Ripartire dall’essenziale. L’uscita dell’ultimo libro, prodotto dalla Scuola estiva dell’Università del Salento, Un punto fermo per andare avanti. Saperi, relazioni, lavoro e politica, curato da Marisa Forcina (Milella 2015) è l’occasione per riprendere la riflessione del seminario estivo del 2014 che voleva ripartire dall’essenziale, a cominciare dal riconoscimento della differenza sessuale. Ne parliamo con due delle autrici, Stefania Ferrando e Sara Gandini. Introduce Laura Colombo.
di Bia Sarasini
«È stata una sensazione personale, diretta. Come se tutto il mondo in guerra avesse fatto irruzione dentro i confini della mia patria. Siria, Iran, Iraq sono entrati nelle nostre vite. Prima degli attentati a Parigi del 13 novembre scorso gli interventi francesi in Mali non sembravano riguardare i cittadini, ora invece sappiamo che li riguardano, eccome» dice Annie Ernaux, la signora delle lettere francesi, ospite importante della fiera della piccola e media editoria “Piu libri, più liberi” in corso a Roma fino a domani 8 dicembre con il suo libro culto “Gli anni” (L’Orma, 266 pagine, 16 euro). «Ho letto su un sito un’espressione che mi ha colpita: sono i nostri morti ma non è la nostra guerra. Io chioserei: sono i nostri morti ma non è la nostra politica». E aggiunge: «Non si deve mai vivere con la paura, anche se penso che ci saranno altri attentati. Non si poteva comunque andare avanti con la supremazia dei paesi occidentali che dimenticano l’altra parte del mondo». Quanto al suo libro, non ammette equivoci: «Ho scritto del passato, ma non c’è traccia di nostalgia», ha detto a un pubblico che l’ascoltata con attenzione, dopo essersi messo pazientemente in fila per vederla e farsi firmare il libro. «Direi anzi che non c’è proprio nessun sentimento. Il mio scopo è afferrare la realtà, il passaggio del tempo così come avviene. La nostalgia falsifica tutto». Ma di cosa parla “Gli anni”? «Non si tratta né di memoria né di ricordo. Si tratta di risalire il tempo. Trovare la bambina, la ragazza, la donna matura che sono e che sono stata, insieme alle tracce degli eventi, delle cose, dei fatti, dei cambiamenti che hanno fatto il corso del tempo. In altre parole, quello che fa, della mia vita, la mia vita dentro i fatti della mia generazione».
Annie Ernaux, che è nata a Lillebonne nel 1940, fa iniziare dal 1945 quella che si potrebbe definire una specie di registrazione, di documentazione ad uso di altri, oltre che per sé stessa. Comincia dal dopoguerra. «Il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film “L’inverno ti farà tornare”. Oppure, la foto virata seppia di un «neonato grassoccio».
Fatti, sentimenti, immagini, oggetti, frasi, pubblicità messi uni accanto agli altri, che insieme disegnano una striscia ininterrotta, un nastro senza fine proprio come la vita, che dal passato arrivano al presente. «Non c’è l’io, non c’è la prima persona» dice Ernaux «C’è il noi, il noi dei bambini, dei giovani che siamo stati. E c’è lei, la terza persona femminile, che sono io, insieme a tutti quei noi. E l’io non è più lo stesso io». È un’autobiografia di tutti, quella che mette insieme la scrittrice francese di cui a poco a poco la critica ha imparato a riconoscere la grandezza. Una scrittrice a cui spesso si attribuisce la maternità dell’autofiction, definizione che respinge: «Non c’è un grammo di fiction nella mia scrittura. Io cerco la realtà. Dico il cambiamento personale dentro il cambiamento della società, come in uno specchio». L’io e il noi, l’interiore e l’esteriore.
«Siamo dentro e fuori della società, in bilico. Spero che questo libro abbia un respiro europeo. Francia e Italia hanno storie simili: le classi contadine che si modernizzano nel dopoguerra, le lotte politiche». Non manca nulla, dalla ricostruzione del dopoguerra al ’68, dalla rivoluzione sessuale alla liberazione della donna. Sono interessanti anche le parole, che cambiano, con il tempo. «Sì, anche il linguaggio fa parte del tempo. Nella stessa maniera in cui si era detto ‘dopo Auschwitz’, ora si dice ‘dopo l’11 settembre’, un giorno speciale. Lì cominciava qualcosa, non sapevamo cosa. Anche il tempo si globalizzava, diventava unico». Non è un dettaglio da poco, per chi scrive per salvare il tempo di tutti. Come si conclude il libro: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». Perché morte e vita non appartengono all’io, alla voce singola, sono di tutti.
(www.societadelleletterate.it, 7/12/2015)
di Luisa Muraro
Non esiste il diritto ad avere figli a tutti i costi. Chi lo cerca con l’utero in affitto entra in un mercato in cui la donna è messa sotto contratto con clausole varie dettate dal compratore. Definire schiave queste donne è retorica che copre il mercimonio. Viviamo in una situazione in cui il mercato ammette che si possa trasformare nove mesi della vita di una donna in merce. La cultura neo liberista si impadronisce delle conquiste femminili facendo passare il profitto per libertà di scelta.
Quarant’anni di lotte hanno sganciato le donne dalla subordinazione, trasformando i rapporti tra i sessi. L’utero in affitto non è un diritto e non è libertà. È come dire che la prostituzione è sempre una libera scelta. È menzogna. Chi si sente libera lo fa e non chiede diritti, legalizzare la prostituzione serve solo a dare garanzie agli sfruttatori.
Ci sono cose sgradevoli e contrarie alla civiltà e altre che la favoriscono. La relazione materna è una di queste ultime. Va custodita come un bene. Non sappiamo cosa può produrre nelle creature future quel «passaggio». Probabilmente man mano che la libertà femminile si rafforza si vedranno situazioni speciali che consentiranno di trasformare la relazione materna in qualcosa di nuovo. Se necessario.
Occorrono, però, garanzie di gesti fatti per amore e liberamente. Finché ci sarà l’utero in affitto è inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita. Io sostengo che abbia a che fare con l’invidia maschile della fertilità femminile. In passato hanno anche tentato grotteschi esperimenti per impiantare uteri nei loro corpi. Oggi alcuni direbbero che questa invidia può essere gratificata. Basta il denaro. Eh no. L’utero in affitto contrasta con lo spirito della civiltà europea. Di una civiltà che non vuole la vendita di organi né di altro materiale del vivente. Ma la donazione. Quello è lo spirito della legge. Adesso ci chiediamo se questa etica possa essere trasferita anche alla maternità, in forma di utero di una donna che lo mette liberamente a disposizione di altre. I punti su cui dobbiamo interrogarci sono diversi. Deve essere un dono, e la gratuità deve essere certa, come per il sangue e gli organi, certificata da un’autorità affidabile.
Non basta: va prevista la possibilità che la donante possa cambiare idea. Portare in grembo una creatura, è risaputo, sviluppa nella donna una relazione così profonda che perfino il distacco del parto può metterla in difficoltà.
Dove stanno andando ora i compratori di uteri? Nei Paesi dove il contratto è una finta perché lei non potrà tirarsi indietro, garantiscono per lei mariti, fratelli, padri e anche madri, solitamente poveri.
I sacrosanti desideri di maternità e paternità di donne e uomini non fertili possono essere appagati, ma a certe condizioni. Ci sono limiti anche alla scelta di donne che si sentono onnipotenti nell’atto di mettere a disposizione il loro utero. Una donna che vuole offrirlo, lo offra gratis e si rivolga a un’autorità morale informandosi sulle persone a cui donerà questa creatura. Questa è anche la posizione di Arci lesbica. Non venga, però, sventagliato come un diritto. È una possibilità e tale deve rimanere. C’è chi dice se non c’è un diritto ad avere figli allora come si giustifica il diritto a “non” avere figli? La legge 140 dà alle donne la possibilità di rinunciare alla maternità, a certe condizioni tra cui quella di abortire in ospedali pubblici. Non sancisce un diritto.
La questione resta morale e di civiltà. E qui incontriamo un altro punto su cui dobbiamo interrogarci: ed è l’idea di «non disponibile», che non vuol dire proibito. Non tutto è disponibile all’essere umano. Non è questione di tecnologia e non deve diventare questione di soldi, è una questione di misura interiore, è fondamentale che si accetti la corporeità vivente, il nostro essere corpo con le sue determinazioni.
(Corriere della Sera, 7 dicembre 2015)
di Mag
Gettiamo semi per nuove primavere è il NUOVO NUMERO del trimestrale A&P di Mag Verona, appena uscito. Ecco il sommario:
– Quale relazione con le istituzioni oggi? – a cura di Tommaso Mastelli
– Fermata Calabria – a cura di Silvia Basso
– Io vivo qui – a cura di Chiara Tommasini
–Immaginare un’Europa di città in relazione, prima che in rete – a cura di Laura Minguzzi
– Gesti d’autorità femminile che continuano – a cura di Anna Di Salvo
– “Urgono istituzioni nuove” – a cura di Loredana Aldegheri
– Microfinanza, strumento di occupazione e di cambiamento – a cura di Gemma Albanese
– La mostra “IntramurA” – a cura di Giulia Pravato
– I giorni della tragedia – a cura di Rocio Perotto
– Senza madre – a cura di Maria Concetta Sala
Per averne una copia vieni a trovarci alla Casa Comune Mag (via Cristofoli 31 scala A, Verona), oppure abbonati ad AP al costo di € 25 annui (in sede o vai a: http://www.magverona.it/partecipa…/abbonati-alla-rivista-ap/)
(www.magverona.it, 7 dicembre 2015)
di Ombretta De Biase
con: Angeli Elena, Boeri Mila, Castigliola Cristina, Cesarotti Elena, Colonna Fabio, D’Ascanio Sara, Dei Giudici Paolo, Facheris Matilde, Faiolo Roberta, Ferrari Maurizia, Gibbons Giulia Sarah, Marchioro Annagaia, Raimondi Sveva, Ratti Antonella, Salardi Cristina, Roveda Monica, Scano Claudia, Stoppa Chiara
Donne che ‘fanno’ gli uomini in uno spettacolo effervescente, una satira inedita, graffiante e irresistibile.
In teatro non mi divertivo così da tanto tempo! Domenica 29 novembre 2015, allo storico Zelig di Milano, è andato in scena lo spettacolo delle Drag King, un gruppo autogestito di 18 attrici e due attori che, con un ritmo ineccepibile e un perfetto lavoro sul corpo, hanno messo in scena modi d’essere maschili senza cadere nella facile trappola del gesto iperbolico, esagerato e, quindi, meno efficace. Con in sottofondo note canzoni scelte ad hoc e cantate in play-back, le nostre donne hanno ‘fatto’ gli uomini nelle varie situazioni di vita quotidiana: in palestra, alla partita di calcio, al bar, nel rapporto con il danaro, mentre si contendono la donna – ovviamente interpretata da un uomo, Fabio Colonna – etc.., inscenando così i diversi ‘stati d’animo’ maschili, tradotti con abilità interpretativa dagli stereotipi, ognuno dei quali credibilmente caratterizzato. Il che, per inciso, non accade nei tanti spettacoli in versione Drag Queen, cioè di uomini che ‘fanno’ le donne; tutti divertenti ma perlopiù estetizzanti, rivolti cioè a stupire per i fastosi costumi e i gesti eclatanti piuttosto che per far satira sul vero universo interiore femminile. Al termine dello spettacolo mi sono chiesta se una platea formata tutta da uomini si sarebbe divertita come mi sono sono divertita io. Sicuramente sì, ma, immagino, ‘a denti stretti’. D’altronde è appunto questo il fine e il retrogusto della satira d.o.c..
(www.libreriadelledonne.it, 4 dicembre 2015)
di Amy X. Wang, Quartz, Stati Uniti
“Difficile che a 16 anni io sapessi che cosa significava la parola ‘femminista’”, confessa Chimamanda Ngozi Adichie, la scrittrice nigeriana che ha ricevuto diversi premi per opere come Metà di un sole giallo e Americanah. “Però ero femminista”, aggiunge convinta.
L’ultimo libro di Adichie è Dovremmo essere tutti femministi, un saggio intimo che parla di politica della sessualità, di costruzione del genere e delle esperienze personali dell’autrice in quanto donna africana (è uscito sul numero 1079 di Internazionale). Il testo, un adattamento di una conferenza Ted tenuta da Adichie nel 2013 che nel frattempo ha avuto più di due milioni di visualizzazioni su YouTube, è sia una narrazione sentita sia un appello all’azione femminista al livello globale.
Questo appello ha ricevuto una reazione attenta almeno in uno stato. In Svezia, dove il libro è uscito il 1 dicembre, diverse organizzazioni hanno unito le forze per distribuirlo a tutti i sedicenni del paese.
