di Ida Dominijanni
[…]
Perché l’arcobaleno di Milano torni a spuntare su Roma, bisogna in primo luogo girare la macchina da presa. Puntarla non sui candidati, ma sulla parte migliore della cittadinanza. Non sulle liste, ma sulle pratiche che giorno per giorno disegnano una città di gran lunga migliore della sua descrizione mainstream: accogliente con i cittadini e con i migranti, pensante, creativa, pulita, visionaria. Vorrei vederle riunite in un “Occupy Roma” che ridisegni le piazze come luoghi pubblici, interponga i corpi e le vite fra il malaffare e la cattiva politica, rimetta in circolo desideri e idee, curi la depressione con l’immaginazione e la sciatteria con la cura. Non per esprimere un candidato ma per reinventare la città, e la politica. Roma l’ha già fatto una volta, ai tempi di Renato Nicolini e dell’estate romana. È poco? Sarebbe moltissimo, ai prefetti non piacerebbe, nessun candidato potrebbe prescinderne e la campagna elettorale ne verrebbe di sicuro civilizzata.
da http://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2015/11/03/occupy-roma-marino-milano-pd
di Giusi Milazzo
Catania 1 novembre 2015
Ancora una volta siamo state a Lampedusa dal 23 al 26 settembre per seguire la sesta, intensa edizione del LampedusaInFestival 2015 (piccolo festival di comunità, migrazioni, lotte, turismo responsabile e storie di mare), organizzato dall’associazione Askavusa e proprio in quella data abbiamo fatto coincidere la quinta Vacanza Politica delle Città Vicine a Lampedusa dal tema “Germogliano semi a Lampedusa”. Per tre giorni io e Anna Di Salvo abbiamo condiviso passioni, emozioni e pratiche con donne e uomini, per lo più giovani, tra le/i quali voglio nominare: Luisa di “No basi né qui né altrove” in Sardegna, Giulia di “No Borders” Ventimiglia, Martina di “Xaom” dell’enclave di Melilla, Margherita di “ACAD” contro gli abusi in divisa, James e Travis di “No Borders Calais”, Manuela e Cecilia attiviste della tendopoli di Saluzzo e altre e altri, provenienti da tante zone d’Europa.
Il locale il cui ingresso è segnato dai legni colorati delle barche dei migranti, che Giacomo Sferlazzo ha composto in modo artistico, è scavato nella roccia e per raggiungerlo bisogna inerpicarsi sugli scogli scoscesi, da lì si scorge il mare. Appesi o appoggiati alle pareti poveri oggetti: taniche, pentole, latte d’olio o di couscus, scarpe, libretti del Corano ammaccati, macchiati, stropicciati, raccontano delle tante donne e dei tanti uomini che hanno intrapreso il lungo viaggio dall’Africa attraverso il Mediterraneo sino alle coste siciliane, un viaggio carico di desideri e speranze troppe volte spezzate. A differenza degli altri anni in cui lungo le strade del piccolo paese abbiamo incontrato tante ragazze e ragazzi neri arrivati da poco sull’isola, in quei giorni erano presenti a Lampedusa solo alcune decine di donne e ragazzini che sono rinchiusi nel CIE (ora Hot Spot), di contrada Imbriacole, lontano dal paese. Siamo andate/i a trovarle al di qua dei cancelli e lì Giacomo ha cantato le sue canzoni perché giungesse loro il nostro affetto.
Nel corso dei tre giorni del festival lungo l’impervia stradina che porta al centro di PortoM, sede dell’associazione Askavusa, nelle piazzole aride e polverose, assieme alle ragazze e ai ragazzi delle associazioni intervenute e alle Mamme di Lampedusa, abbiamo piantato piante officinali e piante grasse per significare e sottolineare la bellezza della vita e della natura che trae forza e vigore da una terra che nonostante l’asperità è ricca e in grado di nutrire la bellezza. Una terra che, come dirò, vogliono contaminare e privare della sua carica vitale per ridurre l’isola a minaccioso avamposto militare nel Mediterraneo. Abbiamo voluto che quelle piante utili alla cura, che guardano il mare da quegli scogli, fossero un omaggio alle donne agli uomini e ai bambini che in quel mare hanno trovato la morte, vittime dell’egoismo, delle guerre, delle frontiere e di politiche che inneggiano all’odio e alla segregazione.
In quelle intense giornate nelle quali abbiamo intrecciato relazioni significative, soprattutto con giovani donne, gli interventi hanno sottolineato il filo rosso che connette le migrazioni a militarizzazione e guerre. E come segregazioni, frontiere e riduzione in schiavitù, dimostrino l’ottusità della politica di un Occidente che esporta guerra e asseconda i nazionalismi, erigendo barriere e muri che non potranno arginare i flussi migratori di tante donne e uomini che scappano da paesi che vecchie e nuove colonizzazioni hanno reso luoghi in cui la vita sembra non avere più valore. Mentre si intrecciavano le riflessioni e i racconti inframmezzati dalla visione di interessanti filmati, come quelli prodotti dal gruppo “Lola furiosa” di Saluzzo o “4 Stelle Hotel” di Paolo e Valerio di “Metropoliz”, si rafforza in tutte e tutti il proposito di continuare la mobilitazione, ma anche la rete di aiuto e supporto per sostenere la mobilità sul territorio europeo delle donne e degli uomini resi clandestini da leggi crudeli. E proprio a questa scelta di guerra risponde la militarizzazione dell’isola di Lampedusa in cui sono stati in poco tempo installati 8 radar di straordinaria potenza in grado di esercitare un ampio controllo sui paesi africani e del medio oriente. Con Antonio Mazzeo, che da anni approfondisce questi temi, abbiamo visitato i luoghi in cui sono stati istallati i radar che stanno facendo dell’isola di Lampedusa, terra complessa ricca di particolarità naturalistiche e ambientali, un luogo pesantemente inquinato e contaminato. Una terra in cui nonostante la sua ricchezza e la sua bellezza sarà difficile per gli abitanti vivere. Per questo anche le Mamme di Lampedusa, che da anni cercano di sollecitare la sindaca Giusi Nicolini a occuparsi delle condizioni delle scuole e delle strutture sanitarie, hanno iniziato a mobilitarsi contro l’inquinamento di radar e antenne che portano morte e malattie. Per loro e anche per noi è incomprensibile che proprio Giusi Nicolini, una donna che dato il suo ruolo potrebbe cercare di modificare le scelte politiche, non si sia opposta con tutta l’energia di cui è capace all’installazione dei pericolosissimi radar e abbia anche deciso di non dare alcuna informazione alla popolazione. Ha invece acconsentito che il territorio che amministra sia ridotto a terra di morte. Ma il paradosso su cui vogliamo che molte donne e uomini aprano una riflessione per decidere cosa fare per sostenere la mobilitazione delle Mamme, è che mentre il territorio viene usato per scopi militari, a distanza di mesi dalla richiesta fatta dal Comitato delle Mamme per un terreno in cui costruire una nuova scuola, non solo non è arrivata alcuna risposta ma sono stati contrapposti molti ostacoli. Le Mamme però vanno avanti con determinazione e coraggio e hanno già un bel progetto per una scuola nuova, colorata ed ecosostenibile da contrapporre al cupo futuro che sembra essere stato disegnato per quest’isola amata. Abbiamo detto alle Mamme che la loro mobilitazione e i loro progetti sono oggetto di attenzione e studio anche per le Città Vicine e che torneremo presto a Lampedusa con idee e iniziative per procedere insieme in merito alle questioni che ci stanno a cuore. Intanto, oltre che mantenerci in contatto con le realtà conosciute nel corso del LampedusaInFestival 2015, abbiamo deciso di diffondere le verità su Lampedusa e far conoscere le condizioni in cui versa l’isola per contribuire a ostacolare i progetti che ne vogliono annientare la vita e la bellezza.
(www.libreriadelledonne.it, 1 novembre 2015)
di Giuliana Giulietti
In “Mia Madre Femminista”, il libro che mercoledì 4 novembre 2015 presentiamo al Centro Donna di Livorno, c’è una testimonianza di Sara Gandini nata nel glorioso 1968 da una madre femminista ed è lei stessa madre femminista di una figlia di 13 anni. Quando era bimba, Sara e la sua mamma ballavano insieme “in grandi girotondi di zoccoli e gonnelloni nelle piazze di Mantova”. Da adolescente e dato che erano anni di rinunce e in cui ” si faticava ad arrivare alla fine del mese”, Sara ha dovuto lavorare e studiare, guadagnarsi borse di studio, finire velocemente e poi – per dare respiro alla madre che dopo una dolorosa separazione si era laureata a 35 anni in Scienze Politiche – rendersi economicamente indipendente. Sara, ricercatrice all’Istituto oncologico europeo, è stata premiata per il suo lavoro con un assegno di 500 mila euro con il quale potrà proseguire le sue ricerche sul cancro al colon e la Vitamin D. La cerimonia si è tenuta al Quirinale in presenza del Presidente della Repubblica. “Sono una madre, una scienziata e faccio politica: la politica delle donne” – racconta Sara. E tutto questo, vale a dire il mettersi in gioco nel mondo col proprio desiderio: viversi in pieno la maternità, fare ricerca e fare politica – è possibile – dice Sara – ma continuando a interrogarsi sul senso di quello che si fa. Il suo lavoro la porta in giro per il mondo – e lei adora viaggiare e le piace la musica e le piace ballare. Nell’organizzazione delle sue giornate Sara si avvale di un orario flessibile, ma ciò che ha fatto la differenza è anche la presenza costante del padre di sua figlia, “che ama fare il padre”. Sara Gandini dedica tante delle sue energie al lavoro non retribuito alla Libreria delle Donne di Milano (si occupa in particolare con la sua co-webmater Laura Colombo del sito della Libreria). Un lavoro che per Sara ha significato e significa far brillare l’originalità e la differenza dell’essere donna, “attraverso le invenzioni delle donne che già producono cambiamento”.
di Margherita Giacobino
In tempi di riciclo intelligente ed ecologico, l’Italia può dare il suo contributo alla questione che assilla l’Europa in questo momento storico e posizionarsi in testa alla gara di solidarietà umana che imperversa attorno a noi, riciclando l’Expo come campo profughi. La location dispone già di adeguate recinzioni e barriere, nonché postazioni per i controlli di sicurezza. I profughi da parte loro sono già abituati a fare le code per i servizi essenziali (cibo, coca cola, toilette). Si tratta di un caso evidente in cui domanda e offerta si incontrano perfettamente.
