di Luciana Piddiu
Condivido in larga misura le affermazioni rilasciate dallo scrittore algerino Boualem Sansal in un’intervista di qualche giorno fa. In Europa ci sono stati reticenza e ritardi nell’analisi dei fatti di Capodanno dovuti -a suo giudizio- a una sorta di autocensura che stampa e intellettuali si sono imposti. La vecchia Europa liberale ossessionata dal politically correct ha avuto paura di dire, ma “Il non dire è segno di una civiltà che muore, che si proibisce da sola di dire ciò che pensa.”
Kamel Daoud, anch’egli algerino, qualche giorno dopo si è spinto ancora più in là, affermando paradossalmente che si sente più libero di esprimere le sue opinioni in Algeria che in Francia, dove vige un’autocensura assoluta. Nella sua lunga intervista Douad usa un linguaggio crudo, ai limiti della provocazione e non fa sconti a nessuno: parla di porno-islamismo a proposito della rappresentazione del paradiso evocata dai predicatori in cerca di combattenti per la guerra santa. Quel paradiso più che ad un luogo di beatitudine spirituale somiglia ad un bordello. Ma il nocciolo della sua riflessione é senza dubbio interessante. Si parla di desiderio e di sessualità, temi a noi cari e su cui abbiamo a lungo riflettuto. “Il corpo delle donne è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti ma non a lei….la posta in gioco è la donna….desiderio di tutti senza desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola.”
Ci vuole coraggio per fare queste affermazioni che fanno impallidire quanto scritto finora dai nostri giornali. E tuttavia i fatti di Colonia, a saperli decifrare, ci dicono anche altro.
Qualcuno ha opportunamente parlato di una piazza Tahrir esportata dal cuore dell’Egitto in Germania. Certo la tattica usata –cerchi concentrici di maschi assatanati che afferrano, palpano, uncinano, penetrano donne braccate come prede e nascoste alla vista – è la stessa. Ma profondamente diversi i contesti: al Cairo donne giovani per lo più, in lotta per la democrazia, per la libertà dalla dittatura, per i diritti. Qui donne di ogni età desiderose di festeggiare in allegria l’ultimo giorno dell’anno. Che cosa accomuna due contesti così diversi? La presenza delle donne nello spazio pubblico. E allora dietro a questo bracconaggio ben collaudato io leggo un’ingiunzione antica: “stai al tuo posto”, il divieto tacito, non esplicitato ma non di meno reso intellegibile dagli sguardi famelici sul corpo delle donne.
L’interdizione dello spazio pubblico è in ultima istanza il senso delle aggressioni: alle donne è riservato il privato, la cucina, la casa, le incombenze quotidiane. Se osano trasgredire, sappiano bene cosa le aspetta. Detto in altri termini, la donna non si deve azzardare a uscire dall’angusto recinto che le è stato imposto da tempi immemorabili. Se proprio deve avventurarsi nella pubblica via, lo può fare convenientemente celata, nascosta, velata, intabarrata ma –come prescrivono i taliban in Afghanistan, non deve far rumore coi tacchi delle scarpe né far sentire la sua voce. Deve rendersi invisibile per la sua stessa salvezza.
In questo senso ha ben ragione Wassyla Tamzali quando dice che il velo è l’estensione nello spazio pubblico della pratica della segregazione sessuale. Non tacciatemi adesso di islamofobia. Quand’ero adolescente nella civile e colta città dove sono nata, Sassari, questa spartizione/distinzione era ancora largamente in vigore. Nel migliore Liceo della città vigeva una sorta di segregazione sessuale: maschi da una parte, femmine dall’altra. Classi separate, entrate separate, ricreazioni separate. La mia, nel 1964, fu la prima classe mista. Ma era in via sperimentale. Per non parlare poi dei caffè, dove nessuno ti vietava di entrare da sola, ma se osavi farlo percepivi un brusio di disapprovazione e sguardi non amichevoli. Chi ha vissuto nei paesi del Mediterraneo sa bene di cosa parlo. E tuttavia, negli ultimi cinquanta anni, agendo il conflitto ce lo siamo conquistate il diritto ad abitare lo spazio pubblico senza essere giudicate, importunate o braccate. Certo, rischi ne corriamo ancora. C’è sempre qualche ominide in agguato ma ci sono anche uomini responsabili e consapevoli che condividono il nostro percorso di libertà. Coloro cui diamo asilo e accoglienza dovranno farci i conti con la nostra ancora fragile libertà. E li potranno fare se noi, consapevoli della posta in gioco, non avremo paura di dire ciò che pensiamo e ciò che vogliamo, schierandoci con decisione accanto alle donne che all’interno di altre culture portano avanti la nostra stessa aspirazione al rispetto, all’integrità e inviolabilità dei nostri corpi, alla libertà.
16 Gennaio 2016, Ferney Voltaire (Francia)
(www.libreriadelledonne.it, 16 gennaio 2016)
di Marina Terragni
Girano un bel po’ di stupidaggini sulla questione utero in affitto, che pur con ritardo è clamorosamente esplosa anche nel nostro Paese (qui, come saprete, ce ne occupiamo da anni).
Sarebbe tutto molto semplice: come Eduardo fa dire a Filumena Marturano, “i figli non si pagano”. Ma in questi tempi di dirittismo esasperato, le cose tendono a complicarsi.
Proviamo quindi a tornare in tema, affrontando le questioni che ricorrono con maggiore frequenza.
1. Tutti abbiamo diritto alla “genitorialità”
E’ un diritto inesistente, privo di fondamento, figlio di una cultura dirittistica e adolescenziale che non distingue tra desideri e, appunto, diritti, e fonda un diritto per ogni desiderio. Sarebbe come affermare il diritto ad avere un marito o una moglie: il mio diritto, semmai, è che nessuno mi impedisca di legarmi liberamente a qualcuno/a, ma non posso certo pretendere che mi venga garantito un legame affettivo. Così per i figli: ho diritto a metterli al mondo, se intendo farlo –e conseguentemente ho il dovere di occuparmene responsabilmente, una volta che l’ho fatto-, ho diritto a che nessuno mi impedisca di diventare madre o padre minacciando per esempio di licenziarmi, come avviene correntemente alle giovani precarie (diritto per il quale si battono in pochi). Ho diritto a cure mediche ragionevoli, se la mia salute riproduttiva le richiede. Ma non posso chiedere che lo Stato mi garantisca di essere padre o madre a ogni costo e in qualunque condizione, fino a consentire un vero e proprio mercato dei figli. L’unica titolare di diritti è la creatura: diritti a cui le convenzioni internazionali riconoscono assoluta superiorità, e che nei discorsi sull’utero in affitto e più in generale sulla fecondazione assistita vengono invece tenuti spesso come terzi e ultimi.
2. Del mio corpo faccio quello che voglio
Per la nostra legge il corpo è indisponibile: non posso, cioè, farne sempre quello che mi pare, né tanto meno oggetto di mercato. L’unica eccezione è un uso solidale. Posso cioè donare sangue, midollo, o anche un rene a un consanguineo, ma non posso metterli in vendita o comprarli. Nessuno di noi ha perciò diritto di mettere in vendita parti del proprio corpo. E’ una limitazione alla propria libertà? Sì, lo è.
3. E’ come per le donazioni d’organo
Sì e no. Anche nel caso dell’utero in affitto la legge ammette, ad alcune precise condizioni, la pratica solidale: i nostri tribunali hanno già ammesso casi di “utero solidale” dopo aver vagliato attentamente le situazioni, aver accertato l’esistenza di una relazione affettiva tra la donatrice e i riceventi, e aver escluso ogni passaggio di denaro. Ma l’analogia si ferma qui: perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni vanno tenute per prime.
4. Non si può impedire a una donna di offrire il proprio utero
Se una donna si offre di condurre una gestazione per altri in cambio di denaro –quindi per ragioni di bisogno economico suo o, peggio, di terzi sfruttatori che decidono per lei- è necessario opporsi con ogni mezzo a questa pratica. Se l’offerta è solidale, è necessario verificare a fondo l’effettiva necessità a cui la sua offerta corrisponde, e la gratuità e autenticità di questa solidarietà, che comporta l’esistenza di una relazione e il suo mantenimento nel tempo con i “committenti” e con il nascituro. Questo limita la libertà della donna? Sì, la limita. Il limite consiste precisamente nel fatto che la sua decisione darà vita a un terzo, che va tenuto per primo, e va in ogni modo tutelato. Inoltre la “portatrice” deve essere libera di revocare in ogni momento il suo consenso, anche dopo la nascita del bambino, per tenere la creatura presso di sé.
5. Se c’è libertà di prostituirsi, ci dev’essere libertà di offrire l’utero
I piani sono molto diversi, e per la ragione che dicevamo sopra: perché qui non si tratta di un agreement tra due (è vero, troppo spesso anche nella prostituzione non c’è affatto libertà, ma qui non approfondiamo il tema) ma di un accordo finalizzato alla messa al mondo di un terzo, il bambino, che al momento dell’accordo non ha voce in capitolo, e che non può essere pensato come prodotto, ma è a tutti gli effetti il protagonista muto della vicenda.
6. Molte donne si offrono gratis
Si tratta di un numero infinitesimo e non significativo di casi. Anche in quei Paesi, come il Canada, in cui alle donne viene riconosciuta un’indennità comprensiva del rimborso delle spese mediche sostenute, si tratta in realtà di una transazione economica -in Canada si adotta la medesima prassi per rimborsare chi si offre per la sperimentazione di un farmaco-. Si tratta in realtà di un compenso a tutti gli effetti, destinato a donne che nella quasi totalità dei casi si offrono per necessità economiche.
7. La portatrice non ha legami biologici con il bambino
La “semplice” portatrice non ha legami genetici con il bambino, ma ha importanti legami epigenetici, che influenzano il fenotipo (ovvero la morfologia, lo sviluppo, le proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento etc.) senza modificare il genotipo. In parole semplici, durante la gestazione tra lei e il feto avvengono scambi biochimici decisivi per lo sviluppo del bambino, scambi che continuano nella fase perinatale e che fanno di quel bambino quello che sarà. La madre portatrice non è un semplice incubatore, come nella visione aristotelica fondativa del patriarcato, che postula la naturale inferiorità del genere femminile: nella riproduzione, secondo Aristotele, il maschio è attivo, è il vero genitore che dà forma alla materia inerte femminile, la donna è invece “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore” (il maschio). Chi pensa alle portatrici come semplici contenitori che alla fine della gestazione consegnano docilmente il prodotto ai committenti, si allinea alla violenza di questo pensiero patriarcale.
8. Chi si oppone all’utero in affitto è omofobo
Non è affatto così, visto che la pratica riguarda nella stragrande maggioranza dei casi coppie o singoli eterosessuali. Inoltre il più del femminismo mobilitato contro l’utero in affitto sostiene attivamente i diritti delle coppie omosessuali, ed è a favore dell’adozione anche per loro (me compresa). E’ pur vero che se solo una minoranza di chi ricorre all’utero in affitto è omosessuale, la quasi totalità dei maschi omosessuali che progettano un figlio geneticamente proprio deve ricorrere a una donna, che “concede” il proprio utero in solidarietà o molto più frequentemente a pagamento, cedendo la creatura e interrompendo ogni relazione con lei. Si commette inoltre un grave errore quando sul fronte della genitorialità, secondo una logica paritaria fuoriviante, si fa un tutt’uno tra gay e lesbiche, invocando “uguali diritti”. Una lesbica è una donna sulla cui scelta di diventare madre non può esserci parola pubblica: è lei che decide, che sia sola o abbia una compagna, esattamente come una donna eterosessuale –con l’unica differenza di non concepire, di norma, via rapporto sessuale-. Nel caso di un maschio, invece, che sia gay o un eterosessuale deciso a concepire fuori da una relazione con una donna, la parola pubblica è decisiva, perché il suo desiderio necessita di almeno tre livelli di mediazione: dev’esserci un mercato dove acquistare ovociti e “affittare” uteri (o molto più di rado averli in dono); dev’esserci una medicina che ti assista, dal momento del prelievo (doloroso) degli ovociti, all’impianto dell’embrione, alla gestazione; dev’esserci un quadro normativo che ti permetta di condurre in porto l’operazione. Non vi è, quindi, alcuna “uguaglianza di diritti” su questo fronte fra gay e lesbiche, perché la differenza sessuale esiste a prescindere dall’orientamento sessuale. Questo è triste e doloroso per i gay che vogliono un figlio geneticamente proprio? Immagino di sì, ma non ci si può fare molto. Esiste pur sempre l’opzione di fare quel figlio con una donna che lo desideri, e che sarebbe sua madre (senza costringerla a scomparire).
9. La stepchild adoption non c’entra con l’utero in affitto
Purtroppo c’entra, e qui si apre un notevole dilemma. La stepchild adoption (ovvero l’adozione del figlio del proprio partner) è molto importante per tutti quei bambini che vivono nelle cosiddette famiglie arcobaleno, perché si tratterebbe del riconoscimento dell’affettività che lega questi bambini al partner del genitore biologico, garantendo la continuità di relazione. E’ vero anche, tuttavia, che poter adottare i figli del partner costituirebbe una remora in meno alla scelta di concepire un bambino con utero in affitto. Si tratta, quindi, di bilanciare l’interesse dei già nati, per i quali si aspira giustamente alla continuità affettiva, con quello di ulteriore nascituri, moltiplicando il numero di quelli che subirebbero la violenza di essere tolti alla madre. Trovare un equilibrio è difficile. Una strada –forse- potrebbe essere quella di un riconoscimento “tombale” per i bambini già nati, subordinando la concessione di stepchild adoption per i nascituri alla presenza di una madre.
Un’osservazione, per finire: quando si evidenziano i limiti “naturali” (ovvero fondati nella biologia dei corpi) che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti, molte e molti reagiscono con stizza, come bambini a cui sia negato di avere tutto ciò che vogliono e che di “no” (o magari di doveri che bilancino i diritti) non vogliono sentir parlare. Ma spesso si tratta di desideri indotti da un mercato che non si dà limiti di profitto, il cui obiettivo non è certo farci crescere in umanità, e che di consumatori-bambini ha sempre più bisogno.
(Pubblicato l’8 Dicembre)
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Aggiornamento 18 dicembre: seguendo il dibattito, a tratti furente ma certamente interessante, evidenzierei due temi che ne sono usciti e che mi sembrano decisivi:
1) affermare un diritto significa ipotizzare un corrispettivo dovere: se, quindi, si pone un diritto alla genitorialità, chi è titolare del dovere corrispondente? se ho diritto ad avere un figlio, chi ha il dovere di darmelo? una donna, al momento non c’è alternativa. quindi toccherebbe alle donne farsi carico di questo dovere. e perché mai?
2) si glissa sul tema della gratuità della Gpa. probabilmente sarebbe più facile trovare una composizione se si ammettesse che l’utero non può essere affittato, ma deve essere effettivamente donato. e il dono, per definizione, non ammette alcuno scambio di denaro. perché non si conviene sulla gratuità? perché si sa benissimo che nessuna donna (salvo rarissime eccezioni solidali) si presterebbe a una Gpa, se non in cambio di denaro. quindi è meglio glissare.
di Catherine Aubin
«Che il Signore ti benedica al tuo arrivo e al tuo ritorno». Uomini e donne, donne e uomini in una stessa Chiesa e in una stessa comunità: è questa la realtà quotidiana della comunità monastica di Bose. Qui, monaci e monache insieme pregano, lavorano e praticano l’ospitalità. Qual è dunque l’origine di questa comunità? Com’è nata? Quali sono le ricchezze e anche le difficoltà di questo “vivere insieme”? Due fratelli e due sorelle hanno risposto alle nostre domande e ci hanno aperto le porte di questa esperienza profetica. Per primo parla Enzo Bianchi, fondatore della comunità.
