di Doriana Goracci

Hanan al-Hroub è diventata insegnante quando capì che doveva fare qualcosa per far superare ai suoi figli il trauma del loro papà, suo marito, ucciso sotto i loro occhi, in Palestina. L’astrofisico britannico Stephen Hawkings ha annunciato tramite un messaggio video, anche il suo nome tra i dieci finalisti scelti dalla Varkey Foundation, per il Global Teacher Prize 2016.

Hanan al-Hroub non solo è bella: lei, palestinese originaria del campo profughi di Deisha (Betlemme), è stata scelta, riferisce l’Ansa, come “miglior insegnante del mondo“, tra 8.000 insegnanti, per il suo particolare metodo “focalizzato sulla non violenza, l’insegnamento attraverso il gioco e il metodo di relazione con gli studenti con problemi di comportamento originati dalle violenze a cui sono soggetti a causa dell’occupazione israeliana”.

In un video ripreso dall’agenzia Maan l’insegnante, parlando del trauma subito dai suoi figli quando videro il padre colpito dal fuoco dell’esercito mentre tornavano da scuola. Non sentendosi aiutata da nessuno, tantomeno dagli insegnanti, la giovane palestinese ha deciso di inventare nuovi metodi di apprendimento attraverso il gioco, coinvolgendo anche i figli dei vicini.“Lo shock subito condizionò pesantemente il comportamento, la personalità e i voti dei miei figli. Poco dopo aver iniziato queste attività ho riscontrato netti miglioramenti nei miei figli: cresceva la sicurezza in loro stessi e miglioravano anche i voti a scuola. Per questo decisi di cambiare il mio indirizzo di laurea e diventare un’insegnante“.

Le violenze cui sono soggetti i bambini palestinesi, secondo al-Hroub, non sono solo fisiche, “molti bambini subiscono violenze psicologiche non apparenti, sono inseriti in un ambiente aggressivo, ricevendo input negativi anche dalle immagini che riportano i media: per questo mi sono focalizzata sull’approccio non violento per la risoluzione dei conflitti personali“.Il Ministro dell’Educazione dell’Autorità nazionale palestinese Sabri Saidam, ha affermato che il trionfo di Hanan è “un successo per la Palestina e gli insegnanti palestinesi”, riporta l’Ansa. 

“We just want peace; we want our children to enjoy their childhoods in peace.”

Imparare giocando e senza violenza è il suo motto, malgrado tutto quello che ha subito e subisce come ogni palestinese: Tifo per lei!

di Anna Di Salvo

 

Ripropongo oggi lo scritto Libere da violenza e militarizzazione pubblicato nel n.2 del 2014 della rivista “Viottoli” (Semestrale di formazione comunitaria della Comunità cristiana di base di Pinerolo), per contribuire alle riflessioni in seguito ai fatti di Colonia del capodanno 2016. Alcuni scritti di femministe – tra cui Franca Fortunato, Letizia Paolozzi, Milagros Rivera, Sara Gandini, Laura Colombo… – hanno sottolineato in maniera efficace che sono uomini gli autori delle violenze di Colonia. E questo penso che abbia posto fine, una volta per tutte, al modo indifferenziato di scrivere e di parlare di “migranti” senza distinguere se si tratti di donne o di uomini. Perché è diventato ormai evidente che non sono le donne ma alcuni – troppi – uomini quelli che provocano problemi in ogni parte del mondo, che siano cristiani, musulmani, arabi, europei, africani, orientali ecc. Rispetto alle tragedie che vivono le donne migranti nei lunghi transiti e in quello che le aspetta una volta giunte nei paesi europei, a mio avviso sinora si è parlato e fatto troppo poco, e vorrei richiamare l’attenzione su di loro. Anche di questo si parlerà al convegno L’Europa delle Città Vicine domenica 21 febbraio 2016 a Roma, Casa internazionale delle donne, ore 9.30-16.30.

 

«Libere da violenza e militarizzazione» sono le parole chiave delle donne e degli uomini delle Città Vicine che hanno messo al centro il dramma delle violenze sessiste subite dalle donne migranti e insieme il dramma degli scempi che derivano dall’incremento della militarizzazione in varie parti del globo, cercando di rendere manifesto e risonante il nesso esistente tra le due questioni con iniziative, elaborazioni politiche e performance artistiche.

Questo percorso ha avuto inizio dalle visite di alcune/i delle Città Vicine molti anni fa al centro di accoglienza “Villaggio degli aranci” di Mineo, un paese in provincia di Catania, dove vengono trattenuti/e gli uomini e le donne migranti: in questo CARA, come in altri famigerati centri di accoglienza, spesso le donne scampate alla traversata del Canale di Sicilia subiscono violenza sia da uomini migranti come da nostri connazionali, e molte vengono costrette a prostituirsi.

A cominciare dal 2011, con la Vacanza Politica “Lampedusa mon amour” di 10 donne di varie città d’Italia a Lampedusa, le Città Vicine hanno partecipato ogni estate al LampedusaInFestival invitate dalle giovani donne e uomini dell’associazione Askavusa, che s’impegnano con vari linguaggi a ridefinire lo spirito autentico dell’isola dando voce ai desideri reali delle sue e dei suoi abitanti. La decisione di recarci nell’isola era stata sollecitata dai numerosissimi sbarchi a Lampedusa nel febbraio del 2011, di oltre 11.000 uomini e donne migranti, provenienti dall’area subsahariana dall’Africa del nord e da paesi orientali, e le Città Vicine avevano avvertito il desiderio forte di essere là in quel momento così difficile.

Queste frequentazioni, le iniziative realizzate in merito, gli impegni conseguentemente assunti, ci hanno portate/i ad approfondire la questione delle donne migranti, ad acquisire dolorose verità, senso di responsabilità e profonda indignazione.

La visione patriarcale del mondo e le occupazioni militari dei territori si portano dietro le conseguenze tragiche che scorrono di continuo davanti ai nostri occhi e altre, che passando quasi inosservate, si insinuano nella vita di molte/i quali subdole violenze.

Le guerre segnano in maniera indelebile la vita di migliaia di donne in buona parte del mondo: la fuga dalle proprie case, le permanenze forzate nei campi profughi o in paesi ostili, le pericolose traversate di deserti e poi di mari, diventano tappe obbligate per quel tipo di sopravvivenza, che include al proprio interno abusi, violenza sessuale percosse… soprattutto in Libia, dove la polizia locale le trattiene a lungo, le violenta, le ricatta.

Questo spiega come mai buona parte delle migranti sopravissute alla crudeltà degli scafisti in mezzo al mare, giungono sin da noi in stato avanzato di gravidanza: è importante denunciarlo, anche per sfatare il pregiudizio che le ritiene irresponsabili e superficiali nel mettere al mondo delle creaturine in momenti così difficili.

Ma anche le terre di approdo quasi sempre si propongono come l’ennesimo campo di battaglia: rifiuto, sfruttamento, assenza di rispetto per l’intimità femminile, sono per lo più le “forme d’accoglienza” e l’impatto con le quali le migranti si scontrano e che ostacolano il loro desiderio di pace, serenità e libertà.

Libertà che è sempre minacciata anche nelle terre come la mia Sicilia, divenuta insieme alle sue isole minori un avamposto militare perché occupata strategicamente anche da potenze straniere e dalla NATO, con l’approvazione e la connivenza dei poteri forti e dei governi locali. Il territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è l’esempio dell’ennesimo scempio imposto dal processo di militarizzazione che si ostina a voler installare in quei bellissimi luoghi il famigerato MUOS, un complesso di antenne e parabole satellitari che emettono radiazioni elettromagnetiche fortemente rischiose per le vite di donne, uomini e bambini, che potrebbero investire in maniera esponenziale non solo la Sicilia ma anche la Calabria. A questo dissennato progetto, allestito con tracotanza muscolare in quanto per la sua realizzazione sono stati sradicati molti alberi secolari facenti parte di una sughereta protetta, si oppongono oltre i Comitati di base “NoMuos/No Sigonella” anche le “Mamme NoMuos” di Niscemi e Caltagirone sostenute dalla rete delle Città vicine, così come stanno ricevendo sostegno anche Rossella Sferlazzo e le “Mamme di Lampedusa” che si oppongono all’ampliamento dei sistemi radar, già numerosissimi sull’isola, voluto dal Ministero della Difesa e dalla NATO per favorire le comunicazioni militari ad ampio raggio.

I temi di cui ho parlato e le relazioni in corso con donne e uomini con le/i quali condividiamo desideri, impegno e pratiche politiche in merito, mi hanno portata a Lampedusa, per realizzare insieme alle Mamme di Lampedusa e a donne e uomini di Askavusa, l’installazione artistica Lampedusa porta della vita che abbiamo collocata in piazza Castello, avendo come sfondo la meravigliosa visione del Porto Vecchio con le sue barche, il suo mare, i suoi approdi, le sue partenze… Così attraverso quella porta aperta sul mare, incorniciata da legni di imbarcazioni naufragate, decorata dalle immagini dei desideri delle Mamme, degli sbarchi di donne e uomini migranti, del processo forzato di militarizzazione e della tartaruga che circumnaviga le questioni dell’isola, deponendo infine le sue uova, si staglia la grande sagoma di Abissa, la donna-mare quale simbolo di bellezza, presenza positiva e avvenire di bene per tutte e per tutti.


(www.libreriadellledonne.it, 18 febbraio 2016)

dal18 Febbbraio al 31 Marzo 2016

Galleria Lia Rumma

Via Stilicone, Milano

La Galleria Lia Rumma è lieta di presentare la personale di Marzia Migliora “Forza lavoro” con inaugurazione il 18 Febbraio 2016 alle ore 19 presso la sede di Milano.
Il progetto espositivo prende le mosse dalla storia del Palazzo del Lavoro di Torino, realizzato da Pier Luigi Nervi nel 1961 in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia e della relativa esposizione internazionale dedicata al lavoro, a cura di Gio Ponti. A tale glorioso inizio sono seguiti anni di decadenza e incuria che hanno portato all’abbandono dei 47.000 metri quadrati della struttura.
In un periodo di transizione dello stabile, tra un importante incendio avvenuto nell’agosto 2015 e l’imminente trasformazione in centro commerciale di lusso, l’artista ha scelto di frequentare il Palazzo attraverso una molteplicità di approcci. Marzia Migliora ha dato corpo e parola al Palazzo, trasformandolo in un testimone privilegiato di un’epoca e lo ha collegato attraverso le singole opere realizzate a molte delle tematiche ricorrenti nella propria ricerca: la memoria come strumento di articolazione del presente o l’analisi dell’occupazione lavorativa come affermazione di partecipazione alla sfera sociale.
I tre piani della galleria ospitano esclusivamente nuove produzioni dell’artista, che ha concentrato per ogni livello un aspetto specifico della ricerca sul Palazzo. All’ingresso, l’installazione Lideazione di un sistema resistente è atto creativo introduce l’accezione più fisica della definizione di forza lavoro. La grande struttura di mattonelle in carbone pressato disegna infatti sul pavimento il modulo, in scala 1:1, del solaio a nervature isostatiche concepito da Nervi che intendeva così dare forma a ciò che avviene staticamente nella materia, attraverso la distribuzione delle linee di forza sulla superficie. Salendo al piano superiore troviamo una serie fotografica intitolata In the Country of Last Things che presenta cinque impressioni ottenute da dispositivi a foro stenopeico costruiti dall’artista assemblando frammenti vari delle vite passate del Palazzo e lasciate a impressionare per lungo tempo negli spazi dismessi. A fianco delle stampe e delle macchine stenopeiche una serie di monocromi neri ottenuti dalla lavorazione dei residui di combustione rimasti dopo il recente incendio e da altre polveri scure ottenute come scarto della lavorazione di metalli. Il gesto di impastarle in maniera pittorica ne dà una visualizzazione e rende tangibile la loro presenza nelle nostre vite: i cosiddetti composti organici volatili di origine antropica, dannosi per la salute, sono tanto impercettibili quanto onnipresenti nella nostra quotidianità, così dipendente dai derivati del petrolio e dalle loro infinite lavorazioni.
Chiude il percorso all’ultimo piano il video Vita Activa. Pier Luigi Nervi, Palazzo del Lavoro, Torino, 1961-2016, nel quale l’artista chiede al musicista Francesco Dillon di produrre dei suoni a partire dall’interazione con gli ambienti e i detriti dell’edificio, per integrarli poi alla sua esecuzione a violoncello di alcuni estratti dal Requiem in Re minore k626 di Mozart. La lotta che si instaura tra l’osservanza funebre che il brano produce, e i tentativi di ascoltare lo spazio nell’espressione delle sue ultime potenzialità di produzione di senso, si risolve in una tensione visiva che manifesta la parabola tra vita e morte sulla quale “Forza Lavoro” si sviluppa.
Testo critico a cura di Matteo Lucchetti

Si ringraziano Francesca Comisso e Liliana Dematteis dell’Archivio Gallizio per la collaborazione e il sostegno alla realizzazione del video Vita Activa, nato con l’invito a ideare un progetto in dialogo con l’opera di Pinot Gallizio.
Si ringraziano la Fondazione Merz e la Proprietà Pentagramma Piemonte per la preziosa collaborazione

di Laura Eduati

 

Educazione sessuale e affettiva per gli adolescenti di religione musulmana e un corso apposito per gli imam, affinché sappiano riconoscere la violenza domestica e possano consigliare alle donne anche la strada della separazione.

