Criticando l’espressione neutra “genitorialità omosessuale”, questo articolo propone di accostarsi in termini di differenza sessuale al tema della maternità lesbica e della paternità gay. La tesi sostenuta è che la rivendicazione universalistica dei diritti delle persone omosessuali alla procreazione e alla genitorialità nasconde il conflitto tra uomini e donne intorno al materno, e sacrifica gli interessi delle lesbiche (e in generale delle donne), mostrati come coincidenti con quelli dei gay, quando invece non lo sono. L’articolo si conclude avanzando alcuni suggerimenti in tema di riconoscimento dello status di co-madre e circa il regime delle adozioni, e proponendo una rilettura del divieto di surrogazione di maternità come principio generale in materia di filiazione, che protegge la qualità della relazione materna e il bene della genealogia femminile, mentre rafforza la libertà nelle scelte procreative.
By criticizing neutral expressions like “homosexuals’ rights to procreate”, this article proposes an approach in terms of sexual difference to lesbian motherhood and gay fatherhood. The main argument is that the universalist claim of homosexuals’ rights to procreation hides the conflict between men and women on maternal privilege, and sacrifices the interests of lesbians (and women in general), which are represented as coincident with those of gay men, while they aren’t. The article concludes by advancing some proposals regarding the recognition of the status of co-mother and about the legal regime of adoption. It also proposes to read the ban on surrogacy as a general principle that protects the quality of the maternal relationship and the good of feminine genealogy and that strenghtens freedom in reproductive choices.
(Costituzionalismo.it, 2 febbraio 2016)
L’articolo di Silvia Niccolai, Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale – Università degli Studi di Cagliari, è scaricabile gratuitamente dal sito della rivista: http://www.costituzionalismo.it/articoli/539/
di Alessandra Pigliaru
Solo l’altro ieri Federico Motta, presidente dell’AIE (Associazione Italiana Editori), si è dimesso dal cda della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e, pur rimanendo tra i fondatori del Salone del Libro di Torino, non farà più parte dell’aspetto organizzativo della kermesse. «Profondi cambiamenti» o divergenze di punti di vista? Certamente Ernesto Ferrero – che quando a settembre venne chiamato al telefono da Piero Fassino per prendere il posto di Giulia Cogoli, dimissionaria solo dopo tre mesi dalla carica di direttrice della Fondazione, autodefinì se stesso come un soldato sabaudo che dice di sì ai compiti con sollecitudine – si mostra deluso dalla decisione di Motta.
Come infatti dichiara al «Corriere della Sera», avrebbero desiderato dall’AIE «un apporto più propositivo. I cambiamenti di cui parla Motta e che alludono all’ingresso tra i soci di ministeri e di importanti istituti bancari, vanno nel senso del consolidamento e rafforzamento del progetto Salone». Per Cna Editoria Piemonte, che rappresenta oltre 2300 imprese ed era certa ci si sarebbe congedati dalle lacunose gestioni precedenti per aprirsi a una interlocuzione più stringente proprio con i piccoli editori si tratta «un segnale di crescente distacco» del Salone del Libro di Torino «dalla realtà editoriale». E aggiungono «abbiamo chiesto e richiesto di poterci confrontare con la nuova dirigenza della Fondazione – concludendo – ma ad oggi non vi è stata nessuna attenzione nei nostri confronti».
La decisione di Motta, al di là delle indiscrezioni che chiarirebbero un conflitto rispetto l’entrata massiccia di gruppi che marginalizzerebbero l’AIE all’interno delle scelte del cda, arriva in un momento particolarmente difficile per gli editori italiani che, proprio grazie all’AIE, si sono già misurati con i dati del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2015 e con i più recenti dati Istat sulla lettura per l’anno 2015. La sintesi va in una direzione di calo dei lettori, nonostante la proiezione dell’AIE apparisse più confortante di così e promettesse «cambiamento». Perché i dati andrebbero guardati con attenzione, nell’ultimo semestre del 2015 infatti «la decrescita» potrebbe addirittura azzerarsi. Nonostante i ripetuti segni negativi, soprattutto in capo alla lettura, vi sono segnali da leggersi in un mutamento in atto. Gli e-book crescono, crescono anche i piccolissimi editori (1190 che hanno pubblicato più di 10 titoli nel solo 2014, per esempio) ma i lettori calano.
Come leggere questo dato contraddittorio? Ginevra Bompiani, storica editrice per Nottetempo e attenta osservatrice del mercato editotoriale, si dice contenta, tuttavia lo sarebbe di più se invece di crescere solamente prosperassero anche. «Le due cose sono ben diverse, e con il calo dei lettori non vedo come potrebbero prosperare. Ciò che è auspicabile e importante è infatti che l’editoria possa lavorare con una buona qualità dei libri che pubblica, delle traduzioni, dei materiali che utilizza, delle professionalità insomma di cui ha bisogno; tutto ciò si affievolisce nei grandi gruppi editoriali fino quasi a scomparire; purtroppo c’è questo rischio anche nelle esperienze di editori molto piccoli, eroici e da sostenere però che fanno fatica in mezzo a molte difficoltà». E se i prezzi di copertina dei libri sono in leggero calo, Bompiani è altrettanto netta: «il contrario di una vittoria culturale, si rischia di andare incontro alla facilità che non aiuta la diffusione alla lettura eporta con sé una qualità scadente. Gli editori che praticano sconti, promozioni e in generale adottano questa politica di riduzione hanno drasticamente determinato la qualità scadente dei libri».
E se è vero che in questo scenario a precarizzarsi ulteriormente è anche la filiera delle professioni intorno al mondo del libro «vi sono già margini di guadagni esigui, figuriamoci quando il prezzo di copertina si riduce non si è a favore di nessuno, né della qualità, né di chi lavora, né della cultura in generale. E ancor meno i lettori. Nei libri come in qualasiasi altra cosa, la riduzione del prezzo è sempre a scapito di qualcosa. Ma nei libri la qualità è tutto». Le cose sembra vadano diversamente in Francia, racconta Bompiani, le proiezioni sono confortanti per la lettura in tutto il 2015 e anche il 2016 è cominciato positivamente. «Credo si tratti di una reazione alla paura, al tempo che stiamo vivendo che ci spinge alla riflessione e a stare più dentro casa. Non vorrei fosse così e sono sicura che nonostante le previsioni sconfortanti la lettura riprenderà anche in Italia con cifre importanti, perché in fondo è un po’ come diceva Anna Maria Ortese: leggere è come fare ritorno a casa e in un momento di spaesamento come questo forse è ciò che possiamo augurarci».
(il manifesto, 4 febbraio 2016)
di Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi e Bia Sarasini
“Una mano nera si allunga sotto le gambe inguainate in un collant bianco di Angela Merkel fino a toccarle il sesso; la parte superiore del suo corpo è ancora coperta da una delle sue ben note giacche colorate, ma ormai, questo vuole dire l’immagine, la regina è nuda, messa in scacco dall’intrusione molesta dell’uomo nero. È il disegno pubblicato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung a commento e sigla dei fatti di Colonia. Al sessismo degli “uomini neri” che la notte di Capodanno hanno molestato le “donne bianche”, gli “uomini bianchi” rispondono con lo stesso sessismo contro la loro cancelliera.
Risposta oscena ma, nel suo estremismo, veritiera. Che avesse ragione Michel Houellebecq, nel suo pur assai misogino Sottomissione? Gratta l’odio dei maschi europei verso gli invasori islamici, e ci troverai l’invidia. L’invidia per la sottomissione delle donne di cui gli invasori, al contrario degli invasi, possono ancora godere. Un’invidia esattamente speculare a quella degli invasori per la libertà sessuale femminile di cui possono disporre gli invasi, facilmente intuibile sotto quel “desiderio d’occidente” che ha spinto gli aggressori della notte di Colonia a mimare a modo loro, violentemente, l’allegro e alcolizzato godimento che impazza in quella come in tante altre città europee a capodanno.
Dall’11 settembre in poi, dovremmo averlo capito una volta per tutte dalla scenografia hollywoodiana di quei due aerei che infilzarono le torri gemelle e stuprarono Manhattan (anche allora, guarda caso, si ricorse alla metafora dello stupro), gli atti di violenza e di terrore che in occidente vengono interpretati come se provenissero dall’altro mondo sono intrisi di tracce, tecniche, usi e costumi che provengono dal nostro. Altro che il ritorno delle tribù che qualcuno ha voluto vedere in azione a Colonia: la “superiorità” dell’occidente è dura a morire, e se non fa più ordine nel mondo reale detta ancora legge nell’immaginario globale. Gli “altri” vi si specchiano, anche quando le fanno violenza.
Fatti
Nel gioco degli specchi i fantasmi, si sa, sono di casa. E forse è per questo che sulla piazza di Colonia hanno preso forma e consistenza molto più rapidamente dei fatti reali. Sui quali c’è ancora, un mese dopo, parecchia nebbia. Di che cos’è accaduto quella notte sappiamo l’essenziale, ma parecchi particolari non secondari non li conosciamo e probabilmente non li conosceremo mai.
Un branco di giovani uomini, forse cinquecento forse mille, “di aspetto arabo e nordafricano”, ubriachi e assembrati dentro la stazione, si è riversato a gruppi nella piazza del Duomo circondando, derubando, palpeggiando e molestando pesantemente un centinaio di donne bianche perlopiù tedesche, da sole o in coppia con un’amica o con un uomo o in gruppo, il tutto nella completa passività della polizia che è stata a guardare senza rendersi conto di quello che stava accadendo, e comunque incapace di impedirlo.
Le ricostruzioni, basate sulle testimonianze femminili e sui rapporti della polizia medesima, descrivono dettagliatamente le molestie e le ruberie subite dalle donne; alcune vittime raccontano di aver temuto di rimetterci la pelle. Restano però aperti molti buchi. Chi erano, da dove provenivano, come erano arrivati lì quegli uomini, e perché li si era lasciati riunire nella stazione? Se erano tutti “di aspetto arabo e nordafricano”, come mai tra i 31 fermati per aggressione e rapina figurano anche uno statunitense e tre tedeschi? Erano anche loro nordafricani trapiantati negli Stati Uniti e in Germania, o la loro presenza segnala che bisogna andarci piano con le identificazioni fatte sulla base del colore della pelle?
Tra quei 31 fermati, 19 sono richiedenti asilo, e di questi uno solo è sospettato di molestie; secondo una testimonianza raccolta dal New York Times, inoltre, quella notte una turista statunitense è stata salvata da un cordone di siriani richiedenti asilo; qualche giorno dopo alcune centinaia di rifugiati siriani hanno manifestato contro la violenza, il razzismo e il sessismo. Questi numeri giustificano la messa in stato d’accusa della politica sui rifugiati di Merkel?
Ancora. La polizia, pur in stato di allerta contro il rischio di attentati, si è rivelata del tutto impotente a contenere e disperdere il branco di aggressori, e ha taciuto l’accaduto per quattro giorni, come pure la tv pubblica tedesca. Questa impotenza e questo silenzio si devono a una pruderie “politicamente corretta” a favore dei migranti, come s’è urlato in Germania e in Italia? O piuttosto alla sottovalutazione della violenza sessuale in un paese dove una donna su tre dice di averla subita da uomini che per il 70 per cento non sono arabi ma tedeschi, e in cui la notte di capodanno, come durante l’Oktoberfest, si chiude un occhio di fronte a qualche palpatina?
Infine ma non ultimo: violenze analoghe si sono verificate in contemporanea, quella stessa notte, in altre città tedesche e in Svezia, in Finlandia e in Austria, e questo fa legittimamente sospettare che si sia trattato di una provocazione concertata – un sospetto che a un certo punto è diventato una certezza, sparata sui giornali in prima pagina in Germania e in Italia, per poi essere smentita il giorno dopo. Possibile che i potenti mezzi dell’intelligence tedesca ed europea non sappiano rispondere sì o no a questo sospetto, pure cruciale per valutare l’entità dell’accaduto? Di nuovo: minimizzano per fare un piacere alla politica d’integrazione di Merkel, come sostiene l’opinione di destra? O perché considerano l’accaduto bagatelles pour dames, com’è lecito supporre?