«In origine non c’era un vero progetto di vita uomini-donne; io ero venuto qui solo per avviare un progetto di vita monastica, ma non pensavo assolutamente a un’organizzazione uomini-donne. La seconda persona che si è presentata dopo un fratello è stata però una donna, molto convinta di questa scelta di vita, e quindi mi sono dovuto porre il problema. Sono andato a trovare a Torino il cardinale Pellegrino, che in quel momento si occupava dell’avvio della nostra comunità, e lui mi ha detto: “Tu non l’hai cercata, se il Signore te l’ha inviata, allora bisogna accoglierla”. L’abbiamo accolta e perché non si ritrovasse tutta sola con tre fratelli, sono andato a Grandchamp in Svizzera nella comunità protestante per chiedere se potevano mandare da noi una delle loro sorelle. Ed è stato un vero miracolo perché sono arrivato la sera e sorella Minke mi ha detto che avrebbero pregato e ci avrebbero pensato. L’indomani hanno mandato suor Christiane che è stata con noi un anno, “prestata” in un certo senso dalle sorelle affinché ci fosse fin dall’inizio un nucleo di uomini e di donne e non solo una donna isolata. Da quel momento in poi la comunità si è dovuta pensare come comunità formata da donne e da uomini».
«Ho capito subito — prosegue Bianchi — una verità: che per vivere uomini e donne insieme era importante che la differenza fosse affermata. Doveva pertanto esistere una distinzione, al fine di evitare la divisione tra il ramo delle donne e il ramo degli uomini. Perciò ho voluto che fin dall’inizio ci fosse una responsabile delle sorelle, per non esserne io il diretto responsabile, e così è stato. Le due comunità hanno potuto credere e crescere insieme perché c’è una sola regola, una sola liturgia, dei pasti per la maggior parte consumati insieme (all’inizio mangiavamo sempre tutti insieme) e dunque uno stile di vita uguale per tutti. Abbiamo cominciato a vivere tutto ciò gradualmente e abbiamo visto che poteva funzionare. Molto presto abbiamo percepito e accolto le grazie del “vivere insieme” fratelli e sorelle. Una prima grazia è stata che i fratelli erano chiamati a comportarsi non più come “orsi”, ma a essere più delicati, il che non vuol dire più femminili, ma più premurosi, e soprattutto erano chiamati a vivere la dimensione del “prendersi cura del fratello”, ovvero a non vivere più come dei solitari che si ritrovano insieme. Quanto alle sorelle, abbiamo constatato che avevano acquisito una “disciplina”, una forma di padronanza della parola diversa da quella delle comunità classiche di religiose: vale a dire che parlavano meno ed erano meno tentate di chiacchierare o bisbigliare tra loro. Queste due cose ci hanno fatto vedere che ci stavamo aiutando a vicenda. Poco a poco ci siamo però resi conto che era necessario di tanto in tanto che i fratelli e le sorelle consumassero i pasti separatamente, ma solo di tanto in tanto, affinché le sorelle avessero uno spazio e un pasto in cui potevano stare e parlare tra loro nella propria lingua femminile e lo stesso valeva per noi fratelli (senza farne però una consuetudine, perché di norma i pasti si consumano insieme, i fratelli da una parte del refettorio e le sorelle dall’altra). Tutto ciò ci è servito molto perché ha cambiato il linguaggio usato al momento del pasto; per esempio le sorelle hanno un linguaggio molto più “ecclesiale”, mentre noi fratelli tendiamo a parlare di cose che riguardano maggiormente la vita concreta, sia monastica sia ecclesiale. Dunque il refettorio, luogo di scambio, è pure un luogo di formazione, anche se si può parlare solo durante un pasto, perché l’altro va consumato in silenzio».
«Per quel che riguarda l’affettività — aggiunge Bianchi — abbiamo constatato con il dovuto discernimento e da persone mature, che i fratelli e le sorelle non s’innamorano (come tutti pensano); non è questo il problema, in quarant’anni non è mai successo. Il vero problema è la ferita esistente tra uomini e donne. In effetti abbiamo due psicologie diverse. Per esempio, durante i capitoli, quando dobbiamo prendere delle decisioni, ci accorgiamo di avere due psicologie differenti con riflessi molto diversi. Bisogna allora armonizzarle, senza cancellarle o negarle. È un lavoro che si fa giorno dopo giorno; a volte è difficile, a causa di questa ferita tra uomo e donna che tutta l’umanità conosce e che anche noi portiamo e viviamo, e che deve essere costantemente riconciliata e superata, non attraverso una forma di compromesso, ma per un bene più grande. Su questo punto non abbiamo avuto grossi problemi. L’importante è che, quando una persona viene qui per una vocazione monacale, sappia vivere con gli uomini se è una donna e sappia vivere con le donne se è un uomo. Il discernimento si esercita sul fatto che se un uomo sminuisce una donna e non tiene conto della sua presenza, vuol dire che Bose non è il posto giusto per lui».
«Un altro punto importante è che, per quanto riguarda lo studio, tutti ricevano la stessa formazione e tutti abbiano gli stessi mezzi e strumenti, senza fare differenze. Ma ci devono essere una maestra delle novizie e un maestro dei novizi, perché nell’accompagnamento personale solo una donna può accompagnare un’altra donna e solo un uomo può accompagnare un altro uomo. C’è poi un altro punto che tocca un aspetto della castità: una donna obbedisce più facilmente a un uomo che un uomo a una donna, e ciò non è la castità, è contro la castità. Ebbene, le donne avrebbero potuto essere tentate di obbedire a me o di entrare in concorrenza con me, ed è per questo che non ho mai voluto essere il direttore spirituale delle sorelle. Il mio ruolo è di assicurare l’unità dei due rami, ma non ho nulla a che vedere direttamente con le sorelle, per evitare proiezioni e gelosie. Le donne devono obbedire a una donna e gli uomini a un uomo: è una questione di castità. Negli anni Sessanta, in due fondazioni nuove ci sono stati molti problemi affettivi, anzi addirittura sessuali attorno ai fondatori. A tal fine i capitoli devono essere organizzati in modo molto fermo ed equilibrato per evitare che i responsabili agiscano solo tra loro o al contrario in modo solitario e isolato. Tutte le decisioni devono essere prese insieme, e non dai superiori. Da noi i capitoli si tengono una volta al mese, e una volta all’anno si svolge un capitolo di quattro giorni durante i quali si prendono le decisioni. Tutti possono parlare e tutti hanno diritto di voto. Noi siamo inoltre una comunità ecumenica e in questa ottica dare la parola alle donne fa crescere e aiuta l’ecumenismo. L’ecumenismo aiuta anche a essere più fratelli e sorelle: è il dialogo nella diversità. Noi non chiediamo agli ortodossi di diventare cattolici né il contrario; le differenze sono necessarie e fanno la comunione. Perché, se le differenze fossero negate, sarebbe una comunione mortificante».
Qual è oggi il suo desiderio più grande? «Sarebbe di vedere la Chiesa imparare di più sul tema dell’autorità dalla vita monastica», risponde Bianchi. «Vorrei un’autorità esercitata maggiormente secondo la forma monastica, ossia un’autorità che ascolti, che faccia maturare le situazioni, che sia più sinodale e nella quale le donne svolgano una parte attiva. Altrimenti la Chiesa la vivrà in una condizione non solo di povertà ma anche e soprattutto di miseria».
Suor Maria dell’Orto, che fa parte della comunità da oltre quarant’anni, è stata la responsabile delle sorelle fino al 2009. Ci racconta come sono stati gli inizi e le sfide quotidiane della comunità. «La comunità è nata non come il frutto di un’ideologia, ma di una realtà (l’arrivo di una sorella e di un fratello protestante) e da un interrogativo che Enzo Bianchi si è posto: “Il Vangelo contiene forse una parola che impedirebbe alla prima sorella di vivere questa esperienza monastica? No!”. C’è dunque stata un’obbedienza alla realtà della vita e il Vangelo è stato il criterio per decidere. È stata una prima grazia, straordinaria, che ci ha protetto e animato fino ad ora, anche se non è stato facile, ma la vita di per sé non è facile. Abbiamo quindi cercato di vivere secondo i grandi criteri della vita monastica tradizionale; l’ispirazione monastica l’abbiamo presa dalle sue origini (Antonio, Pacomio, Basilio, Benedetto e così via) e abbiamo cercato gli insegnamenti che potevano esser più utili per noi in questo contesto di modernità».
«La vita monastica tra fratelli e sorelle — prosegue Maria — non era organizzata ai primordi del cristianesimo, perché in tal senso la vita di Gesù ha avuto poco peso. Per esempio, per ispirarsi al Vangelo, si è fatto spesso riferimento alle lettere apostoliche, che contengono già molte “bassezze”. Al contrario, se si fosse fatto riferimento al Vangelo si sarebbero potuti constatare i tanti rapporti di Gesù con le donne e il suo chiamare discepoli sia gli uomini sia le donne. Per esempio in Luca, 11, 27 quando una donna gli dice: “beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Questo invito a vivere il Vangelo vale dunque sia per gli uomini sia per le donne. Vivere ogni giorno una vita monastica uomini e donne insieme con membri di altre Chiese, quando si conosce il peso delle loro sofferenze, e le prove sostenute dalle donne in una cultura dominante maschile, è un’immensa felicità. Anche se a volte è difficile, ma la vita è difficile: la vita dei coniugi, dei sacerdoti, delle persone sole. Poiché vivere veramente è accettare la differenza, la differenza tra uomini e donne ma pure tra donne e tra uomini, e anche con gli ospiti; tutto ciò è un esercizio di libertà. Impari a non usare gli altri, a non credere che sia qualcosa di acquisito una volta per tutte, cerchi di ascoltare. È quindi la difficoltà di vivere quotidianamente nella libertà, nel servizio reciproco poiché in fondo il Vangelo è questo. Cerchi di essere te stesso, per il bene di tutti. Scopri che vedi meglio grazie agli altri. Gesù ci ha insegnato l’amore nella libertà e ci ha trasmesso parole autentiche per la vita umana. Per esempio non vivere per se stessi è l’unico modo per non angosciarsi in questo mondo e non avere paura del prossimo giorno e notte (a Bose, quasi nessuna porta viene chiusa a chiave). Non è eroismo, è la cosa più intelligente al mondo».
«Imparare a vivere l’alterità, a non vivere ideologicamente, a non colpevolizzarsi gli uni gli altri, a liberarsi dei pregiudizi, imparare a vivere l’oggi di Dio nell’incontro con l’altro: è questa la nostra opportunità. Il fratello e la sorella sono un’opportunità per liberarci dal nostro passato o dai nostri determinismi, per constatare che il peso del nostro passato non ci impedisce di vivere. Il difficile è liberarsi da tutte le nostre ideologie, poiché non siamo né vittime né carnefici nei nostri rapporti con gli altri. Nella vita monastica c’è una grande povertà perché tutte le nostre sofferenze psicologiche, le nostre fragilità, sono “sotto la luce del sole”, tutti le vedono. Dunque, impari che non sei al mondo per nascondere le tue debolezze o per essere avvalorato o approvato, o per obbligare gli altri a dirti “sì, sì”. Poco a poco impari a riconoscere agli altri la libertà di essere qui e che noi viviamo grazie al fatto che i fratelli e le sorelle sono qui. È dunque un imparare a vivere l’affettività nella libertà. In fondo Gesù ci ha insegnato a non aver paura della nostra piccolezza, il che vuol dire che amare la vita degli altri è l’unica salvezza per tutte le nostre fragilità. Quando siamo coinvolti nella loro vita, quando siamo per così dire sedotti da quello che sono e che fanno, quando li guardiamo con interesse, allora la paura per noi stessi scema e ci sentiamo immediatamente liberi»
A volte si pente della sua scelta? «Ho sempre saputo che al di fuori di qui non avrei mai potuto vivere realmente, non perché qui è meglio di qualsiasi altro posto fuori, no, ma perché questo luogo mi ha permesso di vivere e di prendermi cura senza angoscia della povera che sono».
Suor Antonella è attualmente la responsabile delle sorelle; è monaca da oltre vent’anni. Ci spiega come si organizza il lavoro tra fratelli e sorelle. «Quando una persona arriva nella comunità, si comincia discernendo i bisogni della comunità e le capacità di quella persona; dopo questo discernimento viene inserita in un laboratorio dove lavorerà. Ci sono laboratori gestiti solo da fratelli e altri solo da sorelle, e altri ancora diretti da entrambi, come per esempio il lavoro nel giardino o anche la foresteria. Cerchiamo di vivere questa disponibilità ai bisogni e di non decidere in modo assoluto chi si occupa dell’una o dell’altra cosa. C’è indubbiamente una ricchezza in questo modo di vivere il lavoro insieme grazie agli scambi; una diversità anche nel modo di affrontare la stessa problematica o nel modo di organizzare, e quando si lavora in gruppo è possibile trovare molti elementi che possono essere utili all’attività o rendere il lavoro più semplice».
Quando si viene accolti da voi, fratelli e sorelle, si percepisce e s’intuisce una grande armonia fra voi: come la spiegate? «Non glielo saprei dire», risponde suor Antonella. «Noi viviamo la vita quotidiana in modo molto semplice. Ognuno di noi deve essere anche custode di una forma di solitudine per se stesso, per poter crescere interiormente come persona. Ciò permette una crescita che a sua volta consente di confrontarsi con gli altri senza la paura di perdere qualcosa in questo incontro. E l’armonia e la fluidità tra noi provengono da un quotidiano vissuto molto semplicemente senza stare sulla difensiva, ma mostrandosi così come si è, con quella comprensione di sapersi insieme nella differenza».
Come agisce questo ascolto quotidiano insieme della stessa Parola di Dio durante i tempi forti liturgici? «Nel corso della Lectio divina, la comunità si riunisce per riflettere a partire dalla luce della Parola di Dio sulla sua vita. Inoltre, ogni settimana abbiamo una Lectio divina tutti insieme e di fatto questa condivisione della Parola è un grande aiuto per il cammino della comunità: consolida la vita comune. Così ognuno di noi è chiamato a rimettersi in discussione in un moto di conversione al fine di tornare in sintonia con il corpo comunitario».
Quali sono state le sue gioie in questi vent’anni? «Le mie gioie — risponde ancora suor Antonella — sono soprattutto nella vita comunitaria, ossia nel vivere una vita fraterna semplice, sana e profondamente misericordiosa. Ho sentito molto la misericordia dei miei fratelli e delle mie sorelle e ciò mi ha aiutato tanto a rinnovare continuamente il mio modo d’essere e il mio comportamento verso di loro, grazie alla loro correzione fraterna molto misericordiosa. È un modo di ricominciare insieme ed è la mia gioia più grande che assaporo sempre. Quanto alle difficoltà, queste riguardano il cambiamento personale, che è sempre difficile [ride], e anche le relazioni personali, quando non riusciamo ad ascoltarci, a comprenderci, perché non è il momento giusto o perché ci vuole tanta pazienza. Una delle cose più difficili è la comunicazione: vuol dire imparare continuamente ad ascoltarsi senza credere che sia un fatto acquisito una volta per tutte. Tutto ciò esige da noi una crescita umana profonda, che non cerca di imitare l’altro ma che ci chiede di essere felici di quel che siamo, pur sapendo che uomini e donne si esprimono in un linguaggio completamente diverso. Questa vita comunitaria è comunque un vero dono di Dio (non è un progetto umano) sul quale dobbiamo costantemente vigilare e che esige molta memoria, attenzione e gratitudine».
