di Monica Ricci Sargentini
Pronunciare il suo nome in una delle agenzie che si occupa di gestazione per altri equivale a ricevere un’occhiataccia. Perché Brooke Lee Brown, 34 anni, è morta facendo figli per conto terzi. La donna, che viveva a Burley, in Idaho, era una surrogata di quelle che vengono definite seriali: aveva già avuto otto gravidanze, di cui cinque su commissione. Alla fine del 2014 si era concessa solo tre mesi di pausa prima di sottoporsi a un nuovo transfer per conto di una coppia spagnola. Purtroppo a pochi giorni dal parto programmato di due gemelli, lo scorso 8 ottobre, la placenta di Brooke si è rotta. Per lei e per i suoi bambini non c’è stato nulla da fare. Su GoFundMe le «sorelle di surrogata» hanno lanciato una raccolta fondi per aiutare il marito della donna e i tre figli.
Si parla poco di questi casi negli Stati Uniti dove il business della gestazione per altri aumenta a ritmo esponenziale: più di duemila bambini nati ogni anno, il triplo di dieci anni fa, molti dei quali per coppie straniere. I costi sono da capogiro: dai 135 mila ai 200 mila dollari.
Kenia, capelli neri e un viso da ragazzina, ha 25 anni e due figli di 4 e 3 anni. Lo scorso 7 settembre ha dato alla luce un bambino per una coppia di uomini spagnoli. La incontriamo nella sede di Fertility Miracles , a Calabasas, nella contea di Los Angeles, dove ora lavora come reclutatrice di madri per altri; «Il mio scopo — dice al Corriere — era di aiutare qualcuno. Quando ho visto il bambino tra le braccia dei genitori mi sono sentita felice». I soldi, assicura Kenia, sono una parte del percorso ma non la motivazione principale. «Io e mio marito — dice — li abbiamo messi da parte per le emergenze». È ancora più convinta Mandy Storer, 32 anni di Seattle, due figli di sei e di quattro anni, che alla sua prima gravidanza surrogata ha dedicato il blog A baby to share. «Adoro essere incinta e mi piace anche il parto — spiega —, però non volevo avere più di due figli, così ho pensato che il mio compito era farne per gli altri. È così bello dare il bambino a persone che l’hanno aspettato tanto, la loro vita cambia grazie a me». Mandy ora lavora per Growing Generations , una delle agenzie di surrogacy più gettonate in Italia e sta per intraprendere un’altra gravidanza per altri . «Non mi sono mai sentita sfruttata. I bambini non sono miei ma dei loro genitori. Loro ci mettono gli ingredienti, io sono il forno».
Ci sono però casi in cui non tutto va per il verso giusto. Melissa Cook, 47 anni, e Brittneyrose Torres, 26 anni, aspettano tre gemelli ma i genitori committenti pretendono che ne abortiscano uno. Loro si sono rifiutate, nonostante il contratto le obblighi a farlo, e si sono rivolte al Center for Bioethics and Culture (Cbc), un’organizzazione guidata dall’attivista e film-maker Jennifer Lahl, che nel 2014 ha prodotto il documentario Breeders, a subclass of Women (Fattrici, una sottoclasse di donne) in cui si racconta la storia di alcune «madri per altri». Una di queste è Heather Rice che alla seconda gravidanza su commissione ha scoperto che il bimbo era malformato. «Ho detto ai genitori che non potevo abortire — racconta — e il padre mi ha risposto che Dio mi avrebbe punito». Alla fine il bambino nascerà ma la donna non saprà più nulla di lui: «Ci penso ogni giorno» dice.
Il problema è che le agenzie selezionano con scrupolo le surrogate ma non i committenti. Sono ben 81 i genitori intenzionali che negli anni hanno cambiato idea e non hanno «ritirato» il bambino. John Weltman, avvocato, nel 1995 ha fondato Circle Surrogacy . «Abbiamo capito di dover prestare più attenzione alle coppie che vengono da noi. Controlliamo che non abbiano precedenti penali e che siano motivati veramente». Weltman è sincero: non pensa che la surrogata sia motivata solo da altruismo. «Contano anche i soldi e il desiderio di rimanere a casa con i propri figli».
Kim Bergman è una donna appassionata e si capisce che non dirige l’agenzia Growing Generations per caso. Ci riceve in una stanza adornata dai ritratti dei bambini nati grazie a lei. Su un tavolino spicca una foto di Obama. Quando sente parlare delle obiezioni delle femministe si infervora: «La surrogata etica è la collaborazione tra adulti informati e consenzienti che si mettono insieme per aiutare qualcun altro. Le femministe si sbagliano, queste non sono donne povere». Kim però è convinta che ci voglia una selezione molto dura delle surrogate. «Noi prendiamo solo l’1% delle candidate. E se una non è disposta ad abortire la scartiamo. Io, in 20 anni, non ho mai visto un problema».
(Corriere della sera, 2 gennaio 2016)
PER AMORE DEL MONDO N.13 (2015)
INDICE
0 – Per amore del mondo, For love of the world, Aus Liebe zur Welt, Por amor del mundo
1 – PER COMINCIARE
Una citazione di Luce Irigaray
2 – IL SENSO LIBERO DELLA DIFFERENZA SESSUALE. IL SENSO E’ LIBERO, LA DIFFERENZA?
Il Grande Seminario 2014
Diana Sartori
Noi che non siamo indifferenti
Wanda Tommasi
Interrogare il desiderio
Alessandra Pigliaru
Sapere di sé. Corpi e materialità delle vite
3 – A PARTIRE DAL SEMINARIO
Lucia Vantini
Voci fuori campo
Stefania Ferrando
Parole ritrovate
Riccardo Fanciullacci
Sul nodo tra libertà e sessuazione. In dialogo con il Pensiero della differenza
Vittoria Sofia
Come un libero uccello… Rileggere il desiderio
4 – ANCORA DIFFERENZA SESSUALE
Luisa Muraro
La differenza sessuale c’è
5 – SERVETTA TRACIA
Differenza sessuale. La battaglia contro la realtà
6 – SESSUALITA’ E POLITICA
Rinnamorarsi del femminismo.
Intervista a Ida Dominijanni: Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi.
di Annachiara Rossi
Audio dell’intervista
7 – PAROLE SANTE
Far West femminile
8 – L’IRRINUNCIABILE. Storie di rabbia e commozione
Barbara Verzini
In viaggio con Fillette. Dal sesso di Jean-Luc Nancy alla Grande Madre di Massimiliano Gioni
9 – MISTICOPOLITICO dal SEMINARIO 2013
Antonietta Potente
Non solo madri e spose: altri itinerari misticopolitici
10 – CATERINA DA SIENA
Introduzione di Chiara Zamboni
Antonietta Potente
Una Postilla
Giannina Longobardi
Imparare ad amare: la pratica dell’obbedienza
Chiara Zamboni
L’infinito del desiderio nella lettura de Il Dialogo di Caterina da Siena
Mercedes Spada
Santa Caterina
Elizabeth Jankowski
Il linguaggio poetico di Santa Caterina da Siena
11 – TERESA 500 ANNI FA
Clara Jourdan
Teresa d’Avila e i suoi doni 500 anni dopo
María-Milagros Rivera Garretas
La revolución mística de Teresa de Jesús
Diana Sartori
Warum Theresa
12 PER ERMINIA MACOLA
Chiara Zamboni
Per Erminia Macola
Diana Sartori
Un pensiero a Erminia Macola
13 – FUORIGIOCO
Sara Bigardi e Livia Alga
Fuorigioco. Un movimento che crea conflitto. Un conflitto che rimette in gioco
Cloe Segesta e Sofia Reccella
Una questione di centimetri
14 – MONDO INCONSCIO
Cristina Faccincani
L’inconscio e gli oggetti
15 – FEMMINISMO
Barbara Verzini
La fuerza detonante de la radicalidad feminista
Rosario García-Huidobro Munita
Mi apuesta como feminista hoy
16 – FEMMINISMO E SCIENZA
Alessandra Allegrini
1986 e dintorni / la doppia assenza di femminismo e scienza in Italia, un’eredità che dura ancora oggi
17 – LA FESTA E’ QUI E ANCHE ALTROVE
Dorothee Markert
Eine Veranstaltung im Züricher Labyrinth zum Diotima-Buch: „Das Fest ist hier“
18 – SCRITTURE
Roberta Galatà
Il linguaggio poetico della scrittura di Marguerite Duras
19 – VISIONI
Donatella Franchi
Heloïse perfundet omnia luce. Un dono che giunge da Barcellona
20 – HO LETTO
In principio le madri. HEIDE GOETTNER-ABENDROTH, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo
Maria Cecilia Barbetta
Le donne della cattedrale e Donne+Donne:
due libri dalla città di Palermo
Chiara Zamboni
Senza madre di Stefania Tarantino
Wanda Tommasi
Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera di Maria Luisa Boccia
Valeria Mercandino
Una lettura di Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini di Ida Travi
Chiara Zamboni
Una filosofia femminista. In dialogo con Françoise Collin.
Alessandra Pantano
di Liz Jobey
Nel 1991, quando stava per essere pubblicato il suo primo romanzo, “L’amore molesto”, l’autrice scrisse una lettera ai suoi editori italiani. «Credo che i libri, una volta scritti, non abbiano bisogno dei loro autori. Se hanno qualcosa da dire, prima o poi troveranno lettori; in caso contrario, no… E inoltre: non è forse vero che promuoverli è costoso? Io sarò lo scrittore meno costoso della casa editrice. Vi risparmierò perfino la mia presenza».
La scrittrice meno costosa, forse, ma di sicuro la più enigmatica, e ormai anche quella di maggior successo. Da allora sono stati tradotti in inglese sette suoi romanzi, pubblicati sotto lo pseudonimo di Elena Ferrante, colei che è diventata la scrittrice vivente di fiction italiana più famosa. A settembre è stato pubblicato in inglese “The Story of the Lost Child” (“Storia della bambina perduta”), il quarto e ultimo romanzo della sua saga napoletana, le cui vendite ormai hanno raggiunto negli Stati Uniti le 750mila copie, mentre nel Regno Unito si avvicinano alle 250mila. Le edizioni straniere sono ferme a 39.
Col crescere della fama di Ferrante, si sono moltiplicate anche le varie congetture: i libri sono stati scritti davvero da Sandro Ferri, l’editore italiano? O forse da Sandra, sua moglie e socia in affari? Ferrante è un uomo? (Inverosimile, se avete letto i libri.) Può darsi che siano stati scritti dalla sua traduttrice inglese, Ann Goldstein?
In quella prima lettera, Ferrante lasciò aperto un unico canale: «Mi farò intervistare soltanto per iscritto, ma preferirei limitare le interviste al minimo indispensabile». Il mese scorso ha acconsentito a concedere una delle sue rare interviste per questo numero speciale di FT Magazine.
Grazie a queste comunicazioni saltuarie siamo a conoscenza di alcune informazioni sommarie riguardanti la sua vita. È nata e cresciuta a Napoli. Il periodo coperto dai suoi romanzi lascia intuire che la sua infanzia sia stata più o meno negli anni Cinquanta. Ha effettuato studi classici ed è stata, o è, sposata. Ha figli (ha riferito al “New York Times” che la sua scrittura «spesso è entrata in conflitto con il mio amore verso di loro»).
In Italia c’è stato un intervallo di dieci anni tra la pubblicazione del primo e del suo secondo romanzo, “I giorni dell’abbandono”. L’incipit (“Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavamo la tavola…”) ha immediatamente trascinato i suoi lettori nella violenta catarsi emotiva che sarebbe seguita.
Nel 2013, subito dopo la pubblicazione in inglese di “My Brilliant Friend” (“L’amica geniale”), il primo dei romanzi napoletani, James Wood, critico letterario del “New Yorker” ha scritto l’articolo che ha consacrato il talento di Ferrante: «I suoi romanzi sono intensamente e violentemente personali … Sembra quasi che facciano balenare davanti agli occhi del lettore che nulla sospetta una serie decisiva di confessioni». Il contenuto «spesso è schietto in modo sconvolgente: maltrattamenti infantili, divorzio, maternità, la voglia di avere o non avere figli, la noia del sesso, il ribrezzo del corpo, la lotta disperata della voce narrante per mantenere una solida identità all’interno di un matrimonio tradizionale». Questi argomenti saranno poi affrontati nei tre romanzi ambientati a Napoli che seguono. Al centro di tutti ci sono due amiche, Lenù e Lila, che crescono insieme a Napoli. Raccontata da Lenù, che diventa scrittrice, la loro amicizia si dipana in una compagine di personaggi i cui complessi rapporti condurranno i lettori attraverso decine di anni di lotte, di femminismo emergente e di cambiamento sociale.
I libri di Ferrante sono diventati un’ossessione letteraria, particolarmente per le donne che trovano l’accuratezza emotiva della sua scrittura così reale da sentirla e farla propria.
LE DOMANDE E LE RISPOSTE DI ELENA FERRANTE
Quando ha iniziato a scrivere?
A partire dalla tarda adolescenza.
Lei ha detto di aver scritto a lungo senza avere l’intenzione di pubblicare, e nemmeno di far leggere ad altri ciò che stava scrivendo. Agli inizi quale funzione ha avuto per lei la scrittura?
Scrivevo per imparare a scrivere. Mi pareva di avere cose da raccontare ma a ogni tentativo, a seconda dell’umore, concludevo che o non avevo talento o non avevo le capacità tecniche adeguate. In genere preferivo questa seconda ipotesi, la prima mi spaventava.
I suoi romanzi sono incentrati sulla vita delle donne, su come le donne reagiscono agli uomini, sia in privato sia in società. Era questo il suo scopo, quando ha deciso di pubblicare i suoi libri? Parlare alle donne di esperienze femminili?
No, non avevo nessun programma, e nemmeno oggi ne ho uno. Decisi di pubblicare “L’amore molesto” solo perché mi sembrava di aver scritto un libro che potevo staccare definitivamente da me senza poi dovermene pentire.
Tra il suo primo libro, “L’amore molesto” e il secondo, “I giorni dell’abbandono” c’è stata una pausa di dieci anni. C’è un motivo particolare per quell’intervallo?
In realtà non c’è stata nessuna pausa. Ho scritto moltissimo, in quei dieci anni, ma niente di cui mi potessi fidare. Erano racconti molto lavorati, molto studiati, ma senza verità.
Nei suoi libri ci sono pochissimi personaggi maschili positivi. La maggior parte degli uomini è debole o presuntuosa o assente o prepotente. Si tratta di un riflesso della società nella quale è cresciuta lei, oppure ciò riflette lo squilibrio di potere tra gli uomini e le donne nella società in generale? Questo squilibrio è migliorato o cambiato negli ultimi anni?
