La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.
Luciano Martinengo, amico della poeta e vicino a lei negli ultimi mesi della sua vita, ha da poco pubblicato il libro Piera Oppezzo. Una lucida disperazione (Interlinea 2016), che raccoglie una selezione di circa 150 poesie scritte da Piera Oppezzo nell’arco di 50 anni, metà delle quali inedite e l’altra metà tratte da quattro diverse pubblicazioni.
Piera è stata protagonista delle grandi speranze di riscatto politico e femminista del decennio 1967-77, ma è stata soprattutto scrittrice e poeta. E alla scrittura, cui attribuiva un valore assoluto, ha dedicato l’intera esistenza. La sua poesia è un’esperienza impervia, un capogiro intellettuale, piacere raffinato per pochi.
(www.libreriadelledonne.it, 23/5/2016)
Lettera d’invito a LabMi/3
24 maggio 2016, h18,30 in Libreria delle Donne, via Calvi 29, Milano
Cosa è succeso in LabMi/2 il 10 maggio ‘16?
Giornata di luci e ombre. Luci: persone nuove, donne e uomini, attratte/i dalla lettera d’invito; molte sono rimaste fino a tardi attorno all’osso di volerci capire a tutti i costi. Ombre: sostanziose domande e uno spezzatino di risposte. Chi ha memoria del vecchio 68 era entusiasta. Finalmente! Risultato della giornata: tutte frustrate.
Sorride chi ha esperienza di costruire un pensiero in modo davvero partecipato. All’inizio, quando tra noi ci guardiamo negli occhi, così vicine l’una all’altra, ciò che ciascuna/o ha preparato prima viene buttato nel cestino del “non senso” o “non opportuno”. Lì/ora non riusciamo a generare il clic della giusta parola. Quella che sa insinuarsi nei quadri mentali e aprire un’intuizione felice. E dà lì via a parole e narrazioni fertili. Fino a trovare il gong e batterlo con gioia.
A volte succede – è kairòs in azione – che domande, attese e tempi cozzino tra di loro irritando ancora e ancora. Oggi la torta non cuoce bene, non c’è niente da fare. La prossima volta che succederà, diremo: smettiamo, apriamo due bottiglie di vino, qualche patatina anche se fa male, e parliamo d’altro. Quel giorno, troveremo almeno poche buone parole.
Le domande, anche quando sono state borbottate, sono state precise e pertanto buone:
“Non so cosa posso fare personalmente“ “Mi aspettavo un’altra cosa” “Non capisco cosa volete” “Qual è il senso di fare la mappa del modo di abitare di XY?” “Ma di cosa parliamo e cosa c’entra con primum vivere?”“Dov’è la libertà femminile in questa impostazione del Lab?”. Le domande rispecchiano la fenomenologia completa dell’essere in presenza, lì, tra di noi, adesso, per un motivo.
Vi invitiamo a LabMi/3 il 24 maggio per proseguire nel
“disegno della mia mappa di abitare a Milano nella settimana di…”.
Subito su questo lavoro, il 24 maggio possiamo trattare 2-3 modi di abitare. Chi è disposta a fare la propria?
Centrare il lavoro sulla mappatura,nei prossimi LabMi fino a luglio, come può rispondere a tutti i problemi posti? Non può rispondere, è una strada per trovare le risposte tutte noi insieme. Vedremo cha all’inizio è semplice ma potrà diventare davvero complessa.
Abbiamo fiducia (esperienza) che fare mappe per ora è la strada giusta. Perchè? Perché la mappa è la sola scrittura dello spazio (disegno); perché i segni hanno una dimensione spaziale e assieme temporale (abitare); perché i segni, benchè astratti dallo stato reale dei luoghi che si attraversano, fanno emergere le immagini dell’esperienza vissuta, bella o brutta che sia, la difficoltà del respiro, il caldo del sole, la piacevolezza del vento, il ricordo di altri luoghi. Possiamo interpretare come gli assetti fisici della città influenzino i modi del nostro vivere e le relazioni con le/gli altre/i. Stiamo migliorando gli strumenti. Per lavorare meglio.
di Barbara Bertoncin.
Fare figli è un diritto? La filosofa Mary Warnock, interpellata da Blair per dirimere una questione di copertura sanitaria, rispose di no. Il rifiuto della maternità surrogata in nome dell’implicita subordinazione della donna, della tutela della creatura, ma anche per salvaguardare la relazione materna, che è fondante. La miopia di un ragionamento che vede solo le categorie di obbligatorio e proibito. La difesa di una differenza sessuale anche nel diritto.
Luisa Muraro, filosofa, femminista, è tra le fondatrici della comunità filosofica “Diotima” presso l’Università di Verona e della Libreria delle donne di Milano. Ha pubblicato, tra gli altri, Il lavoro della creatura piccola. Continuare l’opera della madre, Mimesis, 2013; Autorità, Rosenberg & Sellier, 2013; Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, 2011; L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 1991, 2006.
La legge sulle unioni civili, con il corollario della stepchild adoption, è diventata occasione di dibattito sulla genitorialità. La prima questione è se fare figli sia un diritto.
La questione è stata discussa già durante il mandato di Tony Blair. Al governo inglese interessava sapere come comportarsi con la fecondazione assistita, una tecnologia oggi molto avanzata ma anche costosa. Era stato quindi chiesto un parere filosofico a Mary Warnock, filosofa di Cambridge della cerchia di Iris Murdoch, la quale a suo tempo aveva spiegato che no, non c’è un diritto ad avere figli in assoluto. Il suo pensiero è stato pubblicato anche da Einaudi con il titolo “Fare bambini. Esiste un diritto ad avere figli?”.
Io condivido questa posizione, cioè che non esiste un diritto, diciamo, incondizionato. Ma per parte mia evito il linguaggio che poi fa dire: i desideri non sono diritti. Ovvio che non lo sono, ma ci sono desideri che per fortuna portano al riconoscimento di un diritto, per esempio quello di istruirsi, che la borghesia negava alle donne. Scelgo piuttosto di avere qualche punto fermo, come questo: nessuno può vietare a una donna di diventare madre, e nessuno può obbligarla, per ragioni che non hanno bisogno di proclamare diritti. Io non parlo di un diritto di abortire. Tu, come molte altre donne, avete espresso molte perplessità sul cosiddetto “utero in affitto”, e cioè sulla maternità surrogata o gestazione per altri.
La maternità surrogata commerciale non passerà mai nel nostro ordinamento per ragioni che appartengono proprio alla nostra civiltà. Con la Rivoluzione francese abbiamo abolito la schiavitù. Certo, purtroppo la schiavitù continua a esistere, ma qui parliamo di quello che accettiamo e non accettiamo di essere e di fare. C’è stata anche la conquista dell’uguaglianza effettiva delle donne, che prima era enunciata ma di fatto non esisteva. Questo per dire che è stato escluso in maniera irreversibile che si possa commerciare con il corpo e i suoi prodotti, come sperma, sangue e organi, a maggior ragione bambini. Qui in gioco c’è esattamente la fecondità di una donna, più precisamente il frutto di questa fecondità. Ricordiamo che la merce qui è lui o lei, la creatura neonata.
Nel corso del dibattito è stato fatto il paragone con la prostituzione; sicuramente c’è un’analogia, ma è imperfetta come analogia perché la gestazione sotto contratto produce un essere umano ed è quello l’oggetto commerciale.
Quindi esiste un’opposizione propriamente femminista, contro la subordinazione della donna, la quale può raggiungere anche aspetti penosi e inumani. E poi c’è l’opposizione che si fa, con l’ordinamento giuridico, per tutelare la creaturina.
Io condivido queste considerazioni, ma la mia opposizione, quello su cui io porto l’accento, è l’attacco alla relazione materna, che considero un asse portante della civiltà umana, universale. È un aspetto che deve interessarci moltissimo, perché la relazione materna praticamente, materialmente, ha a che fare con l’intreccio di natura e cultura che nella nostra civiltà si è rotto. L’ecologia ci ha segnalato questo: abbiamo rotto questo legame, che le civiltà contadine avevano salvaguardato.
Allora, la difesa della relazione materna che propongo ad altre e altri di fare, più che strettamente femminista, è proprio di fondo, perché abbiamo compromesso questo intreccio di natura e cultura in maniera grave.
Ne L’ordine simbolico della madre, ho sostenuto che dalla madre, dalla donna che ci è madre, grazie alla relazione materna, noi riceviamo insieme la vita e la parola. Lacan tendeva a parlare dell’ordine simbolico portato dal padre. Io non voglio pregiudicare la funzione paterna, voglio però ribadire che non si possono separare le cure materne dall’apprendimento della parola, della comunicazione. La comunicazione con la madre o chi per essa è indispensabile per vivere e per imparare a parlare. Le due cose vanno insieme, non sono disgiungibili. Ecco, in un momento in cui dobbiamo ritrovare una competenza dell’intrecciarsi di natura e cultura, lì abbiamo un modello che va inteso proprio nel suo valore simbolico e pratico. Mi oppongo alla maternità surrogata specialmente per questo motivo. Tu qui non parli della madre biologica.
Parlo della donna che diventa fisicamente madre. La madre è una figura simbolica che però non prescinde da una donna in carne e ossa. Ma teniamo presente che la madre è sostituibile. La creatura, per parte sua, è un unicum, il bambino o la bambina sono insostituibili, sono il dono che la coppia parentale, o la singola donna, fanno all’umanità. E sono loro, le creature, a svolgere quello che io chiamo “il lavoro della creatura piccola”, nella relazione materna originaria, oppure, se la madre viene meno, nella ricostituzione della sua figura.
La madre è sostituibile e questo fa sì che i bambini, le bambine nati con la surrogata non siano muti. Ma la maternità surrogata interrompe la relazione in un punto dove solo la necessità può farlo. È un’interruzione pericolosa, spezza un vincolo che poi andrà ricucito perché il bambino nato con la surrogata è stato solo desiderato e comprato. Può essere anche ceduto gratuitamente dalla donna che lo mette al mondo, cui spetta il titolo di madre, come un dono. I doni hanno un’ambiguità, ma comunque pare che la surrogata gratuita sia un caso rarissimo. In alcuni paesi è ammesso esclusivamente il rimborso spese.
Il rimborso spese! Ne sappiamo qualcosa in Italia. Per me quello resta un acquisto.
Ma veniamo ai paesi che noi consideriamo civili e che però ammettono questa pratica, gli Stati Uniti in primis. Io dico che gli Usa sono un paese meno civile, per più aspetti. Intanto mantengono la pena di morte. Inoltre negli Stati Uniti è stata applicata l’eugenetica. Quell’idea non è nata in Germania, si è sviluppata nell’Europa del nord e negli Stati Uniti. La fondazione Rockefeller ha finanziato l’eugenetica nazista fino a metà degli anni Trenta. Gli Stati Uniti sono tra gli ultimi paesi a essersi sbarazzati di pratiche di sterilizzazione selettiva degli individui che non si voleva procreassero. L’altra nota dolente degli Usa è che loro le pratiche di adozione sono di una disinvoltura che fa piangere. Basta leggere la biografia di Marilyn Monroe, creatura bellissima, di una vitalità sublime, disastrata nell’animo fin dall’infanzia, quando passava di famiglia in famiglia, spesso accolta solo per ottenere i soldi erogati dal governo fino a che non ci si stufava. Ecco, queste cose vanno dette: gli Usa da questo punto di vista non sono esemplari. Dicevi che dobbiamo mettere in conto che la relazione materna può disgraziatamente spezzarsi e che la madre biologica può essere sostituita. Anche da un uomo?
Sì, certo. Per questo dico spesso “la madre o chi per essa”. Anche l’uomo, possibilmente il compagno della madre, possibilmente il padre; non sempre il compagno della madre è il padre biologico, ma comunque il padre, putativo o naturale che sia.
Di solito intervengono anche parenti femmine perché, per cultura, elezione, natura, la donna sembrerebbe più adatta a impersonare la figura materna. Se non altro abbiamo più ciccia degli uomini, che sono ossuti, e i bambini vanno tenuti stretti fra le braccia.
Quindi il padre sicuramente, se vuole, può fare la supplenza della figura materna. Mi è rimasto impresso questo padre che incontrai in treno diversi anni fa; andavamo da Lecce verso il Nord. C’era un bambino disperato perché si era appena staccato dalla nonna; il padre lo stava riportando a Bologna dove viveva e lavorava la madre. A un certo punto andai nel loro scompartimento e trovai questo padre, un ragazzo meridionale, un uomo gentile, che si teneva questo bambino sulla punta delle ginocchia, lo teneva fermo e basta. Allora gli dissi: “Stringilo, tienilo stretto”.
È la cosa istintiva che si fa, quel contenimento su cui Winnicott si è tanto dilungato. Fino a quel momento quel giovane padre aveva sopportato questi pianti in silenzio, dopo che l’ha abbracciato il bambino si è calmato. Ecco, per dire che a volte bastano un po’ di istruzioni. In passato, sui tram, si vedevano questi uomini che tenevano in braccio i figli senza accorgersi degli sforzi che la creatura faceva per attirarne l’attenzione.
Ma i padri giovani stanno cambiando, hanno imparato guardando come fanno le mogli, le madri. La paternità è una cosa originale, da reinventare e mi pare che ci siano cambiamenti in meglio. Nel caso di coppie omosessuali?