Fratel Goffredo, assistente di Bianchi, è nella comunità da ventidue anni. Gli chiediamo di condividere con noi le sue riflessioni sulla vita comune tra fratelli e sorelle. «Fin dall’inizio sono stato attirato dal carisma del priore Enzo Bianchi e dalla vita comune che si viveva qui, uomini e donne insieme, e anche dalla vita comune ecumenica. Questa ricchezza uomo-donna va imparata, colta e assimilata. Così si diviene più umani. La vita normale è fatta di uomini e di donne; dunque un vero percorso di umanizzazione si fa quando ci sono uomini e donne insieme per un cammino di diversità e di alterità. La diversità non deve far paura perché è un aiuto e una ricchezza. Non si tratta di fare una lista delle differenze tra uomini e donne; al contrario, dobbiamo vivere come donne o come uomini. Sono in effetti due modi di essere al mondo che esistono fin dalle origini; si tratta quindi di vivere una differenza essenziale e naturale. Difficile da vivere in questa vita comune è il mettere insieme due modi diversi di affrontare la realtà. Ma è anche e soprattutto una sfida, perché per arrivare a una visione globale e unificata, si deve partire da due punti di vista diversi per poi riuscire a vedere insieme la realtà. Gli uomini hanno un proprio modo di vedere la realtà e le donne un altro, ma è normale, essendo la realtà tanto maschile quanto femminile. Vederla insieme è difficile ma è una vera ricchezza, perché insieme la si vede meglio. Oggi sarebbe per me molto difficile vivere in una comunità di soli uomini».
«Il nostro cammino di vita comune — conclude fratel Goffredo — è inedito: uomini e donne celibi che vivono insieme senza essere sposati. Si tratta dunque per noi di trovare un accordo di ordine diverso, ma che sia radicato nella vita monastica e nel Vangelo».
Dopo i fatti di Colonia, chiediamoci quanto anche la nostra cultura alimenti la violenza contro le donne
di Davide Rostan, pastore valdese a Susa
“Dina, la figlia che Lea aveva partorito a Giacobbe, uscì per vedere le ragazze del paese. Sichem, figlio di Camor, l’Ivveo, principe del paese, la vide, la rapì e si uni a lei violentandola.” (Gen. 34,1-2).
Si potrebbe dire proprio che è la solita vecchia storia. C’è una ragazza che esce in uno spazio pubblico e un uomo, straniero, la prende con forza e la violenta. Il 35% della donne nel mondo, secondo i dati Onu ha subito abusi o violenze almeno una volta nella vita da partner o da altri uomini. E come nella vecchia storia della Bibbia anche oggi sembra, leggendo i giornali stranieri e italiani, che la questione sia se gli uomini fossero stranieri o meno, se la polizia ha fatto bene il suo lavoro, se le donne sono state abbastanza attente nel vestire o nel comportamento. Come nella Bibbia la storia sembra tutta una contrattazione tra uomini disonorati dal fatto che altri uomini hanno violentato le loro donne, che un’altra cultura voglia imporsi con la violenza nel paese. Come nella Bibbia, il dialogo rimane tutto sul piano dello scontro tra religioni, culture e uomini che si sentono nel diritto di prendere e offesi dall’invasione di altri uomini. La gravità di quanto accaduto in Germania (e altrove nel mondo tutti i giorni nel silenzio dei media) verrà strumentalizzato contro gli stranieri, si parlerà della cultura islamica, di leggi più restrittive, di chiusura dei confini. Poche parole spese, di solito da donne, su Dina e su tutte le altre che ogni giorno subiscono violenza di solito da persone con cui vivono o con cui hanno o hanno appena avuto una relazione. In molti casi il rifiuto conduce alla massima violenza: l’omicidio.
E persino nel moderno codice di leggi tedesco, l’art. 177 del codice penale, si afferma che per pronunciare una condanna bisogna prendere in considerazione anche il comportamento della vittima. Affinché il colpevole sia condannato, la vittima deve provare di aver opposto resistenza. Uno schema basato su idee perverse del come e del perché si possa esercitare violenza. Così, lo shock può diventare il motivo per cui una condanna non viene emessa. Per capire quanto sia ridicolo, basta immaginare questa legge applicata al furto: “Siamo spiacenti, non hai stretto abbastanza la borsa, è colpa tua”. Chiediamoci allora noi uomini, e soprattutto noi uomini “cristiani occidentali” quanto di questa cultura del “prendere” ci vada ancora bene. È una cultura che parte da lontano, è la stessa cultura dove il padre accompagna la figlia all’altare per mano e, dopo aver preso accordi con la famiglia dello sposo, la cede al marito che la “prende” come moglie. È la stessa cultura che fa della donna solo una potenziale vittima da proteggere con paternalismo, con leggi che tolgono dignità ma che, allo stesso tempo non accetta un “non ti amo più”, un rifiuto che spesso noi uomini non siamo in grado di gestire. Chiediamoci, da uomini, perché la prima reazione è sempre allontanare la violenza da sé cercando, nello straniero, nel violento, o in qualche comportamento della donna, la ragione di questo abuso contro le donne. Abuso trasversale che non conosce confini di razza, età, religione, censo. È la stessa cultura che spesso le chiese rinforzano e producono cercando di limitare in modi diversi la libertà della donna sul come gestire il proprio corpo, rifacendosi, di volta in volta, ad un certo tipo di teologia, alla tradizione, ai limiti da porre alla scienza, o trasformando il diritto delle donne in una pretesa eccessiva di autodeterminazione umana. È la stessa cultura che sforna le battute più o meno pesanti, più o meno grevi, che infiocchettano una cena tra uomini e a volte anche con donne a tutte le latitudini dentro e fuori le chiese. È la stessa cultura che si alimenta del silenzio degli uomini, capaci di accorgersi di Dina solo per affermare il proprio diritto/dovere a difenderla paternalisticamente, ma non di fare una riflessione su di sé, sul proprio modo di essere maschi e su quanto questa cultura diffusa ci piaccia e ci faccia stare bene come uomini e nelle relazioni che abbiamo tra di noi e con le donne.
Forse come suggerisce Musa Okwonga, giornalista afro-tedesco, sul Guardian di ieri, potremmo prendere questo ennesimo atto di violenza contro le donne, perché noi uomini, senza guardare al nostro background etnico, religioso o culturale, aprissimo una riflessione sul nostro rapporto con il corpo e con la violenza senza accontentarci di chiamarci fuori dicendo che non abbiamo mai compiuto azioni di violenza (e ci mancherebbe) e senza delegare la battaglia per cambiare questa cultura del “prendere” alle nostre amiche, compagne, madri e sorelle.
Lunedì 18 gennaio 2016
“La civiltà femminile nutre il mondo” è il titolo dell’incontro che si terrà lunedì 18 gennaio alle ore 16,30 presso il Teatro Machiavelli, sito a Palazzo San Giuliano (piazza Università). Due artiste, Gheula Canarutto Nemni, www.gheulacanaruttonemni.com – autrice del romanzo “(Non) si può avere tutto”, ed. Mondadori (2015) e Cettina Tiralosi, www.cettinatiralosiblognotes.wordpress.com, digital painter di “Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” (installazione di opere digitali) – si racconteranno attraverso le proprie opere in dialogo. La conversazione tra le due donne sarà accompagnata, in un’atmosfera coinvolgente, da musiche della tradizione ebraica accuratamente eseguite dall’arpista Ginevra Gilli. La serata si concluderà con una passeggiata attraverso le vie della Catania ebraica. La manifestazione è parte di una serie di proposte culturali iniziate nel marzo 2015 presso il Bastione degli Infetti (sito gestito dal Comitato Popolare Antico Corso) ed è realizzata con la collaborazione dell’Università degli studi di Catania, della Fondazione Lamberto Puggelli, del Teatro Machiavelli, dell’Associazione Ingresso Libero, del Comitato Popolare Antico Corso e delle librerie La Fenice e Vicolo Stretto.
La civiltà femminile nutre il mondo
Un dono prezioso ci viene consegnato quando veniamo alla luce: si chiama vita.
Tocca a noi saperla custodire in un insieme di pensieri e azioni quotidiane che si chiamano civiltà.
La trasmissione di questo sapere si fa almeno in due. L’una diventa testimonianza dell’altra.
Una vita vissuta in presenza e al presente, fatta di pesi e misure, di esercizio e facoltà, di scelte e possibilità che permettono di afferrare un filo conduttore di senso e di coscienza, che permettono di catturare una luce attraverso il buio per le strade del nostro cammino, di questo nostro vivere.
Una testimonianza di misura femminile della libertà è quella di una scrittrice come Gheula Canarutto Nemni e quella di una pittrice come me.
La mia attenzione per il libro di Gheula mi riconduce a constatare che tra i libri più significativi perme, tanti hanno nel titolo una negazione.
Non credere di avere diritti, Nonostante Platone, Non è da tutti, fino appunto a quest’ultimo (Non) si può avere tutto. Questa volta però il No è tra due parentesi. Un passo indietro per fare un balzo in avanti…anzi ci si prepara ad un salto in lungo…verso la libertà femminile.
Il mio NON A TUTTI I COSTI in continuo esercizio nel quotidiano è testimonianza di questa dura prova, ovvero non voglio muovermi a costo dell’umanità o a costo di perdere la mia umanità e l’amore per me stessa. Ne farei un torto prima di tutto a mia madre che mi ha messa al mondo e che con mio padre mi hanno cosi tanto desiderata e aspettata e soprattutto oggi a me stessa consapevole di questa preziosità.
Non a tutti i costi desidero di ottenere di realizzare un mio desiderio che esso stesso può diventare solamente una fantasia che ti tormenta l’anima e ti fa vivere infelice. Io ci rinuncio io mi sottraggo perché non mi fa intelligente ma rozza e disumana, cinica e superficiale.
Ottenere capra e cavoli? …ecco il problema. Non ci sono scorciatoie ed i passaggi sono così rigorosamente definiti e obbligati che se non fai nel tempo previsto, rischi come minimo se sei fortunata di ritornare alla casella di partenza come in un GIOCO DELL’OCA oppure rischi di restare con un pugno di mosche o altrimenti il peggio che è di perdere tutto per sempre e senza rimedio, riservandoti solo di essere rimasta almeno ancora in vita.
Sbagliando si impara che tutto è rimediabile finché la vita della mente ti permette di vedere altre soluzioni.
Tutto questo perché? Per narcisismo o per passione? Faccio tutto questo per passione verso la libertà femminile, mi muove la mia passione di cercarla trovarla e comunicarla. Considero il contesto dell’arte il più variegato e il più adeguato ad esprimere tutto ciò.
Suzana Glavaš nel suo intervento al convegno “DONNA SAPIENS-LA FIGURA FEMMINILE NELL’EBRAISMO” tenutosi presso il Castello Ursino a CATANIA, il 14 SETTEMBRE 2014 raccontò che nel Talmud è scritto, parafrasando: “Sii molto prudente a non far piangere una donna, poiché HaShem conta le sue lacrime. La donna è stata creata da una costola dell’uomo, non dai suoi piedi per essere calpestata. Non dalla sua testa per essere governata, ma dal suo fianco per
essergli alla pari. Sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.”
Nelle lacrime apprezzai così la facoltà di resoconto del vissuto delle donne e degli uomini tanto da sceglierle come protagoniste nel titolo della mia installazione di opere digitali che, a partire da marzo 2015 presso il Bastione degli Infetti di Catania, sito gestito dal Comitato Popolare Antico Corso, ha continuato a trovare spazio in una catena di iniziative fino ad arrivare a quella di lunedì 18 gennaio 2016 presso il Teatro Machiavelli (Palazzo San Giuliano) Piazza Università, a Catania,
ringraziando per la disponibilità e la collaborazione l’Università degli studi di Catania, la
Fondazione Lamberto Puggelli, il Teatro Machiavelli e l’Associazione Ingresso Libero, Il Comitato Popolare Antico Corso, La Libreria Fenice e La Libreria Vicolo Stretto.
“La civiltà femminile nutre il mondo” è l’incontro di due artiste che si raccontano attraverso le proprie opere in dialogo: Gheula Canarutto Nemni , scrittrice di (Non) si può avere tutto – Ed. Mondadori (2015) e Cettina Tiralosi, digital painter di Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza e in un’atmosfera coinvolgente di musiche di tradizione ebraica accuratamente eseguite da Ginevra Gilli, arpista, ed infine attraverso le vie della Catania ebraica una passeggiata concluderà la serata.
“…Siamo nulla, siamo buio assoluto. Poi veniamo alla luce e inizia la nostra esistenza. Mi sono iscritta all’università a diciannove anni e in grembo portavo un’anima appena staccata dal Trono Celeste. Davo inizio a una corsa illudendomi di sapere dove e quale fosse il traguardo. Ho lottato a lungo per fare valere i miei diritti come essere umano. Ho combattuto con tutta me stessa per non venire schiacciata. Da quella porta dell’università, la stessa che avevo oltrepassato straripante di sogni e speranze, sono però uscita delusa. Spremuta……Pochi mesi dopo avere lasciato l’università
ho riacceso il computer, dichiarando davanti ad uno schermata immacolata che il periodo della mia spremitura era da considerarsi finito….Mi sono seduta al computer e ho aperto un file intitolandolo
Vita capitolo secondo e ho iniziato a premere sui tasti senza sapere dove volevo arrivare. Sentivo dentro di me un fiume in piena alla ricerca di un mare in cui sfociare…..Il rumore dei tasti premuti è per me come il suono della chiave che, girando nella toppa, apre una porta. Un varco che si affaccia sulle innumerevoli possibilità di unire fra loro lettere e parole. Ogni pagina scritta è una creatio ex
nihilo. Un lampo di pensiero, un’irradiazione lingiuistica che poi dirige le dita. Pensiero, parola e azione. E poi infinito….Ascoltavo in silenzio. Capendo il significato di capovolgimento. La discriminazione, le ingiustizie subite, sarebbero diventate il terreno dove avrei coltivato i miei sogni. Luce in ebraico si dice or. Il valore numerico delle sue lettere, la ghematria, è la stessa di Ein Sof, infinito. Da lì noi veniamo. Poi siamo un raggio. E diventiamo qualcuno.in quel momento il buio si accorge della nostra esistenza. E ci sfida con la sua presenza….La prima luce l’ho creata
Io, dice D-o. Ma d’ora in poi sarà compito vostro. Prendere il buio più profondo e trasformarlo in luce accecante. Tocca a noi, creature cacciate dall’Eden, ridare il respiro all’Infinito.” Gheula Canarutto Nemni , (Non ) si può avere tutto – Ed. Mondadori (2015)
Mi è stato insegnato a non avere mai paura del buio….è così sia.