Il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza-Brianza (Caim) diventa la prima realtà musulmana in Italia a lanciare una iniziativa che mira a sensibilizzare sui diritti delle donne. Il progetto Aisha partirà il 5 marzo con la benedizione del Comune di Milano grazie all’impegno di Sumaya Abdel Qader, sociologa di origine palestinese, nata a Perugia ma cresciuta nel capoluogo lombardo, sposata con tre figli.

Una donna a cavallo di due mondi: lo dimostra il Duomo di Milano che spicca nella foto scelta come sfondo della bacheca Facebook. Nella immagine del profilo, invece, Sumaya sfoggia lo hijab.

Corsi per gli imam: cosa dovranno imparare?
Spesso le donne musulmane si lamentano che gli imam non sanno dare risposte adeguate in caso di violenza domestica. Qualcuno consiglia di sopportare le botte del marito in nome della famiglia, qualcun altro non stigmatizza a sufficienza il matrimonio combinato, altri ancora non credono ai racconti di abusi. Non saremo noi a impartire le lezioni alle guide religiose, ma verranno dei sapienti che spiegheranno come riconoscere i segnali di violenza all’interno delle relazioni coniugali e come avviare le procedure per aiutare le vittime: per esempio inviando queste donne ai centri anti-violenza oppure spingendole a denunciare.

Dopo le molestie di massa a Colonia i musulmani europei scoprono che l’Islam ha un problema specifico di violenza nei confronti delle donne?
In una parte del mondo arabo e musulmano esiste una lettura forzata ed estremista del Corano che porta a considerare le donne come oggetti, ma non possiamo certo generalizzare. Credo anche che questo problema di scarso rispetto nei confronti delle donne non sia legato soltanto all’Islam ma anche a fattori diversi, come per esempio l’introduzione della pornografia – tipico prodotto occidentale – in contesti più arretrati e chiusi. La fruizione del porno da parte di uomini che non possono culturalmente e socialmente dare sfogo ai loro impulsi può portare alle molestie. Allo stesso tempo ci sono zone dove ancora sono in vigore pratiche tribali, come il matrimonio combinato e le mutilazioni genitali, che erano state abrogate dall’Islam ma che sono rimaste.

In Germania e Norvegia è venuta l’idea di iscrivere i migranti arabi appena arrivati in Europa a corsi che possano insegnare il rispetto delle donne. Vi ispirate a queste iniziative?
Certamente no. Questi corsi partono dal presupposto sbagliato che i profughi vengono dalle campagne più arretrate del Medio Oriente, ma non è così. Sono persone che navigano nel web e conoscono il mondo. I fatti di Colonia sono gravissimi ma sono una eccezione. La maggioranza dei migranti arabi e musulmani che approdano in Europa si integrano molto bene e non compiono questi reati.

Il giornalista algerino Kamel Daoud ha fatto scandalo scrivendo dell’ “infelicità sessuale del mondo arabo”. E’ così?
Daoud generalizza e dunque il suo approccio non è corretto. Ma coglie un punto importante sul quale sono d’accordo. Esiste, torno a ripetere, una tradizione e una lettura dell’Islam che hanno imposto una separazione aggressiva tra uomini e donne, costretti a vivere in due mondi paralleli che si incontrano soltanto nel matrimonio per formare una famiglia. A questo aggiungo una frustrazione provocata dal post-colonialismo: la libertà sognata non ha trovato concretizzazione e ora la crisi economica porta specialmente gli uomini a vivere un sentimento di rivincita nei confronti delle donne. Fortunatamente i movimenti femministi e femminili stanno alzando la voce per pretendere un cambiamento di lettura del testo sacro dell’Islam e per correggere questo forte disequilibrio tra i sessi.

Come saranno coinvolti i ragazzi e le ragazze del progetto “Aisha”?
Organizzeremo dei corsi alla sessualità e all’affettività all’interno della comunità islamica. Sappiamo che qualche genitore non sarà d’accordo e abbiamo messo in conto che qualcuno verrà a protestare. Ma gli adolescenti hanno diritto di avere delle risposte, in famiglia c’è vergogna e questi temi sono tabù, perciò succede che ancora oggi le ragazze temono di rimanere incinta con un bacio mentre molti si chiedono se alcune pratiche sono permesse dall’Islam.

Uno studio recente ha permesso di scoprire che il 30% delle donne soccorse dai centri anti-violenza sono musulmane.
Non so se questo sia un dato certo. La percentuale potrebbe essere più alta o più bassa. Sono convinta però che la violenza domestica sia un problema enorme anche in Occidente, i dati europei lo dimostrano. Il meccanismo è lo stesso ovunque: l’uomo cerca di esercitare un potere sulla donna, sia religioso che economico e politico. Non è soltanto l’Islam a dover eradicare questo meccanismo ed è per questo che sono in contatto con attiviste di tutte le culture e tutte le religioni.

Ha avuto il sostegno degli uomini della comunità?
Finora non ho avuto problemi né ho dovuto affrontare ostracismi. Anzi, il progetto “Aisha” interessa alle comunità musulmane di Roma, Bologna, Torino e Modena e presto speriamo di debuttare anche in queste città. Ho chiesto al Consiglio degli Ulema europei di esprimere un documento di condanna nei confronti della violenza domestica, sono in attesa di una risposta. Sono sicura che si alzeranno lamenti e proteste, ma noi andiamo avanti perché soltanto coinvolgendo gli uomini riusciremo a sconfiggere questa piaga trasversale della violenza di genere. Senza di loro non ha senso il nostro impegno.

 

(www.huffingtonpost.it, 16 febbraio 20169

di Aldo Cazzullo


E’ abbastanza incredibile che «vecchi arnesi» come gli Stadio vincano il Festival, battendo rapper napoletani e giovanotti dei talent. Nessuno se l’aspettava; forse perché si dedica molto tempo a penetrare il significato politico, culturale, simbolico di Sanremo, e meno ad ascoltare il testo delle canzoni. Si dibatte sull’intensa produzione dei 70 mila che hanno commentato il Festival su Twitter, e non sui dieci milioni che l’hanno semplicemente visto e discusso nelle loro case, con le loro famiglie; in particolare tra padri e figlie. Perché di un padre e di una figlia parlava la canzone degli Stadio; di cui neppure Carlo Conti si era accorto, visto che — come ha raccontato Gaetano Curreri, il leader del gruppo — l’anno scorso l’aveva scartata.
Certo, in altre occasioni Sanremo era un segnavento, un indicatore dell’aria che tirava. Nel 2004, all’apice dell’era Berlusconi, la Rai si concesse il lusso di affidare il Festival a Tony Renis, nonostante qualche problema con la giustizia («Chi non ha avuto amici criminali?» lo protesse Celentano). Nel 2011 la vittoria inattesa di un cantautore come Roberto Vecchioni, con una canzone dichiaratamente antiberlusconiana, segnò un cambio di stagione. Ma stavolta la politica non c’entra nulla.
Gli Stadio avevano vinto già la serata delle cover — che nel 2015 aveva lanciato Nek e anche quest’anno si è rivelata decisiva — con La sera dei miracoli; e nel loro successo finale c’è un po’ di Lucio Dalla, la cui grandezza aumenta con il tempo che passa. Una mano è venuta da Franz Di Cioccio, il presidente della giuria di qualità, che ha applaudito entusiasta l’esibizione del collega e coetaneo Curreri: sulla rivalità tra artisti è prevalsa la solidarietà generazionale; fossero stati due quarantenni si sarebbero sbranati. Ma la chiave della sorpresa è il testo della canzone.
Il rapporto tra padri e figlie è una delle poche rivoluzioni riuscite della nostra epoca. La pace, il progresso infinito, la convivenza delle religioni si sono rivelati utopie; ma la condizione della donna è cambiata per sempre, si è evoluta in modo irrimediabile. E anche i padri sono cambiati. Più presenti, più responsabili, più vicini; forse anche troppo. Le nostre nonne sposavano uomini scelti dai loro padri; fino a qualche anno fa in Cina i mariti costringevano le mogli ad abortire se era in arrivo una femmina. Tutto questo è finito, o sta finendo. I padri sono felici delle loro figlie, e non hanno pudore a manifestare la loro felicità: «Un giorno ti dirò che ti volevo bene più di me», che ti amavo più di me stesso; al punto da sacrificare l’amore per un’altra donna pur di restare al tuo fianco. I padri non hanno timore di mostrarsi commossi, a costo di sconcertare le figlie. E le figlie non hanno timore a confidarsi con i padri: «Un giorno mi dirai che un uomo ti ha lasciata, e che non sai più come fare a respirare, a continuare a vivere»; «ma se era vero amore, è stato meglio comunque viverlo».
È un dialogo non facile, è un rapporto destinato a restare irrisolto. Ma rappresenta un cambiamento profondo, in una società che comincia a lasciarsi alle spalle un maschilismo atavico. C’è una ragazza nel video che gli Stadio hanno messo in rete, c’era una ragazza accanto a loro sul palco di Sanremo: «Potresti essere la figlia della canzone» ha detto Curreri a Francesca Michielin, prima ancora di sapere chi tra loro avesse vinto il Festival. E sarà la «figlia», non il «padre», a rappresentare l’Italia all’Eurovision: gli Stadio hanno valutato che Francesca avesse l’età più adatta; o forse dovevano partire per la loro meritata tournée. A noi resta l’idea di storie d’amore ancora da scrivere, o dolorosamente interrotte (come quelle raccontate da Benedetta Tobagi — Come mi batte forte il tuo cuore, splendido titolo tratto da un verso di Wislawa Szymborska — e da Sabina Rossa: Guido Rossa, mio padre). Non è il tempo dell’eclisse dei padri; è il tempo in cui genitori e figlie non si vergognano dei loro sentimenti, in cui l’eterno inseguimento a una bambina che diventa adolescente e poi donna continuando a sfuggire non appare più una condanna, ma il sale della vita.


(Corriere della Sera, 15 febbraio 2016 )

di Luisa Pogliana

Una notizia si aggira in questi giorni sulla stampa e in rete. Possiamo sintetizzarla come fa, per esempio, uno di questi quotidiani: «Una ricerca Usa su 22 mila imprese dice che nei Cda dove le donne sono almeno tre su dieci la quota di utile aumenta del 6%.» (vedi qui: Così le donne al comando fanno crescere l’utile dell’azienda – Corriere.it).

Quello che stupisce è lo stupore con cui questo risultato viene riferito. In realtà abbiamo una ricerca, per quanto enorme, che dice cose già dette e documentate ampiamente da più di un decennio (ci ricordiamo Womenomics?). È il fondamento su cui si basano molte attività di donne d’azienda per promuovere le carriere femminili.

E sono note anche le supposte ragioni. «Le manager sono consapevoli di essere guardate a vista e quindi danno sempre il massimo. Lavorano di più. Mediamente sono molto preparate perché devono dimostrare di meritare un posto che è stato affidato loro grazie a una legge» dice Daniela del Boca nell’articolo citato. Ma più interessante nel suo commento è l’ultima frase: «Il loro arrivo scardina dinamiche di potere tanto consolidate quanto controproducenti. Penso per esempio alla corruzione». È questo l’elemento essenziale su cui ragionare.

Potere” è una parola ambivalente, tra dominio e possibilità. Ma poiché nello spazio pubblico il potere è da sempre degli uomini, ha finito per cristallizzarsi in codici maschili: comando, controllo, dominio, arbitrio, autoreferenzialità. Molte donne però hanno cominciato ad assumere i ruoli decisionali alti senza adeguarsi a questa cultura, fondandosi invece sul loro punto di vista diverso.

Il punto di svolta è stata la scelta di guidare l’azienda tenendosi fuori dalle logiche di potere. Logiche che portano a conservare lo status quo, perché finalizzate al proprio potere personale anche a scapito dello sviluppo aziendale. Di conseguenza queste donne guardano criticamente i modelli manageriali che ne derivano.

Mentre negli uomini più forte è la tendenza a riferirsi agli schemi sperimentati e a ragionare per teorie, le donne più spesso maturano le decisioni tarandosi sulla situazione reale che hanno davanti. Non è una riduttiva questione di pragmatismo, è un modo di pensare libero da pregiudizi, che parte dalla propria visione e si misura con la realtà: attento alla specificità, alle circostanze, al contesto umano e affettivo. E accetta il rischio di provare a cambiare.

Così sono state realizzate nuove politiche cambiando alcuni cardini della cultura manageriale, che hanno portato benefici imprevisti all’azienda e a chi vi lavora.

