di Viviana Mazza



Molti danno per scontato che la 45enne Figen Yüksekdağ sia curda. Ma non è così. Turca, sunnita, insieme al curdo Selahattin Demirtaş è la co-presidente dell’Hdp (partito democratico dei popoli), il terzo per numero di deputati nel parlamento di Ankara. L’Hdp, che aspira a rappresentare anche altri gruppi (il movimento operaio, quello femminista, le minoranze religiose come gli aleviti), è comunque più che altro noto come il partito dei curdi. Sono riusciti a impedire che l’Akp del presidente Erdoğan ottenesse la maggioranza assoluta alle elezioni nel giugno 2015, ma Erdoğan è riuscito un mese fa a strappare ai deputati dell’Hdp l’immunità parlamentare. Il presidente turco vuole vedere Yüksekdağ e i suoi colleghi dell’opposizione filo-curda incriminati per presunti legami coi gruppi militanti.

Ed è per questo che è venuta, per la prima volta, in Italia. Negli incontri al centro per le arti MACAO di Milano e poi in Parlamento a Roma, nei due giorni scorsi, ha tentato di dare visibilità alla lotta dei curdi contro l’Isis ma anche contro Erdoğan. «Per la Turchia questo è un momento particolarmente difficile, la repressione è ferocissima – ha detto al Corriere -. Facciamo appello a tutti, all’Italia e all’Europa, a prendere posizione perché, se tutto ciò sta avvenendo, è possibile anche grazie al supporto che date a questo regime dittatoriale. L’Europa fa finta di non vedere quel che sta succedendo in Turchia purché quest’ultima non faccia passare i migranti: è un accordo sporco e tutti gli Stati europei sanno che è così. Nei giorni in cui questo accordo veniva firmato, 150 persone sono state arse vive negli scantinati della città di Cizre. Sono decine le città nel sudest della Turchia che sono state rase al suolo. Questa complicità tra Turchia ed Europa non verrà dimenticata dal popolo curdo».

E poi c’è un’altra cosa che, secondo Yüksekdağ, le donne europee possono imparare dall’Hdp: il criterio della co-rappresentanza di uomini e donne. Nell’immaginario occidentale, infatti, «la donna curda è soprattutto una guerrigliera – riflette la co-presidente dell’Hdp – e il ruolo delle armi ha una sua importanza. Ma la dimensione politica è sicuramente quella più rilevante, perché fa davvero vacillare tutti gli equilibri del patriarcato».

«La rivoluzione della donna curda è in corso da una trentina di anni, solo che le persone in Europa l’hanno notato solo dopo Kobane e Rojava – continua -. Per trent’anni, semplici contadine hanno abbandonato la propria casa, imbracciato le armi e sono andate a combattere. Oggi l’operazione guidata dalle Forze democratiche siriane per liberare Raqqa, che è composta da curdi ma anche arabi, turkmeni e altre minoranze, è guidata da una donna comandante (Rojda Felat, ndr). Questo è molto importante, perché le vittime principali di Isis sono state le donne, vendute e costrette alla schiavitù, quindi il messaggio che si vuole dare oggi è che le donne non si sottometteranno, e nel buio in cui è avvolto il Medio Oriente, l’unico spiraglio di luce è la rivoluzione della donna curda».

Ma l’aspetto più importante è quello politico: «A tutti i livelli nel movimento di liberazione curdo si esprime il criterio della co-rappresentanza maschile e femminile, e questo può essere preso come esempio dalle donne di tutto il mondo, anche da quelle europee. Inoltre, un punto che non trova spazio nel racconto dei media è che le donne al fronte, in Rojava e Sinjar, non sono solo donne in armi ma anche donne impegnate nella ricostruzione e riedificazione della società, non sono solo lì a sparare ma a svolgere ruoli a livello sociale. Peraltro, l’Hdp è una forza tutta politica, l’aspetto militare per noi non è quello più significativo ma è la dimensione politica di questa lotta di emancipazione che ha un enorme livello di visibilità in Turchia. La co-rappresentanza in Turchia equivale alla violazione di un tabù, il fatto che una donna come me abbia la possibilità di misurarsi da pari e di criticare su tutti i media un uomo come Erdoğan è un dato che semplicemente uomini come lui non sopportano, è una cosa intollerabile, fisicamente insostenibile».

Una rivoluzione che passa dal parlamento: «Il successo elettorale che abbiamo ottenuto del 7 giugno 2015 con il primo ingresso in parlamento ha equivalso a conferire all’Hdp una rappresentanza che, su 80 deputati, era composta da 35 donne, una cosa senza precedenti nella storia della Turchia, perché nel parlamento la presenza femminile si attestava intorno al 7%. Il risultato dell’Hdp è stato un terremoto. Al di là degli equilibri geopolitici, questo elemento di genere ha scatenato il panico nell’intero parlamento».

Anche l’Akp ha un numero consistente di donne, e la figlia di Erdoğan, Sümeyye, ha una grande visibilità. Yüksekdağ, però, pur riconoscendo che «gran parte del successo dell’Akp è dovuto anche all’impegno delle donne, che costituiscono il 10% dei membri», afferma che «quelle stesse donne non potete vederle in vetrina, viene dato loro solo un ministero, che è quello della famiglia. Non sono donne impegnate per altre donne ma utilizzate dal partito come strumento di un potere nemico delle donne e profondamente misogino».


(www.27esimaora.corriere.it, 28 giugno 2016)

di Doranna Lupi

Nel suo ultimo “Primo piano” (del sito delle Comunità Cristiane di Base, 16 maggio 2016) Carla Galetto esprimeva un interrogativo, a mio parere rilevante: “Nell’esperienza che da molti anni faccio con altre donne delle Cdb mi sembra stia avvenendo un ricco percorso parallelo con temi, idee e pratiche che non trovano ancora spazio nei luoghi misti. E mi chiedo quali possano essere le strade e le modalità per costruire insieme, uomini e donne, un cammino condiviso, in cui le differenze non siano causa di separazioni o di esclusioni, ma occasione di confronto e avvio di nuove pratiche”.

Condivido con Carla e le altre donne delle cdb questo percorso e gli interrogativi che esso pone, tuttavia ho l’impressione che i temi, le idee e le pratiche venute al mondo con la libertà femminile si muovano, anche in direzioni impreviste. Abbiamo prestato attenzione alle nostre simili desiderando di vederle e vederci più libere e questo ha prodotto effetti ad ampio raggio.

Nell’inserto dell’Osservatore Romano Donne Chiesa Mondo di Maggio, intitolato La Visitazione, la curatrice Lucetta Scaraffia dice: “Abbiamo iniziato il nostro lavoro; infatti, richiamandoci a quel momento iniziale dei vangeli in cui due donne – Maria ed Elisabetta – si incontrano (…) sono entrambe capaci di vedere il significato vero e profondo degli eventi che stanno vivendo, di scorgere il divino anche quando è ancora celato. E lo fanno prima degli uomini, prima dei sacerdoti e dei sapienti”. Le autrici di questo inserto si preoccupano di portare alla luce, alla conoscenza del mondo lo sguardo specifico delle donne sul sacro, uno sguardo diverso da quello degli uomini e per questo necessario.

Mezzo secolo di “Visitazioni” tra donne hanno operato una rivoluzione culturale che, anche se ignorata all’interno della chiesa e non solo, ha camminato con le proprie gambe mostrandosi straordinariamente viva, luminosa e trasformante.

Grazie a questo contagioso desiderio di libertà si è avviato un processo ed è necessario esserne consapevoli per poterlo seguire e alimentare.

Un processo che ha avuto già le sue radici nella relazione tra Gesù e le donne poiché, come dice Lilia Sebastiani, l’apparizione di Gesù alle donne ha fatto sì che non potessero togliere dai vangeli i racconti delle donne che furono le prime a vederlo, garantendo così la loro presenza.

Negli ultimi due anni, guardandoci attorno, a livello locale, è nato a Torino il gruppo teologico Acquaviva, composto da docenti e studentesse della facoltà di teologia, che ha preso espressione pubblica in diverse occasioni. L’associazione Chicco di Senape, estendendo il lavoro a una rete di associazioni, parrocchie e comunità, ha dedicato un intero anno, conclusosi con un convegno molto partecipato, misto e intergenerazionale, sul tema “Va’ dai miei fratelli e di’ loro… Le voci delle donne nella chiesa”.

Il nostro gruppo donne della cdb di Pinerolo è stato chiamato a condurre un corso sulle donne nella bibbia, in un centro socio-culturale polivalente di Torino.

Il convento di clausura della Visitazione di Pinerolo si è aperto a seminari e letture di autrici che vanno da Simone Weil ad autrici locali, proposti da donne del nostro gruppo teologico.

Piccoli fermenti che testimoniano, a livello locale, un processo in corso dove il passo in avanti sembra essere quello di uomini e donne che si interrogano ponendosi in relazione, ascoltandosi e prendendosi sul serio, partendo da se stessi/e e dalla propria esperienza sessuata e tenendo presente ciò che le donne hanno detto e scritto sino ad oggi.

Credo sia parte di questo processo la decisione di Papa Francesco di elevare la memoria liturgica di santa Maria Maddalena al grado di festa nel Calendario romano generale. La decisione del Pontefice vuole spingere la Chiesa a riflettere in modo più profondo sulla dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della misericordia divina partendo da Maria Maddalena, nota come colei che ha amato Cristo ed è stata molto amata da Cristo e definita da san Tommaso d’Aquino «apostola degli apostoli». Come si legge nell’apposito decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti può essere oggi compresa dai fedeli come paradigma del compito delle donne nella Chiesa.

Dalla restituzione del posto che a santa Maria Maddalena spetta nella tradizione cristiana, da parte di Papa Francesco, può finalmente partire il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa. È l’analisi di Lucetta Scaraffia sulla prima pagina dell’Osservatore Romano, che prosegue dicendo: “Tanto è stata lunga e difficile la strada che ha portato all’accettazione della verità, una verità semplice ma espressiva di un messaggio che molti non volevano ascoltare: e cioè che per Gesù le donne erano uguali agli uomini dal punto di vista spirituale, avevano lo stesso valore e le stesse capacità. Per questo era così difficile ammettere che Maddalena era un’apostola, la prima fra gli apostoli a cui si è manifestato il Signore risorto. Per questo proprio da lei, cioè dalla restituzione del posto che le spetta nella tradizione cristiana, può finalmente partire il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa. Papa Francesco l’ha capito chiaramente, e ha avviato in questo modo un processo che non si potrà più fermare”.

Io non penso che questo processo sia stato avviato da Papa Francesco, poiché si tratta di un processo già innescato dalle nostre Visitazioni.In memoria di lei è stato il titolo del libro di E. Schüssler Fiorenza che nel 1988 ha cambiato il punto di vista di una generazione di donne nella Chiesa; in memoria di lei è stata la nostra prima celebrazione dell’unzione di Betania condivisa nel 1988, a Parigi, con le donne delle cdb francesi e olandesi, da cui ha avuto il via il nostro trentennale percorso di donne cdb italiane; in memoria di lei è il nome del nostro gruppo Facebook.

Vorrei quindi ringraziare quelle donne che, avendo a cuore la libertà femminile, e avendo alle spalle un lungo percorso di incontri, scambi ed elaborazioni, con presenza e parole autorevoli, hanno avviato nella chiesa cattolica un percorso che ha aperto ad un dialogo vero tra i sessi, spinte dal desiderio e dalla necessità di una sinergia tra maschile e femminile che diventi vera forza positiva nella chiesa e nel mondo.

(www.cdbitalia.it, 28 giugno 2016)

di Goffredo Fofi

Annie Ernaux, L’altra figlia
L’orma, 82 pagine, 8,50 euro

Dopo Il posto e Gli anni, L’orma ci regala un altro bellissimo récit o memoir di Annie Ernaux, scrittrice francese che ha scavato nel suo vissuto per una sete di conoscenza ben diversa dai narcisismi del nostro tempo.

Nel 1950, quando ha dieci anni, Annie apprende dal dialogo tra la madre e un’altra donna di avere avuto una sorella morta a sei anni di difterite, due anni prima che lei nascesse. È il confronto con questa rivelazione che Ernaux ci racconta (“Bisognava che tu morissi a sei anni affinché io potessi venire al mondo ed essere salvata. Orgoglio e senso di colpa nell’essere stata scelta per vivere, in un disegno indecifrabile”), rivelazione nella quale scava con dolorosa serietà per capire se stessa, i suoi, la vita e il nostro rapporto con i morti, la loro silenziosa, forte presenza. Per “lottare contro la lunga vita dei morti” perché noi “non sfuggiamo mai ai morti”.

