Alla fine del 2015 è uscito un libro agile che ha un titolo significativo, Sguardi stranieri sulla nostra città (Battei, Parma 2015). Curato da Marco Deriu, sociologo all’Università di Parma, è un viaggio nella geografia interiore di patimenti, speranze, delusioni e conquiste di chi migra da paesi lontani e approda a Parma, un’agiata cittadina del Centro-Nord. Attraverso gli occhi di chi arriva, vediamo questo angolo di mondo e possiamo ricostruire la mappa degli spazi esteriori e interiori che appartengono a chi straniero non è.
La scrittura è a più mani, Marco Deriu collabora con le volontarie dell’associazione Parma per gli Altri per elaborare il materiale raccolto dalla viva voce di donne e uomini migranti, che da tempo abitano in città. Tutte e tutti si misurano con la propria storia. Innanzi tutto con la necessità di partire dal paese d’origine, per mancanza di prospettive o per necessità di fuggire da guerre e soprusi. “Stavo lasciando un lavoro, la mia terra. Poi ho ragionato: in Senegal è dura e impossibile, in Italia è dura, ma possibile” (pag. 24). Si misurano con le conseguenze della loro partenza, quel fardello pesante fatto di bisogni e aspettative di chi resta e obbligo di farcela per chi se ne va. “Mi hanno detto di andare per proteggere la mia famiglia, per portarle aiuto. Hanno speso un sacco di soldi per farmi arrivare qua. Ci sono delle persone da noi che per mandare i figli fuori dal paese vendono anche la terra. Ma se uno ha venduto la sua terra, e qua non trova niente, non può fare nulla, e anche la sua famiglia sta male, perché non ha più nulla, è sulla strada” (pag. 28). Tutte e tutti si misurano anche con ciò che trovano una volta arrivati qui, lo straniamento dell’impatto con la nuova realtà, le perle preziose dell’accoglienza, i piccoli grandi gesti che riscaldano il cuore e danno un orientamento nell’ignoto, l’incontro con cultura e valori spesso distanti da ciò che si sente nel profondo.
È questo il punto che mostra la maggior ricchezza del libro: l’immigrazione, per il tramite delle parole di donne e uomini migranti, diventa il soggetto che parla di noi, non l’oggetto del discorso, il tema scottante su cui intervenire, e invita chi legge a una messa in discussione di verità e pregiudizi attraverso lo specchio dell’altro.
“Qui la gente ti lascia tranquillo. Nessuno ti guarda, puoi fare quello che vuoi, basta che non dai fastidio a nessuno. E questa è una cosa bellissima. Sei più libero” (pag. 11 e 104). L’invisibilità è per Hamed patimento e insieme fonte di piacere, perché, come sottolinea Faisal, in Africa “non sei mai solo, neppure di notte e a volte si sente il bisogno di vivere momenti di riflessione” (pag. 94). Come in uno specchio, qui possiamo scorgere la nostra indifferenza, la diffidenza, la paura del contatto, il senso del possesso. “Qui devi star sicuro, devi star ricco, devi fare l’assicurazione. Devi mettere anche una pistola in casa. Tutto questo nel caso arrivi qualche problema. Ma arriva lo stesso, anche se metti un militare con te a casa; se arriva, arriva” (pag. 15). Emerge in modo chiaro il nostro stile relazionale, sbilanciato sulla strumentalità e sull’apparenza. “Da noi condividi quello che sei. Da voi si cerca di dare un’immagine migliore” (pag. 39). Non sono verità assolute, frasi di lapidaria condanna. La complessità dei vissuti e delle esperienze è presente nelle parole che riconoscono la gentilezza, l’amore caritatevole, il rispetto umano di chi accoglie. Sono tuttavia sguardi che toccano contraddizioni vive, tanto più per quelli di “noi” che fanno solidarietà, se il movimento del dono cela un senso di superiorità, che deriva dalla distanza tra chi dà e chi riceve. Ogni tassello del mosaico che compone il libro, ci interroga attraverso lo sguardo dello straniero prossimo a noi: casa, educazione, lavoro, lingua, bambini, anziani, corpi, morte, comunità, cibo, feste, diventano pezzi di un paesaggio che, forse, possiamo iniziare a comporre davvero insieme. Perché “l’intercultura non è là dove la si vorrebbe trovare, non è dove vorremmo portare i nostri articoli o i nostri doni. Non nei convegni sull’intercultura, ma nelle panchine sotto casa” (pag. 21).
(“Autogestione e politica prima” Agosto 2016)
A Giugno 2016 è stata inaurata la Libreria Antigone
Tanti auguri da parte della Libreria delle donne di Milano
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l progetto della libreria Antigone ha come obiettivi la diffusione della cultura e delle sottoculture lgbit*q e femministe, con particolare interesse per la produzione di testi, riviste, saggi e romanzi concernenti la sessualità, il genere e le relazioni tra i generi, la storia e la produzione teorica dei movimenti femministi e lgbtiaq , l’educazione e la lotta alle discriminazioni, le sessualità, le relazioni affettive, sentimentali e sessuali e le produzioni accademiche dei gender and queer studies.
Una libreria che a partire dall’ intersezione propria degli studi di genere e queer possa riproporre materiali e strumenti utili per i diversi approcci e le diverse discipline valide a scoprire e approfondire l’ampiezza di tali studi: psicologia, sociologia, antropologia, diritto, geografia delle sessualità, medicina, studi postcoloniali, letteratura, arte e storia i principali settori per i quali il progetto della libreria intende offrire costante offerta, non limitandosi ai testi in lingua italiana (originali o tradotti) ma puntando ad importare dall’estero copie in lingua originale, soprattutto per quelle produzioni non ancora tradotte dall’editoria italiana.
La libreria Antigone vuole essere un punto di incontro, un luogo di costruzione di relazioni, intese come unico strumento indispensabile per la crescita culturale e umana di ognuna / ognuno, e per favorire ciò l’impegno sarà rivolto al mantenimento di un ambiente sicuro, piacevole, utile, attraversabile da chiunque, all’aggiornamento costante e alla reperibilità dei testi concernenti la specializzazione della libreria e all’organizzazione di presentazione di libri e/o performance artistiche.
Crediamo che la diffusione della letteratura a tematica femminista, lgbt e queer sia un tassello indispensabile per la costruzione della cultura del rispetto delle minoranze , delle donne, delle sessualità, delle soggettività lesbiche, gay, bisessuali, intersex, asessuali, transessuali, transgender, queer e non conformi dal punto di vista binario del genere; rispetto inteso non solo come antidoto per le discriminazioni, ma come partecipazione attiva, curiosità, messa in discussione, capacità di confronto e inclusione.
A chi ci rivogliamo? Ai cittadini e alle cittadine nativi/e e migranti della città, a chi è di passaggio, a chi cerca un luogo di confronto e a chi cerca qualcuno/a a cui fare domande o a chi pensa di poter dare delle risposte; alle donne e alla comunità lgbtiqa, agli studenti e alle studentesse, alle famiglie e ai loro bambini/e, ai singoli individui, a chi cerca strumenti per costruire una cultura e una società migliore, e soprattutto a te, perché se stai leggendo queste righe significa che in qualche modo ti interessiamo.
Libreria Antigone “I muri ribaltati diventano ponti. “
Angela Davis
Elena Ferrante è il nome che si è data l’autrice di due romanzi pubblicati dalla casa editrice e/o di Roma, L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002), romanzi che hanno avuto un notevole successo di pubblico e di critica, come si usa dire. I suoi editori, Sandra Ozzola e Sandro Ferri, hanno protetto l’anonimato della scrittrice facendosi intermediari tra lei e chi voleva contattarla, per interviste o altro. In questo modo hanno raccolto un certo numero di lettere e scritti di lei che, alla fine dell’anno scorso, con il suo consenso, sono stati raccolti e pubblicati in un volume intitolato La frantumaglia. Tutte le citazioni che seguono provengono da questa raccolta.
La frantumaglia è un vero libro, nonostante la maniera in cui è stato composto, lo è perché lo anima un pensiero di notevole energia. E quella che ha scritto i diversi testi che lo compongono, ha la capacità (forza, libertà, dono?) di dire quello che pensa così come lo sente. Io qui non farò niente che somigli ad una degna recensione, ne cavo solo elementi per qualcosa che ho dentro da mesi, anni, che è di riuscire a pensare quello che ci sta capitando, specialmente fra donne e uomini, e perciò di farmi l’orecchio alla lingua corrente, perdendo un certo linguaggio che ci rende preziose e scontate.
Non tutte sono d’accordo con questa critica, lo so. Lo sarebbe però la Ferrante, almeno per quel che mi riguarda personalmente. C’è infatti un passo in cui mi cita in maniera tutt’altro che lusinghiera. L’antefatto: per contentare i suoi editori che sono diventati anche suoi amici, lei ha scritto un testo per il loro catalogo, mettendosi così sulla “china della scrittura a comando”. Scopre che è facile, che le piace, si sente pronta a scrivere di qualsiasi cosa, dice. E per dimostrarlo fa un elenco ironico di temi con relativo svolgimento. Comincia con un tema ridicolo (festeggiare l’auto nuova dei suoi editori) ma arriva presto ad un tema serio, così almeno lo considereremmo noi e forse lei stessa, “l’urgenza femminile di imparare ad amare la madre”. E si mette a svolgerlo, come si fa con un tema di scuola. Comincia con un episodio autobiografico, molto vivo, dopo di che, scrive, “troverò una strada per svolgere il mio compitino fino a citare ad arte Luce Irigaray e Luisa Muraro” (p.20).
Non faccio commenti, perché il commento lo fa lei e io lo condivido, non importa qui stabilire se la cosa risalga al libro stesso (intendo L’ordine simbolico della madre) o all’uso che ne abbiamo fatto.
Più avanti, in risposta a Goffredo Fofi, che le ha chiesto se abbia una cultura psicoanalitica e femminista, scrive: sì, da lettrice e da ascoltatrice muta mi sono interessata un poco alla psicoanalisi e, di più, al femminismo. Aggiunge che si sente vicina al pensiero della differenza, ma… E così arrivo al punto che m’interessa sottolineare: “Ma mi sono lasciata prendere anche da molte altre cose che hanno poco a che fare sia con la psicoanalisi che col femminismo, che con la riflessione odierna delle donne” (p. 60). Lasciarsi prendere da altre cose, questo ci capita a tutte, di solito, a meno di patologiche fissazioni. Il difficile, almeno nella mia esperienza, è di tenere presenti queste altre cose nella loro autonomia, perché dicano quello che hanno da dire, senza subordinarle al già pensato né ricacciarle nell’insignificante: tenerle lì, davanti a me, altre e vicine, come parte di un mondo che m’insegna la parzialità del mio pensiero. Senza per questo invalidarlo.
[… ]
di Michele Giorgio
Territori Palestinesi Occupati. Per le amministrative dell’8 ottobre numerose liste indipendenti hanno scelto di non pubblicare i nomi delle donne candidate rendendole identificabili solo come «Moglie di… », «Sorella di…».Lo sdegno delle attiviste dei diritti delle donne
Per chi andrà alle urne l’8 ottobre non sarà facile dare il voto a tante donne palestinesi candidate per il rinnovo dei consigli municipali in Cisgiordania e a Gaza. A meno che non intervenga la Commissione elettorale per mettere fine allo scempio che sta avvenendo. Numerose liste locali, indipendenti ma in realtà legate ad alcune delle principali formazioni politiche, incuranti di ciò che prevede la legge elettorale – i candidati devono essere pienamente identificati per nome, età, indirizzo – hanno scelto di non pubblicare i nomi delle donne candidate. Al posto del nome c’è scritto «Moglie di… », «Sorella di…». In pratica sono identificabili soltanto attraverso i familiari maschi più stretti. E non potranno essere riconosciute neppure dalla loro immagine sui manifesti elettorali perchè è già stata o sarà sostituita con un fiore o una colomba.
