di Marco Aime
Un libro coraggioso, questo di Clara Gallini (Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia, Nottetempo), non solo perché affronta con sorprendente lucidità il percorso di una malattia, la sua, ma anche per come lo fa. Ci vuole un certo coraggio, oggi, a scrivere: “Ora sono vecchia – una parola che non usa più, resa orrorosa da quel linguaggio renziano che esorta alla rottamazione di quanto non sarebbe giovanile. Vechia e malata…”. In un’epoca in cui la cosmesi lessicale tenta in ogni modo di fare scomparire la vecchiaia, esorcizzandola attraverso eufemismi e slogan vincenti, ammettere (e accettare) con chiarezza la propria condizione è atto coraggioso.
E lo è anche il cercare di reagire al male e alle terapie invasive tentando di trasformare l’intero sistema terapeutico in un campo di osservazione per chi come lei, ha trascorso la vita “osservando e partecipando” come fa ogni antropologo. Allieva di Ernesto De Martino, Clara Gallini diventa, in questo ultimo lavoro, osservatrice partecipante di se stessa e dell’apparato umano, tecnico e simbolico che è la medicina, raccontandoci la storia di un corpo malato. Se Malinowski, padre dell’osservazione partecipante, cercava di “cogliere il punto del nativo”, l’autrice in questo suo percorso si sdoppia interpretando tanto il ruolo dell’osservatrice quanto quello del “nativo”, dell’osservato. Un viaggio nella malattia visto dal di dentro, ecco cosa emerge da questo racconto.
Nonostante la gravità del caso, Clara Gallini riesce a non perdere mai il senso dell’ironia, che emerge già dal titolo del libro e che pervade l’intera narrazione, riuscendo a rendere meno angoscioso il racconto, senza per questo rinunciare alla profondità.
La vecchiaia è in qualche modo solitudine, ma anche sempre maggiore attaccamento a cose e abitudini che ci hanno accompagnato nella vita. Le abbiamo conservate, ripulite, messe in un certo posto e così, quando le ritroviamo in ordine diverso, come accade all’autrice quando ritorna a casa dall’ospedale, ci pervade un senso di spiazzamento, di estraneità nel confronto di uno spazio che è il nostro, ma che per qualche motivo non lo è più del tutto. Poiché come scrive Clifford Geertz “vedere il mondo in un granello di sabbia non è un’operazione che solo i poeti possono fare”, Clara Gallini parte dalle sue reazioni ai cambiamenti per avviare profonde e interessanti riflessioni sulla memoria, su quali siano gli appigli a cui si aggancia la nostra mente per poi fissare in qualche parte del cervello, fatti, episodi, volti e voci della nostra esperienza.
Questo ripercorrere alcuni meandri del passato, conduce l’autrice a ricordare la propria vita, fin dall’infanzia, trascorsa in quella casa grande, in cui i bambini potevano scoprire luoghi segreti, angoli in cui giocare, imparare. La casa grande di una famiglia borghese dove Clara è stata educata come una bambina “per bene”, secondo i canoni dell’epoca e del ceto, ma questo non le ha impedito di conoscere il dialetto cremasco e le storie popolari raccontate da Lucia e da altre domestiche che servivano in casa, nonostante alle bambine fosse proibito parlare in dialetto. Chissà che non siano stati proprio questi veti a fare scattare, in futuro, la passione per la ricerca antropologica e, nel caso particolare dell’autrice, per le culture popolari.
Il racconto attraversa quasi un secolo di storia italiana (l’autrice è del 1931), passa attraverso l’esperienza della guerra e poi la ricostruzione, il boom economico e ogni esperienza che affiora alla memoria, diventa oggetto di analisi antropologica da parte di Clara Gallini, che si chiede cosa è il gioco (categoria quanto mai sfuggente), rilegge la guerra, i riti popolari, gli scherzi in famiglia: tutto diventa materiale di studio e questo a causa di un male che ti costringe a stare ferma, a rivedere tutto il tuo cammino fino all’oggi, a poggiare lo sguardo su quelle tante cose che, presi dalla quotidianità, guardiamo di sfuggita o nemmeno vediamo.
Fino alla nuova convivenza con una badante, Abilia, con cui si deve iniziare una nuova vita, quasi coniugale, dice l’autrice, solo il letto non viene condiviso. La casa, lo spazio più intimo viene ridisegnato dalla nuova condizione, tutto va riletto in una prospettiva a due, dettata dalla malattia. Ecco allora l’ultimo viaggio etnografico, quello attraverso gli oggetti di casa, quelli conservati perché legati a momenti significativi; anch’essi riemergono dalla loro presenza scontata per rinascere a nuova vita grazie a uno sguardo nuovo. Lo sguardo di chi osserva se stessa e la propria esistenza attraverso la lente della fragilità della malattia e della vecchiaia. Ricordare diventa quindi quasi un imperativo per ritrovare nell’ieri gli strumenti di lotta contro l’oggi che ti affligge. Il tutto narrato sempre con incredibile leggerezza. A un certo punto Clara Gallini racconta delle “visioni” che ha avuto dopo gli interventi chirurgici e in altri momenti della malattia, in una delle quali era addirittura morto l’ex Pontefice Joseph Ratzinger. Qui la capacità di scrittura dell’autrice fa sì che si riesca a giocare sul filo del rasoio tra gravità del fatto di perdere il senso della realtà e una certa leggerezza che induce a guardare questi fatti con sorriso. In fondo, sono solo incidenti di percorso.
(www.doppiozero.com 21 aprile 2016)
di Sandra Lischi
Woman Studies. All’università di Sassari il Forum annuale delle studiose di cinema e audiovisivo produce il primo volume: “Filmare il femminismo” di Lucia Cardone e Sara Filippelli
All’Università di Sassari, da qualche anno, le studiose di cinema e audiovisivi italiane (con qualche apporto internazionale) si riuniscono per confrontare ipotesi di studio e intrecci con altre discipline: la letteratura, innanzitutto, che fu al centro delle prime giornate di studio, nel 2011: “Cinema e scritture femminili: letterate italiane fra la pagina e lo schermo” (Atti, a cura di Lucia Cardone e Sara Filippelli, pubblicati da Iacobelli, Roma 2011). Da lì è iniziata una consuetudine che si è rinnovata con l’apporto di nuove studiose ma anche – è una delle scelte del convegno – con la presenza di autrici, operatrici culturali, libere pensatrici della questione femminile e del suo rapporto con i diversi mezzi d’espressione e di elaborazione critica. FAScinA, questo il nome (Forum annuale delle studiose di cinema e audiovisivi), ha ora anche una collana dedicata, e pubblicazioni che si allontanano dalla forma degli “Atti” e si presentano come veri e propri volumi, preziosi contributi al pensiero sul cinema e le donne, sulle donne del cinema e nel cinema, su tematiche che ogni anno il Forum affronta e sviscera da diversi punti di vista. L’intento primo è quello di riequilibrare il panorama storico, critico e di idee che riguarda il cinema (nel suo senso più esteso) e che spesso ha tenuto in ombra, come in ogni campo del resto, l’apporto delle donne come ideatrici e autrici, come pioniere e come “fautrici”, come professioniste dietro le quinte, come ispiratrici, come pensatrici nei tanti apporti, a tanti livelli, al mondo audiovisivo. In ombra (magari di compagni più celebri), quando non invisibili o cancellate. Gli incontri di Sassari, atipici oltre che molto accoglienti e piacevoli, si inseriscono in modo fluido e originale nel solco degli women studies su cui il nostro Paese è in ritardo, e si propongono come esplorazione, scavo archeologico, microscopio che scruta la storia del cinema passato, come panoramica su un presente spesso trascurato; ma anche come telescopio che sappia delineare prospettive future e metodologie feconde per una ricerca a venire. L’idea del divenire del resto attraversa sia l’approccio generale che le singole storie e figure raccontate.
Il primo volume, uscito nel 2015 (ETS, Pisa), curato da Lucia Cardone e Sara Filippelli, è intitolato Filmare il femminismo. Studi sulle donne nel cinema e nei media, e raccoglie oltre venti contributi di studiose. La ricognizione riguarda le immagini delle donne, ma anche, in senso più lato, le donne delle immagini, ed è suddivisa in quattro sezioni, spesso in dialogo: le vite da pioniere; le filmabili differenze; Tv, media, femminismi; infine i femminismi di confine: video, arti, performance. Si tratta di esplorazioni che abbracciano oltre un secolo, riportando in luce pioniere dimenticate e proponendo ricognizioni su periodi cruciali, dagli anni Settanta al digitale; ma anche raccontando importanti esperienze di donne nelle reti televisive, ri-esplorando categorie come quelle della militanza, della memoria e della storia, e raccontando lo scavalcamento dei confini di genere e di generazione, in un costante spostamento di prospettiva, in cui la “differenza” diventa indicazione di uno sguardo salutarmente eretico. Non mancano aperture su media come la radio e riflessioni sulle professioni della comunicazione, sulla spettatorialità, sulle creazioni, le riappropriazioni e i remix delle donne in rete, su figure professionali e artistiche specifiche. Infine il femminismo che vive anche nelle performance, nelle pratiche artistiche intermediali, nelle fotografie, nelle opere odierne in cui il corpo ma anche le tradizionali manualità femminili (come l’intreccio e la tessitura) sono riproposti come nuovi modelli di approccio. Una ricognizione che nel volume è presentata con libertà narrativa e con scrupolosa documentazione delle fonti. Una vera miniera per questo importante campo d’indagine, di cui FAScinA prosegue l’esplorazione: nel novembre 2015 si è infatti svolto il successivo incontro, dedicato al tema dell’imperfezione. Di prossima uscita il volume relativo, che declina il tema al plurale: Imperfezioni. Studi sulle donne nel cinema e nei media.
Storie in divenire: le donne nel cinema italiano
Sono più di ottanta le collaboratrici e i (pochi) collaboratori al prezioso numero dei “Quaderni del CSCI, rivista annuale di cinema italiano”, dedicato nel 2015 a Storie in divenire: le donne del cinema italiano. La rivista è diretta da Daniela Aronica, redazione ed edizione a Barcellona. Un vero e proprio volume, questo undicesimo Quaderno, sovradimensionato rispetto all’iniziale progetto proprio per la ricca mole di contributi pervenuti. Il Quaderno, curato da Lucia Cardone, Cristina Jandelli, Chiara Tognolotti, si presenta come un volume da cui, d’ora in poi, non si potrà prescindere se si vuole studiare l’apporto delle donne al cinema italiano (e non solo italiano), dalle sue figure note ad artiste, autrici, registe, attrici meno conosciute. Saggi ma anche contributi brevi, fulminee schede biografico-artistiche, dall’animazione al documentario alla televisione alla videoarte, passando per il cinema-cinema; la relazione col teatro e la letteratura, lo sguardo di grandi autori sulla donna; e poi musiciste, costumiste, montatrici, fotografe di scena. Affollate e appassionate presentazioni si stanno svolgendo in varie città italiane.
(il manifesto, 16 aprile 2016)
di Natalia Milan
Appunti da Palermo per una lettura sessuata della riforma e del movimento.
Mi sarebbe piaciuto oggi titolare con un “Signore e signori, la scuola s’è desta!” una riflessione sull’ampio movimento di protesta che un anno fa si è opposto alla riforma della buona scuola voluta dal governo. Invece, in questi mesi si è registrata una diffusa afasia del mondo della scuola, pesantemente sconfitto, dopo essersi mosso unitariamente contro la riforma, e intorpidito in un anno scolastico in cui la maggior parte delle novità della legge non sono ancora in atto e, su quelle da attuare, ci si muove in scenari di grande confusione.
Eppure quel movimento ha avuto, almeno da aprile 2015 all’inizio del luglio successivo – nonostante il quasi completo silenzio dei media sulle proteste e sulle ragioni della protesta – caratteri straordinari, ulteriori rispetto alla partecipazione molto diffusa, con incontri e assemblee, e molto ampia, come ha dimostrato il più grande sciopero della scuola degli ultimi decenni.
Sono convinta che la riforma della scuola e il movimento che l’ha contestata mettano in scena questioni che richiedono una lettura con le chiavi della differenza sessuale, del simbolico(1), del genere.
Quanto è accaduto ci riguarda e ci tocca da vicino non solo perché questa riforma della scuola, a mio avviso, danneggia le bambine e le ragazze che frequentano le scuole, come argomenterò più avanti, non solo perché colpisce un settore occupazionale composto in maggioranza da donne, ma anche e soprattutto perché molte, moltissime donne sono state protagoniste di questa protesta/proposta in difesa della scuola pubblica, costituzionale, laica, plurale, oltre che della propria professionalità e dei propri diritti di lavoratrici. È stata la difesa di un modello di scuola non perché la scuola fosse perfetta così com’era, ma perché questo modello ha consentito una pluralità e libertà nelle esperienze di insegnamento e apprendimento che, invece, la riforma comprime.
Ho partecipato al movimento nella scuola a Palermo e avendo contatti diffusi per l’Italia anche tramite i social network(2). Osservando, ecco quello che mi è saltato agli occhi: donne protagoniste nei dibattiti, nell’elaborazione dei documenti, nella convocazione di assemblee pubbliche esterne e interne alle scuole, Rsu donne che hanno convocato assemblee dei lavoratori e delle lavoratrici che sono esitate negli scioperi, Rsu e sindacaliste che hanno spiegato, illustrato le questioni in ballo nella riforma, docenti donne che hanno parlato pubblicamente sulla riforma e spesso sui suoi rischi, che hanno speso la loro autorità per sostenere una protesta cui i media hanno dato poco spazio e che ha subito spesso un trattamento criminalizzante (vedi il blocco degli scrutini, che blocco non era ma un semplice sciopero con uno slittamento di qualche giorno).
Una lettura femminista e sessuata di quanto è avvenuto non può non mettere in luce il danno subito anche dai lavoratori uomini della scuola in quanto forza lavoro di un settore di impiego femminilizzato e che è stato, in conseguenza di ciò, fortemente penalizzato sul piano contrattuale e del prestigio sociale.
Una riforma sessista
Il disegno della buona scuola sin dalla prima versione mostrava un carattere sessista perché in essa non veniva neanche nominato il pensiero femminista, il suo contributo al sapere, né le ragazze o le bambine:
Ancora una volta non è una scuola per bambine, ragazze e donne la buona scuola del documento governativo. Rigorosamente maschile è, infatti, tutto il suo impianto: dalla lingua utilizzata, all’assenza di qualsiasi idea di formazione che preveda l’esistenza di due soggetti, alla logica di un modello fondato sulla competizione e differenziazione in senso gerarchico fra docenti e fra scuole(3).
Così scriveva la Biblioteca delle donne Udipalermo in Alcune considerazioni sulla “buona scuola”, uno dei primi documenti pubblicati sulla riforma e che già sintetizzava le ragioni di una completa e strenua opposizione a un disegno di legge scellerato che avrebbe dato la mazzata finale alla scuola pubblica, laica, fonte di libero pensiero ed educazione alla pluralità democratica. La legge è stata poi approvata con alcuni cambiamenti rispetto alla proposta iniziale, ma mantenendo un’impostazione che ha visto contraria la quasi totalità del mondo della scuola.