Non possiamo qui darne conto, ma citiamo solo un orientamento che ricorre spesso. Per esempio, si costruisce la crescita professionale e decisionale di tutto il gruppo di lavoro, passando da un’organizzazione fondata sul controllo a una fondata sulla fiducia e l’autonomia di chi lavora. Si esce dallo schema gerarchico capo-collaboratore e si fa leva sulla responsabilizzazione diffusa. Si creano le condizioni perché possano esperimersi le potenzialità di tutti. Lo sviluppo dell’azienda passa anche dallo sviluppo di chi vi lavora.

Quello che comunque possiamo cogliere nelle diverse politiche di queste manager è un concetto di fondo. L’azienda è intesa come un luogo in cui convergono soggetti diversi con interessi diversi, ma di tutti bisogna tenere conto perché tutti contribuiscono a creare il valore dell’azienda. Al management compete trovare un’area di ragionevole equilibrio tra questi diversi interessi.

Possiamo dire che è un diverso modo di governare le aziende, orientato non al comando ma alla guida, e al bene comune. E ci permette di dire che a una cultura di potere si può sostituire una cultura di governo.

Torniamo qui al punto di partenza, il senso della presenza di donne nei consigli di amministrazione. Probabilmente bisogna spostare l’attenzione dai numeri ai valori. È certo necessario, ma non basta, che più donne siano presenti nei Cda per portare uno sviluppo. Occorre che quelle donne in quei luoghi affermino la loro diversa visione. Se no non cambia niente. Come dice Ikujiro Nonaka, «Il management non è una questione di tecniche o metodi, è una questione di valori».

di Gabriella Freccero

 

“Secondo le ipotesi degli archeologi e degli storici la civiltà implica un’organizzazione politica e religiosa di tipo gerarchico, un’economia bellica. […] Io contesto la tesi che la civiltà si associ esclusivamente a società guerriere androcratiche. Il principio su cui si fonda ogni civiltà si trova al livello della sua creatività artistica, nei suoi progressi estetici, nella produzione di valori non materiali e nella garanzia della libertà individuale che rendono significativa e piacevole la vita di tutti i cittadini, nel quadro di un equilibrio di potere equamente ripartito tra i sessi”. (M. Gimbutas, La civiltà della dea, 1991)

L’antropologa inglese Margaret Murray già nel 1921 con la pubblicazione del volume The witch cult in western europe formulava l’ipotesi che alla base del culto occidentale delle streghe vi fosse una antichissima religione pagana che risaliva a tempi molto più remoti dell’insediamento indoeuropeo nel vecchio continente, al cui centro vi era l’adorazione di una dea madre e di un dio cornuto (Horned God) da parte di una congregazione femminile di sacerdotesse ed adepte con diversi gradi di iniziazione, un culto aperto a donne e uomini che credevano in una profonda connessione tra le forze della natura, gli esseri umani e le forze soprannaturali preposte al culto della rigenerazione cosmica. La Murray nasce come egittologa e al momento dell’uscita del libro ha alle spalle due decenni di pubblicazioni, in qualità di assistente del professor William Flinders Petrie, di resoconti delle campagne di scavo ad Abido e Saqqara che le diedero successo e celebrità e contribuirono a diffondere nel regno britannico l’egittomania. Mentre nel mondo accademico svolgeva un ruolo di mentore per altre donne che incoraggiava a dedicarsi alla professione archeologica era impegnata nel movimento femminista con marce, dimostrazioni e volantinaggi. Nel 1933 con Il dio delle streghe ripropone in uno stile più adatto al grande pubblico i risultati degli studi sul folclore britannico; lo scetticismo con cui viene accolta la sua teoria dal mondo accademico contrasta nettamente con il favore del pubblico che consacra lo studio della Murray alcuni decenni dopo come la base ideologica del movimento neopagano della Wicca.

La ricostruzione della Murray, per quanto ispirata da una solida conoscenza sul campo delle culture antiche che comprese dopo l’Egitto anche scavi a Malta e nell’isola di Minorca, era tuttavia priva di una concreta base documentaria; solo con il lavoro pionieristico di Marija Gimbutas prese davvero corpo l’ipotesi che in Europa si fosse perpetuata in tempi storici lunghi anzi lunghissimi e all’interno di culture rurali più che urbane una religione basata su un divino immanente centrata sul corpo femminile, la natura e i cicli cosmici di eterno rinnovamento.

La biografia di Marija Gimbutas è fondamentale per studiare il suo metodo rivoluzionario di lavoro. Nata a Vilnius in Lituania nel 1921 da due medici appassionati di tradizioni folcloriche che decisero di non iscrivere la figlia alle scuole pubbliche ma di darle un’educazione privata che comprendesse l’approfondimento dell’arte, della musica e delle tradizioni popolari, che l’occupazione russa prima e quella polacca poi avevano tentato di sradicare. Marija perse il padre a 15 anni e decise di continuare la sua opera, in particolare lo studio dei riti funerari precristiani; a 16 anni registrò personalmente più di 5000 canti popolari con cui i contadini lituani accompagnavano i lavori, le feste e gli eventi della vita. L’invasione tedesca della Lituania nel 1939 e l’anno dopo quella sovietica la convinsero a lasciare l’Europa; appena laureata con la prima figlia per una mano e la tesi nell’altra emigrò negli Stati Uniti. Iniziò la carriera universitaria alla Harvard University come traduttrice dalle lingue slave ed in seguito, riconosciuta la sua competenza nel mondo preistorico, pubblicò diversi volumi dedicati alle antiche civiltà dell’Europa centrale. Nel 1963 ottenne una cattedra presso l’Università della California a Los Angeles ove svolgerà il suo insegnamento fino al 1989 come titolare della cattedra di Archeologia Europea e Studi Indoeuropei.

Durante le campagne di scavo condotte tra il 1968 ed il 1980 nei siti neolitici lungo il bacino del Danubio, nella Grecia nordorientale, in Macedonia, Bosnia e nell’Italia meridionale rinvenne più di 2000 manufatti databili tra il 6000 e il 3000 a.c. tra ceramiche dipinte, modellini di templi, altari, vasellame per le offerte; più del 90% degli oggetti erano statuine antropomorfe femminili, spesso con maschere animali sulla testa (uccello, orso, serpente, rana), decorate con un complesso sistema simbolico a spirali, zigzag, cerchi, a X oppure a onde. Si trattava comunque di reperti totalmente diversi da quelli rinvenuti fino ad allora nelle sepolture indoeuropee; gli stessi siti individuati d’altronde presentavano ubicazione, insediamento, resti delle abitazioni totalmente diversi da quelli di epoche successive. La Gimbutas si rese quindi conto che tali materiali non erano da considerare poco più che curiosità della storia dell’arte, da immagazzinare nei depositi dei musei senza alcun ordine né classificazione, ma che erano vere e proprie chiavi utili a riportare alla luce una civiltà europea tanto remota da essere ormai totalmente dimenticata. In assenza di una qualsiasi chiave di lettura già codificata costruì un suo metodo di lavoro cui darà il nome di archeomitologia e nominò questa perduta civiltà Società dell’Antica Europa.

Per l’analisi dei reperti sviluppò un approccio fortemente interdisciplinare utilizzando gli strumenti della linguistica, dell’ archeologia, dell’ etnologia, della paleografia che lei padroneggiava dai tempi delle sue precoci ricerche sul folclore lituano, in controtendenza rispetto alla eccessiva specializzazione del sistema accademico moderno. Partendo dall’assunto che le cosmologie sacre rappresentano il centro di tutte le società antiche e che le credenze fortemente radicate sono soggette a trasformazioni lentissime e tendono a riaffiorare come substrato culturale anche in tempi in cui risultano ufficialmente abbandonate, le immagini non rimangono mute ma forniscono la testimonianza di contesti sociali viventi, il loro studio va fatto per raggruppamenti a seconda dell’intima corenza oppure per classi di significato e di occupazione di un ben specifico posto nell’immaginario sacro dei popoli che le crearono.

Marija Gimbutas vide così riaffiorare nei misteriosi manufatti disseppelliti in Europa Centrale i testimoni di un sistema di credenze estremamente familiare, legato all’adorazione della terra come madre fonte di ricchezze e nutrimento inesauribili che i contadini baciavano all’alba andando ai campi e al tramonto ritornando dal lavoro. L’idea è riproposta dalle innumerevoli rappresentazioni femminili della Dea come contenitore, recipiente, brocca, utensile per conservare cibi e dalle statuine della dea gravida della vegetazione. Le maschere animali che coprono il viso dell’idolo fanno riferimento alla forma immanente dell’eterno ciclo del rinnovamento: il viso di uccello evoca le migrazioni dei volatili che partendo e ritornando secondo cicli ben precisi scandiscono il succedersi delle stagioni; la dea serpente accovacciata in posizione yoga con le estremità avvolte in spirali è un potente simbolo di rigenerazione suggerito dal cambiamento della pelle dell’animale; l’orsa suggerisce con il letargo invernale e la riapparizione primaverile con i piccoli il simbolo della nuova vita ed anche la presenza divina durante il parto (credenza trasmessa anche alla Grecia storica). Le immagini della Dea a postura rigida o a forma di uccello rapace dai grandi occhi aperti nella notte testimoniano che da quelle popolazioni la morte era venerata al pari della vita, come un passaggio senza il quale il ciclo eterno vita-morte-rigenerazione sarebbe cessato. “Il concetto di rigenerazione e rinnovamento è forse il più sorprendente e drammatico tema che percepiamo in questo simbolismo” scrisse la Gimbutas nel 1989.

Il nome di dea che l’archeologa attribuì alle statuine scoperte suscitò la perplessità degli studiosi abituati a riconoscere come tali ben individuabili figure dei pantheon divini dei tempi storici e timorosi che si intendesse rinnovare l’interesse per un generico culto della fertilità ed un matriarcato mitico quanto indimostrabile. Gimbutas sostiene che il termine dea vuole esattamente intendere il contrario, cioè che la simbologia femminile presiede agli aspetti tanto creativi che distruttivi dei cicli cosmici, andando ben al di là del puro culto della fertilità; la dea è tale in quanto distrugge tanto quanto crea: è la dea avvoltoio che scarnifica le carni dei cadaveri per finire il lavoro della distruzione e rimettere in circolazione il nutrimento, ma è anche la dea della vegetazione nel cui impasto di terracotta sono ritrovati i semi di cereali che garantiscono la sopravvivenza degli umani.

Dagli scavi sono venuti alla luce resti di villaggi che fanno pensare ad una struttura sociale piuttosto egualitaria. Non si vedono abitazioni più ricche ed altre più povere, appaiono invece tutte addossate le une alle altre come alveari con i morti seppelliti al di sotto per consentire agli antenati di continuare a proteggere la famiglia e la casa. Il tempio non risulta in posizione dominante o appartata rispetto alle case ma si trovava in mezzo ad esse con dimensioni appena di poco più grandi; dai modellini di templi in terracotta e dagli scavi emerge una struttura templare a due piani: al piano terra grandi forni per cuocere le offerte a base di grano, torte e focacce oppure il vasellame cultuale, al piano superiore si trovavano altari, oggetti sacri, simboli di rigenerazione come soli, serpenti, uova, spirali, centri concentrici, con resti di pittura alle pareti in ocra rossa simbolo di vita; dai modellini in ceramica si riconoscono tamburelli, troni sedili, tavoli e sedie che fanno pensare ai templi come ritrovi in cui la musica avesse un ruolo importante. Nelle sepolture non sono state rinvenute armi nè resti di individui che facciano pensare a re o principi per la ricchezza del corredo come nelle successive inumazioni indoeuropee; le sepolture piu’ ricche di oggetti cultuali sono di donne, spesso anziane, quelle maschili hanno corredi di oggetti legati al lavoro come asce di pietra per lavorare i metalli o di conchiglie che fanno pensare al commercio con paesi lontani, in entrambe le sepolture si trovano attrezzi per frantumare il grano, facendo pensare alla condivisione dei lavori destinati alla sopravvivenza del gruppo tra i sessi.

Dal quinto millennio a.c. iniziano a trovarsi negli stessi siti le enormi sepolture a tumulo il cui nome indoeuropeo è Kurgan, col quale la Gimbutas denomina le popolazioni centro europee che mano a mano sostituirono la civiltà dell’Antica Europa. Nelle grandi tombe i corredi funerari splendidi di potenti guerrieri a cavallo suggeriscono la comparsa di nuovi valori: il culto per la ricchezza, la gerarchizzazione della società, la svalutazione del femminile, l’esaltazione della forza e delle armi. Alla fine del terzo millennio a.c. il passaggio è completato.

