di Pinella Leocata

 

Hanno schermato la fontana della stazione con un telo verde per cancellare idealmente la scena centrale del gruppo scultoreo realizzato nel 1904 da Giulio Moschetti: quel «Ratto di Proserpina» che ripropone in forma mitologica la violenza sessuale su una ragazza. Hanno schermato la scena e cambiato simbolicamente il nome alla piazza dedicandola a «Cerere e Proserpina», spostando, dunque, l’attenzione ad un altro aspetto del mito, quello della solidarietà tra donne, della forza femminile, della relazione tra madre e figlia, apportatrice di vita. Proserpina, rapita da Plutone e portata agli inferi, grazie alla strenua lotta di sua madre Demetra, o Cerere, ottiene di potere ritornare sulla terra ogni anno, a primavera, e con lei la natura si risveglia e il grano rinasce, come la vita. La Ragna-Tela, «rete catanese di donne e uomini perché la violenza sessista abbia fine», ha scelto di celebrare con questa performance il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E ha voluto coinvolgere ragazze e ragazzi delle scuole perché s’interroghino sul loro modo di rapportarsi, sui modelli di comportamento improntati al potere e alla sopraffazione ancora diffusi e considerati «normali». Di qui la «cancellazione» del rapimento di Proserpina, «perché emana un messaggio negativo e normalizza l’idea che è possibile violentare una donna».

Una normalizzazione contro la quale chi ha partecipato all’iniziativa ha espresso la propria fantasia ridisegnando la fontana. Nei pannelli appoggiati agli alberi della piazza della stazione Plutone è scomparso, cancellato, mentre Proserpina, sola, si libra in aria gridando «libertà, libertà». E ancora Le Tre Grazie di Canova o Demetra e Kore o gli acroliti del museo archeologico di Aidone sostituiscono il gruppo scultoreo del Ratto. Altri, a sottolineare l’orrore e l’attualità della violenza, hanno coperto Proserpina con un burka, rapita e violentata, come migliaia di donne lì dove dominano i fontamentalisti.

Le studentesse del Lucia Mangano hanno scelto la forma del fumetto e fanno parlare le ninfe. «Il rosso – dicono – un tempo era il colore dell’amore, ora è il colore di tutto il sangue versato». E ancora. «Quando si violentano e uccidono le donne si violenta e uccide l’energia vitale del nostro pianeta». E c’è anche chi sceglie la chiave ironica con un Plutone, dapprima cortese, che dice a Proserpina: «Vi porto in braccio così non vi bagnate, mia signora». E lei, felice, risponde: «Come siete galante, mio cavaliere! ». Ma la scena successiva ha un altro tono e un’altra lingua: «Uora t’abbiu n’ta l’acqua!», annuncia un Plutone greve e violento. E lei, sfottente: «Ten’accura o lippu ca sciddichi macari tu».

Le ragazze leggono e sorridono, poi, allegre, inscenano il ritorno di Proserpina coprendosi con un grande telone leggero e pieno di buchi da cui escono le loro braccia danzanti e i volti radiosi. Sono loro la vita, il futuro, la primavera. Al microfono raccontano le proprie riflessioni, e così fanno i loro compagni di classe del Cutelli e del Lucia Mangano, guidati dalle professoresse Pina La Villa e Tommasa Pappalardo, e le rappresentanti dell’associazione Penelope, della Rete antirazzista, dei Cobas Scuola, della Cgil, del comitato Casa per tutti e, naturalmente, le promotrici della performance Anna Di Salvo e Mirella Clausi.

Prima di andare via due fidanzatini si fanno fotografare sullo sfondo della fontana mentre si baciano teneramente. La cancellazione più efficace del Ratto.


(La Sicilia, 26 novembre 2015)

di Raffaella Cambria e Paola Mammani

 

 

Intorno ai miei vent’anni, mi sono trovata coinvolta in qualche vicenda della vita familiare di Adele Cambria e in alcune occasioni l’ho incontrata. Già conoscevo sua nipote Raffaella, una bambina ai tempi, per la quale ho conservato simpatia e affetto e che proprio in tempi recenti ho spesso risentito.

Il mattino in cui è stata resa nota la morte di Adele Cambria, le ho scritto:

«Non so in che rapporti tu sia rimasta negli anni con la tua famosa zia, ma se sei addolorata per la sua morte, ti abbraccio e ti penso con affetto, Paola»

Raffaella a sera invia questa mail agli amici più cari.

«La zia, per noi familiari era la zia eccentrica, la zia mondana, la zia con quelle amiche stravaganti.

Era la zia di sinistra ma sempre chic, la zia Femminista ma sempre à la page.

Veniva a trovarci trascinandosi dietro una valigia enorme, più grande di lei, e raccontava di personaggi leggendari e comuni. Di qualunque posto si parlasse, si ricordava che lì, proprio lì, in un certo anno lontano, aveva intervistato qualcuno di cui ricordava la storia.

Mi portava a cena in posti famosi di Roma e a fare mitici viaggi per la Calabria con la sua cinquecento, andando a trenta all’ora. Con i cugini, ci portava al mare e ci lasciava fare cose pazze e pericolose!

Quando si arrabbiava, aveva occhi di lampo e quando ci puniva, intimava: “Mani dietro la schiena!” e io e i miei cugini ci chinavamo per essere “schiaffeggiati”.

Mi prestava lunghi, eleganti, guanti bianchi da sera, sciarpe turchesi e gioielli vistosi, per trascinare la sua unica nipote FEMMINA verso un mondo vanitoso e la vita mondana che puntualmente rifiutavo perché ero una nipote “che amava la vita spartana”.

Ciao Zia»
Le rispondo.

«Grazie, Raffaella, per aver compreso anche me tra i destinatari della mail, per avermi inviato questo bel ritratto di tua zia, così suggestivo. Mi hai colto mentre rivedevo la sua parte d’intervista compresa in Comizi d’amore e riepilogavo le poche cose che so di lei. Ricordo solo a tratti che cosa mi aveva colpito di quel suo libro intitolato «In principio era Marx», ma ricordo con chiarezza quelle poche volte in cui l’ho incontrata. Quel misto di fascino, spregiudicatezza, eleganza che tanto bene descrivi, sembra aver lasciato il segno su di te e ti assicuro che anche solo quei pochi incontri sporadici che ho avuto con lei, un qualche segno graffiante hanno lasciato anche nella giovane donna inquieta che ero.

Un abbraccio forte,

Paola»

 

(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)

di Marisa Guarneri

Purtroppo anche quest’anno c’è stato il 25 novembre. E abbiamo dovuto sopportare di tutto. Anche da fonti, come dicono i giornalisti, autorevoli. Ma io sento ormai, per lunga frequentazione con questa scadenza, emergere sotto parole di circostanza il disprezzo e la colpevolizzazione verso le vittime della violenza. La questione, lo sappiamo, sta nella relazione uomo/donna e nel pensiero, teoria, pratica che nasce dalla relazione diretta con la donna che la violenza subisce. Le donne in disagio sono le vere esperte della violenza, l’ho sempre capito e detto, anche in ambienti sfavorevoli. Da loro è venuto il sapere dei Centri Antiviolenza in Italia e la loro particolarissima e innovativa pratica. Coraggiosa e dirompente specialmente verso le istituzioni. Pratica che ribalta la logica della loro criminalizzazione (delle donne), perché la violenza maschile da chi detiene i poteri è sempre coperta e giustificata, usando le armi di altri saperi consolidati. Fino ad arrivare a considerare le donne che non vogliono denunciare e sottoporsi a tremendi iter giudiziari come malate, instabili, fragili, inaffidabili e quindi bisognose di tutela. Per avere dei diritti è necessario combattere tutti i giorni e non darli mai per scontati e rifiutare mediazioni che portano svantaggio alle donne in difficoltà e di conseguenza alle donne tutte.
Non si tratta di buonismo o altro: è politica. Fino a quando il mercato della violenza, che oggi fa fare buoni affari, sarà rigoglioso, non possiamo aspettarci grandi cambiamenti istituzionali. È come per la guerra oggi, ci sono troppi interessi in campo e troppe connivenze. Ma come per la guerra oggi, si deve costruire speranza e nuovi ambiti di sperimentazione, proprio per i Centri Antiviolenza. Penso che la rivendicazione e il vittimismo politico non servano. Si deve andare oltre. E come mi hanno insegnato le donne dell’Udi prima e la Libreria delle donne sempre, è mettendosi al centro come soggetti della politica delle donne che si modifica il simbolico.



(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)

di Giovanna Pajetta

Diritti . 287: sono le norme vigenti negli Usa per interrompere la gravidanza. Una montagna che le donne devono scalare sottoponendosi a prove di puro sadismo. Dopo 10 anni, la Corte Suprema riapre la discussione esaminando le leggi proibizioniste dello stato del Texas. L’esperienza tocca 1 donna su 3, ma non se ne parla. E Shoutyourabortion rompe il silenzio

Dopo quasi dieci anni di silenzio, la Corte Suprema degli Stati uniti tornerà a discutere dell’aborto. O meglio della miriade di leggi e leggine che in questi anni hanno non solo ostacolato, ma letteralmente tormentato chiunque dovesse, o volesse interrompere la propria gravidanza.

Dal 2010 infatti, quando le elezioni di mid term portarono in dono ai repubblicani la maggioranza in quasi tutti i parlamenti locali, sono state introdotte ben 287 nuove norme.

Si va dall’obbligo a sottoporsi, e guardare, un’ecografia il giorno prima dell’aborto , a quello di sentire il battito di chi non nascerà, ai colloqui con gli “esperti” in sofferenza del feto, fino ai medici che ti spiegano come ciò che stai per fare sia dannoso per la tua salute mentale e aumenti le possibilità di cancro al seno.

Ma anche quando non si arriva a questo livello di malvagità, come nel caso delle leggi texane, arrivate ora alla Corte Suprema, che si limitano a strangolare economicamente, e costringere alla chiusura i già pochi centri medici dove si può abortire, il risultato non cambia.

Perché i 9 giudici nei prossimi mesi (la sentenza ci sarà a giugno) si troveranno a dover affrontare il paradosso di un paese in cui interrompere la propria gravidanza è legale. Ma proibito.

