Sumaya Abdel Qader, nata in Italia da genitori giordano-palestinesi, ha ideato e coordina il progetto Aisha, promosso dal Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza e dal Comune di Milano. “Progetto Aisha nasce per contrastare la violenza contro le donne e la loro discriminazione. Attraverso questo progetto vogliamo sensibilizzare al tema e vogliamo promuovere una cultura del rispetto e dell’amore sano. Attraverso questo progetto vogliamo anche scardinare quei retaggi culturali che discriminano la donna e che giustificano atti di violenza contro di lei, contro ogni principio dell’islam”. È una sfida importante che coinvolge l’intera comunità islamica, anche i centri di preghiera, che vede le donne musulmane come protagoniste. Tocca nodi che coinvolgono anche noi, i rapporti tra i sessi e i temi della convivenza tra culture e religioni differenti. Jolanda Guardi, arabista ed esperta di femminismo islamico, ne discute con Sumaya Abdel Qader. Introduce Laura Colombo.

di Antonella De Gregorio

Si chiama Sofia Corradi, ha 82 anni e lunedì nel monastero di Yuste a Caceres, in Estremadura (Spagna), riceverà il prestigioso premio Carlo V, riconoscimento assegnato negli anni a personaggi che hanno contribuito alla costruzione europea, da Helmut Kohl a José Barroso, Jacques Delors, Simone Veil. Sofia Corradi ha inventato l’Europa della conoscenza. Il premio per lei sta già tutto in quel soprannome che milioni di ragazzi e professori le han dato: «Mamma Erasmus». È a lei, infatti, alla sua tenacia, alla sua lungimiranza, che si deve la nascita del programma di mobilità tra atenei universitari denominato con l’acronimo di «European Action for the Mobility of University Students», che poi nel tempo è stato facile associare alla figura del filosofo olandese che tra Quattrocento e Cinquecento percorse il Vecchio Continente per conoscere e comprendere le diverse culture che lo popolavano. È questa donna, che fino al 2004 ha insegnato Educazione degli adulti alla facoltà di Scienze della Formazione dell’università di Roma Tre, che ha reso possibile per 4 milioni di studenti, di quattromila atenei, un’esperienza all’estero durante gli anni di studio. Insieme al riconoscimento solenne, Sofia Corradi riceverà anche un premio in denaro di 90mila euro: la metà rimarranno a lei, il resto verrà distribuito tra 12 dottorandi, sotto forma di borse di dottorato da assegnarsi a seguito di concorso europeo.

Com’è nato il programma

Dopo aver compiuto studi e ricerche negli Stati Uniti, all’Aja, alla London School of Economics, all’Unesco, Sofia Corradi si è scontrata contro l’ottusità di una burocrazia che le negava il riconoscimento degli studi (prestigiosissimi) svolti all’estero. Un rifiuto che ha innescato una battaglia durata vent’anni, per convincere i rettori delle università europee ad inserire programmi di scambio universitario nei loro piani di studi. «L’architettura di base mi era chiara fin dall’inizio – dice Corradi -: con il consenso della facoltà di provenienza e in base ad accordi tra le due università coinvolte, lo studente poteva andare a studiare all’estero. Al suo ritorno in Italia, le università si impegnavano a riconoscere gli studi fatti all’estero».

L’inizio

«Un modo per dare a chiunque lo desiderasse la possibilità di fare quello che solo una famiglia ricca poteva permettersi», dice Corradi. «Un programma rivoluzionario, che quando lo illustravo suscitava due tipi di reazioni: da una parte a chi mi diceva che era un’idea balzana, di lasciar perdere, che le nostre università erano sufficientemente buone e non c’era bisogno che i nostri giovani andassero all’estero per correre dietro alle ragazze di altri Paesi. Dall’altra chi, dopo avermi ascoltato solo per venti secondi, subito capiva, si entusiasmava». Un’idea che solo nel 1987 arrivò a realizzarsi. Dopo un’interminabile sequela di riunioni, discussioni, incontri, barriere burocratiche. L’approvazione definitiva, con la ratifica del Consiglio dei ministri nel giugno 1987. In quello stesso anno, 3000 studenti hanno potuto migliorare la loro formazione in un’altra università europea.


(Corriere della sera, 7/5/2016

di Maria Grazia Sangalli

 

Care,

Io non entro nel merito delle argomentazioni espresse da Luisa circa la surrogazione di maternità, anche se concordo circa il fatto che nessuno abbia risposte in mano.

Credo tuttavia che non possano essere fatte speculazioni. È un errore affermare che sia prossima alla discussione parlamentare una proposta di legge sulle adozioni. Non ce n’è alcuna traccia, tanto che le uniche proposte depositate in parlamento non sono neppure state assegnate o calendarizzate. Semmai alla Camera approda il 9 maggio il testo sulla regolamentazioni sulle Unioni civili dal quale è stato stralciato, al Senato, qualsiasi riferimento alla genitorialità delle persone omosessuali, sia biologica che adottiva. Alle persone omosessuali, se questo testo verrà approvato come sembra, non sarà consentita l’adozione legittimante e l’adozione del figlio o figlia del partner. Questo è, e vi pregherei di non inquinare un dibattito già complesso veicolando informazioni non corrette e/o equivoche.

Chiudo con l’esprimere sincera preoccupazione per l’endorsement manifestato dalla parte cattolica più retrograda e conservatrice alle tesi di Luisa. Si tratta di quella parte che non esita a strumentalizzare la differenza sessuale contrapponendola ad una presunta “ideologia del gender” che avrebbe come finalità quella di promuovere, tra le altre sciocchezze, “l’omosessualizzazione della società” (sic). Quotidiani come l’Osservatore Romano e l’Avvenire che oggi ospitano Muraro sono stati i propugnatori di queste aberranti tesi.

Ritengo che questo genere di sostegno e di adesione, anche in tema di surrogazione di maternità, debba essere fermamente respinto, perché manifestamente strumentale.

Non farlo sarebbe un grave errore, si tratta a mio modo di vedere di un abbraccio mortale al quale la Libreria, al di là delle personali inclinazioni di Muraro, debba opportunamente sottrarsi.

Cordiali saluti.

Maria Grazia Sangalli


(www.libreriadelledonne.it, 6 maggio 2016)

di Antonio Sancassani

Da dove arriva l’idea di partenza del film?

R. B: Dai miei nonni. Li ho conosciuti a stento, ma ne conservo un ricordo poetico. È un gran vuoto. E poi avevo voglia di descrivere un conflitto generazionale tra nonni e nipoti. Amo il fatto che i nonni di oggi siano gli hippy di ieri. Essi hanno protestato contro la guerra in Vietnam, contro il consumismo, sono stati a Woodstock… È un confronto interessante quello in atto con la generazione “Y”, ribelle ma molto consumista.

Il film rende omaggio a questi nonni…

R. B.: Questi nonni non sono mai stati così presenti e importanti. Oggi corrono in soccorso delle famiglie più sconquassate. Loro sono ancora in forma e quindi gli si chiede molto. Si meritavano un omaggio…

Nel tuo ultimo film “Vento di primavera” Jean Reno interpretava un medico ebreo, e nel tuo ultimo film un nonno…

R. B.: In “Vento di primavera” Jean Reno è un semplice medico alle prese con delle forze a lui superiori. Mi ero già ripromessa di affidargli un altro ruolo. Avevo scritto l’idea di un film sulla Provenza e sulla mia famiglia circa dieci anni fa. E ho fatto leggere a Jean lo script sperando che mi riservasse la parte di Paul.

Il personaggio di Paul ti è familiare?

R. B.: Paul somiglia molto agli uomini catalani della mia famiglia. Parte di loro si trasferì in Provenza dopo la guerra di Spagna. Ho vissuto lo stesso a casa mia!

Si sente dire spesso «Senza questo attore non avrei fatto il film». Nel tuo caso è così?

R. B.: Assolutamente vero! Ho condiviso con Jean delle cose essenziali. Come le origini iberiche (senza farne un folklore), la passione per la terra delle Alpilles, che nonostante sia a 2 ore dai treni ad alta velocità, resta l’ultimo Far West. Sia io che Jean sentiamo il bisogno di vivere in questo clima estremo, che passa da -10 a 40 gradi, abbiamo bisogno del Maestrale. Nella nostra famiglia si coltivano uliveti da generazioni. Dal canto suo anche Jean ha i suoi uliveti e conosce tutto di questi alberi. Chi altro avrebbe potuto interpretare Paul?

Come mai hai scelto di far interpretare Théo da un bimbo sordomuto di 7 anni?

R. B.: All’inizio ho creduto che il personaggio del piccolo Théo fosse stata un’ispirazione proveniente dalla lavorazione del film “Vento di primavera”, dove ho avuto modo di dirigere un piccolo attore sordo. Poi ho realizzato che in un certo senso anche io sono stata una bambina “sorda”, dato che mio padre mi parlava in catalano. Quando mi chiedeva una mano a lavorare l’orto non comprendevo nulla di quello che diceva.

Come hai lavorato per dirigere un attore sordo?

R. B.: Mi interessava inserire all’interno del film un bambino che parlasse un’altra lingua. Il film non ruota attorno all’handicap di Thèo. Ho semplicemente ingaggiato un attore. Lukas Pélissier è pieno di vita, determinato, ha senso dello humor ed è scrupoloso e preciso quando recita.

(www.cinemamexico.it, 4 maggio 2016)

Un’estate in Provenza è il terzo lungometraggio della regista del già acclamato Vento di primavera, Rose Bosch. Con Jean Reno, Anna Galiena, Chloé Jouannet, Hugo Dessioux, Aure Atika, Lukas Pelissier. (Francia, durata 105 min. Titolo originale: Avis de Mistral.) In programmazione a Milano, al Cinema Mexico, via Savona 57, dal 6 maggio 2016. ORARI: 15.30, 17.30, 19.30, 21.30 (giovedì escluso).

di Paola Giannelli

Le chiamano Solar Mamas e portano la luce nei villaggi delle località rurali di paesi come la Giordania, il Burkina Faso, la Colombia, il Belize.
Sono, nello specifico, dei solar engineer, dei tecnici solari, che dopo sei mesi di formazione sanno costruire, installare e far funzionare delle lampade collegate a un pannello solare; per alcune comunità è un lusso inimmaginabile in un’abitazione.
La circostanza degna di nota è che molte di loro non hanno mai messo piede in un’aula scolastica – spesso non sono giovanissime – qualcuna non è in grado di leggere o scrivere, ma questo non è un ostacolo.