Viene alla mente il racconto di Joyce, I morti, per alcuni il più bello di tutto il novecento. I “nostri” morti non muoiono mai, dentro di noi, come cerca di dire perdendosi per strada anche Ugo Cornia in Buchi (Feltrinelli 2016). L’altra figlia parla anche d’infanzia e ha in apertura una frase di Flannery O’Connor: “Credere è la maledizione dei bambini”. Ma credere è anche la tormentata speranza di O’Connor, come si evince dal suo giovanile Diario di preghiera, appena tradotto da Bompiani.

 

(Internazionale, 26 giugno 2016)

di Claudio Vedovati

Gli inglesi lasciano l’Europa ma io penso ai greci che stanno facendo sacrifici immensi e ingiusti per rimanervi. Per il resto mi sento come se fosse scoppiata una guerra. Uso il “come se” per tenere aperta la speranza. Il neo liberismo ha distrutto le nostre società, impoverito tutti e tolto strumenti di trasformazione positiva proprio a chi ha meno. Iniziò guarda caso in Gran Bretagna con Margaret Thatcher che disse “la società non esiste”, ma poi è diventata neoliberista anche la sinistra e con essa tutta l’Europa.

Cos’è ora che ci salva?

Da tempo ho deciso di lasciare al suo destino la sinistra liberista, in Italia il PD: non è più, come si dice, la soluzione ma parte del problema. Una lunga storia è finita in miseria, le grandi tradizioni politiche che l’hanno prodotta sono venute meno e quel che rimane nei partiti è poco più che uno strumento di potere per gli opportunisti dell’ultima ora. Non voglio più sostenere questo desiderio di potere e voglio invece sostenere altre vite e altri desideri.

La mia esistenza materiale, le mie condizioni di vita, le mie relazioni, i luoghi in cui vivo e lavoro sono tutti profondamente segnati dall’esito di questa storia e in particolare dal sostegno dato dalla sinistra alle politiche neoliberiste. Questa sinistra ha fatto proprie le tesi sostenute dalla destra americana negli anni ’70. Si disse allora che la crescita della partecipazione dal basso era un eccesso di democrazia che metteva in crisi la governabilità e che era necessario semplificare la democrazia dall’alto e rendere autonoma la politica dalla società (Samuel P.Huntington, nel 1975, proprio dopo il golpe cileno).

Tutto questo ha alimentato il dissolversi dei legami sociali, quelli che producono vera politica, cioè cambiamento, e quell’immenso concentrarsi della ricchezza in poche mani che caratterizza oggi le nostre vite. Nel suo piccolo, molto piccolo, se ne vede il riflesso nelle proposte di riforma costituzionale ed elettorale del governo, semplicemente un modo per consentire al ceto politico vecchio e nuovo di rimuovere le ragioni della propria crisi, diventare una oligarchia che si nomina da sola e vivere di riflesso rappresentando gli interessi delle élite economiche. Ma come vediamo oggi con la Brexit, queste sono scelte scellerate: i nuovi espropriati o coloro che semplicemente si ritengono tali perdono lo sguardo del futuro e agiscono di conseguenza.
In questo scenario le elezioni comunali italiane sembrano piccola cosa, ma non lo sono. In quella campagna elettorale c’era già tutto. Virginia Raggi ha detto di volersi battersi per preservare il bene pubblico “contro chi, come la destra e il Pd, ha annunciato di voler privatizzare pezzi della città”, difendere le fasce più deboli, avviare politiche per l’ambiente, garantire il diritto all’abitare, affrontare la questione dell’immigrazione. Roberto Giachetti ha creduto di avvantaggiarsi parlando di Olimpiadi, di 170 mila posti di lavoro, di grandi opere.

Le parole di Raggi sono importanti soprattutto perché vengono da un movimento che è totalmente immerso nelle contraddizioni del nostro tempo. Nella sua breve storia il M5S ha alimentato la contrapposizione tra “noi” e “loro”, nell’illusione che non ci sia un nesso tra la degenerazione della politica e la crisi culturale di un’intera società di cui tutti facciamo parte. Ha fatto spesso uso di un linguaggio violento, soffiando sul risentimento. Ha esibito l’onestà come strumento di purificazione che consente di presentare le proprie idee come indiscutibili. Ha riproposto la vecchia idea del sapere come tecnica e della politica ridotta a competenza (“la scomposizione neoliberista del lavoro fordista nelle ‘competenze’ postfordiste” scrisse tempo fa Ida Dominijanni). Ha confuso la cultura della partecipazione e gli strumenti della democrazia diretta con il bastare a se stessi, ha parlato di bene comune e agito dinamiche da setta e, infine, ha riproposto una idea elettoralistica e tutto sommato povera della politica, mirata a “vincere” nelle istituzioni, senza vedere quanta politica c’è già nella vita quotidiana del paese. I 5 stelle sono anch’essi espressione della crisi della democrazia rappresentativa quando essa perde la capacità di rappresentazione delle cose, che significa anche che i singoli, slegati dalle relazioni, pensano di salvarsi da soli o contro qualcuno, soprattutto chi ha meno, chi è colpito dalla crisi, chi proprio nelle relazioni dovrebbe trovare la propria forza. […]

(www.donnealtri.it, 25 giugno 2016)

di María-Milagros Rivera Garretas 

 

www.ub.edu/duoda/web/, 24 giugno 2016

Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, testo originale in http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/179/

 

Jo Cox era una deputata laburista del parlamento britannico quando fu assassinata da un uomo in una via di Londra il 16 giugno 2016, durante la campagna di metà paese contro l’altra metà sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Non fu solo un assassinio ma anche e soprattutto un delitto di odio di un uomo contro una donna. L’assassino, l’uomo arrestato o un altro, si è accanito con Jo Cox: ha sparato contro di lei, l’ha pugnalata ripetutamente e ha calpestato il suo corpo. Ha sparato, pugnalato e calpestato il corpo più sacro del creato, quello femminile, depositario della vita e della lingua. Jo Cox aveva 41 anni.

Dai tempi della mia presa di coscienza femminista di molti anni fa ricordo l’impatto che ebbe su di me la lettura di una frase di Germaine Greer nel suo libro The Female Eunuc (1970, L’eunuco femmina). La frase diceva: «Noi donne non sappiamo quanto ci odiano gli uomini». Rabbrividii leggendola, perché neanch’io lo sapevo. E ho cercato di vivere ricordandolo il meno possibile, perché non mi sentivo capace di attenermi alle conseguenze.

Perché tanti uomini odiano le donne? Perché nelle nostre società postpatriarcali si combatte ogni giorno tra donne e uomini una battaglia necessaria e difficile per il simbolico, cioè per il senso della realtà, della vita, delle relazioni, delle cose, della felicità, dell’amore, il desiderio e la politica, che sono la cosa più importante che abbiamo. È una battaglia tra il senso della realtà fedele all’ordine simbolico della madre e il racconto della realtà costruito dal regime maschile di significato, adesso postpatriarcale. Senza che questo voglia dire che tutte le donne e tutti gli uomini combattano la loro battaglia nel campo del proprio sesso, perché la libertà umana esiste ed è, in primo luogo, libertà simbolica. Nelle società patriarcali questa battaglia era meno visibile perché era già stata vinta dai patriarchi, anche se non del tutto, proprio perché l’ordine simbolico è della madre.

Un esempio evidente oggi di tale battaglia è il racconto dell’assassinio e vessazione del corpo di Jo Cox che circolava sui mezzi di comunicazione mondiali, infedele ai fatti già un giorno dopo il vile assassinio. Se le prime notizie parlarono di vessazione, le seconde non più: il “quanto ci odiano gli uomini” doveva restare fuori dal racconto. Le pugnalate e il calpestamento vennero omessi e sostituiti dal “crimine politico”, benché il delitto e i suoi modi fossero quanto più apolitico ci sia. L’attenzione fu sviata verso la cosiddetta brexit e verso la politica (questa sì, politica) di Jo Cox a favore delle rifugiate e dei rifugiati della guerra di Siria. L’odio e l’accanimento di un uomo doveva rimanere occulto e la loro espressione e memoria proibite. Perché? Perché se anche non sono ancora capaci di metterlo in parole né tantomeno di estirparlo dalle loro vite, dai loro metaracconti, dalle loro letterature, dalle loro pubblicità, dai loro film, dalle loro conversazioni, le loro barzellette, le loro televisioni o le loro bestemmie, ci sono sempre più uomini che si vergognano dell’antico odio maschile per le donne e che vogliono vivere sin di esso. E perché si comincia a riconoscere e a temere che se noi donne prendiamo coscienza di tale odio maschile, scoppierà la rivoluzione ancora in sospeso nella politica sessuale.

 

(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2016)

 

LabMi, la città del primum vivere

Presso: Libreria delle Donne a Milano, Via Calvi 29, 02 7000 6265

Proposto da: Sandra Bonfiglioli, Bianca Bottero, Maria Bottero, Emilia Costa, Ida Farè, Stefania Giannotti, Laura Minguzzi.

 

Lettera d’invito a LabMi/5

28 giugno 2016, h18 in Libreria delle Donne, via Calvi 29, Milano

 

Care amiche, nei cinque appuntamenti di primavera di LabMi abbiamo ascoltato i racconti di donne abitanti a Milano e abbiamo imparato, intuito attraverso parole d’oro zecchino, pepite di esperienza del corpo e della mente, che la città  è amata dalle donne che dagli anni 80 lavorano nel movimento, nelle istituzioni e nei circoli di base e trasformano le loro abitazioni per rendere la città amica di un abitare dove il lavoro è parte della vita e non viceversa.

Attraverso i racconti abbiamo indagato la città facendo mappe dei modi di abitare

 

Martedì 28 incontriamoci per concludere questa fase primaverile con una riflessione collegiale per dire cosa abbiamo imparato del nesso esistente tra libertà femminile/modi di abitare/luoghi della città abitata.

 

Possiamo rispondere a questa domanda:

 

                        esiste una Milano amica della libertà delle donne?

 

Abbiamo lanciato un sasso sull’acqua che stava placandosi in una serena tranquillità. Persino un po’ sonnacchiosa. Non lo lasceremo affondare.

 

Dopo la pausa estiva LabMi, riprenderà i lavori sabato 17 settembre 2016. Come? Con quale sentire? Il respiro della città

Il respiro della città  incornicerà il laboratorio di idee e progetti per Milano.

Sarà una fase di lavoro profondamente nuova.  Viene dopo le 5 giornate della primavera che hanno messo al centro la domanda: “esiste una Milano già amica della libertà delle donne?”

 

Ripartiremo da qui e andremo oltre. Mettiamo al centro  la relazione tra modi di abitare con la città fisica, disegnata e organizzata negli spazi e nei tempi secondo quel genius loci che ci fa riconoscere Milano appena scesi dal treno; e secondo una cultura progettuale diffusa che si colloca fra i/le grandi del progetto urbano. Insisteremo sulla città fisica.  E noi donne abbiamo qualcosa da dire.

 

Intanto vi aspettiamo all’appuntamento di Martedì 28

Pronte? 

 

(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2016)

I motivi del cambiamento e della scelta del nuovo marchio

 

La Casa Editrice Mammeonline di Foggia di Donatella Caione da luglio 2016 dà vita ad un nuovo marchio editoriale: Matilda Editrice.

La casa editrice, nata nel 2003, prese il nome dalla comunità online perché i primi libri erano realmente realizzati raccogliendo le esperienze delle mamme della comunità mammeonline. Poi col tempo è diventata una realtà autonoma ma il nome è diventato limitante perché le autrici e illustratrici (ma ci sono anche autori e illustratori) sono professioniste, i libri sono per lo più rivolti a bambine e bambini, ragazze e ragazzi. E sono libri veri, di carta, distribuiti nelle librerie, e non libri digitali o libri venduti solo online come il nome potrebbe far pensare.

Serviva un nome che raccontasse realmente quello che la casa editrice fa da sempre: bei libri per bambine e bambini con un desiderio particolare: dare spazio alle protagoniste femminili. Ma anche contrastare gli stereotipi di genere, raccontare la diversità e l’accoglienza, i sentimenti e le emozioni. Ci voleva insomma un nome che contenesse il senso e le parole dei libri che pubblica. Le parole sono importanti, il linguaggio è performativo, lo sappiamo.

