di Maria Grosso
Donne. “Violenza invisibile. Abusi culturali e fisici sulle donne” di Silvia Lelli, un film che mostra come un’antica soprafaffazione abbia preparato l’insopportabile scenario che ci troviamo a vivere
Prima di parlare ancora di violenza di genere. Forse abbiamo bisogno di sottrarci a un tempo in apparenza inseguito solo da rintocchi funerei, forse necessitiamo di una pausa di meditazione profonda, di una stanza di pensieri e visioni altre. Per chiederci in che punto siamo sulla «mappa», cosa sia stato realmente sceverato, compreso e agito in questi anni, e cosa resti ancora da capire da fare. E innanzitutto per interrogarci su quale sia veramente l’oggetto del nostro dire. In questo, dirimente e necessario, può essere un film, un lavoro che mi ha fatto compagnia e mi ha dato speranza dal dicembre scorso, quando ho incontrato per la prima volta la sua autrice. Mi riferisco a Violenza invisibile Abusi culturali e fisici sulle donne di Silvia Lelli, che il festival Cinema e Donne ha scelto in sua rappresentanza per la rassegna estiva con le opere più significative dell’autunnale 50 giorni di cinema a Firenze. L’oggetto del discorso, dunque. Ovvero se sia possibile separarlo dalla nostra riflessione sulla filosofia – visioni del mondo e linguaggio atavicamente forgiati su un certo maschile, la Storia il sociale l’educazione, idem, la politica l’economia le leggi – secoli di cultura patriarcale e suoi retaggi – la psicoanalisi, la religione (uno dei pochi aspetti non presenti direttamente nel film, ma penso all’ultimo lavoro di Giuliana Sgrena), la rappresentazione, la narrazione mediatica della mente e del corpo delle donne, e degli uomini. E allora di cosa stiamo parlando? E soprattutto come? Prendendo su di sé la responsabilità di una semina amplissima di angolature e domande, come fossero tanti film in uno, con competenza e rigore (Lelli parla da un tracciato di antropologa, docente universitaria e filmmaker), Violenza invisibile mostra l’inadeguatezza di qualunque discorso prescinda da una prospettiva sistemica che contempli la società nel suo complesso – osservate l’immagine iniziale e quella finale, con le ombre umane riflesse in una pozzanghera inondata dal sole – spostando l’attenzione, di solito quasi esclusivamente focalizzata sui picchi mortiferi di violenza manifesta, verso le pressoché infinite microparticelle di violenza psicologica, morale, impalpabile – e dunque tanto più difficile da dimostrare – sul sostrato di svalutazione discriminazione negazione di genere in cui siamo immerse/i. Violenza invisibile come l’aria che respiriamo.
Dunque innanzitutto il documentario spinge a chiedersi perché la società tenda a percepire questo processo così pervasivo soltanto in casi in cui si giunge alla violenza irreversibile. Certo, una consistente parte di responsabilità deriva da quella che chiamo «a mala narrazione», in letteratura la «vittimizzazione secondaria», o secondo un’espressione usata nel film da Marisa Guarneri della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, iniziatrice, nel 1988, della storia dell’antiviolenza in Italia, «le viscere sul tavolo», ossia l’ulteriore inenarrabile violazione che una donna che ha conosciuto la violenza di genere ultima, subisce attraverso il racconto mediatico che, in un teatro collettivo sadico, si dà di lei, approfittando della sua impossibilità a narrarsi in prima persona. Ma cos’altro adombra questo volersi soffermare quasi esclusivamente sulla violenza eclatante e definitiva, questo clima di «emergenza», questa sottovalutazione della violenza invisibile? Non impedisce forse di comprendere più analiticamente, di guardare a monte, alla molteplicità delle cause, e in particolare alla capillarità collettiva delle responsabilità? Di questa complessità lucida va in cerca il documentario, attraverso una struttura straordinariamente ricca di motivi e loro infinite interrelazioni (raccolti in quattro macroaree: pensieri comuni, le donne, gli uomini, pratiche e politiche), una architettura intellettuale ed emotiva – ricomponibile ad libitum da chi guarda – che Lelli, a testimonianza della perfettibilità sempre in divenire della consapevolezza, continua a immaginare aperta a essere trasformata. Pure in questa fluidità, ci sono capisaldi inamovibili, ed è fondamentale per esempio che il film ritorni insistentemente sulla questione ancora purtroppo ricorrente del perché non si lasci il partner, del perché non si denunci (un nodo che ancora crea barriere tra le donne stesse). Difficile dopo aver visto questo film, non averne almeno una idea … attraverso i racconti in prima persona di donne che hanno attraversato la violenza e che per mille sovrumane peripezie e recupero di contatto con il proprio valore inviolabile, ne sono venute fuori.
Parliamo dunque di un «nemico» che irrompe vicinissimo interno, nella psiche e nella vita di una donna, nella sua «casa», e che, come tale, è difficilissimo da percepire, nonché, specie nei casi di legame con figli, da lasciare (in tema di confini intimi violati, un lungo capitolo del documentario è dedicato alla violenza sessuale subita da una figlia dal proprio padre, al percorso, anche cinematograficamente gigantesco, compiuto da questa donna). Su questo, su un rapporto percepito inizialmente come d’amore, comincia a insinuarsi sempre più stringente una alternanza «di luna di miele» e violenza, «una prigione culturale mentale e psicologica», che genera dipendenza e assuefazione, un «recinto identitario», una progressiva sottrazione di libertà, di autostima, che affonda le sue radici in «un rapporto di potere inquietante e particolarissimo avviluppato alle vicende più intime come la sessualità e la maternità», dove il senso di inermità e di dipendenza provato nei confronti del corpo materno dal bambino alla nascita, si trasformano, per l’uomo, nella palude del possesso e della distruzione di quel corpo, in primis psichico (uno dei cuori propulsivi di Violenza invisibile è il «reportage» dal CAM, Centro Uomini Maltrattanti di Firenze, la testimonianza diretta di uomo e il suo percorso di consapevolezza «disarmata» di sé). Per non dire della paura – l’indicatore per capire si tratta di violenza – della vergogna, dell’isolamento prodotto anche dalla connivenza di gran parte della società, che gli ultimi casi assurti all’«onore» della cronaca hanno ulteriormente testimoniato, per non dire delle violenze economiche prodotte sulle donne dal sistema, di quella che è tutt’ora la cecità parziale delle istituzioni, dei fondi sottratti ai centri. E le motivazioni non finiscono qui … Così come la ricchezza immane del film, la cui visione considero auspicabile a tutte/i dall’adolescenza in poi, a qualunque latitudine. (Non volendo far tolto ad alcuna, troverete nel documentario i nomi di tutte le donne che si sono autonarrate e/o delle operatrici antiviolenza e relative associazioni e/o delle studiose femministe, i cui contributi sono stati talvolta sopra citati). Dopo 16 anni di lavoro su questo che non considero «un tema», ma la nostra stessa vita, a quasi 10 anni da quel 2007 in cui uscirono i primi (!) dati ISTAT sulla violenza di genere, quando proposi i primi lavori a questo giornale (nell’indifferenza di altri giornali), vedendo questo film, e come sgretoli il concetto machiavellicamente costruito di «vittima», guardando i volti delle ragazze all’università, che acutamente fioriscono nell’incipit, e quelli degli uomini del CAM, che guardano un video dove le donne raccontano le violenze subite, percependo la voglia di capire delle ragazzine, l’accenno di «finzione» che affianca empaticamente la fuga di una madre e di una figlia adolescente, la targa di un centro antiviolenza, uno dei modi con cui un’altra madre onora davvero la memoria della sua ragazza uccisa, sento possiamo specchiarci in questa forza immane del viaggio compiuto e da fare. Spirituale corporeo interiore incancellabile inviolabile.
(il manifesto, 11 giugno 2016)
di Mark Schieritz
Le ideologie muoiono senza far rumore.
Quando suona la loro ora, vengono scaricate di soppiatto, senza fare domande scomode. È quindi ancora più sorprendente che il neoliberismo, una delle più potenti ideologie del dopoguerra, sia stato ufficialmente accompagnato alla tomba. Com’è successo? Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha ammesso che l’azione delle forze del mercato in molti casi non ha rafforzato l’economia come si sperava, ma al contrario l’ha indebolita (lo sostengono tre dei principali economisti dell’Fmi – Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri – in un articolo scritto per la rivista dell’istituto). A questo va aggiunto che l’Fmi è proprio l’istituzione che con più zelo si è adoperata per il libero mercato. Per l’Fmi prendere le distanze dal neoliberismo è un po’ come per i Verdi rinunciare all’ecologia o per il papa ripudiare il cattolicesimo.
Di fatto nessuno crede più alle promesse della rivoluzione neoliberista, che ha trionfato sotto Ronald Reagan e Margaret Thatcher e ha lasciato il segno in Germania con le riforme dell’Agenda 2010 e la deregolamentazione finanziaria. Dopo quasi trent’anni di politica neoliberista l’economia mondiale è in stato di crisi permanente, le persone comuni hanno pagato il conto delle speculazioni avventate dell’élite finanziaria e il divario tra ricchi e poveri è aumentato in quasi tutti i paesi industrializzati.
È il momento di prenderne atto.
In linea di principio l’idea di liberare le forze del mercato non era affatto malvagia.
Già Karl Marx conosceva il potenziale emancipatorio del modo di produzione capitalistico, in cui “si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile”. Milioni di persone in Asia sono uscite dalla povertà e oggi in Germania il mercato del lavoro offre alle donne molte più opportunità rispetto a vent’anni fa. Questi dati non sono mai citati nelle leggende sui bei tempi andati.
Il neoliberismo è diventato un’ideologia quando i suoi esponenti hanno cominciato a sentirsi i predicatori di un insegnamento salvifico che non poteva più essere messo in discussione. Anche la politica ha fatto la sua parte. Si è lasciata abbagliare dall’arroganza invece di trattare la teoria neoliberista per quello che è: uno tra i tanti possibili punti di vista sul mondo. Nel frattempo l’esperienza ne ha dimostrato i limiti in modo convincente.
Con la crisi finanziaria i neoliberisti – e più in generale gli economisti – hanno molte meno possibilità di fare affari, avendo perso il loro posto privilegiato in prima fila.
Ora vorrebbero riaverlo, ma farebbero bene a valutare se il fatto che i broker trasferiscano miliardi in giro per il pianeta può davvero contribuire al benessere generale. Anche il mercato è fatto di persone, per questo ha bisogno di regole.
Gli interessi della società
Sarebbe tuttavia sbagliato credere che il fallimento del neoliberismo coincida con il fallimento dell’economia di mercato. È fallita una forma specifica dell’economia di mercato, che non prende in considerazione gli interessi della società. Ci sono paesi – come la Francia – che potrebbero tranquillamente sopportare un pizzico di mercato in più. Negli Stati Uniti, invece, andrebbe progressivamente individuato un punto oltre il quale un’ulteriore ritirata dello stato non aiuterebbe a liberare i cittadini, ma creerebbe solo nuovi vincoli.
Forse proprio questa ambivalenza permette un confronto produttivo con la questione del giusto rapporto tra stato e mercato.
Ci sono indizi in questa direzione: gli economisti collaborano con storici e neuroscienziati per imparare dal passato e conoscere meglio il comportamento umano. In Germania è al potere una cancelliera che si era presentata come una riformatrice dell’economia e che oggi approva il salario minimo ed è disposta a cancellare i debiti della Grecia. Dalle macerie del neoliberismo spuntano fiori inattesi.
Dove ci porterà tutto questo? Difficile dirlo. Ma la svolta dell’Fmi è in ogni caso una buona notizia. L’economia è l’arte di arrangiarsi con risorse scarse, quindi gli economisti potrebbero dare il loro contributo per la soluzione dei maggiori problemi del ventunesimo secolo, come il cambiamento climatico, la demografia e le migrazioni.
A patto che si mettano in discussione.
L’autocritica dell’Fmi mostra per lo meno che il sistema è in grado di correggersi. E le persone?
di Massimo Lizzi
Un libro piccolo e breve, dedicato a Nilde Iotti, poco meno di cento pagine. L’ho letto tutto d’un fiato sul treno, mentre da Torino andavo alla Libreria delle donne di Milano, dove è stato presentato sabato 4 giugno da Luisa Cavaliere, autrice del libro (per la collana Italiane, Maria Pacini Fazzi ed. 2016), insieme con Lia Cigarini, esponente storica del movimento delle donne, iniziatrice del primo gruppo femminista italiano (DEMAU) e Luciana Castellina, dirigente del PCI e giornalista fondatrice del Manifesto.
Nilde Iotti, eletta all’età di 26 anni nelle liste del PCI deputata dell’Assemblea costituente, fu la prima donna a ricoprire una delle più alte cariche dello stato, la presidenza della camera, che mantenne per ben tre legislature (1979-1992); rivendicò il suo essere donna nel primo discorso d’insediamento, nonostante la cultura delle donne in politica, all’epoca (e in buona parte ancora oggi) fosse quella emancipazionista, che induce ad occultare la differenza, per essere uguali agli uomini o persino meglio degli uomini, sempre secondo un parametro maschile.
Luisa Cavaliere, attraverso Nilde Iotti, racconta il suo rapporto con il partito comunista, partito nel quale ha militato fino allo scioglimento. Leggendola, si avverte – lei stessa la dichiara – la sua antipatia per Nilde Iotti (e per Palmiro Togliatti). Eppure, anche attraverso il suo punto di vista, non muta il mio sentimento di affetto e ammirazione per queste grandi figure.
L’unico momento in cui io personalmente le vedo in negativo è nel confronto con Rita Montagnana, la moglie di Togliatti, la sua prima compagna, fondatrice e dirigente del partito comunista, antifascista e partigiana, parlamentare dal dopoguerra fino al 1958. Lei ha subito una vera ingiustizia, non tanto negli affetti, dove non c’è colpa e rimedio, anche se si può stigmatizzare l’uomo che, giunto alla mezza età, decide di lasciare la compagna della sua vita, per unirsi ad una donna molto più giovane di lui, quanto nella sorte politica: fu emarginata invece di essere onorata.
Nilde Iotti la vedo meglio nel confronto con Teresa Mattei, per limitarmi al racconto del libro, perché se pure Teresa Mattei è presentata come figura più coerente, battagliera, dissidente, e di certo è una figura di valore, finisce presto esclusa dal partito, nel 1955. Questo dice del livello democratico del PCI, ma anche della migliore efficacia politica di Nilde Iotti.
Il PCI fu un partito stimato da elettori, simpatizzanti, militanti (come io sono stato), sia per il fatto di rappresentare l’ideale di una società di liberi ed eguali e gli interessi della classe operaia, sia per il fatto di essere il partito che sapeva fare politica, meglio dei suoi concorrenti a sinistra, meglio dei partiti comunisti degli altri paesi occidentali. Le sue posizioni potevano non essere le più radicali e rivoluzionarie, ma rispondevano sempre ad un criterio di intelligenza politica. È il caso del voto sull’articolo 7 della Costituzione, che recepiva i patti lateranensi, un voto, peraltro non determinante, aborrito dal laicismo, che permetteva di schivare una rischiosa guerra di religione, di superare uno sterile anticlericalismo e di collocare i comunisti in un rapporto di dialogo con i cattolici, nel paese del Vaticano.