Il progetto è promosso in India dall’associazione non governativa Barefoot College (letteralmente università a piedi nudi) di Tilonia, nel Rajasthan.
Gli insegnanti, in aula, parlano inglese, ma le partecipanti non hanno una lingua comune e prendono appunti riproducendo gli schemi disegnati alla lavagna; imparano il giusto ordine di connessione dei fili, usano il saldatore, memorizzano il nome dei componenti e degli strumenti in inglese. La prima cosa che imparano è il saluto:«Namasté»,«Namasté», una donna che indossa colorati abiti africani e una donna musulmana a capo coperto, vestita di scuro, congiungono le mani nel saluto.

La scelta delle donne per il progetto ha un preciso valore, indica la volontà di crescita e sviluppo della comunità, che spesso contribuisce all’individuazione delle candidate. Al contrario degli uomini, che quando acquisiscono competenze specialistiche tendono a lasciare i luoghi in cui sono nati, le donne rappresentano un fattore di avanzamento del villaggio, perché raramente lo abbandonano.

Non solo, il loro ruolo è anche quello di formare nuove Solar Mamas, che a loro volta porteranno nuova luce e nuova formazione.

Non sempre il percorso è facile. In alcuni casi, gli uomini della comunità non vedono di buon occhio una donna che impara un mestiere, può lavorare e guadagnare e sono restii, se non apertamente ostili, a consentire che trascorra i sei mesi di apprendistato in India.
«Uccide il mio spirito» dice Rafea, Solar Mama proveniente dalla Giordania, commentando la ritrosia del marito a farle frequentare il corso senza minacce di divorzio; lo racconta in un docu-film (il trailer qui) che ha ricevuto numerosi riconoscimenti e narra la sua vicenda e il progetto. E ancora: «È disonorevole per una ragazzina andare a scuola dopo i dieci anni».

Nonostante tutto, i programmi si susseguono di anno in anno e sono una grande risorsa per le donne che li frequentano.
La storia delle Solar Mamas conferma la brillante intuizione di Rita Levi Montalcini:
«Se istruisci un bambino avrai un uomo istruito. Se istruisci una donna avrai una donna, una famiglia e una società istruita».

(unaverandapertre.wordpress.com, 4 maggio 2016)

Comunicato stampa


Il mensile dell’Osservatore Romano compie quattro anni di vita e si rinnova. Da maggio “donne chiesa mondo” esce in una nuova veste grafica: una rivista di quaranta pagine a colori.

 

Il nuovo mensile sarà presentato martedì 3 maggio alle 11.30 nella sala della Filmoteca Vaticana a Palazzo San Carlo dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, da Lucetta Scaraffia e da Elisa Zamboni, sorella di Bose. Saranno presenti monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione, e José Beltrán, direttore di «Vida Nueva». Modererà l’incontro il direttore dell’Osservatore Romano.

 

Nel nuovo “donne chiesa mondo” ai consueti approfondimenti sulle principali questioni legate al ruolo delle donne nella Chiesa si aggiungono due rubriche, curate dalle sorelle di Bose: una sull’arte declinata con la sensibilità e l’espressività femminile e una sulla Bibbia.

Un rinnovamento di forma e sostanza per rispondere al bisogno sempre più sentito di tante donne, non solo cattoliche, di condividere, riflettere e far ascoltare la propria voce. “Donne che portano alla luce, alla conoscenza del mondo, ciò che altre donne hanno da dire o che nel passato hanno detto e scritto, che fanno o hanno fatto” ha scritto nell’editoriale di maggio Lucetta Scaraffia, coordinatrice del mensile.

Come nel 2012, il numero di maggio è dedicato interamente alla Visitazione, con un’intervista di Catherine Aubin alle piccole sorelle di Gesù della fraternità romana delle Tre Fontane e con articoli di Elisabeth Parmentier, Rosanna Virgili, Giulia Galeotti e Antonella Lumini.

La santa del mese, Solange, è raccontata da Dario Fertilio, mentre Debora Tonelli scrive di Debora, all’interno di un progetto curato da Nuria Calduch Benages sulle figure femminili dell’Antico Testamento, e Martina Corgnati ricostruisce la figura della monaca medievale Ende, la prima artista cristiana.

Tra le altre firme del mensile, di donne e di uomini, di cattolici e di laici, vi sono quelle di Ritanna Armeni, Sylvie Barnay, Enzo Bianchi, Daria Bignardi, Sara Butler, Oddone Camerana, Liliana Cavani, Cristiana Dobner, Isabella Ducrot, Paul-André Durocher, Maurizio Gronchi, Barbara Hallensleben, Melania Mazzucco, Luisa Muraro, Elisabetta Rasy, GianPaolo Salvini, PierAngelo Sequeri, Mariapia Veladiano, Maria Voce.

Il mensile, che esce il 2 di ogni mese in allegato al quotidiano e all’edizione settimanale in italiano, si pubblica dal maggio del 2012. In spagnolo “donne chiesa mondo” viene pubblicato e diffuso dal settimanale “Vida Nueva”.

Leggibile sul sito del giornale nelle altre lingue dell’Osservatore Romano, in rete il mensile è rilanciato in inglese da Catholic Women Speak e in francese da “la vie”, settimanale di “Le Monde”.

A curare “donne chiesa mondo”, progettato graficamente da Piero Di Domenicantonio, sono Lucetta Scaraffia, che lo coordina, e Giulia Galeotti, insieme a una redazione internazionale composta da Catherine Aubin, Anna Foa, Rita Mboshu Kongo, Silvina Pérez.


Segnaliamo che sul sito Archive ouverte HAL il 22 aprile 2016 è stato pubblicato il saggio di Stefania Tarantino La liberté et l’expérience politique des femmes face à la crise: les féminismes italiens et leurs prolongements au XXIe siècle


Riportiamo anche il link in modo esplicito (da copiare/incollare se non funzionasse quello diretto): https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-01306308/document

di Giordana Masotto

Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, è venuta a Milano per il 25 aprile e ha parlato in piazza del Duomo. È la prima volta che la ascolto dal vivo. Il suo parlare è limpido, impastato di forza e passione. E mi ha emozionato. Lei è la nostra donna di frontiera.

E non intendo certo la frontiera come west, come territorio di conquista: la conquista oggi continua più vittoriosa che mai, ma non ha frontiere. Al contrario, corre senza ostacoli né limiti e si accampa con le armi invisibili della finanza.

La frontiera di Giusi è la sua capacità di stare sui margini. Lampedusa scheggia mediterranea e Milano città d’Europa sono due margini. Lei lo dice così: “Mentre stavo sull’aereo stavo collegando l’isola, infinitamente piccola, che salva la vita, alla città, grande, bella, che accoglie di più in Italia. Stavo creando un abbraccio tra questi due luoghi simbolo del Paese.”

Questa donna di frontiera ci dice che si può, si deve agire nella propria realtà: l’ancoramento al qui e ora – qualsiasi cosa rappresenti per ognuna e ognuno di noi – è il primo passo necessario. L’altro passo necessario e desiderabile è tenere lo sguardo lungo per capire, resistere, agire.

Il problema dei migranti, visto dalla realtà di Lampedusa, è questo: “Lampedusa in 20 anni ha salvato la vita a 300mila persone, tantissimo per un’isola di 5800 abitanti e 20 kmq. Pochissimo per un continente che da anni grida all’invasione. (…) È stata da sola a prenderli dal mare e dargli il primo abbraccio. Come naufraghi. Non profughi, migranti economici, richiedenti asilo. L’abbraccio al naufrago. Questa è la prima cosa da fare se vogliamo che poi diventino cittadini.”

E anche quando è stata lasciata completamente sola, la comunità dell’isola ha agito. Ma non perché “siamo più buoni, più bravi, più intelligenti degli altri. La nostra fortuna è di essere lì e di poterli guardare negli occhi mentre scendono da quei barconi dove noi non saliremmo mai. Quei gommoni senza chiglia dove non faremmo mai salire un neonato o una donna incinta. Quando noi lampedusani vediamo questo, non c’è bisogno che qualcuno ci spieghi le ragioni di quei viaggi.”

Ma altrettanto importante è saper allargare lo sguardo e capire che “l’invasione non esiste per ora,  ma bisogna avere l’intelligenza di guardare avanti, guardare a quei Paesi, non solo per depredarli o come acquirenti di armi o come gente da far arrivare illegalmente per poi sfruttarla col lavoro nero e il caporalato, in Italia come in Europa. (…) In pericolo oggi è la sopravvivenza dell’Europa, dei valori che doveva rappresentare. (…) La resistenza è necessaria, deve essere ancora più dura e deve guardare al Mediterraneo e all’Europa intera. Perché questo è il momento in cui o ci salviamo tutti o non si salva nessuno.”

Vista da Milano, la lezione della piccola/grande comunità di Lampedusa e della sua sindaca, è un invito pressante a non perdere di vista l’essenziale. A saperlo leggere anche tra le righe di questa città europea, laboratorio di tendenze, che anticipa i problemi e immagina soluzioni. A non ritrarci dai problemi che la nostra città ci pone, perché, come dice Giusi “tutto possiamo permetterci oggi tranne il silenzio”.


(www.libreriadelledonne.it, 1/5/2016)

 In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne?

di Lea Melandri

L’intervista a Laurence Rossignol, ministra della Famiglia e dei Diritti, ha riportato l’attenzione su un tema che ha avuto al centro la Francia dodici anni fa, ma che ha continuato a serpeggiare, più o meno esplicitamente, in tutte le questioni che riguardano il difficile rapporto tra l’Europa e l’Islam (presenza crescente, diventata più inquietante dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles). La legge del 2004, che vietava lo sfoggio nella scuola di «segni o abiti con i quali gli alunni manifestano ostensibilmente un’appartenenza religiosa», benché rispondesse all’idea di «laicità» che prevede la separazione tra lo Stato e ogni forma di confessione religiosa, fondamento per la Francia fin dal 1789, era stata presa, non a caso, come un provvedimento riguardante in particolare il «velo islamico».

Da qui il giudizio di chi vi ha visto l’ipocrisia di una battaglia che si sta facendo sul corpo delle donne, ma che nasconde altri fini. O di chi, come parte del femminismo francese, l’ha definita una legge xenofoba e sessista. Non c’è dubbio che, dietro l’hijab – un velo che copre la testa, le spalle ma non il viso – si nascondono pericoli ben maggiori: la crescita del fondamentalismo tra migranti di seconda generazione, l’isolamento delle classi più povere nei ghetti delle periferie, la riproduzione di un comunitarismo chiuso nella difesa identitaria, gli episodi sempre più frequenti di violenza tra esponenti di diverse etnie e religioni.

Ma allora viene spontanea la domanda: perché dare tanta importanza al velo delle donne islamiche? Perché far scomparire vuoti, inceppi nati nel difficile processo di integrazione, dietro un indumento ritenuto simbolo di sottomissione femminile?

