Torreglia (PD), Casa Sacro Cuore, Suore S. Francesco di Sales o Salesie, via Rina 2. 21-22 Maggio 2016. Convegno organizzato dall’Associazione Culturale Identità e Differenza Rete nazionale di Donne e Uomini in relazione di differenza con Sede a Spinea (VE).

 

Donne e Uomini LA DIFFERENZA ALLA PROVA DEL MONDO

 

La fine del patriarcato è un evento che va visto su scala globale. È la differenza che accade, anche in forme impreviste, è miseria che viene meno. La fine del patriarcato significa anche crisi delle categorie che organizzavano la convivenza: democrazia rappresentativa, welfare, nazionalismo, famiglia patriarcale, separazione tra pubblico e privato, orientamenti sessuali definiti normativamente. In questo orizzonte, i conflitti prodotti dalla globalizzazione e il conflitto della differenza hanno lo stesso terreno: il fondamento materiale e simbolico del vivere, il senso dell’uguale e del diverso, l’orizzonte del desiderio e quello della norma, il rapporto con il pensiero e le pratiche attraverso le quali si nasce, si vive e si muore. Il fenomeno dell’immigrazione, con i suoi drammi, le sue speranze e le sue scommesse, è un’occasione per cogliere il senso profondo del cambiamento.

La politica delle donne è la politica, e deve arrivare anche là dove si decidono le sorti delle genti e dell’economia, luoghi apparentemente distanti dove però si annidano contraddizioni e conflitti, in primis quello tra i sessi. I fatti di cronaca da molti anni ormai raccontano dei nostri mari come cimiteri marini, delle politiche di accoglienza che da un lato alzano muri e fili spinati per chi scappa dalle guerre, e dall’altro ritengono indispensabile la manodopera straniera per l’economia dei Paesi europei. Sono queste politiche che ci pongono di fronte a una contraddizione viva: tra gli immigrati ci sono molti giovani maschi soli, senza famiglia, senza legami affettivi e in difficoltà rispetto all’emancipazione femminile. Possiamo capire le ragioni del disagio e della rabbia che li muovono: arrivano in paesi in cui tutti hanno tutto e loro nulla; stanno in paesi che hanno bisogno di loro ma contemporaneamente li rifiutano; lasciano legami e affetti per trovarsi soli ed emarginati, in luoghi con usanze che non comprendono. Pensiamo sia ai flussi di immigrati che cercano lavoro, sia ai profughi che scappano dalle guerre, ma anche ai giovani di seconda o terza generazione che vivono nelle banlieue o nelle periferie e si arruolano nell’ISIS. Una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica, ma come ci poniamo, come donne e uomini, di fronte a questa rabbia e disagio maschile?

Un recente libro, Sguardi stranieri sulla nostra città, racconta, attraverso le parole di immigrate e immigrati, chi siamo noi e come abitiamo il nostro spazio e il nostro tempo. Il filo rosso che lega le storie e le testimonianze del libro è quello che prova chi arriva in una cittadina italiana da paesi lontani. L’immigrazione, per il tramite delle vive parole di donne e uomini migranti, diventa quindi il soggetto che parla di noi, non l’oggetto del discorso, il tema scottante su cui intervenire, e invita chi legge a una messa in discussione di verità e pregiudizi attraverso lo specchio dell’altro.

Sovvertire, lasciarsi spiazzare, farsi attraversare dalla differenza dell’altro per mettere a fuoco e affermare la propria differenza e costruire una convivenza vera (non solo il plurale accostamento di diversi punti di vista) è ciò che di meglio la politica delle donne ha da offrirci e che la politica dei partiti e delle istituzioni potrebbe cogliere.

E però. Se la politica delle donne è già all’opera in quel movimento profondo che produce e sostiene legami, progetti e forme di vita, se la libertà femminile avanza attraverso le vite concrete di donne e uomini e cambia le condizione del vivere di tutti, spesso in questo presente tormentato il senso della differenza inciampa, fin dentro “il femminismo”. Pensiamo alla neutralizzazione della differenza in molti movimenti contemporanei, anche femministi, seguiti dai/dalle più giovani che, nella tendenza all’indifferenziato e nel disegno di una società senza differenza sessuale, vedono un progetto politico di libertà.

Il mondo va avanti e ci attraversa con tutte le sue contraddizioni: nell’incontro di Torreglia vogliamo procedere restando attaccati a quello che succede a partire dalla differenza e dalla libertà femminile, sapendo che si comincia a pensare una libertà maschile distante dal potere.

Laura Colombo, Sara Gandini, Marco Deriu, Claudio Vedovati

 

Per informazioni: Laura Colombo – dracena@tiscali.it Marco Sacco – marco_sacco@live.it Adriana Sbrogiò – adriarca1@gmail.com Sito: www.identitaedifferenza.it

 

 

(www.libreriadelledonne.it; 21 maggio 2016)

di rivista Una città

 

Qui il sommario:

http://www.unacitta.it/newsite/sommari.asp?anno=2016&numero=228

 

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La copertina è dedicata ai giovani “riformisti” iraniani.

 

Davanti alle file di disperati in marcia lungo il corridoio balcanico, agli sbarchi in Grecia e in Italia, alle immagini delle popolazioni affamate e impossibilitate a fuggire dalla Siria, l’Europa, in assenza di una politica migratoria, si è mossa finora in ordine sparso, tra la generosità, per qualcuno sconsiderata, della Germania e la chiusura quasi totale dei paesi dell’Est. Massimo Livi Bacci ci spiega perché è importante distinguere tra chi arriva spinto e attratto da ragioni economiche ed esistenziali, il cui accesso può essere governato e perfino negato, e chi invece fugge da guerre e dittature, che va accolto indistintamente. La triste prospettiva di un’Europa vecchia e piena di paure che solo l’arrivo di nuove generazioni può migliorare.

 

Fare figli non è un diritto incondizionato. Luisa Muraro, femminista della differenza, ci spiega perché la maternità surrogata, a suo avviso, è un attacco frontale alla relazione materna, da cui riceviamo la vita e la parola. Muraro polemizza anche con un modo di vedere il mondo fondato solo su obbligatorio e proibito, dove ciò che non rientra nelle due categorie è indifferente e ogni possibilità vale l’altra. L’opportunità di introdurre la differenza sessuale nel diritto, la cui neutralità finisce per penalizzare le donne.

 

In un sistema sanitario alle prese con una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche, dove l’obiettivo è ridurre i ricoveri e limitare al minimo gli accessi al pronto soccorso inappropriati, la figura dell’infermiere, per vocazione attento più all’interesse della persona che alla sua patologia, ha grandi potenzialità anche nel rapporto tra l’ospedale e il territorio. Maurizio Zega e Elisabetta Trinchero ci parlano della Centrale di continuità assistenziale del Gemelli, un’unità nuova, gestita esclusivamente da infermieri dove si comincia a lavorare per la dimissione del paziente fin dal primo giorno.

 

Per le storie di lavoro, il racconto di Ivan Odinelli, piastrellista e pavimentista, sulla sua esperienza a Montecarlo, dove chi lavora deve temere soprattutto i portieri dei palazzi. La scelta di emigrare con la famiglia in Francia, dove, fra l’altro, mettere su una ditta individuale è semplicissimo.

 

Come vanno interpretati i risultati delle ultime elezioni in Polonia che hanno visto tornare al potere una destra nazionalista, autoritaria e antieuropea? Konstanty Gebert ci parla di un paese dalla memoria corta e del perché la Siria gli ricorda la Spagna, quando i comunisti sostenevano i comunisti, i fascisti sostenevano i fascisti ed entrambi trucidavano i moderati; la debolezza di un’Europa dove i cittadini sono contenti di poter viaggiare senza attraversare frontiere e senza cambiare moneta e dove però nessuno si assume la responsabilità e l’onere di far funzionare questo nobile progetto di unione.

 

A Imola una fondazione bancaria ha acquisito la straordinaria biblioteca di Luigi Fabbri, maestro e intellettuale anarchico costretto a fuggire in America Latina perché non aveva voluto giurare fedeltà al regime fascista. Giuseppe Savini e Massimo Ortalli ripercorrono il tribolato percorso fatto dai preziosi libri di Fabbri, prima salvati dalla straordinaria generosità di Torquato Nanni, poi apparentemente scomparsi e infine ritrovati, soprattutto grazie alla passione e alla tenacia di Ortalli.

 

“La città di Soissons occupata dai tedeschi e abbandonata dalle autorità, venne letteralmente salvata dal panico e dalla distruzione da una donna, la signora Macherez, che recatasi dal comandante delle forze nemiche gli dichiarò di rappresentare il sindaco, assente, e di assumere tutta la responsabilità della sua carica”. Per il “reprint” pubblichiamo un testo uscito sull’Almanacco Italiano del 1916.

 

Nel sito è consultabile gratuitamente anche l’intero archivio di interviste di “Una Città” (oltre 2400).

Se non vuoi più ricevere avvisi di questo tipo scrivi a mailing@unacitta.org

 

(www.unacitta.it, 24 marzo 2016)

di Francesca Zambelli

 

Non mi interessa girare intorno al film Fuocoammare: penso a una rappresentazione parziale della realtà e ne accetto la parzialità, penso che scrittori poeti registi – a qualunque sesso appartengano – non rappresentano tutto: non lo vogliono fare e io aggiungo: è meglio che non presumano di doverlo fare. Ognuno/a taglia la realtà col proprio sguardo per rappresentarne un pezzo, per dirne una parte.
È così anche per il tuo documentario: lo sguardo soggettivo corrisponde a te, alla tua sensibilità e a nessun’altra. Ma non c’è ‘tutta’ neppure Pina Mandolfo: non c’è per esempio lo sguardo che nel tuo intervento scritto posi sullo “stereotipato e servile quotidiano” delle donne che Rosi ha filmato, non ti piace l’anziana signora “che accudisce”, non c’è lo sguardo di sufficienza per “il buon isolano che accoglie e cura”…
Nel tuo intervento c’è invece l’allarme pedagogico suscitato dal piccoletto che si costruisce una fionda e mima l’uso di una mitragliatrice. Tra parentesi: dai 3 anni in poi una folla di piccoli chiede a Gesù Bambino spade carriarmati Ferrari in miniatura ecc. e sono in genere maschietti. Temo che Rosi, come te e come me, lo sappia ma il programma educativo non era nelle intenzioni del regista.
È sbagliato? Che film vogliamo vedere quando andiamo a vedere un film e chi lo dovrebbe girare per noi?
Quelle donne, quel medico, quel bambino esistono davvero, sono pezzi di realtà: è lo sguardo su quei pezzi di realtà che ci divide ed è per questo che ho amato il film di Rosi.
Ciao, Francesca Zambelli

 

(www.libreriadelledonne.it, 24 marzo 2016)

 

 

 

di Marco Tosatti

 

L’editrice La Scuola ha pubblicato un nuovo libro di Luisa Muraro, figura storica del femminismo italiano, che dal titolo rende chiaro il suo obiettivo: L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Editrice La Scuola, pagg. 86, euro 8,50).

