

Chi ha paralizzato le gambe al giorno?

Il caldo mi flagella la fronte

Ed il sudore mi colma gli occhi di sale.

Ahimè! Migliaia di occhi

Sono fissi con calorosa ansia

Allo sportello dei permessi;

sono specchi di angoscia,

titoli di ansia e di pazienza.

Ahimè! Mendicare un permesso!

E la voce di un militante straniero

Scoppia furiosa come uno schiaffo

Sul volto della folla:

«Arabi…Disordine…Cani!…

Tornate indietro

Non venite vicino al cancello!

Indietro!…Cani!…»

Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi,

chiudendo ogni possibilità

in fronte alla folla che preme.

Umiliata la mia umanità,

pieno di amarezza il mio cuore

e il mio sangue è tutto veleno e fuco!

«Arabi! Disordine! Cani!»

O santa vendetta del mio popolo offeso!

Ormai ho solo da attendere,

ma il momento giungerà…

il momento della giustizia e della vendetta!

 

La poesia esprime sentimenti forti, il senso di vendetta vince il dolore. Vi è poi una seconda raccolta di componimenti politici, ala Quimmat al-Dunya Wahida, “Sola sulla cima del mondo”, pubblicata a Beirut nel 1973. In questa raccolta di undici poesie emerge il dolore di fronte all’indifferenza del mondo, ma anche la retorica vuota di cui Fadwa Tuqanaccusa il suo popolo, lamentando che questo sembrasse assuefatto all’occupazione. Finchè nel 1987 scoppia la prima Intifada. I giovani palestinesi combattono lanciando pietre e bruciando copertoni, ma la lotta è impari e il sacrificio umano è spaventoso.

Centinaia di giovani muoiono e il ruolo del poeta muta. Questi, da allora, avrebbe avuto il dovere di offrire un sostegno emotivo ai giovani della Resistenza; spettava alla poesia, d’ora in poi, incitare lo spirito giovanile ed offrirgli un appoggio morale. Ai giovani martiri palestinesi FadwaTuqan dedica la poesia Suhada al-intifadah “I martiri dell’Intifada”. I versi finali recitano:

Sono morti in piedi,

illuminando il cammino scintillanti come stelle,

baciando le labbra della vita.

Si sono alzati di fronte alla morte

Poi sono scomparsi come il sole.

 

Infine, va menzionata la terza raccolta di poesie politiche Qasa id syasia, “Poesie politiche”. Sono poesie di “liberazione”, finalmente la poetessa si libera dalle reti familiari e sociali e individua il suo ruolo che le varrà la fama di prima poetessa della Palestina. Nena News

di Pina Mandolfo


Mi accade ancora la mattina, rigenerata da un buon sonno e senza essermi guardata allo specchio, di ritornare, per la centesima volta nella mia vita, a progettare “battaglie” con l’illusione di prolungare all’infinito quella giovinezza di “guerriera” che ha segnato la mia vita e quella di molte donne della mia generazione.

Ma qualcosa, non senza malinconia, mi restituisce al tempo. Oggi è la notizia della morte di Chantal Akerman. Morta a 65 anni. Forse suicidio. Come è possibile? A 65 anni? Come se non li avessi anch’io 65 anni. È proprio passato così tanto tempo da quel maggio del 1982 a Catania? Quando, già famosa e molto richiesta, partecipò, con Margarethe von Trotta, con le autrici di Processo per stupro e molte altre donne di cinema ad un “megafestival” di cinema delle donne. Lo organizzavo con la passione, mai sopita, di valorizzare la creatività femminile, quasi a voler mettere in piedi una storia alternativa. Rivedo Chantal deliziosa, eterea, una cerbiatta con, negli occhi, una luce così intensa da suscitare imbarazzo. La ricordo schiva, quasi frastornata dall’energia avida e irriverente che aleggiava nella grande sala cinematografica.

In tutti questi anni, di tanto in tanto, mi sono chiesta che fine avesse fatto. Troppo particolare è stata la sua cinematografia per arrivare alle sale italiane dove, sopratutto per le donne, alla grandezza non corrisponde la fama. Che non avesse più nulla da dirci? Eppure coraggio e determinazione non possono esserle mancate per aver eluso, in tutto il suo cinema, modelli precostituiti ed averne sperimentato di nuovi e rivoluzionari. Certo un cinema non facile il suo, ma di fatto un cinema politico e di fascino, capace di suscitare forti emozioni.

In quel lontano 1982, a Catania, abbiamo visto, forse, le sue opere più significative. Il suo primo lungometraggio Hotel Monterey (1972), una cinepresa-occhio filma corridoi, pareti, porte, camere, e le vite degli ospiti scandite dalla chiusura e apertura delle porte dell’ascensore. Luoghi e persone mute alla vita. Era un ritratto impietoso della vita di una metropoli come New York. Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles» (1975), forse il suo capolavoro, mette in scena il vuoto e l’isolamento nella vita di una donna. Oltre tre ore per narrare le azioni di una casalinga dentro le pareti domestiche e le sue prestazioni sessuali a pagamento. Un grande affresco politico in assenza quasi totale di montaggio, per rendere visibile il rito mortale di questa quotidianità femminile, interrotta da un evento inatteso e per questo terrorizzante. Ancora camera fissa e tempo reali per Je, tu, il, elle (1974), un’opera di grande coraggio espressivo e narrativo. Tre momenti in cui la protagonista dalla solitudine di partenza passa all’ascolto del monologo di un camionista a cui ha chiesto un passaggio e al quale offre anche un servizio erotico per il quale non è necessario neanche fermare il mezzo, fino allo scambio vero e proprio che avviene nel rapporto sessuale con una donna. Qui il registro narrativo cambia totalmente. Akerman mette in scena la propria sessualità femminile, i corpi si muovono liberi nello spazio scenico, il rapporto è dolce, aggressivo, liberatorio, pienamente consumato e pienamente narrato da Akerman con un grande atto di coraggio che non ha eguali. Lo stesso coraggio che la spinse, giovanissima, da Bruxelles a New York alla ricerca del suo “talento”. Proprio la giungla newyorkese fa da sfondo a News from Home (1977), in cui una figlia lontana dalla madre viene raggiunta dalle sue lettere, una sequenza di ammonimenti che le tengono compagnia senza avere, ormai, il potere di trasformarla. È una voce fuori campo tra sgranature della pellicola, fruscii e rumori di fondo o lampi di luce improvvisa. Con Le rendez-vous d’Anna (1978), comincia per la regista belga la prima concessione al cinema cosiddetto “commerciale”. Avere un budget importante per lavorare era ormai improrogabile. È una china pericolosa che vede la perdita di purezza e di fascino nella sua narrazione. Ritroverà il suo metro nel bellissimo Tutta una notte (1982), una miriade di personaggi e pochi tratti in una sola notte.

Dopo questi suoi primi film, giunti a Catania nell’82, con grandi difficoltà e sottotitolati in sala con sistemi ancora pioneristici, nessun distributore ha mai fatto arrivare nelle nostre sale le opere di Akerman.

Sappiamo che le sue opere sono diventate sempre più da grande pubblico, ma non avendole viste non ne possiamo valutare il valore. Un divano a New York con Juliette Binoche del 1996 è stato stroncato dalla critica, che ha invece lodato La captive (2000) ispirato a Proust e Tomorrow we move (2004) in cui torna il rapporto madre figlia che accompagna, periodicamente, le tappe della vita e della produzione cinematografica di Akerman. Proprio il rapporto con la madre, come un testamento ideale di entrambe, tornano nella sua ultima opera No Home Movie. Un documentario presentato al Festival di Locarno del 2015. Un dialogo, forse amoroso, tra la regista e la madre che si avvia verso la fine, così come si avvia alla fine anche la nostra regista. Un addio ad un mondo troppo distratto. Incapace di abbandonare il bisogno voyeuristico indotto dall’industria del cinema a discapito delle attese, dei silenzi, delle azioni poco appetibili e poco eroiche della vita comune sapientemente messe in scena da Akerman.

Addio coraggiosa e geniale Chantal, con il tuo cinema ci hai emozionate e con la tua morte ancora di più perché è il segno che quella stagione felice è irrimediabilmente passata.


(www.societadelleletterate.it, 12/10/2015)

di Laura Minguzzi


Da tempo volevo visitare la Bielorussia e in agosto mi trovavo a Minsk. Vi ho trascorso un breve soggiorno in albergo sulle rive del fiume Svislač. Oggi leggo che Svetlana Aleksievič abita a Nemiga, un quartiere centrale sul fiume che attraversa la capitale. A poche centinaia di metri dal mio albergo. Alla casa editrice cui mi ero rivolta prima di partire perché volevo invitarla in Libreria a parlarci del suo ultimo libro, Tempo di seconda mano, mi avevano comunicato che era a Parigi e molto impegnata. Ho conosciuto Svetlana Aleksievič in Libreria nel 2002 in occasione della presentazione di un altro suo testo, Preghiera per Černobyl’, molto letto e conosciuto in Italia. Ne è stato tratto anche un testo drammaturgico, rappresentato al Teatro Verdi, che ebbe allora molto successo. Mi colpì allora il racconto della sua pratica di scrittura, ciò che poi dalla critica è stato definito un coro polifonico. Si era recata nei luoghi più devastati e a Pripjat’, uno di questi, aveva incontrato e ascoltato le persone che non volevano lasciare le città e i villaggi pur sapendo i pericoli che correvano. Centinaia di registrazioni di vissuti, che poi l’autrice ha riascoltato e passato al filtro del suo sentire e composto in una forma di corale preghiera. L’amore per la verità aveva spinto Svetlana Aleksievič ad andare di persona a Černobyl’, non fidandosi delle versioni ufficiali che venivano date dell’accaduto, e ci rivelò di avere problemi di salute in seguito al soggiorno prolungato nei villaggi contaminati. L’autrice ha scelto lo stesso approccio per il libro Ragazzi di zinco. Un libro reportage, così lo definisce lei nel ripercorrere la sua genesi: «Vidi arrivare un giorno in un villaggio della Bielorussia una bara di zinco che fu portata in una famiglia di miei vicini di casa. Non fu aperta: era vietato. La madre del ragazzo, soldato in Afghanistan, voleva sapere come era morto il figlio e vedere il suo corpo. Testimone di questo fatto, sentii la necessità di andare in Afghanistan per sapere la verità su questa guerra nascosta». La giornalista partì per Kabul nel 1988 e tornò dopo venti giorni, sconvolta e cambiata da ciò che aveva visto e sentito. Ma in Bielorussia non le fu perdonata la smitizzazione dei “combattenti internazionali”, fu trascinata in tribunale a Minsk, accusata di calunnia, antipatriottismo e diffamazione. In aula la giornalista dichiarò che «lo scrivere non è una professione neutra e dà l’immagine di un’epoca». Svetlana Aleksievič con il suo metodo di interrogazione e di ascolto paziente dei nodi di un profondo sentire toglie l’oscuramento e rompe i canoni del racconto di guerra, della narrazione storica, così come esce dal falso dilemma posto da chi si chiede cos’è stato il comunismo – chi lo vive con nostalgia, come un paradiso perduto, chi come un inferno – perché mostra se stessa nel processo doloroso di attraversamento della sofferenza per poter riscattare il passato. Al termine di questo processo di decantazione non c’è né negazione né idealizzazione e l’autrice riesce a separare il binomio sangue-utopia con l’integrazione nel presente della memoria del passato, modificando anche se stessa. L’ultimo libro, Tempo di seconda mano, quinto del ciclo sull’uomo russo che le è valso l’attribuzione del Nobel, è frutto di una raccolta di voci durata vent’anni. Mostra il risentimento per le speranze deluse della perestrojka, il silenzio degli intellettuali e lo scandalo dei nuovi ricchi che ostentano in TV i water d’oro nelle loro ville e gli yacht più grandi del mondo. Il desiderio di rivincita e il nazionalismo sono stati sfruttati da Putin per ottenere un largo consenso popolare per due elezioni consecutive dal 2001. Chi racconta la verità è considerato un traditore. Afferma la giornalista alla presentazione del suo libro, intervistata da Serena Vitale: «Una volta ci chiamavano dissidenti. Di solito si è dissidenti verso il potere. Esserlo verso il popolo è molto più grave. Quando le donne parlando della guerra dicevano delle banalità, io aspettavo e verso sera, stanche, cambiavano registro e in tono confidenziale mi parlavano come a un’amica cui desideravano dire la verità. Io non ero più la giornalista da temere. La persona vuole lasciare un segno. Come scrive F. Dostojevskij: “Ognuno grida la propria verità”. Non un’immagine intellettuale inventata del paese. Le persone stesse urlano la loro sofferenza. La sofferenza non si trasforma in libertà. La persona si accartoccia ed è come se il male non la riguardasse.» Il montaggio delle voci così raccolte non è impersonale, ma rivela lo sguardo soggettivo dell’autrice.

