di Ida Dominijanni

Un bambino di nome Alan è morto sulla spiaggia di Bodrum lo scorso agosto. Una bambina di nome Bayan è nata pochi giorni fa nel campo profughi di Idomeni. Le rispettive fotografie sono già passate alla storia come simboli quintessenziali della condizione straziante in cui versano i migranti e della condizione penosa in cui versa la cosiddetta Unione europea, che sulle politiche per i migranti non cessa di disunirsi.

Della prima foto, lo ricorderete, si disse e si scrisse tutto e il contrario di tutto: che squarciava un brandello di realtà e che era abuso di minore, che scuoteva le coscienze e che era sciacallaggio mediatico, che forniva alibi alle nostre colpe e che poteva indurci a riscattarle, che alimentava la catena mediatica del voyeurismo e che la spezzava. Aveva ragione chi l’aveva scattata e chi l’aveva divulgata: quella foto aveva la forza dell’unicità e del perturbante, e fu capace di spostare la percezione dei migranti, da una massa indistinta e aliena alla singolarità delle vite innocenti spezzate; rimbalzò sulle decisioni politiche di Angela Merkel, mosse file di cittadini austriaci ad accogliere i profughi alla frontiera.

Della secondo foto, nessuno ha messo in dubbio la legittimità: è una nascita, non una morte; apre la speranza, non stende la cappa del lutto; celebra la vita, pur nelle condizioni di degrado estremo di un campo pieno di fango e di fame. Ma questa seconda foto non riscatta la prima: la raddoppia. L’una e l’altra, insieme, ci obbligano a pensare un impensato, il cambiamento della condizione umana che si sta verificando ai confini fra l’umanità che è legittimata a esistere e quella che non lo è.

Che cosa succede a una civiltà quando i due eventi decisivi della condizione umana, la nascita e la morte, accadono nella cornice di una condizione destinata da quella stessa civiltà a essere meno che umana, sub-umana, dis-umana? Quali corde profonde di empatia toccano, o dovrebbero toccare, quelle foto? Quali amputazioni provocano, se quelle corde non arrivano a toccarle? Quali confini mostrano, e quali spezzano? Il corpo del piccolo Alan fu riportato dal padre nella sua terra d’origine per essere seppellito e compianto. La neonata di Idomeni a quale terra appartiene? Dov’è nata, in quale terra potrà tornare se e quando avrà desiderio di ritrovare la sua origine? Quale ius soli o quale ius sanguinis ne regolerà l’attribuzione sociale? Sulla sua carta d’identità ci sarà scritto che è nata a Idomeni, con la numerazione della tenda al posto della via e del numero civico?

Sui confini europei si combatte, oggi, una guerra di sfondamento che ha i caratteri di una mutazione della specie: non ne usciremo come eravamo, ne usciremo – se ne usciremo – inevitabilmente cambiati, alterati, letteralmente, da popolazioni che ci ostiniamo a considerare altre da noi e a volere allontanare, o appunto confinare, recintare, mettere al bando nei campi. Ma se il bando, gesto istitutivo dello stato d’eccezione, colpisce gli adulti, nulla può sulla nascita. Si nasce anche in un campo, si viene al mondo violando qualunque bando. Questa nascita dunque si fa beffa dei confini, e ne mostra non la potenza ma la porosità: l’umano spunta, imprevisto, proprio laddove lo si vorrebbe tener fuori. La vita si prende la rivincita sul suo controllo biopolitico, e l’esistenza si mostra nella sua eccedenza rispetto alla cittadinanza.

Etienne Balibar ha scritto qualche tempo fa che i migranti sono il motore dell’allargamento reale dell’Europa, quello che si produce da sé senza aspettare di essere sancito dai trattati, e la base impellente dell’allargamento necessario della cittadinanza europea. La foto della piccola nata in un campo di confine sta lì a ricordarcelo, come la foto del piccolo Alan sta lì a ricordarci quale perdita di umanità comporta restringerla con i muri, i fili spinati e le forze dell’ordine. Le foto di altri bambini, militanti precoci di una guerra che li trascina in prima linea, ce li mostrano tutti con un cartello in mano: “open the border”, c’è scritto sopra.

(Internazionale, 14 marzo 2016)

di Linda Laura Sabbadini


Negli ultimi venti anni le donne hanno rappresentato la componente più dinamica e innovativa della società, quella che è cambiata di più, modificando la società stessa. Ma per decenni, insieme ad anziani e bambini, sono state invisibili nelle statistiche ufficiali. Invisibili, perché gli Istituti nazionali di statistica sono stati tradizionalmente economicocentrici. Se, infatti, il focus delle politiche era unicamente circoscritto a quelle economiche, analogamente, poco spazio veniva dato alle statistiche sociali e all’approccio di genere. L’attenzione era concentrata essenzialmente sul Pil, sulla popolazione attiva, soprattutto quella inserita nel mercato del lavoro, e costituita da uomini adulti; i bambini erano analizzati solamente in quanto nati e studenti, gli anziani come percettori di pensione, le donne come maggioranza della popolazione inattiva. Per molto tempo insomma, è stato dato poco spazio ai soggetti in quanto tali, come portatori di bisogni specifici, e alla qualità della loro vita.

Svolta
Nel quadro di una grande svolta a favore dello sviluppo delle statistiche sociali, a partire dagli anni 90, l’Istat ha investito sulle statistiche di genere, mettendo a disposizione un patrimonio informativo sempre più ricco e fondamentale per la progettazione di politiche di genere che ha fatto del nostro Paese una punta avanzata nell’applicazione della Piattaforma di Pechino. È proprio alla Conferenza mondiale delle donne di Pechino che, nel 1995, l’Italia si presenta con il volume Istat «Tempi diversi». Seguito nell 2004 da un nuovo rapporto e al quale si aggiunge oggi il nuovo volume «Come cambia la vita delle donne».

Sono passati venti anni, sono tanti, il patrimonio informativo si è molto arricchito: su molti temi non abbiamo la possibilità di fare confronti di lungo periodo come nel caso degli stereotipi di genere, delle donne migranti, delle rinunce e delle discriminazioni delle donne, della violenza di genere. Come cambia la vita delle donne descrive le trasformazioni del vivere delle donne e i principali mutamenti che conoscono nelle varie fasi della vita.

L’universo femminile è fortemente variegato e dinamico: le donne investono di più in cultura rispetto agli uomini, riescono meglio negli studi, danno maggior e rilievo al lavoro rispetto al passato, sperimentano forme nuove del produrre e riprodurre, rivestono una molteplicità di ruoli nelle diverse fasi della vita, presentano percorsi di vita più complessi e frastagliati. Un intreccio di trasformazioni, aspirazioni e comportamenti che ridefinisce le loro traiettorie biografiche (formative, lavorative, affettive, coniugali, riproduttive), modificando ampiezza e contenuti delle diverse fasi del ciclo di vita individuale e familiare. Questi elementi che già avevamo messo in luce nel precedente volume si confermano e si accentuano nel corso del tempo, e a partire dal 2008, sono fortemente condizionati dalla crisi. Nelle analisi del volume precedente era evidente la grande spinta delle donne e i grandi risultati che aveva portato. Gli anni della grande speranza e voglia di riscatto, gli anni di espressione della nuova identità femminile.

I dieci anni successivi testimoniano ulteriormente la forza delle donne e la determinazione con cui vanno avanti, ma al tempo stesso evidenziano i grandi ostacoli che si frappongono con l’arrivo della crisi.

Grazie alla lunga marcia nel campo dell’istruzione che le ha portate da una situazione di totale svantaggio al sorpasso in tutti gli ordini di studi, e dopo essere entrate con determinazione in corsi tradizionalmente maschili, le donne si affermano anche nel campo culturale e delle nuove tecnologie. Il lavoro diventa sempre più un aspetto importante dell’identità femminile, cresce il numero delle donne occupate, aumenta il coinvolgimento delle donne in tutti i tipi di lavoro, migliora la posizione lavorativa delle donne anche nei luoghi decisionali politici ed economici: il numero di parlamentari in Italia e in Europa non è mai stato così alto e così anche il numero di donne ministro, oltre ai componenti dei cda delle imprese, grazie alla legge Golfo-Mosca.

Modelli
Il modello femminile di partecipazione al mercato del lavoro assume così nuovi connotati. In passato le donne cominciavano a lavorare in giovane età, avevano minori aspirazioni, un livello di istruzione più basso rispetto a quello degli uomini e il lavoro era vissuto per lo più come una esperienza transitoria che finiva tendenzialmente con l’arrivo del matrimonio. Oggi ci si avvicina al mondo del lavoro in età più avanzata, in fasi della vita in cui le generazioni precedenti già cominciavano a uscirne, con un livello di istruzione elevato, con aspettative certamente più alte e con l’intenzione di non abbandonare il lavoro prima di aver maturato la pensione. Ma nonostante la spinta delle donne, il livello di occupazione femminile non è ancora arrivato al 50%.

La grande crescita dell’occupazione femminile comincia nel 1995 e continua ininterrottamente fino al 2008, sebbene negli ultimi anni a un ritmo meno sostenuto. In questo periodo più di un milione e 700 mila donne sono entrate nel mercato del lavoro, una vera rivoluzione per le donne e per il Paese. Ma questa crescita si è concentrata quasi completamente nel Centro Nord del Paese. Conseguentemente, sono aumentate le differenze tra donne del Nord e donne del Sud.

La crescita di occupazione femminile nel periodo di crisi è avvenuta al prezzo di un peggioramento della qualità del lavoro delle donne: è aumentato il part-time involontario, la sovra-istruzione, e sono aumentate le professioni non qualificate e diminuite quelle tecniche.

I problemi di conciliazione dei tempi di vita si sono accresciuti. Continua ad essere alto il numero di lavoratrici che interrompe il lavoro dopo la nascita del figlio, anzi si incrementa nella crisi. Inoltre a fronte di una elevata maggioranza a favore di una più equa divisione dei ruoli all’interno della coppia quando ambedue i partner lavorano a tempo pieno, emerge una sostanziale non piena coscienza da parte della maggioranza di uomini e donne del grado di asimmetria dei ruoli nelle coppie.

Ciò lascia trapelare l’esistenza in Italia di un modello breadwinner «modernizzato» in cui l’uomo lavora e, se può, aiuta in casa, mentre la donna si fa carico della famiglia e lavora quanto può, dati i carichi familiari. Non dobbiamo meravigliarci dunque se la divisione dei ruoli nella coppia si trasformi ancora lentamente anche dal punto di vista del reddito. Le coppie con uomo breadwinner, il modello tradizionale, rappresentano ancora una realtà più diffusa che in altri paesi europei. Mentre la situazione di donna principale percettore della famiglia si associa molto spesso a condizioni economiche difficili, ad esempio quando il partner è disoccupato, piuttosto che a un sistema stabile di divisione dei ruoli o a un nuovo modello emergente più paritario di divisione dei ruoli. Donne decise, che vogliono realizzarsi su tutte le dimensioni della vita sempre di più, e vanno avanti ma che devono fare i conti ancora con grandi ostacoli che vanno rimossi per lo sviluppo del Paese.

I momenti decisivi
In un’esistenza che raggiunge età sempre più elevate, il calendario degli eventi decisivi tende a spostarsi in avanti con un ritardo progressivo nei tempi delle transizioni della vita più significative: le donne affrontano carriere scolastiche più lunghe rispetto ai loro coetanei, l’età in cui escono dalla casa dei genitori tende ad approssimarsi a quella degli uomini, fanno sempre meno figli e sempre più tardi, coabitano con loro per durate maggiori, hanno una vita media più lunga rispetto agli uomini, ma il numero di anni vissuti in “buona salute” è inferiore a quello del sesso maschile. Protagoniste di importanti trasformazioni nelle modalità di fare e vivere la famiglia, le donne sperimentano la convivenza più spesso del passato sia come forma alternativa al matrimonio che come transizione verso il matrimonio. Escono dalla famiglia sempre più anche per motivi di lavoro e alla ricerca dell’autonomia. Rimettono in discussione scelte che implicano la rottura dell’unione coniugale, la loro più diffusa partecipazione al mercato del lavoro contribuisce a definire nuovi ruoli e rapporti all’interno della famiglia.