La donna glorificata durante l’Intifada, identificata con nome e cognome da “martire” e mostrata nei poster affissi in giro per le città, invece secondo i leader di queste liste “indipendenti” va nascosta, resa anonima e senza volto quando, da viva, partecipa alla vita pubblica. Di fronte a ciò restano in silenzio i due partiti più grossi, Fatah e il movimento islamico Hamas. E con essi l’Autorità nazionale palestinese e il suo presidente Abu Mazen che pure hanno approvato leggi e firmato trattati internazionali contro le discriminazioni nei confronti delle donne.
Le quote rose (20%) sono una realtà già da alcuni anni nei Territori palestinesi occupati ma, a quanto pare, sono state recepite come una imposizione dal sistema patriarcale che prova ad aggirarle assieme alle iniziative per favorire la partecipazione delle donne in politica. «Dopo anni di lotta per tagliare traguardi mai raggiunti da gran parte del Paesi arabi, oggi le donne di Palestina si ritrovano a fare marcia indietro», dice con amarezza al manifesto Amal Kreisheh, storica attivista palestinese dei diritti delle donne. «Purtroppo le sostituzioni dei nomi non sono casi isolati – aggiunge -, riguardano tante località anche della Cisgiordania. Significa che non c’è riconoscimento dei diritti fondamentali della donna da parte dei promotori di queste liste elettorali, evidentemente appoggiate da segmenti significativi della società». Kreisheh punta l’indice contro l’Anp e non manca di rivolgere critiche anche alla sinistra. «L’Anp ha un atteggiamento ambiguo – spiega – da un lato approva leggi per l’uguaglianza tra i sessi e poi non muove i passi necessari per farle applicare e per far rispettare i diritti conquistati dalle donne». La sinistra, aggiunge Kreisheh «si limita ad applicare al minimo le quote rosa e non avvia una campagna ampia e incisiva a favore dei diritti delle donne».
Le proteste non mancano e non giungono solo dalle organizzazioni di donne. Qualcuno denuncia «l’islamizzazione della società palestinese» e fa riferimento alla “awra” il principio religioso che stabilisce che siano coperte determinate parti del corpo umano. A ben vedere però la sostituzione dei nomi delle donne candidate è figlia più di comportamenti imposti dalla società tribale che domina soprattutto nelle zone rurali. Se è vero che tra i giuristi islamici prevale il principio che la donna sia tenuta coprire tutto il suo corpo, compresi i capelli, ad eccezione del viso, delle mani e dei piedi (alcuni, soprattutto i salafiti e wahhabiti, invocano una copertura completa), allo stesso tempo la tradizione religiosa non presenta un divieto esplicito della pubblicazione dei nomi delle donne. «La società patriarcale e tribale ci mostra ancora tutta la sua forza», commenta Amal Kreisheh avvertendo che le donne palestinesi non resteranno a guardare e continueranno a lottare per i loro diritti.
Sulla piega che sta prendendo la campagna per le amministrative di ottobre, interviene anche Luisa Morgantini, ex vice presidente dell’Europarlamento e da molti anni impegnata sul terreno dei diritti delle donne palestinesi. «Incontrando Leila Ghanem, che è una governatrice, ho espresso la mia indignazione» spiega Morgantini in questi giorni a Ramallah «perché tutte le battaglie fatte dalle donne (palestinesi) per le quote rose e per essere protagoniste anche nella vita politica vengono ora distrutte da questa visione (della donna) che emerge da facebook e nelle liste elettorali. Mi auguro che le proteste riescano a fermare chi vuole dare una rappresentazione della donna solo come la moglie di questo o la sorella di quello».
Naima Abu Taima, che si occupa di parità di genere al Media Development Center dell’università di Bir Zeit (Ramallah), è a favore del boicottaggio del voto da parte delle donne. «Essere rappresentate a questo modo è umiliante, che gli uomini vadano alle urne da soli. Noi dobbiamo farlo solo se saranni rispettati i nostri diritti». Amal Kreisheh da parte sua ritiene il boicottaggio del voto un punto molto delicato. «Da un lato quanto vediamo ci spingere a non partecipare alle elezioni, dall’altro questo voto rappresenta un momento raro di espressione del volere del nostro popolo. Un appello al boicottaggio potrebbe non essere la scelta giusta».
(Elezioni in Palestina, donne candidate senza nomi né volti)
Intervista alla scrittrice SUAD AMIRY
di Emanuele Valenti
«La mia vita è sempre stata con me, i ricordi della mia vita mi hanno sempre accompagnata, ma ho deciso di raccontarla adesso perché sentivo la necessità di fare un omaggio a Damascoe a tutta la Siria, ormai in buona parte distrutta. Il mio racconto è un omaggio ai cittadini siriani, anche ai rifugiati, per ricordargli la bellezza del loro Paese in un momento così difficile». È questa la motivazione che ha spinto Suad Amiry a scrivere il suo ultimo libro, Damasco (edito da Feltrinelli).
Dopo aver ambientato i suoi precedenti romanzi in Palestina Suad Amiry ha deciso di allargare la prospettiva a quella che un tempo era La Grande Siria (Siria, Libano, Giordania, Palestina) dove si muovono i personaggi, tutti reali, che sono stati i protagonisti della storia della sua stessa famiglia.
«Questo è un libro sulla bellezza, sulla cultura, sul cibo, sulla musica», ci racconta Suad Amiry, ospite nell’Auditorium di Radio Popolare. «In un Medio Oriente attraversato da così tante crisi capita spesso di pensare che le nostre siano state vite sprecate e che i nostri luoghi di origine non ci appartengano più. Ecco, scrivere della propria famiglia, una delle cose più intime che si possano fare, è un ottimo modo per recuperare fiducia e per riappropriarsi di quei luoghi e della propria vita».
Damasco racconta la storia della famiglia allargata di Suad Amiry e della casa di suo nonno materno nel pieno centro della capitale siriana. Una storia che va dalla metà del diciannovesimo secolo fino ai giorni nostri, anche se il libro si ferma praticamente alla fine degli anni ’60, in concomitanza con l’arrivo al potere della famiglia Assad.
Una vera e propria “saga familiare”, come la definisce la stessa autrice, ben ancorata alla storia di quella regione. Sullo sfondo delle dispute familiari c’è la fine dell’impero ottomano, «un periodo – osserva quasi stupita Suad Amiry – durante il quale c’era almeno la libertà di movimento. Pensate, mio nonno poteva andare da Amman a Beirut e da Damasco a Istanbul senza alcun problema. Oggi è impossibile, pensate a tutti i confini e a tutti i muri che ci sono in Medio Oreinte».
Come in tutte le famiglie ci sono cose buone e cose cattive. Suad Amiry dipinge anche i ritratti di personaggi difficili, che nella storia della famiglia Baroudi sono i personaggi più negativi. «A un certo punto temevo che molti parenti non mi avrebbero più parlato, ma poi mi sono resa conto che tutti vogliono essere citati. Tutti sono contenti di essere parte di un libro».
Le protagoniste indiscusse della storia della famiglia Baroudi sono le donne, come succede in molti luoghi del Medio Oriente. Suad Amiry è cresciuta all’ombra di donne molto forti, che sono tra le protagoniste del suo libro Damasco. «Mia zia Laila, per esempio, ha comandato la famiglia per molti anni, e anche mia madre aveva un carattere piuttosto forte. Di solito sottovalutiamo quelle che definiamo ‘società tradizionali’. Molte volte chi parla delle donne in Medio Oriente o nel mondo arabo non si rende conto della forza che hanno lì le donne, del ruolo fondamentale che ricoprono. Mia zia Laila, nonostante ci fossero molti uomini in famiglia, era quella che comandava, con fare dittatoriale, l’intera comunità».
Nel 2016 un libro intitolato Damasco non può non portarci alla guerra di questi anni.
Suad Amiry, che oggi vive a Ramallah, nei territori palestinesi, non ama parlare della situazione politica in Siria, ma non può fuggire dalle sue stesse origini. «La Siria è sempre stata la mia ancora di salvezza. Da bambina sono andata più volte dai nonni a Damasco quando la situazione familiare o quella intorno a noi si complicava. E la stessa Damasco era anche la mia ancora dell’abbondanza. Porto sempre con me le immagini, i suoni, gli odori dei bazar e dei suq. Quando penso alla guerra di oggi, quando penso a una città come Aleppo completamente distrutta temo che la mia ancora non esista più. Anche per questo era importante scrivere questo libro. Per ricordare a me e alle nuove generazioni che c’era un’altra Siria».
Suad Amiry nasce come architetta e come architetta lavora a Ramallah, dove ha fondato il Riwaq Center for Architectural Conservation. In Damasco racconta della nonna che alla fine del diciannovesimo secolo provava a immaginarsi la bellezza di Istanbul. Nonostante la guerra e le tantissime vittime Suad Amiry riesce ancora a immaginare la Siria di domani. «In Medio Oriente possiamo solo sopravvivere con la speranza. Se penso all’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale mi convinco che anche noi saremo capaci di ricostruire il nostro paese. Non possiamo mica vivere perennemente in guerra. Non vedrò più il Medio Oriente della mia infanzia ma anche questa guerra finirà».
Il ritratto di Damasco e di casa Baroudi, persino le dinamiche dei fastosi pranzi del venerdì, ci raccontano molto della Siria di oggi. La lettura dell’ultimo libro di Suad Amiry è quindi consigliata a tutti coloro che vogliono capire qualcosa di più della crisi in Medio Oriente.
Era un piccolo cinema il Venice di Manhattan, fino ai primi anni Quaranta lo si poteva trovare al 207 di Park Row, tra la Bowery e Chinatown. Alla biglietteria stava Mazie Phillips, donna prorompente, qualcuno direbbe forse ingombrante, capelli biondo platino, voce gracchiante e occhi di un una lucidità tutta alcolica. Quando l’8 giugno del 1964 muore al Lenox Hill Hospital, le viene dedicato un articolo dal New York Times in cui a essere ricordata è la «Regina della Bowery». Così infatti era conosciuta Mazie che, finito il lavoro al Venice, si avviava nelle strade desolate, tra gli ultimi. E parlava con loro. A volte se le cose finivano male chiamava un’ambulanza, altrimenti bastavano due chiacchiere, spesso un sorso in compagnia. Tormentata generosità ciò che spinge una giovane donna a trascorrere le proprie notti come una sonnambula, alla ricerca di un contatto con l’altrui afflizione – forse anche la propria. Niente istituzioni, niente tentativi di proselitismo e redenzione, bensì desiderio autentico di dare consistenza a una realtà fuori sesto. Sullo sfondo della Grande Depressione e del proibizionismo, l’esistenza di Mazie Phillips si trasforma così in una insorgenza difficile da trattenere. Un anno fa, la sua storia ha ispirato un romanzo bello e appassionato scritto da Jami Attenberg che si intitola Santa Mazie, ora arrivato anche in Italia grazie alle edizioni Giuntina (traduzione di Paola Buscaglione Candela, pp. 300, euro 16,50).
Ha saputo dell’esistenza di Mazie Phillips grazie al bel ritratto che di lei ha composto Joseph Mitchell nel suo «Up in the Old Hotel» (comprendente articoli apparsi sul «New Yorker» dal 1943 al 1963). Com’era questa sua regalità senza corona?
Sono stata subito affascinata dalla sua compassione per gli altri meno fortunati di lei, e sono rimasta colpita dal suo impegno verso la comunità a cui credeva di appartenere. Per decenni, Mazie Phillips ha aiutato migliaia di uomini e donne senzatetto semplicemente perché le importava, si preoccupava della loro salute e della loro felicità. Insomma, aveva un grande cuore. Straordinaria è stata la sua profonda umanità, esorbitante in tutti i sensi: beveva, fumava, era irascibile, eccessiva. Tutti questi elementi insieme mi hanno incuriosita, ispirata e quasi subito ho pensato di scrivere un libro su di lei.
L’autobiografia immaginaria che ha composto è come un diario per immagini. Visivo a tal punto che sembra essere stato pensato come un documentario, con alcuni personaggi che interrompono la voce della protagonista per descrivere il suo carattere. In che modo ha lavorato?
