di Redazione

Per ventiquattro anni ha subito le percosse di un marito violento. Ventiquattro anni di schiaffi, botte, ustioni: tutti documentati dai referti medici del pronto soccorso di Genova.

Ora, dopo ventiquattro anni, ha trovato il coraggio di ribellarsi e liberarsi: ha chiesto la separazione e che a ciascuno venissero attribuite le proprie colpe. Per il Tribunale di Genova però, la donna, di quasi cinquant’anni, non ha diritto a nulla dalla separazione. “Ribellarsi dopo così tanto tempo non è credibile” è la conclusione dei tre giudici del Tribunale, un uomo e due donne, che hanno deciso che alla signora non spetta né un indennizzo, né un assegno mensile.

A nulla sono serviti i referti medici o i racconti della donna. Per i giudici ventiquattro anni sono troppi: ha tollerato la condotta del marito e questo basta.

I due si erano sposati nel 1991 a Genova e da subito erano iniziate le botte. Dopo un anno di matrimonio era arrivato il primo figlio e, dopo otto anni, la seconda. La violenza, l’unica costante. Ed è proprio a causa del padre violento che il primo figlio è finito in carcere, mentre la seconda è stata allontanata dai servizi sociali, traumatizzata a tal punto da non voler più vedere il genitore.

Un giorno, però, la donna ha trovato il coraggio di dire basta a una vita di sopraffazioni, grazie a una comunità protetta nella quale aveva trovato rifugio dopo che il marito era stato arrestato. Così si è rivolta ai giudici. Ed è qui che è arrivata l’amara sorpresa: per i magistrati la donna è sì “stata costretta a lasciare la casa coniugale per le continue percosse e minacce subite dal marito” che “arrivava a casa ubriaco, insultava e percuoteva la moglie”, ed è vero che “dopo anni di accessi al pronto soccorso la convivenza non poteva protrarsi oltre” ma non esiste un legame di causa-effetto tra le percosse e la decisione di abbandonare il marito. Per i giudici la donna “avendo essa stessa ammesso che tali condotte sono iniziate nell’anno 1991 subito dopo la celebrazione del matrimonio” ha “di fatto tollerato tali condotte”.

Separazione sì dunque, ma schiaffi, violenze, botte e ustioni, non c’entrano nulla.



(Il fatto Quotidiano, 13 novembre 2015)

Cortometraggio dal titolo “Simone Weil e il lavoro: una storia attuale” con Lucilla Giagnoni

di Maria Rosa Panté

Il cortometraggio racconta di due donne che hanno perso coscienza dei loro diritti di lavoratrici e che riacquistano dignità e coscienza di sé e della propria vita attraverso l’incontro con le parole di Simone Weil. La protagonista, più anziana, arriva a scoprire la Weil perchè in comune con lei ha forti crisi di emicrania.
Cast artistico: Lucilla Giagnoni, appunto, Michele di Mauro, Francesca Porrini

Campagna di crowdfunding:
https://www.kickstarter.com/projects/313104316/simone-weil-e-il-lavoro-una-storia-attuale

Per chi non fosse riuscito/a a recuperare l’Internazionale uscito nella settimana del 2/8 ottobre 2015 (settimanale che pubblica il meglio dei giornali di tutto il mondo) di seguito trovate il link con il reportage di Zerocalcare.
Lo stesso Zerocalcare ha annunciato, tramite il suo blog, che usciranno altre storie riguardante la sua permanenza a Kobane su Internazionale.
Per chi non fosse in possesso del reportage precedente la Bao Publishing ha annunciato che in primavera 2016 uscirà un volume che le raccoglierà tutte.

Ferro e Piume: una nuova storia di Zerocalcare per Internazionale:
https://daytripper24.wordpress.com/2015/10/14/zerocalcare-comandante-nasrin-per-internazionale/


(daytripper24.wordpress.com, 13/11/2015)

di Laura Modini
Quando la morte ci priva di una persona, nella mente si scatenano i ricordi, i grazie non detti, gli errori ma anche gli arricchimenti: insomma un sommovimento di sentimenti. Ecco, ora ricordo perfettamente che ad Adele Cambria devo il mio risveglio dal sonno della fascinazione del pensiero marxista e politico degli anni ’70. Leggevo allora con avidità i Grundrisse di Marx e i Quaderni dal carcere di Gramsci, loro davano le parole al mio desiderio di politica. Poi un libro titolato Amore come rivoluzione del 1076 prima, e poi In principio era Marx del 1978, letti con grande curiosità mi aprirono un mondo di domande e fu l’inizio della mia personale scoperta della differenza fra donna e uomo nella politica ma non solo. Già avevo letto e stavo raccogliendo tutti i numeri della rivista “Effe” che Adele fondò e dove scoprii tra le tante cose il cinema delle donne.
Probabilmente fu da lì che iniziò il mio lungo percorso (ancora in essere) alla ricerca del mio essere donna. GRAZIE ADELE, un grazie che da subito sentii per te già da allora.

 

(www.libreriadelledonne.it 6/11/2015)

di Melinda Gates

Immaginate di lavorare molte ore, giorno dopo giorno, e di crollare a letto esausti dalla fatica tutte le notti, per risvegliarvi tutte le mattine all’alba. Immaginate di non essere pagati, mai, e addirittura di non «creare valore», come dicono gli esperti. Tutto ciò pare enormemente ingiusto, eppure è la condizione nella quale vive la maggior parte delle donne nel mondo. Quando i governi quantificano l’economia nazionale in termini di Prodotto interno lordo, il “lavoro femminile” – sia esso accudimento e allevamento della prole, lavoro casalingo o domestico – non è calcolato come “lavoro”.

Grazie a un nuovo rapporto pubblicato da McKinsey e riguardante il gender gap sul posto di lavoro, adesso però possiamo finalmente conoscere il valore reale di tutto questo lavoro non retribuito, pari all’incredibile cifra di diecimila miliardi di dollari, una somma equivalente più o meno al Prodotto interno lordo della Cina. Se tutte le donne che si occupano dei loro familiari costituissero un’unica nazione, la loro sarebbe la quarta economia più importante al mondo.
Tutto questo lavoro, per di più, corrisponde soltanto all’aspetto fisico dell’accudimento e della cura della persona. Come sostiene Anne-Marie Slaughter nel suo ultimo libro, «Unfinished Business», nella cura dei familiari rientra a tutti gli effetti anche un lavoro ulteriore, fatto di fatica emotiva, amore ed educazione, trasformazione del reddito in insegnamenti, educazione, guida morale, soluzione dei problemi, sostegno economico, incarnazione e trapasso del ruolo necessario per allevare figli o semplicemente investire negli altri. Tutto questo lavoro vale la pena quantificarlo.

Queste diseguaglianze esistono similmente nei paesi ricchi e nei paesi poveri. Nei primi, le donne trasformano il denaro in prodotti e servizi necessari alla sussistenza e al benessere facendo la spesa, cucinando, pulendo, lavando, ordinando. Nei paesi poveri, le donne si sobbarcano quasi interamente l’onere di fornire i beni di prima necessità al loro nucleo famigliare, trasportando acqua e legna, coltivando raccolti di sussistenza.
Dobbiamo agire. L’economista Diane Elson ha creato una strategia approvata da molti attivisti e che ha il seguente motto: «Riconoscere, ridurre e redistribuire».
Riconoscere l’iniquo peso che le donne si devono sobbarcare è il primo passo da compiere per risolvere la situazione. Fino a quando le statistiche economiche non terranno conto del lavoro delle donne, sarà più facile per tutti ignorare la disuguaglianza di fondo delle nostre società.

Ridurre la quantità di tempo e di fatica che le donne investono nell’assolvere a mansioni ripetitive è possibile con le tecnologie che risparmiano lavoro fisico. Nelle nazioni in via di sviluppo, dove le donne passano ore e ore a raccogliere acqua e legna per mandare avanti le loro famiglie, questo può voler dire fornelli più efficienti, cisterne comunitarie, elettrificazione delle aree rurali. Nei paesi più ricchi, da anni usiamo lavatrici, ed elettrodomestici come ferri da stiro e aspirapolveri. Riducendo del 61 per cento il lavoro non retribuito fatto di mansioni casalinghe di routine, si potrebbe risparmiare molto tempo da dedicare all’inestimabile accudimento di bambini e anziani.
Redistribuire il lavoro non retribuito, l’ultimo passo di questa strategia, significa coinvolgere gli uomini alla pari nel lavoro e nelle gioie dell’accudimento. Gli uomini che legano con i figli in tenera età e diventano esperti nella cura dei bambini riferiscono di vivere una relazione diversa, molto più gratificante. Inoltre, quando uomini e donne vivono alla pari la genitorialità, tendono entrambi a esercitare pressioni per ottenere condizioni di lavoro flessibile che vanno a beneficio di tutti.

Non sappiamo con certezza che cosa faranno le donne del tempo libero in più che guadagneranno riducendo e redistribuendo il lavoro non retribuito, ma è davvero difficile immaginare che possano non utilizzarlo per attività economiche fruttuose o per migliorare la loro istruzione. La seconda cifra del rapporto McKinsey riguarda proprio questo aspetto: se le donne di tutto il mondo non dovessero sobbarcarsi la maggior parte dei lavori domestici, se non fossero costrette ad accettare posti di lavoro part-time per barcamenarsi al meglio tra l’accudimento della prole e altre responsabilità importanti, se non fossero relegate a professioni poco retribuite, il Pil globale crescerebbe di una cifra impressionante, ben 28mila miliardi di dollari, pari all’economia statunitense e a quella cinese considerate insieme.
I calcoli, tuttavia, possono essere fuorvianti: vera eguaglianza vorrebbe dire per gli uomini abbandonare le posizioni ai vertici a mano che vi arrivano le donne. Anche così è assai chiaro quanto tutto ciò sia importante, e politici, datori di lavoro, investitori ed elettori non hanno più scuse per non agire.
Traduzione di Anna Bissanti
L’autrice è co-presidente della Bill & Melinda Gates Foundation http://www.gatesfoundation.org


(mobile.ilsole24ore.com, 13/11/2015)

di Clara Jourdan

 

Sono d’accordo con la posizione espressa dalla Segreteria nazionale ArciLesbica sulla “gestazione per altri” (Gpa, detta anche “maternità surrogata”, una modalità di procreazione medicalmente assistita per cui una donna porta a compimento una gravidanza con l’esplicita intenzione di non tenere la creatura al fine di darla a coppie/persone che ne hanno fatto richiesta): perché sia una scelta libera, «è necessaria la gratuità, anche economica, del gesto» (Utero in affitto, la parola alle donne, “il manifesto”, 4 novembre 2015). È importante, quando si parla del tema, fare la distinzione tra la maternità gratuita e quella dietro compenso. Io propongo che questa distinzione venga fatta innanzitutto nel linguaggio. L’espressione corrente “utero in affitto” (una figurazione metonimico-metaforica simile a quella dell’“affitto delle braccia” in agricoltura) può essere efficace per stigmatizzare la commercializzazione della maternità, che rende il corpo femminile una merce, ma è assolutamente fuorviante per intendere la maternità «per aiutare un’altra donna». «Per aiutare un’altra donna» sono parole che ascoltai in un’intervista pubblicata da un quotidiano molti anni fa, parole che da allora orientano il mio sguardo sulla questione. Sono parole molto precise, che ricordano l’atteggiamento delle madri affidatarie che si prendono cura temporaneamente di figli e figlie di altre donne meno fortunate. Infatti, alla domanda della giornalista se non sarebbe stata tentata di tenersi la creatura, l’intervistata rispose di no, «perché è il figlio di un’altra donna che porto dentro di me». Naturalmente può poi succedere qualcosa che faccia cambiare idea, come capita nella vita, ma è una eventualità che, se non può essere esorcizzata con uno pseudocontratto (che comunque non servirebbe, perché i contratti si rompono, e spesso), può essere invece tenuta presente in una relazione di fiducia, di fiducia in una donna che si mette in gioco nella sua interezza per uno scopo grande.