Scrive fra l’altro la Muraro: “L’idea di commissionare la confezione di una creaturina umana con un regolare contratto commerciale, non so se sia mai apparsa in qualche romanzo di fantascienza per descrivere gli usi e costumi di una civiltà aliena. Sicuramente è apparsa sul pianeta Terra. Non come una fantasia, ma come una pratica garantita dalla tecnoscienza e dal diritto commerciale […].Il poco che si sa di questa pratica nel breve termine, si presta a tutte le interpretazioni”.

L’autrice nega che alla base della pratica, portata alla luce della ribalta solo qualche settimana fa dal caso Vendola, possa esserci una difesa della maggiore libertà dell’individuo: “La più risibile difesa della maternità surrogata è quella che protesta contro i divieti e le proibizioni, in nome della libertà. Qui non si tratta di proibire, si tratta di non sbagliare”.

E sottolinea il volto del business che si è già creato: “L’idea di istituire un mercato per le creature del corpo femminile fecondo, che conseguenze potrebbe avere? Un mercato equivale alla possibilità di fare soldi e per alcuni (quanti?) non sarà altro che questo, affari e profitto…”.

Muraro nega la validità di uno slogan storico del femminismo: applicare alla surrogata lo slogan “l’utero è mio” è un controsenso. “Prendeva il suo significato dal contesto di una mobilitazione per assicurare alla singola la prospettiva di una maternità liberamente desiderata. Nel caso presente, invece, si tratta di subordinare la fecondità personale a un progetto di altri, che saranno i titolari del suo frutto e dettano le condizioni del suo svolgimento. Nondimeno quello slogan era sbagliato già allora, così com’è una semplificazione parlare di diritto per l’interruzione volontaria della gravidanza”.


(www.lastampa.it, 23 marzo 2016)

 

di Alessandra Sarchi

Mentre negli Stati Uniti col denaro e con i contratti si regola il tutto, in Europa si tenta di moralizzare la Gpa, invocando la pratica del dono. In ciascuno dei due casi evitando la domanda essenziale: è giusto nascere così?
Cosa c’è di più seduttivo e incantevole di un cucciolo? Quelli della specie umana, i bambini che già si reggono sulle proprie gambe ma pronunciano ancora pochi vocaboli, gorgheggi ed ecolalie, mamma o papà, pappa e nanna – e lì il mondo magicamente finisce – sono davvero irresistibili. È esperienza comune, anche di chi non ne ha avuti di propri. Davanti a un bambino ridente, ci sentiamo, noi adulti, indotti alla tenerezza, alla protezione, alla curiosità, alla semplificazione dei bisogni e del loro soddisfacimento, diventiamo in genere più sorridenti e giocosi a nostra volta. In poche parole diamo fiducia alla vita. Su questa dinamica psicologica, così perfettamente coordinata alla sopravvivenza della specie, si basa la maggior parte della pubblicistica e della retorica, tanto discorsiva quanto visiva, che ho incontrato andando a visitare i siti web delle cliniche statunitensi che praticano la Gpa o maternità surrogata (extraconceptions.com; growinggenerations.com; openarmsconsultants.com) ammessa in molti stati, non in tutti, come legale e fiorente business.

Uso fin da subito la parola business perché mentre scorrono in sottofondo avvolgenti jingle, e neo-genitori impeccabilmente rappresentati da una coppia etero, una coppia gay e un single palleggiano sorrisi e pupi, io non posso fare a meno di essere distratta e allarmata da alcuni termini che fanno capolino nei loro discorsi: sono grati alla clinica perché li ha seguiti passo passo in tutte le fasi contrattuali, economiche, mediche e psicologiche, sono grati alla loro rispettiva surrogate perché è stata così amorevole, una brava mamma, ma al tempo stesso ha mantenuto la necessaria distanza, la necessaria disconessione emotiva, e sono contenti di aver lavorato insieme.

Non ho nessuna ragione per ritenere, fatta la tara all’ovvia cornice promozionale in cui sono stati realizzati questi video, che le persone intervistate non fossero in buona fede, cioè sinceramente e legittimamente desiderose di avere un figlio e costruire una famiglia. Non riesco tuttavia ad assimilare con serenità emotiva né con buona pace della mia cultura etica l’idea del lavoro, del contratto, del profitto nonché della disconnessione psicologica a una gravidanza, senza poi considerare il termine stesso di surrogate, con cui la gestante viene nominata. Dunque, per nove mesi, senza contare quelli di preparazione ormonale e il parto, una donna deve essere o fare la brava mamma, poi però siccome è un lavoro, il tutto finisce con la consegna del prodotto del lavoro: un bambino.

L’argomento invocato per sostenere la disconnessione psicologica delle gestanti è curiosamente biologico: il feto che porti in pancia non ha il tuo Dna, non ti appartiene. Mentre, al contrario, si sostiene l’elaborazione della genitorialità su base simbolica e volontaristica: tu sei mio figlio, non perché ti ho generato materialmente (a volte sia ovulo che gamete sono estranei a chi richiede un bambino con la Gpa) ma perché ti ho voluto, desiderato (pagato). Ciò che mi sembra mancare in questa asimmetrica bilancia è la considerazione che durante quei nove mesi si stabilisce una relazione, mentre si genera una nuova vita. Sia della relazione, che della nuova vita, qualcuno ha preventivamente stabilito il prezzo e le modalità.

Ho scelto di proposito esempi del mondo occidentale, perché se poi andassimo a verificare a quali condizioni avviene la Gpa altrove troveremmo forme di schiavismo e abuso della persona vere e proprie. E tuttavia, mentre negli Stati Uniti l’assimilazione della gravidanza e della cessione del proprio corpo e di un’altra vita a un lavoro retribuito non crea problemi, da questa parte dell’Atlantico, come ha ricordato Valentina Pazé, la Carta dei diritti Fondamentali d’Europa stabilisce all’articolo tre «il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro» il che non ha impedito ad ogni Stato membro di elaborare una propria legislazione in merito, essendo il divieto assoluto alla Gpa vigente solo in Germania, Svezia, Francia e Italia. Il 15 marzo 2016 il Consiglio d’Europa si è di nuovo pronunciato sfavorevolmente rispetto alla proposta di legalizzare la Gpa in tutti gli aderenti all’Unione.

Questo non frena il turismo procreativo, anzi molti di coloro che sostengono l’apertura alla Gpa lo usano come argomento: per regolamentare una pratica che confinata all’illecito rimarrà sempre invischiata con lo sfruttamento e la diseguaglianza, per umanizzare uno scambio che se “fatto sotto casa” e magari con la tutela della sanità nazionale, anziché con perfetti sconosciuti all’altro capo del mondo, potrebbe consentire di mantenere una relazione fra la gestante e il bambino, fra i genitori e la gestante e chi lo sa magari anche con i donatori del prezioso materiale genetico, ovuli e spermatozoi, o entrambi.

Mentre negli Stati Uniti col denaro e coi contratti si regola il tutto, in Europa, e in parte anche in Canada, si tenta di moralizzare la Gpa, invocando la pratica del dono, antitetica a quella commerciale, ipotizzando condizioni di tutela molto più ampie della volontà della gestante, che in corso d’opera potrebbe cambiare idea, o viceversa limitando la possibilità di praticarla solo a consanguinei o amici. Entrambe queste logiche, quella commerciale e quella oblativa, eludono la domanda essenziale che qualsiasi riflessione bioetica deve porsi: è giusto, è buono nascere così? Disporre così della vita altrui? Non è una domanda oziosa e non si potrà obiettare che è stata superata dalla realtà dei progressi tecnologici e biomedici, anche la scoperta della scissione nucleare ha portato alla costruzione della bomba atomica, ma il suo uso non è auspicabile né ineluttabile.

Non ho una risposta netta, continuo a interrogarmi come altri stanno facendo, ad esempio Helena Janeczek qui su pagina99 e con un diverso approccio. Propenderei per una restrizione davvero estrema di tale pratica di concepimento e con il maggior numero di tutele possibili, ma al tempo stesso credo che la risposta definitiva spetterà alle generazioni nate in quel modo, che non saranno sorridenti bambini per sempre, ma diventeranno presto adulti con le loro domande, le loro rivendicazioni, la loro pacificazione o la loro possibile condanna di un sistema di vita che ci sta rendendo sterili e forse succubi di una mitologia demiurgica post-umana.

(Pagina99, 22 marzo 2016)

di Mariolina Iossa

 

Su questa materia, legiferare il meno possibile: come dimostra questa sentenza, c’è già la possibilità dell’adozione, valutando caso per caso. Quello che chiediamo alle giudici, ai legislatori, agli uomini che vogliono l’adozione, è che la madre non sia cancellata. (Nota della redazione del sito)

 

Nuova sentenza storica del tribunale per i Minori di Roma. I giudici hanno concesso l’adozione di un bambino, un maschietto di tre anni, figlio naturale di un uomo che vive stabilmente in coppia da oltre 12 anni, al compagno di quest’ultimo. I due si sono sposati cinque anni fa in Canada e sempre in Canada, dopo alcuni anni, sono tornati quando hanno maturato la volontà di avere un figlio, per ricorrere alla maternità surrogata. Hanno scelto il Canada, è scritto nella sentenza, perché «è il Paese che maggiormente garantisce i diritti alle coppie omosessuali e soprattutto proibisce la maternità surrogata con finalità commerciali, ammettendo solo quella su base volontaria».

Questa sentenza di adozione del figlio del convivente omosessuale l’ha firmata ancora una volta Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i Minori di Roma fino a metà dello scorso gennaio. Lo ha fatto prima di andare in pensione ed è una decisione ormai inappellabile perché la Procura non ha fatto ricorso e sono scaduti i termini.