La Swedish women’s lobby (Swl), in collaborazione con la casa editrice Albert Bonniers Förlag, con la United Nations association of Sweden e con diversi altri gruppi, il 2 dicembre ha annunciato che farà in modo che una copia gratuita del libro sia distribuita a tutti gli studenti del penultimo anno delle scuole superiori. Finora sono più di centomila i volumi distribuiti, e per il mese prossimo la Swedish women’s lobby progetta di fornire delle schede didattiche agli insegnanti.
Anche se il libro sarà distribuito gratuitamente solo agli adolescenti, la speranza è che tutti i cittadini ne traggano beneficio. Clara Berglund, la presidente della Swl, ha detto: “Avrebbero dovuto leggere un libro come questo i miei compagni di scuola maschi quando avevamo 16 anni”. Il saggio di Adichie, ha aggiunto Berglund, sarà “un regalo per noi e per le generazioni future”.
Alla conferenza stampa organizzata dal gruppo a Stoccolma per annunciare il progetto, Adichie si è rivolta in videoconferenza agli studenti delle scuole superiori svedesi con queste parole:
Per me il femminismo è una questione di giustizia. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo più giusto. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo in cui nessuno dica mai a una donna che cosa può o non può fare, che cosa deve o non deve fare, solo perché è una donna. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano più felici, in cui non siano vincolati dai ruoli di genere. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano davvero alla pari, e per questo sono femminista.
Naturalmente la Svezia non è l’unico paese che ha esaltato il libro di Adichie come modello di discorso femminista. In questi giorni il saggio è in cima alla classifica di Amazon dei best seller dedicati agli studi di genere e la cantante statunitense Beyoncé ha perfino campionato le parole di Adichie in un brano pop incluso nel suo ultimo album.
(Traduzione di Floriana Pagano)
(Internazionale, 4/12/2015)
di Alessandra Pigliaru
«Siamo tutti in uno specchio e ciascuno di noi è un riflesso dell’altro. Solo specchiandomi nella tua diversità posso capire chi sono io». Molte sono le ragioni per cui la notizia della scomparsa di Fatema Mernissi lascia un senso di solitudine. E altrettante sono quelle che conducono a un desiderio di gratitudine verso i lunghi anni che ha dedicato alla scrittura narrativa e saggistica, alla militanza politica, al femminismo e alla libertà femminile.
Intorno a quello specchio in cui ciascuno è il riflesso dell’altro, Mernissi aveva meditato davvero, convinta come era che la conoscenza fosse l’unico metodo da utilizzare per la rivoluzione e la convivenza delle differenze. Di tutto ciò che ha vissuto ha restituito tesori, dall’esperienza dei suoi anni d’infanzia, quelli nell’harem di Fez e delle sue prime dissidenze critiche nei confronti di una cultura arabo-islamica che dovesse rispondere alla complessità delle relazioni tra i sessi, con la relativa decostruzione di un ’immaginario maschilista e patriarcale. Raffinata e tagliente lettrice del Corano, sociologa e docente all’Università Mohammed V di Rabat, il Marocco perde una delle più acuminate, irriverenti e sapienti intellettuali contemporanee. La terrazza proibita (1996) è forse uno dei suoi libri più noti in Italia ma anche altri titoli ne hanno segnato la circolazione; in particolare Le sultane dimenticate (1992), Chaharazad non è marocchina (1993), L’Harem e l’Occidente (2000), Islam e democrazia (2002).
Come ricorda la giornalista Mona Eltahawy, insieme ai nomi di Huda Sharaawi, Doria Shafik, Nawal al-Sa’dawi, anche il nome di Fatema Mernissi ha rappresentato un punto di riferimento preciso, la possibilità per generazioni di donne di acquisire un nuovo linguaggio, dell’appropriarsi di una genealogia femminista. Sarebbe sufficiente ricordare il suo primo libro Beyond the veil. Male-female Dynamics in Modern Muslim Society (1975) in cui viene offerta una diversa interpretazione dei versetti coranici inerenti il velo e il conflitto – sotteso a tutte le religioni monoteiste – tra «divino» e «femminile» con le ricadute nella relazione tra i sessi.
Animatrice di reti e imprese culturali, Mernissi ha inoltre saputo riconoscere l’importanza delle nuove tecnologie in relazione alla tradizione, ha lavorato duramente per osservare le trasformazioni socio-politiche del Marocco rappresentandolo come un mondo non esotico né stereotipato ma ricco di meraviglie. Come si legge nel suo Karawan. Dal deserto al web (2004), in cui tenta di smontare alcuni luoghi comuni che confondono chi decide di conoscere le preziosità del Marocco.
Primo fra tutti il malinteso secondo cui i cambiamenti si producono più al centro che nelle periferie, ci sono infatti più mutamenti nei paesini dell’Alto Atlante e nel deserto di Zagora e Figuig che nelle grandi Casablanca e Rabat. E ancora spazio è dedicato alla convivenza e al confronto della biculturalità di arabo e berbero, un vantaggio che facilita l’apprendimento di ulteriori lingue. Considerare l’occidente come superiore, più istruito e avanzato rispetto al resto del mondo sempre sull’orlo dell’analfabetismo? Le figlie e i figli delle tessitrici marocchine analfabete raccontano una storia diversa, quella della riconoscenza per un sapere antico – delle proprie madri – che va a poggiare con quanto si riesce a comunicare e svelare tramite internet. A tal proposito, Mernissi si domanda: «che sia perché tessere un tappeto, e cioè realizzare un progetto labirintico, richiede la più assoluta concentrazione?».
Della sua morte dà l’annuncio Jamila Hassoune, che alla metà degli anni Novanta da Marrakech comincia il primo esperimento di libraia nomade e itinerante nelle zone rurali del Marocco, e da cui Fatema Mernissi si fa ispirare. È un contagio fecondo che nel 1997 fa nascere l’esperienza prima della Carovana Civica che discute di democrazia e cittadinanza e poi della Carovana dei libri, rivolta alle scuole. «Diventerò una maga. Cesellerò le parole», scriveva con amore incrollabile verso l’incontro con l’altro, con le donne e gli uomini che abitano i margini, per condividerne e impararne i sogni, un modo felice di «rendere inutili le frontiere».
(il manifesto, 2 dicembre 2015)
da La stampa del 30-11-2015
di Maria Corbi
Nel lavoro firmato da Annie Leibovitz anche Yoko Ono, Patti Smith e Serena Williams
Annie Leibovitz aveva già prestato il suo occhio e la sua sensibilità a The Cal nel 2000 quando l’unica modella a entrare nelle sue pagine fu Laetizia Casta. Per il 2016 l’eccezione è invece Natalia Vodianova. Quindi inutile aspettarsi una carrellata di donne nude e ammiccanti a rappresentare l’anno che verrà. Ecco invece un gruppo di donne carismatiche e toste, scelte per quello che sono e non per la loro perfezione. Un concetto di bellezza democratico, femminista, che salta i canoni imposti da pubblicità, uomini e mass media. Modelle per caso, anzi per scelta, per cercare di abbattere il muro del pensiero unico maschile sulla bellezza. Ed ecco Yoko Ono, 82 anni, la giapponese che negli anni ’60 stregò John Lennon e mise fine ai Beatles. Katherine Kennedy, 62 anni, super produttrice americana, socia di Steven Spielberg. Agnes Gund, 77 anni, collezionista, presidente del Museum oggi modern Att di New York. Patti Smith, 68 anni, sacerdotessa della musica New Waves.
Fran Lebowitz, 64 anni, opinionista made in Usa, paladina dei diritti dei fumatori.
Ava Duvernay, 44 anni, regista di Selma – La strada per la libertà. E poi Serena Williams, 33 anni, giunonica campionessa, mito del tennis. Ma a rappresentare il «nuovo femminile», «la generazione Z», le giovanissime, c’è Tavi Gevinson, 19 anni, aspetto di una tredicenne che con il suo blog Style Rookie , fondato nel 2008, è diventata una delle trenta donne under 30 più importanti del mondo dei media secondo Forbes. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo progetto cartaceo: «Rookie – Year Book One». È considerata una «new feminist» e da piccola donna che a 12 anni alle sfilate si sedeva già a poche poltrone di distanza dalla Wintour, si è trasformata in una ambasciatrice della sua generazione. Via social, of course.
In occasione della presentazione del calendario Pirelli ha presentato anche il sito www.pirellicalendar.com per gli appassionati di «The Cal». All’interno materiale d’archivio, alcuni inediti e il backstage. Una storia del calendario ma anche uno spaccato dell’evoluzione del costume di oltre mezzo secolo di storia, dal 1963 fino ai giorni nostri.
http://www.lastampa.it/2015/11/30/societa/basta-nudo-e-sensualit-il-calendario-pirelli-celebra-le-donne-toste
di Stefano Montefiori
Toni da crociata. Non capisco come si possa dichiarare una guerra convenzionale ai terroristi. E sento toni da crociata. Separazione. Temo la separazione civile. Sempre di più la gente guarda storto chi non è bianco. C’è un brutto clima
La Resistenza, l’Algeria, De Gaulle, il Maggio francese ma anche la pillola e «Ultimo tango a Parigi», e la giostra del parco termale di Saint-Honoré-les-Bains e lo sguardo della gatta al momento della puntura finale, e anche la rivolta nelle banlieues e l’ascesa del Front National. Nel molto amato romanzo «Gli Anni» (L’Orma Editore), Annie Ernaux racconta in prima persona plurale, con «sensibilità collettiva», la sua storia e quella della Francia. Una ribellione della scrittrice oggi 75enne contro l’oblio, una autobiografia impersonale per «salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». Come scriverebbe Annie Ernaux le pagine che mancano al suo libro, quelle sugli attentati di Parigi e lo stato di emergenza? «C’è il sentimento di essere passati in un altro mondo, qualcosa di sinistro. Sono pessimista riguardo ai prossimi mesi perché, oltre allo choc degli eventi, quello che si sta preparando ora non mi pare promettente».La reazione del governo francese? «Non capisco come si possa dichiarare una guerra convenzionale ai terroristi. E sento toni da crociata che ricordano Bush dopo l’11 settembre». Che cosa pensa dello stato di emergenza? «Può apparire necessario, io non ero affatto contraria subito dopo gli attentati ma poi è stato prolungato per tre mesi e forse sarà prorogato ancora. È una minaccia contro la libertà di tutti i cittadini e può accrescere la divisione della società. Sono stati messi in residenza obbligata 24 ecologisti che non hanno niente a che fare, evidentemente, con il terrorismo. E la Francia ha notificato al Consiglio d’Europa la possibile deroga ai diritti dell’uomo». È delusa dalla patria dei diritti dell’uomo? «Esiste l’idea di una Francia generosa e egualitaria, ma questi sono slogan. L’avvenire è preoccupante». Che cosa teme di più? «Altri attentati, ovviamente. Comunque non vivo nella paura, abito fuori Parigi e prendo il métro come sempre, ma i vagoni adesso sono mezzi vuoti. Soprattutto, temo la separazione civile. Sempre di più la gente guarda storto chi non è bianco. C’è un brutto clima, gli attentati hanno reso possibile la restrizione delle libertà e l’arbitrio nei controlli». Che cosa pensa degli incidenti in place de la République? «Quel che è accaduto oggi conferma i miei presentimenti. Il governo pratica l’intimidazione e quella che Pierre Bourdieu chiamava giustamente la “violenza di Stato” nei confronti di cittadini che hanno solamente il torto di manifestare. I cortei sono vietati ma le attività a fini di lucro, per esempio il celebre mercatino di Natale a Strasburgo, sono autorizzate senza alcun problema». E il nuovo patriottismo francese? «Mi pare una strumentalizzazione. Si può pure mettere una bandiera alla finestra, non costa niente (io comunque non l’ho fatto), ma non è attaccandosi ai simboli che si risolvono i problemi. Abbiamo sentito dire dal presidente che non dobbiamo cedere al terrore e ci siamo raccolti intorno al tricolore, ma poi i negozi sono vuoti e la gente ha paura. La forma che ha preso il nostro lutto mi mette a disagio. Di colpo il mondo è entrato nelle nostre vite, e reagiamo con un lirismo funebre e una politica che ci porta decenni indietro. Visto che siamo in guerra, come ci ripetono di continuo, possiamo permetterci tutto: mi ricorda un’epoca poco gloriosa. Il mio libro arriva fino al 2007 ma tutti i problemi – dalle banlieue al Front National – c’erano già. La Francia del 2015 è simile a quella del 2007, in peggio».
( Corriere della Sera, 30 novembre 2015)
Alla Libreria delle donne di Milano, in via Pietro Calvi 29, trovate anche “Il posto” (vincitore del premio Renaudot) e “Gli Anni”, libri esemplari di memoria politica a partire dal vissuto personale.