Lo spessore politico dei comunisti italiani si misura anche nel rapporto con l’Urss. Il libro racconta del viaggio di Nilde Iotti e di Palmiro Togliatti in Urss, per il capodanno 1950-51. Ospiti nella dacia di Stalin, Nilde Iotti è l’unica donna tra ottanta dirigenti comunisti sovietici. Lei al ritorno descrisse il padrone di casa, Stalin, come un uomo gentile, colto e raffinato. Di tutt’altro tenore il resoconto di un viaggio in Unione sovietica, negli anni ’50, redatto per l’Unità dalla scrittrice Anna Maria Ortese, censurato da Rossana Rossanda, che la rimproverò di non aver visto tutte le conquiste di quel paese (la scuola, la casa, il lavoro).
Oggi, conosciamo la storia, sappiamo come si è conclusa, e vediamo con occhi molto critici il legame di ferro con l’Urss dei comunisti italiani tra gli anni ’40 e ’50, ma a quel tempo l’Urss aveva un grande prestigio, per il fatto di essere la potenza che, con sacrifici enormi, aveva sconfitto il nazifascismo sul campo (tre quarti delle forze armate tedesche erano state impegnate sul fronte orientale). I dirigenti comunisti italiani, pur conoscendo i crimini dello stalinismo, scommisero sull’evoluzione dell’Unione sovietica, prospettiva a cui in fondo credevano molti liberali. Inoltre, l’Urss costituiva un mito aggregante e mobilitante per il movimento operaio italiano, per il suo essere la dimostrazione concreta che l’utopia, l’alternativa al capitalismo, poteva divenire realtà. La sua sola esistenza ha indotto l’Occidente a competere sul piano dei diritti e della sicurezza sociale e a dotarsi di un sistema di Welfare. Così, la preservazione dell’immagine dell’Urss e di Stalin, poteva essere sbagliata secondo il criterio della verità giornalistica o storiografica, ma aveva un senso importante secondo un criterio politico.
Il PCI ebbe valore anche per il suo rapporto con le donne, per il voler fare delle donne un soggetto politico. Promosse l’Unione donne italiane (UDI), di cui Nilde Iotti era la segretaria di Reggio Emilia, prima di diventare deputata costituente, un’associazione femminile di massa, nella quale fu possibile una relazione autonoma tra donne, che facevano valere anche la propria soggettività. Fu nell’UDI che si concepì la riforma del codice di famiglia a tutela delle donne, dopo il divorzio, poiché la conquista del divorzio da sola, avrebbe potuto lasciare in miseria la donna divorziata. A suo modo, nella relazione politica con le donne, il PCI fu anche una scuola e un tramite per gli uomini. Quasi tutti gli uomini che oggi simpatizzano o si impegnano nel femminismo – io stesso – provengono dalla storia del partito comunista.
(www.libreriadelledonne.it, 10 giugno 2016)
di Antonella Nappi
Nel 1992 mi presentai alle elezioni per i Verdi. Fui felice dei miei 200 voti, ma un gran numero di femministe preferì Rifondazione Comunista con Tiziana Majolo, che vinse con 5000 voti. Bastavano i riferimenti del partito e dell’essere femminista per surclassare il difficile problema del conflitto tra traffico automobilistico e salute.
Il mio volantino elettorale diceva “Anche le donne hanno i polmoni” e raccontava con precisione le manipolazioni della comunicazione al pubblico riguardante l’inquinamento dell’aria. Erano i miei studi. La polemica del titolo voleva ricordare che l’attività intellettuale e politica delle donne, su ogni argomento, può avere in sé priorità e profondità utili a tutto il vivente.
Quest’anno il gruppo di donne Difendiamo la salute e non soltanto loro, erano interessate ad approfittare della disponibilità dei politici durante la campagna elettorale per raccoglierli su un tema specifico: “ Che cosa fare quando l’inquinamento dell’aria supera la soglia di allarme per le polveri sottili di 50 ug/m3, con lunghe e frequenti emergenze che raggiungono punte di 120-170 ug/m3.” Si badi che l’ Organizzazione mondiale della salute (OMS) raccomanda di non superare i 20 ug/m3.
Siamo riuscite nell’impresa con Gianmario Ubbiali di Legambiente che ci ha anche ospitate; con esponenti di altre associazioni: Cittadini per l’aria, Genitori Antismog, Chiama Milano; con diversi politici concorrenti: Basilio Rizzo, Gianluca Corrado, Marco Cappato, Francesco Majorino, Stefano D’Onofrio, Anita Sonego e altri ancora. C’è stato un confronto puntuale proprio sulla domanda, dando così qualche speranza che sull’argomento della protezione della salute pubblica ci si possa impegnare tutti assieme e lo si faccia davvero. Perché a cosa serve eleggere dei rappresentanti politici se non per tutelare in primo luogo la salvaguardia dei nostri corpi?
Altre donne impegnate in politica con il femminismo avrebbero potuto aggiungersi a noi, come accaduto per altre iniziative che abbiamo condotto nei cinque anni passati sull’inquinamento elettromagnetico, su quello alimentare ed anche su quello atmosferico che fu il primo. Avrebbero potuto godere delle informazioni preziose che lo scienziato Paolo Crosignani illustrava: Cause ed effetti degli inquinanti atmosferici a Milano. Questa volta avrebbero visto uomini politici avvicinarsi alle nostre preoccupazioni di vita quotidiana, ascoltarci, costruire forse una possibilità di concorso responsabile nella difesa della salute .
Abbiamo invece ricevuto disinteresse a pubblicizzare la nostra iniziativa dalla Casa delle donne di Milano; altre che fanno abitualmente politica femminista l’hanno invece segnalatala, ma nessuna ci ha voluto ospitare, con la motivazione di non voler ospitare iniziative che coinvolgano candidati politici in periodo di elezioni. Ancora io penso però che i rappresentanti politici esistano; e perché affidare a loro le scelte che poi ci cadranno addosso ogni giorno senza coinvolgerci e coinvolgerli? Li esiliamo quasi fossero appestati perché facciano tra loro magari il peggio che possono? Se ci esiliamo noi stesse dalle scelte sociali e amministrative, ne va della nostra capacità di mettere in discussione le azioni e i condizionamenti che finiscono per coinvolgerci nel contesto che altri scelgono per noi.
Lo specifico femminile, di cui molte femministe preferiscono occuparsi rifiutando alcuni argomenti, consiste secondo me nella capacità di mettere in discussione tutte le nostre azioni e i nostri condizionamenti sociali con lo studio di tutti gli argomenti che ci riguardano. Specifico è l’amore per il corpo che fa essere le donne più attente alla salute. Specifico è riflettere anche su ciò che appare scontato e mutarlo.
(www.libreriadelledonne.it, 10 giugno 2016)
9 giugno 2016
Care Elena ed Elena Giada,
la vostra lettera è stata un dono per me, che vi ho accolto insieme alle vostre compagne e compagni e alle vostre insegnanti in Libreria. Mi avete restituito il senso di un passaggio di forza tra donne, forza che continuo a ricevere confrontandomi con le amiche che in questo luogo portano riflessioni su quello che accade a ognuna e inventano modalità di stare nel mondo perché circoli libertà femminile.
Vedendo tanti libri scritti da donne che riconosciamo come portatrici di esperienze autentiche e alcuni scritti da uomini, “amici delle donne”, cioè quelli che cercano di non restare rinchiusi in stereotipi di mascolinità, avete sentito che questo dava parola anche a voi.
La rivoluzione che da metà degli anni Sessanta abbiamo portato avanti è iniziata appunto con l’autocoscienza, un parlare tra donne di tutte le esperienze che viviamo proprio perché quello che altri dicevano di noi non ci rappresentava, anzi ci faceva male. Abbiamo capito che i comportamenti e le parole che ci sminuivano, come è accaduto a una di voi due, erano menzognere e danneggiavano non solo chi le riceveva ma il mondo intero, perché se un uomo, un giovane, offendendo cerca di rendere l’altro da sé cosa, perde a sua volta vitalità e crea intorno a sé distruzione.
Abbiamo scoperto che altre prima di noi avevano già parlato e agito e abbiamo trovato modalità nuove per esprimerci con l’arte, la letteratura, senza escludere nessun ambito del sapere.
Abbiamo imparato soprattutto a rendere esplicito che quello che ci dà forza è la relazione con le altre donne, relazioni vive e sempre differenti che ci permettono poi di avere relazioni con gli uomini in cui non appiattiamo più i nostri desideri sui loro ma siamo in grado di mostrare la nostra visione, allargando anche la loro.
Grazie alle vostre insegnanti Manuela Vaccari, Rita Vaiuso, Cristina Zanchetta e Antonella Grillo che, in relazione tra loro, hanno dato a noi l’opportunità di incontrarvi.
Con grande simpatia
Luciana Tavernini
(www.libreriadelledonne.it, 9 giugno 2016)
di Gian Guido Vecchi
La realtà si capisce meglio quando la si guarda dalla periferia, ama ricordare papa Francesco attingendo al pensiero della filosofa argentina Amelia Podetti. « Dall’ ultimo banco » (Marsilio), il libro di Lucetta Scaraffia sulla presenza femminile nella Chiesa, ne è una dimostrazione. In fondo all’ aula – tra non molti laici, una delle poche donne – l’ autrice ha potuto seguire da «uditrice» il Sinodo sulla famiglia. Ne ha ricavato l’ immagine di una Chiesa senza un rapporto con la sua storia, senza un confronto con il mondo esterno, soprattutto senza donne. La preposizione, «senza», scandisce i capitoli come il segno di una privazione che non ha nulla a che fare con l’ essenza del cristianesimo e anzi ne è la negazione. Ed è questa la parte più interessante, il cuore dell’ argomentazione. Docente di Storia alla Sapienza e coordinatrice del mensile «donne chiesa mondo» dell’ Osservatore romano , Scaraffia fa notare una curiosa coincidenza degli opposti: sia nelle gerarchie ecclesiali maschili che «temono» le «pretese» delle donne sia nel pensiero femminista, anche cattolico, si tende a considerare la questione come una sfida esterna dettata dalla «modernità» per «svecchiare» la Chiesa. E invece è vero il contrario, «la Chiesa deve ripensarsi dalle origini, deve capire che l’ apertura alle donne è solo il compimento dell’ antico, del messaggio evangelico». L’«uditrice» avverte negli interventi dei padri sinodali una «disinvolta ignoranza della storia». Il cristianesimo, fondato sull’ Incarnazione, è radicato nella storia. Al senso del fluire del tempo, tuttavia, si è contrapposta una teologia astorica, dottrinale, un sistema rigido e ideologico che teme ogni cambiamento e impedisce alla Chiesa di vedere e rendere conto delle proprie ragioni. Non è un accidente della storia che l’ emancipazione femminile si sia affermata, seppure contro le gerarchie ecclesiastiche, nell’ Occidente di tradizione cristiana. Nel Vangelo il tramite tra Dio e l’ essere umano è una donna; è il «sì» di Maria a rendere possibile l’ Incarnazione; è alle donne che appare per primo il Risorto. E quando Gesù dice «l’ uomo non separi ciò che Dio ha unito» non si riferisce al divorzio, che allora non esisteva, ma alla facoltà esclusiva dei mariti di ripudiare le mogli. Novità inaudite come «la parità di diritti e doveri» spiegano l’ attrazione esercitata sulle donne dal cristianesimo delle origini e la presenza nella storia della Chiesa di figure femminili che «hanno svolto ruoli decisivi, hanno parlato e sono state ascoltate»: ciò che oggi non accade. Non è questione di sacerdozio. Con le parole di Sylviane Agacinski, «l’ uguaglianza si oppone alla diseguaglianza, non alla differenza». Si tratta, per la Chiesa governata da uomini, di pensare e attingere davvero alla «differenza» femminile. Non c’ è posto per le donne quando si tratta di decidere, il «sistema chiuso» le isola, la «rivoluzione» teologica femminile è ignorata. Oltre l’ Occidente, la Chiesa «è vista come l’ istituzione che più e meglio difende la dignità delle donne», grazie alle missionarie. Eppure «sono quasi nulli» i contatti tra Vaticano e Unione delle superiori generali, «il parere delle religiose non è mai richiesto». Tante discussioni, tanti documenti angosciati su derive eugenetiche, futuro della famiglia e della Chiesa. Magari basterebbe ascoltare, finalmente, le voci dall’ ultimo banco.
(Corriere delle sera, 8 giugno 2016)
di Cristina Lacava
Meno tecnicismi, più passione. Meno azienda, più racconto di sé. Meno burocrazia, più relazioni. Altro che Buona Scuola! Secondo Vita Cosentino, autrice di Scuola. Sembra ieri, è già domani. L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica (Moretti & Vitali editore), la scuola è davvero buona solo se gli insegnanti tornano ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, nell’entusiasmo. Se puntano su se stessi, e non su riforme calate dall’alto (le peggiori: Moratti e Gelmini) e scritte da chi, del lavoro nella scuola, sa poco o nulla. Un messaggio che non vale solo per i docenti ma per tutti.
Ma che cos’è questo movimento di autoriforma? Me lo spiega l’autrice, per 35 anni insegnante alle medie, che nel suo lavoro ha tradotto anche l’esperienza del movimento femminista. Tenendo conto che la categoria è composta prevalentemente da donne (per non parlare delle maestre, addirittura il 98 per cento). “Autoriforma significa partire da sé, dalle buone pratiche nel rapporto con gli alunni, dalle trasformazioni” dice l’autrice. “Faccio un esempio. negli anni Cinquanta, quando ho iniziato a scrivere, la scrittura era racconto di finzione. Quando però mi sono trovata a insegnare, ho cambiato prospettiva: non più finzione ma valorizzazione di sé e delle proprie esperienze. Partire dal proprio vissuto e dalla parola, secondo la lezione del movimento delle donne. Ed è questo il messaggio che ho trasmesso ai miei ragazzi e alle mie ragazze”.
La parola, dunque. Una grande ricchezza. Altro che Lim o test a crocette. “Non sono state tutte rose e fiori” ricorda. “Una volta, un mio alunno problematico durante la lettura in classe dei temi lesse un suo componimento che era un atto d’accusa. Nel giorno del suo compleanno aveva invitato tutti i compagni nella comunità d’accoglienza dove viveva, e non si era presentato nessuno. Fu un momento durissimo. Eppure, poi, quel ragazzo capì che la scrittura poteva aiutarlo non solo a capire qualcosa di sé ma anche a costruire delle relazioni: da allora, infatti, i rapporti con i compagni si sciolsero. E lui si dedicò con sempre maggior passione alla scrittura”.
Secondo Vita Cosentino, gli insegnanti dovrebbero ritrovare in se stessi quelle motivazioni e quell’entusiasmo che in passato hanno dimostrato: “Ricordo quando per la prima volta le scuole si aprirono ai disabili. E poi, quando nella scuola media partì il tempo prolungato: quante idee, quanto entusiasmo nei colleghi e nelle colleghe! La soluzione dei problemi non può essere delegata, riprendiamoci noi il nostro lavoro”.