In sostanza ho iniziato a scrivere il libro come un memoir di finzione. Avevo in mente un paio di domande a cui volevo trovare risposte. Per esempio mi interessava come una donna ebrea del Lower East Side nel 1920 si è potuta interessare alla fede cattolica al punto di cominciare a diventare praticante. E mi sono chiesta perché ha pensato di entrare in contatto soprattutto con gli uomini senza una casa e le donne che meno spesso vivevano per strada. Perché non si era mai sposata e la ragione di tutta quella incandescenza, le sue imperfezioni, i suoi eccessi nel bere alcolici, le sue tendenze violente.
Tuttavia, quando ho cominciato a scrivere il libro in questi termini ho sentito una sorta di rimosso che proveniva da una voce che mi ostinavo a catturare. Mi sono accorta che non avrei mai conosciuto la vera Mazie e non avevo a disposizione documentazione sufficiente a parte il saggio di Mitchell. Ho iniziato allora a pensare che se avessi potuto ne avrei voluto parlare con chi l’aveva davvero incontrata e, nell’impossibilità di farlo, ho capito che potevo solo inventare quei personaggi. Da lì il documentario, un collage che si è composto nel modo in cui le sue parti si facevano avanti.
Quali testi storici ha pensato di consultare?
Mi sono dedicata anche alle ricerche storiche. Ho visitato il Tenement Museum di New York City, dove sono stata in grado di visualizzare gli appartamenti delle case popolari anguste del periodo in cui è vissuta Mazie. E ho letto libri, inclusa una storia di Coney Island, Amusing the Million: Coney Island at the Turn of the Century. Poi anche Only Yesterday, una storia degli anni ’20 del Novecento redatta una decina di anni dopo. Infine Low Life, un ritratto di New York City a cavallo tra il 1800 e i primi del Novecento. Ho guardato documentari, filmati, ho ascoltato musica. E ho fantasticato su di lei, ho camminato a lungo di notte intorno a Manhattan, sulle strade di ciottoli che lei stessa aveva percorso. Ho meditato su di lei. Probabilmente ho messo anche un po’ di me in lei, e un po’ anche l’ho assimilata ad altre donne forti, coraggiose. Credo che questo tipo di furto sia inevitabile.
Mazie è diventata così una miscela di un sacco di cose, ma è anche se stessa. Mi ci sono voluti circa due anni per completare il libro.
Nel suo romanzo, «I Middlestein» (Giuntina, 2014), sulla forma che può assumere la vita coniugale, al centro c’è Edie, la protagonista femminile, e i suoi eccessi in particolare con il cibo. Edie e Mazie hanno qualche punto di comunanza riguardo la stessa fame. Di cosa?
In proposito mi ha colpita una critica che hanno attribuito ai miei personaggi. Parlava di un edonismo e senso di colpa e inizialmente ho pensato che fosse appropriato. Non credo abbiano una fame di desiderio, per esempio poiché mi pare che il desiderio esista già dentro di loro. Sono però creature voraci, sia Edie che Mazie. E mi domando se non sia questo un modo divertente, luminoso per esistere.
Alla domanda «Non vorresti un innamorato?» Mazie risponde «Il mondo intero è il mio innamorato». Ha raccontato una storia di libertà femminile in cui l’amore è essenziale o c’è dell’altro?
La vera Mazie si sentiva molto moderna secondo me. Non credo di aver intuito o connesso caratteristiche contrarie riguardo il suo conto, o almeno non era questo che volevo fare. Anzi ho potuto imparare da lei, ho voluto sapere ciò che sapeva. Così ho scritto di una donna forte che abbraccia liberamente la sua sessualità e la sua libertà, perché volevo vedere quel personaggio esistere nel mondo. L’ho desiderato. A un certo punto diventano come dei modelli, quando pensiamo di averne bisogno. In fondo cerco sempre di riferirmi a forti protagonismi di donne. Questo è un atto femminista, un atto politico per me.
Uno dei personaggi del suo libro si chiama Elio Ferrante, un docente esperto della storia di Brooklyn. L’omaggio è a Elena Ferrante, c’è qualcosa in particolare che ama delle sue narrazioni?
Mi piace la complessa rugosità e l’umanità dei libri di Elena Ferrante. C’è una qualità intensa e febbrile che ammiro. E lei è una femminista, una mente politica. Dal punto di vista della scrittura, ha la capacità di costruire molto lentamente i suoi personaggi, ne segue la tensione fino al punto di rottura che si presenta come un sollievo, anche se le azioni intraprese nel momento culminante sono violente, oscure. Assistiamo cioè alla costruzione minuziosa di questa oscurità fino a essere confortati quando se ne comprende l’esito. In questo senso, i suoi libri li ho letti come un risultato ed è importante studiare il modo in cui lei lavora.
(Il manifesto, 7/09/2016)
L’autrice racconta il suo rapporto con la poesia, il dolore e le nuove
traduzioni di Shakespeare che presenterà oggi al Festival di Mantova
di LEONETTA BENTIVOGLIO
Con “Shakespeare in scena”, edito da Nottetempo, escono riunite in un volume le traduzioni di quattro play a firma di Patrizia Cavalli, che lo presenterà stasera al Festivaletteratura di Mantova e il 16 a Pordenonelegge. Sono “La tempesta”, “Sogno di una notte d’estate”, “Otello” e “La dodicesima notte”. Mentre leggiamo il libro, Shakespeare ci cammina accanto. È un amico a noi contemporaneo che racconta il potere, l’eros, l’amicizia, la morte, la famiglia
la guerra, i tradimenti. Lavorando sulla lingua, la Cavalli costruisce un italiano che comunica umanità profonda e pienezza di esperienze. Comunicare in questo modo significa praticamente tutto. Patrizia lo sa. Di volta in volta ha fatto queste traduzioni per committenze teatrali. Le ha viste interpretate da artisti come Carlo Cecchi. Le ha sentite applaudire dal pubblico con entusiasmo. “Traducendo Shakespeare, a parte alcuni tagli decisi dal regista, in Otello per esempio”, premette la poetessa accomodata nella sua casa di Roma, vicina a Campo de’ Fiori, “sono rimasta più che fedele al testo, ma cercando di cogliere davvero la lingua shakespeariana nelle sue sonorità e sfumature. Shakespeare è sempre pieno di riferimenti e sottotesti che vanno compresi per poi trovare una lingua ricca e trasparente”.
Semplice, ma non semplificata.
“Proprio così. Shakespeare vive nel teatro e il pubblico anche popolare che lo andava a sentire capiva tutto. Però ha una lingua che non è di adesso, e chi traduce tende a imitare quella antica, a farne qualcosa di macchinoso e improbabile. Va riportato a una lingua viva. Per questo le traduzioni invecchiano facilmente. In realtà tradurre, soprattutto Shakespeare, è una fatica spaventosa: bisogna attraversare l’inferno dell’artificio per conquistare l’apparenza della naturalezza. C’è anche da considerare il suono, che è sempre fondamentale nel suo rapporto col significato, visto che Shakespeare scrive in versi. Conta che si senta il ritmo nell’andamento della voce dell’attore. Un muoversi negli accenti che renda il verso diretto e necessario. Anche chi traduce ha bisogno di questa ginnastica quasi fisica per trovare i toni vocali dei personaggi, tanto che traducendo mi succedeva di spostarmi nelle stanze, magari trovando una soluzione quando raggiungevo la cucina. Otello ha la magniloquenza tipica degli epilettici, che contiene l’anticipazione della catastrofe; Iago ha la bassezza approssimativa di certi romaneschi che fanno intendere di saperla lunga”.
Nel suo appartamento che va su e giù nei livelli, tra scale e pavimenti ondosi, Patrizia parla di Shakespeare con un abbandono privo di saccenza. Ha il capo fasciato da un cappuccio azzurro che cela gli effetti della chemioterapia. A un tratto per il caldo se lo toglie, scoprendo una bella testa perfettamente tonda. Di giorni ariosi o affannati, di
piccole meraviglie dell’amore, di fisicità impudenti, di dettagli comuni, si nutrono le poesie della Cavalli, autrice di varie raccolte pubblicate da Einaudi, da Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974) fino a Datura (2013). Forse è stata la sua semplicità senz’artificio, la sua nobiltà nell’ordinarietà, il suo senso centrale del corpo, a farle cogliere
il respiro vitalissimo di Shakespeare.
Di corpo è piena la sua poesia, Patrizia Cavalli. E qualche tempo fa il suo corpo si è
ammalato.
“Ogni sua particella sono io. Ogni cellula si rivela, si manifesta. Il mio fisico non è mai stato separato dalla mente. L’ho ascoltato costantemente. Per questo sono stata sempre ipocondriaca, sentendo in me qualcosa di segreto e di estremo. Poi, quando si è manifestato il male vero, l’ipocondria è passata: l’immaginazione non aveva più un luogo in cui andare. Il terrore legato all’ipocondria veniva dal vuoto corporale. Il cancro ha riempito il panico. E mentre gli amici mi dicevano: hai una gran forza d’animo, la verità è che scoprendo la malattia io non ero più depressa”.
Ha sofferto di depressione?
“Fin da giovanissima, al liceo. Poi si è ripresentata in periodi diversi. Mi abbandonavo a me stessa e fissavo il vuoto. Nella poesia l’ho descritta. Uno stato di separazione. Passaggi visionari, quasi schizoidi. Ciò che è solo se stesso e non si muove è terribile, che sia una parete o un soffitto. Uno psichiatra sostiene che una mia poesia è la migliore definizione della depressione che abbia mai sentito e l’ha portata a un convegno: “Persino il sonno adesso mi dispiace / perché il sonno produce il mio risveglio””.
Non ha mai tentato una psicoanalisi?
“Una volta ci ho provato, ma ho lasciato perdere abbastanza presto. La simpatica poeta milanese Vivian Lamarque era così dispiaciuta per la mia depressione che mi spinse a provare. Le ho detto: vado, però trovami una psicoanalista bella, antipatica, elegantissima e sprezzante. Voglio essere dominata. Invece mi manda da una signora buonissima.
Quando entro nel suo studio si aggiusta il golfetto. Mi chiede: perché viene da me? Rispondo: perché lei è obbligata ad ascoltarmi per 45 minuti senza ribellarsi. I miei amici non ne possono più”. Era un groviglio di amori infelici? “Gli amori infelici sono sempre anche felici, altrimenti non potrebbero essere infelici. C’è stato un lunghissimo amore che
mi ha fatto scrivere molto. Poi la musa è scomparsa”.
Pensa spesso alla morte?
“Se le circostanze sono concrete ti attacchi al dettaglio senza pensare più in prospettiva. Rimuovi. Eppure rimuovere non è nella mia natura: sono stata sempre pronta ad affrontare pensieri orrendi. Credo che sia una forma di arroganza. Ho avuto il tempo d’immaginare la morte. Il massimo del terrore è l’idea di finire in una zona dove non ho controllo”.
Le sue poesie trasmettono un’infinita libertà. Come nascono?
“Quelle di pochi versi arrivano da sole, bussano alla porta e io apro. Cammino, mi parlo nella mente, scrivo un paio di versi e correggo. Nelle poesie lunghe, come La patria, c’è un intero sistema di pensiero. Nelle brevi la concentrazione è immediata”.
Quando una poesia è riuscita?
“Quando si muove. Deve attraversare un territorio. Può anche sembrare bella, ma se resta ferma nel suo tempo e nella sua idea, senza un prima e un dopo, è mezza morta. Che siano tre versi o 300, bisogna che accada qualcosa. Dev’esserci una sorpresa del pensiero. Un eros nella parola”.
Lei dà sostanza poetica a parole comuni, quotidiane.
“Non ci sono parole belle o brutte. Tutte sono stupende. Purché siano reali e pertinenti. Spesso le parole sono usate in modo orribile, e alcune vengono logorate dall’uso. Perciò bisogna aspettare che ritrovino un’innocenza”.