Se sono due femmine il problema di allevare bambini piccoli non si pone. La legge italiana non lascia adottare a coppie omosessuali, vuole solo coppie eterosessuali, però se la compagna di una madre naturale fa la domanda di associarsi legalmente nella maternità, la tendenza della nostra magistratura è di dire sì. In certi paesi, come il Belgio, la legislazione prevede proprio questa possibilità per le coppie omosessuali femminili, insomma, fa la differenza sessuale.
Si tratta di un tema che sta affrontando la costituzionalista Silvia Niccolai. Lei insiste sulla necessità e l’importanza di una differenza, perché nel diritto neutro la donna ci rimette. Bisogna pertanto portare il diritto fuori da questa neutralità che poi noi sappiamo essere sinonimo di maschile.
Per quanto riguarda invece le coppie omosessuali maschili, che dire? Loro stanno tentando e si sono inseriti nella legge delle unioni civili. A mio avviso è stata una mossa incauta, perché ha creato l’opposizione dei cattolici, non solo di destra, e ha messo in pericolo tutta la legge. Io penso che, anche dal punto di vista giuridico, questa materia vada discussa in sede di legge sulle adozioni. Che in effetti va ripresa in mano, anche per altre ragioni.
Sono dell’idea che un uomo possa diventare genitore aggiunto in quanto compagno del padre naturale. Se i due partner crescono insieme il bambino o la bambina, questo è più che logico. Nel caso di due uomini che si prendono cura di un bambino o una bambina sarebbe bene che ci fosse la possibilità dell’adozione per il compagno del padre, per tanti motivi, pratici ma anche simbolici.
Perché allora dico che la mossa è stata incauta? Perché questo caso autentico è rarissimo! Intendo, il caso in cui un uomo si ritrova con un bambino piccolo di cui è padre naturale, in assenza della madre e in presenza di un compagno. Quanti sono? Dovrebbe trattarsi di un omosessuale occulto durante il matrimonio e manifesto dopo che il figlio gli è stato affidato.
La verità è che sappiamo bene che i padri omosessuali che hanno bambini propri li hanno comprati.
Questa cosa intanto è causa di conflitto sociale, ma va bene: è sempre meglio discutere piuttosto che subire le cose. Resta il fatto che c’è un’opposizione umana, civile e del diritto a questa pratica di comprare bambini.
E comunque le coppie omosessuali maschili -qualcuno mi ha accusato di omofobia perché l’ho detto- sono sterili. Altra cosa è vederle come coppie di educatori che lavorano insieme, collaborano, che si aiutano per allevare delle persone piccole. Quindi saresti per aprire l’adozione alle coppie omosessuali?
Sì. Però qui voglio tornare su un altro punto. Io mi sforzo di non ragionare esclusivamente nei termini della legge, della legalità. La quale legalità ci fa vedere il mondo delle cose da pensare diviso in obbligatorio, proibito o indifferente. Eh no!
Allora, se mi chiedono se sono favorevole a che le coppie omosessuali possano adottare, la mia posizione è che, se si tratta di femmine, non ho nessuna obiezione; l’abbiamo sempre fatto, lo fanno i mammiferi, le femmine si mettono insieme e tirano su i bambini. Per i maschi dico: “Vediamo caso per caso, di volta in volta”. Questo lo fanno attualmente i giudici per le femmine perché la legge sull’adozione non lo permetterebbe e quindi la magistratura valuta caso per caso.
Sono per questa posizione, come un invito a fare il possibile per aprire il terreno a quello che va fatto in ordine ai guadagni di civiltà nella convivenza; che non tutto insomma sia sottoposto allo schema della legge, proibito-obbligatorio-indifferente. Che quell’indifferente sia esplorato.
E qui parlo dell’essere umano nella sua interezza: ci sono cose che non sono proibite ma che non sono disponibili. Tu usi proprio quest’espressione: “non disponibile”. Puoi spiegare?
L’indisponibile. Per esempio, prendiamo il cambiare sesso. Qui non parlo dell’identità, beninteso, ma dei sessi, che sono due, maschile e femminile. L’ha deciso l’evoluzione nella notte dei tempi. Il sesso di cui nasciamo fa parte del non disponibile, fa parte della dotazione umana intrinseca ed essenziale che va accettata. Oggi i progressi della biotecnologia permettono di cambiare sesso. Ci sono persone che hanno bisogno che gli venga riconosciuta un’identità che non gli è stata assegnata o non gli corrisponde. Alcuni sono anatomicamente maschi ma non vogliono accettare di essere dei maschi, vogliono essere donne.
C’è stata una sentenza della magistratura nel giugno dell’anno scorso. L’alta corte di cassazione ha sentenziato che un uomo, anzi una trans, che non voleva più fare operazioni chirurgiche, poteva essere quello che si sentiva di essere, una donna. Siamo in una situazione in cui la biotecnologia, la tecnoscienza ci offrono delle possibilità di cui si fa un uso assennato. Purtroppo, ci sono sviluppi tali che non abbiamo più la competenza per giudicare se ci vanno bene o male. Sulla questione della gestazione per altri, molte donne giovani hanno preso una posizione diversa e hanno accusato le femministe storiche di un certo paternalismo, o meglio “maternalismo”. L’argomento era quello della prostituzione: se una donna vuole fare la gestazione per altri, perché impedirglielo?
Intanto va detto che non si tratta solo di te che fai questa scelta: c’è un altro essere umano in gioco. Alcune donne giovani in effetti hanno detto che l’aspetto commerciale è inaccettabile, ma che loro sarebbero pronte a far bambini da regalare. È la generosità giovanile; un tempo, cento anni fa, i maschi li mandavano in guerra sullo slancio della generosità giovanile.
Altre donne invece hanno proprio questa concezione della libertà fondata sulla triade proibito-obbligatorio-indifferente, che per me è la deriva della nostra cultura, perché l’indifferente va messo al mercato, dell’indifferente si può fare quel che si vuole. Io ho coniato una slogan: il liberismo, malattia infantile del femminismo! Leggendo alcuni passi delle più giovani, raccolti dalla rivista “Legendaria”, ho trovato, insieme a molte cose condivisibili, dichiarazioni che facevano sorridere, altre che facevano drizzare i capelli. Quando parlo di deriva del liberismo, mi riferisco all’eliminare tutto quello che è contrattazione interiore tra necessità, desiderio, realizzazione; non una libertà che cresce dalla libertà, ma un’offerta di possibilità indifferenziata per cui faccio questo, faccio quello…
Allora, ripeto, la generosità fa sorridere, invece questa concezione della libertà mi ha colpito. È una questione intricata.
Faccio un esempio. La legge italiana prevede che una donna quando partorisce possa non dichiarare la sua identità, quindi legalmente non sarà mai la madre. La legge dà questa possibilità per incoraggiare le donne incinte che non vogliono diventare madri a non abortire e a non abbandonare la creatura, ma a procreare in tutta sicurezza lasciando il neonato o la neonata a disposizione dell’autorità di tutela.
Ecco, una delle giovani donne intervenuta nel dibattito ne aveva fatto l’ideale di libertà, per cui lei rivendicava questa libertà di poter scegliere nel momento del parto se tenere o meno il bambino. Il che tecnicamente in Italia si può fare, interpretando però la legge con uno spirito perverso. Questa giovane donna poi non si fermava qui, voleva anche di più: la possibilità, anzi naturalmente il diritto, di indicare chi sarebbe stata la madre al suo posto.
Nel momento in cui una donna che ha partorito rinuncia a essere la madre, è l’autorità che deve tutelare la creatura. Invece lei avrebbe voluto mantenere a sé il potere decisionale di indicare la madre, configurando in effetti una maternità surrogata con una correzione importante che potrebbe renderla accettabile.
Il contratto commerciale della surrogata, nella maggior parte dei casi non prevede affatto che la donna gestante (la madre rinunciataria) possa decidere. Lei invece corregge la surrogazione e si mette in una posizione vagamente di onnipotenza,
Ma ciò che più mi ha turbato è che la donna che scrive non considera l’impegno relazionale contratto con quella creatura, i sentimenti verso questa cosa che ti accompagna per nove mesi… Non c’è nulla di tutto ciò. E questa è una cosa che agghiaccia.
Secondo una rappresentazione forse non del tutto falsa, il femminismo avrebbe compiuto quest’operazione di sradicare la retorica della maternità in nome della libertà della donna.
Ora, la retorica della maternità era sì una trappola per la libertà femminile, ma non è che fosse tutto fumo. Basta vedere cosa ha potuto ispirare all’arte. Ecco, lì ti viene un po’ paura. La donna che fa la gestazione spesso non è la portatrice dell’ovulo…
Questo, a mio avviso, è un male ulteriore che quel tipo di surrogazione porta con sé. Il sospetto è che venga fatto anche per impedire alla gestante di rivendicare la sua maternità.
Qui veramente si vede un attacco alla relazione materna.
La cosa curiosa è che ci sono paesi che consentono la surrogazione per coppie straniere a condizione che la creatura abbia materiale genetico della coppia adottante. E sai perché? Perché questa sarebbe una garanzia minima a fronte della possibilità che la creatura venga esposta a maltrattamenti, abusi gravi (sappiamo del terribile commercio di organi di bambini) o semplicemente abbandonata. Altri paesi hanno detto basta alla surrogata con stranieri, probabilmente la trovano una cosa umiliante, una specie di turismo, come quello sessuale.
Ecco, per dire le derive che si aprono; qui davvero si sente che l’umanità sta perdendo qualcosa di non secondario nella morsa fra tecnica e mercato.
Ho parlato delle posizioni assunte da persone giovani; ho lasciato da parte la categoria uomini. Alcuni uomini mancano semplicemente di fantasia, hanno una visione astratta delle possibilità, della legge, del giusto, dell’ingiusto; dicono soltanto: se si può, perché no? Si può parlare anche di un’invidia della fertilità da parte dei maschi?
Sì, gli psicanalisti o le psicanaliste la devono tirare fuori questa storia. Nella storia della psicanalisi gli studiosi hanno registrato l’invidia della fecondità femminile. Prima, col patriarcato, potevano impadronirsi di donna e bambino.
Il fatto è che la libertà femminile, che si esprime anche in questa eccellenza che è la fecondità, genera una superiorità femminile che il diritto non registra. Silvia Niccolai ragiona proprio davanti a questa contraddizione. Un mio amico, parlando familiarmente, ha commentato: “Ma volete proprio tutto! Avete il lavoro, adesso anche le cariche, presidente della repubblica, Angela Merkel, volete questo, volete quello e avete i bambini!”. Si sta creando una asimmetria ancora più sensibile. E il diritto non è preparato.
Sull’invidia dovrebbero parlarne gli uomini.
C’è un altro dato, un tema affascinante per me che mi interesso al tema della differenza sessuale. Nella transessualità, molto illuminante su questo tema, c’è una sproporzione: vogliono quasi tutti diventare donne…
Che cosa vuol dire? Potrebbe spiegarsi con un voler stare vicini, intimi della madre. Quando il bambino comincia a dire “io” e prende consapevolezza di essere maschio o femmina avviene qualcosa a danno della relazione materna. Questo qualcosa serve a rendere i maschi, come dire, più insicuri ma più autoimpositivi: si impongono, si vede all’asilo; mentre le femmine sono più placide, più sicure di sé (se non vengono rese insicure culturalmente).
Insomma, lì capita qualcosa. Ecco allora che la transessualità sembra essere più questo, un’attrazione verso il corpo materno. È un’ipotesi, poi non lo so. La virilità impone di accettare un distacco: i maschi escono dal continuum materno. C’è questo continuum materno madre-figlia e loro ne vengono esclusi. Si introducono con lo sperma, nel continuum.
Volendo dar credito a certe mitologie, ma anche alle tracce archeologiche, oggi sappiamo che da un certo momento in poi in varie aree della cultura mediterranea cominciarono a comparire dei falli. In Sardegna si nota di più perché come monumento avevano una cosa che assomigliava a una vagina, con l’acqua, ecc. Ecco, a un certo punto cominciano a comparire falli. E questo mostra che quando i maschi hanno capito che servivano a qualcosa, in questo prodigio di cui erano capaci le femmine, è esplosa in loro una grande euforia e contentezza! Così sono partiti… e non si sono più fermati!
(UNA CITTÀ n. 228 / 2016 febbraio)
dal 24 magglio al 8 luglio 2016
Galleria Otto Zoo Via Vigevano 8 – Milano http://www.ottozoo.com
Inaugurazione 23 maggio ore 18,30
Otto Zoo presenta la prima personale in una galleria italiana del nuovo corso di ricerca di Marion Baruch: Mancanza / Here and where. A cura di Francesca Pasini.
Nella sua lunga carriera artistica Marion Baruch (Timisoara 1929) si è dedicata con intensità all’arte relazionale, sociale, firmandosi con lo pseudonimo Name Diffusion.Nel 2012 trova una nuova forma lavorando con un materiale inedito, che trattiene però una relazione simbolica con il sociale. Per creare le sue figure usa, infatti, gli scarti delle macchine che tagliano i modelli destinati all’alta moda e al prêt-a-porter. Così un materiale, destinato alla discarica, viene riportato in vita attraverso l’arte.