Quel che serve alla scuola dunque è riprendere la lezione del movimento femminsita: meno regole asfissianti (e mortificanti), e più fiducia nelle relazioni personali. Come le donne sanno fare, e l’hanno sempre dimostrato. Per i governanti, il messaggio è chiaro: “C’è tanta esperienza in chi insegna, soprattutto nelle donne. Eppure questa ricchezza non viene riconosciuta. Anzi, gli insegnanti vengono umiliati. Eppure una riforma dovrebbe favorire, non inceppare il lavoro”.
(Blog Io donna, 7 giugno 2016)
Intervista ad Annie Ernaux realizzata da Sandrine Blanchard
Traduzione di Silvia Baratella
Non sarei arrivata dove sono se…
…Se non fosse per mia madre! E lo dico senza esitazioni! Mia madre è stata fondamentale. Per la sua personalità, la sua forza, il suo sguardo sul mondo e in particolare sul mondo sociale. Tutto questo mi ha sostenuta, e mi ha sostenuta anche nella rivolta. Lei voleva tracciare il mio destino. Ne è ampiamente responsabile.
Sua madre l’ha sempre spinta ad andare avanti. Voleva darle quello che lei non aveva avuto?
Voleva soprattutto darmi una vita interessante, una vita indipendente, questa parola era molto importante. Il successo materiale contava meno per lei del successo intellettuale. Appena si è accorta che andavo bene a scuola, si è messa a far di tutto per facilitarmi l’accesso agli studi e soprattutto – all’epoca cosa totalmente eccezionale nei confronti delle ragazze – per impedirmi letteralmente di dedicarmi a un’occupazione femminile. Aveva un certo tipo di condiscendenza, quasi di disprezzo, per le donne che restavano a casa perché il marito poteva permettersi di mantenerle. Sono stata cresciuta in questa immagine negativa della vita da casalinga. Quando è morto mio padre, poco tempo dopo mia madre ha detto una frase che ho trovato terribile: «Verrò da te e ti farò le faccende». Era per liberarmi. Significava «Sono sempre qui». È una cosa immensa.
Quando ripensa a sua madre, qual è la prima immagine che le torna in mente?
Materialmente, è l’immagine del fuoco. È stata una donna che, come diceva lei, non si era mai lasciata pestare i piedi. Il mio femminismo dipende da lei. Mia madre non aveva paura di niente. Era sempre in rivolta. Con degli eccessi di violenza spaventosi. La famiglia Duchesne non viveva nell’ovatta! Io ho preso un sacco di schiaffi. In questo campo sono una leggenda di famiglia!
Perché?
Perché ero un numero. Ho iniziato molto presto a ribellarmi all’autorità. Pensavo solo a disubbidire. Ero molto interessata alle questioni sessuali. Mia madre pensava che avessi in me tutte le possibilità del male e ne ero convinta io stessa.
Eccelleva a scuola per far piacere a sua madre o perché la scuola le piaceva?
La scuola mi rendeva felice. Figlia unica, in classe trovavo finalmente delle compagne. Ero una chiacchierona inveterata. E adoravo leggere. Ma tenevo distinta la lettura dei libri comprati da mia madre da quella per le lezioni di francese.
Quali sono i suoi primi ricordi notevoli di letture?
Via col vento di Margaret Mitchell, che ho letto a nove anni. Mia madre l’aveva comprato per sé. Suppongo che sia stato il modo in cui ne parlava con le clienti della drogheria a farmi venir voglia di leggerlo, perché adoravo stare sotto il bancone ad ascoltarle conversare. Quel libro per me rappresentava un mondo. Credevo alla realtà di quella storia. Ero andata persino a cercare il nome di Scarlett O’Hara sull’enciclopedia! Volevo saperne di più rispetto a quello che c’era nel romanzo. Anche Jane Eyre di Charlotte Brontë mi ha colpita molto. Quel libro in prima persona è come un filo rosso dell’esistenza. Anche in questo caso si trattava di vivere una vita di indipendenza, senza farsi dominare. Quei modelli mi hanno strutturata.
Quali sono i suoi sogni di ragazza?
Da bambina non avevo desideri precisi, il futuro era aperto. Con le mie amiche, le mie cuginette, c’era l’immaginario dell’amore. In alcune lettere che ho scritto a sedici il matrimonio mi ripugna. All’epoca non si immaginava nessun altro modo per stare con un uomo. Ho avuto molto presto la sensazione che il matrimonio fosse quasi solo la fine della vita. Forse era l’influenza di Una vita di Maupassant, che mi aveva scossa. L’ho letto a tredici anni di nascosto e ne sono stata completamente sconvolta.
Nasce allora la voglia di avere una professione?
Sapevo che avrei fatto qualcosa. Mia madre mi ha sempre ricordato che alle elementari una suora le aveva detto: «Annie è una futura insegnante». Non si era sbagliata! Tra chi rifugge il proprio ambiente sociale, i miracolati evadono così: da un mestiere che non richiede un’eredità economica.
A partire da quando ha questa coscienza di classe?
Non è mai stata formulata. Neanche nel mio diario segreto. È nell’ordine delle sensazioni e della certezza: facevo parte di un ambiente modesto. Avevo questa coscienza di classe nella scelta delle amiche, nel sentirmi diversa. Sapevo tutto quello che mi separava da alcune di loro e al tempo stesso avevo questo desiderio di imparare. Era un mondo che mi sembrava meraviglioso, perché c’era la musica classica, quella che non conoscevo. La musica era davvero, in quella fase dell’adolescenza, il segno dell’esclusione. Era quello di cui più avevo voglia di appropriarmi.
Che cosa le mancava di più?
Molte cose! Ma non è mai stata una gelosia sociale. Era una sensazione di carenza, di imperfezione. Il senso d’ingiustizia è arrivato molto più tardi.
Quando?
Non l’ho provato in me stessa ma nelle situazioni. Quando ho fatto la prima comunione nel collegio cattolico di Yvetot avevo chiesto se poteva venire mia cugina, che frequentava la scuola pubblica. Quando il giorno è arrivato, eravamo in maggio, lei si è messa il suo più bel vestito e un pellicciotto di lapin. La direttrice venne a chiedermi: «Non c’è sua cugina? Non la vedo». Io le risposi: «Ma sì, c’è, è lì.» La faccia della direttrice… era piena di disprezzo. Non l’ho mai dimenticata. Di storie come questa potrei raccontarne a palate. È la forza dei transfughi quando ammettono di esserlo: ne sanno molto di più sui rapporti sociali, guardandola dalla posizione che occupano, di chi è stato da sempre in posizione dominante.
In che momento ha avuto l’impressione d’aver cambiato condizione sociale?
Essenzialmente vivendo lontano dai miei genitori e sposandomi con un ragazzo della media borghesia di destra.
Cos’è cambiato allora nella sua vita quotidiana?
Gli argomenti di conversazione; il fatto di percepire la condiscendenza del tuo compagno verso i tuoi genitori e il tuo ambiente; le famose buone maniere a tavola e, cosa che mi ha subito colpita molto, quella sicurezza nell’affrontare il mondo di cui io ero completamente priva. Hai l’impressione che il mondo sia fatto apposta per quella classe dominante e che le appartenga sia di diritto che di fatto. C’entra anche il corpo: quell’imbarazzo di avere un corpo plebeo, un’aria “da contadina”.
Qual è stata la prima persona a cui ha parlato della sua voglia di scrivere?
Una nuova amica, che ho conosciuto quando mi sono iscritta a lettere. In giugno, quando sono stata accettata al corso propedeutico all’università, mi ricordo di avere scritto, inventandomi un nome: «Anne Sainte-Claire pubblicherà il suo primo romanzo». È stato molto strano. In seguito, ho incassato dei rifiuti giustificati. Le cose non si sono svolte in modo lineare. La conseguenza di quei rifiuti è stata la fuga nella ricerca di una relazione con un uomo. Poi c’è stata una serie di cose un po’ drammatiche, come il mio aborto. Alla fine, mi sono trovata sposata e subito madre. Non potevo scrivere ma non ho mai smesso di pensarci. Mio marito, Philippe Ernaux, ha letto il mio primo testo e l’ha commentato in modo poco gradevole. Dopodiché non ho più dato niente da leggere a nessuno. Mi sono posta molto presto delle questioni di scrittura: non c’è una storia da raccontare. Non è la storia quel che conta, ma quel che c’era in gioco nella storia. In ciò che si è vissuto c’è qualcosa che fa andare avanti la conoscenza. C’è più nello scrivere che nel ricordare.
Lei aveva «voglia di vedere il mondo intero». L’ha fatto?
Quella voglia è stata incanalata molto in fretta dalle necessità della vita. Alla fine ho viaggiato soprattutto grazie ai miei libri. Ma ho fatto un viaggio che è stato estremamente importante con mio marito nel 1972. Avevo trentun anni. Era stato organizzato da Le Nouvel Observateur (l’antenato de L’Obs) per incontrare Salvador Allende in Cile. È durato due settimane. Entrando in contatto con le poblaciones, sono tornata alla mia infanzia in modo staordinario.
Perché?
Perché mi sono accorta fino a che punto ho vissuto in un mondo che era per certi aspetti vicino a quel che vedevo nelle poblaciones: il quartiere operaio, la famiglia di mia madre devastata dall’alcool eccetera. Nacque la sensazione di aver delle cose da dire. E poi c’era un giornalista letterario del Nouvel Obs ad accompagnare il gruppo, Jean-François Josselin. Discutevo molto con lui. Non so come né perché gli ho confidato il mio segreto: che avevo già scritto un testo. Al di fuori di mio marito, non lo sapeva nessuno. Jean-François Josselin voleva che glielo mandassi. Gli ho promesso di farlo. Ma non ho mantenuto la promessa. Quel primo testo del ’62 era una cazzata. Non raccontavo la realtà, non c’era niente di sociale, era solo una ricerca di forma. Alla fine, ho iniziato a scrivere un mese dopo quel viaggio in capo del mondo.
La politica le è sempre interessata…
Appartengo a quella generazione che ha succhiato col latte i racconti delle guerre del XX secolo. In famiglia ma anche a scuola, dove la prof di storia ci leggeva «Le campane di Nagasaki». E poi di politica ho sentito parlare fin da bambina nella versione Café du Commerce, il bar di mio padre. E mia madre ha sempre votato. L’ho accompagnata per la prima volta in cabina nel 1945. Andava anche ad assistere allo spoglio. Sono sempre in attesa di un profondo cambiamento. Da diversi decenni sto constatando un ineluttabile ripiegarsi della società su se stessa. Manca una reale accettazione degli altri. Ho insegnato alle medie a Pontoise tra il 1975 e il 1977. Mi ricordo di una classe di terza difficile, irrequieta. Abbiamo fatto dei dibattiti. Ho ancora in testa i discorsi già populisti di allievi che mi dicevano: «Mia sorella non ha avuto la casa popolare e degli arabi sì». La questione del razzismo ce la trasciniamo da molto tempo.
In che momento ha avuto la sensazione di essere in tutto e per tutto una scrittrice?
Sono cosciente, piuttosto, di un privilegio, di una chance di poter fare qualcosa che è – come forse avrebbe detto mia madre – quel che c’è di più bello. Non ho cercato di far carriera ma di preservare la possibilità di scrivere. D’altronde sta diventando molto difficile. Di fronte a ogni libro da scrivere, io non sono niente, ogni volta è una lotta. Ho realizzato quel sogno di scrivere e di essere pubblicata. Ma non è il nirvana, la felicità, non è affatto quel che immaginavo.
Cioè?
Non avrei mai immaginato che fosse un impegno simile; la forma quasi mistica che avrebbe preso la scrittura. Bisogna sacrificarle un sacco di cose: la vita sentimentale, un po’ anche quella familiare. Non sono una nonna molto disponibile! Quando si prende quella piega, è finita. L’esistenza è vuota e informe senza scrittura. Non si tratta di dire «mai lasciar passare un giorno senza aver scritto una riga», ma di stare nella ricerca, di avere un progetto intorno a cui tutto si focalizza. Vivere con un libro che bisognerà scrivere. Mémoire de fille (uscito nel 2016 per Gallimard, N.d,T.), mi sentirei molto in colpa se non l’avessi scritto. Anche La Place (Il posto, ed. L’orma, 2014, N.d.T.).
«È così che vive la gente?»: si è sempre posta questa domanda…
Sì. Sono stata immersa in una comunità fin da piccolissima. Vivere dal mattino alla sera con i clienti di un bar-drogheria, senza intimità familiare o quasi, significa avere l’impressione di essere stata attraversata, prestissimo, da ogni tipo di conversazione e di linguaggio. Poi, cambiar classe sociale, cioè cambiar mondo, ti dispone a osservare, a porti questa domanda. Le barriere sociali restano sempre molto forti. La società francese continua a essere una specie di aristocrazia con i suoi fasti, il suo decoro, le sue gerarchie…
Che posto ha avuto la religione nella sua vita?
Un posto importante. Tutti i giorni in collegio c’erano la storia sacra e le preghiere. Per mia madre, era importante essere religiosi: credere in Dio e comportarsi secondo una regola morale. Credeva nell’efficacia della preghiera. Anche se quando mia sorella è morta di difterite, la preghiera non è servita a molto. Ero veramente colpita dai sacrifici da fare e dal senso di colpa sessuale della mia prima confessione a sette anni: avevo confessato di aver commesso atti impuri e mi sono presa una terribile reprimenda da parte del confessore. Ne ho dedotto di essere praticamente dannata.
Che cosa ne resta?
Ne resta quello che potremmo chiamare un sottotesto. È anche come un primo mondo. Anche se sono persuasa che ci attenda il nulla, faccio come se ci fosse qualcosa che dovrebbe essere salvato e di cui io sarei depositaria. Non è la mia anima, è quello che faccio. È molto diverso. Si potrebbe dire che la letteratura o la scrittura abbiano sostituito Dio, in un certo senso. Oppure che scrivere è la missione che mi è stata assegnata.
Come ha vissuto gli attentati?
Stamattina, alla radio, sono stata colpita da quello che diceva molto pacatamente un ragazzo su France Inter (nome di un canale radio, N.d.T.): sì, c’è della violenza ma non quanta nelle grandi guerre o in Siria. Non lo diceva per passività ma come per un senso di quello che è il corso della storia. La cosa più dura è cercare di capire e sapere che non si potrà capire nel momento presente, che sarà possibile solo dopo. Quello che colpisce, anche – ed è terribile da dire – è la facilità con cui si assimila quello che succede. All’indomani degli attentati di Bruxelles, nella metropolitana tra Parigi e Cergy, un uomo e una donna avevano vagamente sentito dire cos’era successo: «Mi sembra che sia successo qualcosa a Bruxelles», diceva la donna. Ed è stato tutto. Questa vita che continua, ecco cosa mi ha colpita. Poi hanno parlato solo di lavoro, di vacanze, di bambini… Era un giorno come gli altri.