Svetlana Aleksievič ha vissuto dodici anni in Europa, ma poi ha deciso di ritornare a Minsk per stare vicino alla figlia. In realtà non ha mai veramente voluto trasferirsi definitivamente all’estero. Il suo paese le piace, anche se è consapevole di stare in mezzo alla guerra. Il conflitto in Ucraina ha creato due schieramenti: pro o contro l’Ucraina. La fine dell’Impero non è avvenuta negli anni novanta, ma sta avvenendo oggi nel sangue.

 

(www.libreriadelledonne.it, 11 ottobre 2015)

 

Domenica 11 ottobre, alle 22.10, su Rai 5 è andata in onda la prima puntata di Alfabeta, un programma di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, che ne è anche il conduttore.

Al centro dell’attenzione della puntata c’era Amare. Tra gli interlocutori, Walter Siti, Aldo Nove, Rossana Campo, Gilda Policastro, Franco Berardi Bifo, Massimo Recalcati e Luisa Muraro, dal cui intervento riportiamo qui un breve stralcio.

(…) Le donne hanno accelerato, e in qualche maniera reso consapevole e detto, la fine del patriarcato. Sull’amare, sull’amore, la fine del patriarcato ha avuto effetti benefici: questa è la gloria della mia biografia personale e di tante altre donne della mia generazione. E con la fine del patriarcato abbiamo scoperto cose importanti.

Prima di tutto, abbiamo scoperto l’amore e l’amicizia tra donne. Un tempo l’amore e l’amicizia tra donne, se c’erano, venivano interrotti con la fine degli studi, col matrimonio, coi figli. Mia madre aveva delle bellissime, grandissime amiche, mio padre se le ricordava, ma lei non le andava più a trovare. Anzi, non voleva neanche che mio padre gliene parlasse.

E l’altro punto di amore, di innovazione, portato dalle donne sono le amicizie affettuose tra figlie e madri. Un giorno ho sentito in una trasmissione culturale del terzo programma un signore che diceva: «il ’68 è stata la rivolta dei maschi verso i padri, delle figlie verso le madri». Errore! Il femminismo ha voluto dire che abbiamo perdonato le nostre madri per gli sbagli che facevano nell’educarci, per esempio la sessuofobia… Abbiamo perdonato perché abbiamo capito che loro erano dentro il meccanismo del patriarcato, erano strette in questo ingranaggio. Noi ci siamo ribellate alle madri, avevamo anche l’anima ferita da questa ribellione, però poi abbiamo ristabilito il legame con loro.

 

(www.alfabeta2.it, 11 ottobre 2015)

Morta di recente a Torino a 96 anni, Carol Rama lascia una traccia fondamentale nell’arte contemporanea e nello stile di vita.

Si tenne a lato dei “movimenti” ufficiali dell’arte pur assorbendone alcune caratteristiche e questo fece sì che fino a tarda età non fosse considerata adeguatamente, a volte dimenticata, dalla cultura ufficiale dell’arte. Invece fu assai stimata ed aiutata da intellettuali di valore, primo nel tempo Edoardo Sanguineti, Lea Vergine la fece conoscere al mondo con la mostra «L’altra metà dell’avanguardia», Paolo Fossati, Carlo Mollino, Giorgio Manganelli  che le dedicò due articoli, nonché alcuni – pochi – galleristi e amici fedeli.

Nella vita e nell’arte fu molto coraggiosa incentrando, già da ventenne negli anni ’30, il suo lavoro sul desiderio fisico ed erotico, affrontato con verità puntuale quindi mai pornografica, mantenendo intatta la dirompenza.

Si dava molto nei rapporti, come se lei stessa, vita ed essere, trasmettesse naturalmente, avviene per poche persone, la sua dirompenza. Indimenticabile il lungo monologo tenuto anni fa al Circolo della Rosa.

Venne in Facoltà di Architettura a parlare agli studenti, tutti dissero che l’incontro con lei aveva dato loro forza nel guardare le cose con libero coraggio. Carol ha spostato i limiti senza romperli, nella morale, nel linguaggio artistico, nel linguaggio corrente. Lo spostare i limiti senza romperli è uno dei suoi insegnamenti.

Ci lascia un monumento in lavori d’arte che esprimono tutto ciò.

Il Circolo le dedicherà un incontro con proiezioni il 10 ottobre 2015 alle 18.00

 

(www.libreriadelledonne.it, 2 ottobre 2015)

di Barbara Mapelli


La filosofa francese, figura centrale del femminismo, racconta uno dei tabù più diffusi e meno “pensati”, quello della pedofilia.

E indaga sul nesso tra bellezza, amore e violenza che caratterizza i nostri rapporti con i bambini e le bambine, soggetti – e oggetti – senza parola delle relazioni con il mondo adulto.

 

Non so se quanto scrivo si possa definire una recensione. Mi sembra che il mio desiderio sia soprattutto quello di parlare del testo Paedophilia, di Annie Leclerc, per condividere i contenuti di un libro che ha il coraggio di affrontare ciò di cui si parla poco e male, solo o prevalentemente a livello di notizie di cronaca, distorcendo i significati della parola, distorcendo, impoverendo e banalizzando i signficati di quel che accade e che risuona potentemente in tutti e tutte noi. Desidero condividere emozioni, per quanto possibile, e contenuti e il coraggio dell’autrice che tratta un tema oscuro, che suscita orrore, scavalcando i manierismi dei/delle benpensanti, di coloro che dividono il mondo con sicurezza in bene e male. E non c’è dubbio dove collochino se stessi/e. Scrivo, o almeno tento, un dialogo con l’autrice seguendo puntualmente le sue pagine, pur nella brevità obbligata delle mie di pagine, ma certamente non sono soltanto una cronista fedele di questo libro, né desidero esserlo, io ci sono nelle scelte delle parole, dei brani citati, delle sottolineature di contenuti che particolarmente mi hanno colpito.

 

C’è un lupo, scrive Annie Leclerc, che si è mangiato una parola – e proseguendo nella lettura ci abituiamo progressivamente al suo linguaggio, alle immagini che si susseguono, fioriscono in ogni pagina, compaiono e poi rapidamente spariscono, ma restano incise nel pensiero e nell’emozione di chi legge. Ma chi è il lupo, o i lupi? Qual’ è la parola?

La parola è paedophilia, il titolo stesso di questo piccolo libro, ed è una parola che viene usata spesso, anche se divorata nei suoi significati o meglio resa ambigua negli anni fino ad assumere il senso più negativo, quello che suscita orrore, che semina il terrore, il silenzio e la morte. Se il termine significa letteralmente amore per i bambini, diviene nel tempo qualcosa che evoca solo il male più grande. Eppure l’amore per i bambini è un sentimento che abbiamo tutti e tutte, è il sentimento della vita, della gioia, della fiducia e come e perché si trasformi, si sia trasformato è un pensiero su cui poco o nulla si è riflettuto.

Ovunque i bambini e le bambine inondano i cartelloni pubblicitari, le pubblicità in tv, sono i mezzi più sicuri per vendere di tutto, non solo prodotti per l’infanzia, vengono presentati e presentate come piccoli angioletti bonbon che ci vengono serviti in tutte le salse…Eppure, a fronte di tutto ciò sembra che ai pensatori dell’umanità tutto questo importi poco, e che si stenda un silenzio inspiegabile, forse indecente, sulla fascinazione irresistibile di un’infanzia che ci induce a comprare cibi surgelati, detersivi, carta igienica…e più i loro corpi piccini, il loro sorriso e i passi incerti vengono esposti, più l’amore, il desiderio per loro si espande, diviene sentimento diffuso e santificato nella sua apparente purezza, nella gioia senza ombre che offre. Al di là di questo inespresso ed edificante sentire collettivo domina il silenzio, rotto solo dalle denunce delle violenze, senza che vi sia alcun tentativo di mettere in comunicazione, di rompere la rigida divisione tra bene e male. Silenzio, come il silenzio del bambino, della bambina aggredita sessualmente. D’altronde, ricorda l’autrice, l’etimologia di infanzia, infans, è costituita dalla particella privativa in e fans, partcipio del verbo fari, parlare: l’infante è colui/colei che non parla (ancora). Eppure la bambina violata – e Annie Leclerc introduce ora direttamente la sua storia – vorrebbe parlare, rompere la solitudine in cui il silenzio la chiude, ma la sua è l’esperienza dell’indicibile, lei è preda prigioniera del segreto dell’altro. All’uomo del sentiero – colui che l’ha fermata e violata in un luogo a pochi passi da casa – non ha potuto dire nulla, ai genitori nemmeno perché non ci sono parole per quanto è accaduto. La bambina, Annie da piccola, non vuole (non può) intaccare la fiducia assoluta che accorda agli adulti…Non vuole pensare: è davvero cattivo, mi vuole fare del male (…) La benevolenza degli adulti per i bambini è tutt’uno per lei con l’ordine del mondo: è la legge. Vuole restare, qualunque sia il prezzo da pagare, annidata nella legge della benevolenza come un feto nel ventre di sua madre (…) assume su di sé l’affonto e non fiata. E poi parlarne rende la cosa reale, una volta detta non si può più cancellare o dimenticare, e così alla vergogna per ciò che è accaduto si aggiunge la vergogna del silenzio, che la rende complice del crimine abominevole.

Ma Annie Leclerc si spinge ancora più in là ed è in questo coraggio ‘scandaloso’ che consiste, a mio parere, il merito maggiore del tuo testo.

Perché, lei afferma, davanti a un mondo adulto che si erge con grande sicurezza come giudice del crimine abominevole, e decide senza esitazione dove sia il bene, dove sia il male e si schiera in modo così risoluto contro il Male, il bambino già abusato da un adulto può, al posto dell’aperta antipatia davanti al suo carnefice che ci si aspetta da lui, al posto di questa dichiarazione di ostilità a cui è chiamato, riavvicinarsi al boia, all’ombra della vergogna dei deboli, in una solidarietà molto inquietante e insidiosa con ciò che conosce troppo bene: la solitudine di un inconfessabile segreto, la minaccia atroce della vergogna portata alla luce, questo stesso destino di terrore intimo e quotidiano…

L’indignazione e l’orrore adulto non crea solo distanza tra bene e male, crea barriere invalicabili, crea impossibilità di varchi, indicibilità e non volontà di cercare veramente di penetrare il segreto, i mille segreti della pedofilia ‘delicata’ racchiusi in ciascuno.

