La legge islamica sempre più vicina

di Sara Gandolfi

 

Alle sette di sera, su İstiklâl Caddesi, i top e le minigonne scompaiono. Da venerdì notte, sulla via dello struscio di Istanbul, e poi su fino a piazza Taksim, cuore passionale della città, vige una legge non scritta che le donne hanno imparato in fretta a rispettare. Dopo una certa ora, meglio girare con braccia e gambe coperte, magari pure con un velo a mascherare collo e capelli.

La notte è del popolo di Erdoğan, che resta sveglio fino a tardi facendo caroselli per le strade, cantando inni patriottici o inneggiando alla pena di morte contro gli autori di questo golpe amatoriale. «All’inizio siamo usciti anche noi, i “turchi bianchi”, così veniamo chiamati qui noi laici – ci racconta Alya, commessa in un negozio “occidentale” -. In fondo, abbiamo pensato io e le mie amiche, è meglio una cattiva democrazia di una dittatura militare. Ma ora le cose stanno prendendo una brutta piega, soprattutto per noi donne. Da sabato vengo al lavoro con meno pelle in vista».

A pochi metri, sfila il fervore religioso dei sostenitori dell’Akp, il partito del presidente. Innalzano le bandiere rosse con la falce di luna e la stella, sono tutti maschi. L’effetto è quello di un branco. Nell’atmosfera un po’ surreale del dopo golpe, per ora sono combriccole festose, domani potrebbero diventare altro. Su Twitter – il mezzo di comunicazione e d’informazione preferito dei giovani – iniziano a girare alcune storie raccapriccianti. Come quello della studentessa che racconta il grido lanciatole contro da un’auto, sabato sera: «Uccideremo anche le donne come voi».

Sulla carta, Istanbul è ricca di associazioni femminili e collettivi femministi. Ma in queste ore nessuno ha voglia di parlare. La risposta standard è quella inviata via mail dal gruppo Women for Women’s Human Rights, una Ong nata nel 1993 per promuovere la parità di diritti in Turchia: «Possiamo fare l’intervista un’altra volta? Sa cosa sta succedendo in Turchia. Stiamo cercando di capire la situazione…».

La «situazione», come le strade, sta diventando pericolosa per le donne.

Lo confermano gli sguardi sconcertati delle passanti «laiche» e le parole di alcune donne coraggiose. Come l’avvocatessa Ceren Akkawa, volontaria part-time presso Mor Çati, la prima e attivissima organizzazione in Turchia a combattere la violenza contro le donne. «Passo dopo passo stanno restringendo i nostri diritti e dopo i fatti di venerdì scorso la situazione non potrà che peggiorare – racconta -. Sulla carta la Turchia ha una legislazione molto avanzata nel campo della parità di genere. Ma nelle strade, nelle stazioni di polizia, nelle aule di tribunale, la prassi è di tutt’altro genere. C’è una distanza abissale tra la teoria e la realtà. La Turchia resta una società patriarcale. Da almeno quattro anni il governo spinge verso un conservatorismo sempre più marcato: la legge islamica si avvicina ogni giorno di più».

Il Sultano Erdoğan non ha mai fatto mistero delle sue opinioni sul ruolo della donna, dal numero dei figli che dovrebbe avere (tre) al tipo di impiego («non è uguale a noi uomini, non può fare lo stesso lavoro»). Uno dei primi decreti è stato il via libera al turban in scuole e uffici pubblici (il velo islamico turco, che copre il capo ma lascia scoperto il volto, era vietato dal 1924 per volere di Atatürk). Le islamiche, o «turche nere», sono uscite poco alla volta: non solo nelle strade, ma anche nelle aule universitarie e in quelle di tribunale. «Adesso è il loro turno, ormai sono maggioranza – dice Akkawa -. Ma tante donne oggi si mettono il velo perché è socialmente più “comodo”. In questi giorni, io stessa mi sono accorta che sto cominciando ad auto-censurarmi nel modo di vestire».

Poi è venuto l’attacco alla legge sull’aborto: «un omicidio», disse Erdoğan nel 2013, quando era ancora primo ministro. Le imponenti proteste di piazza gli impedirono di renderlo illegale, ma subito dopo si sono moltiplicati gli i medici «obbiettori di coscienza»: secondo un’inchiesta di Mor Çati, a Istanbul solo tre ospedali pubblici oggi praticano le interruzioni di gravidanza.

È solo l’inizio, secondo le «turche bianche». Pur essendo il primo Paese firmatario della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (2011), la Turchia è al 77° posto su 100 nell’indice sull’uguaglianza di genere dell’Undp (Programma per lo sviluppo dell’Onu) e le turche hanno un rischio dieci volte maggiore di essere pestate dal proprio compagno rispetto alle cittadine dell’Unione europea (dall’inizio dell’anno sono state uccise 135 donne). L’ultimo raduno di piazza importante, alla vigilia dell’8 marzo, nel distretto asiatico di Kadıköy, è stato disperso dalla polizia con proiettili di gomma e lacrimogeni.

E il peggio deve ancora venire. Tra le proposte avanzate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul divorzio, c’è la depenalizzazione dell’abuso sessuale sulle minorenni se viene seguito da cinque anni di matrimonio «sotto il controllo del governo». Ufficialmente un modo per condonare le “fuitine”, ancora molto diffuse nelle zone rurali. «È disgustoso, stanno incoraggiando i matrimoni forzati delle bambine», commenta Ayşe Arman, editorialista del quotidiano Hürriyet. Le fa eco la presidente della Federazione delle associazioni femminili turche, Canan Güllü: «Vogliono infilare le vittime di violenza nello stesso letto dello stupratore e poi costringerle a vivere con lui per cinque anni. Questa mentalità non è degna della Turchia contemporanea». Di fatto, nella prassi è già così: secondo fonti giudiziarie, sono 3.000 i casi di stupratori che hanno evitato il carcere sposando le proprie vittime.

Di recente, poi, la Corte costituzionale ha abolito l’articolo 103 che punisce gli abusi sessuali sui minori, sostenendo che la punizione per i reati sui bambini fra i 12 e i 15 anni non può essere uguale a quella che coinvolge gli under 12. I legislatori hanno tempo sei mesi per riformulare la legge, dopodiché si creerà un vuoto legislativo. E la pedofilia sarà, di fatto, legale in Turchia.

I giornali pro-Erdoğan in questi giorni continuano a pubblicare in prima pagina foto di bambine sorridenti sulle spalle dei padri e donne scamiciate che sventolano bandiere in piazza. Ma sono eccezioni, in una folla popolata di veli e ombre nere.


(Corriere della Sera, 20 Luglio 2016)

di Paola Tavella

Tutto è cominciato in febbraio con un tweetbombing di protesta con l’hashtag #obiettiamolasanzione, contro la decisione del Governo di procedere all’innalzamento delle sanzioni per chi ricorre all’aborto clandestino, da 51 euro a 5/10mila euro. In un paese dove l’obiezione di coscienza dei medici all’interruzione volontaria di gravidanza sfiora il 70 per cento è un paradosso. Senza contare che Strasburgo ha accolto ben due ricorsi della Cgil contro la mancata applicazione della legge 194 e questo non ha portato a cambiamento alcuno.

Intanto, la violenza sulle donne per mano maschile non sta certo a guardare. L’uccisione il 30 maggio a Roma della ragazza di 22 anni Sara Di Pietrantonio, strangolata e bruciata dal suo ex-fidanzato, ha destato un’ondata di indignazione e di mobilitazione. Dall’inizio dell’anno sono 45 le donne uccise, ma i Centri antiviolenza chiudono a Roma, a Napoli, a Palermo, a Nuoro, e rischiano anche in Lombardia e in Veneto. Inadempienze amministrative a Roma, assurde complicazioni burocatiche a Napoli, mancata erogazione di fondi già stanziati a Palermo e a Nuoro sono le cause della sospensione di attività benemerite che accolgono e mettono in salvo migliaia di donne.

A Milano la Casa delle Donne Maltrattate lancia un grido di allarme: «I fondi sulla carta ci sono», dice la presidente Manuela Ulivi, avvocata che fa parte del consiglio di D.i.Re, la Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza. «La legge 119 del 2013 ha stanziato circa 16 milioni e mezzo di euro ma non arrivano perché si bloccano a causa della burocrazia. Nel frattempo, per accedere ai finanziamenti, si mettono dei paletti inaccettabili al nostro lavoro». Dalle istituzioni non arriva nessun segnale, a volte solo qualche generico impegno, e quindi le donne si stanno organizzando da sé per portare all’attenzione di tutti la gravità di questa situazione. Sui social network, soprattutto su Facebook ma anche su Twitter, c’è molto fermento ed è facile capire che si sta alzando una nuova onda di proteste. Molte iniziative per l’autunno sono già in cantiere, altre si preparano.

Il 17 e 18 settembre a Roma, presso la sala YWCA di via Balbo 4, un gruppo autoconvocato si riunirà per discutere un’agenda politica femminista condivisa (per saperne di più, iscriversi e partecipare). A fine ottobre, il 29 e il 30, un gruppo di attiviste ha indetto a Osimo due giorni di incontro nazionale sui diritti negati e calpestati. Il manifesto di convocazione – che può essere firmato da tutte – comincia così: “Ci incontriamo sui ‘social’, parliamo, discutiamo, ci lamentiamo, condividiamo indignazione e apprensione. Lanciamo iniziative e proteste, ci sosteniamo a vicenda in un obiettivo comune che è difendere i diritti, quelli acquisiti e sempre in bilico, quelli non ancora conquistati (…). Ci devasta la lentezza insopportabile della politica che non applica le convenzioni internazionali, non finanzia i progetti educativi e addirittura taglia i fondi ai centri antiviolenza, che ci penalizza nel mondo del lavoro, ci erode il diritto alla salute”.

La Rete nazionale dei Centri antiviolenza D.i.re, propone una assemblea nazionale sulla violenza da tenersi a Roma ai primi di novembre. Il breve documento, che contiene un invito rivolto a tutte, dice fra l’altro: “I diritti conquistati con lunghe e durissime lotte sono a repentaglio, tutti. La legge 194 che garantisce l’aborto libero, gratuito e sicuro è disattesa, svuotata, trasgredita in quasi tutto il nostro paese. Le legge che punisce la violenza sessuale come grave reato contro la persona è troppe volte calpestata nei commissariati e nei tribunali mettendoci sotto accusa al posto degli stupratori e degli assassini. Nella consapevolezza generale non è passato il fatto che la violenza maschile – quella espressa dall’uomo qualunque che sfrutta, picchia, perseguita, stupra, uccide – fa emergere un dato strutturale e pervasivo della società, e non è il frutto della follia ma di un sistema. La rappresentazione della violenza affidata agli “esperti”, criminologi, avvocati, psicoterapeuti assicura una lettura opposta e neutra, che prescinde dall’analisi femminista, quella stessa che sostiene il metodo dei Centri antiviolenza, nati dal movimento delle donne”.

Anche la rete Io Decido converge sulla proposta dell’assemblea nazionale e su Facebook è molto attivo un gruppo che si chiama Chi colpisce una donna colpisce tutte noi che chiede a sua volta una mobilitazione in tutta Italia intorno a una lettera aperta sulla piattaforma di petizioni online Change. Anche l’Udi nazionale ha pubblicato un documento che si muove nella medesima direzione. Insomma, in modo spontaneo fra le attiviste per i diritti delle donne si va delineando quasi da sé un percorso che porta a varie tappe verso un’assemblea nazionale ai primi di novembre e potrebbe decidere di convocare una manifestazione nazionale intorno al 25 novembre, giornata internazionale dell’Onu contro la violenza maschile sulle donne.