In questi frammenti di stoffa, a volte trasparente, a volte compatta, vuoti, stati di mancanza, lampi di memoria, si accompagnano a figure astratte, forme geometriche, linee grafiche sottili e perfette. Marion Baruch fa di questo accumulo indistinto il proprio linguaggio. Osservando attentamente gli scarti sceglie l’orientamento che trasforma un residuo di stoffa in una figura. Da una mancanza espressiva appare il segno di Baruch e il legame con la pittura, la scultura, il disegno e la memoria, che la porta in dialogo con altri artisti amati: Lucio Fontana, Melotti, Beuys, Klee, Robert Morris e molti altri ancora.
La tensione concettuale s’intreccia a quella relazionale, attraverso l’invito a guardare dentro i vuoti dell’esperienza, simbolizzati dal materiale, e a collegare la vita personale all’arte. E’ un invito leggero come sono le sue opere, facilmente trasportabili, non pesano, si adattano a ogni spazio, dal museo alla parete di casa. Assecondano la vita di Marion Baruch e di chi le guarda. L’emozione passa agli occhi e alla tattilità a cui ogni tessuto allude.
La mostra alla galleria Otto Zoo è una retrospettiva di lavori bidimensionali e tridimensionali nati dagli scarti dei tessuti. Mr Horror (l’eternelle retour), realizzato nel 2015 subito dopo gli attacchi terroristici di Parigi, rappresenta un nevralgico punto di arrivo: la figura delinea, infatti, il gesto della cancellazione. Ci sono inoltre le opere che, attraverso il titolo, richiamano l’affinità elettiva con Eva Hesse, Agnes Martin, Kurt Schwitters, il legame con l’architettura dei teatri, le espressioni classiche dell’arte: Paysage, Peinture, Sculpture, con grafia francese a ricordo di una delle sue molte patrie.
Marion Baruch è nata a Timisoara (Romania) nel 1929. Ha vissuto a lungo a Parigi tra 1990/2010. Attualmente vive e lavora a Gallarate (Varese).
Il lavoro recente è stato esposto nel 2013 al MAMBO di Bologna a cura di Francesca Pasini e al MAMCO di Ginevra a cura di Nathalie Viot. Nel 2014 a “Mars”, Milano. Nel 2015 all’Università del Melo – Teatro del Popolo di Gallarate e al Kunstmuseum di Lucerna, a cura di Noah Stoltz. A Settembre 2016, parteciperà a “L’Adresse du Printemps de septembre à Toulouse”, a cura di Christian Bernard. Alcuni suoi lavori degli anni ’70 sono attualmente esposti alla Triennale di Milano all’interno di W. Women in Italian Design. Nel 2017 farà parte della collettiva al Turner Contemporary di Margate (UK), a cura di Karen Wright.
Sette fotografe mediorientali raccontano la vita delle donne dall’Egitto all’Iran, passando per la Palestina: immagini e parole in cui l’artista è parte integrante della narrazione
Roma, 14 maggio 2016 – Rawiya in lingua araba significa “She Who Tells a Story”, “Colei Che Racconta Una Storia”. Queste parole acquistano un senso se collegate all’idea che ne è alla base: l’esistenza di un Collettivo composto da sette donne mediorientali, fotografe, ciascuna delle quali elabora un metodo artistico di narrazione di una storia. Il loro racconto assume le forme di un “nuovo documentario” in cui la telecamera è assente ed è sostituita dalla fotografia, così come la voce narrante lascia il posto ad una componente testuale scritta.
Si tratta di una strategia narrativa che nasce dall’intreccio della componente visuale a quella scritta ed ha ad oggetto la rappresentazione di scene di vita in cui la protagonista è quella femminilità che fa fatica a venir fuori attraverso un prodotto informativo standard. L’aspetto visivo si fa testimonianza di una realtà femminile, dei paesi arabi e dell’Iran, alla quale le fotografe hanno un accesso più semplice e diretto in quanto loro stesse donne.
A coloro che domandano alle fotografe se l’essere donna costituisca una limitazione al loro lavoro, rispondono in modo negativo, poiché in un contesto come quello mediorientale l’ingresso ad esempio nelle case o nei giardini o nelle scuole femminili o nelle palestre sarebbe loro negato se fossero uomini. La metodologia usata da loro sul campo di lavoro è quella dell’osservazione partecipante, propria delle scienze sociali ed umane, che prevede la presenza sul luogo, l’osservazione e la partecipazione della fotografa a quanto sta avvenendo nel contesto da fotografare: dunque, donne che partecipano alla vita quotidiana di altre donne, scegliendo di fissarne dei momenti particolari.
Il Collettivo raccoglie donne di diversa provenienza, Egitto, Giordania, Libano, per testimoniare la diversa condizione femminile nei vari paesi arabi. Ciascuna di loro, vivendo e lavorando sul campo, si fa portatrice di una visione particolareggiata che tiene enormemente conto della dimensione geopolitca del concetto di donna.
In concreto cosa fanno queste donne? Si rifanno al genere documentaristico, producendo un tipo di narrazione per immagini fotografiche allo scopo di descrivere il costume femminile in Medio Oriente e Iran e i rapporti delle donne con altre donne e con i loro figli, nonché il loro status all’interno del gruppo.
Tanya Habjouqaè una delle fotografe e cofondatrici di Rawiya. Nasce in Giordania e cresce in Texas. Ha una formazione giornalistica ed è specializzata in scienze sociali. Attualmente vive a Gerusalemme Est con suo marito, un avvocato palestinese, e i loro figli. I suoi lavori si concentrano essenzialmente sulla rappresentazione della donna palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Fa parte dell’agenzia fotografica internazionale “Panos”, oltre che del Collettivo Rawiya.
Ha fotografato le donne nei momenti della vita quotidiana, dal matrimonio, alla nascita, passando per momenti più ludici, quali una festa di diploma all’interno di una scuola superiore palestinese, l’esibizione di majorette, giovani ballerine fotografate in una scuola di danza, l’abbigliamento scelto dalle ragazze per un matrimonio, ma anche foto che restituiscono la gestualità e il suo significato all’interno di un rapporto madre e figlia.
Queste descrizioni visive spaziano dalle occasioni più semplici della quotidianità a momenti più formali e rituali che illustrano la figura femminile, la maniera di porsi nei confronti di una macchina fotografica, accompagnata da un maggiore o minore grado di disinvoltura o soggezione (nel caso di quelle più anziane e velate). I soggetti sono donne di ogni età alle quali corrisponde una diversa ricostruzione per immagini. Ogni scatto è accompagnato da un commento-spiegazione della scena e da riferimenti personali al soggetto della foto.
Tanya nelle sue raccolte, come ad esempio “Occupied Pleasures”, decide di non lasciare spazio all’esperienza del dolore, è come se fosse assente dalle vite. Ma si tratta di una precisa scelta stilistica orientata a fornire l’esempio di una femminilità che sceglie il lato positivo e sano della vita, che sorride, si prende cura del proprio corpo attraverso la danza, che dedica tempo ai figli, ma allo stesso tempo è una voce che conquista uno spazio e rilevanza sociale ed è capace di incidere sul costume di un popolo. I lavori artistici di Tanya Habjouqa affrontano la questione del gender, dell’alterità, del corpo e del folklore femminile, attraverso una narrativa visuale alternativa rispetto al modo in cui i media mainstream dedicano attenzione a questi temi, specie se legati all’area mediorientale.
Il progetto narrativo della Habjouqa “Occupied Pleasures” ha ricevuto il supporto della Magnum Foundation, fondazione indipendente legata al mondo della fotografia con sede a New York ed ha ricevuto il premio “World Press Photo”. Il passo finale è stato quello di trasformarlo in un libro fotografico ad opera di Foto Evidence Press meno di un anno fa, che lo Smithsonian Institute, tra i più prestigiosi musei americani, ha definito uno dei migliori libri fotografici del 2015. Il lavoro di Tanya Habjouqa rientra nelle collezioni del MFA di Boston, dell’Institut du Monde Arab, e del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh. Inoltre è un’insegnantedell’Arab Documentary Photography Program, organizzato dalla Magnum Foundation. Tra i suoi lavori vi è “Ladies Who Rally”, che offre un esempio chiaro del tipo di percorso che ha intrapreso attraverso il modello di donna da riprodurre, ma anche “Women in Gaza” è altrettanto illuminante.
(Nena News, 14 maggio 2016)
Eternità relativa
Francesca Pasini
Triumphs and Laments – un progetto per Roma. Ecco la super processione di William Kentridge. Grandi graffiti, nero-grigi, emergono dalla pulitura delle pietre attraverso delle maschere. Vanno da Ponte Mazzini a Ponte Sisto. Si riconosce il tratto dei disegni di Kentridge nei molti video di animazione e nei grandi progetti di scenografie teatrali. Il fatto di lavorare in negativo, lasciando il nero fumo accumulato dal tempo e dall’inquinamento come materia sostituiva del carboncino, aggiunge significato politico. La storia siamo noi, sembra dire Kentridge. Non c’è immagine che non vada incontro all’usura, al cambiamento, al viraggio del colore, a un’eternità relativa. Questi disegni torneranno a sprofondare dentro la patina che piogge, vento, automobili, polveri sottili depositeranno.
Diceva Fontana: «ogni opera è destinata alla morte, eterno è il gesto». Il gestodi Fontana alludeva al taglio, ai buchi, alle ceramiche, alla luce di Wood, al neon che scendeva le scale della Triennale e ora occhieggia tra le finestre del Museo del Novecento a Milano. Il gesto di Kentridge è dentro la lettura della storia: quella personale, quella del suo paese, il Sud Africa, e quella di un Occidente che è lui a selezionare e ibridare ai frammenti passati e presenti. La storia in Kentridge non è mai separata dal sentimento della storia stessa. E così sul Lungotevere, nel giorno dei Natali di Roma, dopo dodici anni di attesa, e di tenacia di Kristin Jones ideatrice dell’associazione Tevere Eterno, arriva in scena l’eternità relativa.
Ricordo che Kentridge, per la proiezione sullo schermo tagliafuoco del teatro La Fenice di Venezia (2008), mi aveva detto che la «fragilità della coerenza» era il motore del circolare dissolversi di quelle figure. Una situazione analoga coinvolge le figure tiberine: la lupa, i papi, la morte di Pasolini, i bombardamenti, Anita Ekberg nella Dolce vita, la Danza della Morte, bandiere, stendardi, oggetti quotidiani: tutto entra nelle processioni dei suoi arazzi. La fragilità, disegnata per i video Breathe, Dissolve, Return, è oggi la materia stessa delle figure. Un’intuizione disponibile per tutti: è fragile come la storia perché trionfi, lamenti, dolori non sono stabili. A volte la memoria stinge. Come nelle sue figure. C’è, però, un’altra fragilità in prima pagina: quella contemporanea dell’esilio, delle processioni di profughi. Il colore dei disegni sul muro ha l’opacità dei volti ammassati e indistinguibili che si sporgono dalla cornice dei telegiornali.
Le figure sono grandissime. Quando si è sotto, è difficile avere una visione d’insieme. Ci risucchiano. Mentre dalla riva opposta del Tevere appaiono nella maestosità di un fregio che consola nella sua interezza. Non c’è gloria, c’è la relatività umana. La classicità si percepisce solo un attimo, vince la sorpresa di una Storia che sprofonda nell’immagine interna di ognuno – lamento o trionfo che sia.
La congiunzione tra questa struttura di giganteschi disegni d’animazione, e il teatro delle ombre con il quale Kentridge ha scritto la sua storia artistica, avviene nelle sere del 21 e 22 aprile. Una processione performativa si è sovrapposta a quella disegnata, mettendo in movimento i graffiti attraverso la propria ombra ingigantita. La musica di Philip Miller che cadenza il cammino delle processioni (una procede da Ponte Mazzini; l’altra in senso inverso, da Ponte Sisto) è la chiave che sposta la vicenda storica dentro il teatro individuale. Miller compone la sua musica in contatto con le melodie di Salomone Rossi (Mantova 1570-1630), attorno al salmo 137 del Libro dell’Esodo, alle quali aggiunge le voci esplosive dei canti degli schiavi dell’Africa Occidentale, le canzoni popolari del sud dell’Italia, i canti di battaglia dei guerrieri Zulu.
Il dramma di genitori e figli, fratelli e sorelle – a volte insieme, a volte separati – che s’incamminano trascinando i loro minimi averi, si snoda tra le figure simbolo della città eterna. Una bandiera sbrindellata, una bicicletta, arnesi, fagotti. Tutto in bianco e nero – tranne piccoli fuochi colorati che brillano tra un passaggio e l’altro. Sono i costumi dei gruppi di performer, che passano davanti alle luci disposte sul terrapieno del fiume, a proiettare l’ombra sui muraglioni – ingigantendola.
L’emozione è grandissima, le rive del fiume sono pienissime, tutti partecipano con meraviglia, commozione, attenzione. Molto silenzio. Il fiume diventa un teatro naturale, con applausi precisi. Rapisce il ritornello «la nostalgia è vivere la piena delle onde e non avere patria nel tempo», tratto da Die Frühen di Rainer Maria Rilke (1922): a legare la musica storica dell’esodo ebraico al rumore multietnico di oggi. L’invito è a guardare, ascoltare ciò che avviene dentro ciascuno di noi: per avvicinarci a ciò che si muove nel presente, a ciò che ci tocca dal passato.