Cettina Tiralosi
di Sara Gandini e Laura Colombo
Sono ormai tristemente note le violenze ai danni delle donne nella notte di Capodanno in molte città tedesche, con epicentro a Colonia. I commenti che si sono scatenati, specialmente sul web, hanno creato schieramenti, il più macroscopico essendo quello “pro” o “contro” gli immigrati. Nella politica delle donne il pensiero sul conflitto, che è sempre aperto e in elaborazione, richiama la figura della mediazione, che ha a che fare con la parola più che con la legge e apre l’interpretazione del mondo alla possibilità di far passare altro. Un ottimo lavoro di mediazione secondo noi è stato fatto dalla scrittrice marocchina Fatima Mernissi in «L’harem e l’Occidente» e dall’iraniana Azar Nafisi in «Leggere Lolita a Teheran». In questi libri afferriamo che la libertà femminile non è emancipazione, non si misura con i diritti, e ci rendiamo conto che non è un’esclusiva dell’Occidente. È piuttosto un fatto simbolico, che nasce proprio nei territori più difficili, dove le donne fanno invenzioni stupefacenti, che portano vita dove il senso di impotenza maschile porta violenza.
Il nodo politico nella discussione nata con le vicende di Colonia riguarda infatti il presupposto della superiorità culturale dell’occidente, dove le donne sarebbero riuscite a conquistare diritti ed emancipazione (oggi minacciati proprio dagli immigrati), rispetto al mondo arabo, in cui le donne invece sarebbero sottomesse e incapaci di ribellarsi. Lo strabismo di questa postura, che finisce per alimentare lo scontro di civiltà, fa sì che i femminicidi quotidiani di casa nostra non facciano più notizia e spariscano di fronte alle molestie di Colonia.
Non vogliamo dire che le aggressioni di Colonia siano da sottovalutare, sappiamo come le aggressioni maschili di gruppo colpiscano l’immaginario e influenzino il nostro stare nel mondo. Ed è ancora più terribile se si profilano come il terreno di scontro tra i maschi islamici e occidentali. Conosciamo una bambina che, spaventata dalle notizie che sente, chiede spesso alla madre se anche a lei da grande potrà succedere, segno di quanto la violenza sessista incida nel profondo e mini la sicurezza fin da piccole. Noi che siamo adulte conosciamo la rabbia e la paura, che si rinnovano ogni volta che leggiamo di una violenza consumata, così come conosciamo gli effetti della violenza simbolica della cultura patriarcale. Di Colonia ci colpisce la disponibilità di tanti giovani maschi immigrati a prendervi parte. Capiamo la solitudine sessuale di questi giovani uomini, capiamo che il contesto in cui li releghiamo è tremendo (isolamento, abbandono nell’inedia, totale cecità circa le loro capacità umane), ma queste violenze da branco non solo sono terribili per le donne, sono anche irragionevoli. Questo abbandonarsi a comportamenti sconsiderati non fa che confermare i pregiudizi che molti e molte hanno. Aggredendo proprio le donne, in prima linea nell’accogliere e nel preoccuparsi della tenuta del tessuto sociale, finiscono per fare il gioco dei loro nemici. E’ evidente che sono completamente disorientati, allo sbando. Ma questa disponibilità ad aggredire le donne ci ricorda la disponibilità ad accettare e giustificare la violenza quando il simbolico traballa, ed è un atteggiamento diffuso. Pensiamo al senso d’ineluttabilità nei confronti delle varie guerre per difendersi dal terrorismo, portare la democrazia, proteggere le donne.
Grazie alle battaglie delle femministe venute prima di noi, sappiamo che dobbiamo avere mille occhi per evitare di essere usate strumentalmente. E’ evidente che con l’aumentare del pericolo terrorista proliferano i “difensori delle donne”. Dai tempi delle invasioni inglesi dell’Australia, in cui gli uomini si inventavano il rapimento di donne bianche per impossessarsi delle terre degli aborigeni, alla più recente guerra in Afghanistan, sappiamo di dover diffidare di chi afferma di combattere per aiutare le donne, perché indifese o inconsapevoli.
E così, anche questa volta, le vicende di Colonia hanno riaperto il dibattito sulla questione migratoria e sono state messe sotto accusa le decisioni di Angela Merkel di aprire le frontiere, mostrando l’uso strumentale delle donne, che diventano terreno di speculazione politica.
La libertà femminile non dipende dal numero di immigrati presenti in un paese e non si difende alzando barriere. Per far fronte alla violenza sulle donne e uscire dal patriarcato la politica delle donne che noi amiamo punta sulle relazioni, sul conflitto e sulla mediazione, sul fare spazio dentro di sé per l’altro da sé. È precisamente quello che hanno fatto e fanno le femministe nel rapporto con l’altro sesso, quando non riducono l’altro a nemico e le donne a vittime. È una lotta a livello del simbolico, come quella fatta dalle femministe negli anni ’70 del secolo scorso: la mossa della separazione, mossa non ideologica, ha innescato una rivoluzione che ha permesso di ripensare le relazioni con l’altro sesso, non di rifiutarle.
Ora a noi spetta far spazio per chi viene da culture lontane e incomprensibili e per chi ha paura di quei mondi, avendo fiducia nella capacità di mediazione delle donne. È un compito arduo, ma ci sono già tante donne che lo fanno quotidianamente. Pensiamo alla sindaca di Lampedusa, che ne è un esempio illustre, e al lavoro con i migranti delle tante associazioni milanesi.
Per concludere, vogliamo riferirci a Gioconda Pietra, consigliera di maggioranza a Sesto San Giovanni, che in un bell’intervento su Via Dogana 3 intitolato «Non basta avere ragione» racconta una sua esperienza di violenta discussione con altre consigliere, che parlavano di arretramento culturale se si fosse accettato un corso in piscina per sole donne mussulmane. L’ascolto delle donne provenienti da luoghi in cui il patriarcato è ancora forte le ha permesso una mediazione per trasformare il suo senso di solitudine (e l’odio politico sprigionato dalla vicenda) e rimettere la politica al posto del potere.
di Francesca Pasini
La città sola, senza altre orme che quelle della «guazza» mattutina, è un flash che talvolta ci passa davanti, allora si cammina svelti, intimiditi da quell’intimità. Ci crogioliamo nell’angolo più confortevole della nostra casa, ma fuori l’intimità dà insicurezza. Marina Ballo ci regala la meraviglia di Piazza Duomo sola, silenziosa, con addosso l’umidità della notte che scivola via, fotografia dopo fotografia.
Fa venire voglia di respirare largo, di riempirsi i polmoni e lasciarsi imbozzolare da questo guscio che contiene tutti i nostri gusci fisici e psichici. È molto diverso da un panorama naturale. Lì lo sconfinamento è appunto naturale ma qui, a Milano, in una piazza Duomo senza nient’altro che la spianata del selciato, neanche un tram, solo i barlumi lontani dell’architettura: qui non abbiamo scampo nel cosmo. Siamo abitanti di una piccola parte della terra. Magari è anche per questo che davanti alla visione di una città solitaria ci sembra di invadere uno spazio, non unicamente nostro. L’intimità altrui è imbarazzante. E così sostituiamo, alla scoperta, la preoccupazione per la solitudine. Abbiamo paura. Non ci fermiamo in una piazza vuota né di notte, né di giorno. Ammiriamo la vastità del paesaggio, ma stentiamo a entrare in sintonia con gli spazi costruiti quando sono vuoti.
Marina Ballo ci fa vedere il momento di grazia in cui la città nuda svela le sue molecole interne. Una radiografia a tre dimensioni, dove per un momento ci sentiamo in un luogo dove non c’è bisogno di confidenze o contatti emotivi per provare intimità con se stessi. Sì può stare lì. Guardarsi attorno, guardarsi dentro, con fiducia, in questa solitudine che contiene le nostre case, proprio le nostre, sapere che sono lì più o meno lontane. E allora si può essere spudorati, guardare, spiare. Come succede nella sequenza di sette fotografie Piazzaduomo#3, 2011: il selciato da un blu livido, umido s’illumina fino a una tinta perlacea aquatica; le lampade che contornano la piazza e gli edifici perdono luce. Diventa riconoscibile una ragazza, di schiena, seduta in mezzo. Era lì fin dalle ultime ore della notte. Marina ha deciso di scattare comunque. E così il desiderio di accompagnare la città dalla notte all’alba acquista concretezza nella fotografia. Svanisce l’imbarazzo della solitudine, e appare lo stupore di un luogo che contiene il risultato della costruzione urbana al grado zero. Appare questo infinito umano fatto di amori, di lotte, di nascite, di morti. Ha bisogno di confini fisici, corporei, mentali per bilanciare la vastità del cosmo.
Alberto Savinio diceva: «ascolto il tuo cuore, città». Marina Ballo sembra dire: «guardo il tuo corpo, città». Lo capta dal basso, perché l’equilibrio comincia nel momento in cui poggiamo i piedi per terra. Perché è un esercizio di lettura dove le cose scontate acquistano personalità. Nel trittico Piazzaduono#07, 2013, le intersezioni delle pietre del selciato si rincorrono da una foto all’altra creando una scena ritmica: dà prospettiva ai passi delle persone che appaiono piccole, lontane, e così mantengono il mistero delle loro fisionomie. Mentre nel dittico Piazzaduomo#11, 2014-15 la facciata parziale del Duomo fa da contrappeso alla pavimentazione umida, grigiastra, porosa, specchiante. Si ha la sensazione di assistere alla crescita dell’edificio in sintonia con la luce del giorno che cresce anche lui. Il cuore e il corpo della città visti dal basso ci parlano di tutto ciò che, pur essendo nascosto da muri, strade, monumenti, esiste e collabora alla percezione del nostro appartenere alla terra, prima che al cielo.
La mostra piazzaduomomilano è un progetto a quattro mani con Gabriele Basilico, pensato prima che lui morisse (il 13 febbraio 2013, a 69 anni), ed è un incontro tra la prospettiva dal basso e quella dall’alto. Anche Basilico, nel suo impareggiabile aggirarsi tra le guglie del Duomo, cattura il corpo della città. Facendoci volare con lo sguardo tra i tetti ci trasporta nella tattilità orizzontale di questa «pianura» sopra le architetture, sulla quale si ha la sensazione di poter camminare (Milano 2011,11A7-55). La distanza tra cielo e terra se ne va.
Poi con un colpo di vertigine ci spalanca il vuoto sotto l’Arengario (Milano 2011, 11A7-63). La strada è in pieno sole gli edifici in ombra e le persone, piccole, camminano e anche loro proiettano l’ombra. Una sintonia con lontananze che Ballo scopriva a raso terra e che Basilico, dopo averci fatto sognare di camminare tra tetti e guglie, sostenuti dall’aria, ci ricorda.
Uomini e donne siamo sempre piccoli sia rispetto all’altezza degli edifici, sia rispetto alla grandezza del selciato se lo si guarda dal basso. Come dire che la prospettiva è una questione mentale e non solo fisica. Immediato è pensare al volo sulla scopa di Miracolo a Milano di De Sica.
Marina Ballo Charmet-Gabriele Basilico
milanopiazzaduomo
a cura di Marco Belpoliti e Danka Giacon
Milano, Museo del Novecento, dal 10 ottobre 2015 al 26 febbraio 2016
Sabato 23 gennaio – 25 febbraio 2016 ore 18,30
La quarta vetrina
Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri.
A cura di Francesca Pasini.
Prosegue il ciclo con Concetta Modica, Quel che resta.
Dopo l’inaugurazione, l’incontro con l’artista e la curatrice. Cena della cucina di Estia (la conferma è gradita).
Sarà in vendita la stampa (1/10), realizzata dall’artista per La Quarta Vetrina.
Da una vetrina all’altra, siamo alla terza, nasce un’antologia di visioni. La sinergia tra parole e immagini diventa fluida e, tra l’interno e l’esterno della vetrina e di chi partecipa, il filo delle suggestioni si disfa e si riannoda.
E’ il caso di Concetta Modica che realizza un’opera col filo di lana, rimasto da opere precedenti. Nel 2001, da poco arrivata a Milano dalla Sicilia, alla Gamec di Bergamo, con i fili della coperta della nonna, che aveva disfatto, crea un paesaggio astratto, multicolore, nel quale si poteva entrare. Fili che ha poi usato per altre opere, alcune in collaborazione con altri artisti. Pensava di aver chiuso quel ciclo. “No, non è ancora finito”.
I molti fili che ha “visto” collegare parole e pensieri negli incontri in Libreria, le hanno fatto scegliere di usare Quel che resta per la vetrina e il dialogo che verrà. Così ha ricamato su un lenzuolo i segni che normalmente si fanno per contare, ad esempio i voti, quattro linee orizzontali e una verticale e si ottiene un insieme di cinque per un conteggio tempestivo. Ma è anche segno del tempo che passa.
L’immagine è aperta e molto attraente. Gli spunti di lettura sono tantissimi. La cultura artigianale. Il rapporto con il materno (la nonna) e il desiderio di promuoverlo tra donne uomini. Il dubbio di non poter mai dire quando l’opera è conclusa. Il dialogo come sistema di fili da disfare, per allentare i nodi, sciogliere i punti non scorrevoli e avere ancora altro filo da tessere.
A quest’opera, posta sul fronte della vetrina, Concetta Modica aggiunge sul retro, dove il fili pendono dal ricamo in un intrico “naturale”, una scultura composita. Di nuovo il nodo è Quel che resta, dal passato o da altrove, come la mano in gesso trovata da un marmista, che impugna il trespolo su cui sono appoggiati tre suoi libri di foglie. Sono foglie cadute, che trova e conserva tra le pagine, colorando i tratti mancanti, gli sgretolamenti. Ritesse le loro vita e le sposta nei libri: i nostri compagni di viaggio dal passato al presente. Alla base del trespolo, in un sasso spaccato a metà ha premuto altri fili colorati. Saranno gli ultimi? Probabilmente, ma altri ne verranno lavorati e disfatti, durante il dialogo dell’inaugurazione. E non è questo il lavoro che la Libreria delle donne di Milano compie da oltre quarant’anni?
Concetta Modica, “Quel che resta”, 2016
da exibart
pubblicato il 14 gennaio 2016
di Francesca Pasini
Fin dal titolo, “Gli immediati dintorni”, Chiara Camoni (Nomas Foundation – Roma fino al 26 Febbraio) ci avverte della sua tenace volontà di stare vicino alle cose. Tra opere di oggi e di ieri appare un flusso che evidenzia il continuum del suo linguaggio. Su un grande tavolo a “L” sono disposti alcuni testi che accompagnano la biografia dei lavori e dei pensieri, invitano a sedersi, a leggere. Poi il tavolo gira e si “entra” nella stanza. Piccole sculture in creta cruda si alleano, da lontano, con i proiettori che rimandano sulle pareti due video di alcuni fa.
La percezione diffusa è quella di un dialogo attorno a un tavolo imbandito di visioni e oggetti che richiamano la sua vita. Le sculture in creta cruda, realizzate a occhi chiusi, sono dedicate alla figlia di pochi mesi. Alcune sono avvolte da ramoscelli, altre li portano in testa, una collana di osso sta davanti. Insomma c’è l’universo in cui Chiara ha individuato il metodo per soggiornare presso le cose e farle emergere attraverso un gesto che coglie la dimensione ridotta, meglio “iniziale”. Come nelle minime sculture in terracotta che s’inanellano le une sulle altre formando grandi matasse multiformi.
Le sculture a occhi chiusi hanno la magmaticità del tatto, e la sorpresa del passaggio tra il vedere della mente e lo sguardo fisico degli occhi. Una relazione che Chiara usa anche quando lavora con gli altri. Come in uno dei primi lavori: il libro di disegni realizzati dalla nonna, che erano lo snodo per imparare ad attraversare insieme l’età adulta. La passività dell’affetto lasciava spazio all’invenzione di un incontro consolidato dalla crescita. Le statuine in mostra sono speculari a quel gesto. In questo caso Chiara dedica alla figlia l’esperienza di reciprocità che ha accompagnato la sua decisione di essere artista, anche come nipote. Segnala il rapporto madre-figlia con un’altra nascita, quella della forma di una scultura, che aveva così tanto nella mente da passare automaticamente alle dita che la plasmano, senza neppure guardare.