Fantasmi
Non avremo mai risposta a queste domande, per la ragione molto semplice che la notte di Colonia ha ottenuto l’effetto che doveva ottenere a prescindere dallo svolgimento dettagliato dei fatti. E l’effetto consiste in una rapida e potente mobilitazione dell’immaginario europeo, nonché di quello islamico, in materia di sesso e razza: due fattori che quando si intrecciano, e oggi sulla scena globale si presentano sempre intrecciati, sono capaci di produrre miscele esplosive.
Sul versante islamico, ci auguriamo che non faccia testo la convinzione dell’imam di Colonia che le donne, quella notte, le molestie se le sono cercate, coperte com’erano più di profumo che di abiti: ma certo le sue dichiarazioni “estreme” la dicono lunga sul regime del dicibile che autorizza quella che dovrebbe essere una guida spirituale a istituzionalizzare la segregazione femminile (e del resto, come scandalizzarci? Quante volte il “se l’è cercata” giustifica tuttora, da noi, la violenza sessuale?).
Sul lato occidentale, l’antico fantasma coloniale della mano nera che violenta la donna bianca, ben rappresentato dal disegno del Süddeutsche Zeitung, è tornato a materializzarsi, aggiornato, in un’Europa ossessionata da frontiere vacillanti, migrazioni incontenibili, calo della natalità, pericolo terrorista, declino economico, impotenza neoliberale, fallimento politico.
L’aggiornamento del fantasma coloniale significa, in questo quadro, il suo automatico reclutamento nel presunto “scontro di civiltà” in corso. L’uomo nero diventa l’islamico che inferiorizza le donne, proprie e altrui, e attraverso l’attacco alle donne bianche attacca l’intera civiltà occidentale, che invece le donne le ama, le emancipa, le libera, le tutela con i diritti, le presidia con i “suoi” uomini, pronti a scendere in campo a difesa delle “loro” donne.
Ne consegue l’arruolamento delle donne nella difesa della civiltà occidentale suddetta, con relativa messa all’indice delle disertrici: quelle che ad arruolarsi non ci stanno, quelle che sulla civiltà occidentale e sul suo amore per le donne nutrono qualche dubbio, quelle che la violenza contro le donne la vedono anche in occidente e non solo in Medio Oriente, quelle che sulla difesa dei “loro” uomini avanzano qualche sospetto, quelle che nei confronti delle donne musulmane non ergono il muro dei diritti conquistati o la montagna dei vestiti comprati agli ultimi saldi, ma lanciano il ponte di una tessitura comune della libertà femminile.
Noi femministe, in sostanza, iscritte d’ufficio al fronte nemico dell’ipocrisia “politicamente corretta” verso il fanatismo islamico. Salvo ritrovarsi poi, i nostri accusatori, con le statue del Campidoglio coperte in omaggio al presidente iraniano Rohani per decisione di stato o di governo.
Streghe
“Dove sono le femministe?”. Quando ancora le notizie da Colonia arrivavano goccia a goccia, è partita la caccia alle streghe. Trovato il colpevole numero uno, l’uomo nero, la grancassa mediatica, maschile e femminile, è partita alla ricerca della colpevole numero due, la femminista bianca. Rea di tacere, di nascondersi, di non condannare, di colludere con i migranti e con la sinistra che difende (difende?) i migranti, di rompere le scatole ai “suoi” uomini su qualunque quisquilia come fosse una barbarie e di chiudere gli occhi sulle nefandezze dei barbari “veri”.
Le femministe, nel frattempo, a Colonia erano già per strada, a manifestare contro il sessismo e contro il razzismo insieme. E ovunque, in Europa e fuori dell’Europa, erano all’opera per fare il contrario dei talk show e della stampa generalista: capire una situazione nuova e complicata e interpretarla non istericamente, due cose che l’isteria massmediatica non contempla.
E parlavano ovunque potessero, cioè fuori del circuito ufficiale dell’informazione che non le interpella in modo da poterle accusare di stare in silenzio, di essersi dileguate, di non esistere, di avere perso. Parlavano e dicevano quello che ovunque, a est a ovest, a nord e a sud, vanno dicendo dall’11 settembre in poi: che non si lasciano arruolare in nessuno scontro di civiltà per la buona ragione che le civiltà in questione sono entrambe marcate dal patriarcato, entrambe fratturate al loro interno dalla contraddizione fra i sessi ed entrambe segnate, positivamente, dal conflitto tra i sessi innescato dalle donne.
Ragion per cui la trave nell’occhio dell’altro non ci esime dal guardare la pagliuzza nel nostro. E l’orgoglio per le nostre conquiste di donne occidentali non ci esime dal riconoscere le battaglie di libertà delle donne non occidentali.
Monopòli
Non c’è il monopolio islamico della violenza e dell’inferiorizzazione femminile. E non c’è nemmeno il monopolio occidentale e democratico della libertà femminile.
Le molestie della notte di Colonia evocano a tutte noi situazioni molto familiari. Gli sguardi eccitati e fra loro complici degli uomini che tuttora si ritrovano da soli nei bar dei nostri paesi. I branchi di giovani maschi che molestano le studentesse, e talvolta le stuprano, nelle nostre scuole. Il senso di insicurezza e vulnerabilità che ci accompagna specialmente la notte per strada, come una seconda pelle. I racconti di stupri, violenze, femminicidi che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali. I fraintendimenti maschili sulla disponibilità sessuale femminile che riempiono la posta del cuore dei nostri settimanali.
Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale
Potremmo continuare ma non serve: la violenza di uomini contro le donne è, purtroppo, uno dei pochi esempi di comportamento universale che il mondo globale ancora conosce. E non diminuisce ma tende addirittura ad aumentare nei paesi dove l’emancipazione femminile è più consolidata. La hybris maschile non si ferma davanti ai diritti costituzionalmente garantiti, alla parità di genere, alla cittadinanza, all’attività lavorativa e al protagonismo politico delle donne: al contrario, sembra che se ne alimenti, forse perché ne ha paura.
Questo significa che non c’è nessuna parentela automatica, nessun rapporto di causa-effetto tra la civiltà occidentale e la libertà femminile. La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto tra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale.
Le democrazie contemporanee registrano a fatica questa conquista, traducendola e spesso tradendola nel linguaggio della parità e dei diritti. Ma tra la libertà femminile e gli ordinamenti occidentali resta aperta una tensione: la libertà femminile resta affidata in primo luogo alle donne stesse, alle loro lotte e alla loro autonomia. Men che meno è possibile identificare la libertà femminile con la libertà di mercato o con un non meglio precisato “stile di vita occidentale”, come l’ideologia neoliberale martellante ci invita a fare dalle colonne dei principali giornali italiani.
Vestirsi o andare al cinema e in discoteca a proprio piacimento sono certo cose piacevoli e irrinunciabili, ma possono sottintendere condizioni di dipendenza dal mercato, dal denaro, da canoni imposti, dallo sguardo altrui che hanno poco a fare con la libertà esistenziale e politica che abbiamo guadagnato con il femminismo. L’occidente non è l’Eden della libertà femminile: ed è solo assumendo questa posizione critica nei confronti della “nostra” civiltà che possiamo sporgerci su altri mondi, o sull’impatto di altri mondi con il nostro.
Differenze
Quando diciamo o scriviamo queste cose, alcune amiche ci rimproverano di usare il patriarcato come categoria universale indifferenziata, finendo col fare di ogni erba un fascio senza vedere che il patriarcato si intreccia con differenti sistemi di dominio, si cristallizza in differenti gradi di oppressione femminile e di sopraffazione maschile, domanda differenti strategie di lotta. Non è così. Siamo ben consapevoli, tristemente consapevoli, che oggi la radicalizzazione politico-religiosa peggiora la vita delle donne nei paesi islamici, legittimando su base ideologica il dominio maschile.
Siamo consapevoli che la violenza sulle donne è diventato per il gruppo Stato islamico e per Boko haram uno spietato carosello pubblicitario, che sulle donne di piazza Tahir si è scaricata la frustrazione maschile di una rivoluzione perdente, che in paesi come l’Afghanistan taliban le donne sono di nuovo costrette a una segregazione che sembrava essere stata superata. E sappiamo di essere inadeguate di fronte a questi come ad altri effetti delle guerre e del disordine mondiale di oggi, perché le guerre impediscono in radice quella pratica di relazione con l’altra che nella politica delle donne è irrinunciabile e che l’indignazione e gli attestati di solidarietà, per quanto urlati, non possono sostituire.
Né ci volevano i fatti di Colonia per realizzare – ohibò – che una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica
Sappiamo altrettanto bene che le migrazioni non risolvono ma moltiplicano il problema dei rapporti fra i sessi. Ci si attribuisce oggi l’onere della prova che per noi la difesa della libertà femminile viene prima del buonismo sulle politiche dell’accoglienza. Rimandiamo questa richiesta ai suoi mittenti. Non siamo state certo noi a parlare, per anni, di migranti e di rifugiati in modo neutro, come se la condizione di migranti o di rifugiati cancellasse la differenza sessuale. Non la cancella, e non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che l’accoglienza e la cosiddetta integrazione non sono due pranzi di gala. Non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che norme e consuetudini delle comunità straniere fanno quasi sempre a pugni con le nostre, che le difficoltà di integrazione spesso le irrigidiscono ulteriormente inasprendo la segregazione femminile al loro interno, che le donne sono sempre, in pace come in guerra, posta in gioco di uno scambio sociale che gli attriti culturali rendono arduo e talvolta impraticabile.
Né ci volevano i fatti di Colonia per realizzare – ohibò – che una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica. Laddove si creano ghetti di soli maschi, che siano islamici o no, il pericolo del branco è sempre in agguato. Laddove si organizzano e si tollerano tratte femminili, la prostituzione e il suo sfruttamento sono garantiti. E tuttavia, ci sarà pure da riflettere di fronte al fatto che è dal versante maschile dei migranti che emerge il problema di una minaccia violenta alla convivenza sociale.
Sono più uomini che donne a reagire aggressivamente all’urto dell’impatto con i paesi d’accoglienza. E sono più donne che uomini – si pensi alle migliaia di badanti che vivono e lavorano in Italia, o alle donne che lavorano nei centri d’accoglienza o nella mediazione culturale o nell’insegnamento delle lingue ai migranti – a occuparsi della cura della vita e delle relazioni fra mondi diversi, continuando l’opera femminile della civiltà che la violenza maschile nasconde e disfa.
Questa almeno è una buona notizia; e non è l’unica, se solo guardiamo a quello che sta accadendo considerando le donne come soggetti attivi, e non come oggetti passivi, del cambiamento in corso.
Cori noir
È bastata l’aggressione di una notte a Colonia e nelle altre città coinvolte per trascinarci in un baleno tutte, occidentali e nordafricane, nella casella delle vittime designate, pericolanti e perdenti del supposto “scontro di civiltà” in atto. Ma la vittimizzazione delle donne è una delle più frequenti strategie del loro addomesticamento: serve a nascondere e a deprimere la soggettività femminile e le pratiche sociali, politiche, artistiche in cui si esprime.
Ovunque oggi, in un quadro planetario attraversato da faglie, guerre e mutamenti inediti, le donne lottano per la propria libertà, ovunque aprono conflitti con l’altro sesso, ovunque escono dagli schemi imposti, ovunque tradiscono le ingiunzioni normative sulla loro esistenza, ovunque intrecciano relazioni con donne di cultura e provenienza diverse. Questo “ovunque” vale da mezzo secolo in qua, lo ricordiamo a quanti sui mezzi d’informazione ci danno per morte e per sconfitte ogni volta che possono, nelle democrazie occidentali. Ma vale oggi, in primo luogo, per il mondo musulmano.
Lo sappiamo da analiste competenti, che inascoltate ci spiegano le differenze, le articolazioni, le combinazioni tra legge religiosa e leggi statuali interne a quel mondo, e le connesse differenze nella condizione, nella soggettività e nella rivolta femminili. Lo sappiamo dalle migranti che incontriamo nella nostra quotidianità, dalle storie che ascoltiamo nei centri antiviolenza a cui le più sfortunate si rivolgono per trarne la forza di ribellarsi a un padre o a un marito o un fratello, dalle testimoni sopravvissute alle guerre, dalle protagoniste delle rivolte.