Ed è venuta in mente lei, Matilda, la protagonista del romanzo di Roald Dahl, un nome che contiene perfettamente il senso di questa attività editoriale. Dice Donatella Caione, responsabile della Casa Editrice: “È un nome che parla di letteratura per l’infanzia, di bambine protagoniste, di genitorialità non solo biologica, di amore per i libri e per le biblioteche, del bisogno di non uniformarsi. Ma parla anche di famiglie imperfette e di insegnanti appassionate.

Matilda è libertà, è anticonformismo, è intelligenza, è l’emblema di quello che dovrebbe rappresentare la cultura: il mezzo per allargare i propri orizzonti e non lasciarsi sopraffare dalla grettezza.

E, oltre al senso, contiene le parole: Multicultura Accoglienza Tenacia Identità Lettura Diversità Affettività. Parole che raccontano perfettamente le motivazioni, gli interessi e l’approccio mio e di chi lavora con me, compresa la tenacia, qualità indispensabile per chi crede nel lavorare nell’editoria.

I nuovi libri da settembre 2016 in poi saranno pubblicati da Matilda Editrice ma i libri della Casa Editrice Mammeonline continueranno a esserci perché rappresentano il bellissimo passato. Accompagneranno i nuovi, aiuteranno questa bambina a crescere.

Dal desiderio di continuità è nato il nuovo logo, sempre di Tiziana Rinaldi, simile a quello già noto ma lievemente rinnovato perché, dice Tiziana: “Anche se il nome cambia noi rimaniamo le stesse, dalla parte delle bambine e dei bambini e con il libro al centro. Il libro è mostrato dalla copertina perché visto in quel modo rappresenta per me proprio il simbolo del libro: del libro vediamo prima di tutto la copertina, lo riconosciamo da quella. Però ho voluto lasciarla senza titoli né immagini, perché ognuno possa metterci i suoi rendendola universale, e ho scelto il rosso per continuità con il cuore.

 

(www.matildaeditrice.it, 22 giugno 2016)

di Corrado Stajano

 

Secondo noi è tutto giusto tranne il veleno della misoginia ma è innegabile che le protagoniste politiche di oggi non reggono il confronto e ci dispiace. (La redazione del sito della Libreria delle donne di Milano)


Come si può dimenticare la donna di Roma città aperta, il film di Roberto Rossellini, che corre corre, insegue il camion su cui i nazisti stanno portando via il suo uomo, grida «Francesco, Francesco» e finisce a terra falciata dalle mitragliatrici? Pina, la popolana, e Anna Magnani, l’attrice, sono tutt’uno in quella scena tragica che settant’anni dopo seguita a far male al cuore.

La ricorda il bel libro Donne della Repubblica edito dal Mulino, opera di più autrici, Claudia Galimberti, Cristiana di San Marzano, Paola Cioni, Elena Di Caro, Chiara Valentini, Maria Serena Palieri, Francesca Sancin, Lia Levi, Federica Tagliaventi, Elena Doni. Qualcuna di loro, il vecchio gruppo di «Controparola», ha scritto nel libro più di un saggio su personaggi che hanno lasciato un segno nel Novecento: donne le autrici, donne le protagoniste, politiche, scrittrici, attrici e anche donne al centro di fatti che ebbero un rilievo nel far progredire il bigotto costume dell’epoca.

Come scrive Dacia Maraini nell’introduzione: «Il nostro sembra un Paese che prova sollievo nel dimenticare il passato, quasi ci fosse da vergognarsi, soprattutto quando si tratta di stabilire dei punti di riferimento etici, socialmente riconoscibili, che possano fare da modello per le prossime generazioni».

La memoria smarrita. Le donne di questi ritratti o, meglio, racconti verità, si sono impegnate nel nome della dignità, della giustizia, dell’eguaglianza e rappresentano il simbolo dei momenti alti del Paese, la minoritaria lotta clandestina contro il fascismo, la Resistenza partigiana, la Costituzione del ’47. Si sono poi impegnate per creare la tessitura necessaria alle leggi che hanno emancipato la comunità, i diritti di cittadinanza, il divorzio, l’eguaglianza non ancora del tutto raggiunta tra uomo e donna. Il libro serve anche a far capire come la lotta per la libertà e per il progresso sociale e civile non debbano mai avere sosta. Ci si immalinconisce se si fa un paragone tra la forza, la cultura, il coraggio di donne come Ada Gobetti, Camilla Ravera, Nilde Iotti, Tina Anselmi e le ministrine di oggi, insipide ma arroganti, attente, sembra, soprattutto al colore del loro tailleur.

La carrellata di questo libro è lunga e appassionata. Da Anna Magnani (Lia Levi), sciantosa, pescivendola e poi grande interprete — vinse nel 1955 l’Oscar per La rosa tatuata — donna ribelle, attrice di se stessa, a Teresa Noce, uno dei ritratti più belli del libro (Paola Cioni). Sembra una storia ottocentesca, la sua: la povertà inimmaginabile, la senza scuola che ama la cultura e sa conquistarla con lo studio appassionato, l’indipendenza di giudizio, la testardaggine, la durezza, la coerenza, la coscienza che per la sinistra l’unità è essenziale. La bambina che nasce in un miserrimo quartiere di Torino all’inizio del secolo passato conosce via via Gramsci, Togliatti, Terracini, è in prima linea nella lotta antifascista, partecipa alla Guerra civile spagnola, è fra i Francs-tireurs et Partisans della Resistenza francese e con la Liberazione approda al Comitato centrale e alla direzione del Pci che anni dopo la espelle. (Era la moglie di Luigi Longo, il vicesegretario, che si è risposato a San Marino con l’inganno ed è lei, divorziata a sua insaputa, a venire accusata dai burocrati del partito di aver violato le regole). Completamente emarginata, scrive libri. Fino alla morte, sola.

Un altro bel ritratto è quello di Tina Anselmi (Eliana Di Caro ed Elena Doni). Veneta di Castelfranco, il padre socialista, decide il suo destino nel 1944 quando — aveva 17 anni — fu obbligata dai nazifascisti ad assistere con i compagni di scuola all’impiccagione agli alberi in un viale del paese di giovani partigiani catturati sul Grappa. Diventa un’animosa staffetta partigiana. Poi si laurea in Lettere all’Università Cattolica, giovanissima dc, i suoi maestri sono De Gasperi, Dossetti, Moro, Zaccagnini. Deputata nel ’68, ministra del Lavoro nel ’76 (è sua la legge sull’eguaglianza di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro), ministra della Sanità nel ’78, la sua grande avventura politica è la presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2, associazione segreta di cui hanno fatto parte ministri, capi dei Servizi segreti, generali dei Carabinieri e della Finanza, banchieri, magistrati, direttori di giornali e della Rai, parlamentari, esclusi i comunisti, i radicali, l’allora Pdup: i giudici istruttori di Milano sono arrivati a Gelli indagando sulla mafia in Sicilia e sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Dall ’81 all ’84 Tina Anselmi regge la presidenza con rigore, la sua relazione finale, ineccepibile, rivela la presenza di uno Stato ombra che ha operato contro la legge e la Costituzione e rappresenta ancora «un pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico».

Viene almeno ringraziata la donna intemerata che sa reggere quella Commissione parlamentare? È messa invece da parte anche dal suo partito che le toglie il collegio dove è stata eletta da decenni. Viene insultata da più parti, vilipesa, offesa con un astio che sembra nascere dalle viscere più oscure. Si minimizza. La P2? Un normale comitato d’affari, «un club di gentiluomini» (Berlusconi), un falso complotto, una caccia alle streghe. (Anche se dall’inchiesta emergono connessioni con le stragi che hanno dilaniato il Paese e con le irrisolte questioni che hanno messo in pericolo la Repubblica democratica, da piazza Fontana all’Italicus al Banco Ambrosiano). Ultima a infierire, nel 2004, è una biografia indecente e gonfia d’odio a lei dedicata nel dizionario Italiane, tre volumetti editi dalla Presidenza del Consiglio e dall’allora ministra delle Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo.

Ne hanno viste tante queste donne del Novecento. Mai assenti, mai indifferenti, sempre partecipi. Spesso hanno rischiato la vita. Le autrici le raccontano con amabilità, con rigore, senza retorica.

Forse con un po’ di invidia.


(Corriere della Sera, 21 giugno 2016)

di Ivan Cavicchi

 

A Milano, Libreria delle donne il 15 giugno. Tutte le poltrone sono occupate. Sara Gandini, epidemiologa che lavora allo IEO, introduce e spara una quantità di temi. Ma il denominatore comune è medicina, differenza, genere, complessità.

Mi passa la parola e pongo un quesito secco: basta fare farmaci per le donne per risolvere la questione della medicina di genere?

I farmaci ovviamente non vanno disprezzati (anche le donne hanno diritto all’appropriatezza terapeutica), ma il rapporto genere/medicina pone ben altre sfide. La nostra è senz’altro una medicina biologicamente al maschile. Ma in che modo?

Sicuramente lo è sul piano clinico sperimentale dove si accetta la transitività dei risultati tra i topi di laboratorio e l’uomo sulla base di due postulati:

  1. la “sub-stanzia” tra gli essere viventi è comune, cambia solo il suo grado di analogia e complessità
  2. in ragione del principio della “sub-stanzia” comune le differenze di genere che pur esistono tra uomo e donna sono annullate. Così tale “sub-stanzia” cioè quella “che sta sotto” la malattia, è come se fosse considerata una natura di genere neutro, cioè una cosa inanimata e dis-umana.

Uno dei più grandi limiti delle medical humanities è proprio quello di non aver compreso che in medicina nessuna vera riumanizzazione sarà possibile se prima non si riumanizzerà la “sub-stanzia” cioè l’idea di natura cosale della malattia. Non ha senso essere umani nei confronti di un oggetto, cioè conoscere come umano qualcosa che non lo sia. Si tratta quindi di emancipare la concezione della malattia dal genere neutro al genere umano e di differenziare il genere umano in genere maschile e femminile. Ri-generazione del genere e differenziazione del genere sono la stessa cosa.

Il discorso della medicina di genere quindi non è rivoluzionario solo perché introduce l’idea della differenza biologica ma lo è perché obbliga a riumanizzare la vecchia idea di natura come cosa.

Che senso ha riconoscere la differenza di genere e restare una cosa? La “sub-stanzia” è una “cosa” certamente ma con una storia, con una soggettività, dei contesti, con delle specificità, con delle differenze. Cioè è un “quasi oggetto” e un “quasi soggetto”. Dove il “quasi” sta ad indicare la difficoltà della lingua ad esprimere una realtà molto più complessa di quella di cui sino ad ora si è parlato.

La medicina di genere, farmaci a parte, pone quindi due sfide: la singolarità e la relazione. La singolarità espone le verità scientifiche della medicina ad essere tutte relativamente falsificate, cioè obbliga le evidenze scientifiche a fare i conti con il valore euristico della differenza.

Ciò mette in crisi i ragionamenti induttivi, cioè le generalizzazioni, e obbliga il medico alla deduzione caso per caso, singolarità per singolarità e quindi ad essere più bravo, cioè a navigare a vista.

Tutto questo complica la vita ai “lineaguidari”, cioè ai fanatici della procedura, e mette in crisi qualsiasi forma di scientismo. In sintesi la medicina di genere ci impone un ripensamento del metodo di conoscenza dal momento che è come si conosce che rende vero ciò che si conosce.

La relazione per forza è una sfida, perché, altro limite delle medical humanities è quello di teorizzare una deontologia comportamentale a “sub-stanzia” (ontologia) invariante.

Non si possono avere vere relazioni con dei malati-cosa. Si possono avere relazioni solo se le cose sono ri-generate in esseri umani. La relazione quindi è l’unico modo che abbiamo per conoscere l’essere e si basa sull’incontro dei saperi del malato con i saperi del medico (doxa/episteme).

E infine la terza sfida.

È Laura Colombo, esperta di informatica, che ce la pone con una domanda: se non siamo cose in una malattia quali rapporti tra senso e significato? La medicina di genere è l’incontro tra i significati scientifici con il senso che le persone attribuiscono alle loro malattie. Essa si trova esattamente tra senso e significato e la vera relazione altro non è se non il loro incontro.