Tutto questo Kentridge lo mette in pratica sempre, nell’arte come nelle relazioni. Alla cena in suo onore, come al solito, al suo tavolo ci sono tutti i collaboratori: la moglie, il padre, la figlia con il marito e il loro bambino. Ringrazia tutti, uno a uno. Padre-figlia-nipote, dice, sono venuti per testimoniare dentro il progetto per Roma la sua storia personale. Anche Kentridge ricorda una migrazione interna: il nonno e il padre, di nascita inglese, sono stati personalità di spicco in Sud Africa nella lotta contro l’apartheid.
Alla Galleria Rumma di Milano e al MACRO di Roma sono visibili i magnifici disegni preparatori, alcuni trasformati in maschere imponenti per realizzare le figure sul Tevere. Una decina di essi campeggiano sulle pareti della galleria Rumma: il panorama è veramente superbo. E soprattutto c’è la possibilità di assistere alla processione e alla musica andate in scena sul Tevere, su una serie di schermi che scivolano l’uno sull’altro. Un’installazione perfetta, da non perdere.
di Paola Rosa Adragna
Per la prima volta in Italia il San Camillo indice un concorso per assumere due dirigenti di Ostetricia e Ginecologia che che siano pronti ad applicare la legge
ROMA – Due nuovi ginecologi non obiettori varcheranno la soglia dell’ospedale San Camillo di Roma. La Regione Lazio ha indetto un concorso specifico per assumere due medici dirigenti di Ostetricia e Ginecologia che applichino la legge 194 sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e il primo ha già preso servizio. Per la prima volta in Italia un ospedale mette a bando due posizioni “blindate”, per tutelare il servizio e garantire alle donne il rispetto del proprio diritto di scelta.
Il caso. “Nel Lazio – spiega il presidente della Regione Nicola Zingaretti – è stata compiuta una vera e propria rivoluzione. Tenendo conto del numero sempre in aumento degli obiettori di coscienza, ma soprattutto per contrastare la piaga dell’aborto clandestino, abbiamo operato in questi anni per garantire alle donne il diritto di interrompere la gravidanza senza nessun pericolo per la loro salute”. Malgrado la legge sia entrata in vigore nel 1978 e sia stata confermata da due referendum popolari, tuttora esistono problematiche nella sua applicazione.
I dati. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute 7 medici su 10 sono obiettori e l’interruzione volontaria di gravidanza è praticata nel 60% delle strutture. Ma associazioni come Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) o Vita di Donna denunciano una realtà diversa. La stessa che ha portato il Consiglio d’Europa ad accusare l’Italia di discriminare medici e operatori che non hanno optato per l’obiezione di coscienza.
Per esempio nelle 16 strutture laziali che forniscono il servizio IVG – solo 5 delle quali eseguono anche aborti terapeutici – i medici non obiettori compiono in media 4 interruzioni a settimana a testa, contro una media nazionale dell’1,6. Senza contare che le donne che scelgono di abortire si imbattono in liste d’attesa che vanno dagli 8 ai 20 giorni se l’interruzione è di tipo chirurgico.
La pillola Ru486. L’aborto farmacologico ancora fatica a prendere piede, nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità lo indichi come metodo da preferire entro le 9 settimane di gravidanza. A parte il San Camillo, che da gennaio di quest’anno ha effettuato 216 IVG tramite la pillola Ru486, la media nelle altre 8 strutture è di circa 35. “E pensare che in Francia – spiega la dottoressa Giovanna Scassellati, responsabile del Day Hospital-Day Surgery 194 del San Camillo – è un metodo molto diffuso. Il farmaco viene somministrato dal medico di base, sotto la supervisione dell’ospedale”. E i vantaggi sono tanti: per la donna, che non deve sottoporsi a un intervento, e per i medici, che vedono diminuire il flusso di pazienti.
L’assunzione di due nuovi medici non obiettori si inserisce in un quadro di miglioramento delle condizioni di lavoro della categoria, ma soprattutto in un percorso di tutela sempre maggiore della donna e del suo diritto di scelta, sancito dalla 194. “Interrompere una gravidanza è un evento difficile per qualsiasi donna – conclude Zingaretti – e le istituzioni hanno il dovere di garantire la giusta assistenza”.
Elisabeth Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, Trad. di Simone Buffa di Castelferro, Castelvecchi 2015 Euro 22
Elisabeth Gaskell, già acclamata autrice di Cranford, viene richiesta dal padre di Charlotte Brontë affinchè scriva la biografia della figlia scomparsa nel 1855. Elisabeth, cara amica di Charlotte, parte così sulle tracce di quanti l’avevano conosciuta; viaggia in Inghilterra e in Belgio, raccoglie materiale e notizie e trae dalle ricerche un importante insieme di lettere, colloqui, osservazioni, che ci restituiscono momenti della sua storia e del suo ambiente. Privilegiando gli aspetti più personali, Elisabeth Gaskell ricrea la vitalità e la profondità della grande scrittrice vittoriana, svelando i lati meno conosciuti del suo carattere tormentato e introverso.
Charlotte Brontë nasce a Thornton, Yorkshire, nel 1816, terzogenita fra cinque sorelle e un fratello; rimasti orfani di madre nel 1821 crescono con il padre Patrick Bronte, laureato a Cambridge, poi reverendo nella Canonica di Haworth, villaggio isolato nella brughiera. I bambini crescono indipendenti; sono dotati per il disegno e per la scrittura e per il teatro. Nel 1924 Elisabeth e Mary, le due figlie maggiori di 9 e 10 anni, messe a studiare al Clergy Daughters School moriranno a causa di una educazione e un trattamento crudeli; anche Charlotte e Emily di 8 e 6 anni, conosceranno la stessa scuola e ne usciranno a malapena. Charlotte studierà poi a Roe Head, da Miss Wooler; qui contrarrà amicizie con le quali intratterrà per sempre rapporti epistolari. In seguito studierà a Bruxelles. Le ragazze Brontë sono povere non particolarmente belle, un grande matrimonio non è certo possibile, la carriera letteraria non è sufficiente, è quindi necessario trovare un lavoro che le renda indipendenti. Charlotte sarà governante per molti anni. Segue anche la sua passione letteraria e nel 1847 riesce a pubblicare Jane Eyre; nello stesso anno vengono pubblicati Cime tempestose di Emily e Agnes Grey di Anne. Nel 1848 Il fratello, ottimo pittore misconosciuto, muore alcolizzato e oppiomane, nello stesso anno le sorelle muoiono di tubercolosi. Charlotte rimane sola alla canonica, dove il padre, malato agli occhi, è seguito e aiutato dal Curato Arthur Bell Nichols, che sarà per un anno solo suo marito, poiché lei morirà per un’infezione mentre aspettava un figlio. Sono di quel periodo la pubblicazione di Shirley e Villette.
(www.libreriadelledonne.it, 13 maggio 2016)
di Laura Minguzzi
Care tutte,
ho letto su Metro la notizia che in Ucraina sono stati aperti gli archivi, coperti finora dal segreto di Stato, a proposito del disastro nucleare di Chérnobyl’ del 30 aprile 1986 ed ho ripensato all’incontro che ha avuto luogo al Circolo della rosa l’8 ottobre 2002 con la scrittrice e giornalista Svetlana Aleksiévich, insignita del Premio Nobel per la letteratura nell’ottobre 2015. All’epoca ricordo che in italia Svetlana Aleksiévich era conosciuta solo dalle, dagli addetti al lavori e pochi altri, fra cui io stessa appassionata di letteratura russa e dintorni e di politica delle donne. L’incontro promosso dalla Libreria delle donne e da Maria Nadotti riguardava il suo saggio-romanzo corale “Preghiera per Chernobyl” (edizioni e/o 2002). Dopo avere ricevuto il riconoscimento mondiale del Nobel sono state tradotte e pubblicate tutte le opere della scrittrice e giornalista di origine bielorussa. Le più recenti sono “Tempo di seconda mano” (Bompiani 2014), “La guerra non ha un volto di donne”,(Bompiani 2015) e “Gli ultimi testimoni” (Bompiani 2016). Ripropongo di seguito la prima parte del report dell’incontro tratta dall’Archivio del sito della Libreria.
LauraMing.
Svetlana Aleksiévich – UNA PREGHIERA PER CHERNOBYL’
Circolo della Rosa, 8 ottobre 2002
UNA PREGHIERA PER CHERNOBYL’ INTERVISTA ALL’AUTRICE E PRESENTAZIONE DEL LIBRO (a cura di Serena Fuart e Laura Minguzzi)
Martedì 8 ottobre 2002, La Libreria delle donne- Circolo della Rosa ha ospitato Svetlana Aleksievich autrice del libro Preghiera per Chénobyl’
L’incontro si è svolto in due parti. Inizialmente la scrittrice è stata intervistata da un cronista di Rai Tre, inviato per conto della trasmissione “Le oche di Lorenz”, un programma di cultura scientifica. Le domande poste dal cronista a Svetlana Aleksievich hanno tratto spunto da alcuni passi del suo libro, per poi incentrarsi principalmente sull’argomento dell’esplosione del reattore. Durante la seconda parte dell’incontro la scrittrice si è dedicata ai presenti, tra i quali Maria Nadotti, e ha raccontato il percorso personale e culturale che l’ha spinta a scrivere Preghiera per Chérnobyl’, quinto lavoro di una serie di libri riguardanti la cultura e la politica russa.
Una catastrofe senza precedenti, senza nessun escluso
I temi emersi dall’intervista, riguardante il disastro di Chérnobyl’, fanno riflettere sul fatto che siamo in presenza di una tragedia che si può definire come una nuova forma di guerra mondiale. E’ una sorta di morte invisibile che è ovunque, è pervasiva, e porta ogni giorno nuove vittime. La scrittrice esordisce paragonando questa tragedia alla guerra in Afghanistan. Nel caso della guerra in Medio Oriente, le persone che riuscivano a scamparvi potevano considerarsi sopravvissute, quindi salve. Nel caso di Chernobyl’ non si può certo dire la stessa cosa: le tragiche conseguenze arrivano solo in seguito, mentre si ignorano il momento e la forma in cui si manifesteranno. La gente, riferisce l’autrice, vive aspettandosi di venir colpita da forme tumorali e leucemiche d’ogni tipo, oppure da diverse affezioni più o meno conosciute che colpiscono polmoni, fegato, reni, per non parlare delle malformazioni genetiche. Si può ormai dire che lo scoppio del reattore ha determinato lo sconvolgimento della realtà e il rivoluzionamento delle vecchie concezioni. A questo evento nessuno era preparato, le conoscenze scientifiche e mediche offerte dalle autorità governative alla popolazioni non erano sufficientemente esaustive per fornire risorse con le quali si sarebbe potuto fronteggiare il fenomeno. Sul governo grava la colpa d’aver lasciato tutti all’oscuro sulle potenzialità e pericolosità dei reattori nucleari, macchiandosi inoltre di comportamenti irresponsabili nei riguardi di tutti gli uomini che furono incaricati di arginare le radiazioni dopo l’esplosione, creando il cosiddetto sarcofago (l’involucro che ha racchiuso il reattore costituito da sabbia e cemento). La scrittrice dice di aver incontrato molte di queste persone segnate da un destino che non li avrebbe risparmiati dalla morte imminente. Ognuna di esse, riferisce Svetlana Aleksievich, pur nella consapevolezza delle loro malattie mortali, le ha riferito di non essere affatto pentita d’aver partecipato a quella missione suicida, con la quale l’Europa ha avuto salvezza. Il sottotitolo del libro è “Cronaca del futuro”. L’autrice usa questa frase per esprimere quanto questa catastrofe abbia sconvolto irreversibilmente la realtà russa, portando nuovi modi di concepire il bene e il male e provocando un danno che non ha ancora finito di produrre le sue conseguenze, tanto che ancora si deve capire come arginarlo e contenerlo. Questo è un lavoro che verrà portato a compimento solo in futuro essendo tuttora in corso indagini volte a cercare di sanare il sanabile, ed evitare che si ripetano tragedie simili. Svetlana Aleksievic racconta di come la popolazione sia stata colta alla sprovvista, e di come questa abbia reagito d’istinto non trovando, nelle sue conoscenze, repertori comportamentali adatti a fronteggiare la situazione. Le donne narrano d’aver visto nei loro orti corpi luminescenti di colore rosso che sparivano il giorno successivo. L’atmosfera di quei mesi sembrava quasi surreale: mentre si disponeva l’evacuazione di intere città, oppure quando si lavavano le strade e le case, quando si rimuoveva lo strato superficiale del terreno contaminato per seppellirlo poi nella profondità dello stesso suolo. Atroce e disumano è stato il provvedimento (proprio inevitabile?) preso per gli animali, per i quali è stato previsto lo sterminio; si è trattato di una decisione che ha scosso la coscienza di tutti, che in quel momento hanno potuto sentire tutta l’inimicizia dell’essere umano nei confronti della natura. Dolorosi i racconti dei bambini che, dovendo scappare dalle proprie case, soffrivano per l’abbandono dei loro amici animali che non potevano seguirli…Sono il frutto dell’illusione di un infantile pensiero occidentale le opinioni, oggi diffuse, per cui l’esplosione del reattore riguarda esclusivamente il popolo sovietico, e comunque si tratta di qualcosa che ormai riguarda il passato. Abbiamo invece a che fare con una catastrofe che riguarda proprio tutti: non si può ignorare infatti che la nube radioattiva arrivò in fondo all’Africa dopo solo quattro giorni. E’ chiaro che tale illusione è un modo per sfuggire ad una nuova realtà che tutti noi, purtroppo, non siamo ancora in grado di affrontare.