«Je ne pensais qu’à désobéir»
Je ne serais pas arrivée là si…
… Si ma mère ! Et c’est sans hésitation possible ! Elle a été fondamentale. A cause de sa personnalité, de sa force, de son regard sur le monde et en particulier sur le monde social. Tout cela m’a portée, et m’a portée aussi dans la révolte. Elle voulait tracer mon propre destin. Elle en est largement responsable.
Cette mère vous a toujours poussée à aller de l’avant. Elle voulait vous donner ce qu’elle n’avait pas eu ?
Elle voulait surtout me donner une vie intéressante, une vie indépendante – ce terme était très important. C’était moins la réussite matérielle que la réussite intellectuelle qui comptait pour elle. Quand elle s’aperçoit que je réussis bien en classe, elle va tout faire pour me faciliter cet accès et notamment – ce qui était tout à fait exceptionnel pour les filles à l’époque – de littéralement m’empêcher de me livrer à une occupation féminine. Elle avait une forme de condescendance, presque de mépris, pour les femmes qui restaient à la maison parce que leur mari pouvait les entretenir. J’ai été élevée dans cette image négative du ménage. Lorsque mon père est mort, elle a dit, peu de temps après, une phrase que je trouvais terrible : « Je vais venir chez toi et je ferai ton ménage. » C’était pour me libérer. Cela signifiait « je suis toujours là ». C’est immense.
Quand vous repensez à votre mère, quelle est la première image qui surgit ?
Matériellement, c’est l’image du feu. C’est une femme qui, comme elle le disait, ne s’est jamais laissée marcher sur les pieds. Mon féminisme, c’est à cause d’elle. Ma mère n’avait peur de rien. Elle était toujours en révolte. Avec des excès épouvantables de violence. On n’était pas dans la douceur dans la famille Duchesne ! J’ai reçu énormément de claques. Dans ce domaine je suis la légende de la famille !
Pourquoi ?
Parce que j’étais un numéro ! Je me suis très vite opposée à l’autorité. Je ne pensais qu’à désobéir. J’étais beaucoup portée sur les questions sexuelles. Ma mère pensait que j’avais en moi toutes les possibilités du mal et j’en étais aussi persuadée moi-même.
Votre excellence scolaire, c’était pour faire plaisir à votre mère ou parce que l’école vous plaisait ?
L’école me rendait heureuse. Fille unique, je retrouvais enfin des compagnes de classe. J’étais une bavarde invétérée. Et j’adorais lire. Mais je séparais mes lectures des livres achetés par ma mère de celles pour la classe de français.
Quels sont vos premiers souvenirs marquants de lecture ?
« Autant en emporte le vent » de Margaret Mitchell que j’ai lu à l’âge de 9 ans. Ma mère l’avait acheté pour elle. Je suppose que c’est la manière dont elle en parlait avec les clientes dans l’épicerie qui m’a donné envie de le lire. Car j’adorais être sous le comptoir pour les écouter discuter. Ce livre représentait un monde pour moi. Je croyais à la réalité de cette histoire. J’ai même cherché dans le dictionnaire le nom de Scarlett O’Hara ! Je voulais en savoir plus que le livre ! « Jane Eyre » de Charlotte Brontë m’a aussi beaucoup marquée. Ce livre à la première personne est comme un fil rouge de l’existence. Il s’agit, là encore, de vivre une vie d’indépendance, sans domination. Ces modèles-là m’ont structurée.
Quels sont vos rêves de jeune fille ?
Enfant, je n’ai pas de désir précis, l’avenir est ouvert. Avec mes amies, mes cousines, il y a l’imaginaire de l’amour. Dans des lettres que j’ai écrites à 16 ans, j’ai une répugnance pour le mariage. A l’époque on n’imagine pas d’autre moyen pour être avec un homme. J’ai très tôt le sentiment que le mariage n’est pas autre chose que la fin quasiment de la vie. Peut-être est-ce l’influence de la lecture d’« Une vie » de Maupassant, qui m’a ébranlée. Je l’ai lu à 13 ans en cachette et j’ai été complètement bouleversée.
Est-ce qu’une envie professionnelle se dessine ?
Je sais que je ferai quelque chose. Ma mère m’a toujours rappelé qu’au cours élémentaire une religieuse lui avait dit : « Annie est un futur professeur. » Ça n’a pas manqué ! Dans les transfuges sociaux, les miraculés passent par là ; par un métier où il n’y a pas besoin d’avoir un héritage économique.
A partir de quand avez-vous cette conscience de classe ?
Elle n’est jamais formulée. Même dans mon journal intime. Elle relève de la sensation et de la certitude : j’appartiens à un milieu modeste. J’ai cette conscience de classe dans le choix des amies, dans la différence que je sens. Je sais tout ce qui me sépare de certaines d’entre elles et en même temps j’ai ce désir de connaître. C’est un monde qui me paraît merveilleux, parce qu’il y a la musique classique, celle que j’ignore. La musique est vraiment, à ce moment-là de l’adolescence, le signe excluant. C’est celui dont j’ai le plus envie de m’approprier.
Qu’est-ce qui vous manque le plus ?
Beaucoup de choses ! Mais ce n’est jamais de la jalousie sociale. C’est le sentiment d’un manque, d’une imperfection. Celui d’une injustice arrive beaucoup plus tard.
Quand arrive-t-il ?
Je ne l’ai pas ressenti en moi-même mais dans des situations. Quand j’ai fait ma communion au pensionnat catholique d’Yvetot j’avais demandé si ma cousine – qui, elle, était à l’école publique – pouvait venir. Le jour arrive, on est au mois de mai, elle a mis sa plus jolie robe et un manteau de fourrure en lapin. La directrice vient vers moi : « Où est votre cousine, je ne la vois pas ? » Je lui réponds : « Mais si, elle est là. » Le visage alors de la directrice… c’était du mépris. Je ne l’ai jamais oublié. Des histoires comme celle-là, j’en ai des tonnes. C’est la force des transfuges quand ils admettent qu’ils le sont : ils en savent beaucoup plus sur le monde social, depuis la position qu’ils occupent, que ceux qui sont d’emblée dans le monde dominant.
A quel moment vous avez ce sentiment d’avoir changé de classe sociale ?
Essentiellement en vivant loin de mes parents et en me mariant avec un garçon qui était de la moyenne bourgeoisie de droite.
Qu’est-ce qui change alors dans la vie quotidienne ?
Les sujets de conversation ; le fait de ressentir la condescendance de votre compagnon vis-à-vis de vos parents et de votre milieu ; les fameuses manières de table et, ce qui m’a tout de suite beaucoup frappé, cette assurance dans le monde dont j’étais complètement dépourvue. On a l’impression que le monde est fait pour cette classe dominante et qu’il leur appartient de droit, de fait. C’est aussi lié au corps : cette maladresse d’avoir un corps plébéien, le côté « la paysanne ».
Quelle est la première personne à qui vous parlez de votre envie d’écrire ?
A une nouvelle amie, que je rencontre lors de mon inscription en fac de lettres. En juin, alors que je suis reçue à la propédeutique, je me souviens d’écrire, en m’inventant un nom : « Anne Saint-Claire publiera son premier roman. » C’est très étrange. Par la suite, j’ai essuyé des refus justifiés. Les choses ne se sont pas passées de manière linéaire. La conséquence de ces refus, c’est la fuite dans la recherche d’une relation avec un homme. Puis une série de choses un peu dramatiques, tel que mon avortement. Finalement, je me retrouve mariée puis mère. Je ne peux pas écrire mais je ne cesse jamais d’y penser. Mon mari, Philippe Ernaux, a lu mon premier texte, avec des commentaires peu agréables. Après je n’ai jamais donné à lire à personne. Très vite, je me pose des questions d’écriture : il n’y a pas d’histoire à raconter. Ce n’est pas l’histoire qui compte mais ce qui était en jeu dans l’histoire. Dans ce qu’on a vécu, il y a quelque chose qui fait avancer la connaissance. Il y a plus en écrivant qu’en se rappelant.
Vous aviez « l’envie de visiter la terre entière ». L’avez-vous fait ?
Cette envie a été très vite canalisée par les nécessités de la vie. J’ai finalement voyagé surtout à cause de mes livres. Mais j’ai fait un voyage qui a été extrêmement important avec mon mari en 1972. J’avais 31 ans. Il était organisé par Le Nouvel Observateur (ancêtre de L’Obs) pour rencontrer Salvador Allende au Chili. Ce voyage a duré deux semaines. Grâce au contact avec les poblaciones, j’ai fait un retour extraordinaire sur mon enfance.
Pourquoi ?
Parce que je m’aperçois à quel point j’ai vécu dans un monde qui était proche parfois de ce que je voyais dans les poblaciones : le quartier ouvrier, la famille de ma mère où l’alcool faisait des ravages, etc. Surgit le sentiment d’avoir des choses à dire. Et puis, pour accompagner le groupe, il y avait un journaliste littéraire du Nouvel Obs, Jean-François Josselin. On discutait beaucoup avec lui. Je ne sais pas comment ni pourquoi j’ai livré mon secret : que j’avais déjà écrit un texte. En dehors de mon mari, personne ne le savait. Jean-François Josselin voulait que je lui envoie. Je lui ai promis de le faire. Mais je n’ai pas tenu ma promesse. Ce premier texte de 1962 était très foutraque. Je ne racontais pas la réalité, il n’y avait rien de social, c’était une forme que je cherchais. Finalement, j’ai commencé à écrire un mois après ce voyage au bout de la terre.
La politique vous a toujours intéressée…
J’appartiens à cette génération qui a été nourrie des récits des guerres du XXe siècle. Dans la famille mais aussi en classe où ma prof d’histoire nous lisait « Les cloches de Nagasaki ». Et puis la politique, j’en ai entendu parler depuis l’enfance sous la forme de café du commerce. Dans le café de mon père. Et ma mère a toujours voté. Je l’ai accompagnée pour la première fois dans l’isoloir en 1945. Elle allait même assister au dépouillement. Je suis toujours en attente d’un profond changement. Je constate depuis plusieurs décennies un mouvement irrépressible de la société vers une sorte de repli. Il n’y a pas de réelle acceptation des autres. J’ai enseigné en collège à Pontoise entre 1975 et 1977. Je me souviens d’une classe de troisième qui était difficile, agitée. Nous avons eu des débats. J’ai encore en tête les discours déjà populistes d’élèves me disant : « Ma sœur n’a pas eu d’appartement HLM alors que des Arabes en ont eu. » On traîne la question du racisme depuis longtemps.
A quel moment avez-vous eu le sentiment plein et entier d’être écrivain ?
J’ai plutôt conscience d’un privilège, d’une chance de pouvoir faire quelque chose qui est – peut-être comme aurait dit ma mère – ce qu’il y a de plus beau. Je n’ai pas cherché à faire carrière mais à préserver la possibilité d’écrire. Cela devient très difficile d’ailleurs. Devant chaque livre à écrire, je ne suis rien, chaque fois c’est une lutte. J’ai réalisé ce rêve d’écrire et d’être publiée. Mais ce n’est pas le nirvana, le bonheur, ce n’est pas du tout ce que j’imaginais.
C’est-à-dire ?
Je n’imaginais pas que ce serait un tel engagement ; la forme presque mystique que prendrait l’écriture. Il faut y sacrifier beaucoup de choses : la vie sentimentale, un peu familiale aussi. Je ne suis pas une grand-mère très disponible ! Quand on prend le pli, c’est fini. L’existence est informe et vide sans écriture. Il ne s’agit pas de dire « pas un jour sans une ligne » mais d’être dans la recherche, d’avoir un projet et que tout se focalise autour de lui. Vivre avec un livre qu’il va falloir écrire. « Mémoire de fille », j’aurais eu une grande culpabilité si je ne l’avais pas fait. « La Place » aussi.
« Est-ce ainsi que les hommes vivent » : Vous vous êtes toujours posé cette question…
Oui. J’ai été immergée très tôt dans une communauté de gens. Vivre du matin au soir avec des clients d’une épicerie-café, sans intimité familiale ou presque c’était le sentiment d’être traversé, très tôt, par toutes sortes de conversations et de langages. Ensuite, changer de classe sociale, c’est-à-dire changer de monde, dispose à observer, à se poser cette question. Les clivages sociaux restent toujours très forts. La société française demeure une forme d’aristocratie avec ses fastes, son décorum, ses classements…
Quelle place a eu la religion dans votre vie ?
Une grande place. Tous les jours au pensionnat il y avait l’histoire sainte et les prières. Pour ma mère, l’important était d’avoir de la religion : une croyance en Dieu et se conduire conformément à une règle morale. Elle croyait en l’efficacité de la prière. Alors que lorsque ma sœur est morte de diphtérie, la prière n’a pas fait grand-chose. J’étais vraiment marquée par les sacrifices à faire et par la culpabilité sexuelle de ma première confession à l’âge de 7 ans : je m’accuse d’avoir eu des gestes indécents et je me prends une volée de bois vert du confesseur. Donc je comprends que je suis pratiquement damnée.
Qu’en reste-t-il ?
Il en reste ce qu’on pourrait appeler un hypotexte. C’est aussi comme un premier monde. Même si je suis persuadée que c’est le néant qui nous attend, je fais comme s’il y avait quelque chose qui devait être sauvé et dont j’étais dépositaire. Ce n’est pas mon âme, c’est ce que je fais. C’est très différent. On pourrait dire que la littérature ou l’écriture a remplacé Dieu, d’une certaine façon. Ou encore qu’écrire est la mission qui m’a été donnée.
Comment avez-vous vécu les attentats ?
Ce matin, à la radio, j’étais frappée par ce que disait très posément un jeune garçon sur France Inter : oui il y a de la violence mais pas autant que lors des grandes guerres précédentes ou qu’en Syrie. Ce n’était pas dit par passivité mais comme une sorte de ressenti de ce qu’est le cours de l’histoire. Le plus dur est d’essayer de comprendre et de savoir qu’on ne pourra pas comprendre au moment présent ; ce sera plus tard. Ce qui frappe aussi – et c’est terrible à dire – c’est la facilité avec laquelle on intègre ce qui arrive. Au lendemain des attentats de Bruxelles, dans le RER entre Paris et Cergy, un homme et une femme n’avaient que ouï-dire de ce qui s’était passé à Bruxelles. « Il me semble qu’il s’est passé quelque chose », disait la femme. C’était tout. Cette vie qui continue, cela m’a frappée. Ils n’ont parlé que de travail, de congés, d’enfants… C’était un jour comme les jours.
Propos recueillis par Sandrine Blanchard
(le Monde, 5/4/2016)
di Massimo Raffaeli
Ernaux, tu e io siamo un noi, piccola sorella morta
Annie Ernaux, «L’altra figlia», L’Orma editore. Un ricordo primordiale, fondativo, dà il la a una lettera in cui spiccano la «mancanza» e il senso collettivo dell’esistere
Sembra essere una scoperta recente o una caduta meteoritica quella di Annie Ernaux, la scrittrice normanna, classe 1940, che è arrivata all’attenzione dei lettori italiani con Il posto, un libro del 1983 splendidamente tradotto da Lorenzo Flabbi solo un paio di anni fa per L’Orma cui è seguita la versione di un capolavoro quale Gli anni, un romanzo corale o meglio un palinsesto epico che d’acchito liquidava ogni questione di fiction o non-fiction o docu-fiction. Perché quello era un libro capace di imporsi al lettore, di calamitarlo grazie a una scrittura letteralmente incomparabile, cioè a firma della stessa Ernaux eppure paradossalmente anonima nella esattezza e nella fredda incandescenza che, sola, tradisce lo stato di necessità.