(Repubblica.it, 7/09/2016)
di Geraldina Colotti
In Brasile, la piazza non si arrende e continua a manifestare al grido di «Fora Temer». Contro il presidente «de facto» hanno marciato oltre 100.000 persone. A San Paolo, hanno sfidato il divieto di manifestare al passaggio della torcia per i giochi paraolimpici. Vi sono stati scontri con la polizia militare, che ha nuovamente usato la mano pesante. Dalla Cina, dove si trova per partecipare al G20, Temer ha commentato con arroganza: «Sono piccoli gruppi. Non ho le cifre esatte, ma sembra siano 40, 50, 100.000 persone. Niente di più. Su un totale di 204 milioni di brasiliani è una quantità insignificante. Poi ha definito i manifestanti «predoni» che devono essere «pacificati».
Il pulpito da cui pontifica Temer non è certo dei più appropriati, come non lo è quello dei deputati e senatori che hanno approvato l’impeachment: in maggioranza sotto inchiesta per corruzione o peggio. L’ex vicepresidente, che ha costruito la destituzione di Rousseff insieme all’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, un bandito politico poi costretto, a dimettersi, membro dello stesso partito, il Pmdb. Secondo i giudici, tra il 2010 e il 2014, la formazione centrista ha ricevuto dai costruttori oltre 40 milioni di dollari di «donazioni» per la sua campagna elettorale. Tangenti pari all’1% del valore del contratto per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, la terza più grande del mondo, costato 41,8 milioni di dollari. Un progetto molto contestato dai gruppi indigeni dai movimenti.
La notizia è stata pubblicata su Folha, non certo favorevole a Dilma. Le informazioni arrivano dai pentiti dell’inchiesta Lava Jato, la «mani pulite» brasiliana che indaga sulla corruzione dell’impresa petrolifera di Stato Petrobras. Un’indagine che ha coinvolto tutti i grandi partiti, ma che ha soprattutto lapidato gli inquisiti del Partito dei lavoratori (Pt) che ha governato per 13 anni. A luglio, la Corte suprema ha deciso di mettere sotto inchiesta i vertici del Pmsb, un partito che non vince le elezioni, ma risulta sempre determinante nel frastagliato quadro politico del Brasile. I principali beneficiari delle tangenti risultano essere quattro senatori. Tra questi, il presidente del Senato che ha giudicato Rousseff, RenanCalheiros. Un altro, Romero Juca, nominato da Temer ministro di Pianificazione il 12 maggio, ha dovuto dimettersi una settimana dopo.
A pochi giorni dall’impeachment a Rousseff per cosiddetto «crimine di responsabilità fiscale», il Congresso ha approvato una legge che mette al riparo Temer dalle stesse imputazioni che hanno destituito Dilma: essersi fatta anticipare i soldi dalle banche per coprire il bilancio, senza autorizzazione del Parlamento. Ora quella prassi utilizzata (senza conseguenze) a tutti i livelli di governo – la «pedalata fiscale» – non sarà più perseguibile.
«Elezioni generali subito», hanno gridato le piazze di San Paolo: lo stesso slogan che segnò la fine della dittatura civico-militare (1964-1985). Un obiettivo che Dilma aveva indicato poco prima di essere estromessa e intorno al quale il Pt cerca di costruire un’opposizione efficace. A manifestare (contro la privatizzazione di Petrobras e le concessioni alle multinazionali nella zona del Pre-sal, e le leggi liberticide annunciate da Temer) c’erano anche diversi senatori Pt. Il grosso di quei 54 milioni che hanno votato Rousseff per un secondo mandato e ai quali si vorrebbe imporre Temer fino al 2018, sono però ancora silenti. I Sem Terra, invece, continuano le occupazioni.
Ha scritto il noto teologo della Liberazione Leonardo Boff: «Sicari travestiti da senatori hanno attaccato una donna onorata e incorruttibile per fare con lo Stato quello che hanno sempre fatto: approfittare dei beni pubblici per arricchirsi, sfuggire alla giustizia e mantenere i loro privilegi, a scapito del popolo, un esercito di riserva utile per servire, quasi come schiavi».
E il papa Bergoglio ha invitato a pregare la Vergine di Aparecida, patrona del Brasile «in un momento così triste» per il paese, affiché protegga gli ultimi «dagli sfruttatori di ogni tipo e salvi il popolo con la giustizia sociale e l’amore di Gesù Cristo». E ha detto che, forse, non si recherà più in Brasile, come invece aveva promesso nel 2013.
di Alessandra Pigliaru
Compie 20 anni ma non mostra alcuna irrequietezza adolescenziale. Il programma di questa edizione di Festivaletteteratura di Mantova, che si apre domani per concludersi domenica 11 settembre, ha piuttosto un andamento solido e maturo – come del resto era nelle intenzioni del comitato organizzatore che ogni anno propone un’edizione di ragguardevole rilievo.
Con i suoi 300 appuntamenti tra incontri, laboratori, proiezioni e rappresentazioni, Mantova si trasforma come di consueto in una biblioteca a cielo aperto, con la sua agorà disseminata tra Palazzo Ducale e quello di San Sebastiano fino ad arrivare al teatro Bibiena e al cinema Oberdon, le piazze Mantegna e Leon Battista Alberti fino alle aule universitarie, saranno moltissimi i luoghi dedicati alle pubbliche letture, gli ospiti d’eccezione e gli ormai noti appuntamenti.
Granai viventi
Al crocevia delle strade del sapere, la scelta di «Una città in libri» viene a ricadere quest’anno su Alessandria D’Egitto e la biblioteca straordinaria che ha fatto da ponte tra la cultura cristiana e quella araba. L’apertura al tema delle biblioteche, che a Mantova hanno sempre avuto un ruolo centrale, anche in questa edizione appare in maniera sia esplicita che trasversale. E se una città-biblioteca è parte di quell’antidoto, critico e politico, contro le divisioni, le storture retoriche e mediatiche contemporanee, i famosi «granai del sapere» di cui parlava Marguerite Yourcenar diventano a Mantova luoghi fisici (il sistema bibliotecario provinciale, la «biblioteca elegante» concentrata sulla moda nella letteratura italiana tra ’800 e ’900 che metterà a disposizione più di 300 volumi) e narrativi. Dall’olandese Cees Nooteboom che con il suo Tumbas (Iperborea) aveva già spiegato il gesto definitivo di incontrare chi lo ha preceduto e che ora presenta la raccolta poetica Luce ovunque (Einaudi), al libanese Amin Maalouf in Italia per discutere il suo poderoso Una poltrona sulla Senna (La nave di Teseo) sulla storia di 400 anni dell’Accademia di Francia fino all’argentino Alan Pauls che nel suo Il fattore Borges (Sur, recensito da Francesca Lazzarato sul manifesto dell’11 giugno) costruisce e dipana una memoria attraverso la sistemazione della prosa letteraria.
Di reperti della propria e soggettiva immaginazione riferisce invece Jonathan Safran Foer che sabato scorso insieme a Marcello Fois ha presentato, in una sorta di inaugurazione del festival, Eccomi (Guanda). Intervistato da Silvia Albertazzi (Alias del 4 settembre) ne descrive i prodromi, raccontando lo scacco delle relazioni, l’incomunicabilità dello sprofondo a cui si arriva a un certo punto.
È un’oscura presenza quella della fragilità ingovernabile che, per strade più speculative, visita il filosofo spagnolo Santiago López Petit autore di un libro tanto singolare quanto interessante: Figli della notte. La sfida del voler vivere (Moretti&Vitali, introdotto da Gianluca Solla verrà presentato domani alle 15 nella chiesa di Santa Maria della Vittoria). Un bivio storico e autobiografico nella scoperta della propria malattia diagnosticata come «fatica cronica». Di conflitti nella scoperta del proprio corpo malato e di una relazionalità che sostiene il proprio stare nel mondo racconta in versi anche Jo Shapcott in una silloge edita da Del Vecchio dal titolo emblematico Della mutabilità (che sabato verrà presentata dalla sua traduttrice, Paola Splendore, nella chiesa di San Barnaba); così anche l’antropologa Clara Gallini per discutere il suo Incidenti di percorso (nottetempo). Forse allora bisognerebbe rivolgere maggiore cura a quella che Antonio Prete chiama grammatica dell’interiorità e che fa da sottotiolo al suo ultimo, splendido, libro Il cielo nascosto (Bollati Boringhieri), una mappa critica dell’idea di interiorità che attraversa letteratura, filosofia e arte (ne parlerà venerdì 8, nel cortile di Palazzo d’Arco insieme a Massimo Raffaeli).
Esperienze ambivalenti
Alcune tra le più interessanti serate monografiche riguardano le vite e i saperi delle donne, in forma di omaggio come nel caso di Antonia Arslan che se l’anno scorso ha dedicato un focus alle liriche del ‘500, quest’anno insiste su alcune scritture rinascimentali. Ci sarà spazio anche per Sara Copio Sullam, (1592/1641) direttamente dal Ghetto di Venezia. E ancora si discuterà dello scambio epistolare tra Cristina di Lorena e Caterina de’ Medici. Infine altri due omaggi: a Natalia Ginzburg, di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita e che Einaudi ha festeggiato con la pubblicazione del suo Un’assenza. Racconti, memorie, cronache 1933-1988 (a cura di Domenico Scarpa). Ma anche a Nelly Sachs, poeta straordinaria dell’esilio.
Notevole la parte dedicata alla maternità che è tuttavia trattata come il campo di desideri ambivalenti e ingombranti intrecciati con l’obbligo famigliare (Elvira Seminara, Gaia Manzini e Julia Pierpont). Anche le giovani scrittrici si interrogano sulla maternità, il caso è della vietnamita Linda Lê e della irlandese Louise O’Neill che, attraverso il romanzo distopico Solo per sempre tua (edito da Hot Spot), dipinge il sistema coercitivo in cui alcune ragazze vivono la rappresentazione della propria crescita (ne parla con Michela Murgia sabato alla Casa del Mantegna).
Di tutt’altro tenore è invece il romanzo di Jami Attenberg, Santa Mazie (Giuntina) che racconta l’autobiografia immaginaria di una straordinaria figura come quella di Mazie Phillips, l’esorbitante regina della Bowery che tra gli anni ’50 e ’60 di giorno lavorava in un cinema e di notte andava per strada ad ascoltare e aiutare i senzatetto. Una cartografia passionale che, spostandosi su ulteriori figure eccentriche, si può ascoltare dal vivo nel gran finale di domenica 11 con i formidabili ritratti consegnati da Edna O’Brien nel suo Oggetto d’amore (Einaudi).
Andare e tornare
Quando la scrittura è quella dell’esperienza, non solo i confini interiori ma anche quelli stretti, di terra e mare, possono essere scardinati a favore di ponti e ulteriori sporgenze critiche. Per dirla con Gloria Anzaldua che in Borderlands/La Frontera aveva dedicato già alla fine degli anni ’80 pagine mirabili sui rischi dell’isolamento e della violenza del confine, quest’anno Mantova si interrogherà sul senso della migrazione, della violenza prodotta da confini che sono ostacoli alla convivenza. Come quelli raccontati della scrittrice tedesca Jenny Erpenbeck che nel suo Voce del verbo andare (Sellerio) sceglie come protagonisti degli africani che sbarcano a Lampedusa. Oppure i confini in cui si consumano guerre, efferate e silenziose, come capita tra Stati Uniti e Messico nelle parole di Paco Ignacio Taibo II nel suo A quattro mani (La Nuova Frontiera). Lo scrittore albanese Gazmend Kapllani, che nel 1991 dall’Albania si sposta a piedi con altri migranti per raggiungere la Grecia e che da 4 anni vive negli Stati Uniti, nel suo Breve diario di frontiera (Del Vecchio) si confronta con il significato di varcare i confini per immaginare un futuro più dignitoso (incontrerà Alessandro Leogrande, autore di La frontiera, edito da Feltrinelli, domani alle 15,30 nel cortile del Palazzo Ducale). Sono molti, tra scrittori e scrittrici, che hanno fatto i conti con la migrazione, con la fuga disperata per scampare alla guerra e il senso profondo dell’esilio. È accaduto anche a Tsegehans Weldeslassie che ha raccontato a Erminia Dell’Oro la condizione dell’Eritrea nel libro Il mare davanti (Piemme); oppure Elvira Mujcic che in Dieci prugne ai fascisti (Elliot) racconta il paese da cui è dovuta scappare, la Bosnia.