Lo sappiamo dai racconti delle scrittrici, dalle opere delle artiste, dai film delle registe, dal pensiero delle filosofe, dalle letture del Corano delle teologhe. E sappiamo anche che la strada della libertà delle donne musulmane non passa sempre né necessariamente per la loro occidentalizzazione, vale a dire per un’emancipazione laica, giuridicamente assistita dalla sintassi dei diritti e dalla retorica della parità, e tanto ribelle all’ingiunzione a velare il corpo femminile quanto obbediente all’opposta ingiunzione a scoprirlo.
Ci dissociamo perciò nettamente dal coro noir che ha accompagnato sui mezzi d’informazione italiani ed europei i fatti di Colonia. La voce delle donne, quando la si ascolta e non la si mette a tacere, racconta una realtà ben più articolata di quella di una regressione generalizzata al patriarcato tribale degli uomini ambrati e barbuti che dal Medio Oriente allunga la sua ombra minacciosa sulle donne europee. La diagnosi andrebbe piuttosto ribaltata.
C’è una generalizzata crisi del patriarcato che ovunque, a ovest e a est, a nord e a sud del mondo perde il credito femminile. Con buona pace delle fantasie alla Houellebecq, la sottomissione femminile non è più garantita né sotto le insegne dell’islam né sotto quelle cristiane o di altre religioni. E la libertà femminile non passa solo per le magnifiche sorti e progressive della democrazia laica.
Nel mondo globale la legge del padre, che nella modernità ha assicurato il suo supporto simbolico agli ordinamenti politici e statuali, non fa più ordine. In questo disordine si aprono molti varchi per atti di violenza maschile nostalgici e reazionari, ma se ne aprono altrettanti per costruire pratiche di libertà femminile e reti di relazione tra donne, che tradiscono l’appartenenza a questa o quella civiltà e ai rispettivi feticci e inventano forme inedite di politica basate sullo scambio, il conflitto e la mediazione tra esperienze, storie, radici, orizzonti di senso differenti.
Bocche velate
L’ascolto dell’altra e dell’altro, della sua esperienza e della sua storia, delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi traumi e delle sue risorse, è una condizione necessaria per ritessere la trama della civiltà in una direzione opposta allo scontro tra le civiltà. Non ci aiuta e anzi ci è di ostacolo, in questo, il frastuono della macchina mediatica italiana, tutta programmata non per ascoltare ma per urlare.
Abbiamo già detto della caccia alla strega femminista che è scattata subito dopo i fatti di Colonia, una strega accusata, senza essere interpellata, di silenzio colpevole, di connivenza con l’ipocrisia favorevole ai migranti politicamente corretta, di usare due pesi e due misure contro gli uomini di casa sua e contro gli stranieri. Ma non è un problema che nasce a Colonia: questo schema si ripete, insopportabilmente uguale, a ridosso di qualunque evento che chiami in causa le relazioni tra i sessi. La molla che scatta è sempre la stessa, il tentativo di liquidare il femminismo e le femministe decretando che hanno perso e distorcendone o sminuendone le posizioni.
La futilità programmatica che non da oggi caratterizza buona parte del giornalismo italiano si fa, quando c’è di mezzo il femminismo, più approssimativa e grossolana. Come se parlando di donne tutto fosse lecito, come se la cronaca non avesse precedenti, come se la parola femminile non contasse niente, come se le posizioni politiche e culturali femministe non avessero il diritto alla distinzione, all’analisi, alla discussione che si riserva alla chiacchiera maschile: e soprattutto come se non esistessero nella loro autonomia, ma solo come appendici subalterne della sinistra e della destra, o comunque di schieramenti e conflitti disegnati altrove.
Un immaginario misogino, maschile e femminile, prende così il posto dell’analisi della realtà. E la delegittimazione del femminismo diventa una posta in gioco, nient’affatto secondaria, di qualunque “guerra culturale”: accompagnata, va da sé, dalla promessa che ci penseranno i “nostri” uomini, d’ora in poi, a difenderci da quello che non siamo in grado di contrastare noi.
Questa prassi corrente dei mezzi d’informazione mainstream non è meno violenta delle mani maschili che si sono infilate sotto i vestiti delle donne la notte di Colonia. E dice, torna a dire, che ogni qual volta è sotto attacco il corpo femminile, è la parola femminile il vero obiettivo, la vera minaccia, il target da abbattere: qui, nell’occidente della libertà di espressione, non lì, nel Medio Oriente delle bocche velate. Abbiamo scritto questo testo per mostrare che quella parola è viva e non si lascia silenziare.
“La redazione del sito ha corretto due errori gravi del testo originale”
di Virginia Piccolillo
Panzani e le lodi alla sentenza sull’adozione lesbica: la legge serve, ma noi possiamo già intervenire
ROMA Luciano Panzani lei, da presidente della Corte d’Appello di Roma, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, ha lodato come «bella ed equilibrata» una sentenza che consentiva ad una donna di adottare la figlia della partner. Perché?
«Perché era una sentenza ben fatta, ben motivata e non sposava tesi». Nemmeno la tesi di chi chiede la «stepchild adoption», contenuta nel ddl Cirinnà in discussione?
«Noi valutiamo il caso concreto. Questo riguardava la madre naturale e l’istanza della compagna che aveva con la bambina una relazione affettiva. La Corte ha ritenuto che, nell’interesse del minore, potesse essere data risposta positiva. Ma secondo una possibilità che, in casi particolari, già oggi c’è». Il caso dell’adozione del figlio del partner dello stesso sesso, però, è proprio quello di cui si discute. Questa sentenza sembra dare un via libera alla legge. È così?
«No, nella motivazione c’è proprio scritto che la sentenza non si pone il problema di carattere generale che deve risolvere il legislatore. E che la legge consente l’adozione del minore se non è in stato di abbandono, quando c’è un rapporto affettivo, e nell’interesse psicofisico dei figli, senza che ciò possa significare riconoscimento di una bigenitorialità». Citandola alla vigilia del dibattito ha voluto supportare le richieste delle coppie lesbiche?
«No, no. È una coincidenza, la relazione l’ho scritta tempo fa. E citavo la sentenza per dire che i giudici hanno un grande carico non solo quantitativo, ma anche qualitativo. Ho detto che la scelta della bigenitorialità spetta al Parlamento. Noi applichiamo la legge. Ma quando arriva un caso dobbiamo decidere». La sentenza apre la via all’adozione di bimbi nati da un «utero in affitto»?
«Non c’entra nulla. La norma si applica nel caso in cui uno sia il genitore naturale». C’è chi teme, o spera, che la legge porti in quella direzione. Poi due partner maschi potrebbero programmare la maternità surrogata sicuri di poter adottare il bambino nato.
« Lo vedo molto complesso e poco opportuno. C’è stato un corto circuito mentale, su questo tema, da entrambe le parti. Prima viene l’interesse del minore e poi il desiderio di paternità. È brutale, ma bisogna dirlo… Non si può arrivare a ordinare un bambino, come si va a comprare un cucciolo». C’è chi rivendica famiglie stabili e felici nate così.
« Certo. E a distanza di tempo, e in presenza di un rapporto stabile, meglio lasciare lì i bambini. Ma nella nostra legislazione non si può disporre né della donna, né del piccolo». E se la donna acconsente?
«Anche se stipula un contratto commerciale il figlio è suo. Ha il diritto di abortire. O di ripensarci. E il bambino ha il diritto ad avere una madre e, se abbandonato, ad un affido e poi all’adozione. Per scegliere la soluzione migliore per lui». La soluzione migliore prevede sessi diversi?
«Oggi è così. Si pensa all’identificazione che i bambini hanno un po’ con l’uno un po’ con l’altro. Ma anche se domani si decidesse diversamente non verrebbe tolto l’ostacolo all’utero in affitto. Mancano le garanzie: an che le adozioni internazionali quando c’è il sospetto di operazioni commerciali vengono bloccate. Se si pensasse di arrivare con il neonato della mamma surrogata il bimbo potrebbe essere bloccato o dato in affido».
di Redazione
A Lampedusa sbarcano i terroristi dell’Isis, parola di ministro francese. E il sindaco dell’isola va su tutte le furie: “Sono molto arrabbiata, anzi sono arrabbiatissima. Il ministro francese ha detto una sciocchezza sul rischio Isis a Lampedusa. Scriverò al Presidente del Consiglio Renzi per chiedere che lui tuteli il buon nome della nostra isola. Non è possibile che ogni volta che bisogna lanciare un allarme, si debba parlare di Lampedusa, quando finora Lampedusa è stata simbolo di ben altro, cioè di un grande lavoro di soccorso e accoglienza”.
Lo ha detto all’Adnkronos Giusi Nicolini, commentando le parole del ministro della Difesa francese, Jaean-Yves Le Drian, secondo cui “i miliziani dell’Isis si possono nascondere tra i migranti che viaggiano dalla Libia a Lampedusa”, il che rappresenterebbe un “grande rischio” per l’Europa. Le Drian, in un’intervista ieri ha sottolineato che Lampedusa è a 350 chilometri dalle coste della Libia, osservando che “quando sul Mediterraneo c’è bel tempo, c’è il rischio che (i miliziani dell’Isis) possano fare la traversata, mescolandosi ai migranti. E’ un grande rischio”.
“Quello che dice il ministro della Difesa francese è privo di fondamento – dice Nicolini – non tiene assolutamente conto dei dati e mi fa impressione che uno statista europeo di questa levatura non sappia che dei 150.000 migranti arrivati nel 2015 via mare , solo 20 mila profughi sono stati portati a Lampedusa, gli altri 130 mila sono stati portati sulle coste siciliane. Non capisco perché il pericolo dovrebbe essere Lampedusa”.
“Inoltre, vorrei ricordare al ministro francese – dice Nicolini, che proprio di recente è stata insignita del premio Simone De Beauvoir in Francia – che gli autori dei più recenti attentati terroristici a Parigi sono cittadini francesi e non provenienti da Lampedusa. Noi da più di venti anni ci occupiamo di accoglienza e posso assicurare che sui barconi arriva solo gente disperata. Solo un disperato prende la barca sapendo che può morire ustionato o annegato o addirittura ammazzato. Solo uno stupido potrebbe restare, inoltre, intrappolato a Lampedusa. Ecco perché dico che mi sembra una grande sciocchezza ciò che dice il ministro. C’è stata leggerezza nel dire quelle frasi. E questo farà pagare, per l’ennesima volta, un prezzo molto alto all’isola, in termini di turismo”.
“Noi siamo un esempio di come l’accoglienza può convivere con il turismo – aggiunge Giusi Nicolini – I profughi arrivati qui non hanno mai torto un capello a nessuno. Le parole del ministro servono solo ai fini propagandistici sul piano internazionale. Leggo la cattiva volontà di andare a bombardare la Libia, chiamando in causa l’Italia come responsabile del pericolo Isis. Il ministro francese deve sapere che la maggioranza delle persone che scapano dal corno d’africa scappano proprio dall’Isis”.
“Poi, non è mica la scoperta dell’acqua calda la nostra vicinanza alla Libia. Noi siamo sempre stati vicini alla Libia, pure quando è arrivato il missile da Gheddafi. Il ministro francese ha detto una grande sciocchezza, lo ribadisco”, dice ancora il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini. Che se la prende soprattutto con alcuni quotidiani che titolano “L’Isis sbarca a Lampedusa”. “Questo è killeraggio bello e buono – si sfoga – Il ministro non ha mai detto che l’Isis “sbarca a Lampedusa”. “Tutto questo è fuorviante – dice ancora il sindaco delle Pelagie – Non possiamo essere ancora noi a pagare un prezzo così alto”. E dopo le parole del ministro francese, ha annunciato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Sì, dice, perché io pretendo che il Governo deve tutelare Lampedusa. Mi aspetto che ci sia una risposta da parte del governo Renzi, non possiamo essere trattati così”.
E chiude invitando il ministro della Difesa Le Drian “a venire a Lampedusa”. “Fa confusione con i numeri – dice – forse è convinto che passano tutti da Lampedusa, ma non è così. Dopo Mare nostrum, gran parte dei profughi viene portata in altri porti. Lampedusa non potrebbe sopportare questi numeri. Il ministro venga qui a vedere quello che facciamo e vedrà con i suoi occhi come si lavora. Così vedrà con i suoi occhi questi profughi feroci e terroristi che sbarcano qui.
(http://www.nelpaese.it, 1 febbraio 2016)
François Hollande ha preso la sua decisione: ha concesso la grazia a Jacqueline Sauvage.
