di Luisa Muraro

 

Surrogata o utero in affitto o gestazione per altri… Capisco quelli che sono stufi di tanto discutere, ma gli sviluppi della tecnoscienza e del mercato globale spingono le cose in avanti, non sappiamo dove. Non è la paura del peggio che mi spinge a parlare.

Un argomento per non parlarne più, dice: ormai è cosa fatta, pensiamo alle persone piccole che sono già arrivate al mondo per questa strada. Sì, io ci penso. Io e tutti ci auguriamo che crescano bene e siano felici. Ci auguriamo pure che, venuto il momento, siano capaci di capire e perdonare la madre naturale e i due che, per chiamarsi padre e madre, hanno tolto a quella donna il titolo di madre e il frutto del suo corpo fecondo.

È stata pagata per questo, lei era d’accordo (si suppone ragionevolmente che lo fosse…). Non basta? No, purtroppo no, perché quello che ha fatto e disfatto, insieme agli aspiranti genitori, appartiene alla sfera dell’indisponibile. Questo è il punto in questione, da guadagnare perché è un punto di civiltà.

Quello che la madre rinunciataria ha fatto (liberamente, supponiamo) insieme ai due che la pagano, non è qualcosa che, se ci sono i mezzi tecnici, se ci sono i soldi, se la legge lo consente, sarebbe a loro discrezione fare o non fare. La libertà liberista di mercato lo consente, non la civiltà umana che parla di diritti, doveri, responsabilità e rispetto delle persone, Siamo cioè in un’altra sfera, fuori dal materialmente possibile/impossibile della tecnica, e fuori dal proibito/obbligatorio/indifferente della legge. Siamo nella sfera dell’umano dove le cose prendono senso e valore, oppure lo perdono. Tra quello di cui possiamo disporre e il non disponibile, c’è un’invisibile barriera per proteggere l’essere umano in quanto destinato alla felicità.

Quando una donna ha accettato di diventare madre, ha una libertà che va sommamente rispettata, anche dalla legge, perché lei sta contraendo un impegno relazionale con un nuovo essere umano. Se non si sente la forza di starci, può tirarsi indietro. Ma nessuno interferisca in quel rapporto con autoritarismi, con leggi o altro, meno che mai con un contratto commerciale.

 

(Metro, 3 marzo 2016)

da alfabeta2.it

C’è chi crea un tableau vivant e chi, come Petrit Halilaj, una casa vivant.

In filosofia «il linguaggio è la casa dell’essere», ma quello che racconta Halilaj è più commovente, più contradditorio, più «banale», direbbe Hannah Arendt. È il dramma della distruzione della casa che vivono ogni giorno i migranti, politici ed economici. È successo anche agli Halilaj. Petrit è nato a Kumpir, in Kosovo, nel 1986; la casa è stata distrutta e dopo un soggiorno in Italia, dove ha frequentato l’Accademia di Brera, è andato a Berlino. Intanto il sogno che ha sostenuto lui e la sua famiglia si è avverato: la casa è stata ricostruita. A Pristina, in città, quella d’origine era in campagna. La espone a Milano, all’Hangar Bicocca.

Non è un diario fotografico, ma un insieme di storie che spuntano da vari angoli, proprio come avviene nelle case, quando una sedia, un tappeto, una foto in cornice sono tracce portanti, tanto quanto i muri. The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real. Un titolo che racconta appunto dei luoghi utopici e noiosi con i quali convivere.

La casa di Petrit e della sua famiglia è vista attraverso l’assenza, non è un escamotage poetico, ma una realtà fisica. In mostra, più o meno al centro dello spazio, ci sono i casseri usati per tirar su i muri. Invece di buttarli o incorporarli nell’edificio, Halilaj li usa come un sentiero della memoria. Sono sopraelevati, si cammina sotto, come se potessimo calpestare le fondamenta o radiografare la costruzione fin dentro la terra. Così la visione di una casa sospesa è un’immagine del sogno che l’ha preceduta, ma soprattutto è la costruzione allo stato nascente e la sua adattabilità a entrare fisicamente negli ambienti altrui, come un museo. Dove ciò che è esposto diventa «la casa personale» di chi, guardandola, trasferisce lì le proprie memorie.

È una delle intenzioni di Petrit coinvolgere altri nel suo sogno, e in questa assenza «iconografica» della casa reale appare lo stato di cambiamento che avviene in chi perde la propria. Ci sono tanti modi di perderla. A volte volontariamente, a volte perché si cambia città, a volte perché si rimane soli, a volte perché ci s’innamora di un’altra. La casa d’origine, qualunque essa sia, però rimane: l’assenza non la cancella. C’è bisogno di elaborare una distanza. Questo dichiara la casa vivant di Petrit Halilaj. Lo fa con tanti elementi. Un cinguettio diffuso che a chiunque fa venire in mente l’infanzia, un prato, un albero amato, un desiderio. Un video di prati fioriti, farfalle che volano e si posano, indica una campagna armoniosa: è il posto della sua vecchia casa. Oggi non si riconosce più nulla della distruzione. Petrit ha tratto in salvo pezzi di ringhiera del cancello e altri resti, ne ha fatto dei grandiosi gioielli che potrebbe indossare la casa ricostruita e quella che ha attraversato i suoi sogni: It is the first time dear that you have a human shape (diptych-earring), (butterfly collier), (bracelet). Ocarine, rami, utensili, ricordano la sua vita e la nostra (Objekte n’Kumpir).

Anche le galline hanno una casa, un po’ dentro e un po’ fuori. È stato aperto un varco e il pollaio si trova all’esterno dentro un grande razzo spaziale in legno. Le galline vivono la loro vita nell’arte, facendo le uova e chiocciando. They are Lucky to be Bourgeois Hens: sì, sono fortunate ad essere galline borghesi, vanno anche al museo!

Possiamo inventare molte associazioni, ma quello che incide è la visione biografica. Ricordo la prima volta che ho incontrato Petrit Halilaj ad Artissima-Torino nel 2008. Aveva una piccolissima stanzina nello stand della galleria Chert. Lui ti invitava a entrare e poi chiudeva la porta. Lì, in brulichio di piume di gallina che volteggiavano e di oggetti, mi ha raccontato la sua vita. Questa era la sua opera. Lo è ancora oggi. Il modo per parlare del legame spezzato dalla guerra nell’ex Jugoslavia è un dialogo a tu per tu. Oggi la sua stanzina è un museo, ma la temperatura è intatta. Oggi come allora, rende esplicita la necessità di non dimenticare. Non è political correctness, ma un suggerimento a lasciarci andare e ammirare una gallina che fa l’uovo, visione ormai quasi impossibile per chiunque; farci venire il senso di colpa per tutti quelli che perdono la casa e che non sappiamo come accogliere; emozionarci per chi ha la capacità e la fortuna di ricostruire la propria vita e di darle casa. Un’esperienza che riguarda tutti, in tutto il mondo. Anche chi non è sotto tiro, sa che la gallina di Halilaj è simbolo di un ricongiungimento, da compiere ogni giorno. La casa vivant di Petrit invita a ricostruire la propria casa ovunque e a sorridere al magnifico e immaginifico disegno della sua gallina borghese che ci accoglie all’ingresso e ci accompagna all’uscita.

Petrit Halilaj

Space Shuttle in the Garden

a cura di Roberta Tenconi

Milano, Pirelli Hangar Bicocca, 3 dicembre 2015-13 marzo 2016

(http://www.alfabeta2.it/2016/03/01/petrit-hallilaj-e-le-galline-borghesi/)

 

Il libro di Carole Pateman (Moretti & Vitali 2015) è considerato in tutto il mondo un classico imprescindibile per comprendere quel patto sessuo-sociale rimosso, che sta a fondamento della società moderna. La sua ripubblicazione è ancora più interessante anche perché, già nel 1988, l’autrice aveva anticipato i termini patriarcali con cui si sarebbe discusso oggi intorno alla maternità surrogata. Questo è il suo contributo per riorientarsi nella confusione contemporanea. Discussione con Sandra Bonfiglioli e Annarosa Buttarelli.

di Paolo Conti

«Sia la posizione “orrore-orrore” e quella “che bello che bello” mi sembrano stupide. Bisogna chiedersi con intelligenza quale mondo vogliamo costruire intorno»

Ritanna Armeni, giornalista, un passato a Il manifesto e a Noi donne. Come mai tante esponenti della sinistra si sono dichiarate contro l’utero in affitto, ritrovandosi sulla stessa linea dell’anima cattolica?
«È un elemento che colpisce. Ma ci troviamo tutti di fronte a un mutamento del processo creativo. Un tempo si diceva mater semper certa. Ora le madri possono essere tre: la donatrice dell’ovulo, quella che affronta la gravidanza, la terza che cresce il bimbo. I padri possono essere due, o tre».

E quindi?
«Quindi sia la posizione “orrore-orrore” e quella “che bello che bello” mi sembrano stupide. Bisogna chiedersi con problematica intelligenza quale mondo vogliamo costruire intorno. E quali paletti porre nei confronti della scienza e del mercato».

I suoi paletti?
«Sono contraria alla mercificazione del corpo. Con l’utero in affitto fai della donna un elemento di scambio economico e vendi una relazione affettiva, perché tra il nascituro e il corpo femminile si crea una forte unione. Mercato e tecnica non possono governare e comprare tutto».

Sembra di sentire papa Francesco.
«Esistono cose che non possono essere comperate. Se la tecnica prevede tre madri e il mercato ti permette di comprare una relazione umana, non è una cosa “necessariamente” buona. Io penso che in questo mercato non si debba entrare».

Quale sbocco vede per il diffuso e diversificato bisogno di genitorialità?
«Una profonda e coraggiosa riforma dell’adozione è la strada giusta. Una legge che, in un quadro di regole precise, permetta con più facilità adozioni e affidamenti: famiglie tradizionali, famiglie di fatto, famiglie gay, persone singole. Oggi persino le famiglie tradizionali devono compiere sforzi immensi, per un’adozione mentre molti bambini attendono una fonte di affetto. Molte coppie omosessuali, o eterosessuali, non avrebbero alcun bisogno di ricorrere a uteri in affitto se ci fosse questa possibilità».

Avere un figlio è un diritto?
«No. È un atto d’amore per il nascituro, per il o la partner, per la specie umana. È molto diverso…».

(Corriere della Sera, 1 marzo 2016)

di Valentina Santarpia

Per la prima volta in Italia si è stabilito che due compagne possono adottare ciascuna la bambina della partner. Le piccole, di 4 e 8 anni, nate in Danimarca con l’inseminazione artificiale, avranno il doppio cognome ma non saranno sorelle

Il tribunale per i minorenni di Roma ha riconosciuto l’adozione «incrociata» a una coppia di donne. È il primo caso in Italia, secondo quanto rendono noto Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford. Le bambine, di 4 e 8 anni, sono nate dalle due compagne grazie all’ inseminazione artificiale praticata in Danimarca. Il giudice ha riconosciuto il diritto delle due mamme ad adottare la figlia dell’altra, facendo riferimento alle cosiddette «adozioni in casi particolari». Le bambine avranno il doppio cognome ma per la legge non saranno sorelle. «Il Tribunale dei minorenni di Roma non si è sostituito al legislatore, ma ha applicato una legge che già applicava dall’84», ha commentato il presidente del Tribunale dei Minorenni di Roma, Melita Cavallo.

IL GENITORE BIOLOGICO E IL GENITORE SOCIALE

Con la sentenza il tribunale ha accolto due ricorsi proposti dall’avvocata Francesca Quarato, socia di Rete Lenford e componente del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno. «Questo provvedimento, che resta nella scia di altre sentenze, ha una peculiarità rispetto alle precedenti – spiega la legale – Le bambine in favore delle quali è stata riconosciuta l’adozione sono nate ciascuna da una delle due donne della coppia. In questo modo ognuna ha un genitore biologico e un genitore sociale, entrambi con piena e pari capacità e responsabilità genitoriale».

IL PRIMO INTERESSE È QUELLO DELLE MINORI

Anche in questo caso, il tribunale ha cercato di concentrarsi sull’«interesse delle minori a vedere riconosciuto e tutelato il rapporto genitoriale che ciascuna ha con la madre sociale, rapporto che dunque si affianca, senza sostituirlo, a quello con la madre biologica, arricchendo la sfera delle relazioni delle bambine». L’adozione incrociata accordata a ciascuna partner della coppia rispetto alla figlia biologica dell’altra assume, dunque, «un significato particolare – sottolinea Quarato – valorizzando l’intreccio dei rapporti genitoriali e dei legami familiari biologici e sociali con un riconoscimento giuridico». Ed è per questo che il giudice ha stabilito che le bambine abbiano lo stesso cognome comune.

IL CONCETTO DI «ADOZIONE PARTICOLARE»

Maria Grazia Sangalli, presidente di Rete Lenford, e Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, sono estremamente soddisfatte della sentenza. «In mancanza di una normativa sull’adozione da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso – chiarisce Sangalli – il percorso per giungere all’adozione da parte di queste coppie è possibile solo interpretando la normativa in vigore in senso ampio ed evolutivo. In ogni caso, la forma di adozione oggetto di tali sentenze, rimane quella ex art. 44 lettera d ovvero la cosiddetta “adozione in casi particolari”, che conferisce al minore minori garanzie rispetto al riconoscimento di una genitorialità piena e legittimante. In questo caso le minori non acquisteranno la parentela con le famiglie delle adottanti e non saranno sorelle tra di loro. Purtroppo il legislatore non contribuisce all’opera di adeguamento delle corti al diritto vivente con l’emanare norme che tengano conto della realtà, come è successo recentemente in Senato con lo stralcio dell’articolo 5 che si limitava ad estendere alle coppie dello stesso sesso la possibilità di adottare il figlio del partner». «Bisognerebbe semplicemente guardare il mondo con gli occhi dei bambini per capire che tutelarli nei loro affetti è l’unica strada da percorrere per garantire loro una vita più serena», aggiunge Grassadonia.

LE REAZIONI

«L’adozione in casi particolari – spiega l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione dei matrimonialisti italiani – avviene quando si dimostra che tra l’adottante e il minore adottato esiste un rapporto significativo e duraturo suscettibile di tutela tanto da giustificare una adozione»: quindi, secondo Gassani, quello del Tribunale dei minorenni di Roma è un «provvedimento storico, senza precedenti», che «dimostra che ciò che non riesce a fare il legislatore viene realizzato dai Tribunali». Critico invece il portavoce di Generazione Famiglia e membro del comitato promotore del Family day, Filippo Savarese, che parla di «sentenza sovversiva»: «Non esiste una legge in Italia che permetta quello che, oggi, ha riconosciuto a Roma il tribunale per i minorenni, snaturando la legge sulle adozioni come ammesso dagli stessi ricorrenti. Che parlano di interpretazione evolutiva». «Ci appelliamo alla Corte di Cassazione perché ristabilisca su questo tema lo stato di diritto» conclude Savarese. Dura anche Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia: «Ormai i tribunali decidono al posto della politica, dobbiamo inserire in Costituzione il diritto del bambino di avere padre e madre». Anche Eugenia Roccella, parlamentare di Idea, boccia l’iniziativa: «Lo stralcio della stepchild adoption, come si vede, è stata un’operazione puramente estetica, un alibi per far passare una legge pessima, che apre la strada a utero in affitto e adozioni gay». Di segno opposto la reazione diSergio Lo Giudice, senatore Pd: «Il Parlamento non ce l’ha fatta in sede di trattazione delle unioni civili, ma le corti continueranno ad intervenire per garantire il supremo interesse del minore a vedersi riconosciuto il legame affettivo con i genitori dello stesso sesso».

LA POLEMICA SULLE ADOZIONI

Il caso dell’adozione incrociata giunge dopo la polemica sull’annuncio dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, il cui compagno ha avuto un figlio grazie all’inseminazione artificiale di una donna negli Stati Uniti: anche Beppe Grillo è intervenuto sul caso con una lettera al Corriere della sera. La legge sulle unioni civili, approvata la scorsa settimana al Senato e ora in attesa di arrivare all’esame della Camera, non consente la stepchild adoption (come invece prevedeva il testo originario), cioè l’adozione del figlio di partner, ma lascia aperta per i giudici la possibilità di continuare a decidere nel merito caso per caso.Il presidente del tribunale dei minorenni, Melita Cavallo, parla di «confusione» dopo lo stralcio della stepchild adoption. «È molto importante che la riforma sulle unioni civili sia passata, la paragono – dice – alla riforma sul diritto di famiglia del ‘75». Ora per il presidente sarà «importante il verdetto della Cassazione sul primo caso del luglio 2014. La realtà sociale evolve continuamente e il nostro legislatore è molto lento». Tanto è vero che «in due anni sono state già una quindicina le sentenze del Tribunale di Roma, in tema di adozioni per coppie gay». Ma il Pd prende tempo sulla riforma della legge sulle adozioni: la commissione Giustizia ha avviato una indagine conoscitiva sul tema, che prevede audizioni di esperti in materia nonché dei ministri competenti. Per ora è stato fissato il termine del 15 aprile, ma dalla maggioranza non si esclude una ulteriore dilazione dei tempi.