La divisione appare e viene dichiarata con sicurezza come netta e insormontabile tra una pedofilia gentile, attenta, amorosa, vale a dire pedagogica, e la volgare brutalità dei violentatori sanguinari, c’è una distanza infinita, insuperabile e indicibile. Il giorno e la notte. La bontà e la cattiveria. La grazia e la bestialità.

Ciò che ci si rifiuta di considerare è che l’amore stesso per i bambini e le bambine, il significato originario della parola pedofilia, può essere all’origine del disastro, della violenza. Porre barriere mette al sicuro l’indignato benpensante all’interno del recinto rassicurante della bontà, della tenerezza, della commozione innocente nei confronti del miracolo seducente dell’infanzia. Ma impedisce ogni sforzo di comprensione. E a questo punto la denuncia dell’autrice è precisa e netta.

Se non si cerca di capire cosa può accadere a coloro la cui sessualità si realizza a scapito dei bambini, se non ci preoccupiamo d’altro che di metterli in prigione, e di impedire con qualche coercizione originale che possano nuocere ancora una volta, non solo non si va al cuore del problema, ma lo si mantiene in vita. L’impensabile genera l’indicibile. L’indicibile allarga ulteriormente lo spazio del segreto in cui agisce il pedofilo. I mezzi per pensare l’impensabile li abbiamo: la comune passione per i bambini, il desiderio sessuale, ma anche qualche traccia in noi stessi, incancellabile, di infanzia oltraggiata: ferita segreta di sé, vergogna ridotta al silenzio senza la quale il pedofilo non avrebbe trovato la sua pastura.

Quanto Annie Leclerc scrive dunque su questo tema ‘lascia senza parole’, come annota Lea Melandri nella sua bella prefazione al volume, e lascia senza parole ‘dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si danno inspiegabilmente intrecciate’. Eppure l’autrice afferma, in una delle ultime pagine del libro, di non credere all’ineluttabilità della violenza, alla naturalità dell’homo homini lupus, una favola triste, dolente e oscura, aggiungo io, inventata dagli uomini cui anche noi donne abbiamo in parte creduto e abbiamo in parte soggiaciuto. Questa presunta naturalità è il frutto di una cultura antica, ma non originaria, su cui si può dunque riflettere e agire per trasformare.

Con le parole di Annie Leclerc. Che si sappia soltanto che non credo in effetti ad alcun impulso primario nell’uomo di aggredire, di nuocere, di stuprare e di uccidere. Penso che non abbiamo altra passione che quella di vivere – portare a compimento la vita fino alla sua fine che a ciascun passo l’assedia, vale a dire fino alla morte – e che la violenza, l’omicidio, la guerra sono delle passioni rivolte contro la vita.

 

Annie Leclerc, Della paedophilia e altri sentimenti, prefazione di Lea Melandri, traduzione di Luciana Piddiu e Giovanna Stancanelli, ed. Malcor D’, Catania 2015


(Leggendaria. Libri letture linguaggi – n. 111- maggio 2015)

di Luciana Tavernini

 

Al Circolo della rosa –Libreria delle donne Mercoledì 7 ottobre 2015 si è svolto un incontro dal titolo Il mal sottile in cui Marina Corona, autrice del romanzo La storia di Mario (Robin Edizioni 2013) ha dialogato con Luciana Tavernini.

Sonia Grandis ha letto alcuni brani accompagnati dalla videoinstallazione di Regina Hübner.

Presentiamo la descrizione tecnica della videoinstallazione e i link ai singoli video, oltre a una scheda biografica dell’artista.
La videoinstallazione è composta dal filmato time, che accompagnerà come un filo conduttore tutta la lettura e al cui interno appariranno le quattro opere video Mensch, specials, receiving care I e journey II, rispettivamente per i quattro capitoli del romanzo, che verranno letti.

time mostra il continuo cadere di una goccia di latte e il formarsi piano piano di un laghetto, finché il processo non si inverte e le gocce risalgono una dopo l’altra, prosciugando il lago di latte. L’inversione coincide con Maria, la parte seconda del libro.

Durante la lettura si vedranno all’incirca 30 minuti da time (video digitale a colori, 1h17’58”, senza sonoro, 2005).
https://youtu.be/CQa9K0_OOWU

Per il capitolo 5 si vedrà, all’interno del flusso di time, l’opera Mensch (video digitale, b/n, 1’56”, senza sonoro, 2007).
https://youtu.be/AWuqmTP46Rg

Per il capitolo 16 si vedrà, all’interno del flusso di time, il videowork specials (video digitale a colori, 2’56”, musica registrata dal vivo, 2012).

https://youtu.be/ypNNATBZ_j0

Per il capitolo 22 si vedrà, all’interno del flusso di time, il videowork receiving care I (video digitale a colori, 2’28”, sonoro ambientale modificato e silenzio, 2015).
https://youtu.be/KFesNeGRV68

Per il capitolo 30 si vedrà, all’interno del flusso time, journey II (video digitale a colori, 1’41”, senza sonoro, 2013).
https://youtu.be/ds7GgY9ZISc

Regina Hübner, nata a Villach in Austria, vive a Roma.

Visual artist da oltre 25 anni, lavora con fotografia sperimentale, video, performance e installazioni multimediali. Nei suoi lavori recenti tratta le tematiche delle relazioni interpersonali, dei viaggi interiori, dei gesti che possono determinare cambiamenti di stato, di relazione e di riflessioni sul mondo.

Si è diplomata in Graphic-Design alla Höhere Lehranstalt für Kunst und Design HTBLVA Graz-Ortweinschule di Graz in Austria e laureata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Il 10 ottobre di quest’anno presenterà in occasione della Giornata del Contemporaneo AMACI in riva al mare di Roma world I with Mare, una videoinstallazione con Mare del compositore Luca Lombardi.

Nel 2015 ha esposto l’opera video time all’EXPO Milano, padiglione del Corriere della Sera e il videowork connecting times and relationships è stato decretato tra i vincitori del Premio Biblioteca Angelica Roma, alla sua prima edizione.

Nel 2014 il suo video journey II è risultato tra i finalisti del Premio Terna 06, con mostra all’Archivio di Stato di Torino e ha presentato a Roma la mostra relationships, nel cui ambito si è svolta la videoinstallazione con performance musicale relating and extending.

Regina Hübner

(www.libreriadelledonne.it, 7 ottobre 2015)

Morta di recente a Torino a 96 anni, Carol Rama lascia una traccia fondamentale nell’arte contemporanea e nello stile di vita.

Si tenne a lato dei “movimenti” ufficiali dell’arte pur assorbendone alcune caratteristiche e questo fece sì che fino a tarda età non fosse considerata adeguatamente, a volte dimenticata, dalla cultura ufficiale dell’arte. Invece fu assai stimata ed aiutata da intellettuali di valore, primo nel tempo Edoardo Sanguineti, Lea Vergine la fece conoscere al mondo con la mostra «L’altra metà dell’avanguardia», Paolo Fossati, Carlo Mollino, Giorgio Manganelli  che le dedicò due articoli, nonché alcuni – pochi – galleristi e amici fedeli.

Nella vita e nell’arte fu molto coraggiosa incentrando, già da ventenne negli anni ’30, il suo lavoro sul desiderio fisico ed erotico, affrontato con verità puntuale quindi mai pornografica, mantenendo intatta la dirompenza.

Si dava molto nei rapporti, come se lei stessa, vita ed essere, trasmettesse naturalmente, avviene per poche persone, la sua dirompenza. Indimenticabile il lungo monologo tenuto anni fa al Circolo della Rosa.

Venne in Facoltà di Architettura a parlare agli studenti, tutti dissero che l’incontro con lei aveva dato loro forza nel guardare le cose con libero coraggio. Carol ha spostato i limiti senza romperli, nella morale, nel linguaggio artistico, nel linguaggio corrente. Lo spostare i limiti senza romperli è uno dei suoi insegnamenti.

Ci lascia un monumento in lavori d’arte che esprimono tutto ciò.

Il Nobel alla giornalista di lingua russa che ha tessuto trame sonore per raccontare la seconda guerra mondiale nell’ottica delle donne, e ha ascoltato le conseguenze dell’invasione dell’Afghanistan: quella inchiesta le valse l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata Rossa

di Valentina Parisi

Nella cele­bre instal­la­zione di Il’ja Kaba­kov La cucina comu­ni­ta­ria, espo­sta per la prima volta nel 1991, fra­gili pez­zet­tini di carta sospesi al sof­fitto insieme a oggetti di uso quo­ti­diano oscil­la­vano insieme al river­bero delle voci regi­strate di per­so­naggi assenti – gli abi­tanti invi­si­bili di un vec­chio appar­ta­mento sovie­tico in con­di­vi­sione, inca­paci di abban­do­nare quello spa­zio a un tempo sot­til­mente poe­tico e clau­stro­fo­bico di cui erano pri­gio­nieri. Una sen­sa­zione ana­loga è quella che si prova immer­gen­dosi nella trama squi­si­ta­mente sonora e rare­fatta delle opere di Sve­tlana Alek­sie­vic, la gior­na­li­sta di lin­gua russa nata nel 1948 a Sta­ni­slav (ora Ivano-Frankovsk, Ucraina), ma cre­sciuta in Bie­lo­rus­sia, cui è andato il Nobel per la let­te­ra­tura, gra­zie alla «sua scrit­tura poli­fo­nica, un monu­mento ele­vato alla sof­fe­renza e al corag­gio nel nostro tempo». Un Nobel indub­bia­mente ispi­rato da con­si­de­ra­zioni poli­ti­che, che pre­mia la capa­cità di arti­co­lare e ren­dere intel­li­gi­bile all’udito del pub­blico occi­den­tale le voci dis­so­nanti di migliaia di ano­nimi ex inqui­lini di quel gigan­te­sco «appar­ta­mento comu­ni­ta­rio» che era l’Unione Sovietica.

Nella sua con­sueta asciut­tezza, la moti­va­zione for­mu­lata dall’Accademia di Sve­zia coglie alcuni aspetti essen­ziali della scrit­tura di Alek­sie­vic: in primo luogo il suo afflato plu­rale e la sua atten­zione pres­so­ché esclu­siva per le sto­rie degli «umi­liati e offesi» tra­volti dal crollo della civiltà sovie­tica che, nel bene e nel male, era diven­tata con il tempo la loro casa. Una poli­fo­nia, quella orche­strata da Alek­sie­vic, che va intesa in senso let­te­rale, pro­prio a causa della pro­fonda fedeltà dimo­strata (per­lo­mento nelle opere tra­dotte in ita­liano da Ser­gio Rapetti prima per e/o e ora per Bom­piani) a un metodo appa­ren­te­mente ben col­lau­dato: ridurre al minimo la pro­pria pre­senza «espli­cita» nel testo, lasciando quasi esclu­si­va­mente spa­zio ai mono­lo­ghi o ai soli­lo­qui delle per­sone da lei ori­gliate die­tro le quinte, più che intervistate.

