Roma, 17. Gli anni Duemila sono paragonabili al Dopoguerra. È quanto emerge dal rapporto del McKinsey Global Institute che sottolinea la caduta dei redditi delle famiglie e, di conseguenza, il rischio di povertà  nell’Occidente sviluppato, dopo la crisi.

I primi segnali si avvertono nel 2005, ma poi è nel 2008 che scoppia la grande crisi globale, in seguito alla quale il prodotto interno lordo si è ridotto in tutte le economie, senza eccezioni. E attualmente i redditi delle famiglie, per una percentuale pari al settanta per cento della popolazione risultano inferiori a quelli delle generazioni precedenti.

Il rapporto di McKinsey ha per titolo Poorer than Their Parents? A New Perspective on Income Inequality (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza del reddito). E lo studio illustra, dati alla mano, quello che è stato l’impoverimento delle nuove generazioni negli ultimi anni nel mondo sviluppato. Gli analisti hanno esaminato le 25 economie più floride del mondo e tra queste economie troviamo tutto l’Occidente e il Giappone e, dal punto di vista temporale, si  analizza il periodo dal 2005 al 2014, ovvero quello che include la grande e lunga  crisi finanziaria ed economica che ha generato un vero e proprio shock nell’Occidente.

I livelli di impoverimento variano ma non ci sono eccezioni. L’Italia è in assoluto il Paese più colpito: il 97 per cento delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al polo opposto c’è la Svezia: per gli svedesi si scende dal venti per cento al due per cento della popolazione bloccata o impoverita.

Il rapporto si concentra poi sull’ineguaglianza di «redditi di mercato», ossia non tiene conto nei calcoli degli effetti che hanno ammortizzatori sociali, tasse e altre politiche pubbliche sui bilanci delle famiglie. Su questa base, se si guarda ai «redditi disponibili», ossia ciò che rimane in tasca ai cittadini  dopo aver messo in regola le proprie posizioni con il fisco e aver usufruito dell’eventuale appoggio del welfare, si scopre che il  gap  tra Svezia e Italia si amplia ulteriormente. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81 per cento. Seguono l’Inghilterra e la Francia.

In sostanza, i giovani di oggi sono la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. «I lavoratori giovani e quelli meno istruiti — si legge nel rapporto — sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri». E ne sono consapevoli, come conferma l’indagine. Gli analisti del McKinsey Institute affermano che nel nuovo millennio l’ordine economico mondiale è stato stravolto e il fenomeno dell’impoverimento delle popolazioni mondiali è diventato «di massa», con conseguenze molto negative su una società (fino ad allora consumistica) «impreparata ad affrontare disagi sempre maggiori fatti di povertà, di mancanza di lavoro e di assistenza inadeguata».

Dal rapporto emerge anche come molti cittadini abbiano perso la fiducia nell’economia di mercato e nel libero scambio delle merci, per molti di loro la globalizzazione rappresenta un fallimento in cui si sentono intrappolati. Si evidenzia, tra l’altro, come stia crescendo tra la  popolazione  l’idea che il libero scambio e l’economia di mercato, in un mondo sempre più globalizzato, «non siano più in grado di generare  benessere».

Come detto, tra i lavoratori giovani, i più colpiti sono quelli meno istruiti: il rischio per loro è di arrivare in vecchiaia con gravi difficoltà economiche. Per evitare una simile prospettiva, i Governi non dovranno appoggiarsi esclusivamente all’economia «perché solo quella non basterà». Ci vogliono politiche sociali efficaci. E un altro rischio serio, sempre secondo il rapporto, è quello di «piombare in uno stato di povertà permanente», in particolare per la fascia giovane della popolazione, con conseguenze facilmente immaginabili a livello di tensioni sociali.

Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia

di Carlo Lania

 

«Per favore non mi si venga a dire che un divieto come quello di indossare il burkini in spiaggia è stato pensare per difendere i miei diritti o la laicità dello stato francese. Il burkini non è un indumento previsto dalla religione, è un costume. Chi vuole lo indossa, chi non vuole no. Direi che il problema è a monte: indipendentemente dalla religione sembra che il mondo sia concentrato su quello che le donne possono o non possono indossare».

Nadia Bouzekri è la prima donna a essere stata nominata presidente dei Giovani musulmani d’Italia, un’associazione che con i suoi 1.200 iscritti è la più grande del paese. 24 anni, vive con i genitori marocchini a Sesto San Giovanni. «In quanto donna, musulmana e cittadina italiana – spiega – sapere che ci sia una legge che mi discrimina vietandomi di andare in spiaggia con un determinato abbigliamento mi fa sentire meno libera. Se si pensa che la libertà della donna sia vincolata a quanti centimetri di pelle debba scoprire vuol dire che i parametri che stiamo utilizzando sono sbagliati. Il burkini è stato ideato da un’artista australiana proprio per rispondere alle esigenze delle donne musulmane che volevano andare in spiaggia. Così come una muta è stata pensata per andare sott’acqua. Se indosso una muta che succede, arriva un vigile e me lo vieta perché sono musulmana? Alla fine il burkini è simile a una muta da sub. Penso alle atlete che sono alle Olimpiadi: non dovrebbero gareggiare perché lo indossano?

Però il messaggio che trasmette un burkini è diverso da quello di una muta da sub. Il premier francese Valls si è detto d’accordo con il divieto perché, ha spiegato, il burkini contrasta con un importante valore della Francia come la laicità.
La laicità deve tutelare i diritti dei cittadini o deve limitarli? Lo chiedo perché mi sembra che questo divieto sia stata posto esclusivamente per cittadini di una determinata fede. Una persona può essere atea e voler indossare il burkini perché è comodo.

La ministra francese Rossignol lo equipara al burqa.
E’ sbagliato. Il burqa è un indumento legato a una tradizione culturale in cui c’è un problema di diritti delle donne, ma è anche legato a un’area geografica ben precisa. E poi con il burkini, chiamato così con un chiaro riferimento al bikini, viso, mani e piedi sono scoperti, cosa invece impossibile con il burqa.

Però il resto del corpo è coperto. Non è comunque una violenza per la donna che lo indossa?
Sarebbe un atto di violenza se fossi obbligata ad indossarlo. Così come è un atto di violenza obbligarmi a scoprirmi, a dover per forza indossare un bikini piuttosto che un costume intero. Questa estate con alcune amiche siamo andate al mare: qualcuna indossava un burkini, altre un costume e ci siamo divertite tranquillamente. Non vedo dove sia il problema.

Lei cosa indossava?
Un burkini.

E ha avuto qualche reazione da parte degli altri bagnanti?
E’ normale che all’inizio vi sia uno sguardo un po’ destabilizzato. Però poi quando le persone vedono che nuoto tranquillamente, che rido e scherzo senza nessun problema, lo stupore passa velocemente insieme alla diffidenza. Indipendentemente dalla religione sembra che tutto il mondo sia concentrato su cosa indossano le donne.

Quindi ne fa una questione di moda?
Per alcune musulmane può esserlo, per altre invece è solo un costume da bagno. Io lo uso quando vado al mare, quando vado a fare trekking metto le scarpe da trekking.

Il ministro Alfano dice che vietarlo sembrerebbe una provocazione.
Più che una provocazione significherebbe andare contro i diritti costituzionali. La Francia in primis, con questo divieto mascherato sotto la tutela della laicità piuttosto che della sicurezza, va contro i diritti fondamentali dell’Unione europea.

di Alessandra Pigliaru

Ragionatrice sottile e maestra d’eloquenza, sono alcune delle espressioni che si ritrovano nel Menesseno di Platone e nel quarto libro degli Stromati di Clemente Alessandrino riferibili ad Aspasia di Mileto che insegnò retorica a Pericle e filosofia a Socrate.

Ciò nonostante, simili appellativi venivano assai raramente utilizzati per il suo sesso; così segnala Gilles Ménage in un libro piccolo quanto fondamentale dal titolo Mulierum philosopharum historia, scritto in prima istanza nel 1690 e ampliato due anni dopo.

Arrivato in Italia solo 11 anni fa grazie alla traduzione e cura di Alessia Parolotto per le edizioni ombre corte, Storia delle donne filosofe (pp. 115, euro 9) viene ora rieditato per essere letto, studiato e sgranato con curiosità. L’introduzione di Chiara Zamboni colloca acutamente la figura di Ménage, l’abate francese che oltre a essere stato un grande latinista e grammatico fu precettore di madame de Sévigné e madame de Lafayette.

Le sue relazioni in quegli anni straordinari, dai salotti delle Preziose all’immersione in quella che Benedetta Craveri ha poi chiamato e descritto nel suo La civiltà della conversazione, possono essere lette come il frutto di un’attenzione rara nei confronti di 70 pensatrici dell’antichità classica.

L’esercizio di Ménage, senza precedenti, rimane un isolato e pur tuttavia importante censimento filosofico, esito di una erudizione raffinata e rigorosa che fa avere fiducia sullo stato dei documenti consultati – seppure non tutti di immediato reperimento. Setacciare trattati, lessici, opere filosofiche è servito così a imbastire un ritratto a più voci.

Le fonti di riferimento utilizzate da Ménage sono quasi tutte maschili e, come sottolinea Zamboni nella introduzione, l’insistenza sul legame tra biografia e pensiero era in linea con la tradizione del suo tempo. Accanto alle più note Ipazia e Diotima, maestre di eccellenza e amore per la sapienza, altre si fanno avanti e vengono per la prima volta suddivise per appartenenza di scuola – là dove se ne possa avere in qualche modo conferma. Di scuola incerta infatti restano ancora tante che vanno a comporre la prima parte del volumetto di Ménage.

Così accanto al nome di Aspasia risuonano quello di Cleobulina, Panfila, Giulia Domna, Eudocia, Novella e altre. E poi Temistoclea (nella Suda – lessico enciclopedico compilato intorno al 1000 – viene chiamata Teoclea), sorella di Pitagora a cui già Diogene Laerzio attribuisce la maggior parte dei precetti morali del più noto filosofo.

Insieme alle pitagoriche, che sono anche le più numerose, sono presenti Epicuree, Ciniche, Stoiche, Accademiche, Peripatetiche, Platoniche, Cirenaiche.
E seppure di tutte le filosofe non resti quasi niente in termini di scritti, il lavoro di Gilles Ménage non si riduce a un contributo elenchico criticamente muto; bensì concorre a delineare una fisionomia storico-filosofica che anni dopo verrà decostruita e fatta definitivamente saltare dal femminismo.

per la rivista Gansos Salvajes, di Laura Martínez Hortal

 

1 – Cos’è per lei la libertà? E quali crede che siano i prossimi passi da fare sulla strada della libertà femminile?

Per me la libertà è molto più un’esperienza fisica che un diritto. È una sensazione di benessere che viene dall’esperienza che essere viva abbia un senso. Si presenta come un improvviso coincidere, in certi contesti relazionali, delle parole con le cose e con il mio corpo, con la sensazione che si uniscano i pezzi separati del mondo. È qualcosa di semplice e corrente e, al tempo stesso, di raro e prezioso, perché a una donna che ama la libertà, e che per giunta la cerca, la cultura comune fa presto ad andar stretta. Il “di più” femminile non ci sta, e allora lei ha bisogno di politica, ma non di una politica qualsiasi: della politica delle donne. Ha bisogno di fondare, di creare qualcosa in relazione con un’altra o altre.

Per questo la libertà femminile è una pratica. Comincia con il riconoscere autorità a un’altra donna, un’altra donna che la genera. L’autorità non si lascia possedere bensì, come ha scritto Lia Cigarini sulla rivista Duoda, esiste in quanto circola. È un’esperienza molto comune nel femminismo, per esempio: vai a una riunione, ci sono una o più donne che generano autorità, e quell’autorità che tu riconosci te la porti a casa e la aggiungi alla tua vita con il vissuto di felicità e benessere che ti dà il coincidere tra le parole, le cose e il tuo corpo. E si trova, in tutta la sua straordinaria grandezza e potenza, nella relazione tra madre e figlia e, in modo diverso, tra madre e figlio quando da questa impariamo a parlare. Nelle zone patriarcali del mondo, invece, l’autorità si confonde con il potere ed è per questo che da sempre le “autorità” sfilano anche armate.

 

2 – Che cos’è il femminismo della differenza?

È, appunto, la politica delle donne e della libertà femminile. Nella nostra storia occidentale (e non solo in quella occidentale, ma è quella che un po’ conosco) predomina una nozione di libertà subordinata all’individualismo. La differenza sessuale femminile, invece, si pratica sempre in relazione (“io sono diversa da…”) e ha molto a che fare con lo scegliere di essere donna, sapendo che non è una scelta (Libreria delle donne di Milano). Sembra un paradosso ed è per questo che è così fertile, interessante e vero: sono nata donna, scelgo di esserlo, scelgo di non esserlo, una volta e un’altra nella vita. Nell’intimo so che questa è verità. So che quando mi mimetizzo con l’uomo sto scegliendo di non essere donna. Il mondo è uno, i sessi sono due.

 

3 Negli ultimi anni, si sente spesso la parola empowerment quando si parla della donna e del femminile. Come merita di essere considerata questa parola e il modo in cui si usa?

L’empowerment aiuta a far bene le cose sbagliate. I patriarchi che restano in questi tempi di fine del patriarcato sono disperatamente ansiosi che noi donne li sosteniamo proprio facendo ciò che a molti di loro piace tanto: esercitare il potere. Diceva Simone Weil nel XX secolo che il potere degrada chi lo subisce, sì, ma degrada anche chi lo esercita, perché pietrifica. Acquisire potere pietrifica. Avere potere non significa poter fare quello che vuoi, bensì sottomettere altre o altri più o meno intensamente.