Sono cresciuta in un mondo in cui sembrava normale che gli uomini (padri, fratelli, fidanzati) avessero il diritto di picchiarti per correggerti, per educarti come donna, insomma perché volevano il tuo bene. Oggi molte cose, meno male, sono cambiate, ma continuo a pensare che gli uomini veramente affidabili siano una minoranza. Forse è perché l’ambiente che mi ha formata era particolarmente arretrato. O forse (e io credo di più a questa seconda possibilità) è perché il potere maschile, che sia esercitato in modo rozzo o con garbo, continua a volerci subordinare. Troppe donne sono umiliate ogni giorno e non solo sul piano simbolico. E troppe, nella realtà, sono punite per le loro insubordinazioni anche con la morte.
Sembra che i suoi romanzi abbiano a che vedere con i limiti – emotivi, geografici, sociali – e con ciò che accade quando li si varca o li si abbatte. Pensa che ciò riguarda in particolare le donne di una certa età o classe sociale, oppure è un fenomeno che riguarda tutti?
Intorno alle donne si continuano a tracciare perimetri, e parlo delle donne in generale. Niente di male se si trattasse di una autoregolamentazione: i limiti sono importanti. Il problema è che non solo i limiti sono fissati da altri, ma noi stesse, se non li rispettiamo, ci sentiamo in colpa. Lo sconfinamento maschile non comporta automaticamente un giudizio negativo, è in linea di massima segno di curiosità, di audacia. Lo sconfinamento femminile ancora oggi, specialmente se non si compie sotto la guida o il comando di uomini, disorienta: è perdita di femminilità, è eccesso, è perversione, è malattia.
Lei parla di personaggi che “si disfano” o “si dissolvono”, un modo come un altro per descrivere il loro crollo emotivo. Si tratta di una sensazione che riconosce in lei stessa? E negli altri?
L’ho visto in mia madre, in me, in non poche amiche. Sperimentiamo troppi vincoli che strozzano desideri e ambizioni. Il mondo contemporaneo ci sottopone a pressioni che a volte non riusciamo a reggere.
Le donne dei suoi romanzi, le voci narranti, giudicano ardua la maternità, che le divora e le prostra. Vorrebbero sottrarvisi e, quando lo fanno, si sentono liberate. Pensa che le donne sarebbero più forti se non avessero figli e se non dovessero portare il peso fisico ed emotivo della maternità?
No, non è questo il punto. Il punto è come ci raccontiamo la maternità e la cura dei figli. Se si continua a parlarne solo in modo idilliaco, come nei manuali tipo ‘Sarò madre’, continueremo a sentirci sole e colpevoli quando sfioreremo i lati frustranti di quell’esperienza. Il compito di una donna che scrive, oggi, non è fermarsi ai piaceri del corpo gravido, del parto, della cura dei figli, ma andare con verità fino al fondo più buio.
I romanzi napoletani presentano somiglianze di personaggi e di trama con i suoi tre romanzi precedenti. Per certi aspetti raccontano la stessa storia?
Non la stessa storia, ma sicuramente gli stessi snodi di un malessere. Le ferite dell’esistenza sono inguaribili e ne scrivi e ne riscrivi sperando di essere capace presto o tardi di costruire una storia che ne dia definitivamente conto.
Dobbiamo concludere che questa è la sua storia – come fanno chiaramente i lettori – oppure la loro è solo mancanza di immaginazione, un sintomo della moda contemporanea che consiste nel cercare sempre qualcosa dell’autore in una sua opera?
I quattro volumi dell’Amica geniale sono la mia storia, certo, ma solo nel senso che sono stata io ad assegnarle la forma del romanzo e a usare le mie esperienze di vita per nutrire di verità l’invenzione letteraria. Se avessi voluto raccontare i fatti miei, avrei stabilito un altro tipo di patto col lettore, gli avrei segnalato che si trattava di un’autobiografia. Non ho scelto la via autobiografica né la sceglierò in seguito, perché sono convinta che la finzione, se ben lavorata, è più carica di verità.
Ci può spiegare perché ha deciso di tenere segreta la sua identità – di mantenere questa “assenza”, come ha detto, rispetto al mondo editoriale e alla promozione dei suoi libri?
Ritengo che sia un errore, oggi, non tutelare la scrittura garantendole uno spazio autonomo, lontano dalle logiche dei media come del mercato. La mia piccola battaglia culturale, che dura da quasi venticinque anni, si rivolge soprattutto ai lettori. Penso che l’autore vada cercato non nella persona fisica di chi scrive, non nella sua vita privata, ma nei libri che ne portano la firma. Fuori dei testi e delle loro strategie espressive c’è solo chiacchiera. Restituiamo vera centralità al libro e poi, se è il caso, discuteremo degli usi possibili della chiacchiera a scopo promozionale.
Pensa che la fama può arrecare sempre danni all’opera di uno scrittore, o all’opera di qualsiasi persona creativa?
Non lo so. Credo semplicemente che oggi sia un errore lasciare che la propria persona diventi più nota della propria opera.
I suoi familiari e amici sanno che è lei l’autrice dei suoi romanzi? Ci sono persone che ritiene possano risentirsi o renderle la vita difficile, qualora la sua identità di autrice dei romanzi fosse resa nota?
All’inizio temevo di far soffrire persone a cui volevo bene. Adesso no, non sento più il bisogno di proteggere coloro che amo. Sanno che scrivere è la mia vita e mi lasciano nel mio angolino. L’unico patto è che io non faccia niente che li faccia vergognare.
Come collabora con la sua traduttrice in lingua inglese, Ann Goldstein? Vi parlate? Comunicate per posta elettronica? É in grado di valutare se la voce che sgorga dalle sue opere tradotte è proprio la sua “vera” voce?
Mi fido totalmente di lei. Ritengo che abbia fatto il possibile per accogliere con le migliori intenzioni il mio italiano nel suo inglese.
Una delle sue autocritiche – al riguardo de “I giorni dell’abbandono” – è il timore che alcune parti possano avere “soltanto l’apparenza della buona scrittura”. Qual è per lei la differenza tra “buona” scrittura e “vera scrittura”, o quanto meno il tipo di scrittura che lei ritiene di poter produrre quando lavora al meglio?
Una pagina è ben scritta quando la fatica e il piacere di raccontare con verità hanno avuto la meglio su qualsiasi altra preoccupazione, anche la preoccupazione dell’eleganza formale. Appartengo alla categoria di chi butta via la bella copia e salva la brutta, se questa assicura maggiore autenticità.
Parlando di se stessa e delle scrittrici di oggi, lei ha detto che “dobbiamo scavare nel profondo della nostra diversità usando strumenti all’avanguardia”. Ci sono altri scrittori che fanno altrettanto? Può darci qualche esempio di scrittrici che ammira, o di scrittori in generale?
L’elenco sarebbe troppo lungo, me lo risparmi. Il paesaggio della scrittura femminile oggi è ampio e molto mosso. Leggo moltissimo e amo soprattutto le pagine che mi fanno esclamare: ecco cosa non sarai mai capace di fare. Con quelle vado mettendo insieme una mia personale antologia del rammarico.
So che, dopo aver letto i suoi libri, molte donne le scrivono. Gli uomini lo fanno?
In principio erano più uomini che donne. Oggi prevalgono le donne.
Quando finalmente ha pubblicato un libro, le serve un periodo di riposo per recuperare? Ha periodi di scarsa attività?
No. Ho sempre qualcosa in mente che mi infastidisce e scriverne mi mette di buonumore.
Lei ha detto che rivelare la sua identità adesso sarebbe “deplorevolmente incongruo”. Ma non si sente sotto pressione per il suo successo? Che cosa prova quando entra in una libreria o un aeroporto e vede pareti intere piene di suoi libri in vendita?
Evito con cura spettacoli del genere. La pubblicazione mi ha sempre dato ansia. Il mio testo riprodotto in migliaia di copie mi sembra una forma di presunzione, mi fa sentire in colpa.
Non prova mai la sensazione che poco alla volta le sia estorta la sua identità? Per alcuni giornalisti letterari, rivelare la sua identità sarebbe un vero scoop.
Uno scoop? Che sciocchezza. A chi può interessare ciò che resta di me fuori dei libri? Mi sembra già troppo che ci si occupi di quelli.
Lei ha detto che Elena – il personaggio dei romanzi napoletani – non potrebbe esistere come scrittrice senza il personaggio di Lila. Ciò vale anche per lei?
Sento la scrittura come se fosse motivata e nutrita dagli urti casuali tra la mia vita e quella degli altri. In questo senso, sì, penso che non scriverei più se diventassi impermeabile, se gli altri non mettessero disordine dentro di me.
Sta scrivendo un altro libro?
Sì, ma dubito – in questo momento – che lo pubblicherò.
Traduzione di Anna Bissanti – Le risposte nell’intervista sono proposte nel testo originario italiano
di Clara Jourdan
Se avessi saputo che il mare era così profondo,
non avrei preso il mare
Se avessi saputo che l’amore era così pericoloso,
non avrei amato…
(da una poesia araba letta da Fatimah)
Il 16 dicembre scorso ho partecipato all’inaugurazione del mural Un mare di libertà realizzato da alcune donne che frequentano il Laboratorio di arte condotto da Antonella Prota Giurleo alla Sezione femminile della Casa circondariale di San Vittore di Milano. L’evento non era aperto al pubblico ma erano state invitate alcune giornaliste e giornalisti perché le autrici del mural desideravano che il loro lavoro potesse uscire almeno simbolicamente dalle mura della prigione.
In uno dei sei raggi di San Vittore vivono una sessantina di donne, detenute in attesa di giudizio o provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari recentemente chiusi. Al mural hanno lavorato Angela, Anna, Cadrie, Cinzia, Fatimah, Macarena, Malika, Monica, Marta, Martina, Roberta, Roxana, Sumia, Veronica, Zainab… che l’hanno presentato leggendo testi e poesie in italiano, spagnolo, arabo. Nelle foto di Monia Di Santo si vede il gruppo del Laboratorio (1) e un momento della presentazione (2), nella foto di Tullio Quaianni un particolare dell’opera (3).
Ascoltiamo il racconto di Cinzia Un mare di libertà
L’idea di realizzare un Mural nasce dall’incontro di colorate emozioni un giorno di fine settembre, nella piccola stanza adibita a studio artistico all’interno del reparto femminile di San Vittore. Antonella propone un supporto pittorico maestoso, non il solito foglio A4. I confini si allargano, gli orizzonti si modificano, gli spazi si dilatano e noi cominciamo a sognare in grande…
Possiamo dipingere una parete della zona in cui trascorriamo le nostre ore d’aria e dare un po’ di luce ad un luogo grigio.
Scegliamo un tema, il fondo marino, e iniziamo a schizzare pesci, coralli, conchiglie, stelle marine, con l’aiuto di foto e oggetti portati da Antonella.
Sottoponiamo alla direzione il bozzetto finale che viene autorizzato.
Per prima cosa si inizia con la preparazione della parete nella zona passeggi. Viene steso del colore acrilico azzurro come base del Mural dove ogni mercoledì tante di noi imprimeranno il proprio mare dentro… un mare di libertà.
Alla fine, davanti a questo enorme muro di cinta che dovrebbe contenere gli argini, noi ci tuffiamo e…
Non ci sono altezze
Non ci sono misure
Non ci sono confini
Né grigio cemento che possano contenere il profondo, immenso Oceano di ciascuna di noi…
Oltre al mural erano esposti altri lavori, appesi alla rete della pallavolo o disposti a gruppi sul pavimento: monotipi, libri d’artista dipinti con la cioccolata, copertine d’artista realizzate su libri donati da Anna Schoenstein, direttrice della casa editrice A Oriente! che pubblica libri in lingua originale, in particolare in arabo. Anche gli altri materiali per le attività del Laboratorio erano stati in gran parte donati. L’effetto d’insieme, molto curato, mi ha comunicato il piacere di queste attività creative e del farle bene, e la presentazione l’intensità delle relazioni tra le partecipanti al Laboratorio, più numerose di noi che venivamo da fuori: ho sentito come un privilegio potervi assistere. Mi ha colpito l’atmosfera emozionata per l’evento, la giovane età di alcune e la gioia di molte. E mi ha colpito lo spazio: la realtà carceraria non era cancellata, si percepiva nel gelo del cemento che entrava nelle ossa, ma era trasformata dalla bellezza, in una creazione che continua: sulla parete di fondo c’è un mural realizzato da altre donne di un laboratorio precedente, sulla parete lunga di destra c’è Un mare di libertà, e la parete di sinistra è già preparata con un colore di base per un’opera futura.
Ringrazio Antonella per avere invitato la Libreria delle donne a questo evento. Io avevo anche una motivazione personale per accettare l’invito, poter entrare in un luogo a me molto presente: da più di trent’anni abito nelle vicinanze del carcere e quasi ogni giorno passo lungo le sue mura e penso a chi vive lì dentro, adesso mi porto in mente e nel cuore immagini e volti di queste mie vicine di casa.
(www.libreriadelledonne.it, 20 dicembre 2015)
di Franca Chiaromonte Letizia Paolozzi
La vicenda della ragazza dalla fronte bombata, il sorriso smagliante, che canticchiava senza vergogna “Magari ti chiamerò: Trottolino amoroso, Dudu dadadà” ce la raccontano Irene de Guttry e Cristina Liquori nel libro “L’architettura necessaria di Laura Gallucci” (con i saggi di Maristella Casciato e Claudia Mattogno, editore Quodlibet).
Lo fanno appoggiandosi ai disegni, agli appunti, alle immagini delle abitazioni progettate da Laura. Che era giovane negli anni Settanta, esigente con se stessa, generosa con gli altri, tesa ad affrontare le grandi questioni della società: politica, femminismo, forme della modernità.
Per tessere il filo della sua vita che si è spezzato un giorno del 2012, le due autrici (e il grafico Alberto Lecaldano) hanno deciso di accostare linguaggi differenti: il tratto, la parola, l’uso dello spazio.
In effetti, nelle pagine del libro trovate lo schizzo veloce, arricchito dalle ombreggiature, che riesce a acchiappare la riunione in una sezione di partito oppure la marcia minacciosa di King Kong, la carica della polizia, il “continuo confliggere” di un gruppo femminista (un Gioco dell’oca in cui si torna alla casella di partenza).