C’è da chiedersi quale sarà l’impatto di genere della riforma della buona scuola nel suo insieme, a fronte della novità dell’articolo 1, comma 16, in cui la legge richiama le scuole all’attuazione, nella loro azione, dei principi di pari opportunità:
Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.
Al di là del richiamo ai principi di pari opportunità, all’educazione alla parità tra i sessi, alla prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni, nella legge approvata continua a mancare un riferimento al contributo di sapere del movimento delle donne e del pensiero femminista.
Parecchie e più ampie preoccupazioni erano e sono legate al fatto che, se si cumula questa “riforma” a ciò che la scuola è diventata in questi anni, si aprono scenari di miseria simbolica e materiale.
C’è da chiedersi quale sarà l’effetto della riforma sulla libertà dei bambini, delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze che la scuola frequentano e degli uomini e delle donne che nella scuola lavorano. Proprio riguardo a chi nella scuola lavora, evidenzio di seguito due questioni.
Della legge approvata va sottolineato che i docenti e le docenti verranno assunti e assunte con contratti che hanno alcune caratteristiche del settore privato, quindi precarizzati e precarizzate contrattualmente e all’interno di un orizzonte lavoristico di estrazione aziendalistica. Il sistema selettivo finora in uso per l’accesso e l’esercizio della professione di insegnante, basato sui concorsi, sul valore dei titoli di studio, sui punteggi in graduatoria, criticabile ma imparziale, sarà integrato in modo significativo da una scelta operata dal dirigente scolastico, che sarà così chiamato a compiere, pur con le migliori intenzioni e personali qualità, delle scelte nell’ambito della didattica, configurando una limitazione della costituzionale libertà d’insegnamento.
Se, dal punto di vista del lavoro, questa riforma della scuola ha molto a che fare con la precarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e con l’aziendalizzazione dei rapporti di lavoro, è noto come tutto questo colpisca particolarmente le donne e come la scuola sia un settore in cui la presenza delle lavoratrici sia altissima. Questo aspetto della riforma allora danneggia tutti e tutte, ma soprattutto le lavoratrici perché il sistema in uso finora ha consentito che le donne potessero guadagnare, al pari dei colleghi, il loro spazio, mentre quell’altro, di tipo privatistico, aperto al familismo e al clientelismo, le penalizza fortissimamente.
Temo che di questa riforma si piangeranno le conseguenze per gli anni a venire in termini di calo e peggioramento delle condizioni di occupazione delle donne ma anche di impoverimento generale del Paese. Pur criticando da un punto di vista femminista i criteri utilizzati in molti studi economici – per esempio, il Prodotto interno lordo come unico indicatore di ricchezza, la definizione di “attivi/e economicamente” esclusivamente riferita a chi ha un lavoro retribuito – c’è da notare che, anche all’interno di questi studi, si rileva il peso attuale del sessismo: recentemente Christine Lagarde, direttrice operativa del Fondo monetario internazionale, ha evidenziato come sia proprio sul piano della legislazione che si pongono le condizioni per impedire alle donne di essere “economicamente attive”; ha parlato a questo proposito di “cospirazione contro le donne”. L’occasione per questa osservazione è stata la pubblicazione della ricerca del Fmi sui danni del sessismo che afferma che “in più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne”(4); l’Italia perde il 15% del Pil potenziale. In questa prospettiva, i paesi che privano le donne di opportunità rinunciano a dinamismo e benessere.
Seconda questione: è materia per una valutazione dell’impatto di genere anche il piano assunzionale previsto nella legge; esso ha posto i docenti e le docenti dinanzi alla scelta tra produrre una domanda per l’assunzione a tempo indeterminato alla condizione di un trasferimento al buio in un’altra città d’Italia da un lato e, dall’altro, non produrla con il rischio di uscire dal mondo del lavoro vedendo svanire la possibilità dell’assunzione e assottigliarsi le possibilità di incarichi annuali. Sarebbe importante conoscere i numeri distinti per genere di chi ha prodotto quella domanda: capire se le donne abbiano rinunciato in proporzione maggiore degli uomini, innanzitutto. E sarebbe importante capire in un orizzonte di libertà se le donne, dinanzi all’alternativa tra radicamento, affetti e relazioni da un lato e lavoro dall’altro, si siano tirate indietro; e in che misura lo abbiano fatto tornando al “ruolo” tradizionale femminile; e sarebbe importante capire quanto il ruolo tradizionale maschile abbia pesato per gli uomini che hanno prodotto questa domanda, un ruolo latore di vantaggi formalizzati ma anche di sofferenze e costrizioni spesso ancora non dicibili.
Una protesta nuova
Non solo danneggiate le donne, però: molta dell’animazione di questa protesta è venuta da protagoniste del dibattito italiano, storiche e nuove; citando solo ciò che è capitato a tiro della mia lettura, segnalo i contributi della Biblioteca UdiPalermo, di Lea Melandri, Rosangela Pesenti, Lidia Menapace, del blog Narrazioni Differenti(5), oltre alla costante e preziosa attività pubblicistica di Marina Boscaino su Il fatto quotidiano e Micromega e alle attività di tantissime docenti in giro per l’Italia.
Al netto della questione dell’approvazione della legge che tristemente è dipesa dalla questione, più numerica che politica, dell’avere i voti in Parlamento, vediamo alcuni degli aspetti per cui questa protesta, osservata da Palermo, mi è sembrata nuova e inaspettata anche per chi l’ha fatta.
In questa protesta/proposta la scuola si è raccontata. Ha raccontato com’è, quello che fa; per questo non è mai stata solo protesta: ha raccontato problemi e vita, ben oltre la pur importante presenza di un disegno di legge d’iniziativa popolare precedente e alternativo alla riforma(6).
Pur nella scarsissima copertura mediatica, la protesta/proposta ha compiuto in modo capillare un lavoro che si può riassumere nel riconnettere i nomi alle cose: ha svelato molte semplificazioni e mistificazioni a partire dalla definizione di squadristi rivolta ai docenti e alle docenti che contestavano la ministra; ha dovuto rivoltare la versione governativa dell’ascolto del mondo della scuola mostrando come in tante situazioni vi fosse un monologo della ministra o di altri esponenti del governo, a volte perfino condito da manganellate o più semplicemente “blindature” dei dibattiti pubblici con l’esclusione delle posizioni critiche(7). Ancora ha dovuto svelare che la soluzione del problema dei precari proposta non era quella attesa, cioè l’assunzione, ma, in una prima fase, la più fantasiosa chiusura delle Graduatorie ad esaurimento.
La novità è stato un così ampio movimento che ha costruito consapevolezza e mobilitazione argomentando e raccontando come è la scuola. Grande novità perché la scuola – giustamente – non fa marketing di sé, però, di contro, poco si rappresenta e si racconta. E infatti molto del lavoro di sensibilizzazione è stato il contrasto di falsi miti e luoghi comuni sulla scuola parecchio invecchiati ma duri a morire: i docenti hanno tre mesi di vacanza, nessuno li può valutare, la scuola italiana è peggiore delle altre etc.
In questa opera di informazione e sensibilizzazione si sono impegnate e impegnati moltissime e moltissimi docenti: quest’opera capillare è stata una novità per la partecipazione politica che ha visto e anche come anticorpo a difesa della democrazia. E lo è stata perché il movimento è stato un antidoto alle verità preimpacchettate, a quell’erba che è sempre verde in certi racconti, come scriveva Luisa Muraro in Maglia o uncinetto(8). Così si sono coinvolti attivamente nel movimento di protesta donne e uomini, docenti e non, genitori, famiglie, studenti, cittadine e cittadini.
Altro inedito: dopo anni si è riusciti/e ad innescare un circolo virtuoso tra singoli lavoratori e lavoratrici della scuola, gruppi trasversali di docenti, sindacati di base e sindacati confederali. E questo circolo virtuoso ha sostenuto e alimentato la protesta/proposta.
La scuola ha attuato un ascolto e un riconoscimento produttivo di politica che da anni non c’erano. Per questo penso che questo movimento abbia riguardato l’Italia intera: per l’ampiezza dei numeri e dei temi vitali, per l’acquisizione diffusa di consapevolezza, la significativa organizzazione spontanea e in gruppi, il costante contrastare la sordità della politica e dei media. Per molte e molti docenti si è accresciuta la coscienza della propria professionalità, del proprio ruolo costituzionale riguardo alla libertà d’insegnamento e, insieme, della giustezza delle proprie rivendicazioni contrattuali, della propria forza e protagonismo.
Ci chiediamo come continuerà la vita nel mondo della scuola e che ne sarà dei lasciti di questo movimento: in che misura verranno ancora utilizzate le prerogative degli organi collegiali, la disobbedienza civile, i ricorsi, se si proverà a sollevare nuovamente un dibattito pubblico sulle deleghe in bianco previste nella legge(9). E adesso che è in corso la raccolta delle firme per i referendum – coi quesiti su chiamata diretta, bonus alle singole scuole, alternanza scuola-lavoro e valutazione del merito da parte del dirigente scolastico – ci chiediamo se la preparazione di questo referendum sarà un’occasione per riaprire un dibattito pubblico sulla scuola che vogliamo e se il movimento si ridesterà.
Palermo, 13 aprile 2016
1 Uso ordine simbolico nel senso che ci ha insegnato una lunga tradizione filosofica che considera il reale non come l’ambito dei fatti «nudi e crudi», ma come l’ordine simbolico che il pensiero (inteso come linguaggio, cultura e codice sociale) attribuisce al mondo (Cfr. Adriana Cavarero, Dire la nascita, in AA.VV., Diotima. Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1990, p. 93).
2 Da quattro anni, avendone titoli ed abilitazioni, svolgo delle supplenze nella scuola pubblica, oltre all’attività che svolgo da oltre dieci anni e che mi appassiona nel terzo settore, precisamente nel centro antiviolenza della mia città. Un intreccio di esperienze professionali interessante.
3 Biblioteca delle donne Udipalermo, Alcune considerazioni sulla “buona scuola”, novembre 2014, https://www.sites.google.com/site/bibliotecadelledonne/project-updates/alcuneconsiderazionisullabuonascuola.
4 Cfr. Federico Rampini, Allarme di Lagarde. Sessismo sul lavoro. C’è un complotto contro le donne, 25 febbraio 2015, La Repubblica, http://www.senonoraquando-torino.it/2015/02/25/allarme-di-lagarde-sessismo-sul-lavoro-ce-un-complotto-contro-le-donne/.
5 Oltre a quelli già citati, cito a titolo di puro esempio:
Lea Melandri, https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1640656562836932&id=100006778116561
Rosangela Pesenti, https://www.facebook.com/rosangela.pesenti.9/posts/846052302098982
Lidia Menapace, http://comune-info.net/2015/05/a-me-la-ministra-giannini-fa-paura/
Narrazioni Differenti, http://narrazionidifferenti.altervista.org/contro-la-riforma-della-scuola-ci-riguarda-tutt/.
6 La LIP – Legge di Iniziativa Popolare per la scuola della Repubblica, http://adotta.lipscuola.it/.
7 Si veda, p.es., Palermo, Giannini contestata: la polizia carica gli studenti. Tafferugli davanti all’Istituto Regina Margherita di Palermo dove era atteso il ministro, Corriere Tv, 18/10/2014, http://video.corriere.it/palermo-giannini-contestata-polizia-carica-studenti/c3106b04-56c1-11e4-ad9c-57a7e1c5a779 e Claudia Brunetto, Giannini in un liceo a Palermo. Tafferugli studenti-polizia. Il ministro: “Noi ascoltiamo tutti”, La Repubblica Palermo, 18/10/2014, http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/10/18/news/tafferugli_al_liceo_regina_margherita_contro_il_minsitro_giannini-98407597/.
8 Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, Roma, manifestolibri, 1998.
9 Cfr. Marina Boscaino, “Manuale per una scuola ribelle”: per una formazione aperta e gratuita per tutti, 7 ottobre 2015, Il fatto quotidiano, http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/07/manuale-per-una-scuola-ribelle-per-una-formazione-aperta-e-gratuita-per-tutti/2103572/; l’articolo mantiene il suo interesse, nonostante alcuni auspici lì espressi siano stati disattesi.
[…] Oggi (12 aprile 2016) in Aula a Strasburgo abbiamo discusso e approvato a larga maggioranza (459 sì, 206 no, 52 astenuti) il rapporto della collega Cécile Kyenge (che ringrazio per l’ottimo lavoro fatto) sulla situazione del Mediterraneo e il fenomeno immigrazione, un testo molto buono che contiene moltissime indicazioni che come Pd da tempo cerchiamo di portare avanti. Si tratta di un rapporto completo che affronta con approccio olistico cioè globale tutte le azioni che vanno fatte.
[…] Qui trovate i 10 punti chiave del rapporto e a questo link, a partire dalla giornata di domani, il testo approvato: http://www.europarl.europa.eu/plenary/it/texts-adopted.html
1) Attuare il principio di solidarietà. Tutto ruota intorno a questo principio. L’Europa si doti di un sistema coerente basato sull’attuazione del principio di solidarietà e la piena condivisione delle responsabilità tra tutti gli Stati Membri, su tutti i fronti, principi previsti dal Trattato di funzionamento dell’Unione, ma rimasti inattuati.
2) Archiviare Dublino: accoglienza. Il sistema creato dal regolamento di Dublino ha fallito alla prova: va superato il criterio dello Stato di primo approdo competente nell’accoglienza. Propongo un sistema di accoglienza europeo: non si presenti più una domanda di asilo all’Italia o alla Grecia, ma all’Unione Europea.
3) Sistema di ricollocazione permanente e vincolante. Il Parlamento europeo ha chiesto fin dal 2009 un meccanismo vincolante per la distribuzione dei richiedenti asilo fra tutti gli Stati membri. Gli Stati membri devono adempiere ai propri obblighi di ricollocare i richiedenti asilo all´interno dell’Unione Europea. Il Consiglio UE ha deciso nel 2015 il trasferimento di richiedenti protezione internazionale dalla Grecia e dall´Italia in altri Stati Membri ed e´ stata realizzata solo in minima parte.
4) Creare corridoi umanitari. Il Rapporto sancisce la necessità di un meccanismo vincolante di reinsediamento di un numero considerevole di richiedenti asilo direttamente dai campi profughi dei Paesi Terzi agli Stati Membri, i cosiddetti “corridoi umanitari”.
5) Rafforzare ricerca e soccorso. Chiediamo di rafforzare le capacità di ricerca e soccorso e chiediamo ai governi degli Stati membri di mobilitare maggiori risorse, tanto in termini di assistenza che di mezzi finanziari. Abbiamo anche previsto un capitolo specifico destinato alla protezione dei minori, anche alla luce degli ultimi dati pubblicati dall’UNHCR: a febbraio 2016 il 22% di arrivi in Grecia via mare è rappresentato da donne e il 40% di arrivi da bambini.
