Isis, o Daesh, sono parole tornate prepotentemente nei notiziari. Bruxelles era un posto tranquillo e sicuro una volta. Forse non lo è più, proprio come è già accaduto a Parigi. Mentre lo stato di allerta vige su ogni aeroporto europeo c’è però chi protesta nel sentire parlare di “attentati islamici” e preferirebbe la definizione “attentati terroristici”.
Fra questi c’è anche Soufiane Malouni, 26 anni, reporter e blogger marocchino che vive tra la Francia e l’Italia, a Firenze, con una perfetta padronanza della lingua italiana e francese (oltre all’arabo, sua lingua madre), fondatore del sito Bladi24, il notiziario di riferimento dei marocchini in Italia. Soufiane ha tracciato per Marie Claire una lista in dieci punti con cui vuole dimostrare che l’Isis non ha a che fare con l’Islam «usato come un pretesto per indorare con una patina di santità quella che è solo follia omicida».
1. L’Islam è una religione violenta per natura. Islam viene dalla parola Assalam, che vuol dire “pace”. Il saluto fra islamici è Assalam Alaykum, che vuol dire “la pace sia con voi”, ed è sempre al plurale perché diretto verso tutta l’umanità.
2. Il Corano è un libro che predica la violenza. Secondo una recente ricerca in Usa, risulta che la Bibbia contiene il doppio esatto di contenuti violenti rispetto al Corano.
3. Quella dell’Isis è una guerra religiosa. L’Isis non è un’organizzazione religiosa, ma terrorista, e ha come solo scopo l’ottenimento di denaro e potere. Ha preso possesso di territori ricchi di giacimenti di petrolio che rivende a qualcuno a cui fa molto comodo non contrastarli. Questo è un conflitto politico-economico, non religioso.
4. I militanti dell’Isis si vantano di avere Dio con loro. Non vuol dire nulla: anche i nazisti usavano lo slogan Gott Mit Uns (Dio è con noi) mentre sterminavano ebrei, gay, rom e disabili. Tutti possono dire quello che vogliono, che poi sia vero è un altro discorso.
5. Le moschee sono covi dell’Isis. I militanti dell’Isis hanno fatto saltare in aria molte moschee in Arabia Saudita, Siria, Iraq. La moschea è la casa di Dio e chi la oltraggia non è certo con Dio.
6. Gli attentatori di Parigi e Bruxelles erano musulmani integralisti. Gli attentatori avevano – hanno, quelli vivi – quasi tutti precedenti penali per spaccio e consumo di droga e sfruttamenro della prostituzione. Salah Abdeslam frequentava i night club, è probabile che praticasse anche sesso prematrimoniale. L’Islam puro non prevede questo tipo di atti e chi li pratica non può certo essere considerato “integralista”.
7. Tutti i musulmani fanno il tifo segretamente per l’Isis. Il 95% delle vittime dell’Isis sono state finora altri musulmani. In Marocco, così come in Turchia e molti altri paesi di religione islamica, temiamo l’Isis esattamente quanto lo temono i belgi, i francesi, gli inglesi, gli statunitensi e voi italiani.
8. I musulmani non fanno nulla per contrastare l’avanzata dell’Isis. In Marocco, ogni settimana, i servizi segreti arrestano una decina di terroristi. Ma noi musulmani non abbiamo più possibilità di fermare il Daesh di quanto ne abbiate voi europei. Il Daesh va sconfitto con uno sforzo collettivo, non solo nostro.
9. Gli islamici sono intolleranti nei confronti dei cristiani. I cosiddetti cristiani arabofoni sono presenti da sempre in paesi a prevalenza islamica. Sono 843mila nella Siria di Assad, 117mila in Giordania, un milione e 300mila in Libano, 300mila in Iraq e addirittura 11milioni in Egitto.
10. “Allahu Akbar” è un grido di guerra. Allahu Akbar (Dio è grande) è la prima frase che viene sussurrata nell’orecchio di un neonato. Per noi è associata all’inizio della vita, non certo alla guerra, che mette fine a un gran numero di vite.
Il dibattito è decisamente aperto. Ciascuno, però, dopo aver letto l’opinione di Soufiane Malouni, potrà avere le idee un po’ più chiare.
(Marie Claire, 1 aprile 2016)
di Adriana Pollice
Statistica. Le criticità del nuovo assetto delineato da Alleva. In allarme la comunità scientifica
Il nuovismo renziano è approdato anche all’Istat e l’esito finale mette in allarme parte della comunità scientifica. Nel 2014 il consiglio dei ministri, su proposta del dicastero della semplificazione e pubblica amministrazione, retto da Marianna Madia, ha designato Giorgio Alleva presidente dell’Istituto nazionale di statistica. Da lì ha preso l’avvio la riorganizzazione dell’ente. La sociologa Chiara Saraceno ha ricordato dalle colonne di Repubblica: «L’informazione statistica, soprattutto in campo sociale e demografico, che l’Istat mette attualmente a disposizione è un patrimonio che non ha riscontro in nessun altro istituto nazionale di statistica in Europa».
Saraceno non è l’unica a essere preoccupata. Donato Speroni, giornalista ed ex dirigente Istat, ha elencato sul suo blog tutte le criticità del nuovo assetto delineato da Alleva: «La logica dell’intera riforma consiste nella valorizzazione e nella integrazione dei dati di fonte amministrativa». In sintesi, si privilegia l’aggregazione di dati certificati rispetto al lavoro sul campo, un metodo che consente la riduzione dei costi ma finisce per sottostimare tutti i fenomeni sociali che sfuggono alle rilevazioni ufficiali, facendo così perdere all’Italia una delle sue attività di ricerca di eccellenza, riconosciute anche all’estero.
È ancora Speroni a chiarire: «La riforma si ripropone di alimentare in continuo i dati che si possono ricavare dalle amministrazioni e dalle imprese. È la strada del futuro, per un’ampia messe di dati (compresi quelli ricavabili dai “Big Data”). Ma la pubblica amministrazione italiana è molto più indietro nella informatizzazione (e soprattutto nella compatibilità tra i diversi sistemi informatici) rispetto ai paesi nordici a cui questo modello si ispira». Soprattutto, c’è allarme per le indagini campionarie: col tempo, potrebbero essere soppresse le ricerche sul campo in collegamento con centri di ricerca, associazioni ed enti indipendenti, quelle che fotografano le novità che si sviluppano nella società, in grado di correggere le stime ufficiali rivelando il sommerso ad esempio in fatto di povertà o violenza sulle donne (si stima che il 93% non denunci).
Spiega Saraceno: «Se l’Istat dagli anni ’90, per intelligente scelta dei suoi presidenti e l’enorme lavoro svolto da una delle sue dirigenti più qualificate, Linda Laura Sabbadini, e dagli altri dirigenti del settore sociale non avesse messo in piedi il sistema di Indagini Multiscopo e arricchito in ottica sociale anche le indagini sulle forze di lavoro e sui consumi, poco sapremmo su molti cambiamenti che hanno riguardato la società italiana, dalla famiglia ai rapporti tra le generazioni e ai rapporti uomo-donna; poco o nulla sapremmo sulla povertà assoluta, i senza dimora, la violenza in famiglia e fuori, il bullismo, le reti di aiuto informale, sui migranti ed altro ancora».
La riorganizzazione potrebbe persino investire il rapporto sul Bes – Benessere equo e sostenibile: 130 indicatori che si basano su dati soggettivi, fondamentale per ottenere una lettura più articolata che vada oltre l’indice Pil. Ridurre le indagini campionarie o le domande nelle indagini multiscopo significa, di fatto, cancellare il Bes. La riorganizzazione naturalmente ha modificato anche la struttura dell’Istat: l’istituto è stato diviso in due dipartimenti (raccolta dati e produzione statistica) e sette direzioni con nuove nomine nei rispettivi vertici. Ne è derivato lo smantellamento dei dipartimenti tematici (statistiche economiche, sociali e ambientali, censimenti): «Le competenze su queste indagini – scrive Speroni – potrebbero rischiare di essere disperse». Sabadini (inserita nell’elenco delle cento eccellenze italiane, insignita commendatore dal presidente della Repubblica Ciampi) e Cristina Freguglia, direttori rispettivamente dell’ambito sociale ambientale e sociale, non fanno più parte del vertice dell’istituto. La presenza femminile nei vertici così si è dimezzata.
(il manifesto, 1 aprile 2016)
di Redazione Dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali di Istat, che cessa di esistere: la decisione dei vertici dell’istituto solleva un polverone. «È una delle cento eccellenze italiane»
Diventa un caso la decisione dell’Istat di togliere a Linda Laura Sabbadini l’incarico di direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali. Secondo l’ufficio stampa dell’Istat, si tratta di una decisione tecnica: l’Istituto di statistica è infatti in corso di riorganizzazione interna, per scelta del presidente Giorgio Alleva. La struttura, che ha sempre prodotto statistiche settoriali, verrà orientata verso una visione più organica e articolata delle indagini. Per cui non esisteranno più quattro Dipartimenti, ma solo due: quello per le Statistiche sociali e ambientali, che prima era diretto da Sabbadini, verrà riunito a quello per i Conti nazionali e le statistiche economiche, diretto da Roberto Monducci, che ora diventerà il direttore unico del maxi dipartimento. Una riorganizzazione che ha scatenato in poche ore una polemica, prima sui social media e poi nel mondo politico e sindacale. «Estromissione incomprensibile», commentano Cgil, Cisl e Uil in una nota congiunta, ricordando che «grazie al suo impegno l’Italia è all’avanguardia nel campo delle statistiche di genere, della ricerca sulle violenze alle donne, dei fenomeni sociali sommersi». Sabbadini, sottolineano i sindacati, «ha anche elaborato il Benessere equo e sostenibile, uno degli esperimenti più interessanti al mondo e molte generazioni di donne e ragazze son cresciute con le sue ricerche, le migliori in questi campi degli ultimi 20 anni», e «insieme al suo staff ha dato visibilità agli invisibili in materia di salute, sicurezza, benessere, violenza, lavoro, abusi ambientali e povertà». Il timore è che «il prezioso lavoro fatto possa andare disperso e questo sarebbe un impoverimento per il Paese, per le politiche sociali e di genere».