I risultati di decenni di studi sul territorio europeo sono contenuti nell’ultima grande opera di Gimbutas La civiltà della dea che in Italia appare in traduzione solo tra il 2012 e il 2013 per i tipi di Stampa Alternativa di Viterbo. Anna Schgraffer recensendo l’uscita del primo volume nel 2012 sottolinea che la pubblicazione non a caso avviene ad opera di una casa editrice che non si chiama “Stampa di Regime o Taci e Acconsenti”; evidenziandone i contenuti rivoluzionari fa notare come la disponibiltà al pubblico italiano solo dopo ben 21 anni dall’edizione originale segnali il ritardo culturale del nostro paese e la miopia della classe intellettuale italiana (editori compresi) rimasta sostanzialmente indifferente a ciò che nelle accademie non è materiale più che accreditato in quanto innocuo e non certo innovativo.

La stessa Gimbutas si era d’altronde meravigliata che le pubblicazioni delle sue prime ricerche negli anni ‘70 e ‘80 piuttosto che dagli studiosi e dai colleghi venissero acquistate da donne, spesso non specialiste della sua materia ma che intravedevano in questa accurata ricostruzione di un passato tanto diverso dalla loro condizione attuale una formidabile possibilità di ispirazione culturale e di critica al patriarcato, non più condizione storica immutabile ma databile storicamente.

Mariagrazia Pelaia, curatrice dell’edizione italiana de La civiltà della dea, in un intervento sulla rivista Le simplegadi dell’Università di Udine, attribuisce all’archeologa lituana Gimbutas il merito di aver dato nome a materiali e simboli totalmente incomprensibili ai nostri tempi poiché andato distrutto l’universo di significato che essi esprimevano; quando conia le espressioni Dea Uccello, Dea Avvoltoio, Dea Civetta oppure Dea Occhio, Dea della morte e rigenerazione, Dea gravida della vegetazione, o lo stesso nome di Antica Europa, rinomina interamente un mondo perduto e lo rimette al mondo; condizione assai simile a quella del movimento femminista quando si trovò a costruire da capo un soggetto femminile perduto senza avere parole per significarlo. Gli stessi termini di matrismo o società matristica furono inventati e adottati dalla Gimbutas al posto di matriarcato, per rimarcare che nelle società da lei scoperte non vigeva l’opposto del patriarcato, cioè il dominio delle donne sugli uomini.

Gimbutas inoltre scopre una vera e propria forma di scrittura sui reperti neolitici, che oltre ai simboli già menzionati di zig zag, spirali, cerchi e losanghe in alcuni casi presentano un vero script di simboli collegati in stringhe o grappoli a formare evidentemente una paleo-scrittura ancora indecifrata. Interessanti somiglianze sono state evidenziate con la scrittura antico-cipriota e antico-cretese per cui ancora manca una decodificazione; la nascita della scrittura parrebbe pertanto non risalire al mondo mesopotamico, ma al vecchio continente nascendo sotto una spinta religiosa anziché per scopi archivistici e burocratici come ci è stato insegnato.

A Marjia Gimbutas va riconosciuta non soltanto la rivoluzionaria opera scientifica ma anche il grande esempio di fedeltà al suo sguardo femminile, che si è tradotto nella capacità di fare ricerca tenendo insieme tutta se stessa, il mondo degli affetti con lo spirito scientifico, come ha dimostrato riconoscendo valore e verità alle parole della madre, nel modo in cui fanno per istinto le bambine, attendibilità ai loro racconti; proprio quei racconti cui spesso agli studiosi viene chiesto di rinunciare in nome di una obbiettività razionale senza radici, senza sesso e quindi anche senza fondamento.


(www.eredibibliotecadonne.wordpress.com, 12 febbraio 2016)

di Margherita Giacobino


Una molesta proposta

Visto che gli immigrati (maschi) manifestano la deplorevole tendenza a comportarsi con troppa familiarità con le donne dei paesi ospitanti, usurpando il privilegio esclusivo dei maschi nativi di molestare le femmine della propria etnia, la parlamentare greca Miss Antropas ha inviato alla Commissione Europea per le Emicranie da Migrazioni la seguente proposta di legge:

  1. Controllo dei migranti alle frontiere: tutti quelli che risulteranno non essere di sesso femminile verranno rispediti ai paesi d’origine, a meno che non siano disposti a cambiare sesso entro 48 ore (si predisporranno all’uopo tende con personale di Transemergency a ogni posto di confine)
  2. I migranti in possesso del requisito del sesso femminile, da ora in poi chiamati “le migranti”, verranno ammesse in Europa e accompagnate nel paese di loro scelta da una scorta di poliziotte, per proteggerle dai maschi europei
  3. Per non creare ingiuste discriminazioni, tutti i cittadini europei di sesso maschile dovranno svolgere un periodo da tre a sei anni di migrazione obbligatoria verso la Siria, la Libia e altri paesi ospitanti. Si ritiene che l’incrociarsi dei flussi migratori possa creare forti correnti di turbolenza nelle zone marittime interessate, nelle quali pertanto viene vietata la pesca del tonno fino a data da stabilirsi.



    (www.aspirinalarivista.it; n.11 inverno 2015-16)

di Luciana Piddiu

Quando nel 2005 fu pubblicato il romanzo di Kazuo Ishiguro Never let me go, storia di un college inglese in cui vengono allevati adolescenti destinati a fornire organi di ricambio ai soggetti di cui i giovani sono – a loro insaputa – cloni, molti si scandalizzarono. Fu detto che quella rappresentazione di una realtà distopica era generata dalla fantasia malata, folle quasi, dello scrittore anglo-giapponese.

Dopo aver assistito alle Assises di Parigi per l’abolizione universale della maternità surrogata, penso al contrario che lo scenario prospettato da Ishiguro potrebbe fra non molto diventare realtà, a sentire i dati forniti sull’enorme giro di affari che ruota intorno a questo genere di economia. E dove si fanno soldi là si dirige lo sviluppo, se non si adottano misure drastiche atte a contrastare questa, che è a tutti gli effetti una deriva in senso antropologico. L’attenuarsi del senso critico e della capacità di discernimento sotto le picconate dell’ideologia trionfante del libero mercato, sostenuta dai media e favorita dall’individualismo, genera nella coscienza dei più la convinzione: a) che tutto ciò che esiste, solo per il fatto che esiste, vada accettato e legalizzato; b) che non ci sia niente di male ad usare altri esseri viventi come mezzi per soddisfare i bisogni o i desideri propri.

Se avevo qualche dubbio sul turismo procreativo, ammantato di un velo di altruismo, e sulle pratiche che hanno separato il concepimento dalla genitorialità, l’Assemblea di Parigi è servita a togliermelo.

Due interventi mi hanno particolarmente colpito. Quello di Geneviève Azam dell’Università di Tolosa che con puntigliosa precisione, dati alla mano, ha messo in evidenza quella che è stata – a suo dire – una vera rottura del codice etico che caratterizza il percorso del divenire umano. Si tratta dello sviluppo di un’economia che da almeno quarant’anni ha progressivamente ridotto gli umani a risorse biologiche introducendo un processo di reificazione e riduzione a merce dei soggetti. Il tutto è cominciato negli anni ’80 con la pratica della brevettabilità. Sono stati cosi depositati brevetti sugli organismi viventi, geneticamente modificati o meno, sui geni, compresi quelli umani ecc. I bioingegneri – coadiuvati da genetisti di fama – si sono lanciati in questa corsa ai brevetti che rende enormi profitti. La lobby dei medici è parte integrante di questo percorso inedito. La usine à bébé (fabbrica di bebè), la filiera del mercato globale per la produzione di bambini come prodotti di qualità (sono infatti scartati i difettosi e le madri surrogate in questi casi non vengono pagate!) è dopo la riduzione in schiavitù la più grande violenza che si possa immaginare fatta alle donne e ai bambini. Quello scambio – tra chi ordina e commissiona il bambino e chi esegue l’ordine – è una raffinata forma di scambio diseguale, una nuova forma di neocolonialismo. Ma cosa più grave è la completa alienazione del soggetto dal frutto portato in grembo e nutrito. Una dissociazione del sé. L’intervento di Jean Daniel Rainhorn – Università di Ginevra – ha collocato il fenomeno della maternità surrogata e delle varie banche (e non per niente si chiamano così) del seme e degli ovociti nel quadro di un’economia diffusa a livello planetario, che egli definisce propriamente come cannibale. Anche se il cannibalismo è stato tabuizzato come sinonimo di stato di natura selvaggio e antiumano, non lo stesso si può dire dell’economia globalizzata neoliberale che cannibalizza gli esseri viventi sia nella loro interezza (è il caso del traffico di esseri umani, della loro riduzione in schiavitù, della prostituzione, degli uteri affittati) sia parti dei corpi umani (traffico d’organi, gameti, geni ecc.). Il vivente è diventato riserva di materia, egli è visto come assemblaggio di pezzi. E a chi può permettersi di acquistarlo è riconosciuto il “diritto” o la facoltà di farlo. Questo è evidente nell’ambito della medicina dove la domanda di salute e il fantasma dell’immortalità si è fatta via via più pressante da parte del mondo più ricco e affluente. È in gioco il nostro avvenire, ma come hanno ribadito tutti gli interventi di Parigi ieri, anche se ci aspetta un lungo lavoro non dimentichiamo mai che ciò che è giusto è anche possibile. Non stiamo in silenzio, ne va del senso della nostra vita .

Due artiste, Barbara Bloom e Joan Jonas, ci fanno intravedere quello che normalmente non si può vedere. In una sorprendente circolarità tra intuire, disegnare, mostrare

di Francesca Pasini

Nell’immagine c’è qualcosa che riconosciamo e nello stesso tempo sorprende, come se venisse da un deposito ad accesso libero, ma in cui non tutti decidono di entrare. L’arte è questo misto di conosciuto e imprevisto. Quello che mi attrae è soprattutto il rapporto tra l’artista e l’immagine nel momento in cui è lì, lì per presentarsi ai suoi occhi. Una volta arrivata parla a chi la guarda, crea a sua volta un deposito e offre un incontro con qualcosa che sta oltre. Questo andare oltre avviene perché ognuno è invitato a capire qual è “il punctum che ferisce e ghermisce”, come scriveva Roland Barthes ne La camera chiara. Trovare dentro di sé quello che non si era visto e che l’immagine fa affiorare o riaffiorare da quanto abbiamo accumulato. La sorpresa sta nel contatto con gli occhi dell’altro. Succede anche nei rapporti quotidiani, ma senza qualcosa che trattiene il passaggio dello sguardo è difficile raccontarsi quello che proviamo.

Tutta l’arte agisce così, ma quella visiva assomiglia di più a un dialogo tra soggetti che s’incontrano. Non si può parlare solo tra sé e sé e l’arte ha bisogno dell’altro che la guardi, la accetti, la rifiuti, e poi magari faccia pace. Esattamente come in ogni incontro.

Ci sono opere e immagini che hanno più forza, più invenzione nel farci percepire questo legame tra l’estetica e la comprensione di sé, come quelle di Barbara Bloom e Joan Jonas, in mostra alla Galleria Raffaella Cortese di Milano, fino al 27 febbraio.

Barbara Bloom con i suoi Works for the Blind ci porta dentro la massima aspettativa: mettersi nelle condizioni di guardare l’assenza di vista. Il contatto con gli occhi dell’altro è folgorante. L’emozione è fortissima. Barbara Bloom ce la fa provare unendo la lettura degli occhi a quella del braille. Sette fotografie in bianco e nero hanno dentro di sé qualcosa di noto e qualcosa che appartiene a quell’immagine. Davanti al vetro sono trascritte in braille, le citazioni che accompagnano ogni singola foto. Sono frasi sul senso del vedere e della perdita, tratte da Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Roland Barthes, Dorothy L. Sayers.

Chi è cieco ha la conoscenza immediata del testo e un’immaginazione dell’immagine; chi vede l’immagine non riesce a leggere il testo. È trascritto in caratteri piccolissimi, sembra piuttosto un francobollo che certifica la spedizione del messaggio.

Vedere e leggere si scinde nella vista e nel tatto, e in questo equilibrio appare sia la dolcezza di sentirsi uniti a chi non può vedere la foto, sia lo sforzo di immaginare le parole attraverso i rilievi tattili del braille. L’equilibrio c’è anche nella disparità fisica della vista, perché produce quello sfondamento soggettivo che alcune opere  imprimono alla “lettura della mente”, cioè a quella lettura che non si basa sulla grafia, ma sui segni emotivi, fisici che accompagnano le espressioni di uomini, donne, bambini, animali, paesaggi. In questo vedo la capacità di farci andare oltre, o meglio di trarre dalle intuizioni allo stato fluido il “punctum” che può condensarsi in un’immagine e da quel momento “ferirci e ghermirci”.

Nel secondo spazio della galleria, c’è The Weather, un’installazione di tappeti sollevati da terra e ad altezze diverse, su cui affiorano i rilievi della scrittura braille. Citazioni letterarie descrivono cambi di temperature, di colori, di umidità: “Piovve per quattro anni” (Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine). “Aveva cominciato a nevicare nuovamente” (James Joyce, Gente di Dublino). “Soffiava il vento del deserto quella notte” (Raymond Chandler, Vento rosso). “Ti scrivo sotto un azzurro perfetto” (Andre Gide, L’immoralista). “Il cielo a nord s’era oscurato”(Cormac McCarthy, Cavalli Selvaggi).