6) Attivare visti e ammissioni umanitarie. Fondamentale l’attivazione dei visti umanitari, tema rilanciato per la prima volta, cioè la possibilità per i richiedenti protezione internazionale di chiedere il visto direttamente alle ambasciate e ai consolati degli Stati membri nei Paesi fuori dall’UE. Una volta concesso il visto umanitario, il beneficiario potrà recarsi nel paese la cui Ambasciata ha rilasciato il visto, per poter lì espletare le procedure di richiesta di asilo o protezione internazionale.
7) Salvare Schengen. Indichiamo la chiave di soluzione per salvare la grande conquista di libertà che è Schengen, sinonimo e simbolo del sogno europeo: la gestione comunitaria delle frontiere esterne dell’Europa accelerando l’istituzione della Guardia Costiera e di Frontiera europea.
8) Aprire canali legali d’immigrazione. Governare e gestire responsabilmente il fenomeno migratorio esige anche l’apertura di canali regolari di immigrazione legale verso l’Europa. Invitiamo perciò la Commissione a presentare una proposta di modifica della cosiddetta Blue Card, lo strumento con quale si offre un canale privilegiato di immigrazione economica specializzata verso l’Europa.
9) Attuare politiche di Integrazione. Siccome l’integrazione rappresenta la chiave per il successo di una futura politica migratoria comune abbiamo incoraggiato gli Stati membri a mettere in atto tutte le politiche di integrazione per i cittadini dei Paesi terzi. Invitiamo gli Stati membri ad applicare correttamente l’articolo 15 della Direttiva Accoglienza e garantire la possibilità di accedere al mercato del lavoro ai beneficiari di protezione internazionale entro 9 mesi dalla richiesta d’asilo.
10) Agire sulla cause profonde dell’immigrazione. Proponiamo che l’Unione Europea e gli Stati membri si dotino di una strategia a lungo termine per agire sulle cause profonde dell’immigrazione cooperando con i Paesi terzi, valorizzando tutti gli strumenti già disponibili. Serve una strategia che rafforzi il partenariato e la cooperazione con i principali paesi d’origine, transito e destinazione.
Inoltre, chiediamo che il 3 ottobre, anniversario della tragedia di Lampedusa, sia riconosciuto come Giorno della Memoria, per tutte le donne, uomini e bambini che sono morti nel tentativo di lasciare il proprio Paese a seguito di persecuzioni conflitti e guerre, e per chi ogni giorno rischia la vita per salvarli.
[…]
Patrizia Toia
Sollecitata da “Casa Famiglia Laura Vicuna” a partecipare al convegno Prendiamoci cura di Romolo e Remo: bambini e adolescenti fuori famiglia (Roma, 20 aprile 2016), Pia Mazziotti legge il programma e risponde.
Cortesemente vi chiedo: ma che messaggio inviamo alle bambine e ai bambini?
Un convegno con 9 invitati a parlare: 8 uomini e solo 1 donna!!! E a parlare nella tavola rotonda SOLO UOMINI!
… Forse perché Romolo e Remo erano due maschietti…?
Dobbiamo fare attenzione a togliere la libertà alle bambine che “silenziosamente” non si sentiranno riconosciute dal genere a cui appartengono, questi comportamenti sono “simbolicamente” pericolosi. Le donne hanno lottato a lungo per avere posto nel mondo quanto gli uomini, ma piano piano ci stanno togliendo la libertà da sotto i piedi… sta accadendo ovunque.
Affrettiamoci a chiedere di invitare altre donne a parlare a questo evento e cerchiamo di riuscirci… La Casa Famiglia “Laura Vicuna” è protetta e guidata con grande autorevolezza e amore solo da donne, che si prendono cura di giovani donne, e nell’incontro in cui si parlerà anche della loro esperienza devono essere invitate più donne.
Se avrò l’opportunità di partecipare interverrò prima di tutto su questo problema.
Facciamolo insieme con lucidità e determinazione, perché non accada mai più.
Ringraziandovi per l’invito,
invio i miei più cordiali saluti.
Pia Mazziotti
Presidente Comitato “Mamme, Nonni, Papà, Nonne Area Giochi p.zza S.M. Liberatrice Testaccio”
Miart è finita e le conquiste a Milano son già mille e tre! Ma non saranno transitorie come quelle di Don Giovanni.



(Exibart.com, 12/4/2016)
di Bianca Bottero
2 aprile 2016. Spinta dall’entusiasmo di Laura Ming. vado alla Triennale; sono le 15,30, il sole implacabile del sud-ovest milanese entra dal grande arcone che accoglie il box esterno dei biglietti. Dopo una piccola coda entro nell’accogliente frescura del Palazzo, salgo al primo piano e percorro il discusso ponticello che travalica il grande vuoto dello scalone.
Lo ornano tremule ali bianche che ci introducono in un ambiente fantastico, meraviglioso: è la grande sala di apertura della esposizione di Women in Italian Designa cura di Silvana Annichiarico. Nella sala buia, a forma circolare –
grotta, rifugio, utero – galleggiano vassoi sui quali sono esposti
filamenti intrecciati, luminosi, tenuamente colorati in forme varie,
in preziosità delicate. Lungo le doppie pareti, in nicchie, i più stupendi, sapienti ricami, un trionfale Abito da sposa, il Mantello della Regina delle nevi, l’Arazzo blu, le sottili invenzioni di Maria Lai: il telaio, il libro cucito.
Le parole chiave, citate dalle curatrici: intrecciare, tramare, ricamare (Penelope insegna).
Abbandono con dispiacere la sala e proseguo per il corridoio arcuato, ben luminoso questo, con le finestre che, liberate dai soliti tendaggi, lasciano intravvedere la lussuosa vegetazione del parco. Alle finestre sono alternati arazzi o teli con grandi figure di sante protettrici, Dorotea, Brigida, Marta di Betania, Chiara, Anastasia, Cecilia, Apollonia, Caterina da Alessandria, tutte con in mano qualcosa alludente a un fare, a un mestiere di cui sono protettrici.
Gli oggetti disegnati da donne – dall’inizio del secolo scorso ad oggi – sono una quantità enorme. E si parte, saggiamente, dai piccoli pezzi di legno creati nel 1907 da Maria Montessori per far emergere nei bambini le capacità creative; e si prosegue con elementi di arredo, ceramiche, soprammobili, manifesti pubblicitari, libri educativi: L’arte delle piccole mani di Rosa Agazzi, la Scatola in legno di un bambino che gioca al calcio, di Emma Bonazzi, il Calendario Barilla e via via sempre più oggetti di uso quotidiano come lampade, sedie, poltrone, tavoli, lettini. Colpiscono i nomi: sono donne quasi tutte poco conosciute o, spesso, note perché sappiamo aver lavorato in studi resi prestigiosi da uomini: come Eugenia Alberti (Reggio), Franca Helg (Albini), Lisa Ponti (Giò Ponti). Anche qui, seppure meno spettacolarmente, la chiave di lettura è quella di una attenzione alla quotidianità, all’accoglienza, al prendersi cura. Spiccano per una particolare autonomia la poltrona di Cini Boeri, la lampada di Gae Aulenti, il mensolone nero lucente di Zaha Hadid.
Sulla parete bianca curva interna sono riportate le costellazioni: create da tutti i nomi, collegati tra loro da linee sottili per evidenziare i processi e le reciproche connessioni; e vedo con piacere indicata l’amica Ida Farè, della quale è pure ricordato l’impegno al Politecnico per un corso sull’abitare femminile e la partecipazione con Bianca Bottero e Anna Di Salvo alla cura del libro Architetture del desiderio, nato dal Convegno “Microarchitetture del quotidiano. Sapere femminile e cura della città” organizzato nel 2008 dalle Città vicine e dal Politecnico presso il Circolo della rosa di Milano.
Un’ultima sala, in omaggio non so quanto approfondito alle scienze cognitive, due ricerche sui cervelli maschile e femminile; la stanza grigia e buietta con grandi puff tondi di diverse altezze consente un meritato momento di meditazione.
Sono stanca ma molto incuriosita dalla mostra a piano terra Stanze. Altre filosofie dell’abitare, curata da Beppe Finessi, che presenta sette progetti di giovani, più due di “maestri”, tutti invitati a proporre una sorta di icona dell’abitare.
Dirò del primo, l’unico a firma femminile, di Elisabetta Terragni, non a caso il più lindo, onesto civile delle proposte giovani; e dell’ultimo, di Umberto Riva che, con l’assoluta precisione tecnica e figurativa che lo caratterizza, offre una lezione di stile ridisegnando e reinventando poeticamente il Cabanon di Le Corbusier, l’architetto simbolo di una Modernità che agli inizi del secolo scorso ancora scommetteva su una civiltà futura sobria e rispettosa della bellezza.
(www.libreriadelledonne.it, 11 aprile 2016)
di Letizia Paolozzi
La prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Frase che, nella sua ambiguità, mi ha ricordato gli incerti confini del reato di «traffico di influenze illecite» di cui è stato accusato il riccioluto compagno dell’ex ministra Guidi.
Coprirsi/scoprirsi?
Pierluigi Battista (sul Corriere della Sera) ha difeso a spada tratta la marcia trionfale della minigonna che «non è mai stata (solo) un capitolo della moda, ma un’idea del mondo». Vero. Ma non so se lo sia ancora. La fortunata impudicizia delle gambe nude fino al limite inguinale ha perso brillantezza. Quel pezzo di stoffa assai ridotto non rappresenta più una bandiera da agitare al vento dell’emancipazione. Si capisce: la moda è un prodotto storico e i trenta centimetri di raso, cotone, lana, tweed, denim – che alludevano alla sessualità, desiderio, rottura delle regole, scandalo, sfida, irriverenza, gioco – hanno consumato carica erotica e radicalità. Sono successe tante cose. L’incrinatura delle consuete distanze (che sembravano eterne) tra maschi e femmine; l’omosessualità che cammina a viso scoperto; l’entusiasmo, forse accresciuto dalla fiducia nella parità, per i pantaloni, per l’unisex.
Il «comune senso» della decenza si muove lungo binari distantissimi da quelli di Lucia Mondella che «tra le tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo che trema nelle tenebre, senza saper di che». La vicenda di Amsterdam, comunque, non parla solo di minigonne e stivali. Bensì di uomini e donne e di un’Europa entrati in contatto con culture e comportamenti lontani dai loro, nonostante le pareti di filo spinato erette per fermare «l’invasione». E l’incontro-scontro tra culture diverse ha anche assunto il tragico linguaggio del terrorismo e della guerra.
Mentre, su un altro piano, si snoda un particolare conflitto sul corpo femminile.
A Cortina d’Ampezzo – dove mogli, figlie, sorelle sono state respinte dall’antica istituzione cittadina, la Comunanza delle Regole (nella quale i diritti del capofamiglia si trasmettono per via maschile) – alcune signore, per protesta contro i «regolieri», hanno indossato una sorta di velo giacché «qui siamo ancora nel Medioevo!». Dunque il velo indica l’asservimento femminile e colei che lo porta è praticamente chiusa in una prigione?
Si riapre la tratta Parigi-Teheran dell’Air France. Le hostess aprono un conflitto perché rifiutano di coprirsi il capo in fase di atterraggio. Il sindacato tratta. Risultato: le hostess potranno chiedere di essere spostate su una rotta diversa. Può sembrare una questione di lana caprina (paesi che vai, usanze che trovi), tuttavia è complicato togliere dalla testa delle hostess l’idea che lo hijab non porti con sé l’impronta della soggezione femminile. In effetti viene indossato in luoghi segnati dal maschilismo e dall’omofobia. Sono gli stessi luoghi dove gli uomini credono che il rispetto delle donne consista nel sottrarle agli sguardi. Se girano da sole, di notte, vanno considerate prostitute. A testa scoperta, se frequentano luoghi maschili, sono prede.
Noi invece ci consideriamo donne libere. Da qui discende che del nostro corpo facciamo quello che vogliamo. E la certezza che il nascondimento del corpo femminile equivalga a umiliarlo, a metterlo al rogo. Con tante nudità in giro (la moda riesce pure a desessualizzare la donna nel momento in cui la spoglia), c’è però chi trova più interessante un corpo femminile coperto. Come accade a chi, tra adulterio e fedeltà, sceglie la seconda posizione, perché meno convenzionale.
Intanto è esplosa una nuova polemica, innescata dall’abbigliamento islamico. Diversi marchi dell’abbigliamento (Marks&Spencer, la collezione Abaya di Dolce&Gabbana, Uniqlo, presto si unirà H&M) hanno tirato fuori la moda «pudica», che protegge il corpo dalla testa ai piedi. Laurence Rossignol, ministro francese responsabile dei Diritti delle donne, parlando di questa moda e delle musulmane che indossano il velo, ha commentato: «C’erano pure dei negri americani a favore dello schiavismo». Quindi si è scusata. Sostenuta però dalle associazioni femministe contro «la banalizzazione del velo islamico». Evidentemente le associazioni escludono che possa esserci una (o tante) donne che il velo decidono di indossarlo. In modo libero.
Ha scritto Le Monde che il mercato mondiale della moda islamica, valutato in 230 miliardi di dollari (202 miliardi di euro) nel 2014, potrebbe toccare i 320 miliardi nel 2020. Le mogli e parenti varie di Salman bin Abdelaziz al Saud, re dell’Arabia Saudita, quando si precipitano nei negozi di via Montenapoleone, dovendo mostrare «la loro bellezza solo ai loro mariti», immagino che non si contentino di una svelta minigonna.