In quella libreria speciale tutti gli interventi sono iniziati raccontando esperienze personali di malattia cioè raccontando spesso lo scontro tra senso e significato. Avevo avuto la mia risposta: i farmaci non bastano a fare la medicina di genere.


(il manifesto, 21 giugno 2016)

 

http://www.libreriadelledonne.it/medicina-il-prezzo-della-salute-2/



di Julio Hizmeri F.



Julio Hizmeri Fernández vive in Cile, a Chillán, e nel marzo di quest’anno ha discusso presso l’Università di Barcellona la sua tesi di dottorato in pedagogia – relatore e tutor Dr. José Contreras Domingo – dal titolo: “Otro modo de estar en la relación educativa. La investigación del movimiento de autorreforma italiana de la escuela como una experiencia de trasformación personal”. (Un altro modo di essere nel rapporto educativo. La ricerca del movimento per la autoriforma italiana della scuola come un’esperienza di trasformazione personale). Volentieri ospitiamo l’articolo che ci ha mandato per il sito.



María Zambrano ha detto che «la vita non ha parti, ma luoghi e volti», ed è forse in questo rapporto che è cominciato a cambiare il mio modo di intendere la pedagogia e, anche, un modo differente di abitare la scuola.

Sono un giovane professore uscito dalla formazione docente universitaria talmente pieno di ideali educativi che presto cominciai a sentire il malessere generato dalla mancanza di sintonia tra la mia esperienza vissuta nella scuola e quelle idee accademiciste in cui mi ero formato. La formazione universitaria tradizionale permette questo lusso al limite dell’ozioso e ciascuno, ciascuna – come la favola dei Tre porcellini – va costruendo la sua immagine di scuola desiderata, del maestro o della maestra che vuole essere nella scuola e delle e degli studenti con cui convivrà. Kafka ci avverte che «Non si impara la vita in mare facendo esercizi in una pozzanghera, al contrario, un eccesso di allenamento in una pozzanghera può renderci incapaci di essere marinai». Insegnavo lingua a studenti tra i dodici e i diciotto anni. Sei anni e un mare separavano gli uni e gli altri. Le calme acque dei più grandi contrastavano con le mareggiate dei più piccoli di fronte alle mie pretese. Più vicino agli ultimi, in procinto di uscire dalla scuola regolata, mi sentivo goffo in relazione con i più piccoli. Forse loro non si erano tanto adattati alla grammatica scolastica e con la loro inappellabile fedeltà a se stessi, a se stesse, intorpidivano la mia “buona volontà”.

Credo che con il percorso formativo tradizionale che va dalla scuola regolata all’università possano svilupparsi certi modi di vedere e di pensare, di sentire e di dire che vanno creando una immagine del mondo scolastico come lontano dall’esperienza. Sembrerebbe essere come se con il tempo il percorso educativo mi avesse spinto a prendere distanza dal vissuto, lasciando dietro un ordine primario dimenticato. Uno sguardo di sorvolamento allontanato dalla mia esperienza, un pensiero incapace di decifrare il mio sentire e un linguaggio in cui parola e corpo mi si mostravano disuniti, alimentavano il mio atteggiamento critico e il mio intento riformatore. Così, tutta la realtà doveva cambiare per potervi avere un posto e il mio presente nella scuola non era che la premessa di qualcosa di meglio che sempre sarebbe successo in futuro. Pertanto vivevo nella scuola senza starci pienamente né apprezzare ciò che in essa succedeva ogni giorno; soprattutto, trascuravo la relazione con le altre e gli altri. So che trascurare la vita è sempre trascurare quelle e quelli con cui condividiamo tale vita. E la distanza dal vissuto è sempre distanza relazionale.

In questa maniera, quanto più maturavo la mia postura critica tanto più inadeguata mi sembrava la scuola in cui stavo e tutto pareva pronosticare che il futuro sarebbe stato un infinito esercizio di critica e malessere, di altra critica e altro malessere, quando improvvisamente senti dire che ci sono buone notizie sulla scuola. Fu proprio a partire dalla lettura del libro Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, a cura di Antonietta Lelario, Vita Cosentino e Guido Armellini, raccomandato da alcune professoresse (Remei Arnaus e Asunción López) e dal mio maestro (José Contreras) del gruppo di ricerca ESFERA della Facoltà di Educazione della Università di Barcellona (legato a DUODA). Un titolo così non lascia indifferente nessuno, soprattutto un uomo dal volto freddo e accigliato che vedeva nella scuola solo ciò che è impedito o negato, cioè le cattive notizie. La lettura, all’inizio un po’ sdrucciolevole perché diversa dal solito, con un linguaggio sensibile andava restituendo realtà alla scuola del giorno per giorno, facendo apparire la sua qualità, la qualità delle relazioni. Il libro rendeva conto del secondo incontro nazionale del Movimento di autoriforma italiano della scuola, e attraverso fatti e parole metteva in circolazione pratiche di eccellenza, «le buone notizie», che esistono e che non dipendono da modelli esterni, bensì dalle pratiche e dai saperi di coloro che abitano la scuola in carne e ossa. Nel libro, la professoressa Anna Maria Piussi segnala che «il movimento di autoriforma parte dal riconoscimento che esistono già, nella scuola, elementi di qualità che si attivano quando, alla sfiducia in sé e negli altri e alla delega all’esterno dell’iniziativa del cambiamento, si sostituisce  la fiducia nella proprie e altrui possibilità, un pensare e un agire a partire dalla propria esperienza concreta e vivente, in relazione significativa con altre e con altri». Ossia, non erano le teorie astratte, distanti dal tempo e dallo spazio della relazione educativa, ma l’esperienza vissuta il luogo  da cui nasceva la capacità di offrire un giudizio su ciò di cui la scuola ha bisogno, senza aspettare i mitici interventi riformatori dall’alto né opporsi in modo nichilista davanti a qualunque possibilità di cambiamento. Così, in poco più di trecento pagine, con intelligenza contagiosa si metteva in moto la verità soggettiva di chi partecipava all’incontro. Queste verità mi spinsero ad allontanarmi dalla postura critica. Ciò che ne seguì fu il conoscere esperienze del movimento grazie a donne come Anna Maria Piussi, Vita Cosentino, Giannina Longobardi, Chiara Zamboni, Antonia de Vita, Cristina Mecenero e Luisa Muraro: dall’Autoriforma della scuola passai all’Autoriforma dell’università, da questa al pensiero della comunità filosofica femminile Diotima e alla Pedagogia della differenza sessuale… e tutto mi lasciava l’impressione che le esperienze riferite erano la cosa più sensata che avessi mai ascoltato sull’università e la scuola, sulle bambine e i bambini e sul mestiere di educare. Dalle mie letture dei libri e atti degli incontri nazionali del movimento, per esempio, ho apprezzato il gesto politico pedagogico del quinto incontro chiamato “Le maestre e il professore”, dove educatrici e maestre di scuola “salgono in cattedra” per dar conto delle loro esperienze maestre. Tra loro, una maestra di scuola chiamata Maria Cristina Mecenero nominerebbe il suo compito come un saper “stare vicino all’inizio”, una cosa che mi ha particolarmente colpito. Lei – come tante altre maestre comuni e correnti – si collocava agli antipodi della distanza relazionale che avevo sperimentato.

Tutto mi mostrava un modo di muoversi nel mondo creando mondo, con parole della professoressa Anna Maria Piussi, che non significava negare la realtà dal di fuori, né affermarla ripetitivamente a spese della nostra libertà, bensì un modo di stare nella realtà che cambia praticando la libertà e vivendola in modo creativo e relazionale. Si è trattato di un movimento di riforma gentile, dall’interno della scuola, per curare ciò che vi è più vivo e funziona meglio, cioè per salvaguardare quei momenti vitali nel rapporto tra insegnanti e studenti in cui si avverte che l’insegnamento apprendimento porta a una crescita personale. Così, il movimento di autoriforma ha riattivato una corrente amorosa che ho potuto notare sensibilmente nel bel video documentario L’amore che non scordo. Questo docufilm, che narra il lavoro di quattro maestre e un maestro comuni italiani del nostro tempo per mostrare di che qualità è fatta la scuola, mi fece ricordare la prima scuola dimenticata, non la scuola matrigna vissuta in seguito ma la scuola della prima maestra che ci insegnò che lì si poteva stare come a casa, che si poteva stare bene.

Oggi, come padre e professore, credo che la radice dell’educazione stia nello stesso luogo. È molto diverso dire, per esempio, che il bambino nasce buono, come Rousseau, «Emilio è orfano. Non importa che abbia padre e madre», rispetto a dire che il bambino o la bambina nascono amorosi; che lo debbano alla loro relazione con la madre, il padre o chi si faccia tale; che si debba all’amorosità di questa relazione che ho appreso dalla pedagogia della differenza sessuale, che ho sperimentato come padre e ho ammirato nella relazione tra la mia compagna e nostra figlia. Credo che l’educazione delle figlie e dei figli e l’educazione scolastica derivino dalla medesima esperienza: il lavoro umano di aver cura e insegnare alle e ai più nuovi a vivere in questo mondo. E come ci dice Gabriela Mistral, «l’amore insegna più cammini a colei che insegna di quanto non faccia la pedagogia».

Recentemente sono stato invitato a dare una conferenza nell’università cilena in cui mi ero formato come docente. Lì raccontai la mia esperienza di trasformazione personale a partire dal Movimento di autoriforma della scuola italiana. Vita Cosentino ha detto che l’autoriforma, più che un movimento tradizionale è soggettività in movimento, e senza dubbio con gli interventi di quel giorno ho potuto sentire quel movimento interiore che nasce da esperienze che non appena sono ascoltate risuonano risvegliando un certo ordine primario dimenticato che – felicemente lo so – può arrivare a trasformare una volta per tutte la nostra maniera di stare nel mondo, il nostro modo di stare nella scuola.

(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 18 giugno 2016)



La autorreforma gentil de la escuela. Subjetividad en movimiento que me transforma

Por Julio Hizmeri F.

María Zambrano ha dicho que «la vida no tiene partes, sino lugares y rostros» y, quizás, sea en esta relación cuando comenzó a cambiar mi modo de entender la pedagogía y, también, un modo diferente de habitar la escuela.

Soy un joven profesor que egresé de la formación docente universitaria tan lleno de ideales educativos que pronto comencé a sentir el malestar que generaba la falta de sintonía entre mi experiencia vivida en la escuela y aquellas ideas academicistas en las que me había formado. La formación universitaria tradicional permite este lujo incluso hasta el más ocioso y cada uno, cada una —como la fábula de Los tres cerditos— va construyendo su imagen de escuela deseada, del maestro o la maestra que quiere ser en ella y de las y los estudiantes con los que convivirá. Kafka nos advierte que «No se aprende la vida en el mar con ejercicios en un charco y, en cambio, un exceso de entrenamiento en un charco puede incapacitarnos para ser marineros». Daba clases de lengua a estudiantes entre los doce a dieciocho años. Seis años y un mar distanciaban a unos y a otros. Las sosegadas aguas de los más grandes contrastaban con las marejadas que a mis pretensiones daban los más pequeños. Más cerca de los últimos, a punto de egresar de la escuela reglada, me sentía torpemente en relación con los más pequeños. Quizás, éstos no estaban tan adaptados a la gramática escolar y entorpecían con su inapelable fidelidad a sí mismos, a sí mismas, mi «buena voluntad».

Creo que con el recorrido formativo tradicional que va desde la escuela reglada a la universidad pueden desarrollarse ciertos modos de mirar y de pensar, de sentir y de decir que van creando una imagen del mundo escolar alejado de la experiencia. Pareciese ser como si con el tiempo el recorrido educativo me hubiese empujado a tomar distancia con lo vivido, dejando detrás un orden primario olvidado. Una mirada de sobrevuelo alejada de mi experiencia, una pensamiento incapaz de descifrar mi sentir y un lenguaje en que palabra y cuerpo se me mostraban desunidos, alimentaban mi actitud crítica y mi talante reformador. Así, toda la realidad debía cambiar para ocupar un lugar en ella y mi presente en la escuela no era sino la promesa de algo mejor que sucedería siempre en el futuro. Por lo tanto, vivía en la escuela sin estar plenamente en ella ni apreciar lo que en ella ocurría diariamente; sobre todo, descuidaba la relación con las y los demás. Sé que el descuido de la vida es siempre el descuido de aquellas y de aquellos con quienes compartimos esa vida. Y la distancia con lo vivido es siempre distancia relacional.