A differenza di tante altre sentenze della Corte Suprema, infatti, Roe versus Wade, in questi quarant’anni trascorsi dal 1973, non ha portato la pace, ma la guerra.

Quella vera, negli anni ’80, quando quasi ogni settimana le bombe esplodevano davanti, o dentro, le cliniche e le sparatorie uccidevano i medici o i giudici colpevoli di aiutare le donne a abortire.

E, anche se in modo per fortuna meno cruento, nei decenni successivi le cose non sono andate poi molto meglio.

I due fronti, come racconta la serie storica dei sondaggi Gallupp, sono rimasti compatti e contrapposti, anzi nel 2012 chi si dichiarava pro life è diventato maggioranza. Anche se solo di un punto in percentuale.

Poi per l’appunto la parola è passata nelle mani dei parlamenti locali, perché grande è il potere degli stati nella patria del federalismo, e di chi ne aveva conquistato la maggioranza, i repubblicani. Fino a trasformare il paradosso in un tabù. Le donne americane hanno continuato infatti a interrompere le proprie gravidanze: una su tre, dicono le statistiche, passa per questa strada impervia almeno una volta nella sua vita. Ma nel silenzio, lo stigma è diventato sempre più pesante.

Tanto che, persino se ora la Corte bocciasse le leggi del Texas, e non è affatto scontato, portando quasi automaticamente alla cancellazione della gran parte delle altre leggi statali, sarebbe solo un primo piccolo passo. Come racconta la storia di #Shoutyourabortion, letteralmente «grida il tuo aborto», l’hashtag di twitter lanciato a fine settembre da Lindy West.

Trentenne di Seattle, ben nota a tutte le lettrici di Jezabel, uno dei più diffusi siti delle giovani femministe americane, Lindy si era messa al computer una mattina, aveva scorso i blog delle amiche ed era sobbalzata. Perché, anche lei come aveva appena scritto Amelia Bonow, aveva realizzato di aver nascosto, persino a se stessa, la sua esperienza. «Vivo in una città progressista, in un ambiente, e una famiglia schieratamente pro choice, di mestiere scrivo della mia vita eppure…Io non parlo mai, mai, del mio aborto». Avvenuto cinque anni prima, e per sua fortuna non traumatico, visto che aveva usato la pillola del giorno dopo e tutto era andato bene. Ma per l’appunto non l’aveva mai detto a nessuno, nemmeno alle amiche del cuore, né sapeva se qualcuna di loro ci fosse passata. Così è nato shoutyourabortion, perché, dice Lindy «l’aborto è un esperienza comune, succede e ed è qualcosa che devi poter dire ad alta voce».

La risposta è stata immediata. 150mila post in pochi giorni e quasi altrettante storie personali. C’è chi ha ricordato il suo terrore, quando si era scoperta incinta a quindici anni, chi era stata spinta a farlo perché il futuro padre, un uomo violento, avrebbe messo in pericolo lei e ciò che portava in grembo.

Ma forse la storia più semplice e vera è quella di una donna già madre, con un figlio di quattro anni, che sapeva bene come la sua famiglia, economicamente ed emotivamente, non sarebbe stata in grado in quel momento di accogliere un altro bambino.

Ma accanto a tante reazioni di sollievo, di chi sentiva di poter finalmente aprire quella porta, sono arrivate ovviamente anche una valanga di proteste, o più semplicemente di insulti. E nonostante Amelia, intervistata dal New York Times, avesse spiegato come quello shout, «non vuole essere una celebrazione o un giudizio, è solo l’opposto del silenzio o dei sussurri», c’è chi ha scritto «E’ come se Hitler celebrasse il suo genocidio», o più semplicemente «Siete delle assassine di bambini». «La realtà è che per troppo tempo c’è stato questo stigma – come dice Kate Cockrill, direttrice di Sea change, associazione creata proprio per combattere il tabù – Ed è anche colpa nostra, perché ci siamo concentrate sempre e praticamente solo sulla battaglia contro le singole leggi. Mentre ciò che serve è una strategia per un vero cambiamento culturale».

Ma qui la strada è ancora davvero lunga, sia per le femministe americane, troppo spesso in passato accanite abortiste, che per chi condanna le donne senza guardare alle loro vite.

 

(il manifesto, 26 novembre 2015)

di Alberto Leiss

 

Nel Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, il capolavoro scritto a Londra poco prima di morire mentre infuriava la seconda guerra mondiale – tradotto in Italia da Franco Fortini con il titolo La prima radice (L’enracinement) – Simone Weil scrive, com’è noto, una definizione demolitrice del marxismo. Un «miscuglio di idee confuse e più o meno false», al quale «da Marx in poi, hanno contribuito quasi esclusivamente mediocri intellettuali borghesi». Qualcosa di «inassimilabile» e inutilizzabile dagli operai ai quali pure sarebbe rivolto, in quanto «spoglio di ogni valore nutritivo, perché è stato svuotato di quasi tutta la verità contenuta negli scritti di Marx».

È evidente la distinzione tra Marx e il marxismo, cioè soprattutto le declinazioni ideologiche, e anche dogmatiche del suo pensiero che la Weil aveva di fronte nei partiti comunisti e socialisti europei e nel regime stalinista in Urss. E tuttavia la sua analisi fu spietata anche nei confronti delle teorie dell’autore del Capitale.

Una rivisitazione del profondo e complesso rapporto tra Simone Weil e Karl Marx è ora più agevole grazie alle nuove traduzioni in italiano nel libro Oppressione e libertà (edizioni Orthotes, introduzione di Lia Cigarini e Luisa Muraro, pp. 218, euro 18), che riprende il francese Oppression et liberté, pubblicato da Gallimard nel 1955. Vi si possono leggere non solo il famoso saggio Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, ma numerosi articoli, appunti, abbozzi e frammenti, scritti tra il 1933 e il ’43, ultimo anno di vita della Weil, diversi dei quali introvabili da decenni, fino al testo incompiuto Esiste davvero una dottrina marxista? che potrebbe essere il suo ultimo saggio.

 

Una vicenda del secolo breve

Questi scritti, legati dal filo rosso di un dialogo costante con Marx, sono introdotti da Lia Cigarini e Luisa Muraro, della Libreria delle donne di Milano, esponenti di un femminismo che fin dalle sue origini riattualizza l’opera e la vita di Simone Weil (il titolo del libro che ne racconta la storia e le pratiche politiche, Non credere di avere dei diritti, è una citazione della Weil). Perché questi testi che giungono dalla fase più buia e tragica del secolo scorso ci parlano ancora, e con grande intensità?

Perché – rispondono Cigarini e Muraro – il «secolo breve» aperto dal 1914 in realtà è assai lungo: «non un solo capitolo della storia del ventesimo secolo può ancora considerarsi risolto». Né il perché della grande guerra che ne generò una seconda, con l’aggressività di un colonialismo di cui si scontano ancora oggi gli effetti con l’incombere di una «terza guerra mondiale a pezzetti», né la effettiva capacità «autoregolativa» del mercato capitalistico, né l’esito delle trasformazioni prodotte dalla rivoluzione delle donne. In definitiva resta in questione il destino della grande speranza di liberazione che ha percorso a ondate il mondo.

Il dialogo di Simone Weil con Marx va alla radice di molti di questi interrogativi. Ne legge gli scritti e Il Capitale da adolescente. E subito – scriverà molto più tardi – «alcune lacune e contraddizioni di prima importanza mi saltarono agli occhi». Pensava, quell’adolescente, che certamente «tanti grandi spiriti che avevano aderito al marxismo» le dovevano aver viste e colmate. Ma non era così. A cominciare da quella per lei più vistosa, la contraddizione «evidente, eclatante, tra il metodo d’analisi di Marx e le sue conclusioni. E non c’è da meravigliarsi: egli, infatti, ha elaborato le conclusioni prima del metodo. La pretesa del marxismo di essere una scienza è quindi del tutto bizzarra». Ma ciò nonostante Simone è irresistibilmente attratta, è come ipnotizzata dal pensiero e dalla scrittura di Marx. Una immagine descritta nella biografia di Simone Pétrement (La vita di Simone Weil, Adelphi): la Weil, insegnante di filosofia, che durante la ricreazione tra una lezione e l’altra è notata da un ispettore scolastico seduta in aula, china a leggere Marx. «Aveva il volto pieno di macchie di inchiostro. Quando le allieve rientrarono in classe, si sforzarono di far bella figura davanti all’ispettore per cancellare l’impressione sgradevole che poteva aver prodotto l’aspetto della loro insegnante». Che ammiravano intensamente.

 

Un cuore generoso

Simone stava lavorando alla Riflessione sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, si distaccava dai compagni sindacalisti rivoluzionari, e già meditava di lasciare la scuola per provare il lavoro in fabbrica (1934–1935).

Che cosa l’attraeva dell’opera di Marx? La scoperta geniale di un nuovo metodo per l’analisi della società, con il ruolo fondamentale dei rapporti di forza. E forse ancor più la spinta etica – così simile alla sua – e l’indignazione per le sofferenze subite dagli operai. Il suo – scrive nell’ultimo saggio incompiuto che nega l’esistenza di una «dottrina marxista» – era un «cuore generoso. Lo spettacolo dell’ingiustizia lo faceva soffrire realmente, si può anzi dire carnalmente soffrire». Una sofferenza che probabilmente gli avrebbe impedito di vivere, se non avesse potuto credere in un futuro di liberazione. Ecco il motore di quella teoria – che pretende di essere scientifica ma è indimostrabile – secondo la quale il proletariato avrebbe liberato l’umanità intera.

Ma Marx – ripete in tanti passaggi la Weil – aveva anche saputo vedere l’origine dell’oppressione in quelle «funzioni» del governo dello stato e della produzione – apparati repressivi e burocratici, organizzazione di fabbrica, divisione tra lavoro manuale e intellettuale – che, dirà più lucidamente Weil, non sono legate direttamente alla proprietà. E che infatti si sono tragicamente riprodotte nello stato che aveva abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione. Uno stato – litigherà a viso aperto con Trotzky – che quindi non poteva più definirsi «operaio».