In un tappeto, più o meno al centro, sono trascritti i valori di “temperatura, somma termica, umidità, precipitazioni, pressione a livello del mare, velocità del vento, visibilità: condizioni meteorologiche al momento della nascita di Barbara Bloom, Los Angeles, 11 luglio 1951”.

Tutta la stanza è pervasa da un clima cilestrino, polveroso come nei cieli velati dalle nuvole, opaco come nei passaggi tra il giorno e la notte, verde leggero come traspare dall’acqua. Sulle pareti è steso un leggero velo azzurro-grigio. È un’immersione che mette in moto l’immaginazione dell’atmosfera in cui siamo calati. L’equilibrio tra visione fisica “corporea” e grafica letteraria ci riporta al contatto con gli occhi e la mente dell’altro che sta alla base del vivere quotidiano. Viene voglia di toccare i rilievi braille, ma anche le superfici vuote dei tappeti, come se la tattilità diventasse una chiave di lettura per tutti: vedenti e non. La sorpresa è enorme e non c’è che viverla.

Altrettanto forte è l’emozione nel terzo spazio della Galleria, dove Joan Jonas ha riunito in una stanza la trasparenza, la luce, la temperatura della natura. È una sintesi fulminea del Padiglione e della performance alla Biennale di Venezia, They come to us without a word. La misura della stanza è perfetta per racchiudere una molecola del mondo, s’intitola In the Trees: un’opera totale per immaginare uno sfondamento rispetto al deposito di immagini che ci circonda e che non sempre vediamo.

Incrociamo gli occhi con Jonas mentre attraversa una lieve foresta di alberi, inframmezzati da segni verdi brillanti: gli alberi disegnati da lei.  Il video “continua” riflettendosi sugli specchi, posizionati agli angoli della stanza. E sul lato opposto, in una proiezione circolare, stroboscopica, Jonas ci viene incontro con fogli di carta bianca su cui disegna la natura che la circonda e in cui ci invita a entrare. Un invito semplice, senza commenti, come appunto è quello della natura. Un richiamo pacato a fare un passo indietro per osservare i mutamenti e ricordare.

La parete di fondo è avvolta da una “nuvola” di disegni mossa dal vento. Sono disegni di uccelli che potenzialmente abitano gli alberi tra i quali Joan si è immersa e riflessa, ma sono un d’apres da Bird Guide of  Mailand by Dr. Boonsonq Lekaqul. E così si chiude il cerchio tra vedere e disegnare, tra leggere e intuire, tra vivere la natura e andarle incontro senza parole. È un’evocazione poetica, ma soprattutto un suggerimento ad accedere al deposito di immagini che artisti, uomini, donne,  bambini, animali, piante mettono quotidianamente in circuito.

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=48558&IDCategoria=1&MP=true

di Nadia Somma

 

No alle sanzioni per le donne che ricorrono all’aborto clandestino, è la petizione lanciata sul web contro il decreto legislativo 8, del 15 gennaio 2016, che depenalizza il reato di aborto clandestino ma inasprisce le sanzioni amministrative.

Le donne che abortiranno clandestinamente entro i 90 giorni, saranno condannate al pagamento di una multa: da un minimo di 5mila ad un massimo di 10mila euro (lo stesso decreto prevede la cancellazione del reato penale per chi abortisce oltre i 90 giorni di gravidanza). L’articolo 19 della 194 prevedeva, invece, una sanzione più che sostenibile di 51 euro (100mila lire ai tempi dell’approvazione della 194), che lasciava alle donne la possibilità di andare in ospedale in caso di complicazioni post intervento e anche di denunciare chi praticava aborti fuori dalla struttura pubblica. Ma adesso, questa salatissima multa che si abbatterebbe come un macigno sulle scarse risorse economiche di precarie, immigrate o indigenti, potrebbe diventare un deterrente per il ricorso alle cure ospedaliere con gravi conseguenze sulla loro salute.

Si ritorna all’aborto clandestino e il governo Renzi pare fare di tutto perché resti in clandestinità.

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani per non attuare pienamente la legge 194 e l’obiezione di coscienza continua a ostacolare l’applicazione della legge costringendo le donne all’aborto clandestino e questa nuova norma interviene a gamba tesa sul problema con un’azione sanzionatoria che metterà le donne con le spalle al muro. Lo denunciano le ostetriche e le ginecologhe fautrici della petizione che, rivolgendosi alla ministra Lorenzin, chiedono al Governo di adoperarsi concretamente contro gli aborti clandestini attraverso “la reale accessibilità alla metodica farmacologica che dovrebbe essere eseguita fino a 63 giorni, l’ampliamento e il miglioramento della rete dei consultori, l’educazione alla contraccezione nelle scuole e la gratuità della contraccezione, efficace e sicura”.

Nella petizione si ricorda alla ministra Lorenzin quale fosse la grave situazione dell’aborto clandestino prima della legge 194 e quanto fosse grande l’angoscia delle donne che, nonostante la severità delle pene, rischiavano la loro stessa vita per interrompere gravidanze non volute. E allora perché il governo Renzi sanziona le donne invece di mettere quel benedetto tetto all’obiezione di coscienza per rendere pienamente applicabile la 194?

Anche D.i.Re contro la violenza ha criticato la nuova normativa che “sembrerebbe finalizzata a disincentivare gli aborti clandestini e invece sperimenta, sulla pelle delle donne, nuove misure punitive. Invece di promuovere campagne di sensibilizzazione e, soprattutto, rendere più accessibile l’aborto farmacologico in regime di day hospital o possibile nei consultori familiari e nei poliambulatori – la RU486 viene utilizzata solo nel 10% negli ospedali, perché i costi di tre giorni di ricovero, previsti solo nel nostro Paese, sono altissimi – il governo è intervenuto, ancora una volta, in un’ottica non funzionale ed esclusivamente moralistica, ignorando completamente le ragioni per cui la legge 194 comminava una multa simbolica, ovvero permettere alle donne di denunciare i cucchiai d’oro che praticavano aborti fuori dalla struttura pubblica ma, soprattutto, permettere loro di andare in ospedale al primo segno di complicazione e salvarsi la vita”.

I dati sull’obiezione di coscienza continuano ad essere snocciolati da tempo, monitorati dai ginecologi della Laiga, ma il governo Renzi, come quelli precedenti, in una logica di restaurazione del controllo del corpo delle donne, ha issato un muro di gomma contro l’allarme sull’aumento degli aborti clandestini mentre il parlamento più rosa della storia italiana ben poco si muove per tutelare la salute delle donne. Fino ad oggi sono state presentate due proposte di legge per porre un tetto all’obiezione di coscienza: quella del Movimento 5 Stelle nel 2013 e quella più recente di Possibile.

In Italia, il 70 per cento dei medici e degli infermieri sono obiettori di coscienza, e ci sono Regioni dove l’obiezione è ancora più alta. La Calabria è al 73%, la Campania all’82%, in Puglia gli obiettori di coscienza sono l’86% del totale, in Sicilia siamo all’87,6 % e nel Lazio l’80%. In Basilicata siamo arrivati al 90 % di obiettori e in Molise al 93,3%. In quella Regione sono solo due i medici che applicano la legge 194 e praticano l’interruzione volontaria della gravidanza. Il dato più impressionante è che, se si escludono la Valle D’Aosta che è al 13, 3 % e la Sardegna che è al 49,7%, tutte le Regioni sono sopra il 50% di obiettori.

Per molte donne ricorrere all’Ivg legalmente, è diventato un percorso ad ostacoli e contro il tempo e le straniere sono quelle a cui tocca l’ostacolo più alto. La normativa non ha minimamente preso in considerazione la loro condizione. Lisa Canitano, ginecologa presidente di Vitadidonna, ha spiegato che la nuova normativa è un vero e proprio caso di incitamento all’aborto clandestino perché “il Stp, (straniero temporaneamente presente) permette a tutti, anche privi di documenti, di essere assistiti nelle strutture pubbliche senza essere segnalati, tranne chi proviene da un altro paese europeo e che ha una tessera sanitaria europea valida ovunque nell’Unione. Le donne rumene, però, non hanno questa tessera, perché il loro governo non gliela fornisce. Di conseguenza non possono usufruire né dell’Stp né dell’assistenza per i cittadini europei. Per metterle in sicurezza è stata prevista la categoria dell’europeo non iscritto e una tessera speciale che si chiama Eni. Ma molte regioni non la riconoscono, neppure Emilia, Toscana o Lombardia. Quindi le donne rumene possono abortire in ospedale, ma pagando 1.200 euro. È dunque ovvio che ricorrano piuttosto a un medico privato che pratichi loro l’aborto a meno della metà. E poi se hanno complicazioni, se gli viene la febbre a 40, stanno a casa sperando che gli passi. Anche le donne nigeriane fanno molti aborti clandestini. Fra loro ci sono prostitute cui gli sfruttatori danno i farmaci che inducono l’aborto. Quando stanno male e arrivano in ospedale magari hanno otto compresse abortive in vagina”.

 

(www.ilfattoquotidiano.it/blog, 11 febbraio 2016)

 

Emilía Kamvísi, 85 anni, vive a Lesbo.

di Alessandra Magliaro

Mentre l’Europa si divide sulle quote d’ingresso e mette in pericolo l’accordo di Schengen, mentre paesi confinanti come l’Ungheria alzano muri e paesi come Svizzera e Danimarca confiscano i beni ai richiedenti asilo, c’è chi in questi mesi di esodo biblico ha aperto le proprie case per accogliere e salvare i rifugiati: bambini, donne, uomini in fuga dalle guerre e dal terrore. Pescatori, pensionati, insegnanti, casalinghe, ordinary people, residenti nelle isole greche o volontari andati lì per aiutare chi scappa per restare vivo.

A questi eroi, certamente loro malgrado, attualmente circa 650 mila persone – Alkmíni Papadáki, un architetto cretese primo firmatario – vorrebbero dare quest’anno il Nobel per la pace, così come ai cittadini di Lampedusa nel 2014. Sulla piattaforma di petizioni on line Avaaz.org l’obiettivo sono le 700 mila firme per fare pressione e candidare quelle persone coraggiose, molte anche anziane, che ogni giorno aiutano i profughi che approdano sulle loro coste. Rettori dei più noti atenei del mondo, Harvard, Princeton, Oxford, Copenaghen, una vera e propria internazionale di docenti (i nomi dei firmatari saranno resi noti a breve) come l’ha definita il Guardian qualche giorno fa, ha scritto e inviato il primo febbraio la lettera di candidatura all’organizzazione norvegese del Nobel per nominare quest’anno gli abitanti di Lesbo (Tornare a Lesbo per fermare la strage), Kos, Chíos, Samos, Rodi e Leros. Un premio simbolo a chi non ha davvero mai esitato ad aiutare e salvare migliaia di profughi e a tutto quel network di solidarietà che da mesi sta organizzando il soccorso e la prima accoglienza in condizioni spesso proibitive di mare.

Un potente messaggio oltre le nazioni e la politica: compassione e coraggio, empatia e sacrificio, ma soprattutto umanità. Nonne che hanno tenuto tra le braccia bambini impauriti per aiutarli a dormire, mentre insegnanti, studenti, pensionati hanno trascorso mesi offrendo cibo, coperte, comfort ai naufraghi rifugiati su quelle coste, si legge nella petizione. Come Antónis Deligiórgis, il trentaquatrenne soldato greco che ha portato in salvo una giovane eritrea nelle acque in tempesta di Rodi. Spyros Limnéos, un attivista greco che ha distribuito aiuto nelle isole racconta: «Mai dimenticherò le ragazze salvate su una barca a Leros, erano sorridenti, non avevano valige o altro bagaglio tranne un certificato di licenza scolastica scritto in arabo. Ridevano mentre si asciugavano al sole dopo il naufragio, fu un misto di tragedia e speranza». Proprio il sorriso dei profughi sembra essere il motivo di gioia dei salvatori, come racconta al Guardian una tra gli organizzatori del Solidarity Networks, Matína Katsivéli, 61 anni, giudice in pensione a Leros.