(Corriere della Sera, 1 mar 2016)

di Alessandra Pigliaru

Saggi. La ricerca del punto di incontro tra teoria e prassi. Una nuova edizione del «Il diario di fabbrica» della filosofa francese e un saggio di Eugenio Borgna a lei dedicato

«Eppure resisto. E non rimpiango mai di essermi lanciata in questa esperienza. Anzi, ogni volta che ci penso, me ne rallegro infinitamente». Quando nel 1951, otto anni dopo la scomparsa di Simone Weil, venne pubblicato La condition ouvrière apparvero per la prima volta una serie di scritti, lettere e frammenti di diario sul passaggio cruciale della filosofa francese in fabbrica in cui vengono comprese le confidenze epistolari all’amica Albertine Thévenon sull’esperienza priva di pentimento che, tra il settembre 1934 e l’agosto 1935, affrontò presso l’azienda elettrica Alsthom di Parigi.
Abbandonato l’insegnamento, decise infatti di sperimentare su di sé il lavoro di operaia, continuare a occuparsene in maniera distante e disincarnata l’avrebbe privata di un dato che per lei appariva sostanziale: entrare all’interno della questione operaia attraverso il proprio corpo, le proprie mani, il proprio portato teorico per rendere credibile fino in fondo – trovando un rinnovato sguardo – la dottrina filosofico-politica intorno all’argomento.

n’esperienza, quella della fabbrica, che come ha avuto modo di scrivere è stata «separata tuttavia da un abisso; è la realtà, non più l’immaginazione», in una mutazione radicale non di singoli convincimenti ma dell’intera prospettiva sulle cose, insieme alla consapevolezza dello scacco da parte di una certa politica come una «lugubre buffonata»; con patimento perché, come annota, la leggerezza del cuore le sarebbe comunque rimasta impossibile.

Un’immersione nell’ingiustizia

La militanza rivoluzionaria di Simone Weil non può essere dettagliata senza il suo controverso rapporto con il partito comunista francese e la sua attenzione al sindacalismo, tutti elementi che non potevano consentirle la verifica in prima persona della questione sociale, bisognava prendere con forza fra le mani quell’ingiustizia. Un’immersione per capire a fondo, un’adesione profondamente marxiana tra teoria e prassi. E tuttavia qualcosa di più incandescente ad agitarla, un desiderio di spogliarsi da ogni rigidità concettuale e al contempo di corrodere un’«infelicità essenziale», saggiare e trasformare sventura e resistenza dentro il meccanismo produttivo. Farlo nella consapevolezza di essere un soggetto sessuato ha significato consegnare un’osservazione non neutra e spietatamente collocata, nella rappresentazione plastica, letteraria e politica di sé e delle compagne di lavoro.

Segnato ancora dalla violenta crisi del 1929, il lavoro in fabbrica si caratterizzava in quegli anni di uno sfruttamento e un grado di oppressione considerevoli. Punto primario della vicenda biografica e politica di Weil, La condizione operaia arriva in Italia già nel 1952 grazie alla traduzione di Franco Fortini, quindi a stretto giro dalla sua prima pubblicazione francese. La cronaca diaristica del lavoro di fabbrica che Weil aveva appuntato in un quaderno apposito, non è stata mai espunta dal contesto di lettere e piccoli saggi, ecco perché la recente edizione del solo Diario di fabbrica (Marietti, pp. 159, euro 16) a cura di Maria Concetta Sala e con la prefazione di Giancarlo Gaeta, risulta ancora più interessante.

L’ostilità delle macchine

Basata sulla versione critica delle Oeuvres complètes, il diario è nell’intenzione di Sala e Gaeta la possibilità di assistere a una narrazione politicamente necessaria. Che la lettura non sia semplice risulta da una parte squisitamente descrittiva che segue una scrittura di frammenti sincopata, dettata dalla precisione di riferire oggetti, situazioni e conti, che si affianca a commenti più sciolti di Weil segnati in un secondo momento nelle pagine rimaste vuote del quaderno. «Bisogna essere più coscienziosi quando ci si deve guadagnare da vivere». Sull’espressione, ascoltata per la prima volta da un’operaia, l’attenzione di Simone Weil ritorna più volte, riflettendo anche sulle ineguaglianze e il vacillare della sorellanza rispetto le strenue condizioni di lavoro. Nel diario, il funzionamento delle macchine in alcuni casi anche corredato da disegni, il salario a cottimo che non corrisponde mai alle effettive ore di lavoro, maniglie, connettori, placche e ancora il numero di scarti e pezzi sbagliati, sono l’inventario abitato da corpi di donne e uomini, l’orlo attraverso cui la giovane Weil tenta di non sparire e trovare un bandolo di sé, l’applicazione di operaie e operai di cui osservare le relazioni, gli umori, il modo in cui si confrontano con gli attrezzi. In questo breve torno di tempo non manca la registrazione degli stati d’animo, fatica, inerzia, profonda stanchezza da sentirsene spezzate, sollievo della libertà domenicale seppure imposta da una necessità ineluttabile. Il marchio inconfondibile dell’esperienza in fabbrica appartiene a ciò che per Giancarlo Gaeta è «la messa in atto radicale di un orientamento di vita che agiva in lei dall’adolescenza, corrispondente a un bisogno primario, quello dell’uscita definitiva dal mondo dell’immaginario».

Una radicalità che passa per la materialità ingombrante eppure da assumere e guardare in faccia, ai bordi della schiavitù e che dovrebbe interrogare anche il presente del lavoro, caratterizzato da sacche di espropriazione violenta che per molti aspetti fa della lettura di Weil un riferimento inaggirabile ancorché drammatico.

Le parole di Weil, impastate di carne e sangue ma anche di resistenza alla sventura, sono state motivo di brillanti riflessioni, sia da parte del femminismo in particolare quello della differenza sessuale, sia da parte di chi – come per esempio Eugenio Borgna – da sempre ha eletto la «passione dell’interiorità» a terreno fertile di confronto con testi letterari e filosofici.
Sono questi ultimi il vero nutrimento della relazione con l’altro, dell’incontro, abbacinanti intuizioni – come ricordava già Karl Jaspers – che molto più dei riferimenti scientifici raccontano un’ulteriorità anche per la psichiatria; se è vero infatti che «non c’è conoscenza se non nel solco del dolore» – espressione cruciale che Borgna riporta già nel suo Le intermittenze del cuore (2003) – accade che quegli enigmi abissali e oscuri al fondo degli eventi psichici possano essere conosciuti e interpretati grazie a scritture di senso.

Scritture colme di quel toccare la realtà attraverso se stessi, una conoscenza che, vien da sé, oltre a riconoscersi nel solco fenomenologico-esistenziale in cui eminentemente sta la riflessione di Borgna, sgorga dalle ragioni pascaliane del cuore – in questo facendo sponda con Ludwig Binswanger e Kurt Schneider, come capita anche in Figure dell’ansia (2005).

Una lucida testimonianza

Sarebbe difficile tuttavia dare conto del debito intenso di Borgna con un’interlocutrice prediletta e variamente disseminata nei suoi testi, fino a riemergere luminosa nel volume di un anno fa, Il tempo e la vita, percorso puntellato dalla presenza letteraria e febbrile della filosofa francese insieme alle parole di Emily Dickinson, Teresa d’Avila, Rilke e altri. Dopo la riflessione sul tempo che attraversa la biografia di ognuna e ognuno, Borgna approda ora, non a caso, a un volume come L’indicibile tenerezza. In cammino con Simone Weil(Feltrinelli, pp. 214, euro 18), in cui chiaro è il segno di gratitudine dello psichiatra nei confronti di una pensatrice folgorante, commovente e lucida testimone del suo tempo. La parte centrale del libro è dedicata proprio alla condizione operaia, l’esperienza della fabbrica cioè attraverso il diario e le lettere ricopre il primo capitolo della seconda parte. Primo testo che Borgna ricorda di avere letto restandone rapito quando la sua vita si confrontava con l’oscurità dolorosa dell’esperienza terapeutica, lasciandogli «tracce luminose e strazianti nella memoria». Attraverso sentieri ermeneutici «temerari e vertiginosi», Borgna rilegge quindi il diario scorgendone l’attualità in quella «reificazione dell’umano» che trasforma i soggetti in cose.

La miseria della coercizione

Una stoffa deteriorata delle relazioni e dei contesti collettivi in cui si perdono libertà e senso di giustizia, in cui il lavoro assume una straziante condizione; ancora oggi, in alcuni luoghi del mondo – aggiunge Borgna – vicini a noi. Proprio la rilettura del diario di fabbrica può mettere in drastica evidenza lo scandalo della violenza, il paradosso corrosivo dei «deserti luoghi» – quelli carichi di corpi che mentre Weil ha incontrato in fabbrica, Etty Hillesum ha incrociato a Westerbork e ad Auschwitz o Teresa di Calcutta – altra presenza nel libro di Borgna – in India. Sono i deserti luoghi consegnatici da Celan e da Cvetaeva, e gli interstizi manicomiali della colpa e della miseria della coercizione. Perché allora dovrebbero essere deserti questi luoghi, secondo Borgna? Probabilmente perché esiste un rintocco del tempo, quello dello spaesamento, in cui a ritornarci con il ricordo si avverte un potente silenzio, per niente disabitato. Sono allora mormoranti, di compassione e solidarietà – se si vuole – e altrettanto feroci perché radicalmente umani. Luoghi in cui, come ebbe a spiegare Simone Weil alla sua amica Albertine, «ci si urta duramente con la vita vera».

(Il Manifesto, 1 mar 2016)

11di Valentina Tua

Leggendo il titolo “La città della cura” e le righe di spiegazione “…sguardo sull’abitare al femminile” per un attimo ho temuto che avrei assisto ad un incontro sul tema della conciliazione, i passeggini che non salgono sugli autobus, e cose di questo genere.

Per fortuna non è andata così.

Premessa, da dove parto: sono mamma, lavoratrice, militante da tempo, ultimamente mi sono avvicinata al NoExpo e ora ai movimenti territoriali di difesa del territorio. E sento una coerenza profonda con il mio precedente lavoro politico con le donne.

Prendersi cura della città, rendere umani i ritmi della città, la città è organizzata sulla base delle possibili abitudini di un uomo, bianco, in salute. Chi decide sulla città? L’urbanista versus la mamma… Interessante spunto sulla sicurezza come sinecura, esente da rischi, ma chiuso, isolato. Questi alcuni appunti sparsi presi durante la presentazione, leggerò volentieri le proposte politiche contenute nel libro, ho appreso cose nuove circa il rapporto tra architettura e femminismo.

Ma la parte più interessante per me è stata il dibattito, quando si è parlato della ricerca inglese da cui si dipingono le mamme single scandinave ancora più stanche e tristi delle altre europee, perché sole e isolate… Insomma la discussione ha fatto emergere dei punti fondamentali.

Si è parlato di spazio tempo come delle dimensioni in cui avvengono i fenomeni, ad un certo punto una donna ha detto: un momento, c’è anche la materia, noi siamo fatti di materia, così come materia è la terra su cui abitiamo. Ecco questo lo trovo molto femminile, e se si parla di cura dico che mi interessa la cura delle relazione: le donne sono abituate a guardarsi, a guardare e riconoscere il proprio corpo, a partire da sé, dalla propria materia. Questo è sempre più fondamentale, in un’epoca in cui il dibattito è rigidamente scandito dalle prime pagine dei giornali e sembra che non ci sia né spazio né tempo per un dibattito diverso. Non si può parlare di paradigma nuovo usando categorie ormai andate. Ci si può prendere cura delle relazioni, per esperire nuove forme, cercando di creare uno squarcio di possibilità perché il nuovo sia credibile. Questo secondo me è potente. E la questione dello stato è centrale. Che descrizione ci ha regalato Saskia Sassen della città? Le grosse agenzie finanziarie sono protagoniste, e ad un livello a noi quasi invisibile, o molto ben camuffato.

Nel percorso di movimento, ho visto comitati composti da persone preparatissime, parlare con politici ignoranti. Vedo istituzioni pubbliche che servono a creare posti di lavoro per mantenere certi poteri, ma svuotati da una reale capacità di determinare sul territorio (esempio pisapia che dice io su expo non ci posso fare nulla perché la decisione è stata presa, quante volte in questi anni lo abbiamo sentito dire soprattutto dagli amministratori locali? Quel Non ci possiamo fare nulla che fa pensare immediatamente allora perché ti ho votato se non poi agire sul piano reale?). Vedo la sfera del desiderio colonizzata dal mercato, così come quella della cultura e della comunicazione. Il mercato si impossessa dei corpi, della materia. Sono arrivata a sentirmi dire che lo slogan il corpo è mio e lo gestisco io dovrebbe applicarsi anche alla maternità surrogata, della serie: se una donna canadese o americana vuole guadagnarsi chessò i suoi bei 10.000$ facendosi ingravidare per poi dare via il bambino per soldi, è tutto ok! A me vengono i brividi. E infine, a quale sinistra ci appelliamo? A quale partito, organizzazione? Per farla breve, qui è tutto da rifare, dal basso, stando sempre ben attente ai meccanismi di sfruttamento, più o meno evidenti, attraverso relazioni anche legate al bisogno, attraverso l’autorganizzazione, per slegarsi dal dibattito imposto, guardando bene se stesse e parlando tanto. Cosa che le donne sanno fare meglio di tutti gli altri. Nota: è stato detto che una relazione per essere sana dovrebbe essere slegata dai bisogni, e questo in riferimento allo stato forte e presente che ti slega dalla dipendenza che hai ad esempio con la famiglia, cosa che permetterebbe di avere rapporti più autentici, ma io ho rapporti molto importanti con donne su cui ho deciso di fare affidamento, se ho bisogno loro ci sono e io per loro e questo è importante. Mi fido più di loro che dello stato o della polizia, per dirne una. Nota due: ad un certo punto è stato anche detto: bella la teoria, tutto molto interessante, ma la pratica? Dove sta la proposta politica? Questo mi sembrerebbe un ottimo possibile spunto da cui riprendere il discorso.

(www.libreriadelledonne.it, 11 marzo 2016)

di Antonio Gnoli

L’editrice, intellettuale e femminista, nasce a Roma nel 1932, ma nel 1944 si trasferisce a Milano. Ha fondato e diretto fino al 1997 la casa editrice La Tartaruga