Una risposta si può già trovare nell’accostamento che Laurence Rossignol fa tra le donne che scelgono il velo e «i negri americani favorevoli allo schiavismo». Dal confronto, a prendere una rilevanza inaspettata, è la schiavitù volontaria o la mancata emancipazione femminile, considerata evidentemente come un fattore essenziale di civiltà o barbarie per i popoli di fede islamica, e di conseguenza per i paesi occidentali che li accolgono.

Si può essere d’accordo con Michela Fusaschi quando scrive – nel suo libro Quando il corpo è delle altre (Bollati Boringhieri 2011) – che la tutela delle «vittime» di culture arcaiche è stata spesso il pretesto per giustificare «missioni civilizzatrici» di governi europei, organismi internazionali e interventi legislativi riguardanti in realtà problemi di sicurezza interni: una «retorica della pietà» radicata nella storia di popoli che si sono considerati «superiori», legittimati per questo a sottomettere e colonizzarne altri.

Ma è altrettanto realistico pensare che, nel terremoto che sta attraversando i paesi arabi e nelle guerre «umanitarie» dell’Occidente, un peso di primo ordine, accanto agli interessi economici e politici, lo abbia il cambiamento del tradizionale rapporto tra i sessi. Considerate da sempre «risorse» – «naturali», si potrebbe dire, quanto il petrolio -, nel momento in cui le donne danno segno di non volere più essere un corpo a disposizione di altri, è un intero sistema di sopravvivenza che traballa, un ordine fatto di privilegi materiali e di valori legati al dominio millenario di un sesso solo.

A ciò bisogna aggiungere che il peso di una mutata coscienza femminile è tanto più grande in quanto va al di là delle «culture», dei confini nazionali, delle storie particolari di singoli popoli, siano essi tradizionali o industrialmente avanzati.

Il dominio maschile è il tratto distintivo più evidente e al medesimo tempo più invisibile della «famiglia umana». Non c’è progresso, modernità, che siano stati finora capaci di liberarsene.

«Ebbi allora la penosa occasione – scrive Fatema Mernissi nel suo libro L’Harem e l’Occidente (Giunti 2000) – di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo, imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afganistan, o l’Arabia Saudita (…) Mi resi conto per la prima volta che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano».

Il controllo sul corpo delle donne, da qualunque prospettiva lo si guardi – coperto per difenderlo da vogliosi sguardi maschili, circonciso o mutilato per preservarne la verginità e privarlo del piacere sessuale, oppure, al contrario, spinto a denudarsi come segno di liberazione dai repressivi divieti del passato-, è il denominatore comune di tutte le «culture» finora conosciute, il fondamento del patriarcato in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Altrettanto universale è il «consenso» che le donne, costrette a far propria , per non dire «incorporare», la visione maschile del mondo, hanno dato e continuano a dare alla legge dell’uomo. La domanda, da qualunque sponda venga, è la stessa: «Perché le donne accettano?», aveva scritto Fatema Mernissi.

«Siamo davvero libere? – ha detto nella sua intervista Rossignol – Alcune di nascondere il corpo, le mani, il viso; altre di infliggersi operazioni di chirurgia estetica dolorose, di affamarsi per assomigliare a modelle da rivista che non esistono nella realtà. Il libero arbitrio degli individui in una società, un gruppo, una famiglia che produce codici, rappresentazioni e che in base al rispetto di questi codici esclude o accetta gli individui, è molto relativo».

Il problema, è chiaro allora, non è il velo delle donne islamiche – e non lo sono per certi aspetti neppure le «mutilazioni genitali», che le nuove generazioni di migranti associano giustamente alla chirurgia estetica genitale delle donne europee -, ma sono gli adattamenti, le resistenze, le appropriazioni che nel corso dei secoli hanno visto il dominato parlare la lingua del dominatore. Si può passare la vita «senza percepire altro che questo tessuto di immagini ricevute, stratificate e intrecciate a percezioni dirette ma oscure di sé» (Rossana Rossanda).

In Occidente oggi sono le donne stesse a calarsi nei panni che altri hanno cucito loro addosso, impugnando a proprio vantaggio le potenti attrattive – la seduzione e le doti materne – che l’uomo ha loro attribuito. La donna, il corpo, la sessualità si prendono la loro rivalsa sulla storia che li ha esclusi e cancellati, ma nel momento in cui compaiono nello spazio pubblico si fanno più evidenti i segni –i chador simbolici – che la storia vi ha messo sopra. Ci si rende conto che le identità, i ruoli, gli stereotipi della femminilità sono molto di più di un copione imposto.

«Per me – è la testimonianza di una giovane africana nel libro Il colore sulla pelle (a cura di Sonia Aimiuwu, L’Harmattan Italia 2002) a proposito della circoncisione- è normale, è la mia tradizione. È importante più che altro per proteggere la verginità della ragazza (…) mi ricordo che piangevo perché volevo farla, perché tutti i miei vicini di casa l’avevano fatta, perché si fa festa quando si fa, si avvisano tutti i vicini, arrivano tutti i bambini, si balla, si canta. È un momento in cui “sei regina” ed io ho pianto tanto».

Rivalsa, emancipazione perversa, si può considerare anche la ribellione che giovani donne africane fanno all’eurocentrismo culturale e a interventi legali che aggiungono violenze a violenze già subite, indossando gli abiti che le riportano dentro appartenenze, identità culturali, solo perché appaiono loro svilite, misconosciute.

Quali allora le vie d’uscita per una sottomissione che non viene solo da imposizioni e divieti esterni, che vive nelle istituzioni, nei saperi e linguaggi della vita pubblica, ma che ha radici ancora insondate nell’oscurità dei corpi? Di quanti svelamenti hanno ancora bisogno le donne di tutte le culture, perché si possa parlare di liberazione da tutte le «illibertà» sedimentate dentro di noi?

L’indicazione più saggia viene, non a caso, da quelle donne che con troppa facilità chiamiamo «vittime», privandole ancora una volta del loro essere persone, della loro voce, delle loro capacità di fare scelte.

«Crediamo che sia importante uscire dalle situazioni non per costrizione o autocostrizione, quanto piuttosto elaborando ferite e cicatrici per sviluppare nuove parti di una identità sempre in movimento e sviluppo».

(www.27esimaora.it , 30 aprile 2016)

Lia Cigarini e Luisa Muraro discutono su maternità/gestazione nell’esperienza e nella politica delle donne, a partire da L’anima del corpo di Luisa Muraro (La Scuola 2016).

di Diana Sartori

 

Quando la furia del conflitto presente mi disorienta a volte torno indietro, e cerco aiuto in chi nel passato aveva lo sguardo lungimirante sul futuro. Specie lo sguardo visionario. Così dopo aver seguito l’accumularsi di interventi sulla gestazione surrogata, o GPA, ho ripreso in mano Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood[1]

In questo che è forse il più noto testo di fantascienza femminista Atwood disegna una società distopica, Galaad, che ha al centro l’uso legalizzato e controllato di donne riproduttrici per altri. La voce narrante è di una di queste Ancelle, Difred, che ha inciso la propria storia su musicassette ritrovate anni dopo e trascritte.

Volevo rileggere il racconto in cerca di qualche segno che mi aiutasse a illuminare il presente e qualche risposta alle mie tante domande.

Non ho dovuto faticare: due segni sono posti al massimo della visibilità, prima e ultima pagina, anche di più, nelle citazioni in esergo e nelle ultime parole.

Primo segno

Atwood propone tre citazioni prima di lasciar parlare la voce narrante dell’Ancella. La prima è il biblico passo dove la sterile Rachele propone a Giacobbe di unirsi alla serva Bila per avere un figlio. La pratica era già stata usata da Abramo e Sara con la schiava Agar e sarà adottata di nuovo e imitata da Giacobbe e Lia con Zilpa.

Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?». Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei» (Genesi 30; 1-3)

È un rifermento biblico che è risuonato più volte nel dibattito odierno, con anche diversi intenti. Non mi soffermo a commentare, se non rilevando che i Patriarchi sono giustamente tali nella lunga storia del patriarcato.

La seconda citazione è di Jonathan Swift dalla sua Una modesta proposta, che ironicamente suggeriva di risolvere il problema dei bambini irlandesi poveri dandoli da mangiare ai ricchi. Anche qui rilevo quanto sia lunga la storia di una razionalità economica per la quale è perfettamente conseguente una modest proposal «per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità», con tanto di ricetta, il che è ancor più accattivante oggi in tempi di culto dello chef (ultima autorità maschile trionfante nel regno femminile della cucina) che allora.

E vengo alla terza citazione, quella che davvero non ricordavo e ora invece mi ha colpita come quel segno che cercavo. È un proverbio Sufi che parla proprio di segnali:
In the desert there is no sign that says, Thou shalt not eat stones.
Nel deserto non v’è nessun segnale che dica: tu non mangerai le pietre.

Sibillino. Delle tre citazioni è quella meno considerata da chi si occupa di Atwood, e le interpretazioni sono discordanti[2]. La stessa autrice, però, ha detto della sua scelta in merito:

 

“The third – “In the desert there is no sign that says, ‘thou shalt not eat stones’” – is a Sufi proverb stating a simple human truth: we don’t prohibit things that nobody would ever want to do anyway, since all prohibitions are founded upon a denial of our desires.”[3]

 

Per lei il senso del proverbio è che noi non proibiamo le cose che nessuno vuole comunque fare, dal momento che tutte le proibizioni si basano sul negare i nostri desideri. Ed è una semplice umana verità.

Le semplici umane verità non hanno buon corso nei dibattiti femministi e teorici, anzi il rischio di incorrere in accuse di essenzialismo, naturalismo, ingenuità prefilosofica eccetera è piuttosto una certezza. Ma forse i proverbi Sufi incontrano di più, quindi che segnale manda di qualche orientamento quel proverbio, e quale ha voluto raccogliere Margaret Atwood nel suo profetico racconto, e che mai buona ultima testimone-modesta io ci riconosco?

Le regolamentazioni giuridiche e le proibizioni sono fatte su cose che desideriamo, e su cose che possiamo fare. Possono essere utili in vario modo, forse molto meno di quanto immaginiamo, sicuramente molto meno di quanto speriamo e ci raccontiamo. Anch’esse fanno parte più che altro di quanto immaginiamo e speriamo. Molto più che altro. L’efficacia immaginaria è superiore a quella di regolazione effettiva. Lì è la vera partita.