E poi ci sono i testi, gli appunti che danno conto delle passioni, delle riflessioni di Laura. Sceglieva la scrittura minuta piuttosto che l’enfatica dichiarazione d’intenti. D’altronde, non amava tanto parlare quanto ascoltare. Rappresentava una forma di partecipazione, di condivisione. In effetti, ti dava valore. “Proprio così, hai ragione. Io non ci avrei pensato”.
Non era tipo da concedersi al narcisismo da prima donna. Nelle riunioni, nelle assemblee, quando veniva, sedeva di lato. Per osservare. Probabilmente, nella sua testa stava prendendo appunti. Aveva il gusto della riservatezza ma si prendeva cura delle relazioni (ne aveva tante che si trascinava dietro da tempi immemorabili).
Il lavoro di architetta si può seguire attraverso le fotografie e grazie alle sue spiegazioni. “Mi occupo dell’abitare, di costruire spazi dove le persone abiteranno e vivranno e quindi è fondamentale per me osservare come si vive, che cosa si desidera, quali sono i cambiamenti nel quotidiano”.
Abitare non basato su formule, sulle imposizioni della moda. Dal momento che ben evidente risulta il suo legame con il reale. Per questo, vogliamo definirla “architetta femminista”? Senza accentuare la differenza sessuale, secondo noi chi costruisce dovrebbe prestare attenzione alle condizioni del vivere.
Tuttavia, dal momento che Laura conosceva gli ostacoli che si frappongono alla libertà femminile, questi ostacoli li ha combattuti immaginando delle costruzioni aperte ai legami tra persone, contro la rigidità dei codici, la linearità, i sistemi chiusi, sclerotizzati.
Osservando le fotografie dei tanti interni che ha immaginato e realizzato, scopriamo le tracce di una continua metamorfosi per allargare così da allineare finestre, arrotondare pareti, abbattere muri inseguendo un’idea di circolarità. Con lo sguardo connotato da empatia per il suo sesso: le donne, appunto.
D’altronde, la sua casa ideale era quella dove abitare con agio e organizzare la cena all’ultimo momento, ascoltare musica, tenersi accanto un libro e il portacenere sottomano; i vestiti sparsi, le scarpe disseminate, i tanti oggetti nascosti in camera da letto.
Per lei riqualificare un appartamento, una cucina, un bagno, incastrare la libreria erano opere e operazioni ugualmente importanti. L’artigiano e il costruttore dovevano procedere appaiati: nessuna separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. “Nella mostra Anni santi a Palazzo Venezia mi è capitato di passare tutta la notte della vigilia dell’inaugurazione a piegare con l’accendino barrette di perspex che servivano da supporti e ho dormito per due ore dentro la custodia di un sarcofago”.
Renato Anzaldi, specializzato in infissi (serramenti in alluminio e poi grate, persiane in ferro), di Laura con la quale ha collaborato per vent’anni, dice: “Mi allargava la vista”.
Succedeva anche a noi che l’abbiamo conosciuta. E questo libro ce lo conferma attraverso la storia che racconta.
di Luciana Piddiu
I toni da crociata non mi sono mai piaciuti, ma mio malgrado mi sento obbligata a prendere la parola perché non sopporto l’ipocrisia di chi dice come Claudio Rossi Martelli nella lettera a Renzi comparsa sul giornale Internazionale) che i bambini nati con gameti acquistati in uteri delocalizzati esistono e ce ne dobbiamo fare una ragione, legalizzando queste pratiche.
Io penso che come esseri umani dobbiamo sempre interrogarci sui fenomeni che la realtà ci presenta per comprendere e agire: non per questo dobbiamo accettare tutto ciò che esiste per il fatto che esiste! …perché allora non legalizzare la distruzione dell’ambiente, le truffe, le mafie e quant’altro?
Scusate il tono, ma mi fa male al cuore questa semplificazione che ci riporta come donne indietro di… anni-luce.
Con affetto, buon lavoro a tutte e grazie.
Luciana Piddiu
Si può dire che non c’è bisogno di essere credenti per essere contrari alla maternità surrogata? Posso dire che anch’io, atea, femminista e comunista libertaria, sono fieramente contraria al mercato di gameti ed embrioni delocalizzati in qualche utero affittato?
Il fatto che il linguaggio usato per indicare queste pratiche parli di amore insopprimibile per i bambini, di famiglie arcobaleno armoniose e prive di problemi, di donne altruiste che, per pura generosità, mettono a disposizione di chi lo voglia il loro corpo fecondo, non fa che confermare l’uso ideologico e strumentale del linguaggio. Invece di dire il mondo e di rappresentarlo, lo lava, lo sbianca, lo nasconde nella sua cruda complessità per portare acqua al mulino del nuovo conformismo.
Non si deve parlare dei bombardamenti ormonali che devastano il corpo delle donatrici, costrette a donare fino a quaranta ovociti per volta, in anestesia generale; né tantomeno delle tariffe delle madri surrogate, ben differenziate fra paesi ricchi e paesi poveri: bastano 40.000 euro per un utero ucraino, ma se si desidera un utero americano il prezzo lievita fino a 120.000 dollari. Per chi vuole il low-cost c’è sempre l’India o il Bangladesh, che si offrono a prezzi stracciati.
Per quanto mi riguarda diversi sono gli scogli insuperabili: uno è rappresentato da quella massima della morale kantiana che suona così: “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo”. Credo che non ci sia bisogno di illustrare il significato e le implicazioni di questo principio nella questione di cui stiamo parlando. Trattare il proprio corpo-mente come capitale da sfruttare raccontandosi la favola bella dell’amore che oggi ci illude, è il segno tangibile che il pensiero e la capacità di riflessione sono diventati un lusso, che non ci si può più permettere: il tempo stringe, il bisogno di riprodursi incalza e quindi ben venga la tecnologia che ci consente di superare ogni ostacolo….
E qui sta il secondo scoglio: la con-fusione tra desiderio, questo sì legittimo e connaturato alla dimensione simbolica dell’essere umano, e bisogno, che attiene alla sfera della necessità. Questo movimento regressivo dal desiderio al bisogno determina l’aporia successiva: il passaggio dal registro dell’essere a quello dell’avere. Il legittimo desiderio di essere madri o padri, che si può benissimo soddisfare senza bisogno di generare, si trasforma nel bisogno di avere un bambino, ridotto quest’ultimo alla stregua di un prodotto-merce di cui si rivendica il “diritto”. Si pretende dallo Stato la cancellazione ufficiale nei documenti di identità dei soggetti che hanno contribuito alla generazione. Si cancella dalla scena del concepimento l’altro da sé, la differenza sessuale, rivendicando come diritto di uguaglianza l’attestazione in un atto pubblico di un falso: non si nasce da due uomini come non si nasce da due donne.
Duro da accettare ma è così.
Ma lo scoglio più arduo da superare è tuttavia un altro. Riguarda il nascituro. Poiché la gravidanza non è solo un passaggio in un contenitore biologico indifferentemente intercambiabile ma “è un momento di una storia complessa nella quale la madre nel suo rapporto biologico e psichico con il feto, dialoga fisiologicamente, emotivamente e razionalmente con il bambino, reale e ideale, trasmettendogli, che lo voglia o no, il senso della propria elaborazione conscia e inconscia, dei suoi rapporti con i suoi genitori (interni e reali), e con le aspettative sul futuro” (G. Giordo): che si ammetta o no quel nato di donna verrà comunque plasmato da quella gravidanza. A quel bambino che chiederà da grande “da dove viene” si potrà raccontare una bugia o semplicemente omettere la verità ma lo si priverà di un diritto fondamentale, quello di conoscere la sua radice storica, spezzando così il filo che lo lega alle varie generazioni, dalle quali, magari, potrebbe prendere le distanze se ne avesse conoscenza.
Questo prodotto, così ben confezionato per soddisfare il bisogno di consumo degli acquirenti, realizza e invera la dichiarazione della dea Atena la quale, essendo nata dalla testa del padre Zeus, può affermare, spavaldamente, che lei è la prova vivente che non c’è bisogno alcuno della madre. Sarà un caso che Atena è la dea della guerra, o una conseguenza della cancellazione del materno?
(www.libreriadelledonne.it, 17 dicembre 2015)
di Dacia Maraini
Da anni non si assisteva a una discussione così radicale e impetuosa fra donne che sono abituate a ragionare in termini storici ed etici sul destino del proprio corpo. Ecco la parola chiave, DESTINO: si diventa madri per destino o per scelta? È la stessa domanda chiave su cui si è ragionato e discusso, ma civilmente, al tempo della legalizzazione dell’aborto. C’è chi crede e rivendica l’idea che la maternità sia un fatto prima di tutto mistico, una sorte spettante per fatalità naturale al corpo femminile, ma (spesso paradossalmente) guidata e sancita da leggi decise in maggioranza da uomini. C’è invece chi sostiene che la maternità, come la paternità, sono creazioni prima di tutto culturali, modi di costruire la vita che mutano secondo i grandi mutamenti della storia.
Sono state coraggiose le donne di «Se non ora quando-Libere» che per prime hanno lanciato il sasso nel silenzio del Paese. Troppo poco si discute sulle grandi questioni legate alla gestazione: cosa vuol dire desiderare un figlio? È un fatto egoistico o un istinto potente che nasce sì dal bisogno della continuazione della specie ma viene poi interpretato e vissuto in ogni epoca con spirito diverso? E il desiderio di maternità è un fatto esclusivamente femminile o non riguarda anche gli uomini che spesso hanno censurato e represso la struggente e bellissima ambizione alla riproduzione? E ancora: in epoca di sterilità crescente, fino a che punto è lecito covare nel ventre un figlio per altri? Che senso ha nutrire con le proprie linfe piu segrete un corpicino nuovo su richiesta? Come può essere giudicata una donna prolifica che, magari per guadagnare dei soldi, offre a una coppia che non può averne, il proprio corpo materno?
Cos’è che indigna e infastidisce di più in questo nuovo modo di intendere la maternità? Direi sopratutto l’aspetto commerciale. Come si può comprare un figlio? E come si può venderlo, cancellando l’idea antichissima della naturale proprietà materna? Perfino la Madonna che, secondo la narrazione cattolica, ha concepito un figlio per conto terzi — ovvero lo Spirito Santo — l’ha però donato, da accudire, con meravigliosa fiducia e rispetto, al proprio compagno di vita.
In qualche modo la discussione di oggi ricalca le infinite dispute e controversie sorte al tempo della legalizzazione dell’aborto. Ho scritto a suo tempo un libro per spiegare la mia posizione: favorevole alla legalizzazione per togliere la pratica dalla clandestinità, ma contraria a farne una bandiera. L’aborto non può essere una soluzione. Farlo uscire dal buio delle pratiche speculative, bene, ma pensare che sia l’unica risposta a una gravidanza non voluta, non mi convince: si tratta comunque di una violenza verso il nascituro e verso il corpo della donna. La sola alternativa non può che essere una maternità responsabile. Cosa che in parte è avvenuta con la legalizzazione dell’aborto: è stato importantissimo rendere consapevole collettivamente il paese dell’esistenza della pratica, violenta, pericolosa legata all’attività di tanti medici speculatori. Tutti sapevano ma, prima della legge, era una piaga nascosta e tollerata, dopo la legge è diventata una consapevolezza civile.
Oggi ci troviamo di fronte a una questione contraria e opposta: la sterilità sta aumentando, molte coppie vorrebbero un figlio ma non riescono a farlo e allora o adottano un bambino — ma sappiamo quanto è lungo e difficile e tormentoso il processo dell’adozione — oppure cercano una donna prolifica che, liberamente scelga di accogliere il seme dell’uomo e dare alla luce un figlio da donare.
La divisione dei punti di vista all’interno del mondo femminile più consapevole prova che la questione è scivolosa e non facilmente risolvibile. Fino a che punto la maternità è un evento etico oltre che naturale e quando le due cose possono essere separate per ragionamento? Dove comincia la costruzione di un figlio e quali sono i limiti che vogliamo imporci? Mettere a disposizione il proprio corpo per aiutare chi è sterile e desidera un bambino è solo un patto commerciale o può essere anche un modo di condividere le gioie della maternità? Perché troviamo accettabile la donazione del seme paterno e non la donazione di una gravidanza femminile? Non mi avventurerei nello scialo dei termini inglesi che trovo fuorvianti: la gente si confonde fra stepchild adoption, surrogacy, ecc.
Forse non è un caso che la questione sia venuta fuori nel momento in cui si sta per approvare in Parlamento una legge che sancisce gli uguali diritti fra coppie eterosessuali e omosessuali. La questione diventa etica nel momento in cui si tocca la famiglia, o l’idea tradizionale della famiglia, che purtroppo è diventato, per statistica il luogo più pericoloso per le donne e i bambini. Ma c’è chi si oppone con tutte le forze a modificare la nozione abituale di famiglia, chi ha paura che introducendo nuovi modi di convivenza sanciti dalla legge, l’intero sistema di valori esploda e vada in pezzi, lasciando solo macerie sentimentali.
«Focalizzare sulle adozioni gay non è giusto, anzi rischia di fermare una legge civile. In realtà la maternità surrogata è richiesta e praticata, per il 99% dei casi, solo da coppie eterosessuali sterili» scrive Paola Concia. Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto sostengono che una cosa è protestare contro questa pratica in un Paese come la Francia dove esiste già il matrimonio egualitario e l’adozione è aperta alle coppie gay e lesbiche. «La strategia è molto chiara — chiarisce Paola Concia —, si vuole polarizzare la contrarietà a una qualsivoglia legge sulle unioni civili concentrando su una questione che non riguarda la comunità omosessuale, ma tutta la società. Associare la Maternità surrogata alle unioni civili è un errore clamoroso».
Perfino il grande movimento «Se non ora quando», si è diviso su questo tema, con la civiltà e la lealtà a cui rimangono fedeli . Ma questo chiarisce ancora una volta quanto la questione sia complessa e «meriti tempo, prudenza, onestà intellettuale e confronto tra donne», come scrivono i seguaci di «Se non ora quando, factory»: «Se c’è una cosa che appare infinitamente più indegna per una donna della gestazioni per altri/e, è l’essere pensata da altre/i. Pensare per altre/i è un esercizio molto offensivo, che lede la dignità delle donne…».