Esercitare le virtù del femminismo – che poi vuol dire avere un possesso e una sensibilità diversa del proprio corpo e della propria anima – non è stata una cosa semplice. Me ne accorgo leggendo questa Autobiografia di una femminista distratta (Nottetempo) con cui Laura Lepetit ha rimesso ordine nella propria vita di ricordi e di emozioni. C’è qualcosa di leggero quando scrive e di istintivamente guardingo nel modo di parlare e di porgersi al suo interlocutore, quasi che appartenere all’universo maschile rappresenti ancora se non un ostacolo alla conversazione almeno un piccolo inciampo alla comprensione. Intendiamoci: c’è eleganza, cortesia, disponibilità nel modo che Laura Lepetit mostra nell’accogliermi nella piccola casa milanese. E se grande era il disordine sotto il cielo in quei lontani anni Settanta, si dovrà pur ammettere che poco è restato di quelle danze, di quei volteggi, al sole di sgargianti vesti colorate, di quelle importanti rivendicazioni che ruppero la cupezza degli anni di piombo: “Non credo di dover parlare a nome di tutte le compagne con cui ho condiviso il cammino e le idee. Ma so che per molte di noi quegli anni – con le spinte al cambiamento che incubarono già prima del 1968 – furono la rappresentazione di un modo nuovo di intendere la vita e i rapporti tra le persone”.
In ogni momento di forte cambiamento c’è come la sensazione che si debba mettere in discussione tutto.
“Quando si è nel mezzo di un forte vento tutto si scompiglia intorno a te e tu non ne esci indenne. Ma la parola indenne non rende l’idea. È come un’ebbrezza che ti avvolge e ti spinge alla trasformazione”.
Quando il vento cala?
“Ci si può chiedere se ne valeva la pena. Per me ne è valsa la pena”.
Come guarda oggi al suo passato?
“È strano, delle cose che potevano sembrare allora insignificanti, oggi capisco che sono state fondamentali; mentre fatti ritenuti importanti sono diventati trascurabili. Se c’è qualcosa che regge la mia vita sono pochi dettagli, le cose minime che mi sono accadute”.
Un atteggiamento antieroico.
“L’eroismo è una qualità praticata soprattutto dall’universo maschile. Eroine ce ne sono poche e di solito fanno una brutta fine. Non mi schiero né con Madame Bovary né con Giovanna d’Arco. Ricordo che fin da bambina i modelli che ci proponevano in famiglia e nella scuola dovevano personificare il sacrificio domestico. Poi c’era chi se ne allontanava. Quasi sempre la strega di turno che finiva sul rogo; o la sognatrice di virtù borghesi che seguendo i suoi impulsi amorosi finiva puntualmente suicida”.
Quando la sua vita è cambiata?
“Ho studiato nelle scuole di suore: prima a Roma dalle Orsoline e poi a Milano dalle Marcelline. Mio padre era ingegnere; ci trasferimmo subito dopo la guerra. Poi il liceo e infine l’Università: la Cattolica”.
Un’educazione molto tradizionale.
“Per la quale ho conservato profonda riconoscenza. Le suore non erano così becere come di solito si è portati a pensare. Mi chiedeva quando è cambiata la mia vita? Se ripenso agli anni Cinquanta mi appare questa specie di mistica della femminilità che copriva ogni angolo esistenziale della donna: dal cinema, ai vestiti, al modo di pensare. Sono cambiata grazie al femminismo che ha aperto le porte della coscienza”.
A chi deve questa scelta o, meglio, questa nuova consapevolezza.
“Una donna fondamentale nella mia vita è stata Carla Lonzi. Ricordo un suo provocatorio pamphlet: Sputiamo su Hegel. Era il suo modo per uscire allo scoperto. La filosofia era stato soprattutto un affare maschile e la donna considerata un ricettacolo di banalità. Il libello uscì nel 1970, quasi in coincidenza con la fondazione del gruppo Rivolta femminile. Mi colpì che definiva le donne l’imprevisto della storia”.
Come la conobbe?
“Casualmente. Un’amica mi invitò a partecipare a una riunione di autocoscienza. E lì vidi Carla. Era una donna affascinante e spiritosa. La prima volta indossava dei pantaloni di pelle nera e una camicetta bianca. Una mise inusuale per l’epoca. Era di una bellezza fuori dai canoni. Nel passato era stata allieva di Roberto Longhi e aveva esercitato la critica d’arte. Aveva scoperto Carla Accardi, Kounellis, Twombly e Pietro Consagra. Con quest’ultimo ebbe una lunga storia che si concluse nel 1979”.
Anche tra di voi ci fu una rottura.
“Fu una scelta abbastanza drammatica. Carla mi pose di fronte a un’alternativa secca: o sei con me o sei fuori dal gruppo di Rivolta femminile”.
Cosa era accaduto?
“Pensavo che il movimento si dovesse avvalere di una casa editrice propria, capace di rappresentare le istanze femministe. Lei reagì male”.
Perché? Dopotutto era abbastanza naturale che un movimento si dotasse di una casa editrice.
“In effetti, all’inizio Carla sembrò interessarsi al progetto. Poi prevalsero i dubbi. Infine la certezza che la casa editrice ci avrebbe obbligato a venire a patti con i circuiti commerciali. Non a caso lei aveva sempre pubblicato per editori sconosciuti e spesso distribuiva a mano i suoi libri. Era una donna che non amava i compromessi. Rispettavo le sue posizioni, ma sentivo la necessità di una struttura più solida”.
E crea la casa editrice “La Tartaruga”, come mai un titolo così?
“Fu piuttosto strano. Anche perché il panorama internazionale era popolato da “Édition des femmes”, “Women’s Press”, “Virago Press”. Scelsi “La Tartaruga” perché l’animaletto simboleggiava una lentezza e un’autonomia proverbiali. Non volevo correre e, soprattutto, non volevo dipendere eccessivamente dal mercato. Ricordo che ne parlai con Erich Linder, il più straordinario tra gli agenti letterari, allora anche l’unico. Lo conobbi alla Milano libri, dove tra l’altro avevo lavorato. Somigliava a Erich von Stroheim. Mi ascoltò mentre gli illustravo l’idea di una casa editrice al femminile, ma attenta alla qualità della scrittura. Fu prodigo di consigli. E generoso”.
Che anno era?
“Uscii dal gruppo di Rivolta nel 1974 e fondai la casa editrice l’anno successivo”.
Ha più rivisto Carla Lonzi?
“Solo una volta, ci incontrammo casualmente per strada. Due parole di circostanza e niente più. In cuor mio sapevo che prima o poi l’avrei rivista in un modo più autentico. E invece non accadde. Morì troppo presto. Se ne andò nel 1982 per il riacutizzarsi di un tumore. Non sapevo che era malata. È doloroso pensare alla vita di alcune persone che hanno segnato parte del tuo cammino e poi perderle definitivamente, senza un chiarimento, una risposta, uno sguardo di intesa”.

 Ci sono due donne sulle quali si esprime con giudizi opposti: Virginia Woolf e Simone de Beauvoir.
“Appartengono a due esperienze differenti. Virginia sembrò darci un’idea della donna vista dall’interno. Simone esteriorizza, ne parla come farebbe una mentalità maschile. Quando lessi Il secondo sesso non capivo a chi volesse rivolgersi. Non mi emozionai leggendolo. Spirava un vento freddo in quelle pagine che mi gelarono le dita. Oltretutto, mi insospettiva l’immagine che dava di sé: accanto a Sartre, incorniciata da certi ridicoli turbanti, come una signora intelligente della buona borghesia, destinata a governare un salotto letterario”.
E la Woolf?
“Intanto era bellissima. Conobbi bene la nipote Angelica Garnett, figlia di Vanessa Bell. Andai a trovarla dove viveva, in un villaggio della Provenza. Ci vedemmo nella piazza del paese. L’attesi seduta a un caffè. Arrivò radiosa e mi condusse a casa. Un bel giardino e poi notai le pareti affrescate di suoi disegni e una grazia nel portamento snello. Somigliava in maniera impressionante a Virginia. Lo stesso volto allungato, il naso che sembrava una piccola spada e gli occhi. Occhi grandi, chiari e sempre spalancati sullo stupore del mondo”.
Cosa pensava della zia, del suo suicidio?
“Credo che avesse messo quell’episodio tragico tra parentesi. Non ricordo nessuna allusione. Del resto, era poco più che ventenne quando la Woolf morì. Allora non sapeva che fosse una grande scrittrice”.
Però era vissuta in un ambiente di artisti, in quel clima di Bloomsbury dove ciascuno, come in una meravigliosa recita, interpretava una parte.
“Bloomsbury era una garanzia di creatività e libertà tra le persone”.
Libere e promiscue.
“Cosa intende?”
Mi pare che Angelica era nata da un unione illegittima tra Vanessa Bell e Duncan Grant. Vanessa era infatti sposata a Clive Bell. La promiscuità è che tutti andavano con tutti. Sessualmente viaggiavano senza passaporto. E in seguito Angelica sposerà lo scrittore David Garnett che era stato l’amante di Duncan Grant.
“Era una comunità sessualmente molto libera, dove le donne avevano un ruolo tutt’altro che subordinato”.
Lei perché volle incontrare Angelica?
“Perché era l’ultima testimone diretta di quel mondo nel quale aveva conosciuto tutti. Fu generosa e quando le dissi che avrei volentieri pubblicato il saggio Le tre ghinee – che io considero tra le cose più belle che Virginia Woolf abbia scritto – fu molto felice. In quel libro profetico, che uscì nel 1938, insieme all’imminente tempesta che avrebbe sconvolto l’Europa, si percepiva il ruolo fondamentale che Virginia assegnava al movimento delle donne”.
C’è qualcosa di analogo tra le scrittrici italiane che le abbia suscitato gli stessi sentimenti?
“No, la Woolf fu un caso di ineguagliabile talento nella scrittura e profonda visione sociale. Però una scrittrice italiana che mi ha affascinato è stata Anna Banti. Apparentemente quanto di più distante dal mio mondo. Era la moglie di Roberto Longhi e per avere un contatto con lei mi rivolsi a Cesare Garboli. Ricordo che Cesare mi invitò a pranzo in un ristorante dalle parti di Viareggio, dove viveva. Passammo un paio d’ore in cui brillò per intelligenza e teatralità”.
Era certamente lui.
“Alla fine mi sorprese, perché dopo aver chiesto il conto pregò il cameriere di preparargli un cartoccio con i resti del pesce. Se lo mise in tasca e tornammo verso casa. Dove ad accoglierlo c’erano cinque o sei gatti, ai quali distribuì gli avanzi. Fu Cesare a mediare il mio incontro con la Banti. Avevo letto il racconto Lavinia è fuggita, tanto bello da reggere perfino il confronto con la Woolf. Le spiegai l’intenzione di voler pubblicare una sua raccolta di racconti. Alla fine, dopo qualche perplessità legate al fatto che Mondadori preparava un Meridiano su di lei, accettò”.
Mentre parlava pensavo che è sempre difficile stabilire il grado di autonomia di una donna, o magari di un uomo, dentro una coppia. La Banti scrittrice mentalmente molto libera costruì un muro di protezione attorno a Longhi.
“Credo che sapesse essere molto autonoma e al tempo stesso protettiva. Non dimentichi che era nata alla fine dell’800, allevata nei valori della borghesia, da cui in parte ha saputo emanciparsi. Quando la incontrai vidi una donna che aveva saputo dare un senso nuovo alla parola solitudine”.
Cosa vuole dire?
“Di solito la donna sola è sempre un po’ compianta. È senza qualcosa. La solitudine ha anche il suo lato positivo. Dopo anni vissuti in famiglia la si può apprezzare e non esserne vittima perché ci manca qualcosa o qualcuno. La solitudine per me è disporre del proprio tempo, dei propri desideri. Essere se stesse”.
L’accosterebbe dunque alla vecchiaia?
“Non necessariamente, anche se è facile che le due cose camminino insieme. Nella vecchiaia si allentano o si perdono tutti i legami precedenti: sei stata figlia, poi moglie e infine madre e magari nonna. La vita per un lungo tempo è affollata di presenze. Poi, a un certo punto, si perde questa folla e si entra in una nuova dimensione. La vecchiaia è una stagione con le sue particolarità”.
Tra queste c’è anche la riscoperta della fede?
“Per quanto mi riguarda mi interessa molto di più la laicità. La religione è stata per lungo tempo per me una cosa quotidiana. Presente nella scuola, soprattutto. Poi ne ho capito il folclore. E lì l’ho abbandonata”.
Cos’è l’amore per lei?
“Credere nel sentimento amoroso ma non nel sentimentalismo”.
Ha figli?
“Due e vari nipoti”.
Perché “femminista distratta”?
“Perché non sono metodica. Seguo l’ispirazione del momento. E spesso mi distraggo”.
Un antidoto contro la noia. Ha paura di annoiarsi?
“La noia, quella profonda, è un sintomo del fatto che le cause in cui credevi non erano poi così interessanti. Quel tipo di noia non mi ha afflitto. Non ho rimpianti né pentimenti. Ho vissuto da donna e da femminista. Due condizioni che hanno trovato un corretto equilibrio”.

(Repubblica, 28 febbraio 2016)



di Silvia Mazzucchelli

“Per anni ho sentito parole agitarsi dentro di me: ubbidienza, sacrificio, gratitudine, lavoro, onestà, castità, maldicenza, verginità, educazione”, “ora questa montagna di parole si è condensata ed è esplosa: non sarò mai più la stessa, ma voglio essere me stessa”. È il 1975 e queste sono le parole con cui la fotografa e scrittrice Carla Cerati conclude il suo romanzo Un matrimonio perfetto, appartenente alla trilogia pubblicata con il titolo di Una donna del nostro tempo, ispirata alla sua vita, a cui ne seguiranno molti altri.

La protagonista, archetipo della casalinga disperata, versione anni Sessanta, non ha scampo: è imprigionata in un ruolo di moglie e di madre, senza alcuna via di fuga, nemmeno nelle illusorie scappatelle extraconiugali a cui tenta disperatamente di aggrapparsi. Non esiste alcun universo alternativo, mitico, favoloso, sognante o liberatorio. “Io fedele Penelope stavo a casa”, “e Fabrizio altrove”, dice la protagonista del romanzo. Nessuno spiraglio, nemmeno sulla carta. Ma sin qui domina pur sempre la finzione letteraria. Il passo successivo sarebbe quello di irrompere nella realtà. E Carla Cerati ci riesce: continua a scrivere per tutta la vita, affidando alla scrittura l’analisi del suo passato e con la macchina fotografica si immerge nel presente e nella ricerca del proprio sguardo.

Com’è quello sguardo? Ribelle, libero, anticonformista? Non solo. Si tratta di uno sguardo particolare, affidato a quello di un personaggio femminile che è tuttora di estrema attualità: Antigone, forse nella sua versione più intensa, a cui la fotografa ha dedicato molte delle sue immagini. Questa è la storia della sua genesi.

Carla Cerati, scomparsa in questi giorni, inizia la propria carriera come fotografa di scena. Nel 1960 fissa su pellicola Aspettando Godot di Tullio Pendoli, lavora per la compagnia del regista Franco Enriquez, fotografa il ballerino di flamenco Antonio Gades conosciuto nel 1969 quando era a Milano per uno spettacolo alla Scala, immortala la pièce Wielopole Wielopole di Tadeusz Kantor rappresentata a Firenze nel 1980 e nello stesso anno una performance del gruppo Bread and Puppet di Peter Schumann.

E poi fotografa il Living Theatre, la creatura Off-Broadway, sorta nel 1947 a New York dall’incontro fra Judith Malina e Julian Beck, che rappresentano molti dei loro spettacoli anche in Europa. Gli scatti di Carla Cerati fissano i volti degli attori e le vibrazioni dei loro corpi: dapprima l’Antigone nel 1967 al Teatro Durini di Milano, poi le figurazioni allucinate del Frankenstein nel 1968 a Modena, e nello stesso anno le fotografie di Paradise Now, scattate nell’ambito del Festival del teatro di Avignone due mesi dopo il Maggio francese, le stesse immagini che nel 1970 Franco Quadri include nel suo saggio dedicato al famoso happening.

Ma è l’Antigone ad affascinare in maniera particolare la fotografa. Lo spettacolo che lei immortala nel 1967, scaturisce dallo studio dell’album fotografico e delle note dell’Antigone sofoclea tradotta da Hölderlin, ma rivisitata in chiave politica da Bertolt Brecht nel 1948. Non solo nel 1974 Carla Cerati espone ottanta fotografie di scena dell’Antigone in una mostra alla galleria Primopiano di Torino, ma in seguito riprende le immagini del Living, le scruta, le modifica, le stravolge. Realizza otto fotografie che lei denomina Elaborazioni sull’Antigone. In seguito ne isola alcuni particolari ampliando la drammaticità del dettaglio; nel 1983 ingrandisce nuovamente le fotografie e sperimenta diversi viraggi, ottenendo “ingrandimenti sgranati che paiono sindoni di anime torturate”, scrive Uliano Lucas.

Perché tanta insistenza? Cosa accomuna lo sguardo di Antigone, la giovane fanciulla che disobbedisce alle leggi del tiranno Creonte e decide di seppellire il fratello Polinice, allo sguardo della fotografa? Cosa vuole suggerire Carla Cerati attraverso il volto di Antigone/Judith Malina? Non si tratta forse di quello sguardo sconvolto ma allo stesso tempo lucido e tenace, che oppone la fragilità al dispotismo del potere?

Ma chi è davvero Antigone? E ancora: “quanto l’Antigone nei nostri anni ci parla dell’Antigone sofoclea e quando invece di noi?”, si chiede Rossana Rossanda in un suo saggio. Antigone è un insieme di doppi: la persona e lo stato, ciò che è legge e ciò che è giusto, l’amore e la morte. Sono questi i dilemmi che ne caratterizzano il destino. Ma un ben moderno destino, scrive ancora la Rossanda, se è vero che Antigone è definita dal Coro “autónomos, come colei che da sola si dà la sua legge”, al massimo della “coscienza di una solitudine a nessuno imputabile se non a sé”.

“Ōmós è il suo carattere, dirà ancora di Antigone il Coro (…) letteralmente al di là dell’umano, un’ostinazione inflessibile”, sino all’estrema conseguenza. Per questo, anche prese la dovute distanze, conclude la studiosa, “ci scopriamo come Antigone nelle sue ultime ore. Come lei non crediamo alla sacralità dei potenti (…), come lei siamo determinati ad affermare, in solitudine, l’io, anche se il suo io non ha molto a che fare col nostro. Ci uniscono il principio d’autonomia e di disobbedienza”.

Così è lo sguardo di Carla Cerati: disobbediente e ostinato perché autonomo. Per lei, madre di due bambini, sposata e casalinga, fotografare ha voluto dire “uscire dalla gabbia”, scoprire l’universo fuori dalla porta di casa, ma anche se stessa: i desideri, le aspirazioni, la possibilità di esprimersi. “Per me fotografare”, racconta Carla Cerati, “ha significato la conquista della libertà e anche la possibilità di trovare risposte a domande semplici e fondamentali: chi sono e come vivono gli altri? Lavorano? E se sì, dove lavorano? Quali sono i mestieri, le professioni e i luoghi in cui le svolgono? Come trascorrono il tempo libero?”.

Un bisogno di indipendenza e “autonomia” che giunge direttamente alle sue immagini in cui essa arriva a creare un’istante ideale, dove riesce a far vivere i soggetti che fotografa in una dimensione di libertà illimitata, un imprescindibile diritto ad esistere, senza rinunciare al suo punto di vista, al bisogno di guardare in modo nuovo il mondo che la circonda.

In questo spazio fluido, vero e proprio luogo di incontro tra diverse soggettività, i volti degli uomini, i corpi, le città – nient’altro che quegli uomini, quei volti, quelle città – vivono unicamente della loro essenza, nel singolo istante fissato dall’obiettivo, e tuttavia incarnano l’idea della fotografa e il suo bisogno di trasmetterla, una pulsione verso il cambiamento e la trasformazione di una data realtà, come se la fotografia (e la scrittura) avessero il potere di spingersi al di là della stessa rappresentazione, per poi tornare al cuore del soggetto rappresentato.