Quando venne al Festival di Letteratura di Mantova a presentare Il posto (uno dei diagrammi autobiografici dove recupera la figura del padre, un ex operaio e poi piccolo commerciante senza studi né coscienza politica, quasi un vettore inconsapevole del Fronte popolare e della Francia repubblicana), Ernaux, bellissima e timidissima, nell’intervista in pubblico con Marino Sinibaldi disse che la sua poetica consisteva appena nel reporter au jour des histoires ordinaires e cioè nel dare alla luce storie del tutto comuni. Pochi allora rammentavano che già trent’anni prima, stralciati da una bibliografia che oggi annovera non meno di una ventina di volumi, erano usciti in Italia, e da importanti editori come Rizzoli e Guanda tra il 1988 e il 1996, i suoi maggiori testi d’esordio fra cui Gli armadi vuoti , Diario della periferia e Una vita di donna i quali godevano oltretutto di eccellenti traduttrici, Romana Petri per i primi due e Leonella Prato Caruso per il terzo. Ma era un tempo che non poteva essere se non ostile alla sua ricezione, nella marea montante del minimalismo, o cosiddetto, e nel trionfo di un professionismo (recupero dei generi e del mestiere più incallito) che presto avrebbe fatto della letteratura un puro indotto dell’industria culturale e dunque un genere, appena uno tra i molti altri, dell’infinito intrattenimento: ovvero un qualunque specchio di Narciso, oggi si direbbe un selfie illimitatamente replicabile e propagabile.
Ma Ernaux batteva in breccia tale metafisica, ignorava simili adescamenti, fedele a una materia prima così grezza da apparire impersonale, tanto ovvia (il proprio sanguinante vissuto, la trafila autobiografica) da sembrare banale e tuttavia incagliata nel profondo non di una esistenza solamente singolare ma sempre plurale, anzi universale: recensendo Il posto sul Corriere della sera il 23 marzo del 2014 Franco Cordelli disse infatti, e opportunamente, che nei suoi libri «non compaiono figure se non in un paesaggio e non vi è persona se non in una comunità». Perciò di che cosa parliamo quando parliamo dei «romanzi» o palinsesti di Annie Ernaux? Non tanto di una scrittrice travestita da sociologa, o viceversa, come pure in patria le è stato a lungo rimproverato (perché Ernaux è detestata dai Richard Millet e dagli Alain Finkielkraut, vale a dire da truculenti reazionari che si vorrebbero raffinati anticonformisti) quanto di una autrice il cui solo obiettivo è tradurre sulla pagina con nettezza e con obiettività qualcosa che sembra assente o che comunque quasi più nessuno è in grado di individuare: il legame sociale tra i singoli individui oggi mantenuto sottotraccia, spezzato, negato, infine ritenuto inesistente.
È stato già detto che il je, l’«io» equivalente al primo mobile della scrittura di Ernaux, corrisponde di fatto alla impassibilità di una terza persona singolare e di diritto alla coralità di una prima persona plurale di solito retorica e impronunciabile, il «noi». Ernaux non dimentica nemmeno per un attimo, mai, lo stigma della sua origine piccolo borghese e provinciale, il fatto di essere beneficiaria come insegnante e scrittrice di ciò che un suo maestro, Pierre Bourdieu, chiamava la «riproduzione sociale» operata dalla scuola laica, di incarnare in prima persona il tempo lungo della Francia repubblicana con gli annessi valori di libertà e uguaglianza, di portare sulla sua viva carne les manques che oggi la espongono, anziana, all’onda di ritorno neoliberale e alla progressiva distruzione delle stesse conquiste democratiche che un tempo le permisero di dire «io». Perciò la musa di Ernaux non è la memoria, affluente e appagante nella sua pretesa di totalità, ma piuttosto è la modestia del ricordo nella sua puntuale parzialità.
E un ricordo primordiale, fondativo, confessato come a latere rispetto ai suoi libri maggiori, è quello contenuto in L’altra figlia (L’Orma editore, pp. 81, euro 8.50) che esce nella al solito impeccabile versione di Lorenzo Flabbi. Per una volta la scrittrice passa dalla prima alla seconda persona, il «tu», e scrive una lettera inevitabilmente postuma alla sorella Ginette, morta a sei anni di difterite nel 1938, due anni prima che nascesse lei, di cui i genitori nulla le dissero mai se non indirettamente, per oscure allusioni o nel lapsus inavvertito con cui sua madre gliela rivelò, e una volta per sempre, come una bambina migliore e «più buona» di lei: «riporta le parole che le hai detto prima di morire: sto andando dalla Madonna e dal buon Gesù / dice mio marito è diventato matto quando ti ha trovata morta rientrando a casa dal lavoro alle raffinerie di Port-Jérome / dice non è come perdere il proprio uomo / di me dice lei non sa niente, non abbiamo voluto rattristarla / Alla fine di te dice era più buona di quella lì / Quella lì, sono io». Ancora una volta è un frammento del ricordo a ritornare in luce, un manque che chiede di essere colmato e interpretato ma, stavolta, non è il campo orizzontale della realtà esterna, l’ascissa, ad accamparsi sulla pagina ma è il filo verticale, l’ordinata, a dragare una profondità del tutto incognita e non meno dolorosa. Che cosa vive, tuttora, chi dice «io» al cospetto di quel «tu» immaginario e a tanta distanza di spazio-tempo? Qual è il senso della deduzione di un nome reliquato in poche foto o, semmai, di un fantasma? Si tratta di una naturale prosecuzione, di una tacita sostituzione dell’una con l’altra oppure di una vera e propria redenzione, di sé e dell’altra, per mezzo della scrittura?
Forse non è un caso che Annie Ernaux, la scrittrice più severa e oggettiva che si possa immaginare, al culmine della parabola sia voluta tornare alla parte più intima e dolente della propria soggettività. A al suo vuoto più assoluto, a una buia umidità che prima non aveva un nome. Come sentisse il bisogno di portare in luce, proteggendola con la scrittura, la cavità sottesa a una ispirazione che invece insegue corpi e cose in terza dimensione, sempre nel giorno pieno della realtà e nello stillicidio del tempo. È detto a un certo punto: «Sempre più, nello scriverti, mi sembra di incedere nel pantano di una landa spopolata come nei sogni, dove tra una parola e l’altra devo percorrere uno spazio riempito di una materia incerta. Ho l’impressione di non avere una lingua per te, di te, di non saper parlare di te se non attraverso la negazione, in un perpetuo non-essere. Sei fuori dal linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. Sei l’anti-linguaggio». Ed è da questa introversione, che si sa impotente o arresa a priori, che Annie Ernaux è dovuta risalire per conquistare una parola che, in prima persona, alluda mutamente a un «tu» ma si rivolga a «noi».
(il manifesto, 5 giugno 2016)
di Monica Ricci Sargentini
L’appuntamento è all’una a Palazzo Montemartini, un albergo a 5 stelle proprio di fronte alla stazione Termini. Mario Caballero, direttore e fondatore dell’agenzia per la maternità surrogata Extraordinary Conceptions, è arrivato apposta da San Diego in California per incontrare le coppie che vogliono ricorrere all’utero in affitto. Una pratica vietata dalla legge 40 che punisce con la reclusione fino a due anni «chiunque realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità».
La promessa
«Sono qui – dice — perché voglio aiutarvi ad ottenere quello che volete nel minor tempo possibile e al prezzo più economico. Vogliamo avere più clienti in Italia. Per questo sto anche girando un documentario con il producer italiano Stand by me».![]()
In tutto siamo cinque coppie eterosessuali. Ma altre ne arriveranno. La lista della tappa romana ne conta più di una decina. Oltre agli appuntamenti previsti per domani a Firenze, sabato e domenica a Milano. Caballero rompe il ghiaccio raccontando la sua storia personale: «Mia moglie si è sottoposta a 7 inseminazioni artificiali e 13 fecondazioni in vitro. Abbiamo speso 300mila dollari e buttato via otto anni prima di avere due gemelli con una madre surrogata». E qui evoca Dio: «Una gravidanza extrauterina è stato il segnale mandato dal Signore per dirci che dovevamo cambiare strada». Capelli brizzolati e spettinati, camicia a righe e giacca, Caballero ci tiene a stabilire con noi un contatto emotivo. «Interrompetemi quando volete — dice —, non voglio che usciate di qui con dei dubbi. Non abbiate fretta. Non sentitevi pressati».
Cittadini americani
Ma sul fronte legale tentenna e cerca di svicolare. «Qui in Italia questa pratica è vietata, cosa ci garantisce che potremo registrare il figlio come nostro?» chiede uno dei mariti. «Ci sono tre avvocati italiani che si occupano di tutto — assicura —, in 10 anni non abbiamo mai avuto un problema. I vostri figli avranno il passaporto americano e voi sarete segnati come loro genitori. Giusto qualche giorno fa è tornata qui a Roma una donna che ha avuto due gemelli. E poi c’è quell’italiano.Come si chiama… Aspettate un attimo». Mario si ferma, va nell’altra stanza e riappare con un block notes. «Nichi Vendula» esclama trionfante. «Ah sì Vendola» lo correggiamo. «Ecco sì Vendola lui ha avuto un maschietto e ora è qui a Roma. Felice». Inutile parlare di stepchild adoption e spiegare che non sarà così automatico per l’aspirante madre essere registrata come tale dato che per la legge italiana il figlio è di chi lo partorisce e non di chi lo commissiona. Che in Italia si corra qualche rischio Caballero, però, lo sa bene tanto che a una coppia consiglia di «sbrigarsi prima che entrino in vigore leggi. Si parla di paragonare la pratica ai reati sessuali».
Il boom cinese
A questo punto Caballero tira fuori una mappa degli Stati Uniti d’America e cerca di aprirla, in modo un po’ maldestro, sulla parete di fronte a noi. Punta il dito sulla costa est e annuncia trionfante che Extraordinary Conceptions ha aperto un nuovo ufficio proprio per noi europei. Dove? «In Carolina del Nord perché la California — ci spiega — è invasa dai cinesi che stanno facendo levitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi». «Ma cosa ci fanno con tutti questi bambini? Non avete pensato che potrebbero poi venderli?» chiede una donna stupita. «Assolutamente no, noi incontriamo tutte le coppie, se non ci piacciono le scartiamo. Per esempio a un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no e abbiamo rifiutato anche un altro che stava per entrare in carcere e prima voleva mettere al mondo un bambino».
Solo un business
E le madri surrogate? Chi ci assicura che non cambieranno idea? «No, una volta firmato il contratto — dice — non è possibile. Alla portatrice facciamo anche fare un test psicologico che attesta che è sana di mente così non può appellarsi a un giudice e dire che non sapeva quello che faceva». Per tutta la gravidanza le madri vengono seguite da una psicologa «perché devono capire — spiega Caballero — che questo è un business, non devono essere emotive devono pensare al business. Io glielo dico sempre».
Il contratto
A noi non resta che andare sul sito dell’agenzia, sfogliare i cataloghi e scegliere sia la potenziale madre surrogata che la donatrice. Poi si redige il contratto e «allora, solo allora — ci tiene a precisare Caballero dovrete pagare una prima rata». Molto importanti sono i termini dell’accordo: «Che tipo di relazione volete con questa donna? La volete sentire spesso oppure mai? Volete che conosca la vostra identità o preferite rimanere anonimi?». Qui c’è un attimo di ilarità quando l’imprenditore ci racconta che una coppia di cinesi ha preteso che la madre surrogata mettesse i suoi due gatti in pensione per tutta la durata della gravidanza «perché portavano male». Due i consigli basilari nella scelta della portatrice: mai una donna lavoratrice perché se è costretta a stare a casa per malattia dovremo rimborsarle il mancato guadagno (in Usa il congedo di maternità non è retribuito) e mai una mamma con figli troppo piccoli perché non avrà tempo da dedicarci se il nostro desiderio è quello di sentirla spesso.
I costi
Quanto costa in totale il percorso? «Io non parlo mai di soldi però rispetto ai cinesi vi faccio pagare 15mila dollari in meno». Perché? «Ve l’ho detto! Vogliamo espandere il business qui in Italia e poi qui c’è la crisi che morde».
Tornati in redazione i conti li facciamo noi: tra i 130mila e i 160mila dollari da pagare in quattro rate al netto dei regali previsti, ma non obbligatori, per le madri surrogate: una serie di massaggi (2mila dollari), un programma nutrizionale (2mila dollari), un viaggio per tutta la famiglia della gestante (millw dollari). «Perché la surrogata deve ricevere tante attenzioni — precisa Caballero — e a ogni progresso della gravidanza una somma di denaro».
(Corriere della sera, 3/6/2016)
Nota della redazione: a seguito della pubblicazione di questo articolo, gli incontri italiani dell’agenzia di surrogacy statunitense sono stati cancellati. Questo il post di Monica Ricci Sargentini che lo annuncia: http://lepersoneeladignita.corriere.it/2016/06/04/lagenzia-di-surrogacy-cancella-gli-incontri-in-italia/
di Gemma Pacella
«Dice Luisa Muraro: non c’è da proibire, ma da non sbagliare e se ci parliamo e ci capiamo, in primis tra donne e con gli uomini forse sbagliamo di meno». Con questo intento di dialogo e di confronto di idee, Katia Ricci avvia l’incontro alla Merlettaia di Foggia, lunedì 16 maggio 2016, intorno alla questione dell’utero in affitto, a partire dall’ultimo libro di Luisa Muraro, L’anima del corpo- contro l’utero in affitto, Editrice La Scuola.
La discussione, infatti, nasce dall’interesse di capire che cosa muove donne e uomini a usufruire della gestazione per altri e a mettere a disposizione il proprio corpo e che cosa ognuna/o considera essenziale per sé, come precisa Katia, e cresce lungo il filo del confronto tra posizioni diverse, ciascuna delle quali mette in luce l’aspetto che maggiormente colpisce tra i tantissimi che sono coinvolti da una questione come quella sulla maternità surrogata. Dunque, proprio a partire dalla varietà di definizioni date, utero in affitto, surrogata, Gpa … è chiaro che il punto non sia quello di rintracciare una visione universale e assoluta, bensì quello di ripercorrere quali non vanno dimenticati, se si ha a cuore la libertà e la rivoluzione che le donne hanno compiuto, per esempio la relazione materna, «primaria, fondante e fondativa» (Katia) di tutte le altre, che rischia di essere spezzata ad opera di un mercato neoliberista.