«Non vanno in Germania o in Svezia per vacanza. Nessuno vuole abbandonare la propria dimora e buttarsi nelle braccia del mare», dice Stratís Valiamós, 40 anni,  pescatore di Lesbo. Ha salvato un’infinità di migranti che stavano annegando in mare aperto. «Non dimenticherò mai un bambino, poteva avere 3 o 4 anni, galleggiare in acqua. Era annegato. Volevo prenderlo, non volevo che restasse in acqua. Ma il mare era turbolento e il corpo una volta era lì a portata di mano, l’onda successiva spariva. E non ce l’ho fatta». Come lui, Emilía Kamvísi, un’anziana donna, che ha aiutato molti profughi a trovare riparo. Figlia di rifugiati, guardare ogni giorno la stessa scena sulle coste di Lesbo – riporta in un video di Al Jazeera rilanciato da Valigia Blu – le ha ricordato la sua infanzia sotto l’occupazione nazista. «Cosa ho fatto? Non ho fatto niente», ha detto la Kamvísi, 85 anni, quando ha saputo che potrebbe essere candidata al Nobel. Insieme a due amici, di 89 e 85 anni, è stata fotografata in autunno che dava il biberon ad un piccolo siriano. Quattro mesi dopo, potrebbe essere tra i nomi indicati per il Nobel simbolicamente rappresentando coraggio e umanità dei greci nell’immane crisi dei rifugiati. Più che le isole nel loro complesso infatti a essere ufficialmente candidate saranno associazioni locali e singoli cittadini. Per questo motivo la candidatura è stata intitolata “Premio Nobel per la Pace per gli Isolani Greci”. Con lei, Stratís Valiamós mentre l’attrice Susan Sarandon, che ha trascorso il Natale aiutando i rifugiati in Grecia, è stata nominata dagli academici greci. Il ministro greco per le migrazioni, Yannis Mouzalas, ha dichiarato che l’iniziativa ha il pieno supporto del governo di Atene. Ad ottobre sarà annunciato il vincitore del premio.

 

*Caposervizio della redazione Spettacoli, Cultura e Media dell’agenzia Ansa. L’articolo di questa pagina è stato scritto per ansa.it. Noi lo pubblichiamo con il consenso dell’autrice, che si dice felice di appartenere a Comune

di Silvia Niccolai

 

L’on. Monica Cirinnà, riferendo alla Camera martedì 2 febbraio 2016, ha affermato che il progetto di legge sulle unioni civili in alcun modo compromette il divieto di maternità surrogata. Onestamente ho l’impressione che le cose non stiano proprio così. La legge, recependo alcuni orientamenti giurisprudenziali, sancisce che i partner delle unioni civili potranno adottare il figlio dell’altro, ma non modifica il regime generale delle adozioni. Le coppie omosessuali potranno adottare soltanto il figlio del partner, non potranno adottare un bambino in stato di abbandono, o ricorrere all’adozione internazionale, tutte possibilità che restano esclusive delle coppie eterosessuali sposate. Ora, come si sa, nel caso specialmente delle coppie omosessuali maschili spesso il figlio viene da una ‘gestazione per altri’; sicché, stabilire che le coppie omosessuali possono adottare il figlio del partner, ma precludere per il resto l’adozione, significa indicare, specialmente lo ripeto alle coppie maschili, come strada maestra, per soddisfare il loro desiderio di ‘genitorialità’, il ricorso alla surrogazione. In sostanza, la nuova legge dice: andate all’estero, trovate una surrogata, uno riconosce il figlio, tornate ed è fatta. Non avete i soldi? Ecco questo sì, è un problema, vostro. Le cose stando così, si ha motivo di pensare che la nuova legge non tocca il divieto di maternità surrogata nel senso che quel divieto rimane lì a far niente, fittizio e ipocrita come tanti altri inutili simulacri rivestiti di forza di legge, in attesa che, più prima che poi, dopo l’entrata in vigore della legge sulle unioni civili qualcuno affronti il problema per noi. Un ordinamento che permette ai gay l’adozione del figlio del partner, mentre vieta la maternità surrogata e d’altro canto non consente loro di adottare è così patentemente contraddittorio, che non ci vorrà molto prima che Strasburgo, preceduto verosimilmente da qualche sentenza nazionale, ci presenti il conto. E anche con qualche ragione, da un certo punto di vista: così anche i gay che non sono ricchi e non parlano inglese o hanno paura di prendere l’aereo potranno farsi fare un figlio. Infatti che cosa farà, Strasburgo: non potendo condannarci per riservare le adozioni alle coppie eterosessuali, visto che nel nostro ordinamento l’adozione è possibile solo per chi è sposato e il matrimonio resta etero, coglierà l’occasione per dare un bel colpo al divieto di surrogazione, malvisto negli ambienti sovranazionali perché non fa girare l’economia ed è ancorato alla strana idea che ci sia qualcosa di speciale nella maternità, un’idea che agli alfieri globali della parità non può apparire che discriminatoria.

Un’altra cosa che il progetto di legge sulle unioni civili mi sembra destinato – silenziosamente ma effettivamente – a travolgere è il divieto di fecondazione eterologa, che sopravvive nel nostro ordinamento per le coppie che non siano portatrici di malattie trasmissibili, insieme alla condizione per cui alla fecondazione assistita possono accedere solo gli etero. Molte lesbiche ricorrono alle cliniche della fecondazione assistita per avere un figlio: in modo ipocrita, dando da un lato per scontato che esistano coppie lesbiche che hanno figli e pertanto interesse a ricorrere alla stepchild-adoption, ma dall’altro vietando loro l’eterologa, la nuova legge le incoraggia al turismo procreativo, laddove nei confini nazionali pone loro limiti, la cui razionalità risulterà molto difficile dimostrare.

Il progetto di legge sulle unioni civili tocca dunque, e come, sia il divieto di surrogazione sia quello di fecondazione eterologa. Si tratta di due divieti connessi, che limitano entrambi la facoltà delle persone, e in specie delle donne, di disporre del loro corpo e delle loro scelte procreative, e pertanto meritano di essere superati en bloc? C’è chi lo pensa, come c’è chi pensa che entrambi hanno invece valore, e dunque vanno conservati insieme. Devono stare o perire insieme per il solo motivo che sono enunciati nella stessa legge, quella sulla fecondazione assistita? Oppure proteggono esigenze diverse, l’uno è più pregevole e interessante dell’altro, e meriterebbe di essere conservato mentre l’altro non? Se, come a me pare possibile, si sostenesse che il divieto di maternità surrogata si traduce in positivo come riconoscimento dell’insostituibilità del legame materno, e della primazia femminile nel generare (chi è a favore della ‘libertà’ di surrogazione si ricordi, almeno, che essa milita contro il diritto di aborto, e significa subordinare a una clausola contrattuale il potere delle donne di fare figli per chi vogliono e alle loro condizioni, che il divieto di surrogazione lascia invece intatto), la sua conservazione non si porterebbe dietro a oltranza il divieto di eterologa, tanto meno la limitazione alle coppie etero dell’accesso alle tecniche riproduttive, ma soltanto una riflessione collettiva più accurata sulle diversità che intercorrono tra donne e uomini, nell’aver figli e in altri campi.

Se il Parlamento italiano considera il divieto di maternità surrogata e il divieto di eterologa due ferri vecchi che qualcuno gli farà il favore di rimuovere per conto suo evitandogli passaggi impegnativi davanti all’opinione pubblica, significa soltanto che esso non ha né il coraggio né l’onestà di abrogarli espressamente e subito. Se li mantiene perché li considera un valore, dovrebbe preoccuparsi di garantire ad essi una tenuta, sforzandosi di inserire l’innovazione che sta inserendo, e cioè le unioni civili, in modo armonico con questi altri istituti che nell’ordinamento già esistono. Personalmente ho a cuore il divieto di maternità surrogata; se anche il legislatore ci tiene davvero, ed è per questo che non lo abroga, lo dovrebbe tutelare nelle sue ricche implicazioni, che sono quelle di valorizzare l’insostituibilità e la dignità della relazione materna per ogni essere umano, e farne, pertanto, un autentico principio ordinatore dei rapporti di filiazione, che dovrebbe spingere il legislatore a formulare espressamente, per esempio, il dovere di chi ricorre alla maternità surrogata di garantire ai figli la possibilità di conoscere l’identità della madre, anche, e specialmente, se è un’analfabeta nepalese trascinata a farsi inseminare mentre il marito intasca il compenso. Il valore di quel principio giustificherebbe senz’altro il riconoscimento alle coppie omosessuali del diritto di adottare, perché, come ripeto, un ordinamento che vieta la maternità surrogata ma ammette l’adozione per i gay darebbe prova di coerenza e potrebbe difendere con successo le sue scelte davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Per ‘non compromettere’ il divieto di maternità surrogata non basta affatto lasciarlo lì, appeso al nulla: bisogna incaricarsi di complesse iniziative sul piano del diritto internazionale volte a contrastare il fenomeno e di una altrettanto complessa e accurata revisione di molti istituti, a partire dall’adozione, del diritto interno. Bisogna, anche, ragionare di più tutti insieme sul se il riconoscere il diritto delle persone omosessuali alla genitorialità debba per forza passare dalla banalizzazione mercificata del materno, e, alla fine del conto, accontentarsi di rappresentare, nella nostra vita collettiva, anziché l’aperto riconoscimento di diverse forme parentali ed espressioni della sessualità e degli affetti, più che altro l’istituzionalizzazione di una serie di rimossi e di non detti (si fa la surrogazione, o l’eterologa, ma non si dice).

Si parla di ‘buona politica’, ci si vanta di esser moderni e si ridacchia dei ‘cattolici oltranzisti’ odiatori della giustizia e del progresso. Ma non c’è, invece, un tantino di gesuitico in questo modo di procedere? E quanto profondi sono le convinzioni democratiche e i sentimenti di eguaglianza,di chi afferma di dover procedere a piccoli passi, e zitti zitti, perché l’elettorato, poverino, bove come è, altrimenti non capisce?

 

(Il manifesto, 9 febbraio 2016)

 

Nota della redazione del sito: Di Silvia Niccolai, docente di Diritto costituzionale all’Università di Cagliari, è uscito il 2 febbraio 2016 sulla rivista Costituzionalismo.it, un ampio articolo dal titolo Maternità omosessuale e diritto delle persone omosessuali alla procreazione. Sono la stessa cosa? Una proposta di riflessione (http://www.costituzionalismo.it/articoli/539/, scaricabile gratuitamente).



di Alessandra Pigliaru

«Dal corpo sottile, dal suo volto pensoso, illuminato dal pallore della fronte, emanava un fascino che agiva infallibilmente su coloro che si sentono attratti dalla tragica grandezza dell’androgino». Se Ella Maillart ha potuto definire in tal modo Annemarie Schwarzenbach è perché davanti a quell’«angelo devastato» – come l’aveva chiamata Thomas Mann – non esistevano molte parole per raccontare il proprio smarrimento. L’incanto scompigliante da parte di chi ha incontrato la scrittrice svizzera ha assunto spesso connotazioni eteree; di «arcangelo Gabriele» parlava anche Marianne Breslauer e di «angelo inconsolabile» Roger Martin du Gard. Eppure ad abitare tanta indecifrabile bellezza era una ragazza in carne e ossa, di un’intelligenza obliqua, di una sofferenza bruciante, di un amore verticale per la propria scrittura – narrativa e giornalistica — e, non ultimo, verso le donne. Ne ha incontrate e amate diverse, immaginate e descritte altrettante in romanzi, novelle e lettere.

Apparsa in Francia nel 2004, Annemarie Schwarzenbach ou le mal d’Europe, è una completa biografia della scrittrice composta da Dominique Laure Miermont che riprende nel titolo le considerazioni di Catherine Pozzi, perché «accanto a lei si ha una curiosa sensazione di instabilità. Ti dà il mal d’Europa». Tradotta in Italia, Una terribile libertà (Il Saggiatore, pp. 343, euro 25), da qualche tempo fuori commercio, è di nuovo disponibile per le cure di Tina D’Agostini e ritrae la personalità di una tra le figure più contraddittorie del Novecento, vissuta per soli 34 anni e pioniera del foto-reportage in Medio Oriente, Stati Uniti e in Africa, giornalista raffinata e amante degli eccessi. Nata a Zurigo nel 1908 in una famiglia alto-borghese, la giovane Annemarie patirà per tutta la vita il peso di etichette e convenzioni sociali, cercando prima di fuggire via dalla tenuta di Bocken, poi da se stessa nell’attesa di farsi toccare dal mondo.

Affamata di risposte, ha sedici anni quando aderisce al movimento Wandervogel, pacifista e socialista, che propone un ritorno alla natura e riflette su alcune questioni etiche rilevanti. È in questi pressi che fa la conoscenza del pastore Ernst Merz, un’interlocuzione che le porrà molte inquietudini. Alcune di queste, legate al disorientamento dell’età, la conducono presto alla contezza di altre lacerazioni, di un’Europa che precipita senza rimedio nell’orrore del nazionalsocialismo. La libertà che Schwarzenbach sceglie di agire per sé è la stessa desiderata per l’umanità diroccata che incontrerà da lì a breve nei suoi viaggi. Una libertà che non può che essere terribile, nello scontornamento di sé tra morfina e alcol. Eppure meravigliosa, come la fragilità insostenibile che le era propria, quando si assume l’esistenza come un progetto di senso, etico e politico che vuole fare i conti la realtà. Le scritture prendono corpo in collaborazioni con riviste, giornali e con la preparazione delle prime novelle e romanzi. Quasi 300 gli articoli e reportage fotografici pubblicati tra il 1930 e il 1942, sono più di 100 invece quelli dattiloscritti e mai pubblicati, così i 2000 negativi che insieme ad alcuni carteggi e altri manoscritti giacciono conservati e ancora inediti agli Archivi letterari di Berna. Ciò nonostante alcune traduzioni italiane ne restituiscono la portata, tra le tante La via per Kabul. Turchia, Persia, Afghanistan 1939–1940 (2002), Ogni cosa è da lei illuminata (2012), La notte è infinitamente vuota (2014), Gli amici di Bernhard (2014).