I profughi potranno occupare i padiglioni dei paesi prescelti, in base al principio del primo arrivato, e stabilirsi (chi corre più in fretta) in Svezia, Norvegia, Stati Uniti, Germania ecc… Gli ultimi arrivati dovranno accontentarsi dei padiglioni dei paesi di provenienza, nei quali peraltro si ambienteranno più facilmente, e si presume che avranno maggior successo nella produzione di piatti tipici. Il campo potrà infatti autofinanziarsi (e pagare affitto, bollette, IMU, IRPEF, CIMP, addizionale regionale e altri tributi) con bar, ristoranti e musica folkloristica, offrendo così ai visitatori lo spettacolo live di un mondo multietnico efficiente.
La grande popolarità raggiunta dal refugee-watching fa prevedere un pubblico numeroso. Sarà possibile anche, dietro pagamento di modico sovrapprezzo, scattare foto e selfie e girare video. Tariffe speciali e prenotazione obbligatoria invece per chi desidera cimentarsi nell’esclusivo sport del refugee-kicking (niente paura: il profugo sarà preso a calci in sicurezza, in presenza di personale sanitario).
(www.aspirinalarivista.it, ottobre 2015)
di Massimo Lizzi
L’Espresso del 12 ottobre ha annunciato in copertina che le donne hanno perso. Perché a mezzo secolo dalla rivoluzione femminista, le discriminazioni esistono ancora e la coscienza collettiva le dà per scontate, ma non ci sono più manifestazioni di donne che scendono in strada a urlare slogan; inoltre, le ragazze rifiutano di definirsi femministe.
Questo annuncio presuppone l’aspettativa irrealistica di vedere risolti cinquemila anni di patriarcato in cinquant’anni di femminismo. La stessa rivista riconosce che importanti discriminazioni sono state rimosse con l’introduzione del nuovo diritto di famiglia, la possibilità di scelta delle donne sull’aborto e l’abolizione dell’obbligo di dote e della patria podestà solo maschile. Le donne accedono all’istruzione (anche più degli uomini), al lavoro e alla carriera, ma rimangono disparità di salario e di opportunità; le donne sono libere di dire e di fare nella vita privata, ma all’indipendenza femminile gli uomini reagiscono ancora troppo spesso con la violenza e il femminicidio.
Il femminicidio un tempo si chiamava delitto d’onore ed era ancora codificato come tale, con tutte le attenuanti, nelle nostre leggi fino al 1981. Questa è la trasformazione più importante: è cambiato il modo di vedere, nominare, dare valore e significato alla realtà, perché è diventato condizionante o determinante il punto di vista delle donne, l’emergere di una sempre più autonoma soggettività femminile. Così, la disparità e la violenza sono oggetto di inchieste, studi, denunce, iniziative legislative. I giornali che ancora parlano di raptus e di delitto passionale sono spesso analizzati nel linguaggio e criticati.
La coscienza collettiva è contraddittoria: da un lato dà per scontate alcune divisioni di ruolo, dall’altro considera le disparità retaggi in via di estinzione e dà per scontata la parità come realtà già acquisita, ormai irreversibile. Ma non sempre una meta desiderabile.
La parità può essere giocata contro le donne, per esempio quando riserva anche a loro il servizio militare, i turni di notte, l’aumento dell’età pensionabile e tante parificazioni al ribasso; quando propone la conciliazione tra lavoro e famiglia in uno schema nel quale il lavoro produttivo è il valore primo e il lavoro riproduttivo un valore subordinato, vissuto come un ostacolo a cui concedere un adattamento. È un effetto deleterio della parità anche la rimozione della differenza sessuale, per esempio nelle fabbriche dove alle donne è chiesto di adeguarsi a strumenti e abbigliamenti considerati neutri, ma in realtà misurati sugli uomini, come capita a Melfi dove le donne danno battaglia contro le tute bianche che si macchiano per il ciclo mestruale, in realtà inadatte a tutto l’ambiente di lavoro che vorrebbe essere un laboratorio asettico, mentre continua ad essere una fabbrica sporca.
La stessa valutazione di una sconfitta femminile risente molto di una misura di tipo maschile, secondo cui ci sarebbe stata una guerra, una contrapposizione, una partita, poi il fischio finale di un arbitro, quindi un vincitore e uno sconfitto. E sempre secondo questa misura maschile, il termometro della vitalità politica è la manifestazione di piazza, la prova di forza organizzativa, la simulazione della parata militare. Senza grandi manifestazioni, come quelle dei movimenti di lotta e di liberazione a egemonia maschile, non c’è presenza sulla scena pubblica, come fossero ininfluenti tutte le altre forme di attivismo e partecipazione, dalle librerie ai blog.
Nel servizio si legge che qualcuna lamenta una mancanza di trasmissione della militanza femminista dalla generazione degli anni ’70 alle successive, e la imputa al femminismo della differenza, «che ha avuto più visibilità, ha creato una sorta di teologia, producendo un linguaggio oscuro, ostico, moraleggiante. Un modo di parlare, e di tenere separati il mondo di lui e il mondo di lei, nel quale le più giovani non si ritrovano. Ne hanno, anzi, paura e fastidio: se la denuncia della mancata parità le getta nel ruolo di vittime non ne hanno alcuna voglia». Così dicendo, sembra non si sappia di cosa si parla. L’ho imparato anch’io con un po’ di fatica e un po’ di stupore dalla Libreria delle donne: il femminismo della differenza non ha mai cercato la parità, né incoraggiato moralismi, né vittimismi, ha puntato invece sul partire da sé, in relazione con altre, per realizzare il proprio desiderio politico senza farlo dipendere da altri. Forse il femminismo della differenza non è stato poi così visibile o forse l’intervistata (o l’Espresso?) non ha visto bene.
L’inchiesta infatti dà anche una visibilità sproporzionata all’estemporanea iniziativa di Women against feminism, e non tiene conto dell’impegno costante di molte ragazze che non rifiutano affatto di dirsi femministe: il web pullula di pagine e blog di attiviste femministe molto giovani, anche isolate, improvvisate, oppure associate in collettivi, che provano a impostare una loro battaglia contro il sessismo.
Io stesso ho incontrato questo femminismo spontaneo di donne che usano la scrittura sui forum e sui blog, per mettere in discussione il sessismo, nei media, in politica, nel modo di pensare e relazionarsi dei propri interlocutori diretti e ne sono rimasto coinvolto molto di più di quanto non accadeva con il femminismo delle piazze e dei cortei. O perché chiamato ad esprimermi o perché messo in discussione. E anche questo dice di una trasformazione già avvenuta, che può andare ancora molto avanti.
(www.libreriadelledonne.it, 30/10/2015)
Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua è il titolo del libro che, scritto a più mani e curato da Marina Santini e Luciana Tavernini della Comunità di storia vivente di Milano creata da Marirì Martinengo, racconta attraverso la voce delle protagoniste e il commento a tante foto inedite, quella straordinaria e unica rivoluzione simbolica e sociale, iniziata negli anni ’60, continuata negli anni ’70/80 del secolo scorso fino ad arrivare a oggi e che porta il nome di femminismo della libertà. Un lavoro quello delle curatrici durato sette anni, durante i quali – raccontano – «alcune ci hanno aperto le case, recuperando scatole di documenti dalle cantine e cominciando narrazioni fiume. Con altre ci sono state ripetuti scambi di mail. Molte ci hanno ringraziato perché abbiamo ripercorso tratti della loro e della nostra esperienza. A volte il racconto è partito da una fotografia, altre volte, invece, è stata cercata un’illustrazione. A noi interessava andare oltre l’immaginario riduttivo delle grandi manifestazioni» per raccontare quel femminismo che «non è possibile insegnare. Non è un oggetto di studio. Trasforma se ci si lascia toccare. Dopo il mondo non è più lo stesso». È quanto nel libro raccontano le tante donne, facendo rivivere l’atmosfera irripetibile di quegli anni, le emozioni, i sentimenti, i pensieri, gli episodi, le fatiche, le gioie, le scoperte, la creatività di una generazione di donne che ha cambiato la propria vita e il mondo intorno a sé. Perché raccontare? Per chi e a chi? Non per “censire il femminismo” – avvertono le curatrici – ma per «il desiderio di dialogo con le nuove generazioni», sollecitate dalle domande e dalla curiosità «delle allieve […] di un istituto linguistico, dopo aver visto la mostra sul movimento delle donne a Milano» e perché non se ne perda «la memoria e neppure che un’altra storia le venga soprapposta, facendone svanire il senso».
«Ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?» è la provocazione di una figlia a sua madre, da cui il libro prende le mosse per raccontare. La madre reagisce scrivendo alla figlia una lunga lettera per aprire un dialogo con lei e spiegarle, raccontarle, la sua esperienza di femminista. È intorno a quel dialogo madre-figlia che si snodano i racconti delle altre donne, sempre a partire da sé, ripercorrendo cinquant’anni di storia italiana attraverso quattro parole, quattro capitoli: corpo, linguaggio, luoghi e lavoro. Pratica dell’autocoscienza, piccoli gruppi, collettivi, movimento delle donne, abbandono della politica della parità, abbandono di molte donne dei gruppi misti, pratica dell’inconscio e relazione tra donne, passando dalla riflessione sulla relazione con la madre; entrata in massa delle donne nelle scuole e scoperta della non neutralità del linguaggio e della cultura che lì si insegnava/insegna, e avvio negli anni ’80 della pedagogia della differenza. Centrale la ricerca di parole nuove «per raccontare le trasformazioni avvenute». «Attraverso la parola scambiata avveniva la presa di coscienza e si portava sulla scena pubblica materie private come la sessualità, la violenza, la maternità. Il personale divenne politico». Si organizzavano le 150 ore per le casalinghe, si scopriva il proprio corpo, la propria sessualità, si sperimentavano le autovisite con lo speculum di plastica e la contraccezione. Emma Bonino si autodenunciava con il Cisa per gli aborti clandestini, a Roma (1976) nasceva il primo centro antiviolenza e sulla Rai (1979) veniva trasmesso il documentario su un processo per stupro, si avviava l’esperienza degli asili autogestiti. Si sperimentava la pratica del fare e della creatività femminile, fondando librerie, case editrici, riviste, quotidiani di donne, festival di cinema, musica, teatro autogestiti. Quel femminismo non è morto, continua a vivere nelle tante donne di quella generazione che, ancora in vita, ne ha trasmesso l’“eredità” alle figlie. Il libro si chiude, infatti, con la consapevolezza della figlia – a partire dal suo desiderio del doppio sì, al lavoro e alla maternità – di essere cambiata anche lei. «Cara mamma ti sei accorta di come sono cambiata? Che ne dici? Sono forse diventata femminista?» Il libro si presta ad essere utilizzato come testo scolastico, non per insegnare il femminismo, ma per dare alle ragazze che frequentano le nostre scuole consapevolezza della propria storia e conoscenza delle origini del loro cambiamento, del loro essere “femministe”, anche se non lo sanno.