Riflessioni a partire dal libro di Annie Leclerc
di Luciana Tavernini
Il libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti (Malcor D’edizione, 2015) è un libro che inquieta. Quando ho invitato delle amiche all’incontro che si è tenuto al Circolo della rosa il 31 ottobre 2015, ho ricevuto dei rifiuti veementi e allo stesso tempo spaventati, una cosa che non mi era mai capitata prima. Della violenza sessuale, fisica o psicologica su minori e adolescenti, come penso sia più preciso chiamarla, si ha paura a parlare come se così si potesse esorcizzarla. Di questa paura, del silenzio, del tacitare con veemenza si parla nel libro, che non a caso è stato pubblicato postumo dall’amica Nancy Huston.
Leclerc è stata una filosofa e docente femminista che ha pubblicato quattordici libri con questo, e collaborato a diversi altri. Già nel ’74 con Parole de femme aveva portato all’attenzione l’importanza dei lavori di cura per la vita e aveva individuato il concetto di jouissance legata al corpo femminile, criticando l’esaltazione della forza e della virilità che svalorizza come deboli donne, creature piccole e anziane. Ha lavorato per vent’anni, dal 1970 al 1990, nelle carceri con laboratori di scrittura. Io direi che ha voluto liberare la parola imprigionata e, attraverso quella altrui, anche la sua.
Nel libro Della Paedophilia e altri sentimenti ha inventato un tipo di scrittura che apre lampi di comprensione e nello stesso tempo, come i lampi, può disorientare, una scrittura che della poesia mantiene la capacità evocativa di dire l’ancora non detto, obbliga a un coinvolgimento soggettivo e non offre mai soluzioni pacificanti.
Quando Lea Melandri, che di questo libro ha scritto l’introduzione, con una email ha invitato le donne in contatto con lei a leggerlo, ha suscitato subito il mio interesse perché l’incontro con un “pedofilo delicato”, un “lupo mellifluo”, come li chiama Leclerc, con un uomo che ora riconosco mi ha fatto violenza sessuale e psicologica, è stato uno dei nodi da cui si è sviluppata la mia riflessione con le amiche della Comunità di storia vivente, che dal 2006 si riunisce alla Libreria delle donne, e ne ho scritto in modo articolato nel numero di DWF dedicato alla pratica della storia vivente (Gli oscuri grumi del disordine simbolico in DWF n.3/2012, pp. 35-45).
Io vedevo in quell’incontro l’origine di una difficoltà di parola pubblica legata profondamente al proprio sentire, parzialmente superata con la messa in atto di diverse strategie per dirmi senza dirmi fino in fondo, come del resto credo abbia fatto Leclerc, altrimenti non avrebbe scritto i suoi tredici libri prima di questo, e come hanno fatto, ad esempio, Azar Nafisi prima di scrivere Le parole che non ho detto (Adelphi, Milano 2008) e Ornela Vorspi nel racconto Corona di Cristo (Il paese dove non si muore mai, Einaudi, Torino 2005).
Infatti l’incontro con un uomo che ti fa violenza genera, come scrive Leclerc (p.45), «confusione», «uno smarrimento intimo di sé, di chi si è esattamente, di ciò che si desidera veramente”, crea «la rovina dell’ordine familiare del mondo» in cui «la parola era l’universo che legava gli esseri umani fra loro, per perpetuare la vita, ovvero per la crescita felice dei bambini». Leclerc sa «che all’improvviso tutto è stato mescolato nella sua gola, che le parole si sono mescolate tra loro, che neanche una poteva distinguersi e varcare la soglia della bocca. Nemmeno no, no, no… Anche no era perduto. Non parliamo poi del cielo, della terra, degli alberi, degli uccelli…»
Dunque questa confusione toglie parola, produce un silenzio che può durare tutta la vita. Un silenzio che genera paura perché la rappresentazione simbolica, quella che le parole danno dell’esperienza che abbiamo vissuto, non ci corrisponde, ma abbiamo un legame confuso col nostro vero sentire.
Per ritrovarlo, per metterlo in parole, Leclerc ha lavorato in solitudine prendendo i fili ingarbugliati del suo nodo da tanti punti, come il libro testimonia. Io sono stata più fortunata perché con la pratica della storia vivente le parole per dire l’invasività di quest’esperienza le ho scoperte grazie alle amiche della comunità che mi hanno aiutato con l’ascolto, con le loro riflessioni, con la lettura dei miei scritti, con i tempi lunghi, a coglierne alcuni aspetti e a rendere la mia parola pubblica più libera.
Sempre più bambine, adolescenti e giovani donne, che subiscono violenza soprattutto nell’ambito familiare, trovano le parole per «uscire dal deserto», titolo del convegno del 2001 promosso dalla Casa di accoglienza delle donne maltrattate, i cui atti sono stati pubblicati (Uscire dal deserto. Come in front the desert, Franco Angeli, Milano 2003). La relazione con una donna autorevole all’interno della famiglia, come la madre, la nonna, una zia, una sorella maggiore che presta loro attenzione e sa leggere i segni del disagio, le incoraggia a raccontare. A volte, più tardi, è la relazione fuori dalla famiglia con un’amica, un fidanzato, un’insegnante che le aiuta ad aprire un varco nel muro del silenzio. La vicinanza della persona che crede alle loro parole e di cui si fidano le porta a rivolgersi al centro antiviolenza. Anche qui è necessario dar loro credito rispettando i tempi necessari a ciascuna per trovare le parole e individuare quali scelte mettere in atto per diventare protagonista della propria vita.
Infatti da una situazione di assoggettamento si esce solo con una crescita di soggettività. Essa avviene in una relazione dove il meglio per l’adolescente o la giovane non viene deciso da altre, anche se l’intenzione è quella di aiutare, e tanto meno da una procedura standardizzata, ma dal sapere che si ha una donna accanto in una posizione valorizzante, in modo da poter affrontare le paure che la violenza ma anche la sua rivelazione provocano. Parlandone, non si teme solo lo sconvolgimento degli equilibri familiari, ma anche lo sconvolgimento della fiducia verso il mondo adulto da cui si dipende e la cui parola crea il senso del mondo. Come scrive Leclerc, chi subisce violenza «non vuole pensare: “è davvero cattivo, mi vuole fare del male”. Niente era stato previsto perché un simile pensiero si facesse strada. La benevolenza degli adulti per i bambini è tutt’uno, per lei con l’ordine del mondo. È la legge. Vuole restare, qualunque sia il prezzo da pagare, annidata nella benevolenza come un feto nel ventre di sua madre».
Credere che l’altro non voglia solo il tuo assoggettamento ma che in qualche modo ti ami è un modo per sottrarsi alla reificazione. Io per me l’ho capito attraverso le parole di Simone Weill (L’Iliade o il poema della forza, Asterios, Trieste 2012).
«La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno» (p.39-40). «Dal potere di trasformare un uomo in cosa, facendolo morire, deriva un altro potere, altrimenti prodigioso. Quello di trasformare in cosa un uomo che pur è vivo. Egli è vivo, ha un’anima, tuttavia è una cosa. Un essere ben strano una cosa che ha un’anima; che strana condizione per un’anima. Chi potrà dire quanto ci metterà ad adattarvisi in ogni istante, a torcersi e ripiegarsi su se stessa?» (p. 42).
L’esperienza di diventare cosa è annichilente fino a quando si rimane rinchiuse in quel mondo dominato dalla forza, dalla violenza di chi vuole assoggettarci. Ma la “cosa” non può parlare, non può giudicare.
La rottura dell’ingiunzione al silenzio è dunque la prima che permette di spezzare il cerchio.
Poi, se si possono scegliere le persone a cui parlare, che cosa dire, a chi farlo sapere e quando (quello che i centri antiviolenza chiamano rispetto dell’anonimato e dei tempi delle donne, senza obbligo di denuncia) si scopre che la volontà di rendere cosa una bambina, un’adolescente fa un danno temporaneo, per quanto lungo sia il tempo per uscirne. La vicinanza e il rispecchiamento positivo in altre donne consentono di costruire l’amore per sé e di riconoscere la mostruosità della violenza senza più aver bisogno di credere che vi sia in essa amore.
Anche il fatto che oggi si parli apertamente della sessualità ha permesso l’emergere del fenomeno della violenza soprattutto in famiglia. Ma come parlarne in un mondo dove al tabù si è sostituita l’esposizione gridata è qualcosa su cui pensare e il libro di Leclerc presenta alcune riflessioni su segreto e silenzio/scoperta della sessualità e ruolo delle persone adulte che sento vicine alle mie.
Lei è nata nel 1940. Io nove anni dopo. Mia figlia trentasette anni dopo di me.
Leclerc ci parla dell’importanza della porta chiusa dei genitori che difende, protegge. «Proprio perché la piccola non ha libero accesso a ciò che tiene occupati i genitori, proprio perché c’è questa distanza tra lei e loro, questa porta chiusa che intriga senza costringere, essa può inventare il luogo e il tempo del proprio segreto. La porta chiusa non è una censura. È tutto il contrario: è l’iniziazione più delicata, la meno autoritaria possibile della bimba verso la sua sessualità. E la bimba non è colpevole del suo desiderio, né colpevole del suo segreto…» (p.42).
La porta chiusa è metafora del limite anche ad altre pratiche, a volte purtroppo solo apparentemente innocenti come, ad esempio, il bagno in comune nella vasca da bagno, in cui l’adulto non mantiene la giusta distanza, non rispetta il pudore della creatura piccola, anteponendo e imponendo il proprio piacere, esercitando controllo e potere.
Occorre pudore e delicatezza, ma c’è dell’altro che possiamo fare. Da alcuni decenni diverse donne, e io tra queste, anche con i loro compagni, cerchiamo e inventiamo modi nuovi per dire, non solo con le parole, a figlie e figli la nascita e la sessualità. Non c’è un modo unico perché esso si trova e si crea nella relazione. Stare più vicine alla curiosità delle creature piccole e alla verità della nostra esperienza permette di aprire brecce perché il silenzio non si trasformi in mutismo.
Leclerc ha parole intense per renderci attente a non invadere, a lasciar che la bambina o il bambino cerchi ciò che cerca: «cioè il cammino di se stesso, vale a dire la conoscenza dell’oggetto del suo desiderio, e certamente quello che cerca, finisce per trovarlo a condizione che nessuno si metta di traverso nella costruzione di sé» (p.86).
Non solo il pedofilo, cioè l’uomo violento anche se mellifluo, che dice di voler iniziare alla sessualità la creatura piccola, si mette di traverso, ma anche i genitori con il silenzio che rende indicibile oppure, come è capitato a me, col sentirsi in obbligo, senza aspettare la curiosità della piccola, di rivelare come si nasce, o con la svalorizzazione o l’esibizione della sessualità.
È una materia complessa che ha ricadute non solo nel privato ma in ambito politico perché, se le parole mentono o rendono indicibile ciò che è legato profondamente alla nostra esistenza, esse perdono valore e sarà difficile esporsi.
Insomma, come accompagnare e non essere di ostacolo alla scoperta personale e autonoma della sessualità da parte di bambine e bambini non è facile. Occorre imparare a camminare su un crinale, per usare le parole di Luisa Muraro nel suo libro Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donne (Carocci, Roma 2011), e Leclerc sa darci delle indicazioni preziose per stare in equilibrio. Ma oggi vi sono donne che nei centri antiviolenza continuano a trasformare in sapere le pratiche di aiuto che giorno dopo giorno, anno dopo anno, mettono in atto perché sempre più bambine e bambini, adolescenti e donne si liberino dalla violenza. È il dialogo con loro, e per me in particolare con Marisa Guarneri della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, che può aiutare tutte e tutti a trovare le parole che, modificando il modo di pensare, permetta di prestare attenzione, vedere, accompagnare, stare accanto, valorizzare, far crescere la soggettività delle donne che abbiamo vicino. Perché è necessario essere «Prima di tutto libere», come dice il titolo dell’incontro aperto promosso dai centri antiviolenza che si terrà a Paestum nel marzo 2016.