(www.libreriadelledonne.it, 13 maggio 2016)
di Paola Mammani
Ho avuto un moto di incredulità di fronte al recente discorso di Papa Bergoglio che ha utilizzato l’immagine della gioventù e della madre, di una giovane madre, per evocare accoglienza, rispetto per la vita e speranza, il sogno di un Europa che non c’è. E che ha definito nonna l’Europa che c’è, stanca e invecchiata. E fin qui possiamo concederglielo, può anche darsi che una nonna sia stanca ed invecchiata, ma che il Papa continui delineando un’Europa “non fertile e vitale”, i cui ideali “hanno perso forza attrattiva”, pare un grave sbaglio, quasi un’offesa, per le nonne, s’intende. Utilizzare le età della vita delle donne come metafora di un qualunque altro accadimento umano, mi pare uno dei tanti giochi linguistici possibili, ma utilizzare il declino della fertilità biologica femminile per alludere a una situazione di degrado della politica, mi sembra un errore grossolano da parte di un uomo che fino ad ora ha stupito per la fresca potenza del suo linguaggio semplice e benevolente. Gli sarebbe mai venuto in mente di evocare la sterilità o l’impotenza di un nonno affetto dai classici problemi di invecchiamento maschile, per denunciare la sterilità e l’impotenza dell’attuale classe politica che determina le sorti dell’Europa? Eppure sarebbe stato altrettanto sgradevole, ma certamente più appropriato, se non altro per il sesso prevalente di tali governanti.
Un vero peccato che di fronte all’indomita vitalità di donne che in età avanzata ancora provvedono ad accudire giovani e anziani, che spesso danno un contributo economico a figli e nipoti e in mille altri modi mostrano una “fertilità” e una “forza attrattiva” di non poco conto, vi sia stato un tale sciagurato utilizzo del nome. Nella semplice, dolce familiarità del nome “nonna” è compresa niente di meno che la madre di mia madre. Si tratta di genealogia femminile, di una potente forza materiale e spirituale assieme. Averla usata come metafora di declino e decadenza non fa onore a Bergoglio. Quel che ha detto con l’aria pacata e inoffensiva del nonno, è la solita solfa – la donna vale solo in quanto madre – con una nuova ed inusitata aggravante: occorre che possa continuare ad essere madre, per avere valore, perché se anche è stata madre, come è ovvio sia accaduto a una nonna, il fatto che sia invecchiata e non possa più avere figli, gli consente di associarla disinvoltamente a “un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice”. Un vero obbrobrio. Chi lo farà notare a Papa Bergoglio? A partire da queste poche righe, qualcuna più grande di me, più vicina di me al mondo di questo Papa, farà un passo ulteriore per fargli arrivare notizia di tanto sconcerto? Per fargli intendere che quel che ha detto è stato un vero peccato?
(www.libreriadelledonne.it, 13 maggio 2016)
Chi siamo
di Snoq Libere
Noi tutte proveniamo dalla straordinaria esperienza della mobilitazione del 13 febbraio 2011. Alcune di noi l’hanno organizzata e convocata con l’appello Se Non Ora Quando?, grido che risuonò quel giorno in tante piazze italiane, fra cui spettacolare quella di Roma: Piazza del Popolo. Altre hanno aderito in seguito, attratte dalla novità. Il messaggio lanciato quel 13 febbraio, infatti, innovava rispetto alla tradizione del femminismo. Era trasversale: rivolto a tutte le donne, al di là delle differenze politiche, culturali, religiose e di generazioni; non era ostile agli uomini e sosteneva che fare il bene delle donne faceva bene all’Italia.
Anche le campagne successivamente lanciate da Se Non Ora Quando contro il femminicidio, contro i licenziamenti in bianco, e per il 50 e 50 hanno tutte raggiunto l’obiettivo.
Abbiamo deciso di dar vita a Libere quando ci è sembrato che Se non ora quando, rifluendo dentro i più noti recinti della tradizione femminista di sinistra, stesse perdendo quei caratteri di novità che l’avevano reso così attrattivo.
Ci chiamiamo Libere perché la libertà femminile è La Notizia!
La libertà femminile ci dice: non esiste l’Uomo con la U maiuscola che assimila a sè il sesso femminile e lo riduce a una variante insignificante per l’umanità. L’umanità neutra dell’Uomo con la U maiuscola è stata una potente finzione costruita sulla oppressione delle donne.
La libertà femminile ci dice che la realtà è fatta di due sessi. E questa realtà chiede di essere rappresentata, simbolizzata e fatta vivere in tutti gli ambiti.
La libertà femminile è, perciò, la trasfigurazione di un destino oscuro e opprimente in una visione nuova: un mondo fondato e abitato da due, pari ma differenti. E questa irriducibile differenza, opponendosi a qualsiasi visione uniformante, introduce in modo stabile la cultura della differenza nelle idee e nella nuova visione del mondo e diventa la più profonda e solida garanzia che le altre differenze (di orientamento sessuale, di etnia, ecc.) vengano accolte e rispettate.
La libertà femminile è oggi di nuovo minacciata dalla cultura del neutro, che tende a considerare inessenziali, e dunque modificabili ad opera della scienza e della tecnica, le differenze tra donne e uomini: un futuro non troppo remoto, annunciato dalla pratica, adottata anche in alcune scuole italiane, di non identificare più i genitori degli allievi come padre e madre, bensì come genitore 1 e genitore 2.
Noi non pensiamo che ribadire l’esistenza di donne e uomini significhi prescrivere modelli di comportamento per ciascun sesso. Significa piuttosto, recuperare la ricchezza della storia passata e presente che non si lascia racchiudere negli stereotipi e dare forma a identità ricche e varie. Una donna che pilota un aereo, che va sulla luna, che ama un’altra donna, che si ritira in clausura, che mette al mondo figli, è sempre una donna così come un uomo che cura la casa, che fa il maestro d’asilo, che ama un altro uomo, che inventa una formula matematica, sempre un uomo è. L’umanità è duale e su questo fondamento ogni individuo è libero di costruirsi la sua identità.
Vogliamo cambiare…
Noi vogliamo cambiare lo stato di cose esistente e vogliamo che a questo processo di cambiamento partecipino anche gli uomini: le questioni che vogliamo affrontare riguardano anche loro, perché la differenza di cui parliamo è il nostro comune differire. Che noi vogliamo far vivere. Insieme.
Dobbiamo scoprire insieme come fare perché il cambiamento che ha scardinato il vecchio ordine sia davvero cambiamento e non una gattopardesca illusione.
Riprendiamoci la maternità!
C’è un modo per garantirsi dai cambiamenti illusori: non nascondere la propria differenza, rivendicando sempre la più grande potestà a noi concessa, quella di dare la vita. Solo nel corpo di una donna una vita può farsi in due. Occorre dunque che le donne si riprendano la maternità, rivendicando il fatto straordinario di avere un corpo “differente” da quello maschile, perché capace di farsi in due.
Una nuova frontiera!
Per la prima volta nella storia la maternità può essere vissuta dalle donne come un’esperienza totalmente diversa dal passato. Il rapporto con il corpo e le sue modifiche, la pesantezza e anche il sacrificio di una parte di sé sono una scelta, un atto di libertà. Ma, perché tutto ciò si realizzi davvero, la società deve mettere al centro la libertà delle donne di poter fare i figli senza rinunciare alla propria affermazione sul lavoro e senza dover portare da sole il carico di una vita che si fa in due. Occorre allora che il lavoro per due, maternità paternità e cura dei figli, diventino finalmente priorità della cultura, della politica e della società.
Condivisione prima di tutto…
Condivisione è la parola di oggi e di domani, perché ci tocca condividere il mondo con le sue bellezze, con i suoi mali e sofferenze, le sue sfide e speranze. Cominciamo da adesso, lanciando la sfida alla politica, alla società, alla cultura per una società di pari e differenti, accogliente verso i bambini, che considera maternità e paternità, non “perdite di tempo”, ma incancellabili fondamenta di ogni speranza futura, e che cancelli la violenza e la sopraffazione nelle relazioni tra donne e uomini.
CHI SIAMO (associazione Se non ora quando Libere):
Per maggiori informazioni il nostro contatto è: info@snoqlibere.it
In nota al testo Se non ora quando Libere maggio 2016
A questo testo di Snoq Libere manca qualcosa.
Lo pubblichiamo volentieri perché molte di noi, forse tutte, ne condividono le idee. Queste idee hanno avuto principio con Carla Lonzi e con altre femministe di quegli anni, e da allora sono vive grazie alle pratiche politiche originali del femminismo. La genealogia femminile ci rende reciprocamente riconoscibili, la fedeltà alle pratiche ci rende riconoscibili nella vita politica e culturale. Ed è così che tante cose (non esclusa la mobilitazione del 13 febbraio 2011) sono state possibili e il movimento delle donne continua a esprimersi con forza. (La redazione del Sito della Libreria delle donne)
(www.cheliberta.it, maggio 2016)
di Bia Sarasini
RICORDI . Rosetta Stella, tra libertà femminile e impegno a sinistra, è scomparsa il 10 maggio. Oggi a Roma i funerali (ore 11, chiesa gotica del Lungotevere Prati)
Lo diceva sempre, Rosetta Stella. Sono studiosa di teologia, ma non sono una teologa. Ora che se ne è andata all’improvviso, il 10 maggio, sono queste sue parole che mi tornano alla mente. Ora che il lutto pubblico richiede di tratteggiarne il ritratto, ne incontro subito l’arte di sottrarsi alle definizioni, di spiazzare e sorprendere. Una caratteristica che le è sempre appartenuta, che fa parte del suo stile di femminista. Perché pur nel rifuggire dalle etichette e dalle appartenenze Rosetta Stella è stata una protagonista del femminismo italiano.
Parto dall’ultimo dei suoi progetti, la «Scuoletta per un uso politico della teologia», di cui era la «guida», con Gaia Leiss e insieme a Claudio Vedovati, due anni di incontri regolari per riflettere sul presente a partire dalle antiche parole della Bibbia e del Vangelo. Fedele a quanto aveva scritto in D’un tratto. Del tutto. Una femminista alle prese con Dio (Marietti, 2002), in cui aveva raccolto articoli e saggi pubblicati su «Il Manifesto», «L’Unità», «Noidonne» e varie riviste, tra cui «Bailamme», diretta da Romana Guarnieri, incontro importante: «Mi è successo di incrociare Dio. E così mi sono scoperta a fare teologia, mio malgrado, come donna non di scuola».
E insieme ricordo il «Gruppo del mercoledì», che ho condiviso con lei e con Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Stefania Vulterini, gruppo che da nove anni, dal 2007 interviene su femminismo e politica, fa proposte a tutte e tutti, come il documento La cura del vivere. Mi piace ricordare in particolare, di questo lavoro comune interrotto ora così brutalmente, il «Manifesto per la sinistra», pensato da Rosetta in occasione delle elezioni politiche del 2008, con un «no» alla malinconia che oggi commuove. E gli altri libri, testimoni del suo lavoro di intellettuale femminista, studiosa della differenza sessuale incrociata alle forme del cristianesimo, soprattutto cattolico. Divagazioni sul tema del «Noli me tangere» (2010),Sopportare il disordine. Una teologia fatta in casa (2006), Sul Magnificat (2001), tutti pubblicati da Marietti. E ancora, «Balena», il gruppo nato ai tempi della guerra in Kosovo, contro la Missione arcobaleno, con il motto «mai più sole davanti alla tv», (con, tra le altre, Maria Luisa Boccia, Gabriella Bonacchi, Maria Rosa Cutrufelli, Manuela Fraire, Laura Gallucci, Marina Graziosi, Paola Masi, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi) un lavoro che confluì in DWF (n.47, 2000) Stanche di guerra.
Da quando nel 1982 Rosetta Stella aveva partecipato con passione all’undicesimo congresso dell’Udi di cui era dirigente, quello che aveva sciolto l’organizzazione strutturata dell’Unione Donne Italiane, a favore di una nuova forma leggera e libera dai vincoli partitici, la sua attività politica era stata nei gruppi, questa particolare forma della politica privilegiata nei femminismi italiani. Sono stati la sua attività e il suo impegno, quella a cui ha dedicato una creatività libera, fantasiosa, spesso ironica e tagliente, mai banale. Nel 1991 una sua donazione sostenne l’uscita di Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano, partecipando alle attività per lungo tempo. Una vita che si è intrecciata per lunghi anni con quella di Luciana Viviani, insieme presero posizione pubblica a favore della regolamentazioni delle unioni omosessuali.