La cultura
Grazie alla lunga marcia nel campo dell’istruzione che le ha portate da una situazione di totale svantaggio al sorpasso in tutti gli ordini di studi, e dopo essere entrate con determinazione in corsi tradizionalmente maschili, le donne si affermano anche nel campo culturale e delle nuove tecnologie. Le ragazze fruiscono di cultura più dei ragazzi e si azzera lo svantaggio femminile nel campo delle nuove tecnologie. Leggono di più, si recano di più a teatro, e a spettacoli. Le differenze di genere nelle nuove tecnologie permangono ma l’età in cui si evidenziano si sposta sempre più in avanti, sottolineando l’esistenza della forte influenza del fattore generazionale. Il lavoro diventa sempre più un aspetto importante dell’identità femminile, cresce il numero delle donne occupate, aumenta il coinvolgimento delle donne in tutti i tipi di lavoro, migliora la posizione lavorativa delle donne anche nei luoghi decisionali politici ed economici: il numero di parlamentari in Italia e in Europa non è mai stato così alto e così anche il numero di donne ministro, oltre ai componenti dei cda delle imprese, grazie alla Legge Golfo-Mosca.

Il modello femminile di partecipazione al mercato del lavoro assume così nuovi connotati. In passato le donne cominciavano a lavorare in giovane età, avevano minori aspirazioni, un livello di istruzione più basso rispetto a quello degli uomini e il lavoro era vissuto per lo più come una esperienza transitoria che finiva tendenzialmente con l’arrivo del matrimonio. Oggi ci si avvicina al mondo del lavoro in età più avanzata, in fasi della vita in cui le generazioni precedenti già cominciavano a uscirne, con un livello di istruzione elevato, con aspettative certamente più alte e con l’intenzione di non abbandonare il lavoro prima di aver maturato la pensione. Ma nonostante la spinta delle donne, il livello di occupazione femminile non è ancora arrivato al 50%.

La grande crescita dell’occupazione femminile comincia nel 1995 e continua ininterrottamente fino al 2008, sebbene negli ultimi anni a un ritmo meno sostenuto. In questo periodo più di un milione di donne sono entrate nel mercato del lavoro, una vera rivoluzione per le donne e per il Paese. Ma questa crescita si è concentrata quasi completamente nel Centro Nord del Paese, il Sud ha raccolto le briciole. Conseguentemente, sono aumentate le differenze tra donne del Nord e donne del Sud.

Occupazione
L’occupazione femminile ha tenuto meglio di quella maschile durante la crisi. Gli uomini hanno perso quasi un milione di occupati, le donne presentano un segno leggermente positivo. Molti sono i fattori a cui ciò è stato dovuto: i) alla crescita dell’occupazione delle ultracinquantenni imputabile sia alle nuove misure relative all’innalzamento dell’età pensionabile, sia all’ingresso in quella classe di età di generazioni di donne con più lunghe carriere contributive; ii) alla crescita dell’occupazione delle immigrate nei servizi alle famiglie, unico settore ad essere cresciuto durante la crisi perché l’assistenza ad anziani non autosufficienti si configura come un bisogno incomprimibile e, durante la crisi, le famiglie hanno preferito tagliare altre spese piuttosto che rinunciare a questo sostegno; iii) alla crescita dell’occupazione delle donne del Sud di basso status sociale che si sono attivate per trovare lavoro a fronte della perdita del lavoro da parte dei loro compagni. Ma la leggera crescita di occupazione femminile nel periodo di crisi è avvenuta al prezzo di un peggioramento della qualità del lavoro delle donne: è aumentato il part-time involontario, la sovra-istruzione, e sono aumentate le professioni non qualificate e diminuite quelle tecniche I problemi di conciliazione dei tempi di vita rimangono elevati.

Reddito
Nonostante la condizione reddituale femminile continui a essere peggiore di quella maschile, nel corso del tempo le distanze sono diminuite, così come sono diminuite nel mercato del lavoro. Segnali di un cambiamento positivo, anche rispetto ai coetanei maschi, si rilevano tra le donne single fino a 64 anni e particolarmente favorevole, seppur meno marcata rispetto a quella degli uomini, è stata la dinamica reddituale delle anziane sole, che si accompagna al miglioramento di quelle che vivono in coppia e al miglioramento generalizzato tra tutte le donne che vivono con un partner, con o senza figli. L’unica eccezione è rappre¬sentata dalle coppie con almeno tre figli, soprattutto se minori, tra le quali l’aumento dell’incidenza della povertà assoluta è stato particolarmente accentuato. Un deciso aumento del disagio economico si rileva anche tra le madri sole con figli minori, come conseguenza della peggiore dinamica reddituale, legata a bassi livelli di occupazione, a bassi profili professionali e a una diffusa presenza di occupazioni part-time. Il problema del disagio si allarga anche alle madri sole con figli adulti. Continua ad essere alto il numero di lavoratrici che interrompe il lavoro dopo la nascita del figlio, anzi si incrementa nella crisi. E le lavoratrici che non interrompono il lavoro si lamentano per le maggiori difficoltà che incontrano nella conciliazione dei tempi di vita.

Condivisione
D’altro canto, la condivisione delle responsabilità familiari si modifica lentamente e il sovraccarico sulle spalle delle donne continua ad essere elevato. I cambiamenti sono più frutto del taglio operato dalle lavoratrici nel numero di ore di lavoro familiare che dell’aumento del tempo dedicato dagli uomini. Un’eccezione riguarda i padri di figli piccoli di elevato livello di istruzione e occupati in attività che permettono di dedicarsi di più al lavoro familiare, in queste famiglie il loro contributo è più paritario. La forte asimmetria nella divisione del lavoro familiare tra i partner viene legittimata dalla persistenza di visioni stereotipate delle competenze di genere in ambito familiare. La metà della popolazione, infatti, ritiene che «gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche», anche tra i giovani. Un intervistato su due esprime accordo con l’affermazione «è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia». Inoltre a fronte di una elevata maggioranza a favore di una più equa divisione dei ruoli all’interno della coppia quando ambedue i partner lavorano a tempo pieno, emerge una sostanziale non piena coscienza da parte della maggioranza di uomini e donne del grado di asimmetria dei ruoli nelle coppie. Ciò lascia trapelare l’esistenza in Italia di un modello breadwinner ‘modernizzato’ in cui l’uomo lavora e, se può, aiuta in casa, mentre la donna si fa carico della famiglia e lavora quanto può, dati i carichi familiari. Non dobbiamo meravigliarci dunque se la divisione dei ruoli nella coppia si trasformi ancora lentamente anche dal punto di vista del reddito. Nel tempo, pur essendo aumentato il livello di reddito delle donne anziane, il contributo femminile al reddito familiare nella coppia è diminuito. Nelle altre famiglie è invece aumentato, soprattutto in quelle più giovani senza figli. Non cresce tanto il modello simmetrico, ma quello in cui le donne contribuiscono maggiormente al reddito familiare. Nonostante ciò le coppie con uomo bread-winner , il modello tradizionale, rappresentano ancora una realtà più diffusa che in altri paesi europei. Inoltre, la situazione di donna principale percettore della fami¬glia si associa molto spesso a condizioni economiche difficili, ad esempio quando il partner è disoccupato, piuttosto che a un sistema stabile di divisione dei ruoli o a un nuovo modello emergente più paritario di divisione dei ruoli: si tratta nella maggior parte dei casi di famiglie con livelli di reddito molto bassi residenti nel Mezzogiorno.

Immigrate
Un nuovo soggetto femminile è emerso negli ultimi dieci anni, le donne immigrate. Il modello migratorio in Italia è particolare. Non è concentrato su una unica cittadinanza, ma su una pluralità di provenienze e di esperienze femminili. Alcune comunità, come la filippina, agiscono da ‘apripista’; lasciano la famiglia nel Paese di origine e si fanno raggiungere in Italia solo dopo essersi ben radicate nel Paese. Le donne della comunità marocchina, al contrario, arrivano in Italia per ricongiungersi ai loro cari, ma mentre nel passato i permessi di soggiorno delle donne straniere erano legati fondamentalmente al ricongiungimento familiare, ormai la componente lavorativa è sempre più presente. E le donne svolgono un ruolo fondamentale insieme ai minori nel facilitare l’integrazione delle diverse comunità nel nostro Paese.

Violenza
Si sviluppa una nuova coscienza femminile. Le donne vogliono realizzarsi su tutti i piani e sempre più sono coscienti delle difficoltà che hanno davanti. I dati sulla violenza sulle donne sono di particolare interesse in questo senso: diminuiscono la violenza fisica e sessuale da parte dei partner attuali e da parte di ex partner, soprattutto tra le giovani,ma non solo, e cala pure la violenza sessuale Non si intacca però lo zoccolo duro della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri) come pure le violenze fisiche da parte dei non partner, mentre aumenta la gravità delle violenze subite. Più alto è il numero di violenze con ferite. Più frequente è la paura per la propria vita. Emerge al contempo una maggiore consapevolezza della violenza subìta. Considerando le violenze da parte dei partner o degli ex partner negli ultimi 5 anni, le donne denunciano di più, ne parlano di più, si rivolgono di più ai centri antiviolenza, agli sportelli o ai servizi per la violenza contro le donne. E molte più vittime considerano la violenza come un reato. E’ un segnale importante da non sottovalutare, anzi da sostenere con politiche adeguate perché vuol dire che probabilmente le donne hanno acquisito una maggiore capacità di riconoscere la violenza, di prevenirla, anche interrompendo la relazione. Ma la crescita di questa consapevolezza e la maggiore capacità di gestire le situazioni violente può anche produrre una dura reazione nei settori maschili più tradizionali.

Terza età
Una nuova soggettività femminile emerge anche nelle età anziane. Le donne con alto titolo di studio rompono lo stereotipo della donna anziana sola, in cattive condizioni di salute e peso per la società. Per queste donne l’avanzare degli anni si sta trasformando sempre più in una età da inventare, come diceva Betty Friedan. Gli orizzonti si ampliano, soprattutto per il segmento più istruito e in migliori condizioni economiche, con una sempre maggiore fruizione culturale e il crescente coinvolgimento nelle relazioni sociali e nelle reti di aiuto informale. Le anziane diplomate e laureate sono sempre di più, anche se non ancora in maggioranza, dinamiche e multitasking prefigurano sempre più le vite delle anziane di domani. Dunque, forte spinta e determinazione femminile, progressi, ma ancora un percorso ad ostacoli verso nuovi orizzonti e nuove conquiste. Le generazioni di donne che si sono susseguite, quelle che non avevano diritti, quelle dei diritti conquistati, quelle dei diritti acquisiti passano da una fase all’altra nel loro percorso di vita e in questi passaggi con le loro differenti storie, costruiscono nuovi orizzonti. La spinta delle donne è inarrestabile, Nonostante tutto, le donne vanno avanti.