Sabbadini, classe 1956, è infatti una ricercatrice nota anche per il suo impegno a favore dei diritti delle donne e le statistiche prodotte dai suoi uffici mettevano in evidenza le discrepanze di genere anche nelle condizioni di lavoro e retribuzioni. Il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali ha pubblicato finora le statistiche sul mercato del lavoro, dati molto sensibili perché descrivono l’effetto che le riforme del governo Renzi stanno avendo sull’occupazione e sulle quali non ci sono letture univoche. E infatti Linda Laura Sabbadini, nota anche per le apparizioni in pubblico, è stata insignita del titolo di commendatore dal 2006 «per l’importante e fortemente innovativo apporto fornito allo sviluppo delle statistiche ufficiali sociali e di genere in Italia e a livello internazionale», secondo quanto si legge sul sito dell’Istat. La prima a scrivere è stata su Twitter la giornalista Paola Tavella: «Linda Laura Sabbadini, fra le 100 eccellenze italiane e commendatora, pioniera delle statistiche di genere, conosciuta e stimata in tutto il mondo, è stata estromessa dai vertici dell’Istat dal suo ruolo di direttora di dipartimento». Messaggi di solidarietà sono arrivati anche da Lorella Zanardo, autrice del documentario «Il corpo delle donne», che scrive: «Abbiamo peggior punteggio #genderGap #WEF2016 #Europe: anziché più #donne #Vertice eliminamo #RisorsaEccellente #LindaSabbadini @istat_it?».«Linda Laura ha fatto emergere le donne, prima assenti», dice in una nota la vice presidente del gruppo Pd alla Camera Titti Di Salvo. È intervenuta anche Mara Carfagna, ex ministra per le Pari opportunità: «Linda Laura Sabbadini è una innovatrice, una studiosa competente, è stata lei a fornirci il quadro della situazione in Italia su tematiche delicate come, ad esempio, la violenza sulle donne o la dimensione delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale», concludendo: «Non riusciamo proprio a comprendere la ratio della decisione dell’Istat».
Sabbadini si era candidata a diventare la direttrice del nuovo Dipartimento, ma a lei è stato scelto Monducci. Si era anche candidata a dirigere una delle nuove direzioni, che da dieci diventano sette, create nel corso della ristrutturazione dell’istituto: sia a quella sociale che a quella ambientale, ovvero i due settori di cui era esperta. Ma non è stata scelta per nessuna delle due. Il presidente dell’istituto, affiancato da un team di esperti, ha preferito altri nomi interni. Quindi, anche se restano ancora 4 direzioni da affidare, lei per ora resta senza un incarico preciso: rimane ovviamente dirigente di ricerca assunta a tempo indeterminato, ma senza un ruolo definito. Sarebbe la prima volta dopo anni: Sabbadini è stata direttore centrale dal 2001 al 2011 e poi capo-dipartimento dal 2011 ad oggi. Quando è arrivata la circolare: dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali di Istat, che cessa di esistere.
(Corriere della Sera, 1 aprile 2016)
Dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più né direttrice centrale né del dipartimento per le statistiche sociali dell’istituto. È tra le prime cento eccellenze in Italia. Nel 2006 fu insignita commendatore per il carattere innovativo del suo lavoro. Cgil su Twitter: “Ha dato visibilità agli invisibili”. La vicepresidente del Senato Fedeli: “Scelta incomprensibile”
di Agnese Ananasso
ROMA – Polemiche e social in rivolta per la decisione dell’Istat di sollevare Linda Laura Sabbadini dai suoi incarichi di direttrice centrale e del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali, un settore, quest’ultimo, fortemente penalizzato nell’ambito di un piano di ristrutturazione aziendale in atto nell’istituto.
La Sabbadini, definita in un tweet di protesta da Loredana Taddei della Cgil Nazionale “pioniera delle statistiche di genere”, cesserà il suo servizio dal 16 aprile. Nell’ambito È considerata una delle maggiori esperte a livello internazionale nella raccolta e analisi dei dati sulla donne e ha dato “visibilità a invisibili e sommerso”, come scrive nel suo tweet la Taddei.
Classe 1956, nel 2006 è stata insignita dall’allora capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, dell’onorificenza di commendatore della Repubblica, proprio per il ruolo particolarmente innovativo svolto nel campo delle statistiche sociali e di genere.
Su Twitter c’è chi parla di “porcata” dell’Istat, di “clamoroso autogol”, la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli (Pd) afferma che è “difficile comprendere la scelta dell’Istat. Gli studi di Linda Laura Sabbadini si sono rivelati finora preziosi per approfondire molti ambiti di ricerca legati alla vita delle donne e, di conseguenza, per rendere più incisive scelte politiche fondamentali per il nostro Paese: dalla violenza di genere ai dati sull’occupazione femminile, dalle indagini sulla povertà a quelle sugli equilibri tra sfera domestica, lavorativa e sociale, dall’integrazione delle donne immigrate alla grande attenzione rivolta alle differenze territoriali, i suoi contributi rappresentano certamente un fattore di innovazione che ha arricchito molto il valore scientifico e culturale degli studi compiuti dall’Istat, una base di conoscenze imprescindibile per chiunque voglia mettere in campo politiche sociali monitorabili ed efficaci”.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sesa Amici definisce i contributi di Sabbadini una “risorsa scientifica unica”. “Siamo proprio arrabbiate” twitta la Casa Internazionale delle Donne di Roma. “Linda Laura Sabbadini, grande amica delle donne e della Casa, non farà più parte dei vertici Istat”.
D.i.Re, la rete nazionale dei Centri Antiviolenza, attraverso un comunicato esprime “preoccupazione e incredulità” davanti alla decisione dell’istituto di statistica. “Questa studiosa è stata più volte premiata in Italia e all’estero per il valore del suo lavoro e recentemente inserita fra le prime cento eccellenze italiane, eppure dal 16 aprile non ricoprirà più alcun incarico. Non comprendiamo le ragioni di questa scelta, poiché il nostro Paese le deve molto, e in particolare le devono molto le donne italiane. Attraverso il suo lavoro abbiamo saputo che la violenza di genere è un fenomeno strutturale e in gran parte sommerso e che un terzo delle donne italiane la subisce. Chiediamo dunque con forza di conoscere i motivi di questa gravissima decisione e ci auguriamo il suo immediato ritiro”.
Spera in un ripensamento Liliana Ocmin, responsabile Donne Giovani Immigrati della Cisl: “Esprimiamo grande perplessità e preoccupazione per l’incomprensibile rimozione di Linda Laura Sabbadini, una dirigente preparata, una eccellenza italiana conosciuta ed apprezzata anche all’estero nel campo della ricerca sui temi di politica di genere, di violenza alle donne, di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Come Cisl ci auguriamo che il suo prezioso operato non vada disperso e per questo chiediamo la massima trasparenza ed un ripensamento sulle scelte intraprese onde evitare che le politiche di genere vengano ulteriormente colpite”.
(Repubblica, 1/4/2016)
dal 9 al 24 aprile 2016
CHIESA DI SANTA MARIA NOVA O DEL PILASTRELLO Strada Padana Superiore Vimodrone-Milano
IN-CONTEMPORANEA
a cura di Marco Tronci Lepagier
Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale
ROSELLA ROLI
Inaugurazione: sabato 9 aprile ore 18 – Orario: 16-18 venerdì, sabato e domenica
Associazione Gruppo Amici per Vimodrone Parrocchia San Remigio
Allo scopo di diffondere la conoscenza della Chiesa di Santa Maria Nova del Pilastrello, edificio di pregio presente sul territorio con all’interno una serie di affreschi attribuiti alla scuola di Bernardino Luini, è nata l’idea di proporre a vari artisti la realizzazione di una serie di installazioni site-specific.
Quinto allestimento della serie è “Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale” dell’artista Rossella Roli.
…per volare via.
Una struttura di vetro, scientifica, che potrebbe abitare un laboratorio, contenente elementi chimici, acqua che è mare e aria per il cielo, transustanziati. Si rimestano e fondono attraverso un processo alchemico, che muove il fautore dell’azione verso le stelle. Questa l’origine.
Una sorta di sospensione temporale tra il mare e il cielo e l’infinito, fatta di ricordi e di presagi. Rossella Roli crea racconti di evaporazione, di attese, di impercettibili trasformazioni. Riflessioni sull’universo, il proprio e quello dell’arte, attraverso una serie di oggetti di vetro, a volte spinosi a volte macchinosi, sempre trasparenti, fatti di una apparente felicità contrassegnata da continui sforzi e difficoltà per adeguarsi alla realtà. È il blu il colore della magia, della costruzione di “rifugi” che non servono per proteggere ma per allontanarsi. Per volare via. Metafore del desiderio, per chi ha sempre la necessità di ricostrurire un proprio bagaglio di ricordi, di bellezza e di sogni.
Francesca Alfano Miglietti
“Non amiamo il mare perché è blu, ma perché qualcosa dentro di noi, nei nostri ricordi inconsci, trova la sua reincarnazione nel mare blu. E quel qualcosa di noi, dei nostri ricordi inconsci, scaturisce sempre e dovunque dai nostri amori infantili, da quegli amori destinati in un primo tempo solo alla creatura, principalmente alla creatura-rifugio, alla creatura-cibo, quale è stata la madre o la nutrice…”
Gaston Bachelard
Rossella Roli, vive e lavora a Milano. Si occupa di progettazione grafica dal 1989 e dal
1992 è socia AIAP (Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione visiva). Nel
2001 si specializza in web design presso la Domus Academy di Milano e successivamente
si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera presso il dipartimento di Arti Visive.