(www.iodonna.it, 19 Luglio 2016)

di Noemi Milani


«La nostra libreria è nata per valorizzare il lavoro e le opere delle scrittrici, perché si sa che le donne scrivono e leggono molto, ma spesso non ricevono lo spazio che si meritano». Abbiamo visitato la storica Libreria delle donne di Milano per capire se ancora oggi si può parlare di librerie femministe – La storia e l’intervista de ilLibraio.it

Ha ancora senso parlare di “libreria delle donne” nel 2016? Se lo chiedono negli Usa, dove di librerie nate dal movimento femminista, ideate per essere fulcro di discussione e confronto, ne erano sorte migliaia, e tra queste un grande numero è stato costretto a chiudere negli ultimi anni. Ormai si parla di femminismo sui social, se ne scrive su magazine online e si dibatte a suon di tweet.

In Italia, invece, cosa sta succedendo? Le librerie gay, nate con un intento simile a quelle femministe – creare uno spazio di confronto e discussione a chi faticava a trovarlo – stanno chiudendo. Anche se ci sono delle eccezioni, come Antigone, nuova libreria dedicata al mondo LGBTQI aperta di recente a Milano.

 

Sempre a Milano esiste una realtà che da oltre quarant’anni si dedica alle donne. Fondata nel 1975 in via Dogana dalla cooperativa femminile “Sibilla Aleramo” la Libreria delle donne recentemente si è spostata in via Pietro Calvi 29, a pochi passi da Piazzale Dateo.

Siamo stati nella libreria per parlare con le volontarie che da anni gestiscono l’attività e per capire se nel 2016 ha ancora senso parlare di librerie femminili e femministe.

«Rispetto ai libri e alle scrittrici in quarant’anni è cambiato molto», ci spiega Luisa, che è socia della libreria fin dai primi anni di attività. «La nostra libreria è nata per valorizzare il lavoro e le opere delle scrittrici perché si sa che le donne scrivono e leggono molto, ma spesso non ricevono lo spazio che si meritano. Noi eravamo mosse soprattutto dalla politica, dal movimento delle donne che era nato proprio in quegli anni».

 

Nel corso della storia della libreria ci sono state oltre sessanta socie che si sono impegnate a tenere aperto il negozio e a organizzare eventi e incontri, al momento sono venti le volontarie, non più giovanissime, che si occupano dell’attività.

«Nonostante siamo tante a collaborare, c’è un sentire comune che unisce le scelte che si prendono, anche per quanto riguarda il catalogo. Al momento abbiamo circa 4.000 titoli, sia di autori italiani che stranieri, quasi tutte opere scritte da donne però».

 

Quando chiediamo a Luisa se nel 2016 ha ancora senso un progetto come il loro, lei risponde che «oggi c’è meno separatismo, la coscienza degli uomini è cambiata, almeno in parte. Quando è nato questo progetto la donna aveva davvero pochi diritti, era un periodo di grandi scontri, ma col tempo le cose sono cambiate. Oggi la posizione della donna è mutata. Ma il nostro resta un punto di incontro e di discussione, in cui vengono promossi i lavori di scrittrici italiane durante eventi con le stesse autrici».

Luisa Muraro – filosofa, tra le fondatrici della libreria, della rivista Dogana oltre che della comunità filosofica Diotima – ha però affermato in un’intervista a Repubblica: «Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani. Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne».

 

«Le nostri clienti sono habituée, qualche volta vengono anche delle ragazze che cercano testi specifici, magari per delle ricerche», ci spiegano in negozio. Forse il motivo principale è che le giovani femministe oggi vanno online, si interessano a temi più ampli, che includono tutte quelle tematiche che con un po’ di disprezzo vengono categorizzate come “gender”, lì in libreria.

Quando però si parla di parità, ecco tornare lo spirito battagliero che ha mosso gli scontri politici di quarant’anni fa: «Noi non crediamo, nella parità, teniamo in gran conto la differenza delle donne».

Dialettica e gap generazionale a parte, chiediamo dei consigli sui libri che ogni donna, giovane o meno, dovrebbe leggere. Ed ecco Carla Lonzi, critica d’arte, femminista e promotrice della differenza sessuale, e le sue opere a partire da Sputiamo su Hegel, manifesto del movimento Rivolta Femminile. E Il contratto sessuale di Carol Pateman. I volumi pubblicati da Diotima sulla filosofia.

 

Per quanto riguarda la narrativa, invece, Elizabeth Strout, Alice Munro, Annie Ernaux e Lucia Berlin sono alcune delle autrici più apprezzate in libreria. Tra le scrittrici italiane ci tengono a consigliare Cade la terra di Carmen Pellegrino e La costellazione famigliare di Rosa Matteucci.

 

(www.illibraio.it, 19 luglio 2016)

di Antonella Fiori

INTERVISTA È la parola chiave del terzo millennio e anche la chiave di volta della nostra vita in comune: condivisione. Condivisione come conseguenza della rivoluzione digitale ma anche come premessa per un mondo in pace. “Condivisione” (sharing), che implica un altro termine fondamentale: empatia, sentirsi vicini a qualcuno, magari lontano, come un migrante, un perseguitato, un profugo… La filosofa Laura Boella, è tra gli autori di “Un mondo condiviso” (Laterza, p. 144 euro 12) a cura di Giulia Cogoli che raccoglie, su questo tema, le riflessioni di otto grandi pensatori per il progetto Sharing the word di Intesa Sanpaolo.

Professoressa Boella, perché è così importante condividere?
Le neuroscienze hanno compreso che l’empatia, che ci porta poi a condividere, è alla base della nostra convivenza e sopravvivenza. Il nostro cervello è predisposto all’empatia: ha in sé la capacità, attraverso i neuroni specchio, di identificarsi con l’altro, stabilendo così un contatto immediato.

L’empatia è una via d’uscita dalle diverse crisi che ci affliggono a livello planetario?  
Sì. Non è solo una capacità che rende più caldi e solidali i rapporti tra gli individui ma ci serve per fronteggiare i problemi economici sociali e ambientali.

Come facciamo a essere davvero empatici?
Dobbiamo pensare all’empatia come una sfida. In questo modo non è solo istinto compassionevole nei confronti della miseria che abita il mondo ma diventa una capacità gestita attivamente, un impegno in prima persona. Molti dicono: io ho tanti amici su Facebook: quindi io condivido, empatizzo. Ma non è sufficiente questo automatismo.

E allora cosa significa condividere realmente qualcosa?
Vuol dire rimetterci in gioco noi, come singoli. Questo ci distoglie anche dall’idea che siamo impotenti, che di certe cose se ne occuperanno i politici, gli economisti. Ognuno di noi è responsabile di quel che accade in tutto il pianeta. Ma deve prendersi la propria responsabilità nei luoghi dove vive, nelle situazioni che affronta quotidianamente.

di Luisa Muraro

Nei pellegrinaggi, come quello a Compostela che mi ha raccontato mio fratello, so che le persone camminano, camminano, spesso in silenzio e da sole, ma poi si fermano in un ostello dove ne incontrano altre e, con le forze, rinnovano il senso del loro andare.

Ci sono libri, nel mio cammino, che hanno la funzione di ostello. Perché non scambiarci queste esperienze di lettura, mi sono detta, come fanno loro?

L’ho pensato dopo aver letto, di slancio, Temporary Mother. Utero in affitto e mercato dei figli di Marina Terragni (VandA.e-publishing). Su questo tema io stessa ho pubblicato un librino, incoraggiata proprio da Marina T. Eppure, leggere il suo è stato un vero ostello per la mente: un linguaggio diverso, nel ritmo soprattutto, argomenti provenienti da filoni a me non presenti, una grande familiarità con le fonti di internet e una notevole capacità di selezione (senza la quale, mi dicono, in internet ci si perde).

Viceversa, l’esperienza di lettura di Isabella Pera, “Camminare col proprio tempo” (Viella, Roma 2016) è stata una sorpresa allo stato puro. Vivo a Milano da una vita, mi sono laureata alla Cattolica, nel mio ambiente sono considerata una che se ne intende di chiesa e religione. E scopro, leggendo la ricerca di Isabella Pera (pubblicata da un editore di Roma!) tutto un pezzo di storia di Milano, inizi Novecento, al cui centro c’è un gruppo femminista cattolico avanzatissimo e perciò contrastato a morte dalla reazione antimodernista, che allora imperversava. Conoscevo la repressione interna che ha colpito i cattolici rinnovatori, ma nulla sapevo di questo femminismo cristiano milanese, vittima evidentemente di una doppia obliterazione, antimodernista e maschilista.

Troppo facile cancellare le donne dalla storia, ho pensato.

Ina Praetorius ha ragione a ricordarci che la storia che impariamo a scuola, non è la ma una storia. Lo dice in un altro libro-ostello della mente, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, nella collana Transiti, di Mediterraneo Sociale, dal cui sito www.mediterraneosociale.eu può essere scaricata gratuitamente. Il punto è imparare a sentirlo, a non avere aspettative fasulle e ad agire praticamente, come fa lei.

Ho detto: troppo facile cancellare le donne. Ma dipende dalla strada che percorri. Ci sono donne che non incontrerai sulle strade comode. Penso alla giornalista di Catanzaro Franca Fortunato e alla sua amica, Lina Scalzo… Sai chi è Lina Scalzo? s’intitola l’intervista fatta da Franca all’amica e pubblicata come primo degli e-quaderni di Via Dogana in www.libreriadelledonne.it, a cura di Clara Jourdan. Donne come queste, facciamo che siano incancellabili, come certe macchie di frutta che non vanno via. Non siamo qui per questo?

(www.libreriadelledonne.it, 15/7/2016)

di Giuliana Giulietti, Giovanna Papucci, Patrizia Fallani, Stefania Burgalassi, Enrica Ricci, Lucilla Serchi (gruppo Gemma)

“Gemma” è il nome del gruppo femminista che abbiamo costituito al Centro Donna del Comune di Livorno, gestito dall’associazione Ippogrifo, per rilanciare le risorse del femminismo. Queste risorse sono state prese, ma in parte anche perse, dal femminismo di stato – politiche paritarie, governi a quota rosa, neutralizzazione del conflitto fra i sessi. Noi vogliamo rinforzare il femminismo della differenza, che fin dagli anni Ottanta ha fatto dello spostamento dal paradigma dell’oppressione al paradigma della libertà femminile la sua sfida teorica. Come scrive Ida Dominijanni in Il Trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi c’è alla base un’idea di libertà femminile politica e relazionale  (perché vive nella sfera pubblica e perché ancorata alla pratica della relazione tra donne); un’autonomia misurata sull’autorità materna (e non sulla legge del padre), sopra la legge (non subordinata alla politica dei diritti), sorgiva ed eventuale (riconoscibile in contesti inusuali o imprevisti e al di fuori degli schieramenti politici tradizionali).