Grazie alla lettura del bel ritratto che Dominique Laure Miermont fa nella biografia, emergono alcuni dettagli interessanti della vita della scrittrice, fuori dall’aneddoto o dal puro avvicendamento cronologico. Nonostante si tenda a dimenticarlo, per esempio è stato di Schwarzenbach il progetto della rivista letteraria antifascista Die Sammlung, pubblicata dal 1933 al 1935 in Germania, che nelle intenzioni doveva accogliere voci di intellettuali che si opponessero al regime. Nonostante vi abbia partecipato solo con piccoli scritti, da Brecht a Cocteau, Huxley, Hemingway, Lasker-Schüler, Heine e altri hanno aderito con convinzione. Ma quando le viene offerto di accompagnare un gruppo di archeologi in Medio Oriente non esita un istante. Per sette mesi viaggia da Istanbul ad Ankara, percorrendo l’Anatolia, la Siria, da Beirut a Damasco e Gerusalemme fino a Baghdad e a Teheran, qualche anno dopo in Congo e in Marocco. Lavora già per importanti settimanali e quotidiani elvetici e registra non solo i siti visitati, bensì i modi di vivere di donne e uomini, ne commenta le difficoltà, scoprendo che quel mal d’Europa si assottiglia in doppio presagio, di sfascio per la guerra a venire e di malinconia per un tempo irreparabile in cui lei, forse, non sarà più. La prima parte degli articoli e appunti di viaggio, che andranno a corredare i suoi diari, terminano il 15 aprile del 1934. Lo sguardo di Schwarzenbach mantiene tuttavia ancora per anni uno speciale nitore anche ad altre latitudini. Così negli Stati Uniti, prima soffermandosi sulle città industriali della Pennsylvania poi consegnando alcuni quadri sulla condizione dei braccianti agricoli e dei problemi razziali negli stati del sud. Fino alla morte sopraggiunta nel 1942: «l’ho ritrovato, infine, il silenzio, come se un angelo, senza pronunciare nemmeno una parola avesse alzato la mano».

(il manifesto, 6/2/2015)

di Marina Terragni

 

Il dibattito alla Libreria delle Donne di Milano

Questo il mio intervento al dibattito di ieri sull’utero in affitto alla Libreria delle Donne di Milano. Con me, la filosofa Luisa Muraro e Daniela Danna, ricercatrice in scienze sociali all’Università Statale di Milano (purtroppo non dispongo di loro testi da pubblicare, né della discussione che è seguita, ma qui è visibile tutto lo streaming). A chi frequenta abitualmente questo blog gli argomenti che porto saranno in buona parte già noti. Sono molto soddisfatta della serata e ringrazio le tantissime che hanno partecipato.

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“Penso su questa cosa dell’utero in affitto più o meno in solitudine da tanti anni, ma a volte diventa tutto così complicato che non vorrei pensarci più per attenermi alla semplicità quello che Eduardo fa dire a Filumena Marturano, “i figli non si pagano“.

Ma in questi tempi di dirittismo esasperato le cose tendono a complicarsi. La verità della relazione madre-figlio è molto semplice ed è un fondamento di civiltà sottratto al mercato (appunto, i figli non si comprano e non si pagano). Quel due indistinguibile dall’uno è una delle poche verità fondative che ci restano. Anzi, lo metto in forma di domanda: che cosa c’è in quella relazione che va assolutamente preservato, e che cosa c’è invece che si vuole rimuovere e nascondere?

Se cominci ad ammettere eccezioni, se tu pensi che separare madre e figlio sia un’operazione ammissibile, che tutto ciò che le tecnologie riproduttive ti consentono sia eticamente e umanamente accettabile e in automatico possa tradursi in mercato e neo-diritti, quella verità ti esplode fra le mani e deflagra in una complessità ingovernabile e in un enorme disordine simbolico.

Quando nelle relazioni, quando per esempio in una famiglia si arriva a mettere tutto sul piano dei diritti vuole dire che le cose non stanno andando bene.  Il “dirittismo” ossessivo e pervasivo con cui oggi si pretende di regolare la convivenza umana è il segnale che qualcosa sta andando storto, che c’è una guerriglia in atto.

Vi faccio un esempio di questo dirittismo esasperato: una bioeticista, Chiara Lalli, sostiene che è tutto da vedere se per i bambini che nascono da utero in affitto sarebbe preferibile non essere nati, dice che non abbiamo elementi per sostenerlo: e poiché quei bambini possono nascere solo con utero in affitto, negare questa possibilità equivarrebbe a negare a questi individui in potenza il diritto di tradursi in atto, ovvero di venire al mondo. Cioè si attribuiscono diritti non solo all’individuo esistente, ma perfino all’idea di individuo, all’individuo in potenza, a ciò che potrebbe essere individuo e ancora non lo è ma potrebbe esserlo.

Si tratta forse di riportare la questione da questo enorme disordine simbolico a quello che Luisa Muraro per prima ha chiamato ordine simbolico della madre, e forse è questo il tentativo che oggi faremo qui. Tanto per cominciare, facendo un po’ di pulizia su questi neodiritti.

Per esempio, il diritto alla “genitorialità, figlio di una cultura dirittistica e adolescenziale che non distingue tra desideri e, appunto, diritti, e fonda un diritto per ogni desiderio. Sarebbe come affermare il diritto ad avere un marito o una moglie: il mio diritto, semmai, è che nessuno mi impedisca di legarmi liberamente a qualcuno/a, ma non posso certo pretendere che mi venga garantito un legame affettivo. Così per i figli: ho diritto a metterli al mondo, se intendo farlo, ho diritto a che nessuno mi impedisca di diventare madre o padre minacciando per esempio di licenziarmi, come avviene correntemente alle giovani precarie (diritto per il quale si battono in pochi). Ho diritto a cure mediche ragionevoli, se la mia salute riproduttiva le richiede. Ma non posso chiedere che lo Stato mi garantisca di essere padre o madre a ogni costo e in qualunque condizione, fino a consentire un vero e proprio mercato dei figli. L’unica titolare di diritti è la creatura: diritti a cui le convenzioni internazionali riconoscono assoluta superiorità, e che nei discorsi sull’utero in affitto e più in generale sulla fecondazione assistita vengono invece tenuti spesso come terzi e ultimi.

Anche perché affermare un diritto significa ipotizzare un corrispettivo dovere: se, quindi, si pone un diritto alla genitorialità, chi è titolare del dovere corrispondente? se ho diritto ad avere un figlio, chi ha il dovere di darmelo? Una donna, al momento non c’è alternativa. Quindi toccherebbe alle donne farsi carico di questo dovere.

Un altro diritto di cui si discute è quello a fare del mio corpo quello che voglio.

Qui è interessante quello che ha detto Judith Butler, ovvero che “il corpo è mio e non è mio”. L’idea che il corpo sia solo mio è un trompe l’oeil, un’illusione, come tante volte abbiamo detto che è un’illusione l’individuo assoluto, cioè letteralmente sciolto da ogni legame e libero da ogni dipendenza. Questo in qualche modo è assunto dalla nostra legge e dalla nostra Costituzione, per la quale il corpo è indisponibile: non posso, cioè, farne sempre quello che mi pare, né tanto meno oggetto di mercato. L’unica eccezione è un uso solidale. Posso cioè donare sangue, midollo, o anche un rene a un consanguineo, ma non posso metterli in vendita o comprarli. Nessuno di noi ha perciò diritto di mettere in vendita parti del proprio corpo. E’ una limitazione alla propria libertà? Sì, lo è.

Anche nel caso dell’utero in affitto la legge ammette, ad alcune precise condizioni, la pratica solidale: i nostri tribunali hanno già ammesso casi di “utero solidale” dopo aver vagliato attentamente le situazioni, aver accertato l’esistenza di una relazione affettiva tra la donatrice e i riceventi, e aver escluso ogni passaggio di denaro. Si deve peraltro dire che l’utero solidale è solo un numero infinitesimo di casi.

Ma l’analogia si ferma qui: perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni vanno tenute per prime. L’esserci di questo terzo rende problematico anche il paragone dell’affitto di utero con la prostituzione. Nella cosiddetta libertà di prostituirsi c’è un accordo –anche se spesso niente affatto libero- tra due, qui c’è questo terzo che al momento dell’accordo non ha voce in capitolo, e che non può essere pensato come prodotto, ma è a tutti gli effetti il protagonista muto della vicenda.

E ancora, l’uguale diritto di uomini e donne, che non tiene conto della differenza sessuale. Quando si evidenziano i limiti “naturali” (ovvero fondati nella biologia dei corpi) che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti, molte e molti reagiscono con stizza, come bambini a cui sia negato di avere tutto ciò che vogliono e che di “no” (o magari di doveri che bilancino i diritti) non vogliono sentir parlare. Ma spesso si tratta di desideri indotti da un mercato che non si dà limiti di profitto, il cui obiettivo non è certo farci crescere in umanità, e che di consumatori-bambini ha sempre più bisogno.

Si fa la lotta per i diritti degli omosessuali, senza tenere conto della differenza sessuale che riguarda anche gli omosessuali. Si commette un grave errore quando sul fronte della genitorialità, secondo una logica paritaria fuorviante, si fa un tutt’uno tra gay e lesbiche, invocando “uguali diritti”. Non mettiamola sul piano di gay e lesbiche uniti nella lotta, mettiamola sul piano degli uomini e delle donne, a prescindere dall’orientamento sessuale. Ci viene per così dire in aiuto il fenomeno degli etero padri single, che in America sta diventando cospicuo. Si tratta di uomini single eterosessuali che si fanno “produrre” un figlio tutto per sé. Perché non hanno una compagna, o non intendono condividere con una donna l’esperienza della genitorialità. Una vera partenogenesi maschile, ha quanto meno un merito: quello di sgomberare il campo dalla questione dell’orientamento sessuale degli uomini che ricorrono a madri surrogate. E sgonfia la possibile accusa di omofobia nei riguardi di quel femminismo che lotta contro l’utero in affitto. In questione non è l’essere gay o etero. In questione è l’essere uomini che fanno scomparire la madre. E quale legame ha questa scomparsa con le radici del patriarcato.

Sulla scelta di una donna, lesbica o non lesbica, di diventare madre non è necessaria la mediazione della parola pubblica: è lei che decide, che sia sola o abbia un compagno o una compagna, con l’unica possibile differenza di non concepire, forse, se è lesbica, via rapporto sessuale. Nel caso di un maschio, invece, che sia gay o un eterosessuale deciso a concepire fuori da una relazione con una donna, la parola pubblica è decisiva, perché il suo desiderio necessita di almeno tre livelli di mediazione: dev’esserci un mercato dove acquistare ovociti e “affittare” uteri (o molto più di rado averli in dono); dev’esserci una medicina che ti assista, dal momento del prelievo (doloroso) degli ovociti, all’impianto dell’embrione, alla gestazione; dev’esserci un quadro normativo che ti permetta di condurre in porto l’operazione.

Non vi è, quindi, alcuna uguaglianza del corpo né “parità di diritti” su questo fronte fra uomini e donne, che siano etero o omosessuali. Questo è triste e doloroso per i gay che vogliono un figlio geneticamente proprio ma che non ama sessualmente le donne? Immagino di sì, ma non ci si può fare molto. Esiste pur sempre l’opzione di fare quel figlio con una donna che lo desideri, e che sarebbe sua madre (senza costringerla a scomparire).

L’utero in affitto ci riporta al dispositivo patriarcale nella sua purezza quando pensa alla madre portatrice come semplice contenitore-incubatore: la visione aristotelica fondativa del patriarcato postula la naturale inferiorità del genere femminile. Nella riproduzione, secondo Aristotele, il maschio è attivo, è il vero genitore che dà forma alla materia inerte femminile, la donna è invece “passiva” in quanto  “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore” (il maschio). Questa riduzione della potenza materna sta proprio al centro del dispositivo patriarcale, questo movimento di predazione dell’utero, mosso dall’invidia dell’utero, del vaso alchemico, è movente primario del patriarcato.

La coppa piena di sangue del Graal, eternamente ricercato, somiglia molto a quella coppa piena di sangue che è l’utero. Invidia dell’utero come ben sapete rovesciata dalla narrazione patriarcale nel suo punto più alto e sofisticato in invidia del pene. Ecco, forse il dibattito in corso sull’utero in affitto, ha quanto meno il merito di fare molta chiarezza, è un riflettore puntato sulla questione. C’è un dibattito su questo anche tra psicoanaliste che osservano il fenomeno e parlano di fantasma dell’utero vagante, scisso dal corpo, “di un’isteria collettiva –la radice di isteria è appunto la parola greca per utero- in un’epoca riconoscibile come borderline, nella quale si grida “diritti” ma non doveri, non attese, non rinunce”.