Perché – come sottolineano Cigarini e Muraro – la vicinanza anche fisica e affettiva della Weil con gli operai, con gli oppressi, rovescia la soggettivazione collettivistica, «di classe», del marxismo e delle sue vulgate: «noi vogliamo fare dell’individuo, e non della collettività, il valore supremo», scrive Weil nell’articolo Prospettive (1933). Per cui «la subordinazione della società all’individuo, ecco la definizione della vera democrazia e anche quella del socialismo».

Ci sarà, nel ’38, la svolta religiosa: l’insanabile contraddizione tra la necessità che costringe gli uomini, e il bene che gli uomini desiderano ma non sanno riconoscere, colloca l’origine del bene nel «soprannaturale». Per Cigarini e Muraro ci può essere una risposta politica diversa: il potere simbolico della parola può cambiare i rapporti di forza «in relazioni in cui scorra un filo di libertà». Simone comunque non interruppe mai il confronto con Marx: tra le sue carte forse l’ultimissimo appunto recita «Se Marx avesse saputo… Angoscia; Marx e Platone». Del resto aveva indicato, anni prima, i rari uomini che cercano di conoscere il «bene assoluto»: «spiriti di diversissimo valore, quali Platone, Pascal e, per quanto possa sembrare strano, Marx».

 

È appena apparso dall’editore Marietti 1820 un libro prezioso che integra ottimamente questo dell’editore Orthotes: Simone Weil, Diario di fabbrica, a cura di Maria Concetta Sala. Introduzione di Giancarlo Gaeta (euro 16). 
Maria Concetta Sala e Giancarlo Gaeta sono per il nostro paese e non soltanto tra i migliori studiosi di Simone Weil. Grazie a loro, e altri fra cui la comunità filosofica Diotima, Simone Weil rappresenta oggi, come ieri, una presenza importante nel pensiero politico in Italia. Nel 1985 Giancarlo Gaeta ha curato e presentato Oppressione e libertà per l’editore Adelphi, oltre ai Quaderni e altri scritti della grande pensatrice francese (n.d.r.)

(il manifesto, 26 novembre 2015)

di Silvia Niccolai

 

L’articolo di Muraro sulla maternità surrogata, apparso su L’Avvenire del 12 novembre, è molto importante per me e vorrei provare a dire perché.

Le odierne discussioni intorno alla genitorialità omosessuale (in cui il tema della maternità surrogata è ricompreso e stemperato) sono costruite, o presentate all’opinione pubblica, come se esistesse una sola alternativa: da una parte il progressismo (per definizione illuminato, amante dell’eguaglianza, della libertà ecc.) dall’altra il conservatorismo (per definizione cattolico, omofobo, repressivo). Non manca qualcosa? Sì, manca tantissimo: manca il tener conto del fatto che la discussione intorno alla omogenitorialità non accade in un tempo senza tempo eternamente uguale e abitato da contrapposizioni manichee, ma accade oggi, e cioè dopo il femminismo, l’avvento della libertà femminile: in un tempo in cui le donne si sono prese ed esercitano la loro facoltà di giudizio, nel mondo, rispetto a altre donne, rispetto agli uomini. Grazie a Muraro per averlo ricordato! Uscire da quell’alternativa soffocante rimette in gioco libertà, quella di pensare con la mia testa di donna, con una genealogia di pensieri e pratiche femminili, che sono nate rompendo quelle finte alternative, e dando ad esse significati nuovi e imprevisti. Di certo, per non farsene più soggiogare, tanto meno per accreditarle.

Una cosa che ho imparato dal pensiero delle donne è leggere la realtà attraverso il conflitto tra i sessi. C’è conflitto tra i sessi nella questione dell’omogenitorialità? Sarebbe utile discuterne a partire da questa prospettiva? Io penso di sì. Si potrebbe scorgere, nominare e far problema di un desiderio maschile di fare come se la potenza procreativa delle donne non ci fosse, surrogandola, per l’appunto, e rieditando così immagini di un femminile platealmente tutto interno a una logica patriarcale: il fornetto o la santa che ama fare figli per gli altri. Una logica che esprime (forse non solo, ma certamente anche) l’eterno desiderio maschile di controllo del corpo delle donne, che oggi si ripresenta nella veste ultramoderna della sincronizzazione delle mestruazioni tra la donatrice di gameti e la ‘portatrice’, e in quella molto, molto più antica della subordinazione della decisione abortiva alla volontà dei committenti. Riportare una misura femminile in un discorso che, come ogni discorso neutralizzante, nega che, in tutte le cose, un conto è essere un uomo, un conto è essere una donna darebbe probabilmente un po’ di misura agli uomini, e certamente rafforzerebbe le donne. La rivendicazione universalizzante e neutralizzatrice di un diritto ‘delle persone omosessuali alla genitorialità’, nasconde, per esempio, che gli interessi degli omosessuali maschi e delle lesbiche non sono affatto uguali, ma spesso opposti: le donne, proprio perché partoriscono, godono di privilegi molto grandi rispetto ai ‘padri biologici’ quali sono i padri gay, e che rendono la strada della famiglia lesbica più fattibile di quella della famiglia gay, e composta, in ogni caso, di esigenze diverse. La narrazione, neutra, della genitorialità omosessuale, veramente non è favorevole a fare emergere quel desiderio di maternità indipendente che parla, e si mostra già liberamente, in tante lesbiche e in tante eterosessuali. Chi come me fosse abituata a leggere i repertori di giurisprudenza, saprebbe che la parte assegnata, in quella narrazione, alle madri lesbiche è forse più insidiosa, per la libertà femminile, della stessa maternità surrogata. Ricordo due casi: la donna lesbica che vuole adottare, anche se la compagna non lo vuole, per farsi rispondere (e far dire così a tutto il mondo) che per un bambino è sempre meglio avere una famiglia che una madre sola, con buona pace per tutta la libertà che le donne hanno conquistato, di essere madri fuori dal matrimonio; la lesbica che, separatasi dalla compagna, chiede e ottiene il mantenimento dal padre biologico, e ottiene così di far risuonare ad alta voce che della madre forse sì, ma certo del padre non si può fare a meno. Sono le immagini di un femminile rivendicativo e confuso, che non sa mettere ordine nelle sue relazioni. Lo conosciamo: è quello da cui nasce la necessità della Legge del Padre. Improvvisamente ci stiamo comode?

Non credo, credo piuttosto che se si guarda la questione della ‘genitorialità omosessuale’ con la lente del conflitto tra i sessi, viene fuori tanto; di certo, lo so per esperienza, viene fuori il disagio femminile e lesbico (e ve ne è) a lasciarsi trascinare nell’ennesima battaglia che altri conduce per sé sul corpo delle donne. Non lo so, ma penso che farlo potrebbe venirne anche un incoraggiamento, per gli uomini, a domandarsi: che cosa è che davvero cerchiamo, in questa battaglia? Potrebbero sentirsi spinti a chiederlo alle donne, che probabilmente lo vedono meglio di loro.

Insorge però una questione: si può parlare di confitto tra i sessi, o non è questo un arnese concettuale fuori moda? Parlarne suppone la differenza sessuale, nozione accusata di fondamentalismo, eresia o noioso passatismo: non sai che anche il sesso è costrutto sociale? Se vuoi parlare nei convegni internazionali la differenza sessuale te la devi scordare, il conflitto tra i sessi lo devi buttar dalla finestra. Ma il nostro non era un femminile così piccolo, meschino e ancillare da gloriarsi di stare dentro ‘un panel’ e far curriculum, anche questa è una cosa che ringrazio Muraro – che la differenza sessuale ha insegnato a tutte e tutti – di averci ricordato. Non era nemmeno un femminismo così ingenuo, o superficiale (qualche volta: così ignorante?), da non accorgersi che accodarsi a quel conformismo culturale significa rinunciare a discutere cose importanti per le donne e per tutti. La visione presupposta dalla rivendicazione universalistica alla genitorialità omosessuale può, infatti, essere alleata a una idea del soggetto profondamente riduttiva, che lo vede, cioè, come interamente macchinato dai costrutti sociali che lo occupano, e ridotto perciò a oggetto. Questa è in effetti la visione che ci ha dato, in molti suoi percorsi, il costruttivismo sociologico e filosofico. Negando la differenza sessuale si può finire per accreditare un umano privo di trascendenza. Da laica, anzi da atea, trovo per questo importante che Muraro abbia rilasciato la sua intervista a un giornale cattolico: perché il pensiero cattolico, con le sue radici coscienzialiste, è stato e rimane uno che avverte in modo particolarmente forte le derive di una società de-individualizzata e che nega la libertà e la verità come capacità dell’io di porsi in una dialettica con le cose come stanno, con la realtà data, e mettersi in cerca di altro. Il femminismo che Muraro ci ha ricordato è uno che dice quello che ha da dire, non si pone certo il problema se sa di chiesa o se piace o dispiace a una certa parte politica.

E perché lo fa? Perché ha questo coraggio? Perché ha a cuore la realtà. E se la guardiamo, la realtà, vediamo che ogni essere umano si ribella alla sola idea di essere un mero costrutto sociale. Ce lo dice del resto, in falsariga, la stessa rivendicazione alla genitorialità omosessuale, che, fondata ‘teoreticamente’ o difesa in punto di concetto sulla contestazione dei ‘ruoli di genere’ (e cioè sull’accettazione che la persona è solo un costrutto sociale), spesso sfocia, nell’esperienza dei singoli e delle singole, in un grido a essere veramente se stessi, riconosciuti per quel che si è.

È un fatto, questo, meglio: è una contraddizione, di cui bisognerebbe approfittare, e farvi forza, perché è interessante e feconda: si tratta di un grande punto di apertura e di contatto tra il desiderio di uomini e donne omosessuali di avere figli e quel pensiero e esperienza delle donne che non ha mai rinunciato al presupposto di una soggettività desiderante, creativa e in relazione con altre e con altri in un mondo comune, chiarendo che quella soggettività è resa tale dalla nascita sessuata. Un pensiero femminile che è partito da lì può permettersi, oggi, di chiamare la rivendicazione alla ‘genitorialità omosessuale’ a meditare su di sé: se esiste un soggetto alla ricerca della sua verità, perché già ne porta una, un inizio, allora la persona umana esiste prima dei costrutti sociali; ovverosia col suo sesso.