(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2015)
di Cecilia Ermini
La libertà d’espressione dell’avanguardia sembra aver trovato, nel cinema di Marie Losier, una declinazione, ebbra di allucinazioni underground, capace di far dialogare le questioni gender degli ultimi anni con la fisicità di una pellicola, e di un cinema, fuori dal tempo. Francese, da anni residente a New York, Marie Losier governa la sua Bolex 16 mm secondo le leggi dell’immagine. Inebriandosi del «fantastico» francese di Demy e Franju, avvolgendo vite estreme di corpi estremi come nell’indimenticabile The Ballad of Genesis and Lady Jaye, ritratto della storia d’amore fra una figura mitologica dell’underground americano come Genesis P-Orridge e la consorte Jaye, una decostruzione allucinata della singola identità che sognava la fusione totale dei loro corpi. Presente al Torino Film Festival in qualità di giurata nel concorso TFFdoc, la regista francese ha accompagnato anche il suo ultimo lavoro, presentato nella sezione Onde, Aqui em Lisboa, film realizzato con Denis Coté, Dominga Sotomayor e Gabriel Abrantes sulla vita quotidiana della città portoghese. «L’idea iniziale per il mio segmento era quella di coinvolgere un caro amico, il regista Joao Pedro Rodrigues» ci racconta la regista «ma ho capito che forse eravamo troppo amici per poter fare il ritratto della città che avevo in mente. Così, una sera, Joao Pedro mi ha portato in una discoteca di Lisbona a uno show con le drag queen. La star dello spettacolo, Deborah Kristal, mi ha subito conquistata e così è diventata la protagonista del film».
Nel tuo segmento, «L’Oiseau de la nuit», Lisbona è catturata nella magia notturna di una favola quasi antropomorfica. Hai trovato ispirazione anche nei miti e nelle leggende della città?
Ho letto un po’ di storie e leggende su Lisbona come l’edificazione delle sette colline, la mitologia, elementi insomma che combaciavano con il mio mondo. Quando ho visto Deborah ho pensato subito di creare attorno a lei una favola, girando nel Museo di Storia Naturale, nella casa di un marinaio e ho costruito lentamente la storia, a partire dai costumi, da qualcosa di molto materico insomma, come la mia pellicola.
Tutti i tuoi lavori sono girati con una Bolex 16 mm e sembra quasi che l’ideazione di un tuo film non possa prescindere da questo mezzo di ripresa…
Ho bisogno sempre della pellicola. Non ho fatto una scuola di cinema ma una di pittura e per molto tempo. La pellicola per me è come una firma, e, essendo stata abituata per molti anni a lavorare con le tele, è stato quasi un passaggio naturale. Con la mia Bolex non so mai quello che sto girando, sono totalmente dentro all’immagine e questo mi obbliga a essere ancora più attenta.
Quando è avvenuto il passaggio dalla pittura al cinema? I tuoi lavori precedenti, in particolare «The Ballad of Genesis and Lady Jaye», assomigliano, per attenzione e gusto del dettaglio, al ritratto pittorico…
Adoravo dipingere ma era un lavoro troppo solitario per il mio modo di essere poi un giorno un mio ex mi regalò la Bolex che tuttora uso. Anche quando dipingevo mi occupavo di ritratti quindi è stato un passaggio quasi naturale, dopotutto i miei film non hanno una scrittura o un dialogo, per me sono quadri.
I tuoi ritratti-documentari quasi sempre coincidono con un rapporto d’amicizia precedente alla riprese. Come ti poni nel doppio ruolo di amica e filmmaker?
Per me fare film è come vivere un’altra vita con un’altra pelle e per questo ho bisogno di una relazione molto stretta, di fiducia incondizionata perché sono come una spugna per le loro emozioni. Ora sto concentrando il mio prossimo progetto su Cassandro, un lottatore gay di lucha libre
Come nasce questa attrazione verso uomini-personaggi dalla corporeità così fluida?
Sono stata prima una bambina, e poi un adolescente, con molti problemi fisici, non sono cresciuta normalmente e forse per questo la «distorsione» del corpo è qualcosa di molto familiare per me. Da ragazza ero pazza dei musical proprio perché liberavano in qualche modo il corpo, erano per me la più grande affermazione di un sogno di libertà dalle gabbie del fisico.
(il manifesto, 28 novembre 2015)
di Marina Terragni
Il libro che voglio segnalarvi -Della Paedophilia di Annie Leclerc, filosofa femminista francese, edizione Malcor D’, splendida traduzione di Luciana Piddiu e Giovanna Stancanelli- è davvero straordinario.
Anzi, in un certo senso un non-libro, un soliloquio lancinante dato alla luce postumo per iniziativa amorosa di un’amica.
Il testo dà conto della lotta di Annie per offrire parola all’esperienza afona della bambina violata che è lei, e di qualunque bambino violato. Una colluttazione sfibrante con se stessa, piccola e muta. Cercando con dolore le parole una a una, in un avvicinamento progressivo, intermittente e concentrico al segreto indicibile che intrappola per sempre insieme nell’orribile scena primaria la creatura violata e il suo aguzzino: “Mostrami la tua piccola lingua”.
La strada per tornare lì passa attraverso la compassione per i genitori tenuti all’oscuro, “ne sarebbero stati inorriditi,
orribilmente feriti”: il bambino non tace per vergogna, ma perché sa che la sua parola potrebbe scatenare “un inferno insospettabile”.
Passa perfino dal tentativo di riumanizzare l’orco, l'”uomo del sentiero”, provando a comprendere le ragioni di quegli “enormi bambini mostruosi, testardi, furiosi, che credono stupidamente che si possa trattenere la beatitudine di un tempo per ingestione”. Fino a dargli del tu, come in un estremo tentativo di suscitare la tenerezza del lupo, di fermarlo prima che accada perché tutto possa restare nella gioia del “prima”: “Ciò che è molto difficile da comprendere è come
l’incontro dell’adoratore e dell’adorato possa finire così spaventosamente male”.
Leggetelo.
(IO donna, 28 novembre 2015)
di Franca Fortunato
Il 24 novembre è stato l’anniversario dell’uccisione di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 dalla ’ndrangheta per mano del marito Carlo Cosco, condannato all’ergastolo in via definitiva insieme ad altre quattro persone. La fiction televisiva di qualche giorno fa su Lea e sua figlia Denise, che nel processo ha testimoniato contro il padre, in nome della madre, ha avuto il merito di portare la loro storia in tutte le case italiane. Resta l’interrogativo del perché il regista Marco Tullio Giordana abbia rifiutato come colonna sonora “La Ballata di Lea”, scritta dalla cantastorie catanzarese Francesca Prestia, che in questi anni l’ha portata in giro per l’Italia, facendone conoscere la storia prima del film. A distanza di sei anni dalla sua uccisione, a dimostrazione della giustezza della sua scelta, altre donne hanno seguito il suo esempio e quello delle altre come lei, per nulla impaurite dalla reazione violenza degli uomini di ‘ndrangheta che uccidono le “loro” donne che osano uscire dal “ruolo” di complici, che generazioni di madri, mogli, sorelle, hanno garantito loro, facendosi custodi delle “leggi” mafiose. Sempre più donne scelgono la propria libertà alla sottomissione e alla violenza della “legge del padre ’ndranghetista”. Mi riferisco ad Annina Lo Bianco, compagna del presunto boss di San Ferdinando, Gregorio Malvaso, che è divenuta collaboratrice di giustizia in nome dei suoi tre figli maschi, destinati a diventare anche loro ’ndranghetisti. Come Giuseppina Pesce e Maria Carmela Cacciola, Annina ha testimoniato contro la cosca dei Bellocco di Rosarno, a cui il marito è affiliato. «Mi trovo qui per i miei figli, non voglio che crescano secondo gli ideali e i valori sbagliati come quelli che sono stati finora impartiti loro dal padre. Non voglio che i miei figli crescano in questi ambienti di ’ndrangheta.» Che sia così l’ha confermato il figlio maggiore, un bambino di undici anni a cui il padre ha negato l’innocenza dell’infanzia, avviandolo da piccolo piccolo sulla strada mafiosa, che l’avrebbe portato a diventare un picciotto delle ’ndrine. Si tratta del ragazzino, collaboratore di giustizia, che col consenso materno ha raccontato ai magistrati di come ha visto maneggiare pistole sin da piccolo, di sapere che cos’è la droga per averla «sempre vista nel garage», di come si chiede il pizzo e di sapere dell’appartenenza del padre alla cosca Bellocco dove «era il braccio destro del capo». Insieme ad Annina Lo Bianco, un’altra donna, Stefania Rita Secolo, ha raccontato agli inquirenti dell’attività di usura della cosca Bellocco. Attività di cui aveva parlato a Maria Concetta Cacciola che quando iniziò a collaborare con i pm disse loro di essere a conoscenza di questa usura del clan Bellocco. Un’altra donna Giuseppina Multari, cognata di Maria Concetta Cacciola, moglie di Antonio Cacciola, morto suicida – o presunto tale – nel 2005, è diventata collaboratrice di giustizia contro la famiglia Cacciola, collegata alla cosca madre dei Pesce. Dopo anni di violenze da parte della famiglia Cacciola, che le ha addossato le colpe per il suicidio del figlio, minacciando lei e i suoi genitori di morte, Giuseppina nel 2006 decise di collaborare con la giustizia per allontanare i suoi figli dai Cacciola. «Non voglio che i miei figli crescano da ’ndranghetisti, spacciatori e sappiano utilizzare le armi.» Accanto alle donne che decidono di diventare testimoni o collaboratrici di giustizia, ce ne sono tante altre che, con vari stratagemmi, cercano di salvare i propri figli da un futuro certo di ’ndranghetisti. Sono le madri che, sfidando la vendetta dei mariti o di altri componenti della famiglia di ‘ndrangheta , sempre più numerose bussano alla porta del tribunale dei Minori di Reggio Calabria in cerca di aiuto. Chiedono ai magistrati di allontanare i propri figli dalla famiglia. «Di notte mio figlio ha gli incubi, prova a parlare ma non gli esce la voce, poi quando ce la fa racconta di morti ammazzati, pistole. E se gli chiedo cosa ha sognato inizia a piangere: “mamma ho sognato lo zio morto ammazzato in quell’agguato, ho paura che anch’io o papà possiamo morire così”», è questo il racconto di una di loro. È il grido di aiuto di madri, di donne, che non vogliono più sottostare alla legge criminale della ’ndrangheta. Donne e madri che vanno aiutate ad abbandonare i loro uomini. È la famiglia mafiosa che continua ad andare a pezzi, grazie a queste donne e a quelle – come Lea Garofalo – che hanno aperto nel mondo della ’ndrangheta la strada irreversibile della libertà femminile, che porterà alla distruzione della famiglia mafiosa, architrave su cui si regge la ’ndrangheta.
(Il Quotidiano del Sud, 28 novembre 2015)
Circolo della rosa
Buonasera a tutte e tutti e benvenuti in questa serata di discussione dell’ultimo quaderno della Scuola estiva della differenza di Lecce, quello che dà conto della XII edizione dal titolo “Un punto fermo per andare avanti. Saperi, relazioni, lavoro e politica”, che si è tenuta a settembre del 2014. Il libro è edito da Milella ed è uscito nell’Agosto di quest’anno, lo potete trovare in Libreria insieme ad altri volumi della scuola. Qui in Libreria all’inizio di quest’anno abbiamo già discusso il volume precedente, relativo alla XI edizione della scuola del 2013, intitolato “Quando la differenza fa la politica”, durante il primo degli incontri del ciclo “Femminismo tremendamente vivo” ideato da Luisa Muraro (potete trovare il video sul canale youtube della libreria https://www.youtube.com/watch?v=wWlO73Jdn8k ). In quell’occasione era presente anche Marisa Forcina, l’ideatrice della scuola estiva di Lecce che oggi purtroppo non è riuscita a venire.
Quella della scuola estiva è un’esperienza di grande valore. Nata in seno all’università, vive tuttavia di relazioni femminili che hanno a cuore la politica delle donne e la ricerca di libertà, e crea un’occasione unica di scambio con femministe e realtà del femminismo italiano e internazionale, dislocate anche molto lontano dal Sud Italia (alla scuola, per esempio, hanno partecipato Luce Irigaray e Françoise Collin, ed è una presenza costante la Libreria delle donne di Milano). Stasera a parlare dell’ultimo libro uscito ci sono due delle autrici, che hanno fatto una lezione alla scuola del 2014: Sara Gandini e Stefania Ferrando che, per chi non la conoscesse, si è appena dottorata a Parigi, dove vive, con una tesi su delle giovani femministe dell’inizio dell’800 e insegna filosofia politica a Strasburgo.
Prima di lasciare la parola a loro, vorrei brevemente darvi alcuni spunti di lettura di questo volume, a partire dalla premessa – quasi un programma – che Marisa Forcina scrive nella sua introduzione al libro. L’intento è, cito le sue parole: “ripartire da una grammatica che consente di andare avanti e chiarire ciò che ci è essenziale” (p.9).