Ebbene, proprio quel patriarcato che il pensiero femminile ha abbattuto e superato, tenta sempre di ritornare sotto forme diverse e agendo sul continuum maternum e sul corpo delle donne. «Oggi il mercato risponde al desiderio di avere figli con i propri geni, basandosi su un sistema che comprende medici, cliniche, agenzie, avvocati e corpi di donne e che sostituisce e rimuove la relazione materna e, con lei, la ricerca di un nuovo senso della paternità che tanti uomini nel post patriarcato cercano, come ricorda Muraro».
«La maternità, dice Katia, è stata sempre nascosta o mitizzata, considerata il destino naturale della donna, e ora senza essere stata simbolizzata la si cerca di cancellare. Cresce la libertà? Non credo» e, soprattutto, ne guadagna il progresso umano? Apparentemente si direbbe di sì, ma più che di evoluzione nel caso di utero in affitto si può parlare di involuzione: i rapporti di forza che fagocitano la relazione, non solo corporea, con la madre alimentano un neo schiavismo.
A me, giovane donna, non madre, ciò che più interessa è la questione del desiderio e della surrogazione che vedo come fenomeno maschile e, ancora, la questione della libertà.
Prima fra tutti c’è la potenza e l’energia del desiderio, di cui parla la filosofa. Può capitare che quest’ultimo a volte sia oscurato, eclissato dal desiderio di qualcun altro/a. Io, infatti, in passato volevo a tal punto che le coppie omosessuali potessero avere le stesse chances delle coppie etero da aver vagliato l’ipotesi di essere d’accordo con la Gpa. Poi, però, mi sono chiesta: tu lo faresti? Ebbene, interrogare il mio desiderio mi ha allontanata dagli altri e mi ha riportata a me: no, non lo farei.
E allora ho capito che c’era qualcosa che non andava. L’anima del corpo ha funzionato da specchio: leggendolo ho ritrovato le mie fattezze, ho riconosciuto me e la mia fisicità e mi ha aiutata a tenere vivo il mio desiderio.
Mi sono chiesta: che cosa accomuna il desiderio di una coppia che intende avere figli/e e che ricorre all’adozione, con il desiderio di una coppia di avere figli/e e che, al contrario, ricorre alla surrogata?
Sono uguali questi desideri? Certamente per un verso si, sono entrambi desideri di avere una creatura. Inizialmente può sembrare che il desiderio più potente sia quello della seconda coppia che ricorre alla surrogata, così accecante da spingere i genitori ad avere una creatura “ad ogni costo”.
Tuttavia, a bene guardare il desiderio più potente è per me quello della coppia che ricorre all’adozione perché il loro desiderio “egoistico” (nel senso di incentrato sull’io e, dunque, singolare) si somma a quello di dare una famiglia e delle possibilità a quelle creature che non le hanno avute. Perciò è un desiderio molto più energico e creativo di quello che accompagna una coppia che ricorre alla surrogata e che, per questo, si soddisfa, si accontenta e si imbeve di un desiderio solo singolare, solo egoistico.
Ancora, altro passaggio su cui mi sembra molto importante riflettere è che la surrogata sia un concetto maschile. Cosa significa “surrogazione”, se non un “fare finta che sia…”, ovvero sostituire una cosa per un’altra fingendo che ci sia un legame materiale, fisico e personale tra il sostituendo e il sostituto che, invece, non c’è. La stessa assenza di materialità tra i due termini del confronto la ritroviamo nella metafora, che –come mi insegna Luisa Muraro- si differenzia dalla metonimia proprio perché quest’ultima, al contrario, recupera la materialità nella relazione tra i termini impiegati nel processo di sostituzione.
E questo gioco di figure retoriche mi porta a riflettere su di un dato essenziale: mentre la madre evoca la creatura su un piano metonimico perché l’ha portata in grembo, l’ha partorita, gli ha insegnato a parlare la lingua materna, mantenendo un rapporto personale, fisico e materiale costante, al contrario il padre evoca la creatura sul piano metaforico, ad esempio perché le ha dato un nome, ma non necessariamente sul piano personale. Dunque, per tornare al punto: la surrogata è maschile perché anch’essa come la relazione paterna si muove su di un asse metaforico e produce un rapporto tra sostituendo e sostituto immateriale che spezza il legame fisico e personale.
Ancora un punto: la libertà. E se una donna vuole sottoporsi alla surrogata? Se lo chiede esplicitamente anche Luisa Muraro: “Ma posso farne io una questione se loro ci stanno?”
Per me libertà è essere e non lasciarsi essere. Bene, nel momento in cui lascio che la mia libertà si esaurisca e si appiattisca e si accontenti di esprimersi nel desiderio di qualcun’altro, allora quella non è libertà.
Le riflessioni sulla libertà sono al centro del dibattito anche di chi, come Cornelia, rievocando le parole de L’anima del corpo la definisce somma di desiderio+possibilità+necessità, rintracciando, così, un parallelo tra desiderio e libertà.
Uno degli aspetti più interessanti del confronto è ascoltare molte delle donne presenti rievocare il loro percorso di madri e il momento della loro gravidanza, come Donata che, proprio partendo dai suoi ricordi, chiarisce che la questione dell’utero in affitto non può essere una questione di diritti e di principi, bensì una questione tra sé e le proprie sensazioni, il proprio corpo, il proprio desiderio. «quello che il nostro corpo prova non ce lo possiamo far scappare. I diritti non sono e non devono essere tutti eguali».
Si inseriscono subito i pensieri di quante non sono contrarie all’utero in affitto e mantengono una posizione a sostegno delle coppie omosessuali, pur chiarendo che sono soprattutto quelle maschili ad insistere per la Gpa, al contrario delle coppie omosessuali femminili che, spesso, non condividono tale pratica. L’immagine evocata da Maria Rosaria, presidente dell’Agedo, è quella di un uomo che, dopo aver ottenuto un figlio a seguito di surrogata, pareva aver instaurato con la creatura un rapporto che a lei è parso quasi materno. Si tratta di un’immagine dai contorni molto sfocati: «i maschi hanno imparato dalle donne la relazione con la creatura, l’hanno imparato per effetto dell’uscita dal patriarcato realizzata dal femminismo», osserva Katia.
Lina riflette sulla commercializzazione del bene: «Come si può passare da bene personale a bene patrimoniale; come può essere la surrogacy? Esercizio di libertà o condizionamento economico? Non posso convincermi che in nome di un malinteso senso della generosità, si rinuncia a qualcosa che è più grande del desiderio umano di diventare genitrici e genitori. Questo qualcosa, la bambina o il bambino, cresce e si nutre attraverso e nel corpo di una donna. Quella donna è la madre. Non può essere nessun’altra o altro. Quel desiderio, dunque, va al di là dell’umano e diventa, se realizzato, un bene patrimoniale e dunque commerciabile. Una prostituzione legalizzata».
Altro profilo, questa volta sottolineato dall’intervento di Gianpiero, è il rapporto tra l’umano e la tecnica e la ricerca del confine tra l’uno e l’altra. Dalla voce di un uomo, che parte dal chiedersi come reagirebbe se gli venisse impiantato un utero (risposta: molto male) e che nutre ancora forti dubbi sulla surrogata, viene fuori l’invasione di un certo «stile proprietario» che si sta prendendo con la forza ciò che di naturale ci resta: voglio tutto e, evidentemente, lo voglio a tutti i costi.
Anche un giovane uomo, Raffaele, si interroga soprattutto sull’aspetto della commercializzazione del corpo femminile che accompagna la questione dell’utero in affitto e sulla preoccupante vittoria del capitalismo, di fronte a cui nemmeno la politica della sinistra italiana riesce a contrapporre un muro: l’idea di potersi scegliere un figlio o una figlia «come si fa con i cani di razza», è il sintomo di una dipartita dei valori di civiltà che il neoliberismo sta fagocitando.
Clelia parte dal suo grande desiderio di avere figli, un desiderio assoluto, alto di maternità, e ora di avere nipoti, ma il nodo fondamentale è l’idea di libertà, perché dice: «sono scelte che bisogna fare con una grande idea di libertà, altrimenti si tratta di scelte al ribasso».
Adele, ricollegandosi alla questione già posta, chiede se qualcuna in questa assemblea si presterebbe a fare un figlio per qualcun altro e perché: «La libertà femminile mi sembra un altro punto che dovremmo riprendere a discutere perché c’è confusione e la confusione scaturisce dall’idea di parità con gli uomini, del faccio quello che mi pare. Per le cose che sono state dette oggi non vedo quale potrebbe essere per una donna il guadagno simbolico della maternità surrogata.
La libertà femminile è innanzitutto libertà dal simbolico patriarcale, è quella libertà che permette innanzitutto di sentirsi libera anche quando ci si trova in una condizione di sopraffazione. La donna che indossa il velo nella società islamica e che dice che lo fa per sentirsi libera ha ragione solo nella misura in cui sa che la sua libertà non è il velo o il burqua, che è lo sguardo maschile che deve cambiare e non lei a nascondersi».
Antonietta riafferma la necessità di continuare a discutere, di non chiudersi nelle proprie posizioni e, soprattutto, di preservare quel nucleo di civiltà di cui ci siamo già sapute e saputi prendere cura, in primis la sessualità.
(www.libreriadelledonne.it, 3 giugno 2016)
Cara Libreria delle Donne,
siamo due studentesse della classe 3BS dell’Istituto Marie Curie di Garda.
Vi scriviamo questa lettera per raccontarvi quello che abbiamo
imparato durante la nostra esperienza da voi, quando siamo venute in
visita a Milano.
Quando siamo arrivate nella libreria ci siamo guardate intorno:
abbiamo trovato libri di poesie scritti da donne, come Antonia Pozzi,
che si era innamorata e scriveva versi dedicati al suo professore. Tra
i testi storici c’era anche il racconto di Abelardo ed Eloisa,
un’altra storia d’amore tra un’allieva e un maestro. Abbiamo notato
anche un libro sull’Isis, scritto da una donna araba.
Con una di voi, Luciana, che si è resa disponibile ad accoglierci,
abbiamo parlato di femminismo, di donne scrittrici, di diritti, di
violenza, di uomini che scrivono libri riguardanti le donne. E’ stato
interessante imparare che ci sono tante scrittici e scienziate,
perchè di solito a scuola studiamo opere di uomini. A me piaceva molto
stare in libreria, non sarei più venuta fuori, perchè non sapevo che
libro scegliere, c’erano tanti titoli e mi perdevo a pensare quali
potevano essere più interessanti.
Io non me l’aspettavo che ci fossero uomini che scrivono, che voi
considerate amici delle donne.
Vedendo tanti libri scritti dalle donne, ho pensato di poter
prendere la parola per raccontare un’esperienza vissuta che mi ha
fatto soffrire. In questo ambiente ho capito che potevo trovare
coraggio e immaginare esempi che vengono dalle altre donne.
Io ho sofferto in prima persona violenza, non fisica ma psicologica.
Infatti, per molti anni, subivo comportamenti di bullismo da parte dei
miei compagni di scuola. So che cosa vuol dire affrontare violenze
psicologiche: tornare a casa da scuola e sentirsi male dentro, vivere
spaventata. Ogni giorno i miei compagni mi dicevano: “Sei brutta, sei
una perdente, non vali nulla.”
Adesso so che cosa significa sentirsi violentata con le parole, eppure
questi momenti li sto superando: ho cercato di non tenermi dentro la
sofferenza ma di affrontare il problema. Sebbene nel mio cuore la
paura dei bulli non sia passata di tutto, razionalmente penso di
saperla gestire maggiormente.
Io per superare questa difficoltà e questa paura uso la musica,
l’arte, il volontariato, la letteratura: sono i modi che più mi
stanno aiutando.
Scoprire i libri delle donne mi ha fatto sentire più forza.
Grazie mille
da Elena Marangoni, Elena Giada Peretti e dalla classe 3Bs
dell’Istituto Marie Curie Garda
(www.libreriadelledonne.it, 3 giugno2016)
di Luisa Pronzato ed Elena Tebano
La legge dà i finanziamenti, poi la burocrazia li blocca
Ecco perché le strutture di assistenza stanno chiudendo una dopo l’altra
Il 23 giugno ha chiuso Casa Fiorinda, l’unico rifugio per donne maltrattate di Napoli. Tre giorni prima aveva serrato le porte il Centro antiviolenza Le Onde di Palermo, che adesso riesce a garantire solo l’ascolto telefonico. Il 26 giugno è toccato a Sos Donna H24, lo sportello del Comune di Roma che prendeva in carico 24 ore su 24 le vittime di abusi. Lo stesso potrebbe succedere il 30 luglio, sempre a Roma, al centro Colasanti-Lopez. A Pisa quello gestito dalla Casa della Donna ha dovuto limitare drasticamente i servizi, dopo un taglio del 30% ai fondi. Come Arezzo: ridotto il servizio di ascolto e di reperibilità, chiusa una casa rifugio. Nel 2013 quando fu approvata la legge sul femminicidio, non c’era partito politico che non avesse speso parole pesanti sulla necessità di combattere la violenza sulle donne. Tre anni dopo tanti dei 75 centri della rete nazionale Dire sono in difficoltà per mancanza di soldi.
Colpa di un sistema di assegnazione che ha portato molti dei finanziamenti di quella norma a perdersi nelle maglie della burocrazia. «I fondi per il 2015 e il 2016, circa 9 milioni all’anno stanziati con la legge di stabilità, non sono ancora stati erogati: stiamo aspettando la Conferenza Stato-Regioni che decida come ripartirli. Non si sa quando» dice Rossana Scaricabarozzi, di ActionAid Italia. Ci sono quelli per il biennio 2013/2014: 16,5 milioni di euro per tutte le regioni.
La legge del 2013 stabiliva che solo il 20% (circa cinquemila euro l’anno per ogni centro antiviolenza e seimila per le case rifugio) andasse ai centri, gli altri venivano girati alle Regioni che potevano destinarli a progetti diversi: dalle strutture, ai progetti educativi, ai consultori generici. «In Lombardia la Regione li ha messi a bilancio, eppure ai centri antiviolenza quei soldi non sono mai arrivati», denuncia Manuela Ulivi della Casa delle donne maltrattate di Milano. Non è l’unico caso.
Come è possibile? Al momento nessuno lo sa.
«Come governo, stiamo verificando con le regioni l’utilizzo dei fondi loro assegnati – dice la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Sesa Amici -. E l’8 marzo abbiamo emanato un bando diretto a finanziare le azioni di rete dei centri antiviolenza, impegnando 12 milioni di euro». A seguire i soldi ci ha provato la Rete Dire. «Abbiamo visto che molto spesso non c’è trasparenza e i fondi non arrivano a destinazione – spiega la Presidente Titti Carrano -. La scelta di regionalizzare ha prodotto problemi di burocrazia e mancanza di condivisione».