Ha fatto molto discutere il romanzo Borderlife (Longanesi) di Dorit Rabinyan che racconta a proposito di una storia d’amore tra un’israeliana e un palestinese; il risultato quasi immediato è stato la censura dal programma del Ministero dell’istruzione israeliano con la conseguente sollevazione da parte del mondo letterario vicino all’autrice. Chi non ha invece voluto lasciare il proprio paese per ritrovarsi profugo è stato il compositore russo Dmitrij Šostakovic di cui lo scrittore inglese Julian Barnes, tra gli ospiti più attesi del Festival, racconta la vicenda nel suo, da oggi in libreria per Einaudi, Il rumore del tempo (recensito da Francesca Borrelli in Alias del 4 settembre) verrà presentato a Mantova sabato con Peter Florence a Palazzo San Sebastiano. Del tempo traumatico si occupa anche Lydie Salvayre, figlia di rifugiati spagnoli che arrivano in Francia dopo la guerra civile; Non piangere (L’asino d’oro) si misura proprio con il ricordo di quel 1936 che ha segnato la sua vita e quella della sua famiglia. Attraverso la doppia voce di sua madre Montse e di Georges Bernanos di Grandi cimiteri sotto la luna, Salvayre fa i conti con una memoria che ha trasformato per sempre il proprio sguardo sul mondo e il linguaggio in cui si esprime.
YOUNG READERS. Dal «Libro selvaggio» di Juan Villoro all’Argentina di Maria Teresa Andruetto
Diversi anche gli incontri con autrici e autori per i lettori più giovani. Fra le presenze a Mantova, spicca quella della scrittrice argentina Maria Teresa Andruetto (sarà in dialogo con Bianca Pitzorno, giovedì 8, ore 16.30 al Teatro Bibiena e il giorno dopo, alle 15.15, presso Palazzo del Mago con Janna Carioli, per raccontare i personaggi dei suoi romanzi). Memoria privata e collettiva (dal quotidiano alla dittatura) e un’immersione attenta negli universi femminili caratterizzano la sua scrittura, che mantiene un registro altamente poetico.
In Italia, per Mondadori, sono usciti «Il paese di Juan», «Il viaggio di Stefano», «La bambina, il cuore, la casa». Il Castoro, invece, porterà al Festivaletteratura l’americano Mo Willems, che firma la serie «Reginald e Tina» (parlerà l’11 settembre, alle 10,30 e alle 16.30, Palazzo del Mago), e l’irlandese Louise O’Neill con il suo romanzo d’esordio, il distopico «Solo per sempre tua», che lavora sul tema del sessismo e sull’ossessione intorno al corpo femminile (incontro sabato 10 con Michela Murgia, Casa del Mantegna, ore 15). Per Salani, a Mantova ci saranno Bianca Pitzorno (mercoledì 7, ore 16, Casa Mantegna) con la riedizione de «La bambina col falcone», ma anche Thórarinn Leifsson, scrittore e illustratore islandese con il suo «La folle biblioteca di nonna Huld» dove viene immaginato un mondo senza libri in cui la protagonista Albertina si rifugia in bagno per leggere, anche solo i bugiardini delle medicine (venerdì 9, ore 17,30, chiesa Santa Maria della Vittoria). E il messicano Juan Villoro, con il suo «Libro selvaggio» (domenica 11, ore 18, Palazzo Castiglione).
VERDI DISSEMINAZIONI. I nomi plurali della cura: giardini, vallate e paesaggi
La descrizione di una natura non sempre ordinata bensì selvaggia e al contempo di cui prendersi cura con responsabilità, interroga anche il Festivaletteratura.
Venerdì 9 settembre presso la Casa della Beata Osanna Andreasi, avrà luogo l’omaggio di Lorena Zambon a Pia Pera, recentemente scomparsa che ha consegnato al suo libro Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle grazie) pagine di straordinaria e grata meraviglia, insieme alla canadese Jane Urquhart con il suo Qualche altro giardino, edito da Del Vecchio di cui parlerà con Gaia Manzini sempre il 9 presso Palazzo Ducale. Nello stesso giorno e nello stesso luogo anche Umberto Pasti che racconterà della vallata di Rouhuna, a sud di Tangeri.
Gli incontri che complessivamente saranno sei sono idealmente inseriti a buon diritto nel tratto disseminato ma preciso che il Festival lega il tema dell’ambiente, della natura e di quelle pratiche messe in atto da attivisti e addetti ai lavori. Come nel caso di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e autore di Buono, pulito e giusto (Einaudi) o Grammenos Mastrojeni, collaboratore del Climate Reality Project. Il cambio di paradigma non riguarda tuttavia solo l’ambiente ma più in generale la necessità di mutamento che passa da scenari come quelli raccontati da Giorgio Boatti (Portami oltre il buio, Laterza) e Angelo Ferracuti (Andare. Camminare. Lavorare, Feltrinelli) che parleranno insieme venerdì 9 presso l’Aula Magna dell’Università.
ANNIVERSARI. I 400 anni di Shakespeare dai Gonzaga
Nell’itinerario dei saperi, ospitato a Festivaletteratura di Mantova, si ritorna ai maestri con un omaggio dedicato a Shakespeare e ai suoi 400 anni dalla morte.
Gli incontri sono ben tre con Patrizia Cavalli (oggi presso il Conservatorio di musica «Campiani») che ha appena pubblicato per le edizioni nottetempo «Shakespeare in scena» – comprendente le traduzioni di «La tempesta», «Sogno di una notte d’estate», «Otello» e «La dodicesima notte». Sarà presente anche Jeanette Winterson (venerdì 9 a Palazzo San Sebastiano) che l’anno scorso per Rizzoli ha pubblicato Lo spazio del tempo. «Una riscrittura del Racconto d’inverno»; infine Howard Jacobson (domenica 11, Palazzo San Sebastiano) che a Shakespeare ha dedicato il romanzo «Il mio nome è Shylock» (Rizzoli).
(il manifesto, 6 settembre 2016)
di Goffredo Fofi
Nel momento in cui, grazie al passaparola dei lettori e in particolare delle lettrici statunitensi l’opera e il nome di Elena Ferrante sono diventati notissimi urbi et orbi e le vendite della traduzione inglese dei quattro volumi di L’amica geniale gareggiano con quelle dei facitori e facitrici di best-seller elaborati al computer, tutto quello che è possibile sapere su Elena Ferrante è contenuto in La frantumaglia, ampio volume di quasi quattrocento pagine che raccoglie lettere e interviste, divise in tre capitoli: Carte. 1991-2003; Tessere. 2003-2007; Lettere. 2011-2016. Il secondo e il terzo sono successivi alla prima edizione del libro, che è del 2003, 163 pagine sulle 376 complessive. La curiosità, un po’ sciocca e un po’ malsana anche se spiegabile, che circonda la scrittrice, rigorosamente appartata e – volto e vita – di ignota identità resterà soddisfatta solo in parte per quanto riguarda i pettegoli, e sono tanti!, ma dirà tutto quello che è possibile e, direi, legittimo sapere su una scrittrice o uno scrittore, per gli amanti della buona scrittura. C’è tutto quel che è giusto sapere di Elena Ferrante in questo libro, meno la sua fotografia, il suo vero nome e la sua, diciamo così, collocazione fisica in una famiglia, in un lavoro, in una città, in un ambiente. Che però si suppone in parte coerente con quello della protagonista dell’Amica geniale, ma solo in parte, per la precisione e per la sapienza con cui vi vengono descritti Napoli, la sua popolazione di piccolissima borghesia quasi “eduardiana”, e un tempo che va dagli anni cinquanta per giungere vicino a noi, segnalato più dalle mutazioni antropologiche del contesto che da date storicamente certe, da avvenimenti forti riguardanti tutta la comunità, locale o nazionale. Napoletana lo è certamente (basterebbe per convincersene la descrizione del quartiere del Vasto nel primo volume dell’Amica geniale), e napoletana che si è allontanata da Napoli fisicamente ma non culturalmente, giovane che non si è affatto sottratta ai movimenti del ’68 e in particolare del femminismo, scrittrice che ha avuto come riferimenti e forse modelli due dei nomi più grandi della nostra letteratura novecentesca, la Morante e la Ortese, e che forse ha conosciuto direttamente una sorella maggiore come la Ramondino, Elena Ferrante si è raccontata moltissimo nei suoi romanzi, anche se, come è giusto, con la distanza delle invenzioni letterarie, con la costruzione di personaggi che prendono la loro strada, che non sempre obbediscono ai piani dei loro creatori.
Nella Frantumaglia, Elena Ferrante dice tantissimo di sé e del suo lavoro, più di quanto basti per qualsiasi scrittore, non fosse che l’epoca impone un presenzialismo ossessivo e, diciamolo, chi fa letteratura, chi scrive romanzi, anela oggi anzitutto a vedersi sui giornali, sui banconi delle librerie, nei festival e convegni, ad ascoltarsi a Fahrenheit, a recitarsi negli stupidissimi incontri televisivi. È anche a questo che, mescolando, si direbbe, una vocazione psicologica personale e una scelta intellettuale. Elena Ferrante si è rifiutata da subito, e il suo successo (inatteso da tutti, e per prima certamente da lei medesima) non è il risultato di una strategia bensì del valore, pieno e riconosciuto, di quel che lei ha scritto.
L’assenza mediatica ha giovato a questa scrittrice come un segno di rigore, di encomiabile serietà, che esigeva ed esige l’attenzione ai libri e non a chi li ha scritti, e però ha certamente nuociuto in Italia alla sua fama, almeno inizialmente, perché non avere un volto e una storia riconoscibili, non farsi ricevere e interrogare dal pupazzetto della Rai, non farsi intervistare dai giornali con accompagnamento di foto che tirino al glamour, non girare periodicamente per librerie lungo l’intera penisola e le isole a presentare i propri libri, non partecipare alle fiere, non frequentare i tremendi salotti cultural-politici romani e milanesi, non concorrere ai premi e presenziarvi (e dunque non essere premiabile, come ha ovviamente dimostrato lo Strega, dato che la presenza è fondamentale e se non c’è spettacolo non c’è premio), tutto questo non stimola gli addetti ai lavori e i consumatori di cultura. E l’accademia arriva, come sempre, a occuparsi dei viventi tardi o mai, e secondo canoni e pregiudizi molto consolidati. Insomma, che la Ferrante non abbia un volto e un corpo riconoscibili le ha nuociuto e le nuoce, e non è un caso che il successo forte le arrida in Italia da poco sulla scia di quello statunitense…) ma dall’altro è una garanzia di serietà, e attira i lettori meno condizionati dai meccanismi della società dello spettacolo, i “pochi ma buoni”.
La frantumaglia è composto anzitutto di risposte a interviste non superficiali (forse quelle superficiali sono state subito cestinate) e di corrispondenza (appassionante, a inizio libro, quella con Mario Martone sul passaggio di L’amore molesto da romanzo a film) ma anche di testi senza destinazione, abbozzi a volte di articoli o articoli compiuti come quello bellissimo sul film di Chéreau Gabrielle analizzato in confronto al racconto di Conrad che l’ha ispirato, Il ritorno. No, “la Ferrante” non è certamente una scrittrice di scarsa cultura, conosce bene i suoi classici e ha gusti precisi, ha una formazione coerente. Sa che cos’è la letteratura, e sa che, dedicarvisi, non vuol dire sfogare le proprie frustrazioni o velleità, la propria sete di riconoscimenti, bensì affrontare una sudata costruzione in coerenza a un proprio progetto e a una propria visione, entrando in un campo e in una storia dove i confronti sono obbligati e, per chi non gioca e ha un forte talento, possono essere travolgenti e a loro modo tremendi, decisivi di una vita. Ha avuto una sua evoluzione di scrittrice, da un impasto realistico-psicologico più denso e morboso a una larga e bensì profonda ricchezza romanzesca che affronta la più difficile e classica delle sfide, quella, con L’amica geniale, del vasto romanzo a sfondo corale con la precisa definizione di un’epoca storica a partire da dati di costume e d’ambiente, però mettendo a fuoco pochi personaggi (infine due, la narratrice e “l’amica geniale”, due caratteri femminili perfettamente e quasi ossessivamente delineati) che stabiliscano caratteri in qualche modo universali, anche se collocati su sfondi sociologicamente, antropologicamente, e storicamente attendibili, influenti sulla loro evoluzione.