Una metafora del materno, ma anche il modo per dire che, le cose che incontriamo nella nostra intimità, restano nei dintorni di chi le vede e di chi le ritrova nella propria memoria. Le opere di Chiara non stanno di fronte a noi, sono con noi. E la scelta di metterle sopra un tavolo è una chiave intuitiva e immediata.
Generazione e filiazione sono attributi dell’arte, Chiara li avvolge come in un nastro di un registratore, situando il play back nell’incontro tra chi guarda e chi crea. Il concetto di nascita biologica e artistica trova una metaforica parentela.
In questo senso vedo la possibile interpretazione di un materno che, soggiornando presso le cose e gli eventi, non si situa né nella polarità madre-padre, né in quella madre-figlio. Riguarda il sentimento più ampio di essere accolti: donne, uomini, madri, padri, figli, visitatori, lasciando a ognuno il compito di plasmare un proprio legame attraverso il gesto che qualcuno/a ha creato suggerendo ad altri/e di trasferirlo nella propria interna vicinanza.
Il simbolo della creta cruda può essere visto come una via di uscita dalla gerarchica, a favore di una libertà da “cuocere” secondo le proprie intuizioni per dare stabilità al magma emotivo che tocca uomini e donne, e che, nella dialettica generazione-filiazione, è sempre stato avvicinato al materno. Un materno che ha una lunga storia di separazioni e subalternità sociali. Già con i disegni della nonna, Chiara, svicola da questa separazione facendone l’elemento di libertà per andare oltre le consuetudini affettive.

L’arte ha di per sé qualità materna. Essa, infatti, supera le distinzioni sociali affettive rendendo visibile un’origine, in cui altri e altre si rispecchiano. Succede anche col padre, è vero, ma la fonte biologica della generazione risiede nel corpo della madre, di cui l’arte può assumere la metafora, chiunque sia chi la realizza. È un grande spostamento per cui c’è ancora molto da pensare e da capire. Più che dalla dedica alla figlia, sono influenzata dalla sua idea generatrice della forma. Appare ad esempio nella grande installazione di vasi, non ancora cotti, che verranno completati, modificati durante gli workshop che Chiara stessa ha predisposto. In primo piano c’è la trasmissione del gesto iniziale da cui spesso Lei parte per individuare la figura. Quindi, qualcosa che fa da ponte tra la filiazione (chi partecipa al workshop) e la generazione nell’incontro tra l’opera in gestazione e chi la porterà a termine.
Forse è ancora presto per rintracciare un concetto di materno dove la dualità uomo-donna, non sia l’unico polo attivo, ma una delle modalità per avvicinarsi al senso originario della generazione. Chiara lo fa spesso nelle sue opere ed è chiaramente visibile ne Il Tronco, 2013. Con pochi segni dà a un albero, trovato in un bosco, l’immagine di un corpo di donna, archetipico e nello stesso tempo vicino al presente; alle sue spalle, a terra, una specie di scialle trapezoidale intessuto con altre partecipanti all’opera, diventa simbolo della rete di relazioni che tutti incontriamo.
Francesca Pasini
di TK Brambilla
La notizia delle terribili violenze contro le donne, in Germania a capodanno, mi ha molto turbata. Ho provato rabbia, paura e perfino un sentimento di impotenza.
Che abbiano un mandante o meno, poco mi importa. In entrambi i casi, la matrice è da rintracciare nella misoginia patriarcale di cui è ancora pervasa l’umanità e certamente anche quell’umanità arrivata dai paesi islamici, ormai entrata a far parte della società in cui viviamo.
Con particolare attenzione alle questioni che ci dividono, ho letto su facebook e in rete molte discussioni e commenti di e tra donne.
Uno dei nodi che crea conflitto è la necessità di stabilire che la cultura dei paesi islamici sia più sessista e misogina di quella europea. Alle donne si chiede di assegnare il primato della misoginia al maschio musulmano, per non essere etichettate come fiancheggiatrici del patriarcato più patriarcato che c’è, quello islamico.
La violenza sessuale del branco di maschi di piazza Tahrir deve essere riconosciuta come uguale a quella di Colonia ma ontologicamente diversa da quella del branco di maschi occidentali dell’Oktoberfest.
Questa appassionata richiesta mi colpisce: qual è il guadagno per le donne? Poter stabilire che i nostri uomini sono migliori dei loro poiché ci hanno concesso di più oppure che le donne occidentali sono state più brave di quelle dei paesi islamici, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà purché si tengano i loro uomini?
Un’altra questione che divide è ben sintetizzata da uno dei commenti intorno al quale si è molto discusso: «Non sopporterei mai di perdere la mia libertà, nemmeno per salvare un intero popolo di rifugiati», in contrapposizione a chi, buonista cieca, è pronta a mettere in pericolo la libertà delle donne, per aprire le porte ai popoli in fuga dai paesi islamici.
Sono una donna e, essendo italo-iraniana, io stessa sono il frutto dell’incontro con una diaspora. Mi è quindi impossibile pensare la mia libertà di donna in competizione con l’esistenza di un popolo altro.
Del resto questo genere di sguardo per leggere il mondo credo sia quanto di più lontano dall’esperienza femminile della libertà, che si realizza nel riconoscimento e nella relazione con l’altro da sé.
La mia libertà non è un principio astratto da difendere mettendolo in cassaforte. Ogni volta che così mi sono orientata, mi sono sentita sotto scacco: incapace di trovare mediazioni, non sono riuscita a produrre nulla né per me né per gli altri. Essere libera per me è darmi la possibilità che questo accada.
Come molte donne, ho conosciuto e conosco la violenza maschile e la misoginia. So che rischio di esserne vittima sempre, nonostante i diritti che si pensano conquistati. Io scelgo di correre questo rischio perché voglio fare parte del mondo, voglio esserci e voglio agire per trasformarlo in un luogo migliore in cui l’umanità tutta, non solo una parte di essa, sia realmente libera.
Oggi sono in atto migrazioni di massa molto probabilmente destinate a continuare e difficilmente arrestabili, almeno in modo pacifico. Non solo, un’ampia umanità altra è già qui in Europa, fa già parte della società occidentale. Questo non è buonismo, è guardare al reale del mondo qui e adesso.
(www.libreriadelledonne.it; 14 gennaio 2015)
di Alessandra Di Pietro
L’attrice femminista Emma Watson una ne pensa e dieci ne fa. La sua ultima idea appena realizzata è: Our Shared Shelf, uno scaffale di letture femministe su Goodreads (un social network con protagonisti libri e lettori) che ha coinvolto in soli tre giorni quasi 80 mila tra donne e uomini intorno al primo titolo suggerito dalla stessa Watson: My Life on the Road, ultimo lavoro di Gloria Steinmen, pilastro del movimento di emancipazione americano. Le lettrici e i lettori interessati hanno due settimane di tempo per leggere sottolineare e aggiungere commenti a margine, poi a fine mese Emma aprirà i giochi e tutti diranno la propria.
La creazione di un club del libro femminista è stata giocata da Emma Watson tutta sui social network. Il 6 gennaio ha tuittato la sua intenzione di avviare il gruppo e lanciato la campagna per un nome. Dopo aver ricevuto suggerimenti di ogni tipo da ‘Wats Up Fems’, ‘Watson Your Shelf’ and ‘Hermione’s Army’ sceglie il nome suggerito dalla giovane @emilyfabb: Our Shared Shelf, la nostra piattaforma condivisa.
I giochi sono fatti: aderiscono subito l’ex calciatrice americana Abby Wambach e tra emoticon e tuitter entusiasti si buttano dentro l’avventura l’attrice Sophia Bush e la cantante Kate Voegele. Poi con un delizioso selfie, Emma Watson decide il primo libro: Steinem appunto. Intanto su Goodreads parte il gruppo: Watson spiega che creare un club del libro femminsta per condividere tutto ciò che ha imparato e che ancora c’è da sapere. Obiettivo è un libro al mese.
Anche i tipi di Goodreads hanno celebrato l’evento, Gloria Steinem ne è felice. Emma Watson non è femminista per gioco né per convenienza. Attrice amatissima e premiata, ha esordito a dieci anni nel ruolo di Hermione, uno dei personaggi principali della saga di Harry Potter ma il successo mondiale non l’ha distratta dagli studi (è laureata in letteratura inglese) né ha stemperato il suo animo ribelle e attivista. Anzi. La fama è stato il trampolino ideale per lanciare lo scorso anno la campagna delle Nazioni Unite #Heforshe ovvero movimento di solidarietà e coinvolgimento di uomini di ogni età al fianco delle donne considerando le pari opportunità un obiettivo comune.
Il discorso con cui l’ha lanciato ha totalizzato almeno dieci milioni di visualizzazioni su youtube. Il prossimo film di Emma Watson è “Colonia” con Daniel Brühl diretto dal regista tedesco Florian Gallenberger. Da noi uscirà in marzo e racconta la storia racconta di Daniel, giovane artista rapito dai sostenitori del colpo di stato di Pinochet nel 1973. Confinato nella colonia di una setta, sarà rintracciato dalla sua ragazza, Lena (Qui il trailer).
L’operazione di Emma Watson è geniale. Nessuno avrebbe mai pensato che il libro di una femminista famosa negli anni Sessanta avrebbe mai potuto attirare l’attenzione di una pletora di giovanissimi tutti pronti a farsi un selfie con la copia di carta e desiderosi di leggere e confrontarsi. Invece, il successo è servito.
Certo che importa la fama di Emma Watson, ma lei lo riempie di un pensiero che a differenza di quanto spesso si crede in Italia non è antico né inutile, qui spesso le donne – famose e non – si risentono ad essere definite femministe. E invece forse sarebbe il caso di osare di più. Guardando all’America.
(La Stampa, 12 gennaio 20169
di Franca Fortunato
Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti e inadeguate a intervenire e porre fine alle violenze. Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato. «Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada.» «A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche.» «Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione.» È una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne. «L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio.» È la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merkel a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere e immigrate. Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci e indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.
(Il Quotidiano del Sud, 11 gennaio 2016)
a cura di Giorgio Biferali
Nelle prime pagine de Il posto, lei parla di «scrittura piatta» per raccontare il suo rapporto con le parole, con il tempo che passa e con i ricordi che aiutano a metterle insieme in una nuova forma, particolare e universale, che non si approfitta dei sentimenti e che non cerca alcuna complicità con il lettore. Cosa prova ogni volta che si trova davanti a un foglio bianco? Cosa rappresenta per lei la scrittura? E ai lettori, ogni tanto ci pensa?
Non mi metto mai davanti a un foglio bianco senza avere a lungo riflettuto in precedenza, a volte anni, su un progetto di scrittura. C’è una fase preliminare di ricognizione, in cui mi concentro sulla struttura del testo, sulla sua importanza, e che si potrebbe definire una specie di «diario di scrittura». La sensazione, quando entro nella vera e propria fase di stesura, è quella di un lavoro che nessuno potrebbe fare all’infuori di me e nel quale mi devo impegnare, costi quel che costi.
La scrittura è innanzitutto per me un modo di esistere – quando non scrivo mi sento inutile, vuota – e anche di intervenire nel mondo portando alla luce ciò che mi colpisce ma che avrebbe potuto colpire chiunque. Sempre più, è anche una lotta contro l’oblio, quello della Storia, della nostra vita collettiva, in un’epoca che mi appare come quella della fugacità e delle emozioni senza memoria.
Non penso mai a un lettore in particolare mentre scrivo, mi immergo completamente in una dimensione dove l’unica cosa che conta è esprimere nella maniera più giusta situazioni ed emozioni. Allo stesso tempo, scrivo pensando che nella società in cui vivo, insieme alla quale costituisco un’epoca, questa scrittura troverà qualcuno che sarà colpito dai miei libri. Ma questo ipotetico lettore non influisce in nessun modo sulla mia maniera di concepirli. Significherebbe piegarsi al gusto dominante, e se l’avessi fatto di sicuro non avrei mai scritto Il posto o Gli anni.
«Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci», scrive ne Il posto, parlando di suo padre. Secondo lei, che rapporto c’è tra la letteratura e la vita? Si può dire che tutto quello che uno scrive è autobiografico?
C’è sempre un nesso tra la letteratura e la vita, azzardo anche tra la filosofia e la vita, alla maniera di Paul Valéry che sosteneva che ogni teoria filosofica fosse un frammento autobiografico. Ma nella letteratura ci sono più gradi di coinvolgimento del sé, lo dimostra la diversità tra L’Inferno di Dante e le Confessioni di Jean-Jacques Rousseau. L’autobiografia ha una specificità che le è propria, ossia la ricerca di una verità, e il soggetto di questa ricerca è la vita di chi scrive.
Gli anni si apre con questa frase: «Tutte le immagini scompariranno». Ma lei non fa che smentirla, scrivendo questo romanzo e rievocando quelle immagini che sembravano destinate a scomparire per sempre. Nel finale, infatti, scrive: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». E il presente diventa il luogo in cui mettere al sicuro il passato, mentre ci prepariamo al tempo che verrà. Secondo lei la letteratura è anche questo, un modo per riscrivere il tempo e le sue convenzioni, per far convivere passato, presente e futuro?
Quando ho iniziato a scrivere Gli anni, avevo il desiderio profondo di incidere una vita all’interno di una generazione, di restituire la dimensione storica del singolo essere umano, e, facendolo, di sfuggire alla visione autobiografica tradizionale dell’individuo, collocato al centro del racconto con la storia sociale e culturale come sfondo. Volevo mostrare in un unico moto narrativo i cambiamenti di una società e di un essere umano, nel caso specifico di una donna.
Molto velocemente, si è rivelata una scrittura mobile, quella di un passato in divenire, rivolto a un avvenire continuamente sopraffatto, con degli scatti sul presente resi attraverso la descrizione di alcune foto personali, descritte e commentate ma senza mai usare la parola «io».
Devo confessare che più andavo avanti, più mi sembrava folle questo mescolare la storia collettiva con la storia individuale in una narrazione senza personaggi, dove le canzoni e le pubblicità affiancano le azioni. Ma alla fine ho avuto la sensazione di un «recupero» del tempo attraversato. Trovare la chiave per raccontare il tempo è sicuramente una delle più grandi sfide della letteratura.
Lei, ne Gli anni, come fece Pamuk nel suo Museo dell’innocenza, oscillando tra i grandi fatti del Novecento e alcune immagini particolari, è riuscita a raccontare la Storia attraverso le storie dei singoli individui, anche partendo da ricordi che non le appartenevano direttamente: «Era la memoria degli altri a collocarci nel mondo». Questo, per lei, era il modo migliore per raccontare la nostra storia?
Ci sono certamente altri modi di raccontare la nostra storia. Quando ho iniziato a concepire Gli anni, mi sono interessata al percorso di altri autori, per esempio Elsa Morante ne La Storia e Vasilij Grossman in Vita e Destino, e ogni volta queste letture – mirabili – mi obbligavano a capire come, io, potessi scrivere la storia del mio tempo, della mia generazione, dal mio punto di vista. Che questo punto di vista sia stato accettato, anche incondizionatamente, da molti lettori, dimostra almeno che corrisponde alla sensibilità del XXI secolo…
E lei come si spiega gli attentati del 13 novembre scorso? Si tratta davvero di questioni religiose o c’entrano anche ragioni politiche e socio-economiche?