 

4 – Qualche giorno fa, alle feste di San Fermín abbiamo visto che cinque donne sono state violentate. Secondo lei, quali problemi sociali riflettono questi fatti allarmanti?

Non sono il riflesso di un problema sociale, ma di un gravissimo problema maschile e della mascolinità attuale. Dico che non è un problema sociale perché della società facciamo parte anche noi donne e non violentiamo nessuno. È importantissimo non permettere che vengano attribuiti alle donne problemi altrui, perché permettendolo contribuiamo a coprire crimini altrui, in questo caso i crimini di delinquenti comuni.

5 – Sotto certi aspetti non subiamo la stessa repressione di generazioni precedenti, ma mi interessa la sua opinione sull’aumento della violenza sessuale in rapporto alla generalizzazione dell’accesso a una pornografia che violenta sistematicamente le donne. Personalmente, vedo una chiara relazione tra le due cose, e lei?

Sì, c’è un rapporto tra l’aumento della violenza sessuale e la pornografia, ma è un rapporto che non si può cambiare attraverso i divieti. Bisogna intervenire prima. In primo luogo bisogna che noi donne scegliamo sempre (se è possibile) di essere e parlare come donne. Ossia, dando forza alla lingua materna e all’ordine simbolico della madre (Luisa Muraro e Comunità filosofica femminile Diotima). In secondo luogo, intervenendo sull’opinione pubblica per segnalare senza violenza che quelli che esercitano la violenza sono uomini; senza dimenticare che non tutti gli uomini sono violenti e che esserlo non li rende felici. Io sento la necessità di un grande dibattito sulla mascolinità e sto tentando di contribuire ad aprirlo sul nostro sito web, nello spazio La violencia de tantos hombres contra las mujeres (“la violenza di tanti uomini contro le donne”) http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/180/. Per dare il suo posto alla mascolinità, un posto che è parte del mondo, ma non è il mondo intero. Gli spaventosi avvenimenti degli ultimi giorni (l’assassinio e le vessazioni a Jo Cox, Baton Rouge, Nizza, la Turchia, Monaco di Baviera, oltre agli assassinii quotidiani di donne da parte dei loro partner) vengono presentati come se fossero problemi pressanti dell’umanità, mentre non lo sono. Sono problemi pressanti e gravissimi della mascolinità attuale, sia cristiana che islamica, sia occidentale che non.

 

6 – Lei è stata fondatrice del Centro di ricerca e di studi delle donne Duoda dell’Università di Barcellona e direttrice per 10 anni del master di studi sulla differenza sessuale. In cosa consiste il master e che apporto dà alle allieve?

Il master di Duoda è un’oasi nel sapere universitario. Insegna alle allieve a parlare in quanto donne, riconoscendo e praticando l’eccellenza e la libertà femminile. E a farlo senza essere contro nessuno. Questa la chiamiamo politica del simbolico e consiste nel mettere al mondo il modo femminile di vedere il mondo stesso, sia nel passato, sia nel presente. Per questo diciamo che è un rovesciamento nella propria vita (Diana Sartori) e che è una maestria di libertà, dato che interviene sulle condizioni stesse di quel sapere. Il master può essere seguito anche completamente on line o in modalità di frequenza parziale.

 

intervista a cura di Laura Martínez Hortal

 

 

traduzione di Silvia Baratella

 

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ENTREVISTA A MARÍA-MILAGROS RIVERA GARRETAS

Revista Gansos Salvajes ,

Por Laura Martínez Hortal

 

1-¿Qué es para usted la libertad? Y cuáles cree que son los siguientes pasos que corresponde dar en el camino hacia la libertad femenina? Para mí la libertad es una experiencia corporal mucho más que un derecho. Es una sensación de bienestar que viene de la vivencia de que el estar viva tiene sentido. Se presenta como una coincidencia que se da, de pronto, en ciertos contextos relacionales, entre las palabras, las cosas y mi cuerpo, con la sensación de que se juntan las piezas separadas del mundo. Es algo sencillo y corriente y, a la vez, raro y precioso, porque a una mujer que ama la libertad y, además, la busca, la cultura común se le queda pronto pequeña. El “más” femenino no cabe ahí y, entonces, ella necesita política, pero no una política cualquiera sino la política de las mujeres. Necesita fundar, crear en relación con otra u otras.

Por eso, la libertad femenina es una práctica. Empieza reconociendo autoridad a otra mujer, otra mujer que la genera. La autoridad no se deja poseer sino que, como ha escrito Lia Cigarini en la revista DUODA, existe en tanto que circula. Es una experiencia muy común en el feminismo, por ejemplo: vas a una reunión, alguna o algunas generan autoridad y, la que tú reconoces, te la llevas a casa y la incorporas a tu vida con la vivencia de felicidad y bienestar que da la coincidencia entre las palabras, las cosas, y tu cuerpo. Y se da, en toda su extraordinaria grandeza y potencia, en la relación entre madre e hija y, de modo distinto, en la relación entre madre e hijo cuando aprendemos de ella a hablar. En las zonas patriarcales del mundo, la autoridad, en cambio, se confunde con el poder y, por eso, en otros tiempos, incluso desfilaban armadas las “autoridades”.

2- ¿Qué es el feminismo de la diferencia? Es, precisamente, la política de las mujeres y de la libertad femenina. En nuestra historia occidental (y no solo en esta pero es la que conozco un poco) predomina una noción de la libertad subordinada al individualismo. La diferencia sexual femenina, en cambio, se practica siempre en relación (soy diferente de) y coincide mucho con el elegir que eres mujer, sabiendo que no es objeto de elección (Librería de mujeres de Milán). Parece una paradoja y por eso es tan fértil, interesante y verdadera: nací mujer, elijo serlo, elijo no serlo, una y otra vez en la vida. En lo íntimo de mí, sé que esto es verdad. Sé que cuando mimetizo al hombre estoy eligiendo no ser mujer. El mundo es uno, los sexos son dos.

3- En los últimos años la palabra empoderamiento se escucha mucho para hablar de la mujer y lo femenino. ¿Qué opinión le merece esa palabra y la forma en la que se usa? Empoderarse ayuda a hacer bien las cosas equivocadas. Los patriarcas que quedan en estos tiempos de final del patriarcado ansían desesperadamente que las mujeres los sostengamos precisamente haciendo lo que a muchos les gusta tanto hacer: ejercer el poder. Decía Simone Weil en el siglo XX que el poder degrada a quien lo sufre, sí, y degrada también a quien lo ejerce, porque petrifica. Empoderarse petrifica. Empoderarse no significa poder hacer lo que quieres hacer sino someter con más o menos intensidad a otras u otros.

4- Hace unos días, en las fiestas de San Fermín hemos podido ver que 5 mujeres han sido violadas. ¿Qué problemas sociales reflejan estos alarmantes hechos según su opinión? No reflejan ningún problema social sino un gravísimo problema masculino y de la masculinidad actual. No es un problema social porque las mujeres formamos parte de la sociedad y no violamos. Es importantísimo no consentir que se nos atribuyan a las mujeres problemas ajenos porque, consintiéndolo, contribuimos a encubrir delitos de otros, en este caso delitos de delincuentes comunes.

5- En algunos aspectos no tenemos la represión de generaciones anteriores pero me interesa su opinión sobre el aumento de la violencia sexual con la generalización del acceso a una pornografía que violenta sistemáticamente a las mujeres. Personalmente veo una clara relación ¿y usted? Sí, hay una relación entre el aumento de la violencia sexual y la pornografía, pero es una relación que no se cambia con prohibiciones. Hay que intervenir antes. En primer lugar, eligiendo (si es posible) siempre las mujeres el ser y hablar como mujeres. O sea, fortaleciendo la lengua materna y el orden simbólico de la madre (Luisa Muraro y Comunidad filosófica femenina Diótima). En segundo lugar, interviniendo en la opinión pública para señalar sin violencia que quienes ejercen violencia sexual son hombres; ello sin olvidar que no todos los hombres son violentos y que el serlo no le hace feliz a un hombre. Yo necesito un gran debate sobre la masculinidad y estoy intentando contribuir a plantearlo en nuestra web, en el espacio: La violencia de tantos hombres contra las mujeres http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/180/ Para poner la masculinidad en su sitio, un sitio que es una parte del mundo, no el mundo entero. Los sucesos terribles de los últimos días (asesinato y vejaciones de Jo Cox, Baton Rouge, Niza, Turquía, Munich, más los asesinatos constantes de mujeres por sus parejas hombre) son presentados en los medios de comunicación como si fueran problemas acuciantes de la humanidad, y no lo son. Son problemas acuciantes y gravísimos de la masculinidad actual, sea cristiana, sea islámica, sea occidental o no.

6- Fue fundadora del Centro de Investigación de estudios de las Mujeres Duoda de la Universidad de Barcelona y directora durante 10 años del máster de estudios de la diferencia sexual. ¿En qué consiste el máster y qué aporta a las alumnas? El máster de Duoda es un oasis en el conocimiento universitario. Enseña a las alumnas a hablar como mujeres reconociendo y practicando la excelencia y la libertad femeninas. Y a hacerlo sin ir en contra de nadie. A esto le llamamos la política de lo simbólico, que consiste en poner en el mundo las maneras femeninas de verlo, de ver el mundo, tanto en el pasado como en el presente. Por eso decimos que es una inversión en la propia vida y (Diana Sartori) que es una maestría de libertad, dado que interviene en las condiciones mismas del saber. Puede cursarse entero online o de modo semipresencial.

Laura Martínez Hortal

www.gansossalvajes.com

 

Sai chi è Lina Scalzo? è il titolo del libro-intervista, scritto dalla giornalista Franca Fortunato, la cui protagonista è una donna, Lina Scalzo, che col femminismo ha imparato a pensare e a dire alcune rivelatrici parole sul suo lavoro, confrontandosi con un’altra donna.

In copertina Lina è sola ma il suo sguardo è rivolto a chi è fuori: a noi che leggiamo e prima ancora a chi le ha permesso di mettere in parole precise l’esperienza del lavoro di cura che dal 1973 ha svolto per 42 anni. Infatti senza l’amicizia politica che dal 1978 la lega a Franca Fortunato le sue preziose riflessioni sul senso e sui cambiamenti, avvenuti negli ultimi quarant’anni, in questo tipo di lavoro non sarebbero diventate pubbliche e non avrebbero avuto la profondità e concretezza con cui nel libro-intervista ci vengono presentate. Lo sappiamo dall’introduzione in cui Franca delinea le tappe della loro relazione che attraversa momenti di presa di coscienza e di impegno politico: dal sindacato e dal partito alla rivoluzione che per entrambe ha costituito il femminismo. Ma il cuore del libro è l’intervista intitolata «Il racconto di Lina Scalzo»: chi scrive mette al centro l’esperienza viva dell’altra. Le domande di Franca sono un incitamento ad andare avanti, a rendere questa storia avvincente appunto come un racconto, profonda come una meditazione. Le domande scandiscono la narrazione, rendendola adatta alla modalità innovativa scelta per la pubblicazione. Si tratta infatti di un e-book in duplice formato e-pub e pdf, che inaugura la collana di Quaderni elettronici pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano, stampabili e scaricabili gratuitamente perché, come è scritto nel sito www.libreriadelledonne.it, «non ci siano limiti di soldi e tecnologia alla fama delle grandi donne».

Lina va oltre la sua personale esperienza, ripercorrendo le trasformazioni che dal 1943 ad oggi hanno interessato le istituzioni legate all’assistenza ad anziane e a donne affette da patologie psichiche, attraverso l’analisi della situazione specifica dell’Opera Pia In Charitate Christi, divenuta poi Fondazione Betania di Catanzaro. Attraverso il suo racconto incontriamo alcune donne che, come altre, hanno messo in gioco le proprie competenze e inventato pratiche, riconosciute da storiche e storici all’origine del welfare state. Donne come Maria Innocenza Macrina, che negli della guerra, insieme a Caterina Catambrone, girava a piedi i paesi per procurare il cibo per le ricoverate e che aveva fondato diverse case di assistenza, di cui nessuna porta il suo nome: un’ingiustizia da riparare, tenendone viva la memoria. Lina usa la storia per andare al cuore dei problemi che toccano la cura, mostrando alcune pratiche che mettono in discussione le modalità neutralizzanti e aziendalistiche che sembrano rendere i servizi più efficienti ma stanno pericolosamente disumanizzando “gli utenti”. Attraverso episodi emozionanti, come il suo primo incontro a 18 anni con la morte, ci mostra un sapere femminile capace di trattare da un lato lo shock e dall’altro il rispetto della soggettività dell’altra, persino quando non è più viva. Racconta dell’ambiente familiare, in cui ricoverate e assistenti lavoravano insieme e avevano il senso di poter contribuire, ciascuna a modo suo, al benessere di tutte. Tanti sono i nodi affrontati ma non troviamo protocolli, leggiamo racconti, quasi apologhi, da cui emergono pensieri e comportamenti che ci aiutano a vedere scene di ordinaria, e forse inconsapevole, disumanizzazione nell’efficienza e neutralità, oggi predicati. E dall’ascolto di alcune ricoverate, come Caterina Rippa, Lina impara i gesti di rispetto per l’altra nella pienezza della sua umanità: entrare nella stanza salutando, chiudere la porta, smettere di parlare tra assistenti mentre si lava e si veste una donna, alzare il lenzuolo quello che basta rispettando il pudore del corpo, lasciare sui comodini gli oggetti personali, tanto per fare degli esempi. Inoltre ci confrontiamo con le riflessioni sui cambiamenti, conseguenza della legge sulla parità del 1977. In modo pacato il libro mostra le contraddizioni dei reparti misti: dagli operatori che faticano a imparare dalla competenza femminile maturata negli anni; alla perdita, nel rapporto con gli uomini, di intimità e libertà delle donne ricoverate; alla loro difesa dalla prepotenza e aggressività di alcuni. Problemi da tener presente per dare giorno dopo giorno soluzioni. E infine la costituzione della Comunità Teodora di cui voglio mettere in luce l’importante pratica del ricostruire le storie personali, andando nei luoghi d’origine e incontrandovi le persone rimaste nei ricordi, scoprendo in diversi casi come alla base di un disturbo psichico vi sia stata una violenza maschile taciuta, che ora siamo in grado di svelare, senza colpevolizzare la donna che l’ha subita, anzi liberandola, seppure siano passati tanti anni.