Non ho granché fiducia nella forza di legge e nel suo potere, ma non sottovaluto la sua forza immaginaria e persino la sua capacità di dare un orientamento simbolico. C’è un residuo di autorità nella legge. Ma poco può rispetto a quanto può l’autorità di ciò che può e non può essere fatto, e all’offerta di possibilità di ciò che si può in qualche modo fare, che è in nostro potere di fare alle condizioni presenti.

La partita è su quel che si desidera e si può fare. Su questo non sono né il diritto né i diritti a guidare la partita. Il gioco è più grande, largo, e insieme intimo e non ha granché a che fare con lo spazio uniforme e universale del diritto, né tantomeno con le sue controparti etiche, o ancor meno con una presunta etica fatta legge.

Secondo segno

Il Racconto dell’Ancella ha un epilogo[4]. Ad una conferenza ufficiale del 12° Simposio di Studi Galaadiani nell’ambito del Congresso Internazionale dell’Associazione Storica che ha avuto luogo presso l’Università di Denay, Nunavit , il 25 giugno 2195, viene presentato il testo trascritto dalle musicassette ritrovate dalla Presidente Maryann Crescent Moon e dal Prof. James Darcy Pieixoto.

Tutta la vicenda viene illustrata e il Prof. Pieixioto racconta le vicende del ritrovamento, le ricostruzioni della vicenda e le problematiche del documento storico del racconto dell’Ancella, nonché le ipotesi sulla sua sorte e quella della ribellione nella quale trova aiuto per il tentativo di fuga.

Dicevo del mio guardare al passato per qualche luce sul presente, ma Atwood che guarda al futuro come chiave del presente fa dire a Pieixioto in conclusione qualcosa che riguarda il volgersi al passato. Lui da un futuro distopico volgendosi da storico al passato di Galaad, che ha attraversato e superato il terribile tempo delle Ancelle, conclude:

 

«Come tutti gli storici sanno, il passato è un grande spazio buio, colmo di echi. Le voci che ci raggiungono di lì sono intrise dell’oscurità della matrice da cui provengono e, per quanto ci si provi, non sempre possiamo decifrarle con esattezza alla luce più chiara del nostro tempo.»

 

Ma nemmeno la luce chiara del tempo presente è così sicura, forse lo è di più quella del racconto passato narrato in prima persona dall’Ancella.

Conclusione del discorso di Peixioto. Applausi.

Ma poi le ultime parole del libro. Risposta alle mie domande:

«Ci sono domande?»

 

[1]Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Mondadori, Milano 1988 (ed.or.1985)

[2]Ad esempio, tra le altre: Nancy V. Workman, “Sufi Mysticism in Margaret Atwood’s The Handmaid’s Tale”, in SCLEL Vol. 14, n.2 (1989), e Lucy M. Freibert, “Control and Creativity: The Politics of Risk in Margaret Atwood’s The Handmaid’s Tale,” in Critical Essays on Margaret Atwood, Ed. Judith McCombs (Boston: G.K. Hall, 1988), pp. 280-292.

[3] In: Margaret Atwood, Dire Cartographies: The Roads to Ustopia and The Handmaid’s Tale, Knopf Doubleday Publishing Group, 2015.

[4]Sull’Epilogo: David S. Hogsetten, “Margaret Atwood’s Rhethorical Epilogue in The Handmaid’s Tail. The Reader’s Role in Empowering Offred Speech Acts”,   in “Critique”, vol.38, n.4 (1997) pp.262-278.

 

(www.diotimafilosofe.it, 2016)

di Marco Missiroli

La casa di Annie Ernaux sovrasta il paese vecchio di Cergy-Préfecture, una cittadina in espansione a 40 minuti di RER da Parigi. Dal 1975 l’autrice francese abita in una villetta con ampio giardino dominato da una magnolia imponente.

All’entrata vegliano due gatti, Sam e Zoe, che ci seguono fino al soggiorno affacciato sull’arcipelago di stagni e sul fiume Oine. La luce entra dalla grande finestra e riverbera sul tavolo circolare dove avverrà l’intervista. È un luogo accogliente e semplice, dal silenzioso assoluto. In fondo, poco prima degli scaffali di libri, c’è la porta che conduce allo studio: è aperta e lascia intravedere la scrivania su cui la Ernaux lavora ogni giorno, quasi sempre di mattina.

È un ripiano antico, spoglio ma curato, con una sedia appena scostata. Qui hanno preso forma quasi tutte le diciannove opere della scrittrice francese, tra cui Il posto, che la fece conoscere in Francia nel 1983 vincendo il premio Renaudot e che l’ha imposta in Italia nel 2014. La consacrazione d’Oltralpe avvenne con Gli anni, memorie intime e collettive dell’epoca del dopoguerra fino ai giorni nostri, pubblicato nel nostro paese l’anno scorso.

All’Orma editore e al suo traduttore Lorenzo Flabbi va il merito di aver riportato in Italia la narrativa della Ernaux, di cui sarà pubblicato a maggio L’altra figlia, una lunga lettera dedicata alla sorella morta e mai conosciuta. In Francia è appena uscito Memoire de fille, acclamatissimo da critica e pubblico, in cui la Ernaux racconta il primo vero incontro con un uomo, a diciotto anni, segnato dalla violenza sul corpo e dal principio controverso del desiderio.

Nel 1983, quando Gallimard pubblicò Il Posto, la Francia scoprì la sua voce narrativa inclassificabile e dirompente: non era una romanzo ma uno scritto autobiografico dedicato alla memoria del padre, condotto con una lingua misurata all’osso, senza traccia di sentimentalismo e con l’occhio chirurgico di una narratrice che non temeva la memoria.

Il posto è un libro pensato per sette anni e abbozzato come un romanzo. Ma qualcosa non andava, così per molto tempo ho sempre ricercato la voce giusta per raccontare mio padre e la mia famiglia, attraverso gli occhi di una figlia che si prendeva il lusso della distanza. Distanza come sguardo necessario per riportare ciò che è stato. Così ho tenuto l’incipit e ho riscritto queste cento pagine che tentavano di riparare una famiglia. È il libro della riparazione, dedicato alla generazione di uomini che non è riuscita a studiare e ai loro figli.

Dirò una cosa terribile, io che non credo più a nessuna forma di religione: è un’opera che deve molto alla figura di Cristo, intesto come sacrificio, come percorso di conoscenza, come simbolo degli uomini; proprio come mio padre, che viene spogliato della regalità genitoriale per essere visto dalla propria figlia per ciò che è. Si avvera una sorta di umanizzazione laddove poteva esserci l’idealizzazione. Ho impiegato nove mesi a riscriverlo e a rispettare un unico imperativo: scrivi solo ciò che sai.

L’invenzione diventa così un surrogato narrativo. Tutto ciò che non è esistito non va raccontato. Ma tutto ciò che è esistito e che viene scelto, viene raccontato per conoscere meglio se stessi.

Viene raccontato per far esistere. La differenza è questa: io scrivo per cercare di dare esistenza a ciò andrebbe perso. Non è solo un’opposizione contro l’oblio o la morte, è piuttosto un modo di domare il tempo.Domare il tempo, è questo. Se penso all’opera di Proust, che è stato il grande mattatore temporale della letteratura, si potrebbe dire che l’epoca storica della Recherche fosse messa da parte a favore dall’epoca interiore del suo autore, a parte qualche eccezione. A me interessa che l’Io sia legato al Noi, e che ci sia un legame indissolubile tra collettività e individualità attraverso la presenza della Storia.

Gli anni è stato scritto con questo intreccio tra intimità personale e collettiva. Non è un romanzo ma in qualche modo lo è, e la sua forma ibrida ha riconcepito un nuovo connotato narrativo. Emmanuel Carrère l’ha definito “un grande libro che ti fa invadere di ammirazione”.

Ringrazio Carrère che non conosco di persona e di cui ho letto tutto. In qualche modo lavora anche lui sulla Storia, seppur con un Io che entra ad armi pari nelle vicende esteriori e nei suoi protagonisti. Negli Anni la prima persona singolare e la prima persona plurale dovevano avere lo stesso peso, la difficoltà era questa simmetria.

Così ho iniziato a lavorare per immagini, avevo dei frammenti in mente, brevi suggestioni che hanno segnato la mia crescita e quella di una generazione, che poi sono diventati le prime pagine del libro. Il dubbio era come avrei potuto renderli sia intimi che collettivi: non afferravo il registro, per cui ho iniziato ad annotare una cronaca precisa di questa metamorfosi – la Ernaux si alza e va nel suo studio, torna con un libro ciclamino intitolato L’atelier noir, lo sfoglia e legge – “Le immagini spariscono nella mia mente con la sensazione di disgusto che io non abbia trovato la mia voce. Più scrivo e più mi accorgo dell’esistenza di un’altra voce che, come nei sogni, io non arrivo ad afferrare”.

Questa confessione è datata 2002 ed è uno degli ultimi dubbi prima che io iniziassi il libro, la prima riflessione l’avevo annotata nel 1982: significa che Gli anni è rimasto incubato più di un terzo della mia vita. La scrittura è stata relativamente breve rispetto a questa fase di ricerca estenuante.

Quasi un decennio per Il Posto, il doppio per Gli anni: in ogni sua opera il lavoro di concepimento è sempre così lungo rispetto alla fase di scrittura?

È come se la fase dell’invenzione venisse sostituita dalla riconquista del reale che è stato. Per riuscire a catturare quel passato e farlo diventare presente, serve un’attesa. E serve tempo per renderlo semplice nella scrittura. Anche adesso che sto per lavorare a un nuovo libro mi sono accorta che lo sto concependo dal 2010 in totale raccoglimento. È necessaria una protezione in cui tutto deve essere sedimentato, segreto, per poi essere riproposto per come è stato vissuto. Niente di più. In questo senso le parole sono fondamentali: les mots justes è ciò che voglio.

Sento che c’è una sola parola adatta, sento che quella parola deve essere trovata e usata per quel concetto. Poi mi rileggo e di alcune frasi sono soddisfatta mentre altre le trovo sbagliate, seppur una volta le avessi trovate appropriate. Posso rimanere dei mesi ad aggiustare e non permetto mai a nessuno di toccare i miei libri, a parte piccolissimi interventi. È un processo che passa prima da appunti, poi da una scrittura a mano e infine al computer. In testa ho sempre lo scopo di far affiorare una vicenda che valga la pena far rivivere, nel modo io l’ho assorbita: questa è l’ossessione che mi occupa dal risveglio all’atto della scrittura e anche dopo, sempre. L’unico momento in cui sono più tranquilla è quando faccio del giardinaggio o quando vado all’ipermercato.

Per questo ha pubblicato in Francia Guarda le luci amore mio, in cui racconta il rituale collettivo e intimissimo della spesa. Nemmeno questo sfugge alla scrittura?