Ci piace ricordare che alcune di noi fin dagli anni Ottanta e Novanta facevano parte del gruppo documentazione del Centro Donna di Livorno, e che il gruppo era in relazione con la Libreria delle donne di Milano e con il Virginia Woolf di Roma, vale a dire con i due luoghi più autorevoli del femminismo italiano. Sono stati anni di scambio intenso e fecondo, di condivisione di pensieri e di pratiche che mantenevano aperto l’orizzonte della differenza sessuale. Un orizzonte che mai si è chiuso perché la direzione del femminismo, il suo movimento è di essere sempre aperto a un di più. Alzare il cielo e allargare l’orizzonte – è la bella espressione di Luisa Muraro.

Il percorso che porta alla nascita di Gemma inizia nel 2011 con la relazione tra Giovanna e Giuliana che decidono di presentare al Centro Donna il libro di Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna. La discussione sul libro alla presenza dell’autrice e di tantissime donne è stato un momento di scambio straordinario che ha dato più forza al desiderio di riprendere la pratica politica della relazione fra noi. Le iniziative promosse in questo senso hanno suscitato interesse e progressivamente il gruppo è cresciuto.

Alcune tappe importanti del nostro lavoro: la presentazione del libro Mia madre femminista.Voci da una rivoluzione che continua, curato da Luciana Tavernini e Marina Santini, che ha visto la partecipazione attiva di numerosi studenti, ragazze e ragazzi, che avevano letto e discusso il libro con le loro insegnati;  la lettura di Il trucco di Ida Dominijanni;  la lettura di Speculum. L’Altro Uomo. Otto punti sugli spettri di Colonia, un testo scritto all’indomani dei fatti di Colonia da Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini. Giuliana e Patrizia hanno partecipato all’incontro che su questo testo si è tenuto alla Casa Internazionale della Donna di Roma e hanno condiviso con le altre quanto era emerso nella discussione.

Noi siamo radicalmente contro l’utero in affitto o maternità surrogata e, dunque, contro la mercificazione del corpo femminile fecondo e del suo frutto. Abbiamo seguito con attenzione la discussione che si è svolta su questi temi e c’è da dire che a differenza dell’iter parlamentare sulla procreazione medicalmente assistita che fu un dibattito tra soli uomini incentrato sull’embrione, l’ingegneria genetica e che oscurava la madre, le donne questa volta sono state interpellate. Dai media e dall’opinone pubblica. Le donne sono intervenute anche con posizioni diverse e spesso problematiche, ma determinate – osserva Lia Cigarini – a dire alt, vogliamo pensarci, e non passa così alla leggera questa cosa che implica il corpo della donna e la relazione materna. La loro parola sulla scena pubblica è stata una parola di autorità.

Sulla maternità surrogata e sul ruolo che tecnica e mercato giocano nella generazione stiamo lavorando da circa due mesi. Nei nostri incontri settimanali abbiamo letto insieme il libro di Luisa Muraro, L’Anima del corpo. Contro l’utero in affitto, i testi di Silvia Niccolai, Quello che i diritti non dicono e Con l’universalismo è Lei che ci perde; e proseguiamo le nostre riflessioni con i saggi contenuti in Diotima. L’ombra della madre. Giuliana, che è in relazione con la Libreria delle donne di Milano, ha partecipato alle redazioni allargate di Via Dogana 3: Il corpo femminile fecondo (13 marzo 2016); Libertà femminile: prezzi pagati e prezzi da pagare (8 maggio 2016) introdotte da Luisa Muraro e dalla costituzionalista Silvia Niccolai. Il 30 di aprile Giuliana e Patrizia hanno partecipato alla conversazione su maternità/gestazione nell’esperienza e nella politica delle donne aperta da Lia Cigarini e Luisa Muraro a partire dal libro di Luisa, L’Anima del corpo.

Su questi temi intendiamo prendere parola pubblica e aprire un confronto con le donne e gli uomini che non ci stanno a sottomettersi allo strapotere del mercato e della tecnica e al loro tentativo di trascinarci al di fuori della sfera dell’umano. Facendo pagare a tutte e a tutti un prezzo altissimo: la cancellazione del debito con la donna che ci mette al mondo. Un prezzo che noi non siamo disposte a pagare. Il femminismo della differenza ha una grande forza teorica che si articola a livello filosofico e giuridico e che dobbiamo riuscire a tradurre/ esprimere in una parola e in un agire politico. E’ la nostra scommessa, ciò a cui ci sentiamo chiamate.

(www.libreriadelledonne.it, 14/7/2016)

di Christian Raimo

La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani – Christian Raimo – Internazionale

È veramente complicato parlare del nuovo libro di Edoardo Albinati, La scuola cattolica. E non è solo per la sua lunghezza, sono 1.294 pagine di un’edizione Rizzoli con una gabbia molto larga, e per leggerle occorre almeno una settimana in cui si rinuncia a quasi ogni altra attività. Ma la mole gigantesca non è l’ambizione maggiore di Lsc, che non è, come qualcuno ha fatto notare, solo un libro lunghissimo, ma un testo che già di suo dichiara di essere molte cose insieme.

È un romanzo fagocitante, bulimico, che cerca, impossibilmente, di fare i conti una volta per tutte con gli atti e le ideologie di quella generazione diventata adulta negli anni settanta tra crisi dei valori borghesi ed esplosione della violenza non solo politica; è un romanzo dell’io, metà Bildungsroman con tutte le scene classiche del genere (conflitto con i genitori, scoperta del sesso, amore per i mentori, amicizie e tradimenti, confusioni ideali, nostalgia e sollievo per la possibilità di lasciarsi quel tempo alle spalle) e metà memoir scritto a mo’ di diario, con appunti che ripercorrono l’aneddotica di una giovinezza esemplare anche per il solo fatto di essere lontana.
La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani – Christian Raimo – Internazionale

Ed è anche un trattato sull’educazione del maschio in Italia, il tentativo di rintracciare la genesi di quel carattere idealtipico di sopraffazione, arroganza, cameratismo criptofascista attraverso cui interpretare la storia complicata del nostro paese; ed è, come ha già fatto notare su IL Francesco Pacifico, un libro che somiglia per andamento e voce ai Saggi di Michel de Montaigne (in alcuni casi a Blaise Pascal), una serie di riflessioni che procedono per divagazione dalle letture e dalle esperienze biografiche di Albinati: invenzione e fedeltà ai ricordi si fondono senza nemmeno specificare precisamente le dosi dell’amalgama.

Cinquant’anni di storia personale e comune

La fonte nera da cui scaturisce l’intera narrazione è duplice. La prima è la coincidenza per cui Albinati è stato compagno di scuola dei tre protagonisti del delitto del Circeo – Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira (Angelo, Subdued e il Legionario, nel libro) – che violentarono e massacrarono Rosaria Lopez e Donatella Colasanti; quest’ultima si salvò miracolosamente, fingendosi morta. Era il 1975: l’autore aveva vent’anni, gli assassini avevano vent’anni.La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani – Christian Raimo – Internazionale

La seconda è l’altro delitto di cui si è reso colpevole Angelo Izzo, nel 2004: l’omicidio feroce di una donna e di sua figlia di 13 anni a Ferrazzano, un paesino vicino Campobasso nel quale Izzo scontava la pena in una cooperativa, affidato di giorno ai servizi sociali. Nel 2004 Albinati, che non aveva mai scritto del delitto del Circeo nonostante la conoscenza diretta, sente invece di essere chiamato a farlo: una sorta di vocazione a raccontare questa storia, a doverla dire tutta.

L’eccezionalità di questo libro deriva da questo: dai dieci anni di lavoro necessari alla stesura certo, ma soprattutto dal non voler lasciare nulla di nascosto, nel vuotare il sacco come in una confessione, alla Agostino, alla Rousseau.

Se è vero quindi che La scuola cattolica è un romanzo programmaticamente sconfinato, è vero anche che ha dei limiti geografici, che sono le stesse mura scolastiche dell’istituto solo maschile San Leone Magno e le strade del quartiere Trieste; SLM e QT come sono abbreviati nel libro. Ciò che può sembrare un campione talmente minuscolo da non poter essere paradigmatico di nulla, diventa invece, più che lo specchio, la lente deformata attraverso cui raccontare cinquant’anni di storia personale e comune.La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani – Christian Raimo – Internazionale

Soprattutto la prima parte del romanzo è un ritratto plurale di un gruppo di maschi, i compagni di classe e di scuola, che costituiscono un unico personaggio, un noi, da cui ogni tanto si distacca un nome.

“Eravamo sognatori abbastanza privi di fantasia. La principale stimolazione ci veniva dalla televisione e dalle barzellette sporche, di cui devo ammettere che raramente coglievo il senso, voglio dire, il senso integrale.
Non sarà per caso che esiste l’espressione “il primo della classe” mentre non si è mai sentito dire il secondo o il terzo, o il quinto della classe, come eravamo Zipoli e Zarattini, Lorco e io. Nascere maschi è una malattia incurabile. Non era solo Arbus a mostrarsi goffo, scoordinato. Tutti noi facevamo movimenti sgraziati per compiere qualsiasi gesto, fosse anche mettersi la cartella sulle spalle (allora non esistevano gli zaini se non quelli da campeggio). Se uno psicologo avesse osservato i balzi scomposti che facevamo, il nostro modo di grattarci e sbracciarci, avrebbe dedotto che eravamo malati di mente”.La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani – Christian Raimo – Internazionale

Se non è rigida come nel Giardino delle vergini suicide di Jeffrey Eugenides – dove il narratore non ha un’identità, scompare direttamente nel gruppo dei maschi adolescenti – la prima persona plurale coniugata all’imperfetto (eravamo, facevamo) è comunque il cardine della narrazione di Albinati. Questa gli serve per diagnosticare senza darsi scampo questa malattia incurabile dell’essere nati maschi.

La condizione maschile è setacciata attraverso un’acribia sociologica, filosofica, storica, letteraria, e soprattutto attraverso la strumentazione che gli viene dal femminismo. Albinati stesso ha dichiarato nella presentazione di Lsc all’Auditorium un mese fa che per scrivere questo libro si è letto centinaia di testi femministi, e anche a un certo punto del libro ammette questo debito:

“Il più originale e durevole discorso politico del novecento è il femminismo. (…) Il principale discorso politico del novecento non è dunque il comunismo, originato nel cuore del diciannovesimo secolo, e non lo sono nemmeno le alchimie reazionarie che lo hanno combattuto più o meno mescolandovisi. Tantomeno il capitalismo, che ha origini ancora più remote. Il più innovativo movimento politico degli ultimi cento anni, nonché quello più drammaticamente attuale, è quello della liberazione delle donne”.


[…]


Ci fermiamo qui, nel punto cruciale. Tutto il testo si può leggere su Internazionale
(La redazione del sito, 14/7/2016)

di Francesca Pasini

Di fronte alle sculture narranti di Edward e Nancy Kienholz, ci si augura che la storia sia passata. Dura solo un attimo. Immediato è il cortocircuito: Trump – possesso libero delle armi che sparano su folle imprevedibili – aggressività eccitata dal pericolo ISIS che non ha parole per calmarsi. Razzismo, maschilismo, violenza sulle donne sono qui. Ora. I Kienholz raccontano una tragedia quotidiana che neppure la grande democrazia americana sa risolvere. Sono passati gli anni, siamo cambiati. Non abbastanza però.

Appare l’innocenza perduta delle ribellioni degli anni Sessanta e Settanta, quando ci si sentiva a un passo dalla rottura delle disparità, ognuno con i propri mezzi, ma in un riconoscimento diffuso. I Kienholz spingono in quella direzione, non nel voyeurismo del male. È appena morto Cassius Clay e ci siamo commossi nel pensare alla sua vita, alle sue battaglie. Sono le stesse che vedo in questa mostra e che fanno dire a Edward: «ho provato il peso di essere un americano». L’estetica dura, aspra, senza peli sulla lingua ha però un dato positivo: la denuncia di contrasti inammissibili, allora come oggi.