Ma nel libro c’è molto, molto altro. Un libro che ho letto tutto d’un fiato e che meriterebbe di essere studiato nei corsi professionali e universitari, compresa medicina e psichiatria, e da tutte le persone che si prendono cura di chi ha bisogno di aiuto perché la sua vita e anche la nostra non perda quel senso profondo che ci rende pienamente esseri umani.

 

(Il Quotidiano del Sud, 13 agosto 2016)

“Sai chi è Lina Scalzo?” di Franca Fortunato, e-Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano 2016, pp. 22

 

Luciana Tavernini fa parte della Comunità di Storia vivente di Milano

(Il Quotidiano del Sud)

di Massimo Lizzi

Il sessismo del Fatto Quotidiano si ripete nel tempo, da quando Maria Elena Boschi era ancora una sconosciuta. Il Fatto pubblica gli articoli misogini di Massimo Fini; ospita il blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato antifemminista, sostenitore della Pas e negazionista del femminicidio; assume come notista di punta, Andrea Scanzi, capace di insolentire persino i centri antiviolenza, per difendere Fabri Fibra che inneggia allo stupro, poi di prender parte alla canea insorta contro Laura Boldrini, rea di criticare la pubblicità perché rappresenta sempre la donna come una mamma che cucina e serve in tavola; prende a bersaglio la presidente della camera e le donne del PD, con frequenti riferimenti alla voce, ai vestiti, all’aspetto fisico; l’estate scorsa si è cimentato in un testo ironico che limitava alle donne con i piedi belli il diritto di calzare scarpe aperte. Ha come direttore e firma più autorevole Marco Travaglio, schierato dalla parte del M5S contro Laura Boldrini, quando Grillo chiede ai suoi seguaci cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina; difensore di Franco Battiato, quando afferma che «il parlamento è pieno di troie», con un testo dal titolo eloquente «Il re è nudo la regina è troia»; sostenitore del principio egualitario secondo il quale è democratico che la presidente della camera riceva gli insulti che tutte le donne ricevono, nonché autore di numerose battute sulla ministra Boschi solo adatta a togliere la polvere sui davanzali del parlamento, a trattare di cellulite, prova costume, girovita, ricerca di fidanzati e desideri di maternità. Lei è la donna trivellata, quando lui titola sui PM che la interrogano. Vignettista del quotidiano è Vauro, che sculaccia la Fornero, la rappresenta vestita da squillo e si sbizzarisce in ripetuti doppi sensi dedicati a Maria Elena Boschi. Il sostituto estivo, Riccardo Mannelli, le dedica lo stato delle cos(c)e sotto il titolone di prima pagina: Boschi inconstituzionale, seguita dai relativi commenti. Cosa c’entrano le cosce con la Costituzione? La vignetta è stigmatizzata da Nadia Urbinati.

Oltre la consueta sacralità della satira, il Fatto Quotidiano si difende dalle accuse di sessismo con giustificazioni di questo tipo.

Io sono in dissenso con il partito, il governo, la riforma di Maria Elena Boschi e con lei stessa. Spesso mi fa incavolare, ma questo non mi porta a ritenere di essere superiore a lei sul piano intellettuale. In verità, non mi sento superiore neanche a Travaglio, Scanzi, Vauro e Mannelli. Stupisce che dei professionisti dell’informazione ostentino invece, in modo così adolescenziale, una tale presunzione.

Il Fatto Quotidiano non è l’unico giornale che fa ampie e frequenti concessioni al sessismo. È uno dei tanti. Questo è doloroso, perché il Fatto è il giornale di opposizione, occupa il posto che un tempo era dell’Unità o del Manifesto. Inoltre, Travaglio è stato un simbolo dell’antiberlusconismo, l’archivio vivente dell’opposizione democratica. C’è ancora, nei confronti di questi giornalisti un’aspettativa civile molto alta. Lascia perplessi la loro estraneità al femminismo, uno dei più importanti movimenti di liberazione, forse il più importante. Una parte del Fatto, Travaglio stesso, proviene da destra, ma può evolvere, su tante cose si è evoluto. Scanzi, invece, proviene da sinistra, ma non è meglio.
Sul sessismo giocano varie ambivalenze. La più grossa, già analizzata da Chiara Volpato, è quella che distingue una versione benevola da una versione ostile. In quella benevola sono omaggiate le virtù femminili favorevoli al maschio e lei è trattata come una principessa. Un atteggiamento ritratto da Balzac nell’idea che la moglie è una schiava che bisogna saper mettere sul trono. Nella versione ostile le donne sono trattate da prostitute. I due sessismi convivono e si alternano nella stessa società e nelle stesse persone. Tanto più è forte il sessismo ostile tanto più le donne imparano ad apprezzare quello benevolo. Il bastone e la carota, insomma. In una società patriarcale evoluta, stabile, pacifica, ordinata, il sessismo benevolo è egemone. Questo può far credere a qualche ribelle che il sessismo ostile sia anticonvenzionale, trasgressivo, rivoluzionario: il disprezzo delle donne ostentato dal manifesto futurista; tanta parte della pornografia confusa con la liberazione sessuale; il riscatto sociale metaforizzato nel proletario che violenta l’aristocratica o la borghese, come in varie scene di film degli anni ’60 e ’70, il più famoso quello di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
I giornalisti maschi del Fatto, faticano a comprendere le critiche ricevute, si sentono richiamati al sessismo benevolo (spesso questo richiamo, in effetti, c’è), ricadono nella ripetizione, perché sono immersi in questa visione delle cose. E vedono cosce. Oppure no, oppure sono soltano una vecchia banda di arrapati allevati dal Drive in degli anni ’80.


(massimolizzi.it, 11/8/2016)

Lista Cerere_Gargnano

ITALIANO

Nel 1946 venivano firmati gli accordi italo-belgi per l’immigrazione riassunti, da chi li ha provati sulla propria pelle, con la frase “ci hanno venduti per un sacco di carbone“. Un’Italia esangue dalla guerra riproponeva ai suoi connazionali “in esubero” la stessa strada percorsa già alla fine del secolo XIX : l’emigrazione. “O emigranti o briganti”  aveva a suo tempo scritto Francesco Saverio Nitti, studioso della questione meridionale e fervente politico nei primi del 900. Ma su questo 70° anniversario, se ne inserisce un altro altrettanto penoso : la catastrofe di Marcinelle, avvenuta per l’appunto l’8 agosto 1956. Nella miniera del “Bois du Cazier” perirono 262 persone, di dodici nazionalità, ma soprattutto italiane,136 vittime, seguite dalle 95 belghe. Questa tragedia cambiò la storia dell’immigrazione italiana in Belgio. Facciamone cordoglio e memoria ma ricordiamoci anche che se gli “ultimi posti” vengono assegnati a nazionalità diverse secondo il periodo, la logica di sfruttamento è la stessa. E non può bastarci l’uscirne da soli.

FRANÇAIS

En 1946 étaient signés les accords italo-belges pour l’immigration. Ceux qui les ont éprouvés sur leur propre peau les résument avec la phrase “ils nous ont vendus contre un sac de charbon“. Une Italie épuisée par la guerre reproposait à ses nationaux “en excès” la même issue déjà adoptée à la fin du XIX siècle : l’émigration. “Ou bien migrants ou bien brigands” avait de son temps écrit Francesco Saverio Nitti, expert de la question du Sud de l’Italie et homme politique très engagé dans les premières décennies du XXe siècle. A ce 70ème anniversaire s’en ajoute en 2016 un autre tout aussi pénible : la catastrophe de Marcinelle, survenue le 8 août 1956. Dans la mine du “Bois du Cazier” périssent 262 personnes de douze différentes nationalités. Les Italiens, 136 victimes, sont les plus nombreux, suivis par les 95 Belges.Cette tragédie changea l’histoire de l’immigration italienne en Belgique. Gardons-en mémoire, mais rappelons nous aussi que si les “dernières places” sont assignées à des nationalités différentes d’après les périodes, la logique d’exploitation est la même.Et il ne peut nous suffire d’en sortir tout seul.

ENGLISH

In 1946 an agreement was signed concerning the Italian immigration into Belgium, which was later summarised by those who experienced it on their own skin as “they have sold us for a bag of coal”. An Italy, weakened by the war, suggested again to her jobless people the same road already taken at the end of the XIX century: migration. “Either migrant or brigand”, as Francesco Saverio Nitti, an expert of Southern Italy’s problems and a passionate politician, wrote in the early XX century. But in 2016 this 70th anniversary joins the equally painful anniversary of the catastrophe of Marchinelle that occurred on August 8th, 1956: in the coal mine of “Bois du Cazier” 262 people died. They belonged to 12 nationalities, but 136 of them were Italian and 95 Belgian. This tragedy changed the history of Italian immigration to Belgium. Lest we forget, but let’s remember that, even though the “worst seats” may be assigned to a given nationality in a given historical period, the criteria of exploitation are always the same. It is not enough, therefore, singling ourselves out.


(Lista Cerere_Gargnano, messaggio 293, 8/8/2016)

Barack Obama

There are a lot of tough aspects to being President. But there are some perks too. Meeting extraordinary people across the country. Holding an office where you get to make a difference in the life of our nation. Air Force One.

But perhaps the greatest unexpected gift of this job has been living above the store. For many years my life was consumed by long commutes­—from my home in Chicago to Springfield, Illinois, as a state senator, and then to Washington, D.C., as a United States senator. It’s often meant I had to work even harder to be the kind of husband and father I want to be.

But for the past seven and a half years, that commute has been reduced to 45 seconds—the time it takes to walk from my living room to the Oval Office. As a result, I’ve been able to spend a lot more time watching my daughters grow up into smart, funny, kind, wonderful young women.

That isn’t always easy, either—watching them prepare to leave the nest. But one thing that makes me optimistic for them is that this is an extraordinary time to be a woman. The progress we’ve made in the past 100 years, 50 years, and, yes, even the past eight years has made life significantly better for my daughters than it was for my grandmothers. And I say that not just as President but also as a feminist.

In my lifetime we’ve gone from a job market that basically confined women to a handful of often poorly paid positions to a moment when women not only make up roughly half the workforce but are leading in every sector, from sports to space, from Hollywood to the Supreme Court. I’ve witnessed how women have won the freedom to make your own choices about how you’ll live your lives—about your bodies, your educations, your careers, your finances. Gone are the days when you needed a husband to get a credit card. In fact, more women than ever, married or single, are financially independent.

So we shouldn’t downplay how far we’ve come. That would do a disservice to all those who spent their lives fighting for justice. At the same time, there’s still a lot of work we need to do to improve the prospects of women and girls here and around the world. And while I’ll keep working on good policies—from equal pay for equal work to protecting reproductive rights—there are some changes that have nothing to do with passing new laws.

In fact, the most important change may be the toughest of all—and that’s changing ourselves.

This is something I spoke about at length in June at the first-ever White House Summit on the United State of Women. As far as we’ve come, all too often we are still boxed in by stereotypes about how men and women should behave. One of my heroines is Congresswoman Shirley Chisholm, who was the first African American to run for a major party’s presidential nomination. She once said, “The emotional, sexual, and psychological stereotyping of females begins when the doctor says, ‘It’s a girl.’ ” We know that these stereotypes affect how girls see themselves starting at a very young age, making them feel that if they don’t look or act a certain way, they are somehow less worthy. In fact, gender stereotypes affect all of us, regardless of our gender, gender identity, or sexual orientation.

Now, the most important people in my life have always been women. I was raised by a single mom, who spent much of her career working to empower women in developing countries. I watched as my grandmother, who helped raise me, worked her way up at a bank only to hit a glass ceiling. I’ve seen how Michelle has balanced the demands of a busy career and raising a family. Like many working mothers, she worried about the expectations and judgments of how she should handle the trade-offs, knowing that few people would question my choices. And the reality was that when our girls were young, I was often away from home serving in the state legislature, while also juggling my teaching responsibilities as a law professor. I can look back now and see that, while I helped out, it was usually on my schedule and on my terms. The burden disproportionately and unfairly fell on Michelle.

So I’d like to think that I’ve been pretty aware of the unique challenges women face—it’s what has shaped my own feminism. But I also have to admit that when you’re the father of two daughters, you become even more aware of how gender stereotypes pervade our society. You see the subtle and not-so-subtle social cues transmitted through culture. You feel the enormous pressure girls are under to look and behave and even think a certain way.

And those same stereotypes affected my own consciousness as a young man. Growing up without a dad, I spent a lot of time trying to figure out who I was, how the world perceived me, and what kind of man I wanted to be. It’s easy to absorb all kinds of messages from society about masculinity and come to believe that there’s a right way and a wrong way to be a man. But as I got older, I realized that my ideas about being a tough guy or cool guy just weren’t me. They were a manifestation of my youth and insecurity. Life became a lot easier when I simply started being myself.