Niente sfugge alla scrittura. Anche un ipermercato, dove per me poter osservare le persone è allo stesso tempo narrazione e disimpegno da essa. Il consumismo mi annoia, la moda mi annoia, mi interessa veder gironzolare le persone che scelgono, comprano, mostrano davanti agli scaffali molto di più di quello che credono di mostrare. Questo vedere è già scrivere, in qualche modo. I grandi negozi sono il luogo in cui le parole mi danno tregua perché sono già parole.

Non c’è stato un momento in cui non abbia lottato per difendere. Ho lavorato per dieci anni come insegnante al liceo e per ventitré anni ho preparato corsi per corrispondenza, in più avevo due figli, ho sempre convissuto con un moto di allarme verso la scrittura che poteva sfuggire. Il supermercato è un rituale che mi riportava al pensiero narrativo e alla realtà consumata di cui avrei potuto scrivere. Perché in fin dei conti io non ho mai un’idea improvvisa che mi fa dire “Ecco, l’ho trovata”, ma ho bisogno di questi spazi minori dove poter far confluire una totalità.

Lo spazio minore, dove l’ordinario diventa di colpo rivelazione. Come nell’Altra figlia quando racconta l’attimo in cui ascolta furtivamente sua madre parlare di una bambina: è sua sorella, morta prima che lei nascesse e mai nominata in famiglia.

Eravamo a Yvetot, era il 1950. Avevo dieci anni e mia madre stava parlando con una vicina di casa mentre io giocavo con un’amica. Per un attimo il mio orecchio è andato ai loro discorsi e io ho sentito questa frase: “Lei era più gentile di questa qui”. Mia sorella era morta di difterite due anni prima che io nascessi, nessuno in famiglia me ne aveva parlato. Nessuno la menzionava mai, anche sei io sapevo che qualcosa c’era. Ascoltare mia madre mi ha rivelato che mia sorella “gentile”era la santa, mentre io non potevo che essere l’altra figlia, quella cattiva. La figlia di cui accontentarsi, la figlia terrena. La figlia che assisteva a un processo di beatificazione famigliare e che avrebbe convissuto con l’ombra. Questo libro ne è il frutto, ed è una lettera aperta a mia sorella a cui finalmente posso dire “Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io scriva”.

La morte dell’altro non come mancanza, ma come impeto. È un ribaltamento durissimo dello sguardo. Forse comincia qui la sua misura estrema nella scrittura e nell’emotività narrata.

Non si possono provocare volontariamente le emozioni. Scegliere cosa raccontare e raccontarlo come è, nel modo giusto, rimane tutto ciò che serve al lettore. La distanza dal libro che si sta scrivendo è necessaria per il libro stesso. Mentre L’altra figlia prendeva forma io provavo un grande amore per mia madre, anche se nel libro questo non traspare. Lo stesso accadeva per Il posto, lo sforzo controverso è allontanare il padre mentre si scrive del padre. E c’è un’altra cosa: mentre scrivo non penso a chi leggerà il libro, se qualcuno dei miei familiari o chissà chi, non ci penso mai. Perché non si può misurare l’eredità, tantomeno questa eredità deve alterare il processo creativo. Anche in Memorie de fille in cui tento di ricostruire il passaggio di una giovane donna attraverso una violenza fisica, non rivedo il passato autobiografico con collera o partecipazione: è il passato e io lo riporto al presente con il peso del presente. È un rituale laico di salvezza che la scrittura può permettersi.

Laicità della scrittura e dell’esistenza, anche se Dio entra nei suoi libri attraverso i credenti che le sono intorno, a partire dalla sua famiglia di origine.

Sono cresciuta con un’educazione monumentale al cattolicesimo. I miei figli non sono battezzati e io non pratico. In questo ho una formazione simile a Emmanuel Carrère, e sono d’accordo sul suo motto: “Non sono abbastanza credente per essere ateo”. Ma bisogna fare attenzione anche a definirsi laici perché anche questa dimensione è diventata estrema, soprattutto in Francia dove ha assunto un connotato religioso. L’attacco ai musulmani è avvenuto in modo massiccio da questa fronda, come fosse una guerra di religioni. La letteratura deve sfuggire a questa categorizzazione, facendo ciò che deve.

Cosa deve fare la letteratura, Ernaux?

Sbarazzarci delle ombre. E mettere via un po’ di vita, salvandoci dalla sparizione futura. È già questa la salvezza. Non voglio concentrarmi su una fede, non voglio strizzare l’occhio al lettore, non posso concepire opere che vadano incontro all’opinione pubblica come ha tentato di fare Houellebecq con Sottomissione, che ho deciso di non leggere più anche per come tratta il corpo femminile.

Scrivere, senza pensare a cosa diranno gli altri: è questo che chiedo. Scrivere nel silenzio della mia casa, sola, per lottare contro la lunga vita dei morti.


(la Lettura – Corsera, 28/4/2016)

di Luciana Tavernini

 

Provo un senso di benessere, che aumenta nel tempo, da quando è iniziato il Progetto della Quarta Vetrina al Circolo della rosa-Libreria delle donne, curato da Francesca Pasini. Ieri, mercoledì 27 aprile, alla presentazione e discussione a partire dall’opera di Margherita Morgantin ho capito il perché.

È circolata la parola “dono” che bene rappresenta il senso di quest’impresa femminile.

Il dono, come dice la linguista ed economista Geneviève Vaughan (Per-Donare, Meltemi 2005; Homo donans, VandA 2015) è qualcosa che risponde a un bisogno e che dà al contempo riconoscimento a chi lo riceve.

A quale bisogno rispondono le opere delle artiste create appositamente per questo luogo politico di relazioni?

Esse offrono la possibilità di una riflessione sull’oggi con la modalità dirompente e coinvolgente dell’arte: un balzo del “corpo pensante”, dell’“anima del corpo” che lavora e produce quella “RIVOLUZIONE LENTISSIMA” e inesorabile, se ci lasciamo toccare, di cui ci avverte Margherita Morgantin.

Francesca, dando continuità al progetto della Quarta Vetrina dedicata all’arte, ha curato in modo amorevole e con autorità riconosciuta la relazione con le artiste da lei scelte. Ha offerto loro l’opportunità di mostrare gratitudine per quanto negli anni le donne della Libreria hanno creato: una pratica e un’idea di libertà femminile che permette anche a loro di cercarla e esprimerla giorno dopo giorno. Non si tratta di restituire, come vorrebbe il mercato e come a volte noi stesse pensiamo, perché i doni sono incommensurabili, ma di aprire a un’abbondanza di senso che rende il mondo più vitale.

E qui sottolineo l’importanza del tempo lungo, rispetto a quello delle mostre, creato negli incontri di presentazione, in cui lasciamo che l’opera ci parli attraverso le voci non solo della critica e dell’artista ma anche di chi è presente e condivide le aperture che si creano in lei o lui. Insomma si crea una comunità che si dona il senso del lavoro artistico, quello di aprire a una diversa percezione del nostro stare nel mondo.

Dell’incontro di ieri a me è rimasta, oltre all’epifania del dono, la riflessione di Muraro sulla rivoluzione lentissima, quella dei corpi celesti che nel loro movimento tornano all’origine, origine che per me è la madre, colei che ha creato i doni necessari alla creatura inerme che siamo state e stati. E insieme, se non lo dimentichiamo, ci ha offerto la creatività del saper donare.

 

 

(www.libreriadelledonne.it, 28 aprile 2016)

 

Dal 17 aprile al 12 giugno 2016

Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea

Palazzo Massari – Corso Porta Mare 9, 44121 Ferrara
tel

torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione della collettiva SILENCIO VIVO. Artiste dall’America Latina, curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli. Organizzata da UDI – Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.
Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana, portando a Ferrara alcune delle voci che meglio rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Anna Maria Maiolino (ItaliaBrasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978). SILENCIO VIVO riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.
L’esposizione si apre con l’eclettico contributo di Ana Mendieta, una delle più incisive figure di questo vasto panorama artistico. Nonostante il suo breve percorso (muore prematuramente a 36 anni, cadendo dal 34simo piano del suo appartamento di New York), Ana Mendieta si riconferma ancora oggi, a 30 anni dalla sua scomparsa, come un’indiscussa fonte di ispirazione della scena internazionale. La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni ’70 e primi ’80. Al centro, l’intreccio di temi a lei sempre cari, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue – al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria del perenne binomio vita/morte – o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
Il corpo come veicolo espressivo è una caratteristica riconducibile anche ai primi lavori della poliedrica Anna Maria Maiolino, di origine italiana ma trasferitasi in Brasile nel 1960, agli albori della dittatura. L’esperienza del regime dittatoriale in Brasile e la conseguente situazione di tensione l’hanno influenzata profondamente, spingendola a riflettere su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità di emigrante e l’immaginario quotidiano femminile. In mostra è presente una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni ’70 e ’80 – documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction”, di chiara matrice performativa – alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la stretta connessione con il quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione ai quali l’individuo è inevitabilmente legato.
Di simile potenza suggestiva, ma con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società messicana, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando l’intero paese e soprattutto Ciudad Juarez, considerata uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma d’impatto quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati anche in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in Messico. Le installazioni che l’artista propone alla rassegna ferrarese – fra cui Pesquisas, realizzata appositamente per la Biennale Donna – svelano un evidente potere immersivo, che forza lo spettatore ad assorbire e partecipare al dolore di una situazione ormai fuori controllo, troppo spesso taciuta e negata dalle autorità locali.
Il percorso della mostra si chiude poi con la ricerca di Amalia Pica, grande protagonista dell’emergente scena argentina. Utilizzando un ampio spettro di media – il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video – l’artista si sofferma sui limiti e le varie declinazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dall’ipertrofia della comunicazione, un fenomeno diffuso che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione. Ispirandosi ad alcune tecnologie trasmissive del passato, mescolate a rimandi del periodo adolescenziale, Amalia Pica sorprende con interventi dal chiaro aspetto ludico, che invitano gli stessi visitatori a interagire fra loro, sperimentando varie e ironiche possibilità di dialogo.
La mostra, organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Silvia Cirelli, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Antonia Trasforini, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, ed è sostenuta dal Comune di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna.
In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.