Mia madre femminista – Voci da una rivoluzione che continua, a cura di Marina Santini e Luciana Tavernini. Ed. Il Poligrafo, pagg.249, € 20,00
di Luigi Accattoli
Moltiplicare la presenza delle donne tra i docenti dei seminari, valorizzare il loro apporto culturale nei campi teologico e biblico, fare un Sinodo sulla donna; inserire donne nel «Gruppo dei nove» che aiutano il Papa nel governo della Chiesa (sono cardinali), nelle Conferenze episcopali, nei livelli alti delle Congregazioni romane e sempre con diritto di voto: sono le proposte che Lucetta Scaraffia — docente di Storia contemporanea alla Sapienza ed editorialista dell’ Osservatore Romano — farebbe al Papa per aiutare la Chiesa a vincere la sua «irreale e surreale misconoscenza del mondo femminile».
Ma lei è stata invitata al Sinodo dei vescovi come uditrice e con lei c’erano altre donne, dunque non c’è solo misconoscenza…
«Sono stata invitata e ne sono grata, ma non avevo diritto di voto, potevo solo ascoltare e parlare una volta come ospite. Anche nei gruppi di studio potevo parlare solo se invitata a farlo, ma dopo un poco non mi sono trattenuta e ho iniziato ad alzare la mano e la parola mi è stata data. Ho anche proposto un “modo”, cioè un emendamento al documento di lavoro e anche questo era contro il regolamento».
Dunque il suo giudizio sulla presenza delle donne in Sinodo è negativo?
«Molto negativo. Noi donne siamo la grande maggioranza tra le componenti attive della Chiesa, pensi alle suore che sono tante di più dei preti e dei frati, pensi alle catechiste, pensi al ruolo che abbiamo nella carità. È surreale che non dobbiamo essere presenti nel momento delle decisioni».
Il Papa ha detto che la vuole, quella presenza…
«È un grande proposito e io ho fiducia nel Papa, che mi appare determinato, coraggioso, abile nel perseguire gli obiettivi che si propone. Ma per quella presenza nelle decisioni siamo straordinariamente indietro, totalmente fuori campo. Un Sinodo sulla famiglia nel quale nessuna donna aveva diritto di voto: chi sa della famiglia più di noi?».
Secondo lei che spazio avreste dovuto avere in questo Sinodo, o in uno futuro, poniamo sulla donna nella Chiesa?
«Un ruolo corposo, sostanzialmente paritario, con diritto di proposta e di voto, con funzione di relatrici generali in modo da poter incidere fin dall’inizio dei lavori. Altrimenti si finisce con il parlare di una famiglia ideale, dell’idea di famiglia, ma non si afferra la realtà. In questo Sinodo si è fatta molta disputa dottrinale e canonistica, ma si è restati lontani dalla famiglia reale e dalla sua storia».
Eppure i documenti parlano molto delle famiglie ferite…
«È vero ma quando si deve andare sul positivo ci si rifugia o si evade nella poesia, si parla di “canto nuziale” e di “Chiesa domestica”, si fa della mistica sulla vita di coppia. Che ne fai della poesia davanti alla realtà di tante donne sole con figli?».
(Corriere della sera, 29/10/2015)
di Daniele Zappalà
Sylviane Agacinski è una delle femministe più celebri di Francia. Saggista di spicco, ha fondato il Collegio internazionale di filosofia con Jacques Derrida, insegnando poi a lungo all’Ecole des hautes études en sciences sociales. Si dice «donna di sinistra», ma pure allergica, «come filosofa», ai rigidi steccati ideologici a cui tanti vorrebbero ricondurla, anche in quanto moglie dell’ex premier socialista e candidato all’Eliseo Lionel Jospin. Da anni, spende il suo impegno civile nella battaglia contro l’orrore della maternità surrogata: ha scritto il saggio Corps en miettes («Corpi sbriciolati», Flammarion), dà voce all’associazione Corp (Collettivo per il rispetto della persona), promuove petizioni francesi e internazionali (www.stopsurrogacynow.com). In esclusiva, rivela che il Parlamento francese ospiterà il 2 febbraio un convegno per l’abolizione universale dell’”utero in affitto”.
La questione della gravidanza surrogata è diventata il centro di un dibattito approfondito e aperto in Francia?
È un dibattito ricorrente e grave. Molti media si sono smarriti volendo vedere in questa pratica sociale un presunto progresso. Hanno parlato molto della felicità delle coppie che vogliono un bambino a ogni costo, al punto che si è radicata l’idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Nonostante questa propaganda, si comincia a comprendere, grazie a numerosi documentari, la violenza che rappresenta, per le donne, l’ingresso della maternità su questo mercato. Le cose si sono mosse in Francia negli ultimi anni, soprattutto a sinistra. Il Partito socialista ha condannato questa pratica a partire dal 2010. Il presidente della Repubblica François Hollande e il premier Manuel Valls hanno escluso qualsiasi legalizzazione della maternità surrogata in Francia.
Secondo lei, quali sono i principali rischi legati a questa pratica?
Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa.
Numerosi osservatori considerano che un’eventuale liberalizzazione rappresenterebbe un salto indietro in termini di civiltà. Cosa ne pensa?
La fecondazione in vitro e il trasferimento di embrioni rappresentano progressi tecnici. Ma fare della maternità un servizio remunerato è una maniera di comprare il corpo di donne disoccupate che presenta molte analogie con la prostituzione. È socialmente e giuridicamente retrogrado, certo.
La prospettiva di perseguire questa pratica a livello internazionale è concepibile?
La Francia e la maggioranza dei Paesi europei si confrontano con lo sviluppo del turismo procreativo e la domanda d’iscrizione allo stato civile dei bambini nati da madri surrogate in California, in Russia, eccetera. La Corte europea dei diritti dell’uomo tenta di forzare la Francia a trascrivere lo stato civile accertato all’estero in nome di un presunto interesse del bambino. Ma se gli Stati europei cedessero su questo punto incoraggerebbero cinicamente i propri cittadini a viaggiare per far uso di donne all’estero. Legittimerebbero la pratica, e in tal modo la loro legislazione nazionale non resisterebbe a lungo. Sì, occorre punire. Innanzitutto i professionisti che creano il mercato: avvocati, medici, agenti e intermediari. Poi, i clienti.
Ha intenzione d’impegnarsi ancora in questo dibattito?
Sì, assieme ad altri. Stiamo organizzando all’Assemblea nazionale il prossimo 2 febbraio le Assise per l’Abolizione universale della maternità surrogata («Assises pour l’Abolition universelle de la Gpa»). Vi parteciperanno ricercatori, parlamentari francesi ed europei e associazioni femministe. Occorre avere la volontà e il coraggio di difendere i valori fondamentali e i princìpi sui quali poggiano le nostre rispettive legislazioni. Se indietreggiamo davanti alla potenza dei mercati e cediamo alle pressioni in vista di una regolamentazione abbandoneremo le donne alla legge della domanda e dell’offerta e precipiteremo in società di mercato che riconosceranno solo i valori mercantili e nient’altro. Una prospettiva terribile.
Come interpreta le divergenze che la questione suscita fra personalità che si dicono femministe?
Certe femministe, di fatto molto minoritarie, difendono una presunta libertà delle donne di vendersi. In realtà, ciò equivale a sostenere la libertà di comprare le donne. Per quanto ci riguarda, vogliamo che la legge protegga tutte le donne dicendo che la loro carne non è una mercanzia.
Nei media si possono ascoltare solo molto raramente le parole delle donne che hanno accettato di procreare come madri surrogate. Come le immagina?
Penso che accettino un mercato crudelissimo, spinte dal bisogno, oppure dal marito, come avviene in India. Devono così sacrificare la loro intimità e la loro libertà. Non dimentichiamo che la vita personale di una madre surrogata è strettamente regolata e controllata: la sua vita sessuale, il suo regime dietetico, le sue attività… Durante nove mesi, vivono al servizio di altri, giorno e notte. Queste donne sono vittime di sistemi che non hanno contribuito a creare. Se il mercato della procreazione non fosse costruito da tutti quelli che vi traggono un lucro enorme, ovvero le cliniche, i medici, gli avvocati e le agenzie di reclutamento, a nessuna donna verrebbe mai in mente di guadagnarsi da vivere facendo bambini. Non sono le donne che occorre biasimare, sono gli Stati che non mettono nessun limite ai mercati.
(Avvenire, 29 ottobre 2015)
Alla Libreria delle donne nove mesi di mostre e incontri per festeggiare i primi 40 anni
di Francesca Bonazzoli
Da oggi fino a luglio. Tanto durerà il ciclo di mini-mostre e incontri d’arte organizzato dalla critica Francesca Pasini per festeggiare i primi quarant’anni della Libreria delle Donne, in via Pietro Calvi 29. Ogni mese un’opera di un’artista donna verrà esposta in una delle quattro vetrine (da qui il titolo dell’iniziativa: «La quarta vetrina») che affacciano sulla strada e che resterà illuminata anche di notte. Si comincia questa sera alle 18.30 con la «Cariatidi» di Marta Dell’Angelo, un collage di foto scattate a donne di età e nazionalità diverse, elaborate al computer, stampate, ritagliate e rifotografate. Di mese in mese, l’inaugurazione di ogni nuova vetrina sarà l’occasione per ritrovarsi a riflettere sull’arte al femminile e i cambiamenti avvenuti […]
Insomma un passaggio di testimone fra gli anni Settanta e oggi. «Ci ritroviamo a fare il punto. Anche solo rispetto a venti anni fa, la situazione si è ribaltata: oggi le artiste sono numerose quanto gli uomini. Ma proprio per questo è interessante individuare le contraddizioni di un sostantivo, “artista”, rimasto di genere neutro. Oggi ci si limita a guardare solo l’opera, nella convinzione che il sesso del suo autore sia indifferente, e le stesse donne hanno spesso voluto mimetizzarsi rinunciando a partecipare a mostre al femminile per paura di essere ghettizzate», dice Francesca Pasini. «Di questi nodi parleremo con le artiste e il pubblico». E, come sempre, per chi vuole le discussioni possono continuare durante la cena con la Cucina di Estia (la conferma è gradita). Le prossime artiste invitate saranno Alice Cattaneo, il 9 dicembre, cui seguirà Concetta Modica. A luglio sarà stampata una cartella in piccola tiratura con le otto opere esposte e si sta pensando anche ad una mostra al femminile. Tanti auguri donne!