2013Inneschi testo di Silvia Bottani – Satura Art Gallery, Palazzo Stella, Genova
2009 Survivals a cura di Silvia Bottani, Galleria Obraz, Milano
Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale a cura di J. Blanchaert
Testo di presentazione di F. Alfano Miglietti (FAM), Galleria Blanchaert, Milano
Group Exhibitions:
2014Trame di guerra a cura di F. Porreca, Castello Visconteo, Pavia
MA-EC Art Expo
Milan Art & Events Center, Milano
Progetto Conflitto
Spazio Apriti Cielo, Milano
Femminile, plurale. L’interiorità, lo sguardo dentro a cura di A. Redaelli
Galleria Biffi Arte, Piacenza | Palazzo Pirola, Gorgonzola ( Milano )
2013Lo stato dell’arte nel 2013 a cura di L. Di Falco
Obraz Art Kitchen and Wine, Milano
Inneschi
Palazzo Stella, Milano
Fiera Arte Genova2013
40 cappelli ‘40 a cura di D. Airoldi e M. Ferrando
Galleria Quintocortile, Milano
2012Ri-definire il Gioiello a cura di S. Catena
Bertolt Brecht Spazio2 – Galleria l’Acanto, Milano
Fuori stagione a cura di L. Argentino
Bertolt Brecht Spazio2, Milano
L’amor che move il sole e l’altre stelle a cura di V. Agosti
Chiesa di San Gregorio e San Marco Cologno, ( Milano )
Human Rights? 2012 a cura di R. Ronca
Castello di Acaya, Lecce
Raccolte d’Arte a cura di N. De Biasi
Biblioteca Valvassori Peroni, Milano
Monocolori a cura di D. Airoldi e M. Ferrando
Galleria Quintocortile, Milano
Circuiti Dinamici 4 a cura di StatArt
Bertolt Brecht Spazio2, Milano
2011 10×10 a cura di L. Di Falco Obraz Gallery, Milano
11° Premio Nazionale d’Arte Città di Novara
Fondazione Novara Sviluppo (Palazzo Renzo Piano), Novara
La luce e la forma a cura di A. Bretta
Castello Estense, Imbarcadero Uno, Ferrara
Drawing Connections
Siena Art Institute, Siena
Human Rights 2011 a cura di R. Ronca
Fondazione Opera Campana dei Caduti, Rovereto (Trento)
Sconcerti VIII edizione Poesiarte Milano a cura di D. Airoldi e M. Ferrando
Galleria Quintocortile, Milano
AAM Arte Accessibile Milano
Spazio Eventiquattro, Gruppo 24Ore, Milano
Unità d’Italia Centocinquant’anni di storia
Chiesa di San Domenico, Budrio (Bologna)
2010 Step09 The art fair that’s step ahead
Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano
Studi aperti. Arts festival nel Cuore Verde tra due Laghi
Ameno (Novara)
Giorni felici a Casa Testori. 22 artisti in 22 stanze
Casa Testori, Novate (Milano)
Obraz 10 a cura di L. Di Falco
Galleria Obraz,Milano
Amore a-meno a cura di E. Longari
Palazzo Tornielli,Ameno (Novara)
2009 VI Biennale del Libro d’Artista
Città di Cassino, Frosinone
Another Break in the Wall a cura di C. Ferraro e M. Congedi
Wannabee Gallery, Ameno (Novara)
Lo stato dell’arte nel 2009 a cura di L. Di Falco
Galleria Obraz, Milano
Ritratti a cura di B. Nahmad
Galleria Obraz, Milano
Passaggi di stato a cura di M. Bergamini
Spazio per le Arti Contemporanee del Broletto, Pavia
2008Cassandra a cura di C. Muccioli
Complesso Monumentale di Sant’Agostino, Mondolfo (Pesaro/Urbino)
2007Un segreto a cura di F. Alfano Miglietti (FAM)
Futurenetgroup – Sala delle Colonne, Milano
2006 Donne fuori dal limite a cura di MR. Pividori e R. Moratto
Museo d’Arte Contemporanea Malandra, Vespolate (Novara)
Arte in disparte Accademia di Belle Arti di Brera
Ex Chiesa di San Carpoforo,Milano
Un lavoro fatto ad arte (Centenario della CGIL) a cura di V. Pirola
Fruttiere di Palazzo Te, Mantova
Press:
Via Dogana | settembre 2014
Abitare | ottobre 2010
ArsLife | 19/07/2010
Vogue Italia | 24/06/2010
Corriere della Sera | F. Bonazzoli | 23/06/2010
Arte | novembre 2009
Il Giornale | M.Di Marzio | 17/11/2009
Cataloghi:
Giorni Felici | Catalogo Casa Testori Associazione Culturale | 2011
AAM Arte Accessibile Milano | Catalogo Maretti Editore | 2011
Amore a-meno | Catalogo Prearo Editore | 2010
Survivals | Catalogo Galleria Obraz | 2009
6° Biennale Libro d’Artista | Catalogo Gangemi Editore | 2009
Interviste:
Radio3 Suite | 02/07/2010
Ultrafragola Channels | 23/06/2010
di Adriano Sofri
L’Avvenire ha pubblicato ieri, nelle pagine di “E’ vita”, un brano del pamphlet di Luisa Muraro che sta per uscire per l’editrice La Scuola: “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”. La interessante lettura non mi è bastata, profano come sono e superato dagli eventi, a farmi un’idea adeguata dell’opinione di Muraro. Mi ha bensì colpito l’inciso in cui l’autrice, argomentando l’“impronta maschile” della “gestazione per altri”, osserva che “da sempre l’uomo ha dato alla procreazione un contributo materiale solo biologico: la paternità tradizionale, infatti, consiste più nel fatto simbolico (il nome) che nell’esperienza vissuta.
Non così la donna, che alla procreazione dedica anima e corpo per mesi e anni, ricavandone gioie e dolori che ricorderà tutta la vita. E che per farlo corre rischi per la salute e la vita stessa…”. L’uomo ha da sempre voluto risarcirsi del contributo marginale e irrisorio, benché necessario, alla procreazione, proclamandosene protagonista e facendo della donna un mero strumento della sua realizzazione. Ha praticato ferite che mutilassero le donne del piacere, riservandolo a sé, e riducendo loro alla materiale fertilità. Il figlio è stato ed è, nelle culture maschili, figlio del padre, in barba alla natura (Mater certa…). L’uomo ha detto della (sua) donna che “gli ha dato un figlio”, o molti più di uno. Ha inventato cerimonie in cui fingersi incinto e simulare in pubblico le doglie del parto mentre la donna partoriva in una capanna. Ha proclamato solennemente la patria potestà: “Sono in potestà nostra i nostri figli, che abbiamo procreato…”. L’ipertrofia culturale della paternità ha voluto vendicare la minorità naturale dell’uomo nella procreazione. Sicché si è tentati di dire che la grandiosa e magnanima mitologia della paternità può essere definita, appena rovesciato il cannocchiale, come una Paternità Surrogata. Senza pagare affitto, quanto all’utero.
Interpreto così l’inciso di Muraro sul segno maschile della cosiddetta maternità surrogata. Detto questo, dubito fortemente che la denuncia della sua prevalente impronta maschile valga a far retrocedere l’ideologia del desiderio di un figlio “proprio”, sia pur passato attraverso il corpo di un’altra e le proprie tasche.
(il foglio quotidiano, 1 aprile 2016)
A cura della Comunità di Storia vivente*
L’Associazione delle Vicine di casa di Mestre ha dato alla luce un prezioso libretto dal titolo “La pratica della Storia vivente”, disponibile anche presso la Libreria delle donne di Milano; si tratta degli Atti dell’incontro del 26 settembre 2014 al Centro Culturale Candiani di Mestre per discutere il numero 95 (2012) della rivista DWF in aperto confronto con altre modalità di scrittura della storia.
Perché prezioso?
Prezioso è il racconto amoroso, preciso e ragionato di Alessandra De Perini della storia della Comunità, nata negli anni Ottanta, mostrandone i passaggi di svolta e le invenzioni. Prezioso è lo scambio con Tiziana Pleblani, della Società italiana delle Storiche, autrice di due libri importanti “Il genere”dei libri (Franco Angeli, 2001) e Storia di Venezia, città delle donne, (Marsilio, 2008), perché ha fatto una lettura attenta e critica delle nostre proposte mettendole a confronto con la sua esperienza e altre recenti modalità di fare storia; ci ha dato così l’occasione di proseguire nella nostra ricerca e di chiarirne le caratteristiche. La Comunità è nata dall’idea di Marirì Martinengo di portare alla luce la storia vivente nascosta in ciascuna/o di noi, concretizzatasi con la scrittura della storia della nonna, La voce del silenzio,Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta” (Ecig, 2005), nonna che la famiglia borghese aveva sepolto in un istituto e cancellata dalla memoria familiare. Questa invenzione, come ha detto la storica María Milagros Rivera Garretas, rappresenta il possibile inizio di un cambiamento per la storiografia europea. Una nuova pratica ha preso il via, il cui fulcro è l’indagine di un nodo irrisolto, di chi si occupa di storia a vario titolo, che attraverso l’ascolto e il dialogo attento con le altre della Comunità, porta a una scrittura femminile della storia. Potrebbero delinearsi nuove categorie interpretative per leggere la vita di donne e uomini in diversi periodi. Un’esigenza che ci sembra risuonare già nelle riflessioni di Simone Weil in Oppressione e Libertà (Orthotes, 2015): infatti una narrazione soggettiva, vera agente storica, ci orienta e ci aiuta a inventare nuove istituzioni, perché quelle esistenti non corrispondono ai bisogni e alle necessità dell’animo umano e schiacciano i soggetti. Nuove istituzioni ispirate da verità, bellezza, giustizia e amore, invece che dai rapporti di forza e di potere. Il libretto restituisce ciò che è stato un intenso scambio di idee sulle nuove modalità di narrazione storica, sulla memoria, sull’autocoscienza e le pratiche originarie del femminismo tra donne di differenti collocazioni e linguaggi, donne che nel dibattito sono intervenute a partire dalle loro esperienze di storiche di professione, insegnanti, filosofe, impiegate, bibliotecarie, funzionarie del Comune, appassionate di storia. Gli Atti rendono conto del ricco contradditorio e di alcune obiezioni. Tiziana Plebani ha riscontrato che un eccesso di narrazioni soggettive produce un calo di attenzione; troppa emotività rischia di consegnarci all’indifferenza, come sta accadendo per la Shoah; la nostra metodologia può apparire poco scientifica poiché non basta riconoscere autorità ed essere in relazione di scambio con Milagros Rivera per fare Comunità scientifica; ci sono ancora poche narrazioni che hanno fatto proprio il metodo della storia vivente. Nadia Lucchesi ha rilevato che a lei “la storia ha insegnato a stare in contatto con la realtà, non dimenticare i rapporti di forza”. A queste osservazioni critiche fa seguito un testo a testimonianza della continuità dello scambio. Apprezzamenti nel corso del dibattito sono venuti da Grazia Sterlocchi de La settima stanza, profonda conoscitrice della filosofa María Zambrano, a cui abbiamo fatto riferimento nel momento sorgivo della Comunità, e da Adriana Sbrogiò di Identità e Differenza che considera valido riprendere elementi dell’autocoscienza per questa pratica storica. Le curatrici hanno dato spazio anche a tre racconti di Desirée Urizio, Marina Canal e Piera Moretti. Il racconto di Desirèe presenta interessanti elementi di storia vivente reintepretando con la lente della genealogia femminile l’esodo istriano della sua famiglia, mentre quelli di Marina Canal e Piera Moretti, pur traendo spunto da nodi irrisolti approdano al genere della storia personale. Inoltre il volumetto è prezioso perché mostra una pratica politica, quella di restituzione di valore alle imprese delle altre che le Vicine perseguono da anni attraverso un lavoro di elaborazione e di divulgazione. Colpisce la cura che hanno posto nella preparazione dell’incontro: si tratta di quella materia prima necessaria ma spesso invisibile di cui è fatta la politica delle donne e che continua nel far rimbalzare il senso oltre l’accadimento per non lasciarlo cadere nella dimenticanza. Un’alchimia che nasce nel lavorio delle relazioni di vicinanza e di lontananza, che si tramuta con la scrittura in riconoscimento simbolico. È così avvenuta una doppia restituzione: della pratica della Comunità e di quella delle Vicine di casa, una pratica che, come loro stesse la definiscono, fa umana la città. La città che, citando Chiara Zamboni in Abitare la vita, abitare lastoria (Marietti 1820, 2015, pag. 31), “è un ponte verso altro”.
Prima donna a vincere il Premio Pritzker, che in architettura equivale a un Premio Nobel, si è spenta per un attacco cardiaco in un ospedale di Miami dove era in cura per una bronchite
MIAMI – Era la regina dell’architettura. Mondialmente riconosciuta. Una donna dagli occhi grandi e scuri, nata a Bagdad 64 anni fa e che ha lasciato tracce, forme, impronte perenni nelle città del pianeta. Viaggiava, si spostava continuamente, disseminando la terra di opere che univano il futuro, la sua visione, al rispetto del paesaggio. Non compromessi ma unioni di onde, strutture allungate, angoli, spazio fluido.