E’ in rete il numero n. 87 di Segni e Comprensione, a cura di Marisa Forcina ed Elena Laurenzi, dedicato alle “Reti filosofiche femminili”. Potete trovarlo on line all’indirizzo:
http://www.segniecomprensione.it/files/segni_n_87.pdf

di Alessandra Pigliaru

Si intitola L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (La Scuola, pp. 86, euro 8,50) ed è un piccolo e ragionato pamphlet pubblicato di recente da Luisa Muraro. Esplicitato nel titolo, il tema è ciò che da qualche mese a questa parte ha scatenato accese discussioni pubbliche, sfociate a tratti in polemiche anche in Italia, attraverso giornali, riviste e incontri in presenza, mantenendo tuttavia l’intenzione di lasciare apertura al confronto sui diversi posizionamenti.
Nel vasto e controverso inseguimento semantico, «utero in affitto» è l’espressione che designa una «gestazione per altri» a sfondo commerciale di cui il nodo è la surrogazione all’interno di una transazione economica che va a intaccare la relazione materna. Ciò che ci consegna Muraro non è dunque un discorso intorno alla «maternità solidale» ma a una pratica interna al mercato, con ciò che questo comporta in termini di regole e insidie.
Il dibattito pubblico italiano sembra aver avuto origine dalla presa di posizione di un imponente numero di intellettuali, donne – tra cui numerose femministe – e uomini, che in Francia hanno deciso di firmare il testo di un appello contro la pratica della surrogazione (da cui è stato poi costruito il convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata, lo scorso 2 febbraio).
Il solco scelto dall’autrice non è tuttavia quello del diritto che punterebbe a una proibizione ma sta su un altro piano. Quello per cui, come annota già nel suo L’ordine simbolico della madre (1991), «occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta ad ogni voler dire, per quanto distante o abnorme». È in questa apertura che viene a scorgersi «la condizione della libertà». Ed è a questa altezza che si discute la riflessione per cui «non si tratta di proibire ma di non sbagliare».
Un dibattito aperto
Nonostante pratiche politiche differenti e relative collocazioni all’interno del femminismo, un po’ a tutte le latitudini in molte si sono espresse a sfavore della maternità surrogata. Pensando alle più recenti, basti il nome di Silvia Federici che dalle pagine di questo giornale (intervista a cura di Anna Curcio, 30 marzo) dice in proposito che «una cosa è il diritto delle coppie omosessuali ad avere dei figli che è una battaglia sui diritti soggettivi, altro è la surrogacy, un processo perverso che degrada la donna. Una forma peculiare di schiavitù. La mercificazione completa della vita e del corpo della donna, la sua sottrazione ed esproprio». Federici si riferisce in particolare al dibattito italiano sull’argomento, là dove si dovrebbero tenere ben distinti i piani dei diritti soggettivi e della surrogazione In una intervista per noidonne.org (a cura di Silvia Vaccaro, 28 dicembre), anche Lea Melandri chiosa sul tema definendolo «sfruttamento della capacità procreativa del corpo femminile, con l’aggravante di classe». Anche da parte di chi in questi anni ha usato grande attenzione verso le nuove forme di biolavoro globale da cui prende il titolo il volume di Melinda Cooper e Catherine Waldby (recensito qui da Cristina Morini, 4 giugno), viene dedicato spazio alla maternità surrogata – insieme allo sfruttamento del materiale biologico – facendo ulteriore distinguo con le singole materialità – pensiamo per un attimo al contesto indiano.
In questo crocicchio complesso da sintetizzare, perché muove da diverse esperienze politiche, il libro di Luisa Muraro non pensa di doverne ricostruire l’iter né di aderire ad appelli che chiudono a singole narrazione esperienziali, bensì mira preciso su alcuni elementi che in generale attengono sì alla «gestazione per altri» di carattere commerciale ma che vanno a ribadire i momenti di guadagno politico del pensiero della differenza sessuale italiano. Il punto della faccenda è quindi chiaro: «Il desiderio di suo non ha fondo e non ha limiti; alleato con la tecnica e con il mercato, si crea una dismisura temibile. Una dismisura che lo indebolisce, per finire. La prima misura che il desiderio trova, prima della giustizia o della morale, la trova nelle circostanze umane della sua realizzazione. Aiutarla con mezzi che non sono più mezzi, può capovolgersi nella morte del desiderio».
Sostituibile fino a quando
Nel suo etimo, surrogazione significa sostituzione. Nel caso della maternità surrogata non è tuttavia una supplenza temporanea, è piuttosto da considerarsi come un prendere il posto di altri e altre – o di cose secondo le fattispecie che la prevedono – a tempo indeterminato. L’etimo tuttavia ci suggerisce qualcosa che fa resistenza quando la si applica ad alcune circostanze: il suffisso «sub» oltre a indicare più in generale la sostituzione e la successione, significa «sotto». Mentre rogare significa domandare. La questione può essere interpretata in varie occorrenze, tuttavia il punto oscuro rimane il «sotto» non come un profondo che emerge bensì come qualcosa che non ha indipendenza. La domanda, il rogare, applicata alla maternità poggia – nel caso di un contratto commerciale – nella domanda/offerta imposta da un mercato. Ciò che però ancora non trova risposta è se tutto è sostituibile. E infine se tutto è disponibile, visto che «la madre è sostituibile ma non la relazione materna».
Esiste allora un’ambivalenza nel considerare «libertà» ciò di cui si dispone nella pratica della maternità surrogata, si dovrebbe invece parlare più propriamente di «autonomia», quella che «è il livello minimo richiesto da un contratto commerciale» e che, comunque sia, non consente neppure di essere titolare di un diritto visto che l’occorrenza comprenderebbe una subordinazione a un progetto di altri.
«Se diamo altro posto ancora alla tecnica e al mercato in ciò che riguarda la riproduzione degli esseri umani, mettiamo a rischio la relazione materna, da una parte, e dall’altra la ricerca di un nuovo e più ricco senso della paternità, che è iniziata con la fine del patriarcato». Affermare che si andrebbe a percorrere una strada che punta, in un prossimo futuro, all’«eliminazione della relazione materna» non significa dare a quest’ultima un carattere sacrale né rintracciare nella tecnica un pericolo fuori controllo, significa invece esporre ciò che il tragitto intrapreso dalla maternità surrogata di carattere commerciale rischia di comportare.
Madri e metafore
Tra le minacce a cui è esposta la relazione materna vi è per esempio la progettazione della sua «interruzione senza necessità», cioè tale separazione tra madre e figlio/figlia non ricade nelle contingenze umane ma viene stabilità e dettata dal tempo congruo del contratto commerciale, un tempo che ha una scadenza. D’altra parte, il pericolo è quello di innescare una retorica materna che rende «la contrattazione tra desiderio, possibilità e necessità» superflua alla singola donna, «fissando un modello di dover essere». Ciò per dire che non esiste la madre come metafora bensì esistono donne in carne e ossa che diventano madri.
Già nel suo Il lavoro della creatura piccola (2013), Muraro segnava un passaggio ulteriore rispetto L’ordine simbolico della madre.
Fatta salva la disparità nella relazione materna infatti, l’autorità simbolica e la gratitudine riconosciute a chi ci ha messe e messi al mondo, il bambino o la bambina acquista un protagonismo niente affatto scontato. La madre, scrive infatti, è «una donna qualsiasi» e «perché una donna si trasformi in madre ci vuole un lavoro simbolico, il grosso di questo lavoro simbolico, chiamiamolo così, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina, non lo fa lei, non lo fa la madre». Il termine «creatura», sarà appena il caso di ricordarlo, affonda le proprie radici nella cultura popolare e arriva a indicare che se la madre può stare al posto di altro e altri, la creatura piccola non solo non è sostituibile e ha la capacità di accettare chi sta al posto della madre, ma fa un lavoro grande di ricostruzione simbolica verso chi subentra alla madre e al padre. Anche in caso di separazione. In altre parole sembrerebbe che le creature piccole – che sono portate al mondo anche se non chiedono di arrivarci – facciano questo «lavoro» in un’osmosi amorosa.
Ovvero è l’amore e la gratitudine nei loro riguardi che vengono riconosciuti e che superano la mera condizione di bisognosità. Ecco perché, per diventare, per andare verso il futuro, se è necessaria e incancellabile la donna che ha procurato la nascita, è lecito pensare che altre relazioni capaci di generosità e cura simbolica materna consentano di oltrepassare la ferita di una separazione, spesso uno strappo o un’incompetenza. Nel caso delle adozioni, per esempio, davanti a una legge a dir poco lacunosa per ritardi e burocrazie varie succede che ci siano degli spazi, seppure transitori, di amore e invenzione; tacendo su ciò che capita a volte per l’affido là dove si può anche non arrivare mai all’adozione definitiva. In questo orizzonte, i bambini e le bambine, in una litania di clausole e cavilli, soffrono psichicamente e irrimediabilmente trovando chi li e le accoglie troppo tardi. La considerazione è allora che sembrano esserci strenui lavori di creature piccole che rimangono tuttavia in una curvatura destinale così poco grata, desiderata e desiderabile, da non consentire neppure un pieno passaggio verso chi sostituisce madri e padri, o chi per essi. Sarebbe forse il caso di ascoltare le esperienze direttamente da loro, dalla loro lingua di creature piccole.
La vulnerabilità dicibile
Molte narrazioni in questi mesi ci hanno consegnato una straordinaria varietà legata al desiderio di genitorialità. Al fondo delle storie non vi è solo vulnerabilità, a illuminarsi sono anche meccanismi di esclusione sociale o percorsi individuali e collettivi che raccontano di pluralità affettive già in atto. Se il meccanismo feroce neoliberista punta a far credere di potersi occupare della comune vulnerabilità per moltiplicarne il segno, stare invece in presenza della propria e altrui vulnerabilità anche là dove si toccano i paraggi dell’inermia, esserne disposte e disposti, vuol dire lasciarle scorrere mettendole in parola.
Insieme alla consapevolezza che è stato proprio grazie al femminismo che ci si è autorizzate a non avere figli e a non doversi giustificare per questo, comprendendo quindi che non vi è un diritto e neppure un dovere a essere madri ma un desiderio – senza prezzo – che non prevede la cancellazione dell’essere nati e nate da donna, si tratta di interrogare ancora la dismisura che proviene dalle relazioni e dai molteplici desideri di genitorialità, soprattutto quando travalicano schieramenti e strumentalizzazioni. Perché se il guadagno politico di civiltà, quindi per tutte e tutti, ha a che fare anche con il mancare la trappola di obbligazioni e proibizioni è plausibile che l’orizzonte da osservare e allargare implichi ulteriori parole che attengano a un senso della comune condizione umana, capace di raccontarsi come corpi sessuati – tra viventi.

(il manifesto, 22/4/2016)

di Ida Travi

 

Una carnosa assenza. Così si esprime Giancarlo Majorino parlando della poesia di Piera Oppezzo: un rotolo, un messaggio. Riportata all’attenzione dalla poeta Maria Pia Quintavalla con la nuova rubrica della rassegna Donne in poesia, dedicata alla riscoperta di autrici italiane del secondo novecento rimaste in penombra, la figura di Piera Oppezzo è segnata dall’assenza. A pochi anni dalla scomparsa esce per Interlinea Una lucida disperazione (pp. 216, euro 14), selezione di poesie scritte tra gli anni Cinquanta e il 2009.