Il risul­tato è un ori­gi­nale col­lage di voci nar­ranti in prima per­sona che affonda le pro­prie radici nel dibat­tito mai risolto all’interno dell’intelligencija pro­gres­si­sta russa su come vei­co­lare in forma scritta la cosid­detta vox populi. In par­ti­co­lare – e non è sor­pren­dente, data la sua pro­ve­nienza geo­gra­fica – Alek­sie­vic si rial­lac­cia in maniera dichia­rata all’esperienza tanto inno­va­tiva quanto rimossa di Sof’ja Fedor­cenko, una infer­miera di Kiev che nel 1917, di ritorno dal fronte gali­ziano, pub­blicò Il popolo in guerra, ori­gi­na­lis­simo mon­tag­gio di voci di sol­dati senza nome, perse nel fra­gore della Grande guerra. Adot­tando dopo lun­ghe ricer­che sti­li­sti­che quello che defi­ni­sce «il genere let­te­ra­rio delle voci umane», e citando espli­ci­ta­mente il libro di Fedor­cenko tra le fonti da cui ha tratto ispi­ra­zione, Sve­tlana Alek­sie­vic sem­bra chiu­dere ideal­mente il discorso sulla vox populi aperto dalla infer­miera ucraina. A distanza di quasi un secolo l’occultamento con­sa­pe­vole dell’io auto­rale (guarda caso, in entrambi i casi, fem­mi­nile), che arre­tra a un tempo colmo di pudore e sgo­mento di fronte alle testi­mo­nianze rac­colte in prima per­sona, con­ti­nua a essere per­ce­pito come garan­zia di fedeltà al vero.
Que­sto ten­ta­tivo defi­nito da più parti «uma­ni­sta» (ma che forse sarebbe più cor­retto ribat­tez­zare «illu­mi­ni­sta») di riflet­tere una imma­gine ogget­tiva dei cam­bia­menti in corso all’interno della società al di là di ste­reo­tipi e sche­ma­ti­smi ideo­lo­gici, accom­pa­gna l’autrice fin dagli esordi, vale a dire dal primo libro Ja uechal iz dere­vni (Ho lasciato il vil­lag­gio, una rac­colta di mono­lo­ghi dedi­cata al tema dell’inurbamento) che negli anni Ottanta valse alla redat­trice della Sel’skaja gazeta di Minsk (Gior­nale agra­rio) la repri­menda del Par­tito comu­ni­sta bie­lo­russo, cui peral­tro Alek­sie­vic non era iscritta.

Mag­giore for­tuna si gua­da­gnò il «romanzo di voci» U vojny ne zhen­skoe lico (La guerra non ha un volto fem­mi­nile, tut­tora ine­dito in ita­liano) che, dopo essere rima­sto a lungo «con­ge­lato» in casa edi­trice, uscì prima su rivi­sta e poi in volume, gra­zie al «disgelo» cul­tu­rale pro­mosso da Michail Gor­ba­chev. Affiora qui per la prima volta un tema cui Alek­sie­vic tor­nerà di fre­quente nel corso degli anni, vale a dire la guerra osser­vata da una pro­spet­tiva stra­niata, o quan­to­meno assai lon­tana da quella della reto­rica patriot­tarda. Nel caso in que­stione – di nuovo, in sin­go­lare filia­zione con Fedor­cenko – si tratta del con­tri­buto fem­mi­nile al secondo con­flitto mon­diale (o Grande Guerra Patriot­tica, secondo la dizione russa) e del para­dos­sale destino di migliaia di donne sovie­ti­che, car­ri­ste, avia­trici o sna­j­perki (tira­trici scelte), le quali nell’immediato dopo­guerra fini­rono per scon­trarsi dolo­ro­sa­mente con le aspet­ta­tive della società patriar­cale, che dopo aver sfrut­tato il loro sacri­fi­cio, pre­ten­deva che tor­nas­sero ex abrupto a ruoli più tra­di­zio­nal­mente «fem­mi­nili»: «Non ci sape­vamo vestire, truc­care, né muo­vere, la nostra gio­vi­nezza era tra­scorsa al fronte, e le altre ci davano delle pro­sti­tute, per­ché ave­vamo com­bat­tuto fianco a fianco con gli uomini».

Lodato da scrittori-reduci come Bulat Oku­d­z­hava, La guerra non ha un volto fem­mi­nile aprì una nuova pagina nella per­ce­zione del secondo con­flitto mon­diale in Unione Sovie­tica ed ebbe una straor­di­na­ria riso­nanza anche nelle sue ridu­zioni teatral-cinematografiche – il tea­tro Na Taganke, ad esem­pio, cele­bre per il suo orien­ta­mento pro­gres­si­sta, decise di cele­brare il qua­ran­ten­nale della fine della Seconda Guerra Mon­diale pro­prio con una messa in scena dell’omonima pièce. Meno for­tu­nato fu Ragazzi di zinco (1989), pub­bli­cato da e/o nel 2003 e cen­trato sulla «guerra sporca» in Afgha­ni­stan. Per scri­verlo Alek­sie­vic si recò al fronte e viag­giò per cin­que anni per l’Unione Sovie­tica, rac­co­gliendo le voci di madri e sorelle di caduti (non­ché dei reduci stessi), e ripor­tando alla luce sto­rie agghiac­cianti di alie­na­zione ed esclu­sione sociale, che sto­na­vano deci­sa­mente con la vul­gata cor­rente. Al punto che la gior­na­li­sta fu accu­sata di aver infan­gato l’onore dell’Armata Rossa e venne pro­ces­sata a Minsk nel 1992.

L’anno suc­ces­sivo uscì Incan­tati dalla morte (e/o, 2005), prima opera post-sovietica, dedi­cata all’ondata di sui­cidi che accom­pa­gna­rono la caduta dell’Unione Sovie­tica. Un tema che riaf­fiora anche nella parte cen­trale di Tempo di seconda mano (tra­du­zione di Nadia Cico­gnini e Ser­gio Rapetti, Bom­piani, 2014), testo lie­ve­mente più sfi­lac­ciato dei pre­ce­denti, in cui l’autrice rinun­cia in parte alla sua invi­si­bi­lità, e rende più espli­cito il desi­de­rio – messo in luce anche dagli acca­de­mici di Sve­zia – di eri­gere una sorta di «monu­mento a una civiltà per­duta» (que­sto il titolo di un’altra instal­la­zione di Kaba­kov). Civiltà, quella sovie­tica, che aveva ini­ziato ad andare in pezzi la notte del 26 aprile 1986 con l’esplosione del reat­tore della cen­trale elet­tro­nu­cleare di Cernobyl’.

In Pre­ghiera per Cer­no­byl (1997, il testo che le per­mise di affac­ciarsi per la prima volta in Ita­lia, allor­ché e/o lo pub­blicò nel 2002) Alek­sie­vic docu­menta gli effetti spa­ven­tosi che la più grande cata­strofe tec­no­lo­gica del XX secolo ha avuto nel lungo periodo sulla popo­la­zione locale, tra il silen­zio col­pe­vole delle auto­rità, la rimo­zione siste­ma­tica del disa­stro e il col­lasso, da lì a breve, di qual­siasi forma di tutela sani­ta­ria o sociale.

Baste­rebbe pas­sare in ras­se­gna i temi affron­tati da Sve­tlana Alek­sie­vic nei suoi libri per capire che il Nobel a lei attri­buito è un sasso lan­ciato con per­fi­dia nella sta­gno della poli­tica cul­tu­rale di Putin. A giu­di­care da una fugace incur­sione nel web russo, non è affatto da esclu­dersi una stru­men­tale quanto para­dos­sale appro­pria­zione in chiave nazional-popolare della sua figura: molto tempo è pas­sato da quando, con meriti tutti diversi, l’ultimo autore di lin­gua russa, Iosif Brod­skij, rice­veva il pre­mio, nell’ormai lon­ta­nis­simo (e sovie­tico) 1987.

di Bia Sarasini

 

È un grande piacere leggere Sei romanzi perfetti, il bel libro che Liliana Rampello ha dedicato a Jane Austen. Lo stesso piacere che si prova a leggere i sei testi in questione, da Ragione e sentimento a Persuasione, da Orgoglio e pregiudizio a Mansfield Park, per finire con Emma e L’abbazia di Northanger. Rampello trova, nell’accostarne l’opera, lo stesso tono lieve e leggero che ne caratterizza la scrittura, una speciale forma di sintonia, che fa sì che nel trascorrere dal commento critico alle numerose citazioni che intessono il ragionamento, non si avverta un salto. Insomma il libro si legge come un romanzo, per usare una formula abusata eppure efficace. Il disvelamento di alcune strutture narrative, la messa a fuoco delle caratteristiche peculiari di personaggi e personagge, ha l’andamento della scoperta di un segreto, si struttura come un plot in cui è piacevole immergersi.

E cosa dice Liliana Rampello di una scrittrice così nota, così letta, così amata? Un’autrice che dall’angolo di campagna inglese in cui ha vissuto e che ha raccontato tra il Settecento e l’Ottocento, è arrivata fresca e intatta fino a noi, mentre i suoi romanzi vengono letti e riletti, si moltiplicano gli adattamenti, le versioni cinematografiche d’epoca e moderne, i fan club. L’obiettivo non è svelare ancora una volta il segreto di una scrittura essenziale, calibrata, attenta ai particolari e mai leziosa, equilibrata nello svolgimento e feroce nei dettagli. Rampello pone all’attenzione soprattutto il chi e il come Jane Austen racconta.

Insomma, a interessare Rampello non è la mirabile osservatrice di trame sociali, quella qualità che anche i più ingenerosi dei critici sono stati costretti a riconoscerle, per esempio Vladimir Nabokov, che seppure definisce Mansfield Park “l’opera di una signora”, le attribuisce “una vena di genio”. Anche se parte da questa notazione: «Acuta e silenziosa osservatrice, la scrittrice posa sugli uomini uno sguardo impavido, poco tradizionale, anzi molto moderno, perché interno non alla logica ma alla complementarietà dei sessi, ma quella dello scambio».

Impavida narratrice, la signorina Austen mette in scena una storia inedita, mai raccontata, che non si ispira a nessuna precedente tradizione. La storia delle relazioni tra donne e uomini, ragazzi e ragazze anzi, «nell’età più lieve e di massima responsabilità: forse è per questo che parla ancora ai giovani di quell’età, cui oggi non sono date più né leggerezza né responsabilità, e a chi, con un passato alle spalle, sa che tutto in effetti è capitato allora».

Il gioco massimamente serio che passa tra quelle ragazze e quei ragazzi è ovviamente quello del matrimonio. Che non ha nulla a che fare con il sogno d’amore, con la trappola che imprigiona le donne, quella è una narrazione successiva. Il matrimonio, nella prospettiva di Jane Austen, è realtà concreta, fatta di relazioni, sentimenti, ragionamenti. E patrimoni.

Il denaro ha una parte centrale. Per questo queste ragazze, queste donne sono libere. Perché scelgono, pensano, ragionano per quanto possibile, sul loro destino. Non lo subiscono. E forse è questo il segreto che possono condividere con le ragazze di oggi, che hanno tra le mani un sogno d’amore in frantumi, e non hanno chiaro come comporre il loro futuro.

Rimane un punto da vedere, per comprendere come le personagge di Austen agiscono, cosa effettivamente raccontano, nell’«invenzione della narrazione del mondo, scoppiettante riga dopo riga fino all’esplosione finale, che non è il matrimonio, ma la felicità».

E questo è il punto centrale dell’interpretazione di Liliana Rampello. I romanzi di Jane sono romanzi non di formazione di un io definito come è nelle storie maschili, ma di trasformazione di sé. E il dialogo, la conversazione sono l’azione necessaria e sufficiente perché la trasformazione avvenga. Sembra semplice, è un passaggio essenziale, che apre una nuova finestra nella ricerca sulla narrazione da parte delle donne.