In Italia aveva lavorato moltissimo, suo l’edificio del Maxxi, il museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma inaugurato il 28 maggio 2010 in via Guido Reni, sulla base di un concorso bandito nel 1998. E il museo romano si è messo a lutto. Hadid aveva recentemente partecipato anche al concorso per la riqualificazione delle caserme nella stessa strada romana. “La scomparsa di Zaha Hadid è un lutto per il mondo della cultura e per l’Italia, paese al quale è legata per il forte segno architettonico del MAXXI di Roma – ha ricordato il ministro dei Beni e delle attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini. “L’uso innovativo dei volumi e degli spazi che ha caratterizzato la sua architettura – prosegue – si è espresso al meglio in questo edificio, che ha seguito in ogni fase dalla progettazione alla costruzione introducendo nuove tecniche e materiali”. Tra i suoi lavori italiani c’era anche l’impegno nel quartiere City Life, l’ex Fiera di Milano: suoi uno dei centri residenziali, già ultimati, e una delle tre torri, in costruzione.
Nata a Bagdad il 31 ottobre 1950, poi diventata londinese, Zaha Hadid si è spenta oggi per un attacco cardiaco in un ospedale di Miami, dove era in cura per una bronchite. I suoi progetti, che uniscono architettura, arte e design, sono stati commissionati in tutto il mondo, da Hong Kong alla Germania e Azerbaijan. Suoi anche quelli del London Olympic Aquatic Centre, e il Trampolino di Bergisel e Innsbruck, in Austria. Il suo lavoro, il suo interesse era l’integrazione tra architettura, paesaggio e geologia, si serviva di tecnologie innovative, progettava forme architettoniche inaspettate e dinamiche. Immaginava.
Il suo talento è stato sempre riconosciuto. La sua visione è stata una danza nelle dimensioni dello spazio. Nel 2004 è stata la prima donna a vincere il Premio Pritzker, che in architettura equivale al Nobel. E’ un’esponente della corrente del decostruttivismo, è un membro del consiglio editoriale dell’Enciclopedia Britannica e ha ricevuto l’onore di una retrospettiva sulla sua opera al Guggenheim di New York, oltre che la laurea honoris causa presso l’Università americana di Beirut. I titoli sono infiniti, è considerata la regina delle forme.
Nel 2008 è stata classificata dalla rivista Forbes tra le 100 donne più potenti del mondo mentre per il suo stile il Guardian l’ha eletta tra le 50 persone più eleganti del pianeta. Per due anni consecutivi ha vinto anche il Premio Stirling: nel 2010 per una delle sue opere più celebri, il MAXXI di Roma, e l’anno dopo per la Evelyn Grace Academy, al 255 di Shakespeare Rd, Londra.
Il suo studio, lo Zaha Hadid Architects, dove lavorano 246 architetti, ha sede in un ex edificio scolastico vittoriano a Clerkenwell, Londra, ed è tra i più importanti studi di architettura del mondo: “E’ con grande tristezza che lo Zaha Hadid Architects conferma che ‘Dame’ (l’equivalente femminile del titolo di Knight, cavaliere, nel Regno Unito) Zaha Hadid, è morta improvvisamente a Miami nelle prime ore di questa mattina. Aveva contratto la bronchite all’inizio di questa settimana e ha avuto un improvviso attacco di cuore durante la degenza in ospedale”, scrivono sul sito ufficiale.
Zaha Hadid, continua l’elogio, “è il più grande architetto donna di oggi”. Il resto è la descrizione di una vita. Gli studi di Matematica all’Università americana di Beirut, poi il suo viaggio nel mondo dell’architettura iniziato nel 1972 presso l’Architectural Association di Londra. La città che l’adotta ma non riesce a fermarla tra le sue strade. Però è qui che Hadid stabilisce il suo studio nel 1980, insieme a Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis fino al 1987, e inizia a ottenere una reputazione in tutto il mondo per le sue opere teoriche innovative tra cui The Peak a Hong Kong (1983), il Kurfürstendamm di Berlino (1986) e la Cardiff Bay Opera House in Galles (1994). Hadid ha anche progettato il Dongdaemun Design Plaza & Park a Seul (Corea del Sud) complesso che è stato inagugurato il 21 marzo del 2014.
Il riconoscimento internazionale arriva anche con il Vitra Fire Station a Weil Am Rhein, Germania (1993), oltre a quelli già citati ci sono l’Heydar Aliyev Centre a Baku (2013), il Rosenthal Center for Contemporary Art di Cincinnati (2003) e la Guangzhou Opera House cinese (2010), tutti esempi di una ricerca complessa che reinterpreta il concetto di spazio, progetto e, anche, di utilizzo dei materiali.
Una donna che combatteva per la sua arte e i suoi progetti. A gennaio aveva pesantemente accusato Kengo Kuma, titano dell’architettura nipponica, per lo Stadio Olimpico di Tokyo 2020. Hadid, il cui progetto, originariamente prescelto, era stato accantonato nel luglio scorso con la motivazione dei costi diventati eccessivi, ha sostenuto che Kuma avesse copiato il suo design sotto vari aspetti e si era rifiutata di firmare la cessione del copyright come richiesto dal Comitato Olimpico giapponese prima di erogarle il compenso finale, e che comunque la sua proposta fosse stata osteggiata fin dall’inizio dalla lobby dei designer locali. Nei mesi precedenti, invece, aveva strenuamente difeso un suo progetto di impianto sportivo, e il ruolo del designer. Era accaduto quando erano emersi i tragici dati, che parlavano di centinaia di decessi nei cantieri dei nascenti stadi dei Mondiali del Qatar (2022), uno dei quali porta la sua firma. “Non è responsabilità dell’architetto, ma dei governi”,- aveva ribadito con veemenza. In entrambi i casi erano arrivate polemiche con strascichi legali.
Ma la sua arte non ammetteva repliche. In occasione del suo ultimo riconoscimento, la Riba Royal Gold Medal che Hadid ha avuto nel 2016, prima donna a ricevere questo riconosciemento, ha detto di lei l’architetto britannico, Sir Peter Cook, “(…) sicuramente il suo lavoro è speciale. Se Paul Klee ha ‘passeggiato’ lungo una linea, Zaha Hadid ha trascinato le superfici scaturite da quella linea in una danza virtuale, poi le ha abilmente ripiegate su sé stesse, portandole in viaggio nello spazio”. Per poi concludere: “Diciamolo chiaramente, avremmo potuto assegnare la medaglia a un personaggio degno, confortevole. Non l’abbiamo fatto, abbiamo scelto Zaha: più grande della vita, una personalità straordinaria, spavalda e sempre vigile, pronta. La nostra eroina. Come siamo fortunati ad averla a Londra”.
(Repubblica, 31 marzo 2016)
Zompettando allegramente tra una serie e l’altra di romanzi gialli – da Simenon a Lansdale passando per Tran-Nhut e tanti o tante altre – mi sono imbattuta in storie incredibili e personaggi che ho amato molto. Tra questi, mi sono resa conto che le protagoniste donne sono numerose, a riprova del fatto che il giallo ci dona! Sono giovani e meno giovani, hanno passioni, attitudini e lavori differenti, hanno uno spiccato senso dell’umorismo ma anche no, sono poco concilianti nei confronti delle ingiustizie, sono testardamente curiose e aggrappate alla vita, sono tutte bianche tranne una, sono tutte eterosessuali tranne tre, sono nate tutte dalla penna di scrittrici tranne poche ottime eccezioni. Purtoppo ho scoperto e ho iniziato a seguire la SIL (Società delle Letterate) subito dopo il convegno che ha avuto come filo conduttore L’invenzione delle personagge, altrimenti mi sarei divertita tantissimo a seguire lavori inediti, audaci e così interessanti. Qui di seguito una carrellata delle personagge di cui ho divorato serie intere, che ho seguito con simpatia o infine che ho semplicemente scoperto senza avere voglia di chiudere a pagina 10. A parte la mitica Miss Marple di Agatha Christie, che non ha bisogno certo di presentazioni, la prima personaggia che ho conosciuto e amato è Lauren Laurano di Sandra Scopettone. Detective privata lesbica di New York, vive con la sua compagna psicoanalista Kip e un paio di gatti. Lauren Laurano è una vera tosta e i suoi litigi con Kip ci tormentano perché in fondo crediamo – o speriamo – che il loro sia vero amore. Molti ne hanno scritto come di una Montalbano lesbica in salsa americana anni ’90, ma – col senno di poi, visto che ho conosciuto Laurano prima di Montalbano – non mi ha assolutamente dato questa idea.
Altra amatissima è Rebecka Martinsson di Åsa Larsson, avvocata fiscalista a Stoccolma prima, pubblico ministero nella piccola cittadina di Kiruna poi. Personaggia piena di fragilità e al contempo di forza. È difficile staccarsi da questo ciclo che appartiene al filone letterario del giallo nordico, sia per la descrizione di ambienti di indubbio fascino che per la storia personale della protagonista, cui vorremmo essere amiche anche solo per andarla a trovare in quello sperduto agglomerato urbano nell’estremo nord della Svezia!
A farmi assaporare i profumi, i colori e il caos di Barcellona, invece, è l’ispettrice di polizia Petra Delicado di Alicia Giménez-Bartlett, il cui nome ossimorico parla da sé. Petra mi ha intrattenuta allegramente con il suo sarcasmo, la sua intransigenza, i continui battibecchi col viceispettore Fermín Garzón, le sue complicate e quasi antisentimentali storie d’amore e le costruzioni narrative che costituiscono lo sfondo di una critica sociale e che ho apprezzato molto.
Precious Ramotswe di Alexander McCall Smith, detective capa della No. 1 Ladies’ Detective Agency, ha sempre avuto la capacità di farmi venire il buon umore. La sua saggia e serafica stazza di donna dalla corporatura tradizionale del Botswana, i suoi modi affabili, il suo integerrimo e semplice senso della giustizia e della moralità hanno sempre avuto un effetto benefico su di me. La leggerezza dello stile dell’autore, unitamente alla narrazione di piccole storie di vita quotidiana della signora Ramotswe, della sua occhialuta segretaria Grace Makutsi (con la fissazione delle scarpe), del signor JBL Matekoni e dei suoi apprendisti meccanici, insomma di tutta l’allargata famigliola, mi sono rimaste nel cuore come quel piccolo e caldo pezzetto d’Africa.
Flavia De Luce di Alan Bradley è stata una recente e inaspettata scoperta. Questa ragazzina dalle nobili origini, trasandata, dispettosa e scorbutica è una vera forza della natura, tanto che nessuno avrebbe alcun dubbio nel preferirla alle sorelle Daphne e Ophelia! Appassionata nonché esperta conoscitrice di chimica, si trova spesso e volentieri invischiata in strani casi delittuosi in quel di Buckshaw nei pressi di Bishop’s Lacey. Orfana di una madre amante del rischio e dell’avventura, con un padre silenzioso distante e appassionato di filatelia, un fedelissimo maggiordomo tuttofare dal passato oscuro e una cuoca pasticciona e ciarliera, le imprese di Flavia non smettono di stupire.