(27esimaora.corriere.it, 14/3/2016)

“Femminismo e processo penale” (Ediesse 2015) è il libro di un’avvocata femminista, impegnata a fianco delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza. Si può usare il diritto in favore delle donne e della libertà femminile? Le molte storie concrete riportate da Ilaria Boiano suggeriscono di sì e Marisa Guarneri, della Casa delle donne maltrattate di Milano, ne discute in dialogo con l’autrice. Introduce Laura Colombo.

dal 12 marzo al 7 aprile 2016
Opening sabato 12 marzo alle ore 19.

wavegallery corsini.
“Viaggiare significa spostamento e nomadismo. Sotto le ali protettive di un angelo custode o le furiose spinte del demone. Nel caso dell’arte entrambe le figure accompagnano le peripezie dell’artista, geografica e mentale. Questo avviene anche nel caso di Paola Mattioli e Sarenco,entrambi protagonisti di un felice safari, che significa infatti viaggio, nel cuore dell’Africa, dal Kenya allo Zimbabwe, dal Senegal al Sudafrica.
Entrambi hanno praticato forme di nomadismo complementare, utilizzando diversi specifici, dalla fotografia alla letteratura, dalla parola alla poesia. Il risultato è un reportage intenso e sorprendente di un territorio profondo ed irriducibile come l’Africa, in cui prevale l’immagine come tramite tra la natura e lo spirito, l’apparizione di figure che sono sempre tramite del vivere quotidiano e della morte universale.
(…) Paola Mattioli, che pratica da molti anni una tangenza con il mondo dell’arte, introduce nell’ambito dell’immagine fotografica la torsione che appartiene alla storia della pittura, adoperando rigorosamente gli strumenti del linguaggio fotografico. Si mette nella posizione del duello, nella frontalità istituzionale del fotografo di fronte al dato, ma non lascia scattare il dito sulla macchina precipitosamente, bensì promuove una serie di relazioni e di rispecchiamenti, per cui arriva all’immagine mediante un rallentamento mentale e l’assunzione di una posizione di lateralità rispetto al proprio mezzo (…)”.
Achille Bonito Oliva
in Paola Mattioli e Sarenco, Mémoires d’Afrique, Fondazione Sarenco-Adriano Parise Editore, 2013

memoMI La memoria di Milano presenta il documentario “La Libreria delle Donne – Una storia che continua”(37’51”) a cura di Sabina Fedeli.


memomi


La grande avventura della Libreria delle donne di Milano dura 40 anni. È  un pezzo di storia del femminismo milanese, primo spazio pubblico dedicato alla cultura e al sapere femminile. Un luogo di incontro e dibattito politico nato nel 1975 in Via Dogana dalla volontà di 12 socie fondatrici: Luisa Muraro, filosofa e accademica, Lia Cigarini, avvocata, Giordana Masotto, prima libraia, e tante altre. memoMI ripercorre con loro, fra analisi e ironia, i formidabili anni che hanno visto lo sviluppo del femminismo della differenza: non tanto ricerca di emancipazione ma capacità di vedere all’opera la libertà delle donne nella società. Un’avventura che continua anche oggi in Via Calvi, dove la Libreria si è trasferita con lo stesso spirito di ricerca e di riflessione inaugurato 40 anni fa.

di Francesca Ruina (pubblicato il 25/3/2015 su doppiozero.com)

“Le parole / non fanno l’amore / fanno l’assenza”, dipingono il contorno del vuoto, cadendoci dentro con lo stesso suono di una goccia che dal cielo precipita sul fondo di un pozzo. Le parole rimbombano, le parole si parlano, le parole si sgretolano.

 

Alejandra Pizarnik nasce ad Avellaneda, presso la capitale argentina, nel 1936, da una coppia di emigranti ebrei di origine russa, che intingono, fin da subito, le radici della piccola bicho (“bestiolina”, come soleva affettuosamente chiamarla l’amico Julio Cortázar) in un eterno e irrimediabile altrove. Per esser-ci, per sentirsi esistente hic et nunc, nella sua patria geografica ed esistenziale, Alejandra ha un unico strumento, un pharmakon – medicina e veleno al tempo stesso – che la accompagna ossessivamente per tutta la vita: il linguaggio. Divora compulsivamente i classici della letteratura, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia di Buenos Aires, studia pittura con il surrealista Juan Baltle Planas per poi approdare a Parigi, dove traduce autori come Yves Bonnefois e Antonin Artaud – scrivendo, di quest’ultimo, in un diario del 25 dicembre 1959: “Artaud sono io. La sua lotta con il silenzio, con il sentimento d’abisso assoluto, di vuoto, con il suo corpo alienato, come non associarlo alla mia lotta?”.

 

La sua lotta insegue il movimento del Fort / Da freudiano – il gioco del rocchetto – l’alternarsi di presenza e assenza, di parole e silenzio, attraverso cui Alejandra allontana e avvicina la morte, i fantasmi, le ombre. A questo le serve il linguaggio, il suo con-fondersi con la letteratura: per nascere e morire, costruirsi e sgretolarsi a ogni sputo di sillaba.

 

Il linguaggio è una medicina, un antidoto al vuoto – “se c’è una ragione per la quale scrivo, è perché qualcuno mi salvi da me stessa”, leggiamo da un’intervista del 1962. Il linguaggio crea, argina, definisce, nomina, dà forma. Un linguaggio per “spiegare con parole di questo mondo / che partì da me una nave portandomi”, unica ancora per non venire risucchiata nel gorgo dell’informe, negli abissi di un’identità ab-negata.

“Scrivere è cercare nel tumulto dei bruciati l’osso del braccio corrispondente all’osso della gamba”. Riassemblare pezzi di cadaveri mai morti, fantasmi di un’infanzia che non smette di ritornare, cocci di specchi che riflettono “questo affondare senza affondarsi”. Scrivere per ricucirsi, a causa di quella “paura di essere due / sulla via dello specchio: / qualcuno che dorme in me / mi mangia e mi beve”. Scrivere per tessere un filo tra la donna che (non) è e la bambina che (non) è stata, tra un presente sfocato e un passato pre-edipico, ancestrale, fetale: “ora / in quest’ora innocente / io e colei che fui ci sediamo / sulla soglia del mio sguardo”.

 

Versi tanto brevi e scarni quanto immediati, materici, visionari. L’inquietudine di Alejandra rianima gli spiriti dei suoi maestri letterari – in particolare Nerval, Artaud e Blake – alimentando le braci verbali con gli aneliti del proprio annaspare. La sua vita è tutta un tentativo di crearsi un’identità attraverso le parole, di essere sorretta e protetta da un linguaggio che accolga quel malessere senza voce (o con troppe voci) che sgorga informe da tutti i suoi gangli. Un tentativo di “estrarre la pietra della follia. Non la pietra dalla follia”.

 

Ma se da una parte il linguaggio è una forma di salvezza, dall’altra è l’incarnazione dell’impossibilità di dire (di dirsi). “La parola mi riveste come uno strato di terra”, scrive Alejandra, ben conscia che “la voce va sul foglio e continua, / continua a non parlare di me”. Ecco il rovescio del pharmakon, la cura che diventa veleno, la “salvezza [che] celebra / l’abbondanza del nulla”.

Il linguaggio non salva. Il linguaggio la abbandona alla sua “paura di non saper nominare / ciò che non esiste”. Il linguaggio è una struttura che la ingloba senza darle voce, senza permetterle di espiare i suoi fantasmi.

Naufraga in se stessa, traghettatrice della propria anima come un Caronte che ha smarrito la via, aggrappato con tutte le sue forze a una barca che fa acqua da tutte le parti. “Non ho più trappole di parole”, si dice senza riuscire mai – ecco la condanna del linguaggio – a liberarsi dal dire. Anche l’impossibilità del dire può soltanto essere detta, restando così appesa tra una bocca che si apre e un suono che non esce, appesa a una penna che si arrende a un inevitabile foglio bianco.

 

Cosa fare, allora, per riuscire a manomettere almeno un poco il sistema linguistico? Per creare uno spazio, un respiro all’interno della gabbia dorata del linguaggio?

“Mi dico i miei silenzi”, risponde Alejandra, “mi silenzio”.

Ecco la sua vera voce: un’ossimorica voce che tace. “Quando alla casa del linguaggio vola via il tetto e le parole non guariscono, io parlo.”

Il sussurro di Alejandra rimbalza tra bocche che si chiudono, riempiendo gli spazi interstiziali dell’anima con il silenzio di un manto di neve che ricopre ogni cosa.

 

Le poesie di Alejandra Pizarnik – di cui i frammenti qui riportati sono in gran parte tratti dal testo La figlia dell’insonnia (a cura di Claudio Cinti, Crocetti Editore, 2004) – hanno l’incredibile capacità di veicolare il silenzio, di essere silenzio, il più tragico e salvifico silenzio – “tentazione e promessa”. Sono gelida neve sciolta che scorre fino alle più remote profondità dello stomaco, che pietrifica il lettore in un empatico riconoscimento di qualcosa che nemmeno sapeva di provare.

 

Alejandra muore nella notte tra il 24 e il 25 settembre 1972 per un’overdose di barbiturici, aggiungendo il suo nome al registro delle eroine della letteratura che le parole non hanno saputo salvare: da Sylvia Plath a Marina Cvetaeva, da Anne Sexton ad Antonia Pozzi.

A me piace immaginarle tutte insieme, mentre la forza vitale della loro inquietudine conia un nuovo linguaggio, in cui le parole sono solo orpelli inutili; un linguaggio fatto di sguardi e silenzi, che non riverberano il vuoto ma afferrano e costruiscono il presente. Un linguaggio che permetta a loro – e a tutti noi – di “tornare a essere”, come scrive Alejandra ne La notte, una poesia tratta da Le avventure perdute del 1958:

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.

Forse la notte è la vita e il sole la morte.

Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

(doppiozero.com, 25/3/2015)

di Stefania Giannotti

Ho visto Fuocammare di Gianfranco Rosi. Ricordavo intanto un titolo online Orizzonti mediterranei e Fuocammare, due film su Lampedusa di Anna Di Salvo non letto per la fretta.

Fuocammare di Rosi mi è piaciuto. Mi è piaciuto per la maestria di rendere narrabile e visibile il dolore. Insopportabile a pensarlo. Mi è piaciuto di Fuocammare la misura. Le mani, inquadrate ripetutamente di uomini non a tutto schermo, ripresi a metà, solo le mani, che si muovono lentamente e sembrano dire “vieni, entra”. Malgrado poi l’inevitabile routine, le foto, la schedatura… È la marina militare italiana, a fianco il popolo di Lampedusa. Bello.

Mi è piaciuta del film soprattutto l’invenzione di alternare tutto questo con facili storie di una umanità semplice, che vive modestamente con pochi mezzi. Eppure c’è un abisso, un baratro. Un ragazzino che gioca con una fionda e mima ripetutamente i gesti di una mitragliatrice, uccidere, guerreggiare. Ma non ci vede da un occhio… e soffre di mal di mare e vomita. È spiritoso, ironico, ogni tanto si ride. Forse proprio queste pause del quotidiano rendono visibile, sopportabile ed efficace tutto il resto.

Tornata nottetempo a casa mi sono precipitata sul computer per leggere Orizzonti mediterranei… di Anna Di Salvo pubblicato sul sito della Libreria delle donne. Contrappone a questo film un altro, dice “per contrasto”, di Pina Mandolfi e Maria Grazia Lo Cicero. Ma non capisco il contrasto.

Non ho visto questo altro film e do per buono che abbia valore, se è Anna a dirlo. Ne esalta il “punto di vista femminile” che fa da guida scrive, carente nell’altro di Rosi. Rosi è un uomo, ricordiamolo nel giudicarlo, e parte da sé per fortuna e forse mi fa vedere qualche cosa che da sola mi scapperebbe via. Orizzonti di Mandolfi è attento agli abusi sessuali, alle percosse, alla tragedia delle migranti… Tutto sicuramente vero, lo sappiamo.