La donna, divenuta in Francia simbolo delle violenze contro le donne, uccise il marito che l’aveva brutalizzata in ogni modo per 47 anni.
La sera del 10 settembre 2012, Norbert Marot ritornò a casa, nella villetta a La Selle-sur-Le-Bied, un borgo in piena campagna, a un’ora di macchina da Parigi. Jacqueline si era imbottita di sonniferi e chiusa in camera. L’uomo sfondò la porta, la svegliò, la tirò per i capelli e la picchiò come faceva sempre. Poi le gridò di andare a cucinare la minestra. L’uomo uscì sul terrazzo a bere del whisky, Jacqueline arrivò da dietro con un fucile da caccia e gli sparò. In seguito, la chiamata ai pompieri e al figlio Pascal, che proprio quel giorno aveva litigato per l’ennesima volta con il padre. Quella sera, però, Pascal non rispose al telefono. Solo poche ore più tardi, quando era già nelle mani della polizia, Jacqueline seppe che Pascal si era impiccato, nelle stesse ore in cui lei aveva ucciso Norbert.
Lo scorso 3 dicembre, la Corte d’appello aveva confermato la sua condanna a dieci anni di reclusione . Da quel momento, è partita un’ondata di solidarietà ed una petizione che chiedeva di liberarla immediatamente aveva raccolto in pochissimo tempo più di 400.000 firme.
Rapite da gioia infinita Sylvie, Carole e Fabienne, le tre figlie di Jacqueline, violentate fin da quando erano bambine da quel padre orco.
Jacqueline ha trovato il sostegno di tante persone comuni, ma anche di personaggi dello spettacolo e politici di ogni partito: da Anne Hidalgo, sindaco socialista di Parigi, fino a Nathalie Kosciusko-Morizet, deputata dei Repubblicani.
Hollande, per non annullare completamente la sentenza della giustizia ordinaria, ha concesso una “grazia parziale” che consente comunque di presentare immediatamente una richiesta di liberazione condizionata.
In concreto, Jacqueline Sauvage potrà lasciare il carcere dalla metà di aprile.
(www.scenacriminis.com, 1 febbraio 2016)
Link all’articolo di Elena Stancanelli su D (Repubblica)
In questi giorni di discussione sul disegno di legge che istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso, mi è capitato di ascoltare per radio l’intervista a una simpatica bambina, figlia, con tre fratelli, di una «famiglia lesbica», che dopo allegre battute a un certo punto ha detto: «C’è bisogno della legge perché se la mamma S. muore, ci mandano all’orfanotrofio e noi non vogliamo andare all’orfanotrofio». Non è la prima volta che sento questo argomento a sostegno della legge, ma è la prima volta da una bambina e direttamente interessata. Mi auguro che chi le ha detto questa cosa sbagliata l’abbia fatto con ignoranza e non con sadismo, perché la legge sull’adozione attualmente in vigore (l. 184/1983, Diritto del minore a una famiglia) prevede espressamente (art. 44 c.1 a) che quando il minore sia orfano di padre e di madre possa essere adottato da persone unite al minore da preesistente rapporto stabile e duraturo, e in questi casi l’adozione è consentita anche a chi non è coniugato. Tant’è vero che non è questo il punto della legge sull’adozione che il ddl sulle unioni civili vuole modificare, ma il successivo (art. 44 c.1 b), per estendere alla “parte dell’unione civile” la possibilità che ha il coniuge di adottare i figli dell’altro coniuge. Quindi il pericolo dell’orfanotrofio non sussiste e la crudeltà di far soffrire creature piccole non può essere giustificata dallo scopo di spingere emotivamente verso l’approvazione di una legge necessaria. Detto questo – che vale in generale – io mi domando se non sarebbe un buon argomento a favore di questa nuova norma ricordare che secondo l’ordinamento vigente, come abbiamo visto, in caso di morte della madre “ufficiale” l’altra può adottare le creature. Ricordarlo per andare più avanti, per dire: perché aspettare la morte? Non sarebbe meglio permettere l’adozione quando sono ancora vive entrambe le mamme?
E dato che i bambini li fanno le donne, mi domando se non si potrebbe andare ancora più avanti rispetto a questo ddl che non fa la differenza. Non so come precisamente, ma ci sono autorevoli giuriste (SIlvia Niccolai) che sostengono che anche in Italia si possono trovare per le coppie di donne ipotesi interpretative che permettano di riconoscere-adottare la creatura della compagna, come avviene già in altri paesi, senza bisogno di modifiche legislative in tema di unioni omosessuali.
(www.libreriadelledonne.it, 29 gennaio 2016)
Intervista. Un incontro con la scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm, ospite a Forlì del 900 Fest, festival europeo di storia del Novecento. Il suo libro sul lager nazista per sole donne, «Il cielo sopra l’inferno», è uscito per Newton Compton
Donne polacche nel campo di Ravensbruck
di Linda Chiaramonte
È stato l’orrore nazista declinato al femminile, Ravensbruck, il campo di concentramento per sole donne, aperto nel maggio 1939 a nord di Berlino. Vi venivano rinchiuse e torturate donne definite asociali: senza fissa dimora, malate di mente, disabili, testimoni di Geova, oppositrici politiche, attiviste della resistenza, comuniste, zingare, lesbiche, vagabonde, prostitute, mendicanti, ladre, e, solo in minima parte, ebree. Donne considerate di razza inferiore e reiette che andavano corrette, punite ed estirpate dalla società per evitare che contagiassero gli ariani. Una struttura voluta da Himmler e da cui in sei anni transitarono circa 130mila prigioniere, provenienti da più di venti paesi europei. Si stima che le vittime furono fra le trenta e le novantamila donne, un dato incerto per la scarsa documentazione rimasta dopo che le carte furono distrutte per insabbiare i crimini compiuti alla vigilia della liberazione. Nel campo le donne subirono sevizie, esperimenti medici, torture, sterilizzazioni e aborti, esecuzioni sommarie oltre a ritmi estenuanti di lavori forzati. Dal campo di Malchow, un sottocampo di Ravensbruck, fu liberata nel ’45 l’italiana Liliana Segre.
La storia dell’unico campo di concentramento femminile, rimasta per molti anni nell’ombra, è al centro del libro Il cielo sopra l’inferno (titolo originale If this is a Woman, parafrasando Primo Levi) della giornalista inglese Sarah Helm, da poco uscito in Italia, edito da Newton Compton. L’autrice è stata ospite a Forlì del 900 Fest, festival europeo di storia del Novecento, sul tema delle donne nei totalitarismi.
Perché ha deciso di raccontare la storia di Ravensbruck?
Avevo già scritto di Vera Atkins, straordinaria ebrea tedesca che lavorava per l’intelligence britannica a un’operazione segreta voluta da Churchill, reclutando e addestrando donne a paracadutarsi in Francia per aiutare la resistenza. Dopo la cattura, le agenti non tornarono più e non furono mai cercate. Atkins seguì le loro tracce, queste la portarono a Ravensbruck, dove molte erano state rinchiuse. Raccolse molte testimonianze e il processo per crimini di guerra perpetrati nel campo fu istruito dalle autorità britanniche grazie alle sue ricerche.
Che attualità assume oggi questo racconto a distanza di settant’anni?
Le testimonianze, le sofferenze e il coraggio di quelle donne sono centrali. È una storia rimasta ai margini dei margini. Si è trattato di un crimine contro l’umanità. Le donne furono torturate, fatte soffrire in maniera inaudita, separate dai bambini che videro morire sotto ai loro occhi. Fu compiuta una sterilizzazione di massa, oltre ad aborti atroci. A Ravensbruck i nazisti praticarono il controllo della riproduzione, fu un laboratorio per applicare sui loro corpi vari metodi e studiare come reagivano ai trattamenti. Le vittime praticarono sistemi di sopravvivenza estremi e uno straordinario coraggio. Si realizzarono forme di solidarietà da parte delle dottoresse del campo e di piccoli gruppi di sostegno a chi aveva perso i familiari. Si creò un’anomala forma di società. Le guardie erano donne, altro aspetto non trascurabile, i crimini quindi erano commessi da donne sulle donne. Aver marginalizzato la storia di Ravensbruck ha significato accantonare questa crudeltà. La più terribile storia di orrore fu applicata nella stanza dei bambini. Le Ss cercarono di prevenire ed evitarne la nascita: volevano far estinguere le razze considerate inferiori, ma verso la fine della guerra, nel 1944, le prigioniere in stato di gravidanza raggiunsero numeri tali che la situazione sfuggì al controllo e non si riuscì più a praticare in tempo la sterilizzazione né l’aborto. Si permise di far nascere i bambini nella consapevolezza che sarebbero morti. Difficile immaginare qualcosa di più crudele: permettere alle donne di dare alla luce i loro piccoli per vederli morire di stenti. A Ravensbruck questa è forse stata una delle più orribili azioni di crudeltà nazista che era assolutamente necessario ricordare.
Cosa rende atrocemente speciale e diverso dagli altri il campo nazista di Ravensbruck?
La capacità delle donne di resistere e combattere contro quello che stava accadendo. Sopravvivere. È una storia di coraggio, determinazione e volontà. Le giovani studentesse polacche di Lublino, ad esempio, arrivate nel 1941, e scelte per gli esperimenti medici. I conigli, come furono soprannominate per la loro andatura zoppicante, subirono atroci esperimenti alle gambe. Himmler chiese ai dottori di ricreare le condizioni dei campi di battaglia, le ragazze furono mutilate e infettate con la gangrena gassosa per testare i farmaci che potevano essere efficaci per i soldati. Le testimonianze degli esperimenti sono dettagliate. Una giovane polacca volle far sapere al mondo quello che stava accadendo grazie alla scrittura con un inchiostro invisibile usato a margine delle lettere indirizzate alla famiglia. Le missive raggiunsero i parenti, in particolare una madre a capo di un gruppo di resistenza a Lublino che mandò le informazioni alla Svezia che le girò a Londra che, a sua volta, le inviò al comitato internazionale della croce rossa svizzera, che tuttavia le ignorò. Questo ebbe conseguenze terribili. Dopo la fuga di notizie però nel campo fu deciso di ridurre gli esperimenti.
Il racconto delle efferatezze compiute ai Ravensbruck ha insegnato qualcosa alle generazioni future?
Vorrei rispondere di sì, ma non posso. Molte delle donne intervistate non avevano mai parlato prima. Pensarono che la loro testimonianza fosse necessaria per impedire che la barbarie si ripetessero, ma non è stato così. Le convenzioni di Ginevra per la protezione dei civili sono continuamente ignorate. Basti guardare a cosa accade in Siria, nessuno si sta impegnando per proteggere la popolazione, lo stesso è avvenuto con i bombardamenti a Gaza l’estate scorsa. La mia impressione è che si stia regredendo e non si sia imparato nulla da ciò che è successo in passato.
Nel campo finirono donne considerate arbitrariamente pericolose, deboli, reiette. Questo fa pensare che nessuna possa dirsi mai al sicuro…
È vero, chiunque potrebbe finire in un campo come quello. Il regime nazista arrestava donne di ogni estrazione, origine, nazionalità e colore. C’erano contesse francesi, senza fissa dimora, prostitute, esponenti della resistenza, donne dell’armata rossa, infermiere. Molte scrittrici, giornaliste, artiste, come Milena Jesenskà, intellettuale ceca che fu amante di Kafka. Oggi non viviamo sotto la minaccia nazista, ma bisogna mantenere alta l’attenzione. Vivere in una democrazia, avere libertà di espressione, non mette al riparo da derive pericolose, come non si può ignorare ciò che ci accade intorno. La realizzazione del libro è stato un processo lungo e lento, come mettere insieme diversi tasselli di un puzzle. Convivere con una storia così terribile per tanto tempo è stato possibile grazie agli incontri con persone che mi sono state di grande ispirazione. Come le donne dell’Armata rossa, impegnate per difendere la Crimea poi tradite da Stalin, catturate, portate a Ravensbruck e dimenticate. Sono rimaste unite, guidate da Eugenia Klemm, un’insegnante di storia di Odessa, che le ha aiutate a sopravvivere. Tornate in Urss sono state di nuovo rinchiuse perché accusate di collaborazionismo con il regime nazista, mandate in Siberia o uccise e perseguitate. La loro storia è rimasta sepolta finché non ne ho rintracciate alcune, felici di raccontarmi quello che avevano vissuto. Per il prossimo libro, fra i vari progetti, vorrei invece occuparmi di Gaza.