La raccolta è a cura di Luciano Martinengo, con prefazione di Giancarlo Majorino. Ora, per comprendere la parabola poetica di Piera Oppezzo sono necessarie alcune premesse. Piera Oppezzo nasce a Torino nel 1934 in una famiglia di modeste condizioni e impara subito un mestiere: cucire, cioè abilità della mano che ha a che fare con la stoffa. Sarà poi dattilografa alla Rai, dove praticherà quell’altra abilità della mano, e primo impiego per donne anni ’50, che ha a che fare con fogli A4 e macchina Olivetti: cioè, finalmente, la scrittura. Nel ’66 esce per la collana bianca Einaudi la raccolta poetica L’uomo qui presente. Sì, a quel tempo poteva accadere che un grande editore pubblicasse una dattilografa, anzi, era una possibilità già dichiarata già in quarta di copertina, là dove si rintracciava quel ‘codice di verità’ che rendeva un libro autenticamente poetico: aleggiava in quelle poche righe una critica precisa al linguaggio che in quegli anni andava dissolvendosi in un ‘codice senza verità’ che trasformava la scrittura in esperimento.

Calata nel suo tempo, Piera Oppezzo affronta il linguaggio da persona mite, ma coltiva in sé una postura forte, resistente, oppositiva per giustizia. La sua vita lo dimostra: impegnata politicamente si sposta a Milano, è militante extraparlamentare e femminista. Mentre corregge bozze per Feltrinelli partecipa all’occupazione della storica casa di Via Morigi 8 quando ormai è in piena attività di scrittura: autodidatta, è vero, ma intanto ha pubblicato per Geiger, Nuovi Argomenti, La Tartaruga, Manni Editore, ha tradotto Khalil Gibran, Jules Renard, Gisèle Freund. Piera Oppezzo non ha mai cercato il consenso, non ha mai cercato neppure un lavoro fisso: a lei bastava vivere di  poco o niente. Oltre al nutrimento, le bastava avere quel che serviva per comprarsi tabacco e rollare le sue sigarette.

Era minuta: una presenza ipotetica, diceva di sé, “niente di importante”. Importante per lei era la scrittura: erano anni in cui saltava la punteggiatura, scomparivano gli articoli, e il testo si faceva sempre più oscuro. Parallela ma distante dalle tendenze che hanno attraversato il secondo Novecento, Oppezzo rivendica la sua solitudine come posizione accanto, salvando così la sua precisa voce. L’intimità con qualcuno / non fa altro che correggere l’isolamento. / Smorza i suoi abbagli verticali.

Ora Una lucida disperazione, prima pubblicazione postuma, è una doverosa ricognizione di senso. È un libro di testi selezionati in sette sezioni, dai primi Gli anni di Torino, fino agli ultimi scritti del 2009. La raccolta si dà come una precisa dichiarazione d’intenti: La poesia, un’estetica di vita. Sono chiari i passaggi: dalle tenere poesie degli anni ’50 al salto stilistico di L’uomo qui presente, per la bianca Einaudi nel ’66, alle poesie edite da Geiger con Sì a una reale interruzione, nei cui versi con potenza compare il vivente. Il vivente nella poesia di Piera Oppezzo non appare come umano ma come fenomeno, ed appare confuso. Il vivente osservando il troppo/ confonde i gesti, confonde le Grandi speranze degli anni ’70 e ’90, fino ad atterrare nel terribile verso: mi piegano con un ordine.

Ed ecco la sezione successiva Andare qui, come fosse l’indicazione di un percorso, e la sezione Mestieri, in cui si oscurano vista e soffitto. Quali mestieri?… un mestiere è scrivere, e il soffitto? Il soffitto, dice Oppezzo, è soltanto la nostra palpebra. Sì, c’è buio intorno, ma nei versi scritti sul finire dei suoi anni Oppezzo mostra una schiarita: L’annuncio che il mondo c’è non smette di abbagliare. / C’è. C’è. C’è. Non puoi / Non puoi che sbalordire. Difficile collocare Piera Oppezzo nel panorama poetico del secondo Novecento. Difficile pensare per lei una definizione che non sia sviante o restrittiva: il ‘ritornare’ mi è estraneo. Nella Milano poetica, Piera Oppezzo sembra un essere attaccante in posizione di difesa, sta lì, accampata nella sua solitudine.

E rifulge nei suoi versi quella mancata felicità, quell’estraneità per cui  poesia è un’espressione ‘basata sui concetti e non sul sentimento’. In Le strade di Melanchta Oppezzo è lapidaria: non è vero che non c’è nessuno / ci sono io ho capito / mi state inseguendo. Ben poche poete erano visibili in quegli anni, per molte di loro poesia è stato un passaggio in trasparenza: L’assenza è con me / io sono l’assenza. Ma a questo serve l’attenzione postuma: rimette in luce scrittura e persona. Sì, alcune luci si sono accese sulla poesia di Piera Oppezzo: … e siccome io ci vado sempre dietro alle barricate succede che ci trovo qualcun o/ lì accucciato…Un uomo, una donna, un essere. È il vivente.

 

(il manifesto, 22 aprile 2016)

di Clara Jourdan

A chi si sente scoraggiata o scoraggiato dalle difficoltà nel fare politica oggi, quando per esempio un presidente del consiglio si può permettere di dire di non andare a votare a un referendum popolare, consiglio la lettura del libro Suffragette (Castelvecchi 2015), da cui è stato tratto il film omonimo di Sarah Gavron (recensito in questo sito da Silvana Ferrari e da Laura Milani).

Suffragette, così anche nell’originale inglese che riprende la rivista The Suffragette, ha come sottotitolo La mia storia (My Own Story), ed è l’autobiografia politica di Emmeline Pankhurst (1858-1928) e del grande movimento femminista inglese che tra fine Ottocento e la prima guerra mondiale ha lottato per il voto alle donne, senza averlo ottenuto al momento in cui la scrittura del libro si conclude, nel 1914, quando «al primo allarme di guerra le militanti proclamarono una tregua». Un racconto «scritto sul campo della battaglia» (p. 213) che sorprende pagina dopo pagina con la storia di quella lotta coraggiosa e fantasiosa che ha coinvolto migliaia di donne e che ci viene presentata nei dettagli, nei suoi episodi a volte divertenti e più spesso duri ma sempre descritti con lucidità. Man mano che si procede nella lettura, si resta sempre più colpite dall’intelligenza, dall’inventiva e dalla tenacia con cui quelle donne combatterono per anni senza farsi demoralizzare dalla violenza e dalla irremovibilità maschile. Ma non è solo per questo che consiglio il libro, un gran bel libro davvero. Bello e interessante, anche per chi si occupa di diritto costituzionale inglese, grazie alla competenza con cui le militanti si muovevano nei confronti delle istituzioni.

Suffragette è ricco di elementi preziosi per la nostra riflessione politica di oggi. Impossibile rendere conto di tutti, il libro va letto, ne segnalo tre che mi hanno particolarmente sollecitata:

1- L’importanza delle relazioni tra donne di diverse generazioni, che qui si combina anche con la relazione madre-figlia. Tali relazioni, e in particolare quella tra Emmeline e la sua prima figlia, lei stessa diventata leader del movimento, sono state cruciali: «Un giorno Christabel mi stupì con una considerazione: “Da quant’è che voi donne tentate di ottenere il voto? per quanto mi riguarda, ho intenzione di prendermelo”. […] Io e le mie figlie ci impegnammo a cercare un modo di dar vita a quell’unione di giovane e vecchio che avrebbe suggerito metodi nuovi, indicato nuove strade. Alla fine fummo convinte di aver trovato quel modo» (p. 31). Nel 1903 decisero la separazione dagli uomini e dai partiti politici e fondarono la Women’s Social and Political Union (Wspu), una svolta verso quell’agire in prima persona e con forza che lo ha reso un movimento senza precedenti.

2- La questione delle pratiche di lotta. Nel libro si vede che è stata una questione attentamente studiata, anche riflettendo sui risultati ottenuti da altri movimenti storicamente vincenti. Da qui la convinzione della necessità di un crescendo di uso della forza man mano che i metodi adottati si dimostravano inefficaci: dai «mezzi costituzionali» (petizioni e delegazioni) al «metodo della persuasione» (disturbo dei candidati ai comizi), a «più aggressive forme di militanza» come «l’argomento delle pietre» (p. 143, per esempio rompere i vetri delle sedi dei ministeri), fino ad arrivare, nel 1913 (il periodo rappresentato nel film), alla «continua, distruttiva guerriglia contro il governo attraverso il danneggiamento della proprietà privata» (p. 186). Cose che stupiscono oggi, si sente una distanza culturale, ma queste donne differenti da noi che abbiamo fatto un altro percorso mi fanno capire una cosa molto importante per come pongono la questione, in termini di efficacia e di responsabilità, non di violenza o non violenza. Questo perché si tratta di donne: quando viene usata la violenza, è sempre e solo verso le cose, mai verso le persone, «stando comunque attente a non colpire nessuno» (p. 107). «La politica della Women’s Social and Political Union non è mai stata e mai sarà tanto incosciente da mettere in pericolo la vita umana. […] Non è il metodo delle donne» (p. 177). Possiamo dire allora che l’alternativa tra violenza e non violenza fa parte della questione maschile; infatti la non violenza è stata pensata per gli uomini, che ne hanno bisogno per non uccidere, ed è un errore assumerla da parte delle donne. La differenza sessuale va sempre considerata.