Per questo lo sguardo di Carla Cerati è allo stesso tempo trasparente e bulimico, uno sguardo a cui non può sfuggire nulla, poiché tutto intorno a lei è degno (come per la sua vita) di avere il proprio spazio di libertà e “autonomia”, dato dall’irriducibile autonomia dell’immagine fotografica.

Il mondo intero entra nel suo obiettivo, con l’ostinazione di chi non intende tralasciare alcun dettaglio: l’esperienza sconvolgente e indimenticabile del fotografare i malati dei manicomi con Gianni Berengo Gardin, poi confluita nel celebre volume Morire di classe (1969) curato da Franco Basaglia, che essa considerava come la sua “eredità simbolica”. O ancora l’eccentricità e l’opulenza delle classi protagoniste del boom economico, anticipazione della “Milano da bere”, i cui soggetti sono raffigurati come maschere deformate in Mondo Cocktail (1974), il corpo femminile con le immagini di una scultorea bellezza nel libro intitolato Forma di donna (1978) e quelle a colori di Forma Movimento Colore. Nudo Danza, realizzate nel 1987-1988 con la collaborazione della danzatrice Valeria Magli.

E poi i foyer della Scala, i mutamenti della città e le sue ferite nel ciclo intitolato Milano Metamorfosi (duecentodiciassette fotografie divise in capitoli come un romanzo), le lotte studentesche, i funerali di Giangiacomo Feltrinelli e degli studenti uccisi negli anni Settanta, il processo Calabresi-Lotta Continua, il mondo della scuola, quello delle balere degli immigrati nella vecchia Milano, i ritratti degli intellettuali: Eugenio Montale, Elio Vittorini, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini.

E infine cosa può insegnare oggi il lavoro di Carla Cerati? Il coraggio, il rifiuto di ogni ipocrisia, la forza della propria irrinunciabile unicità. Alle soffocanti convenzioni del mondo borghese, in cui la donna era solo una presenza invisibile e silenziosa, la fotografa/scrittrice oppone nell’unione con il tutto e nel sentirsi parte dell’universo, una conoscenza vissuta come capacità di liberarsi da ogni forma di egoismo, per partecipare, nelle vesti di attrice e spettatrice, al fluire degli eventi.

Una disposizione all’apertura verso la realtà, che fa dell’erranza una condizione necessaria, affinché sia possibile restituire alla cultura e alla politica, come suggeriva Lea Melandri, “quel retroterra di esperienza, confinata nelle case e nel corpo delle donne”, poiché insieme al corpo possa prendere posto “nella polis, la “persona”, vista nell’interezza delle sue molteplici identità e appartenenze, sociali, sessuali, linguistiche, culturali”.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in forma diversa e più estesa sulla rivista “Nuova Prosa”.




dal 10 marzo al  11 maggio 2016

 

Inaugurazione alla presenza delle artiste Ansarinia e Bächli giovedì 10 marzo h. 19.0021.00

 

La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista svizzera Silvia Bächli.

Negli anni l’artista ha realizzato principalmente lavori su carta, sperimentando tecniche e formati diversi e sviluppando un linguaggio pittorico formalmente immediato e minimale che cela, però, una ricerca del tutto personale sulla linea.
Le opere in mostra, realizzate tra il 2013 e il 2015, sono una sintesi degli ultimi sviluppi del suo lavoro, da un punto di vista sia del colore che del gesto.

Per Silvia Bächli il disegno è azione e narrazione. Le sue linee hanno una direzione precisa, come se stessero raccontando una storia o persino più storie contemporaneamente quando, per esempio, s’intersecano, si rincorrono o si sovrappongono l’una sull’altra, più o meno ordinatamente. Lo spettatore è quindi invitato a leggere e interrogare questi segni e allo stesso tempo a indagare gli spazi vuoti che vengono a crearsi. Per l’artista, infatti, “disegnare è creare spazio” ed è per questo che nelle sue opere la pittura ha un così stretto rapporto con i margini del foglio: è un po’ come, sempre usando le sue parole, “lavorare con e contro” questi margini. Non è un caso che la massima dimensione dei lavori corrisponda alla massima apertura delle sue braccia.

Il titolo della mostra è tratto dalla raccolta poetica It (1969), capolavoro della scrittrice danese Inger Christensen, che l’artista ammira molto per l’attenzione che entrambe condividono per la forma, e da cui spesso trae spunto per i suoi lavori. È stato il caso, ad esempio, anche dell’installazione che Bächli ha realizzato per il padiglione svizzero durante la 53° Biennale di Venezia (2009), dedicata proprio alla poetessa e ispirata allo stesso passo che dà il titolo a questa mostra: “Questo. Questo è stato. Ora è cominciato. È. Persiste. Si muove. Avanti. Diventa. Diventa questo, questo e questo. Va ancora più avanti. Diventa altro. Diventa di più. Combina altro con di più e diventa costantemente altro e di più.”.

Silvia Bächli (Baden, 1956) ha avuto numerose mostre personali in prestigiose sedi museali come, ad esempio: Frac Franche-Comté, Besançon (2015); Staatliche Graphische Sammlung, Pinakothek der Moderne, Monaco (2014); Kunstmuseum St. Gallen, Svizzera, (2012); Centre Pompidou, Parigi, Museo Serralves, Porto (2007), Mamco, Ginevra (2006), Museée d’art moderne et contemporain in Strasbourg (2002). Nel 2009 ha rappresentato la Svizzera alla 53° Biennale di Venezia.

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Ana Mendieta
via a.stradella 1

 


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista cubana Ana Mendieta.

Saldamente ancorata alla realtà – e allo stesso tempo tormentata da un’interiorità profondamente segnata da avvenimenti tragici – in soli tredici anni di carriera Mendieta ha sperimentato con vari media, dalla performance al video, dalla fotografia al disegno, alla scultura.

La pratica artistica di Ana Mendieta ha sempre indagato lo stretto rapporto tra Arte e Natura, che nel suo lavoro è molto intenso e talvolta spinto al limite, soprattutto nell’uso che l’artista fa del proprio corpo. In molte performance, infatti, il corpo diventa il mezzo col quale l’artista si ricongiunge alla Natura, in una sorta di rito spirituale e viscerale che assume anche valore simbolico di rinascita. Come ha più volte dichiarato l’artista, “la cultura è memoria della storia” ed è in questo senso che il corpo è quindi non solo testimone, ma anche veicolo della nostra memoria collettiva.

Vincitrice del Prix de Rome per la scultura, nel 1983 Mendieta si trasferisce da New York a Roma, una città che amerà molto soprattutto per il suo rapporto con la Storia. Nel periodo di residenza presso l’American Academy in Rome, Mendieta ha la possibilità di sviluppare la sua tecnica scultorea, in particolare con materiali come la terra e i tronchi d’albero, ma si dedicherà molto anche al disegno.

Il progetto espositivo si concentra proprio sulla produzione di questo periodo, in particolare su un corpus selezionato di disegni – inchiostri, acquarelli, matite – che porteranno poi alla realizzazione delle sculture. In mostra anche il libro di litografie Duetto Pietre Foglie, realizzato sempre durante il soggiorno romano, e un prezioso taccuino del 1981 con alcuni studi preparatori.

Tra le maggiori mostre personali di Ana Mendieta (L’Avana, 1948-1985): Covered in Time and History, the films of Ana Mendieta, NSU Art Museum Fort Lauderdale; Katherine E. Nash Gallery, Minneapolis (2015-2016); She got Love, Castello di Rivoli, Torino (2013); Ana Mendieta: Earth Body, Sculpture and Performance 1972-1985, Whitney Museum of American Art, New York; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C.; Des Moines Art Center, Des Moines and Miami Art Museum, Miami (2004); Ana Mendieta (1948-1985) – Body Tracks, Neues Museum Luzern, Lucerne and Fries Museum, Leeuwarden (2002).

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Nazgol Ansarinia
via a.stradella 4

 


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la prima personale in Italia dell’artista iraniana Nazgol Ansarinia.

Ansarinia analizza il quotidiano della sua città, Teheran: esamina e rielabora oggetti ed eventi di tutti i giorni facendo emergere le loro relazioni con la società iraniana contemporanea, indagando la sfera privata in relazione al più ampio contesto socioeconomico e architettonico.
La mostra ruota intorno a tre progetti aperti che ben rappresentano il lavoro dell’artista e i suoi recenti sviluppi.

Fondamentali nella sua produzione sono i collage della serie Reflections/Refractions, che esplorano visivamente le complessità del quotidiano. Varie trame geometriche, spesso utilizzate per evocare un ideale di bellezza per il loro ordine e la loro simmetria, sono applicate ad alcuni lavori a specchio, contribuendo a distorcere la realtà di tutto ciò che riflettono.

Per il suo ultimo progetto Membrane, invece, l’artista parte proprio dalla città. Negli ultimi anni, infatti, Teheran sta assistendo a un intenso processo di ridefinizione urbana, caratterizzato dal sorgere sempre più frequente di alti complessi residenziali in luogo di precedenti e più bassi edifici. Sebbene questi edifici siano distrutti, uno strato dell’immobile demolito rimane sulla parete comune agli edifici adiacenti. Membrane è l’impressione monumentale di questa parete, mappata dall’artista con uno scanner 3D a ricreare una sorta di modello tridimensionale del muro, che tiene in sé traccia di una parte dell’edificio distrutto.

In mostra anche una nuova scultura della serie Pillars. L’artista osserva le nuove case in città, in cui le colonne neoclassiche perdono la loro funzione strutturale divenendo l’ultima dimostrazione di ricchezza del nuovo ceto medio. Ansarinia utilizza le colonne con molta ironia, legandole ad alcuni articoli della Costituzione iraniana che invitano a riflettere sui problemi socio-economici della vita quotidiana. La mostra di Nazgol Ansarinia è dunque, allo stesso tempo, documento e rielaborazione di una società stratificata e in rapida evoluzione.

Nazgol Ansarinia (Teheran, 1979) vive e lavora a Teheran. Nel 2015 ha partecipato alla 56° Biennale di Venezia, presso il padiglione iraniano; nel 2011 e 2007 ha esposto alla Biennale di Istanbul e nel 2009 le è stato riconosciuto l’Abraaj Capital Art Prize. Tra le sue mostre collettive: DUST, Centre for Contemporary Art Ujazdowsku Castle, Varsavia; Adventure of the Black Square: Abstract Art and Society 1915-2015, Whitechapel Gallery, Londra (2015); Longing Persia, Exchange and reception of art in Persia and Europe in the 17th Century & Contemporary Art from Tehran, Museum Rietberg, Zurigo; Safar/Voyage, The Museum of Anthropology at the University of British Columbia, Vancouver (2013); When Attitudes Became Form Become Attitudes, Museum of Contemporary Art Detroit, Detroit / CCA Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco (2012).

Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.

 






 

di Daniela Danna

 

Ho aderito alla Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, che è stata proposta e aperta alla firma di associazioni e anche cittadine/i il 2 febbraio a Parigi presso l’Assemblea Nazionale (http://abolition-gpa.org/). Sono state le femministe francesi di Cadac (Coordinamento delle associazioni per il diritto all’aborto e alla contraccezione), Corps (Collettivo per il rispetto alla persona) e CLF (Coordinamento lesbico francese) a redarla, chiedendo agli stati europei l’abrogazione delle leggi che permettono in Gran Bretagna, Ucraina, Grecia e pochi altri stati la pratica della maternità surrogata/gestazione per altri (ma la gestazione diventa maternità quando il/la bambino/a nasce!).

Si tratta della messa a contratto di una madre “portatrice” che poi lascerà la/il neonata/o al padre naturale o alla coppia eterosessuale che ha fornito i gameti, oppure, in certi luoghi, anche a chiunque i gameti li abbia comperati (in California, ad esempio). Per realizzarsi richiede il cambiamento del diritto di famiglia per permettere che la donna che partorisce (che chiamiamo “la madre”, per lo meno “di nascita”, come concorderà chi mi legge) non riconosca la sua/o neonata/o lasciando che lo facciano i committenti. A volte ciò accade con “ordinanze pre-nascita” di tribunali che validano il contratto.

Non esiste “gestazione per altri etica”, questo il messaggio delle Assise di Parigi, un messaggio rivolto ugualmente a tutti gli altri stati dove la pratica è regolamentata in vari modi, che vanno dall’“altruistico” al commerciale. Ma il denaro è una condizione necessaria anche nel modo detto “altruistico” come in Gran Bretagna, dove i presunti “rimborsi” approvati dai tribunali hanno raggiunto le 30.000 sterline.

Questi pagamenti configurano un florido mercato di bambini, con tanto di fiere. Nei paesi che hanno introdotto la maternità surrogata si è infatti creato un sistema di cliniche, studi legali, agenzie che trovano donne consenzienti e autosacrificali nel volersi impegnare a dare i propri neonati a coppie infertili (comunque guadagnandoci). Se poi la “surrogata” nel corso dei nove mesi di gravidanza trova insostenibile dover adempiere alla promessa che ha fatto, i suoi neonati verranno comunque sottratti e consegnati ai committenti perché ha firmato un contratto. Per questo è importante chiedere l’abolizione delle leggi che introducono la maternità surrogata, e naturalmente rifiutarne l’introduzione nei paesi dove questa non esiste.

È una questione di autodeterminazione femminile? No, è l’introduzione di contratti che rendono la gravidanza un lavoro, e un rapporto di impiego non è una questione di autodeterminazione, ma è regolato da leggi, che al momento nella maggior parte dei paesi non riconoscono i bambini come prodotti da comprare e vendere.

Le mie critiche all’iniziativa di Parigi sono che alcune relatrici hanno posto un forte accento sull’analogia tra abolizione della maternità surrogata e della prostituzione, un parallelo che è a mio parere del tutto fuori luogo. La maternità surrogata ha bisogno di leggi sulla filiazione che la legittimino, e quindi l’abolizione di queste deroghe al diritto di famiglia permettono il suo sradicamento, mentre lo scambio tra sesso e denaro accade senza bisogno di alcun riconoscimento giuridico. Inoltre nel testo dell’appello sarebbe stato più corretto denunciare la novità della “mercificazione delle capacità riproduttive” e non della “mercificazione del corpo,” che piuttosto è vecchia come il capitalismo, ed è una questioncella che (purtroppo) non può essere risolta con l’abrogazione di una legge.

 

27 febbraio 2016

Armata di sigaretta, matita e carta

di Benedetta Centovalli

«Nei giorni successivi alla sua morte, non si fece che pensare ai libri: come quando una persona se ne va e si lascia alle spalle qualcosa di non autonomo, qualcosa di dipendente da sé, e allora si dicono quelle frasi, E adesso con chi staranno, i figli? Chi si porta a casa le piante? E il gatto, chi si prenderà cura di questo gatto?». Solo che nel caso di Grazia Cherchi non c’erano figli o piante o animali, c’erano solo i libri, i libri degli altri, quei libri che a pensarci bene non sono solo degli autori, non bastano gli autori a prendersene cura. Così sono rimasti soli, abbandonati al loro destino. I libri e i loro autori. È uscito da poco il libro Grazia Cherchi di Michela Monferrini (pp. 126, € 12, Ali&no editrice, Perugia 2015), nella collana “Le farfalle” diretta da Clara Sereni, con fotografie di Vincenzo Cottinelli e un puzzle di voci autorevoli e amiche per ricordare la grande Grazia (1937-1995) a vent’anni dalla sua morte («Non durano eterni / neanche i Quaderni / ma eterna si spazia / la gloria di Grazia», scriveva Franco Fortini). Un ritratto vivo e parlante – a noi smemorati operatori del mondo del libro – sul suo lavoro culturale in decenni difficili e densi di trasformazioni, dai sessanta ai novanta, lavoro caduto in ombra, sommerso, dimenticato, cancellato (introvabili la sua raccolta di racconti, Basta poco per sentirsi soli, Tringale, Catania 1986; E/o, Roma 1991, con prefazione di Alfonso Berardinelli, e il romanzo Fatiche d’amore perdute, Longanesi, Milano 1993), mentre è indispensabile recuperare la sua militanza nella letteratura contemporanea, e ricordare che ci sono state intellettuali ed editor donna, letterate editrici, di capacità e di valore che hanno fatto scelte consapevoli e indipendenti rispetto al mainstream della carriera e del potere, e che hanno contribuito in modo significativo alla crescita del discorso culturale nel nostro paese.

Un viaggio nel mondo di Grazia

Michela Monferrini ci guida con mano ispirata e leggera alla scoperta del mondo di Grazia: libri e sigarette, treni autobus e taxi, caffè e redazioni, Milano di pioggia e di sole, viaggi e incontri, amici e politica. Amava le scritture irregolari, cercava sempre in un libro stile (sobrio, magro) e contenuti, sapendo quanto fossero un pieno a perdere. Odiava gli aggettivi ridondanti e gli avverbi in “-mente”. Appassionata e brusca, “romantica” e zarina, incurante di sé e dedita alla cura degli altri, priva di spirito pratico e schierata contro i conformismi di ogni specie, Grazia Cherchi rivive in questo racconto costellato di memorie di chi le è stato vicino con la sua “faccia bellissima un po’ sarda un po’ da india amazzonica” (Stefano Benni) e i gesti di una intellettuale fuoricentro, eretica e ironica, per la quale proviamo un’acuta nostalgia.