Insomma, per acquietare gli scontri simbolici sul valore del corpo femminile (nudo o coperto), l’unica soluzione sarebbe quella di appellarsi a quel giudice spietato che è il mercato?
di Pinella Leocata
«Nel lavoro di cura esistono prassi, modalità e competenze che hanno la dignità di un paradigma e che offrono un differente punto di vista sul mondo e un diverso modello di governo della cosa pubblica». Annalisa Marinelli, che di professione fa l’architetta, nel libro La città della cura (Liguori editore) ha descritto il modo in cui l’attività di cura incide sugli ambiti di lavoro, sulle sue finalità e sugli strumenti che adotta producendo competenze spendibili nel governo delle città. Chi fa lavori di cura ha capacità di relazione, sa gestire la complessità, dà centralità ai corpi, è in grado di affrontare l’imprevisto. Competenze, tutte, preziose per la cura della città. Chi si occupa del lavoro di cura ha uno sguardo privilegiato sulla città perché la utilizza in maniera diversa, più densa, dal momento che mette in relazione i vari spazi. È l’esperienza di tutte le donne: vanno da casa al nido del figlio, poi al lavoro, e di nuovo a scuola, a fare la spesa, a casa. Non solo. Chi si occupa del lavoro di cura si fa carico della materialità dei corpi delle persone: va in giro con il bimbo nel passeggino, con un anziano da sorreggere, con un disabile e questo costringe ad avere consapevolezza degli aspetti ostili della città. E sono innumerevoli. Basti pensare che non si può salire in autobus con un passeggino o con un deambulatore. Dunque il lavoro di cura è uno sguardo privilegiato sul territorio e anche un diverso paradigma di governo delle cose perché offre soluzioni, strumenti, punti di vista e un modo di pensare che si presta a un modello di governo del territorio proprio delle nostre società complesse, un modello che risponde alle sfide ecologiche. «Il territorio è un corpo vivente e, come i corpi delle persone, è vulnerabile e ha dei limiti. Dunque la competenza della cura è una competenza sulla vulnerabilità e reimmette nella dimensione del vivere un dato fondamentale che abbiamo perso: l’esistenza del limite». Alla luce di questa analisi – al centro dell’incontro promosso da La Città Felice alla libreria Catania Libri – l’architetta Annalisa Marinelli propone un’agenda politica per lo Stato centrale e per le amministrazioni locali partendo dall’idea di una costruzione del servizio pubblico come primo strumento di welfare. Un esempio. Nelle nostre città che invecchiano è comune vedere un’ottantenne che si appoggia al bastone accompagnandosi alla figlia sessantenne. Se la città offrisse la possibilità di andare in giro con un deambulatore, la donna anziana potrebbe mantenere la propria autonomia, andare al cinema, al teatro… e contribuire, così, allo sviluppo economico della città. E anche la persona che l’accompagna potrebbe dedicarsi ad altro, a sviluppare il proprio potenziale umano dando il proprio contributo alla società. «Ma tutto questo presuppone un territorio che sappia rispondere e accogliere le fragilità dei corpi per liberare nuove risorse». Di qui discende la consapevolezza che «la cura è un valore sociale, non soltanto un problema privato; è un prodotto della catena generativa, non solo un costo sociale». Ne consegue la proposta politica: la cura non deve essere pensata soltanto come competenza che va condivisa tra uomo e donna, ma come una competenza che ha una sua centralità sul piano politico perché è la base su cui si fonda tutta la società. «La politica deve riconoscere che la cura non è solo un costo sociale, ma è una dimensione insostituibile della vita, è presupposto alla cultura, alla politica, all’economia poiché rimette in moto la vita, ogni giorno. Ma perché diventi realmente volano sociale e generativo bisogna sostenerla con risorse economiche, di tempo, di spazio, strutture e regole nuove che la comprendano. Bisogna rendere possibile alle persone che hanno in carico la cura di vivere una cittadinanza piena, come tutti gli altri».
(La Sicilia, 9 aprile 2016)
di Stefania Giannotti
Zaha Hadid è stata una grande, coraggiosa, inarrestabile, potente donna. Apprezzabile è la sua capacità di aver vissuto in questo mondo con presenza e forza. “Quante volte ho pensato o ho sentito dire ‘non lo fare, è troppo difficile, non puoi farcela, non vincerò mai’. Ci vuole fiducia in se stesse e persone intorno che ti sostengano. Spero di essere di ispirazione per le architette che verranno”. Ho letto questa affermazione su facebook, grazie ad una traduzione di Labodif, e lo spero anche io.
Ma Zaha Hadid è stata anche una archistar, anzi il prototipo, il vertice della categoria e le sue architetture mirabolanti ne pagano a volte lo scotto, e la città e i suoi abitanti un prezzo che non possiamo nè vogliamo più pagare. Le virtuose o virtuosistiche architetture degli ultimi decenni lasciano spesso in una dimensione dimenticata gli elementi di una nuova possibile civiltà urbana: il primum vivere, la relazione dell’habitat con i corpi viventi, lo stretto e ormai indispensabile rapporto della bellezza con la misura dell’ecologia.
Zaha è stata donna di poche parole e di molte opere. Più brava a comunicare con queste che con le parole. Ma questo non lo si può chiedere o pretendere da un’artista, artefice di opere d’architettura.
Ecco di seguito le più suggestive e significative risposte all’intervista di Alain Elkann La natura mi ispira, ma guai a ignorare la forza di gravità del marzo 2015 e l’articolo di Katia Riccardi L’addio alla regina dell’architettura Zaha Hadid: da Londra a Roma così ha disegnato il futuro del 31 marzo 2016.
da “La natura mi ispira, ma guai a ignorare la forza di gravità”
Lei insegna in importanti università di tutto il mondo, da Harvard a Vienna.
«Ho sempre pensato che l’insegnamento fosse molto importante. Impari da ciò che insegni e mostri che si possono ottenere risultati al di là di quelle che si pensava fossero le possibilità».
Cosa insegna?
«Non credo che si possa insegnare l’architettura: si possono solo ispirare le persone».
Il buon senso è una qualità essenziale nel suo lavoro?
«Per sapere dove sono i limiti, ma, detto questo, penso che sia importante che le città abbiano grandi opere: le città dovrebbero investire in una buona organizzazione spaziale. Di orribili edifici a basso costo se ne vedono fin troppi».
Le sue sono forme artistiche?
«L’architettura è semi-artistica, ma ci si ispira al paesaggio, alla biologia e a tutti gli esseri viventi. Oggi si può essere più ambiziosi: si possono fare grandi esperienze spaziali, ma una cosa che non è cambiata è che abbiamo a che fare con la gravità. Stiamo con i piedi per terra. Ho imparato da un grande ingegnere, Peter Rice, a capire la logica della struttura».
(www.libreriadelledonne.it, 9/4/2016)
di Marta Equi
Questo week end in occasione del Mi Art, Fondazione Trussardi e MiArt organizzano una installazione / mostra di Sarah Lucas, artista inglese “classificata” dai critici e critiche d’arte come appartenente al gruppo “Young British Artists.” Leggevo delle cose su di lei e ho trovato un articolo, che propongo di seguito. L’articolo non è nuovo, è stato scritto nell’agosto del 2015 in occasione della Mostra La Grande Madre, di cui in Libreria si è scritto e parlato. Lei era presente in questa mostra e nell’articolo di seguito è intervistata da Massimiliano Gioni, il curatore della mostra di Palazzo Reale.
Perché lo propongo? Perché con semplicità Lucas dice delle cose precise e importanti. Importanti anche alla luce della considerazione che è stata fatta di lei e della sua arte. Spesso considerata aggressiva, pessimista, parte di un certo tipo di arte…. risponde così a Gioni che le chiede Pensi che l’arte abbia un sesso? (io mi immagino, tendenziosamente, lo ammetto, che la sua domanda si aspettasse una certa risposta, certo che no l’arte non ha né genere né sesso!)
“A tutti è toccato un sesso. Ed è sempre la prima cosa che vedi di una persona. Non c’è scampo. L’arte non fa eccezione. Anche gli artisti che non hanno mai mostrato il loro volto in pubblico saranno considerati e ricordati per prima cosa in quanto uomini o donne. Quando ho preso coscienza di ciò, ho deciso di presentare me stessa nei miei lavori sotto forma di autoritratto. “Perché far finta di niente? – ho pensato – se questo è un fattore imprescindibile perché non usarlo con tutta la sua potenza?”
E poi le domanda dell’ambiguità attorno a cui, il curatore dice, ruota l’opera dell’artista. Lei risponde “Mi piace l’ambiguità perché le regole non sono mai così giuste o perfette. (…) Ma non è sufficiente per descrivermi. E i vuoti, quando vengono individuati, sono invece reali e ricchi di possibilità. Ogni cosa trova il suo posto nel mondo in autonomia. E io cerco di prendere per me stessa tutto lo spazio vitale che posso.”
I vuoti sono reali e ricchi di possibilità. Ogni cosa trova il suo posto nel mondo in autonomia. E io cerco di prendere per me stessa tutto lo spazio vitale che posso.
“Cos’è la scultura per te? Un corpo concreto di pensiero, fuori da me stessa.”
Qui il link all’intervista
http://www.marieclaire.it/Attualita/interviste/Massimiliano-Gioni-Intervista-Sarah-Lucas#1
(www.libreriadelledonne.it, 9 aprile 2016)
8, 9 e 10 aprile 2016
Sarah Lucas – Innamemorabiliamumbum
a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis
Albergo Diurno Venezia
Piazza Oberdan – Milano
www.fondazionenicolatrussardi.com
Dall’8 al 10 aprile 2016 a Milano arriva miart, fiera totalmente dedicata all’arte moderna e contemporanea. Non mancheranno incontri, mostre, eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie di musei, gallerie private e fondazioni. Tra queste Fondazione Trussardi che, proprio in collaborazione con miart, ha deciso di aprire le porte dell’Albergo Diurno Venezia di Milano per presentare un’artista internazionale: Sarah Lucas.
La celebre artista inglese sbarca in Italia con la sua personale Innamemorabiliamumbum, speciale progetto di arte contemporanea a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis, realizzato in collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano e il Comune di Milano.
Appena più su dei tunnel metropolitani di Porta Venezia e poco sotto la superficie di Piazza Oberdan si nasconde un tesoro: l’Albergo Diurno Venezia, progettato a inizio anni Venti da Piero Portaluppi. Oltre ai bagni pubblici e ai servizi per la cura del corpo (barbiere, parrucchiere, manicure, pedicure), l’Albergo comprendeva anche casellario postale, ufficio cambio, telefono, deposito bagagli e valori, agenzia di viaggio, sportello bancario, servizio di dattilografia, lavanderia e stireria per abiti, vendita di abbigliamento e noleggio di oggetti per uso personale. Era inoltre dotato di un avanguardistico impianto di radiodiffusione, previsto nell’intera area del salone.
Per la prima volta in assoluto nei suoi novant’anni di storia l’Albergo Diurno ha deciso di ospitare un progetto site-specific di arte contemporanea.
Le stanze dell’antico Hotel milanese accoglieranno le opere ambigue e irriverenti della Lucas nelle giornate di venerdì 8, sabato 9 e domenica 10 aprile. Il contrasto tra gli ambienti d’altri tempi dell’Hotel e la sfacciataggine delle opere dell’artista è netto, ma per questo intrigante.
Sculture, installazioni e performance sonore avranno come focus principale il corpo.
La Lucas conosce bene le rappresentazioni di genere e ci gioca al punto tale da riuscire a raccontarle alla perfezione; lascia stupiti parlando, tramite immagini, di una società che ancora non è pronta al cambiamento, ma lo fa divertendo.
Fin dall’inizio della sua carriera, inserita nel contesto degli Young British Artists nella Londra degli anni Novanta, la Lucas mette in ridicolo tabù e atteggiamenti maschilisti con le sue sculture ruvide e arrabbiate. I suoi autoritratti, in cui trasforma la propria immagine in un personaggio che attraversa decine di fotografie, pose e situazioni, mettono in scena miti e stereotipi femminili e maschili, trasformando ruoli e generi sessuali. “Mi piace giocare con gli stereotipi sessuali e di genere […] sono solo dei costrutti, e sono piuttosto fragili”, riconosce l’artista. Nel mondo di Sarah Lucas nessun soggetto sembra essere troppo fragile e nessun tabù troppo sacro.
Un’occasione unica per visitare quello che un tempo veniva considerato il “tempio della bellezza” milanese e, contemporaneamente, aprire la mente grazie alle creazioni argutamente allusive della Lucas.
INFO UTILI:
Sarah Lucas – Innamemorabiliamumbum
a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis
8, 9 e 10 aprile 2016
Albergo Diurno Venezia
Piazza Oberdan – Milano
www.fondazionenicolatrussardi.com
di Ilaria De Pasqua |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com
di Luisa Muraro
Cara Adriana, caro Marco,
mi avete chiesto di leggere e di dire la mia sullo scritto di Michela Murgia, Non chiamatela maternità surrogata, datato 2 febbraio 2016 (n.d.r: lo scritto di Michela Murgia è contenuto nel Dossier “Utero in affitto”).
L’ho letto e devo dire che vi ho trovato molti spunti di riflessione ma anche molta confusione e delle imprecisioni. Ma ho capito poi che c’era un equivoco: lo scritto che mi avete dato non era, come ho creduto, un testo unitario, sebbene abbia un solo titolo, una sola data e un’unica autrice. Si tratta, invece di una raccolta di pensieri, apparsi in rete a puntate, come certi romanzi dell’Ottocento pubblicati sui giornali, dove capitava che un personaggio morto, dopo un paio di puntate tornasse in azione.
Tu, Marco, me lo avevi quasi detto: arriva in fondo, verso la fine è meglio.
In effetti, è importante capire la natura dello scritto della Murgia. Se lo consideriamo un ragionamento d’insieme sulla questione, dice cose giuste e cose sbagliate alla rinfusa. Ma in realtà questo è il testo di una che va in cerca cambiando strada e non soltanto, anche idea, con un percorso a zigzag.
Una prova? Il capitoletto intitolato Il figlio logico e il figlio biologico, che viene a metà, dice: “Non ho detto ancora una sola parola sul bambino, nonostante tutta la questione della GPA ruoti intorno al desiderio di averlo”. Appunto. Ma allora, di che cosa abbiamo discusso finora? E poco più avanti aggiunge: “I problemi, mi pare, sorgono solo quando i genitori intenzionali hanno una percezione mercificata del bambino”. Mi pare??? Solo??? Questo è il punto cruciale di tutta la questione: accettiamo o non accettiamo che le creature umane vengano al mondo seguendo la trafila di un prodotto commerciale? Se rispondiamo sì, cioè se accettiamo la pratica di far fare la gestazione a una terza persona in cambio di soldi, impossibile impedire una percezione mercificata. Al massimo, si potrà minimizzarla.
Vediamo dunque il percorso di Michela Murgia. Comincia parlando della maternità che, oggi giorno, soprattutto grazie al femminismo, è più libera che in passato. D’accordo.
La sua mossa principale, per illustrare questa libertà, consiste nel distinguere la maternità dalla gravidanza. Che il significato della maternità sia indipendente dalla gestazione, sia quindi scorporato dall’impegno fisico della donna, ecco la libertà guadagnata, secondo la Murgia. Inconsapevolmente, lei replica la mossa del pensiero patriarcale (Aristotele): la paternità per lui, la maternità per lei, consiste essenzialmente in un impegno simbolico e morale, separabile dall’impegno del corpo. In entrambi i casi, resta fuori come un avanzo il corpo di una donna svalorizzata.
Segue, nel percorso a zigzag, la giustificazione del contratto commerciale tra gli aspiranti genitori e la donna da loro (o chi per essi) reclutata per la gestazione. La legge italiana, osserva la Murgia, consente a una donna d’interrompere la gravidanza per ragioni economiche. A maggior ragione, conclude, si dovrà consentirle di portare a termine una gravidanza in cambio di soldi di cui ha bisogno.
Qui c’è uno sbaglio. La legge 194/1978 prevede unicamente la tutela della salute psichica e fisica della donna: le sue difficili condizioni economiche entrano in causa solo se sono un motivo del suo star male.