De este manera, a medida que maduraba mi talante crítico más inadecuada me parecía la escuela en la que estaba y todo parecía augurar que el futuro sería un infinito ejercicio de crítica y malestar, de más crítica y más malestar, cuando de pronto oyes decir que hay buenas noticias sobre la escuela. Justamente, fue a partir de la lectura del libro «Buenas noticias de la escuela. Hechos y palabras del movimiento de autorreforma», al cuidado de Antonietta Lelario, Vita Cosentino y Guido Armellini, y recomendado por unas profesoras (Remei Arnaus y Asunción López) y mi maestro (José Contreras) del grupo de investigación ESFERA de la Facultad de Educación de la Universidad de Barcelona (ellas también vinculadas a DUODA). Un título así no deja indiferente a nadie, sobre todo a un hombre con rostro frío y ceño fruncido que veía en la escuela sólo lo que está impedido o negado, es decir, las malas noticias. La lectura, al comienzo un tanto escurridiza por lo distinta a lo acostumbrado, con un lenguaje sensible iba restituyendo realidad a la escuela del día a día haciendo aparecer su calidad, la calidad de las relaciones. El libro daba cuenta del segundo encuentro nacional del Movimiento de autorreforma italiana de la escuela y, a través de hechos y palabras, ponía en circulación prácticas de excelencia, «las buenas noticias», que existen y que no dependen de modelos externos, sino de las prácticas y de los saberes de quienes habitan la escuela en carne y hueso. En él, la profesora Anna Maria Piussi señala que «el movimiento de autorreforma parte del reconocimiento de que en la escuela ya existen elementos de calidad que se activan cuando se sustituye la desconfianza por la confianza en las propias posibilidades y en las ajenas, lo cual permite sustituir la actitud de delegar fuera la iniciativa del cambio por un pensar y un actuar a partir de la propia experiencia concreta y viviente, en relación significativa con otras y con otros». O sea, no eran las teorías abstractas, distantes del tiempo y del espacio de la relación educativa, sino la experiencia vivida el lugar desde donde nacía la capacidad de ofrecer un juicio sobre lo que la escuela necesita, sin esperar las míticas intervenciones reformadoras desde lo alto ni oponerse al modo nihilista ante cualquier posibilidad de cambio. Así, en más de trescientas páginas, con inteligencia contagiosa se ponía en movimiento la subjetiva verdad de quienes asistieron al encuentro. Estas verdades me instaron a alejarme del talante crítico. Lo que siguió fue conocer experiencias del movimiento gracias a mujeres como Anna Maria Piussi, Vita Cosentino, Giannina Longobardi, Chiara Zamboni, Antonia de Vita, Cristina Mecenero y Luisa Muraro: de la Autorreforma de la escuela pasé a la Autorreforma de la universidad, de ella al pensamiento de la comunidad filosófica femenina Diótima y a la Pedagogía de la diferencia sexual… y todo me iba dejando la impresión de que las experiencias relatadas eran lo más sensato que había escuchado nunca sobre la universidad y la escuela, sobre las niñas y los niños y sobre la tarea de educar. De mis lecturas de los libros y actas de los encuentros nacionales del movimiento, por ejemplo, aprecié el gesto político pedagógico del quinto encuentro llamado «Las maestras y el profesor», donde educadoras y maestras de escuela «suben a la cátedra» para dar cuenta de sus experiencias maestras. Entre ellas, una maestra de escuela llamada María Cristina Mecenero nombraría su oficio como un saber «estar cerca del comienzo», lo cual llamó especialmente mi atención. Ellas —como tantas otras maestras comunes y corrientes— se ubicaba en las antípodas de la distancia relacional que había experienciado.

Todo me mostraba un modo de moverse en el mundo creando mundo, en palabras de la profesora Anna Maria Piussi, que no significaba negar la realidad desde fuera, ni afirmarla repetitivamente a costa de nuestra libertad, sino un modo de estar en la realidad que cambia practicando la libertad y viviéndola creativa y relacionalmente. Se ha tratado de un movimiento de reforma amable, desde el interior de la escuela, para atender a aquello que es más vivo en ella y funciona mejor, es decir, para salvaguardar aquellos momentos vitales en la relación entre enseñantes y estudiantes en los que se advierte que la enseñanza aprendizaje lleva a un crecimiento personal. Así, el movimiento de autorreforma ha reactivado una corriente amorosa que pude apreciar sensiblemente en bello video documental L’amore che non scordo. Este video documental, que narra el oficio de cuatro maestras y un maestro corrientes italianos de nuestro tiempo para mostrar de qué calidad está hecha la escuela, me hizo recordad la primera escuela olvidada, no la escuela madrastra que viví después, sino la escuela de la primera maestra que nos enseño que allí se podía estar como en casa, que se podía estar bien.

Hoy, como padre y profesor, creo que la raíz de la educación están en el mismo lugar. Es muy diferente decir, por ejemplo, que el niño nace bueno, como Rousseau, «Emilio es huérfano. No importa que tenga padre y madre» a decir que el niño o la niña nacen amorosos; que deben a su relación con la madre, al padre o quien haga de tal; se deben a la amorosidad de esa relación que he aprendido de la pedagogía de la diferencia sexual, que he experimentado como padre y he admirado en la relación entre mi compañera con nuestra hija. Creo que la educación de las hijas y de los hijos y la educación escolar derivan de la misma experiencia: la tarea humana de cuidar y enseñar a las y los más nuevos a vivir en este mundo. Y como nos dice Gabriela Mistral, «El amor enseña más caminos a la que enseña que la pedagogía».

Recientemente he sido invitado a dar conferencia en la universidad chilena donde me formé como docente. Allí relaté mi experiencia de transformación personal a partir del Movimiento de autorreforma de la escuela italiana. Vita Cosentino ha dicho que la autorreforma, más que un movimiento tradicional, es subjetividad en movimiento y, sin duda, con las intervenciones de aquel día pude sentir ese movimiento interior que nace de experiencias que, tan pronto como son escuchadas, resuenan despertando cierto orden primario olvidado que —felizmente lo sé— puede llegar a transformar de una vez para siempre nuestro manera de estar en el mundo, nuestro modo de estar en la escuela.

(www.libreriadelledonne.it, 18 giugno 2016)

Tra medicina di genere e medicina personalizzata, tra innovazione e sostenibilità.




In ambito medico si parla sempre più spesso di medicina di genere e di “medicina personalizzata”, come di una medicina che tiene conto della singolarità riguardo le caratteristiche genetiche, biologiche e fisiologiche. Noi la pensiamo come una medicina basata sul sapere che viene dalla relazione medico/paziente con le sue caratteristiche soggettive, prima di tutto la differenza sessuale. Ivan Cavicchi, filosofo e sociologo, sollecita a imparare dalle mediche, che portano nuove pratiche partendo da chi hanno di fronte, così facendo, mettono in discussione clinica e organizzazione sanitaria tradizionali. Ma a determinare il gioco nell’ambito della scienza e della medicina entra anche il mercato con la sua unica misura, il denaro.

Ne discutiamo con Ivan Cavicchi, professore di Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina all’Università Tor Vergata di Roma, facoltà di Medicina, a partire dai suoi ultimi libri La complessità che cura. Un nuovo approccio all’oncologia (Dedalo 2015) e Il cancro non è un carillon. La relazione terapeutica come metodo (Dedalo 2016). L’incontro è organizzato dal gruppo Ipazia 2.0. Introduce Sara Gandini.

Che cos’è un’OperaViva?

di Ida Dominjianni


L’opera viva per eccellenza è l’essere umano nato da donna, ovvero, vista dal lato del soggetto invece che dell’oggetto, l’opera creatrice materna. Il fatto è tanto evidente quanto rimosso nella storia del pensiero occidentale, che in materia di (pro)creazione ruba al materno tutte le metafore possibili (un’opera si concepisce, si partorisce, talvolta si abortisce; un’idea è in embrione, in gestazione, in incubazione, e via con i lapsus) mentre non cessa di disconoscerne il valore di principio, in tutti i sensi del termine, dal più concreto al più astratto.

Ma non è di questa rimozione e di questo disconoscimento, già ampiamente denunciati dal pensiero femminista, che voglio parlare, né dell’idealizzazione che spesso l’accompagna trasformando la madre da principio vivente in icona mortifera; bensì di come, se rimossa e disconosciuta e idealizzata non fosse, l’opera creatrice materna molto ci direbbe di che cos’è un’opera viva. Per intanto, non è mai un’opera individuale.

Domanda un concepimento, con (almeno) un altro; procede con la gestazione, che è la forma paradigmatica di una relazione necessaria e imprescindibile, di mutua dipendenza ma anche, e contemporaneamente, di conflittuale alterità; prosegue dopo la nascita, in un corpo-a-corpo che non si lascia decidere con la «soluzione» edipica, e in cui l’impronta della matrice e l’unicità della creatura, la rivendicazione del sé e l’incombenza dell’altro, l’affermazione del proprio e il sentimento dell’espropriazione non cessano di incontrarsi, scontrarsi, rinegoziarsi, nel teatro dell’inconscio più che sullo schermo della ragione. A dispetto della finzione individualistica e competitiva dell’ontologia liberale e neoliberale, la forma della vita, così come procede dalla gestazione e dalla nascita, è relazionale: si dà quando, come sintetizza Roberto Esposito, «l’altro è la forma stessa che assume il sé, laddove l’interno si incrocia con l’esterno, il proprio con l’estraneo, l’immune col comune».

Non è questa anche, precisamente, la forma dell’opera viva? Viva è quell’opera che mantiene traccia delle relazioni e dei contesti in cui nasce, che è capace di evocarli e rimetterli in gioco, come in una danza in cui entrano in circolo il visibile e l’invisibile. È l’opera che della relazione con la sua matrice mantiene l’impronta, senza che questa impronta si fissi in una proprietà. È l’opera rispetto alla quale la soggettività della matrice, o dell’autore, mantiene un resto e un’eccedenza; ma che a sua volta la eccede, staccandosene e vivendo di vita propria, e offrendosi all’interpretazione, ai sensi e al desiderio di altri.

È l’opera, infine, in cui c’è, e respira, dell’altro, qualcosa che il suo autore o la sua autrice non ha previsto né progettato, la lingua dell’inconscio da cui è parlato/a e che gli/le fa chiedere se sia stato proprio lui, o lei, a scrivere quel testo, o a dipingere quel quadro, a scattare quella fotografia, a inventare quel teorema, a disegnare quella casa. L’opera viva vive di un regime di pluralità ed eccedenze, di desiderio e di dissipazione, di espropriazione e condivisione. È irreggimentabile nelle discipline e nelle competenze, irriducibile alla contabilità produttiva, poco spendibile nel mercato: non è dell’ordine della produzione, ma della generazione.

 

(operaviva.info, 18 giugno 2016)

 

http://operaviva.info/

di Duoda

 

Fino al 30 ottobre 2016 sono aperte le preiscrizioni al Máster en Estudios de la Diferencia Sexual di Duoda, Centro di ricerca di donne dell’Università di Barcellona, che comincerà nel gennaio 2017. La lingua prevalente è lo spagnolo ma ci sono anche docenti italiane con cui si può lavorare nella nostra lingua (Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Donatella Franchi, Clara Jourdan). Ecco la lettera di presentazione.

 

Querida amiga, querido amigo de Duoda:

Si te interesa el conocimiento vivido y creado en femenino y en masculino libres, sabes que lo que buscas  para seguir aprendiendo no es un programa más que añadir a los títulos que ya tienes. Probablemente buscas una maestría de libertad sobre el saber mismo. La maestría de libertad permite hacer la cosa apropiada en situaciones nuevas con la libertad que sirva cada vez. Permite hacer cosas impropias para que sean apropiadas. Es la valentía de exponerse en nombre propio de modo impropio. Es un más con respecto a los saberes consolidados, un desafío abierto a los saberes.

Es esto, dicho con las palabras de una de sus profesoras, Diana Sartori (2016), lo que ofrece el Máster en Estudios de la Diferencia Sexual del Centro de Investigación Duoda de la Universidad de Barcelona. Es un programa a medida, basado en la relación personalizada, que se puede cursar entero o en pequeños módulos, tanto online como, en parte, en presencia.