È indispensabile ricordare che ci sono state intellettuali ed editor donna, letterate editrici che hanno fatto scelte consapevoli e indipendenti, contribuendo in modo significativo alla crescita del discorso culturale italiano.

Ha lavorato con tanti autori: da Sandro Onofri a Maurizio Maggiani e Massimo Carlotto, da Clara Sereni a Lalla Romano, da Franco Fortini a Giovanni Giudici, da Gianni Riotta a Oreste Pivetta e Enrico Franceschini, da Paolo Di Stefano a Enrico Deaglio e Gad Lerner. Ha contribuito alla scoperta di nuovi talenti (Alessandro Baricco, Stefano Benni, Gianfranco Bettin, Claudio Piersanti, Dario Voltolini), è stata amica di Camilla Cederna, Vincenzo Consolo, Silvana Mauri Ottieri, Valentina Fortichiari, e si è mossa con intelligenza tra la piccola e la grande editoria (ha collaborato con Feltrinelli, Garzanti, Rizzoli, e/o, Manni). Tante di queste voci prendono la parola in questo volume polifonico.
Venerava come maestri Bilenchi, Morante, Volponi, Sereni. Ho incontrato negli anni ottanta il nome di Grazia Cherchi proprio a casa di Romano Bilenchi, scrittore che lei considerava uno dei maggiori del Novecento anche se tra i meno riconosciuti, il cui stile è stato guida e modello non solo nella formazione del gusto di Grazia ma anche per il suo lavoro di selezione e riscrittura dei testi. Scrivere tutto e togliere quasi tutto, diceva Bilenchi, citando Čechov. Insieme a quel non avere paura di nessuno, che era stato il suo modo di diventare adulto nonostante la continua enigmatica attrazione per il tempo bambino, e che lo aveva reso testimone scomodo, a orologi spenti, controtempo. Quel non avere paura in cui Grazia si era riconosciuta appieno. Per più generazioni Grazia Cherchi è stata un punto di riferimento con la sua attività di intellettuale militante, libera e intransigente, con la passione del minoritario, prima sulla rivista “Quaderni piacentini”, che ideò e diresse con Bellocchio e Fofi, poi sulle testate a cui collaborò (“Linus”, “Linea d’ombra”, “L’Indice”, “Panorama”, “Il Manifesto”, “Il Secolo XIX”, “L’Unità”), e nelle rubriche affilate e provocatorie che tenne (Da leggere e da non leggere, Consigli/Sconsigli, Letture, Vistosistampi, Polemiche, Un po’ per celia). Si può consultare (si fa per dire perché anche questo libro non è stato più ristampato) una scelta dei suoi articoli, recensioni, ritratti e interviste a partire dagli anni ottanta in Scompartimento per lettori e taciturni, uscito postumo nel 1997, a cura di Roberto Rossi, testi introduttivi di Giovanni Giudici e Piergiorgio Bellocchio, presso Feltrinelli.

Lettrice accanita e appassionata, Grazia considerava la narrativa contemporanea un nutrimento necessario per comprendere quello che la circondava, il filtro personale di uno scrittore erano gli occhiali speciali con cui osservare il mondo. Nel lavoro culturale il suo metro era la responsabilità di abitare il proprio tempo, di stare nella società e nel discorso civile, di fare reagire la tensione morale con l’intelligenza del cuore perché il mondo potesse cambiare in meglio: «Era il secondo tempo della sua vita: dopo aver fondato e diretto riviste, fatto la giornalista, la redattrice, dopo e contemporaneamente alla critica letteraria», scrive Monferrini, ecco che quella passione principale – la lettura – prende una nuova forma di impegno lavorativo, quella dell’editing-editing, occuparsi in buona sostanza e dal di dentro dei libri degli altri.

Nel lavoro culturale il suo metro era la responsabilità di abitare il proprio tempo, di stare nella società, di far reagire la tensione morale con l’intelligenza del cuore perché il mondo potesse cambiare in meglio.

Ma forse c’è di più, si tratta sempre della vocazione di Grazia a interpretare il lavoro culturale come progetto collettivo, piuttosto che assecondare la componente individualistico-narcisistica dello scrittore (Piergiorgio Bellocchio). Come era avvenuto ai tempi dei “Quaderni”, dai sessanta ai settanta, quando l’attività di coordinamento redazionale aveva preso il sopravvento sulla stesura in proprio di interventi, dagli anni ottanta in avanti cresce, accanto alla scrittura pubblica, il lavoro di lettrice-consulente editoriale e di editor. Un destino in ombra fatto di accudimento, di sollecitazione, di messa a punto, che fu anche il suo modo di eludere e resistere alla patina corrosiva degli anni ottanta. Era “un certo modo di stare al mondo”, che secondo la testimonianza di Baricco è la sua eredità più grande. Così per chi meditava di intraprendere o aveva intrapreso la strada del lavoro editoriale, Grazia era diventata un esempio per il puntiglio, la precisione, l’etica sempre sorvegliata, la capacità di capire un testo in profondità, mettendo a nudo funzioni e artifici.
Grazie a questo piccolo e prezioso libro su Cherchi torniamo a indagare quell’anonimato, quell’iceberg che è il lavoro editoriale e in particolare il versante oscuro dell’editing, la cui parte visibile è di gran lunga meno imponente di quella che non si vede. Argomento per catacombe, di frequentazione rapsodica, di cui restano aneddoti, ricordi e auspicate ricerche di archivio (segnalo la documentata tesi di laurea magistrale di Giulia Tettamanti appena discussa alla Statale di Milano). Tra le ragioni di quest’ombra che avvolge il mestiere di editor c’è senz’altro l’incerto riconoscimento del lavoro editoriale come lavoro a pieno diritto culturale: perché è fatto in squadra, è condizionato dalla casa editrice, dal profitto, dal mercato, perché è un lavoro di mediazione. Una delle foto di Cottinelli racconta con precisione la relazione autore-editor, ci sono lei e il giovane Baricco, e proiettata sul muro alle spalle di Baricco l’ombra ingrandita di Grazia. Dicevamo incerto riconoscimento intellettuale. Come se fare editing non riguardasse una scelta di postura nel mondo, di orientamento dello sguardo. Come se fosse un mestiere privo di direzione e di possibilità di direzioni diverse. Come se quello sguardo non potesse essere orientato verso l’autore o verso il lettore e ciò non facesse la differenza.

Apologia dell’editor

«Personalmente, fare editing è il lavoro che preferisco in campo editoriale». E quasi trent’anni fa su “Panorama” scriveva: «L’editing è un lavoro che richiede una forte dose di masochismo. Bisogna infatti tuffarsi nell’altrui personalità (anche stilistica) abdicando alla propria; (…) è un lavoro che resta rigorosamente anonimo, di cui si è ringraziati solo verbalmente». Fatti e questioni, oggetto d’ironia, rimasti tali e quali. Nessuna novità sostanziale. Se non in peggio. Un editor è un lettore competente al servizio dell’autore e non dell’editore, spiega Grazia, pur sapendo che già tirava un vento opposto nel mondo editoriale destinato a capovolgere il senso di questa relazione. Aveva già registrato le prime avvisaglie della più recente trasformazione antropologica dei funzionari editoriali in procuratori di calciatori. Nella forbice tra narrativa d’intrattenimento e narrativa letteraria, il ruolo dell’editor è una lama sottile che rischia di invadere un terreno non suo, tagliando la polpa troppo vicino o lontano dal cuore di chi scrive.

Grazia Cherchi riflette a più riprese nei suoi interventi sul valore e sul significato della riscrittura (quasi tutti gli scrittori hanno bisogno di editing, cioè di suggerimenti e consigli, si tratta di sapere esercitare un “potere affettuoso” come lo aveva definito l’amico Berardinelli), si impegna per il riconoscimento aperto di questa professione, lavora per la chiarezza e la comprensibilità dei testi come etica necessaria per il lettore, oppone alla casualità e alla sciatteria la disciplina quotidiana di letture e revisioni. Che cosa fa un editor quando lavora su un testo? Ieri come oggi: taglia, sfoltisce, sfronda, asciuga, ricuce, rattoppa, aggiusta con la finalità sempre di portare a maggior nitore e coesione la storia e lo stile dell’autore. Ma non omologa, non uniforma, non appiattisce, non livella, è pronto ad accogliere lo straniero (Antoine Berman), l’altro da sé, dato che “la lingua degli altri ci mette regolarmente in crisi, perché collide con la nostra, la scuote, prende a ceffoni le nostre inclinazioni e le nostre certezze” (dall’introduzione di Giorgio Pinotti a Editori e filologi. Per una filologia editoriale, a cura sua e di Paola Italia, Bulzoni, Roma 2014). Prendersi cura dei testi, accordarli, vuol dire mettersi in ascolto e aprirsi all’altro, fare entrare lo straniero, è abitare una terra senza frontiere.

E cosa resta di questo viaggio senza approdo? Cosa resta di tutto quello che si fa intorno a un libro, con uno scrittore? Domanda di necessità pensando al lavoro di Cherchi, di cui cospicua parte resta nascosta dentro le pagine delle riviste, nei progetti, nei libri degli altri. Lavorare sui testi è come viaggiare in compagnia dell’autore, vale il viaggio più della destinazione, e un testo non è un porto ma è una nave che affronta il mare aperto, la lettura un viaggio senza sosta. Cosa resta di una vita spesa sui libri e per i libri degli altri? Una risposta ce la offrono le parole affettuose di Maggiani, «puntualmente litigavamo perché io per principio accettavo cinque correzioni ogni dieci proposte, non di più…», «Grazie a lei io ho visto come si lavora: io che pensavo di fare la rivoluzione, negli anni settanta, la rivoluzione con le idee (…) ma la rivoluzione l’ha fatta meglio lei, e in tutt’altro modo». Restano – oltre le pagine scritte e pubblicate – quelle diventate un campo di battaglia, tutte cancellature e segni, suggerimenti e lampi, generosità e talento, amicizia dolcissima e severa.

bcento@tiscali.it, 27 febbraio 2016

di Franca Fortunato

L’Europa delle Città Vicine è il titolo del convegno che ha visto, domenica 21 febbraio 2016 alla Casa Internazionale delle donne di Roma, circa centoventi donne e uomini, più donne che uomini, provenienti da molte città, misurarsi sulla crisi dell’Europa e sulle prospettive e possibilità, a partire dalle esperienze già in atto, di aprire nuove vie per un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni, ai desideri. Un’Europa che oggi presenta due facce, come hanno detto in apertura del convegno Anna Di Salvo, Simonetta Patané e Loredana Aldegheri. E come hanno confermato i contributi delle persone presenti e anche delle assenti, come il lampedusano Giacomo Sferlazzo che ha mandato gli auguri di buon lavoro da parte delle donne e degli uomini di Askavusa di Lampedusa e il curdo Tulip che in un commovente intervento ha portato i saluti delle donne curde.

Da una parte c’è il volto dell’Europa delle istituzioni, del potere politico tecnocratico ed economico, un volto duro, di imposizione del linguaggio del rigore, dell’austerità, del controllo dei debiti e che produce impoverimento, meno diritti, segregazioni, frontiere, muri, che «dimostrano – ha affermato Anna Di Salvo – l’ottusità politica di un occidente europeo che esporta guerra, anche vendendo armi e militarizzando i territori in Sicilia come in Sardegna, a Lampedusa e in tutte le altre isole pelagiche, asseconda i nazionalismi, erige barriere e srotola lungo i confini filo spinato che tanto non potrà arginare i flussi migratori di moltitudini di donne, uomini e bambini in fuga da paesi affamati e devastati che guerre intestine e invasioni terroristiche dell’Isis hanno reso luoghi dove la vita non ha più valore». Dall’altra parte c’è il volto dell’Europa dei luoghi dell’approdo delle e dei migranti dove donne e uomini – continua Anna – danno senso alle politiche dell’accoglienza: Ventimiglia, Calais, Lesbo, Kos e altre isole della Grecia, Lampedusa e tutti gli approdi siciliani, calabresi e pugliesi. Qui l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima e i confini e le barriere respingenti si sono configurate in porte e soglie accoglienti simili a quelle delle nostre case. Di quest’altra Europa, poco visibile, fa parte anche «la capacità generativa» di altri modi di fare economia da parte di molte imprese sociali di comunità e di territorio, dove a partire da forze umane – ha sostenuto Loredana Aldegheri della Mag di Verona – relazionali e sociali si adopera per un’Europa con al centro l’economia dei beni comuni, che può riposizionare il mercato.

Di quest’altra Europa fanno parte i luoghi della politica delle donne, le pratiche di cura delle città, dei suoi spazi e dei suoi tempi di cui le Città Vicine sono espressione e che Donatella Franchi ha raccontato a partire dalla pratica creativa che insieme alle/agli abitanti di Bologna ha inventato per ripulire le strade, i muri degradati, scrostati, imbruttiti, intorno all’università. Il racconto di questa «pratica di invenzione» che ha aperto orizzonti e coinvolto molti giovani, Donatella l’ha affidato anche al linguaggio artistico in una mostra fotografica che ha esposto al convegno. La ricerca artistica ha sempre fatto parte delle pratiche delle Città Vicine per raccontare le nostre città, così come hanno fatto artiste/i, intellettuali turchi – ha detto Katia Ricci – in una mostra al Maxxi di Roma su Istanbul, dove raccontano la lotta contro la demolizione del Gezi Park e contro la distruzione di gran parte dei quartieri della città. Dunque esistono i luoghi, le azioni, un’altra politica, un’altra economia – ha aggiunto Stefania Tarantino, sostenuta dall’intervento di Antje Schrupp, giunta appositamente dalla Germania per partecipare al convegno – che hanno trasformato il nostro modo di abitare il pianeta e che sono parte di quella Europa che vogliamo e che già stiamo costruendo con la politica della differenza. Sono queste le «nuove istituzioni» – ricordate da Maria Luisa Gizzio – che Simone Weil considerava necessario inventare per poter rifondare l’Europa, dopo la tragedia della guerra e dei totalitarismi. «Al di sopra delle istituzioni – scrisse la Weil – destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinate a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili.» La scommessa oggi è rendere visibili le nuove istituzioni che già esistono, diverse da quelle che sono andate in crisi, aprire un conflitto tra le due anime dell’Europa e questo – come ha affermato Letizia Paolozzi – richiede un lavoro sul simbolico, sul linguaggio in parte esistente, in parte da inventare. La scommessa passa dal pretendere di essere prese sul serio come noi oggi facciamo qui – ha detto Stefania Tarantino – il che vuol dire fare in modo che il pensiero delle donne agisca non solo nei luoghi che conosciamo ma anche fuori e contagi il mondo sociale e mediatico che ci circonda.

In questa Europa che si frantuma e consuma emerge in modo drammatico la questione del potere, ancora largamente in mano agli uomini, e che Maria Concetta Sala ha definito «una tragedia» perché «quando il potere si mette al servizio di se stesso» bisogna sapere che non ci può essere spazio né per la verità, né per la giustizia (che per la Weil non sono di questo mondo) e né per la bellezza (l’unica ad essere di questo mondo) da connettere a una nuova “visione” dell’Europa. Cosa possiamo chiedere alle donne e agli uomini – si è chiesta Maria Concetta Sala – che esercitano il potere? Possiamo aspettarci che possano ridurre in qualche misura il potere? Alla sua risposta negativa, Rosetta Stella ha osservato che se la verità e la giustizia non appartengono a questo mondo, uomini veri e uomini giusti sono di questo mondo, e sono quegli uomini che «danno ascolto al salto che si apre dalla tragedia del potere e che questo salto lo fanno». All’obiezione di molte donne in sala dell’ambiguità del parlare di “uomini” («e le donne?»), Rosetta ha spiegato di voler parlare davvero solo di uomini perché «le donne giuste e le donne vere le conosciamo, invece riconoscere un uomo giusto e un uomo vero è sempre più difficile a questo mondo, tanto più in Europa». Uomini veri e uomini giusti sono forse gli uomini dell’Associazione Maschile Plurale che hanno cambiato il loro rapporto con la logica del potere. Un cambiamento – ha detto uno di loro, Alberto Leiss – che riguarda anche altri uomini come dimostra il fatto che «ci sono sempre più uomini che, anche quando non dicono cose condivisibili, parlano in quanto uomini». Ed è del sesso maschile che ci parlano anche i fatti di Colonia che hanno reso evidente come l’immigrazione è fatta per lo più da corpi di uomini “soli”, il che – secondo Letizia Paolozzi – solleva problemi sull’accoglienza. Forse, si è chiesta, sarebbe il caso di leggere meglio la legge canadese che prevede l’ingresso solo di nuclei familiari «perché la presenza delle donne significa per gli uomini autocontrollo attraverso lo sguardo femminile». E Simonetta De Fazi narra come nel corso delle sue attività dedicate alla questione delle migrazioni le sia stato chiesto di suggerire soluzioni che impegnino gli uomini nei campi profughi, in quanto le donne il da fare se lo trovano da sé.