So we need to break through these limitations. We need to keep changing the attitude that raises our girls to be demure and our boys to be assertive, that criticizes our daughters for speaking out and our sons for shedding a tear. We need to keep changing the attitude that punishes women for their sexuality and rewards men for theirs.

We need to keep changing the attitude that permits the routine harassment of women, whether they’re walking down the street or daring to go online. We need to keep changing the attitude that teaches men to feel threatened by the presence and success of women.

We need to keep changing the attitude that congratulates men for changing a diaper, stigmatizes full-time dads, and penalizes working mothers. We need to keep changing the attitude that values being confident, competitive, and ambitious in the workplace—unless you’re a woman. Then you’re being too bossy, and suddenly the very qualities you thought were necessary for success end up holding you back.

We need to keep changing a culture that shines a particularly unforgiving light on women and girls of color. Michelle has often spoken about this. Even after achieving success in her own right, she still held doubts; she had to worry about whether she looked the right way or was acting the right way—whether she was being too assertive or too “angry.”

As a parent, helping your kids to rise above these constraints is a constant learning process. Michelle and I have raised our daughters to speak up when they see a double standard or feel unfairly judged based on their gender or race—or when they notice that happening to someone else. It’s important for them to see role models out in the world who climb to the highest levels of whatever field they choose. And yes, it’s important that their dad is a feminist, because now that’s what they expect of all men.

It is absolutely men’s responsibility to fight sexism too. And as spouses and partners and boyfriends, we need to work hard and be deliberate about creating truly equal relationships.

The good news is that everywhere I go across the country, and around the world, I see people pushing back against dated assumptions about gender roles. From the young men who’ve joined our It’s On Us campaign to end campus sexual assault, to the young women who became the first female Army Rangers in our nation’s history, your generation refuses to be bound by old ways of thinking. And you’re helping all of us understand that forcing people to adhere to outmoded, rigid notions of identity isn’t good for anybody—men, women, gay, straight, transgender, or otherwise. These stereotypes limit our ability to simply be ourselves.

This fall we enter a historic election. Two hundred and forty years after our nation’s founding, and almost a century after women finally won the right to vote, for the first time ever, a woman is a major political party’s presidential nominee. No matter your political views, this is a historic moment for America. And it’s just one more example of how far women have come on the long journey toward equality.

I want all of our daughters and sons to see that this too is their inheritance. I want them to know that it’s never been just about the Benjamins; it’s about the Tubmans too. And I want them to help do their part to ensure that America is a place where every single child can make of her life what she will.

That’s what twenty-first-century feminism is about: the idea that when everybody is equal, we are all more free.


(glamour.com, 4/8/2016)

Documentario (verrà proiettato al Circolo della rosa il 10/9/2016)

di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero  HD 50’

 

Ha inaugurato la Mostra del Cinema di Pesaro, è stato selezionato nei Festival Il vento del Nord (Lampedusa 2014), Lampedusa in Festival (2014), in concorso al Festival del Cinema Africano (Verona 2014) e al Peace Festival di Vittoria. Dopo le anteprime di Palermo e Catania, è stato richiesto per proiezioni al Cinema Trevi e al Maxi di Roma, a Cuneo, Sanremo, Torino, Ventimiglia, Mantova, Crema, Latina, Boves, Cremona, Novara, Napoli, Vienna, Trento, Santa Croce sull’Arno, Milano e alla Columbia University di New York.

 

 

Sinossi

Le tematiche affrontate dal film rivestono un tema di grande attualità: la migrazione, gli sbarchi, la tratta. Temi che riguardano, in misura esponenziale, la terra di Sicilia, oltre che l’Italia e l’intera Comunità Europea.

Il film oltre all’interesse suscitato dalle narrazioni di indicibili traumi e violenze, che spesso vengono taciuti dai media o raccontati in modo frettoloso e superficiale, è una denuncia del grave disinteresse opposto dall’Occidente europeo verso una tragedia umana dalle dimensioni gigantesche, che coinvolge milioni di esseri umani.

Le immagini e i racconti avranno, di certo, sullo spettatore e la spettatrice, l’impatto del cinema verità. Il racconto si snoda tra testimonianze dirette, generosamente, ma non senza difficoltà, accordataci dai migranti e dalle donne vittime di stupri e violenze, lungo un filo conduttore che cerca di trasmettere notizie e immagini su una delle più gigantesche tragedie di questo nostro tempo. Il documentario, arricchito da una bella fotografia, coinvolge, inoltre, nelle testimonianze, figure istituzionali, tra le quali la ex ministra Kyenge e persone che agiscono nel settore dell’accoglienza, la solidarietà sociale e l’integrazione.

Siamo certi che un pubblico generico e quello dei cinefili, troveranno, di certo, interessante quanto da noi raccolto tra mille difficoltà. Opposte, soprattutto, da coloro che, del commercio di esseri umani, fanno ragione di lucro, senza esclusione di chi è istituzionalmente preposto alla salvaguardia dei diritti civili degli esseri umani.

Il documentario  è arricchito dalle musiche originali del noto Quartetto Areasud.

 

Credits

Regia: Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero

Testi e sceneggiatura: Pina Mandolfo

Fotografia: Maria Grazia Lo Cicero

Riprese: Pietro Barabino e Davide Vallone

Narrazione: Gigi Simon

Montaggio: Marta Ruggiero

Musiche: Quartetto AreaSud

 

FILMOGRAFIA DELLE AUTRICI:

 

Pina Mandolfo. Sono autrice della sceneggiatura e della co-regia dei cortometraggi Carpe Diem (2007); Silenzi e Bugie (vincitore, nel 2006, del Sottodiciotto Film Festival di Torino e della Targa CIAS); della regia e della sceneggiatura del film Correva l’anno (2008); del soggetto e della co-sceneggiatura del film Viola di mare (2009, vincitore del NICE Festival di New York e Mosca e del premio Capri); del soggetto del documentario L’antigattopardo, Catania racconta Goliarda Sapienza (2012); della sceneggiatura e della co-regia dei documentari Donne, sud, mafia: videolettera dalla Sicilia (2013); della sceneggiatura e della co-regia del documentario Orizzonti mediterranei: storie di migrazione e di violenze (2014); Gesti di luce, viaggio sentimentale nei luoghi descritti da Maria Messina (2014); Come un incantesimo, viaggio sentimentale nel Golfo dei poeti sulle tracce di Mary e Percy Shelley (2014); lo spot Le parole per dirlo (2015) e il documentario Oltre il silenzio sulla rete dei centro antiviolenza in Italia (2016)

Ho curato festival e rassegne cinematografiche. Tra le altre: i cataloghi e l’organizzazione delle rassegne cinematografiche Il reale e l’immaginario (Catania1981);  L’immagine riflessa (Catania 1982);  Sesso, genere e travestitismi al cinema (Catania 1994); Sally Potter e Virginia Woolf, rappresentazione e autorappresentazione del femminile (Catania 1995); Vuoti di memoria, il ‘900 delle donne: film e documenti (Palermo 2006);

 

Maria Grazia Lo Cicero. Sono autrice dei cortometraggi: Bulli Belle e Billo (2003); Carpe Diem (2004);  Frammenti (2005); Silenzi e Bugie (2005 realizzato con Pina Mandolfo e vincitore, nel 2006, del Sottodiciotto Film Festival di Torino e della Targa Cias); Giusto…..è la vita (2005); Io forse ma firu (2006); Sara in rete (2007). Sono autrice della co-regia del film Correva l’anno (2008).  Sono co-autrice dei documentari: Donne, sud, mafia: videolettera dalla Sicilia (2013); Orizzonti mediterranei: storie di migrazione e di violenze (2014). Gesti di luce, viaggio sentimentale nei luoghi descritti da Maria Messina (2014); Come un incantesimo, viaggio sentimentale nel Golfo dei poeti sulle tracce di Mary e Percy Shelley (2014); lo spot Le parole per dirlo (2015) e il documentario Oltre il silenzio sulla rete dei centro antiviolenza in Italia (2016)

 

Commento

Abbiamo voluto dar voce al calvario dei migranti e delle migranti. Volevamo strappare loro storie di dolori. Non è stato facile. Spesso ci è stato opposto il silenzio. Un silenzio, talvolta, imposto da altri. Coloro che hanno accettato di  parlare ci hanno narrato l’indicibile. Ma la loro parola non giova a dar parità a rapporti umani diseguali. Ad avvicinare codici culturali troppo differenti. A impedire tutele, ricatti, terrore, violenze. Non giova la loro narrazione se prima  non rompiamo il nostro silenzio e il silenzio e l’abuso che circonda i loro pellegrinaggi fin oltre gli approdi. Il silenzi di chi, da altri mondi,  non opera per rimuovere le cause delle partenze.

 

 

Note di regia

Una delle tragedie di questo oscuro presente, poco raccontate o mal veicolate dai mezzi di comunicazione, è quella delle “tratte” delle migranti che approdano o sperano di approdare sulle nostre coste, in particolare Lampedusa, Pozzallo, Augusta.

Laggiù nella loro terra, luogo che possiamo definire l’altro capo del mondo, per le differenze dal nostro e le difficoltà materiali e socio-politiche in cui sono costretti, uomini, donne, bambini immaginano che lontano da lì troveranno un mondo migliore. Questa è l’illusione che li spinge e le spinge ad intraprendere lunghi viaggi “della speranza”, lontano da carestie, violenze, fame e miseria morale e materiale.

Gente che oltre alla miseria e alla disperazione, nella consapevolezza di mai più tornare, lascia affetti, storie di vita fin lì vissuta, con la consolazione di una vita migliore, di un futuro per sé e per i propri cari.

Noi qui, nell’ Occidente, in gran parte responsabile di quella miseria, sappiamo più di loro, quanto vane siano le speranze che li inducono a partire.

Incontreranno forse la morte, e in altri casi, respingimenti, umiliazioni e una miseria, spesso più grande di quella che si sono lasciati e lasciate alle spalle, perché è la miseria dello straniero senza storia e senza parola.

Ma di tutta questa tragedia umana, quella vissuta dalle donne ha un carattere esponenziale. Uomini e donne affrontano per mesi lunghi viaggi dall’entroterra africano verso le coste che li porteranno al di là del mare, affrontano fame, malattie, disagi d’ogni genere, pagano cifre enormi a scafisti senza scrupoli. Ma solo per le donne questa tremenda avventura ha un carattere estremamente più disumano. Ad esse l’aspetta l’ignominia della violenza, dello stupro, della devastazione fisica e morale. Se arrivano vive alla meta, sono devastate da quello che hanno dovuto subire. E spesso sono portatrici di gravidanze esito delle violenze subite durante quel viaggio che per esse è stato un doppio calvario.

E’ tempo che questo tragedia nella tragedia venga indagata e portata sotto gli occhi di una società che con il silenzio, diventa complice di una cultura misogina e violenta nei confronti dei soggetti femminili. Ci siamo volute introdurre nella vita di questi “soggetti”. Di quei soggetti che nelle tragedie dell’umanità diventano “terreno di conquista”, di scambio, di devastazione. Il nostro documentario ha voluto affrontare questa realtà troppo spesso nascosta e taciuta. Attraverso interviste e immagini di repertorio, abbiamo dato voce a questi esseri umani, alle loro esperienze, alle loro speranze, al legame reciso con la loro terra e con gli affetti materiale.

I colori dell’isola, l’umanità eterogenea faranno da sfondo a una vicenda universale e senza tempo, rivolta al pubblico di ogni età.

 