Come nominare questa realtà con un linguaggio che restituisca il senso di tutto ciò? Tra le espressioni che ho sentito finora, “maternità solidale” mi sembra la più vicina a quell’esperienza femminile e alle parole usate per dirla.

 

Nota. A questa tematica è dedicato il n. 49 di Via Dogana, maggio 2000, dal titolo Generare non generare.

 

(www.libreriadelledonne.it, 13 novembre 2015)

 

di Sara Gandini e Claudio Vedovati

 

La Grande Madre è una mostra aperta fino al 15/11/2015 a Palazzo Reale di Milano, che racconta come la radicalità del femminismo ha rivoluzionato il ’900. Il punto di vista è quello di un uomo nato dopo il femminismo, il curatore Massimiliano Gioni, che rende visibile il cambiamento profondo della nostra civiltà, non solo del mondo dell’arte. Ed è proprio nel profondo che ci ha colpito questa esposizione. Noi che scriviamo, figli del ’68 e del femminismo, siamo toccati dalla forza e consapevolezza delle artiste degli inizi del ’900, donne coraggiose e ironiche, che sapevano lanciare grandi sfide ai loro compagni.

Pensiamo a Benedetta Cappa, che invia la sua Spicologia di 1 uomo (1918) a Marinetti dopo averlo conosciuto a una mostra. La Spicologia di 1 uomo – non “psicologia”, ma “spico”, spillo – mostra i fili tesi tra gli spilli, come fosse un ricamo a tombolo a forma di stella, che circondano un cerchio con la scritta: «vuoto». Si firma «Benedetta fra le donne», giocando sulle parole dell’Ave Maria, la madre per eccellenza, facendo riferimento all’associazione tra la creazione e la maternità e sfidando il disprezzo di Marinetti che nel 1910 scriveva «Noi disprezziamo la donna, concepita come ninnolo tragico». Tuttavia le dieci lettere che attorniano la stella, formano le parole “uomini vita”. E Marinetti diventò il suo compagno. Sono grandi donne che non rinunciano a esserci secondo la propria verità, anche se alla fine spariscono dalla “Storia”: per la Storia dell’Arte rimarranno per lo più i maschi futuristi. Ci vorrà Lea Vergine con “L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940” per celebrare pittrici e scultrici dei movimenti delle avanguardie storiche: una mostra del 1980 che fece storia.

Sempre degli inizi del ‘900 (1915-1923) è Il grande vetro, ovvero La sposa messa a nudo dai suoi celibi di Marcel Duchamp, una delle opere simbolo dell’avanguardia del primo Novecento. Il prototipo delle “macchine celibi” anche oggi ci interpella: si tratta forse di una metafora del difficile rapporto maschile col generare e dell’impotenza del patriarcato? Rivela la frustrazione del desiderio maschile di fronte alle nuove forme di libertà femminile? Oppure il sogno di poter costruire una macchina-figlia nate senza madre, che annulli la genealogia femminile? O ancora, la paura maschile del desiderio femminile? In ogni caso, Il Grande Vetro si misura con la Grande Madre.

Nascono in quegli anni donne come Carol Rama e Luise Bourgeois, che attraverseranno tutto il ’900 e sapranno imporsi portando tutte le contraddizioni e il dolore di donne nate in pieno patriarcato. Per esempio, Carol Rama racconta la pazzia femminile mettendola in relazione all’orgasmo: «La mucca pazza sono io. Mi piace perché è pazza, perché ha gesti erotici da pazza». Ancora: «Io dipingo per istinto e dipingo per passione, e per ira e per violenza, e per tristezza e per un certo feticismo, e per gioia e malinconia insieme, e per rabbia specialmente». Carol Rama è un’artista libera, dice di non avere avuto maestri (nomina spesso la sua relazione con il poeta Sanguineti, che definisce un amico “amoroso”) e prende le distanze anche dal femminismo emancipatorio di quegli anni. Teme la deriva del neoliberismo, la libertà femminile intesa come libertà di vendersi. In un’intervista del 2002 alla Galleria di Franco Masoero, esprime molto bene quello che intendiamo per libertà relazionale: «Per essere liberi bisogna essere in due. La libertà è qualche cosa che va accordata».

La libertà femminile arriva con la sua potenza rivoluzionaria negli anni ’70. Pensiamo ad esempio a Martha Rosler, che in Semiotica della cucina (1975) ribalta l’immagine della donna in questo spazio: tra le sue mani gli oggetti comuni prendono vita e diventano armi pericolose. La casalinga qui è tutto meno che accogliente e amorevole. Siamo nel momento chiave della separazione e la radicalità del femminismo è tale che la creatività femminile è cosi prorompente che mette in ombra quella maschile. Infatti anche in mostra per alcuni decenni ci sono pochissime opere di artisti maschi e le artiste rinunciano a lottare per avere relazioni significative (politiche e non solo) con gli uomini (Vai Pure, scrive Carla Lonzi, anch’essa in mostra con i testi di Rivolta femminile).

Per questo è importante ai nostri occhi l’ironia di Louise Bourgeois, che chiama fillette (“ragazzina”, 1968) la scultura di un grande fallo, che porta sottobraccio sorridendo felice in un ritratto fotografico di Robert Mapplethorpe. «Il fallo è per me oggetto di tenerezza. Ha a che fare con la vulnerabilità e la protettività. Dopo tutto ho vissuto con quattro uomini, mio marito e i miei tre figli. Io ero la protettrice. Ma anche se mi sento protettiva nei confronti del fallo, non significa che non ne abbia paura», dice dopo avere immaginato di smembrare il padre in pezzetti, come scrive nel libro Distruzione del padre / Ricostruzione del padre: «più mio padre si pavoneggiava, più noi ci sentivamo insignificanti. Improvvisamente si creava una tensione terribile, e noi lo afferravamo – mio fratello, mia sorella, mia madre e io – […] lo trascinavamo sul tavolo e gli strappavamo le gambe e le braccia – lo smembravamo. […] Fantasie, ma talvolta la fantasia è vissuto».

La fine del credito al patriarcato delle femministe degli anni ’70 fa emergere anche qualche segno di cambiamento maschile. Un giovane californiano, Matt Mullican, in Details from an Imaginary Life from Birth to Death (1973) mostra il senso della differenza, descrivendo la vita di una donna immaginaria, dalla sua nascita alla sua morte, senza che scatti alcuna identificazione o sostituzione con lei. Ci ha colpito perché il senso della differenza mostrato da questo artista permette di mettere in scena l’empatia di un uomo con la vita di una donna, senza sostituirsi a lei, senza perdere quella distanza che apre alla trasformazione.

Nel nuovo millennio abbiamo i figli del femminismo, uomini e donne che hanno dentro di sé il senso della differenza e sanno dunque stare in relazioni di differenza e Ragnar Kjartansson in Me and My Mother (2000) per venti minuti si fa sputare in faccia da un’elegante signora, sua madre, di fronte a una libreria. Mette così in scena la necessità di stare presso la rabbia femminile, soprattutto quella della madre, anche se non la si capisce. Continuano e continueranno a reiterare questa rappresentazione con costanza per anni, finché la loro relazione, il loro amore, sarà forte. Qui l’arte entra nella vita e nella politica. Nel 2013, in un’altra sua installazione all’Hangar Bicocca, l’artista e sette musicisti, suoi amici e collaboratori, suonano e cantano all’unisono per ore una canzone, Feminine Ways, che la ex-moglie ha composto proprio quando il matrimonio stava naufragando. Lui si assume le parole di lei, le fa sue, le fa cantare agli amici, per poi camminare insieme a loro verso un orizzonte differente.

Sul rapporto tra madre e figlio maschio lavora anche Kiki Smith con l’opera Mother/Child (1993): madre e figlio, nudi, si masturbano l’uno affianco all’altro. Kiki Smith affronta il nodo del legame libidico, delle pulsioni sessuali che attraversano e costituiscono la relazione tra una madre e un figlio, dando forma – per un maschio che guarda quest’opera – alle inquietudini maschili sulla propria origine.

L’inquietudine ritorna con Nathalie Djurberg che nel video It’s the Mother (2008) rappresenta in video una giovane madre che non riesce a sottrarsi all’“attacco” dei suoi cinque figli che rientrano dentro di lei dalla vagina. Insieme al suo compagno Hans Berg, che crea le musiche, mostra le angosce dell’oscuro materno: «Per lo più è Nathalie che ha un’intuizione e se non resiste comincia a lavorarci su, ma i temi sono già presenti nelle nostre conversazioni e nelle nostre vite». Lui racconta il suo affidarsi alle intuizioni e alla passione di lei, ma anche come i lavori assumono una forma diversa quando entrambi ci sono, con le loro differenti urgenze.

Si tratta di relazioni tra una donna e un uomo che sanno trasformare l’oscuro per arrivare a mostrare altro. Per esempio il recente video di Camille Henrot, Grosse fatigue (2013), crea accostamenti imprevisti e illuminanti sul rapporto tra creazione artistica e origine dell’universo e della vita, generazione dal corpo di una donna e organizzazione del sapere. Nel video una giovane donna riporta la vita in un tempio del sapere, la Smithsonian Institution, una moderna stanza delle meraviglie. Si aprono i cassetti e una raccolta mortifera di animali impagliati e di fossili si trasforma, attraverso le mani di questa ragazza francese e la potenza delle sue associazioni, in una esplorazione molteplice dell’origine e di ciò che anima la vita. L’artista si assume l’autorità di risignificare miti, arte, religione, antropologia, senza perdere il desiderio di misurarsi con il maschile: la voce recitante e incalzante è di uno slam poet.