Una crisi, quella dell’immigrazione, scoppiata – ha detto Loretta Napoleoni, arrivata al convegno alla ripresa del pomeriggio – «solo nel 2015, dopo quelle economiche finanziarie e del debito sovrano, quando improvvisamente abbiamo avuto il flusso di migranti che scappavano non dallo Stato islamico ma dai bombardamenti degli europei e degli americani». E mentre l’Europa dal volto duro si chiude in se stessa, l’altra Europa, quella dell’accoglienza, ne fa occasione di rinascita di tanti borghi abbandonati e spopolati, come in Calabria. Perché c’è chi respinge i rifugiati e chi l’accoglie? Domanda a cui ha risposto Mirella Clausi dicendo che «i posti di approdo sono i posti dell’accoglienza perché non c’è una distanza fisica. Invece quando il corpo non vede quale tragedia immensa stia succedendo, quelli sono i posti in cui c’è il rifiuto. Questo, purtroppo, fa la differenza».

Le immigrazioni che hanno messo in crisi questa Europa, hanno messo a nudo – ha ripreso Giusy Milazzo – le debolezze e le insufficienze di questa Europa economica, hanno però aperto per noi la possibilità, l’occasione, il kairòs, per fare emergere l’Europa che abbiamo cominciato a costruire con la nostra politica della differenza e ricomporre, ricucire, riparare la frammentazione dell’Europa, secondo l’antica tecnica giapponese del kintsugj, a cui Katia Ricci insieme alle Città vicine, alla Merlettaia di Foggia e all’associazione Arteria di Matera, ha dedicato una mostra mail-art che ha esposto al convegno. Sulla strada della costruzione, invenzione e creazione dell’Europa che vogliamo, un lavoro enorme da fare, ma un po’ lo stiamo già facendo, come ha mostrato questo convegno.

(www.libreriadelledonne.it, 25 febbraio 2016)

 

di Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice

Mentre la verità su ciò che è successo a Colonia la notte di capodanno continua a cambiare rispetto alla versione presentata nei primi giorni di gennaio, appare sempre più chiaro che molti giornali europei sono caduti nel sensazionalismo, annunciando un migliaio di aggressioni sessuali e dipingendo l’immagine di ondate di migranti appena sbarcati per stuprare le donne europee. La cancelliera Angela Merkel e la sua politica migratoria erano chiaramente nel mirino.
Ma non è soltanto la stampa populista o di estrema destra a essere caduta in trappola: è accaduto anche a un romanziere e giornalista algerino di grandissimo talento, Kamel Daoud, autore di Il caso Meursault, premiato con il Goncourt del primo romanzo nel 2015. Daoud ha scritto per alcuni importanti giornali internazionali un’opinione che ha suscitato grandi polemiche nel mondo intellettuale delle due rive dell’oceano.
Il suo pezzo, prima pubblicato su La Repubblica e sul quotidiano francese Le Monde e poi ripreso in versione modificata in inglese – e in arabo – dal New York Times con il titolo La miseria sessuale del mondo arabo, ha spinto Daoud nell’altro campo rispetto alla sua posizione intellettuale abituale. Il tema dell’identità algerina, intrappolata nella questione postcoloniale, è un tema caro allo scrittore: Il caso Meursault è anche un processo ad Albert Camus che fonda Lo straniero sull’uccisione di un arabo anonimo, senza identità. Daoud decide invece nel suo romanzo di dare un nome – Haroun – a questo arabo ucciso da Meursault. Raccontando la sua storia ridà soggettività e dignità all’altro.
All’inizio del suo articolo su Colonia, Daoud resta su questa linea: lo scrittore cerca le ragioni profonde della “miseria sessuale araba”, contestualizzando il suo pensiero all’interno della cultura algerina e araba:
«Il sesso è un tabù complesso. In paesi come l’Algeria, la Tunisia, la Siria o lo Yemen, è il prodotto della cultura patriarcale, di un conservatorismo diffuso, dei nuovi codici intransigenti degli islamisti, e del puritanesimo discreto dei vari socialismi della regione.»
Seguono spunti molto interessanti sulla questione sessuale e il rapporto con il corpo della donna araba e musulmana, ma alla fine Daoud esce inaspettatamente del contesto nordafricano e mediorientale per concludere che, dopo le violenze sessuali di piazza Tahrir in Egitto e del capodanno di Colonia:
«Quello che era stato lo spettacolo sconcertante di terre lontane si trasforma in uno scontro culturale sul suolo stesso dell’occidente. Il grande pubblico occidentale scopre, nella paura e nell’agitazione, che nel mondo musulmano il sesso è malato e che questa malattia sta arrivando sulle proprie terre.»
Un gruppo di 19 studiosi, antropologi, sociologi, politologi gli risponde dopo qualche giorno su Le Monde:
«Nel suo testo Daoud riduce uno spazio che riunisce oltre un miliardo di abitanti e si estende su molte migliaia di chilometri a un’entità omogenea, definita solo dal suo rapporto con la religione, “il mondo di Allah”. Tutti gli uomini che lo abitano sono prigionieri di dio e i loro atti determinati da un rapporto patologico con la sessualità.»
Il paladino dell’affermazione del soggetto arabo, in questo contesto postcoloniale, cade anche lui nella trappola dello scontro, scrive il collettivo:
«Questa visione asociologica, che crea dal nulla uno spazio inesistente, produce di riflesso un occidente che appare come il focolare di una modernità felice ed emancipatoria. La realtà delle molteplici forme d’ineguaglianza e di violenza contro le donne in Europa e in Nordamerica non è ovviamente citata. Questo essenzialismo radicale produce una geografia fantastica che oppone un mondo della sottomissione e dell’alienazione al mondo della liberazione e dell’istruzione.»
Sul sito Altmuslimah, la femminista musulmana americana Samar Kaukab insorge soprattutto contro la scarsa cultura femminista di Daoud. Lo scrittore, scrive, prende le difese delle donne, negando però le loro lotte degli ultimi vent’anni. E aggiunge:
«I corpi delle donne, e in particolare i corpi delle donne musulmane, sono stati e sono ancora troppo spesso il campo di battaglia del mondo. Daoud elabora una critica che ignora semplicemente un’altra verità: le donne in tutto il mondo, in quello occidentale come in quello arabo, sono soggette a livelli allarmanti di violenza, che siano velate o no.»
Ma la critica decisiva al testo dello scrittore algerino è anche quella più benevola: Adam Shatz, critico letterario della London Review of Books, si dice “preoccupato” per il suo amico Daoud, al quale ha dedicato un lungo ritratto sul New York Times l’anno scorso. A Shatz non è piaciuto il tono della lettera del collettivo, che gli ricorda lo stile “della sinistra sovietica e puritana”, ma “stenta anche a immaginare che Daoud possa credere davvero quello che ha scritto”:
«Senza una prova che l’islam abbia esercitato un’influenza sulle menti di questi uomini di Colonia, mi sembra strano fare simili affermazioni e suggerire che questa ‘malattia’ minacci l’Europa. Nel suo libro Malattia come metafora, un’opera diventata un classico, Susan Sontag dimostra che l’idea di ‘malattia’ ha una storia poco invidiabile, spesso legata al fascismo. Gli ebrei, come sai, erano considerati come una specie di malattia; e gli antisemiti d’Europa, nel diciannovesimo secolo, all’epoca dell’emancipazione, si sono mostrati molto preoccupati dei costumi sessuali degli ebrei, e della dominazione degli uomini ebrei sulle donne. L’eco di questa ossessione mi mette a disagio.»
La risposta del collettivo, gli attacchi delle femministe musulmane e la lettera dell’amico hanno avuto un effetto tellurico: Daoud, autore di una famosa rubrica sul Quotidien d’Oran, di cui è stato direttore per otto anni, appena insignito del Prix Jean-Luc Lagardère 2016 come migliore giornalista dell’anno, annuncia di volere chiudere con l’attività giornalistica per dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
«Con il successo mediatico, ho finito per capire due o tre cose. Innanzitutto che viviamo oramai in un’epoca in cui ci viene intimato di schierarci: se non stai da una parte, stai dall’altra. Avevo scritto una parte del testo su Colonia, quella sulla donna, anni fa. All’epoca, non aveva provocato quasi nessuna reazione. Oggi, i tempi sono cambiati: le tensioni ci spingono a interpretare, e le interpretazioni portano al processo.»
La sua risposta indirizzata a “un caro amico” – Shatz, l’autore della London Review of Books – dice tanto sulle fobie della nostra epoca, ma anche sulla difficoltà di pensare liberamente nella riva sud del Mediterraneo, in contesti politici tesissimi, senza essere giudicato o strumentalizzato:
«Ho capito anche che viviamo in un’epoca difficile. Come nel passato lo scrittore venuto dal freddo, oggi lo scrittore venuto dal mondo cosiddetto arabo è intrappolato, diffidato, spinto da un lato e dall’altro. La sovrainterpretazione lo aspetta al varco e i mezzi d’informazione lo tartassano per confermare chi una certa visione, chi un rifiuto o un diniego. Lo scrittore venuto dalle terre di Allah è oggi sottoposto a delle pressioni intollerabili da parte dei media. Non posso farci molto, solo sottrarmi a tutto ciò: con la prudenza, come credevo, ma anche con il silenzio che ho scelto da oggi.»
La “miseria” a cui si riferisce il titolo dell’articolo di Daoud, insieme al tema della decadenza e del malessere da opporre a un’epoca d’oro, a un rinascimento, è un paradigma ricorrente nel pensiero arabo, descritto in modo magistrale dallo storico e intellettuale Samir Kassir nel suo L’infelicità araba. Lo scrittore libanese Elias Khoury faceva riferimento alla stessa “decadenza” e alla necessità di un risveglio culturale arabo in un suo recente editoriale sul quotidiano Al Quds al Arabi.
Questa controversia rispecchia anche la difficoltà di un intellettuale proveniente da un paese arabo o musulmano di esprimersi senza essere subito considerato come il rappresentante di un gruppo, e non come quello che è: un individuo frutto di un percorso esistenziale e intellettuale specifico, un soggetto e non l’arabo anonimo, ucciso su una spiaggia nel romanzo di Camus.

(Internazionale, 23 febbraio 2016)

Un ricordo di Ida Magli, oggi ricordata solo come antieuropeista

di Monica Lanfranco

“Io mi considero una specie di ‘detective’: vado a caccia delle immagini   simboliche nascoste ovunque, perché è  lì  che si  annidano  i  nemici delle donne”.  Mi rispose così, un giorno del 1991, Ida Magli, che andai  a  trovare mentre preparavo “Parole per giovani donne  – 18 femministe   parlano alle ragazze d’oggi, libro ovviamente introvabile uscito nel 1993, che ora la mia amica Roberta Corradini sta trascrivendo per farne un ebook. Insieme a Anna del Bo Boffino, donna d’indole di certo più affabile di Magli, il cui carattere spigoloso non l’ha resa certo simpatica, è quella che  ricordo meno  rispetto all’incontro, ma nitidamente mi è rimasta impressa la schiettezza, il filo del pensiero che non ammette mediazioni. “Non posso dirmi né madre né sorella delle giovani  di  oggi, e non perché non abbia un’esperienza diretta di  questi legami. Ho un figlio e una sorella, ma non mi sento di prendere in considerazione alcun legame biologico come positivo per fondare un rapporto.
È la nostra storia, la nostra cultura a insegnarcelo: i rapporti biologici sono stati sempre fallimentari per le donne, perché le hanno costrette dentro a ruoli che sono diventati  prigioni  per il loro sesso. Per costruire un legame che sia in grado di produrre il passaggio di memoria è necessario andare oltre la propria realtà fisica e sessuale”. Parole  forti, durissime, pronunciate con  fermezza.  Le chiesi allora attraverso quale rapporto, se si escludono quelli di madre e di sorella, è possibile entrare in rapporto  con  le giovani  donne per  passare  loro parte del  patrimonio di conoscenza e di esperienza di vita.
“Ho sempre pensato, e ne sono fermamente convinta, che la base per creare rapporti fruttuosi sia la considerazione dell’altra persona come di un soggetto, che gode di piena titolarità, non importa se più giovane, di altro colore o lingua diversa. Come donna ho sperimentato l’ingiustizia di  essere considerata un negro  in mezzo ai  bianchi, dove in questo caso  i  bianchi erano i maschi, specialmente nel mio ambiente di lavoro, quello universitario. L’inferiorità nella quale ancora oggi le donne sono tenute non può essere combattuta, come una parte del femminismo di oggi propone, attraverso l’affermazione della differenza, e l’enfasi su alcuni aspetti della vita delle donne, come ad esempio la maternità. Non mi fraintenda: non dico assolutamente che le donne devono smettere di fare bambini. Il punto è che il progresso, la scienza, la cultura hanno proceduto nei secoli sganciandosi sempre di più dall’aspetto biologico dell’esistenza. Pensiamo alle tecniche di fecondazione artificiale: oggi è possibile creare una vita senza più bisogno del rapporto fisico tra i  genitori.
Ormai viviamo in un mondo che, dall’età della pietra in poi, ha visto la nostra specie animale costruire incessantemente strumenti sempre più sofisticati per governare il mondo. Noi li chiamiamo in gergo antropologico ‘recettori a distanza’: sono l’auto che ha sostituito i nostri piedi, le macchine nell’industria che hanno soppiantato l’operaio, il telefono che ha annullato le distanze, solo per citare alcune delle invenzioni umane. Non dico che questo sia un bene, ma da antropologa non posso evitare di segnalare che le donne, se vogliono stare dentro la storia e la cultura del nostro tempo senza essere subalterne devono smetterla di indicare la biologia come una strada positiva, perché la maternità come valore non è nella direzione della cultura così come essa si sta evolvendo”. Ma così facendo, le chiesi, non si incoraggiano le giovani a seguire esempi e modelli maschili, e non si corre il rischio di una omologazione delle donne con gli uomini?
“Non credo, rispose. Perché se è vero che noi occidentali siamo indubbiamente molto avanti rispetto al resto delle donne nel mondo, è tragicamente vero che rappresentiamo una netta minoranza; ne esistono ancora milioni e milioni che non hanno neppure iniziato quello che io considero un passo fondamentale per il mio sesso, cioè l’emancipazione. Noi l’abbiamo in parte realizzata, ma è bene non dare mai nulla per   scontato.  Lo dico sempre alle mie allieve: so che rischiato, proprio perché donna, di non poter accedere alla cultura che era invece a disposizione dei maschi, e non mi vergogno a dire che la mia fortuna è stata la morte di mio padre, militare, per il quale lo studio delle figlie non era assolutamente essenziale, e quindi da non incoraggiare, essendo noi ‘destinate’ alla famiglia e ai figli. Per questo non mi sento di rigettare in blocco tutto quello che, pur essendo stato creato dagli uomini. Costituisce la cultura e la scienza del nostro tempo. Penso ci sia bisogno di noi dentro questa cultura e questa scienza per cambiarle e per cambiare anche gli uomini. La presenza di più donne nei luoghi dove si fa sapere è indispensabile per continuare il lungo cammino necessario a modificare le strutture stesse del sapere”.
Considerando che queste parole sono state dette nei  primi anni ’90 sarebbe importante  tornare a  rileggere alcuni libri di  questa  intellettuale, che  come faceva notare la studiosa femminista Lea Melandri sui social rischia, nell’Italia mediatica immemore, di essere citata, ora che è morta,   solo come antieuropeista. Libri come “Viaggio intorno all’uomo bianco”   e “La femmina dell’uomo” sono pietre miliari  per costruirsi anticorpi solidi  per difendersi  dalla liquidità di superficie dei nostri tempi.

 

22 febbraio 2016

di Alessandra Pigliaru
Del doppio carattere di terrore e meraviglia, si ammanta ogni creatura fantastica. Le fiabe e le leggende popolari sono cariche di quel fondo magico in cui gravitano personagge come Baba-Yaga, che volava su un mortaio condotto da un pestello. Una strega, significato che tuttavia all’interno della storia delle donne assume i tratti drammatici e persecutori ai danni di esistenze non conformi alla tradizione dominante.

Quando Thérèse Clerc, femminista e attivista francese scomparsa il 16 febbraio a Parigi all’età di 88 anni, decide di fondare la «Maison des Babayagas», residenza autogestita e collettiva a Montreuil per sole donne, aveva forse in mente entrambi i significati. Clerc comincia la sua attività politica aderendo prima al «Mouvement de libération des femmes» e in seguito al «Mouvement pour la liberté de l’avortement et de la contraception».

Quelli tra i Sessanta e i Settanta sono anni febbrili, di straordinaria radicalità. Le lotte intraprese non sono tumultuose solo in un orizzonte di giustizia sociale ma anche per la propria vita, in rivolta con le sue iniziali scelte borghesi la femminista decide infatti di acquistare, a Montreuil, un appartamentino che diviene ben presto fucina politica di riunioni e incontri. Sono questi scambi che a un certo punto le sono sembrati irrinunciabili al punto di immaginare, alla metà degli anni Novanta, una casa collettiva per sole donne over 60. Tuttavia, il progetto viene letteralmente ignorato dalle autorità e quindi, privo di risorse finanziarie, rimane tale fino al 2003, anno in cui — in seguito a un’ondata anomala di caldo estivo — muoiono quindicimila tra anziane e anziani e «Le Monde» scrive un articolo raccontando della proposta di un’associazione di femministe che annunciava un modo eccentrico e interessante di pensare la vecchiaia.