Una cultura visiva attaccata alla realtà, che stacca rispetto all’espressionismo astratto americano, ai ritratti di donne smembrate di De Kooning, nei quali persiste lo stereotipo della paura della femminilità. La visione che accetta il magma dell’irrisolto non è mai idilliaca. Le loro figure hanno la forza storica di Caravaggio, e la massa incandescente della luce americana: camion, birra, whisky, fucili, colt, biliardo, tv, sesso, santini. Le migliori menti di quella generazione si sono opposte a questa violenza da prateria e hanno ascoltato le ferite delle guerre mondiali e del Vietnam. Come non pensare a quelle del secondo Millennio?

I Kienholz affrontano il conflitto primo: la violenza del sesso con i suoi corollari di conformismo, puritanesimo e autoritarismo. Con asprezza, ma con rispetto, corrono incontro alle tragedie altrui e le assimilano nella loro arte per dire a tutti che il sopruso è dentro di noi. È commovente questa scelta. Anche se c’è la disperazione nel riconoscere, in quelle figure, il nostro presente. Senza neppure la spinta collettiva per combatterle. Questa manca. Manca molto. Le figure dei Kienholz pungono anche per questo.

La bambina abbandonata dal padre in autostrada, e salvata da un poliziotto (Jody, Jody, Jody, 1983-94), ha avuto una sorte migliore di quella buttata in una piscina dopo essere stata stuprata, il 20 giugno scorso, a Benevento. Per le donne uccise in tutto il mondo c’è stato bisogno di un neologismo, «femminicidio».

The Bronze Pinball Machine with Woman Affixed Also, 1980. Davanti a un flipper escono le gambe spalancate, color oro, di una donna, mentre sullo schermo altre ragazze in due pezzi fanno capire che quel gioco è una prova di machismo. Chi vince la partita avrà il premio di scopare senza chiedere consenso? L’origine du monde di Courbet sta dietro l’idea del corpo della donna condensato nell’organo sessuale. Courbet, però, lasciava intravedere una censura: il quadro non era destinato al pubblico. Come se non si potesse rivelare alla luce del sole quel tipo di «educazione sessuale». I Kienholz invece la mettono in primo piano, senza scuse possibili.

Tre giocatori di biliardo, mascherati e con occhiali scuri, usano come buca il sesso di una donna: la supremazia fallica mostra la tragedia del sopruso, The Pool Hall, 1993. Questa «allegoria» ha il pathos di una denuncia senza moralismi e al tempo stesso ci mette di fronte a una verità non didascalica.

Siamo fuori dall’orizzonte della cronaca e dentro la percezione, come direbbe Luisa Muraro, «del punto in cui è iniziata la vita sessuata e dove avviene l’indisponibile della differenza sessuale». È una questione cruciale che riguarda la non disponibilità di una donna a sottomettere la sua integrità. Accettare la differenza sessuale è il passo necessario per uscire dal dominio fallico e dal neutro maschile, che ha definito la specie fin dalla filosofia presocratica oi anthropoi, oi thanatoi (gli uomini, i mortali). L’artista è un neutro maschile, ancora oggi che le donne sono tante.

I Kienholz si sono incontrati nei primi anni Settanta e da allora firmano insieme. La musa ispiratrice si eclissa a favore di un artista e un’artista. La differenza sessuale dà risalto alla scelta affettiva ed espressiva. Lavorano insieme perché si amano e perché amano guardare in faccia la realtà, individuare il punto di crisi e rappresentarlo. I loro gruppi narranti s’ispirano a fatti di cronaca, a comportamenti reali, seguono una strada espressiva che si contrappone alle ricerche minimal, concettuali e Pop. Inventano un linguaggio assemblando mobili, sedie, televisioni, flipper, giostre, automobili, pezzi di lamiera, luci, in mezzo ai quali scolpiscono con materiali vari uomini e donne. Un linguaggio che dagli anni Settanta è arrivato fino a Paul McCarthy. Oggi non irrita né sorprende questo insieme di reperti-spazzatura per creare un’immagine d’arte; però l’assenza di metafore, in favore di una descrizione artistica del reale, mette con le spalle al muro. Il realismo del sopruso non ha catarsi.

Il neorealismo del cinema italiano ha raccontato un paese povero che, dopo la guerra e il fascismo, alza la testa. I soprusi si compensavano con il riscatto. Qui i soprusi non dipendono da una condizione sociale, ma da un arcaismo che riguarda la negazione della differenza, tra uomini e donne, bianchi e neri. Un’arretratezza che ha origine nel capitalismo moderno dove, come scriveva Carla Lonzi, «il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale» (Sputiamo su Hegel, 1970).

76J.C.s Led the Big Charade, 1993-94: una folla di «santini» di Jesus Christ, provenienti da tutto il mondo, sono inseriti in edicole-altari creati con assi di carretti per bambini, mani e piedi di bambole. Occupano tutta la parete con quell’affettuosa e povera estetica che accompagna la religione dentro le case. È l’oppio dei popoli o una scelta cultuale? La realtà non ideologica apre la lettura di una composizione bellissima.

Alla fine della mostra il colpo al cuore. Five Car Stud. L’opera, realizzata da Edward nel 1969 e presentata per la prima volta nel 1972 a Kassel, Documenta 5, è poi rimasta chiusa in una collezione privata giapponese per quarant’anni. Riappare nel 2011-12 al Los Angeles County Museum e al Louisiana Museum di Danimarca. Ora, parte della Collezione Prada, dà titolo alla mostra, impeccabilmente curata da Germano Celant, ed è la prima volta che si vede in Italia.

Rappresenta la castrazione di un nero, in una notte deserta, illuminata dai fari di quattro macchine e un camioncino. Una donna bianca, che si era appartata con la vittima, chiusa in macchina, pietrificata, si mette una mano sulla bocca in un gesto di orrore. Un ragazzino in lacrime assiste da un’altra macchina. Particolari agghiaccianti che indicano la quotidianità del razzismo e la complicità ineliminabile, anche in chi non partecipa. È buio, si cammina a fatica in mezzo alla sabbia. Alberi e grandi massi intralciano, i fari accecano, mentre cinque uomini bianchi di varie età, volti coperti da maschere di Halloween, vestiti con giacconi e magliette da cui spuntano braccia robuste, legano con una corda un nero e lo castrano. Uno imbraccia il fucile e sorveglia la zona, appoggiandosi alla portiera aperta del camioncino, Un sesto, sempre col fucile, controlla la scena; dal petto gli pende una catenina d’oro con una croce. La faccia del nero, in cera, dall’interno è triste, rassegnata, dall’esterno ha un’orribile smorfia di terrore e rabbia. Nel busto, formato con una latta di benzina, appaiono scomposte le lettere della parola nigger. Nella targa delle auto, BROTHERHOOD 71-HKC643, il gioco di parole brotherhood/fratellanza stride con violenza al suono di canzoni folk invadono la notte. Anche il titolo è un gioco di parole tra poker e stallone.

Edward è morto nel 1994. Così descriveva Five Car Stud: «Penso a questo lavoro nei termini di una castrazione sociale; cioè la tragedia di non aver sfruttato la ricchezza dell’America che include anche i neri. Ondate d’italiani, scozzesi, russi, ebrei hanno portato con sé due, tre, quattro diverse culture, lingue e approcci di multietnicità. L’America è molto forte, proprio per questo. Ma non abbiamo mai sostenuto i neri. Per lunghissimo tempo gli afroamericani e gli Indiani d’America sono stati considerati feccia. Questo lavoro è nato da una sorta di sdegno contro questa tendenza e dal peso di essere un americano».

Oggi il razzismo continua, non solo in America. Riguarda chi fugge dalla Siria, dall’Africa, dall’Afghanistan, dalle varie povertà. Le parole e le figure dei Kienholz ce lo ricordano.

intervista a Luisa Muraro di Clelia Mori

L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (pp. 82, euro, 8, 50, edizioni La Scuola) è il titolo dell’ultima opera di Luisa Muraro, filosofa femminista, in cui viene affrontato il tema spinoso della «maternità surrogata», analizzato criticamente alla luce di un neoliberismo culturale che predica la totale disponibilità del corpo della donna. Il libro, presentato nei giorni scorsi in un incontro pubblico alla Cgil di Reggio Emilia, organizzato dalla Camera del lavoro e dal gruppo di lettura «6Donna Reggio Emilia», ha fornito l’occasione per una riflessione approfondita sul tema dell’utero in affitto, considerato come la forma più attuale di sfruttamento del corpo femminile.
Un testo, quello di Luisa Muraro, che diventa anche uno strumento utile per comprendere il dibattito che sta investendo la politica, il diritto, l’etica e la famiglia.

Nel suo libro, lei propone argomentazioni a favore e contro l’utero in affitto: qual è la criticità maggiore che la gestazione per conto di altri porta con sé?

Io non sono contro l’utero in affitto: sono però convinta che la questione vada discussa, e che si debbano creare le condizioni affinché la pratica sia fattibile. La maternità surrogata sta diventando un business odioso, la Svezia si è tirata indietro proprio per questo motivo, mentre su un quotidiano come l’inglese Guardian è di recente apparso un articolo che sostiene come la maternità surrogata sia sempre sfruttamento delle donne. La questione è aperta: bisogna capire gli elementi di sfumatura, saper argomentare e non chiudersi dentro schieramenti.
Tra le posizioni critiche, c’è quella secondo cui tra la donna gravida e la creatura che si va formando in lei si stabilisce un legame che non appartiene al contratto sociale, ma è ben più profondo e importante, è nel farsi del corpo, nella corporeità evidente. Programmare in anticipo di rompere quel rapporto con un contratto commerciale è qualcosa che provoca disagio.

Nella sua riflessione, si possono rintracciare anche elementi che non tendono a demonizzare la pratica della maternità surrogata. Ce ne può indicare almeno uno?

Se ci sono le condizioni di possibilità – e a volte queste si manifestano – che una donna dia un contributo alla procreazione di terze persone e possa rimanere nel mondo con il suo titolo di madre – che è quello che attiene a ogni donna che partorisce un bambino, non deve quindi rinnegare né rinunciare o sparire dall’orizzonte, ma conservare quel titolo – bene, in questo caso, ritengo che la surrogazione si possa fare. Non sono d’accordo, quindi, con la legge 40 che vieta in assoluto l’utero in affitto: non si possono decidere per legge queste cose. Bisogna parlarne, pensarci e valutare di volta in volta il caso, con l’ausilio di un’autorità adeguata, anche se, purtroppo, abbiamo solo l’autorità giudiziaria. È fondamentale favorire la possibilità di un ragionamento per operare poi una scelta. Non si può pretendere di arrivare subito a fare leggi che si limitino semplicemente a proibire qualcosa.

Come va interpretato allora un percorso legislativo sulla gestazione per altri?

La legge, purtroppo, esiste già e un referendum abrogativo non ha funzionato. La magistratura, in parte, l’ha corretta, ma non possiamo procedere in questo modo, con normative che poi devono essere «riviste» dalla magistratura. È necessario fare un passo indietro ed è qualcosa che auspico per tutti, bisogna smettere di sventolare diritti a destra e sinistra. Ci vorrebbe una capacità di parlare di simili argomenti in maniera più approfondita, perché i progressi tecnici su queste materie sono enormi e gli interessi del mercato vanno nell’unica direzione del diritto e non rappresentano certo il migliore aiuto per capire, anche in futuro, come regolarsi.