Traduzione di Fiorella Cagnoni dell’articolo di Barack Obama su glamour.com

A esser Presidente, ci sono parecchi aspetti complicati. Ma ci sono anche alcuni vantaggi. Conosci persone straordinarie in tutto il paese. Hai un ufficio dove puoi fare la differenza nella vita della nazione. Viaggi con l’Air Force One.
Ma forse il regalo più grande, e inaspettato, di questo lavoro è stato vivere “casa e bottega”. Per molti anni la mia vita s’era consumata in lunghi spostamenti – da casa, a Chicago – a Springfield in Illinois quando ero senatore dello stato, e poi a Washington da senatore degli Stati Uniti. Il che spesso ha voluto dire dover lavorare molto di più per essere il marito e il padre che voglio essere.
Negli ultimi sette anni e mezzo invece quel pendolarismo s’è ridotto a 45 secondi – il tempo necessario per andare dal soggiorno di casa all’Ufficio Ovale. Perciò ho potuto passare molto più tempo a guardare le mie figlie crescere, – e diventare due meravigliose giovani donne, intelligenti, spiritose, gentili.
Osservazione che per certi versi non è facile, – per esempio vederle prepararsi a lasciare il nido. Ma una cosa che mi rende ottimista per loro è che questo è un momento straordinario, per essere donna. Il progresso che abbiamo fatto negli ultimi 100 anni, negli ultimi 50 anni e, sì, anche negli ultimi otto anni, ha reso la vita per le mie figlie enormemente migliore di quanto fosse per le mie nonne. E lo dico non soltanto da Presidente ma anche da femminista.
Nel corso della mia vita siamo passati da un mercato del lavoro che sostanzialmente confinava le donne a una manciata di posizioni spesso mal pagate a un momento in cui le donne non soltanto costituiscono più o meno la metà della forza lavoro ma hanno ruoli direttivi in ogni settore, dallo sport allo spazio, da Hollywood alla Corte Suprema. Ho visto come voi donne avete conquistato la libertà di fare le vostre scelte su come vivere le vostre vite – i vostri corpi, le vostre educazioni, le carriere, le finanze. Sono finiti i giorni in cui c’era bisogno di un marito per procurarsi una carta di credito. In realtà molte più donne mai prima d’ora, sposate o no, sono finanziariamente indipendenti.
Quindi non dobbiamo minimizzare quanto lontano siamo arrivati e arrivate. Farlo sarebbe un pessimo servizio a chi ha speso la propria vita combattendo per la giustizia. Nello stesso tempo però, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per migliorare le prospettive delle donne e delle ragazze, qui e in tutto il mondo. Io continuerò a lavorare sulle buone politiche – dalla parità di retribuzione a parità di lavoro alla tutela dei diritti riproduttivi – ma ci sono alcuni cambiamenti che non hanno nulla che fare con l’introduzione di nuove leggi. In realtà il cambiamento più importante può essere il più difficile: è cambiare noi stessi.
Ne ho parlato a lungo nel mese di giugno al primo United State Summit delle Donne organizzato dalla Casa Bianca. Per quanto lontano siamo arrivati, siamo tutti ancora troppo spesso bloccati da stereotipi su come gli uomini e le donne dovrebbero comportarsi. Una delle mie eroine era la deputata Shirley Chisholm [1924 – 2005 NdT], prima (fra donne e uomini) afroamericana (e afroamericani) a correre per la nomination presidenziale di un grande partito [1972 nel Partito Democratico NdT]. Chisholm una volta ha detto: «Gli stereotipi emotivi, sessuali e psicologici sulle femmine iniziano quando il medico dice: È una bambina.» Sappiamo che questi stereotipi influenzano il modo in cui le ragazze vedono se stesse a partire da un’età molto giovane, facendo loro sentire che se non appaiono o non si comportano in una determinata maniera, sono meno meritevoli. In effetti gli stereotipi di genere ci riguardano tutti e tutte, indipendentemente dal genere, dall’identità sessuale, dall’orientamento sessuale.
Ora, le persone più importanti della mia vita sono sempre state donne. Sono stato cresciuto da una madre single, che ha trascorso gran parte della propria carriera lavorando per la crescita del senso di legittimazione e di autolegittimazione delle donne nei paesi in via di sviluppo. Ho guardato come mia nonna, che aiutava a crescermi, si è fatta strada in una banca soltanto fino a urtare il tetto di vetro. Ho visto come Michelle ha tenuto in equilibrio le esigenze di una carriera intensa e del metter su famiglia. Come molte madri che lavorano, era preoccupata per le aspettative e i giudizi sui modi in cui avrebbe dovuto fare mediazioni, sapendo che poche persone avrebbero invece messo in discussione le mie, – di scelte. E in effetti quando le nostre ragazze erano piccole io sono stato spesso lontano da casa, in servizio all’assemblea legislativa dello stato e contemporaneamente destreggiandomi con le responsabilità di professore di diritto. Adesso so guardare indietro e vedere che sì, davo una mano, ma per lo più secondo i miei orari e le mie scadenze L’onere, sproporzionato e ingiustificabile, è sempre ricaduto su Michelle.
Dunque mi piacerebbe pensare d’esser stato io abbastanza consapevole delle sfide uniche, eccezionali, che le donne affrontano – è questo ad aver formato il mio femminismo. Ma devo anche ammettere che quando sei il padre di due figlie diventi ancora più consapevole di come gli stereotipi di genere pervadano la nostra società. Vedi i segnali sociali – sottili, e non-così-sottili – trasmessi attraverso la cultura. La senti di più, l’enorme pressione cui sono sottoposte le ragazze per apparire, comportarsi e persino pensare, – in un determinato modo.
E quegli stessi stereotipi hanno riguardato la mia consapevolezza di giovane uomo. Crescendo senza un padre ho passato tantissimo tempo cercando di capire chi ero, come il mondo mi percepiva, e che tipo di uomo volevo essere. È facile assimilare tutti i messaggi della società sulla mascolinità, e arrivare a credere che ci siano un modo giusto e uno sbagliato, – per essere un uomo. Ma quando son diventato più grande ho capito che le mie idee sull’essere un tipo duro, o un tipo freddo, – semplicemente non erano me. Erano una manifestazione della mia gioventù e della mia insicurezza. La vita è diventata molto più facile da quando ho cominciato a essere nient’altro che me stesso.
Ecco, abbiamo bisogno di abbattere queste barriere. Abbiamo bisogno di continuare a cambiarlo, l’atteggiamento che educa le ragazze a essere pudiche e i ragazzi a essere assertivi, che critica le nostre figlie per aver parlato e i nostri figli per aver versato una lacrima. Abbiamo bisogno di continuare a cambiarlo, l’atteggiamento che punisce le donne per la loro sessualità ma premia gli uomini per la loro.
Abbiamo bisogno di continuare a cambiare l’atteggiamento che permette molestie di routine alle donne, sia quando camminano per strada sia quando osano andare online. Abbiamo bisogno di continuare a cambiare l’atteggiamento che insegna agli uomini a sentirsi minacciati dalla presenza e dal successo delle donne.
Abbiamo bisogno di continuare a cambiare l’atteggiamento che si congratula con gli uomini perché hanno cambiato un pannolino, che stigmatizza i papà a tempo pieno e penalizza le madri che lavorano. Abbiamo bisogno di continuare a cambiare l’atteggiamento che nei luoghi di lavoro dà valore a modalità sicure, competitive, e ambiziose – a meno che tu non sia una donna. Allora sei troppo prepotente, e all’improvviso le qualità ritenute necessarie per il successo finiscono per trascinarti indietro.
Abbiamo bisogno di continuare a cambiare una cultura che illumina d’una luce particolarmente spietata le donne e le ragazze di colore. Michelle ha parlato spesso di questo. Anche dopo aver raggiunto il successo, e per meriti e capacità proprie, lei aveva ancora dei dubbi; doveva chiedersi se era vestita nel modo giusto, se si comportava nel modo giusto – se era troppo assertiva, o troppo “incavolata”.
Come madri e padri, aiutare i bambini e le bambine a superare questi vincoli è un continuo processo di apprendimento. Michelle e io abbiamo educato le nostre figlie a far sentire la propria voce,  quando notano due pesi e due misure, o quando si sentono ingiustamente giudicate per il loro sesso o per la loro razza, o quando si accorgono che ciò accade a qualcun altro o qualcun’altra. È importante per loro vedere nel mondo modelli di ruolo salire ai livelli più alti di qualsiasi campo abbiano scelto. E sì, è importante che il loro papà sia femminista, perché così adesso è quello che loro si aspettano da tutti gli uomini.
È una assoluta responsabilità anche degli uomini, combattere il sessismo. Come mariti e partner e fidanzati, dobbiamo lavorare sodo e essere decisi nel creare relazioni davvero alla pari.
La buona notizia è che ovunque io vada, in tutto il paese e in tutto il mondo, vedo uomini e donne che respingono ogni datato presupposto sui ruoli di genere. Dai giovani maschi che hanno aderito alla nostra campagna per porre fine alle violenze sessuali nei campus universitari, alle giovani donne diventate le prime Army Rangers nella storia della nostra nazione, – la vostra generazione si rifiuta d’esser confinata da vecchi modi di pensare. E ci state aiutando tutti a comprendere che costringere le persone ad aderire a modelli identitari fuori moda e rigidi non è un bene per nessuno e nessuna, – uomini, donne, gay, etero, transgender, o altro. Questi stereotipi limitano la nostra capacità d’esser semplicemente noi stesse e noi stessi.
In autunno ci avvieremo verso una elezione storica. Duecentoquarant’anni dopo la fondazione della nostra nazione e quasi un secolo dopo che le donne hanno infine ottenuto il diritto di voto, per la prima volta è una donna – ad avere la candidatura presidenziale d’un importante partito politico. Indipendentemente dalle vostre opinioni politiche, questo è un momento storico per l’America. E è soltanto un esempio ulteriore di quanto le donne siano andate avanti nel lungo viaggio verso la parità.
Voglio che tutte le nostre figlie e tutti i nostri figli capiscano che questo, anche questo, fa parte della loro eredità.

[Manca qui la frase originale “I want them to know that it’s never been just about the Benjamins; it’s about the Tubmans too” perché il gioco di parole tra i biglietti da 100 $ con l’immagine di Benjamin (Franklin) e i (futuri) biglietti da 20 $ in cui (Harriet) Tubman spodesterà Andrew Jackson mi pareva, data l’ora e la stagione, troppo complicato e troppo inutile  da tradurre. NdT]


(www.libreriadelledonne.it, 4/8/2016)

di Elettra Deiana

[…]

L’arrivo della prima donna alla Casa Bianca – che da molti punti di vista potrebbe essere considerato oggi un dato solo fisiologico, e io credo che in gran parte sia tale, visto che le donne sono ormai in competizione con gli uomini ovunque si aprano gli spazi per farlo, e in Europa Angela Merkel lo testimonia alla grande, ma non solo lei – non è invece solo un dato meramente fisiologico. Di tutto questo ha parlato con acutezza Ida Dominijanni su l’Internazionale e consiglio la lettura del suo articolo.

Io voglio sottolineare che oggi i modi in cui tutto questo è avvenuto intorno a Hillary Clinton non può non essere collegato alla strabocchevole dimensione della crisi non solo dell’ordine maschile delle cose ma del maschile stesso, come concreta esperienza individuale e delle relazioni che contano tra uomini. Della loro antropologia politica, pubblica, di capacità di stare e rispondere alle incombenze del potere. Del come loro vivono il rapporto tra il personale e il politico e non sanno come destreggiarsi. Parla di questo, vistosamente, la resa delle armi di tutti gli uomini britannici di punta che sono stati protagonisti della Brexit e davanti al verdetto popolare sono fuggiti il giorno dopo a gambe levate. E hanno lasciato che delle donne subentrassero al loro posto. E Theresa May, la nuova Prima Ministra conservatrice ha fatto il suo gioco assumendosi tutte le responsabilità senza battere ciglio. Ha dichiarato che la Brexit è stata decisa col voto popolare e non si tocca e che lei contratterà con l’Europa le migliori condizioni possibili per il Regno Unito. E la grande apertura – il sorriso della Regina che la stampa ha sottolineato – con cui la nuova Prima Ministra è stata accolta a Buckingham Palace – dice di un’intesa tra donne che comincia forse a funzionare. E che invece non funziona più come aveva sempre funzionato tra gli uomini ed era la forza, il cemento del loro potere sociale e simbolico. Barak Obama e Bill Clinton si sono trovati d’accordo a fare un passo a lato rispetto alla nuova candidata, perché la vicenda storica va in questo verso e loro lo sanno: questo è emerso molto chiaramente, così come è emerso il gioco di squadra che alcune donne importanti hanno voluto fare intorno alla sentimentale parola d’ordine “Hillary alla Casa Bianca”.

Lo ha fatto alla grande Elizabeth Warren senatrice del Massachusetts, uno degli idoli progressisti più amati dall’elettorato democratico, in un affollato comizio a Cincinnati (Ohio), che è stato tra gli eventi più riusciti dell’intera campagna elettorale di Hillary. Lo ha fatto Michelle Obama, in un memorabile discorso pronunciato all’inizio della convention, che ha mandato in visibilio il Presidente. “Ti amo”, ha twittato.

Hillary Clinton dunque in lizza e forse Presidente. Le implicazioni di tutto questo al momento sono soltanto che delle donne subentrano al posto degli uomini e fanno quello che fanno gli uomini. Non c’è nulla di diverso, se non che si conferma un ordine della “normalità” delle cose che, a ceti livelli, non può che incoraggiare le donne che aspirano a mettersi in gioco. Ma questo, in assenza di altre politiche e di altre trasformazioni delle cose, accentua gli elementi di crisi della contemporaneità, non li risolve. Così come non vengono messe in discussione le strutture profonde del potere, a cominciare da quella economica, che restano saldamente in mani soprattutto maschili. E anche questo non è robetta. Se eletta, e personalmente non posso che augurarmi che venga eletta, Hillary Clinton con tutti i poteri in campo saprà giocarsela piuttosto bene : ha le competenze, è ostinata e ambiziosa come poche per farlo, si è fatta le ossa sul campo da lungo tempo. Ed è lei stessa soprattutto una donna di potere, con alle spalle una storia femminile dove l’ambizione del potere si è fatta via via a complice del potere stesso, quale esso è, e si è misurata su modalità dell’agire in campo pubblico che non si scostano dalle dominanti pratiche del potere stesso. Il tutto è poi permeato dal tradizionale tratto femminile – che i cambiamenti scaturiti grazie al femminismo non hanno cancellato – di una accondiscendenza, adattività o vera e propria complicità femminile al potere maschile e alle sue regole. E anche furbizia – che è il corrispettivo femminile della capacità tattica maschile – nello sfruttare tutte le occasioni che si presentano come riserva per il futuro, come carta che può venir buona domani. Nella nota vicenda di sesso che coinvolse Bill Clinton con una stagista, lei pubblicamente lo salvò perché salvarlo era il modo di scommettere sul suo personale futuro. Lo scontro finale con Trump , la campagna elettorale vera e propria il prossimo autunno, non sarà certo un pranzo di gala. L’isolamento istituzionale del candidato repubblicano non corrisponde a un suo isolamento tra gli elettori. Tutto il contrario. Lo scontento dell’ordinary people, cioè dei ceti medi, che sono da sempre la colonna portante del sistema democratico statunitense, continua a essere esteso. La tentazione di colmare la necessaria non coincidenza . perché democrazia ci sia davvero – tra il potere esecutivo e il potere democratico – affidandosi all’uomo forte, è ormai una tentazione che trova in Trump un forte riferimento. Hillary Clinton avrà dalla sua un consenso popolare e un partito che sono stati attraversati dall’impetuosa ventata di sinistra impressa a tutta la campagna da Bernie Sanders e, al programma elettorale in sede di convention, dall’ agguerrita pattuglia di delegati dello stesso Sanders. Il che ha significato che il programma elettorale dei democratici che ne è uscito è quello più a sinistra degli ultimi decenni. Insomma quello che sta succedendo negli Stati Uniti ha da molti punti di vista tutti i segni per contare grandemente sul futuro di tutti i noi. Sarò il caso di farci attenzione con molta cura.