Si no lo conoces, te invitamos a mirarlo. Si lo conoces, te invitamos a curiosear lo nuevo que ofrecerá el curso 2016-2017.

Y te pedimos, con gracias anticipadas, que lo difundas entre tus amistades y contactos, virtuales o no. Y si puedes, que nos aconsejes modos de difundirlo. Dependemos de ti.

El período de preinscripción dura hasta el 30 de octubre.

El período de matrícula, desde ahora hasta el el 30 de noviembre de 2016.

El correo de contacto es: duoda@ub.edu

Recibe un saludo muy cordial de

María-Milagros Rivera Garretas, responsable del máster

Gloria Luis Peralvo, coordinadora técnica

Laura Mercader Amigó, directora de Duoda

 

(www.ub.edu/duoda, 17 giugno 2016)

di Rita Corsi

Firenze 1931 – Milano 1982

In una foto del 1968 Carla si mostra circondata da un’aureola, quasi nelle vesti di una santa, seppur evidentemente dei giorni nostri: sorridente e felice, sullo sfondo una costruzione luminosa che, appunto, le incorona la testa come una Madonna di un dipinto medievale. Il sorriso, però, non ha niente di quello delle figure ieratiche e distaccate dal mondo delle sante e vergini che la tradizione pittorica ci ha consegnato. È l’espressione di una donna che, come dirà lei qualche anno dopo parlando di sé stessa, ha la capacità di dominare gli avvenimenti e costituire la propria storia.

Non sembri fuori luogo questo accostamento tra una delle principali femministe  della nostra epoca e le donne della nostra tradizione religiosa. È lei stessa a raccontare quanto, fin da bambina, adorasse i libri autobiografici di sante: “attraverso le loro parole prendeva consistenza ciò che, in caso contrario, avrei dovuto respingere come conseguenza di emozioni morbose e irreali”. 1 Ciò da cui Carla era affascinata e attratta era la capacità di indagare e di dubitare di queste donne, che riuscivano a trovare dentro di sé le risorse, rinunciando talvolta a tutto, riuscendo però a non rinunciare a ciò che lei chiama l’essenziale.

Alla ricerca di questo essenziale, ricerca guidata dal bisogno vitale di fedeltà a se stessa, Carla Lonzi ha dedicato la sua intera esistenza, fin dai suoi esordi come critica d’arte, professione che svolse mettendo in discussione e sovvertendo l’usuale impostazione di un rapporto che voleva l’artista e l’opera al centro e tutti gli altri, e soprattutto – dirà lei – tutte le altre, ai margini, nel ruolo di spettatori/spettatrici passive.

È facile cogliere negli scritti di Carla Lonzi questa assoluta incapacità di rinunciare a se stessa:

“abbandonare era niente, rispetto al dolore di tradire me stessa. E questa facilità a lasciare appena si richiedesse da me qualcosa che non si accordava con la mia coscienza, è stato l’elemento che più di tutto mi ha impedito di perdermi nella emancipazione e nelle riuscite apparenti”. 2

Già, perché nonostante i riconoscimenti che non le sono e non le sarebbero mancati, se fosse stata capace di accontentarsi del ruolo che un mondo ormai in parte disposto ad aprirsi alle richieste di emancipazione femminile le offriva, Carla non ha mai confuso le libertà con la libertà:

“il femminismo mi si è presentato come lo sbocco possibile tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo”. 3

Lascerà così il suo lavoro di critica d’arte e si dedicherà totalmente al femminismo, al gruppo di Rivolta Femminile, di cui fu fondatrice, alla pratica delle relazioni con le diverse donne che condivideranno con lei un percorso tanto intenso quanto fruttuoso. Di questo percorso, che per lei si interrompe precocemente (quando una terribile malattia la porterà via a soli 51 anni), resta testimonianza nei suoi scritti, che sono ciò che di più prezioso il femminismo italiano ha prodotto. L’intelligenza della realtà, la profondità delle analisi, la dote di saper cogliere nel reale ciò che limita la libertà femminile e ciò che invece è in grado di realizzarla, la capacità di mettere al mondo ciò che l’ordine dato non ha previsto, sono la sostanza della sua riflessione, qualcosa da cui è difficile non essere travolte quando ci si accosta al suo pensiero. Per le donne della sua e della mia generazione che hanno avuto la fortuna di conoscere la sua riflessione, Carla Lonzi ha significato molto. Per me personalmente è stato l’incontro giusto al momento giusto: ricordo ancora oggi, con smisurata gratitudine, l’effetto che produsse in me, ancora ragazza, alla ricerca di uno sbocco per la mia sete di giustizia e il mio bisogno di impegno politico, la lettura (ma forse prima ancora il solo titolo) del suo breve saggio Sputiamo su Hegel 4, che seppe ri-orientare e dare senso al mio individuale percorso, in cui già le frustrazioni e gli spaesamenti non mancavano.

Ma, occorre chiedersi, che cosa può offrire ancora Carla Lonzi alle più giovani, a quelle che sono cresciute nell’epoca dell’emancipazione (più o meno) compiuta? Qualcosa di prezioso e irrinunciabile, ritengo, proprio oggi, nel momento in cui la politica pare ridotta a una cosa piccola piccola, a mera gestione di interessi, per di più spesso individuali. Oggi, quando la necessità (economica, politica, sociale) sembra aver ridotto gli spazi per un’azione realmente libera, tempi in cui il mondo sembra qualcosa di tanto immodificabile quanto pieno di pericoli. Un’epoca in cui l’altro sembra incombere soprattutto come presenza minacciosa.

Leggere Carla Lonzi può insegnare che il riferimento femminile al proprio genere crea lo spazio in cui le donne intrecciano le relazioni in grado di far venire al mondo la libertà che sembra a rischio; e la libertà femminile riconosce le differenze (e prima ancora la differenza, quella tra i sessi) e sa che l’alterità è ciò che costituisce la soggettività. È una libertà radicata nel presente, proprio perché nasce nella relazione, che è sempre in qualche modo presenza, di corpi e di parole. È inerente a un soggetto incarnato, uomo o donna, che quindi – come dice Maria Luisa Boccia, una delle principali interpreti del pensiero di Carla Lonzi, parlando della politica delle donne – non solo non prescinde dal proprio sesso, ma anzi rovescia la naturalità della propria determinazione sessuata nella condizione di possibilità della libertà stessa.

Carla Lonzi, con la sua esistenza e con i suoi scritti, che della sua vita sono il frutto, sa mostrare che la libertà femminile è l’imprevisto che apre ad altri imprevisti. È lei – guidata dal suo grande amore della libertà – che ci ha mostrato la via di accesso a un mondo nuovo possibile, facendoci vedere che amore del mondo e amore di sé non divergono.

Questa la strada che apre all’imprevisto, essa si offre a chiunque – donna o  uomo – sappia rivolgersi all’essenziale:

“Adesso esisto: questa certezza mi giustifica e mi conferisce quella libertà in cui ho creduto da sola […]. Tutte le distinzioni, le categorie che esprimevano appunto il costituirsi della mia identità a partire dal dissenso – non vedevo altra via in quanto donna – non mi appartengono più: faccio ciò che voglio. Questo è il contenuto che mi appare in ogni circostanza, non aderisco a altro che a questo. Capisco quanto posso avere lasciato cadere nel percorso fatto finora, ma capisco che niente mi avrebbe dissuaso dal rivolgermi all’essenziale. Ora il superfluo attira tutta la mia attenzione e i miei desideri”. 5

 

  1. C. Lonzi, “Itinerario di riflessioni”, in È già politica, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977, p. 13
  2. C. Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978, p. 48
  3. C. Lonzi, “Itinerario di riflessioni”, cit., p. 16
  4. C. Lonzi, ((Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974
  5. C. Lonzi, Taci, anzi parla, cit., p.9

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Lonzi Carla, Rapporto tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’Ottocento, (tesi di laurea) edita postuma da Olschki, Firenze,1995

Autoritratto, De Donato editore, Bari 1969.

Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974

AA. VV., E’ già politica, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977

AA. VV,. La presenza dell’uomo del femminismo, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978

Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978

Vai pure, Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980

Scacco ragionato. Poesie dal ’58 al ’63, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1985

Armande sono io!, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1992

La voce a lei dedicata sul Dizionario Biografico Treccani

(www.enciclopediadelledonne.it)

di Marina Pivetta,

Giulia è finalmente arrivata al traguardo del progetto «Guida delle esperte – 100 donne contro gli stereotipi».

«Dall’iniziale progetto cartaceo siamo passate – ci informano le organizzatrici – alla realizzazione di una banca dati delle eccellenze femminili che sarà pubblicata in una sezione dedicata all’interno del portale Wikipedia. I primi 100 nomi saranno scelti nell’area STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) dove risulta in particolare che per approfondire un argomento le fonti sono femminili solo nel 21% dei casi. In seguito il sito si allargherà ad altre discipline di interesse giornalistico: chiunque ritenga di possedere i requisiti potrà inviare la propria candidatura e sarà anche possibile segnalare una esperta che si ritiene candidabile. Vi invitiamo dunque tutte a partecipare al lancio della campagna di sensibilizzazione sul tema della parità di genere nei media che si svolgerà la mattina di giovedì 23 giugno 2016 a Roma presso la Biblioteca della Link Campus University, via del Casale di San Pio V, 44

La campagna, finanziata dalla Commissione Europea e sostenuta dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti, terminerà con la presentazione del nuovo sito, durante il Festival della Scienza di Genova (dal 27 ottobre al 6 novembre 2016).

 

Da cosa sono partite le giornaliste che fanno parte di GiULiA?

Dalla noia di constatare che sui mezzi di informazione si proponevano e si propongono sempre gli stessi intervistati, le stesse facce. Uomini che commentano, discettano, pontificano. Un’impressione confermata dai dati: secondo una recente ricerca dell’Osservatorio di Pavia le donne interpellate come esperte nei principali Tg italiani, rispetto ai colleghi maschi, sono poco più del 20%. E tutte le altre? Sono donne rigorosamente anonime. Ma qual è il motivo? Conformismo, pigrizia mentale, maschilismo camuffato dietro l’alibi: non ci sono donne abbastanza competenti…

 

È così che, per smascherare questa falsità, nasce questo progetto di GiULiA.

Sarà una guida con un elenco di professioniste autorevoli da consultare, una risorsa chiave per i giornalisti, le agenzie di stampa ma anche le scuole, le imprese, le comunità locali e i sindacati.

L’idea è nata quando Elena Cattaneo è stata nominata (la più giovane) senatrice a vita. Quel giorno molte giornaliste si sono chieste chi fosse questa scienziata che oggi scrive sui quotidiani un giorno sì e uno no… La verità è che il suo nome circolava solo tra gli addetti ai lavori ma i mass media a larga diffusione non si sognavano nemmeno di interpellarla. Come lei chissà quante altre donne competenti, capaci di svolgere il loro lavoro ad altissimo livello sono sistematicamente ignorate. Per questo GiULiA, dopo i concorsi fotografici a tema (da «Chiamala violenza, non amore» a «Donne elettriche»), gli spettacoli sul femminicidio («Desdemona e le altre») i corsi per giornalisti («Errori di genere»), ha lanciato «Cherchez la femme…». Che in un certo senso prosegue il lavoro iniziato con «Donne, grammatica, media» ovvero «suggerimenti per l’uso dell’italiano». Una donna si deve chiamare con nomi di donna (ministra e sindaca, chirurga e prefetta, e non soltanto, guarda caso, operaia, infermiera, maestra, commessa…) e ora le donne devono venire intervistate tanto quanto gli uomini quando si ascolta «il parere dell’esperto».

Niente mappe del potere femminile, niente politiche né donne di spettacolo che hanno già il loro palcoscenico. Verranno selezionati i curricula di esperte nelle materie più varie: dall’ambiente alla giustizia, dall’economia all’arte, dalla politica alle nuove tecnologie, dallo sport alla scienza; per ogni settore, si individueranno le donne più qualificate con competenze specifiche su argomenti settoriali, come microcredito per la voce «economia»; riciclo dei rifiuti per la voce «ambiente»; riforma dell’insegnamento e bullismo per la voce «educazione».

 

Qualche esempio?