Ogni romanzo viene riletto alla luce di questa chiave critica, che apre nuove porte per ogni singolo testo. Chiudo questo viaggio nel racconto del libro che racconta Jane Austen, con la chiusura del libro, dedicata alle passioni, alla “straordinaria libertà interiore” regalata dall’autrice alle sue eroine.

«Le immagini che abbiamo della cultura materiale e immateriale dei due secoli, della loro temperie morale e culturale, sono attraversate da lei con il leggero e miracoloso equilibrio di chi conosce e accetta le proprie radici senza paura dell’autenticità complessa della natura umana e degli inevitabili cambiamenti umani e sociali. Perché tra le sue mani Jane Austen tiene stretto il desiderio di felicità di una donna».

 

Liliana Rampello, Sei romanzi perfetti, Il Saggiatore, pp. 200, euro 18

SIL – Società Italiana delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/  9/10/2015)

 

Le foto e i filmati inediti di Antonia Pozzi che verranno digitalizzati

 

“Non è triste che i nostri occhi si chiudano? Vorremmo che i nostri occhi restassero sempre aperti, per poter vedere, prima della fine, tutto ciò che si perde”. Questa frase di Rainer Maria Rilke, poeta fondamentale nella formazione letteraria di Antonia Pozzi, sembra condensare il lirismo della grande poetessa milanese. Lirismo evidente sia nelle poesie che nelle sue foto e filmati.

 

Oltre a quelli già conosciuti, sono sei i filmati inediti che saranno restaurati e digitalizzati per l’occasione della mostra “Sopra il nudo cuore” e del successivo Catalogo Integrato e digitale dedicato alla sua opera, per la cui realizzazione è stata avviata la campagna di crowdfunding e di cui qui di seguito troverete tutte le informazioni. Tra questi sei filmati, quattro sono realizzati da Antonia Pozzi a metà degli anni Trenta. Le immagini molto interessanti dal punto di vista storico, sociale e artistico raccontano Pasturo (la casa, il giardino, la madre, i giochi); paesaggi e passeggiate tra le malghe e montagne della Grigna; Como, la borghesia lombarda, un viaggio in traghetto sul lago; un viaggio in Marocco. Glia altri due sono invece realizzati dal padre e ritraggono la poetessa assieme agli amici Remo Cantoni e Vittorio Sereni a Pasturo e in altri momenti conviviali.
[…]
ANTONIA POZZI E IL PROGETTO DEL CATALOGO INTEGRATO E DIGITALE

Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) si sta rivelando sempre più come una figura nevralgica del Novecento. La sensibilità umana, le sofferenze intime, la formazione filosofica, gli interessi culturali e sociali, le amicizie, le passioni (l’alpinismo, la fotografia…) si concentrano nella sua poesia, nelle sue riflessioni, nelle sue immagini, diventando una vera e propria sismografia esistenziale e sociale. Proprio per questo è importante continuare a indagare la sua opera e gli inediti che gli archivi ci svelano. Antonia Pozzi ci parla ancora. Proprio per tutti questi motivi è importante permettere agli appassionati di usufruire di un Catalogo virtuale per conoscerne l’opera completa, proprio per questo abbiamo pensato al crowdfunding.

Il Catalogo integrato e digitale dedicato ad Antonia Pozzi è un progetto che presenta – con nuovi mezzi, tecnologie, sensibilità – la voce originale della poetessa e pensatrice, di cui si stanno riscoprendo i molteplici interessi artistici e la sfaccettata personalità culturale, attraverso l’opera complessiva (quella conosciuta e quella finora inedita) con poesie, scritti, lettere, foto, video.

[…]

Come partecipare al crowdfunding e le interessanti ricompense:

Sulla piattaforma di Eppela – al link: http://eppela.com/catalogointegratoedigitale – si possono trovare tutte le indicazioni per partecipare al crowdfunding.

Fondazione Cineteca italiana

Manifattura Tabacchi, viale Fulvio Testi 121, 20162 Milano

tel. 02 8724 2114 – www.cinetecamilano.it

“Poter andare dove si vuole è il gesto originario dell’essere liberi, mentre la limitazione di tale libertà è stata da tempi immemorabili il preludio della schiavitù”.

“Non possiamo scegliere con chi coabitare il mondo”.

Hannah Arendt

 

In Europa si stanno moltiplicando i fili spinati, i muri, le recinzioni. L’esodo dei migranti si trasforma in un vero e proprio percorso di guerra, disseminato di mine non più solo metaforiche ma concrete e reali ed anche di particolari simbolici che danno i brividi, come i numeri disegnati sulle braccia, o l’accoglienza in campi nei pressi di Buchenwald. Le rotte della fuga stanno cambiando, ora sotto i riflettori ci sono quelle balcaniche via terra, ma i viaggi e le stragi via mare continuano a verificarsi. E ci sono profughi che muoiono fulminati a Calais cercando di scavalcare la rete che impedisce l’accesso al Regno Unito.

Quelle donne e quegli uomini in fuga entrano nella realtà del nostro stare al mondo, i loro corpi potrebbero essere i nostri, i loro figli potrebbero essere i nostri figli, potremmo sentire lo stesso freddo, la stessa paura, la stessa fame.

Che cosa significa allora per noi essere cittadine europee? Che cosa rappresentano, per noi, confini e frontiere rispetto al diritto alla vita? “Primum vivere”, è la sfida lanciata da moltissime donne dei movimenti fin dall’incontro di Paestum. Un’Europa percorsa da logiche carcerarie e di confinamento non è un luogo in cui possiamo accettare di vivere.

C’è il rischio di una profonda regressione verso momenti storici che non vorremmo mai veder tornare. Uomini e donne del volontariato e semplici persone comuni cercano in ogni modo di assistere e proteggere le ondate di profughi in continuo arrivo… ma con questi numeri è impossibile riuscirvi, se non sono le istituzioni a dare il senso di un’accoglienza umana, solidale e condivisa in tutto il suolo europeo.

Ecco perché è importante che gruppi di donne come il nostro prendano parola. Qualcuna tuttavia si chiederà: perché dovremmo farlo come donne? Forse perché sappiamo bene che dietro il rifiuto dei migranti sta l’eterno rifiuto del diverso, base dell’ideologia patriarcale che ha creato gerarchie fra gli esseri umani, decretando la superiorità dell’uno sull’altro: bianco-nero, nord-sud, e prima di tutto maschile-femminile… Nel mondo politico neutro pochi sembrano comprendere che cosa sia davvero in gioco, la metamorfosi profonda e inarrestabile che le popolazioni migranti stanno producendo, un cambio epocale che muterà tutti i nostri modi di pensare, le nostre pratiche e le nostre regole di convivenza. Si tratta di andare finalmente oltre la paura e il rifiuto del diverso… Le donne ne sanno qualcosa.

Dobbiamo fare un salto evolutivo di civiltà, tenendo a mente quelle semplici ma bellissime citazioni di Hannah Arendt sulla libertà e sul diritto di spostarsi. Una serie di cambiamenti portati dalla globalizzazione, soprattutto nelle comunicazioni, hanno reso impossibile, oltre che inaccettabile, mantenere barriere e confini che di fatto dividono l’umanità tra chi ha il diritto di vivere e chi no.

Vecchi e nuovi poteri cercano di tenere in vita questo sistema di dominio rafforzando gli strumenti del patriarcato – armi, guerre, frontiere – contro l’avanzare di un “continente” in fuga (quasi 60 milioni di persone nel mondo), mentre al contrario si fa sempre più chiara la necessità di costruire un concetto di cittadinanza inclusiva, a partire dalle concrete e materiali condizioni di vita che accomunano le persone su questo pianeta, e dal riconoscimento delle differenze individuali e collettive come ricchezza e relazione. Non è un cammino facile, si tratta di un grande lavoro, ma occorre iniziare. Il pensiero e le pratiche delle donne potrebbero contribuirvi efficacemente grazie a una storia che ha visto il nostro genere confrontarsi per millenni con l’esclusione e il non-riconoscimento.

Proponiamo quindi alle reti e ai gruppi di donne italiane ed europee di organizzare al più presto un incontro per decidere quali parole e quali iniziative vogliamo condividere. Ne accenniamo qui alcune possibili:

  1. Chiediamo alla comunità internazionale di garantire corridoi umanitari e percorsi di viaggio sicuri per tutti i richiedenti asilo. In particolare desideriamo fare luce sulla situazione delle donne nei campi in Libia e altrove, dove subiscono violenza.
  2. Riteniamo giusto accogliere tutti i migranti, anche quelli cosiddetti “economici” che rischiano comunque la vita fuggendo da condizioni climatiche ed economiche rese insostenibili da responsabilità delle potenze occidentali e neocoloniali.
  3. Proponiamo di avviare un percorso di riflessione per oltrepassare i confini delle regole prodotte dal sistema patriarcale che ancor oggi stanno alla base di un’idea di cittadinanza legata ad appartenenze identitarie, territoriali e nazionali.

 

Casa delle donne di Milano

Prime adesioni: Casa delle donne di Roma, Ife Italia, Donne nella crisi, Marcia mondiale delle donne


(casadonnemilano.it, 9/10/2015)

Carissime e carissimi,

in questo link https://askavusa.wordpress.com/3-ottobre-2013-3 ottobre-2015/ troverete il film di Antonino Maggiore Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia, che potrete scaricare e vedere. Troverete anche la lista delle Città Vicine che hanno proiettato il film: Lampedusa, Catania, Catanzaro, Foggia, Napoli, Verona, Milano, Castel Maggiore, Roma, Pinerolo, Cazzago di Pianiga, Fano, Vicenza, Castelfranco Veneto, Chioggia.

Come vedete il contributo delle Città Vicine è stato notevole e vogliamo ringraziarvi (anche da parte di Askavusa) per il vostro interesse e la vostra attenzione riguardo questo tema.

Io penso che questo evento e la sua organizzazione abbiano ulteriormente rinsaldato politicamente il filo tra noi e tra noi e Lampedusa, ci abbiano aiutato ad avere uno sguardo diverso sulla questione dei migranti, uno sguardo che sicuramente ha attraversato maggiormente le nostre coscienze, facendoci riflettere sullo scenario di militarizzazione che i governi di buona parte del mondo stanno mettendo in atto, approfittando della situazione difficile che si è venuta a creare in Europa. Vi esorto a scrivere le vostre considerazioni, impegnandomi a farle girare tra i contatti delle Città Vicine. In #Via Dogana3 trovate le riflessioni di Anna Di Salvo Una cornice di bellezza.