Il perché di questi attentati? Nella logica dell’ISIS va cercato nel forte interventismo del Presidente Hollande (non dico “della Francia” perché i cittadini non hanno mai avuto modo di dire la loro) in Siria, in Iraq e prima ancora in Mali e nel Sahel. E nel fatto che la Francia (qui invece intendo un’ampia maggioranza della popolazione) afferma una laicità militante.
Qual è stato e qual è il ruolo degli intellettuali francesi, quando la Storia si fa così complessa e così tragica?
Che si trattasse del periodo dell’Occupazione nazista o di quello della Guerra d’Algeria, in Francia ci sono sempre stati degli intellettuali che hanno voluto esprimersi e che sono riusciti a farlo. In tempo di “pace” esistono tuttavia delle forme di censura mediatica… oppure, al contrario, ci sono discorsi che vengono privilegiati rispetto ad altri, cosicché attualmente sono proprio le voci di coloro che gridano contro la supposta perdita dell’identità francese ad avere più visibilità.
Si è detto spesso che certi fatti, così imprevedibili, stravolgono la nostra quotidianità e ci costringono a vivere nella paura. Secondo lei, come dovremmo reagire?
Vivremo come prima. Di fatto ciò che mi colpisce rispetto agli attentati del 1986 e del 1995 compiuti dal Gruppo Islamico Armato algerino in Francia, di ben minore portata, è l’assenza di paura delle persone, la volontà di non cambiare nulla nel proprio modo di vivere.
(www.leparoleelecose.it, 11 gennaio 2016)
Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”.
Durante le presentazioni del libro “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Luciana e Marina
di Simona Lecchi, operaia e assistente alla poltrona.
Brescia 27 novembre 2015
In una paginetta riassumo la mia esperienza nel lavoro e nella vita quotidiana, esperienza che considero positiva: qui intendo trasmettere ciò che ho ricevuto.
Sono passati 14 anni dal mio primo giorno di lavoro in fabbrica.
Avevo 16 anni frequentavo le scuole superiori, avevo scelto l’indirizzo grafico pubblicitario, ma a metà anno decisi di non voler più continuare. Così, dopo aver affrontato il discorso a casa con i miei genitori, un pomeriggio mia mamma mi accompagnò per un colloquio di lavoro nella fabbrica dove lei lavorava da molti anni.
Dopo il colloquio mi assunsero con contratto a termine. Per me entrare in fabbrica voleva dire sentirmi più grande e indipendente, inoltre la figura di mia madre era rassicurante. Sentivo, dai suoi racconti, che stavo entrando in un luogo di lavoro importante dove essere operaia non significava fare un lavoro degradante o poco rispettato ma riconosciuto anche socialmente. In quella fabbrica sentivo che le persone contavano.
L’inserimento nel contesto della fabbrica fu piacevole, alcune donne le conoscevo già perché amiche di mia mamma. La cosa che mi ha colpito è che tutte loro conoscevano me: io ero la figlia di Rosa. Rosa Piantoni.
Trovai un ambiente tranquillo e sereno, le colleghe erano per la maggior parte coetanee, le univa il fatto di aver iniziato tutte da giovanissime nella stessa fabbrica.
Il lavoro in sé mi piaceva, a volte poteva essere un po’ monotono, a volte mi capitava di lavorare da sola, altre volte su macchine con 3 o 4 donne. Mi capitava, ma raramente, di lavorare in coppia con mia madre.
Sicuramente questa esperienza della fabbrica è stata positiva grazie alla presenza di mia madre, con lei presente mi sembrava tutto più semplice e andare al lavoro, anche facendo i turni non mi pesava, la sua presenza era importante anche per le altre operaie e infatti lei rappresentava il sindacato e quindi il punto di riferimento per i lavoratori e le lavoratrici.
Restai in fabbrica per circa 2 anni, con contratti a termine, poi a me ed altre ragazze non rinnovarono il contratto. Cercai un altro lavoro e dopo pochi mesi lo trovai presso uno studio dentistico dove facevo l’assistente alla poltrona, lavoro che faccio ancora anche se in un altro studio.
Ripensando alla mia esperienza lavorativa in fabbrica, mi considero fortunata, era una fabbrica sindacalizzata, vedevo all’opera l’altro aspetto di mia madre: quello di sindacalista. Ho potuto vedere e vivere a pieno l’agire sindacale: assemblee, scioperi, discussioni politiche, conflitti con l’azienda e, anche quando le situazioni erano tese, non si oltrepassavano mai certi limiti, prevaleva sempre il buon-senso e la discussione. Ho imparato a farmi rispettare, a far valere il lavoro che faccio con cura e attenzione, anche se dove sono ora non siamo organizzati sindacalmente, ho coscienza del fatto che tutto il lavoro politico e sindacale, fatto dalle donne, come mia madre, oggi permette a me e ad altre di godere di diritti politici e sociali importanti, che a volte, sbagliando, diamo per scontati.
Ho imparato ad apprezzare il “lavoro” perché fa parte della vita e non lo percepisco come un sacrificio e nemmeno lo riduco a una pura questione economica.
Anche il rispetto è importante e puoi farlo valere solo se a tua volta rispetti chi ti sta di fronte.
Non sono una femminista come mia madre, la mia lotta sindacale è stata breve e partecipativa non agita in prima persona, non vado di mia spontanea volontà a manifestazioni o altre iniziative, non frequento gli ambienti sindacali o di partiti. Non so perché ma per ora non ne sento il bisogno. Comunque so farmi rispettare, nel mio agire quotidiano cerco di essere rispettosa nei confronti dell’ambiente che mi circonda. I valori che mia madre mi ha trasmesso fin da piccola sono dentro di me, fanno parte della mia vita; l’onestà per poter andare a testa alta e guardare tutti negli occhi, la dignità, perché tutto ciò che si ha deve essere guadagnato onestamente per stare bene con se stesse e non essere ricattabili. Mia madre mi disse che non avrebbe mai chiesto alla Zucchi, la ditta dove lavoravamo, di assumermi. Era amareggiata per la mancata conferma del contratto a termine, ma mi ha spiegato cosa avrebbe significato per lei questa richiesta: perdere la sua libertà di agire nei confronti dell’azienda e la perdita di rispetto da parte delle e dei suoi colleghi di lavoro. A me dispiaceva lasciare la Zucchi, anche perché non sapevo che altro lavoro avrei potuto trovare, ma ho capito e apprezzato cosa intendeva mia madre. Anche il suo agire libero nei confronti di mio padre man mano che crescevo l’ho sentito sempre più fondamentale: ho imparato a non considerare gli uomini più liberi e più importanti di me, a non avere un atteggiamento di sottomissione ma a esigere il confronto anche aspro se necessario ma sempre rispettoso delle reciproche diversità e bisogni. Questo e molto altro ho ricevuto da mia madre e a mia volta cercherò di trasmetterlo.
Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”.
Durante le presentazioni del libro “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Luciana e Marina
di Martina Giulietti, studente, 18 anni. Livorno 4 novembre 2015
Leggendo il libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, sono rimasta colpita e affascinata dalla frase che dice la figlia nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo intitolato Immagina che il lavoro. La frase è una citazione da Marilyn Monroe: “Le donne che cercano di essere uguali agli uomini mancano di ambizione”. Per me Marilyn è sempre stata l’incarnazione della grandezza femminile e della difficoltà di essere donna in un mondo dominato dagli uomini. Per questo in terza media decisi di dedicarle la mia tesina! Io, come la figlia, mi reputo ambiziosa e mi sento libera, voglio la mia indipendenza economica e di pensiero e vivere la mia vita secondo i miei desideri.
L’esperienza che ho avuto con il femminismo non l’ho vissuta, purtroppo, in prima persona ma ne sono venuta a conoscenza attraverso i racconti di Giuliana, mia zia femminista, del video della Libreria delle Donne di Milano La politica del desiderio (L’altravista-Libreria delle donne, 74’, 2010) e di questo libro. Attraverso questa breve ma intensa esperienza, ho acquisito più forza nell’essere donna e la consapevolezza di essere diversa dall’uomo e mi sono resa conto che la libertà femminile non è un diritto, bensì una continua battaglia.
Pur non avendo una pratica politica del femminismo con altre donne, posso comunque dire che la condivisione delle mie esperienze con le mie amiche è fondamentale, perché credo che sia proprio il mettersi a nudo, ovvero rivelare quelle cose che ci spaventano, che creano dentro di noi dei disordini e ci ostacolano nel vivere liberamente il nostro essere donne, senza misure stabilite da altri, a creare l’intesa e a fortificare il rapporto. La relazione con le mie amiche e lo scambio con loro mi aiuta, mi dà forza e sicurezza.
Martedi 12 gennaio ore 19
In occasione del Finissage della sua mostra personale, Regina José Galindo farà una lettura pubblica delle sue creazioni poetiche.
A seguire un talk in galleria tra l’artista in confronto con Diego Sileo, conservatore del PAC – Padiglione Arte Contemporanea Milano, e Francesca Pasini Curatrice e critica d’arte indipendente, su temi affini alla mostra “Mazorca”.
di Ida Dominijanni
Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano. Con rara onestà intellettuale e morale, l’ha ricordato ieri su Repubblica Gabriele Romagnoli, a partire dalla sua propria esperienza di studente universitario bolognese, nonché di “maschio sessualmente arretrato”, che quarant’anni fa partecipava, o assisteva, ai riti goliardici di carnevale che ogni anno contemplavano caccia, molestie e palpeggiamento delle ragazze. E lo si potrebbe ricordare con svariati altri esempi presi dal mondo occidentale, bianco e libero, dove stupri di gruppo, molestie di varia natura, femminicidi di varia efferatezza non smettono di accadere. Oppure con altri esempi tratti dal circuito militare, occidentale e orientale, settentrionale e meridionale, dato che sempre nelle guerre, e in qualunque guerra, le donne continuano a essere la preda succulenta che gli eserciti di maschi si contendono, o il marchio etnico che cercano di conquistare, o la presunta altrui proprietà che cercano di rapinare.
Lo si ricorda per sminuire i fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Düsseldorf e Stoccarda? No. I fatti della notte di capodanno non vanno sminuiti: sono fatti brutti, e, se fossero come si sospetta l’effetto di un’azione coordinata di bande di maschi “nordafricani” – ma attenzione, basta interpellare delle amiche che abitano in quelle città per sapere che la notte di capodanno l’aria che tira è sempre la stessa –, sono fatti inquietanti. Segnalano che la provocazione dei maschi islamici contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra ufficialmente, dichiaratamente, a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente una pessima notizia, che non va derubricata.
Ma che non va nemmeno distorta, o piegata ad altri fini, l’altro fine essendo il titillamento dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente: che è precisamente quello che gli islamisti radicali cercano di fomentare e dovrebbe essere precisamente la trappola in cui evitare di cadere. Intendiamoci, c’è pochissimo di nuovo sotto il sole. È dall’indomani dell’11 settembre americano che tutto l’occidente suona la grancassa dell’oppressione femminile come marchio d’inferiorità della cultura islamica, e della liberazione delle donne dal patriarcato islamico come legittimazione per le guerre occidentali di “democratizzazione” del Medio Oriente. Non per caso, questa grancassa suona soprattutto nel fronte conservatore americano ed europeo, che è tanto pronto a difendere la libertà femminile delle donne contro l’aggressione degli “altri” maschi quanto è pronto a tacitarla, all’occorrenza, in casa propria: che dire dell’allarme per i fatti di Colonia di un commentatore come Sallusti, che ai tempi del Berlusconi-gate non aveva mezzo dubbio sulla libertà maschile di comprarsi il corpo femminile? Oppure che dire delle certezze del Corriere della Sera, che dagli attentati di Parigi porta avanti una strenua battaglia a difesa dello “stile di vita” occidentale assimilando la libertà femminile alla libertà di andare a teatro o a prendersi un aperitivo al bar? Difese sospette, cui consegue sempre l’ingiunzione alla sinistra, o a ciò che ne resta, a non sacrificare i diritti delle donne alla bandiera del multiculturalismo.
Ma qui non è questione di multiculturalismo, se per multiculturalismo si intende il rovescio dello scontro di civiltà, ovvero l’accettazione acritica di una cultura diversa dalla propria e la giustificazione delle sue gerarchie e sopraffazioni interne, a partire dalla gerarchia uomo/donna e dalla sopraffazione delle donne da parte degli uomini. I branchi di maschi che assalgono donne non sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né fra gli immigrati di Colonia né nei campus americani o nelle scuole “bianche” italiane. Assumere davvero lo stato dei rapporti fra i sessi e la libertà femminile come indici dello stato di una civiltà – o meglio, della crisi di civiltà in cui il mondo intero si trova – significa affrontare le contraddizioni comuni e trasversali alle civiltà che vengono rappresentate come contrapposte e in lotta fra loro. Significa combattere la brutalità del patriarcato islamico come i residui, o i rigurgiti, patriarcali nelle democrazie occidentali. E viceversa: significa anche e forse oggi soprattutto riconoscere i segni positivi di libertà femminile non solo nelle democrazie occidentali, ma anche nei paesi più patriarcali dei nostri. Solo pochi giorni fa Shirin Neshat, un’artista che in materia di rapporti tra i sessi nel mondo islamico non ha uguali e non teme confronti, in un’intervista sul Manifesto interpretava l’efferatezza contro le donne nel radicalismo islamico come il segno non tanto di una permanente oppressione femminile, quanto di una inquietante arretratezza e reattività della cultura politica di fronte a una libertà femminile sempre più diffusa.
È una sindrome che in occidente conosciamo bene: il patriarcato diventa più aggressivo proprio quando scricchiola. Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.
di Lola Santos Fernandez
intervento al convegno Transiciones (Acto II) Modelos de Derecho del Trabajo y cultura de los juristas, Universidad de Castilla-La Mancha, Albacete, 17 dicembre 2015
Io parlerò di un’altra transizione: la transizione verso un nuovo patto sessuale che inizia a germinare nella Assemblea Costituente italiana – nel farsi del patto costituzionale – quando si mette in questione il vecchio contratto sessuale, che poggia, tra altre cose, nella relazione tra ordine simbolico patriarcale e divisione sessuale del lavoro. La divisione sessuale del lavoro secondo uno schema gerarchicamente ordinato – uomini sopra/donne sotto; uomini fuori/donne dentro la casa – è stata una costante di tutte le società storiche conosciute e precede i rapporti di produzione capitalistici. In Occidente, la specifica forma che la divisione del lavoro tra i sessi ha assunto nella fase prima mercantile e poi capitalistica ha raccolto e confermato questa eredità simbolica, istituendo la sfera del lavoro salariato “produttivo” come sfera maschile e quella domestica “non produttiva” come sfera femminile. E ha anche ordinato simbolicamente i lavori maschili e femminili nel mercato secondo un simile ordine gerarchico (segregazione verticale e orizzontale). (Giordana Masotto). Nei dibattiti dell’Assemblea, questa separazione e questo ordine incominciano a essere messi in discussione in tre direzioni principali:
-
Abbozzo di una nozione più ampia di lavoro che comprenda tutto il lavoro necessario per vivere
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Valorizzazione del lavoro riproduttivo portandolo alla luce
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Arricchimento del lavoro produttivo con saperi derivanti da quello riproduttivo.