(Corriere della sera, 28/10/2015)
A MILANO IL MIO PRIMO INCONTRO CON UN CAMPO ROM FU CON QUELLO DI TRIBONIANO, CRESCIUTO A DISMISURA, INSEDIAMENTO ABUSIVO DOPO INSEDIAMENTO ABUSIVO. FU POI LA VOLTA DELLA CASA OCCUPATA DI VIA ADDA E DOPO DEL CAMPO ABUSIVO DI CASCINA BURRONA.
di Massimo Conte
Prima di Triboniano ero già stato ospite delle baracchine agricole dalle parti di Famagosta, dove ragazzi marocchini avevano costruito il loro piccolo villaggio. All’interno della ex Richard Ginori ricordo una casa in legno con un piccolo recinto e i vasi di gerani alla finestra. Viliku mi portò a bere il caffè nella sua casa ricavata in un tubo di scolmo all’altezza dell’Idroscalo.
ERANO TUTTE CASE. CHI AVEVA TRASFORMATO UN CAPANNO PER GLI ATTREZZI NELLA PROPRIA CASA SAPEVA CHE ERA UNA SISTEMAZIONE PRECARIA, DESTINATA A DURARE POCO. BASTAVA L’ASSENZA DI QUALCHE GIORNO PER TROVARLA OCCUPATA DA QUALCUN ALTRO. BASTAVA UNA CANDELA LASCIATA ACCESA PER TROVARLA IN FIAMME. BASTAVA UNA VISITA DELLA POLIZIA MUNICIPALE PER VEDER ARRIVARE LE RUSPE.
Quando entro in un campo nomadi mi colpisce che la precarietà è fatta per durare. A Roma, a Bologna, a Mantova, a Milano è l’istituzione ad aver creato e alimentato luoghi che sono per loro natura luoghi di segregazione e marginalizzazione. Ma, facendolo, ha dato vita a spazi abitativi che, proprio perché tali, sono così difficili da chiudere e da superare. I processi sociali che li hanno creati e alimentati, sono gli stessi processi sociali che oggi costringono le persone che li vivono all’assenza di alternative credibili e percorribili. È uno dei risultati paradossali di decenni di un mix di assistenzialismo e di disprezzo.
LA PRECARIETÀ È FATTA PER DURARE ANCHE PERCHÉ QUESTI SPAZI DEL DISPREZZO E DELL’ESCLUSIONE SONO DIVENTATI CASA PER QUALCUNO. UNA CASA CHE HA MESSO RADICI PROFONDE, FATTE D’INVESTIMENTI ECONOMICI, SIMBOLICI, AFFETTIVI. UNA CASA IN CUI CI SONO STATE GIOIE, DOLORI. SI SONO CELEBRATE NASCITE E SI È VESTITO L’ABITO DEL LUTTO.
La casa di Marina è nel campo di via Idro, un campo creato quasi trent’anni fa. È il pomeriggio di una giornata luminosa, piena di un sole d’ottobre che scalda ancora parecchio. Siamo accolti all’ingresso della piazzola da Bimba, un cane da guardia in formato mignon.
“Bimba me l’hanno regalata che aveva due mesi e mezzo ed era un po’ malata, ma con un po’ di coccole e un po’ di cure ce l’abbiamo già da undici anni. Ha l’età delle mie bambine più piccole”, mi racconta Marina. “Oltre a Bimba c’è Birilla. Birilla ce l’ho già da diciassette anni, lei è un incrocio di un chihuahua, ma sembra un maialino, l’ho viziata troppo. Se in questi centri non fanno entrare i miei i cani io non ci vado, fanno parte della famiglia”.
Marina e la sua famiglia stanno aspettando che arrivi il 3 novembre. Entro la mattina del 3 devono avere abbandonato la propria casa e il campo di Via Idro che la giunta milanese ha deciso di chiudere con una delibera del 17 agosto. Per loro potrebbero aprirsi le porte di un Centro di autonomia abitativa o di altre soluzioni di emergenza.
LA LORO CASA È UN VECCHIO CONTAINER CHE HANNO COMPRATO, ANCHE CON L’AIUTO DI AMICI NON ROM, E CHE SI SONO SISTEMATI UN PO’ PER VOLTA.
“Ventisei anni fa, quando siamo venuti, il Comune ci ha assegnato una piazzola. Io sono arrivata che non c’era acqua. Eravamo senza luce, solo con una roulotte piccolissima. Abbiamo trovato l’occasione di questo container che era conciatissimo e che nessuno avrebbe mai comprato. Noi lo abbiamo aggiustato, manca ancora un pezzettino da sistemare, un locale che io uso come lavanderia. Non ci hanno ancora risposto su che fine faranno le nostre case”.
Tutto quello che c’è nella casa è stato comprato da loro o recuperato da amici. Oppure, costruito da Lisse, il marito di Marina.
“Questa è la nostra camera con il letto bellissimo fatto a mano da mio marito. Mio marito soffre di cefalea a grappolo e a furia di medicine da prendere gli è venuta la gastrite e un reflusso gastrico che la notte lo faceva soffrire. Noi dormivano su delle brandine che ci erano state regalate, ma il medico diceva che doveva dormire sollevato. Così ha deciso di farsi un letto che potesse andare bene per lui. C’è questa ditta che fa un favore a noi dandoci questi bancali rotti che usiamo per la stufa e a loro facciamo un favore perché così non hanno tutti questi bancali rotti in giro. Lui li ha portati a casa, pezzo per pezzo, e quando ne ha avuti abbastanza ha costruito il letto. Poi voleva fare un armadio per le bambine e ha fatto una scaffalatura per i pupazzetti delle bambine. Adesso ho cominciato a togliere i pupazzetti e a metterli via perché c’è sempre questa paura del giorno 3 novembre in cui dovremo andare via tutti e perderemo tutto”.
METTERE VIA. PREPARARE LE SCATOLE. COMINCIARE A SMONTARE L’ARREDAMENTO. IMMAGINARE DOVE METTERE LE PROPRIE COSE. SONO GESTI FAMILIARI PER CHI DI NOI HA DOVUTO PREPARARSI A UN TRASLOCO. UNA CASA CRESCE CON CHI LA ABITA, SI RIEMPIE DI OGGETTI IL CUI VALORE STA SOLO PARZIALMENTE NELLA LORO FUNZIONE. LO SPAZIO INTERNO DI UNA CASA SI RIEMPIE DI MEMORIA, DI STORIA. OGNI OGGETTO È UNA PICCOLA PARTE DELLA NOSTRA IDENTITÀ. ECCO PERCHÉ RINUNCIARVI È COSÌ DIFFICILE.
“Circa un anno e mezzo volevamo già andare via. Il mio pezzo qua era bellissimo, avevamo tante piante di rose e piante da frutto. Avevamo anche un piccolo pollaio, avevo le mie oche, avevamo messo su un orto con tutte le verdure. Avevo preparato le bambine dicendo che avremmo lasciato qui e avremmo cambiato casa, che saremmo andati in una struttura come tutte le loro compagne di scuola, che le avrei portate ai giardinetti, le avrei portate in bicicletta, che poi avrebbero anche invitate le loro compagne a casa. Le avevo già convinte le bambine. Loro non si lamentavano, non vedevano proprio l’ora di andare in questa casa. Ora sono sicura che resterebbero male. Se ne stanno un po’ accorgendo da sole perché ho cominciato a mettere via alcuni giochi loro, alcuni libri loro dell’elementari. Un’amica mi ha dato un po’ di spazio nel suo box per mettere le cose”.
Romina ed Elisa sono gemelle e vanno in prima media.
La migliore amica di Romina si chiama Maddalena. “Maddalena è la mia amica preferita. È bravissima a scuola. In classe parliamo troppo spesso e ci hanno divise. Sai, parliamo dei compiti, delle risposte giuste da dare, dei giochi che abbiamo fatto. Cambio idea troppo spesso su quello che vorrei fare: una volta il poliziotto, una volta la cantante. Ma ora non lo so. Non so neanche cosa farò alla scuola superiore, anzi non so nemmeno dov’è la scuola superiore”. Le chiedo di parlarmi della sua casa, di raccontarmela. “La cosa che mi piace di più della mia casa è la mia camera. C’è la mia cuccetta, il letto a castello. La mia mamma mi ha sempre detto che noi la chiamiamo così, la cuccetta. Mi piace la mia scrivania e i miei pupazzi che ci sono qua dentro. Qui sullo scaffale. Questi che sono rimasti sono quelli che mi piacciono di più”.
Elisa, invece, è amica di tutte perché a lei piace stare bene con tutti i suoi compagni di classe. “Io ho tante cose in mente, ma non so ancora cosa fare. Il dottore, ecco il dottore”. Elisa ha le idee chiare su cosa va e cosa non va nel vivere in un campo e mentre mi parla guarda un po’ me, un po’ il mio registratore e un po’ la sua mamma. “Di brutto ci sono tante cose, per esempio sentiamo sempre urla e c’è molta confusione. Il bello è che giochiamo fuori. Passiamo tanto tempo fuori, fino alle sette. Poi torniamo a casa”. Marina si intromette: “Poi entrate in casa, Elisa. C’è una bella differenza tra tornare ed entrare”.
MARINA ACCOMPAGNA ANCORA A SCUOLA ELISA E ROMINA. “PERCHÉ, A PARTE TUTTO, QUA NEL TRATTO DI VIA IDRO SI HA PAURA. ANCHE SE CI ABITIAMO NOI SI HA PAURA PERCHÉ PASSA TANTA GENTE E NON MI FIDEREI A LASCIARE LA BAMBINE DA SOLE A FARE L’ULTIMO TRATTO. PRIMA VENIVA IL PULLMAN PER I BAMBINI. FINO A CINQUE ANNI FA ARRIVA ALL’INIZIO DI VIA IDRO E PRENDEVA TUTTI I BAMBINI. ALL’INIZIO QUESTA COSA LA FACEVA ANCORA QUALCUNO DEL CAMPO. C’ERANO TRE FURGONCINI CHE AVEVANO LA CONVENZIONE CON IL COMUNE. POI NON C’È STATO PIÙ NIENTE”.
PREPARARSI ALLA CHIUSURA DEL CAMPO SIGNIFICA ANCHE PREPARARE ELISA E ROMINA A CAMBIARE LA PROPRIA VITA, A RINUNCIARE ALLA PROPRIA QUOTIDIANITÀ. UNA QUOTIDIANITÀ COSÌ RASSICURANTE QUANDO SI È ANCORA PICCOLI.
Marina mi racconta. “Elisa dice guarda mamma che io nei centri non ci voglio andare. Io le dico, allora Elisa non ci voglio andare non esiste. O si va nei centri o si va in mezzo a una strada. Ma lei mi risponde io preferisco andare in mezzo a una strada. Elisa, in mezzo a una strada significa non avere acqua calda, non lavarti, non pulirti”.
Con Lisse riprendiamo a parlare del suo letto.