Il primo filo che attraversa gran parte degli scritti è quello del rapporto con la memoria e la storia, per molte autrici un punto essenziale per illuminare di senso il presente e per non mettersi nella posizione di chi deve sempre ricominciare da capo: è vero che noi donne abbiamo un’eredità senza testamento, cioè una storia senza le istruzioni per l’uso, come scrive Fina Birulés, ma posizionarsi in una genealogia femminile e riconoscere la forza di donne vissute fuori dai canoni, non previste dall’ordine vigente, restituisce forza anche a noi oggi. Per esempio Fina Birulés propone una “politica della memoria; cioè una responsabilità della memoria, un farsi carico dell’eredità delle donne del passato, non più solo per denunciare la discriminazione e l’esclusione, ma soprattutto perché, come ho detto, senza passato né futuro, il presente ci diventa opaco, sempre identico, non c’è possibilità di innovare o conservare e, quindi, non c’è possibilità di aggiungere qualcosa di proprio al mondo” (p. 28). Il discorso sulle genealogie è essenziale per il femminismo, lo sappiamo a partire da Luce Irigaray. E per le donne è una sfida perché abbiamo a che fare con genealogie lontane e genealogie prossime, in primis il rapporto con la madre, elemento da tenere in conto se vogliamo far politica non ripartendo sempre da capo.
Stefania intitola un paragrafo “ritrovare il filo della storia” e rivisita le vicende di un gruppo di giovani donne, le sansimoniane, in cui rintraccia i segni della libertà femminile usando il metodo indiziario (a partire dal rimosso, dagli scarti, dai particolari non rilevanti per la Storia con la esse maiuscola), non diversamente da Fina Birulés.
Helena Gonzales Fernandez fa una ricerca sulle riviste femministe viste come piazza pubblica in cui chi scrive e chi legge fa comunità.
Elena Laurenzi, nel suo articolo intitolato “Punti luminosi per guardare avanti” scrive: “Ciò che muove la memoria storica è dunque una domanda del presente che sorge in una fase di stasi, quando la speranza si arresta di fonte all’enigma del passato e alla sua impronta nel presente […]. La conoscenza storica sorge dalla necessità di estrarre dalle cose passate il loro senso, di “trasformare l’accaduto in libertà”, la fatalità subita passivamente in destino consapevolmente affrontato” (pp. 114-115).
Ritroviamo altri elementi di questa ricerca sulla storia in Wanda Tommasi, che riprende Carolyn Heilbrun quando mette in evidenzia che spesso si interpreta la vita di una donna secondo quanto stabilito dal simbolico dominante, forzandola in stereotipi lontani dalla verità della sua esperienza. Invece “potersi rispecchiare in biografie non convenzionali è un grande aiuto per avere il coraggio di osare a propria volta percorsi di vita, esperimenti esistenziali fuori dai canoni già dati” (p.167).
L’altro filo che vorrei evidenziare stasera, che percorre tutto il volume essendo ovviamente intrecciato con questo che ho appena detto è quello della differenza, in alcuni saggi messa a tema e messa alla prova della storia e del presente, come nel caso di Stefania. Vorrei leggervi alcuni frammenti dell’inizio del suo saggio, sull’esigenza di parole che sappiano contornare una sofferenza indicibile, che sono attualissime oggi e che io ho sentito molto vere. Qui lei si riferisce all’esperienza dei profughi, ma sono parole che contengono una verità generale: “Che cosa potevano le mie parole di fronte al racconto di un’ingiustizia e di una sofferenza così grandi? Eppure, proprio in questi momenti, il bisogno di parole, di parole nuove, capaci di far essere e illuminare la realtà, si avverte lancinante […] poche parole sanno contornare la sofferenza, poche sanno farsi carico con giustizia dell’ingiustizia, delle contraddizioni, delle mancanze, per lasciar scorgere un’altra realtà” (p.59). Questo è un punto che ha a che fare con le vicende di questo nostro presente tormentato. Il suo saggio mette in evidenza una questione politica cruciale, perché mostra lo spazio di conflitto che si apre nel campo della differenza. La differenza è “possibilità di dire il mondo e il senso dell’umanità” in prima persona, dunque qualcosa che ha a che fare strettamente con la libertà femminile. Oggi è questo il campo di battaglia. La invito quindi a parlarci della differenza nel suo dispiegarsi nelle diverse forme di esperienza e di quello che non torna oggi, cioè il rischio che la differenza sia percepita come pura teoria (filosofica o politica) ridotta all’essenzialismo e, ancora, il malessere verso l’affermazione della differenza espresso dal linguaggio del gender, che possiamo definire come il primato della singolarità svincolata da qualsiasi determinazione. Stefania è una fine pensatrice, quello che le vorrei chiedere è se ci sono delle pratiche politiche che possiamo mettere in campo per affrontare questa impasse (la liquidazione della differenza come essenzialismo e l’affermazione di una singolarità svincolata, senza possibilità apparente di dialogo).
La differenza, questo secondo filo che sorregge la lettura del volume, in altri saggi è agita nell’arena della politica ed elaborata perché sia possibile “andare avanti”, sorretta da pratiche e relazioni, come nel caso del saggio di Sara, che riflette sulla relazione di differenza con gli uomini, portando una storia politica che condivide anche con me, una vicenda forte (la nota vicenda relativa all’accusa di violenza psicologica a un uomo di Maschile Plurale) e molti esempi tratti dalla politica e dalla società. Sara parte da un punto nodale della politica delle donne, quello dell’autorità femminile, e si muove con destrezza nella storia ripercorrendo le trasformazioni radicali dal patriarcato al post-patriarcato e i conti che uomini e donne devono fare sempre e comunque con l’autorità femminile. A partire dal saggio pubblicato nel volume della scuola stasera ci propone ulteriori spunti di riflessione. Le lascio quindi la parola.
Circolo della rosa
Rabbia e amore
Il mio intervento a Lecce aveva come titolo Il punto fermo della differenza. La mia riflessione prendeva le mosse da un’esperienza di violenza psicologica che aveva toccato da vicino Maschile Plurale, con cui siamo in relazione politica da anni, e quindi anche me, Laura e molte femministe interessate alle relazioni di differenza. Nel conflitto che ne era nato alcune amiche e amici erano intervenuti con argomentazioni come «anche le donne sono violente», «spesso sono anche complici», e «non basta essere maschi per essere automaticamente dei violenti». Queste frasi sono tentativi fatti per lo più dagli uomini di schivare o evitare la radicalità della differenza sessuale, e mostrano una sorta di timore nei confronti della sua potenza. Ma noi sappiamo che la nostra sfida è di strapparci dal neutro maschile: per questo non possiamo che mettere in campo di continuo la differenza sessuale, dobbiamo starci, porre e riporre la questione.
Nel mio intervento dicevo che riguardo quella vicenda il punto fermo della differenza si mostra nel momento in cui una donna si alza in piedi e dice di avere subito violenza. Di fronte alla sua presa di parola non si può fare altro che fermarsi ad ascoltarla e fare spazio per la sua verità. Solo con questa postura emerge la soggettività femminile e qualcosa di nuovo può accadere.
Concludevo il mio intervento portando alcuni esempi di uomini che si sono messi in gioco nelle relazioni con le donne, anche nei luoghi di potere, perché sono il segno che qualcosa sta cambiando profondamente.
La mostra “La Grande Madre” è stata un’altra importante occasione di riflessione per chi come noi ha a cuore la dimensione politica della relazione tra donne, e tra donne e uomini, sapendo che le relazioni tra donne con il femminismo hanno cambiato anche le relazioni tra donne e uomini. Uso il “noi” riferendomi a un gruppo di uomini e donne, venuti dopo la rivolta femminista, che si ritrova da un annetto per riflettere, in presenza, sulle relazioni tra i sessi. Il testo La grande mostra che ho scritto con Claudio Vedovati e che abbiamo pubblicato sul sito della Libreria viene dallo scambio in questo gruppo. Prima di tutto abbiamo trovato significativo che la mostra sia stata curata da un giovane uomo, Massimiliano Gioni, che ha scelto di misurarsi con genealogie femminili a cui riconosce autorità – la cosiddetta “altra metà dell’avanguardia”, cioè una tradizione critica femminista nell’arte.
A nostro parere, la mostra tiene fermo il punto della differenza quanto più racconta i conflitti tra uomini e donne. Penso ad esempio alle avanguardie storiche dei primi del ’900 (futuriste, dadaiste, surrealiste); nella mostra si vede come le donne avessero aperto conflitti radicali e allo stesso tempo emergesse anche la forza dei legami che tenevano insieme uomini e donne delle avanguardie: l’eros emergeva come carica potente.
Eros e amore sono spesso stati una risorsa politica importante. Da tempo io e Laura riflettiamo su questo, e non solo noi.
Aleksandra Kollontaj per esempio, rivoluzionaria russa, e prima donna nella storia che abbia avuto l’incarico di ministra e di ambasciatrice, agli inizi degli anni ’20, in una fase di aspri dibattiti nella Russia post-rivoluzionaria, ha intitolato una delle lettere alla gioventù Largo all’Eros alato. Le sue parole sono: «L’amore non è affatto un fenomeno “privato”, una semplice storia tra due “cuori” che si amano, ma racchiude in sé un “principio di coesione” prezioso per la collettività, infatti l’umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare “come” e “quando” l’amore doveva considerarsi “legittimo” e quando invece doveva considerarsi “colpevole” (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società).» Scrisse queste parole per rispondere alle preoccupazioni di chi era turbato dal fatto che i giovani lavoratori fossero «più occupati dall’amore che dai grandi compiti con i quali la repubblica dei lavoratori doveva misurarsi». La Kollontaj mostra come l’amore entra a ordinare la società, il lavoro, l’arte in un contesto in cui i suoi compagni marxisti erano interessati prevalentemente all’ideologia, relegando nel privato le relazioni e la soggettività. Infatti suscitò polemiche e dissensi ufficiali, al punto che queste lettere non furono mai più ripubblicate e restarono praticamente sconosciute fino a pochi anni fa.
Siamo stati colpiti anche dalle parole di una donna e un uomo che hanno deciso di scrivere insieme, la psicoanalista Julia Kristeva e lo scrittore Philippe Sollers. Il libro, appena uscito, si intitola Del matrimonio considerato come un’arte. La differenza tra un uomo e una donna – dice Sollers – è irriducibile, «non è possibile nessuna fusione. Si tratta di amare una contraddizione». E Kristeva sottolinea «Noi siamo una coppia formata da due stranieri. […] Ora la coppia che accetta la libertà di due estraneità può divenire un vero e proprio campo di battaglia.» e aggiunge: «la tempesta fa parte dell’incontro», per far vivere a lungo due esseri che non si lasciano ingannare dalla guerra e dalla pace bisogna pensare con tutto il proprio corpo la guerra e la pace, «rifiutando di lasciare morire i due sessi ciascuno per conto proprio».
Ci sembra che Kristeva e Sollers nominino un punto fondamentale: perché i due sessi non muoiano ciascuno per conto proprio, è fondamentale individuare il campo di battaglia e non sottrarsi al conflitto – la tempesta fa parte dell’incontro.
E io dico che si tratta di una tempesta guidata dalla rabbia femminile che è legata principalmente alla necessità di farsi capire, di essere comprese, di trovare quelle parole che creino uno spazio vitale, agibile, e qui risalta l’importanza del simbolico.
Le parole che meglio descrivono le relazioni con gli uomini per me sono un’improvvisa rabbia e un insensato amore. L’amore capita, spesso non ha a che fare con quello che credo sia più giusto, ma mi porta a sporgermi dove la rabbia non può arrivare. La rabbia è faticosa ma è anche il motore che mi mette in discussione, che mi interroga, che mi obbliga a fermarmi a pensare.
Ma il punto è: gli uomini sanno stare di fronte e fare i conti con la rabbia delle donne?
Nell’arte contemporanea secondo me qualcosa capita di nuovo a questo livello, e torno alla mostra “La Grande Madre”. Per esempio Ragnar Kjartansson, un artista quarantenne, in Me and My Mother (2000) mette in scena la necessità di stare presso la rabbia femminile (lo sputo della madre), anche se non la si capisce. Continueranno ogni cinque anni a rifare la scena dello sputo finché la relazione d’amore terrà, dicono. O nella installazione all’Hangar Bicocca, dove cantava con gli amici una canzone, Feminine Ways, che la ex-moglie aveva composto proprio quando il loro matrimonio stava naufragando. Lui fa sue le parole di lei, le fa cantare agli amici, le attraversa e riattraversa con pazienza per giorni, per poi camminare insieme agli amici e alle amiche verso un orizzonte differente.
E ci sono anche uomini meno giovani che hanno saputo mettersi in gioco nelle relazioni con le donne per trarne un sapere che ha cambiato il senso della loro vita. Penso al racconto di Gianni Ferronato che abbiamo pubblicato da poco sul sito della libreria (Maschi e femmine: a che punto siamo?). Gianni, che insieme a Adriana Sbrogiò e al suo gruppo Identità e differenza sta continuando a ragionare sulle relazioni fra i sessi, conclude il suo testo facendo appello a quella capacità maschile che sa trasformare l’aggressività in forza «e che permette ad Eros di riprendere la sua opera creatrice negli incessanti cambiamenti della realtà.» Gianni mi ha spedito quel testo chiamandolo “restituzione” e facendo seguito allo scambio avvenuto in libreria durante l’incontro organizzato con Leiss ad aprile di quest’anno, in cui si riprendevano alcuni nodi anche della vicenda accennata all’inizio che ha coinvolto MP e che abbiamo intitolato La politica è la politica delle donne. E gli uomini? (abbiamo messo anche il video sul sito).