Agatha Raisin di M. C. Beaton è un’agente di pubbliche relazioni di mezz’età che decide di coronare quello che crede essere il suo sogno, mollando la vita frenetica londinese per una più tranquilla nei Cotswolds. Ma l’indole curiosa, ambiziosa, testarda e inquieta di Agatha la mettono costantemente nei pasticci perfino in un posticino appartato e idilliaco come Carsely. Per fortuna, la sua simpatia e generosità le fanno conquistare amici fidati, come il giovane detective di polizia Bill Wong e la moglie del pastore Mrs. Bloxby. Agatha però con le questioni di cuore non ci sa proprio fare, e tra una quiche létale e la preparazione di un outfit per conquistare l’affascinante vicino, non ci si annoia per nulla!
La brillantissima commissaria Anne Capestan di Sophie Hénaff, alla sua prima apparizione, viene messa alla guida di una eterogenea brigata di reietti, bollati come non conformi dalla polizia giudiziaria di Parigi, di emarginati che vengono stipati tutti assieme in un ufficio malconcio dove qualcuno spera si lasceranno dimenticare. Ma nulla è come sembra e Capestan, con la sua innata autorevolezza, la sua cocciutaggine, la sua compassione e l’orgoglio da soldato corso riuscirà a spronare questo eccellente gruppo di outsider alla soluzione di casi complicati.
Mi è piaciuta molto anche Linda Wallander di Henning Mankell, la figlia d’arte poliziotta del più famoso Kurt. Mankell era riuscito a creare un personaggio interessante, indipendente ed autonomo di cui avrei continuato molto volentieri a leggere, se non fosse che lo scrittore – dopo il suicidio della giovane attrice che interpretava Linda nella trasposizione televisiva svedese del primo libro – ha ritenuto emotivamente impossibile scriverne ancora.
Alice Carta di Fiorella Cagnoni, in lettura proprio in questi giorni e scoperta solo adesso nonostante la sua prima storia sia datata 1985, è destinata a diventare una delle mie super preferite! Alice è una detective per caso e vocazione, vive a Milano con l’amica di sempre Elena, è «spumeggiante, ironica, trasgressiva, senza lungaggini ma capace di maniacale attenzione ai dettagli e alle sfumature». Le sue sono storie in cui al giallo si mescolano abilmente anche altri generi e finiscono col trasmettere più di un messaggio politico, che ha a che fare con la relazione tra donne e il femminismo. Già la adoro, che ve lo dico a fare.
Lolita Lobosco di Gabriella Genisi mette decisamente allegria! Prorompente a dir poco, dirige la squadra omicidi della questura di Bari con un approccio grintoso, serio e intraprendente senza rinunciare a quel tocco di femminilità tacco dodici che lascia spiazzati (e un poco impauriti) parecchi uomini. Protagonista assieme a lei, un sud metropolitano che mi pare di conoscere poco e al contempo moltissimo, un ammaliante fascino pugliese.
Altra personaggia interessante è Immacolata Tartanni di Mariolina Venezia, pubblico ministero al palazzo di giustizia di Matera. Con un marito che la ama, una figlia adolescente, una suocera insopportabile, le piccole cose di vita quotidiana da gestire, detestata e insultata in modo malcelato da un capo e da un certo numero di colleghi proprio in virtù delle sue innumerevoli risorse. Grazie ad Imma, accompagnata dall’appuntato Calogiuri, facciamo un giro per un’Italia imbarazzante e autentica, per una Basilicata maestosa e nostalgica.
Tra le nostrane anche la commissaria Barbara Gillo di Rosa Mogliasso; la poliziotta Maria Laura Gangemi di Silvana La Spina; Irene Bettini di Christine Von Borries; Camilla Baudino di Margherita Oggero; la redattrice Nadia Morbelli.
Uscendo nuovamente fuori dalla penisola troviamo anche la detective privata Saz Martin di Stella Duffy; Sara Linton di Karin Slaughter; la giornalista Annika Bengtzon di Liza Marklund (della quale mi è piaciuta molto anche la trasposizione in serie tv, con un’attrice che ne interpreta il ruolo splendidamente); l’investigatrice Stephanie Plum di Janet Evanovich; la mitica antropologa forense Temperance Brennan di Kathy Reichs; l’anatomopatologa Kay Scarpetta di Patricia Cornwell; Suor Pelajia di Boris Akunin ma anche Le amiche del club omicidi di James Patterson, Le vendicatrici di Carlotto e Videtta (che ho amato molto, anche se non sono convintissima dell’inclusione nel genere) e infine Erica Falck di Camilla Lackberg (che piace a tanti ma se devo dirla tutta l’ho mollata presto, molto presto).
E voi quali personagge avete amato? Di quale continuereste volentieri a leggere storie?
(https://parladellarussia.wordpress.com, 30 marzo 2016)
di Luciana Piddiu
“…là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio”
I sommersi e i salvati
Mi verrebbe da dire parafrasando Primo Levi, che vale anche il contrario: se si fa violenza al linguaggio, la si fa anche agli esseri umani. E lo dico a ragion veduta, in polemica con quanti, scrittori, giornalisti, intellettuali, chiamano shahid, “martiri”, i fondamentalisti islamici.
Il martire, dalla parola greca martus, è colui che testimonia la propria fede nonostante le persecuzioni e arriva anche ad accettare la morte pur di non abiurare. Nella nostra cultura il martirio ha un’accezione positiva,denota coraggio,forza d’animo, fedeltà a se stessi e ai propri ideali.
Tant’è che per estensione il termine è stato attribuito anche a coloro che sono morti per difendere i loro valori in nome della libertà, penso a Ipazia, a Giordano Bruno, a Salvo D’Acquisto.
La parola evoca una disposizione d’animo di grande generosità, la capacità di compiere un gesto straordinario. Per questo non possiamo accreditare l’idea che i terroristi islamici siano shahid, martiri, come loro per primi vorrebbero farci credere nelle loro azioni di propaganda e di proselitismo.
Farsi esplodere in mezzo a persone inermi, provocare morte e dolore inutili, non fa di loro i nuovi martiri del XXI secolo. No davvero!
Che ne siano o no consapevoli,che siano o meno manipolati e funzionali a un progetto politico di cui sono semplici pedine, essi sono e restano stragisti assassini. Così li dobbiamo chiamare.
Arrogarsi il diritto e il potere di dare la morte, interpretando alla lettera quanto dice il Libro «Non lasciar sulla terra – dei Negatori – vivo nessuno» (Corano, 71:26) non può in alcun modo essere equiparato all’atto di chi la morte la subisce per non tradire la propria fede.
La semplice torsione linguistica che li accredita come martiri presso l’opinione pubblica rischia di sdoganare le stragi compiute in preda a una sorta di delirio di onnipotenza, conferendo loro valore epico.
Nell’attentato di Lahore decine di bambini sono stati falcidiati senza pietà. Quel gesto estremo e irrimediabile non è testimonianza di fede, gesto d’amore per la vita e i viventi, ma sigillo mortifero: sancisce nella sua feroce crudeltà la supremazia della morte sulla vita.
Luciana Piddiu, 30 marzo 2016
di Anna Curcio
SAGGI. «Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria» di Silvia Federici per Mimesis. Una lettura dell’accumulazione originaria di Marx, per riscoprirne centralità e tuttavia parzialità. E la narrazione politica della caccia alle streghe come «guerra di classe»
«Come le recinzioni espropriarono i contadini dalle terre comunali, così la caccia alle streghe espropriò le donne dal proprio corpo, liberato, a funzionare come una macchina per la produzione della forza-lavoro». Questa in sintesi l’ipotesi teorica che Silvia Federici propone in Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, edizione riveduta e aggiornata di Il grande Calibano – classico del femminismo marxista che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati negli anni Ottanta – finalmente anche in traduzione italiana (Autonomedia 2014, ora Mimesis, pp. 234, euro 30,00). Ripensare lo sviluppo del capitalismo da un punto di vista femminista, considerando cioè l’accumulazione e riproduzione della forza-lavoro. Non solo dunque accumulazione di «lavoro morto» come beni espropriati con la recinzione delle terre o attraverso la razzia coloniale che Marx considera, seppur con peso tra loro differente, ma anche accumulazione di «lavoro vivo» sotto forma di esseri umani, resi disponibili allo sfruttamento dal controllo esercitato sul corpo delle donne.
Nell’assumere il proletariato industriale salariato quale protagonista dell’accumulazione originaria Marx ha perso di vista le profonde trasformazioni che il capitalismo ha introdotto nella riproduzione della forza-lavoro e nella posizione sociale delle donne. Intorno a questa ipotesi Federici intreccia la trama, spesso taciuta, delle lotte che hanno accompagnato la transizione al capitalismo. Così donne, contadini, piccoli artigiani e vagabondi, perlopiù cancellati dalla storia, assurgono in Calibano e la strega a veri protagonisti. Ripercorrendo la storia della caccia alle streghe nel Medioevo, il volume evidenzia i processi di criminalizzazione e degradazione sociale che colpirono le donne, il loro lavoro, i loro saperi e pratiche all’indomani della crisi demografica seguita alla Peste Nera europea. Allo stesso tempo, intreccia i destini delle streghe in Europa a quello dei sudditi coloniali nel Nuovo Mondo, insistendo sui processi di inferiorizzazione e sulla costruzione di gerarchie razziali che accompagnano l’espansione coloniale.
L’accumulazione capitalistica che Federici marxianamente indaga è soprattutto «di differenze», di ineguaglianze e gerarchie costruite sul terreno del genere e della razza; processi di segmentazione sociale costitutivi del dominio di classe. Per questo la femminista non ha dubbi: la caccia alle streghe è «guerra di classe portata avanti con altri mezzi».
Due secoli di «terrorismo di stato», tra il XVI e il XVII secolo, avrebbero dunque insegnato agli uomini a temere il potere delle donne, soprattutto il controllo esercitato sulla funzione riproduttiva. Mentre la donna «prodotta» come essere sui generis, «lussuriosa e incapace di governarsi» fu sottoposta al controllo maschile. Federici ribadisce così il carattere artificiale dei ruoli sessuali nella società capitalistica. La stessa sessualità femminile venne sanzionata, criminalizzando quelle attività non orientate alla procreazione e al sostegno della famiglia; la prostituzione, la nudità e le danze furono proibite e la sessualità collettiva al centro della vita sociale nel medioevo divenne «incontro politico sovversivo» del sabba. Le nuove coordinate della femminilità si orienteranno allora tra «lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva», monogamia e una nuova concezione della famiglia «con il marito sovrano e la moglie suddita del suo potere», mentre il corpo della donna diventava macchina della riproduzione. In questo senso, la caccia alle streghe è soprattutto «lotta contro il corpo ribelle»: il tentativo messo in atto da chiesa e stato per trasformare le capacità dell’individuo in forza-lavoro; cosa che mistificherà, da lì in avanti, il lavoro orientato alla riproduzione come destino biologico. Il corpo – l’utero in particolare – si fa dunque «macchina da lavoro»: bestia mostruosa da disciplinare da una parte, involucro e «contenitore» della forza-lavoro dall’altra, salendo alla ribalta del pensiero politico del tempo (da Hobbes a Descartes) come prerequisito per l’accumulazione capitalistica. Non sorprenderà allora che ogni pratica abortiva o contraccettiva sia stata condannata come maleficio, così le donne espulse da quelle attività come l’ostetricia o la medicina che avevano fin lì esercitato sulla base di saperi tramandati nel tempo.