La redazione del sito della libreria delle donne suggesisce anche il libro di Daniela Padoan “Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz” (Bompiani 2004) riporta tre conversazioni con Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi – italiane deportate ad Auschwitz e prigioniere nel campo femminile di Birkenau nel 1944.
(Manifesto 22/10/2015)
di Iole Natoli
In un incontro interessante e segnato da qualche contrasto di parte svoltosi il 26 gennaio alla Libreria delle Donne di Milano, nell’affrontare il tema dell’”utero in affitto” o “gravidanza per altri”, le relatrici e la maggior parte dell’uditorio hanno posto l’accento sul valore fondante sul piano personale e sociale della relazione materna, quella che per la specie umana, non diversamente dalle altre specie animali, si stabilisce tra la donna gravida e il suo futuro bambino e che non cessa con la nascita di questi, ma si protrae e si arricchisce nel tempo costituendo e costruendo l’unica identità soggettiva di cui il nato o la nata possono disporre nei primi loro mesi di vita.
Sulla espropriazione della maternità come desiderio costante del patriarcato si sono soffermate Marina Terragni, Daniela Danna e Luisa Muraro, con accentuazioni personali su taluni aspetti che vale qui la pena di riassumere.
Il fatto che alla produzione di “bimbi contrattati” [il riferimento è al testo Contract Children di Daniela Danna (link)] siano giunti abbastanza recentemente anche i gay ha finito col mascherare un dato di base, che cioè i maschi umani si sono incamminati da tempo sulla via dell’esclusione programmata della madre attraverso la parcellizzazione del corpo della donna, come dimostra l’esistenza di padri eterosessuali che hanno voluto avere figli ricorrendo a una pratica di cosiddetta surrogacy, ovvero a una donna “gravida per altri”.
Si vuol equiparare una GPA (Gravidanza Per Altri) a un “lavoro”. Bene, ha rilevato polemicamente Daniela Danna, questo allora è l’unico lavoro atipico che esista, nel quale non è previsto un minimo sindacale retributivo, né una pausa o un periodo di ferie, dato che si svolge per nove mesi senza interruzioni d’alcun tipo.
Gravidanza, si è fatto notare, che inizia a suon di bombardamenti ormonali, prevede una manovra di impianto in utero, progredisce con cariche di ormoni a tutto spiano, si conclude con un parto il più delle volte cesareo, dato che a quanto pare queste gestanti preferiscono non vedere assolutamente il bambino/a in questione (o vengono costrette a non vederlo, per evitare che, una volta riconosciutolo visivamente, possano non volerlo più “consegnare”).
Pratiche spesso orrende ed alienanti, che qualche donna accetta di subire spinta il più delle volte da un bisogno economico più o meno grave, o per effetto di una propaganda massiccia, che nasconde la realtà sotto una facilità immaginaria ammantandola del valore mistificante del “dono”, benché poi il corrispettivo economico che viene dato alla “donatrice” sveli il carattere reale di acquisto che questa transazione ha e mantiene e giustifichi di gran lunga la dizione “utero in affitto”, che tanto spiace a coloro che vi ricorrono.
Le condizioni di prevaricazione spesso atroce cui sono sottoposte queste donne in alcune parti del mondo, ovvero nei paesi più poveri, rischiano di distrarre però dal punto centrale, dal riconoscere ciò che si vuol frantumare e dal comprendere da cosa abbia origine il delirio maschile di voler “espropriare” la donna da sé a tutti i costi riducendola al “forno” aristotelico, sottolinea Luisa Muraro. La relazione materna è un bene e come tale va custodita, ricorda.
Necessita rilevare però qualcos’altro. A ricorrere alle GPA molto più degli uomini single, etero o omosessuali, sono le COPPIE coniugate, ovvero il duo uomo-donna, in cui la donna accetta di utilizzare l’altra donna, perché non coglie il senso di ciò che in realtà sta facendo: spezzettare l’io di quell’altra inducendole una dissociazione mente-corpo.
Il corpo è mio ma l’utero non lo è, questo organo che credevo mio è invece a disposizione di chi mi paga, serve a confezionare un essere che non mi conoscerà nemmeno o con cui avrò rapporti puramente formali, quasi sempre a distanza, io non sono una persona ma un mezzo, uno strumento per la realizzazione di desideri altrui. Io sono cosa.
Perché una donna fa questo a un’altra donna? Perché rende se stessa una donna-padre, ovvero una semplice donatrice di gamete, pretendendo però di essere madre tanto da nascondere quasi sempre alla figlia o al figlio in quale modo è stato generato?
A questa domanda io rispondo con qualche altra domanda. Come mai solo abbastanza di recente nel mondo le donne hanno cominciato a notare che la patronimia era una strategia d’occultamento simbolico della generatività femminile? Come mai in molti Paesi le donne continuano a collegarsi ai loro figli (e i figli alle loro madri) solo attraverso il cognome del marito, tanto da continuare a prenderlo in quei paesi dove la legislazione prevede che si possa anche a fare il contrario (che cioè il cognome di famiglia sia quello femminile e non quello maschile)? Come mai in Italia si è voluto approvare alla Camera un DDL sul cognome che volutamente ignorasse il concetto di prossimità neonatale, da me espresso in più petizioni (link ved. art. 4) e altri scritti e presente anche nella sostanza, benché non nella sua formulazione concettuale, in altre proposte legislative obbligate a cedere il passo a un DDL livellatore concordato?
Detto in altre parole: bisognava proprio che si arrivasse all’UteroInAffitto o GPA, affinché le donne toccassero con mano cosa si nascondeva in quella pratica di volontario occultamento simbolico della generatività femminile e dunque del valore intrinseco e inalienabile della maternità?
Torniamo adesso alla deflagrazione attuale. Cominciamo col dire alla Chiesa che ha la sua buona parte di responsabilità in tutto questo. A furia di predicare in tutti i modi che la famiglia naturale (“voluta da Dio”) è quella dell’uomo con la donna e non casomai l’inverso e cioè della donna con l’uomo ha fornito una doppia copertura, ha steso un doppio velo sulla realtà.
Come ho scritto altrove, “in natura e nelle formazioni sociali più antiche, la famiglia è solamente l’aggregazione delle donna coi suoi figli e dei figli con la madre. In natura e nelle formazioni sociali più antiche i figli sono frutto di unioni casuali o comunque mutevoli e ciò non altera gli equilibri familiari, proprio perché la famiglia è data da chi genera e porta alla luce e da chi è generato ed è portato alla luce. Conseguentemente Donna + Figli e STOP.
Dunque la Chiesa cominci col riconoscere che la famiglia naturale è innanzitutto questa: DONNA COI SUOI FIGLI <–> FIGLI CON LA LORO MADRE. Se poi vogliamo estendere il concetto di natura a quello di continuità o trasmissione genetica, allora possiamo considerare “naturale” anche la famiglia della Donna + Uomo + Figli, ma solo se e finché questa famiglia non si complichi a causa di divorzi e nuove unioni, dato che per mantenere intatto il concetto dovremmo creare un harem all’inverso, ovvero Madre + Padri + Figli. Un po’ scomodo per le donne, a ben vedere. E nemmeno gradito alla Chiesa che non a caso ha preteso l’indissolubilità del matrimonio, allo scopo di tener ferma la sua inversione del dato di natura, sostituendo alla Madre il Padre e dando luogo a tutte le ripercussioni a catena di questa infelicissima impostura.
Lasciamo però da parte il Vaticano e torniamo all’aspetto civile del problema.
Che fare, dinanzi al dilagare dell’UteroInAffitto o GPA nel mondo? Che fare dinanzi al fatto che nel nostro stesso Stato che non l’ammette può avere luogo ugualmente tramite accordo tra una gestante per altri e un committente, che riconosca come suo un bambino nato da donna che non vuole essere nominata?
Ho cercato di esaminare il “che fare?” in due articoli precedenti, che individuano non la soluzione migliore in assoluto (che sarebbe riuscire ad abolirla dovunque) e nemmeno una soluzione non suscettibile di ragionate modifiche ma solamente una bozza, una traccia su cui lavorare.
Sostanzialmente la proposta prevede un accordo mondiale di “doppio binario”: ovvero l’individuazione di una legge sulla GPA molto restrittiva, che tuteli le garanzie della relazione donna < –> bambino/a da essa statuite e che preveda per ogni singolo Stato la libertà di vietare la pratica, se considerata non rispondente all’impianto giuridico di esso.
[…]
(www.femminismi-confronto-work.blogspot.it, 28 gennaio 2016)
29 – 31 gennaio 2016 – BOLOGNA
Manto, Moreschini, Muzi, Pergola. 29 gennaio ore 18.
In occasione dell’art week bolognese inaugura presso gli spazi dello Studio Legale Commerciale in Via Clavature 22 a Bologna il progetto ARTWORLDS. Visioni, divisioni, condivisioni a cura di Raffaele Quattrone e Wunderkammer, a partire dal 29 gennaio alle ore 18.
In occasione dell’art week bolognese inaugura presso gli spazi dello Studio Legale Commerciale in Via Clavature 22 a Bologna il progetto ARTWORLDS. Visioni, divisioni, condivisioni a cura di Raffaele Quattrone e Wunderkammer, a partire dal 29 gennaio alle ore 18.
Concettualmente ispirato al libro “art worlds” del famoso sociologo americano Howard S. Becker basato sulla visione interazionista del mondo dell’arte, con accento sull’interdipendenza e sulle interazioni effettive tra i soggetti che si muovono ed agiscono all’interno del mondo dell’arte “condividendo” una sorta di abc, di linguaggio che permette loro di comprendere e comprendersi, il progetto include opere di Dacia Manto, Alessandro Moreschini, Sabrina Muzi, Chiara Pergola.
Nel video AsterinaDacia Manto indaga spazi marginali, territori sfuggevoli dove la natura riprende il sopravvento, dove crescere liberi, senza controlli. E’ un paesaggio in trasformazione, un organismo in crescita lenta e incontrollata. Il disegno sovrappone le sue trame alle trame vegetali, animali e minerali, strato su strato, in una visione caleidoscopica e mutevole. In Drawings from Asterina i disegni, tra luci, ombre e strati di grafite restituiscono visioni parziali e ambigue dei protagonisti più nascosti del video: insetti, falene, muschi, licheni che sembrano avere vita propria sui fogli , ma che sono indissolubilmente legati uno all’altro. La natura come luogo di trasformazione continua ed adattamento. Luogo di vita e morte, luce e ombra, generazione e rigenerazione. Un’installazione dove cultura e natura dialogano in modo sincero e paritetico.
Alessandro Moreschini ha una distintiva vivacità creativa anche nelle composizioni in bianco e nero. Ne è un esempio Flusso Vitale che richiama il movimento tipico di un ingranaggio composto da elementi circolari. Il centro della composizione dell’opera è occupato da un elemento tridimensionale che fuoriesce dalla superficie bidimensionale del quadro per cercare lo sguardo dell’osservatore quasi a captarne il “flusso vitale” che poi muove la composizione. In Amarsi è così inutile la scacchiera e le pedine del classico gioco degli scacchi sono ricoperte da biomorfismi decorativi che come una fitta vegetazione kitsch dialogano con la simbologia del gioco legata all’esistenza stessa: un campo d’azione delle forze divine (la scacchiera nella cultura persiana e araba dalle quali il gioco proviene, corrisponde infatti al tracciato fondamentale di un tempio o di una città). Completa l’allestimento l’opera Possibili accadimenti futuri.
Nell’installazione B-SideChiara Pergola si interroga sul segno e sulla traccia dei due emisferi cerebrali e della loro attività congiunta. In questi autoritratti e “visioni interiori” dell’attività cerebrale, l’emisfero sinistro è disegnato con la mano destra, mentre il destro è disegnato con la sinistra. Il disegno diventa così il luogo di riproduzione del momento epifanico, nel quale i due emisferi, non più divisi, si riconnettono attraverso una scarica elettrica. La serie si collega ad altre opere di disegno, in particolare “Sightseeing” e “Novum Organum”, in cui la domanda sulla relazione tra i due emisferi cerebrali si collega ad una più ampia riflessione sul rapporto tra maschile e femminile, in cui il livello singolare di coesistenza nella struttura dell’encefalo è in continuità con il livello di espressione della dualità sessuale a livello storico e sociale.