Ritiene realistico che, in un paese come l’Italia, la gestazione per altri possa essere uno strumento di sfruttamento del corpo femminile a fini economici?

Sì, quando ci sono i soldi di mezzo – e qui sono tanti – va considerato sempre sfruttamento. È come per la prostituzione libera, che comunque ha intorno a sé un giro di malaffare, sfruttamento e schiavismo che nessuno riesce a controllare.

Il suo testo considera soprattutto le donne come interlocutrici, eppure oggi la surrogata consente anche a coppie omosessuali maschili di diventare padri e madri. Perché non ha considerato queste nuove figure genitoriali e non ha affrontato tale problematica nel libro «L’anima del corpo»?

Ci sono anche molti uomini omosessuali che militano contro la surrogata perché la ritengono che sia una risposta sbagliata. Io, in linea di massima, anche rispetto al problema delle coppie omosessuali maschili, sono in primo luogo perché si distinguano da quelle omosessuali femminili e si faciliti la strada della genitorialità congiunta, così non dovranno ricorrere alla surrogata. Per le coppie maschili, invece, bisognerebbe favorire la possibilità di un’adozione, cioè di una omoparentalità o omogenitorialità, considerata di volta in volta, a seconda dei casi.

Va ricordato che in queste materie, prima ancora delle sentenze del giudice o delle leggi, sono previsti dei percorsi da fare, percorsi di civiltà che riguardano usi e costumi: l’Italia, in tal senso, è stata saggia a non sancire matrimoni omosessuali. Il matrimonio ha millenni di storia ed è stato ideato per un uomo e una donna. Il nostro paese ha scelto questo itinerario, mentre la Francia ha istituto il matrimonio omosessuale, salvo essere poi sanzionata. Esistono cammini di maturazione: non è attraverso le combinazioni politiche in Parlamento, fatte spesso in gran velocità, che si affrontano tematiche di questa portata. Il mio suggerimento è quello di avvicinare tra loro la surrogata alla legge dell’adozione, e vedere se poi si aprono altre strade.

L’idea è semplificare il percorso sulle adozioni in Italia. Sono contro la surrogazione così com’è, al pari di paesi come la Francia, la Germania e in parte anche la Gran Bretagna che non sono disposti a vedere che i bambini, di fatto, vengano ceduti in cambio di soldi.

L’attuale dibattito sulla gestazione per altri sta seguendo, secondo lei, dei giusti parametri?

È un dibattito troppo conflittuale, con schieramenti ideologici più che di riflessione. Mi piacerebbe che il libro che ho scritto aprisse la strada a una riflessione più profonda e sfaccettata, grazie a contributi e conclusioni tra loro differenti.


(il manifesto, 12/7/2016)

di Aldo Cazzullo


[…]

Siamo un Paese maschilista anche in politica?
«In Italia c’è chi sostiene fortemente l’avanzamento delle donne, e c’è chi non ci crede, non si sente pronto ad accettare che una donna possa rappresentare le più alte cariche dello Stato. C’è uno zoccolo duro che lo ritiene quasi insopportabile».
Nello zoccolo duro forse ci sono anche donne.
«Sì, ci sono anche donne che non credono in questo. Ma per principio mi rifiuto di entrare in dispute tra donne che vanno a indebolire la posizione femminile. Se una donna mi attacca, mi aggredisce in quanto donna, non rispondo. Non mi presto».
Consideri i passi avanti però. La prima donna ministro…
«La prima donna ministra. Si dice ministra».
…È del 1976. Tutto è successo molto in fretta.
«Perché abbiamo perso vent’anni a causa del fascismo, che ci voleva solo mogli e madri. Già nel 1867 il deputato Salvatore Morelli propose il voto alle donne. Fu la sua tomba politica. Lo schernirono, ogni volta che prendeva la parola in aula era accolto da risatine. Noi italiane partiamo svantaggiate; per questo abbiamo ancora tanta strada da fare. Fino a quando una donna dovrà scegliere tra maternità e lavoro, fino quando a parità di mansioni guadagnerà di meno o sarà vittima di violenza mascherata da amore, avremo ancora strada da fare».
Non crede che la questione terminologica, cui lei tiene molto, non sia fatta per creare simpatie alla sua causa? Che rischi di essere confusa con una fissazione del politicamente corretto?
«Ogni persona che vuole smontare un pregiudizio, che vuole essere innovatrice, deve accettare di essere fatta oggetto di facili ironie, di essere sminuita. Lo deve mettere in conto: ogni figura che vuole precorrere i tempi e insistere su temi all’apparenza secondari ha dovuto affrontare questo. Sono arciconvinta che la questione del linguaggio rappresenti un blocco culturale. La massima autorità linguistica italiana, la Crusca, dice chiaramente che tutti i ruoli vanno declinati nei due generi: al maschile e al femminile. Ma la maggior parte accetta di farlo solo per i ruoli più semplici, e si blocca per gli altri».
Ad esempio?
«Tutti dicono contadina, operaia. Ma già a dire avvocata la gente storce il naso: “È brutto, è cacofonico…”. Questo perché per secoli non abbiamo avuto avvocate. Sindache. Ministre. Ma la società evolve e così anche il linguaggio evolve. In tutte le lingue neolatine esiste la declinazione di genere. Perché solo in Italia non la dobbiamo usare? Sono stata la prima a introdurla alla Camera: si diceva solo il deputato, il ministro».

[…]

(Corriere della sera, 9/7/2016)

di Silvia Niccolai

In questi giorni la Corte di cassazione ha confermato una sentenza di merito che aveva riconosciuto alla partner di una coppia di donne la possibilità di adottare la figlia dell’altra. Tenendo conto del fatto che il caso riguardava appunto una coppia di donne, la Cassazione ha chiarito espressamente che la propria decisione si deve a una circostanza molto precisa: «il rapporto di filiazione esistente tra la minore e la madre biologica e legale, al pari del rapporto che lega la minore alla richiedente l’adozione non è riconducibile ad alcuna delle forme di cd surrogazione di maternità realizzate mediante l’affidamento della gestazione a terzi: la minore infatti è stata riconosciuta dalla donna che la ha partorita».
Che ci sia di mezzo la madre, o non ci sia, non è la stessa cosa, quando si discute dell’interesse di una creatura, e il fatto che la partner di una coppia lesbica possa adottare la figlia partorita – e riconosciuta – dall’altra non significa che il partner di una coppia gay possa adottare il figlio che l’altro ha avuto via maternità surrogata.
Il succo della decisione può essere infatti riassunto così: da una parte, tutte le coppie omosessuali, femminili e maschili, devono essere ritenute capaci di crescere figli come lo sono quelle eterosessuali e pertanto possono chiedere l’adozione dei figli del partner; dall’altra parte, il principio di non discriminazione tra coppie, famiglie e progetti di genitorialità non travolge automaticamente il divieto di surrogazione di maternità vigente nel nostro ordinamento.
Le decisioni di merito ad oggi esistenti in relazione all’adozione in coppie omosessuali sono dunque approvate, ma non tutte, e precisamente non quelle – rare, sinora – che, emanate con riferimento a coppie gay, sono passate sopra al non irrilevante fatto che la ‘genitorialità’, in quel caso, presupponeva lo scavalcamento del nostro diritto, che non consente la surrogazione, e comportava, con ciò, lo sfruttamento commerciale e il silenziamento, materiale e simbolico, della maternità. A differenza di quanto ha ritenuto di recente il Tribunale minorile di Roma in favore di una coppia di padri surrogati (con sentenza divenuta definitiva perché non impugnata dal Pubblico Ministero ma non in linea coi principi poi espressi dalla sentenza che sto commentando), la Cassazione ci ricorda che non si può dare per scontato che nascere e crescere in quelle condizioni corrisponda per definizione all’interesse del bambino, realizzi un valore per la nostra convivenza e richieda perciò incondizionata approvazione.
La conseguenza di questa decisione è che laddove i giudici di merito decidano in favore della step-child in casi che presuppongono la maternità surrogata, è doveroso il ricorso avverso queste decisioni; il divieto di surrogazione, evidentemente ritenuto dalla Cassazione non aggirabile dal giudice in via interpretativa, dovrebbe semmai diventare oggetto di una questione di costituzionalità indirizzata alla Corte costituzionale, e, meglio ancora, di un dibattito esteso nell’opinione pubblica e politica in vista di una conferma, della rimozione, o di una riformulazione, del divieto esistente. Tutte cose piuttosto buone, certamente preferibili a decisioni giudiziarie che applicano un diritto di fantasia, dimenticando, tra l’altro, precedenti giudiziari sinora considerati indici importanti di civiltà. Penso a decisioni di una ventina di anni fa, con cui la Cassazione ha affermato che non si deve dare per scontato che avere due genitori corrisponda per definizione all’interesse del bambino. Quelle decisioni difesero l’interesse delle madri sole a non vedersi imporre in nome dell’interesse del bambino la presenza di un uomo che, con un riconoscimento tardivo, ricompariva nelle loro vite. Oggi quelle decisioni possono dire altro: precisamente, che non si può stabilire che sia nell’interesse del bambino cancellare il suo essere stato partorito da donna in nome di un diritto alla ‘bi-genitorialità’ che non esiste né per i bambini, né per i genitori, etero o omo che siano. Discutiamone, dunque. Non si tratta di difendere, nel divieto di surrogazione, un paternalistico limite alla libertà di scelta delle persone, ma un principio di civiltà che afferma in positivo l’insostituibilità della relazione materna, per nascere e vivere libere e liberi.

(www.libreriadelledonne.it 9 luglio 2016)


 

Quali sono le possibilità per il legame d’amore dopo l’evento del movimento delle donne? Alcune forme di soluzione si sono irrimediabilmente chiuse, ma nuovi spazi si sono aperti. In questi spazi bisogna cercare il proprio modo di sbrogliarsela. Ma è solo una questione di invenzione singolare come sembra suggerire Lacan quando raccoglie uno dei guadagni pratici del femminismo con la formula: “non c’è rapporto sessuale”?

Riccardo Fanciullacci, presentato da Luisa Muraro, approfondisce questo nodo a partire da alcuni libri recenti (ma non solo): Cristiana Cimino, Il discorso amoroso. Dall’amore della madre al godimento femminile (Manifestolibri 2015), Julia Kristeva e Philippe Sollers, Del matrimonio considerato come un’arte (Donzelli 2015), Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, (Scritti di Rivolta Femminile 1980 – ripubblicato da et/al 2010).

di Concita De Gregorio

BARCELLONA – Ada Colau, da un anno sindaca di Barcellona, è la personalità politica più interessante nel panorama della sinistra spagnola, da molti indicata come la prossima leader nazionale di una formazione in grado di contendere il governo ai due partiti che si sono finora alternati alla guida del paese, in democrazia: il Psoe e il Pp. Il suo partito non è Podemos: è stata eletta sindaca a giugno del 2015 alla testa di una lista civica, Barcelona en Comú, nata dall’esperienza di movimenti di cittadinanza trasversali e apartitici. In particolare Ada Colau è stata leader della “piattaforma degli sfrattati” cresciuta negli anni della bolla immobiliare, quando le ipoteche delle banche hanno sottratto la casa a migliaia di persone e impoverito radicalmente il ceto medio che, indignato, è sceso in piazza. Alle politiche del 26 giugno Barcelona en Comú si è presentata alleata con Podemos (“En Comú Podem”, la sigla: “Insieme possiamo”) e ha di nuovo vinto, in Catalogna, le elezioni. Un successo in controtendenza con la flessione di Podemos a livello nazionale, leggera ma assai deludente rispetto alle aspettative di sorpasso del Psoe: il sorpasso non c’è stato e la leadership di Iglesias, sostenitore dell’alleanza con Izquierda unida, ne è uscita appannata. In prospettiva la figura della sindaca di Barcellona, una giovane donna di 42 anni, è quella che genera le maggiori aspettative di ricambio nel panorama della nuova sinistra.