“L’ho fatto tutto io con i bancali, mi hanno detto che adesso va di moda. L’ho fatto così, ogni tanto mi arrivano questi momenti e a me piace lavorare con il legno. Questi arriveranno con le ruspe e butteranno giù tutto. Adesso non so bene come funzionerà. So che ci arriverà un’altra lettera, magari la prossima settimana. Sicuramente io non rispetterò la data del 3. Perché se mi mandano alla Casa della Carità non ci vado e nei container non ci voglio andare. Portare le mie bambine lì? No. Perché li non sei autonomo, nel senso che ti danno questo container e ci devi vivere in cinque persone. Questa è la mia casa. Lì dentro non ci riesco a vivere. Non ho niente dentro lì. Abbiamo pensato a prendere una casa in affitto, ma non ce la facciamo. Con quel poco che abbiamo non ce la facciamo: saranno 4 o 500 euro al massimo al mese e non ce la faccio. Se avessi uno stipendio, magari una casetta piccola la prenderemmo”.
Casa e lavoro, nella vita di ognuno di noi, sono elementi inseparabili. A un lavoro precario corrispondono forme precarie e instabili di casa, in un ciclo che può essere rotto solo affrontandolo in modo complessivo. Multidimensionale, come si dice oggi nei servizi sociali.
LA STABILITÀ CHE RENDE POSSIBILE UN PROGETTO DI VITA, UN PROGETTO DI FAMIGLIA, RICHIEDE CHE LE DUE COSE VADANO AVANTI INSIEME. LO SAPPIAMO NELLA NOSTRA VITA, DOVREBBERO SAPERLO ANCHE LE POLITICHE.
Uscendo dal campo guardo ancora una volta le pozze d’acqua, le piante d’ambrosia, i fili elettrici volanti, i cumuli di oggetti abbandonati. È questo il panorama che circonda la casa di Marina e Lisse. Mi dico che non vorrei mai vivere qua e non ci vorrei crescere le mie figlie. Mi dico anche che ci vuole molta forza per farlo senza rinunciare alla propria dignità. Una dignità che le istituzioni dovrebbero tutelare e coltivare perché i cambiamenti veri sono generati dal rispetto delle vite che vorremmo accompagnare a cambiare.
Chiesa. Se si può certamente dire che lo sguardo sul mondo contemporaneo non si nasconde quello che succede, pure non si possono tacere le durezze rimaste
di Bia Sarasini
Discernimento, cioè procedere caso per caso, detto in parole semplici. Con questa parola-guida la Relatio finale del Sinodo 2015 riesce a navigare tra posizioni spesso lontanissime, e per questo è stata votata, anche nei punti più controversi, da più dei due terzi dell’assemblea. Cioè a essere approvata in tutte le sue parti, cosa che non era successo nel sinodo straordinario del 2014.
Si potrebbe parlare di un compromesso straordinario, di una miracolosa quadratura del cerchio, visti «i metodi non del tutto benevoli», come ha detto papa Francesco nel discorso conclusivo, dopo le votazioni, con cui si sono espresse le opinioni diverse. Non so se compromesso è la parola più adatta. Di certo una lezione di maestria politica, applicata al terreno più proprio alla Chiesa, quello delle immagini, del simbolico.
Che cosa è infatti il discernimento se non una virtù esercitata da una mente ben coltivata, ben addestrata, come è di un gesuita che è stato educato negli esercizi messi a punto da Ignazio di Loyola? Lo ha ricordato con qualche malizia, facendo esplicito riferimento al gesuita papa Francesco, il cardinale di Vienna Christoph Schönborn nel briefing mattutino di ieri. Discernere vuol dire, in questo documento che i padri sinodali offrono al papa perché ne ricavi un suo indirizzo, che una volta stabiliti i principi, bisogna guardare le situazioni. Come dice il paragrafo 85 della Relatio, il meno votato, ha avuto solo 178 voti favorevoli e 80 contrari, essendo la maggioranza qualificata necessaria di 177, su 265 votanti. «I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo»: chiedono i vescovi. Insomma, secondo uno schema a cui papa Francesco ci ha abituato, e che la Chiesa nel suo insieme sembra intenzionata ad adottare, è la realtà che impone un ripensamento, che invita a valutare situazione per situazione.
E se si può certamente dire che la cura della realtà fa bene, che lo sguardo sul mondo contemporaneo non si nasconde quello che succede e che, come hanno ripetuto in queste tre settimane i padri sinodali, «incontrarsi e ascoltarsi è stata un’esperienza che ci ha cambiato», pure non si possono tacere le durezze rimaste.
Non penso all’atteggiamento verso l’omosessualità in quanto tale, che in effetti non viene affrontata, se non nella descrizione della vita familiare, e dell’accoglienza e del rispetto alle persone. Penso ad alcune affermazioni contenute nella prima parte della Relatio, che non sono state cambiate. Per esempio la «crescita della mentalità contraccettiva e abortista», oppure «una certa visione del femminismo, che denuncia la maternità come un pretesto per lo sfruttamento della donna e un ostacolo alla sua piena realizzazione». Ma il punto che mantiene tutta la sua carica aggressiva, non equilibrata da nessuna elemento di realtà, o ricorso al «foro interiore», è il tema «ideologia del gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna». Una posizione che continuerà a fomentare paure, angosce e vere e proprie aggressioni. Stupisce, in un testo che si incardina sulla meravigliosa virtù della comprensione e della misericordia, il perpetuarsi di una costruzione fantasmatica.
C’è da pensare che il compromesso, che introduce vere aperture nella pratica pastorale e sicuramente sarà di conforto per molti credenti, abbia bisogno di mantenere distinzioni dalla “mondanita” contemporanea. Un esempio di scarso discernimento.
(il manifesto, 25/10/2015)
22 ottobre 2015 ore 18.30
Luisa Muraro introduce alla lettura dei testi di Carla Lonzi (Edizioni Rivolta Femminile).
Carla Lonzi è vissuta da protagonista in un tempo delle origini. Tornare alle origini è sempre stato il movimento proprio di chi non si è rassegnato ad un presente qualsiasi. La Quarta vetrina della Libreria ospiterà le foto di Jaqueline Vodoz che ritraggono il gruppo di Rivolta Femminile.
di Stefano Ciccone e Alberto Leiss
A che punto è la notte? La notte di una politica che sembra aver smarrito ragione e passione, desiderio di libertà? O forse, prima di tutto, ha perso lo sguardo capace di riconoscere dove e come ragione, passione, desiderio e libertà si manifestano nella crisi che stiamo vivendo.
Un dove e un come che riguardano tanto ciò che ci circonda, quanto ciò che si muove o ristagna dentro noi stessi.
Il punto di vista da cui partiamo è quello di chi pensa che la ragione desiderante e appassionata della politica non possa prescindere dalla radice dei nostri corpi sessuati, e dalla qualità delle relazioni che su questa radice sono più o meno consapevolmente costruite.
E’ un punto di vista che ha alle spalle molti anni di ricerca, di pratica politica tra uomini e tra uomini e donne. E che negli ultimi tempi sconta la sensazione sempre più forte di una impasse. Sembrano venire meno motivazioni e desideri, analisi condivise.
Per un verso i conflitti aperti nelle relazioni vissute diventano più acuti, fino a produrre la percezione della negazione, del misconoscimento dei percorsi compiuti quando non della reciproca violenza, per l’altro i luoghi politici di relazione sembrano ripiegarsi e avvizzire per mancanza di investimento di pensiero e energie.
E’ possibile superare l’impasse? Sentiamo necessaria una nuova riflessione. Una proposta da costruire in un nuovo scambio, con tutte e tutti con cui abbiamo fatto politica negli anni che abbiamo alle spalle, fino a oggi.
Lo scambio ma anche il conflitto, del resto, sono aperti tra noi due.
C’è qualche anno di differenza. Non tanti da misurare il salto di una generazione, ma quanto basta per definire storie diverse nel rapporto con la politica, con altri e altre, col mondo. La differenza tra chi ha incontrato la passione per la politica e la libertà nel ’68, e chi un decennio dopo, dal ’77 ai movimenti degli anni ’80. Abbiamo però condiviso uno sguardo critico sulla mascolinità, cercando in questa chiave di lettura anche una risposta alle derive della politica.
Segnare qui di sfuggita quelle date indica, intanto, che la riflessione e l’elaborazione sulla storia che ci ha determinato forse non è stata ancora compiuta con la necessaria radicalità. A partire da quel doppio taglio che ha visto, quasi nello stesso momento, divaricarsi le pratiche politiche degli uomini e delle donne con il separatismo femminista, e tra gli uomini principalmente, sul discrimine della violenza e della militarizzazione della politica. Per arrivare alla rottura dell’89, e a quella dell’11 settembre 2001 (preceduta dal G8 genovese).
Esiste, su tutto questo, un patrimonio di analisi razionali e di sedimentazione sentimentale condivisa, almeno tra un certo numero di uomini e donne: perché non ha fondato un desiderio comune di politica? E se esiste, perché non ha provocato sinora una visibile efficacia, una presenza riconoscibile nel mondo e nelle esperienze politiche che, spesso, insieme ci troviamo a frequentare?
Scriviamo nel momento in cui, nella notte dei pessimi sentimenti di paura, odio, indifferenza di fronte alla carneficina dei migranti nel mediterraneo, o sui tir nelle strade europee, e alle guerre che vi stanno dietro, si affacciano gesti concreti di solidarietà, di riconoscimento reciproco che rompono con la sensazione di impotenza e con i dispositivi di disumanizzazione dell’altro. Non solo nel discorso del Papa, ma nei gesti di tanti cittadini europei, nella civiltà delle stesse parole di Angela Merkel. Un panorama che non può certo appannarsi nel nostro sguardo. Gesti e sentimenti che non possono essere ridotti a mero contorno della “politica” ma forse indicano una strada per rifondarla. Anche nel nostro paese le esperienze concrete di solidarietà con i migranti, e prima con la Grecia, hanno cominciato a rompere l’immobilismo.
Ma qui intendiamo ripercorrere, brevemente, un tragitto che ci ha accomunato. Almeno da quando – a partire dalla metà degli anni ‘90 – ci siamo incontrati nei luoghi in cui alcuni uomini intenzionati a fare i conti criticamente col patriarcato avevano cercato uno scambio con più donne che quei conti già li avevano aperti e fatti da tempo, conquistando nuova forza in soggettività, capacità di trasformazione, libertà.
Eravamo con altri impegnati nell’allargamento dell’esperienza di maschileplurale, specialmente dopo l’interesse raccolto dal testo del 2006 “La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini”: un percorso pensato costitutivamente in relazione con il femminismo e con la politica delle donne.