Confucio ha affermato “l’ignoranza è la notte della mente, ma una notte senza luna né stelle”. Non so quanto possa aver influito questa affermazione sul percorso artistico di Sabrina Muzi, ma le quattro foto in mostra appartenenti alla serie La notte della mente ci portano in un ambiente buio e indefinito, un ambiente dove forse ci siamo smarriti, persi, dispersi. In ogni caso l’arte di Sabrina Muzi ha comunque sempre una valenza rituale, rigenerativa e purificatrice come dimostra l’opera Veste, un abito sciamanico ricco di tantissimi oggetti comuni o ricercati. L’arte, come lo sciamano, può collegarci ad un livello superiore, può mostrarci una strada nuova, nuovi valori, nuove idee. Completano l’allestimento alcune foto sempre in bianco e nero tratte dalla serie Metamorphosis e la scultura Accessorio.
Durante il periodo della mostra sarà possibile “sfogliare” il numero 0 della rivista digitale interattivaStartup dedicata al rapporto tra arte contemporanea e sociologia. Distribuita tramite Joomag, piattaforma americana con oltre 5 milioni di lettori, e con un design semplice e contemporaneo oltre ad un team di redattori qualificati internazionali, Startup trasforma l’esperienza tradizionale del leggere introducendo negli articoli, video, file audio e gallerie di immagini.
Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”
Durante le presentazioni del libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Il testo di Gemma è la sua presentazione in occasione dell’incontro a Foggia il 3 dicembre 2015 ed è il terzo che pubblichiamo. Della parte finale dell’incontro esiste un filmato su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=LZ-kMKbiCco Luciana e Marina
di Gemma Pacella, studente universitaria.
C’è stato un prima e un dopo del mio rapporto con il libro Mia madre femminista. Un prima durante il quale, leggendo l’indice e i nomi di Luisa Muraro, Lea Melandri, Clara Jourdan, Lia Cigarini, Sara Gandini, Maria Grazia Campari, Marirì Martinengo, María Milagros Rivera Garretas e delle altre donne che hanno firmato alcune brillanti pagine del libro, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un saggio, un genere con cui ero già abituata a confrontarmi.
Poi mi è sembrato un romanzo epistolare: il filo della narrazione è condotto attraverso due lettere scambiate tra una madre e una figlia, a cui si aggiungono le testimonianze di altre donne, più due uomini.
Ma ad esse s’intrecciano, come in un diario, foto, confidenze, racconti di giornate, emozioni. Chi legge si sente parte di un mondo, di una rivoluzione che ha segnato la vita di tante e cambiato la storia per sempre. Ricordo che anch’io, fino a pochi anni fa, passavo il mio diario alle mie compagne e loro ci appuntavano pensieri e racconti e s’inserivano nelle mie confidenze affiancandoci le loro. Era uno scambio: io ricevevo qualcosa da loro, e loro qualcosa da me. Lo stesso valeva per le foto, che non mancavano mai di arricchire quelle pagine.
Così, Mia madre femminista.
Uno scambio, un dono reciproco tra chi legge e chi scrive.
Basterebbe questa sensazione di stretta e intima confidenza per confermare quel dopo, quel momento in cui mi sono resa conto che il libro mi ha cambiata.
Mi spiego meglio: il titolo di questo libro è la dichiarazione della mia genealogia di ragazza ventiseienne che prova a dirsi femminista oggi, mentre ancora osserva e prova a relazionarsi con le pratiche di tante altre donne che nella mia città, Foggia, forgiano legami e creano stimoli culturali, artistici, politici. Penso alle amiche dell’Associazione Donne in rete, alle tante donne e uomini del Circolo La merlettaia, a Katia Ricci, mia indimenticabile professoressa del liceo, che ancora oggi ispira il mio modo di significarmi donna, ad Antonietta Lelario, che mi sta insegnando l’autenticità e l’onestà dei miei pensieri.
E in particolare penso a mia madre, Lina Appiano e al legame inscindibile e primario con tutto ciò che mi ha mostrato e al suo modo di agire nel mondo rompendo gli schemi maschili e patriarcali.
I loro preziosi doni hanno rappresentato un modo per chiarire a me stessa chi ero e da dove venivo, forse mi mancava il dove andavo.
Nonostante la mia giovane età, spesso, ho avuto la paradossale sensazione di sentirmi più simile alle madri che alle figlie. L’incontro con la loro differenza, prima ancora che dai libri l’ho appresa dall’esperienza che ha segnato la mia crescita e la mia consapevolezza di donna.
Però assumere il loro punto di vista, imparare la loro pratica e agire seguendo quel modello mi pareva, a volte, inaccessibile perché, di fatto, non mio.
Spesso ho provato un pizzico di gelosia per non aver vissuto gli eventi degli anni Settanta: l’autocoscienza, scendere in piazza per la depenalizzazione dell’aborto, formare i primi collettivi di ragazze e donne, come racconta la ricca documentazione del libro. Pensavo al coraggio di quelle giovani donne, all’enormità della loro rivoluzione e sentivo crescere un senso di soggezione.
Poi, è successo che, riflettendo sulle storie descritte nei capitoli Le parole per dirlo, Noi e il nostro corpo, Le tre ghinee, mi sono collocata da una prospettiva da cui io non mi ero mai guardata: sono figlia, come lo erano le donne che si sono confidate tra quelle pagine, che hanno espresso le loro paure, la loro passione nel creare spazi di relazioni per se stesse. Ho riconosciuto loro autorità e mi sono presa la mia autorità.
Scrive Liliana Rampello: «Una relazione di questo genere si fonda sul riconoscimento che l’altra è più grande di te (non sempre per generazione), sulla capacità di ammirarla perché il suo esserci apre la stessa possibilità anche a te»[1].
L’esserci delle ragazze di ieri ha significato la possibilità di creare il mio spazio ed entrare in autentica relazione con loro: io accetto il dono e scopro come posso utilizzarlo per me, per la mia libertà e perché io trovi il mio modo di pensarmi e di agire. Ritorna lo scambio, la traditio di cui beneficio. Realizzo che autorità non significa emulare e conformare il modo di agire alla pratica delle madri. Posso, invece, determinare il mio modo di essere e di significare me stessa e la mia differenza di donna, a partire da ciò che mi hanno mostrato, come hanno fatto loro. Il senso di soggezione si dissolve ed io mi sento parte della mia genealogia. Penso al rapporto saldo e all’intreccio ben stretto tra madri e figlie e mi viene in mente una porta scorrevole dell’architettura giapponese e il simbolo che rappresenta nel passaggio da una stanza all’altra di una casa. Un movimento di apertura e di chiusura non definitivo, come, invece, è il tira e spingi occidentale. Tra il femminismo delle madri e quello di noi figlie c’è un cambiamento, un passaggio, ma non brusco e soprattutto non interruttivo, bensì di accompagnamento.
Io non ho numeri o statistiche[2] per dire se le mie coetanee ventenni o trentenni riescano a significare la loro differenza di giovani donne[3], però vedo una luce negli occhi di tante, che si accende quando c’è bisogno di forgiare una solida trama di relazioni e una comune insistenza nelle cose, cioè assumere un atteggiamento, inserirsi in dibattito pubblico, prendere decisioni . Ricordo quando mia madre mi diceva guarda la luce nelle altre, negli altri e questo, per me è stata una rivelazione. Voglio dire non sempre siamo coscienti che il nostro agire di giovani donne sia un agire femminista, ma c’è sempre un momento in cui questo semplicemente si mostra. Quel momento è magico.
Ne parlavo con un’amica, qualche sera fa. Lei mi ha chiesto se io mi dichiarassi femminista. Lì per lì le ho risposto che non mi capita spesso.
Eppure quella domanda mi ha fatto riflettere: autodefinirsi è un primo passo, perché innanzitutto fa emergere la consapevolezza di collocarsi da una prospettiva, riconoscerla, negoziarla, mediarla nel rapporto con le altre e gli altri e, soprattutto, con me stessa. Mette in luce un desiderio prezioso, una volontà che va assecondata e interrogata, esplorata: «Lo so perché lo sono»[4], ha detto Luisa Muraro, in un altro contesto. Prendo in prestito le sue parole e dichiaro: io lo so che il femminismo c’è, perché lo sono, perché se mi tocco, lo sento dentro e fuori di me.
[1] Liliana. Rampello, L’altra che ti vede, in Mia madre femminista, p. 54.
[3] Si veda L’Espresso, Le donne hanno perso, 15 ottobre 2015. E sul Corriere della sera diversi articoli in tal senso di Maria Laura Rodotà e Susanna Tamaro.
[4] Luisa. Muraro, Lo so perché lo sono, Via Dogana, settembre 2010, p. 4.
di Cecilia D’Elia
Maria Teresa Canessa, vice questore aggiunto, ieri era l’unica donna tra i tanti poliziotti in assetto antisommossa che fronteggiavano le proteste dei lavoratori dell’Ilva di Cornigliano. La tensione era forte, i blindati bloccavano il corteo, che voleva arrivare in prefettura. I sindacalisti trattavano per arrivare in centro. Parte l’ordine di fare un passo indietro, gli operai obbediscono. A quel punto irrompe il gesto che fa la differenza, che cambia il corso della giornata. Maria Teresa Canessa si toglie il casco. Un operaio le si avvicina e le tende la mano, lei, senza pensarci, la stringe. Il blocco dei blindati poco dopo è tolto, gli operai arrivano in prefettura dove trovano ciò che vogliono: all’incontro al Mise del 4 febbraio, dove si discuterà dell’Accordo di programma per Cornigliano ci sarà un rappresentante del Governo, il sottosegretario Simona Vicari.
Maria Teresa Canessa ha parlato di “gesto istintivo”: “Dopo lunghe ore di tensione con i manifestanti, disagio, fatica, c’è stata una pausa, un momento di distensione, è stato a quel punto che mi è venuto spontaneo sfilarmi il casco e avvicinarmi per parlare a quattrocchi con questi lavoratori messi a dura prova”.
Un gesto unilaterale, che ricorda gli esercizi di esperienza dell’altro di cui parla Franco Cassano in Approssimazione. (Il Mulino 1989). Deporre l’elmo è quel gesto fortissimo e infalsificabile dello scoprirsi “dell’offrire all’altro la possibilità di colpire esibendo al contempo la fiducia che questi non lo fara”. Se a farlo è una poliziotta, una persona che in quella circostanza specifica era delegata all’esercizio della forza per conto dello Stato, quel gesto è ancora più significativo. Maria Teresa Canessa ha acquisito agli occhi dell’interlocutore autorevolezza esattamente quando ha dismesso l’abito della forza. E’ allora che irrompe la differenza.
(www.femministerie.wordpress.com)
Discussione al Circolo della rosa il 26 gennaio 2016
Com’è esplosa, così di colpo, la discussione pubblica sull’utero in affitto e sulla maternità surrogata?
Non si sa, ma è un bene che sia esplosa, perché questo è un tema che la richiede. Altrimenti la burocrazia europea… Richiede anche che si discuta con donne informate e ragionanti, come la sociologa Daniela Danna, autrice di un’inchiesta vasta e accurata sul tema, Contract Children. Questioning Surrogacy (Ibidem Press 2015). L’hanno invitata al Circolo della rosa Marina Terragni e Luisa Muraro.
Corso di formazione “giustizia al femminile” Coordinamento del gruppo di studio: introduzione
di Elisabetta Tarquini
Negli uffici nei quali si amministra la giustizia del lavoro la presenza femminile è come noto consistente, soprattutto in primo grado, ma sempre di più in tempi recenti, anche nelle corti superiori.
Questa profonda trasformazione nella composizione dell’ordine giudiziario si è sovrapposta nella nostra materia ad una profondissima trasformazione, a una rivoluzione anzi, della disciplina giuridica delle relazioni negoziali da cui nascono le controversie che noi giudici del lavoro siamo chiamati a governare e dirimere.
Una rivoluzione questa che ha avuto una direzione e un senso inequivocabili: la progressiva erosione delle tutele universali, assicurate al lavoratore in quanto tale, in quanto contraente in un rapporto che è riconosciuto, oltre l’uguaglianza formale, in fatto disuguale, e come parte di un conflitto ritenuto socialmente necessario (e infatti variamente regolamentato, ma anche garantito nella possibilità del suo svolgersi).