Imboccare questa via ci riporterebbe tutte e tutti dritti a ridiscutere del materno, che a me pare la vera posta in gioco della contesa intorno alla ‘genitorialità omosessuale’, molto, molto di più della ‘famiglia tradizionale’, che tra l’altro, benché io sia sposata, non ho particolarmente a cuore e considero un tema messo lì apposta per non vedere ciò di cui realmente si tratta. Il materno, questo è il più grande insegnamento che ho ricevuto dal pensiero della differenza sessuale, è ciò che ci tiene prossimi a una consapevolezza fondativa: ciò che è diverso e asimmetrico c’è, esiste proprio, non possiamo negarlo, perché c’è la madre. Questa consapevolezza è sempre benefica. Come giurista, ne vedo un particolare beneficio: quello di evitare gli abusi della razionalità così fratelli (è il caso di dirlo) alle logiche paritarie quali quelle che ispirano la rivendicazione universalistica alla omogenitorialità, dove ricorrono con frequenza sintomatica argomentazioni ispirate ad abusi sofistici della razionalità. Cito, ad esempio, un autorevole collega americano: siccome le coppie omosessuali sono più esposte di quelle etero che pure abbiano concepito per via artificiale al rischio che i figli se ne accorgano e vadano a cercare le loro origini biologiche, facciamo così, per rimettere le cose in pari: stabiliamo che per tutti i nati da fecondazione assistita esistano registri attivi che a 18 anni vanno a rivelare loro che non sono i figli dei loro genitori, sia etero che omosessuali. Vi fa paura? Ok, allora limitiamo il diritto dei figli delle coppie omosessuali a conoscere le loro origini! Basta che ci rimettiamo tutti in pari. Siccome le lesbiche avrebbero interesse a vedere ridurre i diritti dei padri biologici, ma questo va contro gli interessi dei gay, facciamo che per tutti, etero lesbiche e gay la genitorialità sia sancita da accordi pre-nascita, onde non discriminare i gay.

La logica paritaria cade tipicamente in questo tipo di abusi perché riduce la giustizia a un problema quantitativo: ti do tanto per tanto. Risale ai tempi di Pitagora e si chiama vendetta. Si chiama anche paura: paura dell’affrontare la grande sfida, parte integrante del vivere insieme, di una giustizia che non elude la sua natura qualitativa, ossia controversa, opinabile, problematica: giusto non è trattare tutti allo stesso modo, ma in modo eguale l’eguale e diverso il diverso. Come si fa a sapere che cosa è uguale e cosa è diverso? Questa è la sfida, che ci tiene insieme, che fa della vita sociale una ricerca, non l’esecuzione di un piano, e che tiene l’essere umano in contatto con i suoi limiti, i limiti della sua razionalità e possibilità di conoscenza, in primo luogo. Il materno ha molto a vedere con questa nostra capacità, di interrogarci intorno al giusto, perché è grazie al materno che nasciamo accompagnati dal senso della differenza, della disparità, del di più; e il problema, il bisogno e la capacità di giustizia, nascono dall’esistenza delle differenze. In un mondo di tutti eguali, non sarebbe neppure nata la scoperta dell’essere umano di potersi interrogare intorno al giusto, e di doverselo chiedere insieme ad altri.

Così si mobilita, dal basso, da sé, l’ordine dato e si rende possibile qualcosa di nuovo e imprevisto. La politica delle donne che ho amato ha sempre pensato in grande; quando ero più giovane si parlava parecchio dell’eredità che essa ci ha lasciato, oggi sono diventata abbastanza anziana per riuscire bene a vederla: è quella a raccogliere la sfida di farlo anche noi, ciascuna dove è e come può, anche se ci può costare l’invito a un convegno, una pubblicazione patinata, o un pochino di consenso.

 

(www.libreriadelledonne.it, 19 novembre 2015)

dal 13 novembre 2015 al 23 gennaio 2016

Sally Schonfeldt
The Ketty La Rocca Research Centre

Istituto Svizzero di Roma  via Liguria, 20

The Ketty La Rocca Research Centre dell’artista Sally Schonfeldt (nata nel 1983 ad Adelaide e residente a Zurigo) è il secondo progetto del ciclo Artista Laureato, promosso dall’Istituto Svizzero di Roma, per indagare modelli alternativi nel sistema di educazione attraverso un dialogo tra soggetti attivi: accademie d’arte e istituti di cultura.

Il progetto di Schonfeldt, iniziato nel 2011 durante i suoi studi alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) e presentato oggi all’Istituto Svizzero di Roma, è ispirato dalla penetrante esplorazione del linguaggio nelle opere video, nelle performance, nei collage e nella fotografia dell’artista italiana Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze 1976). Artista della neo-avanguardia, La Rocca ha fatto parte del movimento di “poesia visiva” nel Gruppo 70, e ha lavorato alla frontiera dell’arte sperimentale nella Firenze degli anni Sessanta e Settanta.

Sally Schonfeldt ha iniziato una ricerca di un anno che ha successivamente rivisitato attraverso una complessità di temi che contestualizzano il lavoro di Ketty La Rocca. Affascinata dalla progressiva decostruzione dell’uso dominante del linguaggio e dall’attenzione radicale degli ultimi lavori di La Rocca sul potenziale del non-verbale e del gesto, Schonfeldt ha raccolto l’opera di quest’artista attraverso una riflessione soggettiva e una rilettura all’interno del femminismo storico e contemporaneo.

L’Istituto Svizzero di Roma ha invitato Sally Schonfeldt in Italia per continuare la sua ricerca: la nuova installazione del progetto di Schonfeldt a Roma contraddice la classica forma del “centro di ricerca” con un contesto intimo e soggettivo. The Ketty La Rocca Research Centre è progettato come una piattaforma, tanto letterale quanto metaforica, il cui materiale raccolto e messo in mostra rende possibile una lettura aperta e accessibile della pratica artistica di Ketty La Rocca. Libri d’arte, cataloghi, ephemera di mostre passate, recensioni di giornali, lavori video tra cui Le Mani, prodotto nel 1973 per il programma TV Rai Nuovi Alfabeti, vengono contestualizzati da ulteriori testi e libri su temi come la “poesia visiva”, il Gruppo 70, il femminismo italiano e la ricerca artistica.

Invece di un omaggio retrospettivo, Sally Schonfeldt presenta una celebrazione e una ricognizione della contemporaneità di La Rocca, un pretesto per mettere in dialogo artiste e musiciste di differenti generazioni e provenienza. Per questo, il 16 gennaio 2016, lo spazio verrà aperto alla collaborazione con altre artiste contemporanee, musiciste, teoriche e scrittrici coinvolte in pratiche femministe e collettive. Echo La Rocca – The Sound as the Trace of Her Voice, in collaborazione con OOR Records (Zurigo), estenderà la mostra ospitando stand temporanei di libri, dibattiti, interventi sonori e performance in relazione a La Rocca e alle sue multiforme pratiche.

The Ketty La Rocca Research Centre ospiterà anche la ricerca di Anna Frei, artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale, sulle donne nella musica elettronica delle origini. Sviluppatasi nel corso degli ultimi anni, l’indagine della Frei verrà approfondita seguendo le tracce del coinvolgimento della stessa La Rocca nella musica elettronica nell’Italia degli anni Sessanta.

The Ketty La Rocca Research Centre a Roma è uno spazio attivo. Un’altra libreria, un’altra mostra, un altro centro di ricerca, un’altra stanza di lettura in cui i vari discorsi attorno a Ketty La Rocca si incontrano generando dialoghi tra i contesti storici e gli spazi. Una prospettiva che stabilisce contatti con studiosi, artisti, galleristi, storici dell’arte, critici e membri della famiglia coinvolti nel desiderio di tenere viva la presenza di Ketty La Rocca nel contemporaneo.

Sally Schonfeldt (1983, Adelaide, Australia) vive a Zurigo. Si è laureata alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) nel 2014. Il suo lavoro è principalmente orientate alla relazione dialogica tra teoria e potenzialità della ricerca artistica e estetica. Applica la storiografia per interrogare i modi della produzione di sapere in relazione al discorso post-coloniale, e la posizione delle donne nella storia. I suoi ultimi lavori includono Plattenstrasse 10 (2014) e The Struggle within the Struggle (2015). I suoi nuovi progetti (in collaborazione con Very Ryser) indagano un manifesto scritto dalle donne migranti in Svizzera nel 1975, con l’intenzione di ri-posizionarlo nell’attualità contemporanea.

Anna Frei (1982, San Gallo) vive a Zurigo. È artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale. Le sue diverse attività sono il risultato di ricerche sui protagonisti, sui campi e sulle pratiche dell’arte emancipatoria e della musica. Nel 2014 ha co-fondato a Zurigo lo spazio polivalente OOR RECORDS, un negozio di dischi e una libreria d’arte, dove organizza performance, reading, dj-set e eventi di sound-art. Archivia e rende accessibili online registrazioni, mix e opere audio, e produce edizioni audio dei suoi eventi.

 

dal 3 dicembre 2015 al  27 febbraio 2016

Galleria Raffaella Cortese

Barbara Bloom | via a.stradella 1-7
Joan Jonas | via a.stradella 4


Inaugurazione alla presenza degli artisti giovedì 3 dicembre h. 19.0021.00
3 dicembre 2015 | 27 febbraio 2016
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30 e su appuntamento

Barbara Bloom
The Weather | via a.stradella 1-7


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la terza mostra personale dell’artista americana Barbara Bloom, che coinvolgerà due dei tre spazi espositivi della galleria. In mostra saranno opere inedite, concepite e realizzate appositamente per l’occasione.

L’Assenza e la sua rappresentazione sono state, per quasi 40 anni, un tema costante di ricerca e indagine nel lavoro di Barbara Bloom. Impronte digitali, tracce di rossetto, filigrane, macchie di tè, impronte di passi, testi invisibili, cancellature, depennamenti, Braille ed ellissi… sono le sue forme e i suoi oggetti preferiti. Questi legami tra il visibile e l’invisibile sono da sempre una presenza frequente nella ricerca dell’artista. Un aspetto altrettanto incisivo del lavoro di Barbara Bloom è rappresentato dal suo rapporto con la Letteratura e, in particolare, con i libri e i testi dei suoi autori preferiti che vengono utilizzati come “portatori di senso” e di cui spesso Bloom suggerisce dettagli impliciti nelle sue opere. L’artista ha più volte dichiarato che avrebbe potuto essere una scrittrice, probabilmente una romanziera, ma in qualche modo è finita a fare la cosa sbagliata (e ha involontariamente “accettato” di essere un’artista visiva).