Era infatti cresciuta parallelamente una rete di luoghi di pratica politica e di incontro nei quali il punto principale “all’ordine del giorno” era la costruzione di nuove relazioni tra donne e uomini, consapevoli della differenza e della propria parzialità, con l’idea che da questo incontro-scontro avrebbe potuto nascere una nuova politica. Una politica di tutte e tutti, proiettata al superamento del simbolico patriarcale, alla messa in discussione delle costruzioni sociali e linguistiche che imprigionano diversamente la vita di donne e uomini, il “verso” che effettivamente andrebbe “cambiato” anche per produrre trasformazione sociale, cambio di civiltà.
Ci siamo a un certo punto interrogati, interrogate, se questo incontro potesse avvenire sospinto da eros, da un effettivo desiderio, e non solo da una (meno impegnativa e problematica?) alleanza. L’interrogativo sembrava nascere a un punto alto dell’elaborazione e della pratica comune, pur tra limiti e resistenze, da una parte e dall’altra.
Poi si sono verificati una serie di passaggi bruschi.
Dopo l’energia espressa dall’incontro del femminismo italiano a Paestum 2012, l’anno successivo la proposta di un coinvolgimento maschile a Paestum 2013 ci ha diviso. Molte donne hanno reagito negativamente a quella proposta, pur senza negare in diverse posizioni l’interesse a proseguire in altri luoghi il confronto. Abbiamo pensato che non fosse il contesto giusto: una presenza maschile vissuta come “imposta” anche solo a una parte delle partecipanti non sembrava la premessa utile per tentare un salto politico e simbolico sul piano delle relazioni politiche tra i sessi.
Una valutazione errata? Un’occasione – per quanto prevedibilmente conflittuale – perduta?
Ci sembrava piuttosto il momento per avanzare una proposta che partisse da noi, per andare oltre il terreno dello scambio sulla violenza maschile. Azzardare che quel salto potesse avvenire provando a ripartire da nuovi desideri degli uomini. Volgendo lo sguardo ai mutamenti in corso nella paternità, al rifiuto dei meccanismi del potere (a certe nuove forme di estraneità maschile verso la politica data, nei partiti, nelle istituzioni?), ai nuovi modi di vivere la propria sessualità e il corpo. Facendo tesoro anche di una improvvisa inedita presa di parola pubblica maschile sullo scandalo della scena potere-sesso-denaro aperta da un presidente del consiglio. In definitiva alla ricerca di una diversa libertà degli uomini.
Una verifica parziale è venuta dall’incontro promosso da alcuni di maschileplurale presso lo SCUP di Roma (marzo 2013). Un incontro ricco: donne e uomini di tante città riportarono lì il proprio desiderio di una ricerca comune, la propria curiosità, la spinta derivante da percorsi già condivisi. Ci sono rimaste impresse due diverse, quasi opposte, reazioni venute dalle amiche che avevano accettato il confronto.
Sì, è possibile un incontro che riconosca nuove modalità in cui può esprimersi il desiderio maschile di “fare mondo”.
No, il tempo non è ancora venuto: certo siete qui bene intenzionati, ma siete pochi, non si vede un “movimento” di uomini la cui presa di coscienza e i cui comportamenti possano far pensare a qualcosa di simile a quanto è avvenuto, tra le donne, con il femminismo.
Forse non abbiamo saputo raccogliere entrambe queste indicazioni, sollecitazioni, con i tempi, la capacità di rimetterci in gioco, e il metodo necessari.
E’ poi intervenuto un inciampo che vogliamo nominare. La violenza è ricomparsa da padrona, con il caso di un amico di maschileplurale accusato da una donna di aver esercitato su di lei violenza psicologica. E’ qualcosa che ha terremotato le relazioni tra noi uomini, tra donne e uomini, e che ci ha fatto capire che andare oltre il terreno della violenza, come ci proponiamo, non consente nulla che possa apparire una sottovalutazione. Ma al tempo stesso ha mostrato come cercare una radicalità nel confronto con la violenza non possa divenire ricerca di estraneità o rimozione della complessità e anche della dimensione controversa delle relazioni e dei vissuti. La discussione e l’elaborazione tra noi resta aperta, e riguarda il modo di vivere, di nominare e di combattere la violenza, che non può essere mai considerata – lo abbiamo sempre detto – come qualcosa che non ci appartiene. Si conferma la necessità di riconoscere la dimensione pervasiva della cultura che genera la violenza, e di costruire luoghi in cui sia possibile uno scavo nell’immaginario, nelle aspettative e nelle rappresentazioni di donne e uomini capace di svelare le nostre complicità e contraddizioni
Crediamo che questa vicenda rivesta per tanti aspetti un valore politico generale. La questione politica sono i nessi tra potere, forza, violenza, sessualità: affondano nella soggettività maschile così come storicamente si è determinata, e si allargano – ipotesi da verificare? – a tutte le altre forme di violenza, fino alla violenza bellica.
Questa vicenda ha messo in luce, una volta di più, le difficoltà e i limiti della ricerca di un’altra libertà maschile, ma anche – secondo noi – la corposità delle resistenze femminili all’esperienza di quell’incontro e a un investimento politico pieno.
Tra l’altro con un singolare paradosso e una significativa coincidenza.
Il paradosso è che laddove le relazioni politiche tra uomini e donne proseguono un percorso, per quanto difficile e conflittuale, ciò avviene in grande misura proprio sul terreno delle iniziative che si propongono di affrontare e arginare la violenza maschile. Qui si manifesta concretamente la spinta a una nuova “alleanza”.
Nello stesso tempo è su questo stesso terreno che emergono la diffidenza e il giudizio negativo più forti da parte di alcune donne. Quasi che, dopo aver giustamente denunciato il lungo silenzio maschile, ora che una parola e una pratica politica viene tentata, essa susciti più diffidenza che ascolto. Forse perché necessariamente implica anche uno spostamento femminile?
Paradigmatica è la questione dell’atteggiamento da assumere nei confronti degli uomini che agiscono la violenza. Affrontare il tema del rapporto con loro significa rischiare che gli uomini tornino al centro, quasi apparendo anch’essi “vittime” della cultura patriarcale?
O non significa invece, soprattutto da parte maschile, guardare in faccia la violenza, farne l’esperienza necessaria per una trasformazione reale del sé, per bandire i rischi di rimozione?
La coincidenza è il venire meno, nei fatti, di quelle esperienze e di quei luoghi di pratica politica comune che ci hanno accompagnato per lunghi anni. Certo, le cose spesso finiscono senza che sia immediatamente percepibile il perché, e tuttavia, oltre a indagarne – se lo si desidera – i motivi, le cause, è necessaria quanto meno una presa d’atto.
Se ne potrebbe dedurre – in modo del tutto schematico – questa conclusione: quell’incontro registra uno scacco. E’ necessaria una nuova fase di pratica politica e di ricerca confinata, sostanzialmente, nel ‘tra donne’ e nel ‘tra uomini’. Forse nemmeno questo, perché il “tra uomini” fa comunque problema: vi si scorge facilmente l’ombra inquietante del “branco”. Aveva dunque ragione Valerie Solanas: “fatevi una buona volta da parte, lasciate fare a noi”…? Lo statuto simbolico delle relazioni di differenza, in ogni caso, è ancora troppo acerbo?
Crediamo che le cose non stiano così. E che la elaborazione dei conflitti aperti non possa avvenire senza la ricerca di uno scambio tra uomini e donne che metta alla prova comune le acquisizioni che contestualmente si producono nei luoghi “separati”.
Proviamo a cambiare il punto di partenza. Abbiamo ricordato, per sommi capi, una storia di relazioni, di conflitti, di distanze, di fraintendimenti. Crediamo che per tentare di riavviare un confronto sia più proficuo riconoscere e investire ciò che si è sedimentato per guardare all’oggi, alle domande che una fase politica globale in tumultuoso movimento pone a ciascuno e ciascuna di noi, alle esperienze e pratiche politiche in cui siamo diversamente impegnati/e, per lo più vivendo acuti sentimenti di inadeguatezza, di mancanza.
Ecco, riflettiamo piuttosto su che cosa ci manca, se è vero che la mancanza è compagna del desiderio.
Per noi questo significa anche dare corso a un proposito emerso negli ultimi incontri di maschileplurale, condiviso con altri: aprire un nuovo spazio, luogo di incontro e confronto, pensato insieme tra quelli e quelle che lo desidereranno.
Ciò che ci manca, ci interroga, è in fondo semplice da indicare:
che cos’è politica
come viviamo il desiderio, il corpo, le relazioni
come viviamo paternità e maternità
cosa sono il potere, l’autorità, la violenza, la cura
Come mettiamo tutto questo in relazione a ciò che succede nel mondo e alla nostra volontà di cambiare lo stato delle cose presenti.
Come riusciamo, donne e uomini insieme, a declinare radicalità e complessità, conflitto e misura nella dimensione contraddittoria e perturbante delle relazioni, soggettività e riconoscimento delle nostre complicità con un ordine che tentiamo di mettere in discussione.
Il luogo di incontro potrebbe partire nella città di Roma. Roma, la città corrotta, la città del potere, la città dei due papi, della grande bellezza.
Un contesto da cui ricominciare?
da LEGGENDARIA N.113/2015. CIAO, MASCHI
di Mariella Pasinati
«Non ho avuto maestri pittori, il senso del peccato è il mio maestro» raccontava Carol Rama durante un incontro alla facoltà di architettura di Milano nel 1981, svelando così la peculiarità di un’esperienza estetica singolare ed eccentrica, difficilmente assimilabile ad altre espressioni artistiche del suo tempo ma straordinariamente vicina alla sensibilità contemporanea.
L’artista, nata a Torino nel 1918 è scomparsa il 24 settembre, all’età di 97 anni. Per circa settant’anni è passata attraverso movimenti, linguaggi, mode, ma ai margini della scena illuminata dell’arte. Il riconoscimento del suo straordinario lavoro, infatti, è arrivato molto tardi e la sua vicenda artistica rappresenta il caso esemplare di una poetica e di un’estetica così indipendenti ed originali da essere costantemente fuori dalle regole e incompatibili con i meccanismi del discorso storico-critico e sessuale dominante.
Le tappe di questo tardivo riconoscimento muovono dagli anni ’80, dall’ormai leggendaria mostra curata da Lea Vergine “L’Altra Meta dell’Avanguardia: 1910-1940”, cui faranno seguito, nel 1985, una prima antologica, voluta dalla stessa curatrice, nonché la sala personale alla 45ma Biennale di Venezia nel 1993, l’antologica allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1998 (esposta anche all’ICA di Boston), il Leone d’oro alla 50ma Biennale veneziana nel 2003 dopo il quale, intorno al suo lavoro si è progressivamente consolidata un’attenzione internazionale culminata nella grande mostra al Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona conclusasi lo scorso febbraio, ora in transito per altri musei europei e che arriverà alla GAM di Torino nell’autunno prossimo.