Questo apparato di garanzie si articolava intorno alla norma inderogabile (cioè non derogabile in danno del lavoratore) e alle tutele ripristinatorie (in primo luogo la reintegrazione nel posto di lavoro) e quindi al potere – dovere del giudice di applicare il rimedio astrattamente più efficace, cioè il ripristino dello status quo ante.
Queste tutele sono state progressivamente sostituite, negli ultimi anni con interventi sempre più radicali, da fattispecie non solo di monetizzazione, quanto di forfettizzazione del danno che l’esercizio dei poteri datoriali può causare al lavoratore, di sua predeterminazione in misura fissa e quindi misurabile ex ante.
In questo modo l’obiettivo del sistema sanzionatorio non è più, proprio non è più dichiaratamente, quello di assicurare il ripristino della situazione giuridica violata e neppure, almeno negli ultimi approdi normativi, quello di approntare un sistema di deterrenti delle violazioni, quanto quello di garantire alle parti quali attori economici del contratto e del processo, ma in effetto al datore di lavoro, di conoscere anticipatamente il costo della violazione della legge.
La tutela dei diritti dei lavoratori si sposta infatti secondo il progetto del legislatore (sulla cui effettiva realizzazione ci sarebbe molto da dire, ma si tratta di un tema eccedente il nostro) dal rapporto al mercato del lavoro, attraverso il sistema dei rimedi di welfare, mentre all’interno del rapporto l’effettività di quei diritti è, semplificando al massimo, affidata largamente al diritto antidiscriminatorio, che, ampiamente alimentato dalle fonti normative dell’Unione, tutela non più il lavoratore in quanto tale, ma come persona portatrice di alcuni caratteri (originari o frutto di scelte consapevoli) che la legge protegge avverso comportamenti lesivi socialtipici.
L’intreccio di questa rivoluzione con la progressiva femminilizzazione dell’organico della magistratura del lavoro, soprattutto nei luoghi dove più si accerta il fatto e quindi negli uffici di primo grado, ha comportato che noi donne e giudici del lavoro sempre più di frequente ci troviamo ad applicare un diritto che, nelle norme di derivazione eurounitaria, trova il proprio archetipo regolativo nella discriminazione di genere e che è tributario di molte cose, ma comunque anche e molto, del pensiero femminista della differenza.
Un diritto incentrato sul carattere funzionale dei divieti (indipendentemente dai motivi soggettivi dell’agente) e sull’effettività delle riparazioni, che è molto diverso dai dispositivi di tutela che noi giudici del lavoro siamo abituati ad utilizzare e che offre tuttavia prospettive forse inedite di tutela dei diritti.
D’altra parte mentre noi donne giudici del lavoro ci troviamo sempre più spesso di fronte a controversie nelle quali dobbiamo applicare questi strumenti giuridici così differenti, nel contempo queste cause ci mettono di fronte, anche in tal caso sempre più spesso, alla condizione di donne, le parti di quei giudizi, che affrontano difficoltà lavorative che, pur all’interno di un rapporto di lavoro molto più tutelato come il nostro, non ci sono sconosciute.
Così per esempio credo dicano qualcosa anche a noi come donne lavoratrici le vicende di altre donne, dirigenti o comunque lavoratrici molto qualificate che incontriamo come parti nei giudizi, le difficoltà che esse affrontano per mettere insieme i tempi di un lavoro completamente assorbente con quelli di vita, al rientro dalla maternità, ma anche e più generalmente quando le esigenze del lavoro di cura (che ha, ci insegna il pensiero della differenza, un suo autonomo valore sociale) diventano pressanti. Sono problemi che anche noi conosciamo, perché anche noi ci confrontiamo con la difficoltà di ricostruire modelli organizzativi all’origine pensati per lavoratori maschi, e anche e prima con la visione che quei modelli rifletteva (essa ben più radicata dei modelli stessi), una visione rispetto alla quale noi, i nostri corpi eravamo, siamo il non ancora o il non abbastanza.
Ugualmente credo parlino anche a noi le (ancora poche) controversie nelle quali si affrontano le questioni relative alla legittimità dei criteri prescelti per le progressioni professionali, poiché ci mostrano l’esistenza di criteri apparentemente neutri e tuttavia idonei a effettivamente ridurre le possibilità delle donne di accedere a queste progressioni.
E’ un tema che ci riguarda se, secondo i dati riportati nel lavoro di Rita Sanlorenzo che è tra i materiali del corso, alla data del 1° luglio 2013, su 9181 magistrati in servizio, il 48% è donna: quasi la metà a cinquant’anni dalla legge che consentì anche alle laureate di sesso femminile di partecipare al concorso per uditore giudiziario1.
A fronte di questo dato tuttavia quanto alla magistratura giudicante, le donne occupano il 31% dei ruoli semidirettivi, e non più del 20% per quel che riguarda i ruoli direttivi; più esigue ancora le percentuali per ciò che concerne la magistratura requirente, ove le percentuali si attestano rispettivamente al 15 ed al 12%.
E se è vero che, come risulta dalle ultime elaborazioni del Csm, è diminuito negli anni il differenziale tra le percentuali di presenza dei due generi nelle posizioni direttive o semidirettive, si tratta tuttavia di una crescita nettamente più lenta di quella che contrassegna i dati degli ingressi in carriera, in cui il “sorpasso” è avvenuto già nel 1987 e, dopo alcuni anni incerti, si è stabilizzato su una maggioranza quasi schiacciante (rispettivamente, è donna il 61% delle vincitrici del concorso del 2010, il 65% di quello del 2012, il 66% di quello del 2013).
E dalle vicende che giudichiamo come giudici possiamo vedere anche che i criteri apparentemente neutri, ma in effetto discriminatori, hanno comunque sempre a che vedere con il modo diverso con cui le donne occupano il tempo e le spazio del lavoro, con la loro più ridotta disponibilità a flessibilizzare variamente lo svolgimento della prestazione (cambiando orari, cambiando luogo di lavoro, per noi cambiando funzioni) e questo generalmente perché si trovano più immediatamente a contatto con i tempi, spesso incomprimibili, della vita e della cura delle persone.
Tra i materiali del corso troverete alcune decisioni che ci sono sembrate particolarmente rappresentative sia delle tipologie di queste controversie sia dell’attuazione del paradigma di tutela proprio del diritto antidiscriminatorio, del suo ricercare l’effettività, attraverso rimedi che mirano al raggiungimento della parità dei diritti attraverso la valorizzazione delle differenze.
Da tutte o quasi emerge variamente la questione più radicale: se e con quali modalità assicurare la differenza femminile in organizzazioni sempre più incentrate sulla flessibilità del lavoro a fronte delle variabili richieste di organizzazioni produttive fondate sul sistema del just in time, nelle quali il lavoro, fattore della produzione come gli altri, deve essere disponibile solo quando serve, non prima e non oltre.
E se quindi alla tutela del lavoro femminile, nella sua ineliminabile differenza, sia sufficiente il tradizionale schema emancipatorio (variamente declinato, da noi in maniera comunque certamente insufficiente per le note deficienze dei sistemi di welfare) o se piuttosto la peculiarità del lavoro delle donne non sia il luogo in cui emerge con maggior chiarezza l’impossibilità di equiparare il lavoro, il lavoro di tutte e di tutti, agli altri fattori della produzione.
Il lavoro delle donne, e quindi anche il nostro lavoro, ci pone necessariamente di questo a tema perché, come scriveva Luisa Muraro “la differenza sessuale è un fatto che la storia moltiplica per mille e i conti non tornano mai, per cui, se qualcuno si mette a fare il conto dei capolavori e delle scoperte, quanti gli uomini, quanti le donne, e fa notare che però gli uomini di più, la risposta può essere solo questa, che le donne avevano altro da fare, fra cui portare avanti la partita aperta già ai primordi dell’umanità, che era …di spendersi per i viventi e di cercare la propria ricompensa nell’amore”.
1 Legge n.66 del 1963, approvata a seguito della sentenza della Corte costituzionale n.33 del 1960.
(www.libreriadelledonne.it, 23/1/2016)
di Cecilia D’Elia
Un’attiva presenza femminile nelle aule giudiziarie produce trasformazioni e aiuta a individuare ipotesi di procedure e norme più attente alle donne. Femminismo e processo penale (Ediesse, pp. 340, euro 16) di Ilaria Boiano non è solo il saggio di una giurista femminista, ma è il libro di un’avvocata impegnata a fianco delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza.
È un testo che nasce da un posizionamento dichiarato e rivendicato, che ambisce a mostrare il nesso tra norme penali ed esperienza concreta che le donne fanno della violenza. L’autrice scommette sull’utilità dei diritto per la trasformazione della vita delle donne. Conclusione che non è figlia di una lettura ingenua, né della violenza né del diritto.
Al contrario, Ilaria Boiano si fa forte dell’attraversamento critico che il femminismo ha fatto del diritto per mostrare l’uso efficace che di esso se ne può fare. Il punto di vista è quello delle giuriste che, in questi anni, hanno accompagnato e sostenuto le donne che decidevano di denunciare e che hanno cercato di utilizzare le norme per sostenere il loro percorso di fuoriuscita dalla violenza.
Questa esperienza è proposta come terzo modo di elaborare il rapporto tra femminismo e diritto. Definita come “ritorno alle pratiche”, si affianca a quello del “sopra la legge” (Cigarini) e della produzione di vuoti legislativi, e a quello che invece ha visto nella legge un terreno di negoziazione, con il rischio però di appiattire i conflitti politici nella sola dimensione giuridica. Seguendo Tamar Pitch, che firma anche una delle due introduzioni al testo, Boiano avverte però che la lettura delle divisioni all’interno del femminismo italiano sul diritto non attiene alla sua utilità, ma piuttosto agli obiettivi e alle pratiche.
A partire dalle vicende di cinquanta donne che si sono rivolte all’associazione Differenza Donna, l’esperienza del “ritorno alle pratiche”, la cui complessità è narrata anche nell’introduzione di Teresa Manente, viene raccontata mostrando come un’attiva presenza femminile nelle aule giudiziarie produca trasformazioni e aiuti a individuare concrete ipotesi di procedure e norme più attente alle donne. Tanto più necessarie alla luce della resistenza al cambiamento della cultura giuridica, del permanere tra gli operatori della giustizia di stereotipi e atteggiamenti culturali discriminatori nei confronti della vittima.
Questo approccio consente all’autrice di sostenere che politiche di empowerment delle donne e riconoscimento della loro condizione di vittime, all’interno di un procedimento di querela di un reato di violenza, non siano azioni contraddittorie. Distinguendo tra vittima e vittimismo sottolinea l’utilità di tale definizione per ricorrere alle risorse giuridiche a disposizione e meglio tutelare la donna che ha subito violenza. Mostra le diverse strategie messe in atto, restituisce la discussione che si è sviluppata attorno al nodo della violenza sessuale, in ambito nazionale e internazionale.
Riesamina così in tutto il suo spessore la vexata quaestio tra procedibilità d’ufficio o querela di parte, recentemente riproposta dalla temporanea irrevocabilità della denuncia per atti persecutori (legge n.119/2013). In gioco c’era la prevalenza dell’autodeterminazione delle donne in un sistema penale che ha contribuito a legittimare la violenza maschile nei loro confronti oppure la necessità di sancire la gravità del delitto e liberare in questo modo le donne dal ricatto. Eppure la prassi suggerisce che, a prescindere dal regime di procedibilità o meno, urgono altre questioni, come quella di assicurare l’esercizio del diritto alla difesa della donna offesa sin dall’inizio del procedimento. Rimane aperto il nodo della definizione della violenza contro le donne; il libro mostra il significato delle diverse locuzioni usate: violenza di genere, violenza maschile contro le donne, femminicidio.
Questa restituzione del pluralismo del discorso femminista sulla violenza, del modo in cui normative nazionali e internazionali la definiscono è uno dei pregi del libro. Tanto più prezioso oggi. Dopo il recepimento della Convenzione di Istanbul, infatti, stenta ad attivarsi una politica integrata e globale, efficace nel sostenere il cambiamento che le donne hanno prodotto e nell’interrogare il rapporto degli uomini con la violenza. Diventa così utile provare a nominare precisamente di cosa stiamo parlando in un momento in cui – per dirla con le parole di Patrizia Romito, richiamate dall’autrice – dal silenzio di un tempo si è passati al rumore di oggi. Il rumore, si sa, può stordire, ma soprattutto nasconde tanto quanto il silenzio.