Gianni conclude la mail con cui mi ha inviato il testo con una considerazione che mi ha fatto pensare. Scrive: «Ho l’impressione però che bisogna andare oltre per ritrovare il piacere dello scambio, dell’imprevisto, di Eros».
La sollecitazione a lasciar perdere i conflitti espliciti con uomini con cui siamo in relazione politica è venuta anche da parte delle donne dopo l’incontro in libreria. Mi sono chiesta se questa abbia a che fare con la tentazione (sempre presente) di ritornare a un separatismo femminile. Spesso nei conflitti che ho con gli uomini mi viene in mente Carla Lonzi, con il suo «Vai pure», e mi viene da pensare che siamo sempre lì, che non si riesce ad andare avanti. D’altra parte la tentazione di ritornare a “fare pace” e andare oltre è comprensibile, perché tenere aperti i conflitti richiede molte energie. Mi riferisco al conflitto relazionale, che non fa fuori l’altro, che nasce dalla fatica a stare di fronte allo straniero, ma allo stesso tempo ne è in qualche modo attratto, lo vuole comprendere, ci obbliga a stare in un disequilibrio mai pacificato, e necessita amore.
Interrogata sul mio desiderio di fare politica, sulle urgenze che sento, su quello che interiormente disegno come il campo di battaglia del femminismo, credo che la relazione con gli uomini sia la mia risposta, e trovo nelle parole di Carla Lonzi un punto di leva. Nell’ultimo libro di Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi, c’è un punto in cui si ragiona della relazione con gli uomini e Boccia riporta questo frammento di intervista a Carla Lonzi. Dice Lonzi: «Perché ci si ferma, noi donne, di fronte a questo? Perché non si capisce che questo è un nuovo inizio?» La Lonzi provocatoriamente si chiede: perché ci ferma al “fra donne” e non ci si sposta nella sfida ad andare a fare “corpo a corpo con l’altro”. Per me la relazione tra donne è il punto di partenza, è il principio, è ciò che mi dà forza e consapevolezza, però penso anch’io che la sfida della relazione con gli uomini sia la sfida dove sta la contraddizione più grande e trovo interessante che proprio da una donna che aveva una relazione sessuale e affettiva con un uomo sia arrivata la risignificazione della libertà femminile e della politica partendo proprio dalla sessualità con la sua riflessione sulla donna clitoridea e la donna vaginale.
Quindi grazie alla lente del conflitto tra i sessi io dico che si legge meglio la realtà. Per questo vi ripropongo due testi recenti, uno sul nostro sito e uno Repubblica, che mostrano cosa può far capitare il conflitto fra i sessi. Il primo è della costituzionalista Niccolai che scrive «La rivendicazione universalizzante e neutralizzatrice di un diritto “delle persone omosessuali alla genitorialità” nasconde che gli interessi degli omosessuali maschi e delle lesbiche non sono affatto uguali, ma spesso opposti». È un testo denso e molto interessante, qui non posso riassumervelo, vi suggerisco di non perderlo. Il titolo è: La costituzionalista Silvia Niccolai interviene sulla questione dell’utero in affitto. La Niccolai conclude il suo intervento dicendo che parlare di confitto tra i sessi permette di vedere il disagio femminile e lesbico a «lasciarsi trascinare nell’ennesima battaglia che altri conduce per sé sul corpo delle donne».
Stefano Rodotà, in un’intervista su Repubblica a proposito del suo nuovo libro Diritto d’amore (Laterza), mi aveva piacevolmente stupito per il suo commento «Com’è povero il diritto se non parla d’amore», quasi che le parole delle donne cominciassero a fare incursione nei linguaggi specialistici della politica maschile. Poi commenta il fatto che nel 1968 la Corte costituzionale cancellò il reato di adulterio per le donne e nel 1975 arrivò il nuovo diritto di famiglia, che mette fine al modello gerarchico, ma si dimentica di nominare l’importanza dei conflitti aperti dalle donne nelle coppie come leva che ha scatenato questa rivoluzione culturale, non capisce l’importanza scardinante della soggettività femminile. Poi, sollecitato dall’intervistatore che gli chiede di commentare le richieste delle famiglie omogenitoriali, si limita a dire: «Prima riconosciamo pari dignità a tutte le relazioni affettive e prima saremo in grado di costruire dei modelli culturali adatti a questa nuova situazione. Finché manteniamo il conflitto e l’esclusione, tutto questo diventa più difficile».
Per Rodotà il conflitto è solo un problema, e non vede cosa fanno capitare la differenza sessuale e la soggettività femminile. Si pone nella posizione del padre che rassicura che la legge farà ordine. L’unico modo in cui le donne entrano nella sua concezione del diritto è in termini di lotta contro la discriminazione e subordinazione femminile. In sostanza se ci si limita alla rivendicazione universalizzante e neutralizzatrice della logica della parità, come diceva la Niccolai, non si vedono i conflitti fecondi che insegnano a leggere la realtà.
Negli anni ’70 il diritto di famiglia si è modificato grazie alla lotta che le donne hanno svolto nelle proprie singole vite, in un momento in cui esplodevano la loro rabbia e il femminismo. Il legislatore ha dovuto quindi fermarsi rispetto all’esigenza perentoria e prevaricatrice del riportare tutto a uno, il capofamiglia, per fare i conti con il fatto che i sessi sono due.
Ritornando alla questione dell’omogenitorialità, vediamo che la Niccolai mostra come di nuovo il conflitto fra i sessi emerga dalle relazioni affettive (ora con le situazioni delle coppie omosessuali con i rispettivi interessi) e di nuovo il potenziale politico dell’amore emerge con forza.
Concludo riprendendo Kristeva a modo mio: per non lasciar morire i due sessi ciascuno per conto proprio, non si può pensare di alternare guerra e pace, ma è fondamentale tenere insieme rabbia e amore, stare ai conflitti relazionali. Sottolineo la parola relazionale, perché di conflitti ne vediamo fin troppi intorno a noi, e ritorno all’invito “ad andare oltre” a cui faceva riferimento Gianni, riformulato nei termini di non fermarsi a un conflitto che rischi di diventare lacerante e cedere a odio e distruzione, ma trovi le giuste mediazioni per far passare altro.
LIBRI / le femministe odiano cucinare, vuole un vecchio cliché. Smentito da Fuochi, opera della Libreria delle donne di Milano
di Stefania Barzini
Faccio parte, per età anagrafica, di una generazione di donne che negli anni ’70 del secolo scorso un bel giorno si sono guardate allo specchio, hanno buttato nel secchio grembiule di cucina, padelle, mestoli e detersivi per i piatti, e sono scese in strada, per rivendicare il diritto ad una vita “altra”, che non ci vedesse legate ai fornelli, che non prevedesse un perenne sorriso e una tavola sempre pronta per il ritorno del guerriero.
Anche io sono scesa in piazza come tutte le mie amiche ma… una piccola differenza c’era. Il fatto è che io amo cucinare. Da sempre. E dunque per me lo sfaccendare intorno alla stufa non aveva nulla di avvilente, di frustrante, di umiliante. Al contrario. Per anni ho cercato di spiegare alle mie amiche, che in quegli anni si sentivano invase da furori creativi, dipingevano, cantavano, scrivevano, recitavano, di spiegare dunque che anche le padelle, se affrontate nel modo giusto potevano liberare cuore e mente. Fatica sprecata, la mia passione per pentole e casseruole infatti, in quel turbolento decennio, è stata vista con sospetto, segno di tradimento, un terribile segreto da nascondere nell’angolo più buio della casa. Per anni insomma ho dovuto cucinare di nascosto.
Ma i tempi (e meno male, aggiungo io) son cambiati e i segni del cambiamento sono ovunque. E’ da poco uscito in libreria “Fuochi- La cucina di Estia”, Estia dunque, dea del focolare. E’ un libro di pensieri e ricette. E fin qui nulla di nuovo, il mercato è inflazionato di libri simili, basta fare un giro in qualsiasi libreria del Regno per accorgersene. A scriverlo è un gruppo di donne, e anche qui, direte voi, nessuna novità. Però il libro, qui sta la sorpresa, è pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano e le signore in questione sono tutte femministe di peso, alcune di loro inventano palazzi, altre scrivono, altre curano le menti stanche, tutte fanno parte della mia generazione, tutte sono, allora, scese in piazza, tutte si occupano ancora di politiche femminili e tutte hanno un vizio, una passione, un piacere in comune: amano cucinare. Potete immaginare che gioia sia stata per me essere stata invitata da queste donne a presentare il loro libro. Finalmente il momento della rivalsa! Reso ancora più completo dall’uscita di un articolo, apparso sul sito “The Salt” a firma di Nina Martyris, dal titolo: “How Suffragists Used Cookbooks As A Recipe fo Subversion” ovvero “Come le suffragette usarono i libri di cucina come ricetta per la sovversione”, dove si racconta come le suffragette per finanziare le loro campagne, pubblicassero per l’appunto libri di cucina. Se dunque persino le suffragette usavano la cucina a scopi nobili, come quello del diritto al voto, forse è giunto il momento di fare un ulteriore passo in avanti. “Fuochi” va in questa direzione. Non è certo la prima volta che le donne scrivono di cibo, tante di noi lo fanno o lo hanno fatto, ma è sempre stato un cammino individuale, una scelta personale, vissuta anche, quantomeno dalle donne della mia generazione, con un certo senso di colpa, quasi che scrivere di fornelli fosse un’attività di cui vergognarsi. “Fuochi” è il primo libro però scritto da un gruppo di donne, e da un gruppo di donne femministe. Un libro liberatorio per chi, come me, ama pentole e padelle. E’ il segno che finalmente anche quegli strumenti che per anni sono stati visti come minacciosi, come il segno lampante del tentativo, da parte maschile, di imprigionarci, di tenerci recluse, segregate nelle case, quegli stessi strumenti adesso sono stati sdoganati, è il segno che il femminismo, le donne, che molti anni fa hanno riempito le piazze e svuotato le cucine, adesso si fermano a riflettere e a chiedersi se quelle prigioni che abbiamo abbandonato fossero davvero solo celle asfittiche, croci da sopportare, eterno calvario delle nostre esistenze. E se non sia invece possibile riscoprire un potere antico, se non si possa liberare la maga che c’è in ciascuna di noi, quella che preparava filtri, incantesimi, pozioni, che tramandava le sue magie di madre in figlia, di nonna in nipote, che nutriva, non solo il marito, i figli, la famiglia, gli amici, ma il mondo stesso. Rose Boycott, giornalista inglese e femminista storica, nel 1970 scriveva sul suo magazine “Spare Rib” contro ogni singolo istante passato ai fornelli, oggi ci ha ripensato e ammette sul “Guardian” che: “Per il nostro modo di pensare, cucinare era per persone frivole e dunque politicamente pericoloso. Ma ci sbagliavamo”. L’imperativo dell’oggi, quello che condiziona la nostra vita di donne è l’abusato slogan americano “Women can have it all”, “Le donne possono avere ogni cosa”, casa, carriera, figli, marito, amici, hobby. Uno degli imperativi più frustranti di questi ultimi anni, perché tutto nessuno riesce mai ad averlo. E allora non sarebbe invece liberatorio poter finalmente dire che no, non vogliamo affatto tutto, che vorremmo poter scegliere cosa debba o non debba far parte della nostra vita e farlo senza condizionamenti esterni? E alcune di noi magari sceglieranno i fornelli, prenderanno possesso della cucina, facendola diventare un luogo di azione e non più di reclusione, rivendicheranno un ruolo storico, sociale, politico, mai sufficientemente riconosciuto, quello di depositarie della memoria gustativa del nostro paese. Saremo noi allora, quelle donne, a scendere in piazza gridando a chi ci vuole ascoltare: Tremate, tremate, le cuoche son tornate!”
(Pagina99, 21/27 novembre 2015)
La redazione del sito
Poteva sembrare un’esagerazione, funerali di stato per una vittima per caso, la giovane ricercatrice italiana morta durante l’attacco terroristico del 13 novembre al Bataclan, e invece il funerale di Valeria Solesin è stata la risposta italiana a ciò che è capitato a Parigi. Grazie alla famiglia che ha accettato di condividere il suo dolore e alle forze politiche e religiose che hanno saputo interpretare i sentimenti più diffusi, questo funerale ha avuto «uno straordinario significato simbolico, civile e politico», come è stato detto. Un significato di mediazione di grande valore. Al funerale laico erano presenti e hanno parlato autorità di tre religioni, il patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia, il rabbino capo di Venezia Scialom Bahbout e l’imam di Venezia Hamad Mahamed. E a rappresentare tutto il popolo italiano c’era giustamente il presidente della repubblica Sergio Mattarella.