1. La nozione di lavoro
Nel dibattito costituente sull’articolo 1, L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, si parlò molto di cosa si dovesse intendere per lavoro e, benché non intervenisse nessuna delle 21 donne dell’Assemblea (composta da 556 membri), ci furono diversi interventi interessanti.
Ad esempio, nella discussione se fondare la Repubblica italiana sul “lavoro” o sui “lavoratori”, si disse: “Abbiamo usato il Il termine ‘lavoratori’ in quanto più comprensivo, in quanto in esso si può ritrovare chiunque partecipi col braccio o col pensiero, con attività manuali o spirituali, teoretiche o pratiche, alla vita, al progresso, alla ricchezza della Nazione” (Renzo Laconi, maestro, comunista).
Sul valore del lavoro nella società si disse: “Il lavoro, insomma, come elemento che assume valore nell’armonia dello sforzo collettivo perché l’individuo vuoto non ha senso se non in quanto membro della società. Nessuno vive isolato, ma ciascun(o) uomo acquista senso e valore dal rapporto con gli altri uomini; l’uomo non è, in definitiva, che un centro di rapporti sociali e dalla pienezza e dalla complessità dei nostri rapporti esso può soltanto trovar senso e valore (Lelio Basso, socialista, avvocato).
E anche: “Non è la Repubblica degli operai e dei contadini quella che concepiamo, né quella degli operai e contadini più tecnici e i professionisti; ma una Repubblica nella quale abbiano cittadinanza anche le attività non meramente economiche, una Repubblica in cui ci sia posto per tutti i cittadini partecipanti utilmente alla vita nazionale” (Paolo Rossi, socialista, docente universitario).
Ora io mi domando: non è forse questo il modo in cui storicamente le donne hanno partecipato con il loro lavoro alla società? Con un lavoro di partecipazione alla vita, al progresso, alla ricchezza della nazione, anche quando non si tratta di attività meramente economiche, ma utili alla vita nazionale, lavorando e dando senso al lavoro attraverso le relazioni? Senza dirlo esplicitamente, questi uomini di sinistra si riferivano anche al lavoro di creazione e ri-creazione della vita che fanno più le donne degli uomini. Ma non potevano nominarlo perché per loro l’attività produttiva era misurata sul corpo maschile. E questo è confermato dal silenzio delle donne presenti: sono assenti dal dibattito e quindi manca qualsiasi riferimento al lavoro domestico.
Questo iniziale silenzio femminile nell’Assemblea Costituente potrebbe essere frutto di un atteggiamento di prudenza politica, cosa che non si ripete più avanti, soprattutto nel dibattito sull’art. 37: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a paritá di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro debbono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
Qui le donne si autorizzano a parlare… e come parlano!
Sulla nozione di lavoro in generale, il dibattito tra le tre donne più attive del processo costituente – Maria Federici (maestra, democristiana) Angelina Merlin (maestra, socialista) e Teresa Noce (operaia, comunista), tutte tre con un ruolo rilevante nella Resistenza antifascista – incominciava a mettere in questione le basi del vecchio patto sessuale. In una delle discussioni iniziali su quale lavoro femminile tutelare o su chi considerare titolare di diritti soggettivi, Teresa Noce dice:
“La lavoratrice capo di famiglia è quella che mantiene la famiglia e per mantenere la famiglia fa un lavoro. Ma la donna lavoratrice non è soltanto l’operaia, bensì anche quella che, avendo una numerosa prole da allevare, non può lavorare; in tal caso viene a mancare la qualifica di capo-famiglia che le consentirebbe di godere di determinata assistenza. La donna operaia ha qualche diritto, ma la donna casalinga, la massaia rurale, la contadina non hanno nessun diritto all’assistenza.”
Benché i concetti di riferimento siano il lavoro produttivo e le sue misure classiche di valorizzazione – salario, stabilità e garanzie (di fatto facevano riferimento al diritto all’assistenza economica) – queste donne incominciano ad avere buone intuizioni sul considerare “lavoro” anche l’attività della casalinga, sul lavoro riproduttivo e la necessità di dargli riconoscimento, valore sociale, in questa fase per mezzo di un “salario assistenziale”.
2. La valorizzazione del lavoro riproduttivo
Per andare avanti in queste riflessioni – come dare valore al lavoro di creazione e ri-creazione della vita – le costituenti devono affrontare le conseguenze dell’intervento maschile che impone un nuovo tema di discussione: “la funzione essenziale familiare”. Molto polemica fin da subito. Questo le fa deviare momentaneamente dai loro interessi politici e, forse, anche dai loro desideri (succede spesso, anche oggi). Quegli uomini, temendo che l’uguaglianza salariale rappresenti un invito costituzionale ad abbandonare le case, vogliono ricordare alle donne quale sia il loro posto originario esaltando il loro ruolo familiare. Ma vediamola questa “essenziale funzione familiare”:
“Il vostro luogo naturale è la casa, la famiglia, il focolare, siete gli angeli della famiglia…” queste e altre simili furono le parole usate dai democristiani per illustrare il ruolo essenziale della donna nella famiglia. Che non decidessero di lasciare le case adesso che gli si riconosceva la possibilità di lavorare fuori con un salario uguale! disse un democristiano. Tutto ciò produce un dibattito inizialmente soprattutto maschile, dal momento che è in gioco la loro posizione privilegiata nel contratto sessuale. Solo la comunista Nilde Iotti interviene in un primo momento contro quell’espressione, preferendo parlare solo di “missione familiare”. Perché, come poi avrebbero detto le altre donne, certamente era qualcosa di importante e di cui cercavano di riappropriarsi. Questo fu il gesto politico in quel momento: riappropriarsi della maternità e del lavoro riproduttivo risignificandoli.
Così Maria Federici cerca di risignificare questa “essenziale funzione familiare” da un altro punto di vista: non dalla non-libertà come pretendono i suoi colleghi di partito, ma dalla importanza di questa funzione per la società. Per la Federici, questa funzione della donna è essenziale non solo per la famiglia ma per l’intera società. Dice: “io credo che appartenga alla esperienza di tutti che la donna dispieghi nella famiglia un complesso grandioso di attività, il cui valore è notevolissimo anche dal punto di vista economico”.
Il blocco femminile di sinistra invece, preferisce proporre la sostituzione dell’espressione “essenziale funzione familiare” – viziata all’origine – con la parola “madre”, dando a questa la posizione fondamentale che dovrebbe occupare in qualsiasi società. La socialista Angelina Merlin, facendosi portavoce del blocco femminile della sinistra assembleare, dice:
“Noi sentiamo che la maternità, cioè la nostra funzione naturale, non è una condanna, ma una benedizione e deve essere protetta dalle leggi dello Stato senza che si circoscriva e si limiti il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe, come siamo, di continuare e completare liberamente la nostra maternità (…). Io penso che la Costituzione, assicurando una adeguata protezione alla madre ed al bimbo, avrebbe garantito la difesa della società tutta intera e si sarebbe data un suggello di nobiltà, includendo la parola più bella e più santa nella quale si compendia la vita: Madre”.
La redazione finale dell’articolo risulta composta da entrambe le espressioni: “essenziale funzione familiare” e “madre”. Il confronto sostenuto da queste donne di fronte alla provocazione maschile, per cercare di ricondurre la società verso un ordine simbolico materno, dimostra che si stava iscrivendo nella Costituzione l’embrione di un nuovo patto, in cui il lavoro riproduttivo, più materno che paterno, ha un valore centrale. La valorizzazione del lavoro riproduttivo è, se non negli obiettivi, nella cultura delle madri costituenti.
3. L’arricchimento del lavoro produttivo con saperi derivanti da quello riproduttivo
Questo intento si legge nelle parole della Merlin quando dice, come abbiamo visto sopra: “il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe, come siamo, di continuare e completare liberamente la nostra maternità”. Portare la maternità, la civilizzazione, la vita al lavoro… è questa l’invenzione che viene concepita in questa fase e che si sviluppa alcuni anni più avanti con Il doppio sì (Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano).
Questo discorso appare chiaro anche nella parte finale della discussione sull’accesso delle donne alla magistratura (art. 106). Di fronte alle obiezioni maschili che le considerano instabili, corpi emotivi e sentimentali o passionali, alcune rispondono proprio sostenendo che il femminile è un di più per il lavoro produttivo e, in questo caso, per il lavoro di giudici e quindi per il diritto. Maria Federici fa riferimento a una specie di “tipicità femminile”: “da un lato una raffinata sensibilità, una pronta intuizione, un cuore più sensibile alle sofferenze umane e un’esperienza maggiore del dolore non sono requisiti che possano nuocere, sono requisiti preziosi che possono agevolare l’amministrazione della giustizia”. Nella stessa direzione, Maria Maddalena Rossi, chimica, comunista, sostiene che “le qualità di sensibilità, di intuizione, di tenacia, di pazienza, di coscienza, il senso di umanità che spesso si riscontrano nella donna, uniti alla conoscenza profonda del diritto, troverebbero un impiego infinitamente utile nel campo della Magistratura”. Come dimostra – rispondendo a un’obiezione del socialista Giovanni Persico – Il mercante di Venezia, dove Shakespeare fa agire “un giudice dotato di finezza, di cuore, d’intelligenza de onestà, un giudice che amministri la giustizia vera (…) la giustizia dello spirito della legge e non della lettera soltanto”. Questo magistrato è una donna, Porzia, la quale salva la vita di un innocente che dovrebbe pagare con una libbra di carne del suo petto. Porzia si appoggia a una legge che non menziona il sangue e quindi invita i presenti a tagliare un pezzo di pelle senza spargere sangue. La capacità interpretativa di Porzia, per Giovanni Persico è segnale di una cattiva amministrazione della giustizia perché un giudice uomo avrebbe detto che “è vietato dalla morale, non si può vendere il proprio corpo, che è una domanda inammissibile, è contra legem, il tuo contratto è nullo. E con una questione di diritto avrebbe risolto il problema, senza ricorrere al cavillo della carne e del sangue”. Per Maddalena Rossi si tratta invece di andare oltre la legge, aprendo spazi alla giustizia con l’imprevisto femminile. Ecco di nuovo il germe di un’altra pratica, quella che ha a che fare con il modo in cui molte donne entrano nei luoghi della giustizia e che, in realtà, non è tanto diversa da come lo fa Porzia (Diana Sartori).
Dalla Costituente ai giorni nostri il processo di ridefinizione del patto sessuale è andato avanti, benché continui a trattarsi di una transizione incompiuta.
A partire dagli anni sessanta, sia in Italia sia in altri paesi, le donne in prima persona e questa volta in massa mettono radicalmente in questione l’ordine simbolico dominante. Su tutti i fronti, dalle relazioni quotidiane tra i sessi fino al diritto: riforma del diritto di famiglia (1975), depenalizzazione dell’adulterio (1968), libertà di divorzio (1970), legalizzazione dell’aborto (1978); nel lavoro, tutela della maternità e legge di uguaglianza del 1977.
I guadagni di questo processo giuridico sono stati molti e vanno oltre l’aspetto giuridico. Perché non si tratta solo di ciò che si è cristallizzato nelle leggi, molte delle quali ambiguamente maschili: il fatto è che il movimento delle donne ha prodotto molta autocoscienza e coscienza politica, e questo ha permesso alle donne di riappropriarsi dei propri corpi, di praticare la libertà femminile relazionale, di esprimere nuove forme politiche. Sono guadagni che in se stessi comportano la rottura del vecchio patto sessuale e a partire dai quali si continua a rinegoziare il nuovo patto e si fanno passi avanti sul punto che sta al centro della rottura della divisione sessuale del lavoro. Questo punto centrale è la elaborazione di una nozione di lavoro ampia e univoca, in cui far confluire tutti i semi sparsi nell’Assemblea Costituente, e che oggi ha già un inquadramento politico – teorico e pratico – molto avanzato.
Quindi – come ci ha detto Laura Mora in Atto 1 delle Transizioni – “il lavoro è molto di più”. E così è, il lavoro non è solo attività materiale e immateriale, ma è anche costruzione simbolica (di senso) impregnata di vita sociale, è strumento di autorealizzazione, fattore di creazione, di autonomia, di responsabilità e di relazioni (Laura Pennacchi). La ricomposizione del lavoro, produttivo e riproduttivo, si fa a partire dalle donne come soggetti complessi – in quanto ricompongono le dicotomie anima/corpo; produttivo/riproduttivo; ecc. – il che incide a sua volta sulla nozione stessa di soggetto, dal momento che tutti e tutte possiamo riconoscerci come soggetti interdipendenti e vulnerabili (Giordana Masotto). Questi nuovi soggetti plurali compiono una trasformazione dello spazio pubblico attraverso pratiche o lavori di cittadinanza che raccolgono esperienze coscienti e consentono numerose innovazioni. E, proprio perché nascono da soggetti interdipendenti e sono fatti da competenze reali, consentono cambiamenti e costruiscono civiltà, con una costruzione fatta di parole e con uno sforzo che risponde al desiderio di un senso nuovo di benessere o felicità (Marisa Forcina). Accettare l’interdipendenza, condizione per l’esistenza dell’umanità in società non patriarcali, comporta che la società nel suo insieme si renda responsabile del benessere e della riproduzione sociale. Ciò comporta un cambiamento nella nozione di lavoro e la rinegoziazione dei tempi delle persone: redistribuendo il lavoro remunerato e “obbligando” gli uomini e la società a farsi carico della parte di cura che tocca loro, come ci dice la ecofemminista Yayo Herrero nel libro L’ecologia del lavoro. Il lavoro che sostiene la vita, a cura di Juan Escribano e Laura Mora. Questo libro ci indica come avanzare in questo percorso tracciando “una nuova mappa dei lavori socialmente necessari per soddisfare i bisogni delle persone in comunione con la realtà di tutti i viventi e con i doni con cui conviviamo” (Laura Mora).
Oggi in questo seminario abbiamo potuto partire da un’origine, l’Assemblea Costituente, e proprio quello che è accaduto dopo – la rivoluzione delle donne a partire dagli anni sessanta/settanta – ci consente di dare un senso alle parole e ai silenzi del dibattito costituente e ci invita a raccogliere la sfida che è nata allora e che si potrebbe esprimere nella riscrittura dell’art. 1 della Constituzione italiana: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro necessario per vivere.
di Alessandra Bocchetti
C’è voluto un po’ di tempo per fare sedimentare tutto quello che ho letto sull’utero in affitto. È durata un mese o forse più la pioggia incessante di dichiarazioni, articoli, confessioni, condanne.
Lo so che l’espressione “utero in affitto” non fa piacere ad alcune compagne e amiche, ma proprio di questo si tratta e penso che ogni alternativa a questa espressione, magari meno brutale, ci allontani dalla verità
Di tutto questo materiale non riesco a dimenticare un articolo apparso su La27ora/Corriere che raccontava la perfetta efficienza per trovare uteri disponibili di una clinica californiana. Una rapida indagine sulle ragioni della scelta, più routinaria che necessaria, seguita dall’ascolto dei desiderata ed ecco subito l’utero buono saltava fuori da un fornitissimo database. Poi il contratto.
Si sa che il contratto, come strumento giuridico, testimonia reciproco consenso e con questo legittima, autorizza l’oggetto, senza la necessità di giustificazioni o la pretesa di raccontare storie ma spesso, soprattutto quando si parla di corpi umani Il contratto è sempre brutale, spesso è la legalizzazione di un sopruso, il suo alibi
Sono inciampata su due punti del contratto della clinica californiana. Il primo è che la donna o che l’uomo che richiedeva quella determinata prestazione poteva cambiare idea e poteva quindi decidere di fare abortire la donna che stava “lavorando” per lei/per lui. Il secondo è che nella scelta del soggetto disponibile la statistica diceva che erano di molto preferite le lesbiche, perché … il tutto risulta più pulito, nessuno sperma di “chi sa chi” può imbrattare, nessun cazzo può colpire ma neanche sfiorare il nostro bambino che sta crescendo. Tutto questo in cambio di denaro, molto denaro.