Nello spazio n.7, sette tappeti di una tonalità grigio-verdeacqua aleggiano in bilico a diverse altezze dal pavimento. Ogni tappeto presenta sulla sua superficie un pattern di punti in rilievo che formano un testo in Braille. L’artista ha deciso di utilizzare testi descrittivi che accentuassero la complessità e la malinconia nella “lettura” dell’opera: un cieco dalla nascita, infatti, pur comprendendo il testo non potrà avere un’immagine visiva di ciò che il testo descrive; una persona vedente, invece, non leggendo il Braille, potrà semplicemente osservare l’oggetto.
Gli scritti che Bloom ha scelto sono una vasta gamma di descrizioni del tempo e delle condizioni atmosferiche, ossia un qualcosa che influisce su tutti noi e che tutti noi possiamo percepire. Appartengono a diversi autori e sono dunque trattati con stili diversi: Raymond Chandler, André Gide, James Joyce, Gabriel Garcia Marquez, Cormac McCarthy, Haruki Murakami; in più, un riferimento autobiografico nella descrizione delle statistiche meteorologiche di Los Angeles l’11 luglio, 1951 alle 2am (il suo luogo e data di nascita).
Nello spazio n.1 è esposta la serie fotografica Works for the Blind. Ogni lavoro è la fotografia di un’illusione e su ognuno è riportata una frase in Braille. La stessa frase è anche stampata, bianco su nero, a parole ma nelle dimensioni di un francobollo. Le immagini e i testi (di Wittgenstein, Barthes, o Dorothy Sayers) fanno riferimento alla difficoltà di vedere le cose per quello che sono realmente, ma pochissime persone saranno in grado di leggere l’opera nella sua completezza. I vedenti potranno osservare la fotografia dell’illusione (anche se non comprenderanno com’è stata realizzata), ma la maggior parte non percepirà il senso del testo, troppo piccolo da leggere; i non vedenti, invece, potranno leggere il testo (il plexiglass è tagliato in corrispondenza del testo in Braille, che può essere toccato), ma non potranno osservare la fotografia. L’unica cosa chiara è che ognuno di noi è cieco.
In questo spazio è esposta anche la serie fotografica Eyes Closed. Bloom ha passato molto tempo in sale cinematografiche nel mondo, per cui, in un modo o nell’altro, gran parte dei film che ha visto erano sottotitolati e quelle parole erano sempre approssimazioni inadeguate dei dialoghi; tuttavia, l’autorità loro conferita dall’essere scritte le rendeva più solide e strutturate del dialogo fugace.

Barbara Bloom è nata nel 1951 a Los Angeles. Vive e lavora a New York. Recentemente il MoMA di New York ha acquisito la sua serie fotografica Framing Wall (1977– 2015), che sarà in mostra al museo fino al 20 dicembre 2015. Il suo lavoro è stato esposto in importanti istituzioni quali: Museo Boymans van Beuningen, Rotterdam; Stedelijk Museum, Amsterdam; Museum of Contemporary Art, Los Angeles; La Biennale di Venezia; Kunstverein München, Monaco; Art Gallery of New South Wales, Sydney; The Serpentine Gallery, Londra; Kunsthalle di Zurigo; Württembergischer Kunstverein, Stoccarda; Carnegie Museum of Art, Pittsburgh; Leo Castelli Gallery, New York; SITE Santa Fe;Louisiana Museum of Modern Art, Danimarca; La Bienale de Venezuela, Caracas; Museum Friedricianum, Kassel; Parrish Art Museum, Southampton; Wexner Center for the Arts; Cooper-Hewitt Design Museum; International Center of Photography, New York; Martin-Gropius-Bau, Berlino; The Jewish Museum, New York.

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Joan Jonas
via a.stradella 4

 


Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale in galleria dell’americana Joan Jonas, pioniera riconosciuta della performance e del video.

A partire dagli anni ‘60, ha posto la soggettività femminile al centro del proprio lavoro, attraverso un complesso repertorio linguistico fatto di gesti, narrazione e immagini in movimento. Sperimentatrice instancabile, Jonas esplora le possibilità insite nella natura interdisciplinare dell’arte: una caratteristica che l’ha resa un punto di riferimento per artisti delle più giovani generazioni.

Le opere più recenti di Joan Jonas si concentrano principalmente sulla fragilità della natura e il suo rapporto con la dimensione umana, come in Reanimation, in parte ispirato agli scritti dell’autore islandese Halldór Laxness, e They Come to Us without a Word, la sua grande installazione alla 56a Biennale di Venezia, solo per citarne alcune.
Nelle sue installazioni, video e performance, nulla è semplicemente descritto, ma piuttosto evocato attraverso i sensi. “Anche se l’idea del mio lavoro riguarda la questione di come il mondo stia così rapidamente e radicalmente cambiando, non analizzo il soggetto direttamente o in modo didattico”, ha dichiarato Jonas. “Piuttosto, le idee sono evocate poeticamente attraverso i suoni, le luci e l’accostamento di immagini di bambini, animali e paesaggi.”

La mostra in galleria vuole rendere omaggio al riconoscimento internazionale che Joan Jonas ha avuto in quest’ultimo periodo: dalla sua grande mostra itinerante Light Time Tales – presentata inizialmente all’Hangar Bicocca di Milano e ora in mostra alla Malmö Konsthall – alla sua straordinaria installazione nel Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia.
L’artista presenterà una serie di opere provenienti direttamente dall’installazione della Biennale, due video inediti e una serie di disegni concepiti appositamente per lo spazio espositivo in via Stradella 4.

Joan Jonas nasce a New York nel 1936. Vive e lavora a New York.
Negli ultimi 15 anni è stata docente di Arti Visive al MIT ed è attualmente Professor Emerita nel Programma del MIT di Arte, Cultura e Tecnologia (ACT) all’interno della facoltà di Architettura + Pianificazione. Nel 2009 l’artista ha ottenuto il primo premio annuale Lifetime Achievement Award del Guggenheim. Nel 2015, ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, dove ha ricevuto una menzione speciale.
Jonas ha avuto retrospettive all’Hangar Bicocca, Milano (2014) e Malmö Konsthall, Malmö (2015), Queens Museum of Art di New York (2003), Staatsgalerie, Stuttgart (2000), e allo Stedelijk Museum, Amsterdam (1994). Ha esposto a Documenta V, VI, VII a Kassel. Le è stata commissionata un’installazione e successiva performance dal titolo Lines in the Sand per Documenta XI, ricreata poi alla Tate Modern di Londra, e presso The Kitchen, New York nel 2004. Ha inoltre esposto e presentato performance in istituzioni come: Haus der Kulturen der Welt, Berlino; Sigmund Freud Museum, Vienna; Dia:Beacon, Beacon, New York; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; Museu d’Art Contemporani de Barcelona; Le Plateau e Jeu de Paume/ Hotel de Sully, Parigi; Renaissance Society, University of Chicago, Chicago, Illinois.


Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.

mercoledì 9 dicembre ore 18,30

La Quarta Vetrina

della Libreria delle donne di Milano

Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri. Una quarta vetrina per una quarta dimensione, da inventare ogni volta.

Prosegue il ciclo, a cura di Francesca Pasini con la scultura di Alice Cattaneo Col fiato sospeso per circa due ore. Dopo l’inaugurazione segue l’incontro con l’artista e la curatrice  e la cena della cucina di Estia ( la conferma è gradita).

Sarà in vendita la stampa (1/10)  realizzata dall’artista per  La Quarta Vetrina.

 

Alice Cattaneo ha ideato una scultura che parla di una verità attutita, in apnea, come succede quando si è sottacqua. La vetrina diventa metafora di un acquario da dove emergono figure geometriche semplici, connesse tra loro. Sono rettangoli, circonferenze, linee rette, inclinate che non parlano dell’asse del mondo, ma del dialogo con l’altro da sé. E’ un equilibrio fragile, come lo è la coerenza, perché ambedue hanno bisogno di misurarsi con certezze non univoche e conflitti non sempre riconoscibili. Tondini di ferro, fogli di acetato blu, arancio, rosso scuro, si allineano fuori dall’asse del mondo, lo indicano, forse lo intercettano, ma non è un punto di arrivo.

L’asse attorno a cui ruotano è quello dell’instabilità, che intravede connessioni  anche tra cose destinate a modificarsi. Non cerca la certezza dell’equilibrio, ma la sua pluralità. Non c’entra il calcolo giusto o sbagliato, ma la possibilità di rimettere in sesto le figure della mente, perché appaiono nella loro pluralità.

Così questo mondo geometrico dialogante con l’altro da sé diventa un confine che occlude la vetrina, ma non la copre, non è invasivo, la attraversa lasciando vivere i movimenti dei pensieri, dei sentimenti che sottendono alla fragilità della vita. E, proprio come dietro il vetro di un acquario, indica una visione attutita suggerendo di guardare all’interno di sé per andare oltre il vetro. Col buio e durante la notte, l’apparizione trascina il senso della perdita. Appena superi la vetrina illuminata, magari in macchina, quali connessioni ti resteranno negli occhi? Quali perderai? E’ un’altra metafora della relazione non geometrica tra sé e il mondo.

 

dal 19 novembre 2015 al 30 gennaio 2016

Giovedì 19 novembre 2015 alle 18.30 inaugura presso Forma Meravigli la mostra

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Il caso fotografico che ha conquistato il mondo arriva per la prima volta a Milano.

La mostra, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, è realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

La mostra presentata da Forma Meravigli raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa.

Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.