Il dibattito si sta svolgendo con serenità e rispetto, fra persone stimabili come Chiara Saraceno, Luisa Muraro, Lidia Ravera. Persone che si sono confrontate portando in campo idee e non insulti o questioni di appartenenza. «Se il patto avviene fra persone libere e consapevoli, e non porta nessuna forma di violenza o sfruttamento», perché non dovrebbe essere lecito, scrive anche un uomo che su queste cose si è interrogato, Emanuele Trevi. D’altra parte Luisa Muraro afferma che «non esiste il diritto ad avere figli ad ogni costo. Chi lo cerca, entra in un mercato in cui la donna è messa sotto contratto con clausole varie dettate dal compratore». Qui si mette in discussione, e con molte ragioni storiche, la libertà femminile. Fino a che punto è libera una donna che vende se stessa su un marciapiede, anche se adulta e consapevole? Fino a che punto è autonoma una donna che presta il suo utero a pagamento?
Per finire vorrei chiedere scusa per avere accettato di firmare con troppa fretta e senza avere ascoltato tutte le voci e pensato alle conseguenze di una presa di posizione pubblica, l’appello di «Se non ora quando-Libere». Non per mancanza di stima: sono sempre stata vicina e partecipe alle scelte del movimento — ma perché non mi sento di dichiarare con tanta certezza che il problema non esiste e che tutto si possa risolvere con la imposizione di una legge restrittiva.
La questione è complessa e vorrei ascoltare ancora piu voci di donne e di uomini che si confrontino con sincerità e onestà sulla questione, per capire meglio i cambiamenti in atto. A volte le nostre idee si trovano a disagio nelle grandi piazze del Paese. Ci perdiamo di fronte ai cambiamenti che sono rapidi e a volte anche contraddittori e inquietanti. Ma negare la realtà è sempre un errore che si finisce per pagare caro.
(Corriere della sera, 16 dicembre 2015)
Ad oggi abbiamo distribuito gratuitamente più di 4.000 testi in tutta Italia e in questo modo permettiamo a bambini e giovani di conoscere il mondo che, senza i libri, non potrebbero mai toccare neanche con l’immaginazione
di Kibra Sebhat
Di libri non si vive bene, economicamente, per questo Della come “secondo lavoro” insegna lingua e letteratura italiana all’Università Americana di Roma. Ma il suo cuore appartiene all’editoria e alla passione per la politica. Alle poesie di Caproni e a un marito che le ha sempre lasciato lo spazio per esprimersi. Ecco la storia di oggi di workHer su donne e lavoro.
L’indipendenza di Ida Antonella, che si fa chiamare Della, poggia su tre uomini importanti. Il padre economista che, finito il liceo, la manda a imparare «un mestiere vero», quindi a fare un corso da dattilografa. Il secondo, il nonno: partito dall’Abruzzo con la terza elementare, arriva a Roma e diventa dirigente del Banco di Napoli. Tra i tre nipoti, Della e due fratelli minori, sceglie di lasciare la casa di proprietà solo a lei che giurava non si sarebbe sposata mai. Ma lui voleva solo che lei si laureasse: peccato sia mancato due anni prima della discussione della tesi. Il terzo uomo importante è Antonio, incontrato in carcere. Tra i fondatori della cooperativa Sinnos, nata a Rebibbia Penale nel 1990 dall’idea di tre detenuti stranieri e due italiani, con l’obiettivo di produrre editoria per ragazzi.
«Oggi Sinnos è composta da nove soci, sette donne e due uomini che fanno uno il redattore e l’altro il magazziniere, e abbiamo cambiato tante sedi. Ma tutto è nato in carcere, dal desiderio di questi uomini di costruire qualcosa che avrebbe dato loro una possibilità anche fuori dalla prigione». E ai giovani lettori dei loro libri, un’infinità di opportunità. «Quando Antonio ci ha lasciati abbiamo pensato a cosa potesse continuare a raccontare la sua storia e sono nate le Biblioteche di Antonio. Ogni anno scegliamo i migliori libri per ragazzi, aggiungiamo il nostro catalogo e li regaliamo a una neo biblioteca scolastica o a una in difficoltà che ha bisogno di essere supportata. Ad oggi abbiamo distribuito gratuitamente più di 4.000 testi in tutta Italia e in questo modo permettiamo a bambini e giovani di conoscere il mondo che, senza i libri, non potrebbero mai toccare neanche con l’immaginazione».
Tanti uomini importanti quindi, ma quello che ha salvato la giovane Della dagli anni bui del terrorismo e della droga che hanno caratterizzato il ‘77-78, è stato il femminismo. «Mi ha fatto respirare un’aria diversa, mi ha colpito la libertà di parola delle donne, che nel mio liceo è stato il motore politico. Oggi le ragazze conoscono poco di quegli anni, ma quando porto nelle scuole testi come Nina e i diritti delle donne e discutiamo di quel periodo, sono capaci di mettere in discussione il loro stesso pregiudizio. Da una parte ci sono le donne della mia generazione, di cinquant’anni o più che non intercettano i desideri delle giovani. Dall’altra ragazze e ragazzi fanno meno attività politica e faticano a capire il contesto in cui ci impegnavamo. Per questo la comunicazione è difficile». L’altro gruppo, sempre femminile, che caratterizza da trent’anni la sua vita sono le amiche del liceo. «Ci siamo laureate, sposate, separate, “riprodotte”, rimaste single ma non abbiamo mai perso un appuntamento con il nostro Natale, ogni 23 dicembre. Mi sento fortunata ad averle incontrate perchè il confronto con loro e la loro comprensione sono stati fondamentali».
I risultati di Della del test EST di workHer.it
Ora che i figli Matteo e Francesca sono cresciuti e la sua casa editrice ha compiuto venticinque anni, il senso di realizzazione di Della poggia ancora sulla partecipazione dei ragazzi. Uno degli ultimi progetti che l’ha resa più soddisfatta ha come protagonisti quelli di Lampedusa. «Da tre anni, in collaborazione con Ibby, International Board on Books for Young People, selezioniamo, tra gli altri, i migliori silent book: testi senza parole che possono essere compresi da chi parla lingue diverse. Stiamo lavorando affinchè gli operatori dei centri di accoglienza possano distribuirli tra i minori stranieri, ma chi mi ha colpito di più sono i ragazzi lampedusani. Ho visto bambini con smartphone e account facebook fare la fila per la biblioteca e citare Kipling. Ragazzi delle medie e delle superiori gestire in autonomia prestiti e ritiri. Non un lamento ma richieste: più libri e un cinema. Cittadini partecipanti. E quando li guardo penso che se ci sono loro, io non ho più paura del futuro».
L’emendamento detto Codice Rosa è stato purtroppo approvato dalla Camera il 19 dicembre 2015, ora è all’esame del Senato [ndr].
Un emendamento alla legge di stabilità toglie diritti e libertà alle donne picchiate che vanno al Pronto Soccorso. Va ritirato immediatamente.
L’emendamento detto “Codice Rosa” n. 1.131 al ddl Atto della camera 3444 cd. Legge di Stabilità a firma Giuliani, Verini, Ferranti, Ermini, Gribaudo, Tartaglione, Bazoli, Amoddio, Mattiello, Zan, Campana, Guerini, Morani, Rostan, Pini, Locatelli, Galgano, Milanato, Polverini, D.Bianchi, minaccia la libertà e i diritti delle donne che subiscono violenza.
L’emendamento configura infatti un percorso obbligatorio, e a senso unico: una donna che si rivolge al Pronto Soccorso sarebbe automaticamente costretta un tracciato rigido, senza poter decidere autonomamente come agire per uscire dalla violenza, e si troverebbe di fronte un magistrato o a un rappresentante della polizia giudiziaria prima ancora di poter parlare con una operatrice di un Centro Antiviolenza che la ascolti e la sostenga nelle sue libere decisioni. L’emendamento quindi mette in pericolo l’incolumità fisica e psichica delle donne che subiscono violenza maschile, e rischia di compromettere l’emersione del fenomeno. Questo emendamento è frutto di un analfabetismo costituzionale, legislativo, sociale e culturale.
Infatti, se l’emendamento “Codice Rosa” fosse approvato, una donna picchiata avrebbe paura di rivolgersi al Pronto Soccorso per farsi curare, già sapendo che la sua richiesta di aiuto e di prestazioni sanitarie si tradurrebbe automaticamente in una azione di polizia e poi giudiziaria. E poi chi garantirebbe l’incolumità fisica della donna dopo la visita al Pronto Soccorso? Una delle ragioni per cui le donne stentano a chiedere aiuto e a denunciare è proprio che hanno paura di essere uccise dal maltrattante se lo fanno.
L’emendamento “Codice Rosa” è in aperta contraddizione con la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione di Istanbul è stata sottoscritta dall’Italia ed è giuridicamente vincolante dall’agosto 2014. Per le donne che subiscono maltrattamenti prevede il diritto di disporre di un sistema di supporto coordinato tra diversi attori territoriali, come i Centri antiviolenza, i Pronto Soccorso, le forze dell’ordine formate all’uopo, servizi sociali, eccetera.
I Centri Antiviolenza, che hanno venticinque anni di esperienza nell’affrontare quotidianamente la violenza contro le donne, sono completamente cancellati dall’emendamento “Codice Rosa”. La violenza maschile contro le donne viene considerata un problema sanitario e di ordine pubblico e sicurezza, invece di essere affrontata come fenomeno strutturale e complesso di ordine politico, sociale e culturale.
L’emendamento “Codice Rosa” è in aperta contraddizione con la vigente legge 119/13, con il pur discutibile Piano Nazionale Antiviolenza appena firmato dal Governo, con tutte le leggi Regionali in materia, e annulla il ruolo fondamentale del Dipartimento delle Pari Opportunità previsto dalla legge.
Le Procure della Repubblica dovrebbero svolgere un lavoro che nulla ha a che vedere con le funzioni dell’autorità giudiziaria. E’ illecito e privo di fondamento che il Ministero della Giustizia si intesti queste attività.
Sono anni che il Ministero dell’Interno e quello della Sanità cercano di far passare il “Codice Rosa” come soluzione del problema della violenza maschile contro le donne, nonostante il parere contrario e l’opposizione di tutti coloro che hanno esperienza in questo campo, innanzitutto i Centri Antiviolenza, il mondo dell’associazionismo delle donne, le organizzazioni sui diritti umani.
Noi ci rivolgiamo alle parlamentari ai parlamentari che hanno a cuore la battaglia per mettere fine alla violenza contro le donne perché contrastino l’emendamento Giuliani, e alle firmatarie e ai firmatari perché lo ritirino.
Casa donne di Viareggio, 9 dicembre 2015. Seguono firme.
[ndr: Caro Osservatore Romano dalle tue parti sostengono molto la differenza sessuale quindi la prossima volta usare il femminile “la cancelliera”]
La Germania, che ha accolto un milione di profughi, «ce la fa perché l’identità del Paese è nelle grandi sfide».
Con questo messaggio, il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha rilanciato ieri l’azione politica del suo Governo sul fronte dell’immigrazione. Nel discorso al congresso del suo partito, l’Unione cristiano-democratica (Cdu), a Karlsruhe, Merkel ha ribadito il suo “no” alla fissazione di un tetto al numero dei rifugiati da accogliere, pur concedendo la necessità di una limitazione degli ingressi. La proposta è stata approvata con soli due voti contrari.
Nel difendere la sua politica dell’accoglienza, Merkel ha sottolineato che per il suo partito «ogni persona ha la dignità che Dio le ha dato; non arrivano da noi masse, ma singole persone». E dietro lo scetticismo nell’accoglienza «c’è qualcosa di più delle riserve di tipo giuridico o logistico, c’è la domanda su cosa cambia nel nostro Paese. Che effetti ci saranno su di noi? Quanto saremo in grado di determinare il cambiamento?». Merkel ha però concluso che la risposta a queste paure non trova «un’opzione ragionevole nell’isolamento.
(L’Osservatore Romano, 15 dicembre 2015)
di Caterina Ricciardi
Dopo il congedo dalla scrittura affidato alle «prime e ultime cose» raccontate in Uscirne vivi (2014), con Amica della mia giovinezza l’editore Einaudi e la brava traduttrice Susanna Basso («Supercoralli», pp. 310, euro 20,00) ci invitano a tornare indietro nella storia – e nelle storie – di Alice Munro . Pubblicato nel 1990, questo settimo volume raccoglie dieci racconti, tutti, con poche eccezioni, ambientati nella familiare Lake Huron County, rivisitata con lo sguardo più ponderato degli anni Ottanta.
Sono anni di assestamento, di novità e incertezze per Munro – la donna e l’artista – anche in conseguenza del divorzio e del ritorno definitivo in Ontario, dopo un soggiorno ventennale a Vancouver. Tuttavia, se il ritmo della vita riprende felicemente accanto a Gerry Fremlin, un vecchio amico di università, l’attività creativa sembra subire qualche flessione, e per la prima volta Munro avverte resistenze da parte dei redattori del «New Yorker»: la «sostanza» delle ultime storie non risponde alle levature cui ella ha abituato i suoi lettori. Ed è in parte così. La stessa Munro confesserà a un amico: «sono felice – o contenta – della mia vita ma piena di dubbi sulla mia scrittura. Voglio una certa purezza. E invece mi ritrovo con troppa tecnica».
In effetti, in questo periodo ella va rinnovando il suo materiale e riorientando la ‘materia’ della vita, mentre sembra soppesare le responsabilità personali nei rivolgimenti del suo passato più recente. La «purezza» che lei desidera non è di tecnica ma di visione; oltre che di una prospettiva adeguata a nuove complessità, o a un mondo non più limitato al guscio parentale in una geografia appartata, o circoscritto alle esperienze di una adolescente – e poi di una giovane donna – che va scoprendo la vita: una scena prolungata, con varie sfaccettature temporali, più o meno fino a Le lune di Giove (1982).
Ormai avviata verso i sessant’anni, con Il percorso dell’amore (1986) e Amica della mia giovinezza Munro allestisce un’altra scena, prende atto di un transito stagionale (e epocale), che ora esige di porre domande sugli inganni e gli errori della maturità, e sulla comprensione di un diverso ordine di accadimenti. L’artista prova a testare un nuovo territorio di situazioni ed emozioni, pervenendo, in alcuni casi, a risultati fra i più significativi della sua carriera (Amica della mia giovinezza, il racconto che dà il titolo alla raccolta, Foto del ghiaccio e Meneseteung).
Resta ferma e ammiccante sullo sfondo del suo ritorno la distesa totemica del Lago Huron, specchio familiare sin dall’infanzia, verso cui dirigere il volto e trapassarne la superficie, per scoprine ora, dopo l’erosione degli anni, i detriti lasciati dal tempo: «All’orizzonte una linea turchese, sottile, come disegnata con l’inchiostro, poi un tratto azzurro puro fino ai frangiflutti dai quali partono le onde di verde e d’argento che vanno a rompersi sulla sabbia. La Mer Douce, così i francesi avevano battezzato il lago. Naturalmente, può cambiar colore in capo a un’ora e diventare brutto, a seconda del vento e di quello che viene smosso dai fondali». L’omaggio al lago, reso dal protagonista di Arance e mele, è metatestuale.