 

In questa intervista parla di politica, naturalmente, ma anche della sua vita privata: di sua madre, dei suoi nonni, della sua infanzia, della sua idea di futuro, di suo figlio. Parla un ottimo italiano imparato a Milano durante il suo Erasmus, da studentessa di filosofia. La “canzone segreta” con cui addormenta Luca, 5 anni – dice – è la musica di Amarcord di Nino Rota.

 

A cosa attribuisce la perdita di un milione e 200mila voti da parte di Podemos rispetto al voto di sei mesi fa?

«La politica è fatta da persone, non è un algoritmo. Il progresso, che nasce dalla società e si riflette col tempo nelle istituzioni, ha momenti in cui va avanti, poi indietro, pause, dubbi. Non è una linea in cui dopo A viene B e poi C. Podemos si è presentato sulla scena e subito ha vinto le europee, poi le città nelle amministrative: è sembrato che la conseguenza logica fosse che alle prime politiche superasse il Psoe, addirittura sconfiggesse il Pp. Beh, no. È più logico che non accada. Parliamo di strutture di potere che governano da decenni, che hanno alleanza con i poteri economici, con i media più potenti. Era evidente che non sarebbe stato facile. Certo c’è stato un errore nella campagna elettorale e bisogna fare autocritica. Neppure bisogna pensare né che le gente sia sciocca o che sia pigra. Si era creata una grande aspettativa e molti non sono andati a votare. Non possiamo dimenticare quello che abbiamo detto sempre: il cambiamento reale si deve produrre nella società. Se smettiamo di lavorare nei quartieri, nella vita quotidiana, nei luoghi di vita e di lavoro per molto che tu indovini il messaggio o il candidato, sarà sempre una vittoria effimera. Non sono una persona o uno slogan che cambiano il Paese. Podemos ha sempre vinto fra i giovani, fra chi non votava e nei ceti popolari: in questo senso è un voto “di classe”. Deve restare lì per crescere. Bisogna essere ambiziosi e utopisti per cambiare ma restare alle cose concrete».

 

Trova che Podemos stia perdendo contatto con queste parti della società?

«Dico che non deve perderlo. Poi le cause dell’astensione sono molte: stanchezza per tante convocazioni alle urne, frustrazione per il fatto che dopo il primo voto non si sia riusciti a formare un governo, la Brexit, la crisi, la paura. Tante cose hanno influenzato, non una».

 

Pensa che dopo Brexit il sostegno di Podemos alla causa dell’indipendenza catalana abbia spaventato gli elettori?

«Vede, questo è un esempio della impressionante macchina di propaganda di cui dispongono Pp e Psoe. Hanno fatto campagna sui finanziamenti dal Venezuela, sull’indipendenza catalana, poi l’ultimo giorno hanno cavalcato Brexit. Smontare queste paure è il nostro lavoro ma serve tempo. Le spiegazioni semplici sono un errore al quale ci vogliono portare. Non si tratta di volere o no l’indipendenza catalana: si tratta di fare un referendum che l’80 per cento della popolazione chiede. Bisogna difendere in senso profondo la sovranità di tutti i popoli, non solo dei catalani. Decentrare il potere, la cittadinanza deve avere l’ultima parola. Quanto più si tenta di impedire ai cittadini di esprimersi tanto peggio sarà, sempre».

 

Si riesce a governare dando così spesso la parola ai cittadini?

«Questo dell’eccesso di democrazia è una caricatura diffusa da chi non vuole che le cose cambino.Quando parlo di sovranità della cittadinanza parlo di pratiche che la gente ha già messo in atto. Non di assemblea permanente: sarebbe stupido e infantile. Il sistema politico deve mettersi accanto e accompagnare i processi che si producono da soli. Un governo del cambiamento passa per un approfondimento della democrazia che vuol dire partecipazione e trasparenza, eliminare i meccanismi che alimentano le corruzione, la politica sottomessa al potere bancario. La società è molto avanti: lavora in rete per obiettivi ed è molto più agile delle istituzioni. La gente si organizza. I movimenti sociali sono cresciuti con i telefoni, le reti hanno fatto politica molto agile, efficace. La dicotomia fra efficacia di governo e orizzontalità di partecipazione è falsa. Noi lo dimostriamo».

 

Lei ha messo al centro delle sue politiche i diritti civili e ha detto che lavora per una femminilizzazione della politica non solo nei numeri ma nei valori e nelle pratiche. I movimenti, a Barcellona, usano il femminile plurale per indicare tutti: un uomo quando parla dice noialtre. Crede che sia il modo giusto?

«È vero, nei movimenti da anni è una pratica comune usare il femminile plurale per dire tutti: non so se sia il modo più efficace ma certo indica il tema. Che il maschile plurale sia il modo per dire uomini e donne è l’esito di una cultura patriarcale. Le differenze di genere sono soprattutto culturali, ma sono reali. Con le donne è più semplice lavorare in rete, collaborare invece che fare una gara, una battaglia. In politica questa è un’esperienza molto chiara. Femminilizzare significa questo, per me: c’è un modo non maschile ma maschilista di fare politica – verticale autoritario di comando – e c’è un altro un modo dove l’autorità non viene dall’imposizione ma dal riconoscimento. Quando gli altri ti riconoscono che sei utile. Per decenni la società maschilista e capitalista ha messo al centro il potere, l’accumulazione, i soldi. Penso che oggi ci siano sempre più donne e uomini pronti a mettere al centro la cura».

 

Lei, anche da sindaca, si scontra con le banche. Qual è il suo rapporto col denaro?

«Da sindaca più ancora che da attivista sono consapevole del fatto che non sono mai i soldi a risolvere le questioni principali. I cambiamenti di cui abbiamo bisogno sono soprattutto del modo di organizzare la società. Non mi sono mai trovata in una situazione in cui la soluzione erano solo i soldi. Eppure ne conosco bene il valore. Vengo da una famiglia popolare, in casa abbiamo sofferto la povertà. Quando sei povera i soldi ti mancano per vestirti, per prendere la metro, perché i tuoi amici escono e tu non puoi. Da ragazza quando ne avevo li spendevo nei libri: ancora oggi l’unica mia proprietà è la mia biblioteca. Non ho bisogno di una casa, posso vivere in affitto. Ma i libri sono miei. Da piccola li nascondevo in cima all’armadio».

 

Sopra l’armadio?

«Sono la prima di quattro sorelle, con molta distanza dalla seconda. Dormivamo nella stessa stanza, io in alto nel letto a castello. Da lì toccavo la cima dell’armadio e ci nascondevo le mie cose: qualche cibo, i quaderni. Era il mio rifugio segreto, quando avevo bisogno di stare da sola. Ero molto timida, allora. Mi vergognavo di essere diversa dagli altri. Ma no, paura no, non ho mai avuto paura del “mondo fuori”: al contrario, da mia madre Tina ho imparato quella che credo sia la sua e la mia dote principale, l’empatia. Non ha studiato, ha sempre dovuto fare mestieri che non le piacevano ma è aperta al mondo, in ascolto, vive con gli altri».
Se potesse vorrebbe sapere qualcosa del suo futuro?

«No, sapere il futuro ti condanna a realizzarlo. Preferisco costruirlo».

 

E del passato, qualcosa che vorrebbe rivivere?

«Per una sera, i miei nonni. Sono morti prima che diventassi madre e sindaca. Vorrei mostrare loro mio figlio, da cui imparo ogni sera ad avere di nuovo fiducia nelle persone, e vorrei che vedessero il risultato di tanta loro fatica: che mi vedessero al lavoro qui, qualcosa che davvero non avrebbero mai potuto immaginare. Sarebbero così felici».


(la Repubblica, 8/7/2016)

di Massimo Lizzi

Sul Corriere della Sera del 21 giugno, il giornalista scrittore Corrado Stajano elogia «Le donne della repubblica»: il libro edito dal Mulino; le donne ritratte nel libro «simbolo dei momenti alti del Paese»; e le autrici che «le raccontano con amabilità, con rigore, senza retorica». Alla fine chiosa: «Forse con un po’ di invidia». Per inciso, il recensore si immalinconisce nel fare un paragone «tra la forza, la cultura, il coraggio di donne come Ada Gobetti, Camilla Ravera, Nilde Iotti, Tina Anselmi e le ministrine di oggi, insipide ma arroganti, attente, sembra, soprattutto al colore del loro tailleur».

In effetti, i gruppi dirigenti della cosiddetta prima repubblica furono selezionati da prove molto dure: il fascismo, la guerra, la resistenza. Costruirono e consolidarono grandi partiti di massa. Li rappresentarono e ne ricevettero sostegno. Le donne al vertice erano poche, affermate in ambienti a dominanza maschile, attraverso un percorso graduale, per arrivare all’apice anche oltre la maturità. Nilde Iotti fu eletta presidente della camera all’età di 59 anni. Esse erano legittimate dalle loro qualità individuali, dalla forza dei loro partiti, e dall’approvazione di uomini dall’autorità indiscussa.

Nel sistema politico attuale, vi sono partiti nuovi senza storia e partiti vecchi che cambiano di continuo nome e simbolo. Partiti liquidi, con un consenso fluido, e dirigenti transitori, giovani, sconosciuti, proiettati al vertice in modo almeno in apparenza fortuito, senza un’adeguata selezione e formazione. La dominanza maschile sopravvive, ma è ormai incrinata. Questo è un vantaggio per le donne, perché offre loro maggiori opportunità di inserimento, e al tempo stesso uno svantaggio, perché essere promossa dall’uomo leader non conferisce più una particolare autorità, può anzi avere persino un effetto sminuente. Il confronto con il passato, infatti, è impietoso soprattutto per gli uomini e ci si immalinconisce davvero nel paragonare Renzi, Di Maio, Salvini a De Gasperi, Togliatti, La Malfa, Pertini, Moro e Berlinguer.

Tuttavia, in politica accettiamo ancora un uomo mediocre, mentre guardiamo con scetticismo una donna senza doti eccezionali che ne giustifichino la presenza. Così ci pare più convincente il paragone tra le donne di oggi e quelle di ieri. Eppure Maria Elena Boschi e Marianna Madia, pur non all’altezza di Nilde Iotti o di Tina Anselmi, sono le esponenti più forti del governo, responsabili delle riforme più importanti. Si può essere in disaccordo con i loro progetti – e io lo sono – ma si può anche riconoscere loro abilità e competenza relativamente al personale politico maschile che le circonda.