In Fuocammare invece “le donne non esistono” dice Anna. Non è vero. C’è il vivere quotidiano, c’è quella donna che dà il caffè a quell’uomo immobile che non beve, finché non è lei a dirgli “bevi”. C’è quell’altra che fa il letto, e liscia la sovra coperta e bacia la foto di un defunto, penso. C’è l’abitare quotidiano. C’è il vivere, c’è una volontà femminile a vivere oltre la cura, col piacere di ascoltare vecchie canzoni del suo popolo.

C’è anche in poche ma secondo me sufficienti ed efficaci immagini il dolore e l’abbraccio tra donne migranti, sufficiente a riportare alla mente la loro tragedia, gli abusi, i soprusi.

E io ho pensato anche alle siciliane, a tutte le amiche di Catania, anche se lì non le ho viste, le Città Vicine, il loro lavoro politico. Quello che lì non c’è, niente ci impedisce di aggiungerlo. E non c’è contrasto.

Probabilmente in Orizzonti Mediterranei si ritrova quella realtà e verità cui Anna si riferisce e che viene da un’esperienza diretta. “Il senso dell’attenzione femminile, riferita al vivente e alle ragioni della vita” come ho letto. Un’esperienza e un’appartenenza che Rosi non ha, o forse ne ha poca o non abbastanza. Ma ne ha un’altra, di uomo nato ad Asmara (Eritrea), dall’85 negli Stati Uniti e in Italia, origine non poco interessante, e un anno passato sul campo delle riprese, sulla costa degli sbarchi.

(www.libreriadelledonne.it, 10 marzo 2016)

di Alessandra Pigliaru

Scaffale. Un ritratto in prima persona dell’editrice e acuta intellettuale Laura Lepetit: «Autobiografia di una femminista distratta», per Nottetempo

Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (Nottetempo, pp. 125, euro 12) ha una sobrietà e una grazia d’altri tempi, insieme a quella forma di esitazione che si confà a una signora che per la scrittura a firma di donne ha pensato progetti grandi, sia per l’avventura intrapresa nel 1975 con la casa editrice La Tartaruga, sia per i preziosi sodalizi stretti che hanno rappresentato l’alfa e l’omega di ogni suo desiderio. Dapprima come lettrice e poi come acutissima editrice, trovare il libro giusto, quello necessario, ha contrassegnato l’imprudente e mirabile avventura della Tartaruga, diretta fino al 1997 e nata intorno alla libreria Milano Libri, fondata con Annamaria Gandini.

Così si leggono anche le esperienze a Radio popolare, la vicinanza alle «folgoranti invenzioni» del Cicip e alla Libreria delle donne di Milano a cui approda proprio nel 1975. «Il mio amore più profondo e più nascosto va ai biondi, a quelli dagli occhi azzurri, ai luminosamente vivi, ai felici, agli amabili, agli ordinari». Di queste parole tratte dal Tonio Kroger di Mann, Lepetit segue in filigrana il senso della promessa silenziosa, di un giuramento lieve eppur solenne nei confronti della differenza e di quell’amore per ciò che compare e avanza splendente ai suoi occhi.
Niente affatto svagata, l’autobiografia che ha deciso di imbastire è piuttosto assorta e allo stesso modo si legge, con lineare semplicità e riconoscenza per la costruzione di un catalogo di oltre duecento titoli pubblicati , per le traduzioni di Virginia Woolf, Gertrude Stein, Margaret Atwood, Doris Lessing, Alice Munro ma anche Ivy Compton-Burnett, Nadine Gordimer e Barbara Pym; così come per Gianna Manzini e Paola Masino. Un ricamo dalle perfette impunture disegna i volti di chi ha incrociato tra cui Angelica Garnett, nipote di Virginia Woolf, Leni Riefenstahl, Anna Banti e molte altre.

È però dell’autunno del 1970 l’incontro che ha cambiato la sua vita, quello con Carla Lonzi e le compagne di Rivolta Femminile: «la sua disponibilità era assoluta, la sua energia anche. Era un piacere insolito e una scoperta sorprendente vedere una donna fare uso della sua intelligenza e della sua passione per una causa, quella delle donne, in modo così totale e posso dire felice, senza mai perdere una graziosa ironia che la contraddistingueva».

Il periodo trascorso insieme alla pratica dell’autocoscienza è stata forse la vera lezione da cui Lepetit non è più tornata indietro, riuscendo a mettere a frutto quanto imparato anche fuori dal gruppo, quando cioè se ne è separata per una diversa visione politica con Lonzi. Un apprendistato lento e a tratti tormentoso che tuttavia, come sa chi ha potuto lambire anche solo in parte l’esperienza politica tra donne, determina un prima e un dopo e la possibilità di misurarsi con il mondo in maniera inedita e inequivocabile.
Così tra gatti, passeggiate, piante e curiosità che fanno arretrare l’avanzare dell’età, Lepetit cuce con la pazienza dedita al racconto di sé solitudine, smemoratezza e gioia di aver vissuto una vita piena. «Raccontiamoci le nostre storie, per non vivere di riflesso, per non dover scegliere di essere sempre Madame Bovary o Giovanna d’Arco. Prendiamo a benvolere le nostre piccole grandi storie, adesso che siamo pronte sia a raggiungere una navicella spaziale che semplicemente a fare un giro nel nostro giardino».

(il manifesto, 8 marzo 2016)

di Silvia Niccolai

Dato che un fondamentale libro femminista si intitola Non credere di avere dei diritti (1987), si capisce che parlare delle libertà dal punto di vista femminile è un’opera strana che non può che cominciare con un rovesciamento di prospettiva. Generalmente si pensa che la libertà viene dai diritti e dai mezzi. «Noi invece – ha scritto una volta Luisa Muraro – affermiamo che soltanto la libertà permette di godere dei diritti e dei mezzi materiali». Spesso si sostiene che bisogna cambiare la realtà perché vi sia libertà. «Noi invece diciamo che la capacità di cambiare le cose viene dalla libertà, è un frutto della libertà».
Per esempio, il diritto di abortire non ti salva dall’uso subalterno della tua sessualità, che ti fa restare incinta quando non vorresti. Saranno i maschi a insegnarti a smettere di farti regolare dai loro desideri? Sarà un disposto legislativo? Vi è da dubitarne. Serve, e basta, un’altra cosa: un’immagine libera, autorevole, del proprio sesso, dunque di sé, e non si può che ricavarla da altre donne. Il legislatore ci ha permesso di continuare a farci mettere incinte per sbaglio; la premura di alcune donne verso le altre ha ricordato a ciascuna che lei può non abortire mai più. Delle due, io chiamerei libertà questa seconda, acquistabile «con un’esistenza progettata a partire da sé e garantita da una socialità femminile» (Non credere…).
Sarebbe utile chiedersi ogni tanto: che cosa mi è venuto dalla legge? Che cosa mi è venuto da altre donne, dal loro pensiero, dal loro esempio, dall’attenzione che hanno avuto per me? Se si dimenticano i beni ricevuti da altre donne sembrerà sempre che all’origine di ogni libertà o diritto che esercitiamo ci sia tutto meno che il nostro essere femminile, e sempre e solo la virtù di un legislatore, se non direttamente le magiche sorti progressive del mondo occidentale. A guadagnarci legittimazione, consenso e autorizzazione saranno queste ultime, non certo le donne, insignificanti strumenti attraverso i quali il potere ribadisce il suo ruolo salvifico sulle sorti umane.

Penso all’uso che alcune fanno di una classica libertà civile, la libertà di manifestazione del pensiero. Ritorna spesso, o così m’è parso seguendo ultimamente i discorsi intorno alla maternità surrogata, il dire: «Chi sono io per giudicare quello che fa un’altra donna? Io non lo farei, ma se una vuole farlo… E comunque ci penserà la legge». Oppure: «Nessuna donna può parlare in nome delle donne! Se una vuole affittare il suo utero è libera!». Se tu non lo faresti, com’è che non ti importa che un’altra lo faccia? Non pensi che farle sentire la tua disapprovazione potrebbe farle passare da subito la voglia di farlo? Sfugge in questi casi la differenza tra il parlare in nome delle donne e il prendere parola come donna, senza di che il discorso pubblico non può prendere un segno femminile. Se tu non ti prendi la libertà di giudicare, quale libertà insegni a un’altra? Quando spunta una che dice: «Io lo farei, così, per fare un regalo», potremmo ricordarle che intorno al fare i bambini nuotano da secoli le più classiche fantasticherie femminili, che compensano il disperato bisogno di contare in una società che non ti vede. Con tutti i diritti che abbiamo siamo dunque messe tanto male? Sarebbe un’interessante rivelazione, e meriterebbe parlarne. Ma preferiamo astenerci dal giudizio, avallando così l’idea che il nostro, che ci dice libere perché legittimate a asservirci per contratto, nell’indifferenza collettiva, è il Migliore dei Mondi Possibili. Da molto si sa che la sospensione del giudizio di una donna verso un’altra non dà a questa libertà, ma produce solo una mutua conferma dell’irrilevanza del nostro essere donne e dunque del nostro agire.
Dimostrandoci immemori, dunque ingrate, ci perdiamo in intelligenza. Dopo tanta emancipazione siamo troppo pavide (sarà l’effetto della cura?) per raccogliere le domande che altre ci hanno pur rese libere di formulare. «Ma la donna si chiede: per il piacere di chi sono rimasta incinta? Questo interrogativo contiene i germi della nostra liberazione: formulandolo, le donne abbandonano l’identificazione con l’uomo e trovano la forza di rompere un’omertà che è il coronamento della colonizzazione» (Carla Lonzi, 1971).

Penso a Google, che si offre di crio-congelare gli ovuli delle sue dipendenti (per il piacere di chi sto rinviando la mia gravidanza?); ai farmaci con cui le donne in carriera rinviano le mestruazioni onde non perdere i meeting di lavoro (per il piacere di chi mi sto avvelenando? Per il piacere di chi sto innalzando la produttività a valore assoluto?); alla madre che consegna il suo prodotto (per il piacere di chi ho vissuto nove mesi?) e, di nuovo, alle donne che, per carità, non si permetterebbero mai di sindacare quello che altre fanno!
Per il piacere di chi sospendono il loro giudizio, a chi non vogliono dare fastidio, di chi cercano l’approvazione? Dei compagni di partito, o dell’opinione progressista? O forse si sentirebbero troppo cattive a disapprovare un’altra donna? Eppure, «la politica femminile non è mai stata la raccolta delle buone coscienze o delle rappresentazioni giuste di sé. È stata dagli inizi e rimane una guerra contro ciò che divide la donna dalla sua simile privandola della sua fondamentale risorsa di libertà che è l’appartenenza al genere femminile. Non era, come si è detto, una guerra contro gli uomini, ma era e rimane una guerra contro l’intromissione maschile nei rapporti fra donne e delle donne con il mondo» (Non credere…). Se oggi molte conducono una guerra al contrario, incaricandosi di intromettere il conformismo al pensiero dominante nell’interpretazione di ciò che accade alle donne, siamo certamente davanti al disordine che deriva da un uso sbagliato della propria gratitudine. Forse a qualche calcolo di convenienza. Ma soprattutto, credo, a un attacco, violento pur nelle forme subdole della rimozione, contro il potenziale rivoluzionario che il femminismo, dico quello italiano della differenza sessuale, mette a disposizione di tutte e di tutti. «Noi chiamiamo politica femminile il progetto di cambiare la realtà facendo leva su questa possibilità che ogni donna, ogni essere umano, possiede di trasformare in sapere della realtà ciò che della realtà patisce» (Non credere…). Se deleghi lo status quo a spiegarti come devi essere, quello ti fabbricherà le libertà che fanno comodo a lui, e che tali non sono. Ma tu lo sai da te. Lo sai, quello che soffri e quello che ti fa piacere, e questo ti dà una misura di giudizio che orienta il suo desiderio. Di qui, puoi cominciare da subito a cambiare le cose.
Rovesciando le prospettive, il pensiero delle donne va al cuore dei problemi, perché sa come il potere subordina a sé gli esseri umani: convincendoli di essere piccoli. Per quanto mi riguarda, non ci crederò mai che un’americana che partorisce per comprarsi la macchina, o per riempire il vuoto della sua vita, sia un esempio per la mia libertà. E ringrazio le donne che, per amor mio, mi hanno insegnato a rifiutare un’idea così umiliante di me.