«Come sempre, abbiamo privilegiato l’interesse superiore del bambino, che nel caso specifico sta frequentando la scuola dell’infanzia in maniera del tutto serena – ha commentato la stessa Cavallo -. Mi auguro che la nostra linea continui a essere condivisa dal tribunale di Roma e da quello di altre città».

Il collegio ha fatto ancora riferimento alla legge sulle adozioni 184 del 1983, «come modificata all’articolo 44 (“adozione in casi particolari”) nel 2001». Ma anche alle Convenzioni internazionali a tutela dell’Infanzia, alla Convenzione di Strasburgo, alla giurisprudenza italiana che comincia a diventare robusta riguardo alla stepchild adoption, alle pronunce della Corte costituzionale.

Il bambino, riferiscono i Servizi sociali, la pediatra e le maestre dell’asilo, è sereno, ha un normale rapporto con gli altri bambini, ha una famiglia nella quale è stato da subito inserito, nonni di riferimento che si prendono cura di lui, una zia con due figlie piccole con le quali gioca, è stato anche battezzato e «può conoscere i diversi modelli di famiglia, non restando in alcun modo isolato o pregiudicato a livello emotivo». Sottrarlo al padre naturale, secondo i giudici, al suo compagno, alla sua famiglia e dichiararlo adottabile avrebbe prodotto in lui un grave trauma.

Ma soprattutto, è scritto nella sentenza, l’«esistenza di rapporti familiari già consolidati», depone a favore, anche da un punto di vista giuridico, «di ogni modello familiare» quando si accerta che questo è «luogo di sviluppo e promozione della personalità del minore». I giudici hanno ritenuto che la normativa sulle adozioni «debba poter essere interpretata alla luce delle emergenze sociali che sollecitano per il riconoscimento di nuove forme di genitorialità».

«Anche se la politica non decide il mondo va avanti comunque», ha twittato la senatrice Monica Cirinnà, promotrice del disegno di legge sulle Unioni civili che è stato approvato dal Senato e deve essere ora licenziato dalla Camera.


(Corriere della Sera, 22 marzo 2016)

 

di Emanuela Irace

Uscito in edizione italiana il secondo volume dell’autobiografia di Sakine Cansiz. Fondatrice del Pkk, imprigionata e torturata per dieci anni, muore in un attentato

Simbolo della resistenza e della battaglia per l’emancipazione femminile, Sakine Cansiz è l’icona dell’anima collettiva e rivoluzionaria del movimento di liberazione curdo. Nome in codice Sara. Combattente e guerrigliera fin dagli anni Settanta, è una delle due donne co-fondatrici del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, formazione tutt’oggi nella lista nera dei movimenti terroristi, secondo i desiderata di Turchia, Usa e Ue.
Nonostante le richieste provenienti da più parti di considerare il Pkk legittima forza di resistenza ed emblema di lotta contro le persecuzioni a base etnica. E nonostante la guerra condotta con successo contro le milizie jihadiste del Daesh in Siria e Iraq, o forse proprio per questo. Sakine nasce nel 1958 a Tunceli, nella Turchia centro-orientale da una famiglia tradizionale di religione sciita che non condivide le sue scelte politiche, al punto che, giovanissima, fugge ad Ankara dove incontra il leader curdo Abdullah Öcalan. È l’inizio della svolta. Consapevole che nessun movimento rivoluzionario può prescindere dalle donne, Sakine Cansiz partecipa attivamente alla battaglia per la liberazione dei territori curdi violentemente assimilati dalla Turchia.

Nel 1979 viene arrestata e per dieci anni resiste alle torture nelle carceri turche. Tutta la sua vita coincide con la storia del movimento di liberazione curdo. Dal periodo in cui questo si andava formando fino al momento cruciale in cui la sua esistenza si spezza sotto il fuoco di una scarica di proiettili assassini: omicidio politico.
Sakine Cansuz muore a Parigi il 9 gennaio 2013 insieme alle compagne Fidan Dogan e Leyla Saylmez. L’esecuzione avviene nel decimo arrondissement, negli uffici del Centro di informazione del Kurdistan dove le tre donne vivevano e lavoravano. Un atto ignobile, a pochi giorni dall’annuncio dell’apertura di negoziati tra Ankara e Abdullah Öcalan. Una esecuzione che sembra portare la firma del Mit, il potente servizio segreto turco. Non è un mistero che su Sakine si concentrasse l’attenzione del Governo.
La notizia del triplice assassinio fa il giro del mondo e nel cordoglio generale il ritratto che ne fa la parlamentare Sebahat Tuncel(intervistata da NOIDONNE proprio nel 2013) ben si adatta alla forza del carattere di un personaggio dai tratti decisamente epici: “Sakine è stata un esempio formidabile per tutte noi, siamo cresciute sentendo parlare di lei e di come riusciva a sopportare la tortura del carcere reagendo contro i propri aguzzini e sputando loro in faccia, senza mai piegarsi nè arrendersi alle violenze. La sua battaglia è sempre stata duplice: contro il feudalesimo del dominio maschile e a favore dei diritti negati al popolo curdo”.

Femminista e guerrigliera, leader politica e scrittrice con un proprio punto di vista e una elaborazione di genere anche sulla guerra, Sakine lascia il proprio testamento politico nella corposa autobiografia iniziata nel 1996. “È probabilmente il primo libro che descrive il movimento di liberazione visto da una donna”, si legge nella prefazione al secondo volume di “Tutta la mia vita è stata una lotta” uscito a gennaio in traduzione italiana, per l’edizione Mezopotamien Verlag a cura di UIKI Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan. Un testo da cui emerge l’analisi lucida della persecuzione subita dal suo popolo accanto al racconto quotidiano, ai limiti dell’umana sopportazione, del sistema carcerario turco.
All’introspezione psicologica e alla descrizione dei caratteri, Sakine unisce la ricerca di metodo. Un libro che squarcia il velo del silenzio e del compromesso di chi per convenienza politica preferisce non vedere, dimenticando i principi minimi di legalità riconosciuti a livello internazionale.

(www.noidonne.org, 21 marzo 2016)

di Mirella Clausi

 

Pubblichiamo la parte finale del resoconto di Mirella Clausi dell’incontro svoltosi a Catania l’8 marzo 2016, nell’ambito delle iniziative della Ragna-Tela, dal titolo Proserpina non passa per Colonia. Il titolo collega i fatti di Colonia del capodanno scorso all’iniziativa catanese Ridisegniamo la fontana della stazione (vedi l’articolo di di Pinella Leocata “Cancellato” il ratto di Proserpina, La Sicilia , 26 novembre 2015).


(…)

Man mano che la discussione è andata avanti, il discorso si è spostato ad esaminare i risultati ottenuti dal contrasto alla questione della violenza alle donne da parte maschile ad opera di quegli uomini, ad esempio del gruppo “Uomini della differenza”, che in questi anni a Catania hanno assunto impegni nelle relazioni tra loro e con le donne della Città Felice nei confronti della questione, e quali siano stati nei fatti i risultati ottenuti. Ne viene che a parte prendere parola in pubblici incontri, scrivere articoli o presenziare ad alcuni incontri nelle scuole, da parte degli uomini poco o niente è stato fatto… L’argomento si rivela molto sentito e sofferto dalle donne presenti che ritengono che la questione della violenza maschile alle donne sia soprattutto un problema di uomini, e sono convinte che la passione sincera e la voce maschile se intervenissero in merito potrebbero rivelarsi preziose, specialmente intervenendo nel processo educativo di giovani uomini. Alcune operatrici dell’associazione Penelope, che nel corso dell’incontro hanno parlato del loro lavoro di donne impegnate in prima linea nella soluzione dei problemi riscontrati nel seguire ed accogliere in case protette le donne che subiscono violenze o sono vittime di tratta, tra le quali molte migranti, chiedono agli uomini presenti di assumere una posizione forte in tal senso e che dall’incontro fioriscano proposte concrete, idee da portare avanti, elaborazioni e gesti che giovino a prevenire il problema. Alcuni tra gli uomini sinceramente ammettono la loro assenza nel prendere in mano la questione e la loro difficoltà a “esserci” e a ritenere il problema in quanto proprio, dichiarando inoltre la mancanza di partecipazione emozionale rispetto al tema della violenza maschile. La trasformazione di alcuni è in corso, dicono, da parte loro il comportamento nei confronti delle donne, di figli e di figlie sono cambiati, il lavoro della crescita interiore in direzione di un nuovo maschile partendo da sé, è stato assunto in forma di bene per molti uomini. Quella che tarda ad arrivare è l’assunzione pubblica in prima persona, di quanto raggiunto in termini di consapevolezza, anche perché le relazioni tra uomini sono difficili da portare avanti in questo senso e nel pubblico ognuno preferisce mantenere la propria immagine e postura ufficiale, tranne l’eccezione di chi gradisce presenziare ad incontri sulla violenza alle donne in qualità di oratore e “specialista” della questione. Qualcuno intanto dichiara la propria intenzione e la volontà di assumere la questione e di affrontarla d’ora in poi come “dovere politico”… Potrebbe essere un passo avanti? Buona parte delle presenti crede di no… ancora una volta siamo dinanzi alla rappresentazione di uomini che si ergono a cavalieri e difensori delle donne! Forse, pensano altre, partendo da lì, potrebbe esserci un nuovo inizio che ispiri quegli uomini che trovandosi coinvolti direttamente, verifichino in presenza, quanta parte del problema essi e il maschile di cui sono portatori rappresentino e si invoglino a “esserci” insieme alle donne per contribuire a creare per tutti e tutte una realtà più vivibile?!..

 

(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2016)

 

di Laura Milani

 

La protagonista del film Suffragette, Maud Watts, è una giovane donna, madre e lavandaia in una fabbrica nella Londra di inizio secolo scorso. Non è certo la suffragetta che ci saremmo immaginate, istruita, benestante, borghese. Qualcuno ha criticato la scelta di una figura così poco rappresentativa del movimento inglese, ma io trovo che stia proprio qui il punto di vista più efficace e interessante per raccontare quella storia.