Eppure una cartografia, come ora via via si disegna sia pure incompleta, non rende ragione della sua presenza, e del vuoto che emerge ora, anche per me che scrivo. Non per i suoi affetti, il marito Sergio, il nipote Giovanni, il piccolo amatissimo Vihas, non per chi ha incrociato con lei passioni politiche. Chiudo questo primo ritratto con le sue parole, da Noli me tangere, in cui, sono convinta, dice anche di sé: «Se è vero che Gesù ha privilegiato gli uomini soprattutto nella e per la predicazione (…) è anche vero che, seppure a volte ma non sempre, in misura più nascosta, ha poi privilegiato le donne nella e per la rivelazione di sé, servendosi di loro per farne occasione di insegnamento e portandole ad esempio da seguire per salvarsi. Per questo forse, le donne sono più testimoni che predicatrici, più profete che sacerdoti».
(il manifesto, 12 maggio 2016)
di Laura Fortini
È questo un tempo storico e una stagione del vivere in cui il senso di desertificazione del presente e la sua mancanza di significazione coincidono con la scomparsa di una donna come Rosetta Stella e allora ci si sente ancora più perse, perché la sua mancanza repentina fa percepire d’un tratto tutta intera la difficoltà di trovare parole utili per continuare a pensare la contemporaneità, del cercare di sondarne l’opacità spessa e impervia. Rosetta Stella è stata compagna di strada di molte e molti sempre a partire da una posizione di differenza e di libertà femminile e femminista, capace ogni volta di nuovi cominciamenti, non ignorando però lo strazio del corpo e della sua materialità pura e semplice, che, invece, ha continuato a tenersi accanto, sia con il pensiero che nella sua scrittura.
Con la sua mente acuta e vigile, capace di nessi impensati e parole nuove pure se muovevano da tempi e questioni antichissime, è stata tra le prime a intraprendere la strada dell’interrogazione del rapporto con il divino che è sì in ognuna e ognuno di noi, ma che ha istituzioni, simboli, rappresentazioni con cui interloquire con attenzione e senso profondo del loro significato. Come nel caso del bellissimo libro da lei dedicato al Magnificat (Marietti 2001), commentato rigo per rigo da quante e quanti Rosetta ha chiamato a riattraversare la grandezza semplice di Maria, la madre dallo sguardo amoroso che autorizza a vivere, da magnificare e indagare nei suoi molteplici modi di riconoscere l’avventura imprevedibile della relazione, quella con il figlio e insieme, al tempo stesso, quella con se stessa, imperniata sulla gioia del riconoscere il proprio canto.
Senza inutili infingimenti, senza superflui abbellimenti Rosetta ha saputo coniugare con magistralità sapiente nella sua scrittura e nella sua vita l’interrogazione con l’altro da sé per eccellenza, il divino, e lo ha fatto con gioia e con grazia davvero incarnata: la sua figuretta svelta e snella, la sua risata, la voce e gli occhi attenti e sorridenti hanno reso ogni occasione di incontro irripetibile. Alcuni fotogrammi ce la restituiscono meravigliosamente nel film di Nadia Pizzuti dedicato ad Angela Putino (Amica nostra Angela, 2012) , mentre insieme a Luciana Viviani ride, chiacchiera, gode della compagnia delle amiche del gruppo napoletano di cui fece parte Angela Putino.
Godere della sua imprevedibile e splendidamente unica persona è stato privilegio grande, ma possiamo continuare a farlo grazie ai suoi bellissimi libri, interventi sparsi, articoli apparsi anche sul Manifesto. Perché Rosetta ha avuto la capacità grande di praticare la difficile arte dell’incontro, dell’amore amicale e colloquiale di tutti i giorni, anche impaziente, a volte, anche rude, ma sempre teso all’essenziale e insieme al vanitosissimo e vanesio inessenziale dei suoi splendidi piedi, di cui andava così fiera.
L’essenziale e l’apparentemente inessenziale in lei non sono andate mai disgiunti, perché il tempo del pensiero e dello scrivere non può esistere senza il tempo delle risa e della gioia, dell’amore e della vita, delle invenzioni quotidiane che ognuna/o mette in atto per vivere, cercando di fare della propria vita un’opera con un proprio disegno, unico e irripetibile.
Come ha fatto Rosetta, che ancora pochi mesi fa ha scelto di interloquire con le voci «Dio» e «Anima» del Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile di Alice Ceresa (pubblicato da Nottetempo nel 2007 a cura di Tatiana Crivelli) in forma di lettera. Inessenziale che Ceresa, la sua interlocutrice, sia scomparsa nel 2001: essenziale, invece, interloquire con lei e con il suo pensiero e farne momento di confronto e rilancio, perché le questioni che stanno a cuore a entrambe stanno ben al centro della contemporaneità, ovvero quanto e come Dio e Anima siano forme e immagini di un simbolico che pone le donne in una situazione di ineguaglianza (Ceresa), quanto e come l’eccedenza femminile possa andare oltre e significare altro, qualunque sia la sua valenza (Stella). Spudorate entrambe, dalla loro comune spudoratezza abbiamo ancora molto da imparare.
(il manifesto, 12 maggio 2016)
di Rosetta Stella
Cara Alice,
capisco che forse è sconveniente ma devo proprio discutere con te. Tu non tieni in nessun conto il bisogno semplice di cui sono portatori e portatrici gli esseri umani di dare un nome, un senso, un significato a ciò che eccede la pura materialità, e questo è vero tanto quando parli di Dio che quando parli dell’anima. È indifferente che questo bisogno sia di carattere materiale o immateriale o sia dovuto alla paura. In ogni caso non c’è motivo di deriderlo. A che serve farlo? A che serve spiazzare quel bisogno dicendoci che siamo fatti di niente? Dirci che è solo la paura che ci spinge a lavorare di immaginazione? È questa la vera domanda che voglio farti: «A che ti serve»? Certo ci facciamo una risata, ma dove ci porta?
Mentre invece se il bisogno c’è, e c’è, prendendolo in considerazione e facendolo lavorare, la condizione umana dà un nome a quello che eccede l’essere semplicemente un protozoo, e questo nome è, ed è stato «Dio», declinato in mille forme. Tu lo racconti nella tradizione giudaico cristiana, perché è noi che vuoi prendere in giro. Noi, che anche senza volerlo dire continuiamo a «nominare» questo Dio di cui saremmo immagine.
È da femminista a femminista che ti parlo: è da femminista che ho bisogno di lavorare sull’eccedenza, perché altrimenti è la mia condizione di donna che non trova spazio. Ho bisogno di lavorare sull’eccedenza per fare spazio per me: e di tutto quello che mi viene offerto come lavoro sull’eccedenza faccio uso e abuso, perché mi serve allo scopo. Quindi, anche se rido con te, non posso che discutere alla radice la tua posizione. E dirti che, nel mio essere creatura umana a pieno titolo, è nel mio interesse profittare di tutto quello che il pensiero umano è riuscito a concepire in termini di narrazione, invenzione, fantasia produzione, mito, religione – non scartare niente, non buttare via niente, e quindi neanche Dio – se mi serve a poter dire: libertà, salvezza, bene, amore. Me stessa insomma.
Tu scarti, dici: «è errore, è errore!», io faccio l’opposto: recupero e recupero. Tra l’altro con lo stesso spirito spudorato.
Ciao, a presto, Rosetta Stella
__________________
[dal volume «Abbecedario Ceresa. Per un piccolo dizionario della differenza», in corso di pubblicazione per le cure di Laura Fortini e Alessandra Pigliaru nella collana della Società Italiana delle Letterate «Mnemosine» per la casa editrice ebookwomen di Bologna]
(il manifesto, 13 maggio 2016)
Lettera di invito a LabMi/2, 10 maggio 2016
A cura di Sandra Bonfiglioli, Bianca Bottero, Maria Bottero, Emilia Costa, Ida Farè, Stefania Giannotti, Laura Minguzzi.
Cos’è successo il primo giorno di LabMi il 9 aprile 2016?
Care amiche ed amici, il 9 Aprile di questo anno abbiamo aperto LabMI con una lettera d’invito che si trova sul sito della Libreria delle Donne, libreriadelledonne.it
La prima giornata è stata bella, a volte aspra. Numerose sono state le donne presenti, abbiamo dialogato sui temi della lettera d’invito, abbiamo fatto un’azione di laboratorio, una mappa. Cioè, abbiamo redatto, su una carta topografica di Milano, una mappa degli spostamenti quotidiani di Laura Minguzzi – si era offerta di partire dal suo personale modo di abitare – nel corso di una settimana per tre tipi di attività: 1-ragioni di vita; 2- lavoro per il mercato; 3- lavoro volontario/cura di sé e cura del mondo.
In questo esercizio abbiamo utilizzato il secondo testo breve che ha introdotto il lavoro. E si sono rivelate simbolicamente efficaci le quattro parole di sintesi: libertà limite bellezza salubrità .
Nella giornata di avvio, il 9 aprile, tutte/i noi presenti siamo state/i al gioco che era scritto nell’invito, con ironia e intelligenza. Ci pare che la nave sia stata varata. E ora andiamo a navigare. Ci sono anche delle skipper tra di noi che conoscono i venti.
Abbiamo scelto una postura radicale.
In quella prima lettera è espressa una scelta radicale sulla postura che desideriamo assumere. Essa è il punto di convergenza di pensieri che ognuna delle promotrici ha svolto nel passato.
La scelta è radicale nel senso metaforico di radice che può affondare profondamente nel terreno dove è nato e continua agenerarsi il pensiero politico delle donne: l’esperienza del mondo in corpore vivo che, nella fattispecie di LabMi, è l’ esperienza di abitare. Parliamo della nostra personale esperienza di vivere in relazione con altri/e, in primis fra donne e uomini che è la differenza generatrice di tutte le altre, come abitanti dei/nei luoghicostruiti, caratterizzati da ambienti fisici, storie, paesaggi, civiltà e culture.
La postura esige un metodo di lavoro originale e appropriato
Approfondire l’esperienza personale di abitare è un posizionamento e un metodo.
Non è un percorso individualistico perché “essere in presenza viva di/con altri corpi” è un tipo di relazionecon il mondo mediata da altri esseri umani; è il modo di abitare di tutte le donne del/nel mondo. Posizionarci lì, qui, in questo frangente del mondo, comporta vedere me stessa e le altre; comporta comprendere quell’universale antropologico e degli esseri viventi dove la stessa configurazione del vivere si declina diversamente in ogni persona del creato.
I luoghi dove abitiamo sono i precipitati fisici di tutto ciò che è accaduto prima di noi e sono l’eredità che le nostre madri e i nostri padri ci hanno lasciato. Per usarla.
La città è un ciclope di pietre e regole e tecnicismi e personalità e interessi che hanno l’autorità della tradizione e della forza. In coerenza con la postura che abbiamo preso, noi in LabMi, decliniamo il concetto di città come l’insieme dei luoghi dove abitiamo. E con questo intendiamo rendere omaggio a Corrado Levi, un architetto e un artista, perché è lui che una sera qui in Libreria lo ha sussurrato. E noi abbiamo pensato: giusto! capisco, è utile.
Abbiamo forza e capacità sufficienti per avanzare nel lavoro?
Come possiamo pensare di avere la forza e la capacità di mettere mano alla città in assenza di strumenti analoghi a quelli che già possiede?. La nostra forza è la visione alimentata dai desideri di libertà nell’attuale mondo che vede il declino di tutte le civiltà che lo abitano. La nostra forza è anche la postura generatrice di sguardioriginali che mettono in relazione al contempo il dentro e il fuori di noi. E’ una buona posizione perché appare credibile che una nuova civiltà che già si annuncia sarà frutto al contempo di nuove istituzioni (qui rendiamo omaggio a Simone Weil), cioè di nuovi beni comuni, e di spostamenti interiori sui valori fondanti nuove forme di convivenza. Forse non abbiamo ora, all’inizio, la forza di entrare subito nell’arena urbana degli interessi costituiti e lì negoziare la nostra parte di accesso ai beni comuni, la nostra parte di libertà. Questa è stata la strategia delle tradizione politica moderna. Ma noi possiamo guardare oltre questa tradizione.
Una critica severa è venuta a questa nostra postura.
La lettera partirebbe da una posizione astratta. Perché rifiutare la logica delle discipline e il lavoro professionale che nel campo del progetto urbano è a volte eccellente? Si vuole assumere una posizione che si rischia sia ideologica, poverista, iscritta ancora nella logica piccolo è bello? Questi sono stati i termini della critica.
E’ utile essere consapevoli che la postura che assumiamo non è quella disciplinare dell’architettura, urbanistica, sociologia, ingegneria o altro ancora. E’ una scelta politica. Ma ci sono altre specifiche ragioni. Quasi tutte le donne che propongono LabMi sono state formate o sono accademiche del Politecnico di Milano. Questo fatto dovrebbe rassicurare che il dibattito sulla città è noto a molte di noi e anzi abbiamo a lungo partecipato ai dibattiti che hanno messo a problema un profondo rinnovamento disciplinare dell’urbanistica e dell’architettura. Riteniamo che ci siano validi motivi per non partire dalle discipline. Cerchiamo questi motivi.