Questa mostra, ripercorrendo tutto il ’900 per arrivare fino alla nostra epoca, mette in scena come l’arte contemporanea abbia saputo cogliere un nodo fondamentale: solo quando uomini e donne passano dalla porta stretta della rabbia femminile (lo sputo della madre) e dal riconoscimento dell’autorità femminile, con tutto l’oscuro che il materno si porta dietro, si può trasformare il mondo, aprendo significati imprevisti con invenzioni coraggiose.

(www.libreriadelledonne.it 13/11/2015)

Nuovi orientamenti di management vengono dalle donne

 

di Luisa Pogliana, associazione Donnesenzaguscio

 

Nella mia esperienza di lavoro sui mercati internazionali ho potuto vedere, in alcune situazioni di crisi gravissime, come il management ha salvato le aziende cambiando le strutture e le modalità abituali del modo di dirigerle.

In contesti e culture diverse, ho visto in modo ricorrente fare scelte con criteri che qui da noi troviamo soprattutto nelle pratiche di donne manager.[1]

Si è vista tanto più la loro efficacia proprio perché attuate in situazioni estreme di mercato, di vita personale e sociale, di tutto il paese. Penso ad aziende nella Grecia nel pieno della crisi, nella Slovenia con il tracollo seguito all’autonomia, nell’Ucraina e nella Russia in stato di guerra, di sanzioni, di ritorsioni. [2] Osservandole nell’insieme si possono cogliere vari elementi che hanno portato al buon risultato.

L’innovazione è stata la strada inevitabile e urgente.

Si è reagito subito, con progetti su tutti gli aspetti dell’azienda. Migliorare i prodotti e crearne di nuovi rispondenti alla nuova situazione. Cercare redditività in altri modi diversi dal business model abituale. Ridurre i costi di produzione ridefinendo i processi e l’organizzazione. Eliminare inutili spese di status (uffici prestigiosi, arredi, auto…)

Soprattutto, la chiave è stata cambiare il modo di lavorare. Una totale revisione delle strutture e delle attività, verificandone gli scopi realmente funzionali. E adattando l’organizzazione di conseguenza.

E’ stata tagliata la catena gerarchica.

Eliminati i ruoli intermedi di capi e capetti (per esempio, central marketing director-marketing manager-area manager-brand manager…). Questa piramide di ruoli gerarchici sovrapposti e superflui è sostanzialmente mirato a distribuire un po’ di potere e status, definendone l’ambito. Ma per gli scopi aziendali non è funzionale, anzi, rallenta il processo decisionale e l’operatività. Si spreca tempo e energia per definire chi deve fare che cosa e chi risponde di cosa. Insomma, porta a occuparsi di carriera invece che dei risultati.

E’ stato ridotto anche il top management.

Molte funzioni di livello alto sono spesso non indispensabili e accorpabili tra di loro (per esempio, dov’è precisamente la differenza tra un General Manager e un Chief Operative Officer?).

Le persone sono state coinvolte nel processo di cambiamento.

Ogni persona secondo il proprio potenziale è stata chiamata a ricercare soluzioni, realizzarle e assumersene la responsabilità. No a compiti di routine, ma una richiesta di creatività e spirito ‘imprenditoriale’. Sono stati creati gruppi di lavoro dedicati a sviluppare nuovi business. Ogni responsabile del gruppo è stato considerato un piccolo CEO, ma con la responsabilità attribuita anche a tutto il gruppo.

Le persone sono state sostenute con interventi di formazione e motivate con ritorni economici rispetto ai risultati. Dare responsabilità e strutturare il lavoro solo su ruoli effettivi è diventato il nuovo modo di gestire le attività. Servono capacità e funzioni invece di gerarchie. (E pensiamo a cosa vuol dire fare tutto questo quando sia chi deve motivare sia le persone che devono essere motivate vivono la situazione generale come un incubo).

Si crea così una nuova cultura aziendale, orientata ad accelerare il processo di innovazione.

Si è anche dovuto ridurre il personale, a fronte della forte contrazione del mercato.

C’era però consapevolezza che il processo poteva funzionare bene se tutti sentivano che si stava lavorando nell’interesse comune. Per questo i casi di inevitabile uscita dall’azienda sono stati affrontati con attenzione ai destini di quelle persone. Per esempio, a parità di condizioni lavorative, si sono scelte per l’uscita persone con possibilità di trovare lavoro altrove, o con un pensionamento a breve, persone che non avessero una famiglia in cui il loro stipendio era l’unico. Si sono dati aiuti economici. Il fatto in sé resta una sofferenza, ma per quanto possibile si è cercato di non mettere nessuno in una situazione disperata.

 

Queste aziende -a differenza di altre nelle stesse situazioni- sono sopravvissute.

La chiusura o il tracollo non sono state l’esito inevitabile. Anche se le dimensioni dell’azienda e del suo business sono state ridotte, l’attività è continuata con ritorni economici positivi. Quando questo processo ha dato i suoi frutti, lo stesso management era impressionato da come prima fosse normale lavorare con quell’organizzazione rigida e pletorica, le sue zavorre di potere e di status. Sbalordito di come ciò è stato possibile portando fuori dall’ombra le capacità e la responsabilità di tutte le persone.

Si sa che i sistemi tendono a riprodursi, finché non c’è una situazione che costringe a cambiare. Qui la necessità ha spinto in nuove direzioni, ha cambiato visioni manageriali e di business. Nessuno nel management ha considerato quell’operazione transitoria fino al ritorno alla normalizzazione. Quello è diventato il nuovo modo di lavorare e dirigere l’azienda.

 

La crisi in Italia è certo meno drammatica, ma grave comunque, parte di quello stesso scenario economico e politico. Dunque possiamo trarne lezioni.

La crisi non è solo una riduzione del business, è un cambiamento qualitativo delle condizioni: le situazioni ‘normali’ non esistono più. Le aziende non possono essere guidate come si è sempre fatto , le solite prassi vanno guardate in modo critico. Ciò che ieri sembrava giusto e ragionevole oggi può essere addirittura sbagliato. I modelli seguiti finora non possono rispondere alla situazione completamente nuova. Ciò che è insolito richiede soluzioni insolite.

Le persone dell’azienda devono essere messe in grado di essere responsabili, autonome, capaci di agire sul momento, di esprimere il loro potenziale. Anche questo è il ruolo di chi governa l’azienda: rendere tutti ‘imprenditori’ del loro lavoro, consapevoli di come possono influenzare i risultati con quello che fanno. Con questa cultura l’innovazione si sviluppa non come processo eccezionale, ma come standard lavorativo, abito mentale permanente.

Le soluzioni efficaci sono quelle che si lasciano emergere dalle situazioni, procedendo per tentativi: muoversi, cambiare, imparare, fare prototipi e poi rifarli, provare, provare ancora. Non c’è spazio per piani definiti a lungo termine, bisogna procedere sperimentando e adattando finché si trova una soluzione, senza pretendere di di prevedere tutto. L’innovazione è diventata indispensabile e urgente. E deve essere diversa da come la si progettava prima. L’organizzazione deve cambiare sempre, perché continuo è il cambiamento. Servono strutture snelle e agili.

 

Questo è ciò che ho visto succedere, salvando alcune aziende in situazioni estreme.

È un orientamento manageriale che possiamo definire adattativo. Un adattamento alla realtà che cambia, ma non passivamente: è capacità di comprendere il contesto, trovare gli strumenti per agire in quel contesto, per influire su quel contesto.

Questo modo di guidare un’azienda -vedere in modo critico i modelli abituali, cercare strade nuove più adatte alla realtà, far crescere autonomia e competenza delle persone, dare loro l’occasione di esprimere queste capacità, distribuire responsabilità, remunerare tutti perché tutti fanno i destini dell’azienda- bene, questo modo noi oggi lo vediamo venire più spesso dalle donne che dagli uomini. E soprattutto lo vediamo realizzato nelle loro pratiche.

[1]             Noi di Donnesenzaguscio stiamo lavorando a un progetto per far conoscere i nuovi orientamenti che vengono da donne manager, mettendo a fuoco visioni, criteri, princìpi che hanno orientato le loro politiche .

[2]              Sono aziende editoriali, il settore in cui lavoro io. Basti dire, per esempio, che nell’autunno 2014 la Duma di Putin come ritorsione alle sanzioni ha approvato una legge per cui le aziende straniere operanti nei media devono vendere ad un soggetto russo l’80% delle quote di proprietà.

(www.libreriadelledonne.it 12/11/2015)

La redazione del sito della libreria delle donne suggesisce anche il libro di Daniela Padoan “Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz” (Bompiani 2004) riporta tre conversazioni con Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi – italiane deportate ad Auschwitz e prigioniere nel campo femminile di Birkenau nel 1944.

di Anna Paola Moretti

Nel Convegno “Donne nei Totalitarismi” – 900fest 2015, tenutosi a Forlì dal 12 al 18 ottobre 2015, il nome di Ravensbrück ha richiamato qualche attenzione in occasione della recente pubblicazione del libro della scrittrice inglese Sarah Helm, Il cielo sopra l’inferno, presentato nel Fest di questo anno Forlì, il quotidiano Repubblica ne aveva ospitato una recensione (8/10/15) e il manifesto un’intervista all’autrice (22/10/15).

Ravensbrück, unico lager nazista destinato appositamente alle donne, è meno conosciuto di altri campi che sono diventati simboli dell’universo concentrazionario e sinonimi di sterminio, ma fa un effetto straniante sentirne parlare senza accenno al fatto che vi sono state rinchiuse quasi un migliaio di donne italiane, per la maggior parte deportate politiche.

Tuttavia è quello che è accaduto a Forlì, dove la presentazione del libro della Helm è stata fatta senza richiami al contesto italiano, assecondando la discutibile scelta editoriale della Newton Compton, che tende a presentare il libro come la scoperta di qualcosa di cui non si sapeva nulla, come recita la fascetta: “una storia di orrori tenuta nascosta per 70 anni”, che probabilmente non rende giustizia neppure all’autrice.

Anche per Ravensbrück quello che sappiamo lo dobbiamo in primo luogo alle sopravvissute e alla loro voglia di testimoniare e documentare, anche in nome di quelle che non c’erano più. Esistono studi storici, testi antologici, testimonianze di deportate di altre nazionalità tradotte in italiano, album fotografici (come il recente Ravensbrück di Ambra Laurenzi, nipote e figlia di deportate), video testimonianze e film. Tra le sopravvissute italiane che hanno dato parola pubblica alla propria esperienza ci sono:

Maria Arata Massariello, Il ponte dei corvi: diario di una deportata a Ravensbrück, 1978

Lidia Beccaria Rolfi, Anna Maria Bruzzone, Le donne di Ravensbrück: testimonianze di deportate politiche italiane, 1976

Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück, 1945: un drammatico ritorno alla libertà, 2003

Anna Cherchi, La parola libertà: ricordando Ravensbrück, 2004

Isa Desandrè in Maria Pia Simonetti, Vita di donne- Isa Desandrè, 1995

Fausta Finzi, A riveder le stelle: la lunga marcia di un gruppo di donne dal lager di Ravensbrück a Lubecca, 1979

Ida Marcheria in Aldo Pavia, Antonella Tiburzi, Non perdonerò mai, 2006

Maria Camilla Pallavicino di Ceva e di Priola, Non perdere la speranza: la storia di due sorelle in lager, 2009

Nora Pincherle, Come amare le viole del pensiero? Dio non c’era a Ravensbrück, 2007

Savina Rupel in Marco Coslovich, Storia di Savina: testimonianza di una madre deportata, 2006

Mi pare che non ricordare che già esistono parole di donne riuscite faticosamente a sopravvivere e a rielaborare la loro tragica esperienza faccia scadere un’occasione di ulteriore conoscenza a momento di consumo per promuovere le vendite, nel quale le donne ritornano ad essere ancora strumentalmente oggetti.