(il manifesto, 8 marzo 2016)

di Adriana Moltedo

 

Questo 8 Marzo voglio festeggiarlo ricordando la parola quanto mai attuale di Romana Guarnieri, storica e beghina, come lei stessa amava definirsi, ovvero una donna consacrata ma che non vive in convento. Ormai sono un po’ di anni che è venuta a mancare, dal 23/12/2004 e ci manca, ma non sono venuti meno i suoi insegnamenti.

Romana Guarnieri raccomandava che per comprendere quanto sta accadendo oggi bisogna guardare indietro nel tempo. Riguardando alla storia, a cominciare da quella religiosa, che è ricca di episodi.

«Guardando le immagini della decapitazione del prigioniero americano ad opera dei terroristi islamici il mio pensiero è andato a quelle tramandate dall’arte sacra come quella di San Giovanni decollato. L’utilizzo di immagini forti per la trasmissione di messaggi è dunque stato usato con frequenza proprio per raggiungere il maggior numero possibile di persone. Non possiamo quindi parlarne come di un’invenzione odierna, quello che abbiamo oggi è solo il mezzo con il quale diffondiamo queste immagini che è molto più potente e ci permette di far circolare tutto più rapidamente.» A questo punto la riflessione da fare assume un respiro più ampio.

«Quello su cui dobbiamo riflettere ora è che in realtà non ci rendiamo più conto che noi stessi usciamo da una storia fatta anche di violenze esibite al fine di far prevalere le nostre posizioni, e questo non dobbiamo dimenticarlo. Semmai quello che si può fare oggi è capire come superare tutto questo, ma non è facile perché occorre un profondo cambiamento culturale.»

Così rispose a una giornalista di Conquiste del lavoro che le chiedeva se era il caso di mostrare, come fanno, nell’era della comunicazione globale, tutte queste immagini violente, come la decapitazione, in diretta, del prigioniero americano ad opera dei terroristi islamici. «Un viaggio a ritroso mostra come l’uso della violenza come mezzo di trasmissione di determinate convinzioni sia sempre esistito.» Ha sottolineato Romana Guarnieri.

Per Romana una possibile via d’uscita da questa spirale di violenza arriva da ciascuna/o di noi. «Possiamo difenderci solo con una coscienza diffusa e praticata da ognuna/o basata sul convincimento che si può vivere insieme in pace senza uccidere una volta che invece uccidiamo e quindi legittimiamo l’uso della violenza creiamo una situazione nella quale ci fa gioco credere che quello sia il giusto mezzo per affermarci e per portare avanti le nostre idee, ma è solo una lettura strumentale.» Romana Guarnieri aveva già 91 anni quando tracciò quest’analisi lucida e attenta sulla violenza. Grazie Romana da tutte Noidonne.

Romana Guarnieri nata all’Aja, in Olanda, nel 1913, in una famiglia atea, da madre olandese e padre italiano, ha vissuto sempre a cavallo di più culture, di più mondi. Trasferitasi a Roma, dove si laurea in letteratura tedesca, incontra nel 1938 don Giuseppe De Luca, con cui avvia un lungo sodalizio spirituale e culturale. Collabora con lui alla fondazione delle Edizioni di Storia e Letteratura, occupandosi in particolare dell’«Archivio italiano per la storia della pietà», che dirige a partire dal 1962, dopo la morte del sacerdote lucano. Di lui dà il primo profilo biografico (Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia, Bologna 1974, in seguito Cinisello Balsamo 1991), mentre alle proprie memorie dell’impresa comune dedica gli scritti sulla rivista «Bailamme» – la rivista di cultura e politica che ha riunito diversi intellettuali di diverse provenienze politiche – poi riuniti nel volume Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca (Genova 1998). Numerosi e spesso fondamentali sono i suoi studi sul movimento del Libero Spirito nonché sulla storia della pietà e della mistica femminile, molti dei quali ora raccolti in Donne e Chiesa tra mistica e istituzioni (Roma 2004). I suoi “sguardi sull’oggi” dalle colonne di varie testate giornalistiche danno origine al suo ultimo libro, Con gli occhi di beghina (Genova 2003). Muore a Roma, alla vigilia di Natale 2004.

(www.noidonne.org, 8 marzo 2016)

Fresca di stampa, nella nostra libreria per la prima presentazione italiana Autobiografia di una femminista distratta (Nottetempo 2016) di Laura Lepetit. Di capitolo in capitolo, e in ciascuno un libro intorno al quale ruotano incontri, aneddoti, riflessioni, Laura Lepetit racconta la sua storia e quella della sua casa editrice, La Tartaruga. Un’autobiografia costruita come una galleria di ritratti, quelli delle amiche e delle autrici della casa editrice, che attorno a quel progetto formavano una comunità sempre in movimento. Ginevra Bompiani e Liliana Rampello conversano con l’autrice.

di Marta Ghezzi

Un documentario ricostruisce la storia della «casa» del movimento femminista milanese, nata nel 1975 in via Dogana e ora con sede in via Pietro Calvi

La prima inquadratura è una donna che sfoglia un libro. Neanche il tempo di realizzare che si trova in una libreria e la telecamera si è già spostata in una cucina. Primo piano su mani che impastano e poi su un gruppo di donne che preparano piatti. Una voce fuori campo chiede: «Voi… nella vita?». Le risposte: «Io insegno al Politecnico», «Io insegnavo antropologia a Copenhagen, lei è docente di russo…», fino alla frase rivelatrice: «Facciamo politica cucinando». Ancora la voce fuoricampo: «Non sono cuoche professioniste e questa è una cucina speciale. Un’impresa femminista dove si impastano pane e politica, dove si fanno lievitare pensieri e relazioni». Inizia così il documentario «La Libreria delle Donne – Una storia che continua», proiettato oggi nel Chiostro del Piccolo Teatro (via Rovello, ore 18, ingr. libero con prenotazione a comunicazione@piccoloteatromilano.it).

La Libreria delle Donne è dal 1975 – prima nella sede di via Dogana, ora in via Pietro Calvi 29 -, la casa del movimento femminista milanese. Nel video si dice che allora, nei primi anni ’70, il «novanta per cento delle persone aveva orrore del femminismo». Non è più così, ma la parola suona ancora dura, ideologica. Il documentario ricompone la frattura, avvicina al movimento con leggerezza, restituendo una storia cittadina importante, quarant’anni di impegno ininterrotto, tutto su base volontaria, delle dodici socie fondatrici (le «veterane», fra cui ricordiamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Renata Dionigi, Giordana Masotto), e delle ragazze «venute dopo» (come si autodefiniscono Sara Gandini, Laura Colombo, Laura Giordano). «Non poteva che essere così», dice la regista Sabina Fedeli, «con una chiave di lettura sul lavoro politico, sociale ed editoriale e lo sguardo sul Circolo della Rosa, la rivista online Aspirina, la vetrina dell’arte e l’attività della cucina». La proiezione sarà introdotta da Didi Gnocchi di memoMi, produttrice del documentario con Associazione Chiamale Storie, e preceduta da un incontro con l’autrice e due delle protagoniste, Luisa Muraro e Laura Colombo.

(corriere.it, 7 marzo 2016)


Otto marzo, festa delle donne. È un momento di gratitudine e di ammirazione per le donne di oggi e di ieri. Nell’Assemblea costituente della Repubblica italiana, nel 1946, entrarono 21 donne (su 556 membri). La stampa così le descrive: «Bianca Bianchi, socialista, vestiva un abito colore vinaccia e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza dove salì con i più giovani colleghi a costituire l’ufficio provvisorio, ingentiliva l’austerità di quegli scanni. Era con lei (oltre all’Andreotti, al Matteotti e al Cicerone) Teresa Mattei, di venticinque anni e mesi due, la più giovane di tutti nella Camera, vestita in blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Più vistose altre colleghe: le comuniste in genere erano in vesti chiare (una in colore tuorlo d’uovo); la qualunquista Della Penna in color saponetta e complicata pettinatura (un rouleau di capelli biondi attorno alla testa); in tailleur di shantung beige la Cingolani Guidi, che era la sola democristiana in chiaro; in blu e pallini rossi la Montagnana; molto elegante, in nero signorile e con bei guanti traforati la Merlin; un’altra in veste marmorizzata su fondo rosa».

Erano donne ben motivate e determinate nel confronto. Significativa la testimonianza di Maria Federici  in materia di accesso delle donne alla Magistratura.

L’Assemblea plenaria ha già votato l’art. 48 del Progetto di Costituzione, che diventerà l’art. 51 del testo definitivo («tutti i cittadini di ambo i sessi possono accedere alle cariche elettive ed agli uffici pubblici in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge»). Per i Magistrati lo stesso Progetto, all’art. 98 (diventerà il 106 definitivo), aggiunge: «Possono essere nominate anche le donne nei casi previsti dall’ordinamento giudiziario». Il comma viene in discussione nella seduta antimeridiana dell’Assemblea plenaria del 26 novembre 1947.

La parlamentare dc Maria Federici è inquieta, il comma è un “troppo che storpia”: non si vorrà attribuire alla legge ordinaria (l’ordinamento giudiziario) il potere di limitare l’accesso delle donne alle carriere giudiziarie? Propone di conseguenza di sopprimere l’intero comma.

Le parlamentari comuniste Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei propongono invece di mettere la questione in chiaro sottoponendo all’Assemblea questo emendamento sostitutivo: «Le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della Magistratura».

L’onorevole Giovanni Leone, a nome della Commissione proponente il Progetto di Costituzione, è tanto liquidatorio quanto esplicito: invita a non “drammatizzare questo problema”, la Commissione intende semplicemente sostenere che la legge che disciplinerà vita e sviluppo della Magistratura “dovrà tener conto della particolare adattabilità della donna” a quel contesto (insomma, saranno previsti requisiti specifici per le donne, distinti da quelli per gli uomini).

L’emendamento incautamente proposto dalle onorevoli Rossi e Mattei viene sottoposto a scrutinio segreto e respinto, la giornata sembra volgere disastrosamente per le donne.

Nella seduta pomeridiana la Federici ricompone un ragionamento con le colleghe comuniste e insieme a loro presenta un ordine del giorno che definisce già contenute nell’art. 48 sull’accesso di entrambi i sessi agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, le stesse garanzie di accesso per la donna alla Magistratura. L’ordine del giorno viene approvato, la volontà dei costituenti diventa sul punto esplicita, non ammettendo discriminazioni per la donna in Magistratura. Nelle legislature successive non sarà un percorso lineare ma il solco è stato tracciato.     