(commo.org, 1/8/2016)

di Luigi Ferrarella

Ora come ora, senza regole, il divieto di maternità surrogata (nella quale una donna accetta gestazione e parto per conto di un’altra coppia) protegge la donna gestante dalla mercificazione: ma se il legislatore le assicurasse un diritto di ripensamento, e cioè «sempre e comunque» la possibilità fino all’ultimo di decidere di tenere il bambino anziché consegnarlo per contratto alla coppia committente, allora la maternità surrogata cesserebbe di «ledere la dignità della donna». È una motivazione double-face quella argomentata dalla sezione famiglia della Corte d’Appello di Milano, a latere di una questione invece più di nicchia sottoposta alla Consulta nel caso di un bimbo nato in India da una anonima madre indiana per conto della coppia italiana che poi lo aveva riconosciuto come figlio naturale: la questione della possibile incostituzionalità dell’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità del figlio minorenne, nella parte in cui non prevede che possa essere accolta dal giudice solo ove risponda all’interesse del minore stesso. La Corte ritiene «irriducibile il contrasto tra la maternità surrogata e il principio di dignità personale della gestante con riferimento alla mercificazione del suo corpo se degradato a solo strumento di procreazione “per contratto”, che la obbliga a disporre del proprio corpo come mezzo per fini altrui e a consegnare il nato ai committenti». In ciò la Corte trova il divieto di maternità surrogata non incostituzionale, ma tale da «garantire la tutela di fondamentali diritti della donna, violata nella dignità se vincolata in una “gestazione per altri” attuata nella logica dello sfruttamento e commercializzazione del suo corpo, particolarmente evidente nelle donne più vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo». Ma la presidente Bianca La Monica e le giudici Patrizia Lo Cascio e Daniela Troiani svolgono queste osservazioni in un contesto tutt’altro che ostile alla plausibilità teorica di maternità surrogata: infatti «potrebbe non ravvisarsi lesione della dignità della donna qualora le fosse consentito, con scelta libera e responsabile, di accedere e dare senso, in condizioni di consapevolezza, alla pratica“relazionale” della gestazione per altri, in un contesto regolamentato in termini non riducibili alla logica di uno scambio mercantile». E cosa dovrebbero fare queste futuribili regole? Soprattutto «garantire» alla donna gestante, «sempre e comunque, un “ripensamento”»: ossia «la possibilità di tenere per sé e riconoscere il bambino, non potendo imporsi alla donna per contratto (né per legge) di usare il proprio corpo a fini riproduttivi, e di essere o non essere madre».

(Corriere della sera, 28 luglio 2016)

Ma la legge può arrivare a tanto? Non dimentichiamo il detto popolare: fatta la legge trovato l’inganno (Nota della redazione del sito).

di Ida Dominijanni

[…] Bisogna cogliere lo sguardo d’intesa fra Obama e Bill Clinton, quando Obama dice “spero che non ti dispiaccia, Bill, se dico che non c’è mai stato nessuno, né io né tu, più qualificato di Hillary per la presidenza”, per vedere materializzarsi quel passo a lato degli uomini dai ruoli di potere che l’altra metà del cielo aspetta da decenni, in America e ovunque. Bisogna ricordare il terremoto che fu per l’immaginario politico patriarcale il crollo del muro fra personale e politico ai tempi del sexgate clintoniano, e apprezzare l’eleganza con cui Obama ha saputo fare del suo stile personale la sua cifra presidenziale, per capire quali cambiamenti della soggettività maschile abbiano preparato quel passo a lato. Bisogna aver colto il ritmo e la verità dell’intervento di Michelle Obama per sentire la forza dell’autorizzazione di una donna che ne sorregge un’altra in una sfida così alta. Il cambiamento è tale che travolge, migliorandola, la stessa immagine della protagonista.

Sì che proprio Hillary, che durante la sua lunga e tenace carriera ha cercato in ogni modo di neutralizzare la differenza femminile perché non apparisse d’intralcio alla sua ambizione paritaria, si ritrova al centro di una scena che quella differenza non la riduce ma la esalta. Nella città dei padri fondatori non si celebra il rito dell’annessione di una donna al piano più alto del potere maschile: si celebra piuttosto, lo nota acutamente il New York Times, il rito della femminilizzazione della Presidenza. L’immaginario politico volta pagina: se per più di due secoli ha associato l’inquilino dellaCasa Bianca alle virtù virili per eccellenza, forza, coraggio, decisione, adesso c’è bisogno della sensibilità, dell’ascolto, della capacità di tessitura di una donna. E se l’immagine della donna in questione è apparsa fin qui troppo fredda ecco che ci pensano proprio gli uomini a riscaldarla: Bill per primo, il candidato First Gentleman, l’ex presidente più seduttivo della ex First Lady, il marito indisciplinato ma da sempre e per sempre innamorato, che la presenta non come un algido catalogo di competenze ma come un mai sopito oggetto del desiderio, regalandole così l’investitura erotica che le mancava e di cui si sa che un leader, donna o uomo che sia, oggi non può fare a meno.

Arrivata divisa a Filadelfia la famiglia democratica ne esce unita, e ne esce unita proprio in quanto non ha nascosto sotto il tappeto la polvere dei suoi conflitti interni. Non è la prima volta: otto anni fa, ricorda Obama, “Hillary e io eravamo rivali, ed è stata dura, ve lo dico, perché lei è tosta e non molla mai, ma poi abbiamo fatto squadra, perché entrambi sapevamo che in gioco c’era qualcosa di più grande di me e di lei”. Adesso c’è di nuovo in gioco qualcosa di più grande di tutti i giocatori in campo. È l’America plurale e post-razziale di Obama, che non si può lasciare alla revanche bianca e proprietaria di Trump; è il sempreverde American dream, che non si può rovesciare in un American nightmare alimentato dalla paura, e se a Filadelfia lo dice Bloomberg che diventò sindaco di New York dopo l’11 settembre ci si può credere; è l’America di Black Lives Matter, che i muri li vuole abbattere e non innalzare; è l’America di Occupy Wall street, che un formidabile Sanders ha saputo far pesare nella contrattazione con Hillary contro i lasciti neoliberali di Bill; è l’America delle donne che nella prima donna alla Casa Bianca vedono la dimostrazione che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna.

Da questa America un backlash sotto le insegne di Trump è possibile, ma per chiunque ne abbia respirato l’aria è altresì improbabile, salvo che il mondo sia davvero impazzito. Non è vero che le bombe emozionali della destra raggiungano sempre il cuore e la pancia del popolo più della razionalità della sinistra: per una volta, a Filadelphia il cuore ha battuto di più che a Cleveland. Barack Obama, che il suo vice saluta come “uno dei migliori presidenti della nostra storia”, esce di scena con la stessa eleganza con cui c’è entrato, e quando lascia il palco abbracciato a Hillary sembra di nuovo giovanissimo e con una vita davanti, come dodici anni fa.

(Internazionale, 28 luglio 2016)


Intervista a María-Milagros Rivera Garretas, di Duoda centro di ricerca di donne dell’università di Barcellona. L’intervista è in spagnolo, pubblicata online da Laura Martínez Hortal della rivista Gansos Salvajes.

ENTREVISTA A MARÍA-MILAGROS RIVERA GARRETAS

Revista Gansos Salvajes , por Laura Martínez Hortal

 

1-¿Qué es para usted la libertad? Y cuáles cree que son los siguientes pasos que corresponde dar en el camino hacia la libertad femenina?

Para mí la libertad es una experiencia corporal mucho más que un derecho. Es una sensación de bienestar que viene de la vivencia de que el estar viva tiene sentido. Se presenta como una coincidencia que se da, de pronto, en ciertos contextos relacionales, entre las palabras, las cosas y mi cuerpo, con la sensación de que se juntan las piezas separadas del mundo. Es algo sencillo y corriente y, a la vez, raro y precioso, porque a una mujer que ama la libertad y, además, la busca, la cultura común se le queda pronto pequeña. El “más” femenino no cabe ahí y, entonces, ella necesita política, pero no una política cualquiera sino la política de las mujeres. Necesita fundar, crear en relación con otra u otras.

Por eso, la libertad femenina es una práctica. Empieza reconociendo autoridad a otra mujer, otra mujer que la genera. La autoridad no se deja poseer sino que, como ha escrito Lia Cigarini en la revista DUODA, existe en tanto que circula. Es una experiencia muy común en el feminismo, por ejemplo: vas a una reunión, alguna o algunas generan autoridad y, la que tú reconoces, te la llevas a casa y la incorporas a tu vida con la vivencia de felicidad y bienestar que da la coincidencia entre las palabras, las cosas, y tu cuerpo. Y se da, en toda su extraordinaria grandeza y potencia, en la relación entre madre e hija y, de modo distinto, en la relación entre madre e hijo cuando aprendemos de ella a hablar. En las zonas patriarcales del mundo, la autoridad, en cambio, se confunde con el poder y, por eso, en otros tiempos, incluso desfilaban armadas las “autoridades”.

2- ¿Qué es el feminismo de la diferencia?

Es, precisamente, la política de las mujeres y de la libertad femenina. En nuestra historia occidental (y no solo en esta pero es la que conozco un poco) predomina una noción de la libertad subordinada al individualismo. La diferencia sexual femenina, en cambio, se practica siempre en relación (soy diferente de) y coincide mucho con el elegir que eres mujer, sabiendo que no es objeto de elección (Librería de mujeres de Milán). Parece una paradoja y por eso es tan fértil, interesante y verdadera: nací mujer, elijo serlo, elijo no serlo, una y otra vez en la vida. En lo íntimo de mí, sé que esto es verdad. Sé que cuando mimetizo al hombre estoy eligiendo no ser mujer. El mundo es uno, los sexos son dos.

3- En los últimos años la palabra empoderamiento se escucha mucho para hablar de la mujer y lo femenino. ¿Qué opinión le merece esa palabra y la forma en la que se usa?

Empoderarse ayuda a hacer bien las cosas equivocadas. Los patriarcas que quedan en estos tiempos de final del patriarcado ansían desesperadamente que las mujeres los sostengamos precisamente haciendo lo que a muchos les gusta tanto hacer: ejercer el poder. Decía Simone Weil en el siglo XX que el poder degrada a quien lo sufre, sí, y degrada también a quien lo ejerce, porque petrifica. Empoderarse petrifica. Empoderarse no significa poder hacer lo que quieres hacer sino someter con más o menos intensidad a otras u otros.

4- Hace unos días, en las fiestas de San Fermín hemos podido ver que 5 mujeres han sido violadas. ¿Qué problemas sociales reflejan estos alarmantes hechos según su opinión?

No reflejan ningún problema social sino un gravísimo problema masculino y de la masculinidad actual. No es un problema social porque las mujeres formamos parte de la sociedad y no violamos. Es importantísimo no consentir que se nos atribuyan a las mujeres problemas ajenos porque, consintiéndolo, contribuimos a encubrir delitos de otros, en este caso delitos de delincuentes comunes.

5- En algunos aspectos no tenemos la represión de generaciones anteriores pero me interesa su opinión sobre el aumento de la violencia sexual con la generalización del acceso a una pornografía que violenta sistemáticamente a las mujeres. Personalmente veo una clara relación ¿y usted?

Sí, hay una relación entre el aumento de la violencia sexual y la pornografía, pero es una relación que no se cambia con prohibiciones. Hay que intervenir antes. En primer lugar, eligiendo (si es posible) siempre las mujeres el ser y hablar como mujeres. O sea, fortaleciendo la lengua materna y el orden simbólico de la madre (Luisa Muraro y Comunidad filosófica femenina Diótima). En segundo lugar, interviniendo en la opinión pública para señalar sin violencia que quienes ejercen violencia sexual son hombres; ello sin olvidar que no todos los hombres son violentos y que el serlo no le hace feliz a un hombre. Yo necesito un gran debate sobre la masculinidad y estoy intentando contribuir a plantearlo en nuestra web, en el espacio: La violencia de tantos hombres contra las mujeres http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/180/ Para poner la masculinidad en su sitio, un sitio que es una parte del mundo, no el mundo entero. Los sucesos terribles de los últimos días (asesinato y vejaciones de Jo Cox, Baton Rouge, Niza, Turquía, Munich, más los asesinatos constantes de mujeres por sus parejas hombre) son presentados en los medios de comunicación como si fueran problemas acuciantes de la humanidad, y no lo son. Son problemas acuciantes y gravísimos de la masculinidad actual, sea cristiana, sea islámica, sea occidental o no.

6- Fue fundadora del Centro de Investigación de estudios de las Mujeres Duoda de la Universidad de Barcelona y directora durante 10 años del máster de estudios de la diferencia sexual. ¿En qué consiste el máster y qué aporta a las alumnas?

El máster de Duoda es un oasis en el conocimiento universitario. Enseña a las alumnas a hablar como mujeres reconociendo y practicando la excelencia y la libertad femeninas. Y a hacerlo sin ir en contra de nadie. A esto le llamamos la política de lo simbólico, que consiste en poner en el mundo las maneras femeninas de verlo, de ver el mundo, tanto en el pasado como en el presente. Por eso decimos que es una inversión en la propia vida y (Diana Sartori) que es una maestría de libertad, dado que interviene en las condiciones mismas del saber. Puede cursarse entero online o de modo semipresencial.