A conclusione dell’incontro di Forlì, un paio di interventi dal pubblico, tra cui il mio, volevano ricordare le deportate italiane, ma i relatori hanno chiesto di tagliare e abbiamo potuto pronunciare appena qualche nome; Sarah Helm si è mostrata invece piacevolmente sorpresa e ha dichiarato di non conoscere il contesto italiano.

È vero che all’estero la storia delle deportate italiane, minoranza numerica nel campo, quasi mai è conosciuta, che ogni paese ha dato (poco) spazio soprattutto alla memoria delle proprie deportate, trascurando quelle di altre nazionalità, che gli studi americani si sono interessati a Ravensbrück soprattutto per la parte di presenza ebraica. Ma c’è una memoria comune da costruire, che ricomprenda la molteplicità delle esperienze vissute da 130 mila donne che appartenevano a 40 nazioni.

Alcune hanno già iniziato l’opera di tessitura: penso al bellissimo film Present Past di Anet van Barneveld e Annemarie Strijbosch (1994) che ha per protagoniste cinque donne di differenti nazionalità, tra cui anche Lidia Beccaria Rolfi; o al progetto artistico di Pat Binder Stimmen aus Ravensbrück/Voices from Ravensbrück (http://pat-binder.de/ravensbrueck/en/home.html), che mostrando poesie e disegni delle deportate è un omaggio alla loro forza e creatività.

 

 

(www.libreriadelledonne.it 13/11/2015)

di Daniele Biaggi

 

Chirù ha 18 anni, vive a Cagliari e ha un profilo facebook. È un ragazzo pieno di vita, più di quella che ci si aspetterebbe da un personaggio fittizio. Chirù, infatti, è il protagonista del nuovo romanzo di Michela Murgia (Chirù, Einaudi Editore), scrittrice sarda vincitrice del premio Campiello 2010.

Murgia è una narratrice: lo è al punto tale da non riuscire a imprigionare le sue creature all’interno della pagina, permettendo loro di vivere una vita che superi lo spazio del racconto.

Quello che ha fatto è semplicissimo, tanto da chiedersi come mai nessuno ci avesse pensato prima: nelle settimane precedenti l’uscita del romanzo, ha donato una prima vita a Chirù, creandogli un profilo Facebook, un Tumblr e un account Spreaker. Non solo, non bastava: ha ingaggiato i suoi follower/futuri lettori, grazie a quella che potremmo definire una call to action letteraria, seminando oggetti dimenticati dal protagonista per la città, chiedendo di inviare libri che lo consolassero da ferite d’amore e postando continui aggiornamenti sui suoi spostamenti.

Ha rotto insomma un’incomunicabilità, intrinseca nella finzione letteraria, tra personaggi e lettore.

Tanto semplice l’idea, tanto complesse le implicazioni a livello letterario ed editoriale, che ci hanno spinto a contattarla per scambiare quattro chiacchiere riguardo la questione.

 

Innanzitutto, quando e come è nata l’idea?

A luglio scorso, il giorno dopo aver consegnato la stesura definitiva del romanzo, non avevo esaurito la spinta narrativa. Sentivo che la voce di Chirù diciottenne aveva un respiro proprio, ma che non erano le pagine del romanzo il posto in cui poteva esprimerla. Così ho aperto una pagina Fb e ho iniziato a scrivere dei post come se fosse lui medesimo a muoversi sulla bacheca. Poiché nessuno ne era a conoscenza, è rimasto senza amici fino alla prima settimana di ottobre.

 

Una delle regole auree della letteratura sancisce l’incomunicabilità tra lettore e personaggio, cosa che ha in un certo senso violato e che aumenta il livello di sospensione dell’incredulità. Come spiega il superamento di questa barriera?

La barriera in realtà è apparente, perché anche Facebook è uno spazio narrativo. La sequenza dei post degli utenti sulla bacheca si chiama timeline, ma se si chiamasse storyboard sarebbe ancora più chiaro che la scelta dei contenuti – testo, foto, video, emoticons – risponde a una volontà narrante. Sui social siamo tutti allo stesso tempo lettori, narratori e personaggi.

Il lettore viene a conoscenza di particolari successivi a un evento, prima di aver conosciuto l’evento stesso raccontato nel romanzo. È una rivoluzione letteraria a livello del patto narrativo con il lettore, ne è consapevole?

Che la storia non si esaurisca nella carta è una cosa vera da sempre, considerato che non è sulla carta che è cominciata. La narrazione comincia nel mondo dell’oralità, la carta è un’evoluzione molto tardiva e gli strumenti narrativi tecnologici raccolgono lo stesso testimone, lo stessoc’era una volta” partito da un cerchio di persone intorno a un fuoco e a un trovatore centinaia di anni fa. Il patto non cambia: si espande.

 

Superato il limite, si potrebbe delegittimare il potere della carta stampata. È, in parte, il riconoscimento che nella società di oggi il libro non ha più un fascino sufficiente per certi lettori?

In un paese dove 6 italiani su 10 non leggono nemmeno un libro l’anno e dove il 46% è considerato analfabeta funzionale, la delegittimazione della carta è già certificata: chi scrive libri per mestiere è consapevole di farlo per un’élite in via di estinzione. La sfida dei narratori futuri è anche quella di capire come i nuovi sistemi di organizzazione del linguaggio e dei contenuti possono salvare le storie, anche se si perde la carta.

 

Possibile che una soluzione alla crisi di lettura in Italia si possa trovare proprio grazie a una narrazione crossmediale che coinvolga più mezzi di comunicazione?

L’informazione si è posta il problema molto prima e, pur non avendo smesso di uscire in edicola, si muove da tempo sulla rete nell’ottica del mobile first. Non riguarda la mia generazione, già vecchia, ma i millennial. I ventenni di domani hanno bisogno di storie quanto noi, ma i luoghi in cui le trovano somigliano ai nostri quanto un chicco di grano somiglia a una spiga, e non è detto che sia peggio. Gli spazi fortemente connettivi in cui loro si muovono con naturalezza ci dicono una verità che la retorica dello scrittore solitario ci aveva per anni indotti a negare: la narrazione è prima di tutto relazione.

 

Questo comporta una preparazione impartita dall’autore nei confronti dei suoi futuri lettori, creando un narratario ideale della storia.Per esempio, Chirù è appassionato di musica, lo si vede nei suoi post, e in questo modo i lettori avranno una maggiore consapevolezza. Possiamo definirla una facilitazione per l’autore?

Credo che l’autore si esponga al contrario a un rischio notevolissimo. Chi ha vissuto l’esperienza multimediale del prequel su Fb si approccerà al libro con un’idea del personaggio Chirù che il lettore tradizionale non avrà. Leggeranno due libri diversi, non solo perché tutti i lettori sono diversi, ma perché la partenza avviene da blocchi sfalsati. Per gli utenti di Facebook, Chirù non è un misterioso estraneo raccontato da una voce amica, ma un amico che incontra una misteriosa estranea. Al digital divide corrisponde in questo caso anche un divario letterario.

 

È una storia in fieri, potenzialmente infinita: se e quando si dice basta?

Dire basta spetta al lettore. Quando cessa la sua disponibilità alla relazione, la narrazione è finita. Non sono mai stata il tipo di autrice che scrive per se stessa”.

 

(www.wired.it, 12 novembre 2015)

Hedy Lamarr, bellezza e inventrice protagonista del Novecento, è l’elegante doodle di Google di lunedì 9 novembre

Hedy Lamarr, il doodle di Google del 9 novembre

È la musa fatale, la diva e inventrice Hedy Lamarr la protagonista del doodle di Google di oggi. Ricorrono, per l’esattezza, i 101 anni della sua nascita (1914). Una donna amata per la sua avvenenza e per la sua mente sopraffina, alla quale Google come detto ha dedicato un doodle animato (un video) che porta la firma di Jennifer Hom.

IL WI-FI -Ma cosa ha inventato la bellissima Hedy? Semplicemente il wi-fi. Ovvero il frequency hopping spread spectrum, sistema di guida radio dei siluri che poi è alla base della moderna telefonia mobile. Il riconoscimento per questa invenzione arrivò solo nel 1997, quando la Lamarr aveva 83 anni. Le venne consegnato il Pioneer Award, premio che in passato era stato assegnato anche a Vinton Cerf, informatico considerato uno dei padri di internet. Hedy Lamarr, ai tempi snobbata, ebbe la sua rivincita quando la tecnica da lei inventata venne adottata dagli Usa come sistema di comunicazione sulle navi impegnate nel blocco di Cuba.

LA BIOGRAFIA – Hedy Lamarr era il nome d’arte dell’attrice austriaca naturalizzata Hedwig Eva Kiesler (Vienna 1913 – Attamonte Springs, Florida 2000). In Europa, e non solo, suscitò scandalo per una sequenza del suo film Estasi (1933) di Gustav Machaty, in cui compariva completamente senza vestiti. La scena era stata ripresa con l’inganno dal regista. Nel 1938 si trasferì negli Usa, divenne famosa e interpretò moltissimi film fino agli anni ’50. I più famosi: Un’americana nella Casbah (1938), Disonorata (1947), Sansone e Dalila (1949)


(www.quotidiano.net, 9/11/2015)

Il ministero della salute ha presentato la relazione annuale sull’applicazione della legge 194. Per la prima volta le interruzioni volontarie di gravidanza registrate scendono sotto le 100 mila. Ma qual è lo stato dell’accesso ai servizi e del diritto alla salute?

 

di Claudia Bruno

 

Per la prima volta in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è inferiore a 100.000. A riportarlo è la relazione del ministero della salute appena presentata in Parlamento e relativa all’attuazione della legge 194 del 1978 nel nostro paese. Nel 2014, si legge nel rapporto, sono state notificate dalle regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5.1% rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi), e un dimezzamento rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto di interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro paese. Il tasso di abortività [1], che nel 2013 si registra al 7,6 per 1000 rimane tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati. Dati, questi, che andrebbero però tenuti insieme alla quantificazione degli aborti clandestini. L’Istituto Superiore di Sanità ne ha fatto una stima inclusa tra i 12.000 e i 15.000 casi per il 2012, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di cifre comunque sempre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell’accesso ai servizi.