Il primo motivo è che non ci sarebbe riflessione davvero comune fra noi donne e uomini su temi che già sono stati messi a problema dalle discipline. I lessici disciplinari sono chiusi al linguaggio comune con il quale si esprimono gli abitanti, cioè quello che vogliamo essere noi in LabMi e che possono essere chiunque entri. Non occorrono titoli e competenze per partecipare.
Cosa possiamo dire in LabMi sui temi o problemi del paesaggio, della salubrità dell’ambiente, sui trasporti dell’area metropolitana lombarda in divenire, sul riuso delle aree dismesse, sui problemi di sostenibilità degli insediamenti regionali a bassa densità, sul consumo di suolo, sugli spazi pubblici, sulle piste ciclabili e la mobilità lenta, sulla sicurezza, sulla speculazione edilizia, sulla decisione partecipata, sulla rinaturalizzazione della città, sulle periferie? possiamo certo aggiungerci al coro, scandalizzarci, spostare una interpretazione che non ascolta la nostra voce, ribadire ciò che desideriamo, scegliere una partigianeria. C’è già chi ci lavora e bene.
Il secondo motivo è che le discipline del progetto urbano non hanno bisogno di noi e quando noi avremo bisogno di loro, esse sono facilmente accessibili.
Occorre saperle interrogare e trovare gli/le studiosi, progettiste, ricercatori e ricercatrici che hanno davvero voglia di ascoltare e rispondere. In mezzo c’è un lavoro faticoso di metabolizzazione della domanda nei propri quadri mentali. A Jane Jacobs, che dagli anni 60 in Usa e poi nel mondo, ha ispirato molti sguardi trasversali nell’urbanistica, i suoi critici dicevano che non aveva basi teoriche, le sue pensate erano azioni domestiche, questioni di donne. Ricorda la concezione di donnette di Manzoni. Noi ci posizioniamo nella stessa logica di Jane J. Il movimento di donne “tempi della città” e le donne raccolte nel circolo Vanda, presso il Politecnico, sono partite dall’abitare e non si sono vergognate di partire da sé. Al contrario, hanno dato valore all’esperienza della vita quotidiana. Che è il luogo, lo spazio e il tempo propri dell’abitare delle donne. E il Laboratorio Abita, pure al Politecnico, ha messo al centro della sua riflessione con la sua rivista Housing i modi e il progetto dell’abitare nella città.
In breve, non esiste l’intenzione di essere estranee alle discipline, semplicemente non vogliamo partire da lì. Né guardare nella stessa logica e nella stessa forma di razionalità che le ha strutturate. Una forma di razionalità è un modo di concepire le cose del mondo e di noi stesse. E noi ci concepiamo diversamente, soprattutto in questo luogo della Libreria alla quale intendiamo rendere omaggio e dove alcune di noi ci sono da sempre. Avremo modo di parlare a lungo di queste cose.
Molte cose accadono in Italia e nel mondo che riguardano la trasformazione della nostra civiltà e, assieme, delle città.
In Italia ci sono circoli di donne, già in rete come Le città vicine , ben rappresentate dal lavoro di Anna di Salvo e Mirella Clausi e le altre, alla quali rendiamo omaggio, che lavorano da anni sulla trasformazione della città. I loro testi sono nella nostra bibliografia di LabMi. Esistono circoli di donne in tutto il mondo che fanno analogamente. Abbiamo incontrato n volte in Europa queste donne anche in seminari promossi da Vanda. Queste azioni si collocano nella tradizione politica moderna della quale si diceva. Qualcosa di nuovo è successo recentemente a Roma nel marzo 2016 nella conferenza annuale della Città Vicine. Qualcosa di nuovo è successa a Paestum nel primo grande incontro su Primum vivere nel 2012. Qualcosa di nuovo è successo in Libreria con la chiusura della rivista Via Dogana e l’apertura della fase VD3; in Mag animata da LoredanaAldegheri ; in Mediterraneo Sociale animato da Salvatore Esposito e Adriana Maestro; nel lavoro delle Vicine di Casa a Mestre e di Sandra De Perini e le altre; nel progetto di Annarosa Buttarelli che parte dal suo testo Sovrane si respira un’aria diversa da prima. In tutti questi casi si sente spirare uno zefiro nuovo, s’intravvede una postura che si sporge dalla tradizione e va oltre nel mondo, dentro al mondo come è dato qui e ora. Si può pensare a questo nuovo zefiro come l’apertura di una fase costituente (ma dove?). Cos’è una fase costituente se non un semplice nuovo posizionamento su temi noti dove si può annunciare la trasformazione necessaria degli assetti vicini e lontani per ospitare e sostenere nuove convivenze? E gli assetti nuovi si vedono così chiaramente da parte di coloro che hanno preso la giusta postura. Ne abbiamo avuto un esempio sul tema dell’utero in affitto. Dopo anni di silenzi, di parole dette in qualche occasione non in pubblico, improvvisamente, ecco kayros che si manifesta, è risuonato un gong e alcuni accadimenti quasi sincroni si sono messi in risonanza: la postura e i concetti trovati da Luisa Muraro in Libreria, le donne a Parigi. Fatto. Ne parleremo ancora ma il silenzio, che non era assenza ma lenta meditazione, è terminato.
Nuove forme di convivenze è una questione abitativa. Su questo possiamo lavorare pertrovare le paroleche la mettano a problema e la rendano trattabile.
Dagli anni 70 si va costruendo la nuova città contemporanea ma è un percorso senza orizzonte.
Dagli anni 70 ad oggi le città e il progetto urbano sono stati oggetto di una quota assai rilevante degli investimenti mondiali. Negli alloggi privati sono stati gli stessi abitanti che hanno rivoluzionato gli spazi interni, spostando muri, abbattendo pareti, risanando cantine e sottotetti, piantando fiori sui balconi, manutenendo le case. In Europa sono stati eseguiti progetti anche di grande portata culturale e civile: la riqualificazione della Ruhr; la ricostruzione di Berlino dopo la caduta del muro; la riqualificazione dei centri storici delle città della Germania dell’Est dopo la riunificazione; le diverse fasi dei progetti di Barcellona;EuroLille alla convergenza delle nuove prime reti di treni veloci fra Bruxelles, Parigi e Londra; i progetti urbani di Lione e Marsiglia; la Grande Biblioteca di Parigi e i nuovi musei e parchi come La Villette; le reti di nuovi tram che riconnettono parti separate della città ; il progetto di regolazione temporanea della circolazione a Besanconne. E altro in tutta Europa e in Usa. Per non parlare delle città in Cina, in Medio Oriente, in India. Ormai più del 50% della popolazione mondiale abita in città.
L’alloggio per una popolazione mondiale mobile attratta dall’offerta del mercato del lavoro mondiale, le forme temporanee di presenza nei luoghi di flussi di popolazioni riaprono il tema dell’abitazione e delle sue tipologie edilizie. Ma soprattutto aprono il tema davvero nuovo di come stanno vicini popoli che non vogliono integrarsi e non ci sono neppure le risorse per farlo.
In breve, c’è troppa roba già al fuoco. Manteniamo la posizione, diventiamo una comunità che apprende, e avremo da dire buone cose.
Cosa facciamo in LabMi/2 il 10 maggio in Libreria.
La pratica di mappare i modi personali di abitare.
In LabMi/2, il 10 maggio riflettiamo assieme sul risultato della nostra prima mappa, per migliorarla. Si può migliorare molto, moltissimo. Sappiamo che lavoriamo con scarsi mezzi tecnici, in uno spazio non pensato per essere un laboratorio di materiali anche fisici. Ma l’esercizio di agire nei confini di un limite fa parte dello stile di LabMi. Quante cose belle abbiamo scritto e maneggiato sul tavolo di cucina? Anche brutte, non è una garanzia. Siamo costrette a pensare più a fondo, a vedere con gli occhi della mente il modo di abitare di Laura, a rappresentarlo adeguatamente, a trovare le parole pernarrarlo. Laura è qui, presente a/con noi. Ecco ciò che nessun laboratorio attrezzato può fare: disporre, della presenza di colei che sola può dire che senso hanno le nostre valutazioni. E lo può fare perché valuta i nostri argomenti conoscendo, solo lei, l’insieme di circostanze, di storie, di cose della sua vita che si addensano attorno agli scarsi segni della mappa del suo vivere.
Il pensiero scientifico moderno dal ‘600 ha posto a fondamento della sua forma di razionalità, l’osservabilità oggettiva di dati metrici (anche la geometria è una metrica). Le scienze umane moderne, fra le quali tenta da molti anni di iscriversi l’urbanistica, hanno assunto questo fondamento in modo più profondo e sistematico di quanto le comunità scientifiche hanno potuto fare con altri fondamenti. LabMi intende non agire in questo modo. La ricerca di senso per pensare a nuovi modi di abitare, che è il compito che ci siamo date, nel nostro pensiero avviene per narrazione di un’ esperienza viva che si mette in dialogo con altre esperienze vive. Non c’è nulla da inventare, occorre solo imparare a vedere i modi di abitare che già sono in atto, mescolati con tante cose che li oscurano alla percezione. E comprendere con il cuore oltre che con la mente, che contengono l’idea di una nuova civiltà che ci piace.
Costruiamo assieme la bibliografia di LabMi
Costruiamo assieme la genealogia di LabMi.
Costruiamo assieme il nostro spazio web per buttarci dentro materiali.
Costruiamo assieme l’agenda di settembre, magari partendo con un importante avvenimento di apertura pubblica di LabMi?
di Franca Fortunato
Dopo la fiction su Lea Garofalo arriva sugli schermi televisivi la storia di Felicia Bartolotta, madre di Giuseppe Impastato ucciso dalla mafia siciliana il 9 maggio 1978. Lea e Felicia, due donne di generazioni diverse, figlie del loro tempo, anche se in modo diverso, hanno spezzato la catena dell’omertà e della complicità delle donne nel mondo mafioso e immesso in esso l’imprevisto del desiderio femminile di non sottostare alle leggi degli uomini di mafia. Prima di Felicia c’era stata Franca Viola, un’altra siciliana, che nel 1966 ad Alcamo aveva rifiutato il “matrimonio riparatore” e mandato in galera il suo violentatore, appartenente ad una famiglia mafiosa.
Chi era Felicia Bartolotta Impastato? Lo racconta lei stessa in un’intervista del 1986 ad Anna Puglisi e Umberto Santino del Centro Peppino Impastato di Palermo. Felicia nasce a Cinisi il 24 maggio del 1915. Frequenta le scuole fino alla terza elementare. Il padre, impiegato comunale, e la madre, casalinga, non sono mafiosi. Quando nel 1947 sposa Luigi Impastato sa che lui e la sua famiglia sono mafiosi e che durante il fascismo lui era stato mandato al confino per tre mesi, ma non pensava a “mafiosi così orribili”. «Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo». «Ero ragazzina e andavo sentendo qualche cosa, e andavo capendo qualche cosa». «Io non capivo proprio che cosa significa questa mafia, questa delinquenza». Una volta sposata, subito «ci fu l’inferno». Il marito «attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava» ma lei in modo deciso gli ripeteva: «Stai attento perché gente dentro non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre. Può essere chiunque, anche mio padre, non faccio entrare nessuno. E dentro la mia casa non veniva mai nessuno». Il vero inferno entra nella casa di Felicia quando Giuseppe, ancora studente alla scuola superiore, comincia a fare politica, diventa comunista e poi comincia a parlare contro la mafia. Felicia sarà sempre dalla sua parte, d’accordo con lui, e cercherà fino alla fine di proteggere quel figlio che non ne voleva sapere di non parlare e scrivere contro i mafiosi e la mafia. «Giuseppe, guarda, io sono pure contraria alla mafia. Non lo vedi che tuo padre è così, stai attento, figlio. Mio marito lo capiva che io ero d’accordo con mio figlio». «Giuseppe parlava di soverchierie, di ingiustizia. Io dicevo, hai ragione, figlio, ma è inutile che se ne parla». Poi Giuseppe durante un comizio disse: «Abbasso la cosca mafiosa». Da allora i mafiosi cominciarono a minacciare suo padre e questi la moglie. Nel 1978 Giuseppe si candidata alle elezioni nelle liste del Psiup. Felicia per paura non va ai suoi comizi. «Io lo chiamavo e gli dicevo, non parlare della mafia. Lasciali andare, questi disgraziati». «Lo so che mi devono ammazzare», le rispondeva Giuseppe. Felicia non riuscì ad impedire che il marito cacciasse il figlio di casa perché «parlava di mafia», ma continuò a sostenerlo e di nascosto lo faceva entrare in casa. «Prima mio marito non accettava che Peppino era comunista. Ma all’inizio lui non parlava contro la mafia. Poi ha accettato che era comunista. Poi ha cominciato a parlare di mafia e lui non lo tollerava. Diceva, fai il comunista, però non rompere l’anima con la mafia. In un primo tempo l’ha buttato fuori. Mio figlio veniva, gli preparavo il bagno, sempre di nascosto da lui. Si faceva il bagno, si metteva i vestiti e se ne andava. Veniva a mangiare da me, sempre di nascosto. Mangiava e se ne andava». Lei sa che i mafiosi lavoravano “pacifici” per ammazzarlo “perché suo padre” lo aveva buttato fuori. Il padre, poi, per alcuni mesi, se ne andò in America per “punire” la famiglia e “dare soddisfazione a Badalamenti”, mandate dell’assassinio di Peppino. «Qua dentro questa casa non ci posso stare, diceva, vergogna!». «Ma quale vergogna? I tuoi figli non è che hanno rubato, non è che hanno ammazzato, non è che hanno fimmini tinti (donne cattive). Perciò quale vergogna hai? Non ci disse dove andava, lo sapevano i mafiosi e suo fratello». Tornò richiamato dai mafiosi e dopo pochi mesi morì, era il 19 settembre 1977. Peppino rientrò in casa e continuò la sua attività politica fino al suo assassinio. Dopo la sua morte, mentre il fratello Giovanni raccolse il suo testimone, iniziando a fare comizi, Felicia ruppe ogni rapporto con i parenti del marito. Non pensò alla vendetta come i mafiosi “si aspettavano”, ma per proteggere l’altro figlio, Giovanni, decise di parlare lei ai magistrati. «Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, e insomma non mi possono fare come possono fare a te». Accusò Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi, dell’omicidio del figlio. Si chiuse in casa e si rifiutò di uscire, mentre il paese la isolò. Al processo, dopo aver tentato di fare passare Giuseppe come un terrorista, venne riconosciuta la matrice mafiosa di quell’assassinio, ma nessuno venne condannato, per mancanza di prove. «Vogliono le prove, e queste prove chi glieli dà. Solo mio figlio poteva sapere chi fu che l’ammazzò». Felicia non partecipò mai alle manifestazione in ricordo del figlio, ma non cessò di chiedere giustizia e di battersi per essa. «Vorrei essere più giovane, che io partirei, andrei ai comizi, andrei a Palermo per le manifestazioni, sarei la prima». Ai giovani ha sempre detto: «Continuate». Un monito che le donne, venute dopo lei, vissute in un tempo diverso dal suo, hanno colto e portato avanti a modo loro, per sé e per le proprie figlie e figli, fino a perdere la propria vita.