3- La valutazione dei risultati. Il voto veniva sempre rifiutato, ma il movimento continuava a crescere e si allargava il consenso popolare. Sembra incredibile che dopo tutti quegli insuccessi (la legge sul voto arriverà solo nel 1928) di una lotta costata grandi fatiche e sofferenze non si siano arrese ma anzi abbiano ogni volta rilanciato. In uno degli ultimi processi in cui era imputata, la Pankhurst spiega «alla giuria le ragioni per cui le donne avevano perso la fiducia nella legge e stavano conducendo questa lotta per diventare loro stesse promotrici di leggi. […] Siamo donne convinte che questo è l’unico modo che abbiamo per conquistare il potere di cambiare quelle che per noi sono condizioni intollerabili, condizioni assolutamente intollerabili» (pp. 194-195). Ma più ancora della determinazione di queste donne, colpisce la resistenza del «cieco e ostinato governo inglese» (p. 213) nel rifiutare loro il voto senza argomenti e con ripetute false promesse, e l’accanimento con straordinario dispendio di uomini e mezzi e leggi (come il “Cat and Mouse Act” appositamente concepito per loro) con cui perseguivano le militanti: «Come mai la sanguinaria militanza degli uomini viene applaudita [si riferisce ai ribelli dell’Ulster] e la simbolica militanza delle donne punita con la galera e l’orrore dell’alimentazione forzata?» (p. 179). Evidentemente c’era in gioco qualcosa di molto molto importante anche per gli uomini. Nel potere di legiferare, che oggi a un secolo di distanza e con l’esperienza di un’altra grande stagione femminista cominciata cinquant’anni dopo sappiamo essere importante ma non così decisivo per le donne, si concentrava infatti il simbolico del conflitto tra i sessi nel mondo moderno. Un conflitto che «la rivoluzione delle donne», come titola l’ultima parte del volume, ha portato a una vera rivoluzione nel rapporto tra i sessi nella vita pubblica. Una rivoluzione che quelle donne sentivano essere vincente, pur nella sconfitta delle battaglie e nei costi umani eccessivi. Lo si capisce dalla spregiudicatezza priva di illusioni con cui ragionavano sulle risposte da parte dei loro avversari, gli uomini del governo, che facevano di tutto per negare il voto ma ormai avevano paura, avevano perso la tranquilla sicurezza di essere nella loro secolare istituzione del tra uomini, diventata una roccaforte espugnabile. E lo si capisce dalla forte coscienza di sé e delle relazioni tra donne che si sviluppavano in questa lotta e che stavano portando un profondo cambiamento nella cultura e nella società, di cui un riflesso visibile era nelle ali di folla che accompagnavano, appoggiandole, le dimostrazioni del movimento, e nei giornali che raccontavano i fatti in modo sempre più favorevole alle donne.

Il libro si conclude con parole di fiducia nel futuro, e con ragione: quelle donne avevano cambiato la politica contemporanea, introducendovi la libertà e la forza femminili.

(www.libreriadelledonne.it, 21 aprile 2016)

di Silvia Baratella

La blogger Eretica ha scritto una lunga recensione, polemica ma anche umoristica, al libro di Luisa Muraro L’anima del corpo. L’ha intitolata «Oltre il Muro della Muraro: c’abbiamo l’anima nell’utero!». Nell’incipit dice:
«Parto dal titolo “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”. […] c’è il problema di quest’anima che ricorda tanto i dubbi delle ere trascorse, quando i filosofi dicevano che le donne non avevano un’anima; poi altri filosofi dissero che le donne avevano l’utero in movimento; ora trovo una sintesi anacronistica dove forse si immagina di aver finalmente trovato l’anima delle donne. Starebbe nell’utero. Noi c’abbiamo l’anima nell’utero. Quando non avete un utero o lo usate male, per esempio con la GpA, si rafforza così il detto “donne senz’anima
Questa immagine dell’anima nell’utero inventata da Eretica mi è piaciuta molto e il mio pensiero è stato subito: «Ma io sono contenta di avere l’anima nell’utero!»
Intendiamoci, non credo nell’anima, quella immortale che sopravvive al corpo, e non credo nella scissione tra anima e corpo, tra spirito e materia: io non “ho” un corpo, “sono” il mio corpo, consapevole di sé e capace di percepire il mondo, provare emozioni, relazionarsi con altri e condividere con loro una rappresentazione simbolica della realtà proprio attraverso la materia di cui è fatto. La parola “anima”, allora, la intendo come l’insieme di queste facoltà senzienti e dire che ce l’abbiamo nell’utero diventa un bellissimo sberleffo a quella scissione artificiosa. Non solo, ma mi radica nella mia differenza (infatti non credo neanche nella “persona -a-prescindere-dal-suo-sesso”, non ne ho mai incontrata una) e riconosce all’utero una dignità che quand’è ridotto a pura materia, a corpo-strumento, è più facile negargli.
Si sa, gli uomini fan presto a prendere a prestito l’utero altrui, ma se questo è “animato” diventa un altro paio di maniche. Non solo non è più proprietà dei patriarchi del passato, che si procuravano un erede “del loro stesso sangue” attraverso il contratto matrimoniale e un controllo ossessivo sulla sessualità femminile; ma non è neanche a disposizione delle moderne coppie impossibilitate a procreare, etero o gay, che reclamano un erede del loro DNA, garantito da contratti commerciali, agenzie, cliniche e soprattutto dalla gravidanza accuratamente banalizzata di una donna (Claudio Rossi Marcelli su Internazionale dell’8/4/2016 la riduce addirittura a un «servizio» che si può «scegliere di offrire»).
Però, proprio per Eretica che l’ha inventata, questa bella immagine sarebbe un’arma di ricatto puntata contro le donne: una “trasgressione” dell’utero, e sei una «donna senz’anima». Strano, a me suggerisce tutt’altro. Per esempio di chiedermi se gli uomini possono averla anche senz’utero, oppure di dire: ehi, voi, lì c’è la mia anima perciò non potete stare a farci i comodi vostri: smammate!
A insinuare che siamo “senz’anima” (nel senso di spietate)se non mettiamo a disposizione il nostro utero, invece, è la propaganda sulla gioia tutta femminile del “dono”, che esalta la generosità delle gestanti che rinunciano alla figlia o al figlio appena messo al mondo, e quella delle donatrici di ovuli (senza però mai dire che donandoli si anticipa la menopausa, non sia mai che diventino avare!), tutto per amore dei genitori surrogati. A questi però non è richiesto di essere generosi , di rinunciare a usare il corpo di un’altra per i propri scopi, chissà perché. Ah, sì che lo so il perché: non per simpatia o per solidarietà, no, ma perché pagano, e il cliente ha sempre ragione. Lo dice il mercato, che è senz’utero e senz’anima.

(www.libreriadelledonne.it, 22 aprile 2016)

di Paul B. Preciado

Voi passate la notte in piedi in place de la République e io passo la notte con voi, in piedi, ad Atene. Il giorno finisce un’ora prima qui, e il cielo si tinge di rosso dietro il Partenone, come l’immagine di un salvaschermo che poi sfuma a Parigi. La rivoluzione (la vostra, la nostra) impone sempre di svegliarsi nel cuore della notte: bisogna attivare la coscienza proprio quando questa dovrebbe spegnersi. La rivoluzione (la vostra, la nostra) è sempre un divenire trans: occorre mobilitare uno stato di cose esistenti per condurle fino a uno stato altro, che solo il desiderio conosce.
Voi trascorrete la notte in piedi in place de la République mentre un gruppo di rifugiati si riunisce per creare la Silent university, in una casa occupata di Exarcheia, ad Atene.
Nella sala si parlano tante lingue quasi quante sono le persone presenti. Una catena di traduzioni spiega il funzionamento di questa università creata a Londra, nel 2012, dall’artista Ahmet Ögüt, e ricreata in seguito, tra gli altri luoghi, a Stoccolma, Amburgo o Amman. La frase “tutti hanno diritto d’insegnare” risuona una decina di volte, in urdu, farsi, arabo, francese, curdo, inglese, spagnolo o greco.
Cittadinanza mondiale
Pensata come una piattaforma autonoma di scambio di conoscenze tra migranti, quest’università permette a quanti sanno qualche cosa e a quanti desiderano apprenderla d’incontrarsi, indipendentemente dall’approvazione accademica e dal riconoscimento istituzionale dei titoli, della lingua parlata o dei processi d’acquisizione della residenza o della nazionalità. Qualcuno dice: “Da quando ho fatto domanda d’asilo, non ho più niente. L’unica cosa che ho è il tempo, e durante questo tempo, potrei imparare e insegnare”.
È in questo tempo apparentemente morto dell’attesa burocratica che l’artista in esilio Hiwa K ha imparato a suonare la chitarra classica, seguendo dei corsi con Paco Peña in Inghilterra. La risposta del governo inglese per ottenere la nazionalità non è mai arrivata ma Hiwa K suona il flamenco come se fosse nato a Cordoba.
Ecco alcuni titoli dei corsi proposti alla Silent university: storia irachena, letteratura curda, Erodoto e la civiltà dei Medi, fondamenti dell’asilo politico secondo la convenzione del 1951, come creare la propria impresa, storia del cibo attraverso le arti visive, calligrafia araba. Espropriandolo del suo statuto di cittadino politico, il migrante in esilio è ridotto alla passività e al “silenzio”. La Silent university cerca, invece, di attivare una nuova cittadinanza mondiale.
Abbiamo il diritto di fotografare un migrante che arriva sulle coste di Lesbo mentre stringe a sé il corpo del suo bambino morto?
Voi passate la notte in piedi in place de la République e il collettivo di registi anonimi Abounaddara diffonde ogni venerdì, dall’inizio della rivoluzione siriana, un filmato che racconta – tramite il documentario o la finzione – la vita del popolo siriano, lontano dalle rappresentazioni mediatiche dell’occidente cristiano e del mondo musulmano. Come nasce e si diffonde l’immagine? Perché nessuno ha visto le vittime dell’11 settembre mentre i corpi massacrati di Aleppo appaiono sulle prime pagine dei giornali? Abbiamo il diritto di fotografare un migrante che arriva sulle coste di Lesbo mentre stringe a sé il corpo del suo bambino morto?
In risposta all’appropriazione mediatica e amministrativa dell’immagine, Abounaddara propone d’aggiungere un emendamento alla Dichiarazione universale dei diritti umani che riconoscerebbe come fondamentale il diritto all’immagine.
Voi passate la notte in piedi in place de la République mentre altri corpi si svegliano ad Amman, Damasco o Atene. Verrà l’esperto e verrà la sua diagnosi, verranno lo storico e la sua memoria, verranno il professore e il suo titolo, verranno i politici e i loro partiti. Vi diranno che siete pazzi e che siete degli ingenui. Vi diranno che è impossibile che quanti non sanno insegnino. Vi diranno che ogni giornalista ha il diritto di fare il suo lavoro e informare. Vi diranno che è già successo e che non è servito a niente. Vi diranno che l’importante è tradurre la forza delle piazze nelle urne.
Ma la rivoluzione non ha altro scopo al di fuori del processo di trasformazione che sperimenta. Quel che serve, come dice Bifo, è erotizzare la vita quotidiana, è liberare il desiderio fatto prigioniero dal capitale, dalla nazione o dalla guerra, per redistribuirlo nel tempo e nello spazio, che tutto attraversa e che ci attraversa tutti.
Ci svegliamo nel corso del giorno come se il giorno intero fosse la notte. Apprendiamo da coloro a cui non è permesso insegnare. Occupiamo tutta la città come se tutta la città fosse place de la République.

(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.
(Internazionale, 21 aprile 2016)