Era un’autodidatta Olga Carol Rama, approdata alla pittura giovanissima, nel 1936, quando inizia a prendere vita quel repertorio di forme destinato a costituire il cardine di un discorso poetico che rimarrà contemporaneamente oltre e fuori dal suo tempo, forse per l’assenza di strutture concettuali capaci di leggere ed interpretare una rappresentazione tanto potente, esplicita e sgarbata del corpo, del desiderio, della sessualità femminili, rude ed elegante insieme nella libertà istintiva del suo segno grafico.
A dispetto delle provocazioni delle avanguardie, infatti, e non solo a causa del fascismo (sembra che la prima mostra sia stata censurata ancor prima dell’apertura), la natura problematica della figurazione di Carol Rama si rivela subito, a causa di un immaginario inquietante, erotico e sfrontato, composto dai segni di “un’autobiografia panica”, come li ha definiti la stessa artista. Nascono, così, i suoi “oggetti-memoria-feticci”: le dentiere e le protesi ortopediche, i pennelli da barba e gli orinatoi, le pelli di volpe, le scarpe femminili -talora abitate da peni – e le lingue beffarde, sigla di una “testimone-ragazza” che è poi la stessa Carol (Opera n. 54, 1941).
Sempre negli stessi anni ’30 e ’40, prendono forma i nudi di due serie: le Dorine, di un erotismo prepotente e disperato in cui i corpi sono esposti, con disinibita sovranità, in una dimensione esplicita e perturbante (Dorina, 1940); e quelli dell’Appassionata dove nell’elaborazione dei temi sessuali, il piacere lascia trasparire anche una vena di sofferenza, combinandosi con l’esperienza della malattia mentale e del confinamento.
Un ruolo importante lo gioca, infatti, l’esperienza personale dell’artista, segnata, quando era ancora bambina, dal suicidio del padre e dalla malattia mentale della madre che Carol andava a visitare in casa di cura. Ecco allora i corpi nudi sui letti di contenzione con le cinghie per legarli o sulle sedie a rotelle. Sono temi forti, anche violenti che, tuttavia, Rama affronta con attenzione costante alla bellezza, ma senza che l’eleganza della forma e le trasparenze cromatiche della soffusa carnalità dei rosa concedano nulla al sentimentalismo o facciano perdere di vigore all’immagine.
A volte si tratta di corpi amputati, come nell’Appassionata del 1940 dove organico e meccanico sembrano fondersi, secondo una visione frontale impostata in verticale, in cui l’artista incorpora un tronco senza arti nella struttura della sedia, dominata visivamente dalla forma delle ruote rese da più punti di vista. Ma la vivacità cromatica di un corpo, nonostante tutto, vitale e che esibisce sfrontatamente i suoi attributi caratteristici, la lingua, la vulva, la corona fiorita intorno al capo, dona all’immagine una cruda piacevolezza.
Siamo di fronte ad una produzione che appare impensabile per un’artista così giovane eppure, come ha notato Lea Vergine, già cosciente dei “valori della perdita, di fallimento e solitudine, dei massimi conflitti”.
È già evidente cioè fin dagli anni ’40 una complessità e una maturità che va oltre la mera elaborazione del trauma e l’autobiografismo che, sebbene importanti nel lavoro di Rama, non lo esauriscono né lo risolvono. Le stesse parole tanto citate: «io dipingo prima di tutto per guarirmi», pronunciate durante l’incontro alla facoltà di architettura di Milano, indicano l’elaborazione di un desiderio dissenziente, di una strategia di resistenza alla normalizzazione poiché per Rama «lo statuto, il codice, le regole» sono la malattia e l’arte, di cui ha necessità, è ciò che le consente di trovare risposta per i quotidiani «desideri non realizzati o realizzati molto male»: non si tratta perciò di «guarire togliendo i desideri, quelli io me li tengo ben stretti» diceva l’artista.
Intorno agli anni ’50, tuttavia, la ricerca di un “ordine” che la faccia uscire dall’“eccesso di libertà” porta l’artista ad abbandonare la figurazione per avvicinarsi, unico episodio di un percorso assolutamente solitario, al Movimento dell’Arte Concreta di Torino. Autonomia e fedeltà a sé segnano, però, anche questa esperienza che la porterà alle prime partecipazioni alla Biennale di Venezia, nel 1948 e nel 1950.
La svolta successiva, forse ancor più significativa, avviene intorno alla metà degli anni ’60 quando l’artista inizia ad inserire fisicamente nella tela l’oggetto, usato come forma e colore. È la fase della serie dei Bricolage, di cui Edoardo Sanguineti, amico e sostenitore di Carol Rama (come del resto altri intellettuali da Massimo Mila a Carlo Mollino e Paolo Fossati, per citarne solo alcuni) è stato straordinario interprete. Ad una pittura densa e materica, sulle “macchie” (Sanguineti) di colore, l’artista inizia ad inserire e collegare in fitte trame che comprendono lettere e segni matematici, gli occhi di porcellana delle bambole o degli animali impagliati, ma anche unghie, fili metallici e altri materiali eterogenei, compresi quelli biologici connessi al corpo, in organismi insieme astratti e organici (L’isola degli occhi, 1966 ).
Gli anni ’70 segnano un nuovo incontro con la materia, in una ricerca che richiama all’uso dei materiali dell’Arte Povera che andava affermandosi in quegli anni a Torino, sebbene la sua interpretazione sia ancora una volta personalissima. Adesso, infatti, Rama adotta copertoni e camere d’aria usati, che applica sulla tela e reinventa nella loro qualità pittorica e insieme intensamente materica, a richiamare l’effetto della pelle e della carne. Abbandonata la macchia, i toni del rosa e dell’ocra, i rossi e i grigi si dispongono su fondi prevalentemente neri dando vita alle serie Arsenali, Spazio anche più che tempo, Luogo e segno, fino a Movimento e immobilità di Birnam (1977-78) dove le camere d’aria non sono appiattite sulla tela ma pendono come viscere da un gancio metallico, mobili e minacciose come nella foresta shakespeariana.
Il ritorno ad una figurazione di immagini che provengono dall’inconscio porta l’artista, negli anni ’80, verso una rielaborazione dei materiali incandescenti degli anni ’40. La pittura è stesa su fogli già stampati, disegni tecnici e carte catastali che l’artista a volte usa al contrario, come supporto che lascia intravvedere una trama lineare e definita contro cui contrasta il segno deciso e vitalistico di Rama, il colore denso che ripropone lingue impudenti e pungenti, esplicite allusioni sessuali, quasi un bestiario di figure animali e di un mondo dove desiderio, emozioni passione e sofferenza si incontrano e si disfano con poetica intensità e finezza.
Nell’ultima serie sulla Mucca pazza (2001), ironicamente l’artista si identifica con l’animale: «La mucca pazza sono io. Mi piace perché è pazza, perché ha gesti erotici da pazza», ma le dentature schematizzate che fluttuano nello spazio sembrano rincorrere le mammelle, pronte a colpirle in una danza folle verso un auto annientamento che richiama quella di un’umanità che sta cannibalizzando se stessa.
Carol Rama ha continuato a lavorare fino al 2007, le sue opere che hanno anticipato linguaggi e tematiche del nostro tempo ci parlano ancora oggi con straordinaria, immutata forza, modello esemplare di un discorso poetico che ha rappresentato l’espressione costante di una soggettività libera e differente.
(www.societadelleletterate.it, 16/10/2015)
di Gruppo di lettura San Vitale
DICIASSETTESIMA EDIZIONE DEL PREMIO SAN VITALE
con il sostegno della Commissione delle Elette del Comune di Bologna.
Il Concorso del 2015 si occuperà di Storia, con la maiuscola, e certamente poche delle scrittrici che vi parteciperanno hanno l’età giusta per ricordare, a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, le belle storie di donne che hanno conosciuto la paura delle bombe ma anche la grande speranza della liberazione e della la ricostruzione del Paese.
A qualsiasi età, comunque, molte avranno nella mente e nel cuore alcune donne che cantavano vecchie e nuove canzoni, che aiutavano a tirare su le case, arredate alla meglio per farci nascere dei figli per una nuova società. Altre avranno sentito parlare di giovani staffette, che portavano ordini, munizioni o medicine, di madri annientate dal dolore per le stragi, ma che hanno saputo raccontarci le emozioni, gli amori, il piccolo grande eroismo di quelle che portavano sulla biciclette la farina e il sale per una povera cucina di guerra, che hanno pianto e sorriso in quel grande momento della storia italiana che è stata la Liberazione. Chiederemo alle scrittrici di interpellare di nuovo la madri e le nonne, e di farsi di nuovo insegnare a ballare il valzer e a cantare Bella Ciao, per condividere con loro la speranza che le tragedie che di nuovo ci circondano, di nuove guerre e di fame in altri paesi possano essere superate con la solidarietà e l’aiuto di altre donne.
Per il regolamento del bando e altre info: www.gruppodiletturasanvitale.it
Tel: 051/346015 – Cell: 349/5820843 e-mail:info@gruppodiletturasanvitale.it
(www.libreriadelledonne.it, 16 ottobre 2015)
di M. D.
La nuova esperienza nasce dalla mia esigenza di ritrovare la relazione con le dipendenti del biscottificio; infatti negli ultimi mesi ho avvertito che il nutrimento è venuto meno, ho come perso il contatto, non potevo permetterlo.
Forte e profondo il desiderio di ritornare all’origine, nel 2005 quando tutto è nato, e proporre una nuova occasione.
La cultura in fabbrica, ma insieme, anche loro da protagoniste.
Ho proposto loro di presentare dei libri, non più una esperta/o ma loro.
Simonetta e Alice, ragioniera e sommellier dell’azienda, hanno condiviso e accettato la sfida.
Simonetta ha espresso l’esigenza naturale di essere lettrici attive con la mediazione di LABODIF, per leggere insieme e garantire il punto di vista della differenza, del DUE simbolico che con Gianna Mazzini e Giovanna Galletti abbiamo condiviso ed intrapreso nella vita. D’altra parte con il primo corso Labodif, fatto nel 2009, è accaduto qualcosa di nuovo e straordinario nella “fabbrica che pensa”; abbiamo scoperto la forza della relazione, di poter incidere nella realtà attraverso la relazione.
Quindi abbiamo organizzato una corso di lettura Labodif con Gianna. È stato bello: le paure che frenavano Simonetta e Alice nella lettura sono sparite e abbiamo passato tre giorni insieme leggendo e appassionandoci.
Il 31 di ottobre Simonetta presenterà il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli, invece Alice, nel pomeriggio, presenterà Le nuvole di Picasso di Alberta Basaglia; saranno presenti le autrici.