Lo stato dell’obiezione di coscienza e dell’accesso ai servizi

I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi  – a obiettare sono il 70.0%, cioè più di due su tre – un dato che tende a stabilizzarsi dopo il notevole aumento degli ultimi anni. Il rapporto ha osservato poi un ulteriore incremento di obiettori tra il personale non medico, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013. Le maggiori differenze si riscontrano a livello regionale. I picchi sono al centro sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all’80%: in Molise (93.3%), nella provincia autonoma di Bolzano (92.9%), in Basilicata (90.2%), in Sicilia (87.6%), in Puglia (86.1%), in Campania (81.8%), nel Lazio e in Abruzzo (80.7%). Per il personale non medico i valori impennano in Molise (89.9%) e in Sicilia (85.2%). L’obiezione continua ad essere maggiore all’interno delle strutture ospedaliere rispetto ai consultori, dove pure è presente.

Cosa significano questi dati in termini di accesso ai servizi e diritto alla salute? La relazione mette in luce che per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi, perché ogni non obiettore in media si ritrova ad effettuare 1,6 interruzioni a settimana, e in ogni caso un non obiettore non arriva mai alle 10 interruzioni a settimana. Dall’analisi del ministero emerge poi che non c’è correlazione fra numero di obiettori e tempi di attesa, e che in media l’aumento degli obiettori in sei anni è coinciso con una diminuzione dei tempi d’attesa.

Secondo la ministra Beatrice Lorenzin, che ha firmato il documento, le difficoltà nell’accesso ai servizi “sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie rilevate nella relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte a singole strutture“.

Ma se è vero che a fare la differenza tra buona e cattiva applicazione della legge 194 sono proprio i singoli ospedali, allora va considerato che quattro ospedali pubblici su dieci di fatto non la applicano. Dalla relazione emerge infatti che nel 2013 a livello nazionale il numero totale delle strutture che effettuano le IVG corrisponde solo al 60% del totale delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia (era il 64% nel 2012). A livello regionale, risulta poi che in due casi, relativi a regioni molto piccole, è presente un numero di strutture disponibili inferiore addirittura al 30%.

La legge però prevede il diritto di obiezione solo per i singoli medici, non per intere strutture, significa che ognuna di queste dovrebbe essere in grado di garantire comunque il servizio.

Quali donne, quali interruzioni

Le donne che ricorrono più spesso all’interruzione volontaria di gravidanza hanno un’età compresa tra i 20 e i 29 anni. Inoltre, soprattutto negli ultimi dieci anni è aumentato il peso delle cittadine straniere. Questo, spiega la relazione “sia come conseguenza della loro maggiore presenza che del loro maggiore ricorso all’aborto rispetto alle donne italiane”. Proprio a carico delle straniere si registra un terzo delle IVG totali in Italia (il 34.0% nel 2013, nel 1995 era il 7%), con un tasso di abortività del 19 per 1000, corrispondente a una tendenza tre volte maggiore in generale, e quattro volte per le più giovani.

L’intervento più utilizzato resta quello chirurgico (la tecnica di Karman nel 59,0% dei casi, seguita dall’isterosuzione  nel 16.6%), lasciando uno spazio del 9,7% al metodo farmacologico (nel 2012 era stato adoperato nell’8.5% dei casi). Il poco spazio che questo metodo ha trovato all’interno del sistema sanitario nazionale è stato accompagnato dal proliferare di siti internet che vendono farmaci per l’interruzione di gravidanza compresi siti che pubblicizzano in modo ingannevole e vendono “kit per l’aborto”. Su questo punto la ministra Lorenzin è intervenuta alla Camera per rispondere alle interrogazioni parlamentari sui rischi connessi al fenomeno. La ministra ha evidenziato che per quanto riguarda i siti che vendono medicinali online, – in base al recente decreto legislativo n.17 del 2014 – le farmacie online autorizzate devono essere riconoscibili e distinguibili da quelle illegali attraverso il logo comune, un bollino di sicurezza condiviso e coerente a livello europeo, rilasciato dal ministero della salute. Inoltre, ha ribadito il suo impegno personale perché la normativa del 2014 contemplasse anche l’oscuramento dei siti non autorizzati che vendono online medicinali che richiedono la prescrizione medica.

Verso una piena applicazione della legge

Le modalità̀ di applicazione della legge, ricorda la relazione, dipendono sostanzialmente dall’organizzazione regionale. Per quanto riguarda la responsabilità delle strutture, la ministra nel documento ricorda che secondo quanto indicato dalla legge “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art.7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5,7 e 8. Il controllo e la garanzia che ciò si verifichi è affidato alle regioni”. E in ogni caso, ricorda sempre Lorenzin, il personale delle strutture deve ricordare che “l’obiezione di coscienza non esonera dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.

A proposito della piena applicazione della 194, ricordiamo che proprio a marzo di quest’anno il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione Tarabella, il testo insiste sul fatto che “le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”. Un passo importante, che dovrebbe tradursi per l’Italia nella piena applicazione del testo di legge, arginando il fenomeno dell’obiezione di coscienza in modo che sia sempre possibile avere accesso al servizio in ogni struttura.

Rispetto a questo, nella relazione appena presentata, la ministra Lorenzin, ha invitato le regioni ad approfondire il monitoraggio dei dati relativi all’IVG e ha reso noto che proprio per affinare i dati raccolti con l’obiettivo di monitorare l’applicazione della legge, il ministero ha finanziato un progetto della durata di un anno che sarà coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. Il progetto, che si svolgerà entro la primavera prossima, prevede che “vengano esaminate insieme ai referenti regionali le criticità presenti a livello locale per quanto riguarda la raccolta dati e l’applicazione della legge, e che vengano realizzati incontri formativi per i referenti regionali sulle tecniche di controllo dei dati, sulla stima del bisogno a livello locale e sulle principali criticità emerse”.

NOTE

[1] Numero delle interruzioni per 1000 donne tra i 15 e i 49 anni



(www.ingenere.it, 7/11/2015)

di Luisa Muraro

Leggendo la Relazione finale del Sinodo (L’Osservatore Romano 26-27 ott. 2015) mi sono chiesta: come incide su questo testo la composizione solo maschile dell’autorità religiosa che l’ha prodotto? Intendo: come e quanto conta nel testo prodotto, ma anche: come e quanto conta nella sua ricezione?

Vorrei evitare risposte sommarie e dire piuttosto quello che risulta dal mio punto di vista.

Da molto tempo trovo difficile accettare un’autorità solo maschile che non intende rompere con questo esclusivismo e non riesce neanche a introdurre delle correzioni significative. Purtroppo, com’è stato già sottolineato, non si è cercato di farlo neanche in occasione di questo sinodo che aveva un tema, la famiglia, del quale non si può sensatamente parlare senza la competenza e l’autorità delle donne.

Che ci sia autorità, secondo me, è bene, e all’autorità religiosa riconosco l’indipendenza simbolica dai mezzi del potere, sia pure intaccata da compromessi e complicità. Hannah Arendt porta la Chiesa cattolica come un esempio di esercizio dell’autorità che non si confonde con quello del potere.

Ma c’è qualcosa che non va. Il sacerdozio negato alle donne? Sì e no. Non principalmente, secondo me, non quanto il permanere di una casta religiosa, per giunta solo maschile, che inevitabilmente produce un vero e proprio potere religioso.

Ma, bisogna chiedersi, come possa, in concreto, modificarsi una grande tradizione che è il prodotto di secoli di storia in cui ha prevalso, in bene e in male, una visione centrata sull’uomo di sesso maschile. La cosa sembra chiedere tempi così lunghi da non poter impedire le derive sempre più visibili di una civiltà morta, quella patriarcale.

La risposta non è aumentare la presenza di donne in certe cariche e posti, perché non é, e non deve diventare, una questione di quote di potere. È questione di dar vita a quell’autorità che gli uomini, esclusa la madre, non sentono nelle donne e che queste, troppo spesso, esitano ad assumere.

Leggendo la Relazione, ho visto qualcosa che potrebbe essere un inizio promettente di cambiamento.

Arrivata alla Conclusione, il suo linguaggio si modifica. Dice: “Nel corso di quest’Assembea, noi Padri sinodali, riuniti intorno a Papa Francesco, abbiamo sperimentato la tenerezza e la preghiera di tutta la Chiesa” e così via. E termina con la richiesta fatta al papa di dire la sua (detto in maniera meno sbrigativa, s’intende).

Risaltano due punti.

Quello più evidente è la preoccupazione dei partecipanti di mostrarsi uniti. Hanno discusso, sono emersi contrasti su singoli punti e su scelte di fondo, ma la divisione non è definitiva, non ci sarà uno scisma (si spera).

In quest’occasione, come in tante altre, salta agli occhi una costatazione e cioè che gli uomini tendono a fare Uno. Questa tendenza, sappiamo, li ha portati a fare e dire cose discutibili, come una forma di sovranità statale troppo assoluta, che ostacola le relazioni internazionali. Oppure, fino a un recente passato, una patria potestà dispotica sulle donne e sui giovani della famiglia.

La storia è costellata di esempi di questa potente inclinazione simbolica maschile. Che, per se stessa, quando trova i suoi giusti limiti, non sarebbe deleteria, anzi, per esempio aiuta a vincere l’odio di parte.

Oltre a questa capacità, il Sinodo ha mostrato un altro aspetto della differenza maschile, minore ma in sé positivo: agli uomini piace stare tra loro senza donne. Perché no, se non fanno torto ad altri?

Anche a me e a tante altre piace stare tra noi senza uomini di mezzo.

Con la differenza che noi, per poterlo fare liberamente, abbiamo combattuto. Bisognava farlo: uscire dall’isolamento domestico, coltivare alleanze e amicizie con altre donne, era e ed è necessario per uscire dalla subordinazione al maschile. Abbiamo combattuto con mezzi già a disposizione, ma anche e soprattutto con invenzioni originali. Fra queste c’è il linguaggio del partire da sé in relazione con altre per significare un’esperienza originale femminile che non era dicibile con i criteri del vero/falso a disposizione.

Torno al linguaggio della Conclusione. Il secondo punto, meno appariscente ma più nuovo e importante, è proprio il partire da sé. Nella Conclusione, infatti, compare un “noi” prima assente dal testo. Il “noi” si usa molto nel linguaggio ecclesiastico, ma ha un significato convenzionale. Questo invece è un vero “noi”, riguarda quegli uomini lì in quel contesto e comunica il loro sollievo di trovarsi d’accordo nel riconoscere il primato del vescovo di Roma, dopo giorni di un difficile confronto e alla fine di un testo tutt’altro che unitario. E lo esprime con un linguaggio affettuoso.