Si può amare di più questo o quel libro della Ferrante, ma non v’è dubbio che si tratti di una vera scrittrice, delle poche e dei pochi degni di restare, alla faccia dei gazzettieri e dei pettegoli, dei curiosi e morbosi e dei professorini o, come li chiamava Machado, dei “señoritos” che si dilettano inventandosi letterati. La Morante distingueva: ci sono gli scrittori, pochi, e ci sono gli scriventi, tanti. Ma proprio il nome della Morante, insieme a quello della Ortese più volte citati nella Frantumaglia, servono a dire una differenza: manca alla Ferrante, o manca ancora, una dimensione “religiosa”, tragica o salvifica che sia, dell’esistenza. È una scrittrice che potremmo forse definire dolorosamente laica. E ovviamente non è un limite, in un’epoca che mistifica così facilmente sia il laicismo che la religiosità.
(Il Sole 24 ore, 4/9/2016)
Eccomi, mi sono detta quando ho visto questa maleducata (e minacciosa) cartolina, parte della maldestra campagna mediatica dell’ormai noto #FertilityDay lanciato dalla Ministra Beatrice Lorenzin.
Questa più di ogni altra mi ha colpita perché è rivolta proprio a me. Il rinvio forzato della maternità mi ha portata a 39 anni a chiedermi se, dei tre figli che avrei desiderato, ne sarebbe arrivato almeno uno. Fortuna volle che allo scoccare dei 40 arrivò. Non così è stato per tante donne come me, per le ben note ragioni di difficile conciliabilità tra professione e maternità in un Paese dove il welfare, invece di aiutare le donne, è rappresentato dalle donne stesse.
Deve pur saperlo anche la Ministra Lorenzin, primipara molto attempata che a 44 anni ha avuto un parto gemellare: il che non prova, ma suggerisce, l’intervento di tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Una medicalizzazione della fertilità addirittura incoraggiata da aziende USA come Facebook e Apple, che offrono alle dipendenti un pacchetto assicurativo che include la possibilità di congelare ovociti giovani per dare la precedenza al lavoro. Un’opzione in progressivo aumento nei Paesi Occidentali, parallelamente all’incremento della denatalità e all’aumento dell’età media al primo figlio (29-30 anni). Un lato oscuro della libertà facile da smascherare, perché rende le donne ancora più schiave snaturando i ritmi del loro corpo e la reale autodeterminazione del proprio progetto di maternità, se sussiste.
In qualità di senologa so bene quanto anche molte malattie, tra cui il cancro, possano devastare un progetto riproduttivo: ho constatato che il documento (che pochi temo abbiano letto, agghiacciati dal primo sguardo dagli slogan medioevali) se ne occupa con grande attenzione.
Proprio quest’ultimo aspetto ha modificato la mia prima reazione di rifiuto indignato a causa della pessima campagna e ho cercato di capire se, buttata l’acqua sporca, ci fosse un neonato da salvare.
[…]
(titolo originale: Il #FertilityDay nasce da un parto distocico. Ma va salvato.)
di Clara Jourdan
Una notizia per me buona. L’India sta cambiando la legislazione sulla maternità surrogata. Il 24 agosto scorso il governo indiano ha presentato al pubblico il “Surrogacy (Regulation) Bill 2016”. Secondo la nuova normativa, che sarà discussa in parlamento in novembre o dicembre, solo le coppie sterili indiane sposate da almeno cinque anni potranno ricorrere alla surrogazione di maternità e solo con una donna parente stretta di uno dei coniugi. È un «tentativo di porre fine a una pratica che ha reso l’India la capitale mondiale dell’utero in affitto», spiega l’agenzia di stampa AsiaNews: «Nel Paese ci sono più di 500 cliniche. La mercificazione del corpo femminile ha creato un mercato fiorente, accentuato anche dai costi “contenuti” rispetto ai Paesi occidentali: tra i 18mila e i 30mila dollari (un terzo del prezzo negli Stati Uniti), di cui circa 8mila spettano alla donna che porta in grembo gli embrioni» (www.asianews.it, 25 agosto 2016). Se la legge verrà approvata, la maternità surrogata sarà consentita solo in forma altruistica: «ethical altruistic surrogacy» dice il comunicato del governo indiano (www.pmindia.gov.in, 24 Aug. 2016). Alle donne che si presteranno, e potranno farlo solo una volta, verranno comunque assicurati il rimborso delle spese mediche e un’assicurazione sanitaria.
È un’iniziativa importante e coraggiosa: un grande paese come l’India vuole rinunciare a un notevole giro d’affari per salvaguardare qualcosa di più prezioso. La Chiesa cattolica sembra divisa tra la dottrina del rispetto degli embrioni e il fatto che questa legge può favorire l’attenzione per i bambini abbandonati. Per me è una buona notizia che si stia cercando di contrastare, e proprio in India terra di antichissima civiltà, una pratica che in molte e molti consideriamo non rispondente alla nostra civiltà.
(www.libreriadelledonne.it, 2 settembre 2016)
recensione di Stefania Giannotti
Ho scoperto presto che spesso l’opacità era nei miei occhi tanto più quando cercavo di usare categorie “neutre” e così dette oggettive nell’interpretare la società, oppure quando cercavo di annullare gli scarti negandoli con semplicistiche soluzioni. Ho cercato allora, grazie alla mia militanza nel movimento delle donne, di individuare un punto di vista non più neutro ma legato alla mia “differenza sessuale”, che arricchisce la capacità di percezione e la creatività nel progettare.
Siamo a pag. 61 di L’architettura necessaria di Laura Gallucci, libro edito da Quodlibet 2015 e voluto da Irene de Guttry e Cristina Liquori per trattenere tra noi e sulla terra la preziosa opera di architettura e di pensiero dell’architetta morta nuotando nel mare di Capalbio nel 2012.
Il testo, corredato dalle immagini delle sue opere e dagli ironici disegni “quotidiani”, è libro da meditare, da leggere, da portarsi dietro, perché di certo così lo hanno voluto le autrici, ma anche perché nel lavoro di Gallucci c’è altro oltre le opere. La sua è architettura consapevole, in cui la professione di architetta progettista non si separa mai dall’esperienza e pratica femminista. Progetto architettonico, pensiero politico, punto di vista non neutro sono tenuti insieme da un legame forte e sempre presente.
Lo sa, lo vuole, lo mette in parole l’architetta Gallucci. È la sua battaglia. E grazie alla capacità di dare senso e all’impegno nel mettere in parole e narrare un processo complesso come il progetto d’architettura, questo libro è ricco non solo di belle e suggestive immagini dell’opera realizzata, ma anche di spunti e indicazioni progettuali, di occasioni per riflessioni politiche.
Già nel 1979 nel documento per la candidatura alle elezioni provinciali, tema «la casa: un problema per la sinistra», critica l’idea della «casa in proprietà», che si fa strada in alcuni settori della sinistra, mettendo al centro la figura femminile e la ricaduta sulla donna della struttura piramidale della città, delle logiche speculative, dell’assenza di servizi sociali. E lo diceva con grande chiarezza e autorevolezza, anticipando così, di qualche decennio, l’idea di cohousing e legando in una visione unica lo spazio dell’abitare a quello urbano e al territorio: Ci ritroviamo allo stato attuale con alloggi che non funzionano senza la presenza di una donna e con una configurazione piramidale della città, con l’esaltazione di un centro che riunisce le funzioni e i servizi più prestigiosi e numerosi, via via decrescenti verso la periferia… la conseguenza è la totale assenza di qualità urbana… (pag. 47).
Nell’ammasso informe della progettazione in cui non si butta niente, neppure gli scarti, Gallucci si muove agilmente mettendosi in gioco fino in fondo con la sua esperienza di donna e con la pratica del partire da sé, che non è ideologia politica ma diventa necessità professionale. La relazione con l’altra/o cliente diventa indispensabile per incontrare il desiderio vero del cliente, e tradurre lo stereotipo con cui può succedere che questo si esprima. Il coinvolgimento emotivo accompagna e impronta tutto il viaggio nella progettazione. È così che Gallucci esce dalla fase in cui tutto si presenta come possibile per individuare ed estrarre l’architettura necessaria.
Gallucci è progettista soprattutto di spazi abitativi. La mano è leggera alla ricerca di dinamicità fluidità trasparenza. Lo spazio cartesiano si rompe a favore della compenetrazione degli spazi con linee spesso curve. Le abitazioni realizzate si scoprono lentamente con punti di vista e scorci sempre diversi, suggeriti da tagli orizzontali e verticali, da sipari che si aprono su nuove prospettive.
Tutto questo e molto altro in L’architettura necessaria di Laura Gallucci, di Irene de Guttry e Cristina Liquori, Ed. Quodlibet 2015.
(AP Autogestione e politica prima, luglio-dicembre 2016)
di Franca Fortunato
Riace è un piccolo paese calabrese situato nelle zone interne della locride sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria. Nel 1972 divenne famosa per il ritrovamento nel suo mare dei cosiddetti Bronzi di Riace, esposti nel Museo di Reggio Calabria. In questi ultimi anni il suo nome si è fatto strada nel mondo per qualcosa di più prezioso dei Bronzi, per le sue buone pratiche politiche di accoglienza e reinserimento dei rifugiati e richiedenti asilo politico. La storia di questo piccolo borgo medievale è stata raccontata da Chiara Sasso, ambientalista e coordinatrice della Rete dei Comuni solidali, nel suo libro “Riace, terra di accoglienza” edito GruppoAbele. La storia di Riace è la storia della Calabria dell’accoglienza, della civiltà dell’ospitalità, della sacralità dello Straniero, arrivato sulle nostre coste da paesi lontani. La storia di Riace è la storia dell’Europa che accoglie e non respinge, che apre le sue porte e non alza muri né chiude frontiere, che dà e non toglie dignità a chi approda sulle sue coste o arriva sulla sua terra.
Il tutto ha inizio nel 1998 quando un centinaio di curdi, sfuggiti all’esercito di Ankara e iracheni scappati dai gas di Saddam, arrivarono sulle coste della locride e molte e molti si prodigarono per accoglierli nel proprio paese. È allora che il futuro sindaco, Domenico Lucano, insieme all’associazione “Città Futura” pensa, sull’esempio di Badolato, di riportare a nuova vita il borgo medievale col recupero delle case disabitate per lo più degli emigrati e con il recupero di antichi mestieri. Dopo un po’ di tempo i curdi partono per la Germania, ma ne arrivano altri da Lampedusa: eritrei, afgani, etiopici. È a partire dal 2000 che “si parte”. Il paese rinasce, gli immigrati portano un’economia a botteghe destinate a chiudere i battenti. Vengono organizzati dei corsi d’italiano, i bambini sono inseriti nella scuola, nell’asilo. Si aprono i laboratori di tessitura, ceramica, vetro, confetture di marmellate, olio con l’ultimo frantoio rimasto nel paese. Si apre il ristorante con la “taverna Donna Rosa” dal nome di una venditrice di stracci che con la sua povera mercanzia portava al mercato tanta solidarietà. Viene fondata la prima cooperativa “Il Borgo e il Cielo” in grado di seguire i vari laboratori ed anche all’asino si ridà dignità con la raccolta differenziata porta a porta. Nel 2004 Lucano viene eletto per la prima volta sindaco e si pone l’obiettivo di “rompere l’isolamento”. Per questo accetta inviti in ogni dove e “comincia a raccontare il progetto”. Coinvolge in esso anche i sindaci di Caulonia e Stignano. I tre collaborano. Organizzano assemblee e Consigli comunali aperti per spiegare alla popolazione che con gli immigrati e le immigrate non arrivano i barbari ma “una straordinaria opportunità per il territorio”.