C’è, dietro al testo di legge, un preciso ragionamento giuridico, che io non condivido, ma c’è e ha la sua importanza. C’è dietro anche un (necessario?) compromesso tra comunisti e democristiani per approvare la legge. C’è dietro, fondamentalmente, la preferenza del legislatore per una cultura della tutela della donna. Questa cultura non conosceva il giusto principio femminista secondo cui non si può costringere una donna, sana o malata, ricca o povera, a diventare madre per legge.
Oggi non so come andrebbe. Ma di tutto di ciò non c’è traccia nelle riflessioni della Murgia. Lei, tuttavia, espone un secondo, più solido, argomento (in breve: c’è un dispendio, una fatica, un rischio, da compensare) per giustificare la remunerazione della madre rinunciataria che partorisce per altri.
Il discorso passa poi a sostenere un’altra tesi: ci vuole una legge che regoli la surrogazione, altrimenti vince il mercato con le sue ingiustizie.
La tesi è gracile, gli esempi che l’autrice porta lo sono ancor più: “Prima della legge sul divorzio gli uomini sparivano, abbandonavano le donne e i figli e nessuno poteva obbligarli al mantenimento”. Ma l’obbligo legale del mantenimento esisteva! E sparire, si può sempre.
La legge viene chiamata in causa dalla Murgia non senza motivo, ed è che lei, volendo sostenere la surrogata, si rende ben conto che, se la donna è garantita in tutto, la cosa diventa costosa, alla portata dei soli ricchi. Cerca aiuto nella legge perché ci sia giustizia verso i meno ricchi, da una parte, e dall’altra verso le donne che si prestano alla gestazione surrogata, spinte dal bisogno e poco tutelate. Ma è un dilemma senza via d’uscita, a meno di fantasticare una surrogazione statale che faccia concorrenza a quella privata.
Più o meno a questo punto del discorso, accade qualcosa: per vie difficili da intuire si affaccia il pensiero della rinuncia che la surrogazione impone alla gestante, rinuncia della creatura da lei portata a maturità per nove mesi. Come certo sapete, nella pratica in questione la rinuncia è quasi sempre obbligatoria per contratto. Ah no! insorge la Murgia: la gestante deve “restare libera fino all’ultimo”. In altre parole (mie): lei è la madre e tale resta anche dopo il parto. Immagino che a questo punto tu, Adriana, avrai fatto un bel respiro di sollievo.
Il discorso di Michela Murgia, agli inizi, teneva presente la libertà femminile come autodeterminazione, come affare individuale. Ora spunta un pensiero nuovo (nuovo nel percorso che stiamo seguendo): il pensiero della relazione tra la gestante e la sua creatura. Ed è il punto di svolta.
La svolta non si accorda con cose dette prima (come la definizione della maternità, scorporata dalla gestazione). Ma simili incoerenze sono normali nel farsi interiore di un discorso, le conosciamo anche noi. È come la storia del personaggio che dopo essere morto, ritroviamo vivo e vegeto. Forse, anche Renzo Tramaglino sarà morto un paio di volte nella testa del Manzoni, nel qual caso i promessi sposi sarebbero rimasti tali in eterno; per fortuna invece no.
Tante cose ci sarebbe da dire ancora sul testo di Michela. Il pensiero che si aggira nei meandri di una questione grande e intricata, per trovare un filo e un orientamento, fa un sacco di strada: difficile stargli dietro e spiegare il perché dei suoi movimenti.
Passo così direttamente all’ultima tappa.
Alla fine, l’autrice non auspica più una legge regolatrice della surrogata in difesa dei diritti delle donne e in aiuto degli aspiranti genitori di pochi mezzi economici. Alla fine, ha una fantasia di segno opposto. Immagina che un’amica carissima e desiderosa ma impedita di essere madre, le chieda aiuto, lei glielo darebbe liberamente e ha un solo timore: “non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo”. Explicit.
Cara Adriana e caro Marco, dobbiamo far sapere a Michela che in Italia non esiste una simile legge. Potrebbe però esistere il giorno in cui si pensasse d’introdurre legalmente la surrogazione e fosse necessario regolarla. La surrogazione è un business intorno al quale girano molti soldi e la prima cosa che si pretenderebbe dalla legge sarebbe di eliminare la concorrenza sleale rappresentata dalla gratuità. Come? Basterà dire che non offre le necessarie garanzie mediche.
Vi saluto. Io mi sto interrogando sul modo che ha adottato Michela Murgia per partecipare alla discussione, se sia proficuo o, al contrario, confusionario.
Per finire, il titolo: ci ordina di non chiamare “maternità surrogata” quello che fa la gestante. Paradossalmente, io sarei d’accordo: i surrogati, per me, sono i due che l’hanno assunta. Lei è la madre. Luisa Muraro
Milano, 8 aprile 2015.
(www.libreriadelledonne.it, 8/4/2016)
Celebriamo la nascita di Charlotte con un libro del 1887…
Quest’anno, il 21 aprile, ricorre il Bicentenario della nascita di Charlotte Brontë. In tutto il Regno Unito, e non solo, questa data viene celebrata con eventi e pubblicazioni e anche noi vogliamo dare il nostro contributo.
Le ricerche per la collana “Windy Moors”, che ospita al momento i primi quattro titoli sia in digitale che in cartaceo, procedono senza sosta. Abbiamo già riportato alla luce la prima biografia italiana delle sorelle Brontë, il primo saggio italiano su Emily Brontë e una piccola biografia di Louisa May Alcott, tradotta per la prima volta in italiano; infine, uscito da pochi giorni, il saggio di Mara Barbuni su Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana: non un’opera ritrovata nel vasto contenitore del passato, ma scritta appositamente per i lettori di questa collana.
Le nostre ri-scoperte letterarie comprendono diversi saggi che desideriamo ripubblicare, procedendo a piccoli passi e mettendo tutta la cura di cui questo tipo di lavoro necessita. Non è facile decidere a quale testo dare la precedenza, perché più scaviamo e più riemergono libri interessanti, ma siamo fiduciose che, prima o poi, riusciremo a dare tutto alle stampe.
In occasione del Bicentenario di Charlotte Brontë presentiamo ai lettori la prima di queste opere: una bella e approfondita biografia che stiamo traducendo per la prima volta in italiano. Si tratta dell’opera di Augustine Birrell, “Vita di Charlotte Brontë”: pubblicata a Londra nel 1887, tiene in considerazione tutta la produzione biografica precedente, arricchendola di nuovi elementi per una conoscenza più approfondita di Charlotte, della sua famiglia e della vita nella brughiera ventosa.
Il testo è in lavorazione, ma vi daremo presto notizie sulla data d’uscita.
Grazie per averci letto fin qui. Continuate a seguire il nostro lavoro!
all’8 aprile al 15 giugno 2016
a cura di Marco Scotini con la collaborazione di Lorenzo Paini.
FM Centro per l’arte Contemporanea Via Piranesi, 10 Milano
Avviso inoltrato da Marcella Campagnano presente con il lavoro, insieme a Carla Accardi, Irma Blank, Lisetta Carmi, Dadamaino, Ketty La Rocca, Marisa Merz e Angela Ricci Lucchi.
Artist presentii: Carla Accardi, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Nanni Balestrini, Gianfranco
Baruchello, Irma Blank, Alighiero Boetti, Sylvano Bussotti, Marcella Campagnano, Lisetta
Carmi, Giuseppe Chiari, Gianni Colombo, Dadamaino, Gino De Domincis, Mario Diacono,
Luciano Fabro, Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Luigi Ghirri, Piero Gilardi, Paolo
Gioli, Global Tools, Alberto Grifi, Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Ugo La Pietra,
Ketty La Rocca, La Traviata Norma, Laboratorio di Comunicazione Militante, Maria Lai,
Uliano Lucas, Walter Marchetti, Fabio Mauri, Mario Merz, Marisa Merz, Ugo Mulas,
Maurizio Nannucci, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Luca Maria Patella, Giuseppe
Penone, Gianni Pettena, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Salvo, Aldo
Tagliaferro, Franco Vaccari, Franco Vimercati, Michele Zaza, Gilberto Zorio.
Nei nuovi spazi di FM Centro per l’Arte Contemporanea, la mostra L’inarchiviabile/The Unarchivable, a cura di Marco Scotini e Lorenzo Paini. Protagonisti assoluti gli anni 70 – il decennio dell’iconoclastia dell’immagine e dell’arte partecipata, della Body Art e dell’animazione urbana, del Concettuale e dell’Arte Povera, della creatività diffusa e del design radicale – nelle opere di 60 artisti che spaziano dalla fotografia al video, dalla scultura alla performance, dai libri d’artista al cinema sperimentale.
L’arte esce dai luoghi istituzionali, le piazze e gli spazi alternativi soppiantano i musei, i linguaggi si intrecciano fino a diventare progetti totali. Lo stesso concetto di “inarchiviabile” si riferisce sia all’approccio multidisciplinare che caratterizza il decennio, sia alle nuove questioni legate al femminismo e alle politiche di genere.
Tra i lavori in mostra, prestiti che provengono da raccolte private di rilievo internazionale, come le collezioni La Gaia, Enea Righi, Maramotti e Consolandi. Il percorso comprende le personalità più significative del decennio, con particolare attenzione alle opere difficilmente riconducibili a un genere, sospese tra arte e performance, provocazione e utopia, pratiche effimere e performatività sociale.
Qualche esempio? Si passa dalle indagini sull’ambiente urbano e domestico di Ugo La Pietra, i “metaprogetti” pubblicati sulla rivista “Inpiù” (1973-1975), all’architettura radicale di Superstudio, Gianni Pettena, Ettore Sottsass; dalle classificazioni di Alighieri Boetti alle sequenze di numeri di Fibonacci di Mario Merz, dall’atlante geografico di Luigi Ghirri alle serie fotografiche di Michele Zaza e Aldo Tagliaferro. Senza dimenticare l’arte povera di Kounellis, Gilardi e Zorio, e il cinema sperimentale di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi.
Grand opening, all’interno di FM Centro per l’Arte Contemporanea, anche per le rassegne promosse dalle gallerie Laura Bulian Gallery, Monitor, P420 e SpazioA. Laura Bulian Gallery, che all’interno del centro ha la sua sede permanente, inaugura Imagine a Moving Image, la prima personale in Italia del giovane artista Marko Tadić. Il temporary space riservato ai progetti speciali presentati dalle gallerie di ricerca sarà invece occupato, per l’occasione,
da Monitor, P420 e SpazioA: la loro mostra si intitolerà Corale e metterà a confronto artisti appartenenti a diverse generazioni.
FM Centro per l’Arte Contemporanea è promosso da Open Care (Gruppo Bastogi), società che offre servizi integrati per l’art advisory, la gestione e la conservazione dell’arte
Laboratorio pubblico di pensieri e progetti per la città del primum vivere, dimensione dimenticata di una possibile civiltà del due.
Proposto da Sandra Bonfiglioli, Bianca Bottero, Maria Bottero, Emilia Costa, Ida Farè, Stefania Giannotti, Laura Minguzzi alla Libreria delle Donne di Milano.
0. Un orizzonte di progetto per costruire assieme LabMi
Le donne del Gruppo Lavoro della Libreria di Milano con le parole di primum vivere e doppio sì hanno dato senso e prospettiva a un insieme complesso di desideri e azioni politiche fatte in Italia e in Europa da movimenti, circoli femministi e donne pensanti. Tale insieme di mosse e azioni si è collocato nel tempo di mezzo, dagli anni 80 al nuovo millennio: da quando, possiamo dire, si chiude l’era della civiltà industriale moderna ed inizia nell’Unione Europea una lunga fase di declino delle istituzioni e dei programmi politici , fino al crack economico e produttivo del 2007, di scala mondiale, che dura tutt’ora.
Attorno a questi eventi, che segnano il nuovo millennio, in molti e diversi territori del mondo le donne hanno suonato un gong, le cui onde sonore continuano a circolare e a interferire nei diversi campi di azione, arricchendo l’iniziativa locale e la vibrazione stessa, che riprende ancora e ancora a circolare sia nei territori dove la presenza delle donne ha già trasformato l’agenda pubblica, sia in territori mai prima toccati, sia negli anfratti del vasto mondo perché, come dice un titolo di Via Dogana, le donne sono ovunque.
In breve, le donne hanno già costituito una nuova sfera politica e di modalità di azione nello scacchiere mondiale. Questo è il momento giusto per annunciarla, vedremo se avrà senso anche inscriverla nelle agende politiche locali e sovranazionali. La nuova sfera pubblica costruita dalle donne è così adeguata ai tempi e ai suoi terribili pericoli, così diffusa e così resiliente che ci permette di affermare essersi aperta la fase costituente di una nuova civiltà dell’essere due nel mondo.
La spia che questo è l’orizzonte verso il quale ci muoviamo, e ci stiamo già muovendo da tempo, è che l’agire riguarda al contempo la trasformazione delle istituzioni, la trasformazione delle pratiche quotidiane di vita-e-lavoro e la città, cioè l’ambiente, l’habitat fisico e organizzato dove abitiamo, dove siamo abitanti. Vedremo se, quando e come esso è anche il luogo della nostra cittadinanza e della nostra residenza stabile, continuata.
1. Cos’è per noi la città.
La storia ci dice che la città è nata come struttura di mediazione fra gli abitanti e l’ordine naturale dell’universo. Per la polis greca le leggi della città erano un riflesso della legge universale preposta a governo del mondo. Elementi ricorrenti della città nella storia: le mura per circoscrivere lo spazio abitato e difenderlo da eventuali nemici; i luoghi di culto orientati secondo il corso del sole (ma lo spazio stesso della città era orientato, tipica la rete viaria secondo il cardo e il decumano del castrum romano); la scelta del luogo urbano in base alla presenza dell’acqua, all’orografia e alla morfologia del suolo.
Tutti questi elementi ci parlano del rapporto stretto e inevitabile della città col cielo e la terra e ci ricordano la radice planetaria dell’abitare.
Noi oggi chiamiamo città l’aggregato di luoghi e territori dove gli abitanti, donne e uomini, giovani e vecchi/e, ricche/i e povere/i, belle/i e brutte/i, cittadine/i residenti o abitanti temporaneamente presenti, svolgono quotidianamente le pratiche personali di vita per motivi di lavoro o obblighi familiari, per sé o per la cura di altri, per divertirsi, studiare, amare, risanare, nascere e morire. Insomma, vivere la propria vita nei vincoli, nei desideri e nelle relazioni della propria stagione della vita. Siamo consapevoli di operare una notevole semplificazione in questa definizione di città, ma ci sono buoni motivi sui quali potremo lavorare assieme.
2. L’ambiguità delle definizioni.
L’imprecisione dei termini rispetto al lessico disciplinare dell’architettura/urbanistica è una scelta di LabMi per tenerci lontane dagli sguardi e dal modo di concepire i problemi che hanno le discipline, l’architettura/urbanistica (è come l’arte una disciplina storico critica), la sociologia, la geografia, la scienza politica, per non parlare della scienza delle costruzioni (ce ne sono altre). Questa scelta ci permette di trovare una nostra postura, specifica per i fini che daremo a LabMi, consona alla nostra esperienza di donne che vivendo e lavorando nei luoghi urbani e nei territori mettiamo alla prova i loro assetti formali e funzionali. E ci permette di portare nel nostro lavoro ciò che è impossibile fare nell’esercizio delle discipline, in accademia e nelle professioni: parlare tra noi e concepire i problemi della città a partire dalla nostra esperienza dell’abitare.