Come scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo, “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

Il libro Vivian Maier. Una fotografa ritrovata edito da Contrasto accompagna la mostra.

http://www.formafoto.it/2015/09/prossimamente-vivian-maier-street-photographer-dal-19-novembre/


Noi donne di Gerusalemme Est occupata chiediamo protezione immediata, perché siamo testimoni e soffriamo di violazioni diffuse e gravi dei diritti umani dei Palestinesi, tra cui aggressioni fisiche e ferimenti, minacce psicologiche gravi e persecuzione da parte dello stato colonialista israeliano e di gruppi di coloni.

Noi insistiamo verso la comunità internazionale perché agisca e difenda i diritti dei bambini, delle donne e degli uomini palestinesi, compreso il diritto a vivere in sicurezza, in mezzo ad attacchi continui, all’uso eccessivo ed indiscriminato del sistema oppressivo israeliano, ad atti di violenza e terrore quotidiani compiuti da civili ebrei isaraeliani, compresi i coloni. Questa brutalità intimorisce la nostra vita, provoca i nostri giovani, producendo volontariamente la morte e danni fisici e psicologici, e sconquassa e mutila le membra della nostra comunità.

Noi, un gruppo di donne, madri, sorelle, figlie e giovani donne palestinesi – e a nome della “Jerusalemite Women’s Coalition”- chiediamo alla comunità internazionale di proteggere le nostre famiglie, comunità e bambini. Noi chiediamo la protezione della nostra sicurezza fisica quando siamo nelle nostre case, quando camminiamo nel nostro quartiere, per raggiungere le scuole, le cliniche, i luoghi di lavoro e di culto.

Noi chiediamo protezione, perchè ci sentiamo spiazzate anche in casa, quando soldati israeliani, coloni armati, pattuglie di frontiera e polizia invadono le nostre case, attaccano le nostre famiglie, frugano i nostri corpi, e ci terrorizzano tutti.

Noi, donne di Gerusalemme Est occupata ci sentiamo orfane, senza alcuna protezione da parte dell’Autorità palestinese o della comunità internazionale, mentre lo stato israeliano riempie di terrore le nostre case, le nostre istituzioni scolastiche e gli spazi pubblici. L’imposizione da parte dello Stato di una punizione collettiva e di sanzioni invade non solo il nostro spazio fisico e i nostri corpi, ma anche il nostro animo. Noi viviamo in condizioni di paura e di orrore, non sapendo come far fronte al potere onnipotente dell’entità coloniale altamente tecnologizzata, e ad uno stato israeliano militarizzato che normalmente uccide dei Palestinesi nelle strade. I Palestinesi di Gerusalemme Est occupata sono stati abbandonati, sottomessi alla politica discriminatoria di uno stato violento e del suo apparato di sicurezza e di polizia.

L’attuale violenza politica e l’assenza di qualsiasi protezione, giacché l’apparato di sicurezza israeliano protegge soltanto gli Ebrei, compromette la sicurezza delle donne e i loro diritti economici, sociali, psicologici e fisici, nonché la sicurezza dei bambini e degli uomini. Noi chiediamo protezione e l’applicazione della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza sulle donne, la pace e la sicurezza, ed insistiamo affinché i difensori dei diritti umani proteggano la nostra comunità dalla macchina di oppressione israeliana. I nostri figli devono poter arrivare alle loro scuole in pace e sicurezza, e i nostri congiunti e i nostri vecchi devono essere in grado di raggiungere i loro luoghi di lavoro, i servizi sanitari e i servizi sociali in tutta sicurezza. Noi pretendiamo di poter camminare nelle strade senza temere gli attacchi dell’apparato di sicurezza israeliano e i suoi coloni armati.

Noi chiediamo la protezione delle donne e delle ragazze, che sono particolarmente vulnerabili a diverse forme di violenza di stato e di atrocità di massa. Lo strangolamento economico dei palestinesi da parte dei poteri coloniali israeliani, che fino ad ora ha portato ad una dipendenza totale dall’entità israeliana, continua a tenere in trappola la vita dei Palestinesi. La femminizzazione della povertà e lo strangolamento economico dei Palestinesi a Gerusalemme Est occupata riduce i Palestinesi alla schiavitù. La femminizzazione della schiavitù nelle colonie è evidente quando si vedono donne palestinesi diventate lavoratrici domestiche umiliate, controllate ed oppresse nelle entità israeliane pubbliche e private.

Noi sappiamo che il diritto umanitario tenta di sfidare la disumanità insita nelle guerre e la criminalità coloniale esigendo dagli attori internazionali di proteggere i civili. Il diritto umanitario internazionale suggerisce dei limiti morali all’esercizio del potere nelle situazioni di violenza di massa. Lo scopo principale del diritto umanitario internazionale è soprattutto di proteggere e aiutare le vittime della violenza.

Noi, donne di Gerusalemme Est occupata siamo politicamente orfane. Siamo vittime senza protezione, dato che l’Autorità palestinese non ha il diritto di proteggerci nella nostra città, e lo Stato israeliano ci tratta come delle terroriste che debbano essere umiliate, attaccate, violentate e controllate. La guerriglia statale utilizzata a Gersusalemme Est occupata, che si tratti di attacchi contro i Palestinesi nelle strade, di pestaggi di giovani e vecchi, di attacchi contro bambini che vanno o vengono da scuola, di invasioni di coloni violenti nei nostri quartieri e nelle nostre case, del controllo della nostra vita, dell’acqua, dei telefoni portatili, di internet, della mobilità, della salute, dell’economia, e l’accesso ad altre risorse, ci ha piazzato in gabbie umane – segregate, controllate da leggi israeliane ed una teologia della sicurezza, nell’impossibilità di sapere cosa anticipare e ciò che succederà poi. Dovendo sopportare tutte le difficoltà sopra descritte, che sono aumentate di grado per le decisioni del governo israeliano e dall’altra parte ignorate da una amnesia globale,

NOI CHIEDIAMO PROTEZIONE ED AZIONI URGENTI PER PREVENIRE ALTRE ANGOSCE, SRADICAMENTI, DEMONIZZAZIONI E SOFFERENZE.

Firmato da Jerusalemite Women’s Coalition /Al-tajamo’ Al-nasawiy Almaqdasy.

La Coalizione comprende un gruppo di donne di ONG e di femministe di Gerusalemme Est di tutti i gruppi sociali .

Gerusalemme 24.10.2015

(invictapalestina.wordpress.com, 24/10/2015)

di Gianni Ferronato

 


In questi ultimi decenni, dopo l’avvento del femminismo nelle nostre società, una delle novità nella relazione donne-uomini è che finalmente si parla, anche pubblicamente, della violenza maschile contro le donne. Questo significa, secondo me, non tanto che ci sia un aumento della violenza maschile sulle donne quanto piuttosto che la società, uomini compresi, non la ritiene più normale. C’è qualcosa che non va negli uomini per non riuscire a ricomporre gli inevitabili conflitti della convivenza umana senza ricorrere alla violenza. In Italia la situazione vista dai fatti di cronaca sembra sconfortante. Ogni due giorni in media un femminicidio o un’aggressione grave ai danni di una donna da parte di partners, ex, padri, o fratelli. Ma questa è solo la punta dell’iceberg di una violenza sommersa che affonda le sue radici in quel sistema di sfruttamento e di sottomissione delle donne che è il patriarcato. Se nessuno te lo fa notare questo sistema sembra normale e naturale. Invisibile, come l’aria che respiriamo.

Io mi accorsi a 40 anni, su insistenza di un’amica, che quand’ero giovane in casa, a lavare i piatti e a cucinare, erano sempre e solo le donne, pur avendo esse molti altri compiti da fare. Più in generale mi accorsi di quanta ingiustizia ci fosse nelle relazioni tra i sessi, nell’accesso allo studio o al lavoro pagato, nella ripartizione tra maschi e femmine del lavoro di cura e di tutti quei lavori non pagati ma necessari alla vita.

La prima ingiustizia essendo quella che nega alle donne una libera soggettività e le pensa con un pensiero maschile che pretende di essere neutro e universale. La relazione con loro diventa proprietaria e quando entrano in gioco anche i sentimenti e le emozioni può diventare anche pericolosa. In questo sistema ingiusto c’è anche molta complicità femminile come ha mostrato la psicanalisi a proposito del rapporto madre-figlio maschio, ma anche il senso comune a proposito della seduzione femminile considerata come l’equivalente del potere maschile. Questa complicità, di cui è bene secondo me si occupino soprattutto le donne, dà loro anche dei piccoli tornaconti. A me interessa invece il rovescio della medaglia del potere maschile e dei suoi indubbi privilegi. L’obbligo di primeggiare, la fatica di competere, la necessità di fingere, il controllo o la narcosi dei sentimenti e delle emozioni, il sentimento di doversi sobbarcare il peso del mondo occupando tutto lo spazio pubblico, spesso il sentimento di un corpo non desiderabile e l’illusione di poter comprare l’amore. Quello che sta accadendo tra gli uomini in occidente è appunto questo. Semplicemente ci accorgiamo che quel modo di essere uomini non è più attraente come un tempo. Oltre a essere gravemente ingiusto nei confronti delle donne proprio non ci conviene. Quando mi accorsi di questo fu come se mi fossi liberato di una corazza che invece di proteggermi mi ingabbiava.

Mi resi conto anche di non essere sempre stato innocente, come quando da giovane senza permesso allungai la mano sul corpo di una donna, oppure quando fui quasi sul punto di passare all’amore mercenario preso dallo sconforto per la solitudine affettiva, oppure quando alzavo il tono di voce senza rendermi conto che, se fatto da un maschio nei confronti di una donna diventa sempre una minaccia pesante. In ogni caso sentivo dentro di me che queste cose non andavano bene, ma siccome quasi tutti facevano così, mi sentivo in qualche modo autorizzato a fare altrettanto. E a proposito del tono di voce, mi resi conto in particolare che non c’è solo la violenza oggettiva, conclamata, quella che si può portare in tribunale. C’è anche una percezione soggettiva della violenza che solo la vittima può descrivere, mentre l’autore spesso nega o minimizza. Nessuno di noi maschi può tirarsi fuori da una qualche forma di complicità. La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola e l’impegno come uomini recitava il titolo di un appello dell’Ass. nazionale Maschile Plurale del 2009.