Buona giornata a tutte e tutti

Mirella Clausi, mirellacla@gmail.com

(www.libreriadelledonne.it, 9 ottobre 2015)

Cinema. «Suffragette» apre il London Film Festival, la storia del movimento femminista inglese con Carey Mullligan e Meryl Streep. Nelle nostre sale il prossimo gennaio, inaugurerà il Torino Film Festival 2015

di Rita Di Santo 

Pren­dono a sas­sate le vetrine dei negozi di bam­bole, con pac­chi bomba fatti in casa fanno sal­tare in aria le cas­sette delle poste, pic­chiate a man­ga­nel­late dai poli­ziotti fini­scono in pri­gione, i mariti le cac­ciano di casa, per­dono lavoro, casa e figli. Le suf­fra­gette sono il sog­getto appas­sio­nate del film che ha aperto il Lon­don Film Festi­val – fino al 19 otto­bre e che aprirà il pros­simo Festi­val di Torino, 20-28 novembre.
Diretto da Sarah Gavron (Brick Lane) e scritto in col­la­bo­ra­zione con Abi Mor­gan (Shame, Iron Lady), Suffra­gette (nelle nostre sale il pros­simo gen­naio) rac­conta la sto­ria del movi­mento fem­mi­ni­sta bri­tan­nico e di alcune tra le sue pro­ta­go­ni­ste. Carey Mull­li­gan è Maud, ope­raia impie­gata in una lavan­de­ria della peri­fe­ria povera di Ben­thal Green, a East Lon­don. Come dice nella depo­si­zione di fronte ai par­la­men­tari di West­min­ster, figlia di padre ignoto, orfana a quat­tro anni, a sette si ritrova a lavare panni spor­chi per una delle più grosse lavan­de­rie della capi­tale. Ora ha 25 anni, spo­sata con un marito con­ser­va­tore (Ben Whi­shaw) anche lui impie­gato alla lavan­de­ria, vive in una stanza, con un figlio pic­colo da man­te­nere. «Cosa importa a un’operaia come Maud del diritto di voto?» le chie­dono i par­la­men­tari. «Non lo so – risponde lei timi­da­mente – Non ho mai pen­sato che potesse acca­dere». E poi bisbi­glia: «Ma forse è possibile».
Le diverse sto­rie di donne si avvol­gono, in una strut­tura nar­ra­tiva com­patta da cui emerge il com­plesso pro­cesso d’emancipazione. Ragio­nato nella scrit­tura, risolto senza comizi o tro­vate spet­ta­co­lari, il film segue soprat­tutto le sto­rie d’ineguaglianza dell’epoca. Nella lavan­de­ria lo sanno tutti che il pro­prie­ta­rio abusa ses­sual­mente delle ope­raie, le ado­le­scenti sono le vit­time più fre­quenti. A casa i mariti ubria­chi pic­chiano le mogli, al lavoro a parità di ore, il sala­rio degli uomini è sem­pre il dop­pio, e nella fami­glia sono ancora loro a eser­ci­tare un diritto totale sui figli.
Maud è dop­pia­mente schiac­ciata, è povera ed è suc­cube del marito. La sua coscienza si risve­glia gra­zie all’amica atti­vi­sta Vio­let. Attra­verso gli occhi espres­sivi di Mul­li­gan, vul­ne­ra­bile e forte, il rac­conto dei soprusi, privo di sen­ti­men­ta­li­smo, assume una verità commuovente.
La regi­sta Sarah Gra­van segue l’organizzazione clan­de­stina di soli­da­rietà tra le donne che vogliono scar­di­nare il mec­ca­ni­smo di con­trollo e potere dei poli­tici di West­min­ster, e di una lotta fisica, men­tale este­nuante in cui l’operaia è accanto alla bor­ghese e all’aristocratica. Nel cast, tante bravi attrici inglesi, tra cui Anne-Marie Duff, l’operaia atti­vi­sta, o Helena Bon­ham Car­ter, far­ma­ci­sta che nel retro­bot­tega fab­brica le bombe. E non poteva man­care Meryl Streep, nel ruolo della fem­mi­ni­sta sto­rica Emme­line Pan­khurst, che dal suo quar­tiere ari­sto­cra­tico infiamma gli animi.
La regi­sta usa la sua espe­rienza di docu­men­ta­ri­sta per rico­struire la Lon­dra degli anni Venti con natu­ra­lezza e rea­li­smo. Come nelle car­to­line vin­tage, con l’accuratezza dei col­le­zio­ni­sti, gli oggetti sem­brano uscire dal Vic­to­ria and Albert Museum: le teiere di cera­mica, le car­roz­zine per neo­nati con le ruote grandi. Rivive Oxford Street con i primi auto­bus, le mac­chine dell’epoca, i suoi negozi e le strade affollate.
[…]

(il manifesto, 9/10/2015)

Intervista. Losangelina, Amy Berg ha lavorato otto anni al film per raccontare oltre la musica tra lettere, immagini d’archivio, ricordi di amori, amici, famiglia Joplin.

 

Da ragaz­zina voleva soprat­tutto andar­sene, niente di più ovvio se si nasce alla soglia degli anni Ses­santa in una cit­ta­dina ame­ri­cana del Texas dove le ragazze sfo­gliano le rivi­ste di moda dispo­ste a tutto pur di essere le regi­nette di bel­lezza della scuola. E difatti appena ha potuto è scap­pata a San Fran­ci­sco, un grande amore, una donna, e sco­perte di vita, allu­ci­na­zioni, libertà. Quella che cer­cava di con­qui­starsi nella cit­ta­dina fami­liare, inter­pre­tando la parte della «cat­tiva ragazza» mai stanca di notti bian­che e di bevute. Che alle ragazze da coper­tina oppone altre imma­gini di donna, la sfida di una bel­lezza che «vive den­tro e fuori», e di un look che di lì a poco tutte avreb­bero copiato. Janis di Amy Berg  (in sala da oggi, 8 otto­bre) regi­sta losan­ge­lina impe­gnata poli­ti­ca­mente, quasi Oscar nel 2006 per Deli­ver us from evil, rac­conta la vita di Janis Joplin la voce bianca più nera della sto­ria musi­cale, icona di un’ epoca di sco­perta, rivolta e libertà, fug­gita gio­va­nis­sima dal sud raz­zi­sta dell’America, e morta nel mito a ven­ti­sette anni. E lo fa attra­verso le parole di amici, parenti (non pro­prio sim­pa­ti­cis­simi, quelli tipici che dicono «beh, sì era una ribelle, le pia­ceva scan­da­liz­zare» come fa il fra­tello), amori, com­pa­gni di band, nes­sun cri­tico o stu­dioso, molti archivi, alcuni bel­lis­simi, le imma­gini di Pen­ne­ba­ker a Wood­stock, lei sul palco con la voce roca e un dolore che sem­bra fon­dersi con tutto il resto, pub­blico, cielo, terra.

«Guar­dare le imma­gini di Janis men­tre canta è molto emo­zio­nante. Le sue musi­che e le sue parole nascono dalle espe­rienze della sua vita, dagli incon­tri, dai dolori che ha pro­vato, dalle ferite e dai momenti di feli­cità. Sono molto per­so­nali e al tempo stesso hanno una forza uni­ver­sale, rac­con­tano sem­pre qual­cosa che va al di là di lei».
Dolore, ingiu­sti­zie, emar­gi­na­zione? Ne sapeva qual­cosa lei, Janis, che al liceo «inco­ro­nano» il maschio più brutto della scuola. Ferite che bru­ciano, ma Port Arthur, dove cre­sce, con le sue caset­tine e i riti sociali, popo­lata dai raz­zi­sti del ku klux klan è «il posto più mer­doso della terra».

Amy Berg, che incon­triamo durante il festi­val di Vene­zia, dove Janis è stato pre­sen­tato in ante­prima fuori con­corso, è altis­sima, molto magra, appas­sio­nata. A que­sto film ha lavo­rato otto anni, e la «sua» Janis non è solo l’icona di una gene­ra­zione, anche se Berg ne cerca le tracce in un intrec­cio di inti­mità e dimen­sione col­let­tiva. C’è al di là del per­so­nag­gio pub­blico qual­cosa che segue con spe­ciale amore, una fra­gi­lità, e non sol­tanto nell’equazione con l’essere arti­sta, una dimen­sione femminile/femmnista in rivolta con­tro ste­reo­tipi e luo­ghi comuni dell’essere, forse non stig­ma­tiz­zata, istin­tiva, com­bat­tuta con la vita, come stare su quel palco davanti alla folla che non poteva esserci niente altro.

«Le let­tere di Janis, i suoi diari, le cose che diceva ci par­lano di una per­sona con un gran­dis­simo biso­gno di sen­tirsi amata e ammi­rata. È una ragaz­zina degli anni Cin­quanta che non accetta le regole del suo tempo. Si fa cac­ciare dalla scuola, cerca di costruirsi un per­so­nag­gio che la fac­cia notare. Voleva essere bella e invece diventa il ber­sa­glio dei com­pa­gni di liceo … Ciò che amava di più erano i con­certi. Quando can­tava Take a lit­tle piece of my heart sem­brava inten­desse pro­prio quello: prendi un pezzo del mio cuore».

Nel film ha uti­liz­zato mol­tis­simi mate­riali diversi, lettere.scritti, archivi di fami­glia, foto, film dei con­certi, inter­vi­ste a chi le è stato vicino oggi. Quale è l’idea fon­dante che tiene insieme tutto que­sto?
Capire la figura di Janis è stato un lavoro che ha preso molto tempo, al mon­tag­gio e prima ancora durante le ricer­che che sono state molto lun­ghe. E nono­stante tutto non sono sicura di esserci riu­scita. Volevo rac­con­tare l’influenza della figura di Janis non solo sulla sua epoca ma sulle diverse gene­ra­zioni, la sua voglia di vivere, di ridere, il suo umo­ri­smo, quel potere che aveva di met­tere da parte il suo dolore e vivere ogni istante nel pieno della sua inten­sità. Janis sul palco libe­rava ogni sfu­ma­tura del sen­ti­mento, tri­stezza, tra­ge­dia, eufo­ria, gri­dava per tutti gli emar­gi­nati eppure era anche felice. Credo che le sue bat­ta­glie sono state le stesse di qual­siasi ado­le­scente, se pensi oggi alla vio­lenza che c’è sui social media dove ogni sin­golo det­ta­glio può diven­tare molto impor­tante e distrug­gere una per­sona. In fondo siamo sem­pre alla dina­mica che si era sca­te­nata con­tro di lei a scuola, con­tro il suo modo di essere diretta, provocatoria.

C’è qual­cosa di spe­ci­fico da cui è par­tita in que­sta sua ricerca di Janis?
Le sue let­tere sono state un rife­ri­mento pre­zioso per­ché il suo modo i rela­zio­narsi al mondo vi appare con molta chia­rezza. Scri­veva agli amici, alla fami­glia, ai geni­tori, ai suoi amanti. Erano impor­tanti e per que­sto è stato fan­ta­stico che Cat Power abbia accet­tato di «pre­stare» la sua voce a Janis, è lei che le legge (nella ver­sione ita­liana è Gianna Nan­nini, ndr).Ha una tona­lità simile a quella di Janis, e poi anche le loro vite hanno dei punti in comune. Cat come Janis viene da sud, ha lasciato la fami­glia molto pre­sto e in un certo senso è sem­pre stata un outsider.

Il suo sguardo su Janis si con­cen­tra molto anche sulla sua bat­ta­glia di donna, non solo nella musica ma in ogni scelta. Janis rivo­lu­ziona l’immagine fem­mi­nile con una più libera dagli ste­reo­tipi di que­gli anni.

Sì, Janis ha aperto il cam­mino delle donne, è stata la prima donna nel rock, ha inven­tato una nuova moda fem­mi­nile e un’idea di bel­lezza più un modo di essere che legata all’aspetto fisico. Aveva sco­perto molto pre­sto quanto poteva essere cru­dele il mondo maschile … Janis è per­fet­ta­mente den­tro ai movi­menti del suo tempo, che è di grandi cam­bia­menti, la sua voce fa parte della controcultura.

Le sue can­zoni pre­fe­rite di Joplin?
Move Over e Sum­mer­time, anche se spesso cam­bio idea.


(il manifesto, 8/10/2015)

Una piccola comunità di femministe sperimenta un altro modo di raccontare quanto è accaduto.