L’8 novembre scorso a un incontro di Via Dogana abbiamo parlato dell’odio politico e alcune hanno portato l’attenzione sulla ricerca delle mediazioni: il funerale di Valeria Solesin è un esempio che è possibile trovarne di efficaci.
(www.libreriadelledonne.it, 27 novembre 2015)
Contributo al convegno “I ritorni di Marx”, Alessandria 22-24 ottobre 2015
info: www.fondazioneluigilongo.it
di Lia Cigarini
Il mio personale ritorno a Marx mai rinnegato ma non più frequentato da decenni, è stato mediato da alcuni testi della filosofa francese Simone Weil, quelli che ha scritto nel periodo 1933/1943, su Marx, il marxismo e i paesi e i movimenti comunisti internazionali, recentemente pubblicati dall’Editore Orthotes di Napoli con il titolo Oppressione e libertà, con una breve introduzione di Luisa Muraro e mia.
Dico subito che per me la priorità è l’agire politico al tempo presente. E quindi guardare a Marx con questa urgenza e questa passione, la stessa urgenza che mi ha portato a leggere gli scritti marxisti di S.W., scoprendo l’attualità della sua figura.
Fra Gramsci e S.W. esistono affinità che qui non possiamo tacere. Questo libro, infatti, raccoglie gli scritti di S.W. militante nel movimento operaio e commentatrice critica di Marx e del marxismo, titoli che lei ha in comune con lui. Entrambi sono morti piuttosto giovani, senza avere notizia l’uno dell’altra, lui all’età di quarantasei anni, dopo undici di carcere fascista, inclusi i quattro della malattia che mise fine alla sua esistenza nel 1937; lei morì nel 1943, all’età di trentaquattro anni, dopo una breve malattia senza nome. Erano corpi fragili, abitati da un’intelligenza superlativa e dalla passione politica. Che hanno investito nella lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, entrambi mettendosi dalla parte di masse cui mancava la voce e spesso anche la consapevolezza delle proprie ragioni. Il loro intento non fu soltanto di dare voce e argomenti all’umanità perdente nei rapporti di forza ma anche di orientarla nella sua interezza di oppressori e oppressi, con l’amore della giustizia e lo spirito della verità. Hanno praticato il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. Sono autori di opere in parte postume che, nel titolo con cui le conosciamo, Quaderni, ricordano le circostanze della loro origine di pensieri annotati su quaderni in vista di opere future. Infatti furono attivamente presenti nelle contingenze del loro tempo. L’uno e l’altra non hanno mai rinunciato ad abitare il futuro.
Per Simone Weil Marx è stato il primo «ad avere il duplice pensiero di considerare la società come fatto umano fondamentale e di studiarvi, come il fisico fa per la materia, i rapporti di forza». È il primo a intuire che lo Stato “macchina annientatrice” di esseri umani non può cessare di annientare finché è in funzione, «in qualsiasi mani esso sia».
Gli riconosce, inoltre, il merito filosofico di avere posto correttamente la questione del rapporto tra soggetto ed oggetto. Infatti nelle tesi su Feuerbach e nell’Ideologia tedesca, sottolinea Simone Weil, Marx sostiene che nel capitalismo avviene la totale subordinazione del soggetto all’oggetto, vale a dire del lavoratore alle condizioni materiali del lavoro.
Queste affermazioni, sostiene Simone Weil, non possono avere altro senso che quello di restituire al soggetto pensante il vero rapporto che ha o dovrebbe avere con la materia. E aggiunge: «non è affatto sorprendente che il partito bolscevico, la cui organizzazione stessa ha sempre poggiato sulla subordinazione dell’individuo, una volta al potere, doveva finire per asservire il lavoratore alla macchina tanto quanto il capitalismo».
Che i lavoratori siano soggetti attivi e parlanti in prima persona, infatti, è il senso ultimo dell’impegno militante di Weil e secondo Weil, dovrebbe essere quello del socialismo.
Tra i punti di disaccordo con Marx e con il marxismo, mi interessa presentarne due.
Alla dottrina di Marx Weil imputa ripetutamente una contraddizione che inficia la previsione “scientifica” di un esito rivoluzionario. Avendo teorizzato il primato della forza e avendo fatto del capitalismo un sistema che opprime senza scampo, Marx pretendeva che un proletariato senza forze fosse destinato a rivoluzionare l’intero sistema e ad assumere il comando. Un sogno. Voleva essere scientifico, ma, vinto forse dalla sua stessa ansia di giustizia sociale, suppone Weil, diventa un idealista utopico.
Un’altra critica che muove a Marx come ai marxisti è l’aver scelto l’economia come chiave dell’enigma sociale della sottomissione del numero più grande ai pochi detentori del potere.
La si trova nel testo Meditazione sull’obbedienza e sulla libertà dove Weil cita anche La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria. Weil scrive «colui che obbedisce, colui i cui movimenti, le cui pene, i cui piaceri, sono determinati dalla parola altrui si sente inferiore non per caso ma per natura» ed è da questa acuta constatazione di ordine simbolico, la «parola altrui», che viene l’apertura: è sovversivo tutto ciò che contribuisce a dare agli oppressi «il sentimento del proprio valore».
Questa considerazione di S.W. è estremamente attuale perché su questo fa leva efficacemente il neo-liberalismo, la valorizzazione dell’individuo assoluto, il mito dell’autosufficienza dell’individuo, l’autoimprenditorialità, il consumo come promessa di perpetuo godimento, eccetera. Penso si debba ripartire da questo nodo che era vero nel ’500, nel ’900 e oggi in maniera inedita, cioè, l’intreccio di oppressione, asservimento, libertà.
In Weil c’è anche la profonda intuizione sulla potenza del simbolico (“la parola altrui”) che ritroviamo al principio della seconda ondata femminista che parte proprio dall’enigma secolare della sottomissione delle donne.
Mi riferisco al femminismo non adulterato a differenza di quello che corre nei media, in parte dell’opinione pubblica e purtroppo anche nel pensiero di uomini intellettuali e politici. Vale a dire rivendicazione di parità, quote negli organismi istituzionali. Insomma il cosiddetto femminismo di Stato.
Nel femminismo concepito negli anni ’60 e attivo negli anni ’70 ma vivo fino ai nostri giorni, veniva e viene al primo posto la necessità di costituire un senso libero dell’“essere donna”. Le donne nel patriarcato erano disperse, prese in considerazione una per una, definite e rappresentate dal pensiero e dall’immaginario maschile, complementari alla sessualità maschile. Si trattava quindi di opporsi a una miseria simbolica. Non come atto mentale ma come una pratica di incontri, racconti da cui affiorava un “non detto” della cultura patriarcale ancora viva e presentissima in piena modernità e in piena rivoluzione giovanile. La via d’uscita non ce l’ha data il controllo attraverso l’organizzazione dell’insieme dei problemi delle donne, ma il formarsi di un linguaggio comune.
Perciò per importanza e riconoscibilità veniva al primo posto la pratica del partire da sé. Significa che la parola si usa e la politica si fa per cambiare il rapporto tra sé e sé e tra sé e l’altro da sé. In altre parole, la pratica del partire da sé impone di mettere bene in chiaro quello che lì si gioca dalla parte del soggetto. Per liberare le sue energie, spesso frenate da progetti sforzati. In questo modo è possibile tenersi disponibili alla realtà che cambia.
Oggi, per noi qui riuniti penso siano interessanti quelle interpretazioni di Marx, Gramsci, S.W., che possono aprire strade per quanto strette per l’agire politico. E quindi pensare a nuove forme politiche, quelle che auspicava Simone Weil nei suoi scritti, raccolti in traduzione italiana sotto il titolo Una Costituente per l’Europa.
Indico due strade, per imboccare le quali non si può non tenere conto del fatto che il mondo dopo 4000 anni di storia incomincia ad essere un mondo di donne e uomini.
La prima riguarda il concetto di libertà, la seconda il lavoro.
Riflettiamo per primo sul concetto di libertà che rimane l’impensato della sinistra, mentre e non per caso, il femminismo italiano ne fa un territorio privilegiato sia in teoria che in politica. Cioè sono le donne in lotta per la loro libertà che hanno elaborato pratiche di presa di coscienza di sé e capacità di avere relazioni con le proprie simili per avere una misura di sé così spezzando la “servitù volontaria del domestico”. Quindi si pongono e manifestano già come soggetti politici complessi. Questo, a mio giudizio, è il problema che abbiamo di fronte. Pensare una politica di soggetti complessi. Ritornerò meglio su questo punto parlando del lavoro.
S.W. lo aveva intuito senza mettersi davanti l’oppressione femminile. E si sforza di vedere anche in Marx la priorità del soggetto. Io integro e esplicito W.: il soggetto nella sua singolarità, irriducibile.
Non si tratta della concezione di libertà borghese, cioè una serie di diritti in capo ad un individuo, e neppure di quella del neo-liberalismo, bensì di libertà relazionale, perché le donne vivono un’esperienza di libertà che si basa sul riconoscimento della dipendenza tra i soggetti, vale a dire libertà che non è data una volta per tutte ma che si struttura nella interdipendenza tra gli esseri umani. Quando parliamo di interdipendenza tra gli esseri umani noi sappiamo che l’essere umano da quando nasce a quando muore, vive gradi diversi di libertà.
Perciò il desiderio individuale di libertà che l’ideologia marxista vede con sospetto è trasmigrato nel campo della destra e, paradossalmente, ha fatto sì che sia passato senza rivolta tra le più giovani generazioni l’imperativo del neo-liberalismo: diventa imprenditore di te stesso/a. Tale imperativo è stato sentito come una valorizzazione della soggettività personale. E questo nonostante il fatto che, come sappiamo, le nuove generazioni che si sono presentate negli ultimi due decenni nel mercato del lavoro siano nate e cresciute con i contratti da CO.CO.CO, tempo determinato, temporali, da interinale, da occasionale, con partite I.V.A. tanto che, e qui cito Sergio Bologna, «dall’orizzonte mentale di queste generazioni è scomparsa la parola “negoziato”, per loro il lavoro è quello che ti viene offerto, se ti va bene ok, se non ti va bene c’è un altro pronto a prendere il tuo posto, anche a condizioni peggiori. Non sono analfabeti, sono le generazioni più scolarizzate della storia italiana». Tuttavia, dice ancora Bologna: «lo sfruttamento del lavoro intellettuale e delle professioni tecniche sta superando i limiti di tollerabilità nel silenzio prima di tutto dei diretti interessati, ormai intimoriti e rassegnati, convinti che accettare qualunque condizione sia l’unico modo per entrare nel mercato del lavoro, convinti che la protesta sul luogo di lavoro sia sinonimo di uscita dal mercato».
Lavoro
I guadagni fatti dal movimento femminista e anticipati da Weil sulla produzione di libertà a partire da sé ma in chiave relazionale non individualistica, si rilevano essere una possibile risposta agli interrogativi dell’estrema sofferenza del mondo del lavoro.
S.W. è molto attuale quando dice che «bisogna costruire una filosofia del lavoro andando oltre Marx» che l’aveva abbozzata. Essa infatti scrive: «I padroni non concepiscono che due maniere di rendere felici i loro operai: o elevarne il salario o dir loro che sono felici e allontanare quei cattivi dei comunisti che assicurano loro il contrario. Essi non possono comprendere che, da una parte, la felicità di un operaio consiste soprattutto in una certa disposizione di spirito nei confronti del suo lavoro; e che, dall’altra, questa disposizione di spirito può comparire solo quando si sono realizzate certe condizioni oggettive, impossibili da conoscere senza un serio studio. Questa duplice verità convenientemente trasportata, è la chiave di tutti i problemi pratici della vita umana».
Questa è una condizione su cui S.W. insiste molto e su cui ha da dire per esperienza in prima persona (il lavoro in fabbrica). Dice per esempio di non separare mai pensiero e azione (il sapere di chi lavora sul proprio lavoro) e che «bisognerebbe far nascere un’università accanto ad ogni fabbrica…».
Tutto ciò è molto attuale perché i giovani, soprattutto le giovani donne, misurano il lavoro oltre che sul denaro, sul tempo e sul senso.