Una vera e propria «politica del corpo» sottolinea Federici, in cui il corpo non è fattore biologico né il «soggetto universale, astratto, asessuato» della Storia della sessualità di Foucault, precisa, bensì è un corpo situato, denso di «rapporti sociali» (non solo di «pratiche discorsive») fonte di sfruttamento e alienazione e al contempo spazio di resistenza. E nella misura in cui, come Federici tra altri sottolinea, l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia. E qui si rintraccia l’estrema attualità di Calibano e la strega.
(il manifesto, 30 marzo 2016)
di Elena Fratini
Sono le otto e mezza e a via Salaria 971 regna il silenzio. La Casa della solidarietà trattiene il fiato in attesa dello sgombero, annunciato per le nove.
Eva Maruntel, mediatrice culturale e animatrice della lotta delle pentole, esce dalla struttura, non ha chiuso occhio, sono giorni che non li chiude. La sua azione continua inarrestabile nonostante le lettere di sfratto. Esile e combattiva, difende strenuamente il suo popolo, di cui troppe volte sono stati calpestati i diritti e frustrate le aspettative. Dietro a lei alla spicciolata arrivano altre donne con figli e nipoti. Nessuno ha lasciato il campo oggi: è da ieri che trattengono il respiro tutti insieme. Il 28 marzo si è tenuta un’assemblea nella quale gli abitanti del campo hanno deciso di rimanere compatti come un unico gruppo e barricarsi dentro, romeni e bosniaci fianco a fianco, nonostante le passate divergenze.
Le donne sono un fiume in piena, non se ne vogliono andare: “Sono anni che viviamo qui, i nostri figli vanno a scuola insieme e sono amici, siamo una comunità”.
“Dove potranno andare tutti questi bambini senza un tetto a proteggerli?” chiede una di loro. E’ una nonna, circondata dai suoi nipotini che hanno dormito sogni tranquilli ignari del pericolo che li minacciava. Le anziane sono le più preoccupate, sono loro le maggiori destinatarie dello sfratto e reggono sulle spalle famiglie numerose. Lo sgombero ha infatti minacciato l’elemento cardine della società rom, l’unità familiare che si regge sulla mater familias.
Alle nove e ventiquattro la sociologa Chirico raduna tutti i presenti intorno a sé, ha un annuncio importante da fare: lo sgombero non si farà, dalla Camera Stefano Fassina ha chiamato per dare la notizia. In Campidoglio è stata accettata la proposta del rinvio fino a che non verrà reperita una struttura adeguata per l’accoglienza delle famiglie, grazie soprattutto al contributo della deputata Giovanna Martelli, che ha preso a cuore questa rivoluzione tutta al femminile.
Via Salaria si riempie di urla di gioia, Eva e la professoressa Chirico si abbracciano.
“Grazie”, le dicono tutte. Un grande aiuto è stato fornito inoltre dall’associazione Cittadinanza e Minoranze, che si occupa di promozione sociale e che si è presa carico, a proprie spese, dell’analisi delle leggi e della risoluzione del problema da un punto di vista legale.
“Allora che è successo?” esce una signora preoccupata. “Non ce ne andiamo”, le urla un’altra.
“Mi togliete un gran peso”, dice ringraziando il cielo.
Denise Madalena Tectu, un’altra delle promotrici della lotta, si dice tranquilla. Si aspettava che lo sgombero non sarebbe avvenuto, ma non poteva esserne sicura fino all’ultimo.
“Tutti per uno, uno per tutti!”, esclama una donna rientrando sorridente.
La prima battaglia è vinta. Tutti tornano felici nella struttura che ancora, non si sa per quanto, possono chiamare casa.
(www.piuculture.it, 29 marzo 2016)
di Lucia Annunziata
Non è la prima volta che una madre piegata sul corpo del figlio si erge contro la morte, il dolore, l’ingiustizia. Dalle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, alle madri degli studenti massacrati dal cartello della droga in Messico, fino a, più vicino a noi, alle madri di Ilaria Alpi e di Stefano Cucchi.
Ma è forse la prima volta che il legame tra una madre e un figlio si inserisce nel luogo dove può cambiare se non la storia almeno la relazione fra due paesi.
A occhi asciutti durante una conferenza stampa affollatissima la madre di Giulio Regeni ha agitato la sua leva contro un intero sistema, un governo, un Generale che guida una grande potenza, cui si inchinano, per bisogno e interesse, tutti i paesi occidentali. Una leva piccola, come tutte le leve: la foto del volto del figlio. Quel volto descritto da lei, sempre a occhi asciutti, «gli avevano fatto così tanto che era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Io e il padre lo abbiamo riconosciuto solo dalla punta del naso». Quella immagine che è la prova delle bugie, della crudeltà, la madre di Regeni sa quanta forza contiene, «non obbligatemi a pubblicarla», dice appunto al Generale.
Con questo gesto, la famiglia Regeni ha fatto qualcosa di nuovo. Invece di limitarsi alla usuale speranza, al solito appello alla verità, ha sfidato le autorità di un altro paese, accusando di nazifascismo il presidente di un altro paese: «Su mio figlio si è scaricato tanto male, tutto il male del mondo», ha detto, a sottolineare la grandezza della partita. «Non possiamo dire, come ha detto il governo egiziano, che è un caso isolato… Non questo. Giulio, cittadino italiano, è un cittadino del mondo. Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato rispetto ad altri, egiziani e non solo. Per questo continuerò a dire per sempre verità per Giulio», ha detto la madre. Un discorso di attacco, senza una piega di autocommiserazione, alla luce di una analisi spietata: «È dal nazifascismo che non viviamo una morte sotto tortura».
A parte l’emozione (nostra) e la forza (di questa famiglia), questa sfida fra una madre e un generale è anche un suggerimento a tutti noi per capire i tempi in cui viviamo, le condizioni nuove che rendono possibile l’impatto di una sola vittima, di una sola madre su un universo così più grande. La storia della morte di Giulio non sarebbe oggi quel simbolo che è in un mondo senza la Rete, cioè senza la comunicazione vasta, immediata, semplice, emozionata, della comunicazione globale. Figlio di un mondo senza confini, come l’ha descritto la madre, Regeni è andato a lavorare in Egitto, un paese dove proprio la Rete ha avviato il maggiore e più turbolento processo di rivolta contro le dittature arabe, e sulla Rete, simbolica nemesi, è poi corsa la resistenza ad ogni silenzio sul suo omicidio, la ricerca di testimonianze, la verifica fatto su fatto di ogni versione ufficiale. È il “magico” del web questo unificare e riscattare ciascuno dalla massa amorfa, per dare a ciascuno dignità di cittadino, di persona, di voce udibile da tutti, e, nel nostro caso, voce di una madre portata su una platea globale.
Tanti, tantissimi uomini e donne, che nella Primavera di Piazza Tahir hanno creduto, hanno trovato la loro voce sulla Rete e hanno perso quella voce oggi nelle galere o nei cimiteri egiziani, persi in una lotta religiosa e politica che non hanno mai voluto accettare come tale. L’Egitto oggi è dove è, non solo perché Al Sisi ha riportato in voga (sono sempre stati usati) i metodi forti dei regimi militari di quel paese, ma anche perché dall’altra parte vive l’intolleranza e la violenza dell’islamismo del movimento dei Fratelli Musulmani che nei brevi mesi del loro governo hanno ampiamente dimostrato la loro volontà di schiacciare ogni voglia e ogni desiderio di un nuovo Egitto.
Per questa umanità presa in mezzo, schiacciata in uno scontro immenso fra forze nemiche, quale quello che viviamo, la Rete, pur con tutti i suoi lati oscuri e manipolatori, rimane l’unico filo da cui dipanare un po’ di verità e di giustizia per chi non ne ha. L’unico strumento che in questi turbolentissimi ultimi anni è stato l’onda su cui ha navigato fin a noi il terrorismo, ma è anche il filo su cui sono state comunicati al resto del mondo la resistenza a Raqqa, il dramma della fuga di milioni di migranti, la mobilitazione delle città europee contro le esplosioni.
Nel piccolissimo, è anche oggi l’onda su cui si muove la ribellione di una singola madre alla morte di un figlio. Nelle mani della signora Regeni c’è quella leva, una foto, che sulla Rete può valere quanto uno scontro fra Stati. E che fa oggi della famiglia Regeni, in attesa di «un segnale forte, ma molto forte da parte del nostro governo», lo strumento più efficace che ha il nostro paese per riflettere sulle, e cambiare, le sue relazioni con un (ex?) grande alleato.
(L’Huffington Post, 29 marzo 2016)
di Giacomo Russo Spena e Steven Forti *
A Barcellona l’attuale sindaca, ex occupante di case e proveniente dai movimenti sociali, sta attuando un reale cambiamento rompendo la dicotomia pubblico/privato – aprendo al “comune” – e sperimentando nuove forme di partecipazione. Senza tessere di partito, figlia degli Indignados, si pensa per lei già ad un ruolo oltre la Catalogna. E molti, in Italia, guardano con interesse al suo modello.
Al primissimo incontro erano pochi, seduti in circolo con le sedie. Eppure andavano ripetendo: “Dobbiamo vincere le elezioni”. L’ambizione, la vocazione maggioritaria, l’idea di raggiungere il governo. Tre pilastri fondamentali, dalla genesi di Barcelona en Comú, la lista che ha vinto le elezioni comunali a Barcellona nel maggio del 2015. Un progetto nato con un altro nome, Guanyem Barcelona – che significa “vinciamo, conquistiamo Barcellona” – e che è stato voluto fortemente da Ada Colau. La pasionaria degli Indignados.
L’ex occupante di case, 42 anni, sposata con l’economista Adrià Alemany e madre di un figlio di cinque anni, si è formata da noi: una breve parentesi Erasmus a Milano. Con il movimento No Global ha iniziato la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si è fatta promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times etichettò nel 2003 come la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. È fronteggiando il dramma abitativo e, nel 2009, con la nascita della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle vittime dei mutui) che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”.