Ad orientare in modo inferiorizzante il giudizio sulle donne in politica sono i media vecchi e nuovi, specie quando si concentrano sull’aspetto esteriore. Sono soprattutto loro a prestare attenzione a capigliature e abbigliamento, con frequenti commenti fuori luogo, battute avversarie enfatizzate, spesso a sfondo sessista, e ossessive immagini fotografiche. Pure il giornalismo di oggi ha le sue difficoltà a reggere il confronto con i grandi giornalisti del passato.

(www.libreriadelledonne.it, 8 luglio 2016)

di Fabiana Sargentini

Femmine Folli. Mura romane circondano una ribalta con grande schermo sullo sfondo. Sassolini sotto i piedi. Centinaia di persone. Maggioranza femminile. Che la letteratura sia dominio del gentil sesso?

La cornice è spettacolare. Mura romane circondano una ribalta con grande schermo sullo sfondo. Sassolini sotto i piedi. Centinaia di persone. Maggioranza femminile. Che la letteratura sia dominio delle donne? Stasera si parla di loro, di noi. Il titolo non lascia dubbi: «Ti racconto una donna». Le presenti sono agghindate in tenuta estiva friccicosa: sandali, vestitini leggeri e colorati, poco trucco, sugli occhi un po’ di glitter. Si scambiano smancerie di saluto. Sono venuta da sola, per interesse personale.

Non ho avuto voglia di cercare compagni di avventura, serenamente viaggio in solitaria. Indosso un bel vestito a righe bianche e nere lungo fino ai piedi. Mi siedo abbastanza centrale, abbastanza avanti. Telecamere. Vip che non vedo o non riconosco. Col passare dei minuti la luce naturale lascia il posto a quella artificiale. La brezza rende piacevole l’uscita serale nella grande bellezza romana. La musica suadente di una voce femminile intona delle cover: «Master and servant» dei Depeche Mode, «Blister in the Sun» dei Violent Femmes. Il libro che mi sono portata mi ha alleviato la noia della fila, ora però la musica mi induce una voglia di ballare che certo, tramite tutte le parole che verranno dette nei prossimi minuti, non verrà placata.

Amo le scrittrici. Le prediligo spudoratamente e senza misura. In libreria mi incuriosisco dei volumi che portano nomi femminili di tutte le nazionalità. Non faccio a tempo a leggerle tutte…
Si spengono le luci. Si parte. Raggi rossi dal palco, illuminazione in blu viola e arancio. Attacca il jazz. Un sax. Quindi la letteratura non basta. Almeno così credono gli organizzatori. La serata è strutturata in due parti: nella prima Iaia Forte legge un brano da un romanzo di Clara Sanchéz, poi l’autrice stessa legge un inedito in spagnolo sottotitolato. Non l’ho mai letta e neppure questa volta mi rapisce. Nella seconda parte cinque scrittrici italiane (Bonvicini, Ciabatti, De Gregorio, Parrella, Vinci) leggono Lucia Berlin, scrittrice americana poco nota da noi, a febbraio pubblicata, per Bollati Boringhieri, la raccolta «La donna che scriveva racconti».

I temi sono forti e normali nello stesso tempo, l’andamento libero della vita che scorre: una sorella che si prende cura dell’altra malata terminale («Aspetta un attimo»), le attese e gli incontri alla lavanderia automatica («Carpe diem», «La lavanderia a gettoni di Angel»), l’educazione alla seduzione tra cugine di diverse età («Sex appeal»), la vecchiaia, l’amore matrimoniale, la solitudine («Amici»). La narrazione prende il pubblico, ci conduce in luoghi lontani, le parole scandite rotolano nelle teste degli ascoltatori inducendo nuove fantasie, pensieri, proiezioni. Che bello lasciarsi liberi di vagare fuori da sé, che miracolo si compie attraverso le storie di altri! «Chiunque dica di capire come si sente un altro è un cretino»: ecco una frase che mette d’accordo tutti.

Pedalando lentamente sulla via del ritorno verso casa, davanti a un musicista solitario nella città mezza vuota, vedo una coppia che si bacia appoggiata ad un muretto: è un bacio lento e calmo, sembrerebbe di conoscenza, esplorativo, lui seduto, lei davanti a lui in piedi. Li osservo meglio e scopro con euforia che non sono dei ragazzini, hanno un passato alle spalle, una vita, forse dei figli con altri, ma si stanno dedicando, sotto gli occhi della notte, l’uno all’altra, con l’entusiasmo della scoperta, della novità.

È questione di un attimo e via, non sono più nel mio campo visivo, ma resteranno a lungo, insieme ad Anna e Sam, la coppia di vecchietti amorevolmente assortita del racconto della Berlin, archiviati nella mia memoria-salvagente di immagini che fanno bene al cuore e alla mente. Grazie.

(il manifesto, 7 luglio 2016)


di Eugenio Gargiulo

 

A Foggia si è costituito un gruppo di uomini che si è sentito chiamato in causa dai ripetuti casi di femminicidio e violenza contro le donne, per riflettere insieme sulle radici di questi fenomeni. Abbiamo poi elaborato un breve documento in preparazione di un sit-in che si è svolto a Foggia il 27 giugno 2016.

Nelle discussioni che abbiamo avuto prima del sit in, ha fatto capolino un atteggiamento che noi uomini abbiamo spesso quando si parla di violenza sulle donne, quello di dividerci tra coloro che non esercitano violenza e perciò si sentono estranei al fenomeno e quelli che non hanno comportamenti violenti, ma si sentono responsabili in quanto uomini. Penso che nessuno possa chiamarsi fuori, la violenza sulle donne è un problema che ci riguarda tutti e di cui siamo responsabili perché affonda le radici nella cultura e nel sistema patriarcale. Ma non solo. Quella divisione così rigida mette in ombra la complicità tra gli uomini che si manifesta in vario modo, con l’indifferenza, l’estraneità, col silenzio e la risatina complice quando sentiamo un uomo fare battute sessiste o apprezzamenti pesanti su una donna.

Non vi nascondo che anch’io in passato sono stato connivente, ho avuto questi comportamenti, oggi non più, anzi reagisco quando sento qualcuno parlare delle donne in maniera volgare. Evidentemente sto facendo qualche progresso, anche grazie alla relazione di differenza con alcune donne. Ma mi chiedo perché prima non reagivo e perché molti uomini non reagiscono. Forse perché temevo di apparire poco maschio e poco virile agli occhi degli altri uomini e credo che questa sia la paura di molti. Se è così, dobbiamo interrogarci su che cosa è la virilità, su che percezione abbiamo del nostro corpo. Come dicevo prima, il linguaggio sessista è una forma di violenza dilagante e molto diffusa che ricorre a insulti e stereotipi di genere (penso per esempio a come la stampa ha parlato delle neo sindache di Roma e di Torino), questo è il livello più evidente, poi c’è l’altro meno appariscente, il sessismo che non riconosce la presenza delle donne nella lingua e nella cultura, rendendole così inesistenti, perché come è stato detto, ciò che non si nomina non esiste. La lingua non è solo un insieme di regole, può a sua volta generare violenza, rispecchia i rapporti di potere, quel potere a cui l’uomo spesso ricorre nei confronti delle donne per risolvere i conflitti che nascono dal cambiamento delle relazioni tra i sessi, invece di confrontarsi con la libertà femminile che è la grande rivoluzione del nostro tempo.

Diciamolo, per noi non è un confronto facile per l’eredità e le complicità contro cui dobbiamo lottare, per l’educazione che abbiamo ricevuto e soprattutto perché abbiamo, io per primo, un modello ideale, l’amore materno a cui vorremmo che corrispondesse la persona amata, che ci amasse incondizionatamente come la madre. Razionalmente sappiamo che non è possibile e che non è giusto, ma a livello emotivo siamo ancora legati a questo modello, per cui non è possibile che una donna ci lasci perché nostra madre non ci lascerebbe mai. Sono altrettanto convinto che l’autonomia delle donne non è un pericolo né una concessione da fare per non apparire retrogradi. È un’opportunità per vivere relazioni più ricche, come io stesso sto sperimentando.

Liberando se stesse le donne hanno liberato anche noi da stereotipi e comportamenti codificati che imprigionano il nostro essere.

Su questi temi – la sessualità, il desiderio, il rapporto con le donne e con gli altri uomini – abbiamo avviato qui a Foggia un percorso comune di cui la manifestazione del 27 è solo la prima tappa. Non ci basta indignarci contro la violenza maschile sulle donne, vogliamo capire e cambiare il simbolico patriarcale.

 

Eugenio Gargiulo è insegnante di Storia dell’Arte, negli anni ’80 ha fondato con altre/i docenti  e artiste/i il Coordinamento per la comunicazione e le arti visive e ha preso parte al movimento di Autoriforma della scuola. Partecipa alle attività dell’associazione Donne in Rete e della Merlettaia di Foggia. Per contatti: gargiulo@libero.it Il gruppo Uomini che prendono la parola contro il femminicidio e la violenza sulle donne ha una pagina su facebook

(www.libreriadelledonne.it, 30 giugno 2016)

di Franca Fortunato

 

Sabato 18 giugno scorso, mentre l’attenzione dei mass media era concentrata sui ballottaggi alle elezioni amministrative, a Foggia nel santuario della Madonna dell’Incoronazione veniva beatifica una grande mistica meridionale del ’700. Il suo nome è Maria Celeste Crostarosa, madre fondatrice dell’Ordine delle Redentoriste, oscurata dal potere ecclesiastico per tre secoli. Una religiosa poco conosciuta dai più ma che si inserisce nella tradizione della mistica femminile, che ci ha insegnato che a una donna in questo mondo può capitare di tutto, anche Dio. Un Dio sperimentato più che pensato, vissuto in una relazione unica, libera e personale, più che letto; un Dio da cui trarre autorizzazione a dare corso ai propri desideri come fondare monasteri femminili e scriverne le regole, come fecero alcune di loro tra cui la Crostarosa. Nata a Napoli il 31 ottobre 1696 da Paola Battista Caldari e da Francesco, col nome di Giulia Marcella, Madre Celeste entrò nel 1718 nel monastero delle carmelitane scalze di Marigliano, insieme alla sorella Orsola, prendendo il nome di suor Candida del Cielo. Nel 1724, poiché la duchessa Isabella Mastrilli aveva fatto chiudere il monastero di Marigliano, le due sorelle si trasferirono a Scala, in provincia di Salerno, presso il monastero fondato da padre Tommaso Falcoia, suo direttore spirituale, passando alla regola della visitazione. Mentre era ancora novizia, il 25 aprile 1725 ebbe una visione e comprese che Dio voleva che lei fondasse un proprio monastero, con una propria regola, conforme alla vita di Gesù il Salvatore. Con l’appoggio di padre Falcoia ottenne l’approvazione ecclesiastica e con la mediazione di Alfonso Maria de Liguori, vescovo di Ravello, estimatore e compagno spirituale della Crostarosa, ebbe l’autorizzazione a trasformare la comunità di Scala in monastero. Nasceva, così, l’Ordine delle Redentoriste che originariamente si chiamarono Monache del SS. Salvatore. Il 13 maggio 1731 (festa di Pentecoste) le monache adottarono la regola della Crostarosa, che iniziò a farsi chiamare Maria Celeste del Santissimo Salvatore. «Nello scegliere come nome religioso il nome di Maria di Nazareth – scrive Mariagrazia Napolitano, una delle Amiche della Crostarosa – Maria Celeste è la madre divina che vuole incarnare. È lo sguardo divino di Maria che mette all’Opera per riportare lo spirito cristiano alle sue origini e alla sua incarnazione umana. Essere Dio, viva memoria della vita di Cristo. Era questo l’invito che lei rivolgeva alle consorelle, mentre ai fratelli, come S. Alfonso, chiedeva di farne apostolato.» La Crostarosa, raffigurata storicamente seduta a un tavolo nell’atto di scrivere, «concepì, in relazione con il divino, un mondo a misura divina, la Città di Dio, come titolò Padre Capone un suo celebre testo». È Dio che le detta le Regole dell’Ordine Redentorista, che il vescovo Falcoia, a un certo punto, pretende di cambiare. Conseguenza immediata di ciò è l’espulsione, con decreto vescovile, della Crostarosa dal monastero, dopo un periodo di prigionia. Lasciata Scala, passa a Piedimonte, poi a Pareti, per stabilirsi infine a Foggia dove la città l’accoglie con tutti gli onori come Santa Priora. Qui dà vita al Conservatorio del SS. Salvatore secondo il proprio progetto. Frattanto a Scala la comunità da lei fondata continua il suo percorso senza di lei e tutte le suore Redentoriste e i Redentoristi sanno di essere figli di un padre, S. Alfonso.