Per un approfondimento personale invitiamo il lettore a consultare gli Atti dell’Assemblea costituente, sedute del  26 novembre 1947: clicca e scarica i verbali della Seduta antimeridiana.pdf  e della Seduta pomeridiana.pdf 

(istitutodegasperibologna.it, 7 marzo 2016)

di Francesca Mandelli

«Questa invasione dei rapporti monetari anche nella procreazione è un tratto che si manifesta naturalmente in un ordine sociale basato sulla ricerca del profitto monetario, che deve trovare sempre nuove sfere in cui realizzarsi». «Queste donne vengono retribuite, quindi non si può pensare a quello che fanno come a un dono, ma come a uno scambio in cui il denaro cambia di tasca e i bambini cambiano di genitore». «Perché poi non si parla di autodeterminazione femminile per i casi in cui le surrogate decidono di tenere il/la figlio/a e invece devono abbandonarlo perché hanno firmato un contratto?». Ad affermarlo è Daniela Danna, studiosa e ricercatrice in Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Milano, e non un esponente cattolico dell’associazione Pro Vita. Ex attivista di Famiglie Arcobaleno, favorevole alle adozioni «perché le capacità genitoriali non dipendono dall’orientamento sessuale», classe 1967, Daniela Danna si occupa da anni di sociologia economica, rapporti tra i generi, sessualità, analisi dei sistemi-mondo e sociologia storica. Ha in corso diverse ricerche, tra le quali una sulla maternità surrogata. L’abbiamo intervistata, in un momento in cui la gestazione per altri (GPA) è al centro del dibattito politico e pubblico.

Nel suo libro (Contract Children, ndr) lei parla di madre di nascita e genitori sociali, cioè coloro che si prendono cura del bambino dopo la nascita, facendone un “paragone” con l’adozione. Quali sono le analogie e quali le differenze, soprattutto considerando diritti e doveri di tutti i coinvolti?
«I bambini vanno accuditi, non sono indipendenti! Se chi lo fa ha un legame di sangue con loro lo chiamiamo madre e padre naturali (ho scelto “madre di nascita” in inglese perché già presente nella terminologia legata all’adozione), altrimenti si tratta di padri e madri sociali (oppure, naturalmente, nonni, zii, amici dei genitori, maestre, tate e babysitter – che pure dovrebbero avere un diritto alla continuità affettiva se ingiustamente licenziate, magari per gelosia dei genitori). I diritti e doveri legali relativi a queste posizioni dipendono dallo stato in cui ci si trova e non posso fare una sintesi – la mia ricerca ha un taglio internazionale, ed è stata pubblicata in inglese dall’editore tedesco Ibidem. In alcuni, pochissimi stati è possibile commissionare un bambino da adottare, comperando i gameti e “affittando l’utero” di una donna. In California in questo modo si è riconosciuti genitori del/la bambino/a fin dalla sua nascita, cosa che rappresenta il trionfo delle compravendite di mercato sulle relazioni umane. Solitamente però la GPA viene fatta con almeno un gamete proveniente da chi commissiona il/la figlio/a».

Esiste un mercato, la domanda sembra essere sempre più alta e l’offerta, all’estero, non impossibile. Quali sono i prodotti di quello che viene definito anche bio-business?
«Il mercato di parti del corpo umano è vietato dalla convenzione di Oviedo. Questo divieto deve comprendere anche gli ovociti, il seme femminile, che non si stacca naturalmente dal corpo come il seme maschile. Gli ovociti devono essere estratti chirurgicamente sotto anestesia. Tanto più è vietato il commercio di bambini: lo è in diverse convenzioni internazionali, come ad esempio quella del 1989 di Stoccolma sui diritti dei minori. Però questi limiti sono sotto attacco perché il nostro sistema economico è il capitalismo, cioè l’allargamento della sfera della compravendita. Questa invasione dei rapporti monetari anche nella procreazione è un tratto che si manifesta naturalmente in un ordine sociale basato sulla ricerca del profitto monetario, che deve trovare sempre nuove sfere in cui realizzarsi. Inoltre il nostro ordine sociale capitalista ha bisogno di una popolazione in espansione, e quindi favorisce ogni possibilità di aumentare le nascite, come retribuire una donna perché porti avanti una gravidanza “in conto terzi” se la coppia committente non è in grado di farlo (ma anche se, per convenienza, non vuole). Purtroppo anche la cultura diffusa dai mass media (anch’essi di proprietà privata) va generalmente nella direzione della legittimazione dei rapporti di mercato, per cui assistiamo da anni a una propaganda più o meno sottile in cui le famiglie create prendendo i bambini alle loro madri, che li hanno fatti e partoriti, sono mostrate come esempi di felicità e autorealizzazione (partendo dalla premessa che ci si realizza diventando genitori, anche questo è molto discutibile). Così questa pratica viene pubblicizzata, mentre raramente si parla dei casi in cui i tribunali portano via i bambini alle madri che li hanno partoriti perché queste hanno firmato un contratto, che viene fatto valere anche se loro non vogliono più adempiere alla loro promessa faustiana».

Quanto è cresciuto il mercato della GPA negli ultimi dieci anni?
«Ci sarà sicuramente una sua diminuzione dal momento che l’India ha deciso di chiudere le frontiere agli stranieri che andavano là ad approvvigionarsi di bambini, con una stima di 1.500 nascite ogni anno per committenti stranieri. Come ho detto, gli stati in cui questa pratica è legale sono molto pochi, e una reazione internazionale si è già formata, a partire dai casi più scandalosi di bambini fatti su commissione e poi rifiutati perché disabili, cioè in quanto prodotti difettosi. La prospettiva di una convenzione internazionale che cancelli le leggi dei pochi stati che permettono la GPA è realistica e condivisibile».

Non sarebbe opportuno regolamentare la Gestazione per altri per evitare situazioni di illegalità e rischi maggiori in particolar modo per madri e bambini?
«La retorica di coloro che vogliono legalizzare questo mercato di bambini è che in mancanza di leggi specifiche, ci sarebbe un mercato nero e sfruttamenti peggiori – termini che restano nel vago. Come si fa a creare un mercato nero di figli? Non sono mica oggetti di contrabbando da nascondere, devono assumere legalmente un’identità. Al contrario la GPA deve essere introdotta da leggi specifiche. In Italia infatti non può essere praticata. La normalità in quasi tutti gli stati del mondo è che la madre è anche legalmente colei che partorisce – ci vuole quindi una norma che neghi questa evidenza nel caso di maternità intraprese per contratto. Anche il contratto deve essere validato con l’introduzione di una nuova norma, mentre ora è, giustamente, ritenuto contrario all’ordine pubblico. Non riesco a pensare per un neonato a un rischio maggiore (a parte ovviamente problemi di salute) che essere separato dalla madre. E si è detto che portare via un bambino a una madre che ha firmato un contratto di GPA è la forma suprema dell’alienazione del lavoratore, in questo caso lavoratrice, dal proprio “prodotto”. Un mercato nero di neonati non può esistere, perché un figlio è qualcosa che si deve esibire e della cui esistenza bisogna rendere conto, con il certificato di nascita, la registrazione all’anagrafe, etc. In India, per esempio, venivano emessi certificati di nascita che non riportano il nome della donna indiana che è stata messa sotto contratto, ma dei committenti. Questi certificati vengono portati all’estero, dove si spera che siano riconosciuti, dichiarando di avere partorito all’estero. Ma se provo a fare la stessa cosa in uno stato che non ha introdotto una legge che convalida il certificato di nascita falso, non posso nemmeno pensare di portare il neonato a casa mia se sua madre non approva il trasferimento. Nessuno fa una GPA a queste condizioni, cioè (dal punto di vista dei committenti) con questo rischio. Anche le coppie gay usano paesi, come la California e il Canada, in cui il nome della madre non compare sul certificato di nascita dei neonati che poi portano in Italia».

Alle femministe contrarie oggi alla GPA molti muovono la critica di non considerare l’autodeterminazione femminile e le esperienze vissute con convinzione e gioia. Portare a termine una gravidanza per altri non potrebbe essere configurata come una libera scelta della donna?
«Stiamo parlando di un lavoro. Queste donne vengono retribuite, quindi non si può pensare a quello che fanno come a un dono, ma come a uno scambio in cui il denaro cambia di tasca e i bambini cambiano di genitore. Mi chiedo poi perché ci si concentri sui casi di convinzione e gioia (ma quante lo avrebbero fatto senza una retribuzione?) e non su quelli di ripensamento, di battaglie legali, dell’ingiustizia di strappare un/a neonata/o a sua madre, quando la donna che aveva fatto una promessa ritorna sui suoi passi e trova impossibile abbandonare suo/a figlio/a. Quando entro in un rapporto di lavoro dipendente, la mia libera scelta è regolata dal diritto del lavoro. Non posso lavorare per qualcuno 24 ore al giorno per nove mesi e consegnare poi il bambino al committente come il mio prodotto! Almeno in Italia per fortuna questo non è possibile nel diritto del lavoro (per quanto massacrato dall’attuale governo), come lo è invece in India per le donne povere. Perché poi non si parla di autodeterminazione femminile per i casi in cui le surrogate decidono di tenere il/la figlio/a e invece devono abbandonarlo perché hanno firmato un contratto? Nessuno difende mai questa scelta – che è davvero un’autodeterminazione, perché trasgredisce all’impegno del contratto. Il lavoro non è mai questione di autodeterminazione, i suoi confini, cioè quanto il datore di lavoro può spremere dalla mia vita, sono determinati dalla lotta tra le classi, e quindi l’introduzione della GPA rappresenta una enorme sconfitta per le donne di classe inferiore. In Israele e Grecia, dove appunto questa pratica è legale, sono moltissime le immigrate che vi si sottopongono, naturalmente per guadagno. Io ritengo moralmente inaccettabile mettere al mondo degli esseri umani per venderli, non importa quanto i figli siano desiderati e non importa quanto le madri vengano pagate».

Famiglie Arcobaleno sembra voler rivendicare l’introduzione dei contratti di surrogazione in Italia. Cosa ne pensa?
«Purtroppo FA è un’associazione nata con un fine misto: fare socialità e fare politica. Quando fa politica la fa male: non è possibile non mettere un chiaro paletto etico sulla GPA da contratto. Infatti è questo il motivo per cui non è passata l’adozione come secondo genitore nella legge Cirinnà approvata al Senato. Di GPA e di etica l’associazione si è sempre rifiutata di discutere. Dieci anni fa ne facevo parte, e sono dovuta uscirne per le violenze verbali che hanno impedito di discutere della proposta di rifiutare il contratto di GPA fatta dal Gruppo Carta Etica, di cui facevo parte. Quindi la posizione di FA favorevole alla GPA all’epoca non è stata nemmeno discussa, ma data per scontata in modo dittatoriale e censorio. Le nuove socie nemmeno sanno che io stessa ho fatto parte della loro associazione».

Cosa ne pensa delle adozioni da parte delle coppie LGBT?
«Non dovrebbe esserci nessuna discriminazione nell’accesso all’adozione, perché le capacità genitoriali non dipendono dall’orientamento sessuale. Lo dicono le ricerche degli psicologi, e lo dice l’Associazione statunitense di psicologia APA».

Il dibattito sul genere, e la paura di una distinzione non più così definita tra i due sessi, da cosa derivano? In “Il genere spiegato a un paramecio” lei precisa che il concetto che è dato da molti per scontato, in realtà non lo è. Cosa vuol dire?
«Derivano dalla nostra cultura, improntata dal cattolicesimo a un pro-natalismo esasperato (in un’epoca di crisi ecologica!) con la sua concezione del sesso come finalizzato alla procreazione. Non c’è bisogno di una “teoria del gender” per capire che i ruoli maschili e femminili sono trasmessi dalla società, non dalla natura, e che la femminilità non appartiene solo alle donne come la mascolinità non appartiene solo agli uomini. Poi è stata Elena Gianini Belotti in “Dalla parte delle bambine” a mostrare nel vivo questa costruzione sociale, nelle interazioni tra adulti e bambini in un asilo nido, e nuove ricerche continuano a confermarlo. La costruzione dei ruoli sociali complementari maschile e femminile è funzionale alla dominazione maschile sulle donne, di cui anche la Chiesa è una espressione, con le sue gerarchie in cui solo uomini possono occupare le posizioni dominanti».