Quando a Caulonia arrivano le prime 50 donne nigeriane dal Cpt di Ragusa, il sindaco Ilario Ammendolia le accoglie consegnando ad ognuna una rosa e dando loro la possibilità di una telefonata per dire a casa che sono arrivate. Scrive alle nuove arrivate una lettera di benvenute, che viene tradotta in inglese. Un’altra la indirizza alla cittadinanza perché accolgano le straniere venute da lontano. Insomma si fa mediazione vivente tra le immigrate e la popolazione che risponde con generosità e umanità.
Nel 2009 Domenico Lucano viene rieletto sindaco, nonostante atti intimidatori – la locride è zona di ’ndrangheta che mal sopporta le buone pratiche politiche del “sindaco dell’accoglienza” – e l’unione contro di lui di tutti i partiti dell’arco costituzione a cui evidentemente non piace la “Primavera di Riace” che vorrebbero fermare. C’è un’immagine che allora ha fatto il giro del mondo, con sms, con email, durante l’attesa dei risultati. L’immagine di Ramadullah, il bambino afgano che ha seguito tutto lo spoglio in municipio, in ginocchio, con le mani giunte a pregare. Lucano venne rieletto e così anche nel 2014. In quel 2009 Chiara Sasso con altri organizza la prima edizione del Riacefestival, a cui quest’anno nei giorni 25-26-27 luglio hanno partecipato per la prima volta Le Città Vicine con la mostra “Lampedusa Porta della vita” realizzata, in occasione del Lampedusafestival 2013, da Anna Di Salvo e Katia Ricci delle Città Vicine e Rossella Sferlazzo dell’Associazione lampedusana Color Revolution. A rendere famosa l’esperienza di Riace ha contribuito anche il regista Wim Wenders con il suo film documentario “Il volo”. Di recente Domenico Lucano ha parlato della sua Riace a Bruxelles, invitato dal Parlamento europeo. Lui che dalla rivista americana “Fortune” è stato indicato per il 2016 tra i primi 50 personaggi più influenti della terra. Perché, insieme a Lampedusa, non candidare Riace e il suo sindacoal Premio Nobel per la pace?
Riace, terra di accoglienza
(AP Autogestione e politica prima, luglio-dicembre 2016)
Il 17 Settembre, 2016, alle 17:30,
riceviamo da Vittoria Chierici
Giardini dell’Arte, in via Palestro 8, Milano.
Un rose seule, c’est tout les roses…scrive Rainer Maria Rilke in francese, nella raccolta, Les Roses, tra i suoi ultimi poemi scritti due anni prima di morire al Sanatorium di Valmont, nel 1926.
L’artista Katja Noppes, leggera’ alcune di queste poesie nel magico Giardino delle Arti di via Palestro 8, durante l’esposizione dei miei dipinti sullo stesso tema. Nata nel 1967 a Stamberg in Germania, Katja vive e lavora a Milano dove si e’ diplomata all’Accademia di Brera.
Un film documenta dei miei dipinti il cambiamento di colore dalla luce al buio, assieme ai readings di amici che ho incontrato nei miei viaggi, come Ulrich Baer, Germanista alla New York University; la grande pianista Alessandra Celletti che mi ha proposto di ripodurre un breve brano di Eric Satie; Kiki Fisch, artista americana, francese e israeliana, socia del gruppo degli Abingdon Square Painters, fondato negli anni ’30.
Max Gottesman, genetista e professore alla Columbia University; Valentina Vandelli, Emanuele Marchesini e Andrea Guerrer, giovani attori di teatro con esperienze internazionali; Benito Odorici, di Bologna, giardiniere per anni nella casa di famiglia; il Reverendo Clint Padgitt della Chiesa Luterana di New York; Alessandro Spoldi musicista; Salieu Suso dal Gambia, straordinario interprete dello strumento Kora.
Ringrazio in particolar modo: Il fotografo Sergio Buono per le bellissime foto e la grafica del film; Mariel Reid, per i testi in Inglese e lo scrittore Francesco Matteo Cataluccio che mi ha invitata a presentare per la prima volta questa idea.:
Il 17 Settembre, 2016, alle 17:30, ai Giardini dell’Arte, in via Palestro 8, Milano.
evviva !
Vittoria Chierici “Stones in the road? I save every single one, one day I´ll build a castle” Fernando Pessoa
di Paola Rudan
[N.d.r: E’ un articolo difficile da decifrare ma vale la pena leggerlo, se non basta una volta due]
A ispirare l’ultimo lavoro della filosofa femminista Judith Butler – Notes toward a Performative Theory of Assembly (Harvard University Press, 2015) – sono i movimenti sociali che hanno attraversato le strade e le piazze del globo negli ultimi dieci anni. Le grandi manifestazioni dei migranti latinos negli Stati Uniti, Occupy Wall Street, gli Indignados, le «Primavere arabe» e Black Lives Matter pongono per lei domande fondamentali sulla democrazia. Questa non è semplicemente intesa come una forma di governo, ma è pensata nel campo di tensione tra la sovranità popolare e quella rappresentativa, tra le dinamiche del riconoscimento e una battaglia etica per estendere i confini della «riconoscibilità».
I protagonisti di questa battaglia sono soggetti «precari» che non godono della protezione del diritto né di sostegno economico e sociale da parte delle istituzioni e che, nonostante tutto, non sono ridotti alla paralisi politica della «nuda vita». Al contrario il loro assembramento nello spazio pubblico costituisce per Butler un momento capace di trasformare lo stato di cose esistente ponendo in questione le norme e le gerarchie che lo costituiscono. Butler stabilisce così un nesso tra la lotta contro la precarietà e la democrazia che sembra rispondere all’esigenza di pensare una politica di massa al di là dei confini dello Stato. Eppure, a ben guardare, la sua performance è ancora legata a una logica tutta moderna, che fa dello Stato l’autorità incaricata di sancire ogni trasformazione e dà per scontata la sua capacità di garantire una continua inclusione, persino all’interno delle coordinate globali che hanno drasticamente modificato il suo spazio d’azione.
Dentro e fuori la legge
La teoria approssimata in queste pagine attinge a quella della performatività di genere che attraversa la vasta produzione di Butler. Se il genere è l’effetto di una combinazione di poteri discorsivi e istituzionali che si impongono normativamente attraverso la ripetizione nel tempo da parte dei soggetti, l’iterazione di comportamenti difformi rispetto alle norme di genere è capace di alterarne la presa coercitiva. La performance è quel momento paradossale in cui l’atto di riproduzione di una norma è al contempo una deviazione dalla norma e una forma di resistenza. In quanto è sempre una negoziazione di potere, la riproduzione del genere esprime una tensione a estendere i confini dell’umano creando le condizioni affinché anche coloro che non sono conformi alla norma possano essere riconoscibili e apparire liberamente negli spazi pubblici e privati. Proprio perché investe le condizioni della «riconoscibilità» dei soggetti, la performatività di genere è legata alla precarietà.
Questa è la situazione di quanti sono esposti alla fame o alla morte violenta, alla violenza dello Stato o a quella che il diritto non può evitare o correggere. La precarietà non è semplicemente una condizione di lavoro, ma può riguardare anche il lavoro. Essa non coincide con la vulnerabilità – che indica la dipendenza costitutiva, per quanto storicamente definita, del soggetto dagli altri e dall’ambiente – ma è «indotta politicamente», è l’effetto di una distribuzione iniqua delle condizioni sociali, economiche e politiche necessarie a esistere e persistere. Come la performance di genere riformula o rompe le condizioni dell’«apparizione», così coloro che non sono riconosciuti perché non sono contemplati come soggetti all’interno di una specifica concezione normativa dell’umano diventano riconoscibili l’uno per l’altra incontrandosi nell’assemblea.
Le norme che regolano l’apparizione nella sfera pubblica e la loro rottura – come quella praticata dai migranti messicani che a milioni nel 2006 hanno manifestato negli Stati Uniti, sfidando l’invisibilità imposta loro dallo status di clandestini – diventano quindi il centro della riflessione di Butler: l’apparizione diviene performance nel momento in cui nessuna legge la tutela e la garantisce.
In questo quadro, lo spazio pubblico è per Butler il significante delle norme e gerarchie che organizzano la vita. Ciò che rileva in questo spazio non è tanto la parola, ovvero le rivendicazioni esplicitamente avanzate dalla collettività che scende in strada, ma il fatto che una pluralità di corpi si riunisca alla luce di una comune condizione di precarietà per contestarla.
L’organizzazione della «persistenza» dei corpi nello spazio pubblico – esemplificata dalla costruzione di dormitori e cucine da campo che hanno permesso ai manifestanti di rimanere in piazza Tarhir o a disoccupati e sfrattati di partecipare alle mobilitazioni degli Indignados – è una contestazione performativa del confine tra pubblico e privato, della divisione sessuale del lavoro, così come un’esposizione delle condizioni economiche e sociali che sono necessarie alla vita, che non sono riconosciute dalle istituzioni e che dovrebbero esserlo. Affermare che vi sia politica prima della parola significa criticare l’idea – che Butler discute attraverso Hannah Arendt – che la sfera della libertà cominci là dove termina quella della necessità.
Questa concezione non solo nasconde il lavoro riproduttivo, connotato sessualmente e razzialmente, necessario per consentire ad alcuni di liberarsi dal bisogno e prendere parola, ma anche disconosce la centralità del corpo come nucleo politico. Le rivendicazioni fatte in nome del corpo (protezione dalla violenza, servizi, nutrimento, mobilità, libertà di espressione) sono invece il presupposto e il segno di una prospettiva etica che pensa ogni soggetto nella sua relazione vitale e costitutiva con gli altri, con l’ambiente e con le tecnologie. La vulnerabilità, in questo senso, non è il nome di un’insuperabile debolezza, non è un principio di vittimizzazione, non coincide con l’inerzia della «nuda vita». Essa al contrario è il principio etico che consente un’azione collettiva che riconosce la dipendenza di ciascuno dagli altri e dal mondo e di contestare la precarietà rivendicando l’uguaglianza necessaria affinché ciascuno viva una vita buona.
La politica dei corpi prima della politica della parola permette a Butler di proporre un’idea dell’obbligazione etica fondata sulla precarietà. Questa è la condizione che ci lega oggettivamente a coloro con cui siamo riuniti in assemblea – che neppure conosciamo o con i quali potremmo anche essere in conflitto – o a tutti quelli che con noi abitano la terra, ma che non abbiamo scelto. L’obbligazione etica deriva dal riconoscimento dell’eterogeneità della popolazione terrestre con cui siamo in una relazione costitutiva, una relazione che ci impone di salvaguardare l’uguale diritto ad abitare la terra al di là delle differenze nazionali, razziali, religiose o di cittadinanza. Dalla coabitazione non scelta deriverebbe, in altri termini, una rivendicazione universalistica che prescrive istituzioni per le quali nessuna parte della popolazione possa essere «socialmente morta». Ciò impone inevitabilmente di criticare lo Stato-nazione, perché il nazionalismo si configura come ordine discorsivo fondato su «esclusioni costitutive», ma non conduce a una comprensione delle dinamiche transnazionali che oggi condizionano l’azione dello Stato o delle istituzioni che sarebbero chiamate a garantire il riconoscimento.
Così, mentre contesta la precarizzazione prodotta dalle «istituzioni governamentali ed economiche» e auspica istituzioni a venire che siano realmente capaci di inclusione, Butler tratta la precarizzazione come una sorta di «errore» contingente, che può sempre essere corretto attraverso la spinta performativa dei movimenti sociali. Proprio in quanto le condizioni della sua azione non sono sottoposte a scrutinio, lo Stato resta la controparte unica, necessaria e privilegiata dei movimenti sociali e la sua capacità di inclusione – quanto meno in crisi sotto la spinta del capitale globale – è semplicemente data per scontata.