 

di Stefania Scateni

 

C’è storia e storia, anzi ce ne sono tante. Dal 2006, alla Libreria delle Donne di Milano una piccola comunità di donne (sono sei: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Marina Santini, Luciana Tavernini) si occupa di “storia vivente”, una pratica nata da una ricerca storica iniziata da Martinengo con l’intento di dedicare attenzione alla storia, la più politica delle discipline; vogliono cambiare la storia insegnata a scuola, prendere le distanze dai manuali di storia e mettere in discussione l’uso del linguaggio neutro.

Cominciano a sfogliare il passato, vanno a vedere i livelli di resistenza femminile resi opachi dalle interpretazioni storiografiche riduttive e fuorvianti, ragionano sull’assenza dalla storia delle comuni vite quotidiane di donne e uomini, assenza che fa della storia un pianeta deserto, freddo; scoprono un filo continuo di libertà femminile che percorre il passato e giunge fino al presente, individuabile in tracce lasciate nel tempo. Portano avanti la ricerca storiografica con finalità educative e politiche: lavorano per un cambio di civiltà.

Il gruppo ha una relazione privilegiata e costante con la storica spagnola María Milagros Rivera Garretas, con cui si confrontano, con le storiche di Duoda e scambi con Monica Martinat dell’Università di Lione.

Per capire meglio che cosa sia la storia vivente abbiamo chiesto aiuto a Laura Minguzzi. «Sono, siamo, da tanti anni in questa Comunità», racconta Laura. «Abbiamo iniziato su suggerimento di Marirì, che aveva proposto di lavorare a una disanima sulle badesse del Medioevo e ne nacque un libro, Libere di esistere. Nel 2005 Marirì Martinengo decise di raccontare la propria storia incentrata su sua nonna, che venne fatta sparire dalla famiglia, borghese; chissà di quale macchia si era sporcata. Marirì trovò qualche traccia, foto, racconti e riuscì a sapere che la nonna era stata “rinchiusa” in una casa di cura e nessuno la nominò più. Quel lavoro coinvolse emotivamente l’autrice, anche lei era dentro la narrazione. Era un nuovo modo di raccontare la storia.»

L’anno dopo il gruppo abbraccia questo nuovo approccio alla storia: non più ritratti in contesto di donne del medioevo, ma partire da sé, indagare i nodi che hanno condizionato la propria vita e poi andare nel mondo.

Ma in concreto come lavorate? «La storica mette in discussione la sua specificità e rinuncia alla sua neutralità – spiega Laura Minguzzi – La voce di chi scrive è coinvolta, ma non si tratta una storia di sentimenti, bensì di libertà dentro la storia e “verità”, a partire da se stesse, per affrontare i nodi irrisolti della nostra vita. Fondamentale è la pratica dell’ascolto del gruppo. Si legge il testo alle compagne e poi se ne parla: prima il racconto è orale, a seguire la scrittura e poi la lettura alle compagne. Curiamo in modo particolare la scrittura.»

La storia vivente ha qualche attinenza con un genere letterario già sperimentato, che mescola la storia e autofiction, pensiamo per esempio ai meravigliosi libri di W.G. Sebald oppure di bestseller di Emmanuel Carrère ma, senza offesa, la vostra pratica assomiglia a una terapia di gruppo o un’autoanalisi… «Non sono d’accordo – ribatte Laura -, la nostra pratica è soprattutto una pratica politica, scriviamo per trasformare noi stesse e le relazioni con l’altro e di conseguenza cambiare la politica. Lavoriamo per avere più autorità, per agire, porre questioni alla storia«.

Chiedo: avete incontrato donne in Italia o all’estero che hanno sperimentato qualcosa che si avvicina alla storia vivente? «Il nostro desiderio è che anche altre donne sperimentino la pratica della storia vivente. Qualcosa si muove anche all’estero, abbiamo individuato in alcuni testi, pratiche simili alla nostra. Per esempio nei libri di Svetlana Aleksievič, una giornalista bielorussa che racconta le tragedie del mondo ex-comunista; nel suo ultimo libro Tempo di seconda mano affronta, a partire dalla rivelazione di un non detto da parte del padre, un frangente storico problematico del suo paese. Oppure la documentarista Reynalda Del Carmen, che ha lavorato su un nodo familiare e politico: il silenzio della madre sulla scomparsa della sua amica più importante durante la dittatura nel Cile».

Intanto due della Comunità hanno sperimentato un altro modo di fare storia. Marina Santini e Luciana Tavernini hanno pubblicato un libro di storia del femminismo, Mia madre Femminista. Voci da una rivoluzione che continua, edito da Il Poligrafo, con la collaborazione di decine di donne.

dal 10/10 al 18/10 2015

OpenEnig
(disinstallazione)

happening: 10 ottobre 2015 ore 17:00

Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale | Istituzione Bologna Musei

in collaborazione con AMACI
XI Giornata del Contemporaneo

In che modo le relazioni private possono sottrarsi ai limiti individuali senza perdersi?

E’ a partire da questa domanda che nel 2008 immagino Musée de l’OHM, un oggetto dallo statuto incerto – nominalmente un comò nel quale conservare una serie di oggetti d’affezione destinati ad una ricezione individuale – e di farlo funzionare come museo all’interno di un museo pubblico. Nel 2009, dopo l’inaugurazione alla galleria neon>campobase, Musée de l’OHM apre l’attività espositiva nella Sala 2 del Museo Civico Medievale di Bologna, grazie ad un rapporto di comodato. Da allora si sono svolte all’interno di OHM numerose mostre ed eventi collaterali e la collezione si è ampliata attraverso le donazioni di molti artisti. Le modalità di conduzione di OHM, articolate tramite statuto dall’associazione omonima, hanno teso a mettere in opera i problemi da esso generati e fondamentalmente legati alle dinamiche di socializzazione dell’arte contemporanea. Per questo stesso motivo, dopo 6 anni di attività “sperimentale”, ho deciso di donare l’opera che è risultata dall’insieme di questi processi, all’istituzione in seno alla quale si sono svolti. Non come gesto “oblativo” nè ignara delle intrinseche contraddizioni. Ma proprio per chiarire il fatto che queste ultime sono espressione di un processo che è necessariamente pubblico.

Chiara Pergola

Con OpenEnig – titolo derivante dal “refuso” impresso sul catalogo del Musée de l’OHM – Chiara Pergola realizza la disinstallazione di Suspense: l’uovo sospeso sopra al mobile in attesa di una risposta alla proposta di donazione finalmente precipita all’interno di ciò che rappresenta. L’happening avrà luogo il 10 ottobre alle ore 17 e segnerà l’ingresso di Musée de l’OHM all’interno della collezione dell’Istituzione Bologna Musei. Dall’11 al 18 ottobre sarà visibile una videoproiezione che documenta l’azione.

OHM è: e tutti coloro che sono passati

di Eugenio Renzi

Chan­tal Aker­man si è tolta la vita ieri a Parigi. Con lei se ne va una delle più grandi arti­ste dei nostri tempi. Negli anni il suo lavoro si è arric­chito di scritti, di per­for­mance, di instal­la­zioni. Non senza emo­zione, rac­con­ta­vamo su que­ste pagine della sua lunga per­for­mance nella notte bianca pari­gina del 2013 durante la quale Aker­man ha letto per «tutta la notte», come a fare il verso al titolo di uno dei suoi film più belli, un romanzo dedi­cato alla madre. Aker­man non ha mai ces­sato di essere un’artista spe­ri­men­tale, nel senso più let­te­rale del ter­mine. Era nata a Bru­xel­les, nel 1950, da una fami­glia di ebrei polac­chi orto­dossi. Curio­sa­mente la tra­di­zione ha ispi­rato il fondo più for­male del suo cinema. A chi le diceva che i dia­lo­ghi dei suoi film sono ben scritti, rispon­deva che quello che le piace in un dia­logo non è mai il senso ma il rumore, il ritmo, il bla bla di fondo. A chi le doman­dava se il gusto per la ripe­ti­zione traesse ispi­ra­zione dalla poe­sia post­mo­derna, rispon­deva che l’origine era da cer­care nell’educazione biblica, nei pome­riggi pas­sati a stu­diare la Torah. Eppure, i suoi primi film sem­brano essere più vicini a Warhol e Godard che Abramo e Isacco. Le cose sono al tempo stesso più sem­plici e più complesse.

Pren­diamo il suo esor­dio. Aker­man si è annun­ciata al mondo con un corto, Saute ma ville (’68). Una gio­vane donna, Aker­man stessa, rien­tra a casa can­tic­chiando, comin­cia a dedi­carsi a delle atti­vità appa­ren­te­mente ordi­na­rie: farsi da man­giare, pulire la cucina. Le sue azioni diven­tano sem­pre più incoe­renti, fino a che non apre il gas e si fa esplo­dere insieme all’appartamento. Sarebbe facile vedere in que­sto suo primo film un annun­cio di quanto acca­duto ieri: una tra­ge­dia ina­spet­tata. Più sem­pli­ce­mente, è l’inizio di un ten­ta­tivo di dare forma ad un’idea. Ora quest’idea è l’opera stessa di Aker­man. Espri­merla in una frase o una for­mula sem­bra una bestem­mia per­ché se c’è una cosa che il cinema di Aker­man mostra è che l’arte può rivol­gersi alle cose, alla vita, all’esistenza, senza defi­nirle bru­tal­mente, senza iscri­verle in un oriz­zonte di senso predeterminato.

I primi film di Aker­man sono lun­ghi piani sequenza su una stanza (La cham­bre 1 e 2, ’72). Sto­rie ordi­na­rie, let­tere in forma di docu­men­ta­rio (News from Home, ’77). In tutta que­sta ordi­na­rietà c’è una ten­sione pro­fonda che esprime un pro­blema abis­sale: che cosa vuol dire essere a casa? C’è un posto per me nel mondo? E soprat­tutto: che diritto ho io di avere un posto nel mondo ?

È ovvio che que­ste domande si ispes­si­scono di signi­fi­cato se si tiene pre­sente che la madre di Aker­man è soprav­vis­suta ad Ausch­witz. Ora, Aker­man ci ha dato dei gran­dis­simi ritratti di donna e la sua opera è un costante ritorno verso la figura della madre. Ritorno para­dos­sale. Per­ché da un lato la madre è il modello di un’esistenza sra­di­cata. La madre è l’ebreo errante, il con­dan­nato, l’apolide. Sen­tirsi a casa vor­rebbe dire in un certo senso tra­dire que­sto modello di esi­stenza. Dall’altro lato la madre è anche una madre come tutte le madri, e dun­que un punto fermo, un approdo, un luogo dove si può effet­ti­va­mente essere a casa.

Que­sta dop­pia dimen­sione è molto chiara sin da Les rendez-vous d’Anna. In un’intervista ai Cahiers du cinéma Aker­man afferma: «Nes­suna delle situa­zioni del film è vis­suta, se non il fatto che viag­gio. C’è Los Ange­les, ma ci sono anche la Ger­ma­nia, Bru­xel­les e Parigi. Bru­xel­les è il cen­tro del film. È a Bru­xel­les che l’eroina del film ritorna per­ché a Bru­xel­les c’è la madre.»