3. Trovare una postura vuol dire anche elaborare un linguaggio, sviluppare una narrazione.
La città non si può pensare da soli e “dal basso” se non si vuole essere insignificanti. Appena i circoli di base passano da un’idea a un progetto sono costretti a prendere in conto le discipline, le istituzioni preposte all’attuazione del progetto, all’impossibilità di fare tutto e meglio da soli. Neppure si può cambiare qualcosa della città solo per noi donne. La città è abitata da tutti, donne e uomini, e i cambiamenti sono messi alla prova da tutti i corpi abitanti che la usano in libertà. Per questi motivi di fisica della città e di diritto di cittadinanza, è più semplice per noi donne posizionarci nel quadro di una nuova possibile civiltà del due e sul principio del primum vivere e del doppio sì, cioè utilizzando le radici del nostro pensiero che è stato espresso sotto l’egida della libertà.
Il problema nostro in LabMi è esplorare la morfogenesi che questi concetti possono generare se maneggiamo l’arte di mettere a problema in modo sapiente ed esperto la categoria della forma, che potrebbe portarci lontano (vedremo che abbiamo le risorse culturali per farlo).La città è un crocevia di diverse forme tutte costituite e trasformate nel corso del tempo, pertanto storiche.
La città è una forma dello spazio fisico, ma la città abitata è una forma fisica e funzionalmente organizzata dai vincoli legali che riguardano lo spazio (norme e piani urbanistici) e il tempo (orari di lavoro e dei servizi d’interesse pubblico) e gli/le abitanti. Tutti e tre sono descrivibili come una morfologia di relazioni e usi di spazi-e-tempi dei luoghi di vita e condizioni psicofisiche e condizioni sociali e di censo e cultura-tradizione familiare e altro.
Proprio a noi donne che viviamo nelle due sfere del doppio sì, quella pubblica e quella privata, il LabMi serve anche a comprendere la strutturazione storica e politica delle due sfere e le sue conseguenze per noi, così come si è inscritta e resa invisibile (o indecifrabile?) nelle strutture della città.
(www.libreriadelledonne.it, 8 aprile 2016)
Quando, il 26.01.2016, in Libreria delle donne abbiamo discusso sulla
surrogazione, insieme a Marina Terragni e Daniela Danna, nel pubblico
c’è stato questo dialogo a tre:
-Insomma, io sono meravigliata: sono d’accordo con lui (citando un
vescovo italiano).
-Perchè? abbiamo paura di pensarla come la Chiesa?
-Ma no, è la Chiesa che la pensa come noi!
Ecco un altro caso dello stesso tipo, il Referendum Trivelle.
La Redazione del sito
Agensir, Servizio di informazione religiosa della Conferenza Episcopale
Italiana, pubblica le numerose prese di posizione di singoli presuli,
conferenze episcopali regionali, uffici pastorali, associazioni,
giornali diocesani. Avvertiamo che sono tutte favorevoli al “si”,
all’abrogazione della norma che permette di svolgere attività già
autorizzate di ricerca e coltivazione di idrocarburi entro dodici
miglia dalle linee di costa “per la durata di vita utile del
giacimento” (invece che fino alla scadenza della concessione).
Il referendum si svolgerà domenica 17 aprile. La Corte Costituzionale
ha considerato ammissibile il relativo quesito con sentenza n. 17/2016
del 19 gennaio 2016. Da tale data si susseguono le prese di posizione
segnalate da Agensir, certamente influenzate, in molti casi, dalla
vicinanza territoriale al problema ma soprattutto dall’Enciclica di
Papa Francesco Laudato si’ (il clima è un bene comune, l’umanità e’
chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili
di vita, di produzione e di consumo per combattere le emissioni di gas
inquinanti e il riscaldamento dell’atmosfera, aggravati dall’uso
intensivo di combustibili fossili).
Le prese di posizione segnalate da Agensir esprimono un profondo
desiderio di incarnazione dell’esperienza cristiana, che a noi sembra
francamente molto importante e che tutta la società dovrebbe
incoraggiare. Magari per il futuro occorreranno più metodo e maggiore
valorizzazione ed impegno dei credenti laici, della loro
partecipazione diffusa e periferica, del loro stesso pluralismo di
opinioni culturali e politiche…
(Istituto De Gasperi di Bologna, aprile 2016)
dal 9 aprile 2016 al 19 febbraio 2017
La mostra traccia una nuova storia del design italiano al femminile, ricostruendo figure, teorie, attitudini progettuali che sono state seminate nel Novecento e che si sono affermate, trasformate ed evolute nel XXI secolo.
In occasione della XXI Esposizione Internazionale, il Design Museum della Triennale di Milano presenta la sua Nona Edizione dal titolo “ Women in Italian Design”.
La Nona Edizione del Triennale Design Museum, a cura di Silvana Annicchiarico e con progetto di allestimento di Margherita Palli, affronta il design italiano alla luce di uno dei nodi più delicati, più problematici, ma anche più stimolanti e suggestivi che è la questione del genere.
L’idea che il genere non sia più solo un dato biologico e naturale, ma una questione culturale apre interessanti prospettive anche per quello che potrà diventare il design dopo il design. Ma per affrontare in modo oggettivo ed equilibrato le questioni di gender legate al design è necessario affrontare preliminarmente la grande rimozione operata dal Novecento nei confronti del genere femminile.
Tutta la modernità novecentesca ha messo ai margini la progettualità femminile, pressoché ignorata da storici e teorici del design. Il XXI secolo è caratterizzato sempre di più da una forza rinnovata di tale progettualità.
L’ordinamento cronologico racconta questa storia in modo dinamico, fluido e liquido, usando la metafora di un fiume che attraversa tutto il Novecento.
Triennale Design Museum vuole quindi celebrare il femminile in quanto nuovo soggetto creativo di un design meno asseverativo, meno autoritario, più spontaneo, più dinamico. Per domandarsi se il nuovo protagonismo femminile sia fra gli interpreti principali del “Design after Design”.
Segnala Laura Minguzzi in particolare Italian Women in design, due mostre dal titolo Intrecciare sull’arte del merletto e Ricercare e percepire dove è esposto il libro “Architetture del desiderio” a cura di Ida Farè, Bianca Bottero e Anna Di Salvo che racconta la pratica del gruppo Vanda e della della Rete delle città vicine, il libro di Gisella Bassanini “Per amore della città” e altre esperienze della politica delle donne con le tesi di laurea del Politecnico di Milano sulla città e sulle architette di oggi e del secolo scorso.
Non ha mai voluto rivelare la sua identità lasciando che a parlare fossero solo i suoi libri. Il perché l’autrice de L’amica geniale lo spiega in questo colloquio: “Scrivere è di per sé già un atto di superbia…”
Nicola Lagioia: uno degli aspetti più potenti de L’amica geniale riguarda il modo in cui viene resa l’interdipendenza tra i personaggi. È evidente nel rapporto tra Lila e Elena, nel modo in cui ognuna riesce a depositare nell’altra la propria forma, la quale (proprio come una forma di vita autonoma) continua ad agire al di là della presenza fisica che l’ha generata. Ogni volta che Lila svanisce dall’orizzonte degli eventi di Elena, continua comunque ad agire nell’amica e, si presume, accade anche il contrario.
Leggere il suo romanzo è confortante, perché nella vita vera succede così. Le persone per noi davvero importanti (le persone a cui abbiamo dato l’opportunità di scassinarci interiormente) non cessano di interrogarci, ossessionarci, perseguitarci, all’occorrenza guidarci. Anche se nel frattempo sono morte, o lontane, o se ci abbiamo litigato. Il che – mi sembra – altera addirittura la costruzione dei ricordi. Il modo in cui rileggiamo il romanzo della nostra vita dipende anche da come agiscono silenziosamente in noi (modificandone gli snodi) le persone fondamentali. Per come riesce a rendere questi meccanismi, L’amica geniale mi sembra un romanzo di una modernità assoluta.
Però nei suoi quattro libri questa interdipendenza si estende a tutto il mondo delle due amiche. Nino, Rino, Stefano Carracci, i fratelli Solara, Carmela, Enzo Scanno, Gigliola, Marisa, Pasquale, Antonio, persino la Galiani… Nonostante per loro le regole dell’attrazione reciproca non siano intense come quelle che legano Elena e Lila, rimangono tutti comunque sempre in orbita. Sbarazzarsene è impossibile. Ricompaiono di continuo gli uni davanti agli altri. Certo litigano. Si tradiscono. In certi casi finiscono quasi per ammazzarsi. Si dicono o si fanno cose che in altri contesti sarebbero sufficienti a troncare i rapporti per sempre. Eppure, questo non succede quasi mai. C’è sempre uno spiraglio che rimane aperto (penso ad esempio a Marcello Solara che continua a essere cordiale con Elena anche dopo i suoi attacchi su L’Espresso). Sembra che solo la morte – o l’estrema vecchiaia – possa spezzare i loro legami.
Tenendo conto di cosa sono fatti quei legami, potrebbe sembrare una maledizione. Eppure non è da considerare anche una benedizione? L’alternativa rischia di essere la solitudine assoluta. In certi casi confesso che li ho invidiati.
Elena Ferrante: da dove comincio? Dall’infanzia, dall’adolescenza. Certi ambienti napoletani poveri erano affollati, sì, e chiassosi. Raccogliersi in sè, come si dice, era materialmente impossibile. Si imparava prestissimo ad avere la massima concentrazione nel massimo disturbo. L’idea che ogni io è, in gran parte, fatto di altri e dall’altro non era una conquista teorica, ma una realtà. Essere vivi significava urtare di continuo contro l’esistenza altrui ed esserne urtati, con esiti ora bonari, l’attimo dopo aggressivi, quindi di nuovo bonari.
Nei litigi si tiravano in ballo i morti, non ci si accontentava di aggredire e insultare i vivi: si finiva per degradare con naturalezza anche zie, cuginette, nonni e bisnonni che non erano più al mondo. E poi c’era il dialetto e c’era l’italiano. Le due lingue rimandavano a comunità diverse, entrambe gremite. Ciò che era comune all’una non era comune all’altra. I legami che stabilivi nelle due lingue non avevano mai la stessa sostanza. Variavano gli usi, le regole di comportamento, le tradizioni. E quando cercavi una via di mezzo ti veniva un dialetto finto che era contemporaneamente un italiano triviale.
Tutto questo mi (ci) costituisce, ma tuttora senza un ordine e una gerarchia. Niente è tramontato, tutto è qui nel presente. Certo, oggi ho luoghi piccoli e tranquilli dove mi posso raccogliere in me, ma questa espressione la sento tuttora un po’ ridicola. Ho raccontato di donne in momenti in cui sono assolutamente sole. Ma nelle loro teste non c’è mai silenzio e nemmeno raccoglimento.
La solitudine più assoluta, almeno nella mia esperienza, e non solo narrativa, è sempre, come nel titolo di un libro molto bello, troppo rumorosa. Per chi scrive non c’è persona rilevante che si rassegni a tacere definitivamente, anche se abbiamo interrotto ogni rapporto da tempo per rabbia, per caso o perché il suo tempo era finito. Io nemmeno riesco a pensarmi senza gli altri, men che meno a scrivere. E non parlo solo di parenti, di amiche, di nemici. Parlo delle altre, degli altri, che oggi, adesso, figurano soltanto nelle immagini: nelle immagini televisive o dei rotocalchi, a volte strazianti, a volte offensive per opulenza. E parlo di passato, di ciò che in senso lato chiamiamo tradizione, parlo di tutti gli altri che sono stati al mondo prima e hanno agito e agiscono oggi attraverso di noi.
L’intero nostro corpo, volente o nolente, realizza una folgorante resurrezione dei morti proprio mentre avanziamo verso la nostra stessa morte. Siamo, come dice lei, interconnessi. E dovremmo educarci a guardare a fondo in questa interconnessione – io la chiamo garbuglio, o meglio frantumaglia – per darci strumenti adeguati e raccontarla. Nella più assoluta tranquillità o coinvolti in eventi tumultuosi, al sicuro o in pericolo, innocenti o corrotti, noi siamo la ressa degli altri. E questa ressa per la letteratura è sicuramente una benedizione.
Ma quando andiamo alla materialità dei giorni, alla fatica quotidiana di vivere, stento a fare il gioco del rovesciamento di senso: maledizione/benedizione, benedizione/maledizione. Mi sento bugiarda se considero l’eredità del rione un fatto positivo. Capisco che le maglie molto strette e resistenti del mondo che ho raccontato possano dare l’idea di un antidoto. Ci sono molti momenti, nell’Amica geniale, dove l’ambiente in cui Lila ed Elena sono immerse appare, malgrado tutto, bonario e accogliente.
Ma non bisogna perdere d’occhio quel ‘malgrado tutto’. I legami col rione limitano, fanno male, corrompono o dispongono alla corruzione. E il fatto che non si riesca a reciderli, che si ripropongano oltre ogni loro apparente dissolversi, non è un bene. L’insorgenza improvvisa delle cattive maniere dall’interno di quelle buone, salvo poi tornare al sorriso, a me sembra tuttora il sintomo di una comunità inaffidabile tenuta insieme da complicità opportunistiche, e perciò attenta a dosare furie e ipocrisie per non finire in una guerra aperta che comporterebbe scelte definitive: tu stai di qua, io di là.
No, quindi, ciò che compatta la piccola folla del rione è, nei fatti, inevitabilmente guasto e, ai miei occhi, una maledizione. Naturalmente, però, quella folla è fatta di persone e le persone hanno sempre, tra mille contraddizioni, una loro preziosissima umanità cui un racconto deve badare, se non vuole fallire. Tanto più che la gente si passa ciò che ha di buono e ciò che ha di cattivo quasi senza accorgersene. Il rione è immaginato così e anche Lila ed Elena sono fatte della sua materia, ma come se essa fosse allo stato fluido e trascinasse con sé di tutto. Volevo che, contro la fissità chiusa dell’ambiente, loro fossero mobili, che niente riuscisse a stabilizzarle davvero e che soprattutto esse stesse si attraversassero reciprocamente come se fossero d’aria. Ma senza mai liberarsi della forza d’attrazione del luogo di nascita. Anche loro dovevano sentirla, loro specialmente, malgrado tutto.
Ecco, è forse proprio quel ‘malgrado tuttò che è tecnicamente difficile da raccontare. Bisogna badare a quel ‘tutto’, non dimenticarselo, riconoscerlo sotto ogni suo travestimento, anche se i legami affettivi, le consuetudini acquisite con l’infanzia, gli odori, i sapori, i suoni carichi di dialetto ci seducono, ci inteneriscono, ci fanno oscillare, ci rendono eticamente instabili. Forse ottenere sulla pagina la qualità cangiante delle esistenze significa sottrarsi ai racconti troppo rigidamente definiti. Siamo tutti soggetti a una continua modificazione che però, per evitare l’angoscia dell’impermanenza, camuffiamo fino alla vecchiaia con mille effetti di stabilizzazione, il più importante dei quali promana proprio dalle narrazioni, specie quando ci dicono: è andata così.