(Pubblicato su Il Manifesto, 3 dicembre 2015)
di Ilaria Durigon e Laura Capuzzo
Si riflette sempre molto su ciò che accade di negativo. Si fanno analisi approfondite e numerose. E questo è giusto. Attraverso una comprensione che ne svisceri moventi e sviluppi, le cause che lo governano, si tenta di evitarne la ripetizione.
Uguale attenzione si dovrebbe mettere nell’analisi di ciò che accade di positivo. Anche quando ci troviamo davanti a qualcosa di buono dovremmo soffermarci a pensare. Qual è il terreno fertile che lo ha fatto nascere? Anche rispetto ai fatti positivi dovremmo attivare quello sguardo che vede lontano, capirli affinché si ripetano!
Quando ci è stato chiesto di scrivere del regalo che ci è stato fatto, ci siamo chieste cosa dire di questo gesto che ci ha lasciate davvero “senza parole”. E siamo partite da qui: da quante parole abbiamo per raccontare ciò che accade di male, e quanto poche invece per raccontare ciò che accade di buono.
Ma veniamo ai fatti. Libreria delle donne di Padova, poco prima di Natale. Una nostra amica e cliente ci ha donato un sistema di amplificazione e di registrazione: casse, microfoni, telecamera.
Un regalo non solo utile ma anche significativo dal punto di vista simbolico: è un regalo per noi, la libreria, ma anche per tutti e tutte quelle che, impossibilitate per i più svariati motivi (non solo geografici), non la frequentano. Ci permette di arrivare lontano, e di farlo in tutti i sensi.
Quando abbiamo detto alla nostra amica che avremmo parlato pubblicamente del suo gesto, oltre a raccomandarci l’anonimato perché «si dovrebbe sempre dare senza mittente, per non creare confusione, sentimenti che non hanno a che fare con il dare» ci ha detto che importante è che riuscissimo a restituire l’idea che «perché tanti siano amati occorre che altrettanti sappiano amare».
Bisognerebbe quindi trovare le parole per dirlo questo amore che si offre prima ancora di riceverne. Non nasce certamente dal nulla, ma da una generosità innata, da uno sguardo lungimirante e dal progetto che abbiamo creato e che, ancora una volta, è stato capace di generare generosità. Lo ha fatto fin dall’inizio, da prima che la libreria nascesse. E continua a farlo. Alcune potrebbero obiettare: perché parlare di amore quando stiamo parlando di soldi? Sembra quasi un’eresia. E invece no. Le cose non sono separate. Perché i luoghi delle donne continuino a vivere è necessario che si sostengano economicamente. I luoghi delle donne pagano gli affitti, le luci, il riscaldamento.
Si dice tante volte che sono diversi e molteplici i modi per sostenere un progetto, e questo è non solo vero ma anche importante, anzi essenziale per il progetto stesso. Tuttavia, non si può prescindere dalle condizioni di possibilità che permettono al progetto stesso di esistere e di sostenersi, condizioni che sono anche materiali. Quindi se amate un progetto e volete che continui a vivere, sostenetelo. E se, invece, siete state partecipi di un atto di generosità e di amore per un vostro progetto, raccontatelo.
(www.libreriadelledonne.it, 22 gennaio 2016)
di Sandra Divina Laupper
Vorrei farvi conoscere il sito “beziehungsweise weiterdenken”, un sito in tedesco, gestito da una redazione di cui fa parte, tra le altre, Antje Schrupp, e che si dedica completamente alla discussione filosofica e politica. In questo sito, ora appare una serie di testi “storici” del femminismo italiano, fra cui vari articoli tratti da Via Dogana. Vi appariranno anche le prossime traduzioni che io farò da Via Dogana.
Ich moechte hier kurz das Internetforum “beziehungsweise weiterdenken” vorstellen, ein deutschsprachiges Forum, das sich der philosophischen und politischen Diskussion widmet. Auf dieser homepage erscheint nun eine Reihe von “historischen” Texten aus dem italienischen Feminismus, darunter auch verschiedene Artikel aus Via Dogana. Auch jene Uebersetzungen aus Via Dogana, die ich in Zukunft machen werde, werden hier erscheinen.
Tanti saluti,
Sandra
(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2016)
di Alberto Leiss
Rifugiati sudanesi partecipano a un corso sulla parità di genere in Norvegia
Qualunque cosa sia effettivamente successa a Colonia alla fine dell’anno – un po’ di notizie e considerazioni attendibili le ho trovate nel servizio di Der Spiegel tradotto e pubblicato in Italia dall’Internazionale – mi pare che se ne possano trarre, dal punto di vista di noi uomini, almeno due considerazioni.
Una riguarda il problema del tipo di relazioni da costruire con i maschi stranieri che cercano asilo e/o lavoro qui in Italia e in Europa. Non mi piacciono i luoghi comuni contro il “politicamente corretto” ( nel paese dei Grillo e dei Salvini preferisco catalanescamente un linguaggio politico corretto a uno scorretto) ma è vero che la sacrosanta esigenza di non subire o avvallare le strumentalizzazioni xenofobe non deve più far velo sul fatto che differenze sul piano della cultura e dei comportamenti, specialmente nei rapporti tra uomini e donne esistono, e non vanno rimosse.
Il Corriere della sera ha pubblicato uno dietro l’altro due articoli significativi. Nel primo si registrava il dato che tra i richiedenti asilo in Italia ben nove su dieci sono maschi. Sarebbe il primato di una tendenza generale. L’Europa del futuro quindi – si osserva – “rischia di essere troppo maschile e di soffrire così, inevitabilmente, un brusco aumento del tasso di criminalità”. Poco dopo l’avverbio inevitabilmente torna nelle parole di un professore che ha analizzato la situazione in Cina e in India, dove le politiche del figlio maschio unico e l’aumento della popolazione maschile viene associata all’aumento dei reati e specialmente delle violenze contro le donne.
Qui – noto di sfuggita – l’Islam non c’entra o c’entra pochissimo. E abbiamo anche letto che la Cina sta mettendo in soffitta quelle politiche demografiche, mentre si organizzano corsi destinati ai maschi per educarli a essere buoni padri e a non picchiare le mogli.
Di “Lezioni di parità per rifugiati” parla il secondo articolo del Corriere, a proposito di corsi che si tengono in Norvegia per spiegare a chi proviene da paesi e culture diverse come comportarsi con le donne europee. E qui rispunta l’esecrato “politicamente corretto”: infatti negli opuscoli e nei filmati del corso i comportamenti aggressivi maschili sono impersonati da un personaggio bianco e norvegese.
Ecco la seconda considerazione: dopo aver fatto tutti i necessari distinguo sui costumi e le culture diverse, resta che gran parte del problema ha a che fare con una radice del maschile dalla quale noi occidentali evoluti non siamo immuni, e non possiamo prescinderne. Anzi credo che sia un esercizio necessario partire da lì anche per aprire uno scambio, e semmai un conflitto, con altri uomini i cui comportamenti non accettiamo e che vogliamo mettere in discussione. Per prevenirli, e se del caso reprimerli.
A questi pensieri mi hanno condotto anche due esperienze leggermente stranianti. Ho visto giorni fa il video di Repubblica on line in cui l’ex direttore Ezio Mauro apriva la riunione di redazione con un accorato discorso sul conflitto di culture che avviene “sul corpo delle donne”. Nella grande stanza con tutto lo staff dei vicedirettori, capiredattori e capiservizio di corpo femminile mi è sembrato che ce ne fosse soltanto uno. Ho poi letto sul Sole 24 ore l’editoriale di Luca Ricolfi nel quale le donne sono definite una “minoranza speciale”, “come gli immigrati, gli omosessuali , gli islamici, i diversi in genere”. Eppure si cita in lungo e in largo la femminista francese Elisabeth Badinter.
Insomma, anche la nostra “minoranza speciale” occidentale maschile ha ancora qualche motivo per riflettere su se stessa?
(Pubblicato sul manifesto il 19 gennaio 2016)
dal 22 gennaio al 2 febbraio 2016
MUVI
Museo Vitaloni/Art&Wild Milano in Via Ampère, 27
“Incontri”
Personale di Rossella Roli
Vernissage, venerdì 22 gennaio alle ore 18
Porzioni di cielo e mare, di mondo e memoria. In valigia
Incontrare Rossella Roli nel suo studio significa entrare in uno spazio dove si conserva e si tutela memoria. Non è mai facile poter raccontare della storia personale e del mondo con passo poetico, ma Roli riesce nell’impresa e lo fa da quando ha deciso di attraversare l’arte utilizzando diversi contenitori, piccole valigie che per la maggior parte raccolgono il suo percorso biografico e talvolta manifestano tematiche sociali, altre volte “incastri” di memorie su commissione.
«Non ho mai amato l’arte “statica”, il fissare a distanza le opere: mi piace che la spettatrice, lo spettatore possa mettere le mani sul lavoro, voglio che gli assemblages che costruisco interagiscano con gli osservatori non solo a livello visivo, ma con tutti i sensi», spiega l’artista, che ha alle spalle un percorso all’Accademia di Brera concluso nel 2009.
I suoi rifermenti vanno dall’opera di Louise Bourgeois (guardando in particolar modo alle Celle, per la loro complessità anche materiale), ai contenitori di Joseph Cornell, passando l’Yves Klein della spiritualità del colore, e una particolare installazione di Pino Pascali, i 32 metri quadrati di mare circa, guardata per la sua capacità di svelare l’infinito attraverso una pratica quasi ludica, fino al lavoro di Lucy Orta, per i celebri kit di sopravvivenza e per i passaporti per i territori dei ghiacci, assunti dall’artista inglese come luoghi dell’arte per il loro essere liberi da burocrazia e politica, e che con il lavoro di Roli mantengono un legame a latere, vicino all’idea di viaggio.
Accanto al concetto “ghiaccio” inoltre, quasi a livello di onomatopea, c’è da sottolineare l’importanza che riveste un particolare materiale nella produzione dell’artista: il vetro. Rigido eppure effimero, il vetro per l’artista è condizione di assenza-presenza, divenendo uno dei simboli della memoria.
Va ricordato, inoltre, che gli assemblages di Rossella Roli si distinguono per un “tempo” continuamente ibridato: gli stessi contenitori sono già apparentati ad un passato, ad un loro percorso, e il contenuto non è mai creato ex-novo ma è raccolto con dovizia dagli angoli più disparati del mondo e va, dunque, a comporre un mosaico del nostro presente, senza dimenticare l’origine e la tensione verso il futuro.
Una produzione piuttosto vasta, realizzata nel 2015, riguarda i disegni dal titolo Rivolgimenti, Incontri, Intervalli.
Puó accadere che i pensieri diventino pesanti, invadenti. Si impongono e non possiamo fare a meno di pensarli. Pur riconoscendoli inutili o nocivi continuano, non abbandonano il campo della mente, vanno e tornano, insistono così tanto da non poterli controllare. Qui, a farsi sentire, è l’inconscio che pensa.
L’inconscio pensa, ma il suo è un pensiero che non attiene né al mentale né al fisico, ma possiede al contrario il potere di scompaginare entrambi.
Rossella Roli, vive e lavora a Milano. Nel 2001 si specializza in web design presso la Domus Academy di Milano e successivamente si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera presso il dipartimento di Arti Visive.
Dal 2006 le sue opere sono state ospitate nei seguenti spazi espositivi: Fruttiere di Palazzo Te, Mantova; Museo Malandra, Vespolate; Complesso Monumentale di Sant’Agostino, Mondolfo; Centro per le Arti Contemporanee del Broletto, Pavia; Palazzo Tornielli, Ameno; Casa Testori, Novate M.se; Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano.
Tra le altre mostre si segnala Another break in the wall presso la Wannabee Gallery di Milano, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la VI Biennale del Libro d’Artista Città di Cassino, la terza rassegna internazionale di arte contemporanea Human Rights?, patrocinata da Amnesty International e dal Consiglio d’Europa, presso la Fondazione Opera Campana di Rovereto e Trame di guerra presso il Castello Visconteo di Pavia in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.
Mostre personali alla Galleria Blanchaert con Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale, alla Galleria Obraz con Survivals, a Palazzo Stella con Inneschi e allo spazio Artestetica con Rivolgimenti.