Non tutti le difficolta sono legate alla legge sul femminicidio. A Roma i servizi chiusi dovevano essere finanziati con bandi comunali, ma l’amministrazione commissariata ha deciso di non emanarne finché non ci saranno le direttive per il nuovo decreto legislativo sugli appalti pubblici. A Palermo ci sono stati errori, rinvii e ricorsi sul bando del Comune. A Napoli un rimbalzo di responsabilità tra Comune e Regione che attende dal governo i fondi delle politiche sociali. Il problema però è simile: «I centri vanno avanti di progetto in progetto – dice Giovanna Zitiello della Casa della Donna di Pisa -. Passiamo quasi più tempo a fare bandi e cercare soldi che ad aiutare le donne». Si vince la gara, dopo sei mesi o un anno si ricomincia da capo. Non c’è un sistema unico in cui le strutture a che funzionano e hanno i giusti requisiti possano ricevere fondi con continuità. «Manca una seria programmazione nazionale sui servizi – riassume Tania Castellaccio di Casa Fiorinda -. Governo, regioni ed enti locali danno giustificazioni diverse, ma per me che opero contro la violenza il risultato non cambia. Poi è inutile indignarsi quando una donna viene uccisa a colpi d’ascia o una ragazza bruciata».
(Corriere della Sera, 2 luglio 2016)
Dal 7 al 17 giugno 2016
IDA ROSA SCOTTI
Leggero come la pietra
Inaugurazione: martedì 7 giugno, ore 18.30
Associazione Culturale Renzo Cortina, Via Mac Mahon 14/7, Milano
Tel: 0233607236 e-mail: artecortina@artecortina.it www.cortinaarte.it
Ida Rosa Scotti nasce a Milano, dove vive e lavora. A metà degli anni ’80 frequenta la “Scuola del Fumetto” di Via Savona a Milano e successivamente la “Scuola Libera del Nudo” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, esperienza che segna l’inizio del percorso pittorico, durato quasi un ventennio.
L’amore per la materia e l’esigenza di soluzioni più plastiche la spingono negli anni 2000 ad affrontare il linguaggio scultoreo.
Argille refrattarie e ossidi sono i principali mezzi utilizzati durante i primi anni della sua ricerca in scultura.
Nel 2008 inizia a lavorare la pietra. Le pietre tenere del Salento sono divenute in questi ultimi anni il mezzo principale utilizzato nella sua ricerca favorendo il ricorso ad una maggiore sintesi nelle forme.
Fondamentale per la sua maturazione è stata l’osservazione delle opere di grandi maestri del ‘900 tra cui: Marino Marini, Francesco Somaini, Henri Moore e ancora Kengiro Azuma, Alberto Ghinzani, Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Mauro Staccioli.
“C’è un’eleganza discreta e si¬lenziosa nelle sculture di Ida Rosa Scotti: un’aura classica che si sposa a un piglio avanguardista; la rigidità di una linea geometrica che incontra la leggerezza dell’aria. Ben ancorate a terra eppure lievi con un soffio di vento, in costante dialogo con lo spazio che le circonda, mai mo¬nolitiche, sempre dinamiche pur nella loro silenziosa e imperturbabile immobilità…In un’apparente astrazione, le opere della Scotti prendono spunto dal quotidiano, narrano le difficoltà che il nostro pensiero incontra giorno dopo giorno nell’esprimersi liberamente, nel volare più in alto. Raccontano una realtà intima, personale, che riguarda l’artista, prima di tutto, ma che parla a chiunque voglia ascoltare… La magia delle strutture della Scotti dipende anzi in gran parte proprio da questo incontro tra rigore delle forme e l’improvviso e inaspettato guizzo di libertà che sempre ne tradisce la geometrica regolarità. (Simona Bartolena).
Dal 2010 è socio-artista della Permanente di Milano.
La mostra proseguirà fino al 17 giugno con i seguenti orari:
10.00-12.30 / 16.30-19.30
Chiuso lunedì mattina, sabato e domenica.
di Francesca Pasini, Sandra Bonfiglioli e Luisa Muraro
Cara Luisa,
ho pensato a quello che mi hai detto durante l’incontro in Libreria con le artiste che hanno partecipato al progetto “La quarta vetrina” (25 maggio 2016).
Lo sguardo dell’altro che ho visto nella Venere di Tiziano, non è diverso quello della “La rivoluzione lentissima” di Margherita Morgantin.
La scelta di presentare la visione leggibile all’esterno non è slegata dalla lettura del rovescio all’interno. I vuoti del vetro mi fanno istintivamente guardare fuori, analogamente a quando mi sono girata indietro per vedere dove guardavano gli occhi di Venere.
Per me questo è l’incontro con lo sguardo dell’altro.
Oggi non è l’iconografia cristiana o classica che ci fa percepire lo scarto dello sguardo, ma segni, forme, frammentarie, astratte, che collegano l’esperienza emotiva, mentale, concettuale del guardare. Credo che artiste e artisti cerchino attraverso i propri strumenti inventivi di arrivare a un centro della vita. E anche noi che li guardiamo dobbiamo avere uno scatto creativo per collegare il soggetto che hanno messo al mondo al centro della nostra vita. In quel momento, miracolosamente, qualcosa cambia perché l’opera-soggetto ci stimola a vedere ciò che ci compete.
C’è il fascino del talento, ma lo sguardo che scambiamo con lui-lei (intendo sempre il soggetto-opera) non dipende solo dalla bellezza dei colori, dei disegni, ma da qualcosa – normalmente non visibile – che ci porta a riflettere sulla nostra vita.
Il divino dell’arte non è più sufficiente a formulare un giudizio estetico. Tocca a noi osservatori e osservatrici decidere. Ovvio che bisogna documentarsi, come in ogni azione. L’arte non è un grimaldello spontaneo che apre le porte della bellezza e del pensiero. Tocca la conoscenza emotiva e bisogna tenerne conto per guardare dentro di sé per guardare oltre.
L’esperienza della vetrina non è una semplice presentazione dell’arte in un altro luogo, è la possibilità di tendere un filo tra la creazione politica delle donne che si respira qui e lo smantellamento del neutro maschile artistico che, come tu sai meglio di me, inizia dalla filosofia presocratica con il termine “gli uomini, i mortali” per definire la nostra specie.
Quando Lia, in giugno scorso, mi ha chiesto di occuparmene mi è sembrata l’occasione che aspettavo.
C’è molto da fare, perché l’idea che l’arte sublimi la differenza tra donne e uomini è così conficcata nelle menti e nei cuori che è facile abbandonarsi a quest’illusione. Inoltre il patriarcato ha costruito invenzioni immense, dal Partenone alla Cappella Sistina. Beni supremi che appartengono a uomini e donne, quindi perché mai imparare a guardarli con occhi di donna o di uomo? Basta l’occhio dell’arte. Ma l’eccellenza artistica ha bisogno di letture di uomini e donne altrimenti lo sguardo dell’altro non diventerà mai visibile.
Lia mi ha anche chiesto di nascondere almeno in parte, l’interno rispetto alla strada. Visto che non esiste una divisione tra il vetro e la stanza.
In agosto camminando e discutendo lungo il mare di Camogli con Alice Cattaneo, ho trovato la soluzione: ogni artista avrebbe liberamente risolto il problema interno/esterno. Non un diaframma stabile, come normalmente avviene, ma una figura in cui il rapporto interno/esterno suggerisce sia una metafora dell’arte, sia della storia e del pensiero della Libreria. L’opera non è pensata per la strada, ma per la Libreria e quindi va bene che la strada e la stanza abbiano una reciproca visibilità.
È un’invenzione importante, non solo perché non ci sono altri esempi di spazi espositivi di questo tipo, ma perché tra arte e Libreria delle donne è normale discutere lo sguardo dell’altro.
Marta Dell’Angelo, Alice Cattaneo, Concetta Modica, Elisabetta Di Maggio, Elena El Asmar, Margherita Morgantin hanno “schermato” la vetrata in modi diversi, ma tutte hanno creato una visione che va di qua e di là del vetro. Sottolinea non tanto il tutto tondo artistico, quanto la relazione tra il loro essere artiste e il dialogo con La Libreria. Questa è l’occasione. Mi dirai che può succedere comunque. È vero. Ma l’arte si fa nei luoghi e per i luoghi, quindi il contatto diretto tra vetrina e stanza è fondante nelle loro creazioni.
I vuoti che tu hai notato nella vetrina “La rivoluzione lentissima”, fanno parte di questo rapporto. Sono emersi man mano che i sacchetti di plastica contenenti le mascherina della scritta e quelli vuoti sono stati disposti sul vetro. Sono i materiali pittorici con cui Margherita ha creato un affresco trasparente. Senza il vetro sarebbe stato diverso.
Ho visto quest’opera prima attraverso le sue parole e l’ho riconosciuta man mano che applicavamo i sacchetti al vetro. La sua scritta mi ha portata alla frase di Carla Lonzi di Sputiamo su Hegel: “il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale”. Mi sarebbe venuta in mente anche se avessi visto questo affresco in un museo? Sì. Ma qui posso collocare lo scarto rispetto a rivoluzione-velocità in una realtà politica specifica, e non in un’ipotesi.
L’andirivieni dei vuoti, delle trasparenze, dei colori mi fanno riconoscere nello sguardo di Margherita la rivoluzione lentissima che sto compiendo per leggere l’arte come qualcosa che sta dentro e fuori di me e mi sento di parafrasare Lonzi: l’arte è rivoluzionaria rispetto all’invenzione, ma conformista rispetto alla libertà se non decide di uscire dai confini del neutro maschile.
Grazie delle tue domande, mi aiutano a mettere a fuoco, almeno spero.
A presto
Francesca
(26 maggio 2016)
Care amiche, mi interessa questa riflessione ma non riesco a inquadrare bene la domanda di Luisa e non la rintraccio nella risposta di Francesca. Francesca vuoi farlo tu succintamente? Grazie, Sandra
Se posso, rispondo anch’io, Luisa.
La mia questione era: tu, Francesca, hai introdotto la discussione con una interessante esposizione sullo sguardo che fa incontrare l’opera e chi la guardi, proiettando e commentando opere che illustrano questa importante idea dell’opera come incontro di due soggetti. Io credo di capire e sono d’accordo. Ma tu stessa, parlando della serie delle vetrine fin qui create dalle artiste, hai sottolineato, come già in passato, che l’opera realizza un dentro-fuori: lo sguardo dunque la attraversa e a questo mira, in ciò consiste, lasciarsi attraversare, cosa che, una vetrina dopo l’altra, ormai mi affascina. Come metti d’accordo le due cose? Io sento uno scarto (anzi, devo aver detto: una contraddizione).
Ciao, Luisa Mur.
Forse complico, ma provo a rispondere.
Lasciarsi attraversare dallo sguardo dentro-fuori delle vetrine, non elimina l’incontro tra i due soggetti davanti all’opera. Anzi. Accentuando la lettura della mente, che si avvale di segni corporei, emotivi, non legati alla scrittura, stringe la parentela tra soggetto biologico e soggetto-opera.
Riconosciamo una persona quando ci viene incontro, ma anche quando se ne va e ci porge la schiena. È un tutt’uno. La vetrina è un po’ questo. E questo è eccezionale.
Non è il classico “tutto tondo” dell’arte, né il fronte retro di un quadro, ma una figura artistica della relazione politica, culturale di un luogo: La Libreria delle donne delle donne di Milano.
Lo sguardo che attraversa l’opera è così forte, perché la vetrina ne è avvolta, nel caso di Elena Asmar addirittura indossa i suoi arazzi, mentre avviene un primo sguardo tra il soggetto-opera e il soggetto-Libreria. All’interno di questa invenzione ogni opera vive la sua vita ed è in quel momento che l’attraversamento diventa lo sguardo con l’altra, l’altro che ogni artista vede e poi ci consegna perché tutti e tutte dialoghiamo tra noi attraverso la vetrina. C’è sempre un dentro e un fuori, se un’opera fa il miracolo di farcelo attraversare sincronicamente per me è un modo di rompere la polarità soggetto-oggetto e tentare quello sguardo tra due soggetti che ci può far convivere nella differenza.
In genere questo dilagare dello sguardo viene interpretato come la visionarietà dell’arte, qui è invece una trasparenza fisica che ci fa capire che attorno c’è il cielo, le case, gli uomini, le donne, le piante, gli animali…
Francesca
(www.libreriadelledonne.it, 31 maggio 2016)
di Thomas Bruckner
Domenico Lucano, mayor of Riace, sees the flow of refugees in Italy as an opportunity
Riace, Italy – As the continuous influx of refugees is seen as a cause for concern for many European nations, which are employing strict border controls to stop the unprecedented flow of people, one community in the southern Italian region of Calabria has taken a different perspective of the matter.
The village of Riace had seen its population drop from 2,500 to 400 since the 1990s, when people moved to northern Italy for better economic opportunities.
Domenico Lucano, Mayor of Riace, saw the flow of refugees in Italy as an opportunity. “We have been welcoming refugees with open arms for the past 15 years. [They have] saved our village,” Lucano explained.
The resourceful mayor first acted on this opportunity in 1998, when a boat with 218 Kurdish refugees on their way to Greece got stranded on a beach in Riace. This is when Lucano first proposed that the refugees should stay in the village and take over the homes and apartments that had been left vacant by the migrating former residents of the town.
The mayor helped to facilitate the integration by establishing a “refugees welcome” project, which is now spreading through neighbouring towns.
Presently, people from 20 different nations live in Riace. Bakeries and workshops have re-opened. There is even a school for the children of the village.
The population of the village has bounced back to 2,500. The successes in the village have been noted in Rome, according to the mayor, and the Italian government has been promoting the settlement of refugees in other smaller, shrinking communities. The policy makes more economic sense than accommodating the refugees in reception or refugee camps.
(Leggi articolo integrale, contiene molte foto)
(www.aljazeera.com, 2 maggio 2016)
di Donatella Borghesi
La buona scuola siamo noi! Lo sosteneva pochi mesi gran parte del popolo della scuola, durante la discussione in parlamento della riforma Giannini. Uno slogan – che al di là delle contestazioni ai singoli punti – metteva in evidenza la frattura tra il corpo insegnante e le istituzioni. Un’incomprensione che viene da lontano, da anni in cui ogni governo si sentiva in obbligo di buttare all’aria la riforma fatta dal governo precedente, inseguendo in modo affannato la crisi di sistema che cominciava a profilarsi. È stato un susseguirsi di riforme decisamente poco amate, soprattutto quelle di Moratti e di Gelmini. Quest’ultima – sempre secondo maestre e insegnanti – ha dato il colpo di grazia all’eccellenza riconosciuta in tutta Europa della scuola elementare italiana, riportandola al “maestro unico” (che in realtà non è neutro, ma al 98 per cento fatto di maestre!).
Chi sono questi insegnanti, che giorno per giorno continuano eroicamente a far funzionare il momento più importante e delicato della società, la formazione, e a presidiare il luogo privilegiato di incontro tra generazioni? Ora una di loro – “comune” insegnante di scuola media nelle periferie milanesi, come si definisce Vita Cosentino – dà voce alla storia sommersa degli insegnanti, nella grande maggioranza donne, che dagli anni Novanta hanno portato avanti quella che si è chiamata “l’autoriforma della scuola”, con la convinzione che il sapere nasca dall’esperienza, dal rapporto vivo. E che il cambiamento della scuola deve partire da quello che c’è già e che funziona.