Nell’andirivieni ondivago del tempo, il presente – la superficie ingannevole – dei racconti di Amica della mia giovinezza smuove la verticalità degli anni, setacciandola fino alla superficie per obbligare a guardare i depositi del fondale. Nella deriva dei riflessi, il prisma delle complessità umane si scompone, racconto dopo racconto, nell’analisi delle dinamiche dei rapporti interpersonali, e delle loro diverse modulazioni diacroniche rispetto ai modi dell’amore, alle ambiguità dell’amicizia, le solitudini vedovili e le gabbie matrimoniali, i richiami della sessualità e gli adulteri, le bugie e le ipocrisie. Ne risultano squarci di agnizioni fugaci o di segretezze ostinate, consegnate talvolta a una sola parola: tutto il senso di una storia in una parola, come un semplice «diversamente».
Lo sguardo è rivolto in particolare alle coppie (ma non solo): Barbara e Murray in Arance e mele, Brenda e Cornelius in Five Points, Margot e Reuel in Parrucca; Georgia e Ben in Diversamente, il racconto che pare riflettere più da vicino una cronaca autobiografica. Ma, di contro alle convenzioni del realismo, più plausibili per un tema allora emergente, alla fantasia arcana di Munro piace osservare le trasgressioni dei vecchi tabù vittoriani (sessualità, divorzio) con l’ottica della perturbabilità del «gotico», come quando fa convergere sulla figura di uno ‘straniero’, insinuatosi nel ménage famigliare, le oscurità e gli interrogativi della narrazione. Quasi che gli intrusi siano figure posticce, simulacri malevoli – il Victor di Arance e mele – funzionali tuttavia, nel mistero di cui si avvolgono, a sviare da un’accettazione dell’insondabilità dei rapporti umani. In Arance e mele è Barbara a sedurre Victor? O è Victor che insidia Barbara? C’è mai stata una tresca ai danni di Murray? Difficile saperlo, se è questo ciò che conta.
«La gente è curiosa – si legge nella conclusione a Meneseteung – Alcuni lo sono. Hanno voglia di scoprire le cose, anche le più insignificanti. E poi di collegarle. Ogni tanto li si vede girare con un taccuino in mano, ripulire le tombe dal terriccio, scorrere un microfilm, nella speranza di scoprire uno sgocciolio nel tempo, un aggancio, la possibilità di salvare una cosa dalle macerie. E può darsi che si sbaglino. Può darsi che io mi sia sbagliata». Chi parla, autocriticamente, è la narratrice del racconto, il primo che – grazie al contributo di Gerry Fremlin, storico e cartografo – Munro dedica a un nuovo interesse: lo scavo nelle radici della microstoria della regione.
Meneseteung si propone un ritratto di Almeda Roth, una poetessa pioniera – una come tante – vissuta ai tempi della colonizzazione ottocentesca dell’area del Lago Huron. Poche reliquie sostengono il progetto storico dell’anonima narratrice: una fotografia, un libro di poesie su «stelle, fiori e angeli», data di morte, e trafiletti dei giornali locali su un fatto di cronaca nera, di cui Almeda e Jarvis Poulter, un suo vicino di casa, sono testimoni. Scarsi elementi, e tanti vuoti, per immaginare le esperienze di una donna in un Canada primitivo. Eppure, cosa unisce Almeda, Jarvis Poulter e il corpo femminile sanguinante in Pearl Street? Bisogna connettere gli elementi per ricostruire una storia, che è quello che si ostina a fare l’ambiziosa narratrice. In una scena drammatica e allucinata, lo sgocciolio traboccante della gelatina d’uva, unita ad altri sgocciolii – macchie, segni impressi sul territorio della nascente nazione – si fanno, nella loro scioccante e assurda semanticità, materia che, in un guizzo epifanico, Almeda decide di «incanalare» in una poesia, intitolata Il Meneseteung, dal nome indiano del fiume che le scorre vicino casa. Anzi, pensa Almeda, «è il fiume, il Meneseteung, a essere il poema, con le sue buche profonde e le sue rapide e le pozze bellissime d’estate». Dopo la brutale avventura in Pearl Street, ella dimentica fiori e angeli, e dimentica Jarvis Poulter, mentre «affonda ancora di più lo sguardo dentro il fiume della propria mente». Più che «connettere», sembra di capire, bisogna affondare lo sguardo nel poema (il racconto), nelle pozze profonde del fiume, il Maitland River, il padre fiume della contea, o nei fondali del lago Huron.
O nei fondali di una memoria ritrosa. Munro dedica Amica della mia giovinezza al ricordo di sua madre, in segno di commiato definitivo e riconciliante, dopo le narrazioni ispirate alle durezze del loro rapporto. «Un tempo sognavo spesso di mia madre, e sebbene i particolari variassero di volta in volta, la sorpresa era sempre la stessa. Il sogno si interrompeva perché era troppo palese la speranza, troppo scontato il perdono, credo». Così inizia il racconto eponimo, il primo della raccolta, e fra i più complessi, ma orientato nella direzione di un più libero ciclo rigenerativo, sgravato, nel caso specifico, del carico colpevole nei confronti della madre, il «grumo amaro di amore», nutrito negli anni come una «gravidanza immaginaria». È la ricerca di Flora, l’amica della giovinezza della madre, e enigmatica protagonista del racconto, a incoraggiare la figlia che narra allo scioglimento del nodo fetale, fino a riconoscerlo ora come ‘amico’ e farlo confluire, e lasciarlo scorrere liberamente, nelle acque pure del Meneseteung.
(Alias, 13 dicembre 2015)
di Valentina Parisi
«Appartengo a una generazione che è stata educata sui libri, non sulla realtà»: questa ammissione, contenuta in una intervista rilasciata nell’ormai lontano 1995 alla poetessa Tat’jana Bek, sembra fornire tuttora la chiave più appropriata per penetrare nella scrittura di Svetlana Aleksievic e in quell’universo di voci da lei pazientemente intessuto sulla base di innumerevoli testimonianze orali. Un metodo creativo cui la giornalista bielorussa si mantiene fedele da più di trent’anni e che di recente, all’indomani dell’attribuzione del premio Nobel, ha suscitato non pochi dubbi sull’opportunità di conferire il massimo riconoscimento letterario a una opera che, nel suo complesso, sembra negare così recisamente il concetto stesso di finzione. Aleksievic infatti non inventa, non rielabora, e non narra, si limita a trascegliere e assemblare in una sorta di montaggio i monologhi o soliloqui delle persone da lei incontrate.
Certamente, dire che «si limita a» è fuorviante vista la monumentalità dei suoi libri, dove dialogano, collidono e si fondono centinaia di voci diverse. L’acribia documentaria si accompagna infatti per Aleksievic al caparbio rifiuto di attribuire un determinato significato paradigmatico ad alcune testimonianze piuttosto che ad altre, così l’accumulazione tenace di storie personali – simili, eppure uniche e irripetibili – diventa il sigillo etico di un lavoro di scavo appassionato e potenzialmente infinito.Questa venerazione per i frammenti di realtà passati al filtro della memoria individuale si profila, fin dalle prime prove dell’autrice risalenti agli anni settanta, e si ricollega all’ardua ricerca di un realismo non più socialista, ossia di una prospettiva che, sbarazzandosi di formule retoriche svuotate ormai di ogni significato, metta a fuoco l’uomo sovietico così com’è stato, non più l’eroe positivo che sarebbe dovuto diventare. Un tentativo che, ovviamente, non poteva non comportare un faticoso lavoro di disseppellimento di quei temi fin lì rimossi ed esclusi dalla vulgata sovietica, che negli anni della stagnazione brezneviana avevano cominciato a farsi sentire con la dolorosa insistenza di un arto fantasma.
Sembra quasi impossibile che lo sforzo eroico di più di un milione e duecentomila donne sovietiche inquadrate nei ranghi dell’Armata Rossa e di innumerevoli combattenti partigiane durante il secondo conflitto mondiale fino agli anni ottanta non fosse mai stato ritenuto degno di un racconto a sé, considerando anche che la pobeda («vittoria») contro la Germania nazista si era trasformata con il tempo nell’elemento fondante dell’identità collettiva sovietica. My pobedili («abbiamo vinto») era l’orgogliosa consapevolezza che ciascun cittadino dell’Urss portava con sé, sentendosi riscattato da una esistenza grama, fatta di privazioni quotidiane. Ma quale fosse il volto reale di quel my, di quel «noi», al di là degli stilemi del filone bellico ampiamente coltivato sia in letteratura che nel cinema, era un problema in parte irrisolto. Anche perché la partecipazione femminile a quella che, secondo la dizione russa, è a tutt’oggi la Grande Guerra Patriottica era stato sottaciuta se non travisata da una gestione patriarcale della memoria.
Comprensibili appaiono dunque sia l’irritazione scandalizzata, sia l’ondata di grata commozione che aveva suscitato al suo apparire in Unione Sovietica La guerra non ha un volto di donna, ora tradotto in italiano da Sergio Rapetti (Bompiani, pp. 442, euro 20,00). Pubblicato su rivista nel 1984 e poi l’anno successivo in volume (in forma censurata), il libro di Aleksievic aveva alle spalle una lunga fase compositiva durata dal 1976 al 1981 e si ricollegava all’opera dello scrittore bielorusso Ales Adamovic che, giovanissimo, aveva partecipato alla lotta partigiana e negli anni settanta aveva affrontato per primo con gli strumenti dell’oral history i risvolti più scomodi e rimossi della Vittoria. Ad esempio, il sacrificio di migliaia di vite a Leningrado, fatto che è al centro del Libro dell’assedio, composto insieme a Daniil Granin e di recente trasposto in un film da Aleksandr Sokurov.
Aleksievic si richiamava esplicitamente al collega più anziano sia nella forma scelta (un «romanzo di voci» la cui intensità è spesso sconvolgente), sia nel titolo stesso, che in realtà è la citazione dell’incipit di un romanzo bellico di Adamovic del 1960 e si presta a una duplice interpretazione. Da una parte, Aleksievic sembra voler smentire l’assunto dello scrittore, dichiarando che un volto femminile la guerra lo aveva avuto, eccome, e che le testimonianze delle ragazze, da lei raccolte a distanza di anni, stavano lì a dimostrarlo. Al tempo stesso, tuttavia, il titolo va inteso letteralmente nel senso di una presunta incompatibilità tra la natura della donna-madre che dà la vita e il mestiere delle armi. Il libro di Aleksievic appariva inaccettabile proprio perché – secondo critici e censori – infrangeva il mito della «sacra» unità del popolo sovietico contro l’aggressione nazista – per sostenere l’esistenza di una specifica «guerra al femminile», segnata da questa ineludibile contraddizione di fondo.
In altri termini, l’autrice osava per la prima volta affermare che le giovani donne sovietiche si erano sì precipitate ad arruolarsi spontaneamente per rimpiazzare gli effettivi maschili falcidiati dai tedeschi ma, in genere, erano state marchiate molto più dolorosamente degli uomini dalla «terribile fatica di uccidere», proprio perché sprovviste di esperienze pregresse o dell’adesione a modelli eroici interiorizzati che venissero loro in soccorso. Il loro sguardo era molto più straniato, capace di cogliere – malgrado il desiderio di difendere la propria terra o di vendicare i propri cari – tutto l’orrore che stava dietro la prassi bellica. Questa impreparazione biologica e culturale delle donne alla guerra si rifletté specularmente nelle difficoltà sperimentate all’indomani della Vittoria, allorché, dopo essersi abituate a marciare con scarponi più grandi di qualche numero del loro piede, le ex combattenti dovettero tornare alle scarpette col tacco – o, almeno questo era ciò che la società si aspettava da loro, da quando la parola d’ordine era diventata: dimenticare.
Che il ritorno alla normalità fosse stato tutt’altro che indolore lo dimostrano i destini paralleli di Zinaida e Ol’ga, entrambe istruttrici sanitarie pluridecorate in squadroni di cavalleria, nonché figlie di Vasilij Korz, eroe della guerra civile spagnola e di quella patriottica poi. Una volta tornata a casa, Ol’ga a lungo non aveva voluto separarsi dal suo pastrano militare; Zinaida invece, pur intenzionata a venderlo e a sostituirlo con uno femminile, era scappata dal mercato, incapace di sostenere la vista dei tanti mutilati che lo affollavano, nel terrore che uno di loro potesse riconoscerla e rimproverarla di non averlo trascinato via abbastanza in fretta dal campo di battaglia.
Sensi di colpa, il rimpianto di aver perso la propria spensieratezza giovanile in battaglia, terrificanti incubi perseguiteranno per anni le reduci, insieme all’incomprensione della società patriarcale che rimproverava loro la promiscuità sperimentata con gli uomini in trincea. Angosciante è, tra le altre, la testimonianza di una ragazza tornata al suo villaggio da Berlino, carica di ordini e medaglie e scacciata dalla madre timorosa di non riuscire a trovare marito alle figlie minori, se l’avesse riaccolta in casa.
Stante il surplus di nozioni libresche che Aleksievic attribuiva a se stessa e ai propri coetanei, si può facilmente immaginare con quale reverenza abbia ascoltato le confessioni delle appartenenti a quella generazione che aveva abbandonato di colpo banchi di scuola e compagni d’infanzia per andare ad arruolarsi e magari tornare agli studi quattro anni dopo, precocemente invecchiate. Dal rispetto discende la cura estrema profusa dall’autrice nel rendere le voci di queste donne spesso mai rientrate davvero dal fronte, sole o costrette a vivere tra di loro in appartamenti in coabitazione, comunque amareggiate dalla sensazione di essere state defraudate della vittoria. Un coro su cui, forse, spicca a mo’ di epitaffio, la scritta, invidiabile per coraggio e lucidità, lasciata da una di loro sulle pareti del Reichstag: «Io, Sof’ja Kuncevic, sono venuta qui per uccidere la guerra».
Lettera di Cristina Gramolini di Libere
Care Libere,
aderisco al vostro appello che rifiuta la gestazione per altri come
via per diventare genitori, perchè penso anch’io che la gpa
commerciale sia un’ulteriore sistema di predazione delle donne.
Chi ha avuto figli con la gpa commerciale presenta un fatto compiuto,
scomodando parole inappropriate per descriverlo (come ad esempio
‘dono’), si sente nel giusto perchè ha pagato, con una disinvoltura
che mi viene da dire ‘coloniale’.