Laura Martínez Hortal

www.gansossalvajes.com

di Maria G. Di Rienzo

La Nave delle Donne per Gaza, un progetto della “Freedom Flotilla Coalition” (coalizione composta da organizzazioni della società civile di diversi paesi) spiegherà le vele da Barcellona verso la Palestina il 14 settembre prossimo.

La Nave si chiama “Amal – Speranza” e trasporterà un gruppo di donne che hanno in mente di sfidare l’illegale assedio di Gaza, fra cui la Premio Nobel per la Pace Mairead Corrigan Maguire (che aveva già tentato di forzare il blocco nel 2010, con il vascello irlandese intitolato a Rachel Corrie); la drammaturga e poeta Naomi Wallace (che ha già fatto la stessa cosa, ed è finita in prigione, quando viaggiare dagli Stati Uniti a Cuba era proibito); Marama Davidson, donna politica neozelandese ambientalista e attivista per i diritti umani; Gerd von der Lippe, docente, giornalista e femminista norvegese che è da anni un’esperta sul campo della situazione palestinese.

La partenza da Barcellona ha elementi simbolici, poiché la città è gemellata con Gaza dal 1998 e nel 2005 a Gaza fu inaugurato il “Parco Barcellona della Pace” (distrutto dall’esercito israeliano nel 2009, fu ricostruito l’anno successivo). Allo stesso modo l’intenzione di costituire una flotta di navi “femminili”, di cui “Amal – Speranza” sarebbe solo la capostipite, mira a “sottolineare l’indomabile spirito delle donne palestinesi, che sono al centro delle lotte a Gaza, nella West Bank, all’interno della Linea Verde e nella diaspora”.

Gaza è bloccata da dieci anni, durante i quali ha subito innumerevoli attacchi e bombardamenti che hanno trasformato la vita della sua popolazione in un incubo. Perciò, dicono le organizzatrici, “tramite le missioni marittime di questo tipo portiamo attenzione internazionale alla loro sofferenza e alla loro resistenza. Non solo vogliamo sfidare l’assedio, ma anche portare solidarietà e un messaggio di speranza al popolo palestinese. Con il sostegno delle donne, degli uomini, delle organizzazioni non governative, dei gruppi della società civile e dei collettivi femministi in tutto il mondo, noi faremo accadere questo.”

Il programma a Barcellona è il seguente:

Lunedì 12 settembre 2016: Musica e festa al porto.

Martedì 13 settembre 2016: Seminari sulla resistenza nonviolenta, conferenzieri locali e tour delle navi.

Mercoledì 14 settembre 2016: Cerimonia di saluto e partenza.

La Nave delle Donne farà scalo in diversi porti del Mediterraneo occidentale prima di raggiungere Gaza il 1° ottobre.

(Lunanuovola, 24 luglio 2016)

di Cristina Obber

Ho 80 anni e ti lascio. Maria vive in una piccola città del nord Italia. Sei mesi fa ha lasciato suo marito, dopo 27 anni di matrimonio. Una storia d’amore nata in età matura quella tra Maria e l’uomo che durante tutta l’intervista lei chiama «questa persona», come a voler (man)tenere le distanze, ribadire la fine di ogni intimità.

Come mai l’ha lasciato?

«Perché ero diventata la donna di servizio, erano 20 anni che dormivamo in camere separate e mi chiudevo a chiave».

Come mai chiudeva la porta a chiave?

«Perché avevo timore di questa persona, capivo che era diventato cattivo nei miei confronti e chiusa a chiave mi sentivo più sicura. Ora dormo finalmente con la porta spalancata e mi piace».

C’erano stati episodi di violenza?

«Un giorno, mentre discutevamo, gli ho risposto a tono perché continuava ad offendermi e lui mi ha strattonato in maniera molto forte; ho minacciato di chiamare i carabinieri, poi non l’ho fatto; però gesti così li ha avuti diverse volte, e allora mi chiudevo».

Perché non l’ha lasciato prima?

«Per rispetto verso di lui e i suoi problemi di salute. Ha subito degli interventi e aveva bisogno di assistenza; ma anche nei momenti in cui dovevo lavarlo, vestirlo, mi ha sempre trattata male. La colpa è anche mia che l’ho viziato. In 30 anni non ha mai mangiato la stessa cosa, cambiavo menù tutti i giorni; non ero molto brava a far da mangiare, ma mi sono data da fare e ho imparato. Quando lavoravo cucinavo la sera. Lui doveva stare a dieta per il diabete, gli preparavo tutto pesato come stabiliva il dottore; mi diceva che era poco, che aveva fame, si arrabbiava e dava a me la colpa, bestemmiava e alzava la voce. In casa non ha mai mosso un dito, mi faceva la lista delle cose che aveva voglia di mangiare. L’amore è svanito, era rimasto l’affetto, ma ora è scomparso anche quello».

Gli ha mai chiesto di aiutarla nei lavori di casa?

«Una volta, perché la casa era grande, ma l’ha fatto a modo suo e ho dovuto rifare».

Quando vi siete conosciuti com’era?

«Cercavo di non farlo bestemmiare, ho sempre odiato quelli che bestemmiano. Ero innamorata, cercavo di comportarmi come voleva per non litigare, per il quieto vivere, sperando cambiasse. Ma non cambiano, anzi peggiorano. Sono stata molto stupida, dopo il matrimonio è precipitato tutto in fretta. Gli dava fastidio anche che io chiacchierassi con le persone, mi prendeva in giro se leggevo un giornale, si lamentava che un piatto non era buono come l’ultima volta, aveva sempre qualcosa da rinfacciare. È con la convivenza che conosci le persone. Ho fatto un elenco di quanto mi ha fatto piangere».

Un elenco?

«Sì, ho scritto in ordine cronologico tutte le cose che sono successe, nei vari periodi. Le ho scritte prima di venire via, per ricordarmelo, per ricordarmi tutte le parole. La mia giornata era pesante, il mio passare il tempo era pesante. Ci ho pensato per circa un anno, sono maturata alla mia età. Un giorno gli ho detto che le donne di servizio quando non stanno bene se ne vanno. “Ma tu sei pagata bene”, mi ha detto, perché mai immaginava che me ne sarei andata sul serio. Sono passata davanti a un’agenzia immobiliare, ho sentito che dovevo entrare; mi hanno trovato un appartamento piccolino, a 500 euro al mese. Con 900 euro di pensione devo stare attenta a ogni cosa, ma ne vale la pena. È un salto molto grande ma mi sono solo pentita di non averlo fatto molto prima».

Posso chiederle com’era la vostra vita sessuale?

«Dopo un paio d’anni di matrimonio non c’è più stata. Io mi rifiutavo perché per me non era piacevole, e penso neanche per lui, era più una valvola di sfogo. Lui non ha mai insistito, aveva problemi di prostata».

Come hanno reagito sua figlia, i parenti e i conoscenti di fronte alla sua scelta?

«Ne ho parlato solo con mia figlia, che ha capito. Avevo parlato con la mia vicina ma mi aveva detto: “Poverino, come fa senza di te con i problemi che ha?”. Ora ho cambiato zona, non devo dare spiegazioni, la gente è solo curiosa, avrebbe da ridire: se a lasciare è l’uomo nessuno dice niente, se è la donna è disgraziata. Ma io mi sento fortunata, non disgraziata. E non mi sento di raccontare, i problemi li sa solo chi sta molto in alto, mi rivolgo a lui prima di dormire».

Conosce altre donne che hanno lasciato il marito dopo essere andate in pensione?
«No, ma quando incontro le mie ex-colleghe al mercato la prima cosa che dicono dei mariti è “Non ne posso più”. Sono esasperate ma non pensano a una soluzione, si lamentano e basta. A tante donne vorrei dire “Meglio sole con i soldi contati che male accompagnate”».

Sua figlia l’aiuta?

«Non voglio aiuti, so che ce la farò con le mie forze. Però mi chiama due volte al giorno, sono tranquilla».

Com’è vivere sola?

«Sto bene, ho del tempo a mia disposizione che non ho mai avuto; ho sempre corso come una matta: fai la spesa, fai da mangiare, pulisci, stira. Lui aveva i suoi hobby, io non avevo tempo per niente. Non mi annoio, sono qui nella mia casina, trovo sempre qualcosa da fare, la spesa, la tivù, leggo. Ero sola anche prima perché ero una serva, non avevamo un dialogo. Pensi che non mi viene in mente la sua voce, non ci penso più al tono della sua voce. Mi sveglio e mi dico: “Ma com’è bello con la porta aperta!”».

(27esimaora, 24 luglio 2016)


sino al 28 luglio 2016

Castel dell’Ovo Napoli Sala delle terrazze

22 artiste da tutto il mondo (Francia, Germania, Grecia, Spagna, Svezia, Ucraina, Stati Uniti, Argentina, Perù, Australia, Nuova Zelanda, Italia) riunite con le loro opere nella splendida cornice di Castel dell’Ovo per la Mostra internazionale di arte contemporanea “22 MAD for Naples“, organizzata dalla gallerista Chantal Lora con il patrocinio del Comune di Napoli e del suo Assessorato alla Cultura e in collaborazione con l’associazione Vesuviani in cammino di Pollena Trocchia.

Nella Sala delle terrazze del castello che per tutti, insieme al Vesuvio, è il simbolo della “città più bella dell’Universo” (così la descriveva Stendhal nel 1817), sono esposti, fino al 28 luglio, i dipinti, le fotografie, le installazioni che Napoli ha ispirato alle 22 artiste selezionate che, dopo un soggiorno di due settimane in città, sono state invitate a trasporre in forma creativa le loro impressioni partenopee.

Ecco, dunque, la Tammurriata napolitaine di Olga Antonenko Lamoureaux, dittico in cui l’oro solare e il rosso incandescente si affiancano per ricordare che Napoli è, in primo luogo, calore, colore e passione. Si ispira al mito della sirena Partenope il dipinto di Juliana Chakravorty, che di Napoli ha apprezzato soprattutto la ricchezza culturale: “Si scoprono sempre nuove meraviglie”, ha detto l’artista. “La città, nutrita dalle influenze più disparate, ha il potere di armonizzare i contrasti”. E proprio i contrasti, ma di colore, caratterizzano l’installazione dell’unica artista italiana − e campana − Cristina Cianci, che nel suo Senza titolo rappresenta il blu scuro del mare, il rosso della lava del Vesuvio, il chiarore della luce mediterranea.

Ma Napoli, per alcune artiste, è soprattutto i suoi abitanti: per Maliem De Ava sognatori con lo sguardo rivolto al cielo che, in Naples et ses légendes, indossano la maglia di Maradona e scorrazzano in Vespa; mentre Elizabeth Baille preferisce ritrarre la realtà in fotografia, immortalando gli scugnizzi che si tuffano nelle acque cittadine in L’espoire de Naples, e Sarah Mitchell Munro, attraverso luci e ombre nel suo olio su tela, trasfigura Alessia, modella locale, in statuaria figura velata e impalpabile, pur ben presente nell’architettura.

Poi, lo sguardo delle pittrici si sposta sui paesaggi: ed ecco antiche rovine contrapposte a strade pittoresche nel dittico Soleil noir di Laurent Simon, che testimoniano “une irrésistible attraction, magnetique, pour Naples”; la visione oleografica di Andrea Harris del porticciolo in The fascinating island of Procida e quella da sogno di Malin Forsberg in Streets of Naples; la veduta solo apparentemente classica del golfo con il Vesuvio, in cui Serenella Sossi racconta i Contrasti napoletani tra la luce dei paesaggi da cartolina e il buio del disordine, della violenza, del dolore.

Tra le 22 artiste ‘pazze’ per Napoli (22, nella smorfia napoletana, è proprio il numero che indica ‘o matto) non poteva mancare un’attenzione affettuosa agli elementi ‘unici’ della città: per Graciela Montich The magic of Neapolitan balconies è proprio il vedere appesi, tesi dalle mollette sui fili del bucato, vestiti che nell’istallazione diventano più che altro vestigia del passato (anche qui non manca la maglia di Maradona).

Informazioni: Chantal Lora, Galleria Monteoliveto, http://www.galleriamonteoliveto.it/

Fino all’ultima riga. Viaggio nella lettura 1 e 2
(n. 108/2015 e n. 109/2016)
Due numeri interamente dedicati alle nostre/vostre scrittrici preferite, ai testi che hanno fatto la storia del femminismo o semplicemente la storia di chi ce li racconta: da Virginia Woolf a Charlotte Bronte, da Toni Morrison a Ursula Le Guin, da Magda Szabò a Elena Ferrante.

Abbiamo chiesto alle autrici qui pubblicate di raccontarSI sul legame con la loro scrittrice o con il loro romanzo preferiti. La risposta alla nostra chiamata è stata copiosa e positiva, tanto che abbiamo ritenuto che fosse opportuno confezionare due numeri della rivista anziché uno soltanto, con un unico editoriale.

Hanno scritto per noi: Leonetta Bentivoglio, Monica Capuani, Carol, Federica Castelli, Domitilla Cataldi, Paola Di Cori, Teresa Di Martino, Emanuela Giordano, Sara Gvero, Helena Janeczek, Gaia Leiss, Viola Lo Moro, Paola Masi, Ottavia Nicolini, Federica Paoli, Barbara Bonomi Romagnoli, Patrizia Sentinelli.