Non si tratta qui solo di fare mea culpa ma soprattutto di renderci conto di cosa ci siamo persi di bello e interessante limitandoci a mostrare i muscoli e a fare la voce grossa. Io, per es. avrei perso l’infanzia dei miei figli e la possibilità di una relazione decente con loro se a un certo punto, spinto fortemente da mia moglie, non avessi posto un limite al mestiere, a quel modo tipicamente maschile di farsi occupare la vita intera dal lavoro. Abbiamo bisogno di un salto di consapevolezza, di una rivoluzione simbolica che ci permetta di recuperare il senso del limite e il sentimento della dipendenza senza i quali sarebbe inevitabile la guerra di tutti contro tutti, non solo la guerra dei maschi contro le femmine. Una rivoluzione simbolica che io ritengo condizione necessaria anche per l’efficacia di ogni percorso psicologico per andare oltre la violenza.

Viviamo un periodo storico molto rischioso. Scomparse le società pacifiche esistite o vagheggiate nella preistoria umana oggi tutte le società sono pervase da violenze e sfruttamento di ogni tipo. In qualche modo siamo tutti discendenti di popoli “genocidari”. Ma il modello basico di ogni violenza è già tutto nella struttura piramidale delle relazioni in cui le donne e gli schiavi sono all’ultimo gradino. La democrazia non fa eccezione perché proprio sull’esclusione delle donne e degli schiavi oltre che da una guerra contro la minoranza è nata, ad Atene nel 399 ac. E’ vero che in ampie zone del pianeta le donne hanno guadagnato spazi di libertà un tempo impensabili. Ma è anche vero, credo, che questi spazi non sono guadagnati per sempre. Da una parte in occidente sta montando una reazione maschile revanchista che non intende minimamente rimettere in discussione i modelli tradizionali e che considera gli uomini che su questi temi riflettono, fanno percorsi, dialogano con le donne, o plagiati o traditori, zerbini delle femministe. Fa parte di questa ondata anche la polemica pretestuosa sull’inesistente teoria o ideologia “gender” promossa da ambienti fondamentalisti cattolici o “teo-con”. Forse sta montando anche un inedito fondamentalismo maschilista. Dall’altra in molte zone della terra la tradizionale sottomissione delle donne perpetua un regime di maternità forzate che anche l’occidente ha conosciuto fino a 50 anni fa. Il tema della libera maternità richiama quello della sessualità maschile. Sessualità che ancora oggi, anche tra i giovani, viene vissuta spesso in modo banale e irresponsabile sia sul versante dei sentimenti che su quello delle conseguenze sul corpo della donna. La sessualità femminile viene pensata, piegata e distorta secondo un immaginario erotico che gli uomini attribuiscono anche alle donne. Che poi spesso vengono lasciate sole davanti al dramma-dilemma maternità-aborto. Alcune femministe cattoliche giustamente hanno fatto notare che il recente invito di Papa Francesco ai parroci di dare il perdono in confessione alle donne che hanno fatto aborto e a coloro che le hanno aiutate (se sinceramente pentite/i) nulla dice a proposito del mandante del delitto di aborto di cui all’art. 1398 del codice di diritto canonico anche se l’art. non precisa chi sia (potrebbe essere il partner che non vuole accollarsi la fatica di crescere un figlio, oppure un padre che caccia via di casa la figlia minorenne per il disonore…) “Sostanzialmente un’altra conferma che l’uomo è autorizzato all’irresponsabilità riproduttiva, come quando il rappresentante del Vaticano nega il voto alle delibere internazionali sui “diritti riproduttivi”. Un’altra conseguenza di questa forma della sessualità maschile, specie se abbinata all’esclusione delle donne dalla cultura e dagli studi, è uno squilibrio permanente della demografia con un eccesso di bocche da sfamare rispetto alle risorse disponibili. Il copione finora seguito dall’umanità è l’emigrazione di massa, o con la modalità della colonizzazione ed eventuale genocidio dei nativi, o con la fuga dalle guerre e dalla miseria confidando nel buon cuore della gente da cui si approda. Riusciremo noi europei/e, discendenti degli europei che hanno compiuto il genocidio dei nativi americani, a risolvere in modo pacifico e non esclusivo il dramma di questa gente condannata a fuggire dalla loro terra a causa delle guerre e della miseria che anche noi abbiamo contribuito a generare? La soluzione, se c’è, non può che essere globale.

Per noi uomini la soluzione non può che passare attraverso una scelta personale e consapevole di rinuncia alla violenza. Questa è una rottura che permette di uscire dalla ripetizione sia nei suoi aspetti sociali e culturali e sia, spesso, in quelli che pensiamo meccanismi biologici ma che in realtà sono abitudini acquisite e radicate. E diventa anche un fatto simbolico quando si intuisce che è possibile un modo di stare al mondo oltre le nostre ataviche paure e più in sintonia con i nostri desideri profondi che stanno tutti in parole come fiducia, amore, passione, bellezza, condivisione, conoscenza, riconoscenza, gratitudine, felicità ecc… Ci riusciremo? Io non dispero perché in ogni cultura esistono e sono esistiti uomini che hanno saputo trasformare l’aggressività in forza pacifica, forza che non teme altri punti di vista, forza che non teme di rimettere in discussione la propria identità, forza che sa cogliere i propri limiti e le proprie mancanze. E’ questa la forza maschile che permette ad Eros di riprendere la sua opera creatrice negli incessanti cambiamenti della realtà.

Castelfranco Veneto 24 Ottobre 2015

 

(www.libreriadelledonne.it, 24 ottobre 2015)

di Luisa Muraro

 

Il 13 novembre 2015, poche ore prima dei paurosi eventi di Parigi, quando ancora le altre cose mantenevano una loro importanza, il TG 3 delle ore quattordici ha dato una notizia impressionante.

Un tribunale civile di Genova (due donne e un uomo) ha sentenziato che una donna che era stata gravemente maltrattata dal marito, non aveva diritto a nessun risarcimento perché aveva denunciato il marito troppo tardi e lo aveva sopportato troppo a lungo. In pratica, la donna è stata trattata come consenziente e complice dell’uomo violento.

Siamo davanti a un’iniqua interpretazione della legge e dei fatti, travestita da ragionamento. In altre parole: un abuso di razionalità giuridica. Devo questa espressione alla giurista Silvia Niccolai, che parla anche di “abusi sofistici della razionalità”. Lei ci segnala due cose. Primo, che questa tendenza all’abuso travestito da pensiero razionale riguarda l’applicazione del principio di uguaglianza. Secondo, che si torna così al neutro maschile che calpesta la giustizia nei confronti delle donne.

Purtroppo la conferma di quest’analisi mi è arrivata pochi giorni dopo, da un fatto ancor più grave, non in sé ma per le dimensioni.

La Corte costituzionale spagnola (che loro chiamano El Supremo) ha annullato la severa sentenza pronunciata da un tribunale nei confronti di organizzatori e di profittatori (poliziotti compresi) di due megabordelli, uno dei quali a Saratoga. Sentenza emessa dopo una lunga inchiesta sui fatti e un esame delle leggi vigenti. Lo chiamavano “il caso Saratoga”.

Secondo El Supremo è ben vero che le donne sfruttate nei bordelli erano indotte a prostituirsi da disgraziate circostanze sociali, ma, stante che sul posto non vi erano costrette con una violenza diretta, bisogna considerarle “giuridicamente libere”. Testuale. Non veramente ma “giuridicamente”: suprema ingiustizia, fatta anche allo spirito della legge.

In un articolo intitolato Prostituzione “volontaria” (“El País”, pagine Cataluña, del 17.11.15) il magistrato José Maria Mena ha criticato la decisione del Supremo con tutta la calma consentita dalla sua grande e giusta indignazione. Esattamente così ha parlato la speaker del TG 3 dando la notizia della sentenza di Genova. Così ho cercato di fare io.

Ringrazio il magistrato J. M. Mena e l’amica Silvia Niccolai. Chiedo alle persone che non vogliono vivere in un mondo senza libertà femminile, di non distrarsi dal fronte di lotta costituito da una giusta interpretazione del principio di uguaglianza.

 

(www.libreriadelledonne.it, 20 novembre 2015)

di Giordana Masotto

 

Giovedì 12 novembre 2015 Chiara Bisconti, Lucia Castellano, Cristina Tajani, tre assessore della giunta Pisapia (Castellano ora consigliera regionale) organizzano all’Umanitaria un incontro per parlare del “modellomilano”, della loro esperienza, e per impegnarsi a tenerlo vivo. Il titolo dice qualcosa di forte nella maniera più semplice: “Una conversazione con tre donne impegnate in politica”. Ci vado: sono attratta, vogliosa di essere sorpresa come solo le donne – a volte – sanno sorprenderti.

Prima reazione: che bello vedere donne che parlano in modo autorevole del governo della nostra città. Sono forti, colorate, e diverse tra loro. Ognuna con il suo stile, che fa intuire a tratti la diversa provenienza: sembra scontato, ma non lo è se pensi a certe infilate di personaggi omologati all’ambiente in cui si muovono. La storia soggettiva così non è cancellata o separata, ma è ricchezza da spendere, da mettere alla prova. Sono leggére e insieme consistenti: proprio il contrario dell’effetto che fanno spesso i politici di professione, pesanti e inconsistenti.

Seconda reazione, legata alla prima: meno male che non si/ci confinano nei “problemi delle donne”. Nè che infilano il “tema donne” tra tanti, perché guai a dimenticarlo, perché è doveroso, perché sulle discriminazioni nessuno si azzarda a obiettare, perché fa guadagnare punti.

Le ascolto raccontare – ognuna a partire da sue esperienze e competenze – i paradigmi di questo modello milano. Mi piace che abbiano deciso di mettersi insieme per dare forza e continuità a una politica così come risulta dalla loro esperienza.

Ripenso a quel titolo – una conversazione con tre donne impegnate in politica – e concludo che qui c’è uno spostamento significativo: la soggettività femminile si presenta e parla con autorevolezza senza farsi oggetto del discorso. E per farlo sta in relazione con altre donne. Quindi: presentarsi come soggetti politici in relazione con altre, soggetti che prendono la parola, evitando il rischio sempre presente di diventare un puro argomento nella parola di altri. Non è forse questo il movimento femminista? Solo se si riconosce la soggettività politica delle donne si può pensare a rigenerare la convivenza in città. E farlo affettuosamente come mi è sembrato trapelasse da Chiara, Lucia e Cristina.