Faccio parte di ArciLesbica e come associazione da anni ci siamo
posizionate contro la gpa commerciale ma a favore della gpa gratuita,
perchè non c’è niente di disumano in una donna che affida su * figli*
a qualcuna o qualcuno di cui si fida, quando non faccia questo dietro
compenso, ma davvero per generosità all’interno di una relazione
(http://www.arcilesbica.it/congresso_2012.html v. alla voce Stato
interessante).
Aderisco al vostro appello, anche se non tiene conto della gpa
gratuita, in quanto contiene un tema prioritario: risponde alla
banalizzazione della surrogacy con l’affermazione della non
commerciabilità dell’umano e con il rifiuto della riduzione delle
donne a macchine riproduttrici sul mercato libero. Siamo tutte
consapevoli che le destre clericali tentano di usare il tema della gpa
per opporsi al matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’appello
Che libertà si smarca da tali strumentalizzazioni e penso che
costantemente occorrerà marcare le distanze da un uso omofobico delle
nostre parole.
Cristina Gramolini,
presidente ArciLesbica Milano
di Antonietta Lelario
Séraphine de Senlis, Artista senza rivali di katia Ricci, Luciana Tufani Ed. 2015
Empatia relazionale
Del saggio di Katia Ricci io vorrei qui riprendere solo alcuni nodi. Uno è la relazione fra Katia e il personaggio Séraphine. Katia la fa vivere davanti ai nostri occhi, la segue nelle sue fughe in campagna, ne immagina paure, desideri seguendola con affetto, partecipazione, empatia. Non nasconde il proprio sguardo e tuttavia non c’è schiacciamento dell’una sull’altra. Potremmo chiamarla un’empatia relazionale. Noi vediamo l’una, Séraphine, e sentiamo la voce dell’altra, Katia, che si rende visibile attraverso il lavoro dell’immaginazione e le domande che si pone, ma non occupa tutto lo spazio. Non so dirlo diversamente, ma mi sembra un approdo scritto importante per quella pratica di insegnamento, che tutte e due abbiamo fatto per anni e di cui abbiamo discusso tanto nel movimento di autoriforma. Noi abbiamo sperimentato ogni giorno che non si può far amare ciò che si insegna se non lo si ama per prime, ma amare non vuol dire schiacciarsi sul soggetto indagato, anzi occorre dare spazio alla sua complessità, come allo sguardo di coloro a cui ci rivolgiamo.
Facile a dirsi, più difficile praticarlo, più difficile ancora é far vivere questa posizione nella scrittura saggistica.
C’è dietro questo approdo l’esperienza che amare non vuol dire farsi assorbire o assorbire l’altro da sé, c’è l’importanza data alla singolarità, c’è il sospetto che conoscere per identificazione serva solo a conoscere se stessi, e nemmeno. Eppure eppure…
Eppure
Se possiamo farci domande, se possiamo immaginare è perché dietro ogni esperienza singolare, anche lontana nel tempo, c’è qualcosa, che emerge dalla sua opera, dalla sua vita, che fuoriesce dalla storia e ci interroga personalmente. Nel caso di Séraphine che cosa è? Perché io, dopo aver letto il libro, ho continuato a pensare a questa donna come ad una figura che mi diceva qualcosa di più?
La domanda di Katia
C’è una domanda che Katia si fa e attraversa tutto il saggio: dove trova la forza questa donna che vive in tali condizioni di svantaggio analfabeta, sgraziata, povera, costretta a vivere in condizione servile, senza consenso intorno, a parte la parentesi dell’incontro col critico e sua sorella, dove trovò l’audacia per credere che ciò che vedeva andasse detto, per trovare un suo linguaggio, per inseguire il suo sogno di grandezza?
La domanda di Virginia Woolf
Ricorderete che è la stessa domanda che Virginia Woolf si faceva all’inizio del 1900 sia immaginando la vita della sorella di Shakespeare, se fosse esistita e avesse voluto fare l’attrice come lui, sia immaginando un’eventuale pittrice, sua contemporanea: “oggi una donna che vuole scrivere ha molti esempi illustri alle spalle per attingere coraggio, ma una donna che volesse scrivere musica o che volesse dipingere?” Gli anni su cui si interroga V W sono proprio gli anni in cui Séraphine comincia a dipingere.
Ostacoli diversi?
È una domanda che oggi si pone forse con ancora maggiore forza che in passato, anche se gli ostacoli sono di natura molto diversa. Molto diversa? ricordiamo le parole di Virginia Woolf quando a proposito dell’ipotetica sorella di Shakespeare dice l’impossibilità di fare l’attrice, ma soprattutto -aggiunge- “lo sguardo di irrisione da cui sarebbe stata circondata le avrebbe tolto ogni fiducia in se stessa e il rancore ne avrebbe deturpato la voce, distraendola dal suo cammino!” Il rischio di perdere fiducia e di lasciar deturpare ciascuna la propria voce mi sembra ancora attuale.
Risposta di Katia
Secondo me il merito di Katia è di non aver dato una risposta esaustiva a questa domanda e di aver invece cercato e lasciato molte tracce. Nel rapporto con la natura la giovane Séraphine aveva fatto l’esperienza di sentirsi libera, aveva provato quell’amore per la bellezza che l’accompagnerà per tutta la vita, aveva avuto la gioia di non sentirsi giudicata, aveva lì potuto proiettare il suo sogno di un’epoca incontaminata, il paradiso terrestre per esempio, così come aveva potuto proiettare fuori di sé le angosce, gli incubi, le paure. Per tutta la vita l’aveva sostenuta la relazione con la sua madonnina e con il suo angelo custode con cui aveva avuto una relazione quasi mistica, dice Katia. Che cosa quindi l’ha aiutata? il desiderio di libertà, l’amore, la funzione terapeutica del dirsi, la fede in qualcuno che la proteggeva e le chiedeva di dare il meglio di sé, come l’angelo custode, il sentirsi collocata in un disegno più grande che la trascendeva e le parlava attraverso la voce della Madonna? Sono tutti fili convincenti e plausibili che concorrono l’uno con l’altro a costruire la complessità della vita di Séraphine e che possiamo riconoscere nelle nostre vite pur così diverse.
Relazione mistica
Certo le parole che Katia attribuisce all’artista quando guarda la sua opera e quasi non crede di essere stata lei a farla e ringrazia la sua Madonnina sono commoventi. Io ho trovato commovente questo abbandono ad un disegno più grande di cui si sentiva parte e a cui contribuiva dando corpo al proprio sguardo attraverso le immagini. Appunto lei voleva contribuire al disegno.
Il suo modo di aver fede non si esaurisce nell’abbandono ad una volontà superiore, si nutre invece del desiderio di trovare la propria voce, di “non lasciare che gli ostacoli la uccidano o la distorcano”. Il rapporto col divino le dà fede in sé stessa. Di questa fede, di questa relazione mistica, si nutrì il suo talento. Detto in parole semplici non è più “Sia fatta la tua volontà”, ma “Io contribuisco a fare la tua volontà, Tu mi dai fede in me stessa”. Viene da pensare ad Etty Hillesum quando dice che non siamo noi a dipendere da Dio, ma è Dio a dipendere da noi per la sua esistenza nel mondo(cito a memoria).
Il di più che intravvediamo
La fede, è venuto in mente a me, è un’esperienza relegata nella religione e invece se é fede nel di più che intravvediamo intride e dà senso a tutta la nostra vita. Fiducia, affidamento non a caso hanno la stessa radice. Quando è in gioco qualcosa di più importante che passa attraverso di noi ma non si riduce al nostro io, che ci faccia da orizzonte o ci parli dalla parte più segreta di noi stesse -e non è un caso che S Weil e Etty Hillesum siano diventate per noi così importanti- abbiamo bisogno che ci sostenga la fede. Tutto il nostro equilibrio ne dipende. Quale che siano i termini che chi non è religioso può trovare per questo “di più” che i credenti chiamano Dio: mistero, cosmo, vita, deve fare i conti con una dimensione spirituale che fa parte integrante della nostra esperienza. È una dimensione che tiene continuamente in equilibrio l’essere con il desiderio di quel di più, con la possibilità di essere altro da ciò che siamo. Naturalmente quando dico Dio penso ad un’immagine che é cambiata radicalmente nel ‘900 e sta cambiando ancora oggi: perfino il suo sesso è in discussione. Non a caso, credo, Seraphine ha percepito il disegno divino attraverso una figura femminile.
La forza: l’autenticità della voce
La forza viene dal desiderio di non cancellare questo aspetto spirituale, dal sentire che quando il contatto con la parte più profonda di noi rimane aperto noi crediamo alla nostra voce, la sentiamo vera e questo nessuno può togliercelo. La fede è la cosa più difficile da estirpare.
E tuttavia, notavamo proprio con Katia, il legame con la profondità di noi stesse non è solo rassicurante fonte di forza, è anche fonte di turbamento per la sua radicalità. Il mistero può presentare anche un fondo oscuro. Collegarvisi aiuta a trovare la propria voce, ma può anche turbare, come forse è stato per Séraphine. Tenerne conto può favorire il dialogo di ciascuno con sé, può aiutare a trovare l’altro da sé che ci abita, può alimentare il desiderio dell’impossibile, ma può anche ubriacarci se pensiamo di andare a coincidenza.
(Incontro al Circolo della rosa, Milano, 11 novembre 2015)
Con provvedimento in data 16 ottobre 2015, reso noto oggi (Corte Appello Milano, sez. Persone, Minori, Famiglia, 16 ottobre 2015 – Pres. Bianca La Monica, est. M. Cristina Canziani), la Corte di Appello di Milano ha ordinato la trascrizione dell’adozione di una minoreda parte della propria mamma sociale nell’ambito di una coppia di donne.
La decisione rappresenta un nuovo momento di svolta, che arriva peraltro nel
momento in cui è sempre più accesa la discussione sull’inserimento nella legge
sulle Unioni civili della possibilità di adozione dei figli nell’ambito di coppie dello
stesso sesso (cd. stepchild adoption). Attraverso la trascrizione del provvedimento
straniero viene riconosciuta, per la prima volta nel nostro Paese, una adozione
piena, o legittimante, della minore da parte della sua mamma sociale e non
soltanto una adozione cd. “in casi particolari”, con conseguente instaurazione di
un rapporto genitoriale del tutto identico a qualsiasi altro rapporto genitoriale
(anche nei confronti, ad es., dei parenti della madre sociale, che oggi vengono così
riconosciuti pienamente nonni e zii della ragazzina).
Pur rilevando l’impossibilità di disporre la trascrizione del matrimonio celebrato
in Spagna fra le due mamme (per le ragioni già esposte dalla stessa Corte
d’Appello di Milano in un recentissimo provvedimento) e, per conseguenza, del
divorzio nel contempo intervenuto fra le due donne, la Corte ritiene invece
meritevole di accoglimento la domanda di trascrizione nei registri dello Stato
Civile, in base al disposto di cui all’art. 28 del DPR 396/2000, dell’ordinanza del
giudice spagnolo che ha dichiarato l’adozione piena, con effetti legittimanti, della
minore attribuendole anche il doppio cognome.
Nel provvedimento si dà atto che la minore è una ragazzina di dodici anni che sin
dalla nascita «è stata adeguatamente amata, curata, mantenuta, educata ed istruita
da entrambe le donne che hanno realizzato l’originario progetto di genitorialità
condivisa, nell’ambito di una famiglia fondata sulla comunione materiale e
spirituale di due persone di sesso femminile».
Il Collegio milanese rammenta quindi che «gli artt. 65 e 66 della legge in materia
di diritto internazionale privato, prevedono che i provvedimenti stranieri relativi
alla capacità delle persone, nonché all’esistenza di rapporti di famiglia, come
quelli di volontaria giurisdizione hanno effetto nell’ordinamento italiano e sono
quindi riconosciuti senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento,
quando producono effetti nell’ordinamento dello stato in cui sono stati
pronunciati, non sono contrari all’ordine pubblico e sono stati rispettati i diritti
della difesa» rilevando che l’ordinanza di adozione della minore emessa
dall’autorità giudiziaria spagnola, con l’accertato pieno consenso della madre
della bambina, non è certamente contrario all’ordine pubblico internazionale,
essendo anzi del tutto conforme all’interesse superiore della minore.
Pur rammentando che la legge italiana in materia di adozione prevede all’art. 6
che essa è consentita ai coniugi uniti in matrimonio, i giudici milanesi
rammentano come la stessa legge sulle adozioni «all’art. 25 prevede che
l’adozione possa essere disposta, nell’esclusivo interesse del minore, nei confronti
anche del solo coniuge che, per libera scelta, come consentito nel nostro
ordinamento, nel corso di un affidamento preadottivo alla coppia, abbia deciso di
porre fine alla convivenza coniugale con il coniuge e di separarsi» e come,
dunque, «anche alla stregua di tale previsione normativa deve quindi concludersi
che non possa ritenersi contraria all’ordine pubblico interno un’adozione da parte
di una persona singola».
Il Collegio meneghino cita, quindi, la giurisprudenza di merito che ha affermato
che l’art. 44, lettera d) consente l’adozione, sia pure con effetti non legittimanti,
non solo in ipotesi di impossibilità di affidamento preadottivo «di fatto», ma anche
in caso di «un’impossibilità di diritto», (Tribunale per i minorenni di Milano,
sentenza n. 626/2007; Tribunale per i minorenni di Roma sentenze n. 299/2014 e
n. 291/2015; Corte d’Appello di Firenze, sentenza n. 1274/2012) dando atto di
condividere in pieno tale indirizzo e affermando che «appare evidente dunque che
anche nell’ordinamento italiano non sussiste un divieto assoluto di adozione di un
minore, in stato di abbandono o non, da parte di persona non coniugata (vedi,
conforme, TM di Bologna, decreto 21 marzo/17 aprile 2013)».
Rilevato che l’adozione nell’ambito di una coppia dello stesso sesso non è in
astratto contraria all’interesse del minore, per quanto riconosciuto dalla stessa
Corte di Cassazione con sentenza n. 601/2013 (nella quale la Suprema Corte ha
affermato come costituisca mero pregiudizio ritenere che “sia dannoso per
l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su
una coppia omosessuale”) e che «ogni situazione deve essere valutata
singolarmente, tenuto conto del preminente interesse del minore rispetto alle
figure genitoriali e al suo diritto di convivere e/o mantenere regolari rapporti
significativi con tutte le figure adulte di riferimento, indipendentemente dalle loro
tendenze sessuali, ritenute in concreto adeguate ad assicurargli l’affetto e la cura
indispensabili per la sua armoniosa crescita», la Corte afferma dunque la piena
conformità nel caso di specie dell’adozione legittimante all’interesse della minore
interessata.