Un primo appuntamento, a cui ne seguiranno altri.
Ecco il programma che si svolgerà a Carrara presso la sede del Biscottificio Dogliani, viale D. Zaccagna 3.
Ore 10.30: SIMONETTA CORSI, ragioniera del Biscottificio Dogliani, presenta il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli, sarà presente l’autrice.
Ore 16.30: ALICE RONCAGLIA, sommellier del punto vendita del Biscottificio, presenta
il libro Le nuvole di Picasso di Alberta Basaglia, sarà presente l’autrice.
(www.libreriadelledonne.it, 16 ottobre 2015)
mercoledì 14 ottobre ore 18.30
Si può parlare di forma mentis femminile nel processo di sviluppo del prodotto d’architettura e di design? Le architette a cosa pongono attenzione nel percorso progettuale? Come si sovrappongono e come si diversificano i loro risultati da quelli dei colleghi? Nel confronto fra giovani professioniste e alcune pioniere, testimoni di un difficile e fruttuoso cammino, possiamo cogliere preziose indicazioni per il presente. Ne parliamo con Ida Farè, docente femminista, in dialogo con Elisa Buonanoce e Laura Cara, che hanno svolto un lavoro di studio e di ricerca bibliografica percorrendo la storia del Politecnico di Milano e delle sue donne e raccolto esperienze dirette intervistando alcune professioniste.
Estratto_Incontro_14ott15
Sabato 17 ottobre ore 16,30 – 18,30
MAT/tam Il Cubo – via XX settembre 31 – Mantova
CLELIA MORI
Sberleffo all’autore e lavori in b/n
Sabato 17 ottobre 2015
ore 16,30 – 18,30 esatte
SI PREGA DI ESSERE PUNTUALI ALL’APERTURA. L’OPERA E’ UNA CERIMONIA
A Parigi, nel 2006, vedo Ingres in una sua mostra al Louvre. Mi torna in mente la foto di Man Ray di Kiki di Montparnasse con le due aperture da violino appiccicate alla schiena: mi piace da sempre la sensualità di quell’immagine. La ricerco e leggo finalmente il titolo, mai letto prima: Le violon d’Ingres. Il violino di Ingres, titolo non solo ironico, mi irrita e ripenso la sensualità. Quel violino molto invitante e musicale, una volta suonato si può mettere in un angolo fino al prossimo uso: come un oggetto. Comincio a dipingerla!
Comincio a dipingerla a olio togliendogli un’apertura, per vedere come suona così e continuo per quaranta tele, tutte uguali e tutte diverse. Indago la sensualità maschile e femminile su un corpo unico. Su alcune schiene scrivo la sensualissima estasi di Teresa D’Avila.
Cerco di capire quale delle due donne ha avuto di più dall’amore. E dipingo anche Le violon mancante a Man Ray.
I lavori in bianco e nero a china del 1993 sul segno, la sua sintesi, la sua espressività e la sua capacità di equilibrio cercano la mia relazione tra spazio segno e materia. Fino al loro limite: uno a uno a uno. Uno studio sul potere che mi porta a un percorso iconico: al mio alfabeto.
Donna di fiume, nasco a Boretto nel cinquanta. Per amore del segno, del colore e dell’immagine voglio fare solo l’Istituto d’ Arte, vinco e sarà a Parma. A 19 anni sono abilitata a insegnare alle medie inferiori e superiori. Comincio a esporre, ma soprattutto a dipingere: la mia passione.Insegno per diversi anni e poi mi stanco e faccio la bibliotecaria e l’operatore culturale a Poviglio (R.E.), dove vivo e ho il mio studio tra la cucina e il pranzo: il cavalletto. Al bisogno uso il grande vecchio tavolo da pranzo, il pavimento, il portico o le pareti interne o esterne. Servo cibo per il corpo e per la mente a casa mia, dice Donatella Franchi e che ho cresciuto un figlio artista. Recentemente ho esposto a Milano, Firenze, Porto Sant ‘Elpidio, Gualtieri, Collecchio, Poviglio, Reggio Emilia. Oggi a Parma. Ho parlato del mio lavoro al Master di Alta Formazione della Facoltà di Filosofia all’Università di Verona e nel ciclo Non a voce sola delle Marche.
Dalla cella in cui è rinchiuso in un carcere israeliano Marwan Barghouti invia una lettera aperta al suo popolo: “L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di pace”, scrive. La traduzione in italiano a cura di AssoPace Palestina*.
L’escalation di violenze non è cominciata con l’uccisione di due coloni israeliani, è cominciata molto tempo fa ed è andata avanti per anni. Ogni giorno ci sono palestinesi uccisi, feriti, arrestati.
Ogni giorno che passa, il colonialismo avanza, l’assedio del nostro popolo a Gaza continua, oppressioni e umiliazioni si susseguono. Mentre molti oggi ci vogliono schiacciati dalle possibili conseguenze di una nuova spirale di violenza, io continuerò, come ho fatto nel 2002, a chiedere di occuparsi delle cause che stanno alla radice della violenza: il rifiuto della libertà ai palestinesi.
Alcuni hanno detto che il motivo per cui non si è raggiunto un accordo di pace è stata la mancata volontà del defunto Presidente Yasser Arafat o l’incapacità del Presidente Mahmoud Abbas, mentre sia l’uno che l’altro erano disposti e capaci di firmare un accordo di pace.
Il vero problema è che Israele ha scelto l’occupazione al posto della pace ed ha usato i negoziati come una cortina di fumo per portare avanti il suo progetto coloniale. Tutti i governi del mondo conoscono questa semplice verità, eppure molti di loro fanno finta che un ritorno alle ricette fallite del passato ci potrebbe permettere di raggiungere libertà e pace.
Follia è continuare a fare sempre la stessa cosa e aspettarsi che il risultato cambi.
Non ci può essere negoziato senza un chiaro impegno di Israele a ritirarsi completamente dal territorio palestinese che ha occupato nel 1967 (tra cui Gerusalemme), una completa cessazione di tutte le pratiche coloniali, il riconoscimento dei diritti inalienabili dei palestinesi, compreso il loro diritto all’autodeterminazione e al ritorno, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo convivere con l’occupazione, e non ci arrenderemo all’occupazione.
Ci si esorta ad essere pazienti e lo siamo stati, offrendo occasioni e occasioni per raggiungere un accordo di pace, dal 2005 ad oggi.
Forse val la pena ricordare al mondo che, per noi, espropriazione, esilio forzato, trasferimento e oppressione durano ormai da quasi 70 anni e che noi siamo l’unico problema bloccato nell’agenda dell’ONU dalla sua fondazione.
Ci è stato detto che se ci affidavamo a metodi pacifici e alla strada della diplomazia e della politica, ci saremmo guadagnati l’appoggio della comunità internazionale per porre fine all’occupazione.
Eppure, come già era avvenuto nel 1999 alla fine del periodo di interim, la comunità internazionale non ha intrapreso alcuna azione significativa, come ad esempio costituire una struttura internazionale per applicare la legge internazionale e le risoluzioni dell’ONU, varare misure per garantire la responsabilizzazione delle parti, anche attraverso boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, come era stato fatto per liberare il mondo dal regime dell’apartheid.
E allora, in mancanza di un intervento internazionale per porre fine all’occupazione, in mancanza di una seria azione dei vari governi per interrompere l’impunità di Israele, in mancanza di qualunque prospettiva di protezione internazionale per il popolo palestinese sotto occupazione, e mentre il colonialismo e le sue manifestazioni violente hanno un’impennata (compresi gli atti di violenza dei coloni israeliani), cosa dovremmo fare?
Stare inerti ad aspettare che un’altra famiglia palestinese sia bruciata, che un altro giovane palestinese sia ucciso, che un altro insediamento sia costruito, che un’altra casa palestinese sia distrutta, che un altro bambino palestinese sia arrestato, che i coloni facciano un altro attacco, che ci sia un’altra aggressione contro il nostro popolo a Gaza?
Tutto il mondo sa che Gerusalemme è la fiamma che può ispirare la pace e che può accendere la guerra. E allora perché il mondo rimane immobile mentre gli attacchi israeliani contro i palestinesi della città e contro i luoghi santi musulmani e cristiani – specialmente Al-Haram Al-Sharif – continuano senza sosta?
Le azioni e i crimini di Israele non distruggono soltanto la soluzione dei due Stati secondo i confini del 1967 e non violano soltanto la legge internazionale, ma minacciano di trasformare un conflitto politico risolvibile in una guerra religiosa senza fine che indebolirà ulteriormente la stabilità in una regione che è già preda di un disordine senza precedenti.
Nessun popolo della terra accetterebbe di convivere con l’oppressione. È nella natura dell’uomo anelare alla libertà, lottare per la libertà, sacrificarsi per la libertà.
E la libertà del popolo palestinese è in grave ritardo. Durante la prima Intifada il governo di Israele lanciò lo slogan “spezza le loro ossa per spezzare la loro volontà”, ma, una generazione dopo l’altra, il popolo palestinese ha dimostrato che la sua volontà è indistruttibile e non deve essere messa alla prova.
Questa nuova generazione palestinese non ha aspettato colloqui di riconciliazione per incarnare quell’unità nazionale che i partiti politici non hanno saputo raggiungere, ma si è posta al di sopra delle divisioni politiche e della frammentazione geografica.
Non ha aspettato istruzioni per sostenere il suo diritto, e il suo dovere, di opporsi a questa occupazione. E lo fa disarmata, di fronte ad una delle maggiori potenze militari del mondo.
Eppure continuiamo ad esser convinti che libertà e dignità trionferanno, e noi avremo la meglio. E che quella bandiera che abbiamo innalzato con orgoglio all’ONU sventolerà un giorno sulle mura della città vecchia di Gerusalemme, e non per un giorno ma per sempre.
Mi sono unito alla lotta per l’indipendenza palestinese 40 anni fa e sono stato imprigionato per la prima volta a 15 anni. Questo non mi ha impedito di adoperarmi per una pace basata sulla legge internazionale e sulle risoluzioni dell’ONU. Ma ho visto Israele, la potenza occupante, distruggere metodicamente questa prospettiva un anno dopo l’altro.
Ho trascorso 20 anni della mia vita, tra cui gli ultimi 13, nelle prigioni di Israele e tutti questi anni mi hanno reso ancora più convinto di questa immutabile verità: l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace.
Coloro che cercano quest’ultima devono agire, e agire subito, perché si realizzi la prima condizione.
Marwan Barghouthi – Prigione di Hadarim, cella n°28.
*Questa lettera è stata pubblicata sul quotidiano “The Guardian” l’11 ottobre 2015. La traduzione in italiano è a cura di Mario Cioli, AssoPace Palestina.
(osservatorioiraq.it, 13/10/2015)