Questo tipo di libri non li amo particolarmente, preferisco quelli in cui nemmeno chi racconta sa bene come è andata. Narrare per me ha sempre significato depotenziare le tecniche che danno i fatti come incontrovertibili pietre miliari e potenziare quelle che mettono in scena l’instabilità. Il lungo racconto di Elena Greco è tutto improntato all’instabilità, forse ancora più che i racconti di Delia, di Olga, di Leda, le protagoniste dei miei libri precedenti. Ciò che Greco allinea sulla pagina, in principio con apparente sicurezza, diventa sempre meno governato. Cosa sente davvero, questa narratrice, cosa pensa, cosa fa? E cosa fa e pensa Lila, e chiunque altro irrompa nel suo racconto? Tutto, nell’Amica geniale, volevo che si formasse e si sformasse.
Nello sforzo di raccontare Lila, la sua amica si vede costretta a raccontare tutti gli altri e se stessa tra loro, incontri e scontri che lasciano le tracce più diverse. Gli altrinell’accezione più ampia, come dicevo, ci urtano di continuo e noi facciamo lo stesso con loro. La nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra identità si crepano senza sosta. Quando alla fine di una giornata esclamiamo: mi sento a pezzi, non c’è niente di più letteralmente vero.
A guardar bene, siamo le spinte destabilizzanti che subiamo o che diamo, e la storia di quelle spinte è la nostra vera storia. Raccontarla significa raccontare compenetrazioni, un subbuglio, anche, tecnicamente, una commistione incongrua di registri espressivi, di codici e di generi. Siamo frammenti eterogenei che, grazie a effetti di compattezza – le figure eleganti, la bella forma – stanno insieme malgrado la loro casualità e contraddittorietà. La colla più a buon mercato è lo stereotipo. Gli stereotipi ci acquietano. Ma il problema è, come dice Lila, che anche solo per pochi secondi si smarginano sospingendoci nel panico. Nell’Amica geniale, almeno nelle intenzioni, c’è un dosaggio meticoloso tra stereotipia e smarginatura,
Nicola Lagioia: Nonostante Lila – quando lo va a sentire accompagnata da Nino – mostri di apprezzare molto Pasolini, ne L’amica geniale non compare mai l’ombra di un Ninetto Davoli. Men che mai compare un “Gennariello” tutto colmo di ingenuità e bellezza interiore come il Pasolini delle Lettere luterane (definito nella medesima scena da Nino un “ricchione” che fa “più bordello che altro”) immaginava l’archetipo di certi ragazzi napoletani. Nel suo romanzo, voglio dire, il sottoproletariato non ha alcun potere salvifico. Storicamente dalla parte della ragione, sul piano pratico si mette sempre in modo brutale da quella del torto. Difficile da digerire, eppure chi è cresciuto in quegli ambienti o li conosce bene non può non apprezzare, fino ad amarla, e a restarvi commosso, l’assoluta veridicità delle scene che descrive.
Ci sono critici che l’hanno accostata ad Anna Maria Ortese e a Elsa Morante. Secondo me a ragione. Eppure la sua plebe è più simile alla terribile orda umana descritta da Curzio Malaparte ne La pelle che non a quella raccontata da Il mare non bagna Napoli. Questo tipo di plebe è davvero irredimibile?
Elena Ferrante: Malaparte non so, dovrei rileggerlo. Non ho mai avvertito alcuna consapevole affinità con “La pelle”, una lettura che risale a molto tempo fa. Ma devo ammettere che anche Gennariello l’ho sentito sempre assai distante dalla mia esperienza. È il capitolo del ‘Mare non bagna Napolì intitolato ‘La città involontarià che, anche in fasi diverse della mia vita, mi è sembrato un punto di partenza necessario, se mai avessi provato a raccontare ciò che mi pareva di sapere sulla mia città.
Ma delle suggestioni letterarie è sempre difficile parlare: un verso zoppicante, due righe dimenticate, una pagina bella che sul momento non abbiamo apprezzato, spesso, per vie traverse, fanno più dei blasoni letterari che in buona fede esibiamo per darci importanza. Comunque cosa posso dirle? Almeno nelle mie intenzioni Lila ed Elena non nascono e crescono in seno a una terribile orda umana.
Ma l’ambiente del rione non offre nemmeno un Gennariello, che del resto Pasolini stesso sentiva come un miracolo della sua immaginazione, un’eccezione tra tanti schifosi fascisti, come scriveva. La città plebea che conosco io è fatta di gente comune che non ha soldi e ne cerca, che è subalterna e insieme violenta, che non ha il privilegio immateriale della buona cultura, che sfotte chi pensa di salvarsi con lo studio e tuttavia allo studio attribuisce valore.
Nicola Lagioia: Per Lila e Elena lo studio è fondamentale. Farsi una cultura è l’unico percorso davvero degno per uscire dallo stato di minorità. Nonostante i tanti guai che devono affrontare nel corso della vita, raramente le due amiche perdono fede nel potere dell’istruzione. Anche quando studiare non porta a un risultato pratico, Elena e Lila non mettono in discussione la sua importanza nella costruzione di ogni individuo. Cosa pensa dell’Italia di oggi, così piena di laureati allo sbando? È vero che alcuni di questi ragazzi non hanno magari con l’istruzione il rapporto quasi disperato di Lila e Elena, ed è vero che per le generazioni successive (quella di Dede e Elsa, ad esempio) potrebbero essere altri gli strumenti attraverso i quali superare la linea d’ombra. Eppure, tutto sommato, lo studio non mi sembra uno strumento d’emancipazione come un altro.
Elena Ferrante: innanzitutto non lo ridurrei a solo strumento di emancipazione. Lo studio è stato soprattutto sentito come essenziale alla mobilità sociale. Nell’Italia del secondo dopoguerra l’istruzione ha cementato vecchie gerarchie ma ha anche avviato una discreta cooptazione dei meritevoli, tanto che anche chi restava in basso poteva dirsi: sono finito così perché non ho voluto studiare. La storia di Lenù, ma anche di Nino, mostra questo uso dell’istruzione. Ma nel racconto c’è anche il segnale di una disfunzione: alcuni personaggi studiano e tuttavia il loro percorso si inceppa.
Insomma c’è stata un’ideologia dell’istruzione che oggi non funziona più. Il suo cedimento è diventato evidente: i laureati allo sbando testimoniano drammaticamente che la crisi ormai lunga della legittimazione delle gerarchie sociali sulla base dei titoli di studio è giunta a compimento. C’è però, nel racconto, un altro modo di intendere lo studio, quello di Lila. Privata dell’intero percorso scolastico, – all’epoca fondamentale innanzitutto per le femmine, e per le femmine povere – smistate su Lenuccia le proprie ambizioni di ascesa socioculturale, lo studio per Lila diventa la manifestazione di un’ansia permanente dell’intelligenza, una necessità imposta dalle infinite disordinatissime circostanze dell’esistenza, uno strumento di lotta quotidiana (funzione quest’ultima a cui Lila cerca di ridurre anche la sua amica ‘che ha studiato’), mentre Lena insomma è il tormentato punto d’arrivo del vecchio sistema, Lila ne mette in scena con tutta la sua persona la crisi e in un certo senso un possibile futuro. Come poi la crisi si ricomporrà nel tumultuoso mondo cui apparteniamo, non so, è da vedere.
Le contraddizioni del sistema formativo diventeranno sempre più evidenti segnandone la decadenza? Avremo una buona cultura diffusa senza più alcun nesso con il modo di guadagnarsi da vivere? Avremo più diligenza colta e meno intelligenza? Diciamo che in genere io sono incantata da quelli che producono idee, non da quelli che le chiosano. Anche se, devo dire, un mondo di fantasiosi realizzatori di grandi idee mi sembra una meta formidabile. In esso mi sentirei meglio.
Nicola Lagioia: se è vero, come ho letto in più di un pezzo, che L’amica geniale non ha aperture verso il trascendente (almeno per come il trascendente è stato reso letterariamente in gran parte del Novecento), ci sono le smarginature di Lina. I momenti fondamentali, vale a dire, in cui il mondo si scolla davanti agli occhi di una delle due protagoniste, va fuori asse mostrandosi nella sua insostenibile nudità: una massa caotica e informe, “una realtà pasticciata, collacea”, priva di senso. Sono attimi rivelatori, ma si tratta di rivelazioni ogni volta terribili.
Più che le illuminazioni degli epilettici dostoevskijani, mi hanno fatto pensare a uno degli ultimi capitoli di Anna Karenina, quando la protagonista del romanzo di Tolstoj osserva in carrozza le strade piene di gente e si convince che un senso la vita non ce l’ha, l’amore non esiste, siamo creature gettate nel caos, governate da forze che gli ultimi brandelli di illusione definirebbero squallide, mentre (peggio ancora) quelle forze sono soltanto ciò che sono. Non più buone né cattive della legge di gravità. Poco più tardi Anna Karenina si getta sotto un treno.
Non riesco a capire (e non le chiederò) se l’angoscia di Lina derivi dal fatto che durante le smarginature l’universo le si mostri invincibilmente privo di significato, o dalla consapevolezza che quello stato di trance offra la massima apertura di visuale concessa all’uomo, una visuale dalla quale si intuisce al contrario che un senso (e dunque una possibilità di pace, di felicità) astrattamente esiste ma è per sempre irraggiungibile, oltre che indecifrabile ai nostri sensi. Quello che mi interessa riguarda piuttosto la finzione. “Le cose finte”, come le chiama Lina, “che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano”.
Le cose finte sono i nostri argini al disordine e alla violenza da cui siamo circondati. Da questo punto di vista, la letteratura è una cosa finta. Anche il diritto o la filosofia lo sono. Da una parte questo presupporrebbe la nostra condanna all’infelicità, perché solo un’illusione (credere vera una cosa finta) ci tranquillizza. Ma dall’altra, mi chiedo, non è forse proprio questa la nostra natura (creare “cose finte” che ci consentano di entrare davvero in comunicazione tra di noi, e con il mondo) e dunque la nostra più alta aspirazione?
Elena Ferrante: mi meraviglio sempre quando qualcuno mi segnala come un difetto il fatto che nelle mie storie non si apre al trascendente. Qui voglio passare a una dichiarazione di principio: a partire dai quindici anni, non credo al regno di nessun dio nè in cielo nè in terra, anzi dovunque lo si dislochi mi sembra pericoloso. D’altra parte condivido l’opinione che la gran parte dei concetti che maneggiamo sia di origine teologica. La teologia aiuta a capire da dove sono scaturiti i fondi di caffè a cui tuttora ricorriamo. Per il resto non so che dirle.
Mi consolano le storie che dopo aver attraversato l’orrore impongono una svolta, quelle dove qualcuno si redime a riprova che pace e felicità sono possibili o che si può tornare in un privato o pubblico eden. Ma mi sono provata a scriverne, in passato, e ho scoperto che non ci credevo. Sono attratta invece dalle immagini di crisi, dai sigilli che si spezzano, e forse le smarginature vengono di lì. Lo smarginarsi delle forme è un affacciarsi sul tremendo, come nelle ‘Metamorfosì di Ovidio’, come in quella di Kafka e come nello straordinario ‘Passione di GH’ di Lispector. Oltre non si va, bisogna fare un passo indietro e, per sopravvivere, rientrare in una qualche buona finzione.
Non credo però che tutte le finzioni che orchestriamo siano buone. Aderisco a quelle sofferte, quelle che nascono dopo una crisi profonda di tutte le nostre illusioni. Amo le cose finte quando portano i segni di una conoscenza di prima mano del tremendo, e quindi la consapevolezza che sono finte, che agli urti non reggeranno a lungo. Gli esseri umani sono animali di grande violenza, e fa paura la rissa che sono sempre pronti a scatenare per imporre il proprio salvifico eterno salvagente e fare a pezzi quello degli altri.
Nicola Lagioia: L’amica geniale è piena di litigate memorabili. Le liti, gli scoppi di rabbia dei vari personaggi sono resi in modo magistrale. Quasi contagioso. Ogni tanto leggevo e mi veniva da sferrare un pugno sul tavolo al solo scopo di enfatizzare fisicamente qualche esplosione verbale di Nunzia Cerullo o della mamma di Elena. Sono sempre rimasto colpito dalle accensioni di certi poveri in Italia. Il repertorio è incredibilmente vasto. Parolacce vomitate senza soluzione di continuità. Accuse feroci e assurde. Capelli strappati. Bestemmie sempre più fantasiose.
I miei nonni materni erano piccoli coltivatori diretti, mentre mio nonno paterno faceva il camionista. Il modo in cui li sentivo inveire gli uni contro gli altri e più spesso contro se stessi o il destino (anche se accadeva in modo più frequente nelle città che non nelle campagne) l’ho raramente ritrovato in altri ambienti. In certi casi addirittura mi manca. Questi scoppi di rabbia non credo accomunino gli oppressi di tutti i popoli. In Francia, funziona più o meno allo stesso modo. In Inghilterra. Ma in certi paesi orientali (la Thailandia, per esempio) i poveri, almeno esteriormente, se la prendono con il destino in maniera assai meno violenta.
Allora, da una parte capisco che lo spettacolo del turpiloquio possa risultare triste e degradante, o addirittura bestiale. Dall’altra le domando: non è anche però un vagito di civiltà, la percezione istintiva della povertà come ingiustizia?
Elena Ferrante: Qui torniamo ai litigi. E sì, diciamo che la lite tra poveri è liminare. Il liminare è un artificio retorico interessante, rappresenta metaforicamente la sospensione tra due opposti ed è una procedura che rappresenta in modo efficace il tempo in cui viviamo. Disfatto il concetto di coscienza di classe e di conflitto di classe, i poveri, i disperati che sono ricchi solo di parole furiose, a parole li teniamo sulla soglia, tra l’esplosione degradante, che imbestialisce, e quella liberatoria, che umanizza e avvia una sorta di purificazione.
Ma nella realtà la soglia è varcata di continuo, diventa guerra sanguinosa tra poveri, versamento di sangue. Oppure approda alla riconciliazione, ma nel senso di ritorno all’acquiescenza, alla subalternità dei più deboli ai più forti, all’opportunismo. Il vagito di civiltà, se vuole, è l’intuizione della propria dignità che si accompagna al bisogno di cambiare. Altrimenti i litigi tra poveri sono solo l’ennesima riproposizione dei capponi di Renzo Tramaglino.
Nicola Lagioia: mi perdoni se ritorno a Malaparte. A un certo punto mi è venuto in mente quel passo de La pelle in cui lui scrive: “Che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventare Napoli”.