Tra febbraio e marzo del 2014, Colau e le poche persone che erano al suo fianco organizzano degli incontri a porte chiuse. Si partecipa solo su invito. Venti, massimo trenta persone che aumenteranno con il passare delle settimane. Non saranno mai più di una cinquantina. Qualcuno, a sentire le loro conversazioni, li avrebbe presi per pazzi quando, in un numero esiguo e senza soldi, blateravano di governare la seconda città della Spagna e invece la storia ci racconterà altro.
Un gruppo ristretto formato essenzialmente da Ada Colau e dal suo nucleo duro, persone di fiducia da sempre, capitanato dal compagno Adrià Alemany e da Gerardo Pisarello, Jaume Asens e Gala Pin, tutti e tre attualmente assessori nella giunta comunale di Barcelona en Comú. Un nucleo duro che proviene dalle lotte sociali, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) e dall’Observatori DESC, che sta per Osservatorio sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. E che poco a poco va allargandosi, includendo altre persone strettamente vincolate ai movimenti e alcune persone di prestigio legate al mondo universitario.
In tutta questa fase, i partiti non sono invitati e stanno a guardare, interessati, ma anche scettici. Sanno che devono contare sui movimenti dopo l’esplosione degli Indignados; sono coscienti che si devono trovare punti di incontro, allo stesso tempo sono gelosi della propria autonomia. “Non ci interessa unire la sinistra né creare sommatorie tra soggetti, ma creare qualcosa di nuovo e diverso”, afferma il gruppo di Colau che controllerà sempre la situazione, gelosa di non farsi scippare il progetto. Ma le riunioni sono vere: si parla, si discute animatamente, ci si confronta.
Tutti d’accordo nel dire che il percorso politico dovesse nascere dal basso rompendo il sistema partitico esistente, ormai in crisi, e rinnovando le modalità autorappresentative e minoritarie dei movimenti classici: “La logica movimentista e attivista, con le sue pratiche e il suo linguaggio, è fine a se stessa ed è necessario superarla, aprirsi alla società e intercettare tutti i cittadini colpiti dalla crisi. E, soprattutto, avere l’ambizione di vincere e porsi la questione di voler governare” affermavano all’unisono. Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto nelle piazze attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding. Una proposta radicale, a leggere il programma.
Il 13 giugno 2015, un anno dopo, Ada Colau, attivista sociale ed ex occupante di case, diventava la nuova sindaca. La piazza Sant Jaume, davanti all’Ayuntamiento, era gremita e festante. “Non lasciatemi sola. Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani”, le sue prime parole. Dai movimenti alle istituzioni. Il giorno successivo bloccava da prima cittadina uno sfratto opponendo resistenza passiva alle forze dell’ordine. Dopo otto mesi la ritroviamo nei quartieri più poveri della città, nelle assemblee territoriali, per ascoltare le richieste e confrontarsi direttamente coi cittadini. Un rapporto costante con le persone: “Mi interessa unire la gente, l’importante è condividere obiettivi e metodi per raggiungerli” va ripetendo Colau, da un barrio all’altro.
Democrazia, trasparenza e diritti sono i pilastri del cambiamento coi quali ha vinto le elezioni amministrative con la sua Barcelona en Comú, una lista civica nata dal basso e sostenuta da movimenti, in primis, e dai partiti come Podemos, gli ecosocialisti di Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), i comunisti di Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), il piccolo Procés Constituent a Catalunya e i verdi di Equo.
Non un’operazione politicista né una mera sommatoria, ma una “convergenza tra diversi”, un processo costruito orizzontalmente secondo il criterio una testa un voto. Un’intuizione che parte da lontano, partorita già nella primavera del 2014 da alcuni attivisti sociali e pensatori. Tra questi il politologo Joan Subirats: “In Spagna c’è stato un grande ciclo di mobilitazione che ha modificato lo scenario del Paese – afferma lo studioso – Barcelona en Comú non sarebbe esistita senza il 15M perché ha a che vedere con un cambiamento della coscienza politica e della mentalità, soprattutto con un fenomeno di politicizzazione della società. Nel biennio 2011-2013 gli Indignados sono riusciti a identificare la natura del problema in PP e PSOE i quali, pur differendo su alcune questioni valoriali, negli anni hanno applicato le medesime politiche di austerity e i criteri imposti dall’Europa”.
Così la grande rabbia, quel “non ci rappresentano” che porterà a chiedere democrazia reale e la rottura dello storico bipartitismo iberico. Barcelona en Comú intravede lo spazio politico e si pone il problema del governo, da subito. “Fin dal primo incontro – ricorda Subirats – ci siamo dati l’obiettivo di vincere, non ci interessava l’ennesimo partito di sinistra del 6-7% ma prendere il potere a Barcellona. Bisognava occuparsi delle istituzioni e recuperarle per metterle al servizio della gente e aggiornare il sistema democratico”. La divisione non è più tra destra e sinistra ma tra basso contro alto. Un progetto ambizioso. E nuovo.
L’Italia era vista come un modello. Il nome Barcelona en Comú è figlio del movimento referendario per l’acqua pubblica che ha sancito il trionfo del comune come categoria per spezzare la dicotomia privato/pubblico. E poi l’esperienza arancione dei sindaci Doria, Pisapia, Zedda e De Magistris. Ora, in realtà, sono in contatto soltanto con il primo cittadino di Napoli.
Alle elezioni del 2015 l’occasione per unire le realtà sociali della città: associazioni, comitati, reti territoriali e singoli cittadini. In tale processo, aperto, i partiti assumono un ruolo secondario: su 11 eletti in consiglio 6 provengono dalla società civile, 5 dai partiti (1 da Podemos, 3 da ICV, 1 da EUiA).
L’analisi elettorale evidenzia come Barcelona en Comú ottenga un “voto di classe”, ovvero vette di consenso alte soprattutto nei quartieri abbandonati e degradati di Barcellona.
La candidatura di Colau è, infatti, prima in sei dei dieci municipi della città (Nou Barris, Sant Martí, Sant Andreu, Horta-Guinardó, Sants-Montjuic e Ciutat Vella), quelli che hanno il reddito più basso. A Nou Barris, dove Convergència i Unió (CiU), partito catalanista di destra che ha governato la città nell’ultima legislatura, non raccoglie nemmeno il 10%, Barcelona en Comú raggiunge il 33,8%. A Ciutat Vella il 35,3%, a Sant Martí il 29,4%. Sono i quartieri più colpiti dalla crisi e dove più si è lavorato, non solo durante la campagna elettorale, ma dall’estate precedente, con assemblee, incontri, riunioni. Un lavoro sul territorio, costante e continuo, che ha dato i suoi frutti. Riavvicinare le persone alla politica, renderle partecipi, farle decidere su tutto. E il calo dell’astensionismo è evidente proprio qui: a Sant Andreu, Sant Martí, Nou Barris e Horta-Guinardó la partecipazione è aumentata dell’8 e del 9% rispetto al 2011, più che in altri quartieri.
Ma quello per Barcelona en Comú è stato anche un voto generazionale. Tra i giovani Ada Colau sbaraglia gli avversari. Gli under 25, ossia i figli della crisi e degli Indignados, non hanno avuto dubbi quando sono andati a votare. Lo hanno fatto maggioritariamente per la lista guidata dall’ex portavoce della PAH, che nel 2011 era nelle piazze occupate. Ma anche la lost generation dei trentenni, con lauree, master e dottorati ma senza la prospettiva di trovare un posto di lavoro, come mai in passato ha votato in massa per Barcelona en Comú. Questi sono alcuni degli elementi che hanno permesso il successo alle elezioni comunali del 24 maggio 2015.
Anche il ruolo decisivo di Colau è innegabile. La portavoce degli ultimi. La donna che da anni si batte per la democrazia e i diritti sociali. La leader storica della PAH. Il valore aggiunto. Qualcuno già ipotizza per lei un futuro come leader nazionale. Non a caso, già si sta adoperando per andare oltre il municipio di Barcellona perché, in alcuni ambiti, le decisioni vengono stabilite a livelli più alti. “Noi ad esempio ci siamo dichiarati ‘Barcellona città libera dal TTIP’, il trattato di libero commercio, perché pensiamo che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va della nostra democrazia. In Europa dobbiamo costruire alleanze a partire dai movimenti, dalle persone, dai municipi e dalle città, bisogna ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”.
Per tale motivo ha firmato l’appello sul Piano B, e la democratizzazione dell’Europa, di Yanis Varoufakis, e siglato un accordo tra il Comune catalano e quelli di Lampedusa e Lesbo per dare una risposta alla crisi dei rifugiati. Spyros Galinos, sindaco dell’isola greca, e Giuseppina Nicolini, sindaca di Lampedusa, si sono incontrati a Barcellona con Colau lo scorso 15 marzo. Nicolini è stata insignita anche del Premio per la Pace assegnato dall’Associazione delle Nazioni Unite in Spagna e dalla Provincia di Barcellona. “L’accordo UE-Turchia è immorale e illegale – le parole di Colau –. L’Europa sta sbagliando, il governo spagnolo sta sbagliando ed è complice della morte e della sofferenza di migliaia di persone”.
Secondo l’accordo, Barcellona offrirà appoggio tecnico, logistico, economico e anche politico affinché “si senta la voce delle città che vogliono che il Mediterraneo sia uno spazio comune di cultura, arte e scienze e non un enorme cimitero”, come ha dichiarato Colau. Il Comune catalano manderà a Lampedusa e a Lesbo esperti nei servizi di accoglienza ai migranti per dare inizio non a “un’alleanza paternalista o assistenziale, ma a un’alleanza tra città che non si rassegnano a un’Europa disumanizzata”.
La sindaca di Barcellona ha affermato che “gli Stati europei non si sono dimostrati all’altezza e non hanno applicato il diritto d’asilo, mentre i cittadini, le città e i popoli europei sì che sono stati all’altezza e hanno saputo dare una risposta non solo etica e politica, ma anche materiale e pratica” alla crisi dei rifugiati, ricordando che a Barcellona oltre 4 mila persone hanno offerto ospitalità nelle proprie case nei mesi scorsi.
Il governo spagnolo non sta dando nessuna risposta: finora sono solo 18 i rifugiati accolti. “Barcellona ha fatto tutto il possibile, ma non è sufficiente”, ha ricordato ancora Colau. “Abbiamo incrementato i fondi di cooperazione, abbiamo dichiarato Barcellona “Città rifugio”, abbiamo creato una mail del Comune per raccogliere le offerte di aiuto dei cittadini, abbiamo lanciato un bollettino a cui si sono iscritte oltre 3 mila persone”. Ora sono stati approvati altri fondi di 200.000 euro da destinarsi alle organizzazioni umanitarie che operano nelle zone colpite dalla crisi dei rifugiati. E Barcellona, oltre che con Lesbo e Lampedusa, collaborerà anche con Madrid, Atene, Amsterdam e Helsinki per formare un gruppo di lavoro su strategie di integrazione di rifugiati e migranti.