Nel campo della «scienza»: Luisa Torsi, docente di chimica analitica all’Università di Bari e prima donna al mondo ad aver ricevuto il premio Merck 2010; Ilaria Capua, virologa e ricercatrice, eletta mente rivoluzionaria da Seed, fra i 50 scienziati top di Scientific America. E ancora, Sandra Savaglio, per anni simbolo dei cervelli in fuga italiani, specializzata nell’astrofisica delle galassie distanti; l’igienista Maria Triassi, grande esperta di medicina preventiva; l’ingegnera informatica Barbara Caputo, definita «la donna che parla con i robot».

Verranno scelte persone che comprendono e condividono gli obiettivi del progetto e che nelle loro ricerche e nelle loro attività sono sensibili a un punto di vista femminile sul mondo. L’Accademia sarà per noi la fonte principale di «esperte», lasciando comunque aperta la possibilità di includere donne di grande competenza provenienti dalla società civile. E i criteri di valutazione delle carriere (per esempio il numero di pubblicazioni scientifiche) saranno applicati non in maniera gender-blind ma, come suggerito dalla Commissione Europea, tenendo conto delle differenze di genere, ovvero riconoscendo il tempo dedicato alla maternità.

Ci si può ispirare ad un precedente di successo: in Francia nel 2012 alcune giornaliste hanno realizzato per la prima volta una guida (Guide des expertes: http://epoke.fr/guide-des-expertes/) che raccoglie i curricula di un centinaio di donne esperte (aumentati a più di 300, nella seconda edizione, e a 400 nella terza del 2014). La guida è stata distribuita a operatori dei media (così come a enti, istituzioni, amministrazioni, aziende, fondazioni) e, nel 2015, si è trasformata in un sito.

 

ROMA – il 23 giugno, presentazione del progetto “Guida delle esperte – 100 donne contro gli stereotipi”

(www.womenews.net, 17 giugno 2016)

di Luciana Tavernini

Proponiamo la relazione introduttiva per l’incontro Madri e figlie in poesia, tenutosi al Circolo della rosa sabato 11 giugno 2016, con Loredana Magazzeni, Donatella Massara, Laura Modini e Cristina Salardi.

Alla fine dello scorso anno, appena mi fu segnalato da Clara Jourdan, comprai il libro a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia contemporanea di lingua inglese (La vita felice, 2015). Il titolo, tratto da una poesia di Gillian Clarke, già preannunciava che le parole per mostrare la relazione madre figlia non sarebbero state edulcorate. Il libro è composto da 60 poesie di autrici in lingua inglese, con traduzione a fronte, e da una prefazione di Silvia Vegetti Finzi e una postfazione di Anna Salvo, che ne offrono un approfondimento psicoanalitico.

Ho sorseggiato le poesie poco alla volta come un vino da meditazione perché molte di loro attraverso le combinazioni improvvise delle parole, i loro suoni, le immagini impreviste, generavano inaspettate emozioni che aprivano spiragli di conoscenza su quest’esperienza che è centrale per me e per molte donne.

Nella pratica della storia vivente che, a partire da un’invenzione di Marirì Martinengo, porto avanti da quasi dieci anni con una comunità di donne, la relazione con la madre continua ad emergere (DWF, n.3, 2012). Non è un caso che abbia voluto con Marina Santini intitolare il libro di storia del femminismo, da noi scritto e curato, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua. E certamente questa raccolta di poesie composte negli ultimi 40 anni da autrici di lingua inglese e il lavoro di gruppo delle quattro poetesse traduttrici, non sarebbe stato possibile senza la rivoluzione femminista. Le donne che hanno preso parola pubblica autorevole hanno portato alla luce questa relazione fondante l’esistenza umana che prima veniva ridotta a sola materialità, data per scontata, mettendo invece in particolare evidenza la relazione col padre o quella madre – figlio, piena di rappresentazioni anche nella storia dell’arte, soprattutto cristiana.

Ricordo come Luce Irigaray nel 1987 ci invitasse a esporre in tutte le case e in tutti i luoghi pubblici belle immagini (non pubblicitarie) della coppia madre figlia, nostre fotografie con la figlia e le figlie e magari anche con la nostra stessa madre.

Sempre più scrittrici e poetesse portano alla luce coi loro lavori questa relazione. Segnalo in particolare Costellazione familiare (Adelphi 2016) di Rosa Matteucci con abbiamo discusso, il 28 maggio, nell’incontro, promosso da Rosaria Guacci e Mirella Maifreda, e per la poesia italiana accenno soltanto a Maddalena Capalbi in alcuni testi della raccolta Nessuno sa quando il lupo sbrana (La vita felice 2011), a Vivian Lamarque con il libro Madre d’inverno (Mondadori 2016), un lavoro di elaborazione poetica sulla morte e malattia della madre, e soprattutto le intense poesie di Gabriella Lazzerini in Tutto per me l’oceano, pubblicate in un quaderno di Via Dogana (Libreria delle donne di Milano 2004), ormai esaurito.

Attraverso la raccolta di cui parliamo oggi abbiamo l’occasione di approfondire la riflessione e di scegliere, anche per donarle alle nostre madri e figlie, quelle parole che più ci rappresentano.

Ma soprattutto, come suggeriva Ida Dominijanni (L’ombra della madre, Liguori 2007), ripresa nell’invito alla lezione di Luisa Muraro di martedì 7 giugno, queste poesie ci permettono “di scorgere nel presente i segni di quello che è e che sarà la madre dopo il patriarcato, nelle sue luci e nelle sue ombre, nel chiaro e nell’oscuro che la circondano”. Un impegno di grande rilevanza politica per il senso di ciò che costituisce l’essere umano, come ci dice Luisa Muraro nel suo recente libro L’anima del corpo (Editrice La Scuola 2016), la cui seconda parte, che costituisce metà del libro, è intitolata appunto La relazione materna.

L’atteggiamento di chi fa poesia, come magistralmente ci insegna María Zambrano in Filosofia e poesia (Pendragon, Bologna 2002) è di rendere conto della verità mentre la si sta vivendo, di far esistere ciò che ancora non è, perché le parole, il simbolico, ancora non è stato in grado di mostrarlo. Le poetesse, qui raccolte, ci permettono di rivivere l’istante, in cui più tempi coesistono, che illumina l’esperienza viva di ciascuna attraverso le parole che mantengono la forza della loro materialità.

Leggere queste poesie è un’esperienza contemporaneamente fisica e mentale che non va fatta frettolosamente.

Il lavoro delle traduttrici è stato anche questo: assaporare le parole per renderle nella nostra lingua, lasciandoci però la possibilità di andare al testo inglese originario in un passaggio in cui il ritmo segreto che lega le parole ci permette una conoscenza che non separa la percezione dalla razionalità.

Le quattro poetesse traduttrici hanno condiviso e ci propongono un percorso, illustrato nella loro introduzione, pieno di spunti per segnalare alcune caratteristiche e alcuni nodi dell’intricato e necessario rapporto madre figlia: dal difficile equilibrio tra fusionalità e separazione alla memoria che restituisce vividi ritratti o fantasmi e proiezioni, al complesso intreccio tra resistenze e accettazione dell’essere madre, alla costituzione di lignaggi attraverso oggetti e linguaggi, e non solo. Ma, grazie alla polisemia, alla molteplicità di significati di un testo poetico che si dischiudono alle successive letture, abbiamo l’opportunità di crearci percorsi personali.

In questo periodo di dibattito sulla maternità surrogata, addirittura chiamata utero in affitto, come se si potesse fare a pezzi una donna, io ho trovato consonanza con alcune poetesse che mostrano la relazione tra madre e creatura anche prima della nascita, ricordandoci il due che precede l’uno in ciascuna esistenza: ce la fanno percepire o ricordare per chi, come me, l’ha sperimentata. Penso a Sujata Bhat e a At first she was a butterfly (All’inizio era una farfalla, p.107) che termina con questi versi:
Ma io mi tengo stretto il primo giorno

che la sentii muoversi,

una piccola farfalla che toccava un fiore dopo l’altro –

Oppure penso a Meena Alexander che nella prima strofa di Green Parasol (Ombrellino verde, p.45) dice:

Dolce bocciolo di carne e capelli

quattordici anni fa mi lacerasti in un lampo

ti attaccarono paonazza, urlante al mio seno sinistro.

Più tardi, ti sistemavo ancora affamata

tra gomito e polso.

Sognavo di te e di me, costola a costola

nel cesellato scrigno d’avorio

che la tua bisnonna

si era portata a nord oltre le colline rosse

come parte della sua dote nuziale.

Meena introduce, attraverso un oggetto, anche il “continuum materno” con cui Maxime Kumin nella poesia The evelope (La busta, p. 237), polemizza con Heidegger, perché a noi è dato portare “avanti le nostre madri nella pancia”, e, “portate avanti dalle nostre figlie, viaggiare /nella Busta del Quasi- Infinito”.

Arundhati Subramaniam nell’ultima strofa di Sewage psalm (Salmo ai liquami, p. 113) ci pone in evidenza il mistero dell’imprescindibile sì della madre.

E ancora mi rimane un mistero

come avrai permesso che una fragile bolla

di infida speranza, in technicolor,

esplodesse

nello schiamazzo fiammeggiante,

di una nuova vita

con la tua decisione terrificante

di lasciar cadere

la scelta della disperazione.

Più leggo queste poesie e più ne ricavo forza che libera capacità di agire con libertà, che scioglie legacci emotivi. Invito ciascuna a cimentarsi.

Vi propongo però un ultimo spunto.

Quando Marina Santini e io studiammo Cristina di Belgiojoso per un incontro nel 2004, promosso dall’Associazione Dialogare di Lugano nell’ambito del pluriennale corso di formazione Pensare il mondo con le donne (Atti 2007), individuammo nel rapporto, durato tutta la vita, tra Cristina e Ernesta Bisi Legnani, maggiore di lei di vent’anni, pittrice, patriota, madre di 5 figlie e figli, un esempio di “amica più grande”, quella che in continuità con la madre permette a una giovane di crescere, discutendo emozioni ed esperienze coinvolgenti in una sorta di genealogia in presenza. Volevamo chiamare questa figura “vice-madre” ma mia figlia, che sperimentava questo tipo di relazione, ci disse che era un errore perché la madre è unica. Noi descrivemmo questo rapporto dal punto di vista della madre e della figlia, ma la pedagogista Letizia Bianchi, chiamandola “posizione della zia”, ne parlò dal punto di vista dell’amica. Marina e io siamo consapevoli di quanto sia importante tanto che ne abbiamo scritto in Mia madre femminista e abbiamo chiesto a Letizia una testimonianza in proposito.

Nel quasi poemetto, One of those nigths (Una di quelle notti, p.123) di Karen Alkaly Gut ho scoperto che la figura simbolica della “zia” è indispensabile anche dopo la morte della madre.

Una zia, morta prima che la poetessa nascesse, viene come fantasma nell’anniversario della morte della madre per portare un messaggio della madre stessa.

La zia a un certo punto dice:

“Perché devi andare a cercare ciò che è irrilevante?

Lei mi ha detto che vuoi sempre la documentazione.

Quello che devi sapere –

e mi sembra la notizia più importante

che ti posso portare dall’aldilà –

è che tua madre ti amava veramente.”

Non pensate che sia un poemetto di buoni sentimenti perché

la figlia battibecca: perché non è venuta lei a dirmelo, io “sto bene in questa luce”, lo so che è una fantasia consolatoria, ecc.

Ma la zia fantasma la mette di fronte alla naches, alla gioia, della madre nell’aldilà, dicendole:

[…] che tua madre prova piacere ogni giorno

vedendo come ti godi la vita – anche se la tua è una vita

che non avrebbe mai capito quando portava il peso

del suo mondo, della sua vita.

La zia, con i rovesciamenti tipici della poesia, mette di fronte la figlia all’esistenza della vita della madre come diversa dalla sua, qualcosa che può rendere difficile la comprensione. Spesso non riusciamo a pensare a nostra madre come a una donna. Accade quasi come una rivelazione, ad esempio Luisa Muraro in L’anima del corpo scrive: “Ricordo il momento in cui mi accorsi e vidi che mia madre era una donna, che mi era madre sì, ma senza essersi annullata nel personaggio con cui fino ad allora l’avevo identificata” (p.65). E racconta gli episodi di questa epifania in cui la madre le appare portatrice di un desiderio autonomo.