Thérèse Clerc non ha mai inteso chiedere sostegno per una casa qualsiasi, il suo è un ragionamento che punta più in alto; si tratta infatti di considerare l’ipotesi di una convivenza tra donne che riflettano sulla vecchiaia come una ulteriore «stagione di libertà» e non di scacco. Niente case di cura classiche, niente famigliari che accudiscano le vulnerabilità dei propri congiunti ma soprattutto niente solitudine in cui spesso vive chi si avvia alla vecchiaia. Ciò che sta alla base del progetto sociale di Clerc, di cui la maison è stata inaugurata solo tre anni fa, è invece una questione di metodo: intendere il proprio corpo come la scommessa di un’autogestione ancora possibile, quando non si è più giovani ma non per questo si deve restare spossessate dei propri desideri. Quindi laboratori per tutte, di critica sociale, ecologia e sostenibilità, cittadinanza attiva e istruzione, affettività conviviale e circolante.

Danielle Michel-Chich, autrice della biografia Thérèse Clerc. Antigone aux cheveux blancs (Ed. des femmes), la descrive come una donna solare, gioiosa anche dopo più di quarant’anni di attività politica accanto alle donne; in effetti rara è sempre stata la sua tenacia, il suo accordare la fatica delle relazioni tra donne con il convincimento incrollabile che da esse provenga anche una straordinaria forza. Ad averglielo insegnato è stata la passione per il femminismo: «vivere a lungo è una buona cosa, ma invecchiare bene è meglio».

Beate le donne — amava dire — che riescono a confondere le frontiere, i confini, perché a schiudersi è il mondo intero che, come già auspicava Virginia Woolf, diventa il loro paese. Felici le donne che sono capaci di allontanarsi dalle «rive dei Padri» e ne rifiutano il seduttivo privilegio, gettano infatti le proprie reti in acque tranquille, fanno arretrare la violenza. Con questo tono evocativo, laico ma non a caso carico di fiducia militante, Thérèse Clerc ribadisce il leitmotiv di una vita colma di speranza verso le proprie simili. Non è da tutte, certo, ma quando il femminismo è invenzione creativa accade che il campo di battaglia fiorisca di piccole ma miracolose beatitudini.

 

19 febbraio 2016

Libreria delle donne – Circolo della rosa, 9 gennaio 2016

introduzione di Laura Minguzzi

 

Patrizia Deotto, professoressa associata di Lingua e letteratura russa presso la Scuola Superiore per Interpreti e traduttori dell’Università di Trieste, ma milanesissima, è autrice di molte pubblicazioni. Ha collaborato alla realizzazione di due siti, www.russinitalia.it, sugli emigrati in Italia dagli anni ’20 e www.arterussamilano.it sugli artisti, occupandosi in particolare di Nicola Benois, direttore artistico della Scala fino agli anni ’70. Si è occupata della cultura e della letteratura russa del Novecento, in particolare dell’emigrazione russa e i rapporti culturali tra Italia e Russia, a cui ha dedicato una monografia, In viaggio per realizzare un sogno. L’Italia e il testo italiano nella cultura russa.
Nel 2013 è uscito un numero monografico della rivista «Storia in Lombardia» (1/2013), intitolato Viaggiatori russi a Milano: Jakovlev, Muratov e Vajl’. Tre sguardi sulla città, interamente curato da lei. Nel fascicolo vengono pubblicati per la prima volta in traduzione tre testi che raccolgono le impressioni suscitate dal capoluogo lombardo negli scrittori russi che rivelano approcci originali e inediti alla città. Ha dedicato molte ricerche di archivio allo studio dello scrittore e storico dell’arte Pavel Muratov (1881-1950), noto soprattutto per i tre volumi di Immagini d’Italia, che hanno svolto un significativo ruolo di mediazione fra le due culture. Un altro suo filone di studio concerne il genere della biografia e dell’autobiografia. Si è occupata delle opere di Nina Berberova (1901-1993) di cui ha tradotto Il corsivo è mio, Milano, Adelphi, 1989, Il quaderno nero, Milano, Adelphi, 2000, Storia della baronessa Budberg, Milano, Adelphi, 1993.
Per me è stata una fortuna conoscere Patrizia Deotto, nel 199, all’Itsos “Primo Levi” di Bollate. L’amore per la lingua e la letteratura russa ci ha fatto incontrare. Entrambe insegnanti di russo. Poi lei ha subito messo le ali, ma non prima di avere allacciato un fertile scambio culturale fra le nostre classi e una scuola di Pietroburgo. Io ho seguito le sue orme continuando per una decina di anni quell’esperienza. Dopo il referendum che decretò la fine dell’Urss nel 1991 io realizzai uno scambio con la stessa scuola nel 1993 con le mie coraggiosissime classi. Erano gli anni della crisi, del crollo dell’economia, dopo la cura da cavallo del passaggio accelerato al capitalismo, alle privatizzazioni eccetera. Nella scuola russa ci accolsero con ogni ben di Dio, nonostante in città ci fossero negozi vuoti, scaffali con desolanti contenitori di vetro da tre litri con cetrioli, cavoli marinati o succo di betulla e quasi nient’altro. Il pane era distribuito con le tessere annonarie (cupony in russo) e il burro lo facevano le nonne a mano in casa. Negli appartamenti c’era il ghiaccio lungo i muri e a letto si dormiva con berretto di lana, guanti e sotto una montagna di piumoni. Nonostante il gas venisse esportato. Partivamo animati da grande entusiasmo con il sostegno di tutto il personale della scuola, dal preside, dalle segretarie, dalle bidelle, tecnici, genitori dei miei studenti e studentesse che condividevano con me il desiderio di capire una realtà in cambiamento. Una lingua non si può imparare se non si hanno relazioni con coloro che la parlano. Abitavamo nelle famiglie russe e perciò per due settimane ne condividevamo i destini e le speranze. Per esempio io conobbi la storia di due insegnanti che insieme trasformarono la propria vita. Una in pensione diventò imprenditrice e aprì una libreria, La nuova scuola, per far conoscere nuove metodologie e nuovi libri. Io le proposi di far conoscere le nostre pratiche di pedagogia della differenza quando ci incontrammo a Pietroburgo e anche i nostri testi, tradotti in inglese: il Sottosopra, il pensiero della differenza sessuale. Di questo ho raccontato su Via Dogana nel numero 46/47 del 1999. Con Patrizia abbiamo collaborato ancora nel 2004 al Liceo Virgilio dove io avevo progettato con l’insegnante di arte Daniela Canali alcune lezioni sull’arte russa delle avanguardie: Natal’ja Gončarova, Malevič eccetera, e Patrizia ci parlò allora anche di una pittrice russa del secolo d’argento, Anna Petrovna Ostroumova-Lebedeva. L’esperienza degli scambi culturali purtroppo fu interrotta dallo scoppio della guerra in Iraq nel 2004. Erano anni difficili e le famiglie dei miei studenti temevano i pericoli di viaggi in aereo in Russia.

 

Svetlana Aleksievič, di cui parliamo questa sera, è nata in Ucraina da madre ucraina e padre bielorusso. La famiglia si trasferì in Bielorussia e i genitori insegnavano nelle scuole rurali. Oggi l’autrice è ritornata a Minsk, in patria, dopo avere vissuto dodici anni in Europa, per stare vicino alla figlia. È lì infatti che l’ha raggiunta la notizia che le era stato assegnato il premio Nobel. In realtà non ha mai veramente voluto abbandonare il suo paese che ama, anche se vive in prima persona le tensioni che attraversano la Russia dopo il conflitto in Ucraina, tensioni che sono presenti anche in Bielorussia. La fine dell’Impero non è avvenuta infatti negli anni novanta, ma sta avvenendo oggi nel sangue in Ucraina, ha detto in una intervista. La motivazione del suo lungo esilio fu la pubblicazione di Ragazzi di zinco nel 1989 sulla guerra in Afganistan. Non le fu perdonata la smitizzazione dei “combattenti internazionali”, fu trascinata in tribunale a Minsk, accusata di calunnia e diffamazione dell’esercito. Svetlana Aleksievič con il suo metodo di interrogazione e di ascolto paziente dei nodi di un profondo sentire toglie l’oscuramento e rompe i canoni del racconto di guerra, della narrazione storica, così come esce dal falso dilemma posto da chi si chiede cos’è stato il comunismo – chi lo vive con nostalgia, come un paradiso perduto, chi come un inferno – perché mostra se stessa nel processo doloroso di attraversamento della sofferenza per poter riscattare il passato. Al termine di questo processo di decantazione non c’è né negazione né idealizzazione e l’autrice riesce a separare il binomio sangue-utopia con l’integrazione nel presente della memoria del passato, modificando anche se stessa.

L’ultimo libro di Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, sottotitolo, la vita in Russia dopo il crollo del comunismo, è il quinto del ciclo sull’uomo rosso. È valso all’autrice l’attribuzione del Nobel ed è frutto di una raccolta di voci durata vent’anni. Il libro è diviso in due parti. La prima parte: L’Apocalisse come consolazione. Da voci di strada e conversazioni in cucina, riguarda il passaggio epocale che va dal 1991, anno del referendum che decretò la fine dell’URSS, al 2001. La seconda parte: Il fascino del vuoto, da voci di strada e conversazioni in cucina riguarda il periodo dal 2001 al 2012. Molto ricco di note esplicative e di una precisa cronologia degli eventi. La giornalista attraverso un racconto corale di voci descrive questi anni torbidi, drammatici ma all’inizio colmi di speranza ed entusiasmo. La fine del sistema sovietico, la perestrojka, come è stato vissuto questo crollo epocale e le voci di oggi: un canto del mondo di donne e uomini comuni e non. Il metodo di scrittura è quello che più coinvolge. Così come l’assunzione di uno sguardo di donna che si mette in paziente ascolto per far crollare le barriere della diffidenza e della sfiducia della gente verso l’intellettuale, la giornalista, la storica che indaga, interroga (pag.101). Ha saputo creare un rapporto di fiducia e di libertà facendo sentire che lei stessa si trova dentro quella storia e vuole scavare e trovare la verità. E ha condiviso sofferenze, speranze e delusioni di quella civiltà sovietica. Solo questa fiducia incondizionata le ha permesso di tessere la tela di un racconto storico con le parole dei e delle dirette protagoniste. Non è più solo il mondo degli Umiliati e Offesi di cui ha scritto Dostoevskij. Dice l’autrice: «Scrivo, raccolgo briciola dopo briciola la storia del socialismo “domestico”… “interiore”. Il modo in cui la gente lo viveva nella propria anima. Proprio questo piccolo ambito mi ha sempre attirato – l’essere umano… la singola persona. In realtà è proprio lì che ogni cosa accade.» Come scrive Simone Weil in Oppressione e Libertà… in Prospettive «non dimentichiamo che noi vogliamo fare dell’individuo e non della collettività il valore supremo…» C’è un di più di amore per la verità delle parole e delle storie che l’autrice restituisce a chi legge e vuole conoscere e capire. L’autrice entra con la propria storia soggettiva, col proprio nodo personale, disturbante, che l’ha spinta a interrogarsi per lunghi anni su questo periodo (settant’anni è durato il sistema sovietico), a causa della difficoltà di comprendere il comportamento del proprio padre. Prima che morisse lei gli pose una domanda «Perché hai taciuto?» Lui vedeva arrestare e scomparire amici e vicini di casa ma non ha reagito e non seppe rispondere. Si mise a piangere. Il montaggio delle voci così raccolte non è neutro, oggettivo, perché attraverso il suo sguardo e la sua presa di posizione l’autrice ne rende l’universalità, l’impersonalità.

La giornalista mostra sia il risentimento per le speranze deluse della perestrojka di Gorbačëv, sia il rimpianto di chi confessa di avere passato il periodo più felice della propria vita negli anni cinquanta, durante lo stalinismo. Quasi tutte le testimonianze parlano di una generazione delle cucine, dove attorno ad una tazza di tè si riunivano amiche, amici, colleghi, famiglie intere a discutere dei cambiamenti necessari con grande entusiasmo, del desiderio di una vita migliore, di un socialismo democratico e vicino alla civiltà europea, ma non di capitalismo… Il mercato non è necessariamente coincidente col capitalismo selvaggio e il potere degli oligarchi alleati (quello del tempo di seconda mano)… Gli scettici, i nostalgici soprattutto appartenenti all’esercito o al ceto dei funzionari o delle funzionarie di partito, non si capacitano di come sia potuto accadere che il mondo sovietico sia crollato, collassato senza combattere una guerra. Si tratta infatti di una rivoluzione simbolica dall’interno, una caduta di credibilità… Altre voci ci mostrano il silenzio degli intellettuali e lo scandalo dei nuovi ricchi che ostentano in TV i water d’oro nelle loro ville e gli yacht più grandi del mondo. Il desiderio di rivincita e il nazionalismo sono stati sfruttati da Putin per ottenere un largo consenso popolare per due elezioni consecutive dal 2001. Chi racconta la verità è considerato un traditore. Afferma la giornalista alla presentazione del suo libro, intervistata da Serena Vitale: «Una volta ci chiamavano dissidenti. Di solito si è dissidenti verso il potere. Esserlo verso il popolo è molto più grave.» Oggi in Russia possiamo notare fenomeni che ci fanno pensare a un ritorno nostalgico del patriottismo in chiave nazionalistica… A Mosca, per esempio, ci sono letture pubbliche di Guerra e pace di Tolstoj a cui partecipano migliaia di persone, così come la rinascita del mito dell’Armata rossa per coinvolgere i giovani nell’esercito, nella carriera militare. Come hanno denunciato le Pussy Riots nel 2013, c’è una complicità fra il potere temporale e il potere religioso nel riproporre un’immagine di forza e compattezza, di orgogliosa risorgenza per occupare un ruolo nel mondo. Un ritorno alle tradizioni del passato prerivoluzionario, tanto che si parla di Putin come di un nuovo zar a cui ci riporta di nuovo la metafora della scrittrice del Tempo di seconda mano, una ripetizione.

 

Cronologia opere: nel 1985 esce grazie alla perestrojka di Gorbačëv La guerra non ha un volto di donna in lingua russa, terminato di scrivere già nel 1983; oggi tradotto in Italia, in tutta fretta, grazie al Nobel.

 

1989 – Ragazzi di zinco, ed. e/o.

1993 – Incantati dalla morte, ed. e/o

1997 – Preghiera per Černobyl’, tradotto in Italia nel 2001, ed. e/o

2014 – Tempo di seconda mano, Bompiani

2015 – La guerra non ha un volto di donna, Bompiani

 

Aperture dopo le sanzioni.

di Florence Beaugé

 

 

Il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sulla non proliferazione nucleare comporta la progressiva rimozione delle sanzioni internazionali. L’apertura del mercato e le sue ripercussioni politiche influiranno sulle elezioni legislative previste per la fine di febbraio. Le donne, attente al cambiamento, occupano un posto crescente nella Repubblica islamica e prendono le misure per la strada che ancora resta da percorrere.

 

Un gruppo di ragazze adolescenti entra ridendo nel vagone e si siede allegramente in terra, non trovando sedili liberi.

A ogni sobbalzo del convoglio, i veli scivolano sulle loro spalle, scoprendo i capelli. Poco importa: qui ci sono solo passeggere. Nella metro di Teheran, inaugurata alla fine degli anni 1990, le vetture di testa e di coda sono riservate alle donne. Ci salgono «per stare tranquille», dicono. L’atmosfera è distesa. Gli altri vagoni sono misti. Le giovani coppie si tengono per mano senza problema.

Moderna e pulita, la metro di Teheran permette di sfuggire al traffico e all’inquinamento. Per ora, sono attive cinque linee. Le stazioni che si susseguono portano il nome dei «martiri» della guerra contro l’Iraq (1980-1988). È da ventisette anni che il conflitto, responsabile di almeno mezzo milione di morti, si è concluso, eppure il potere non ha mai smesso di tener viva la sua memoria.

 

La metro rispecchia le contraddizioni della Repubblica islamica. Abiti eleganti, dai colori accesi, si alternano ad altri anonimi e lisi. In media, per ogni cinque chador neri e rigorosi – l’abbigliamento previsto per le dipendenti statali – si incontrano due veli colorati. E poi, scene inattese di venditrici ambulanti che propongono reggiseni, mutandine, borse…

 

A trentasei anni dalla rivoluzione islamica, nonostante una legislazione che ne limita i diritti rispetto agli uomini, in Iran le donne hanno un ruolo fondamentale. Si sono ricavate un posto in tutti i settori, anche se la maggior parte dei ruoli dirigenziali nell’amministrazione pubblica rimane ancora inaccessibile. In virtù di un hadith (parola di Maometto), la cui autenticità è comunque messa in dubbio, le donne in magistratura hanno incarichi ridotti; le autorità religiose negano loro la possibilità di interpretare i testi sacri, pur accedendo al rango di ayatollah (il più alto grado del clero sciita). Ma possono essere architetti, dirigenti di impresa, ministri… Il Parlamento conta nove deputate (tutte conservatrici), ed è appena stata nominata la prima ambasciatrice: Marzieh Afkham si è insediata a Kuala Lumpur nel novembre 2015. Tuttavia, niente è facile: le donne devono lottare per imporsi. E soprattutto per veder riconosciuti i propri diritti, in un paese in cui le discriminazioni sono a tutti i livelli. Per sposarsi, viaggiare, aprire un conto in banca, ereditare, sono sottoposte a leggi inique e dipendono dal consenso del capo famiglia. Per esempio, una moglie, diversamente dal marito, per divorziare dovrà motivare la propria decisione davanti al giudice e aspettare la sua autorizzazione. I bambini le sono affidati fino all’età di due anni per i maschi e di 7 anni per le femmine. In seguito, è il padre ad averne la custodia, a meno che vi rinunci. La potestà genitoriale spetta al padre, anche se i bambini vivono con la madre. «L’uomo è re nella legge», riassume Azadeh Kian, professoressa di sociologia politica all’università Paris-VIII.