C’è un paese dove forse si ha il diritto di stare. Dove, forse, non è fuori luogo dire che: qui sono a casa. È il paese dove la madre «ci ha messi al mondo». In quest’idea di «matria», che sem­bra così arcaica e moderna al tempo stesso, Aker­man fa con­vi­vere e soste­nersi a vicenda la tra­di­zione ebraica, la sto­ria del ’900 e il pen­siero femminista.
Il fram­mento come forma, l’esistenza sra­di­cata come con­te­nuto, sono la figura e il colore con i quali Aker­man dipinge il ritratto di Bru­xel­les all’inizio degli anni ’80 di Toute une nuit (’82) Si tratta di una serie di brevi scene, quasi sem­pre silen­ziose, scon­nesse l’una dall’altra che fer­mano per un attimo il corso e il fluire dell’esistenza. Un uomo e una donna seduti l’uno accanto all’altra in un bar, si scam­biano qual­che occhiata. Una cop­pia di mezza età, risve­gliata dal rumore di una tele­vi­sione decide di fare due passi… Nella notte di Toute une nuit, girata in un magni­fico 16 mil­li­me­tri e illu­mi­nata dalla foto­gra­fia di Caro­line Cham­pe­tier, l’erranza diventa danza. Aker­man vi fa con­ver­gere diverse pra­ti­che arti­sti­che come la can­zone e il ballo (l’ispirazione sono le coreo­gra­fie di Pina Bau­sch). Toute une nuit ha la par­ti­co­la­rità di essere un film leg­gero, pieno di iro­nia a tratti eufo­rico. È una com­me­dia musi­cale che in un certo senso dice addio al cinema asce­tico degli anni ’70.

Lo abbiamo già accen­nato, c’è sem­pre qual­cosa di ripe­ti­tivo nel cinema di Chan­tal Aker­man: la scena del con­sumo nevro­tico di zuc­chero in In Je tu il elle (’74), il rito osses­sivo di Jeanne Diel­man (’75), il suc­ce­dersi dei discorsi maschili in Les Rendez-vous d’Anna.  Il punto estremo di que­sto spo­sta­mento verso il tempo e la fin­zione è Nuit et jour (’91), film dove è il cinema stesso a tor­nare con i suoi ritor­nelli pre­fe­riti: quello di Godard (la cop­pia) e quello di Truf­faut (il trian­golo amo­roso). Nel ’93, Aker­man firma uno straor­di­na­rio docu­men­ta­rio: D’Est. Il titolo inter­na­zio­nale, From the East, rima con News From Home, del 1975. L’est è certo una delle case pos­si­bili di Aker­man. Sarebbe meglio dire la più impos­si­bile. Ora, è signi­fi­ca­tivo che Aker­man abbia scelto di intra­pren­dere il suo viag­gio ad est solo dopo la caduta del Muro. Non per­ché la fine del socia­li­smo renda que­sto luogo emble­ma­tico, l’oriente, il paese del socia­li­smo, più facile d’accesso, ma al con­tra­rio, il viag­gio si impone per­ché la neb­bia che cir­conda la cor­tina di ferro, invece di dis­sol­versi si infit­ti­sce. La prima parte del film cerca dei pae­saggi: un albero, un incro­cio deserto. La seconda cerca dei volti, Levi­nas direbbe «l’altro»: in gruppi al mat­tino o nella notte, in attesa del bus o di un treno. Dei visi ci guar­dano, e nel fondo del loro sguardo leg­giamo una domanda: siamo a casa ?

In La Folie Almayer (2011) Aker­man (che ha sem­pre disprez­zato Cop­pola) ha voluto fare un anti-Apocalypse Now: un film in cui il viag­gia­tore non rag­giunge una meta, dove il mistero non viene tolto ma viene solo vis­suto, e di certo dove non viene spie­gato né «ora» né mai. Si può tro­vare l’impresa assurda, ma in un certo senso è l’impresa di una vita, il punto più alto, più radi­cale dell’esperienza arti­stica e umana di Aker­man. Pen­sare l’etica dell’essere un ente errante fino alla sua estrema con­se­guenza: l’impossibilità di muo­versi, il fatto di essere di casa nel non tro­varsi mai a casa propria.


(il manifesto, 7/10/2015)

Locarno 68. Chantal Akerman e l’intimo ritratto di «No Home Movie», film in concorso. Un atto d’amore che esige sempre di porsi all’ascolto dell’altro

di Cristina Piccino

Sul palco prima della pro­ie­zione Chan­tal Aker­man ha voluto spie­gare al pub­blico che il suo film ha biso­gno di pazienza e di dispo­ni­bi­lità, e che ci si deve lasciare andare. La voce era quasi alle lacrime, eppure non è certo una regi­sta ine­sperta, o poco bat­ta­gliera sin dai suoi esordi con Jeanne Diel­man, ma que­sto film ha una dimen­sione intima forte, senz’altro dolo­rosa, in cui lei regi­sta si mette aper­ta­mente in gioco.

No Home Movie come sug­ge­ri­sce il titolo non è sem­pli­ce­mente un film «fami­liare» anche se davanti all’obiettivo di Aker­man c’è sua madre che lei — lo intuiamo sol­tanto, non c’è mai nulla a parte un momento con la badante detto fuori dalle loro con­ver­sa­zioni — ini­zia a fil­mare pro­ba­bil­mente sapen­dola malata. La vediamo muo­versi nella casa in Bel­gio dove è arri­vata nel 1938 dalla Polo­nia fug­gendo le per­se­cu­zioni. Pen­sa­vano di essere al sicuro e invece i nazi­sti poco dopo li hanno rag­giunti con il loro piano di ster­mi­nio. Ma que­sto, l’Olocausto, l’essere ebrei come mate­ria fon­dante una sto­ria fami­liare che a un certo punto mette da parte la pra­tica reli­giosa — il padre della regi­sta non vuole che si seguano più le tra­di­zioni — è solo una delle linee narrative.Prima c’è il rap­porto tra la regi­sta e la mamma in cui que­sto entra, seguendo appunto la neces­sità di Aker­man di «rico­struire» una memo­ria sto­rica nell’esperienza fami­liare, ma che è soprat­tutto tene­rezza, amore, con la madre che guarda ancora quella figlia come la ragazza eccen­trica piena di idee bel­lis­sime e un po folli. Che poco importa se non sai cuci­nare per­ché sa fare tante altre cose bellissime.

«Un film sul mondo che cam­bia e che mia madre non vede» lo defi­ni­sce Aker­man No Home Movie — in concorso.

Quando non è in Bel­gio la chiama via skype dall’America, la donna le chiede: per­ché mi filmi? Per dimo­strare che le distanze non esi­stono più risponde la regi­sta. E lei ride, orgo­gliosa di lei, delle sue intui­zioni, pre­oc­cu­pata di man­giare quello che le pre­para per non delu­derla anche se deve sfor­zarsi sem­pre di più per inghiot­tire ogni boc­cone. La donna esce pochis­simo, è stanca, il mondo è la voce della figlia con le sue sto­rie, il suo chie­derle del pas­sato, la sua osti­na­zione a scri­vere una Sto­ria che la madre invece sem­bra non voler sot­to­li­neare. O nella quale non sem­bra tro­vare gli stessi signi­fi­cati. Par­lano della nonna, la madre di sua madre, che forse aveva un amante, quell’amico spe­ciale che l’ha sem­pre aiu­tata. Era una fem­mi­ni­sta prima del tempo dice Aker­man, la madre sor­ride. Poi altri parenti, altri esili, altre fughe. I tede­schi che si impos­ses­sano del Bel­gio e il padre di Aker­man che rifiuta la stella gialla.

E i ricordi della madre della figlia, gli occhi blu quando era pic­co­lina che tutti guar­da­vano incan­tati. L’esterno è l’ombra della regi­sta riflessa nell’acqua tor­bida, sono le lun­ghe fughe nel pae­sag­gio sul con­fine di un deserto. Le domande che riman­gono sospese, e che non sem­pre tro­vano quelle rispo­ste che lei attende.
È anche in que­sta esi­genza di «memo­ria con­di­visa» che la regi­sta si mette in gioco, intrec­ciata in quella dimen­sione amo­rosa intensa, e com­muo­vente nel gesto di voler trat­te­nere istanti, sguardi, sor­risi, presenza.

Lì nello spa­zio con­di­viso dell’attesa in cui il tempo cola imper­cet­ti­bile, men­tre la madre diventa sem­pre più stanca e cerca rifu­gio nel sonno, scorre il movi­mento della vita. Pen­siamo alle ragazze in rivolta, come la pro­ta­go­ni­sta di Aker­man del suo epi­so­dio nella serie anni Novanta Tou­tes les gar­con et les fil­les, poco prima del Ses­san­totto a Bru­xel­les, con l’adolescente che al mat­tino salta la scuola e dalla borsa tira fuori la mini­gonna in cerca del suo tempo, con­tro i geni­tori che impon­gono regole. Negli anni cam­biano i rap­porti, e cam­biamo noi: quale diventa la posi­zione rispetto ai geni­tori, e appunto alla pro­pria sto­ria? Nella cucina dall’aria antica, come appa­iono spesso le case dei geni­tori, le due donne scher­zano, lasciando intuire discus­sioni pas­sate, ed è come se la regi­sta dichia­rasse il suo biso­gno di un rife­ri­mento men­tre la madre sta andando via; di una dimen­sione col­let­tiva di appar­te­nenza e di iden­tità con­di­visa in cui ritro­vare quella parte pre­ziosa di sè, avere delle cer­tezze, poter fon­dare le sue interpretazioni.

E ha ragione Aker­man a dire che al suo film ci si deve abban­do­nare: sono i bordi delle imma­gini che ci per­met­tono di tro­vare il nostro posto, di farci entrare den­tro qual­cosa che sep­pure in forma diversa ci riguarda, un’emozione, una ricerca che per ognuno assume vie pos­si­bili. Quel «madre e figlia»che viene prima di tutto, che inter­roga il pre­sente e il futuro di un’assenza, di una parola negata, di un ruolo da ritro­vare. Tra i salti vir­tuali, la vici­nanza fisica, la stanza da ragazza, si snoda una rela­zione pro­fonda e unica nei con­flitti e nel suo asso­luto, quel tra­smet­tere che esige insieme porsi all’ascolto. Ancora un atto d’amore.

(il manifesto 11.08.2015)

Fuochi. La cucina di EstiaChe cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Cucinano, ovviamente, ma per chi? per altre donne e uomini che frequentano la Libreria delle donne e amano quello che significa: una politica delle relazioni e della soggettività femminile libera. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Estia era l’antica dea del focolare. Preparato con passione e arte, il cibo dalla cucina passa tra i tavoli a nutrire la buona conversazione, creando cultura condivisa. Affiora così il legame tra convivenza civile e preparazione del cibo, che è uno dei grandi contributi delle donne alla civiltà. Loro, le sei signore della cucina, la chiamano cucina relazionale. In questo piccolo libro, Fuochi, hanno riposto alcuni dei loro segreti e dei loro vissuti. Sono racconti, pensieri, fatti e naturalmente… ricette.



24 luglio 2014: Bella intervista di Bruna Miorelli a Stefania Giannotti su Radio Popolare

 

Ecco alcune recensioni, già pubblicate sul sito, uscite in questi mesi:

 

14 luglio 2015, 27esimaora.corriere.it, Sei cuoche seguaci della dea Estìa di Giovanna Pezzuoli
18 luglio 2015, donnealtri.it, Scambi simbolici tra i fornelli di Letizia Paolozzi
12 agosto 2015, l’Unità, Anche le femministe sanno cucinare di Stefania Scateni
11 settembre 2015, Corriere della sera, Sebben che siamo cuoche, il femminismo a tavola tra braci e padelle di Nicoletta Melone
14 luglio 2015, VIDEO DELLA PRESENTAZIONE A EXPO