E tornando al poemetto, esso termina con la capacità di accettare le proprie imperfezioni, che, anche se viste dalla madre, non ne inficiano l’amore.

E mi ha detto di dirti

che le piace tanto come leggi la poesia ad alta voce –

anche se balbetti ancora

e ci metti sempre un paio di errori.

 

(www.libreriadelledonne.it, 16 giugno 2016)

di Antonella Lumini

Maria Celeste Crostarosa la vera fondatrice dei redentoristi

L’aspetto straordinario della teologia crostarosiana consiste nel cogliere la forza dinamica dell’evento dell’Incarnazione

Di madre Maria Celeste sono pervenute numerose opere. Tra le più rilevanti l’Autobiografia, i Trattenimenti spirituali, i Gradi di orazione, le Meditazioni per il tempo di Avvento e di Natale, il Giardinetto spirituale. L’intensità della scrittura rivela il travaglio a cui è sottoposta l’umanità quando in essa irrompe lo Spirito. Le folgoranti rivelazioni, le terse visioni, sono accompagnate dalla sofferenza che scaturisce dal vedere limiti e resistenze. Il conflitto consuma, ma la beatitudine spirituale avvolge l’anima rendendo in tutto partecipe il corpo. Il piano carnale non viene tenuto fuori, ma bruciato nell’ardore dell’amore divino, portato verso il sublime. Nell’esperienza mistica femminile, e in particolare nella Crostarosa, si sente questa immensa impresa di rigenerazione che «opera» lo Spirito Santo sul piano creaturale assumendo il corpo nella dinamica di trasformazione che lo prosciuga e al contempo lo vivifica, lo chiama a morire e insieme a risorgere. Lo «deifica», facendolo divenire «viva memoria» della sacra umanità del Verbo, presenza visibile del suo amore. Ugualmente nel sacramento eucaristico il divino amore di Cristo si fa cibo «sostanziale» al fine di trasformare «l’uomo in Dio». Questa azione redentiva mossa dallo Spirito santo è quanto Madre Celeste chiama «opera»: grandiosa gestazione che si fa carico di guarire, salvare, far rinascere a nuova vita. Sottile lavoro di ritessitura attraverso cui si incarna la spinta generatrice mossa in eterno dal Padre.

L’originale teologia crostarosiana mette in luce due piani: la generazione eterna del Verbo, «principio senza mai esser principiato», e la natura umana chiamata ad aprirsi per lasciarsi fecondare. L’Incarnazione del Verbo viene pertanto individuata come il punto in cui i due piani convergono. La «stupenda operazione divina» si concretizza in Maria. «La tua Signora Maria riceve un adombramento divino di chiarissimo splendore, ove le si manifestano le tre divine persone nell’unità dell’essenza, ove penetra per breve momento quell’incomprensibile e purissimo atto della generazione del Verbo nel seno del Padre». La partecipazione all’essenza divina, immette nel mistero trinitario. Rivela l’intrinseco movimento di amore che unisce il Padre al Figlio. L’amore che in eterno opera “amando”, è lo Spirito Santo. «Di questa beatissima ed eterna generazione» Maria toccò la pienezza nell’attimo in cui lo Spirito Santo «l’adombrò, la ricoprì, l’assorbì e le dichiarò non solo l’opera dell’umana Redenzione, ma ancora l’Unità e Trinità delle Persone divine». Penetrando il mistero dell’Incarnazione l’anima a sua volta ne partecipa: «vedi anima mia come lo Spirito Santo (…) Spirito di amore purissimo, in un momento genera l’Umanità del Verbo nel seno di Maria sua sposa e in essa unisce l’umana natura con l’eterno Dio». La grande intuizione teologica di Madre Celeste consiste nel comprendere che l’«opera» straordinaria che si realizza in Maria, si estende a tutte le anime che la contemplano perché eterna è la generazione del Verbo. Tema decisamente presente in Meister Eckhart.

Comprendendo che l’«opera» è sempre in atto, Madre Maria Celeste si spinge oltre il piano devozionale. Individua nell’evento dell’incarnazione la forza dinamica dell’azione salvifica stessa. L’annuncio evangelico è colto dunque in questa luce. La Madre divinizzata è dunque la natura umana di Maria in cui la divina maternità si incarna portando a compimento ogni potenzialità dell’atto creativo. Silenzio, nascondimento, umiltà, obbedienza, pazienza, fermezza, sono le virtù dell’anima annichilata che custodisce i doni di Dio senza appropriarsene, lasciando che l’«opera» agisca libera da resistenze. Maria diviene quindi madre e maestra di tutte le anime. La Crostarosa descrive questo stato di totale passività (che implica la più intensa attività) con l’immagine della gestazione: «come un bambino che non è uscito dal seno di sua madre il quale non ha potere per operare cosa alcuna, ma solo sua madre è quella che fa il tutto». E ancora: «O soavità eterna, mi pare che tu sia per me più di una cara madre, amante e sollecita verso di me ben più che la madre che porta attaccato alle poppe il suo piccolo figliolino». Lo Spirito produce questa trasformazione nello stato di cedimento in cui è possibile «l’interna mortificazione in tutte le potenze spirituali». L’«opera» dunque non forza, è paziente, sovrabbondante, lascia libera la creatura. È un’opera materna, attende che maturino le condizioni.

(Osservatore Romano, 15 giugno 2016)

di Sandra Montani

Parma 23 marzo 1995.
Alla libreria delle donne Mauretta Pelagatti di Parma, organizzammo una serie di presentazioni di libri di varie autrici e dei loro diversi percorsi politici, fino ad arrivare alla politica delle donne.
Scelsi di presentare Rosso Antico di Luciana Viviani. Fui affiancata da Rosetta Stella, che mi incantò per la profondità che seppe dare al racconto di vita politica tra storia, ideologia e ironia di Luciana Viviani. 
Un saluto
Sandra Montani

(www.libreriadelledonne.it, 15 giugno 2016)

di Silvana Silvestri

Anteprima. Il nuovo film della regista di “Bellissime” racconta alcune celebrità e i loro quartieri

Roma è una divinità femminile, sarà per questo che ancora oggi i tifosi l’adorano con riti pagani. Un tocco di divinità hanno assorbito anche alcuni personaggi femminili diventati quasi simbolo della città: Romane il nuovo film di Giovanna Gagliardo (in anteprima alla Casa del Cinema il 14) le espone come preziose icone legate ai loro quartieri, un collegamento non così casuale come potrebbe sembrare.

Roma costruita sui colli, il discrimine tra una via e un’altra, l’attraversamento del Tevere: c’è tutta una storia e una tradizione da raccontare, più vivida nel ricordo quanto più offuscata dalla nuova decadenza contemporanea. La Trastevere di Lina Cavalieri, da povera tipografa e fioraia diventata celebre cantante, acclamata come la donna più bella del mondo, tanto da raggiungere le 840 proposte di matrimonio (accettò via via cinque mariti), una voce che evoca toni del passato a Lina Sastri che la ricorda. Gabriella Ferri nata a Testaccio come la racconta Luisa De Santis, la sua compagna di avventure canore (poi presero strade diverse), esplosa nel canto come un grido di quel dolore, della depressione che portava dentro di sé, «capace di prendere una canzone e farla sua».

A Piramide il cimitero degli inglesi conserva le spoglie, il ricordo di Amelia Rosselli, Luce d’Eramo, Irene Galitzine, Miriam Mafai, la sfortunata Belinda Lee, sull’Aventino l’accademia di danza che fondò nel 1948 Jia Russkaia (come a dire: «io, russa») soprannome di Eugenia Borissenko e le fa da specchio Lia Calizza che ha diretto in seguito la scuola, tra le morbidezze austere delle allieve. Alessandra Di Castro direttrice del museo ebraico che ci conduce con i suoi racconti attraverso la Roma del Cinquecento, ai tempi dell’istituzione del ghetto ed evoca la figura di Anna Del Monte e del suo «ratto», («trattenuta a’ Catecumini tredici giorni dalli 6 fino alli 19 maggio anno 1749») perché si convertisse al cattolicesimo, fino a Tullia Zevi giornalista al processo di Norimberga e poi presidente di tutte le comunità ebraiche. Ascoltare la storia di queste donne forti e indomite in questo periodo in cui sembra che un’onda di violenza debba avere la meglio, ci dice che non si deve arretrare di un passo. Nella costruzione del film, il ritratto che di una donna famosa fa una celebrità contemporanea crea una indissolubile catena di presenze femminili da esaltare nella loro determinazione, grandezza o debolezza, così come Gagliardo ha già fatto in alcuni suoi film precedenti, come le due puntate di Bellissime, il viaggio lungo un secolo della donna italiana, il coraggio del cambiamento. Il suo è un percorso creativo strettamente legato alla politica e al femminismo.

Chiude il film ritirandosi nel suo palazzo così come la immortalò Fellini, Anna Magnani e Caterina d’Amico ne racconta i lati più segreti.

(il manifesto, 11 giugno 2016)


Cari maschi, tocca a noi

Appello. Un appello contro una parte di noi stessi

La ripetizione sempre più diffusa di efferati femminicidi chiama ormai in causa gli uomini portatori, più o meno consapevolmente, di una cultura maschilista che li rende carnefici, oltre che “vittime””di tale cultura, ben al di là di una loro (consumata) solidarietà con la persona colpita dalla violenza.

L’uccisione o la mutilazione della fidanzata, moglie o compagna, avviene quasi sempre per motivi di gelosia o per rottura, da parte della donna, del patto di convivenza.

L’uomo forte e dominatore non può (o non è capace) di accettare quello che ritiene essere un “affronto”, così che la vendetta è la reazione “istintiva”: mia o di nessun altro. E’ così che da carnefice l’uomo diventa anch’egli vittima del suo stesso pensiero.

C’è un’asimmetria in questo rapporto: se a finire il rapporto è la donna, tale gesto di rottura assume il significato di tradimento, mentre se è l’uomo a rompere il rapporto d’affetto, allora esso viene considerato comprensibile e accettabile.

In un passato poi non così lontano ci sono stati processi dove come attenuante è stato addotto il fatto che la donna indossasse jeans aderenti o, comunque, abiti provocanti giustificando il comportamento violento con l’affermazione che “se l’era un po’ cercata”. Così come il “delitto d’onore” non è un’oscura pratica medioevale abbandonata centinaia di anni fa. Noi veniamo da questo passato recente.

I cambiamenti antropologici indotti dallo scatenamento degli istinti animali del neoliberismo, hanno accentuato l’individualismo proprietario soprattutto degli uomini. Ed è per questo che noi uomini dobbiamo dire a gran voce: not in my name, dove il my name oltre ad avere una valenza personale riguarda l’intero genere maschile. E questo vincendo quell’oscuro timore (mai esplicitato) di passare per “femminucce” che trasgrediscono il codice maschile.

Nessun uomo può dirsi innocente, perché c’è una connivenza complice in ciascuno di noi con il pensiero dell’individuo proprietario, della ostentazione della forza, dell’offesa non perdonabile. Quante volte noi stessi abbiamo fatto battute o raccontato a soli amici maschi barzellette denigratorie sul genere femminile? E quante volte pur non avendolo fatto direttamente abbiamo sfoderato un sorrisino complice a questi racconti stereotipi?

La diversità di genere è una ricchezza, ma può scivolare nello sciovinismo maschilista se a tale diversità viene assegnata una gerarchia, ruoli non paritari.

Non basta, per noi uomini, firmare appelli in difesa delle donne, partecipare sinceramente commossi a iniziative di solidarietà con loro. Bisognerebbe iniziare a firmare appelli anche contro quella parte di noi stessi che indulge a connivenze complici perché quei maschi assassini non sono alieni venuti da altri pianeti: sono l’esito drammatico di un pensiero che alberga oscuro nelle teste di noi uomini.

Hanno aderito:
Abati Velio, Bevilacqua Piero, Baioni Mauro, Bianchi Alessandro, Camagni Roberto, Cervellati Pier Luigi, Fiorentini Mario, Dignatici Paolo, Gambardella Alfonso, Indovina Francesco, Masulli Ignazio, Nebbia Giorgio, Ottolini Cesare, Quaini Massimo, Roggio Sandro, Salzano Edoardo, Saponaro Giuseppe, Scandurra Enzo, Siciliani de Cumis Nicola, Stucchi Silvano, Toscani Franco, Vannetiello Daniele, Viale Guido

(il manifesto, 11 giugno 2016)