Daniela Danna è ricercatrice in sociologia generale presso l’Università degli Studi di Milano. Ha in corso ricerche sui matrimoni forzati, sulle teorie sulla popolazione e l’analisi del sistema-mondo, e sulla maternità surrogata. Ha pubblicato, tra i molti, il libro Contract Children. Question Surrogacy (Stuttgart, Ibidem), La prostituzione al chiuso in Europa: leggi e tendenze (Quaderni della Regione Emilia Romagna), Il genere spiegato a un Paramecio (Pisa, BFS), e per Eleuthera, Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era Globale. Fa parte del comitato scientifico delle riviste AG About gender e Sicurezza e Scienze Sociali.

(Gli Stati Generali, 5 marzo 2016)

Apre il 2 Marzo la mostra fotografica DONNA MOSTRA sul
femminismo in Italia a cura di Marina Santini e altre che Laura Minguzzi ha regalato nel 2009 a nome della Libreria delle donne di Milano a Tatjana che dirige il Centro  di cultura di genere di Karkov, seconda città dell’Ucraina dopo Kiev.
Per Tatjana Isaeva, amica di Laura Minguzzi, e per il paese è un grande avvenimento. Per Tatjana si è realizzato un sogno, così le ha scritto:

Татьяна Исаева ti ha taggato in Гендерные центры Харькова

Татьяна Исаева
2 marzo alle ore 7:25

Шановні колеги-харків,янки та харків,яне! Чекаємо на вас, скьогодні, 2
березня, у Центрі гендерної культури, вул. Ковальська, 9 о 15.30
Покажемо вам нову фотовиставку, яку подарували нам італійські жінки.
Дякуємо Laura Minguzzi! Розповімо про можливості співпраці, поділимося
друкованими матеріалами. ЧЕКАЄМО НА ВАС!

di Alessandra Borella

TEGUCIGALPA – È stata assassinata nella notte in Honduras la militante ecologista Berta Càceres. Nel 2015 aveva vinto il Premio Goldman per l’Ambiente, il più alto riconoscimento assegnato agli ecoattivisti per le vittorie conseguite nel proprio contesto comunitario e l’organizzazione del premio denunciava costantemente, sul sito e sui social, le intimidazioni e le minacce che la donna subiva, manifestando preoccupazione per il numero di attivisti ambientali uccisi: tra il 2010 e il 2014 101 persone, secondo la Ong Global Witness, nel solo Honduras.

(leggi il testo integrale dell’articolo)


Di capitolo in capitolo, e in ciascuno un libro intorno al quale ruotano incontri, aneddoti, riflessioni, Laura Lepetit racconta la sua storia e quella della sua casa editrice, La Tartaruga. Una autobiografia costruita come una galleria di ritratti, quelli delle amiche e delle autrici della casa editrice, che attorno a quel progetto formavano una comunità sempre in movimento.

Laura Lepetit ha creato e diretto una delle più belle case editrici italiane: La Tartaruga. Una casa editrice che pubblicava solo donne, ma con criteri letterari, non politici, e che ha contribuito a far conoscere molte delle più grandi scrittrici del nostro tempo: Doris Lessing, Alice Munro, Gertrude Stein, Edith Warton, Virginia Woolf, per dire solo di alcune. Lo ha fatto con quella grazia svagata con cui ora ci racconta la sua vita: l’esperienza del femminismo con Carla Lonzi, i viaggi per conoscere le sue autrici, Radio Popolare, la Libreria delle Donne, i gatti, i cavalli, mescolando al racconto le sue considerazioni ‘distratte’, il suo sguardo sulla vita pieno di humour e di candore. Un libro fatto di incontri, amicizie, epifanie che hanno segnato la storia culturale e editoriale italiana nello sfondo di una Milano nella sua stagione più viva, colta, europea.

Laura Lepetit, intellettuale e femminista, nel 1965 acquista con Anna Maria Gandini la libreria Milano Libri e nel 1975 fonda la casa editrice La Tartaruga, che ha diretto fino al 1997, quando dovendo sottostare alle leggi di un mercato editoriale sempre più rigido, ha venduto marchio e catalogo alla Baldini & Castoldi. La Tartaruga retta da Lepetit resta, nella storia dell’editoria italiana, una casa editrice di enorme importanza nella diffusione del pensiero e della letteratura femminile.

Laura Lepetit
Autobiografia di una femminista distratta
nottetempo editore
collana: cronache

pp. 112 – euro 12.00

dal 26 febbraio al 29 aprile 2016
Vernissage: 16 marzo ore 18.00
Fondazione Collegio San Carlo di Modena

Riflessione sulla complessità dell’immagine attraverso un’opera di Chiara Pergola.
Fondazione Collegio San Carlo, via San Carlo, 5 – Modena

Nell’ambito della programmazione sul tema ‘immagine’, cui sono dedicate le attività del Centro Culturale dell’intero anno accademico 2015/2016, la Fondazione San Carlo propone l’installazione Passanti (InDoor), realizzata da Chiara Pergola. Ponendosi in dialogo diretto con il luogo in cui si inserisce, la Sala dei Cardinali della Fondazione, e con gli osservatori, l’opera intende stimolare, attraverso i riflessi generati da 153 specchi di vetro sottile, una riflessione sullo statuto delle immagini e sul significato simbolico ed espressivo della loro percezione.
L’installazione sarà aperta al pubblico da venerdì 26 febbraio a venerdì 29 aprile, dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.30 alle ore 19.00 (escluse le festività pasquali, dal 24 al 29 marzo, e il 25 aprile). Per informazioni è possibile contattare il numero 059.421237.
Il vernissage, a ingresso libero, si terrà mercoledì 16 marzo alle ore 18.00. In occasione dell’incontro con l’artista verrà presentato il catalogo relativo all’installazione, a cura di Antonella Battilani, con un saggio critico di Elio Franzini, docente di Estetica all’Università di Milano e membro del Comitato Scientifico della Fondazione San Carlo.
“Lo sguardo nell’arte, nelle lame di vetro di Chiara Pergola, diviene vivo, interagisce con la forma artistica e con quel che la circonda, modifica il nostro stesso modo di vedere. Questi altri occhi sono tuttavia i nostri occhi, quelli con cui guardiamo il mondo, gli spazi che abitiamo. Le immagini con cui il mondo qui appare permettono a ciascuno di noi, nelle diverse ore del giorno, di disegnare una “propria” storia, dove l’immagine non è la “ripetizione” delle cose, bensì il luogo, e il tempo, in cui ne manifesta il senso espressivo…” (estratto del testo critico di Elio Franzini).
Chiara Pergola vive e lavora a Bologna. La sua ricerca, legata all’evoluzione della dimensione simbolica, dà origine a installazioni e interventi che rivelano la natura semantica di ogni forma espressiva e l’azione del segno sulla realtà. L’installazione Passanti (InDoor) è legata all’oggetto che ha dato origine alla sua esperienza artistica: un sottile specchio che, forzando a una visione convergente, costringe a prendere atto dell’intrinseca molteplicità dell’immagine.


Passanti (InDoor) INSTALLAZIONE
dal 26 febbraio al 29 aprile 2016

Orari: dalle 8.30 alle 19, dal lunedì al venerdì
Chiusure: festività pasquali, dal 24 al 29 marzo compresi, e 25 aprile
Info: Tel. 059.421237 o www.fondazionesancarlo.it.

Ufficio stampa FSC
Paola Ferrari
paola@paolaferrari.it
www.fondazionesancarlo.it

Testo critico sull’installazione Passanti/InDoor, a cura di Elio Franzini, professore di Estetica presso l’Università di Milano, membro del Comitato Scientifico della Fondazione San Carlo di Modena

Quando nell’arte appare lo specchio, la sua forza simbolica si presenta potente: l’opera non riproduce il visibile, bensì ne moltiplica le prospettive e le possibilità. L’arte, come nel lavoro di Chiara Pergola, diviene, per noi che passiamo, per noi passanti, varcare una soglia, attraversare una porta, quella linea sottile tra la forma e l’informe. Il “sapere” che è nelle immagini si coglie soltanto spezzando un paradigma regolistico, e classicistico, recuperando un’idea simbolica di forma, che è sempre compresenza – e mediazione – di visibile e invisibile. La “forma” artistica non è un’immagine mimetica, bensì è il senso simbolico dello spazio e del suo infinito moltiplicarsi in lame, in luce che si irradia, creando ombre, che sono nuove forme: esse derivano questo inestinguibile desiderio di “nuovo” dal voler essere “anamorfosi”, cioè stravolgimento della forma stessa, che ne mostra tuttavia l’interna forza, la volontà di espansione. Si inaugura qui un sapere figurale che non può essere “detto”, anche se è immediatamente, intuitivamente presente alla nostra realtà.
Lo sguardo nell’arte, nelle lame di vetro di Chiara Pergola, diviene vivo, interagisce con la forma artistica e con quel che la circonda, modifica il nostro stesso modo di vedere. Questi altri occhi sono tuttavia i nostri occhi, quelli con cui guardiamo il mondo, gli spazi che abitiamo. Le immagini con cui il mondo qui appare permettono a ciascuno di noi, nelle diverse ore del giorno, di disegnare una “propria” storia, dove l’immagine non è la “ripetizione” delle cose, bensì il luogo, e il tempo, in cui ne manifesta il senso espressivo. L’immagine, con le sue anamorfosi, si pone dunque, in questo lavoro, come punto di avvio per esibire il senso simbolico, espressivo e spirituale della percezione, per comprendere, infine, che dietro essa si cela un potere che in vari modi manifesta la relazione conoscitiva tra uno sguardo che afferra e le qualità degli spazi in cui “passiamo”.

Le lame di luce, gli specchi che Chiara Pergola getta verso l’alto, nascenti da solida base, ma ciascuno diverso dall’altro, e diversamente orientato, fanno comprendere che un’immagine è “simbolica” non quando viene descritta da una saggia iconologia, ma nel momento in cui, prima di questo orizzonte, costituisce il mondo come “organismo nascente”, come “operazione d’espressione”, che non allontana dalla realtà, ma che, indipendentemente da ciò che rappresenta, svela il senso profondo delle cose. L’artista, scrive il filosofo Merleau-Ponty, riprende e converte in oggetto visibile ciò che senza di lui resterebbe rinchiuso nella vita separata di ogni coscienza: rende l’immagine una “vibrazione delle apparenze” che rivela “la genesi delle cose”, inscindibile dalla realtà espressiva del nostro corpo.
Lo statuto di un’immagine è dunque legato a dimensioni estetiche, che si riferiscono in prima istanza alla percezione di uno spazio. Tale spazio di rappresentazione, la Sala dei Cardinali della Fondazione che attraversiamo, si offre così, grazie all’arte, alle sue stratificazioni di arte e di tempo, in molti modi, presentando, con il gioco dei riflessi, “luoghi” dell’immaginazione. Questo spazio, nella sua simbolicità, non è allora una nozione astratta, bensì una connessione che offre nuovi modi di orientarci nel mondo. Lo spazio, ci dice Chiara Pergola, non è una specie di etere nel quale sono immerse tutte le cose, bensì una potenza di connessione, che assume lo stile di uno spazio vissuto, che ciascuno di noi arricchisce, e nuovamente interpreta, con il proprio sguardo.

Spazi, dunque, da descrivere, senza che tale descrizione sia frantumazione del senso dello spazio stesso della rappresentazione, ma solo messa in rilievo di alcuni elementi del suo senso, che concorrono a delinearne una essenza che solo attraverso la nostra esperienza può manifestarsi. Gli specchi di Chiara Pergola, pur partendo da frammenti di vetro, non sono allora l’elogio di un frantumarsi della forma, bensì ne vogliono attestare un nuovo potere dialogico, che unisce l’invenzione fantastica e il senso filosofico, la situazione eccezionale e la ricerca della verità.