È infatti la vita stessa di Maud a rappresentare ai nostri occhi le motivazioni e le necessità che hanno appassionato un gruppo di donne alla lotta per il voto, preludio di molti altri diritti. È attraverso il suo corpo che leggiamo la storia dello sfruttamento delle operaie fin da bambine, sfruttamento di forza fisica e spesso abuso sessuale ad opera dei datori di lavoro, la storia dell’impossibilità di una madre di stare con suo figlio opponendosi alla decisione del marito di farlo adottare, la storia di una donna che non può uscire dal carcere grazie al pagamento della cauzione offerto da un’amica perché l’amica stessa, benestante per rendita, non dispone veramente del proprio denaro senza il consenso del marito.

È partendo da qui che appare più chiara la scelta delle suffragette, non ascoltate diversamente, di dedicarsi ad una politica fatta di sabotaggi e clandestinità, così distante dalla quotidianità di una donna di qualsiasi classe sociale.

E allora quelle immagini così forti, quelle percosse, l’alimentazione forzata, la perdita di dignità che il carcere imponeva ci sembrano all’altezza della scommessa di volere un mondo meno ingiusto.

Sembra un racconto spettacolare, romantico e iperbolico, ma sulle scene finali del film, quando alla finzione si innestano le immagini di archivio di un funerale realmente avvenuto si capisce fino in fondo che quella storia è vera, come già l’avevamo percepita sulla nostra pelle. Quell’atto scuoterà le coscienze e preoccuperà la politica ma poi sarà dimenticato e infine nuovamente ricordato prima di arrivare a quella benedetta legge sul suffragio femminile, emblema di un protagonismo che da allora riguarda anche la nostra storia.

 

Per un approfondimento sul film rimando alla bella recensione di Silvana Ferrari nella rubrica Vision di VD3: http://www.libreriadelledonne.it/suffragette-un-film-di-sarah-gavron-gran-bretagna-2015-107/

 

(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2016)

di Anna Di Salvo

 

 

Dico subito a Stefania Giannotti che il taglio messosi in funzione per lei è stato abbastanza analogo a quello che, nell’immediatezza della fruizione dell’opera, si è messo in funzione per tanti/e che abbiamo preso visione del film «Fuocoammare» di Gianfranco Rosi (del resto era quello il taglio che il regista ci portava a esercitare…), soprattutto per quelli e quelle come lei e me, cresciute a pappa e neorealismo rosselliniano e desichiano negli anni ’60… Così come forte e comune per i più è stato l’impatto emozionale con tutta l’opera in sé, tanto per i preziosismi estetici, così come per i simbolismi e le sintesi visive che hanno catturato e gratificato non poco, soprattutto quelli/e in grado di rispondere a simili richiami artistici, echi e sollecitazioni culturali… Richiami e sollecitazioni che subito dopo il primo impatto però, alla luce dei nostri percorsi e saperi di donne, della fiamma che ci ruggisce dentro e che chiamiamo “differenza sessuale” e sulla scia dell’arte filmica sessuata nella quale ci hanno co-in-volte le nostre madri registe, da Alice Guy a Chantal Akermann sino Margarethe Von Trotta e tante altre, scia nella quale riconosco muoversi le registe Pina Mandolfo e Maria GraziaLo Cicero con «Orizzonti mediterranei» e altri loro film, non poteva non esplodere la mia critica femminista a «Fuocoammare» e la mia presa di distanza da quella visione unicamente omosessuale maschile di Lampedusa che Rosi ci offre!

Quello che avevo da dire in merito alle donne e agli uomini di Lampedusa e che Rosi ha scelto di non mettere in luce nel suo film, tranne solamente quelle otto presenze, l’ho già detto nel mio precedente scritto che continuo a sottoscrivere e amen… Ci tengo comunque a precisare per chi non ha visto o vedrà quel film, che il popolo di Lampedusa (se Rosi è stato per un anno a Lampedusa, noi donne e uomini de Le Città Vicine ci rechiamo là da oltre sei anni e abbiamo la pretesa di conoscere bene la situazione…) non approva l’invasione di zone militarizzate invase da radar, apparecchiature, mezzi, e uomini e donne militari delle varie armi e formazioni, presenti in carne e ossa nell’isola, e non sta affatto al fianco della marina militare che, come in molte/i ben sappiamo, non solca il Mediterraneo e il Canale di Sicilia solo per soccorrere i migranti, in quanto per quello bastava il lavoro operoso della Guardia Costiera, ma è là per scopi bellici riguardanti eventuali attacchi, difesa e controllo militarizzato dell’arrivo, dello smistamento e spesso rimpatrio dei e delle migranti. E a pensarci bene, ho apprezzato sì una scena di Fuocoammare, nella quale a mio avviso Rosi fa una critica al processo di militarizzazione dell’isola: quella in cui il bambino giocando a mare con la barca, rischia di rimanere incastrato tra imbarcazioni militari e le vedette della flotta della Guardia costiera ancorate al Porto vecchio.

Saluto la cara Stefania, ringraziandola per avermi consentito di chiarire spero meglio quanto affermato nel mio precedente scritto, e aggiungo che parlando in merito a Fuocoammare, con Rossella Sferlazzo che ha creato insieme ad altre il coordinamento “Mamme di Lampedusa”, sono venuta a sapere che il bambino protagonista del film nella verità non è affatto orfano di madre (nel film vediamo solo il padre e la vecchia nonna, mentre la madre è stata cancellata…). E che lui, Rosi, il regista, è risultato inviso, perché troppo scontroso, a quella popolazione che nel suo film non ha fatto vedere, tranne quelli/e che con la loro bonarietà hanno testimoniato che il “buon selvaggio” esiste ancora… nelle zone di confine.

Bene, continuino gli uomini a mostrare nei loro linguaggi filmici o attraverso altre espressioni, i contenuti e gli aspetti del vivente e del mondo che vogliono trasmettere e mettere a sistema, a partire dal loro sé maschile… Ma noi donne che tanto li accogliamo e li giustifichiamo – e l’analisi del film e del sentire del regista che ne fa Stefania Giannotti ne è la dimostrazione – oggi abbiamo acquisito altre chiavi interpretative e strumenti che ci fanno dire e mostrare che c’è un’altra verità… quella verità che oltre che a noi di sicuro giova anche a loro, ai cosiddetti “ben posizionati uomini”, che al momento sentono traballare i loro incerti piedistalli.

 

 

(www.libreriadelledonne.it, 18 Marzo 2018)

di Pina Mandolfo

 

Gentile Stefania Giannotti,

Sono d’accordo con Anna Di Salvo.

Sono Pina Mandolfo (non Mandolfi), autrice del documentario «Orizzonti mediterranei, storie di migrazione e di violenze». Ho letto il tuo contributo sul documentario di Rosi «Fuocoammare» a seguito di quello di Anna Di Salvo. Sono d’accordo con la tua lettura sull’intensità cinematografica con cui Rosi mostra la tragedia dei naufragi e dei soccorsi. Ma sono d’accordo con la lettura di Anna Di Salvo rispetto al punto di vista strettamente maschile del film e l’analisi lucida di chi è a conoscenza della realtà lampedusana. Per raccontare la quotidianità a fronte del “non quotidiano” degli esuli è veramente riduttivo scegliere una donna nell’esercizio del più stereotipato e servile quotidiano. Ancor peggio è, narrando di esuli che fuggono dalla guerra, mostrare un bambino che immagina, già così piccolo, di guerreggiare. Gli uomini guerreggiano e sono violenti anche quando giocano da bambini o scherzano tra loro al tavolo di un bar, io non so immaginare un testo filmico che non abbia una pedagogia. E vedere un bambino che sogna un mitra nella traiettoria strabica di una fionda per me è il segno di una brutta pedagogia, così come non mi piace una anziana signora che accudisce. C’è poi un grave rimosso nel film di Rosi, che è proprio la realtà dell’isola dove lui è stato accolto e ha vissuto per un anno in funzione dell’ispirazione. Il segno maschile è anche nell’aver scelto come eroe mitico del buon isolano che accoglie e cura il medico del poliambulatorio, tacendo sull’opera dell’intero staff e soprattutto della psichiatra che accoglie gli animi “malati” di molti migranti e molte donne stuprate nel corso del viaggio, donna da lui a lungo intervistata e poi taciuta. La complicità maschile è sottile e visibile ad un occhio “vigile”. Insomma un ottimo lavoro, senza dubbio, utile a colpire lo sguardo dello spettatore e della spettatrice con l’emozione del momento. Ma un film i cui piani narrativi, il mare e l’isola, non si fondono tra loro. La spettacolarità del gesto così importante cinematograficamente non ha riscontro con il piano narrativo di tutto il film. L’epico e il reale stridono tra loro. Comunque questo è un film che divide, molti e molte lo amano, altri/e lo trovano interessante ma noioso, altri non lo apprezzano affatto. Tuttavia in un clima di grave populismo di destra che si aggira pericolosamente in occidente ha una sua funzione, così come è ben accetta la scelta politica della Berlinale.


(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2016)

 

dal 22 marzo al  17 aprile 2016
MUSEO ETNOGRAFICO ‘Giovanni Podenzana’
La Spezia
Mostra Fotografica di CARLA SANGUINETI
Il Sentimento del Sacro nelle Cinque Terre.
Segni, simboli e storie
22 marzo – 17 aprile 2016