In questi due numeri diamo voce e spazio a chi della lettura ha fatto un mestiere (Libreria delle Donne di Roma – Tuba e Libreria delle Donne di Padova – Librati) e ripubblichiamo due testi sul tema del rapporto con i libri che ci avevano sorpreso e ci erano piaciuti nella rilettura fatta per il numero 100 di DWF: Perdite e Profitti di Vania Chiurlotto e Commento alla “Passione secondo G.H” di Luisa Muraro.

Infine, riproponiamo un testo di Rosetta Stella – uscito in DWF 2003, n. 4 – per ‘tenerla con noi’ e per rilanciare le sue parole, dopo la sua morte improvvisa in un maggio romano senza primavera.

Leggi: n. 108 e n. 109

(www.dwf.it, 22/7/2016)

di Laura Modini

 

Ho in mano il libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015): la foto di copertina, un bel b/n mi riporta agli anni ’70, a quel gesto mostrato dalle donne nelle piazze di tutto il mondo. Il titolo dice di una relazione forte e spesso contrastata, di rapporti, di un cambiamento radicale che è ancora in atto. Le autrici Luciana Tavernini e Marina Santini si richiamano esplicitamente al femminismo, che proprio detto da una mia giovanissima amica, ancor oggi si muove, anche se con minor visibilità.

 

Domando quindi alle due curatrici perché molte giovani donne, pur dicendo di essere un po’ femministe, non amano più questa parola, rifiutandola molto spesso.

 

Chi rifiuta la parola ‘femminismo’ forse non si rende conto che l’emancipazione individuale può essere un guscio vuoto, se non riconosciamo quello che le donne venute prima di noi hanno fatto nel passato, o che fanno nel presente, nella difesa dei diritti tradizionali e soprattutto per il nostro esistere nel mondo a partire da noi stesse. Abbiamo voluto indicare nel sottotitolo che è stata una rivoluzione che ci ha cambiate e non è finita: la libertà non è data una volta per tutte. Il gesto femminista dell’immagine degli anni ’70, che abbiamo scelto per la copertina, è ancora un gesto dirompente, scabroso, nonostante la rivoluzione sessuale abbia fatto il suo corso e ci sia l’indipendenza economica dagli uomini. Quelle mani unite hanno reso visibile, l’invisibile. Ed è stato ostentato nelle piazze. Un libro fotografico curato da Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, Il gesto femminista (DeriveApprodi 2014), ne ripercorre la simbologia nella storia di liberazione delle donne. Non è stato facile farlo accettare alla casa editrice. Noi l’abbiamo voluto e giocato con consapevolezza e ironia.

 

Ultimamente si è riaperto il dibattito sul femminismo con articoli che da un lato non negano il cambiamento: sempre più donne controllano la propria capacità riproduttiva, sorpassano i maschi negli studi, hanno progetti e non considerano la loro vita un destino, vanno e sono dappertutto e alcune star si dichiarano femministe. Dall’altro, misurando la realizzazione femminile sui parametri maschili, sottolineano un insuccesso, senza mostrare che molte donne vogliono altro. Cosa avete voluto fare con il vostro libro?

 

Come hai sottolineato tu, è in atto un tentativo di sostituire una rappresentazione del femminismo che non corrisponde all’esperienza di molte di noi. Il pericolo maggiore è per chi non lo ha vissuto, perché più giovane o perché seguiva altre strade. Queste narrazioni impediscono di vedere le scoperte e le pratiche che hanno permesso di trasformarci e trasformare il mondo. Noi due non volevamo però né darne un’immagine esaustiva, né farne un monumento che di solito si fa per i morti. Abbiamo voluto raccontare le lotte, le pratiche e le scoperte originali che hanno portato cambiamenti positivi nelle vite di donne e uomini.

 

Il libro è molto particolare, a pagine a sfondo bianco si alternano pagine a sfondo grigio, le foto sono numerose e pur piccole sono estremamente definite e molto belle. L’indice elenca numerosissimi contributi. Quali invenzioni avete messo in atto per costruire questa narrazione storica che si muove su diversi registri?

 

Il libro è un percorso intrecciato che utilizza diverse forme espressive.

Abbiamo scelto, per il racconto di base che si sviluppa in quattro parti, una narrazione soggettiva che mostra una relazione anche conflittuale, che poi si apre ad altre relazioni.

Si inizia con una lettera di una madre a sua figlia, che sbuffando le aveva replicato: “Ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?” Continua poi con il diario di una situazione a due e quindi di un incontro in un luogo pubblico e termina con una lettera, questa volta della figlia alla madre. La narrazione, che costituisce il filo conduttore, lega concetti e parole sempre a situazioni concrete: non volevamo che risultasse ideologica.

In parallelo, come in uno spartito, si intrecciano 58 testimonianze scritte dalle stesse donne che le firmano e da qualche uomo. È stato un lavoro lungo perché ogni testo è stato costruito attraverso un dialogo con noi due sia prima della stesura sia man mano col procedere della scrittura. Abbiamo chiesto di raccontare un episodio, una situazione che potesse rendere l’esperienza del proprio femminismo, che mettesse in luce un guadagno, senza negare difficoltà e conflitti. Abbiamo insistito sulla brevità e sulla concretezza, collegando ciascuna testimonianza a una parola chiave o a un concetto della narrazione fatta da noi due. Così troviamo femministe “storiche” come, ad esempio, Lea Melandri, Luisa Muraro, Lia Cigarini insieme a sindacaliste, insegnanti, artiste…donne giovani e meno giovani. Raccontano di come nasce uno slogan, di come ci si inventa il lavoro partendo da una passione, delle lotte degli anni Settanta, riflettono sulla maternità, sull’educazione, sulla condizione delle migranti… Le 100 fotografie sono inserite nel testo e a corredo delle testimonianze. Sono quasi tutte inedite, scelte per superare l’idea di un femminismo solo di piazza. Le didascalie poi ampliano il racconto e consentono ulteriori approfondimenti. Abbiamo anche voluto inserire riferimenti ad altre epoche in un continuo andirivieni tra presente e passato, perché sempre ci sono state donne libere che hanno mantenuto la capacità di pensare, agire e dirsi a partire da sé senza farsi rinchiudere nelle regole del patriarcato.

 

Ho trovato interessanti e stimolanti i titoli dei vari capitoli: tutti con riferimento a testi classici del femminismo. Come mai questa scelta?

 

Innanzi tutto sono stati significativi per noi. E poi rimandano al contenuto del capitolo. Il primo Le parole per dirlo propone parole risignificate o inventate per dire l’esperienza femminile, come estraneità, fine della doppia militanza, autocoscienza e tante altre; il secondo Noi e il nostro corpo parla della diversità tra liberazione e libertà sessuale, della contraccezione, del divorzio, del dibattito sull’eliminazione del reato d’aborto con le riflessioni su autodeterminazione, depenalizzazione o legge …; il terzo Le tre ghinee ci porta nei luoghi delle donne, dai collettivi alle comuni, alle imprese femminili, all’arte, cinema, teatro…; il quarto Immagina che il lavoro affronta i temi della conciliazione, chiamata allora “camomilla del vero male”, del salario al lavoro domestico, del “doppio sì” alla maternità e al lavoro pagato, ci parla dell’ esperienza delle “150 ore” ad esempio per le casalinghe di Milano e per le metalmeccaniche e le tessili di Brescia, della femminilizzazione della scuola che ha portato alla pedagogia della differenza e all’autoriforma…

 

Mi rendo conto che senza una rigorosa ricerca documentale non sarebbe stata possibile la ricchezza e precisione delle informazioni di cui il libro è abbondante, ma ho notato che non utilizzate mai le note che io apprezzo moltissimo. La cronologia sembra non così fondamentale, eppure è un libro di storia ma sembra che vada oltre, fino a sembrare un’opera letteraria, e infatti anche così io l’ho apprezzata. Come avete proceduto nella stesura del libro.

 

Ci occupiamo di insegnamento della storia e di ricerca da oltre trent’anni in una comunità femminile fondata da Marirì Martinengo, in cui sperimentiamo diversi modi per rispondere al bisogno di storia che gli esseri umani hanno, a partire proprio da ciò che di nuovo i desideri e la visibilità delle donne mettono in gioco. Il libro va in questa direzione. Anche nel modo di scrivere.

La scrittura infatti è stata a quattro mani, nessun pezzo è stato scritto dall’una o dall’altra, e ogni episodio che abbiamo inserito è documentabile. Per noi lavorare insieme è stato un piacere, durato sette anni, che continua tuttora per le varie iniziative di confronto sul libro. Il piacere di lavorare in due richiama la relazione con la madre, che per le donne è fondante essendo dello stesso sesso.

In varie fasi della stesura abbiamo sottoposto il testo alla lettura di amiche e di giovani, di donne e uomini: e delle loro indicazioni abbiamo fatto tesoro. Ne diamo in parte conto nei ringraziamenti.

E così, come abbiamo già detto, vi è stata una forte relazione anche nella scrittura delle testimonianze. Per alcune è stato un modo per ripensare e trovare una modalità di raccontare che poi ha dato loro la capacità di dirsi in altri contesti. La ricerca delle fotografie, non facile perché allora le foto erano rare, è stata frutto della fiducia che abbiamo creato e di molte scelte condivise. Abbiamo scelto di segnalare, nelle didascalie, solo le persone nominate nel libro, così come nella bibliografia abbiamo indicato solo i libri citati. Non abbiamo voluto fare un censimento, del resto impossibile per un movimento che ha coinvolto e coinvolge milioni di donne. Abbiamo voluto creare delle aperture per una ricerca personale, facilitata oggi dalle possibilità offerte dalla rete.

 

Certamente la scrittura usata è soggettiva, a più voci, in cui le relazioni sono vive, intrecciate, mettendo sempre in gioco la soggettività di chi legge. Mi fa pensare che anch’io mi sento parte di questa storia. Ho scoperto, regalando questo vostro libro ad alcune mie amiche che mette in moto un desiderio di ripensare alla propria storia facendone scaturire la voglia di narrarla. E allora chiedo che cosa vi ha spinto a questa bellissima narrazione?

 

Noi non siamo indicate come autrici ma come curatrici: nel nostro caso la cura era un’attenzione a far emergere l’inaspettato, a lasciar spazio alla presenza dell’altra con la sua unicità, senza sovrapporre la nostra voce. Volevamo si mostrassero la molteplicità delle esperienze e gli intrecci relazionali.

L’idea del libro è nata dopo la partecipazione di Marina al gruppo che ha prodotto la mostra Noi utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani su 40 anni del movimento delle donne a Milano. Marina nelle sue classi non parlava esplicitamente di femminismo, lo esprimeva nell’attenzione alla singolarità di ciascuno e ciascuna, invitando a partire da sé, creando attività con le sue colleghe, portando testi di scrittrici e filosofe, e tanto altro. Le sue allieve ed allievi, dopo aver visto la mostra hanno cominciato a chiedere e a esprimere il desiderio di conoscere. Un ragazzo stupito ha detto: “Ne avete fatta di strada!” La mostra è stata l’oggetto di mediazione che ha aperto un’interlocuzione e il libro vuole appunto permettere questo.

 

(LeggereDonna n° 171 Aprile-maggio-giugno 2016)

di Luisa Cavaliere

Universo femminile. Ritorna il racconto collettivo per un confronto necessario che rifiuta derive individualiste e superate disparità di genere

Torna «un mare di donne». Lo pensammo, qualche anno fa, come un racconto collettivo e, insieme, come la traccia materiale di tante singolari tà capaci di dar conto dell’universo, della filosofia, della storia, dell’etica, dell’economia, della religione. Ascoltammo voci inedite e differenti che narravano dei loro paesi,delle loro culture, dei loro sogni, della politica come strumento utile per rendere migliore il rapporto con la realtà, del mare cheavevano attraversato, delle disparità disseminate sui loro insicuri percorsi, della violenza, della forza. Parlammo di noi, del luogo di confronto che volevamo costruire per pensare e giudicare, generare simboli: del nostro rifiuto di tutte le derive individualiste, di tutte le culture «per donne», del nostro desiderio di un mondo che prevede, si nutre e legittima anche la libertà femminile.
Un mondo che non separa la vita, i sentimenti , la morale, la politica, l’etica e che tiene tutto insieme, tutto connesso nell’esperienza e nel pensiero che essa produce. Un mondo che coglie il tratto distintivo dell’umano nella relazione necessaria con l’altro/a . Che vede la natura, il paesaggio, tutte le creature viventi non come presenze indifferenti sulle quali fare agire il proprio ebete dispotismo suicida ma,come indispensabile scena su cui misurarsi. Un mondo senza conformismi, senza regole esangui che chiedono e impongono di adeguarsi ad esse per essere accettati sacrificando magari la parte più significativa della propria singolarità. Un mondo dove gli stili di vita si radicano in antiche feconde abitudini che nel presente trovano altre ragioni, altre prospettive, altre stagioni, un altro tempo.
Parlarono e si raccontarono donne e uomini. Costruimmo una brevissima stagione. di confronto che si infranse, come spesso accade, sulla esiguità delle risorse e, forse, sull’affievolirsi del desiderio che la sostenevano.
Ora riprendiamo ma non come «se niente fosse» stato. Riprendiamo quel filo che non diventò tessuto, trama consolidata, riallacciando il presente a quel breve, intenso passato.
Ci teniamo il titolo, «Un mare di donne», allusivo di una forza che è anche speranza.
E ci teniamo quella sua traduzione in arabo che era il segno di una lingua che non si chiudeva nelle sue parole europee e ne cer-cava differenti per raccontare altre storie .
Insieme al titolo manteniamo il metodo che assume le storie di vita come fonte, strumento insostituibile per conoscere ciò
che accade e per pensare se c’è ancora tempo per cambiare il mondo.

(Corriere del Mezzogiorno, 21 luglio 2016)