Affermano in conclusione i giudici milanesi che «non vi è alcuna ragione per
ritenere in linea generale contrario all’ordine pubblico un provvedimento straniero
che abbia statuito un rapporto di adozione piena tra una persona non coniugata e il
figlio riconosciuto del partner, anche dello stesso sesso, una volta valutato in
concreto che il riconoscimento dell’adozione, e quindi il riconoscimento di tutti i
diritti e doveri scaturenti da tale rapporto, corrispondono all’interesse superiore
del minore al mantenimento della vita familiare costruita con ambedue le figure
genitoriali e al mantenimento delle positive relazioni affettive ed educative che
con loro si sono consolidate, in forza della protratta convivenza con ambedue e del
provvedimento di adozione».
L’adozione “piena”, difatti, «appare idonea ad attribuire alla minore un insieme di
diritti molto più ampio e vantaggioso di quello garantito dall’adozione disciplinata
dagli artt. 44 e segg. della L. 184/1983, anche nei confronti della famiglia
d’origine dell’adottante, con la quale X sembra aver sempre mantenuto rapporti
affettivi e di vicinanza significativi, come emerge dall’accordo regolatore del
21.12.2012, sottoscritto dalle due madri», «nessuna violazione dell’ordine
pubblico internazionale comporta il riconoscimento di tali diritti, posto che X, con
l’adozione della CC effettuata in base alla legge spagnola, mantiene intatti i propri
diritti nei confronti della madre biologica e della sua famiglia d’origine e può
godere, con sicuro vantaggio, del sostegno materiale non solo della madre
adottiva, ma anche dei parenti della stessa».
Last but not least, la Corte dà altresì atto che, pur non essendo trascrivibile, è
tuttavia «riconosciuto in Italia ex artt. 21 e segg. Reg. CE 2201/2003» l’accordo
regolatore sottoscritto dalle due madri e omologato dal giudice spagnolo,
riguardante l’affido, il collocamento, i rapporti della minore con le due donne e il
contributo di ciascuna di queste ultime al mantenimento della figlia.
Com’è evidente, dunque, si è compiuto così un nuovo importante passo in materia
di omogenitorialità, posto che è stato riaffermato che l’adozione del figlio del
partner è del tutto conforme all’ordine pubblico internazionale, il rispetto
dell’interesse superiore del minore essendone parte determinante, ha avuto
ulteriore avallo il recente indirizzo inaugurato dal tribunale per i minorenni di
Roma e, soprattutto, attraverso la trascrizione del provvedimento straniero ha
avuto ingresso, per la prima volta nel nostro Paese, una adozione piena o
legittimante della minore da parte di una madre sociale e non soltanto una
adozione in casi particolari, che come detto instaura un rapporto genitoriale del
tutto identico a qualsiasi altro rapporto genitoriale.
(www.articolo29.it, 10 dicembre 2015)
di Chiara Zamboni
Vorrei parlare in primo luogo del dibattito in corso sulla differenza sessuale. Ci sono molte posizioni e teorie. Vorrei prima trattare due che sono in relazione oppositiva tra loro per poi concentrarmi sul pensiero della differenza sessuale e della passione che tale pensiero esprime.
Le due teorie in conflitto e paradossalmente complementari tra loro sono la teorie del genere, o gender theory e la teoria che si fonda su una complementarietà naturale tra donne e uomini.
La gender theory è nata nel campo culturale anglosassone e si è estesa poi anche in Italia con il nome di studi di genere. L’elemento centrale di questa teoria, a cui molte studiose hanno contribuito, è di considerare separato il sesso biologico da ciò che si dice dell’essere donna e dell’essere uomo sul piano dell’ordine simbolico dato, sul piano del linguaggio. Mentre il sesso biologico è casuale, riguarda il corpo e non è politico – essere di sesso femminile o maschile capita a caso -, invece è decisamente politica l’organizzazione culturale attorno alla posizione femminile e maschile. Questo perché nelle teorie del gender il linguaggio è interpretato rigorosamente come strumento principale dell’ordine dominante ed è considerato come ciò che più di ogni altro aspetto influenza i comportamenti umani. Con un termine caro a queste posizioni si nomina tale capacità di influenzare il comportamento come capacità performativa del linguaggio. Si performano i comportamenti, li si modella, non tanto dando delle regole etiche, ma anche solo descrivendo tali categorie sessuali oggettivamente per aspetti riconoscibili, e in questo modo influenzando indirettamente i comportamenti.
L’impegno politico di questa posizione è di trasformare le categorie linguistiche per creare altre condizioni di vivibilità. La libertà si guadagna nella ridiscussione delle categorie linguistiche.
Considero che il valore di questa posizione sta nel mostrare l’importanza del linguaggio come luogo di scontro politico e simbolico. La debolezza di questa stessa posizione è di aver sganciato il sesso biologico dall’interpretazione linguistica. Una filosofa americana che critica la gender theory, pur partendo dai suoi presupposti, è Judith Butler, che non a caso ritiene che il sesso non possa essere sganciato dal linguaggio, ma ne è modellato a sua volta. C’è tuttavia una seconda debolezza della teoria del genere, ed è l’affermazione che tutto dipenda dalla costruzione linguistica umana. In questo senso non si riconoscono dipendenze né dal corpo, né dagli altri. Tutto è costruibile linguisticamente, culturalmente, senza limiti. Questa capacità costruttiva è in mano sia all’ordine dominante sia a chi si oppone a tale ordine indicandone un altro, diverso, sempre però linguistico e umano.
Una radicalizzazione di tale posizione ha portato alla teoria qeer, una teoria che decostruisce tutte le costruzioni linguistiche riguardanti il sesso e la differenza sessuale e propone un gioco simbolico di sottrazione ad ogni definizione e costruzione categorizzante. La teoria queer mostra in questo senso la via di un’esplorazione di pratiche di gioco teatrale dei ruoli sessuali puramente decostruttiva in una esplorazione delle possibilità della libertà. Il suo punto debole è il fatto che – come base di appoggio di tali giochi – presupponga soggetti individuali fondati sulla pura potenza di una singolarità senza aggettivi, senza legami, istituita solo su se stessa. Questa è a sua volta una teoria ingenua.
La critica che porto alla gender theory è quella di considerare il linguaggio solo come potere performativo – intendendo con ciò come producente comportamenti indotti -, e costruttivo, per il fatto che tutto dipende dal linguaggio che adoperiamo. Essa sottovaluta di conseguenza tutto quello che il linguaggio può portare di inventivo, di pensiero dell’esperienza, di linguaggio parlante, creativo, e non soltanto dunque forma del potere.
Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che le teorie della differenza sessuale che considerano la differenza sessuale come complementare tra donne e uomini hanno il difetto opposto. Queste teorie calcano la mano sia su qualità specifiche femminili e maschili di ordine storico sì, ma radicato nella tradizione dei popoli e dunque inaggirabili, sia sulla dinamica della generazione dei figli, vista come legge di natura. La critica che si può portare a queste teorie è che sottovalutano l’influenza culturale e performativa del linguaggio dominante, che è indubbia, anche se, come abbiamo visto, non è determinante. In altre parole hanno una posizione ingenua rispetto al linguaggio nel suo peso culturale. Sottovalutano i codici simbolici da cui si parte e li reificano come ovvi, appellandosi in definitiva alla tradizione come autorità e alla natura in modo non problematico.
Il lato positivo di questa posizione è che accoglie l’esistenza di limiti nella vita umana, e che sostiene che non tutto dipende dalla capacità costruttiva dell’essere umano.
In questo momento nel dibattito in Italia c’è una grande confusione attorno a queste teorie. La teoria del genere è stata adoperata malamente per invitare ad una posizione civile non omofobica nell’educazione scolastica. Ma una visione giusta dell’omosessualità non ha a che fare con la teoria del genere, interpretata come scomparsa dei generi. Infatti le pratiche omosessuali valorizzano la differenza tra gay e lesbiche, che sono accomunati/e sì da una condizione simile rispetto alla richiesta di diritti civili, ma vivono pratiche molto diverse. Una linea di tendenza del dibattito contemporaneo è di assumere la teoria del genere come la cancellazione dei generi, azzeramento della differenza, piuttosto che come conflitto politico sulle definizioni di genere nell’ordine del linguaggio, che è stata la priorità politica di questa teoria e il suo contributo più importante.
Vengo a questo punto al pensiero della differenza sessuale come passione della differenza. Sottolineo l’espressione “passione della differenza” perché è la chiave che offro per leggere questo pensiero. In quello che qui scrivo so di avere un debito aperto nei confronti di molte elaborazioni e di un dibattito che dagli anni ’80 del Novecento fino ad oggi ha articolato posizioni tra loro collegate. Penso al lavoro di Luce Irigaray che in Etica della differenza sessuale ha invitato a considerare la differenza sessuale come ciò che va pensato nella nostra epoca. Collego questo invito al pensiero espresso dal femminismo, che è un movimento politico di donne che ha avuto ed ha come suo fulcro la libertà femminile. Collegare il pensiero della differenza sessuale al femminismo è fondamentale. Mi permette di dire che il pensiero della differenza sessuale nasce per una necessità avvertita dalle donne di ricercare liberamente espressioni, pratiche politiche, azioni in fedeltà al proprio desiderio. E nasce perciò stesso squilibrato e asimmetrico perché la sua radice è quella di mettere in parole l’autenticità femminile e questo rappresenta un vero e proprio imprevisto nella cultura maschile.
Non a caso nel primo libro di Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, parlavamo di passione della differenza nel doppio significato di avere passione per la differenza, cioè di avere desiderio di parlarne, perché sentivamo che lì ne andava di noi, del senso delle nostre vite, ma anche con il significato di patire – soffrire -, cioè avvertire che era un peso questa differenza che ci limitava ad una posizione che sentivamo stretta, e però anche patire come qualcosa che abitavamo dall’interno e che portavamo comunque con noi.
Il neutro, cioè la cancellazione della differenza sessuale, in termini culturali è stato proposto dal pensiero maschile come il massimo dell’apertura alle donne: si può riassumere nell’idea che siamo tutti esseri umani senza differenza. Nella politica si è espressa nell’emancipazione femminile. Gli uomini hanno pensato di offrire alle donne il massimo che potessero loro offrire sul piano del valore cioè i diritti e le forme della politica pensati da loro stessi. In altre parole una eguaglianza tra uomini e donne che in realtà eguaglia le donne agli uomini. Alla base ha come modello la rivoluzione francese e ciò che ha offerto, cioè i diritti di cittadinanza nella partecipazione alle forme dello stato e delle istituzioni a singoli individui indipendentemente dal sesso. In questa concezione di un neutro culturale e politico – in realtà maschile – le donne non possono che sentirsi onorate di accedere alle stesse posizioni maschili. Ora il femminismo è nato proprio dal sentimento di estraneità a questa offerta.
Senza disprezzare le conquiste storiche degli uomini in termini di libertà, è chiaro che in esse non si è espressa la differenza femminile con l’autorità di un discorso proprio, di una propria ricerca di significati e di pratiche. La passione della differenza sessuale, di cui sono portatrici le donne, apre ad altro. Apre la via ad una ricerca femminile di pratiche politiche e culturali, di modi di pensare e di vivere che esprimano un’eccedenza dell’esserci delle donne non riducibile all’eguaglianza e alle istituzioni storiche maschili.
Questa passione della differenza come eccedenza rispetto alle istituzioni maschili è stata pensata come l’imprevisto nei confronti del simbolico dominante. Ha coinvolto l’autorità femminile nel mettere in circolo il pensiero che nasce dall’esperienza singolare che una donna ha del mondo. E questo lo si è visto in diversi campi, da quello politico a quello filosofico, letterario, teologico e così via a partire da un sentimento comune. Ha avuto come leva il desiderio diffuso di tenere fede alla propria esperienza e cercare le parole per dirla.
Per questo una delle regole che ci si è date in questo contesto di pensiero di matrice femminista è che nessuna può parlare al posto di un’altra. Che ad esempio l’esperienza delle donne di paesi in guerra, di paesi con un livello alto di sofferenza non può essere raccontata se non dalle protagoniste di tale esperienza in dialogo con donne di altre realtà. Le pratiche femministe non sono pratiche sociologiche né si fa teoria oggettiva sulle donne, neppure quando a parlare sulle donne siano delle donne. Si può parlare delle relazioni che apriamo con altre donne e del sentimento e del pensiero che nasce in queste relazioni e si può interrogarci e interrogarle.
L’aver trasformato il sentirsi estranee, eccedenti un certo ordine dominante in una ricerca libera di significazioni, l’aver metamorfosato, con il legame con altre donne, l’estraneità in una fedeltà alla ricerca di senso della propria esperienza è stata una via politica, di scrittura e di pensiero che non è caduta nell’errore della gender theory di ritenere che tutto dipenda dalla costruzione linguistica e cioè dalla cultura.
Sappiamo che il linguaggio è il medium per eccellenza, che dà senso al mondo coinvolgendo l’anima. Tuttavia è proprio delle posizioni più accorte nei confronti del linguaggio sapere che il linguaggio ha limiti, che lo fanno dipendente da ciò che non è linguistico. Nella ricerca femminile letteraria, artistica, espressiva è risultato evidente che il rapporto tra linguaggio ed esperienza risulta in ogni caso sfasato. Non esiste coincidenza. La ricerca infinita di parole vere, che ha guidato tanto pensiero femminile, ne è un segnale. Del resto l’idea stessa di inconscio impedisce tale coincidenza tra linguaggio e realtà. È interessante che le donne diano molta importanza al corpo. Ora, il corpo è in gran parte inconscio, così che la nostra esperienza del corpo non può essere oggettivata. Il rapporto con il corpo e con il mondo di cui facciamo esperienza prende dunque una qualità altra nell’esperienza delle donne.
Siamo dipendenti dal linguaggio ma siamo dipendenti anche dall’esperienza. La ricerca libera consiste nel cercare il senso di ciò che ci accade e di ciò che desideriamo.
Il pensiero della differenza accetta la dipendenza dal linguaggio, come da ciò che ci accade e che non dipende da noi. La scommessa di libertà sta nel trovare vie inventive e impreviste per esprimere in forme nuove nel linguaggio esperienza singolari. Occorre dunque una lotta politica nel linguaggio per dare espressione libera ad un’esperienza cha ci è capitata, non abbiamo scelto, che costituisce il tessuto della nostra vita. Si tratta del tentativo sempre ripetuto di esprimere la fedeltà all’esperienza, nella consapevolezza che, se riusciamo a trovare le parole vere per essa, questo è un bene non solo per noi ma per tutti. Perché l’esperienza femminile indica un imprevisto che fa grande una civiltà di donne e uomini.