Se da una parte il denaro serve a chi non ne ha e questa potrebbe essere una giustificazione – ho sentito tante donne sostenere questo- dall’altra parte il denaro autorizza, tranquillizza, ti colloca in luogo certo e, nel profondo della coscienza, ti garantisce il perdono. Sì, questo mi ha fatto proprio orrore.
Per farla breve dico subito qual è la mia posizione in proposito. Se la scienza è riuscita a superare i limiti di un corpo umano, creando la possibilità di nuove relazioni, nuove dimensioni, non sarò certo io a dire di no. Il mio no non varrebbe nulla, avrebbe solo l’arroganza di un gesto impotente. Vorrei ragionare sì sulle condizioni.
Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti.
Non servirebbe contratto, solo un regolamento condiviso, chiaro e più semplice possibile. Ecco, tutto questo vorrei che fosse possibile e legale.
Da tutto questo resta tassativamente fuori il denaro, resta fuori il mercato del migliore offerente, il mercato delle carni più sode. Il mercato delle “fattrici”
Per l’utero in affitto ho soprattutto sentito dire « è giusto», «è ingiusto» e sembra che tutti abbiano buone ragioni da difendere. Io non voglio parlare in termini di giustizia. Voglio invece immaginare, come potrebbe diventare il paese in cui vivo se venisse legalizzato il mercato dell’utero in affitto.
Sensali che battono le campagna alla ricerca di donne povere, e questo sarà soprattutto al sud, come una volta cercavano le balie da latte, giovani contadine che appena partorito erano costrette a lasciare il proprio bambino per andare a nutrirne un altro, figlio di signori. Dovevano avere un aspetto sano, forte, senza denti cariati o altre malattie accertate. Il sensale questo doveva garantire. E c’era un contratto ferreo tra le parti che garantiva alla balia uno stipendio, tanti metri di stoffa ogni anno, che andavano a vestire i bambini restati a casa, e un pezzo d’oro o di corallo. Interessante sarebbe studiare questi contratti, ma forse qualcuna l’ha già fatto.
Ma adesso con l’utero in affitto non si chiede solo latte, si chiede molto di più, si chiedono nove mesi di vita e l’occupazione di un corpo umano, un corpo che non potrà immaginare nulla sul bambino che ospita, come in una normale gravidanza perché il bambino che sente muovere, non sarà suo e quindi dovrà pensare a altro, ai cavoli suoi o non penserà, se pensare risultasse troppo doloroso.
Il mercato si organizzerebbe subito, non chiede altro. Il mercato è un lupo dinamico e pieno di immaginazione. Ci saranno delle “case di attesa” per garantire l’”acquirente” sulle condizioni igieniche necessarie e un nutrimento corretto delle donne fattrici? Case a 5 stelle, a 4, a 3, a 2 . In campagna, in città, al mare. I prezzi varieranno. Con i soldi si può fare quasi tutto.
Ci saranno delle visite mediche preventive molto serie, anamnesi severe per diventare fattrici? Ci saranno fattrici di serie A, di serie B, di serie C. Per chi fornirà anche l’ovulo, ci saranno parametri in più: le bionde, le brune, le alte, le bassette, le magre, le grassette, le coscia lunga, “come sono i piedi?, come sono le mani?” ma tutte dovranno essere sane e belle, si belle. Beh, sul fatto di dover essere belle, non ci dovrebbe scandalizzare più di tanto, perché la cultura a cui apparteniamo attraverso mille e mille segnali a partire dalla nascita ci ha fornito di una sorta di eugenetica interiore con cui ogni donna, o quasi, ha a che fare quotidianamente.
Ma adesso voglio dire la cosa che più mi sta a cuore, la vera ragione per cui sto scrivendo, e che non ho sentito dire da nessuno.
Le possibilità che la scienza oggi offre, sono a nostro favore, sono a favore delle donne. Se una giovane donna vuole far carriera congelerà i suoi ovuli dei vent’anni e deciderà poi, quando le converrà, di farne qualcosa di vivo, magari mai. Forse sarà l’azienda stessa ad offrirle questa opportunità, se la considerasse un elemento, dinamico, efficiente, creativo da non perdere. Forse non ci sarà più la necessità delle dimissioni in bianco perché il problema si risolverà così.
Noi vogliamo che le donne viaggino, studino, conoscano il mondo e le sue regole. Vogliamo che le donne governino, decidano. Per tutto questo oggi noi lasciamo i nostri bambini nelle mani di tate fidate, perché non potremmo lasciare anche i nostri bambini da far nascere nella pancia di una donna fidata? Avremo molto più tempo, potremo fare molte più cose. Saremo molto più libere.
Libere? Eccoci al punto. La libertà di cui stiamo parlando è la libertà di cui hanno goduto gli uomini da sempre. Senza bambini, senza panni caldi, senza nausee, senza latte, senza mestruazioni, il corpo maschile ha rappresentato la perfezione per secoli e secoli. È questa libertà che vogliamo? Ci deve essere ben chiaro quello che sta succedendo: si sta appannando il fronte della differenza con gli uomini e si sta rafforzando come non mai il fronte della differenza tra donne ricche e donne povere. Questo è il mondo in cui ci piace vivere? È questo quello che vogliamo?
Ce lo dobbiamo proprio chiedere a questo punto, perché questa faccenda è solo nelle nostre mani. Dipenderà da noi. Gli uomini c’entrano poco e niente, potranno dare una parere, un giudizio, una minaccia, una condanna, ma il corpo delle donne è delle donne soprattutto oggi e sono le donne che faranno o non faranno, che sceglieranno o rifiuteranno.
Perché soprattutto oggi? Le donne sono soggetti centrali della società, non esiste società senza donne, sono sempre state centrali, da che mondo è mondo, ma ora sono libere come non lo erano fino a poco tempo fa. Ora sono centrali e libere. È questa la grande novità.
Che scherzo! noi donne che fino ieri non sapevamo che fosse la libertà, che fino a ieri la nostra parola non valeva neanche per una testimonianza. Tocca a noi decidere se continuiamo a cadere nella libertà degli uomini o a pensare che forse è ora possibile governare con un’altra idea di libertà, la libertà come la pensano le donne.
Come pensano le donne la libertà? Come amano vivere? Cosa è per loro una buona vita?
Su questo dovremo chiamarci a lavorare e dirci le cose più chiaramente. Vogliamo ancora schiavi e padroni? Vogliamo che sia il denaro il medium universale? Vogliamo che sia il potere a fare ordine nel mondo? Vogliamo che sia la forza la ragione di ogni vittoria? Dovremo rispondere a queste domande. Ma queste risposte non le potremo trovare che nella nostra storia e non nella sua cancellazione.
Spesso mi chiedono cosa è una donna, rispondo sempre che non lo so. Non so cosa sia una donna, ma so perfettamente che ne ha fatto la storia: un soggetto fortissimo che ne ha passate tante e che sta ancora in piedi. Io continuo a investirci le mie speranze, ma forse chissà il mercato riuscirà là dove gli uomini della storia non sono riusciti e si mangerà anche loro.
(* Alessandra Bocchetti è tra le fondatrici di Se non ora quando Factory)
(www.le27ora.it, 5 gennaio 2016)
da Alias “il manifesto del 2 gennaio 2016
di Graziella Geraci
Indagine aperta sulle relazioni fra i sessi
Intervista. L’artista iraniana Shirin Neshat è una delle protagoniste del nuovo calendario Pirelli, affidato alla magia fotografica di Annie Leibovitz
Artista eclettica, Shirin Neshat esplora attraverso l’arte visiva il mondo femminile nella cultura islamica svelando le contraddizioni, le limitazioni, la poeticità e la sensualità che convivono in una cultura millenaria. Foto, installazioni, film si intrecciano nella produzione dell’artista iraniana con progetti musicali ed episodi al limite del fashion come lo scatto di Annie Leibovitz che la vede protagonista per il calendario Pirelli del 2016, scelta, insieme ad altre undici donne, come simbolo di una femminilità contemporanea influente e di successo.
Shirin Neshat continua ad indagare se stessa e l’essere donna in tutte le sue accezioni, partendo da un vissuto che la vede bilanciare perfettamente il mondo occidentale e quello mediorientale.
Cosa pensa del nuovo stile del calendario Pirelli e cosa ha provato quando Annie Leibovitz la ha contattata per posare per «The Cal»?
Non conoscevo molto il calendario della Pirelli ma ho accettato per la reputazione di ottima fotografa di Annie Leibovitz. Successivamente quando ho visto le passate edizioni del calendario ho pensato che Annie fosse estremamente coraggiosa per cambiare l’identità di un prodotto così affermato da calendario sexy a qualcosa che non si basa sulla bellezza fisica ma sui risultati raggiunti dalle donne. Inutile dire che sono stata lusingata di far parte della sua selezione e penso che le immagini siano veramente fantastiche opere d’arte.
Qual è il suo rapporto con l’Italia e l’arte di questo paese?
L’Italia è stata determinante per l’evoluzione della mia carriera iniziata nella galleria di Lucio D’Amelio nel 1996. Ho anche ricevuto i premi più importanti in Italia: uno di questi è stato il Leone d’Oro della Biennale di Venezia (arti visive) nel 1999 e poi il Leone d’Argento al Festival Internazionale del Cinema di Venezia per il mio film Donne senza uomini, nel 2009. A settembre del 2015 sono stata a Bari per Passage through the world, un viaggio nella musica di Mohsen Namjoo per il quale ho realizzato con Shoja Aza la scenografia. È stato molto interessante e ho interagito con alcune donne anziane, delle lamentatrici, che sono entrate nello spettacolo e nella mia installazione video. Mohsen Namjoo ha avuto l’idea della musica che viaggia dall’est all’ovest attraverso diverse culture: l’idea l’ho trovata suggestiva, soprattutto per il particolare momento di conflitto tra cristiani e musulmani, tra oriente ed occidente, che stiamo attraversando. In questo progetto c’erano infinite possibilità da sviluppare: l’idea della musica mistica islamica, la circolarità della danza sufi, l’idea del mentore e dei suoi accoliti e un tipo di religiosità che si esprime nelle lamentatrici italiane.
C’è una differenza, secondo lei, tra l’arte occidentale e quella orientale?
È difficile generalizzare perché io vivo in mezzo alle due culture: emotivamente sono molto iraniana ma la mia educazione è occidentale. Quando sono a New York mi sento parte dell’occidente, quando sono in Italia mi sento orientale, sono completamente divisa in due, nel lavoro, nello stile, anche nel mio modo di vestire. C’è una grande differenza tra le due culture ma le emozioni umane sono il legame che le unisce. Con l’arte cerco di mostrare cosa realmente abbiamo in comune, uso l’iconografia, la musica e le immagini iraniane ma il mio lavoro è la ricerca, cercare umanità. Siamo uguali, abbiamo gli stessi sentimenti: tu soffri come soffro io, tu ti innamori proprio come mi posso innamorare io, tu sei libero, io sono libera … il potere dell’arte è rintracciare le assonanze nelle esperienze umane. C’è differenza nella lingua, nella religione e nello stile di vita, ma contemporaneamente esiste l’universalità dell’umanità. L’arte è l’unico modo per setacciarla. Una buona opera d’arte dovrebbe avere le due qualità: mostrare le divergenze e le cose comuni. Il mio lavoro è molto islamico: è basato sulla mia esperienza di donna iraniana, è particolarmente concentrato sull’Iran. Eppure nello stesso tempo, visto che vivo fuori dal mio paese, cerco i paradossi.
Nel suo film «Donne senza uomini» la relazione tra i due sessi non è positiva: è lo specchio della situazione in Iran o è una condizione globale?
Niente affatto. Il film è basato sul romanzo omonimo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur e, a mio parere, la sua storia descrive le donne che non riescono a gestire le relazioni con gli uomini e a fronteggiarli. Il film è stato stilisticamente concepito nell’ambito del realismo magico. La storia si svolge nel 1953, non si tratta dell’Iran attuale, è un’allegoria e non una rappresentazione realistica della cultura iraniana.
Cosa pensa delle primavere arabe? Si intravedono cambiamenti per le donne?
Sono andata a Piazza Tahrir due volte. L’Egitto ha vissuto una sorta di onda verde, come quella iraniana. Questi movimenti hanno mostrato un nuovo concetto di famiglia nella quale le donne sono attive, sono intelligenti e si muovono all’interno della società. C’è una nuova generazione di donne erudite ed intraprendenti: in più, non sono come le occidentali che per partecipare alla politica devono necessariamente emulare gli uomini. Amo quel loro dinamismo mediorientale in cui le donne continuano a essere molto femminili, non competono con gli uomini e la loro partecipazione alla rivoluzione è stata un fatto naturale. Questa nuova generazione mi ha ispirata: la mia e quella precedente non ha avuto accesso all’educazione. Nella mia famiglia sono la sola a lavorare e a guadagnare, le mie sorelle hanno avuto la fortuna di andate tutte a scuola, ma si sono sposate e hanno fatto figli, accettando un ruolo tradizionale. La generazione attuale è composta da donne istruite al 95%, lavora, che hanno dimistichezza con la tecnologia e conoscono il mondo anche attraverso i social media. Non è una condizione così distante dalle possibilità che hanno gli uomini e questo status è nuovo per noi.
Ma la situazione dal punto di vista politico non sembra mutata, in Egitto si è instaurato di nuovo un potere militare. Il problema persiste, le donne stanno cambiando, ma la società probabilmente è ancora indietro. Il governo non ha la capacità di aiutare la trasformazione, anche se ora è difficile ricacciare le donne nella situazione precedente.
Quali sono i suoi progetti nel prossimo futuro?
Sto lavorando a un film sulla vita di Umm Kulthum. La cantante egiziana è morta nel 1975, ma ancora oggi è la voce più popolare nel Medio Oriente, è amata in Egitto, in Israele, in Algeria, in Marocco e in altri Stati. La sua figura è molto complessa. Era una donna mediorientale che per raggiungere il successo doveva essere non convenzionale, a suo modo progressista. Non ebbe mai figli, probabilmente era gay, era comunque circondata da uomini, viveva in una società maschilista, era nazionalista… tutti spunti interessanti.
Nel 2017, al Festival di Salisburgo realizzerò la regia dell’Aida. Mi interessa la sperimentazione, come artista sono propensa a fare sempre cose nuove, mi annoiano le ripetizioni. Quando Riccardo Muti mi ha contattata per l’Aida, la sua proposta mi ha spaventata, ma contemporaneamente stimolata: è qualcosa di completamente nuovo per me ed è un rischio.
Infine, sto terminando di girare alcuni video che vorrei esporre alla mia prossima mostra alla galleria Gladstone di New York. Ho intenzione di realizzare una trilogia, tre cortometraggi che hanno come soggetto i sogni. Lo stile sarà concettuale, come per gli altri video Turbulent o Rapture, saranno in bianco e nero e con una donna come protagonista. Avevo già realizzato per la Viennale un filmato di 3 minuti con Natalie Portman, ora è di 10 minuti e farà parte della trilogia che chiamerò Dreamers. Questo per ora è tutto, poi vedrò in corso d’opera.