A partire dalle lame, e dai loro giochi di visioni e di ombre, si comprende il profondo rapporto tra rappresentazione artistica e funzione simbolica: perché vi sono forme di vita che non si riducono alla loro esibizione, bensì sono eventi che non possono svolgersi sul piano di una coscienza unica e unitaria, ma presuppongono quel dialogo tra coscienze cui il dialogo degli specchi allude. Queste opere di vetro sottile lanciato verso l’alto, che sono tra loro diverse, che esprimono punti di vista differenti, mostrano così un’esigenza comune, quella di esibire il manifestarsi storico di un “sentire” capace di spiegare i motivi di fondo che sono il senso, a volte invisibile, della storia stessa, il suo vivere simbolico in varie forme, in molteplici modalità non sempre rappresentative, espressione di differenti modi retorici per rivelare i sensi nascosti dell’immagine. La storia dell’arte, in particolare nella nostra contemporaneità, non si costruisce soltanto con le cronologie, bensì svincolando le forme da una rigida storicizzazione e cogliendone, senza rigettarne la storicità, gli spessori emotivi, afferrando che essa è una via per mostrare i sensi conoscitivi della rappresentazione, i suoi rapporti con la spazio-temporalità dell’esperienza. Il lavoro di Chiara Pergola, posto in un interno “storico”, ricco di autorevole passato, ricorda dunque a ciascuno di noi che passa, che attraversa la porta, che una narrazione cronologica e storica che non colga la potenza sincronica e diacronica racchiusa nelle immagini simboliche rischia, anche là dove rispecchia la consequenzialità dei linguaggi, di uccidere o depotenziare proprio l’intrinseca simbolicità della storia, che vive anche di salti, di legami analogici, di riunificazioni improvvise e apparentemente casuali tra le forme. Questi specchi fanno comprendere che il tempo lineare in cui viviamo è attraversato da lame di luce che ne arricchiscono la qualità, che ne moltiplicano le possibilità, in un incontro rinnovato e paradossale tra le forme dello spazio e quelle del tempo.

 

di Silvia Baratella

 

Claudio Vedovati ha pubblicato recentemente un intervento che ha il merito di rilanciare pregevoli riflessioni ed elaborazioni femministe degli anni ’90 su nuove tecnologie e riproduzione che credo ancora utili e importanti. Vedovati ricorda, citando Maria Grazia Giammarinaro, che a una donna non può essere imposto di essere o non essere madre né dallo Stato, né da un contratto, e che questa affermazione costituisce una mossa interessante con cui il pensiero femminista si sottrae all’«opposizione tra proibizionismo e libertà contrattuale». Poi però il discorso di Claudio prende una strana piega, assimilando di fatto il divieto di far ricorso alla maternità surrogata a una forma di proibizionismo e di messa sotto tutela delle donne che inficerebbe la libertà femminile (il testo, datato 10/12/2015 ma pubblicato il 24/2/2016, è intitolato Maternità surrogata, differenza e libertà e si può leggere sul sito DeA, all’indirizzo http://www.donnealtri.it/2016/02/maternita-surrogata-differenza-e-liberta/).

L’interdetto di commercializzare parti o funzioni del corpo umano, in virtù del quale il sangue e gli organi si donano ma non si vendono, sta anche alla base delle leggi che vietano di ridurre in schiavitù gli esseri umani; non si tratta di una dettagliata regolamentazione proibizionista, ma di un divieto semplice e secco che rappresenta una conquista di civiltà da non abbandonare. È nato dalle lotte contro lo schiavismo e oggi sottrae i nostri corpi al cannibalismo illimitato del mercato neoliberista. Riguarda l’inviolabilità del corpo, in cui rientra e anche la funzione della maternità, come ricordano le parole di Giammarinaro citate dallo stesso Vedovati.

Si può dimenticarlo se si prende come misura di ciò che è umano solo ciò che è maschile, per cui se non si possono comprare il sangue o un rene di un uomo, per analogia non si possono comprare neanche quelli di una donna. Ma dove le funzioni e l’anatomia di lei non coincidono con quelle di lui, la misura maschile non si contrappone alla mercificazione e lascia adito a una legiferazione sulla vita di lei minuziosa e invasiva.

 

Il dibattito attualmente in corso dà invece l’impressione che una misura femminile sia mancata anche tra diverse femministe, oltre ad alcuni uomini vicini al femminismo come Claudio, come se tutte e tutti sentissero che il “naturale” sviluppo dell’affermazione «l’utero è mio e lo gestisco io», che marcava l’inviolabilità e l’inalienabilità del corpo femminile e delle sue funzioni, sia oggi «l’utero è mio e se voglio lo affitto», che al contrario allude alla sua messa a disposizione del desiderio altrui.

Ma cancellare il divieto di commercializzazione di funzioni del corpo non conviene affatto alla causa della libertà femminile e in definitiva neanche agli uomini: i corpi infatti – anche quelli maschili – sono umani perché nati di donna, da una donna nella sua integrità. Rompere il legame tra il desiderio di lei (di avere un/a figlio/a per sé) e le funzioni del suo corpo rischia di fare del male ai figli e alle figlie che nasceranno, già oggi ridotti a prodotti che si possono scartare se non soddisfacenti in alcuni paesi in cui la maternità surrogata è legalizzata.

(www.libreriadelledonne.it, 4 marzo 2016)

di Anna Di Salvo

 

C’è un film, Orizzonti Mediterranei di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero, che con le Città Vicine abbiamo presentato al sesto LampedusaInFestival promosso dall’associazione Askavusa, nell’estate 2014, al quale ho pensato in questi giorni, dopo aver visto Fuocoammare di Gianfranco Rosi, salito agli onori della cronaca perché vincitore dell’Orso d’oro alla recente Berlinale.

Ho pensato a Orizzonti Mediterranei per contrasto: qui si coglie la sensibilità di due registe intenzionate a mostrare la realtà, spesso ostile, affrontata da donne che migrano da paesi arabi e africani sino ad arrivare al primo approdo disponibile dell’Europa che dista poche miglia dall’Africa: Lampedusa. Nel film, il punto di vista femminile fa da guida e da tramite per legare tra loro testimonianza e dolore che donne nigeriane, eritree, tunisine, hanno consegnato fiduciose “nelle mani”, in carne e ossa, di Enza Malatino, psichiatra dell’ambulatorio medico dell’Isola. E così si viene a sapere di abusi sessuali e percosse tra i deserti e la Libia, di donne annegate, affamate e calpestate nei barconi e dell’amara accoglienza riservata a donne e uomini prima e dopo l’identificazione e lo smistamento nei vari Cara, Cie e Hot Spot siciliani. Da testimone parla anche Isokè una nigeriana sfuggita ai suoi sfruttatori, che ha fondato un’associazione che aiuta le migranti a sfuggire alla tratta e a sottrarsi ai ricatti e alle minacce dei contrabbandieri di corpi di donne. Pina e Maria Grazia si sono recate spesso davanti ai cancelli del Cara di Mineo per riprendere le scene inquietanti di donne africane che venivano prelevate in certi macchinoni dai protettori per essere portate nelle strade provinciali a prostituirsi. Anche noi delle Città Vicine, che siamo presenti nel film, abbiamo assistito a queste scene al Cara di Mineo, abbiamo cercato di prendere contatti con quelle ragazze senza ottenere grandi risultati, vista la presenza minacciosa dei protettori e abbiamo visto vanificarsi le denunce fatte insieme all’associazione Astra di Caltagirone indirizzate a magistrati/e che operano in quella giurisdizione, affinché ponessero fine allo scempio di quelle vite.

In molte delle sue riprese, Orizzonti Mediterranei offre, nella ripetitività angosciante ma delicata delle scene dei e delle migranti tratte in salvo, dei trasferimenti o dei rimpatri, così come nelle musiche, nelle didascalie e nelle immagini di opere tratte dalla mostra mail-art Lampedusa porta della vita, il senso dell’attenzione femminile riferita al vivente e alle ragioni della vita. Ne viene una netta condanna e il rifiuto di tutte le guerre e della militarizzazione che ha colonizzato le nostre terre del sud, che tante devastazioni e tragedie sta causando, costringendo interi popoli a migrazioni forzate. Per significare l’inaccettabilità delle morti che accadono nel mare, le registe hanno scelto di mostrare in sequenza le opere fotografiche di un’artista catanese nelle quali si vedono moltissime foglie che galleggiano sul mare e sotto ogni foglia s’intravedono scritti i nomi orientali di donne e di uomini: Fatima, Omar, Abdul, Sheila…

 

Nel film Fuocoammare, ambientato interamente in una insolita Lampedusa invernale e che si avvale di magnifiche riprese, invece le donne non esistono: non ci sono né le abitanti nel paese, né le migranti nel suo mare, se non per intravederle in qualche sbiadita e stereotipata, apparizione… Oltre a un bambino disorientato, di cui l’unica presenza femminile nella vita è l’anziana nonna, abbiamo un sub solitario, un medico solitario che non si avvale, almeno questo Rosi fa apparire, dell’aiuto indispensabile di valenti collaboratrici/tori che sappiamo esserci al poliambulatorio di Lampedusa. E c’è poi una maestra invisibile e scontenta, della quale si ode solo la voce, un’anziana signora che liscia a lungo ogni mattina le coperte del suo letto, bacia Padre Pio e le altre statuette presenti, e richiede alla radio locale canzoni del tempo che fu… E le migranti? Rosi coglie l’umanità del medico Bartolo nell’eseguire un’ecografia a una migrante incinta, ma non coglie il dato tremendo, che la migrante per trovarsi incinta in quel frangente vuol dire che probabilmente è stata violentata in Libia o altrove. Ancora, una migrante è inquadrata per pochi attimi sulla nave che l’ha salvata, in un gesto disperato insieme a un’altra compagna… mentre un giovane rapper nigeriano, nell’Hot Spot di contrada Imbriacole, canta, di sé, del lungo viaggio, dei suoi compagni, e narra d’essere stato violentato in Libia.

Inoltre, il regista non sembra consapevole del processo di militarizzazione che sta devastando Lampedusa insieme ai corpi delle e dei suoi abitanti colpiti in tanti/e da leucemie e altri malanni, e mostra quei radar, quelle antenne, quel mare invaso da vedette e mezzi di perlustrazione e quei cieli oscurati dagli elicotteri militari che perlustrano il mare con i “raggi di fuoco” quasi fossero parte integrante e necessaria del paesaggio lampedusano. Non si domanda il perché di quei mezzi e di quelle apparecchiature belliche di terra, di cielo e di mare che hanno invaso luoghi e spazi che non molto tempo fa rendevano l’idea del paradiso… C’è solo l’oggi. Ma dell’oggi di Lampedusa, Rosi non vede o non vuol vedere che c’è chi non accetta tutto questo e si muove: l’energia di donne come le Mamme di Lampedusa, dei e delle giovani come quelli e quelle dell’associazione Askavusa, che con esperienza e maestria comunicano col mondo intero attraverso strumenti informatici di ultima generazione, promuovono esami epidemiologici per difendersi dalle radiazioni dei radar e progettano scuole ecosostenibili per i bambini e bambine dell’isola, e artisti/e che si esprimono su quanto di bello e di brutto è accaduto negli ultimi decenni nell’isola ecc.

Chi fa un film fa delle scelte e certo non può mostrare tutto, ma io ho sentito poca verità in Fuocoammare di Gianfranco Rosi, e mi dispiace.

 


(www.libreriadelledonne.it, 3 marzo 2016)