La mostra che aprirà al pubblico martedì 22 marzo alle ore 17 è ospitata nella sala al primo piano del Museo e propone una serie di fotografie realizzate da Carla Sanguineti nella riviera spezzina e pubblicate da Morgana Edizioni ne Il sentimento del Sacro nelle Cinque Terre.
Carla Sanguineti è una donna nota nel panorama artistico e culturale nazionale: lungi dal voler essere etichettata come artista, scrittrice e politica di professione, nonostante che nella sua carriera abbia creato, abbia scritto e si sia impegnata su temi politici e sociali, con sue parole si definisce una persona che al margine del mondo dell’arte e della politica ci sta bene, soprattutto tra le donne, e con loro compie molteplici percorsi…
Proprio uno di questi percorsi l’ha portata a leggere in modo personale ed intimo il paesaggio delle Cinque Terre: qui, le tracce del Sacro (quel Sacro impossibile da costringere in una dimensione temporale precisa ma che al contrario permea la vita dell’uomo e dell’universo fin da epoche remote) si susseguono e si rincorrono, nascondendosi e risbucando all’improvviso agli occhi di chi le rimira. Di questo paesaggio complesso ed eterogeneo Carla ha saputo cogliere con scatti quasi ‘dilettanteschi’ l’essenza: il mare e l’irta scogliera, risorse e limiti dell’esistenza quotidiana; il duro e costante lavoro dell’uomo per addomesticare una natura ribelle; la natura avvolgente, a volte madre premurosa, altre perfida matrigna; le testimonianze della devozione popolare, dalle antiche e ingombranti pietre collocate lungo le vie, ai massi di arenaria ben squadrati posti a sostegno delle mura di raffinate chiese trecentesche…
Al termine dell’inaugurazione della mostra, nella sala al piano terra del Museo si svolgerà una conferenza cui prenderà parte la stessa Carla Sanguinetti con una relazione sulla Grande Madre, divinità primordiale presente in tutte le mitologie a noi oggi note. Elena Scaravella e Sonia Lazzari, curatrici insieme a Barbara Sisti della mostra Abiti preziosi e statue vestite in corso ai Musei Diocesani di Massa e Pontremoli, parleranno invece dell’antico uso di vestire le statue della Madonna. Infine Rossana Piccioli, già conservatrice del Museo Etnografico della Spezia e attuale presidente del Centro Studi Malaspiniani di Mulazzo, ricorderà l’uso tradizionale di offrire oro alla Madonna come ex-voto.
Per l’occasione, nella sala conferenze, sarà esposto al pubblico un giacchino della Collezione di Etnografia Lunigianese di Giovanni Podenzana proveniente da una statua della Vergine di una chiesa distrutta di Villafranca.
Il programma della giornata è scaricabile dal sito www.laspeziacultura.it e visibile sulla pagina Facebook ufficiale del Museo Etnografico della Spezia.
Per info:
Museo Etnografico “Giovanni Podenzana”
Via del Prione 156 – La Spezia
tel. 0187-727781/2/3
museo.etnografico@laspeziacultura.it

di Cristiana Fischer

 

Care tutte,

non condivido l’articolo di Luisa Muraro sulla GPA (gestazione per altri) del 6 marzo su Metro, ecco perché.

Ma una an-arché della madre nei confronti dei figli, la vogliamo ammettere?

Il doverismo materno, condito di sentimenti e ideologie cristiane, patriarcali, proprietarie, sacrificali, borghesi, è davvero civiltà umana?

I figli appartengono all’insieme delle madri e dei padri, o restano sempre attaccati col cordone ombelicale all’ideale placenta? Ma non viene espulsa ben presto dopo il parto? (Per evitare equivoci dichiaro che ho amato moltissimo i miei piccoli figli, e li amo ragionevolmente ancora, forse anche “istintualmente”.)

Vorrei che, a discutere della maternità surrogata, si discutesse con le madri che “fanno” un figlio per altre/altri. Esse, davanti a loro stesse: perché lo fanno? Per soldi, per necessità, certo. Basta loro questa ragione? O non c’è anche, faccio l’ipotesi, un doppio guadagno, potenza di fare e potenza di donare? Ma chi sono quelle che proibiscono ad altre nel nome della “civiltà umana che parla di diritti, doveri, responsabilità e rispetto delle persone”? Ed erano extraumane quelle madri che hanno partorito e dato figli alla padrona Sara, alla madre e alla famiglia del marito, alla propria sorella, al clan, alla famiglia?

Ma oggi è un’altra epoca. E quindi è corretto contrapporre al libero mercato globale – trascurando le altre forme collettive di gestione dei figli che pure ci sono state – un rapporto proprietario duale, o a tre nei casi migliori? Solo questo dualismo (eventualmente partecipativo) si fregerà del marchio di “indisponibilità”?

L’altro giorno ho sentito la crudelissima Aspesi in tv dire che si vive bene anche senza figli (per me invece non era così), lei non li ha voluti ed è contenta, “oggi avrei un figlio di sessant’anni e la cosa mi farebbe orrore”: battuta strappa applausi! (anche se mi sono chiesta se magari una figlia sessantenne le sarebbe piaciuta).

Chiudo: naturalmente so che c’è mercato e sfruttamento di molte donne, ma la discussione con le misure da prendere dovrebbe coinvolgere quelle donne e non solo le deputate rappresentanti della nostra (idea di) civiltà.

Ascoltare fino in fondo perché lo fanno e, credo, scoprire qualcosa di valido per tutte.

Un saluto a tutte.

Cristiana Fischer


(www.libreriadelledonne.it, 16 marzo 2016)

di Mariangela Mianiti

Habemus Corpus. Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione

Nel felice racconto della genitorialità con la gestazione per altri si è trattato con pochi accenni a una parte importante della questione, ovvero il prima dell’impianto dell’embrione. Quel prima non è un pezzo da poco perché riguarda la selezione e l’acquisto del materiale genetico che serve per costruire la nuova vita, ovvero lo sperma e gli ovuli, fondamentali perché determinano le caratteristiche di una persona. La scelta di questi donatori e della portatrice di utero hanno dei costi e si stanno muovendo secondo criteri economici e geografici simili a quelli dei movimenti dei capitali finanziari.
Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione. L’invasione del linguaggio e della mentalità del marketing nel mercato dei corpi, perché di questo si tratta, è già avvenuto e basta guardare gli slogan di certe agenzie che ricalcano quelli della promozione di viaggi low cost, come Pacchetto bimbo in braccio, Pacchetto Surrogacy, pacchetto Economy Plus che stabiliscono tariffe diverse secondo i tentativi di fecondazione e le scadenze del compenso.
In questa compravendita lo sperma è la merce che costa di meno. Si va dalle poche centinaia di dollari chiesti da un’agenzia israeliana, ai diversi prezzi che un’agenzia russa paga secondo la nazionalità del donatore/venditore. Per la stessa quantità di liquido seminale a un russo vengono dati meno di 200 euro, mentre a un danese o a uno svedese più di 800. Stessa cosa succede con le donatrici di ovuli. Negli Usa, dove la media per una donazione di ovuli è ricompensata dai 10 ai 15mila dollari, se la donatrice è alta, bionda e ha frequentato Harvard può chiedere un prezzo molto più alto di una donna non laureata.
Anche per le portatrici di utero le tariffe si adeguano a una geografia economica. Un’americana percepisce al massimo 30mila dollari, un’indiana poco più di 5mila, un’ucraina 10mila circa e basta guardare il costo complessivo dell’operazione per farsi un’idea di come si muove questo business. Negli Usa il costo totale di una maternità surrogata può andare dai 150 ai 200mila dollari, in Ucraina dai 30 ai 50mila, in Russia dai 30 ai 65mila dollari. Per offrire prezzi concorrenziali c’è chi si è organizzato con gli stessi criteri della movimentazione dei capitali. E allora ecco agenzie americane che ricorrono a portatrici di utero messicane, o agenzie israeliane che propongono l’inseminazione negli Usa e poi trasferiscono gli embrioni congelati in Nepal dove vengono impiantati nell’utero di donne indiane, per risparmiare.
In «Clinical Labor», libro uscito nel 2014, le ricercatrici australiane Melinda Cooper e Catherine Waldby analizzano le nuove forme di lavoro bioeconomico come la maternità surrogata. Osservano come il mercato della riproduzione assistita cresce sempre di più espandendosi in servizi e settori dell’industria biomedica. Rivelano come il clinical labor diventerà sempre più rappresentativo delle economie neoliberiste del 21esimo secolo.
C’è chi per pagare un percorso così vende una proprietà, se ce l’ha, o chiede un prestito. Dall’altra parte ci sono donne che si sottopongono a cure ormonali e a una gravidanza conto terzi per comprare una casa o pagare l’università ai figli. Intanto medici, cliniche, agenzie, assicurazioni, ospedali e avvocati vedono crescere il proprio conto in banca. In mezzo c’è il desiderio di un figlio. Viene davvero da chiedersi se un bisogno così ha il diritto di essere esaudito a qualunque costo, letteralmente parlando.
mariangela.mianiti@gmail.com

(il manifesto, 15 marzo 2016)

di Luciana Tavernini

Ho incontrato Marina Corona grazie a Mariolina De Angelis, sensibile poeta che sa che per le donne che vogliono giungere a una autentica espressione di sé “la poesia non è un lusso”, come dice il titolo di un saggio di Audre Lorde del 1977, pubblicato in Sorella outsider. L’amore per la poesia ci accomuna.

Marina Corona dal 2011 ha organizzato a Milano i cicli La grande poesia femminile presso la Casa della cultura dedicati a grandi autrici come Saffo, Marina Cvetaeva, Emily Dickinson, Anna Achmatova, il ciclo sarà dedicato a Vittoria Colonna, Christina Rossetti e Emily Bronte.

Marina è a sua volta poeta, i suoi libri hanno vinto numerosi premi, tra cui il premio internazionale “Eugenio Montale” nel 1993 per la sezione inediti e nel 1998 per gli editi per L’ora chiara (Jaca Book). Nel 2006 ha pubblicato I raccoglitori di luce (Jaca Book).

L’occasione del dialogo è il romanzo La storia di Mario che, grazie a una scrittura essenziale e acuminata, mi ha aperto prospettive e interrogativi.

Nella prima parte del libro, di cui è protagonista Mario, un bambino di 6 anni, usi la terza persona. È la scrittrice che unisce ciò che possiamo vedere accadere e ciò che accade nell’interiorità del bambino: le libere associazioni, i salti temporali e di luogo, la profonda sensibilità alle emozioni, quelle che la persona adulta prova ma che spesso tacita, la multisensorialità, l’animismo che concepisce la vita diffusa anche nelle cose. Mi viene in mente Antonia Pozzi che sottolineava come compito della poesia fosse di “rubare l’anima alle cose”. E ancora la capacità di cogliere la bellezza nelle piccole cose, di gioirne con uno stupore improvviso.

Quanto della tua esperienza di poeta ha influenzato questo tipo di scrittura e come sei riuscita a entrare in modo così empatico nell’esperienza di un bambino e a darcene conto?