Chi pensa alle portatrici come semplici contenitori che alla fine della gestazione consegnano docilmente il prodotto ai committenti, si allinea alla violenza di questo pensiero patriarcale. La “semplice” portatrice non ha legami genetici con il bambino, ma ha importanti legami epigenetici, che influenzano il fenotipo (ovvero la morfologia, lo sviluppo, le proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento etc.) senza modificare il genotipo.  In parole semplici, durante la gestazione tra lei e il feto avvengono scambi biochimici decisivi per lo sviluppo del bambino, scambi che continuano nella fase perinatale e che fanno di quel bambino quello che sarà”.

La madre è lei.

La reporter era a Ouagadougou, in Burkina Faso, il 15 gennaio è stata uccisa in un attentato jihadista. Stava lavorando per Amnesty International a My Body My Rights, progetto sui diritti delle donne

inserito da Marta Facchini

La reporter Leila Alaoui era a Ouagadougou, in Burkina Faso, quando il 15 gennaio è stata uccisa in un attentato jihadista. Stava lavorando per Amnesty International a My Body My Rights, progetto sui diritti delle donne.

Metterne in risalto la fierezza e la dignità. Mostrarne l’eleganza. Sono queste le parole che Leila Alaoui usava per parlare dei soggetti ritratti in uno dei suoi ultimi progetti, Les Marocains. Il punto di arrivo di un viaggio itinerante, insieme a uno studio fotografico mobile, per raccontare la popolazione locale del Marocco. Alti due e metri e mezzo, imponenti, i ritratti erano stati esposti a Parigi in occasione della prima edizione della Biennale della fotografia araba. Immortalavano uomini e donne di diverse etnie della parte rurale del Paese, l’archivio visivo delle tradizioni e di un’estetica che rischia di scomparire.

«Tra gli arabi, i Marocchini hanno il rapporto più complesso con la fotografia. La loro apprensione è dovuta a una forma di superstizione. A questo si aggiunge una stanchezza per il turismo di massa, che allontana dalla macchina fotografica. La mia speranza è riuscire a mostrare le tradizioni del Paese oltre un racconto di folklore», aveva dichiarato in un’intervista al Guardian. «Sono del Marocco ma quando viaggio di regione in regione ho la sensazione di cambiare paese. Ho voluto fare un viaggio culturale come Robert Frank quando ha lavorato a The Americans. Catturare le tradizioni che stanno scomparendo e farne un archivio visuale».

Nata a Parigi nel 1982 e cresciuta a Marrakech, Leila aveva studiato fotografia e antropologia a New York. Il superamento delle frontiere, la duplicità dell’essere che si ottiene non fermandosi in un solo posto, era proseguito anche dopo il periodo degli studi. Quando, lasciata la Grande Mela, Leila era tornata in Marocco e aveva realizzato un lavoro sui migranti, soggetti costanti nei suoi interessi da giornalista. Poi, il Libano. Come spiegava in un’intervista ad Al Jazeera, la fotografia diventava il mezzo per superare le frontiere, raccontare le identità e le diversità culturali, le storie dei migranti. Ed erano proprio le sue origini, raccontava, a permettere il superamento di confini che sarebbero stati altrimenti difficili da valicare. No pasará, lavoro sui giovani che cercano di raggiungere l’Europa, è il suo più significativo progetto sulla migrazione. Tema affrontato anche in Crossings, videoinstallazione che riproduce il viaggio dei subsahariani per raggiungere il Marocco. Era poi venuta la volta di Beirut, dove nel 2013 aveva lavorato a un progetto sui profughi siriani.

«Era un’artista che brillava», scrive il New York Times, «e lottava per i dimenticati della società, i migranti». «Avete visto il sorriso radioso che mostrava sempre quando veniva fotografata?», ricorda Fatym Layachi, autore marocchino e amico d’infanzia, «Ecco, era questo il suo segreto. Era determinata a difendere la sua causa. Ed era in grado di scovare la bellezza in tutte le cose e in ogni persona. Ritrasmettendocela».

30 gennaio 2016

di María-Milagros Rivera Garretas
Colonia, (Germania), Notte di Capodanno del 2015 – Un gruppo di un migliaio di uomini è appostato in un parco, vicino alla stazione, senza attirare l’attenzione di nessuno. Dal gruppo si separano a ondate brigate di uomini che aggrediscono le donne passanti. Stuprano, picchiano, umiliano, strappano loro i vestiti, feriscono, scippano, le vessano con un miscuglio di odio e disperazione, mix a cui ci siamo andate abituando nel tempo. Il fatto si ripete la stessa notte in altre città europee. La polizia non si era accorta di nulla e tanto meno aveva capito qualcosa. Così sino al mattino.
Pochi giorni dopo una donna, Milo Moiré, si posiziona nuda davanti alle porte della splendida cattedrale della città, con un cartello con scritto: «Respektiert uns! Wir sind kein Freiwild selbst wenn wir nackt sind!!!» («Non siamo “caccia libera” neppure quando siamo nude!!!»).
I media all’unisono, e pare (come gli aggressori) senza un’organizzazione previa, danno la terribile notizia tacendo che questi aggressori sono uomini, ma rimarcando, ancora una volta, che le aggredite sono donne. La testimonianza dei sensi vale per le une ma non per gli altri. Quasi tutti utilizzano, per dare la notizia, i due principali talismani di copertura della retorica informativa degli ultimi tempi: “lineamenti nordafricani” e “rifugiati”. Così l’attenzione di chi ascolta o legge ricade verso gli “immigrati”, e questa parola nasconde ancora di più l’evidenza dei fatti: gli aggressori sono uomini.
Inizialmente reagisco arrabbiandomi: «Devono dire la verità! Sono sempre uomini! Hanno già assassinato non so quante donne in Spagna, e l’anno è appena iniziato! Non possiamo rimanere in silenzio!».
Successivamente ricordo un brutto episodio vissuto due settimane prima. Bancone di un bar a metà mattinata. Io, una cameriera e una donna. Entra un uomo e chiede perentoriamente un caffè, senza nemmeno guardarsi attorno. La cameriera gli risponde, cordiale ma decisa: «Un momento signore, questa signora era prima di lei», e l’uomo si infuria, se ne va, torna indietro e la insulta gridandole: «Quello che dovrebbe fare è lavorare più in fretta!». La donna accanto a me commenta l’episodio con la tipica cautela femminile. Anch’io commento, anche se non dico, nonostante mi bruci sulla punta della lingua, «Sono sempre uomini!».
Perché mi reprimo? Sono una femminista scissa? Ho paura? Mi fermo a pensare e mi chiedo perché mi risulti indicibile l’evidenza della differenza sessuale. Perché se la nomini ricade sui corpi femminili la densità del piombo e tutti tacciono assumendo una faccia seria e inespressiva?
Stare di fronte a un indicibile vuole dire (penso) essere di fronte a qualcosa di nuovo e di insopportabile. In questo caso significa stare di fronte a una disgrazia insopportabile: la violenza di molti uomini contro le donne. Però avrebbe potuto essere una bellezza improvvisa o smisurata. Senti che, se nomini la disgrazia, il mondo che conoscevi potrebbe crollarti addosso. Qualcosa è sfuggito dalle mani. Quindi resti in silenzio per darti il tempo di trovare le parole per dirlo.
Oggi, dire che gli aggressori delle donne sono uomini è vissuto come un’ulteriore violenza. Io, come l’umorista Pat Carra in una delle sue vignette, so che non si pone fine alla violenza con altra violenza. Viene vissuto come violenza perché a tutti noi, donne e uomini (più alle donne che agli uomini), risulta inconcepibile che gli uomini aggrediscano le donne per il semplice fatto di essere donne. E inconcepibile deve continuare a rimanere. Nominare la differenza sessuale nel momento critico, potrebbe trasformarlo in concepibile. E non ci sarebbe più niente da fare.
Che cosa fare quindi? Come uscire dal circolo vizioso? Penso continuando a esprimere il proprio desiderio, quello delle donne in quanto donne, di fronte alla condizione disgraziata dell’uomo attuale. Perché si deve essere intimamente disgraziati per aggredire, umiliare, uccidere una donna, per tacere vedendolo fare. L’uomo dei nostri giorni non trova il modo di compiacere una donna, questa è la sua disgrazia. Non lo trova perché con la fine del patriarcato è rimasto senza legge. Ora il desiderio femminile può orientarlo. Alcuni dei loro intellettuali più illustri si stanno chiedendo da un secolo, senza risultati, «cosa vuole la donna?». Hanno bisogno dell’aiuto dell’altro sesso per saperlo, e oggi
l’altro sesso glielo può offrire ogni volta che una donna esprime in quanto donna quello che da un uomo si aspetta e desidera. E agisce di conseguenza. Lui non lo sa ancora: ormai non ci sono più stereotipi.

Versione in spagnolo qui:
http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/171/

Gentilissime della Libreria delle donne,

vi scrivo  per ringraziarvi di tutto  cuore per aver voluto  tenere nella  vostra casa a Milano e per aver messo nella “vetrina” del vostro sito il libro di Annie Leclerc «Della paedophilia e altri  sentimenti».

Questo libro destinato a cambiare la mia vita è un gioiello di  profondità, poesia, verità e spregiudicatezza partorito da un’anima  straordinaria.

Bisognerebbe essere dei poeti per potervi ringraziare davvero e veramente porgere la giusta gratitudine al destino che attraverso le mani amorevoli di diverse donne mi hanno portata vicino a pensieri così finalmente moderni e vivi nel presente per forma e qualità su un tema indispensabile da affrontare oggi.

Grazie a ciascuna di voi!
Un caro saluto
a presto Francesca Gatti

dal 12 al 24 febbraio 2016

Associazione Apriti Cielo! Via Spallanzani 16 – Milano  Porta Venezia

PERCEPERCEZIONE D I UN MONDO TRA TURBOLENZE E CAOS

Due trittici (150×300 ciascuno), dipinti fantasma progettati per dare primato al disegno sottostante. Curve, pensando a mondi separati ma intrecciati tra di loro. Colori diversi tra curva e curva per accentuarne lo scontro, ma non cupi. Colorazioni fantasy sognando la soluzione.

Il 2015 è stato l’anno della tecnologia basata sulla luce ma anche l’anno del crescente caos mondiale. Isabella Spatafora ha interrotto nel 2014/15 la ricerca sugli SPRAZZI DI LUCE NELLO SPAZIO-TEMPO, iniziando con i due trittici un percorso caotico pieno di problemi e soluzioni.

nasce in Sicilia nel trentacinque del secolo scorso, a Caltagirone.
Ricorda ancora l’immagine della maestra Mineo di prima elementare, moglie di un pittore che, accortasi delle sue capacità artistiche, a soli cinque anni la manda nelle altre classi della scuola a disegnare vari soggetti alla lavagna. Nello stesso anno, in privato, col maestro Sasso comincia a imparare a suonare il violino.
Verso i quindici anni, consapevole che la propria strada è l’Arte Figurativa, ritiene prioritario dedicarsi interamente alla propria inclinazione e decide così di lasciare la scuola civica di violino.
Sotto la guida dello scultore Gianni Ballarò, insegnante alla Scuola d’Arte per la Ceramica, impara a disegnare e modellare. Mentre frequenta la Scuola per la Ceramica, sostiene esami al Liceo Artistico di Palermo fino alla Maturità, ed è soprannominata “Luca fa presto”, espressione attinente al pittore seicentesco Luca Giordano per la velocità manifestata nell’esecuzione delle sue opere, dall’insegnante di nudo dal vero .
In quegli anni riceve il 2° Premio alla Prima Mostra Regionale Siciliana della Ceramica, e un diploma di merito “Ceramica contemporanea Principato di Monaco” rilasciato da S.A.S. Principe Ranieri III.
Espone anche opere a olio in una personale di pittura in un Circolo della sua città.
Insegna per cinque anni disegno in Sicilia, si sposa e ha una figlia. Si sente poi costretta a lasciare lavoro, famiglia e figlia (che poi riprenderà con sé), intraprendendo l’avventura del viaggio e del lavoro in fabbrica all’estero.
Rientra in Italia nel ’60 e si stabilisce definitivamente a Milano.
Frequenta per un corso di affresco e nudo dal vero alla serale del Castello Sforzesco. Lavora in uno studio di architetti e ingegneri e nel frattempo riprende l’insegnamento in diverse scuole medie dell’hinterland milanese.
Intraprende un percorso personale di pittura.
Con la nascita del Sindacato Artisti con sede al numero tre di via Solferino, partecipa a mostre collettive tra gli iscritti (chiamate accrochage dal critico d’arte Raffaele De Grada) e a mostre personali in Circoli Culturali di periferia. In quel periodo (1965), tiene una personale alla Galleria Pater di Milano presentata dallo stesso De Grada.
Il Sessantotto la vede impegnata attivamente in politica per alcuni anni.

http://www.apriti-cielo.it/inaugurazione-mostra-caos/

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