Questo affiorare della soggettività in un testo istituzionale, lo attribuisco all’esempio e all’insegnamento di papa Francesco. E porta con sé la promessa di una presa di coscienza maschile.

Se io, d’altra parte, ho potuto captarlo, questo lo devo a una scoperta fatta dal movimento delle donne e approfondita con il pensiero della differenza sessuale, scoperta che mi ha orientata in filosofia.

Attingere al vero e dirlo, era nel programma della filosofia di una volta; quella di oggi lo considera, non senza motivo, presuntuoso o insensato.

Dall’esperienza femminista io ho imparato a uscire da quest’alternativa. Si può affinare l’ascolto e udire, talvolta, la voce della verità, e riconoscerla. La rispondenza delle parole al contesto e al vissuto non le rende per questo prive di valore veritativo, anzi. La verità soggettiva è più vera di quella oggettiva, perché viene dall’intimo, che è il suo luogo sorgivo, generata da esseri umani in rapporto sensibile con l’universo. E parla nel qui e ora di una situazione qualsiasi riuscendo a farsi udire nel frastuono di questo mondo.

 

(www.libreriadelledonne.it 7/11/2015)

 

 

Buon giorno a tutte voi, Donne della Libreria
sono Caterina, una donna di sessantadue anni che si è avvicinata a voi in età giovanile.
La mia relazione con la Libreria si è intensificata dal 2007, anno in cui sono entrata a far parte della Casa delle Donne come operatrice prima e responsabile poi dell’accoglienza.
Ora faccio parte della Cooperativa “i sei petali” che vede realizzarsi il sogno della Casa ovvero il cambiamento delle donne che da una situazione di disagio diventano imprenditrici e si realizzano anche in ambito lavorativo. Devo molto alle Donne della Libreria che mi hanno più volte illuminata sulla pratica politica delle donne e sulla relazione tra donne.
Sabato scorso ho partecipato alla presentazione del libro di Annie Leclerc
e sono rimasta sconcertata. Ebbene sì, non mi aspettavo che proprio in questo Luogo si potessero comunicare pensieri che sono forieri di non amore per le donne. Se amiamo le donne e con le donne siamo in una relazione “vera” non possiamo parlare di complicità col violento. E’ una posizione ambigua, pericolosa contro la quale ho lavorato quotidianamente in tutti questi anni.
Fiduciosa in una riflessione e un cambiamento di pensiero a tal proposito, vi auguro una buona giornata.
Caterina folli

Vi lascio il mio indirizzo di posta elettronica:
follicaterina@gmail.com

 

(www.libreriadelledonne.it 7/11/2015)

Fondata nel 1975 in un negozio vicino al Duomo oggi festeggia un’avventura ancora “sovversiva”

di Anna Bandettini

“Ma esiste una scrittura femminile? Esiste una letteratura delle donne? C’è un linguaggio che racconta l’esperienza delle donne?”. Le domande di Lia, Rosaria, Marina, Luciana, Ester, allora ragazze, affollavano quarant’anni fa gli incontri della domenica mattina, quando si riunivano per raccontarsi i romanzi delle scrittrici appena letti, si scambiavano i libri, parlavano di scoperte o riscoperte di autrici come Jane Austen, Virginia Woolf. È dalla memoria lontana di quel gruppo, circa quindici donne, che emerge la nascita di un luogo simbolo di Milano che ha fatto la storia anche fuori Milano.

La Libreria delle Donne, il primo spazio pubblico italiano dedicato alla cultura e al sapere delle donne, compie 40 anni e locali di via Calvi 29, quattro vetrine destinate a ingrandirsi, si sono ritrovate amiche, lettrici e lettori, per festeggiare il valore di un’avventura ancora sovversiva, non solo negozio di libri “for ladies only”, ma ritrovo, circolo culturale, laboratorio di pratica politica. Due grandi sale, una parte con sedie e divani (è la sala del Circolo della Rosa), un’altra con gli scaffali dei libri e le sedie da cinema nere vicino alla cassa, una veranda-giardino, un soppalco per gli uffici.

Qui generazioni di femministe si sono riunite e incontrate, hanno trascorso serate conviviali – perché c’è anche una cucina e un libro documenta la gastronomia femminile – hanno discusso e sviluppato il “pensiero della differenza” (rivendica non la parità, ma la differenza delle donne) e la “pratica della relazione” cioè il parlare tra sé, hanno ripensato il lavoro, la scuola, la storia. E avviato pubblicazioni, editato due riviste (Via Dogana e Aspirina), prodotto e proiettato film per e sulle donne.

L’avventura parte da lontano: dal 15 ottobre del 1975 e da via Dogana a due passi dal Duomo, in un negozio preso in affitto dal Comune con una colletta da un gruppo di donne riunite nella cooperativa “Sibilla Aleramo”. L’idea era di creare uno spazio del sapere femminile e farne un bene collettivo. “I libri – ricorda Lia Cigarini, una delle fondatrici – occupavano solo due pareti”.

Oggi – dal 2001 la Libreria è in via Calvi – ce n’è più di 10mila, oltre 3mila autrici da Virginia Woolf a Antonia Pozzi, più un fondo di testi esauriti e introvabili. Si continuano a fare i turni per la gestione, chi sta alla cassa, chi apre e chi chiude, e c’è chi come Renata Dionigi lo fa da 30 anni, chi progetta incontri e riflessioni, la Cigarini, Luisa Muraro, Pinuccia Barbieri, Serena Fuart, Clara Jourdan, le “giovani” Sara Gandini e Laura Colombo che curano il sito (www.libreriadelledonne.it). Perché il percorso continua, la Libreria significa ancora studiare, scrivere incontrarsi, esplorare; e anche se secondo alcuni “le femministe” lo fanno nel gergo un po’ insopportabile degli iniziati, anche se molte altre associazioni
e realtà femminili sono nate, in questi 40 anni da qui molte cose sono cambiate, specie l’atteggiamento “fuori”: gli editori pubblicano più libri di donne, gli uomini ne leggono di più, la politica ne parla di più. Si sono aperti più spiragli dove “svelare il senso dello stare al mondo”. Perché, come dicono alla Libreria “le donne hanno il bel vizio di non pensare solo per sé, ma anche per gli altri”.


(Repubblica, 7/11/2015)

di Marina Cosi

Adele Cambria non c’è più, per il giornalismo e per un importante pezzo di storia del femminismo italiani. Se n’è andata nella notte, come ha annunciato il figlio Luciano Valli. Per noi, in particolare, se n’è andata una delle nostre Grandi Madri. Che detto così può far sorridere chi ha avuto modo di conoscerla di persona, visto che fisicamente era molto piccola, un corpo minuto ma con un altissimo concentrato di energia, di intelligenza e di curiosità.

È stata una testarda testimone del diritto, anzi del dovere di ogni donna di essere libera. Partendo da sé. Calabrese, scuole superiori di qua dallo Stretto e università al di là, a Messina: appena acchiappò la laurea, per inciso con un 110 e lode in giurisprudenza, fuggì a Roma.

Era il 1953 e il verbo fuggire lo usava lei, ne sono testimone.

Amava la sua terra ma trovava intollerabile l’oppressione femminile e così la battaglia per la propria libertà la trasformò in una battaglia di libertà per tutte le persone del suo stesso sesso, utilizzando la parola ed il gesto in tutte le loro forme: giornalismo, libri, cinema, teatro, televisione… E presto ebbe la bella occasione di debuttare in un quotidiano innovativo e coraggioso appena nato, il Giorno, fatto da gente come lei: diretto da un accademico medico e da un conte e successivamente diretto da un partigiano e finanziato da un altro partigiano.

Ci lavorò a lungo, la ricordo in redazione, in una delle sue puntate a Milano, ancora nei primissimi anni ’80. Aveva già alle spalle la vicenda di Lotta Continua, direttrice (solo) responsabile trascinata in giudizio dopo l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, così come già aveva scritto e scriveva per altri, fra cui Il Mondo, Paese Sera, La Stampa, Il Messaggero, L’Europeo, L’Espresso, il Diario, l’Unità.

Dall’Unità venne cacciata ma non fu il solo divorzio, tanto che ironicamente titolò un suo libro di memorie “Nove dimissioni e mezzo”. Come a molte colleghe le capitò di “dover” scrivere sotto pseudonimo maschile e così Adele fu Leone Paganini per il Mondo di Pannunzio.

Parallelamente si svolgeva la sua battaglia femminista. Mai però su posizioni estreme, come pure in politica dove fu radicale e socialista. Rifletteva, si confrontava e ne scriveva molto. Aveva anche sul tema una biblioteca sterminata, destinata ora alla Casa internazionale delle Donne. Collaborò a lungo con  Noi donne e  diresse Effe, la prima importante rivista femminista italiana. Fu per inciso amica di Pasolini, altro spirito inquieto, e recitò in tre suoi film. Insomma l’elenco dei suoi libri ed opere teatrali, delle trasmissioni in Rai e a la7, del teatro Maddalena fondato, delle battaglie combattute lo troverete facilmente su tutti i giornali.

Ma quello che ci preme qui ricordare è il ruolo nella crescita di consapevolezza avuto per una intera generazione di lettrici nonché il ruolo di modello per molte giornaliste che si affacciavano alla professione. Una Grande Madre, come furono in molte; cito solo Camilla Cederna, Irene Brin e prima ancora Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, giù giù sino ad Eleonora Fonseca Pimentel e Cristina di Belgiojoso.

La fonte dell’articolo è Giulia, il network delle giornaliste italiane

di Manuela Gandini

Quindici anni fa la libreria delle donne di Milano si trasferisce da via Dogana a via Pietro Calvi. La sede, che aveva già macinato allora 25 anni di storia femminista, continua a essere luogo politico di incontri e relazioni intessute di arte poesia letteratura discussione. Corrado Levi, artista e scrittore tra i fondatori del F.U.O.R.I., nel 2001 inventa la Quarta vetrina per la libreria, cioè una vetrina dedicata all’arte, coordinata da Donatella Franchi e curata da lui. Il luogo, vivace e colorato, accogliente, con comode poltrone per le conferenze alle quali seguono succulente cene, è pieno di energia relazionale. In questo clima, per il quarantesimo anniversario della libreria che cade il 7 novembre, si è inaugurato un nuovo ciclo di mostre in vetrina curate da Francesca Pasini. La prima è di Marta Dell’Angelo.