Adesso comunque arrivano, per lei, le prime difficoltà; un conto è l’opposizione di piazza un altro governare una città stritolata dai vincoli imposti da quest’Europa. Cosa ancor più difficile quando si governa in minoranza: Barcelona en Comú ha 11 consiglieri su 41, e la maggioranza in Consiglio è di 21.
Non mancano le prime difficoltà con Colau che, qualche settimana fa, ha dovuto fronteggiare un tumulto, lo sciopero degli impiegati del servizio pubblico. Il programma è in effetti impegnativo. “I movimenti sociali devono rimanere autonomi e credo che il conflitto sia il perno di una democrazia – sentenzia Colau -. Bisogna essere ambiziosi e utopici per realizzare il cambiamento, è necessario avere ideali per riuscire a fare il massimo possibile”. Barcelona en Comú, un’esperienza che in Italia si studia e ammira, a sinistra. E pensare che una volta erano gli spagnoli che guardavano noi.
(www.nuovatlantide.org, 27 marzo 2016)
di Cesare De Michelis
Rachele Ferrario Ricostruisce la figura della Sarfatti, autrice di «Dux» Veneziana, la sua vita fu un’avventura nel segno dell’ideologia antiborghese, tra femminismo e utopia. Dopo le legge razziali fu costretta a lasciare l’Italia
Della stagione primonove centesca Margherita Sarfatti fu inquieta protagonista, attraversandone senza esitazioni, anzi con appassionata spregiudicatezza, le più contraddittorie tensioni, sempre in prima linea, spesso guidando agitati drappelli di seguaci o sodali che confondevano e mescolavano le idee e i valori che erano in circolo senza sapere davvero dove volevano andare. Margherita era nata a Venezia in una fanfiglia ebrea benestante – i Grassini – 1’8 aprile 1880, cosicché aveva giusto vent’anni allo scoccare del secolo nuovo, che aveva atteso preparandosi in casa sotto la guida di disordinati maestri, i quali erano vivaci testimoni del proprio tempo piuttosto che attrezzati educatori: i1 suo ‘800, dunque, finiva incrociando Fogazzaro, Marconi o D’Annunzio e Molmenti, Fradeletto, e il suo Cesare Sarfatti, che con Elia Musatti animava i circoli socialisti veneziani e la sposò ancora ragazza nel ‘98.
La giovane donna non voleva certo vivere all’ombra del marito allevando bambini, che pur ebbe presto: in viaggio di nozze andò alla ricerca della Parigi rivoluzionaria e d’avanguardia, appassionandosi ai pittori nuovi, come Cézanne o Toulouse Lautrec, e facendo suoi i costumi di una belle epoque ancora splendente. Al ritorno aveva deciso di diventare scrittrice e critica d’arte, come subito cominciò a fare sin dalla IV Biennale del 1901 con una serie di ben dieci articoli sul socialista Secolo nuovo. L’anno successivo Cesare e Margherita si trasferirono a Milano inseguendo una vita più intensa e febbrile, una modernita in corsa, a1 passo col resto d’Europa, con le prime avvisaglie di un’arte e una cultura insofferenti della tradizione: frequentarono Turati e Anna Kuhscioff e i circoli socialisti e lei della V Biennale scrivera sull’Avanti della Domenica.
Margherita, che intanto ha altri due figli, acquista maturita e sicurezza, mentre Cesare diventa protagonista nella scena politica cittadina e nei più celebri processi letterari che vedono sul banco degli imputati Notari o Marinetti: la partecipazione alla mondanité milanese moltiplica conoscenze e incontri e il salotto Sarfatti diventa tra i più frequentati, mentre la padrona di casa, bella e avvenente con 1e sue chiome bionde e ramate, viene ammirata e corteggiata.
Inizia cosi una serie dj conquiste e di avventure nel segno di un’indipendenza e di una 1ibertà sostenute da un’ideologia femminista e antiborghese: la storia di Margherita è anche quella dei suoi amori che diventano 1e tappe di un percorso intellettuale e politico nel quale lei pretende un ruolo importante a1 fianco di uomini celebri, come Boccioni e soprattutto Mussolini, cui restera legata per oltre un decennio, diventandone la più famosa biografa con Dux (1926), bestseller in tutto i1 mondo.
In quegli stessi anni mori in guerra, diciassettenne, i1 primo figlio Roberto, aprendo una ferita mai rimarginata, e qualche anno dopo anche Cesare, mentre lei diventava la pill autorevole interprete della nuova arte italiana, in sintonia con la stagione dei realisrni che riguarderé tutta Europa: nel ‘24 presentò alla Biennale “Sei pittori del Novecento”, che due anni dopo diventeranno i1 Novecento Italiano alla Permanente di Milano: «rivoluzionari della moderna restaurazione», come 1i definirà lei stessa, i pittori di Novecento segneranno una sorta di innovativo «ritorno all’ordine».
Qui si fermò l’ascesa di Margherita, che nel 1930 concludeva la sua Storia della pittura moderna con l’auspicio di «un’arte, che sembri di tutti, e sia nell’essenza per i migliori»: ripudiata dal Mussolini saldamente a1 potere e poi perseguitata in quanta ebrea, la Sarfatti vivrà sempre più lontana dall’Italia, negli Stati Uniti, o in Uruguay e in Argentina, tornando definitivamente in Italia solo dopo la guerra, dove visse ai margini come l’amante del Duce, 1e cui idee poco interessavano e ancor meno i suoi meriti: i tentativi di restituirglieli, che da oltre un ventennio si sono moltiplicati, non sono ancora bastati a ridarle i1 ruolo che 1e spetta nella storia dell’arte tra 1e due guerre; ora una nuova biografia, arricchita da un’inedita documentazione, di Rachele Ferrario (Mondadori, 25 euro) ci riprova e c’é da augurarsi che sia la volta buona per decidersi a fare i conti con la sua personalità.
(Corriere di Verona, 27 marzo 2016)
di Lucetta Scaraffia
La questione dell’utero in affitto sta aprendo molteplici fronti di riflessione nel dibattito europeo, vivace e talvolta anche aspro. Il libro di Luisa Muraro, filosofa che si dichiara fin dal titolo contraria a questa pratica, si muove esclusivamente all’interno del pensiero femminista. Muraro si oppone a questa possibilità, anzitutto negando il legame – da molte rivendicato – fra la libertà di affittare l’utero e quella di abortire, libertà considerata capostipite di ogni rivolta femminista. Scrive infatti che nell’affitto si tratta invece «di subordinare la fecondità a un progetto di altri». Il punto di vista assunto è quello della donna che presta il suo corpo a una gravidanza per altri, o anche della “creatura piccola” che deve fare il lavoro di inserimento nella famiglia umana, dando meno spazio a quello dei genitori che desiderano il figlio pur non potendolo partorire.
Questa scelta può stupire chi conosce l’attenzione per il desiderio che ha sempre contrassegnato la riflessione di Muraro, ma in questo caso la filosofa osserva che non solo la nuova creatura arriva «in forza del desiderio degli aspiranti genitori» ma anche «per mezzo dei loro soldi». Grazie a una «autorizzazione del mercato», forma di legalizzazione data «dai soldi pagati, anzi dal contratto commerciale»: una strada della quale si conosce, «per certo, soltanto quello che risulta dalla storia della schiavitù».
In questo modo gli aspiranti genitori tolgono alla madre il diritto di rivendicarsi tale, mettendo in luce l’aspetto meno accettabile di questa pratica: diventare «un attacco demolitore della relazione materna». Proprio quella relazione che «ha dato un’impronta di civiltà alla convivenza umana» e ha il suo fulcro nel rapporto che si stabilisce nei mesi di gravidanza e con il parto, seguiti da cure affettuose nei primi mesi e anni di vita. Si sa bene che esistono casi in cui questa relazione viene interrotta, ma Muraro si oppone all’idea che si possa programmare la sua interruzione senza necessità.
«Qui non si tratta di proibire, si tratta di non sbagliare» afferma la filosofa, che guarda con la massima attenzione alla dimensione simbolica, aggredita in modo irrimediabile, e a quel rispetto sacro del corpo femminile che ha caratterizzato tradizionalmente le culture perdute. Perché non dobbiamo dimenticare – ribadisce Muraro – che di suo «la maternità costituisce un’incolmabile asimmetria tra donne e uomini, in quanto tutte, e tutti, nascono da una donna». Negando importanza alla relazione materna ci muoviamo quindi nella direzione di una grigia uguaglianza nei termini neutro-maschili, dimostrando ancora una volta quale aspetto mutilante può rivelare questa parità.
Muraro vuole indurci a pensare a quello che facciamo anche prima di farlo, a non giustificare il male fatto perché tanto ormai esiste, oppure perché ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Ed evitare che accada quello che, qualche decennio fa, aveva lucidamente previsto Jacques Ellul: che ogni innovazione rifiutata in un primo momento venisse accettata cinque anni dopo, perché ormai considerata come lecita e acquisita.
Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, Edizioni La Scuola, Brescia, pagg. 86, € 8,50
(Il Sole 24 ore, 27 marzo 2016)
Roma, domenica 21 febbraio 2016, Casa internazionale delle donne, sala “Carla Lonzi”
E’ appena uscito l’ultimo libro di Luisa Muraro, L’anima del corpo, editrice La Scuola. In questo video l’autrice ne parla e ci anticipa alcuni punti che lì sviluppa.
di Redazione
Il 2 febbraio 2016, all’Assemblea nazionale di Parigi, si è riunita l’Assise per l’Abolizione universale della maternità surrogata, promossa da ricercatori, parlamentari francesi ed europei e associazioni femministe, tra cui la saggista Sylviane Agacinski, esponente autorevole del femminismo francese. L’appello, che ha convocato l’Assise, è stato ripreso anche in Italia, mentre era in discussione al senato il ddl Cirinnà e questo ha provocato una discussione molto serrata tra chi vede nella maternità surrogata i pericoli della mercificazione della capacità riproduttive della donna, la riduzione a oggetto dei bambini, il superamento di un limite della tecnologia e chi invece vede in questa pratica un progresso, un rimedio ai limiti della sterilità e maschilità, una espressione di libertà femminile, una scelta gratuita e solidale che, legittimamente, può essere ricompensata anche in denaro, una opportunità per le donne più povere, e chi ancora cerca posizioni intermedie, chi pensa che giusto o sbagliato non si possa vietare o non in tutti i casi. Così, abbiamo selezionato una rassegna di articoli, per dare conto di tutto questo dibattito.
Le donne della cattedrale di Gisella Modica (ed. Villaggio Maori) e Donne+donne a cura di Roberta Di Bella e Romina Pistone (ed. Qanat) sono libri diversi, che hanno la capacità di farci entrare dall’interno in questioni aperte dal femminismo. Pur nella differenza di angolatura, sono sostenuti dal medesimo desiderio di autenticità esistenziale e di confronto politico con altre.
Ho voluto accostarli per due motivi. Questo mi permette di mettere a fuoco questioni fondamentali che palpitano oggi nel movimento, e anche perché sono laboratori di pensiero e sperimentazione nella città di Palermo, a cui sono legata per diverse relazioni.