 

La scolarizzazione, conquista della rivoluzione islamica.

 

Le cifre ufficiali sottostimano il lavoro delle donne: solo il 14% di loro avrebbe un impiego. In realtà, considerando anche il lavoro nero e l’agricoltura, le donne con un’attività regolare raggiungerebbero il 20-30%. Non è che un inizio. Il numero di candidate che si affaccia sul mercato del lavoro aumenta molto rapidamente. Nelle università, il 60% degli studenti è rappresentato da giovani donne. «Hanno vinto la battaglia per la laurea triennale e i master. Presto, vinceranno anche quella per il dottorato», prevede l’antropologo Amir Nikpey. Per lui, le iraniane si trovano più o meno nella situazione delle francesi degli anni 1940 o 1950: sono presenti ovunque nello spazio pubblico, me senza un reale potere, salvo alcune eccezioni, e spesso in fondo alla scala economica.

 

Anno dopo anno, conquistano nuovi traguardi. «È il paese che forma il maggior numero di ingegneri», sottolinea Kian, e ricorda come la prima donna ad aver ottenuto, nel 2014, la medaglia Fields (equivalente al premio Nobel per la matematica), sia stata un’iraniana, Maryam Mirzakhani. «Nelle province del sud, soprattutto nel Baluchistan, a prevalenza sunnita [laddove l’ Iran è sciita per il 90%], predomina una cultura araba fortemente machista. Del resto, ci sono numerosi casi di poligamia, mentre nel resto del paese gli iraniani sono monogami. Ma anche lì il ruolo delle donne sta crescendo. È un’evoluzione globale della società», sostiene l’economista Thierry Coville. «Il cambiamento più vistoso in Iran, è la maggiore consapevolezza dell’importanza dell’educazione come mezzo per accedere all’indipendenza», conferma Kian.

 

Spesso si dimentica che la scolarizzazione delle ragazze è senza dubbio la principale conquista della rivoluzione islamica. «Paradossalmente, le famiglie tradizionali hanno accettato proprio perché era la Repubblica islamica! Quando vado nei villaggi sperduti, gli uomini mi dicono: “L’ayatollah Khomeini ha mandato le donne al fronte e le bambine a scuola. Io faccio lo stesso!”», spiega la sociologa delle religioni Sara Shariati, docente all’università di Tehran.

 

Prima conseguenza: le donne si sposano dopo, e soprattutto, fanno in media due bambini, contro i sette dei primi anni della rivoluzione islamica, caratterizzati da una forte propaganda per l’incremento della natalità. Le autorità ricordano a intervalli regolari che 100 milioni di iraniani sarebbero preferibili agli attuali 78 milioni, ma le donne fanno orecchie da mercante.

 

«Anche durante gli anni di Ahmadinejad[i], non abbiamo fatto passi indietro. Abbiamo continuato ad avanzare, come una macchina che proceda a fari spenti nella notte», scherza Shahla Sherkat, direttrice della rivista femminile Zanan e emrooz. La sua pubblicazione ha appena subito una sospensione di sei mesi per aver dedicato un numero a un tema «caldo»: l’unione civile. A Teheran, sarebbero diverse decine di migliaia le coppie che convivono. L’unione civile si differenzia dal «matrimonio temporaneo», concesso dallo sciismo, ma malvisto e poco praticato in Iran. «Nel nostro speciale abbiamo evitato qualsiasi forma di giudizio; non abbiamo affatto incitato alle unioni civili, anzi, ne abbiamo segnalato i rischi», dichiara Sherkat. Tuttavia, i conservatori hanno protestato ed è arrivata la sanzione.

 

Quando la direttrice di Zanan e emrooz è stata invitata a presentarsi di fronte a un giudice, innanzitutto, è stata accusata di essere «femminista» – un’ ingiuria in Iran. A sua difesa, ha dichiarato di volere solo «rappresentare la realtà» della società iraniana. Invano. «Il problema in Iran è che le istituzioni e gli uomini pensano che se rivendichiamo i nostri diritti, trascureremo i nostri ruoli di madri e mogli», afferma sospirando.

 

Art up man è un caffè in voga nel centro di Tehran. La capitale ha numerosi luoghi alla moda in cui i giovani vanno per «svagarsi», come dice una studentessa di giurisprudenza, mostrando la sigaretta che tiene tra le dita. Ragazzi e ragazze discutono attorno ai tavolini, smanettando incessantemente sui loro smartphone. Come sottofondo sonoro, passano le canzoni di Elvis Presley. Yeganeh K., studentessa di microbiologia, rossetto color lampone e unghie smaltate di nero, dichiara apertamente che il regime «non merita fiducia» e che bisogna «cambiare tutto, a cominciare dal nome di “Repubblica islamica”». Il doppio scrutinio del 26 febbraio le suscita solo disprezzo. «Altrove si possono scegliere i rappresentanti. Qui, no. C’è sempre qualcuno che esercita il proprio controllo su tutto e che ci “guida”! Per me, assomigliamo alla Corea del nord!», mugugna.

 

I suoi due amici sussultano. Rahil H., capelli punk, protesta: «Ma niente affatto! Qui, le persone sono libere, nonostante la natura poliziesca del regime. Non abbiamo una completa libertà di parola, né di decidere come vestirci, ma per il resto facciamo quel che vogliamo!» Sorrosh T., con gli occhiali da sole poggiati sul velo per tenerlo fermo, interviene: «Non sono divertenti tutti questi divieti. Ogni volta che esco, i miei genitori mi dicono: “Fai attenzione!” Non che approvino, ma per loro, bisogna tenere conto della società, del sistema». Una cosa più di ogni altra infastidisce la ragazza: «Qui, la gente osserva sempre quello che facciamo».

 

Non è certo la prima preoccupazione delle iraniane. «Ci adeguiamo», dicono le ragazze, convinte che non valga la pena di cacciarsi nei guai per così poco. La disoccupazione, l’inflazione o il test di ingresso all’università, per loro, costituiscono preoccupazioni ben maggiori.

 

Ogni giorno, Yeganeh K. con le sue amiche si diverte a eludere le regole imposte dal potere come se giocasse al gatto e al topo. D’estate, indossa dei sandali che lasciano scoperti i piedi e le caviglie, e soprattutto le sue unghie colorate con smalti accesi, tutte cose severamente proibite. D’inverno, mette un sapport, collant spessi sopra i quali infila una gonna corta. Se a questo aggiunge un paio di stivali alti, rischia di incorrere in gravi richiami da parte della buoncostume che pattuglia le strade e i centri commerciali del nord della capitale, dove alla gioventù dorata piace passeggiare. «Un giorno, sono stata portata al commissariato. Mi hanno fotografata, hanno preso le mie generalità e mi hanno avvisata: “Se nei prossimi due mesi ricominci, ti schediamo!”», racconta, scoppiando a ridere. Sogna di scappare da questa atmosfera soffocante. Alla prima occasione, partirà per l’Europa o per gli Stati uniti.

 

Behnaz Shafie, invece, ha scelto di «rimanere e agire». Piccola, minuta, molto femminile e truccatissima, sotto il suo velo, a 26 anni è la prima donna ad aver ottenuto l’autorizzazione ad andare in moto da professionista. Mentre le donne non sono ammesse negli stadi per assistere alle partite di calcio disputate dagli uomini, lei ha il diritto di allenarsi allo stadio Azadi di Teheran, sulla sua moto da 1000 cm3. «Behnaz affascina il mondo!», era il titolo di un giornale conservatore nell’autunno scorso, al suo ritorno da Milano, dov’era stata invitata a un raduno di motociclisti come ospite d’onore. Ma la giovane donna sa che non c’è niente di scontato. Domani, un religioso conservatore potrebbe esigere che lei smetta di comportarsi come un uomo in ambienti da soli uomini. In attesa che ciò accada, lei «apre la strada alle donne», senza forzare i tempi, rimanendo nella legalità. «E sono fiera di essere iraniana», aggiunge. A Karaj, la periferia di Tehran dove risiede, le capita di girare con la sua moto. Quando gli uomini si accorgono che è una ragazza, suonano il clacson per congratularsi con lei oppure le gridano: «Ritorna alla tua lavatrice!».

 

In questa vigilia elettorale, il clima a Teheran è particolarmente pesante. Ogni sera, o quasi, la Guida suprema compare in televisione per dare le sue consegne. Moniti rivolti alla popolazione perché stia attenta a «non farsi contaminare» dall’occidente. «Evitate il contatto con gli stranieri», consiglia l’ayatollah Ali Khamenei. Dopo l’accordo sul nucleare, si susseguono gli avvertimenti della Guida e dei radicali, a riprova della loro inquietudine di fronte all’idea che, con la rimozione delle sanzioni e la conseguente apertura, la situazione possa scappargli di mano. Qualche mese fa, l’ayatollah Ahmad Jannati, presidente del Consiglio dei guardiani, un puro e duro di 89 anni, avvertiva che l’accordo sul nucleare non doveva aprire la strada ad altre rivendicazioni: «Badate che domani non sia l’ora della questione delle donne e dell’uguaglianza tra i sessi!».

 

Fariba Hachtroudi è tra quante non si lasciano intimidire. «Non lancio provocazioni, ma dico ad alta voce quello che penso», riassume questa nota scrittrice[ii], che ammette ridendo di «avere nel [suo] Dna la follia di questa terra». Divisa tra il suo paese di nascita e la Francia in cui è espatriata nell’adolescenza, ha rinunciato a fare politica e optato per la resistenza della penna. Ogni volta che torna in Iran, constata che le donne hanno guadagnato terreno. «In un villaggio del Baluchistan, il consiglio municipale, interamente maschile, ha appena eletto un sindaco donna. Esempi come questo si trovano ovunque!», esclama.

 

Una società in balia delle apparenze

 

La brutale repressione del «movimento verde», nato in concomitanza con la controversa rielezione del presidente Ahmadinejad, nel 2009, può aver distrutto ogni forma di militanza, come molti pensano? Hachtroudi non è d’accordo. «Le donne sono sempre lì, in prima linea, e continuano a battersi, nonostante le resistenze. Non mollano!», dice, sottolineando che ovunque nascono organizzazioni non governative create da loro. Nella periferia di Tehran, con il benestare del governo, sono sorti luoghi di accoglienza per i bambini di strada e per i malati di aids, o ancora centri di disintossicazione per alcolisti. Una svolta, se si pensa che finora il potere negava l’esistenza dell’aids e dell’alcolismo.

 

Nonostante la lotta delle donne vada avanti, è disorganizzata e, spesso, personale. Le iraniane, troppo prese dalle difficoltà della vita di tutti i giorni, dimenticano spesso la repressione subita dalle figure d’avanguardia della loro battaglia: l’avvocatessa dissidente Nasrin Sotoudeh, la regista Rakhshan Bani-Etemad, entrambe sotto stretta sorveglianza, o ancora la militante per i diritti umani Narges Mohammadi, condannata a otto anni di prigione per «propaganda contro il regime».

 

«Non possiamo spiegare perché non siamo felici, – sospira questa madre e casalinga di 40 anni che chiameremo Farah.- È il clima che non va. Amiamo il nostro paese, ma quel che ci manca, è semplicemente l’aria!» All’università di scienza e tecnologia Elmo Sanat, dove studia suo figlio, ogni giorno gli altoparlanti scandiscono versetti del Corano e consegne moralizzatrici. Agli studenti spettano diverse settimane di commemorazione: c’è la settimana della guerra, la settimana dei basiji, la settimana dei «martiri»… «È un lavaggio del cervello! Siamo stufi», inveisce Farah.

 

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Farah, madre e casalinga, che si professa atea, è preoccupata di quella che lei chiama una «religiosità di facciata». Il segno sulla fronte degli uomini che si prosternano al suolo, in alcuni casi procurato artificialmente per apparire pii, il rosario tenuto ostensibilmente tra le mani, tutto questo è esasperante. «Siamo una società malata, in cui dominano apparenze e ipocrisia. Non so dove ci porterà».

 

Una conferma paradossale del suo pessimismo viene dallo straordinario numero di interventi di chirurgia estetica a cui si sottopongono le iraniane. Il naso, la bocca, gli zigomi, le arcate sopraccigliari… Come regalo per il diploma, una diciottenne riceverà dai suoi genitori una rinoplastica. A Tehran, nasini alla francese, visi da Barbie, esageratamente truccati, spuntano da sotto i veli. In alcuni casi, un mix disastroso. Da dove arriva questo fenomeno, esploso negli ultimi cinque o sei anni ed esteso a tutte le classi sociali? Nessuno se lo spiega veramente. Forse è l’ossessione delle donne per il loro viso, dal momento che si proibisce loro di mostrare il corpo e i capelli?

 

«Che l’immagine del paese sia riabilitata»

 

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Nonostante il ritorno dell’Iran sulla scena internazionale la entusiasmi, Sanaz Minai si aspetta altro: «Che l’immagine dell’Iran sia riabilitata. Che il suo valore perduto sia finalmente restaurato». Jeans, tacchi alti e foulard leggero, è un esempio di successo. Ha scritto più di venti libri sulla cucina e la cultura iraniane, lanciato una scuola sull’arte del ricevimento, il Culinary club, e fondato SanazSania, primo per copie vendute tra le riviste di cucina. La rimozione delle sanzioni le apre prospettive infinite. Vuole fare dell’ Iran «un polo culinario», che sia anche «alla moda e chic!».

 

Niente sembra poter fermare un’altra imprenditrice di successo: Faranak Askari. Nel giugno 2013, la giovane donna era a Londra, città in cui è cresciuta, quando ha sentito l’appello del nuovo presidente Hassan Rohani: «Venite in Iran!» Due mesi dopo, sbarcava a Teheran e lanciava Toiran («To Iran»), una società di servizi per turisti Vip e uomini d’affari. Parallelamente, ha realizzato un sito Internet per offrire tutte le informazioni possibili su una cinquantina di città iraniane – una sorta di Guide routard in linea. Successo immediato.

 

Dopo l’accordo del 14 luglio 2015, le prenotazioni di Toiran sono raddoppiate di mese in mese. La clientela è prevalentemente europea. La priorità di Askari è che le transazioni bancarie tra l’ Iran e i paesi stranieri, proibite negli ultimi anni per via delle sanzioni occidentali, vengano ripristinate. Toiran, come molte altre imprese iraniane, ha tutti i fondi bloccati a Dubai. «Manca la liquidità. Per cavarcela, siamo ridotti a ricorrere al baratto! Ma non può durare: abbiamo bisogno di accedere ai fondi, di investire. . . ».

 

«La minaccia maggiore per il regime»

 

Conosciuta per la sua franchezza, Shahindokht Molaverdi il giorno del nostro incontro si attiene a un politichese stretto. Bisogna dire che per lei il contesto è difficile. Nominata dal presidente Rohani, due anni fa, alla vicepresidenza della Repubblica con delega ai diritti delle donne e alla famiglia, questa giurista di una quarantina di anni non abbassa la guardia. «C’è bisogno di un numero maggiore di donne nelle assemblee», dice. Oppure, «Dobbiamo far entrare le donne in tutte le sfere del potere». Non si sbilancia oltre. Possiamo capire: vista la vicinanza delle elezioni del 26 febbraio, la prossima rimozione delle sanzioni e la crisi aperta con l’Arabia saudita, deve contenersi. Perché è considerata vicina ai riformatori e femminista; gli ultraconservatori la odiano. A uno dei loro giornali, Yalasarat, sono state sospese le pubblicazioni all’inizio di gennaio. Per mesi, questa testata radicale non ha smesso di insultare Molaverdi, accusandola soprattutto di essere lassista riguardo all’abbigliamento delle donne e di essere vicina ai «dissidenti» (un insulto che equivale a quello di «prostituta»).

 

Le donne sono la grande scommessa dell’ Iran? Senza alcun dubbio. «Il regime ha paura di loro. Rappresentano la minaccia maggiore, assicura un universitario che ha chiesto di restare anonimo. Non sa da dove cominciare con loro, come combatterle, per evitare che continuino ad aprire nuove brecce. . . » E la questione del velo, nonostante la sua relativa importanza, è un simbolo. Come dicono le teologhe di Qom, «se cediamo su questo, cediamo anche sul resto»…

(Traduzione di Alice Campetti)

[i] Mahmud Ahmadinejad, presidente della Repubblica islamica dal 2005 al 201 3, conservatore.

[ii] Autrice di Iran, les rives du sang (Seuil, Parigi, 2001 ) e di A mon retour d’Iran (Seuil, 2008).


(Le Monde diplomatique, 19 febbraio 2016)