Un’autoriforma fatta di incontri personali e collettivi, di articoli, libri, convegni, film. Un percorso che ha scelto non la contrapposizione sterile, ma il sostegno alla “buone pratiche” che chi insegna mette in atto con gli studenti e le studentesse. Perché, sostiene Vita Cosentino – e con lei Marina Santini e Alessio Miceli che hanno curato il libro – «la crisi riguarda i linguaggi, l’approccio al sapere e le forme della sua trasmissione. Questo può suscitare smarrimento e tendenze nichiliste, ma può essere visto come un’occasione di cui approfittare per diventare insegnanti che sanno insegnare a giovani persone a cui piace imparare».
È con l’amore per il suo lavoro che l’autrice ripercorre questi anni, dando largo spazio ai contributi dei suoi compagni di viaggio – uomini e donne – in una sorta di autobiografia corale. Il filo rosso che la guida è la “pedagogia della differenza”, nata dalla soggettività femminile e dalla sua indipendenza simbolica che si afferma con il pensiero della differenza sessuale. I punti di forza di questa proposta di autoriforma sono: autorizzarsi alle proprie esperienze soggettive, porre la relazione al centro dell’impegno didattico, capovolgere il rapporto tra razionalità ed emozione. Più cura per i rapporti reali con allievi e allieve e meno ossessione per tecnicismi, schede e test, insomma. Più spazio al desiderio, alla parola, anche al sogno e alla felicità… Richiamandosi alle tesi del sociologo francese Alain Touraine, secondo cui è entrata in crisi la visione tradizionale del sociale e viene avanti un mondo fatto di identità e soggettività culturali, l’autrice mostra che una nuova politica è possibile, e che può essere ancora appassionante.
Al racconto dei percorsi e degli incontri vissuti dall’autrice, segue una scelta di alcuni saggi e articoli lasciati vicino alla situazione in cui sono nati, perché ne rimanga impigliato qualcosa dei fatti e delle relazioni che li hanno prodotti. Sono idee che nascono da quello che c’è e accade, nel continuo scambio umano, con la consapevolezza che contrapporsi, anche se i motivi non mancano, può risultare sterile o, peggio, controproducente. C’è sempre qualcosa che si può fare, invece di arrendersi.
Tutti i sistemi scolastici occidentali sono in una crisi strutturale e i processi riformatori, ispirati all’aziendalismo, il più delle volte la aggravano. La crisi riguarda i linguaggi, l’approccio al sapere e le forme della sua trasmissione. Questo può suscitare smarrimento e tendenze nichiliste, ma può anche essere visto come un allentamento di vincoli non necessari, quindi un’occasione di cui approfittare per diventare insegnanti che sanno insegnare a giovani persone cui piace imparare.
Il libro propone di seguire l’itinerario di una soggettività femminile che si appassiona al suo lavoro e inventa pratiche politiche per cambiarlo. L’autrice è una comune professoressa di scuola media che pensa e agisce ma non da sola, impegnando se stessa, gli altri, e prima di tutto alunni e alunne, a trasformare il mondo in cui vivono. Ne scaturisce un bagaglio di pensiero e di esperienze capaci davvero di cambiare in meglio la scuola. Il percorso parte dagli anni ’80, con la presa di coscienza della pedagogia della differenza, per poi dare vita a un movimento di donne e uomini: l’autoriforma della scuola, una rete molto attiva nel pubblicare articoli e libri collettivi, con le idee scaturite dall’incontro con studenti e studentesse. Uno di questi libri, Buone notizie dalla scuola, tradotto in lingua spagnola, ha camminato fino in Cile, ispirando di recente la tesi di dottorato di un giovane insegnante, Julio H. Fernández, che fin dal titolo parla esplicitamente del “movimento per l’autoriforma italiana della scuola come un’esperienza di trasformazione personale”.
Il libro mostra una politica possibile che tiene insieme l’approfondimento delle pratiche a scuola e una trasformazione più ampia della società. Con una sorta di autobiografia professionale e politica, fa vedere che, nelle condizioni più comuni, si può uscire dall’anonimato e restare fedeli a sé, strappando la propria esistenza alla ripetizione e al conformismo. Si può diventare qualcuno, qualcuna nel senso vero della parola: un essere umano che agisce con altri partendo dalla modificazione di sé e rimanendo in rapporto vivo con i luoghi e le persone.
La scrittura non si perde mai nelle vicende biografiche, ma ci resta sempre legata. Non c’è il distacco oggettivo della teoria, ma c’è il distacco che esige il riattraversamento critico della propria storia: fare i conti con le grandi concezioni culturali che l’hanno segnata, per riformulare le scommesse dell’oggi, di un mondo di uomini e donne. E i conti da fare sono tanti.
Vita Cosentino è nata a Roma e vive a Sesto San Giovanni, dove ha insegnato per trentacinque anni nella scuola dell’obbligo. Ha curato Buone notizie dalla scuola (Pratiche, 1998) e Lingua bene comune (Città aperta, 2006). È coautrice del docufilm sulle maestre L’amore che non scordo (2008). Fa parte della Libreria delle donne di Milano e della redazione della rivista Via Dogana, ora on line.
Marina Santini vive a Milano e insegna nella scuola superiore. Ha scritto saggi di storia e articoli sull’esperienza didattica. Fa parte della Comunità di storia vivente e della redazione di Via Dogana.
Alessio Miceli vive a Milano e insegna nella scuola superiore. Ha scritto con altri Uomini in educazione (Stripes, 2012) e collabora con le associazioni Maschile Plurale e Officina, con cui è coautore della campagna “Riconoscersi uomini – Liberarsi dalla violenza”, 2014.
VITA COSENTINO – SCUOLA. SEMBRA IERI, È GIA’ DOMANI L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica
a cura di Marina Santini e Alessio Miceli – Moretti & Vitali editore, pagine 288, euro 18.00 – collana “Pensiero e pratiche di trasformazione” diretta da Annarosa Buttarelli – in libreria da giugno
Info: donatella.borghesi@alice.it
(Il Paese delle donne, 28 maggio 2016)
da la repubblica.it – Napoli
dal 27 giugno al 30 settembre 2016
“Dipingere equivale a improvvisare quando crei musica”. inequivocabile, l’atteggiamento artistico di Laurie Anderson, musicista, artista multimediale – a lungo compagna e poi moglie della rockstar Lou Reed – che venerdì 27 è attesa in città per una lunga giornata napoletana. Alle 12:30 interverrà alla conferenza stampa programmata negli spazi Made in Cloister, area appena restaurata del gigantesco Lanificio di Porta Capuana, che verrà ufficialmente aperta al pubblico da sabato 28 con orario continuato dalle 9 alle 19. Nell’ex Chiostro cinquecentesco della chiesa di Santa Caterina a Formiello, Anderson presenterà – vernissage venerdì 27 alle 19 – la personale “The Withness of the Body”, trenta opere ispirate alla sua ricerca sui temi della perdita e della vita, sull’inconsistenza e la consistenza del corpo. “Il corpo può dissolversi – spiega – e comunica. Il corpo dipinge e cancella se stesso”. In esposizione, tra le altre tele, “Red Painting (Sunset Park)”, “Boat”, “Lolabelle in the Bardo June 5th” e “Lolabelle in the Bardo May 5th” (entrambi dedicati alla sua amata cagnetta Lolabelle di razza rat terrier, morta cinque anni fa e a cui dedicò pure il film “Heart of A Dog” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) e “House”. La mostra, visitabile sino al 30 settembre, è prodotta dalla Fondazione Tramontano Arte, è inclusa nella programmazione della XXI Triennale del Design di Milano e ha ricevuto il matronato del Museo d’arte Donnaregina – Madre e il patrocinio del Consolato generale USA per il Sud Italia. (gianni valentino)
Una lettera di Cristina Tirinzoni dalla Svizzera
Care donne della libreria delle donne,
anche se il mio Italiano non è perfetto, vorrei farvi sapere le mie impressioni e pensieri di ieri sera [si riferisce all’incontro con le artiste che hanno partecipato al progetto “La quarta vetrina” e altre, coordinato da Francesca Pasini il 25/5/2016, NdR ].
Prima di tutto: grazie mille per vostre attività! Di nuovo una serata molto interessante, la discussione dell’arte femminile e/o maschile, ma prima di tutto la discussione di Francesca Pasini sull’argomento dello sguardo e anche sul suo intervento di star attenta al linguaggio femminile.
Lo sguardo: per me è abbastanza inequivocabile l’argomento dello sguardo insieme alle opere dietro/addietro o nella vetrina: siccome è una vetrina speciale dove sono state create da dentro le opere di diverse artiste, c’è questo sguardo da due lati: uno delle persone che passano e che vedono l’opera, ma non solo vedono l’opera, vedono anche la trasparenza della vetrina e può essere che guardano oltre, nello spazio dove era sviluppato questo lavoro e da dentro si può forse vedere questo sguardo, può essere che questo sguardo è pieno di interrogativi siccome si chiede che cosa è, cosa accade dietro questa vetrina. E da dentro lo sguardo è tutto diverso siccome le persone che guardano l’opera da dentro sono più fisse sull’opera. Ma anche lì lo sguardo può andare oltre, la vetrina è trasparente, lo sguardo può perdersi nello spazio fuori… (la mia impressone può essere limitata siccome non ho visto le altre vetrine).
Linguaggio femminile: mi sembra molto importante che Francesca ha puntato sul fatto che soprattutto come donne dobbiamo distinguere entro femminile e maschile nel contesto per esempio di parlare delle professioni, ma anche in altre circonstanze.
Nel 1986 sono stata eletta come delegata del partito verde in Svizzera in un parlamento di una città nel cantone di Zurigo. Siccome il gruppo parlamentare verde non era numeroso, ad ogni riunione ho dovuto parlare su qualunque tema che era trattato in parlamento. L’anno prima del quale ero stata eletta, hanno rielaborato il regolamento comunale e lì era scritta la frase trita che per semplificare utilizzano solo la versione maschile, ma le femmine sono incluse.
Al primo discorso nel parlamento, mia introduzione era che mi riferivo a questo nuovo regolamento e mi permettevo per semplificare parlare solo nella versione femminile, però i maschi sono inclusi. Prima di parlare sul tema, abbiamo dovuto salutare il parlamento nel senso di dire: buongiorno signor presidente/signora presidente, buongiorno colleghi. Il mio saluto e i miei discorsi erano esenti da sostantivi maschili: alla fine della prima riunione che durava 4 ore e io ho dovuto parlare 3 volte, un collega del partito cristiano mi disse che io provocavo gli uomini, e un collega del partito verde mi diceva che non mi ascoltava siccome i miei discorsi contenevano solo la versione femminile.
Solo le colleghe e i colleghi del partito socialdemocratico mi sono congratulati e io ho continuato a parlare nella versione femminile.
Grazie, a presto.
Cristina (della Svizzera)
26 maggio 2016
di Lorenzo Fazzini
Si chiamavano Macrina, Paola, Sabiniana, Teodora, Olimpia, Eugenia, Marcella, Vitalina, e molte altre ancora. Il loro numero era cospicuo: la testimonianza di Palladio, autore del IV secolo della Storia Nausicaa, indica in addirittura 3000 il loro numero. Solo nel monastero egiziano di Tabennisi se ne contavano ben 400 coabitanti insieme. Sono le madri del deserto. La versione ‘rosa’ del più celebre e famoso movimento monastico iniziato da Antonio (250-356), egiziano, che si stabilì non lontano dal Sinai.
Un fenomeno poco conosciuto quello delle donne che lasciarono tutto per cercare Dio nella solitudine di un deserto. Un’esperienza che, purtroppo, nel corso degli anni venne messa tra parentesi anche nel mondo cristiano, come avvenne per altre esperienze religiose femminili. E che invece possiede una sua peculiarità feconda anche per l’oggi, come testimonia Gabriele Ziegler nel suo recente testo Madri del deserto. Eremite del primo Cristianesimo (Libreria editrice vaticana, pagine 160, euro 12,00).
Sono molte le notizie che Ziegler mette in evidenza nella sua ricerca. Anzitutto rintraccia gli elementi caratteristici e plausibilmente unitari di queste donne emerite: tra queste la capacità, pur vivendo un’esperienza di isolamento, di essere solidali nella loro ricerca ascetica di Dio: «Le madri del deserto non erano combattenti solitarie, al contrario erano in rapporto con le sorelle e si consigliavano con loro». Schiettezza e perspicacia nei rapporti con i pari di sesso maschile caratterizzavano queste figure femminili, che potremmo definire virili se non fosse che tale termine le incapsulerebbe ancora in cliché tipici di una visione maschile. Ne è comunque un esempio questo passo tratto dalle testimonianze su Sarrha, donna che, si legge nella raccolta di vite femminili Meterikon, «visse nella lussuria per 15 anni», in seguito eremita sul Nilo per 60 anni: «Secondo natura sono donna, ma non lo sono nei pensieri», disse in un confronto con due uomini. Un modo, questo, per affermare la parità di valore intellettuale rispetto ai padri.
Il noto monaco e scrittore Anselm Grün segnala nella sua prefazione come l’esperienza delle eremite abbia costituito una rottura (in meglio) nel mondo antico in tema di parità di genere: «Rispetto ai filosofi greci, che disconoscevano alle donne la capacità di filosofare, i padri della Chiesa e i primi monaci riconoscono nelle donne la stessa energia necessaria per l’ascesi».
Altro elemento unificante di tale esperienza e- ra la qualifica che veniva assegnata a queste donne: chi sceglieva l’eremitaggio veniva chiamata ‘amma’, ovvero «una donna saggia che possa accompagnare le altre nel percorso di vita. Le madri del deserto divennero qualcosa come levatrici spirituali che aiutarono altre a maturare nell’anima e a fare il loro cammino di vita», scrive Ziegler. Un esempio di tale statura umana e spirituale la troviamo in Olimpia: da giovane fidanzata con Nebridius, tesoriere dell’imperatore Teodosio, venne ordinata diaconessa a nemmeno 40 anni. Fu discepola di Giovanni Crisostomo e mantenne con lui numerosi scambi epistolari.
Si diceva prima di alcuni tratti di queste donne intrisi di modernità. Tra questi spicca l’elemento di una sessualità riconciliata. Lo testimonia ad esempio la vicenda di Paolo, il primissimo eremita, impiantatosi sul monte Gherit vicino al Mar Rosso, vissuto tra il 228 e il 341: quando rimase paralizzato, venne curato e assistito solo da donne. «In questo modo – scrive Ziegler – chiarisce che la piena castità non comporta il tentativo di isolarsi da ogni tipo di sessualità». L’autrice annota come «le madri del deserto non ammisero che una donna fosse ritenuta a priori una tentatrice, come Eva. Sostenute dalla loro esperienza e dal confronto con donne provate dal deserto, esse dimostrarono che quella funesta identificazione non è vera». E anche l’astinenza sessuale non era considerata un assoluto imprescindibile, «qualsiasi forma di ascesi non ha valore in sé: il parametro per una vita che sia sostenibile e che ci renda sopportabili per gli altri è quello dell’amore». (…)
(Avvenire, 24 maggio 2016)