 

(www.libreriadelledonne.it, 20 novembre 2015)

DAL 19 NOVEMBRE 2015 AL 12 GENNAIO 2016

Due giovani artiste in mostra che vale la pena andare a conoscere. Zina Borgini.

STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO

Via Stoppani 15, 20129 Milano Tel 02 87213215

Irene Balia è nata a Iglesias (CI) nel 1985. Oggi vive e lavora a Milano.
Osservando le tele di Irene vi sono due possibilità: dare uno sguardo rapido e rimanere abbagliati dalla leggiadra vivacità dei colori oppure osservarle con attenzione e rimanerne pietrificati, trasportati in una dimensione altra dove regna il silenzio, la stasi, l’irremovibilità. Da qualche tempo l’artista si è avvicinata al genere della natura morta. I soggetti sono per lo più pesci, che aleggiano con grazia in una fastosa decorazione, ispirata alle fantasie ricamate su tappeti sardi.
Altre nature morte di formato più grande ospitano invece ambienti familiari dove la consuetudine dei gesti quotidiani assume un aspetto di intima ritualità.

Elena Vavaro è nata a Castelvetrano (TP) nel 1988. Oggi vive e lavora a Milano.

Il volto e la sua introspezione psicologica sono il fulcro della ricerca della giovane artista siciliana.
I ritratti dipinti da Elena Vavaro sono liquidi, ma allo stesso tempo solidi. Sono liquidi nella stesura acquarellata che fa trasparire le venature più profonde, sono solidi nelle espressioni decise, ferme, serie.
I volti non sorridono mai e ci osservano senza paura, senza vergogna. Ci comunicano il loro vissuto interrogandoci sul nostro.
L’ultima produzione dell’artista è arricchita dall’applicazione sull’opera di elementi vegetali o stoffe che disegnano forme e rendono ancora più materici i colori sul supporto cartaceo.

dal 21-11-2015 al 08-03-2016

Altra misura.
Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta
Frittelli arte contemporanea, Firenze
a cura di Raffaella Perna
inaugurazione: sabato 21 novembre ore 18
apertura della mostra: dal 21 novembre 2015 all’8 marzo 2016
orario: lun-ven 10-13 15.30-19.30 | sab, dom e festivi su appuntamento
www.frittelliarte.it info@frittelliarte.it
telefono + 39 055 410153 fax + 39 055 4377359
Frittelli Arte Contemporanea presenta la mostra “Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia
negli anni Settanta”, a cura di Raffaella Perna, che inaugura sabato 21 novembre 2015 e rimarrà aperta sino
all’8 marzo 2016.
La mostra a cura di Raffaella Perna propone – attraverso una selezione di circa cento opere – un’ampia panoramica del lavoro di undici artiste italiane (o attive stabilmente nel nostro Paese) che negli anni Settanta hanno scelto la fotografia come medium privilegiato per esplorare i nessi tra corpo e identità femminile e per rivendicare le istanze del personale e del vissuto: Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole
Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi.Queste artiste hanno condotto una critica profonda delle immagini del femminile diffuse nella cultura visiva occidentale, dove il corpo della donna è abitualmente sottoposto a un processo direificazione. Nel contestare i modelli di rappresentazione vigenti, il medium fotografico è un alleato
prezioso: la peculiare natura di indice della fotografia – la sua specifica contiguità con il reale – fa sì che l’immagine fotografica si presenti come una traccia sensibile del corpo, luogo in cui si inscrivono non soltanto i segni dell’identità biologica, ma anche quelli legati al ruolo sociale e pubblico. La fotografia consente quindi alle artiste di muoversi su un doppio binario: attraverso questo medium, da un lato, esse mettono in primo piano il corpo per sondarne potenzialità, limiti e desideri alla ricerca di una dimensione
identitaria non più alienata e libera dai canoni maschili; dall’altro, demistificano le ideologie trasmesse proprio con e nelle immagini del corpo.
Il titolo della mostra è un omaggio all’omonima esposizione curata da Romana Loda nel 1976 a Falconara:una mostra “minore”, lontana dalle capitali dell’arte, scelta per ricordare l’impegno di chi, all’epoca, ha sostenuto e promosso la sperimentazione al femminile.
Insieme a una ricca raccolta di documenti legati alla storia del femminismo (libri, riviste, manifesti ecc.), inmostra sono esposte per la prima volta le maquette originali di Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci
immaginiamo – Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Paola Mattioli, Adriana Monti, Silvia Truppi – libro fotografico pubblicato da Mazzotta nel 1978, che comprende materiali individuali ed esperienze collettive dedicate all’immagine femminile e al rapporto tra donne.
In occasione dell’inaugurazione si terranno le performance di Tomaso Binga e Libera Mazzoleni.
Durante la mostra si terrà inoltre un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i rapporti tra arte e femminismo in Italia attraverso le testimonianze di artiste, storiche dell’arte galleriste, curatrici e collezioniste, invitate a rifleAltra misura.

di Mira Furlani

Sulla rivista del CUM (Centro Unitario di cooperazione missionaria fra le chiese), “NotiCum” n. 6, giugno 2015, è stato pubblicato un breve resoconto e due video del convegno nazionale dei gruppi donne delle comunità di base e altri gruppi, avvenuto a Verona dal 15 al 17 maggio scorsi: “Le orme del divino sulle strade dell’oggi”. Il link è il seguente, l’articolo e i video sono a pag. 27:

https://cloud.3dissue.com/77366/77720/110027/issue1/index.html?r=28

Mamma, siamo in guerra? Gli attentati di Parigi spiegati a mia figlia

di Annalisa Monfreda


Mamma, siamo in guerra?

Sono le prime parole che ha farfugliato mia figlia domenica mattina, gli occhi semichiusi e la bocca impastata di sonno.

Non aveva letto, come me, tutte le prime pagine dei giornali, dove quel termine compariva a caratteri cubitali. Però aveva sentito la televisione gracchiare in sottofondo per una giornata intera e si era addormentata con una sola parola che le ronzava in testa: guerra.

La parola guerra sembra l’unica in grado di dare un senso ai fatti di Parigi.
Ma è proprio per questo che non andrebbe usata.
Per inchiodare quanto è successo all’assenza di senso.

Che cosa spinge un ragazzo a farsi saltare in aria mentre tutto – la natura, l’età – lo vorrebbe attaccato alla vita? Che cosa dà la forza a un essere umano di uccidere un altro essere umano disarmato e innocente? La convinzione di essere in guerra. La certezza che la gente seduta nei bar, allo stadio, ai concerti sia il nemico.

In guerra ogni legge, sia essa di Dio o degli uomini, viene sospesa. La guerra è un mondo a parte, con le sue regole e i suoi codici. In guerra succede di uccidere civili inermi, lo si fa in nome di un’ideologia, che seppur non condivisa, viene riconosciuta da entrambi i fronti. La guerra legittima ciò che non solo è contro la legge ma è soprattutto contro la natura.

Nel momento stesso in cui anche noi usiamo quella parola stiamo di fatto costruendo l’alibi morale per i terroristi. Se noi la chiamiamo guerra le diamo un senso. E chi si lascia affascinare dall’Isis è gente in cerca di un senso per la propria esistenza.

Ne abbiamo arruolati più noi con le nostre prime pagine di giornali, che mille tweet di propaganda.

Come scrisse Tiziano Terzani all’indomani dell’11 settembre: «Il terrorismo non si combatte uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali».

Ecco perché ho risposto a mia figlia: no, tesoro mio. Noi non siamo in guerra. Usciamo, dai. È una bella giornata di sole.


(giornimoderni.donnamoderna.com, 16/11/2015)

Parigi, Sabina Guzzanti: “Chiedere scusa per la guerra in Iraq”


“L’Isis esiste solo perché c’è stata l’invasione dell’Iraq. Non c’è un’altra ragione, con buona pace dei guerrafondai e dei seguaci della Fallaci”


“Noi continuiamo a chiamare questi attentati, attacchi terroristici. Ma il termine più corretto per questi attacchi è guerriglia
. E si tratta di una modalità di guerriglia davvero molto difficile da sconfiggere. Possono agire in ogni parte del mondo e non vengono da fuori, vengono da dentro. Chiudere le frontiere non serve a nulla. Questa volta sul piano della forza, sono più forti. Potrebbe essere se non altro per questa ragione per abbandonare la strategia della violenza e seguire quella della razionalità”. Lo scrive su facebook Sabina Guzzanti. “Ancora una volta civili innocenti pagano le scelte sconsiderate di una politica pilotata da interessi privati – aggiunge – Oggi mentre il mondo è sconvolto, si parla di chiudere le frontiere, cosa che oltre che essere ingiusta è semplicemente impossibile. Si parla di altri attacchi armati, che non potrà che incrementaranno il conflitto invece che risolverlo. L’unica soluzione che non si prende in considerazione è quella di smettere di bombardare, invadere, sfruttare, i paesi islamici”. “E magari- sottolinea- chiedere scusa per la guerra in Iraq, guerra ingiusta, fatta con il pretesto ridicolo delle armi di distruzione di massa, in cui i nostri eserciti hanno provocato la morte di decine di migliaia di civili innocenti, abbiamo portato tortura, speculazioni di ogni sorta e devastato la struttura politica di un paese a beneficio di interessi privatissimi. E’ questo che permette all’Isis di ottenere un consenso così vasto. L’Isis è in Iraq ed esiste solo perché c’è stata l’invasione dell’Iraq”. “Non c’è un’altra ragione, con buona pace dei guerrafondai e dei seguaci della Fallaci il cui pensiero contro ogni logica oggi viene rispolverato – dice ancora Sabina Guzzanti – E’ accaduto esattamente quello che milioni di persone scese in piazza nel 2001 contro la guerra, in Iraq, hanno gridato invano. Abbiamo messo in moto un conflitto pericolosissimo che ha buone possibilità di trasformarsi in una guerra globale permanente”.


(www.romait.it, 15/11/2015)

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.

di Fulvio Scaglione

E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.

Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.

Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.

Nel frattempo l’Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.

Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.

Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.

Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.


(Famiglia Cristiana, 16/11/2015)