Nella quarta vetrina, una selva di braccia femminili si alza verso il cielo come a reggere un architrave. L’opera s’intitola Cariatidi, (2007). «Queste cariatidi non sono isolate e non sostengono nulla – spiega la curatrice – ma hanno lo slancio delle braccia verso l’alto, uno sforzo verso un’idea di libertà». Nella pratica artistica di Dell’Angelo, la relazione con il contesto, ossia gli abitanti di un quartiere o di una comunità, è il fondamento dal quale nascono insiemi di forme. L’artista ha chiesto a donne di quindici etnie diverse e di età variabili di posare per lei a braccia nude e tutte hanno accettato di far parte dell’opera. «I lavori – ha dichiarato l’artista – nascono da soli anche un po’ per caso. La costante visibile nel tempo sono gli oggetti e come li muovo nello spazio. E la caratteristica è “l’ammasso” perché da sole non si fa niente». L’idea di comunità e condivisione, che è alla radice della filosofia della libreria, è quella che caratterizza il lavoro di Dell’Angelo che elabora intrecci e contrappone gioiosità alla palude dei rapporti sociali ordinari. Le braccia sode e ben tornite delle donne, che mostrano la trama della loro pelle e – come ha osservato qualcuno dal pubblico – fanno intuire anche il sudore, sono il sostegno del cielo, forme mobili e dinamiche. L’artista, che in questo caso ha usato la fotografia e il collage, dipinge soprattutto donne, corpi nudi di donne, opere che parlano di amicizia come quella che ritrae due amiche accovacciate mentre, giù i pantaloni, fanno pipì per terra. Predilige il corpo femminile perché «quello delle donne è senza peli e senza ombre e meglio si presta all’astrazione, mentre il corpo maschile, con la presenza della peluria diffusa, non permette alla luce di scivolare sulle forme».

Oltre agli incontri con le singole artiste e la curatrice in programma per l’inaugurazione di ogni mostra a cadenza mensile, verrà prodotta una stampa dell’opera della quarta vetrina in dieci copie, come quando Luisa Muraro, Lia Cigarini e Corrado Levi, chiesero a Lea Vergine, nel 1975, di presentare una cartella di artiste donne. Ricorda la critica: «Rimango un po’ perplessa, scrivendo per la prima volta su nove artiste insieme, tra le quali Carla Accardi, Dadamaino, Amalia del Ponte, ma comincio a prender coscienza di separazioni terrificanti…». Così, poco dopo, decide «di vedere come si sono comportate le artiste che, all’interno dei gruppi d’avanguardia, avevano uno spazio parallelo e non erano mimetiche nei riguardi dei compagni». È il periodo nel quale l’arte diventa dispositivo di lotta e il proprio corpo il terreno di indagine. La marginalità dell’universo femminile è la marginalità di tutte le fasce deboli. Le donne artiste in quel momento trovano forza e senso nella ribellione: da un lato il corpo è divenire artistico, dall’altro è il luogo della battaglia e della rivendicazione. I cinquant’anni di presenza femminile nell’arte, contro i duemila di presenza maschile, hanno imposto la necessità di non pensarsi più neutre ma con la propria identificazione di genere.

Qual è oggi la vocazione di un luogo come la libreria delle donne? «Non c’è più l’energia politica collettiva – conclude Pasini –, qui non vieni per ribellarti ma perché c’è il supporto culturale per creare riflessioni e questo aiuta anche nell’interpretazione dell’arte. Cosa si può fare insieme? Ora la libreria è aperta anche agli uomini». Le prossime due mostre in programma sono di Alice Cattaneo (dicembre) e Concetta Modica (gennaio).


Marta Dell’Angelo

Cariatidi

Quarta Vetrina, Libreria delle Donne, Milano, sino al 9 dicembre


(www.alfabeta2.it, 6 novembre 2015)

di Donatella Massara


Sabato 31 ottobre, partecipando all’incontro di presentazione del libro Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, Malcor D’, 2015 al Circolo della Rosa, pensai che avrei potuto parlare di Djuna Barnes. Non l’ho fatto anche perché dopo un’ora e mezza l’incontro macinava ancora l’urgenza di interventi di presentazione e altri del pubblico che ne avevano la stessa pressante presa di responsabilità. Mi è parso, in quella situazione, non urgente ricordare questa grande scrittrice, l’ultima modernista, come è stata definita. Tuttavia, qui, mi prendo lo spazio per menzionarla. Ecco Djuna Barnes sarebbe stata una ragazzina, se non proprio una bambina, abusata. Djuna era stata data in “moglie”, con una cerimonia privata, a un amico di famiglia, molto più anziano di lei, a cui il padre l’aveva ceduta. “Iniziata come una vestale alla sua causa”, disse lei stessa. La causa sarebbe stata quella del libero amore. Ma può darsi che precedentemente l’abuso sia stato compiuto dal padre, come la scrittrice disse una sola volta parlando a un giornalista. Così dice una delle sue biografie.

Inizialmente quello che mi aveva attirato, di nuovo, verso la scrittrice americana, dopo avere conosciuto, negli anni ’80, la riedizione italiana di Bosco di notte, era stato il suo teatro. Ignoravo che avesse scritto vari atti brevi, facendo parte di un gruppo di avanguardia, i Provincetown Players, fra i quali c’era anche Eugene O’Neill. È stato dopo questa scoperta che ho indagato sulla sua biografia. Quello che mi aveva colpito nella vita di Djuna era la prima parte della sua vita, passata in una famiglia piuttosto fuori dalla norma, dove, secondo alcune delle sue biografe, si abusava sessualmente dei bambini. Era tutto molto lontano dalla norma quello che succedeva nella famiglia Barnes che perpetuava il cognome materno, quello della nonna Zelda, perché i figli quando la madre si era separata dal marito nonché padre degli stessi, avevano ripudiato il cognome paterno. Nonna Zelda adora la sua nipote Djuna, essendo lei stessa giornalista e scrittrice, le insegna a scrivere perché, come i fratelli, non andrà a scuola ma sarà istruita con le lezioni che si tengono in casa, suonando, leggendo a voce alta, scrivendo. La Barnes era una famiglia numerosa perché il padre di Djuna, figlio di Zelda, viveva con due mogli che avevano contemporaneamente fatto figli. L’unica femmina è Djuna. In casa si tenevano anche sedute spiritiche per evocare i grandi della storia e certamente c’era un atteggiamento molto disinvolto verso il sesso, perché a cominciare da nonna Zelda, si professava la dottrina del libero amore. Zelda che dorme con la nipote manda alla nipote adolescente delle divertenti lettere, accompagnate da strani disegni dove non esita a fare vedere due donne con i seni nudi accostati. Sono lettere che la scrittrice venderà, ormai anziana, avendo bisogno di soldi, insieme ai suoi manoscritti, a una università americana. Djuna, in quasi tutte le sue opere rielabora la storia di questa famiglia, in Ryder, il primo romanzo, anche tradotto in italiano, poi in qualcuno dei suoi splendidi racconti e anche nell’opera che l’ha resa più famosa Bosco di notte, dove, ormai emigrata a Parigi, racconta la storia d’amore con Thelma Woods. L’incontro in libreria mi ha fatto accostare l’opera di Annie Leclerc, che Laura Modini ha letto con la generosità del suo stile personalissimo di attrice-lettrice e che la puntuale presentazione di Luciana Tavernini, promotrice dell’incontro, e di Luiciana Piddiu, traduttrice, hanno spiegato. Addentrandosi sul tema della pedofilia, Lea Melandri, autrice dell’introduzione all’opera, afferma che è il silenzio che connota la violenza sessuale. È su questa “memoria del corpo” che lei ha lavorato, in molti suoi scritti, invitando le donne a trovarne le parole. Come dice Annie Leclerc, siamo soggetti perché confluiamo nella parola. Invece la pedofilia è esattamente quell’atto violento che cade, censurato, nel silenzio, anche se apparentemente accompagnato dall’amore, come probabilmente fu per Djuna Barnes. Perché nessuno ne vuole sentire parlare. Silenzio è appunto il titolo della bella pièce teatrale di una grande attrice di teatro, Patricia Zanco, e di Daniela Mattiuzzi che nel 2010, recensii per Donne e conoscenza storica. La pièce racconta i più di 50 casi di molestie sessuali verso allieve, oggi donne che hanno testimoniato, a distanza di decenni, contro il loro maestro di Belluno. Djuna Barnes uscendo da questo silenzio ha fatto un’opera meravigliosa e grandiosa dove la violenza è nascosta e mostrata, allo stesso tempo, sofferta e ridicolizzata, epicizzata e denunciata, inseguendo un ritmo che tocca il limite della bassezza, per risollevarsi verso il cielo dell’immaginazione. È lo stesso sforzo poetico che ha fatto Annie Leclerc. Così che non si sa quasi più quale sia il soggetto centrale del discorso, avendolo, inevitabilmente, chiaro. È la stessa, chiamiamola magia, che compie la scultrice Camille Claudel. Certo affatto bambina abusata, ma pur sempre un’innamorata ventenne di un maestro, Rodin, di quarantacinque, il quale – dopo quasi dieci anni di relazione amorosa, artistica e collaborativa – non la riconoscerà, non la capirà, né saprà contenere le spinte deliranti della sua personalità geniale. A quasi 50 anni, Camille Claudel viene chiusa in manicomio dalla madre, oltre che dal famoso fratello Paul e dalla sorella Louise, sicura che il suo internamento sia su ordine della “banda Rodin” che vuole rubarle le opere, e avvelenarla. Non ne uscirà più, a causa di questo perdurante “delirio” e dentro al manicomio morirà, dopo trentanni. Negli anni passati nell’atelier di Rodin e quando se ne separa, lavora a delle opere straordinarie. Una di queste è una rappresentazione realista della sua storia con Rodin e del legame di lui con la compagna Rose Beuret. Un uomo viene portato via da una donna vecchia mentre una giovane è in ginocchio, implorante che tenta di trattenerlo. Il titolo dell’opera è L’Âge mûr, “L’età matura”. Nonostante tutti noi possiamo vedere la storia veritiera di questi personaggi, nella scultura c’è l’allegoria del tempo della vita. È questa a lasciare il posto all’empatia sulla sofferenza che ha vissuto Camille, senza che mai smetta di avere evidenza il senso dell’opera che denuncia quello che in una storia particolare si ritrae per raffigurare un significato più generale.

Come Donne di parola, l’anno scorso abbiamo lavorato molto su Djuna Barnes, facendo confluire la nostra interpretazione in un lavoro teatrale di 60’, in 3 tempi, parzialmente riascoltabile sul nostro sito http://www.donnediparola.eu/index.php/letture/saggi/134-djuna-barnes-vita-e-teatro-1a-.html Il 1° e il 2° tempo, con altri materiali, sono stati poi da noi pubblicati in un librino Donne di parola (a cura di ), Djuna Barnes: vita e teatro, Book edizioni/Donne, Milano, 2015, in vendita alla Libreria delle donne. Il 1° tempo è dedicato alla vita di Djuna Barnes accompagnato, sulla scena teatrale, dalla proiezione di più di 100 immagini di archivio. Il terzo tempo è la rappresentazione di uno dei suoi testi teatrali, Maggie dei santi, dove all’interno di una chiesetta in riva al mare, una madre che è stata libertaria, diventata osservante, colloquia con una figlia rivoluzionaria che ha sempre fatto la serva della chiesa, la serva dei santi.