Il papa nel 1749 approva le regole dei Redentoristi e l’anno dopo quelle delle Redentoriste. Non si tratta però del testo scritto dalla Crostarosa ma di quello riscritto da monsignore Falcoia. L’Ordine delle Redentoriste si sviluppò nel mondo intero partendo da Scala, mentre il monastero di Foggia fu messo ai margini. Questo, infatti, ottiene l’approvazione del re di Napoli e si configura come un monastero regio, con una propria regola, che originariamente fu quella della Crostarosa, ma poi fu rimodellata dal cappellano Maggiore in vista dell’approvazione. Durante l’Ottocento e gran parte del Novecento – come scrive padre Sabatino Majorana, studioso attento della Crostarosa – Madre Celeste e il suo messaggio spirituale si trovarono “confinati” a Foggia e quasi dimenticati non solo dai Redentoristi ma anche dalle stesse Redentoriste. Di tutto questo è emblematico il fatto che, quando tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si tentarono i primi passi per la canonizzazione di madre Celeste, ne furono protagonisti il monastero di Foggia e il canonico Pietro Crostarosa, non l’Ordine o la Congregazione Redentorista, come invece poi è accaduto. Fino agli anni Settanta-Ottanta le suore dell’ordine dicevano: «Non conosciamo la Crostarosa, il nostro fondatore è Sant’ Alfonso». Dagli inizi del ’900 alcuni Padri Redentoristi avevano aperto studi sull’origine materna della loro fondazione. Studi approfonditi avviati da padre Capone e proseguiti da Padre Majorano avevano rivelato che la fondazione dell’Ordine Redentorista era Opera di una Madre, impresa unica nella storia delle fondazioni spirituali cristiane solitamente generate da Padri della Chiesa. In questo percorso, alla fine degli anni ’80, si inseriscono due donne del Centro Ricerca e Documentazione donna di Foggia, Maria Antonella Morrone e Mariagrazia Napolitano, in un rapporto di scambio con un prete ammiratore di Celeste, don Teodoro Sannella che aveva intuito che «per risolvere l’enigma Crostarosa bisognava aprire nella Chiesa la “questione femminile”. E per aprirla serviva il sapere delle donne». Se oggi la Chiesa ha accolto Maria Celeste come Beata è grazie anche all’opera di donne, di ricercatrici, come le Amiche di Maria Celeste di Foggia, che riconoscono in lei un Bene dell’Umanità, e delle suore Redentoriste che operano per farne un Bene della Chiesa, chiedendone il massimo riconoscimento spirituale, la Santità a cui la Beatificazione ha aperto la porta.


(Il Quotidiano del sud, 29 giugno 2016)

di Anna Maria Crispino e Marina Vitale

ANTICIPAZIONI . «Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otsuka e Goliarda Sapienza», un volume collettivo e a più voci per Iacobelli editore fra letteratura e critica. Un estratto dall’introduzione

L’ambivalenza, un tempo forse meno riconosciuta, riconoscibile e confessabile come dinamica sottesa alla «irrazionalità» e «incongruenza» che il giudizio maschile imputava – e spesso tuttora imputa – ai comportamenti femminili considerati privi di «ragionevolezza», ha perso la sua connotazione di «duplicità bugiarda» per assumere le connotazioni di un sentire che sembra governare in modo particolare le relazioni tra donne, nella sfera privata e in quella sociale e politica. L’ambivalenza, fuori dal suo ambito psico(pato)logico, ci appare sempre più come ciò che consente di tenere insieme le parti diverse e a volte conflittuali del proprio sé. È nel rapporto tra l’Io e il mondo che, più in generale, il riconoscimento e l’accettazione del nostro essere ambivalenti ci obbliga a una riformulazione della categoria di «soggetto», alla sua scomposizione e al suo scardinamento.

L’ambivalenza «del» testo, riguarda il tratto radicalmente e ineludibilmente fondante della «letterarietà» del testo letterario – sempre a metà strada tra verità e finzione, tra l’ancoraggio al «reale» e il «volo della mente». Questo gioco tra realtà e finzione, immaginario e fattuale, è tanto più delicato nel tumultuoso svolgimento degli eventi politico-istituzionali che hanno plasmato per circa sette decenni la vita italiana dall’inizio del Novecento ne L’arte della gioia di Goliarda Sapienza; le vicende politiche italiane degli ultimi settant’anni e quelle più locali, ma pur sempre intimamente incardinate con la più ampia storia nazionale, nella quadrilogia de L’amica geniale di Elena Ferrante; e le politiche americane di controllo dei flussi migratori e in particolare l’incoraggiamento dei ricongiungimenti familiari per le «spose per corrispondenza» giapponesi nel periodo tra le due guerre mondiali e le successive misure poliziesche verso la comunità giapponese dopo Pearl Harbour in Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka.

Se la classica letteratura sul «doppio» mantiene drammaticamente separate «le due metà» fino alla catastrofe finale, il gioco del doppio si dispiega anche – in tanta letteratura, soprattutto in quella scritta da donne – nella relazione madre-figlia. Roberta Mazzanti ne segue l’incessante presenza-con-variazioni nel corpus narrativo e saggistico di Ferrante, analizzando l’alternarsi di sostituzioni e slittamenti in una variegata gamma di triangolazioni in cui l’endiadi madre-figlia si integra e si complica di volta in volta con sorelle, amiche, figliolette e persino bambole, includendo rapporti di fusione e separazione, protezione e competizione, desiderio e repulsione, in un quadro di quasi ossessiva presenza-assenza della madre naturale e di sua costante, ma instabile, sostituzione con doppi reali o immaginati nel corso del lungo, faticoso divenire a cui Ferrante si riferisce con il termine diventare.

In Otsuka prevale invece, in più punti, l’angoscia di un «non essere più», che si aggiunge al «non essere ancora» . Una impasse che caratterizza la condizione di molte (e molti) migranti. Su questa condizione, riferita alle successive ondate e generazioni di migranti su suolo italiano negli ultimi decenni, si interroga l’intervento di Monica Luongo, con un’attenzione particolare alla diversa ambivalenza connessa con i vari progetti migratori di uomini e soprattutto donne di diverse appartenenze etniche. In Otsuka la sfumata omogeneità del «noi» si spezza ulteriormente nel rapporto con la nuova generazione nata nel nuovo mondo e portatrice di una diversità sconcertante, di una ambivalenza profonda tra la cultura dei genitori immigrati e quella della comunità ospitante.
Questa mutazione è stata raccontata tante volte con accenti diversi e mediante linguaggi diversi. Si pensi ad esempio alla videoinstallazione ideata nel 2002 da Zineb Sedira con il titolo Mother Tongue (Lingua madre) discussa nel contributo di Cristina Giudice.

La componente memoriale è un altro aspetto costitutivo dell’ambivalenza identitaria che si manifesta attraverso il riaffiorare di un sé precedente che non è mai definitivamente perduto, né mai completamente (o semplicisticamente) ritrovato. Sapienza ce ne mostra l’inevitabilità in molte tappe del «divenire» di Modesta, come sottolinea Marta Cariello.
L’accezione articolata e complessa del concetto di «ambivalenza» tende a superare le nette contrapposizioni binarie a favore di una visione sfumata e resiliente che tolleri, inevitabilmente, anche zone di «opacità» (Serena Guarracino, Laura Marzi-Francesca Maffioli); sostituisce la logica dell’aut-aut con il tentativo di tenere insieme i due corni della contraddizione senza escluderla per arrivare a una scelta univoca, positivamente marcata da una pretesa, ragionevole ma spesso astratta e talvolta autodistruttiva, coerenza.

Negli scritti di Ferrante quel momento di crisi si manifesta con un malessere tra il fisico e lo psichico, definito «frantumaglia» nel volume omonimo e che Lila esperisce come «smarginatura», quando diventa per lei insopportabile il binarismo della normatività sociale e di genere, quando più si rende conto delle pressioni socioculturali esercitate su di lei dal rione, dalla famiglia, dagli amici e dalla cricca camorristica locale, nell’ambito sessuale (o più ampiamente di genere) e in quello del potere. Ne parlano Lidia Curti e Ambra Pirri, riferendosi anche alla categoria freudiana del «perturbante». Modesta, da parte sua, pur esercitando in modo supremo l’arte di smarcarsi dai cliché e schivare le gabbie del conformismo, precipita occasionalmente in stati di ritiro psichico e di sospensione della vita; mentre le «noi» di Otsuka sentono di scomparire, diventare fantasmi, quando diventa troppo grande la frattura tra la realtà ostile e le loro aspettative e progetti di vita.

Più che l’antitesi di opposti inconciliabili, la figura retorica più adatta a definire le condizioni esistenziali vissute dalle personagge nei loro travagliati percorsi biografici è piuttosto quella dell’ossimoro, richiamato nel contributo di Paola Bono, figura del fecondo intreccio tra diversità, foriera di novità e rinnovamento; esempio di «soggetto eccentrico» nel senso anti-identitario proposto da Teresa de Lauretis e dalla teoria queer.
Ma può valere, ad esempio, in altro modo anche per la «riscrittura» teatrale della storia di una Modesta immaginata, prefigurata per forza di desiderio da Sylvia De Fanti a confronto con la figura di Sant’Agata, patrona di una città, Catania, che le dedica una festa «sacrissima e profanissima in quanto tale eccede».

La discussione del soggetto queer, accennata anche nel saggio di Pirri, costituisce la base dell’intervento di Antonia Anna Ferrante la quale parte da un’attenta analisi delle posizioni di genere incarnate nelle personagge di Sapienza e di Ferrante, per proporre un dialogo immaginario di queste due autrici con Carla Lonzi e Paul B . Preciado. Raccontare storie e relazioni non ancora raccontate, prevedere (ossimoricamente) l’imprevisto, come ci invita a fare Nadia Setti, può portare a scoprire che nel gioco dell’uno, del doppio, delle simili ma non uguali, l’identità sempre rincorsa è un’illusione, un bluff, non la si raggiunge mai: «Non ci sono punti fermi. I punti fermi sarebbero le certezze, la ripetizione e la conferma dell’immagine di sé e dell’altra, la persistenza del desiderio». Niente a che fare con l’esigenza di significare nella scrittura – e nella lettura – il nomadismo, l’impermanenza, il continuo divenire di un sé in relazione.

(il manifesto, 28 giugno 2016)