«L’empatia è una caratteristica della scrittura poetica: è indispensabile per una o un poeta “risuonare” empaticamente sia con la zona più sensibile del proprio animo sia con il mondo che la circonda e gli eventi che la toccano. Giovanni Pascoli parlava del “fanciullino” che vive nell’anima del poeta, come dell’elemento più importante della scrittura poetica e possiamo certo dire che Mario è una delle possibili raffigurazioni di questo “fanciullino” pascoliano. Ma per quanto mi riguarda ci sono stati dei dati biografici che hanno favorito il venire alla luce di questo stravagante bambino. Quando ho cominciato a scrivere questo libro mia figlia era piccola e quindi io ero impegnata in quell’esercizio di trascrizione logica di dati intuitivi ed empatici che caratterizza il compito di una mamma nei primi anni di vita della sua creatura. Inoltre lavoravo presso un asilo montessoriano che, per primo a Roma, dove allora vivevo, aveva attuato l’integrazione di bimbe e bimbi portatori di handicap; io ero quindi quotidianamente a contatto con loro e cercavo, facendomi aiutare anche dalle e dai loro amichetti più fortunati, di comprendere ciò che pensavano. Ero inoltre impegnata come paziente in una personale analisi kleiniana, esperienza psicoanalitica che comporta una regressione fino alle proprie esperienze infantili, con le quali io mi trovavo dunque in un rapporto privilegiato. Questo mi ha indotto a scrivere il romanzo fino al momento in cui Mario mette la propria brevissima letterina sotto la porta della camera della mamma. In seguito ho smesso di lavorare all’asilo montessoriano, mia figlia è cresciuta e l’analisi kleiniana è terminata, per queste ragioni, credo, non sono più riuscita a procedere nel romanzo e l’ho abbandonato per un lungo periodo, dedicandomi soltanto alla poesia. È stato il pittore Emilio Tadini che, molti anni dopo, quando mi ero ormai trasferita a Milano, informato da me su questo mio breve testo, mi ha consigliato di proseguire spostando il protagonista in un’altra dimensione della sua vita; così sono nate le pagine di Mario in campagna, pagine relativamente autobiografiche perché veramente a cinque anni sono stata affidata per un po’ di tempo a una zia che viveva in campagna e allevava bachi da seta. Successivamente è nata invece la seconda parte del libro: la vicenda di Maria, scaturita dal desiderio di dar voce ad una scrittura che tenesse presente la lezione di Joyce sul flusso di coscienza».

La vita di Mario è piena di avventure perché vive con intensità tutto ciò che gli accade, con una capacità di vedere oltre le apparenze ma questo cozza con l’ottusità della persona adulta che ha perso la capacità di meravigliarsi, che non si dà tempo per capire, perché ascolta solo ciò che è previsto. Il tuo libro ha costituito per me un percorso per rimanere in contatto con la bambina che sono stata, questo contatto è un prezioso aiuto per comunicare con l’altro da sé, aprendomi all’ascolto della sua imprevedibilità. Un aiuto anche nei confronti di chi per malattia o età avanzata si esprime con modalità comunicative che ci paiono incomprensibili perché crediamo che l’unico modo di comunicare sia quello verbale e razionale. Mentre molti personaggi, dai genitori alla maestra, alla zia di campagna, di fronte all’imprevedibilità di Mario si irrigidiscono, tu sai rimanere vicina a lui.

Come hai lavorato per fondere l’esperienza personale con i personaggi del libro?

«La capacità di rimanere in contatto con la parte infantile della nostra personalità è un dono preziosissimo sia per quanto riguarda la capacità di entrare in relazione empatica con realtà diverse dalle nostre sia per quanto riguarda la creatività. L’espressione artistica è un utilissimo allenamento a questo privilegiato contatto e a questo proposito vorrei aggiungere un aneddoto: il celebre pittore Paul Klee mostrò un giorno ad una signora di una certa età un suo disegno, si trattava naturalmente di un disegno astratto e la signora commentò: “Ma un disegno così lo sa fare anche il mio nipotino, che ha cinque anni!” “Certo signora,” rispose Klee “ma bisognerà vedere se saprà farlo ancora quando ne avrà cinquanta.”»

La seconda parte del libro è solo all’apparenza un’altra storia, quella di Maria. Infatti continua la numerazione dei capitoli e possiamo anche qui assistere a ciò che accade fuori e dentro la protagonista e cogliere la compresenza di più luoghi e tempi. In questa parte troviamo un io narrante, Maria appunto, che fa della malattia e della camera dell’ospedale la “stanza tutta per sé”, per citare Virginia Woolf, una stanza in cui ripercorrere la sua vita fino a sciogliere i grumi di silenzio e svelare le caratteristiche del perbenismo borghese negli anni Quaranta e nella prima metà dei Cinquanta del secolo scorso. Così tu riesci a offrirci uno sguardo diverso su quel periodo storico, mostrando che il silenzio, il tabù, su aspetti vitali della vita, come la scoperta della sessualità, si colleghino al silenzio e all’omertà sui delitti sociali come la segregazione e poi deportazione della popolazione di origine ebraica. Come sei riuscita a cogliere questo collegamento?

«La mia famiglia di origine era una famiglia “eccentrica” rispetto alla maggior parte delle famiglie che mi circondavano e che erano quelle nelle quali crescevano le mie e i miei amichetti, ma io mi resi conto, a un certo punto della mia infanzia, che anche quelle famiglie, dove sembrava che la vita scorresse secondo i canoni di un perbenismo sereno e amorevole, nascondevano una punta, e a volte più di una punta, di crudeltà: il plasmare le proprie figlie e figli secondo uno stereotipo che li voleva lontani dalla loro genuinità e piegati a quell’ “essere come tutti” tanto gradito alla società borghese comportava un’inibizione della spontaneità, della parte più autentica di uomini e donne, della sessualità femminile, ed esaltava i privilegi maschili, insomma esperienze queste che possiamo tranquillamente definire “violente”. Ho così paragonato nel libro la violenza coercitiva che un certo schema di educazione borghese esercitava sui propri figli e soprattutto figlie alla violenza nazista, perché la violenza è sempre violenza, anche se quella delle persecuzioni contro persone di origine ebraica ha rappresentato certo un apice inesplicabile in una società tanto evoluta e civile come la nostra. Violenza inesplicabile, nel mio romanzo, attraverso i ricordi di Maria, così come inesplicabile è la malattia del piccolo Mario».

La tua protagonista attua uno sprofondamento doloroso e necessario “per attingere alle risorse più intime”, per giungere ad azzerare i significati e le identità precedentemente costituite, per liberarsi di un falso sé. Qui il tuo libro si caratterizza come “scrittura del deserto”, così la chiama Wanda Tommasi nel saggio così intitolato pubblicato nel libro La magica forza del negativo, della comunità filosofica Diotima. Che cosa costringe la tua protagonista a entrare in questo discorso di verità, ad attraversare questo deserto?

«Maria si chiude nella stanza della clinica e riflette instancabilmente sulla propria vita perché una domanda l’attanaglia: oscuramente sente di avere una responsabilità nel disagio di suo figlio ma non sa quale sia in realtà questa responsabilità: “perché mio figlio è così?” Si domanda. Nella sua lunga e tormentosissima ricerca abbandona tutti gli schemi “benpensanti” che avevano caratterizzato il suo falso sé per sprofondare nella ricerca di una verità dolorosissima da raggiungere e da accettare. L’amore per il bambino la rende capace di questa ricerca ai limiti della follia, in questo senso Maria è una sorta di “madre coraggio” che a un certo punto non si piega più alle ragionevoli osservazioni che il suo mondo esterno perfettamente “come si deve” le suggerisce, ma, andando oltre una prudente protezione di se stessa, si dedica a un ripensamento del passato alla luce di una verità che solo la forza del suo amore le fa intendere. Questo sforzo grandissimo è l’unica via che lei felicemente intuisce come feconda per conciliarsi davvero con quel bimbo troppo difficile che il destino le ha dato in sorte».

La figura di Grazia rappresenta l’amica che l’ha saputa aiutare e le è rimasta vicina ma Maria non ha condiviso con lei i segreti che la opprimevano. Così come è avvenuto con la madre che le è sempre stata accanto ma a cui lei non è mai riuscita a parlare. È una situazione che precede la pratica femminista dell’autocoscienza, dove le donne, separandosi dagli uomini, hanno trovato parole per dire la propria esperienza e scoprire insieme alle altre l’origine del loro malessere e prima delle riflessioni sul rapporto con la madre che hanno modificato l’ordine simbolico. Della rivoluzione femminista ho scritto con Marina Santini in Mia madre femminista.Voci da una rivoluzione che continua. La tua protagonista vive in un periodo precedente e la sua ricerca è solo apparentemente individuale, infatti attorno a lei collochi altre figure benefiche che usano parole e gesti empatici, ad esempio l’infermiera che dice: “Il bene aiuta. Non risolve, no, però aiuta”.Che funzione hanno queste figure femminili e alcune maschili nell’uscita dalla “malattia della morte”, come Marguerite Duras chiama questa incapacità di amare, individuale e sociale? Quali indicazioni possiamo trarne?

«Direi che è proprio la capacità di Maria di vivere una ricerca personale di verità, per quanto difficile da accettare sia questa verità, che la pone in una condizione di particolare ricettività agli aiuti che le possono giungere dall’esterno, da un mondo che non è per nulla estraneo ai fatti che ci accadono. Io penso che il trovarsi spiritualmente in un luogo di verità chiami a noi aspetti del mondo benefici. Il mondo sempre è in grado di soccorrerci perché, così come contiene insidie, allo stesso modo contiene medicamenti e improvvise felicità, questi ultimi però riusciamo a scorgerli solo se ci liberiamo di quella crosta di credenze, abitudini e pregiudizi che abbiamo costruito intorno a noi e che servono principalmente ad anestetizzarci e proteggerci dal dolore sia interno che esterno e ci apriamo all’accadere scoprendo in esso tante avventure salvifiche. Maria è certamente da un lato una donna molto in pericolo perché può morire, oppure impazzire, ma da un altro è una donna per così dire in stato di grazia, perché la sua ricerca di verità la rende capace di una rara autenticità e fa sì che la zona luminosa del mondo in qualche modo la raggiunga soccorrendola e confortandola; non ha chi la aiuti nella sua ricerca perché nessuna persona potrebbe condurla attraverso gli intricati e nebulosi pensieri della sua mente tormentata, ma la sua solitudine, come una calamita, attira a sé piccole vicende di salvezza».