E il nostro prossimo spettacolo, nonché radiodramma, è dedicato alla scultrice francese, in Alla ricerca di Camille Claudel, (a cura di Donne di parola), Book edizioni/donne, 2015, in vendita alla Libreria delle donne.



(www.libreriadelledonne.it, 6 novembre 2015)

 

Segreteria nazionale ArciLesbica


La gesta­zione per altri (Gpa) è un tema che in Ita­lia non ha un’esistenza legale, ma abita i luo­ghi comuni della reto­rica. La Gpa, detta anche mater­nità sur­ro­gata o, in modo più popo­lare, utero in affitto, è una moda­lità di pro­crea­zione medi­cal­mente assi­stita per cui una donna porta a com­pi­mento una gra­vi­danza con l’esplicita inten­zione di non tenere il figlio al fine di darlo a coppie/persone che ne hanno fatto richiesta.

Nel dibat­tito con­tem­po­ra­neo si parla del fatto che gli uomini, gay, abbiano mono­po­liz­zato il tema della mater­nità sur­ro­gata. In realtà è una certa poli­tica, per lo più rea­zio­na­ria e con­ser­va­trice, che ricorre a que­sta defi­ni­zione, rele­gan­dola al solo mondo lgbt quando, invece la Gpa è una pra­tica a cui ricor­rono soprat­tutto le cop­pie ete­ro­ses­suali impos­si­bi­li­tate ad avere dei/delle figli.

Nel 2012 Arci­Le­sbica, al ter­mine del suo 6° con­gresso, ha defi­nito la pro­pria posi­zione sul tema, asse­rendo che la Gpa, se rea­liz­zata per soli­da­rietà, è altrui­stica, se si dà per un com­penso è com­mer­ciale. La Gpa può sus­si­stere nel momento in cui risulta essere un atto volon­ta­rio, per sot­to­li­neare que­sta volon­ta­rietà è neces­sa­ria la gra­tuità, anche eco­no­mica, del gesto.

La libertà del gesto sta nella sua gra­tuità, e la libertà delle donne sta nella con­sa­pe­vo­lezza che que­sto sia un tema molto com­plesso e com­po­sto da diverse sfac­cet­ta­ture, cui spetta un’analisi che non si riduca a: «Sì Gpa!» o «No Gpa»!». Non ridu­ciamo dun­que la gesta­zione per altri ad un a scelta che viene adita sul corpo delle donne. Il corpo è un mec­ca­ni­smo di fluidi, umori, ragioni, mate­ria: il corpo pensa. Il corpo di una donna che intra­prende il per­corso della gesta­zione per altri non porta mate­ria­li­sti­ca­mente solo un embrione den­tro di sé, non riduce la sua esi­stenza al desi­de­rio altrui; il corpo di una donna misura sé stesso nella rela­zione con i nove mesi di gesta­zione. E que­sto tempo non può essere deciso a priori da un con­tratto vin­co­lante e vincolato.

In nome di quel deter­mi­ni­smo che legit­tima la libertà fem­mi­nile, è neces­sa­rio con­sen­tire che una donna al ter­mine di una gra­vi­danza in sur­ro­gacy, scelga di assu­mere il ruolo di geni­tore gene­tico e quindi di affi­dare chi nascerà ad altri o di poter rece­dere dalla volontà ini­ziale e tenere quel figlio o quella figlia per sé.

In Ita­lia il ridu­zio­ni­smo stru­men­tale cui oggi assi­stiamo è un non senso, voluto per diso­rien­tare e mani­po­lare la coscienza civile. La Gpa è il richiamo costante di chi vuole negare il rico­no­sci­mento alle cop­pie dello stesso sesso di un/una fglio/a. È l’uso impro­prio di una deter­mi­nata aggres­sione cul­tu­rale e poli­tica, quella che decide di inse­gnarci il buo­ni­smo della ragione, in fun­zione di un pen­siero ete­ro­nor­mato. Dob­biamo saperlo dire: ridurre la que­stione a mera ogget­ti­vità, crea una gerar­chia gene­tica tra i sog­getti coin­volti e nega la dif­fe­renza tra il ruolo fem­mi­nile e maschile nella pro­crea­zione. Rico­no­scere il pri­mato fem­mi­nile rispetto al gene­rare è un dato che appar­tiene all’ordine delle cose ed è l’unica dif­fe­renza che non può non essere riconosciuta.

L’innovazione oggi, per far uscire il dibat­tito sulla Gpa dai luo­ghi comuni della reto­rica in cui rista­gna, deve essere quella in cui donne e uomini rico­no­scono l’unicità dell’azione pro­crea­tiva, le rica­dute esi­sten­ziali e fon­da­tive sui sog­getti e sui corpi coin­volti senza pre­ten­dere di con­fi­nare l’argomento alle leggi del mercato.


(il manifesto, 4/11/2015)

di Lucia Bellaspiga

«La tratta e la schiavitù sono già un crimine riconosciuto e condannato a livello internazionale, invece contro l’utero in affitto, la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne, bisogna combattere. Siamo ancora in tempo». Luisa Muraro, filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano, fondatrice a Milano nel 1975 della Libreria delle Donne, è persona difficile da circoscrivere: «Figura storica del femminismo? No, ho cominciato prima del femminismo, con il Comitato per la pace nel Vietnam, che fu iniziazione politica di molta gente della mia generazione, prima ancora del Sessantotto. Poi fondai un piccolo circolo dissidente dedicaito a Bernanos per il suo documento sulla guerra di Spagna. Infine l’incontro con femministe davvero storiche come Lia Cigarini e Carla Lonzi, e la nascita della Libreria delle Donne…».

Libreria delle Donne che non ha mai evitato gli argomenti scomodi. Oggi persino un tema poco esplorato o abilmente evitato dai più, come l’utero in affitto.
«Io ho sempre dato come scontata per i Paesi europei, almeno per quelli più antichi, una posizione di civiltà acquisita. Ora invece nulla è più scontato, a causa di questo fenomeno per cui si inventano “diritti” di tutti i tipi. Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere: finito il tempo delle grandi aggregazioni e dei partiti, è un nuovo modo di fare politica cercando consensi. L’utero in affitto si innesta in questa tendenza, anche se è nato prima, negli Usa, con gli effetti che sappiamo. È la strada attuale per lo sfruttamento del corpo delle donne».

Ha fatto scalpore l’intervista della femminista francese Sylviane Agacinski (Avvenire del 29 ottobre), che senza mezzi termini ha accostato i «ventri affittati» alla prostituzione.
«È esattamente così. Per combattere la prostituzione la legge Merlin funzionò benissimo fino a quando l’immigrazione dai Paesi poveri non diede il via alla massiccia importazione di donne, allettate con l’inganno proprio a causa della loro povertà. Allo stesso modo la pratica dell’utero in affitto prospera solo dove c’è miseria. La Francia – lo ha scritto anche Le Monde – risente molto di questo vero e proprio ritorno al colonialismo, con un movimento di francesi che si recano nelle ex colonie. È un colonialismo particolarmente inaccettabile, perché dalla vendita del suo corpo chi non trae alcun vantaggio è la donna».

Il 2 febbraio, ha annunciato la Agacinski, il Parlamento francese ospiterà una mobilitazione per l’abolizione universale di questa barbarie.
«Ero e resto convinta che, se la popolazione europea si esprimesse, sarebbe assolutamente contraria all’utero in affitto. Soprattutto
se fosse portata a conoscenza di come avviene e delle condizioni di schiavitù cui è sottoposta la vittima. A rischio però sono i nostri giovanissimi, portati a vederlo come un’espressione di libertà, “se quelle donne lo vogliono perché impedirglielo?”… A parte che non è mai una libera scelta, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio».

La nostra è una società attenta a rispettare alcuni diritti, in particolare della donna, eppure inspiegabilmente sorda di fronte a una forma di sfruttamento che rappresenta un evidente ritorno al passato. Perché non scatta questa indignazione? Perché anche chi è conscio della gravità preferisce tacere? Perché tanta paura a esprimersi?
«La causa è un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato al quale non ho mai aderito (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza. I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato. Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai
giovani».

Fino a tempi recentissimi, solo la Chiesa si è battuta in assoluta solitudine. Di recente anche il mondo femminista più attento ha smascherato l’inganno dell’utero in affitto come scelta libera, raccontando l’orrore e sposando le battaglie del mondo cristiano.
«Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Dobbiamo avere la semplicità di farlo. Quando dalle
due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante».

Che cosa risponde a chi, come Elton John, accusa di omofobia chi si oppone all’utero in affitto?
«Omofobia? E perché mai? Rispondo tre cose. Primo, la legge civile non ha da seguire pedissequamente i progressi tecnologici. Secondo, ci sono progressi tecnologici che sono costosissimi e rispondono alle esigenze di una esigua minoranza, e anche questa ingiustizia fa parte dell’iniqua distribuzione dei beni sulla terra. Ma soprattutto rispondo che non si può avere tutto, ci sono dei limiti dovuti alla realtà delle cose. La coppia omosessuale maschile è una coppia sterile per natura. I tentativi passati di impiantare uteri nei loro corpi sono ridicoli e mostruosi. L’invidia dell’uomo, già nota alla psicanalisi, verso la fertilità femminile va analizzata e superata. Semmai quello che io vedrei come
possibilità nelle legislazioni è che, se uno dei due è diventato padre e ha già l’affidamento dei figli, magari perché vedovo, possa farlo adottare anche dall’altro. La possibilità, però, non il diritto, lo dico e lo ripeto. I diritti non sono privilegi, tanto meno privilegi per soli ricchi».

Prima della strage di Parigi,“Charlie Hebdo” aveva pubblicato una vignetta in cui due abbienti gay passeggiavano con una schiava nera e incinta al guinzaglio.
«È troppo spinto, ci sono argomenti che non si prestano alla caricatura e questo è uno. Inoltre nella piaga dell’utero in affitto la questione della schiavitù viene dopo, la prima istanza è relazionale: tra una donna incinta e la sua creatura che va formandosi c’è una relazione che è uno dei valori più alti (Nietzsche, «tutto nella donna è un mistero e tutto nella donna ha una soluzione: essa si chiama gravidanza »). Così la schiavizzazione comporta proprio che le si tolga il figlio. Perché infatti avviene solo nei Paesi poveri? Perché negli Usa, dove sarebbe lecito farlo, alla madre che tornasse sui suoi passi e pretendesse suo figlio i giudici darebbero ragione. Nella miseria di quei Paesi lontani, invece, non c’è nessuno che difenderebbe quelle donne, nemmeno le loro stesse famiglie, i genitori e i mariti, che campano sul loro ventre venduto.


(Avvenire, 4 novembre 2015)