Non ho potuto fare a meno di associarlo – sebbene in maniera speculare – ad alcune considerazioni di Lenuccia: “Napoli era la grande metropoli europea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontà della natura, nella storia che porta necessariamente verso il meglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivai a scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo di Lila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto, ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tutti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pieno di ferocia e di morte”.
Una sfiducia nella Storia che richiama la definitiva sfiducia nel cosmo, o nella natura, di cui sempre l’io narrante parla all’inizio del terzo volume: “Me l’ero battuta infatti. Ma solo per scoprire, nei decenni a venire, che mi ero sbagliata, che si trattava di una catena di anelli sempre più grandi: il rione rimandava alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa, l’Europa a tutto il pianeta. E oggi la vedo così: non è il rione a essere malato, non è Napoli, è il globo terrestre, è l’universo, o gli universi. E l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose”.
Mi fermerei alla Storia. L’amica geniale è anche un canto dolente alzato alle illusioni del secondo Novecento, o forse di tutta la nostra modernità. Mi spaventano molto alcuni storici quando ultimamente dichiarano che il quarantennio 1950/’90 (il periodo in cui le sperequazioni si sono ridotte, la mobilità sociale è diventata una realtà, le masse popolari sono state non di rado protagoniste) potrebbe essere letto alla lunga come un piccolo momento di discontinuità in un quadro generale dove le grandi disuguaglianze rappresentano la regola. Il XXI secolo è iniziato col violentissimo riallargarsi della forbice tra ricchi e poveri. A lei sembra davvero che la seconda metà del Novecento sia stata solo una parentesi? Non è invece addirittura realistico pensare che il futuro non sia mai scritto?
Elena Ferrante: sì, credo che sia così: il futuro non è mai scritto. Ma la Storia e le storie sono scritte, e scritte guardando dal balcone del presente la tempesta elettrica del passato, vale a dire niente di più mobile. Il passato, nella sua indeterminatezza, si offre o attraverso il filtro della nostalgia o attraverso quello dell’istruttoria. Non amo la nostalgia, porta a non vedere le sofferenze individuali, le ampie sacche di miseria, la povertà culturale e civile, la corruzione capillare, il regresso dopo progressi minimi e illusori. Preferisco l’acquisizione agli atti.
Il quarantennio che lei cita è stato in realtà faticosissimo e dolorosissimo per chiunque muovesse da una condizione di svantaggio. E intendo per svantaggio anche e soprattutto essere donna. Non solo. Le grandi masse che si sono sottoposte a sacrifici disumani per guadagnare qualche gradino nella scala sociale, già a partire dagli anni settanta hanno sperimentato i tormenti della sconfitta, loro e dei loro figli. Senza contare una sorta di guerra civile latente, la cosiddetta pace mondiale sempre a rischio e gli esordi di una delle più devastanti rivoluzioni tecnologiche parallela a una delle più devastanti destrutturazioni del vecchio ordine politico ed economico. Il fatto nuovo non è che il millennio si inaugura con l’allargarsi della forbice ricchi-poveri, questo è un dato diciamo di sistema.
Il fatto nuovo è che i poveri non hanno più altro orizzonte di vita che il sistema capitalistico e altro orizzonte di redenzione che quello religioso. È la religione ormai a gestire sia la rassegnazione in vista di un regno di dio nei cieli, che l’insurrezione in nome di un regno di dio sulla terra. La teologia, cui accennavo prima, si sta prendendo la sua rivincita. Ma, come lei diceva, niente è scritto e ciò che accadrà non potrà che sorprenderci. Non amo i tecnici della previsione. Lavorano sul passato, e nel passato vedono solo il passato che fa comodo vedere.
È meno progressiva e impetuosa, ma più sensata, la navigazione a vista, specialmente quando i gorghi abbondano. A me sembra inevitabile vivere sul bordo del caos, è ciò che tocca a chi sente – e chi scrive non può non sentirlo – l’equilibrio precario di tutte le esistenze e di tutto l’esistente. È giusto e stimolante avere sempre bene a mente che se lì, in quel determinato luogo, le cose un po’ funzionano, altrove non funziona niente e lo squilibrio distante è il segno di un cedimento che presto ci investirà.
Nicola Lagioia: sembra che la fine de L’amica geniale coincida con la fine di una certa idea d’Italia. Qualcosa che aveva ricominciato a vivere nell’immediato dopoguerra, mostra la corda. Mi chiedo se sia davvero così, o se l’Italia (forse perché rischia davvero a volte – come dalla citazione precedente di Lenuccia – di anticipare in modo scabro e nudo discorsi che altri paesi del mondo digeriscono poi retoricamente in una veste meno immediata, e meno scandalosa) sembri spesso spalancata su un qualche tipo di abisso.
Ci ritroviamo non di rado senza terreno sotto i piedi. In fondo, se L’amica geniale fosse finita nell’estate del 1992, dopo la morte di Falcone e Borsellino, ci sarebbe stato ugualmente un sapore da capolinea. Stessa cosa nel 1994, o dopo il terremoto del 1980. Oppure al contrario questa volta il nostro paese sta voltando (o sta finendo di voltare) pagina per sempre?
Elena Ferrante: non vedo il capolinea di alcunché, e non mi piacciono né i pessimisti né gli ottimisti. Cerco solo di guardarmi intorno. Se la meta deve essere una vita non dico felice ma agevole per tutti, non c’è capolinea, ma un continuo ripensare il percorso, che non riguarda solo le singole vite, ma – come le dicevo – le generazioni. Io o lei – chiunque – non siamo solo questo ‘tempo-adessò e nemmeno ‘gli ultimi decenni’.
Nicola Lagioia: siamo il paese del familismo amorale. La famiglia è il primo nucleo sociale che riusciamo a immaginare, e spesso anche l’ultimo. Il fatto di essere così poco interessati storicamente al bene comune fuori dalla porta di casa non credo contraddica il fatto che la famiglia è anche un luogo di scontro violentissimo. Per Lila e Elena è così, continuamente. I legami di sangue non smettono di voler essere recisi, e al tempo stesso non smettono di volerci possedere. Ogni rito di passaggio ha un prezzo, d’accordo. Ma emanciparsi dalla famiglia in Italia è ancora oggi impossibile senza passare per una parte di violenza (e sofferenza) assolutamente inutili?
Elena Ferrante: la famiglia è di per sé violenta, lo è tutto ciò che si fonda su legami di sangue, vale a dire legami non scelti, legami che ci impongono la responsabilità dell’altro anche se non c’è stato mai un momento in cui abbiamo deciso di assumercela. I buoni sentimenti e i cattivi sono sempre eccessivi, nella famiglia: affermiamo esageratamente i primi e neghiamo esageratamente i secondi. È eccessivo Dio padre. Abele è eccessivo quanto Caino.
I cattivi sentimenti sono particolarmente insopportabili quando è il consanguineo a suscitarli. Caino alla fin fine uccide per recidere il legame di sangue. Non vuole essere più il custode di suo fratello. Essere custode è un compito insopportabile, una responsabilità sfiancante. Soprattutto non è facile accettare che i cattivi sentimenti siano suscitati non solo dall’estraneo, il rivale – colui che è sull’altra riva del ‘nostrò corso d’acqua, che non sta sul nostro suolo e non ha il nostro sangue – ma forse, con maggiore cogenza, da chi ci è vicino, il nostro specchio, il prossimo che dovremmo amare, noi stessi.
L’emancipazione senza traumi è possibile solo in un nucleo in cui l’autoreferenzialitá è stata combattuta da subito e si è imparato ad amare l’altro non come noi stessi – formula rischiosa -, ma come l’unica modalità possibile del piacere di stare al mondo. Ciò che ci corrompe è la passione per noi stessi, la necessità e l’urgenza del nostro primato.
Nicola Lagioia: chi è davvero conficcato nella vita non scrive romanzi. Il rapporto tra Elena e Lila mi sembra veramente archetipico da questo punto di vista. Molte coppie di amici/rivali funzionano così. O, se si vuole, è la dinamica che lega gli artisti alle loro muse, sebbene le muse in questo caso siano tutt’altro che aeree. Al contrario, sono terrene fino al midollo, impegnate ad affrontare la vita, a scontrarsi con essa in modo totalizzante. È Lila a sentire le cose del mondo con maggiore radicalità. Eppure, proprio per questo, non è lei a poterne dare testimonianza. Benché Elena tema che prima o poi la sua amica riesca a scrivere un libro meraviglioso, in grado di ristabilire oggettivamente le proporzioni tra loro due, questo non può accadere.
L’implacabilità di una simile regola è talmente ricorrente che a me crea sgomento. Sentirsi in colpa per qualcosa che, se solo all’improvviso non avesse più ragione di essere, si trasformerebbe per noi in una minaccia. Questo è uno dei paradossi che mi sembra stringa Elena a Lila. Come si può provare a scioglierlo o a conviverci? Testimoniare per chi non lo farà potrebbe sembrare un atto generoso. Oppure è al contrario una manifestazione di enorme arroganza. O ancora (questa l’ipotesi più dolorosa) diventa l’arma per rendere innocue, fino a rischiare di schiacciarle, le persone che amiamo. Che rapporto ha con la scrittura da questo punto di vista?
Elena Ferrante: scrivere è un atto di superbia. L’ho sempre saputo e perciò ho nascosto a lungo che scrivevo, soprattutto alle persone a cui volevo bene. Temevo di svelarmi ed essere disapprovata. Jane Austen si era organizzata in modo da occultare subito i suoi fogli, se qualcuno entrava nella stanza in cui si era rifugiata. È una reazione che conosco, ci si vergogna della propria presunzione, perché non c’è niente che riesca a giustificarla, nemmeno il successo.
Comunque io la metta, resta sempre il fatto che mi sono arrogata il diritto di imprigionare gli altri dentro ciò che a me pare di vedere, sentire, pensare, immaginare, sapere. E’ un compito? E’ una missione? È una vocazione? Chi mi ha chiamato, chi mi ha assegnato quel compito e quella missione ? Un dio? Un popolo? Una classe sociale? Un partito? L’industria culturale? Gli ultimi, i diseredati, le loro cause perse? L’intero genere umano? Quel soggetto imprevisto che sono le donne? Mia madre, le mie amiche? No, oggi tutto è diventato più spoglio ed è lampante che solo io stessa ho autorizzato me stessa. Io mi sono assegnata, per motivi oscuri anche a me, il compito di raccontare ciò che so del mio tempo, vale a dire, ridotto all’osso, ciò che mi è capitato sotto il naso, vale a dire la vita i sogni le fantasie i linguaggi di un ristretto gruppo di persone e di fatti dentro uno spazio ridotto, dentro una lingua di poco rilievo resa ancor più di poco rilievo dall’uso che ne faccio.
Si tende a dire: non esageriamo, è solo un lavoro. Può darsi che ormai sia così. Le cose cambiano e cambiano soprattutto gli involucri verbali in cui le chiudiamo. Ma resta la superbia. Resto io che passo gran parte della mia giornata a leggere e a scrivere perché mi sono assegnata il compito di raccontare. E che non riesco ad acquietarmi dicendo: è un lavoro. Quando mai ho considerato scrivere un lavoro? Non ho mai scritto per guadagnarmi da vivere. Scrivo per testimoniare che sono vissuta e che ho cercato una misura per me e per gli altri, visto che gli altri non potevano o non sapevano o non volevano farlo. Bene, questo cos’è se non superbia? E cosa significa se non: voi non sapete vedermi e vedervi, ma io mi vedo e vi vedo? No, non c’è via d’uscita.
L’unica possibilità è imparare a ridimensionare il proprio io, a rovesciarlo nell’opera e tirarsene via, a considerare la scrittura come ciò che si separa da noi non appena è compiuta: uno dei tanti effetti collaterali della vita activa.
@NicolaLagioia
(Questo testo sarà inserito in una versione aggiornata de “Le Frantumaglie” che uscirà in settembre in Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti e in novembre in Italia per la casa editrice E/O).
(Repubblica, 4 aprile 2016)
di Monica Di Brigida e Simona Maggiorelli
«Ce la fai con questa luce? Puoi fotografare quello che vuoi, essendo io fotografa non impedirò mai a nessuno di fotografare», dice Letizia Battaglia seduta in penombra a un tavolino del Caffè di Villa Medici. «Non mi vorrai mica darmi del voi come al tempo dei fascisti? Dammi del tu. Lo sai, vero, che abbiamo poco tempo?». La sala conferenze dell’Accademia di Francia a Roma è già piena, tanti i giovani venuti ad ascoltare la grande fotografa italiana. A 81 anni Letizia non ha tempo da perdere e tanti progetti da realizzare, a cominciare dal Centro internazionale di fotografia a Palermo, che andrà a dirigere (gratis). La sua inaugurazione annunciata da tempo è stata, però, più volte rimandata. «Se non apre entro un mese mi trasferisco lì. Mi bastano una brandina, un po’ d’acqua e una tv», dice minacciando una pacifica occupazione. «Lavoro alla nascita di questo Centro da tre anni, ho sempre amato andare in giro a guardare il lavoro degli altri, dei giovani e poi dire la mia. Vorrei che diventasse un luogo dove ospitare le mostre di fotografi, di quelli grandi, non quelli solo famosi. Ci sarà una galleria di fotografi emergenti. Una parte di questi spazi disegnati dall’architetto Jolanda Lima sarà dedicata all’archivio della città di Palermo.
Quella dell’archivio è una parte che ti sta molto a cuore.
Mi eccita particolarmente. Chiederò alle famiglie, ai vecchi fotografi, ai grandi fotografi che sono passati da Palermo di regalare alla nostra città una parte del passato e del presente. Mi piacerebbe fossero ripercorsi 130 anni di fotografia. Ci sarà un bookshop perché voglio che la gente legga. Mi ruberanno i libri, ma non importa. E poi spazio per i corsi di fotografia. Tutto questo in un grande padiglione, sarà il più bello di Europa.
Sarà un archivio accessibile?
Sarà aperto a tutti. Purché con rispetto per la memoria di Palermo.
Tu hai raccontato la vita della città. Come sei riuscita a non perdere la tenerezza, la bellezza nello sguardo avendo tutti i giorni davanti agli occhi persone uccise dalla mafia?
Non ho perso la tenerezza, ma ho perso la testa. Questa voglia di bellezza è tenace in me. Nonostante tutto. C’è nella mia natura. Anche negli anni più duri, magari era successo qualcosa di molto grave, un uomo per terra insanguinato, ma poi incontravi per caso una bambina con gli occhi innocenti e la giornata non era solo il morto ammazzato, c’era tutta la vita della città… Io non ne posso più di essere considerata la fotografa della mafia.
L’intervista prosegue sul numero di Left in edicola. In cui troverete anche la presentazione della mostra Anthologia ( da cui sono tratte queste foto) aperta fino all’8 maggio nello spazio Zac all’interno dei Cantieri della Zisa a Palermo.La retrospettiva, curata da Paolo Falcone, ripercorre tutto il lavoro di Letizia Battaglia dal 1971 ad oggi.
(www.left.it, 3 aprile 2016)