Felicia Bartolotta Impastato è morta il 7 dicembre 2004 all’età di 88 anni, dopo aver fatto condannare all’ergastolo, nel 2002, l’assassino del figlio. A me e a tutte quelle che hanno a cuore la libertà femminile non resta che dirle GRAZIE, in attesa di vedere su Rai 1 la fiction televisiva a lei dedicata.
(Il Qutotidiano del Sud, 9 maggio 2016)
di Valentina Parisi
Svetlana Aleksievich, «Gli ultimi testimoni», da Bompiani. Gli ex bambini-soldato, intervistati decenni dopo dalla scrittrice russa, restituiscono faticosamente un’immagine dell’invasione nazista in cui il senso di perdita prevale su ogni griglia interpretativa
«In mezzo alla gioia di una nazione che ha pagato duramente il diritto di proseguire la costruzione del socialismo, c’è – tra tanti altri – questo buco nero: la morte di un bambino nell’odio e nella disperazione. Nulla, neppure il comunismo a venire riscatterà questo». Così Jean-Paul Sartre nel settembre 1962 in una lettera indirizzata a l’Unità aveva replicato alle accuse di vuoto preziosismo formale rivolte da Ugo Casiraghi all’Infanzia di Ivan, il primo lungometraggio di Andrej Tarkovskij, Leone d’oro quello stesso anno a Venezia. Incrociando le lame con chi aveva scorto nel film un mero tradimento estetizzante al canone del realismo socialista, il filosofo parigino dimostrava di averne colto appieno la profonda valenza eversiva, certo non riducibile al solo livello stilistico. La vicenda tragica dell’orfano dodicenne Ivan, staffetta partigiana ed esploratore per l’Armata Rossa, scardinava infatti la narrazione eroica della Grande Guerra Patriottica fino ad allora in auge, introducendovi temi scomodi ed eppure ineludibili come la dimensione traumatica dell’esperienza bellica e i costi sociali e umani del conflitto. Nel contempo, l’adozione di una prospettiva infantile, estranea alle categorizzazioni astratte dell’età adulta, consentiva una immersione panica nell’hic et nunc della guerra, spalancando un vero e proprio vaso di Pandora di immagini oniriche e spunti lirici difficilmente conciliabili con i cliché ufficiali.
Che il punto di vista dei bambini fosse la vera pietra d’inciampo sul tracciato di un discorso fossilizzato e unilaterale che nel corso dei decenni si era rivelato sempre meno in grado di includere i racconti dei protagonisti in carne e ossa, lo dovette intuire anche Svetlana Aleksievich, la quale nel 1985 diede alle stampe un intero volume costituito esclusivamente da frammenti di interviste con semplici cittadini sovietici che, all’epoca dell’invasione nazista, avevano dai quattro ai quattordici anni. Gli ultimi testimoni, ora edito da Bompiani nella traduzione di Nadia Cicognini (collana «Overlook», pp. 320, euro 19,00), prosegue idealmente la ricerca di uno sguardo differente sul conflitto, già intrapresa dalla giornalista bielorussa con La guerra non ha un volto di donna, tradotto sempre per Bompiani l’anno scorso da Sergio Rapetti. Volume che, oltre a un’indubbia contiguità cronologica (varie peripezie editoriali fecero sì che uscisse anch’esso nel 1985), condivide con Gli ultimi testimoni anche il presupposto secondo cui determinati soggetti – donne e bambini, per l’appunto – sarebbero estranei non solo all’altisonante narrazione mainstream elaborata dagli uomini combattenti e vittoriosi, ma anche alla guerra in quanto tale, in virtù di una loro, per così dire, fisiologica e innata immunità. Se quest’ultima asserzione, alla luce attuale del reclutamento di bambini-soldato in tante parti del mondo, può essere comodamente relegata nel novero delle pie illusioni, d’altro canto resta prezioso lo sforzo di Aleksievich di documentare l’ottica di coloro che, all’epoca, fronteggiarono la guerra completamente sprovvisti (o quasi) di quell’armamentario ideologico-concettuale che consentì agli adulti, bene o male, di conservare una parvenza di integrità psichica.
Al contrario infatti dei veterani che, come scrive Catherine Merridale nel suo Ivan’s war: Life and Death In The Red Army, erano in genere capaci di imporre un ordine alla propria esperienza bellica, articolandola in termini accettabili per se stessi e per gli altri, gli ex bambini ascoltati a distanza di decenni da Aleksievich retrocedono faticosamente al loro io di un tempo per restituire una immagine della guerra dove il senso della perdita totale di ogni punto di riferimento razionale o affettivo prevale su qualsiasi griglia interpretativa sovrapposta a posteriori.
Le pagine migliori del libro sono proprio quelle in cui la dimensione individuale del trauma riemerge in quella stessa allucinata gamma simbolica che spinse Sartre nel 1962 a coniare per L’infanzia di Ivan la categoria inedita di «surrealismo socialista». Contrassegnato da quelle scelte stilistiche che ricorreranno poi in tutta l’opera a venire della Aleksievich (su tutte, l’«invisibilità» dell’autore che si limita a orchestrare le voci raccolte), Gli ultimi testimoni risulta particolarmente convincente proprio in virtù del contrasto tra l’esemplarietà delle situazioni che si ripresentano pressoché invariate da un intervistato all’altro e l’unicità dello sforzo necessario a ognuno per articolare il proprio dramma privato. Malgrado il ripetersi di motivi onnipresenti (il primo giorno di guerra, la partenza del padre per il fronte, l’allontanamento dall’ambiente domestico, la morte di uno o di entrambi i genitori), l’evento traumatico attorno al quale ruota ciascun racconto non può infatti che restare strettamente individuale. Da qui la potenza spesso lancinante di questa sequenza di voci che non si compongono in un coro, ma interrogano singolarmente lo spazio vuoto della perdita e del lutto secondo una modalità cui allude anche il sottotitolo dell’edizione rivista del 2007, «Assoli per voce bianca».
Il lutto non si identifica qui solo con la scomparsa delle persone care, bensì anche e soprattutto con la perdita di una parte di sé, di quello che avrebbe potuto essere e non è stato – in una parola cioè dell’innocenza. La cesura incolmabile che la guerra introduce tra il «prima» e il «dopo» acquista una sua particolare pregnanza nelle tante storie degli orfani traumatizzati che hanno dimenticato il loro cognome o, addirittura, il loro nome. «Nella nostra casa per l’infanzia c’erano undici Tamara: Tamara Ignota, Tamara Sconosciuta, Tamara Anonima, Tamara Grande e Tamara Piccola. Così le avevamo chiamate». Oppure: «Venticinque anni dopo la fine della guerra ho ritrovato la mia unica zia sopravvissuta. Mi ha chiamata con il mio vero nome e per tanto tempo non sono riuscita ad abituarmi. Quando mi chiamavano, non rispondevo». Se l’oblio preserva dal trauma, d’altronde rende anche impossibile ricongiungersi con il proprio io di un tempo: sintomatica è, per esempio, la storia del bambino che non riconosce più il padre tornato dalla guerra e, sconvolto dalla sua improvvisa apparizione, è costretto ad accertare sui documenti l’identità di quell’«estraneo».
Altrove, il ritorno alla normalità sembra, almeno apparentemente, più agevole e si lega in genere alla riscoperta dell’esperienza del gioco, a volte con gli oggetti «nemici» che i padri portano a casa come trofeo dalla Germania («Non riuscivo a capire come potessero essere tanto belli i giocattoli tedeschi»), ma più spesso con granate inesplose trovate per terra che conservano intatto tutto il loro oscuro potenziale distruttivo. La stessa illimitata immaginazione che aveva permesso ai bambini di credere di essere in grado di sfuggire alla guerra, trasformandosi in animali e acquattandosi nei boschi, si ritorce paradossalmente contro di loro in tempo di pace. Lo dimostra il racconto del piccolo Dima, che ha paura di vedere i trattori del kolchoz diventare di colpo carri armati ed esplodere, solo perché sono fatti del metallo fuso dei rottami bellici. Resta incancellabile, anche a distanza di anni, il senso di una minaccia sempre imminente. Dalla guerra, come da un cerchio magico, non si esce, ed è questa consapevolezza a proiettare gli ultimi testimoni di Aleksievich nel tempo eterno e universale del mito.
(il manifesto, 8 maggio 2016)
Cibo dell’anima cibo del corpo, due lezioni di filosofia politica. Con seguito di discussione, aperitivo e chiacchiere, in libertà e amicizia. Verso una nuova coscienza evolutiva?
Il secondo incontro ha come titolo La disponibilità dell’indisponibile. Commento alla sentenza emessa il 21 maggio 2015 dall’Alta Corte sul caso di M.M.
“Ma per rispondere, all’immaginazione teorica e pratica, è necessario affiancare l’analisi sociale, cercando di scorgere nel presente i segni di quello che è e che sarà la madre dopo il patriarcato, nelle sue luci e nelle sue ombre, nel chiaro e nell’oscuro che la circondano” (Ida Dominijanni, in L’ombra della madre, Liguori 2007).
Siamo liete di invitarvi alla mostra Amabili Presenze di Patrizia Bonini
La mostra resta aperta sino al 31 maggio con i seguenti orari: martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle ore 18,30 alle 20 oppure su appuntamento telefonando al 3498682453
La serie di acquerelli e gouache , tecniche miste che presentiamo hanno come filo conduttore la memoria , le letture, le immagini e i versi che sono stati la compagnia abituale dell’artista, nel corso di molti anni e mantengono una caratteristica quasi da diario, o tornando a una delle prime mostre, da “pittoscritto”. E’ una forma di meditazione su luoghi del mondo e parole che segue un principio grafico tendente, forse, a riportare i segni a una loro infantile e primitiva amabilita’..
Patrizia Bonini.
Laureata all’Universita’ Statale di Milano proveniente dal Liceo Italiano di Barcellona , Spagna, ha svolto attivita’ di animatrice teatrale per bambini, di istruttrice per operatrici degli Asili Nido e di organizzatrice di eventi e spettacoli musicali . Ha collaborato come redattrice a Vogue Donna, tradotto il libro di Christiane Olivier”I figli di Giocasta”, Emme edizioni.
Ha contribuito alla redazione dei primi numeri di Via Dogana, Rivista della Libreria Delle Donne di Milano, e al Catalogo Giallo , Le Madri di tutte noi.
Ha fondato con altre la Biblioteca delle Donne di Parma.
Ha seguito per 10 anni come volontaria il Museo Don Camillo e Peppone di Brescello. Tutte le sue attivita’ lavorative -ed altre-sono avvenute da esterna o free lance, mentre ha continuato a esercitare l’inclinazione artistica grazie anche all’esempio della zia Loredana Mingori, ottima figurinista, acquarellista e ispiratrice.
Ha pubblicato con Rosanna Figna tre volumetti di “Spuntini di riflessione”, e illustrato la raccolta di poesie l’Ora del te’ di Daniela Rossi.
La sua ricerca si è indirizzata anche al campo tessile, dove ha liberare la fantasia artigianale .
Principali mostre:
1987 Pittoscritto trovato a Saragozza
1990 Omaggio a Clarice Lispector
1991 La mostra di Tishirt
1991 Camisetas a Tarragona
1995 Tra le reti
1996 Bevendo
1997Collettiva all’Angar del Po
1998Pagine di volata
1999 Felis Cattus
2013 Segnoritas
2014 Samurai Crochet Li breria delle Donne di Milano