Marina Corona, La storia di Mario, Robin Edizioni 2013

Marina Corona, L’ora chiara, Jaca Book 1998

Marina Corona, I raccoglitori di luce, Jaka Book 2006

Diotima, La magica forza del negativo, Liguori

Audre Lorde, Sorella outsider, Il dito e la luna, Milano 2014

Marguerite Duras, La malattia della morte, in Testi segreti , Feltrinelli, Milano 1987

Marina Santini, Luciana Tavernini, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, Il poligrafo 2015

(www.societadelleletterate.it, 15 marzo 2016)

di Monica Ricci Sargentini

L’Italia non ritiene di dover legittimare in Europa una pratica che utilizza il corpo delle donne, violandone i diritti

E’ stata una battaglia epica quella che si è combattuta martedì 15 marzo nella Commissione Affari Sociali del Consiglio d’Europa a Parigi. All’ordine del giorno c’era l’esame della relazione “Diritti umani e problemi etici legati alla surrogacy” messa a punto da Petra De Sutter, la senatrice verde e ginecologa transgender che a Gand, in Belgio, dirige un’unità dove la maternità surrogata è già praticata e collabora con una clinica che fa surrogacy in India da tempo nel mirino di Ong e femministe indiane. Si pensava che fosse scontato il sì alla relazione che, nelle raccondazioni finali, consigliava di aprire alla surrogacy altruistica e, comunque, non chiudere gli occhi di fronte a una pratica ormai legale in altri Paesi. Ma la battaglia intrapresa dalla deputata Eleonora Cimbro e dalla senatrice Maria Teresa Bertuzzi, entrambe del Pd e rappresentanti della delegazione presso l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ha portato a un risultato inatteso: la relazione de Sutter è stata bocciata sul filo di lana, 16 voti a 14. Per i sostenitori della legalizzazione della Gpa (Gestazione per altri) la strada ora si fa in salita. Dopo il Parlamento europeo che il 17 dicembre del 2015 ha condannato la pratica dell’utero in affitto, anche il Consiglio d’Europa, la seconda grande istituzione democratica europea, si schiera per il divieto.

“E’ stata una giornata faticosissima – ha commentato la senatrice Bertuzzi al Corriere mentre si recava in aeroporto per tornare in patria – perché la prima parte della relazione era condivisibile visto che evidenziava le violazioni dei diritti umani e i rischi che correvano tutti i soggetti coinvolti ma poi arrivava in pratica a consigliare una legalizzazione della pratica in Europa con la scusa che altrimenti si favoriva il mercato nero”.

E qui la discussione è diventata accesa. Da una parte quei parlamentari, come la De Sutter, che considerano condivisibile la pratica se ben regolamentata, dall’altra quelli che vogliono un divieto totale, sempre e comunque. Il rischio era di finire 15 a 15 e a quel punto sarebbe stato decisivo il voto della presidente della Commissione che già in passato si era dichiarata a favore della pratica e che, non a caso, aveva incaricato De Sutter di fare la relazione.

“Ce la siamo vista brutta – racconta ancora Bertuzzi – perché tutti gli emendamenti presentati sono stati bocciati tranne uno in cui si diceva che bisogna andare verso una proibizione della Gpa”.

Decisivo per far pendere l’ago della bilancia contro la Gpa è stato il voto dell’Ucraina, un Paese dove il business della maternità surrogata è più che fiorente.

Fondamentale è stata anche la pressione esercitata dal movimento internazionale Stop Surrogacy Now  e delle femministe di Corps, guidate dalla filosofa Silvyane Agacinski e da Laurence Dumont, vicepresidente socialista del Parlamento francese che hanno invitato le cittadine e i cittadini francesi a manifestare martedì davanti alla sede del Consiglio d’Europa, in avenue Kleber, e a scrivere a tutti i parlamentari membri della commissione per esprimere il loro dissenso sulla relazione. Un passa parola che alla fine sembra aver pagato visto il risultato.
“L’Italia non ritiene – ha detto ancora Bertuzzi – di dover legittimare in Europa una pratica che utilizza il corpo delle donne, violandone i diritti. Una convinzione che è emersa molto chiaramente nel nostro Paese anche durante il dibattito sull’approvazione delle unioni civili qualche settimana fa e che ci ha portato più volte ad affermare che nessuno vuole legalizzare in alcun modo le gravidanze surrogate. Continueremo a tenere alta l’attenzione su questo tema e a vigilare nel rispetto dei diritti delle donne e dei bambini, così come già espresso in una deliberazione del Parlamento Europeo e in una mozione presentata in Senato”.

Soddisfatta anche  Eleonora Cimbro che “ringrazia le donne del Pd presenti nella commissione Affari sociali della Camera e nel Consiglio d’Europa”.

“Il rapporto De Sutter sulla maternità surrogata – ha aggiunto – non è passato per un voto. Il fenomeno esiste ma non va regolamentato, bensì contrastato. Apprezzo il lavoro fatto dalla relatrice nell’affrontare una tematica così delicata e complessa, ma la via maestra deve essere quella del contrasto culturale».

La senatrice Anna Finocchiaro si è complimentata con “le colleghe per il loro eccellente lavoro” e ha detto che “questo voto chiude un possibile conflitto fra due grandi istituzioni europee”. Ha aggiunto che “da donna di sinistra” non può che denunciare “sia la mercificazione del corpo femminile che a produzione di corpi destinati allo scambio e spesso dietro  ricompensa economica”.

(27esimaora.corriere.it, 15 marzo 2016)

di Andrea Senesi

Movimento cinque stelle – Patrizia Bedori s’è appena sfogata su Facebook. S’è tolta, parole sue, qualche sassolino dalla scarpa. E poi circa la frase di Bertolaso su Meloni: «Crescete, il Medioevo è finito»

«Nella Milano da bere e dei tre manager che si candidano a sindaco, hanno usato i termini casalinga e disoccupata per indicare una sfigata, una fallita. E questo è inaccettabile, offensivo, volgare. Anche nei confronti di tutte le disoccupate e di tutte le casalinghe. E comunque col mio gesto ho dimostrato che la “disoccupata” alle poltrone ha saputo rinunciare». Patrizia Bedori s’è appena sfogata su Facebook. S’è tolta, parole sue, qualche sassolino dalla scarpa. Contro chi l’ha voluta dipingere così e contro chi s’è permesso di fare ironie sul suo aspetto fisico.

Però Bedori il primo a fare battute su di lei è stato proprio Beppe Grillo. Nel suo spettacolo milanese ha parlato di lei come di una «brava mamma un po’ robustella».
«Dire che una persona è robustella è radicalmente diverso dagli insulti che ho ricevuto in questi mesi. So distinguere la battuta dall’aggressione. La satira non si tocca. E comunque anche con Beppe mi sono poi tolta la soddisfazione. Dopo lo spettacolo l’ho raggiunto e gli ho detto sorridendo: “Scusa, robustella a chi?”. Ci siamo abbracciati e la cosa è finita lì».

Ma Grillo e Casaleggio li ha sentiti in queste ore?
«No, non li ho sentiti. Ma io non sono un burattino. Per me il movimento non ha vertici. Per me esistono gli attivisti e stop. E io quelli di Milano li voglio ringraziare uno per uno».

Lei non è mai stata amata dai leader del movimento. Casaleggio voleva che lei si ritirasse.
«Non voglio parlare di politica e queste cose dovreste chiederle a lui. Comunque questa è una decisione mia, non di altri».

Bedori, lei è stata eletta per fare il candidato sindaco di Milano non di un paese sconosciuto. Davvero non si aspettava la pressione mediatica?
«Forse ho sottovalutato questa cosa. Io poi andavo da tutte le parti. Mi sono trovata a partecipare a incontri dove erano invitati tutti i candidati: io ero l’unica a presentarmi. Gli altri mandavano delegati, rappresentanti. Io dovevo fare tutto da sola. Sala, per dire, non l’ho nemmeno mai incrociato. Parisi non più di un paio di volte. Ma la verità è un’altra ancora».

Quale?
«Che io in mezzo a questi squali non ci so stare. Non è il mio mestiere. La politica sarebbe una cosa semplice, ma di mezzo c’è anche il potere e quel mondo non è il mio. Io se dico una cosa è quella. Gli altri promettono, promettono… Per questo oggi mi sento liberata, mi sembra di volare. Torno a fare le cose che so fare. Lavorare sul territorio, con le associazioni, con la gente».

S’è sfogata anche contro alcuni attivisti del suo movimento. Anche lì ci sono gli squali?
«Per me il movimento è importantissimo. Continuerò a stare con loro, sarò in lista con loro e farò campagna elettorale con loro. Nella mia attività da consigliera di zona m’è capitato di non essere d’accordo con alcune decisioni prese dalla maggioranza degli attivisti. Ma le ho sempre rispettate. Vuole un esempio? Una volta ho votato no a un’iniziativa della zona in memoria della Shoah. La maggioranza degli attivisti era contraria, perché noi crediamo che le istituzioni non debbano essere dei bancomat che finanziano gli eventi. Io vengo dalla sinistra e le lascio immaginare con quale disagio mi sono trovata a votare no su un provvedimento del genere. Eppure l’ho fatto».

Ora che succederà? Sarà Gianluca Corrado a prendere il suo posto?
«Uno vale uno nel movimento. Gianluca comunque è preparatissimo e io sarò al suo fianco».

Cosa pensa della frase di Bertolaso su Giorgia Meloni?
«Crescete ragazzi, il Medioevo è finito».

(Corriere della Sera, 15 marzo 2016)

di Eredibibliotecadonne

Il ricordo dell’ultimo 8 marzo rimarrà molto probabilmente legato al salto generazionale che abbiamo sperimentato in meno di ventiquattr’ore con i due eventi che ci hanno viste protagoniste: la presentazione di MIA MADRE FEMMINISTA. Voci da una rivoluzione che continua a Vado Ligure il pomeriggio del giorno 7 e al Liceo Scientifico ‘O.Grassi’ di Savona la mattina del giorno 8 con la presenza delle autrici Luciana Tavernini e Marina Santini.