Oggi questo discorso è molto più radicale e complesso perché le donne hanno messo in discussione la divisione sessuale del lavoro. Qui cito Giordana Masotto che nel libro Femminile e maschile nel lavoro e nel diritto. Una narrazione differente, EDS 2015, scrive: «Perché nel 2009 abbiamo scritto il Manifesto Immagina che il lavoro? per mettere in discussione alla radice l’organizzazione del lavoro e le regole del mercato portando alla luce un punto di vista di donne sull’economia e sul lavoro. E per trovar un agire politico adeguato a tali scopi. Per portare dunque all’ordine del giorno un tema: il rapporto tra ordine (simbolico e patriarcale) e divisione sessuale del lavoro.
In Occidente la specifica forma che la divisione del lavoro tra i sessi ha assunto e confermato questa impostazione simbolica, istituendo la sfera del lavoro salariato “produttivo” come sfera maschile e quella domestica “non produttiva” come sfera femminile. E ha anche ordinato simbolicamente i lavori maschili e femminili nel mercato secondo un simile ordine gerarchico (segregazione verticale e orizzontale). Da qui alla messa in discussione della divisione sessuale del lavoro il processo di cambiamento è più lungo e complesso e tuttora in corso. Dopo mezzo secolo di aumento della partecipazione femminile al lavoro retribuito […] il tema più generale della divisione sessuale del lavoro continua a riproporsi come campo di confronto aperto tra uomini e donne, fino a rimettere in questione alla radice la separazione simbolica, istituzionale e normativa tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra lavoro per il mercato e lavoro domestico di cura […]. Sosteniamo che la regolazione dell’uno non può avvenire senza ridiscussione dell’altro: affermiamo che non vogliamo più sentire parlare di lavoro, tempi e organizzazione del lavoro, welfare e crescita – e nemmeno di lotte di lavoratori – senza riconoscere che il lavoro di cura è componente strutturale di tutto il lavoro necessario per vivere». Questo è un concetto teorico nuovo che proponiamo all’attenzione dell’economia e della filosofia. Attualmente fuori dai calcoli statistici, il lavoro domestico e di manutenzione della esistenza umana resta una mole enorme di lavoro: in tutte le economie avanzate, compresi i paesi nordici, occupa un numero di ore superiore a quelle dedicate al lavoro pagato.
Questo tipo di lavoro non è eliminabile, anzi aumenterà.
A partire da questo punto di vista, e sollecitate anche da una crisi che svela sempre di più l’insensatezza oltre che l’ingiustizia dei discorsi e delle politiche ricorrenti, possiamo delineare una prospettiva inedita: quella di liberare tutto il lavoro di tutte e tutti ridefinendone priorità, tempi, modi, oggetti, valore/reddito e rimettendo al centro le persone, nella loro vitale, necessaria variabile interdipendenza lungo tutto l’arco dell’esistenza e avendo a cuore, con il pianeta, le persone che verranno.
S.W. a questo proposito scrive: «È necessario mettere al centro il lavoro concepito come attività suprema dell’essere umano».
Giorgio Lunghini, inoltre, in un articolo pubblicato sul Manifesto (15/6/2013) si avvicina al punto di vista delle donne sul lavoro quando afferma: «Non si tratta di uscire dal capitalismo ma di occupare quella terra di nessuno dell’economia e della società nella quale le merci non si pagano […], una terra abitata dalle tante attività che non sono mosse dall’obbiettivo del profitto […], la terra del lavoro concreto, del valore d’uso […], principalmente lavori di cura in senso lato delle persone e della natura».
Apprezzo il testo di Lunghini non solo per quello che dice sui lavori concreti, ma anche perché inserisce il lavoro di riproduzione e manutenzione dell’esistenza umana e della natura in un quadro economico più generale. Infatti sottolinea: «I valori d’uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali e non avrebbero effetti inflazionistici […], poiché producendo valori d’uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto».
Sottolineo però, un po’ polemicamente, che la terra di nessuno di cui parla Lunghini è in realtà una terra che le donne conoscono bene per averla percorsa palmo a palmo, coltivata e arricchita da secoli.
Invece, anche i più acuti osservatori delle dinamiche sociali, economiche e politiche, come Lunghini, si ostinano a non registrare a livello di paradigmi cognitivi l’esperienza umana delle donne che viene sussunta nel maschile: la sussunzione delle intere vite non è evidentemente appannaggio solo del neoliberismo.
È vero che le disuguaglianze sono aumentate e continueranno ad aumentare ma non possiamo affrontare il tema delle disuguaglianze e, quindi, della lotta politica per eliminarle, facendo finta che i soggetti politici siano quelli del secolo scorso. In realtà sono molto più complessi. In essi infatti si intrecciano radicalmente vita e lavoro. Ed essi, come abbiamo visto, tendono a non delegare a un partito né a un sindacato, ma sono forse disponibili a partecipare in misura mobile e variabile alle lotte del lavoro e soprattutto a dire la loro su che cosa sono oggi un buon lavoro e una buona vita. Non si tratta più dunque di ripensare il soggetto politico solo come soggetto collettivo in senso classico. Si tratta di ripensare una conflittualità a misura dei nuovi soggetti nella consapevolezza che sono vite di singoli tra loro in relazione e che i segmenti della vita del singolo o singola sono tra loro connessi.
L’Agorà del lavoro di Milano era ed è un tentativo di pensare il lavoro in questo senso.
Se la libertà non è quella liberale ma quella relazionale, vuol dire che è una libertà complessa. Mentre il paradigma dell’uguaglianza ci proietta in un mondo in sostanza già pensato (giustizia, socialismo, comunismo), la libertà che le donne mettono in campo non è conclusa ma in divenire: il conflitto tra i due sessi è dinamico.
Noi ci stiamo pensando ma se gli uomini a loro volta non lo fanno, in specifico, se non pensano al rapporto tra produzione e riproduzione, continuano a mancarci mediazioni necessarie.
Che cosa intendo dicendo che devono fare la loro parte? Prendere consapevolezza della parzialità di tanti punti di vista che però tutti esprimono l’esperienza e il sapere di uomini più che di donne. Darci una risposta sul concetto di tutto il lavoro necessario per vivere, cioè prestare attenzione al pensiero delle donne. E mettere fine ad una storia che non sta andando niente bene con riferimento alla politica e all’economia.
(www.libreriadelledonne.it 26/11/2015)
di Maria Luisa Gizzio
Il testo che segue sono riflessioni che ho scritto e inviato in internet il giorno prima delle manifestazioni indette il 22 novembre scorso a Roma e Milano e in altre città.
Tutte e tutti dobbiamo andare alle manifestazioni che si terranno a Roma e Milano promosse da varie organizzazioni mussulmane contro il terrorismo. Quello dell’Isis. Spero che la manifestazione sia contro tutti i terrorismi, ma anche contro chi li finanzia. Dietro ad ogni fanatismo e terrorismo c’è sempre anche chi ha interesse a fomentarlo; o anche soltanto a finanziarlo. Dietro a tutto c’è sempre il potere di pochi contro il Bene Comune. Spero che alla manifestazione ci siano le e gli ebrei, anche in prima linea.
Mia madre si chiamava Sofia Levi: il cognome dice già tutto. La mia famiglia ha avuto la fortuna di scampare alla persecuzione perché eravamo nascosti da subito, anche perché mio fratello doveva nascondersi come ricercato antifascista dopo l’8 settembre: fuori dalla nostra casa ai Parioli; in varie case di amici e anche fuori Roma.
Non ho mai odiato nessuno, nemmeno gli assassini di mio fratello. Li compatisco perché non sanno quanto può essere importante vivere in pace con tutte/i. Non sanno quanto può essere bello e quanto può essere a volte doloroso, ma anche fonte di felicità non odiare nessuno, credere negli altri esseri umani: essere anche povere, umili, semplici, ma vere donne, veri uomini. Purtroppo per loro, intervistati dopo circa 40 anni, gli assassini non si sono dichiarati pentiti: anzi! Ma non sono riusciti a destare odio nel mio cuore e nemmeno in quello di mio fratello: che sul letto di morte li ha perdonati.
La persecuzione attraverso stermini di massa e la Shoà l’hanno effettuata i tedeschi, cioè la Germania. (Che è il centro dell’Europa e non può mettersi in cattedra sulla civiltà.) Ma io amo i tedeschi, la Germania, mia madre ha effettuato tutti i suoi studi in una scuola tedesca. Siamo innamorati della cultura tedesca di Heine, Schiller, Beethoven ecc. Solo la comprensione dell’altra/o e il desiderio di vivere in pace e in armonia può farci uscire dall’odio. Ma i governanti del mondo, soprattutto quelli economici, spesso costruttori di armi, debbono riflettere sulle loro responsabilità. Anche quello che è accaduto dopo la Shoà dovrebbe farci riflettere: è stata la Germania a effettuare la distruzione di milioni di esseri umani con le motivazioni più varie e assurde. Ma non è stata la Germania a donare una parte della sua terra (o dell’Europa) agli ebrei. (E per altri gruppi umani non ebrei vittime di quella strage non si è fatto nulla: a volte sono stati travolti da altre forme di discriminazione.)
Il popolo ebraico, i miei parenti – con l’illusione sincera e gli occhi pieni di speranza di andare a fondare un mondo nuovo, un mondo di vera pace e di amore fra tutte le donne, fra tutti gli esseri umani e tutti i popoli – sono tornati nel territorio da cui 2.000 anni prima erano partiti. Ma, dopo 2.000 anni, quel luogo era abitato da popoli inermi. Purtroppo non da uno Stato riconosciuto. Solo gli Stati contano: non gli esseri umani! Così un’altra condanna per il popolo ebraico: essere costretti a mettersi nelle vesti di occupanti e di avversari di un altro popolo. Vivere un’altra volta nella paura senza sentirsi pienamente innocenti. Lo dico con vero dolore!
La pace per gli abitanti di Israele ci sarà solo se ammetteranno che – per responsabilità di un accordo internazionale che vorrei fosse reso pubblico per far sapere a tutte/i con precisione chi l’ha voluto – è stata una ingiustizia occupare un territorio che era abitato da altri: senza negoziare con quelli stessi abitanti, senza chiedere amorevolmente di governare con vicinanza ma con pari diritti e dignità.
Leggete Etty Hillesum: che leggeva negli occhi dei capi ebrei la stessa voglia di potere dei nazisti. Sono le donne e gli uomini di buona volontà – al di fuori di ogni religione e di ogni appartenenza, solo in nome della loro comune umanità – che debbono unirsi e costruire un mondo migliore.
(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)
di Tk Brambilla
In una scuola di Varese, alcuni studenti, tra cui delle ragazze marocchine e tunisine, hanno messo in discussione il minuto di silenzio per le vittime delle stragi di Parigi. La ragione era dettata dal desiderio di riflettere sul diverso trattamento riservato alle vittime dei massacri quando avvengono in Europa o in paesi non occidentali.
Il modo in cui si è parlato di questa notizia su alcuni giornali e da parte di alcuni commentatori mi ha molto colpita e mi è molto dispiaciuto. Qualcuno ha paragonato il gesto delle studentesse marocchine e tunisine a quello dei tifosi dello stadio di Istanbul. Altri le hanno messe sotto processo come possibili fiancheggiatrici ideologiche dei terroristi, a causa di un capitombolo logico per cui la solidarietà nei confronti di tutte le innocenti vittime viene stravolta e narrata come vicinanza con le ragioni dei carnefici.
La totale incomprensione della questione posta da queste ragazze credo nasca da un comune sentire, perfettamente messo a fuoco da Luce Irigaray nel libro L’ospitalità femminile, per cui la reciprocità dell’ospitalità è diventata accoglienza e, così, la coesistenza è divenuta integrazione.
E ci si aspetta, quando non si pretende, che chi è accolto faccia suo l’orizzonte di chi accoglie, inteso come l’unico possibile.
Queste ragazze invece hanno proposto la condivisione, in questo caso di un dolore, di un lutto, di un sentimento di perdita e lacerazione. La condivisione di un sentire che non nega quello dell’altro ma che chiede di essere riconosciuto, chiede spazio.
Queste ragazze hanno preso parola per dire la loro verità, per esserci come soggetti di una possibile coesistenza e non oggetti di accoglienza.
Non mi stupisce che questa diserzione dalle fila di chi le vuole arruolare nella guerra del “noi” contro “voi” arrivi da giovani di seconda generazione; che le protagoniste siano delle ragazze mi inorgoglisce.
Nella valorizzazione delle differenze, che permette di generare un nuovo mondo in cui coesistere, le seconde generazioni di immigrati possono essere una grande risorsa e avere un ruolo fondamentale.
Sono italo-iraniana e so che noi seconde generazioni di immigrati, proprio per ciò che siamo, continuamente dobbiamo cercare mediazioni tra differenze e non avendo un’unica bandiera o la casa in cui tornare, siamo in una posizione privilegiata nella ricerca di un’identità che trascenda quelle costruite sull’appartenenza nazionale, culturale, religiosa o etnica.
Queste ragazze ci offrono un’occasione che va colta.
(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)