(Confronti, 10 Dicembre 2015)
di Redazione Il Libraio
Barbara Riccardi insegna nella periferia di Roma, ed è l’unica maestra italiana candidata all’edizione 2016 del Global Teacher Prize, il “Nobel” per gli insegnanti… – La sua storia e i suoi sogni (“Con il milione di dollari in palio aprirei uno spazio polivalente, aperto anche al pomeriggio, per lo sport e i corsi di recupero per i bambini stranieri…”)
Barbara Riccardi, insegnante dell’Istituto comprensivo Frignani di Spinaceto, nella periferia di Roma, è l’unica maestra italiana candidata all’edizione 2016 del Global Teacher Prize, il “Nobel” per gli insegnanti.
Il riconoscimento, nato per volere del filantropo miliardario Sunny Varkey attraverso la fondazione omonima, è alla sua seconda edizione (lo scorso anno è stato vinto dalla maestra americana Nancie Atwell) e viene assegnato a un insegnante speciale, la cui esperienza è degna di essere valorizzata e può funzionare da esempio per chi svolge questa professione. La candidatura può venire da altri insegnanti, dagli alunni o dalla comunità.
Come raccontato dal Corriere.it, Barbara si è dichiarata molto sorpresa di questa nomina inaspettata ed è quasi incredula. La maestra romana è stata nominata “per la sua capacità nel creare legami tra studenti di diverse culture e Paesi, attraverso programmi di scambio e progetti di inclusione“: dai contatti con le scuole francesi diventati poi gemellaggi, all’organizzazione di campi estivi per i bambini senza mezzi, progetto per cui è stata insignita anche di una medaglia al merito dal Presidente della Repubblica, la creatività di Barbara non si ferma mai. Tra i suoi progetti, la rivista online “La scuola possibile”, in cui riporta, insieme ai colleghi, le esperienze in classe; il Progetto Leonardo, firmato insieme al rettore della Sorbona di Parigi, che vedrà collaborare gli studenti delle due scuole per realizzare due mostre, una a Parigi e una a Roma, su Leonardo Da Vinci; il TG Scuola, in cui i ragazzi fanno i giornalisti e realizzano video interviste; l’orto scolastico dove, insieme ai nonni, i bambini coltivano verdure a chilometro zero da rivendere per finanziare la scuola; per finire con un progetto di partnership con una scuola del Kenya, affidato a due studenti di origini africane, per la realizzazione di un libro di ricette, racconti e musica.
Un vulcano di idee e una maestra instancabile, quando le hanno chiesto cosa farebbe con un milione di dollari, ha risposto: “Aprirei uno spazio polivalente, aperto anche al pomeriggio, per lo sport e i corsi di recupero per i bambini stranieri“. Inoltre sistemerebbe gli infissi e l’impianto di riscaldamento, metterebbe una LIM e il registro elettronico in ogni classe e coinvolgerebbe più ragazzi nei suoi scambi culturali.
La premiazione avverrà a Dubai a marzo 2016: inutile dire che noi facciamo il tifo per Barbara.
(www.illibraio.it, 10 dicembre 2015)
di Nicoletta Moncalero
La prima volta è stata nel 2006, Chandra non era più andata a scuola da quando era finito il suo obbligo. E ancora aveva in mente quei temi che le venivano restituiti con le scritte in blu “fuori tema” a volte anche “gravemente fuori tema”. Prima Chandra Livia Candiani – oggi poetessa – si era sentita spesso fuori posto, lontana da quello che le chiedeva il resto del suo mondo. Forse è per questo che anni dopo, al suo ritorno nei seminari che tiene nelle scuole elementari della periferia milanese, è piaciuta tanto ai bambini. Perché per un po’ è stata una di loro.
“I bambini che ho incontrato io – spiega -, sono bambini mondiali, cioè che vengono dai paesi più diversi del mondo, spesso bambini in fuga o figli di genitori in fuga. Per loro le parole sono un bisogno, una fame di non saper dire solo le cose della sopravvivenza ma anche come si sta dentro di loro. Non è facile partecipare a un seminario di poesia, bisogna accettare di non sapere niente, per questo i più bravi a scuola hanno più difficoltà perché hanno più paura a lasciar cadere i risultati, le sicurezze, i luoghi protetti. Gli asini invece corrono liberi. Spesso dentro a un asino c’è un poeta addormentato e sfiduciato e io cerco di scovarlo con delicatezza. Mi sembra che tutto stia nel vedere i bambini e le bambine più invisibili di tutti. Io sono stata una di loro, così mi è facile notarli per primi”.
Grazie alla perseveranza di Andrea Cirolla, il lavoro di Chandra Livia Candiani e dei suoi piccoli poeti è racchiuso anche in un libro. “Le poesie dei bambini hanno circolato a lungo solo oralmente –racconta Cirolla, curatore editoriale del libro -: capitava che Chandra le leggesse in casa sua oppure al telefono. A un certo punto, saranno stati cinque anni fa, le ho proposto di pubblicarle: mi oppose un no categorico, per un istinto di protezione verso i bambini. Ho accettato la sua scelta, ma non mi sono dato per vinto, così, insisti e insisti, sono riuscito a convincerla. Sono poesie tutt’altro che accomodanti, direi che sono l’esatto contrario, che sono scomode, non addomesticate”.
Ne abbiamo parlato direttamente con Chandra Livia Candiani.
Come l’hanno accolta i bambini?
Ero ben disposta e molto molto ingenua. Ai bambini sono piaciuta quasi subito, ho dovuto superare alcune prove: sguardi come lame, osservazione puntigliosa delle mie scarpe, dei capelli e dei vestiti e anche tantissimo della voce, che ho molto infantile. Credo di essergli piaciuta perché sono spoglia, parecchio indifesa, ma con una passione evidente per la poesia. C’è stato come un travaso, una situazione di vasi comunicanti. Io parlavo normalmente e loro ascoltavano pieni di meraviglia, forse perché ero una voce strana per la scuola, una voce indecisa, che inciampa un po’, che trasmette un sapere-insieme e non già pronto in cartella, e un fare, una pratica a rischio, audace. Poteva finire in un disastro. Invece è andata a bene, grazie allo spirito di avventura che i bambini e le bambine prediligono.
Come si riesce ad avvicinare i bambini alla poesia?
Piano piano ho creato un mio piccolo metodo che condivido solo con i bambini, delle avventure per andare in cerca e sostare un po’ nel luogo della poesia, perché anche la poesia come l’infanzia è un luogo, credo. Ma quello che conta è che, ogni volta che entro in una classe, non so cosa succederà, non vado con idee fisse e programmi rigidi, ma con il tremito dell’apprendista e con la passione di una vita intera devota alla poesia. I bambini credono ancora in una promessa, una promessa che non ha un contenuto preciso, ma chiunque arriva e fa una faccia da promessa, ha parole di promessa, sorrisi di promessa, è accolto con gioia immensa, perché hanno tanto bisogno di credere nel mondo.
Oltre al libro, il progetto quali risultati ha portato?
Non saprei, alcune maestre gentili mi hanno voluto far sapere che i bambini grazie alla poesia sono cresciuti, si sono aperti, come un po’ sbocciati, altre mi hanno detto che hanno scoperto nei loro scolari dei tesori nascosti. Io ho perso il posto a scuola. Ma mi hanno chiamato altre scuole, scelgo quelle con tanti migranti, con mondi diversi, perché allora la poesia è una necessità, mette un po’ di terra sotto i piedi, ti dà il senso di una continuità dell’anima anche se tutto è cambiato. La poesia porta a scuola la parola viva, quella che dice le cose che di solito sono fuori scuola. Quand’ero piccola, ho scritto spesso temi che venivano valutati con una scritta blu ‘fuori tema’ o perfino: ‘gravemente fuori tema’. Era una frustrazione tremenda. Mi faceva sentire fuori mondo, fuori gente, eppure è proprio questa ferita che adesso mi aiuta a incontrare chi è letteralmente fuori mondo, fuori patria.
In qualche modo i bambini quindi hanno aiutato anche lei?
Di sicuro, questo lavoro a me ha portato la sensazione di essere utile, mi sento meno tagliata fuori dalla città, più in contatto con la realtà viva della nuova faccia di Milano, una città che adesso, con tanti mondi e persone diverse, mi piace molto di più, mi fa sentire meno sola. E poi da sempre io chiedo a me stessa e alla mia ricerca parole che raggiungano, che tocchino gli altri, che li sveglino o li cullino, come strette di mano. Paul Celan diceva: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” Lo dico spesso ai bambini e loro sorridono tantissimo.
Quale importanza può avere la poesia nella vita delle persone?
Certe volte, dico ai miei scolari provvisori: “Se i poeti facessero sciopero, forse all’inizio non se ne accorgerebbe nessuno, ma se la poesia finisse per andarsene dal mondo, non sopravvivremmo.” Fedi, 8 anni mi ha detto: Vorrei non dimenticare mai queste lezioni per il mio desiderio infinito. Ecco la poesia contribuisce a sfamare il nostro desiderio infinito.
Su cosa sta lavorando ora?
Ora io continuo a scrivere, ad aspettare che la poesia arrivi, perché arriva quando le pare e certe volte è un’attesa da disperati. Senza poesia non sono niente. Poi, vado a scuola se mi chiamano. Vado dove mi cercano se ce la faccio con il tempo e con la salute che è un po’ delicata. Sentire che la cosa che coltivo da cinquantatré anni (ho iniziato a scrivere poesie a dieci anni e ora ne ho sessantatré) il mondo ora la vuole è una gioia strepitosa. Poter parlare all’infanzia è un dono che mi fa girare la testa. E mi sembra che parlare agli adulti è parlare ai bambini senza età che vivono in noi e hanno tutti fame.
di paroladistrega
In questi giorni, leggiamo molto sul tema delle c.d. “madri surrogate” e “uteri in affitto”.
Molte femministe chiedono di non usare queste definizioni così “trash”, così “crude”, perché secondo loro c’è dell’altro dietro: si tratterebbe di un’ulteriore forma ed espressione di LIBERA AUTODETERMINAZIONE DELLA DONNA.
Sinceramente, sono d’accordo con LUISA MURARO, filosofa e fondatrice a Milano della Libreria delle Donne: «La tratta e la schiavitù sono già un crimine riconosciuto e condannato a livello internazionale, invece contro l’utero in affitto, la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne, bisogna combattere. Siamo ancora in tempo».
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/MERCATO-.aspx
Personalmente, credo che nel dibattito, ancora aperto e infuocato, sulle c.d. “madri surrogate”, si parli tanto di DIRITTI:
- quelli di aspiranti madri non fertili,
- quelli di padri frustrati che non hanno eredi,
- quelli di madri surrogate che non vedono l’ora di vendere un ovocita e di affittare il proprio utero,
- quelli delle coppie etero senza figli,
- quelli delle coppie omosex con desiderio di genitorialità.
TUTTI RIVENDICANO DIRITTI.
Ma in mezzo a tutto questo esercito schierato di DIFENSORI-DETENTORI DI DIRITTI, compreso lo sbandieramento-strumentalizzazione dell’”io sono mia” (come se il “mia” consistesse nel vendere-affittare parti di sé…), ecco che mi sorge una piccolissima, banalissima, stupidissima domanda. Che pongo qui:
A QUALCUNO GLIENE FREGA QUALCOSA DI QUEL NASCITURO EX OVOCITA E SPERMATOZOO, A QUELL’ESSERE FEMMINA O MASCHIO, A QUEL BAMBINO-A DI OGGI E FUTURO ADULTO DI DOMANI che è lì… come un dado lanciato in aria, come un sasso scagliato in acqua?
Perché, da FEMMINISTA, dico:
- una cosa è il tema dell’aborto, dove non viene messo al mondo nessuno,
- altra cosa è il tema dell’utero in affitto, dove viene messo al mondo un essere umano, titolare di DIRITTI.
E il primo dei DIRITTI di un ESSERE UMANO è non costituire OGGETTO DI SCAMBIO, DI COMPRAVENDITA, DI SODDISFACIMENTO DI BISOGNI-APPAGAMENTI ALTRUI.
Ora, fermatevi un attimo. E provate ad immedesimarvi in un essere umano “pianificato, commissionato e pagato”. Come vi sentireste?
Io mi sentirei uguale a un qualsiasi oggetto, un bene di consumo: uno smartphone, un televisore, un’auto.
Forse domani compreremo i bambini su Amazon o eBay, scegliendo uteri e ovuli, in base ai capelli biondi e occhi azzurri delle madri surrogate.
E le madri surrogate saranno la bandiera vivente, il simbolo dell’autodeterminazione delle donne: tutte in grado di affittare, vendere, contrattare parti di sé. Una prostituzione degli uteri che conduce a un commercio di bambini, il cui prezzo sarà saldato alla nascita.
Care mie, se questa è l’autodeterminazione, emigro su un altro pianeta. Abitato da femministe meno egoiste.
(paroladistrega.wordpress.com, 8/12/2015)
sabato 12 dicembre ore 16.30 L’evento è stato spostato a sabato 9 gennaio alle ore 16,30
Feritelliarte Firenze
In occasione della mostra Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta si terrà un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i temi dell’esposizione, attraverso il confronto e la testimonianza di storiche dell’arte, curatrici, militanti, artiste, collezioniste e galleriste, invitate a riflettere sul rapporto tra arte e femminismo nel contesto storico attuale e in quello passato, sulle esperienze dei collettivi autogestiti, sulle recenti mostre dedicate all’arte femminile.
Interverranno
Barbara Casavecchia, Francesca Guerisoli,
Paola Mattioli, Libera Mazzoleni
Introduce e modera
Raffaella Perna
sarà riproposta la performance di
Libera Mazzoleni
Il pollo & l’Arte
Impossibile dire, oggi, cosa sia l’Arte, tuttavia l’artista non si esime dall’interrogarsi. Il pollo & l’Arte srotola questa domanda intrecciando la tonalità aulica con la banale azione del divorare, del consumare, dell’assimilare, in un gioco di rinvii ambigui e spaesanti.
Una vittima sacrificale e un arte-fice (… artificio) che, abitando la follia di un’identità anonima, meta-fora di una generica umanità, pensa di creare il mondo, annicchilendolo continuamente nel gesto compiuto da una soggettività smisurata.