L’iniziativa di Vado L. era indetta dalla Biblioteca Civica che è anche il punto di riferimento delle attività dell’UniSabazia; ci aspettavamo quindi una discreta partecipazione di persone non più giovani, utenti di quell’università o comunque legate biograficamente alla tradizione delle Festa della Donna, ma le presenze sono andate ben oltre le previsioni. I numerosi posti a sedere delle grande Sala Consigliare già alle 17 erano pressoché completamente occupati da un pubblico a netta prevalenza femminile di evidente età superiore alla nostra; la presenza della sindaca Monica Giuliano, dell’assessora Mirella Oliveri, della consigliera Stefania Moraglio e poche altre più giovani abbassava di poco l’età media del convegno. Il nostro timore che l’incontro potesse di conseguenza rivelarsi ‘rituale’ è però venuto meno quando in mezzo al pubblico vadese abbiamo notato la presenza di molte amiche (e anche qualche amico) di Savona e abbiamo realizzato che forse l’interesse per la vicenda storica e politica che il libro evocava più che per la ricorrenza aveva contribuito a riempire la sala; la conferma ci è arrivata poi dalla curiosità e dalla benevola attenzione con cui sono state seguite l’introduzione di Betti Briano e gli interventi delle autrici come anche i segnali di apprezzamento delle immagini d’epoca proiettate e commentate e infine da un dibattito che ha saputo entrare nel merito del problema della trasmissione dell’eredità storica della rivoluzione femminista.

Il giorno dopo a scuola abbiamo incontrato invece ragazze e ragazzi in età liceale e insegnanti più vicine alla nostra che alla loro generazione ed in entrambi abbiamo riscontrato una curiosità non certo inferiore a quella delle signore/i presenti a Vado. Le/i giovani, sia quelli che avevano partecipato l’anno scorso al progetto ‘La storia delle donne: quella scritta e quella ancora da scrivere’ come gli altri che non avevano ancora avuto occasione di conoscerci, si sono dimostrati non soltanto interessati ad apprendere su accadimenti risalenti quasi all’epoca della giovinezza delle loro nonne ma anche pronti a collegare il racconto del passato alla situazione di oggi, molto rapidi nel formarsi e formulare idee intorno alle questioni più controverse. Il loro interesse in particolare si è concentrato su due nodi critici che sono al centro del dibattito nella politica donne: il senso attuale del femminismo alla luce della evidente parità acquisita (‘ le donne sono ovunque’) e il rapporto tra la libertà e l’autodeterminazione su sessualità e procreazione guadagnate con le lotte e la presa di coscienza delle donne e le rivendicazioni universalistiche di ‘libertà’ e diritti indistinti per etero ed omosessuali, per gay e lesbiche; questioni peraltro difficili da affrontare in tempi ristretti e con poche battute, sulle quali pensiamo di ritornare insieme alle insegnanti con incontri di classe prima della fine dell’anno scolastico.

Con l’incontro di Vado L. abbiamo ancora una volta constatato che la vita culturale delle città è animata principalmente da donne, sia dalla parte di chi progetta e organizza eventi ed occasioni di incontro sia dalla parte di chi fruisce e presenzia; l’aver altresì nuovamente verificato che le donne coinvolte sono per lo più in età avanzata ci ha indotte a considerare come il giacimento di saperi e di esperienze che esse possono vantare, di fatto ignorato dal dibattito politico-culturale, rappresenti un potenziale di civiltà che andrebbe investito in ogni ambito della società e non soltanto in quello ricreativo, in attività formative generali prima ancora che in quelle legate alla terza età. Nella scuola infatti abbiamo anche in questa occasione sperimentato l’efficacia della testimonianza di chi è venuta prima nell’evocare spessore e consistenza degli avvenimenti che hanno dato vita al presente e nel formare pertanto quel senso della storia senza il quale è difficile capire l’oggi, impossibile progettare il domani.

L’interrogativo che ci siamo poste al termine delle due iniziative è stato: come riuscire a comunicare con la generazione femminile di mezzo? Le donne dell’età delle mamme delle/dei liceali sono quelle che oggi, alle prese col lavoro fuori casa e gli impegni di cura, hanno meno delle ragazze e delle anziane tempo ed energie da dedicare a se stesse e alle relazioni sociali, ragione per cui temiamo che la domanda possa trovare risposta soltanto se andrà avanti il processo di superamento della separazione tra vita e lavoro di cui si parla nella sezione Lavoro.

(eredibibliotecadonne.wordpress.com, 15 marzo 2016)


Ada Colau: ‘Fare la sindaca e lavare pavimenti è compatibile. Essere maschilista e consigliere non dovrebbe esserlo’.
La sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha risposto questo lunedì al leader del PP al comune di Palafolls (Barcellona), Óscar Bermán: ‘In una società sana, fare la sindaca e lavare pavimenti è compatibile. Essere maschilista e consigliere non dovrebbe esserlo’. Colau lo ha detto in una nota sui social network rilanciato da Europa Press dopo che Bermán ha affermato che la sindaca dovrebbe stare a lavare pavimenti se questa fosse ‘una società seria e sana’.

Ada Colau: “Ser alcaldesa y fregar suelos es compatible. Ser machista y concejal no debería”

Reacción Ada Colau: “Ser alcaldesa y fregar suelos es compatible. Ser machista y concejal no debería” Menéalo La alcaldesa de Barcelona, Ada Colau EUROPA PRESS Publicado 14/03/2016 17:39:46CET BARCELONA, 14 Mar. (EUROPA PRESS) – La alcaldesa de Barcelona, Ada Colau, ha respondido este lunes al líder del PP en el Ayuntamiento de Palafolls (Barcelona), Óscar Bermán: “En una sociedad sana, ser alcaldesa y fregar suelos es compatible. Ser machista y concejal no debería serlo” …

Da: www.europapress.es, 14 marzo 2016


Benché la ricerca per sua definizione non è mai conclusa e ci restituisce sempre la possibilità di ridomandare, di indagare di nuovo, di aggiungere, aggiustare, completare; la freschezza e l’entusiasmo di una ricerca dottorale ha il sapore della passione viva dell’inizio, che non tutti sul lungo percorso riescono a mantenere. Questo è il caso di Federica Castelli, neo Dottoressa di ricerca, che pubblica il suo lavoro con Mimesis, con il titolo Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, nella collana Eterotopie.
Come si evince già dal titolo l’autrice apre con questo libro un focus su cosa accade ai corpi che attraversano gli spazi pubblici in segno di dissenso rispetto al pensiero dominante o alla politica dell’istituzione: dalle occupazioni di Wall Street, alle piazze turche, fino ai flash mob. Cosa si inventano i corpi quando si pare uno spazio che li ascolta? Che tipo di conflitto mettono in atto e quali tensioni? Che peso e che valore aggiunto ha la differenza sessuale che i corpi portano?
Una breve Prefazione apre la riflessione e guida alla lettura del saggio, che si divide in quattro segmenti. L’analisi si serve di una chiara impronta filosofia e femminista, con la quale l’autrice legge le questioni che affronta nelle differenti parti del testo. Tuttavia, ulteriore pregio di questo lavoro è che non sembra di avere a che fare con un testo per addette ai lavori. Al contrario lo sforzo di Castelli, molto ben riuscito, è quello di parlare a tutti, con il vantaggio di poter costruire, seguendo il ragionamento dell’autrice, una cornice teorica solida per chi da attivista ha molte volte vissuto la piazza come spazio di dissenso, ma anche per chi semplicemente voglia costruirsi un pensiero critico di alto livello nel riflettere sull’esperienza dell’occupazione dello spazio pubblico: sia esso edificio, piazza o bosco.
La prima parte non poteva che aprirsi con un’indagine, che affonda le radici fin nell’antica Grecia, sui concetti di Differenza, Corpo (naturalmente) e Forza, che l’autrice ribadisce essere “il rimosso del politico”. D’altro canto, “in quanto unicità incarnate, i soggetti sono presenti nella scena pubblica con il loro corpo, che li pone in costante rapporto di esposizione-relazione all’alterità. Un corpo in piazza ha un valore che va al di là della presenza numerica che manifesta: è segnale incarnato di una protesta e segno della possibilità di un’alternativa politica” (p.10).
Non solo, in campo non c’è soltanto la relazione con e l’esposizione all’altro o all’altra, quando è il soggetto incarnato a farsi spazio nel dissenso collettivo, ma anche quella dimensione della parzialità, che apre alla sovversione. Se infatti “il tutto è l’universale, la parte è sovversione” (p. 33).
Interessante a questo punto è la possibilità che si genera da questa distinzione, e dal gesto femminista che scansa il soggetto neutro. Si fa spazio infatti, a partire da questo gesto, l’interrogazione su quale forma di dissenso tenga più conto della dimensione corporea e sessuata.
Il secondo capitolo infatti è dedicato alle forme di Rivoluzione, Rivolta e Tumulto.
Se “l’esperienza rivoluzionaria è calata nella temporalità storica e tende a modificarla stando alle sue regole e alle regole della definizione del potere” (p. 56), “una rivolta, lungi dall’essere una rivoluzione fallita o un eccesso di rabbia sgretolata, è invece luogo di sperimentazione e di una sospensione temporale che mette tra parentesi il già dato della storia” (ibidem). In altre parole, la rivolta apre alla possibilità di una temporalità altra che permette un libero gioco di quelle categorie che solo con il femminismo si sono potute concepire come politiche: “desiderio, autocoscienza, appropriazione del corpo, pratica dell’inconscio” (p. 46).
I rivoltosi e le rivoltose non dettano il futuro, ma lo evocano lasciando uno spazio di abitazione per i corpi e per le soggettività a venire.
Alcune esperienze di rivolta sono evocate nella terza parte del lavoro di Castelli, ma il quarto capitolo, Donne e rivolta, è quello che contiene più di tutti un sapore di una proposta politica più viva: quella che le donne di molti femminismi fanno a questo mondo. Solo la dimensione contenuta del corpo e non quella estesa oltre sé e gli altri della mente sganciata dal corpo, può parlare a questo mondo senza l’avidità che proviene dal volerlo dominare.
Le pagine che ci hanno condotto attraverso la complessità di queste riflessioni non si concludono qui, ma ci regalano una quinta sezione, che forte del percorso fin qui compiuto rilegge l’esperienza delle donne della Comune di Parigi (1871).
Ripercorrere la storia delle donne, come in questo caso, non è un’operazione che vuole completare quel quadrante della storia che per molto tempo ci siamo dimenticati, ma ricostruisce una cancellazione ben più grave: quella delle pratiche delle donne.
Riconoscerne una per cancellare le altre o per fare di lei l’eccezione “al femminile” di una figura nota come maschile è la colpa ben più grave con cui “il maschile” deve fare i conti.
Roberta Paoletti in DWF (107) Ancora Sorelle?, 3, 2015

(www.dwf.it, 14 marzo 2016)