La performance dei movimenti si risolve così per Butler in una funzione interna all’ordine sovrano. Questo può modificarsi e allargare i confini dell’inclusione, ma la logica del riconoscimento impone in ogni caso la necessità di un’autorità capace di metterlo in pratica. Per lei non sembra rilevante che il riconoscimento reciproco come uguali che ha, o dovrebbe avere luogo tra gli uomini e le donne che vivono la stessa condizione possa esprimersi in un rapporto con l’autorità caratterizzato anche dall’antagonismo anche radicale. Sebbene non pensi il «popolo» come figura identitaria ma come significante di una lotta costante per l’inclusione e come espressione della pluralità dei corpi che si assembrano pubblicamente, Butler propone un discorso tutto moderno sulla legittimazione democratica del potere costituito riducendo la performance a un momento, necessario benché problematico, della sua riproduzione.
La gabbia dell’universalismo
In questo ordine del discorso non trovano spazio la complessità e le contraddizioni che i movimenti sociali portano con sé. Per Butler non è rilevante la loro critica al capitalismo, alla politica e alla sua rappresentazione statale, né la possibilità che l’oggettiva e occasionale convergenza dei corpi si traduca in un progetto politico condiviso. Dare spazio al discorso dei movimenti sociali, d’altra parte, significherebbe farsi carico di tensioni che non sono facilmente riducibili al combinato di universalismo e pluralismo cui rimanda l’etica della precarietà. Dopo tutto, mentre mettevano in discussione la divisione sessuale del lavoro nelle cucine da campo, alcuni degli uomini di piazza Tarhir hanno cercato di impedire alle donne, anche attraverso la violenza, di prendere parte alla sollevazione. A Zuccotti Park, a Plaza del Sol, a Place de la République, all’interno di ogni movimento che abbia lottato e continui a lottare per l’uguaglianza, può affermarsi una considerazione patriarcale della libertà e del corpo delle donne.
Dare voce a queste contraddizioni senza affogarle nel pluralismo democratico è la sfida che ha di fronte ogni discorso che abbia la pretesa di essere espansivo, ovvero praticabile da chi, assembrandosi in massa, rifiuta la propria precarietà.
Il libro Mia madre femminista (Il Poligrafo, Padova 2015) richiama nel sottotitolo una rivoluzione,quella femminista, partita nella seconda metà degli anni ’60, un processo irreversibile di trasformazione delle coscienze delle donne, che ha consentito loro di prendere parola pubblica e di affermare sestesse come soggetto libero nella scena sociale e politica, trasformando le relazioni con gli uomini.
Le autrici questa rivoluzione l’hanno vissuta, non ne parlano per sentito dire o per letture fatte, ma attraverso la loro voce e le voci di altre che parlano dall’interno di quel processo. Avrebberopotuto cimentarsi in un lavoro storico tradizionale che sarebbe stato accolto dalla comunità scientifica e magari utilizzato per qualche testo per le scuole; ne avrebbero avuto le competenze poiché sono insegnanti esperte e hanno nel loro curriculum un pluriennale percorso di ricerca storica e di pubblicazioni.Fanno invece un’altra scelta: intraprendono un racconto soggettivodi quegli accadimentie scoperte nel quale si può ritrovare chi come me li ha vissuti. L’obiettivo è però più ambizioso: è quello di trasmettere la memoria di quanto accaduto alle generazioni successive. Qui entra in gioco il loro amore per l’insegnamento. L’idea del libro nasce infatti a seguito delle domande delle e degli studenti dopo la visione della mostra Noi utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani. Quarant’anni di storia del movimento delle donne a Milano, prodotta nel 2006 da Marina insieme ad altre.
Con una felice intuizione sperimentanouna narrazione drammatizzatadi quasi 50 anni di femminismo che si dispiega in un dialogo tra madre e figlia in quattro tempi. I tempi non si riferiscono a una periodizzazione della vicenda storica ma a quattro nuclei tematici cui si possono ricondurre le elaborazioni e le pratiche politiche delle donne che vengono affrontati con quattro diverse modalità corrispondenti ad altrettanti cambi di scena: il primo tema in cui si evoca il percorso compiuto per prendere parola, trovare parole proprie per dirsi, viene trattato in una lettera della madre alla figlia; il tema dell’autogestione del corpo e dell’autodeterminazione nella sessualità e nella procreazione viene affrontato invece nel salotto di casa; dei luoghi di incontro e di elaborazione del femminismo si parla in occasione di una visita in uno di essi; il tema del lavoro è argomento di una lettera alla madrenella quale la figlia,riferendo la discussione in pizzeria con donne e uomini dopo un incontro dell’Agorà del Lavoro a Milano,dichiara che nelle nuove idee sul lavoro riguardanti il superamento della divisione tra il lavoro di produzione e quello di riproduzione dell’esistenza, per quanto espresse in gran parte da donne più grandi di lei, trova rispecchiamento la sua esperienza di giovane alle prese con la precarietà e il desiderio di maternità. Con questo finale si compie simbolicamente il passaggio generazionale tra chi è stata giovane negli anni ‘60 e ’70 del secolo scorso e chi lo è oggi nel nuovo millennio.
Le autrici, per evitare che il racconto soggettivo resti personale e rendere la dimensione collettiva di una storia condivisa, inseriscono 58 testimonianze fatte di parole e immagini che compaiono nel libro con eleganti inserti di colore grigio. Evocano il contesto delle vicende riferite nel dialogo tra madre e figliae rivelano episodi inediti di questo percorso: dalla lotta contro la guerra del Vietnam di Luisa Muraro alla lingua ritrovata che riporta al centro la vita di Lea Melandri, dall’invenzione dello slogan “Tremate, tremate! Le streghe son tornate!” di Bia Sarasini alla creazione della Libreria delle donne di Lia Cigarini, dal modo diverso di stare in fabbrica e di fare sindacato delle lavoratrici di Bresciaall’autogestione della MAG di Verona e all’invenzione di forme di lotta e di presa di coscienza pubblica da cui trarre suggerimenti, solo per fare qualche esempio.La scelta delle 100 foto risulta efficacissima nel disegnare, senza appesantire il testo con elenchi di date e di luoghi, la cornice spazio-temporale nella quale le vicende si svolgono.
Un punto di forza del libro è rappresentato da un linguaggio fluido, accattivante e preciso, semplice ma non semplificato anche nelle testimonianze, frutto di un’attenzione relazionale che non cancella l’originalità delle singole. Qui emerge la valenza politica dell’impresa: la scelta di mettere al centro il rapporto madre-figlia quale prefigurazione simbolica di una società costruita sulla sapienza e la capacità ordinatrice della madre e quindi sulla lingua materna, cioè sulla lingua nella quale parole e cose si corrispondono, quella che parliamo naturalmente con le creature piccole per insegnare loro a stare al mondo, mentre il parlarla con gli adulti deriva da una rigorosa e sapiente pratica politica.
Infine voglio mettere in rilievo il loro agire politico in relazione.Questo libro non avrebbe preso questa forma senza la capacità e la propensione a mettere in comune le competenze e i talenti: il lavoro sulla soggettività per autorizzarsi a fare storia partendo da sé, la sapienza magistrale acquisita con le differenti esperienze di insegnamento, la competenza nella documentazione visiva di Marina e il talento teatrale di Luciana, l’esperienza materna di quest’ultima; ingredienti che hanno dato un risultato più grande di quello che ognuna di loro avrebbe singolarmente potuto raggiungere con le sue solo forze.
*Betti Briano, cofondarice nel 1972 del Collettivo femminista savonese e della Biblioteca delle Donne alla fine degli anni’70, attualmente è impegnata nella comunità Eredibibliotecadonne, delle cui attività si dà conto nel blog https://eredibibliotecadonne.wordpress.com/
(Aprile/giugno 2016, Autogestione e Politica prima)
di Andrea Tarquini
Una pagina di storia, una svolta per l’Islam è stata scritta nei fatti alla preghiera del venerdì nella moschea Mariam di Copenhagen, uno dei luoghi di culto musulmani nella capitale danese. Per la prima volta in Danimarca, e probabilmente in Europa, due donne-imam hanno celebrato la cerimonia. E parlando ai fedeli hanno affrontato i problemi più attuali e dolorosi, dal divieto del Burkini in Francia e altrove alla lotta tra innovatori e conservatori patriarcali nell’islam, e ovviamente di un’idea d’Islam in cui le donne abbiamo piena parità di diritti e di opportunità di vita libera.
Le due imam si chiamano Sherin Khankan e Saliha Marie Fetteh. Hanno celebrato insieme. Khankan ha intonato l’Adhan, l’appello alla preghiera, e ha pronunciato un discorso d’apertura. Fetteh ha rivolto ai fedeli radunati per pregare, in maggioranza donne, la Khutbah, o sermone. Tema, ovviamente, “le donne e l’Islam nel mondo moderno”. Con accenni critici, ma pochi, al divieto del Burkini.
Imam donne esistono già altrove, ma sono casi rari. Ce ne sono in Cina dal 19° secolo, in Sudafrica dal 1995, e a Los Angeles la ‘Moschea delle donne d’America’ ha aperto l’anno scorso. Preghiere vengono condotte a Oxford dalla imam Amina Wadud. Tutte le donne promosse Imam hanno seguito regolari studi religiosi islamici, ma spesso vengono boicottate dagli Imam maschi e dalle strutture e gerarchie tradizionaliste della fede musulmana.
“Questo movimento nato ora in Danimarca – ha detto Sherin Khankan – è parte di un vasto movimento mondiale, spero che potremo dare l’ispirazione a donne in altri paesi ed essere ispirate da loro”.
Saliha Marie Fetteh
Alla preghiera del venerdì officiata da Sherin e Saliha Marie hanno partecipato centinaia di donne, anche di altre religioni o laiche. Segnale di presenza e solidarietà. “Siamo ancora in un processo d’apprendimento, ai primi passi d’un viaggio spirituale”, ha affermato al Guardian Sherin Khankan.
La Moschea Mariam dove le due imam hanno celebrato per la prima volta è da sempre schierata con l’islam liberal e progressista. Ha già celebrato matrimoni e divorzi. La moschea ha scritto e pubblicato una sua Carta sui diritti di chi si sposa, fondata su principi-chiave: la poligamia non è ammessa, le donne hanno il diritto a divorziare, un matrimonio verrà annullato se ci si è arrivati con violenza o coercizione, e in caso di divorzio le donne avranno pari diritti sui digli.
“Uno dei nostri principali obiettivi – ha dichiarato Sherin Khankan che indossa il velo solo durante le funzioni religiose – è di sfidare le strutture patriarcali nelle istituzioni religiose. L’Islam è stato dominato dai maschi, le donne non hanno ancora piena eguaglianza nel cattolicesimo e nel giudaismo, e nel protestantesimo l’ordinazione di donne-sacerdote è recente”.
La moschea delle due imam vuole anche sfidare “le interpretazioni patriarcali” e fondamentaliste del Corano, confrontarsi con la crescente islamofobia in Europa, promuovere i valori progressisti islamici. “Puntiamo sul dialogo, e abbiamo ricevuto molto feedback di reazioni positive da fedeli in Pakistan e Iran, dai paesi arabi, dalla Turchia, dall’Europa. Ci muoviamo su basi teologiche solide, non esistono critiche religiose valide contro di noi”, spiega Sherin Khankan. Ma i suoi genitori, la famiglia e non pochi amici si sono opposti duramente alla sua scelta di divenire Imam e guidare una moschea. E anche la maggioranza delle moschee danesi (il 90 per cento sono schierate su posizioni tradizionaliste) boicottano la Mariam. Persino in Danimarca, come nel resto del civilissimo e tollerante Grande Nord, l’allarme-migranti e la paura del terrorismo hanno suscitato movimenti xenofobi e rafforzato gruppi politici nazionalpopulisti.
(la Repubblica, 27 agosto 2016)
di Tullio De Mauro
Dal passato regime sovietico la Russia, come del resto altri paesi ex comunisti, ha ereditato un sistema scolastico efficiente. La percentuale di diplomati di livello medio superiore è la più alta del mondo. In questa felice età del consumismo anche in Russia gli adulti soffrono di regressione delle capacità di lettura e calcolo, ma la percentuale di persone con sufficienti o buone capacità supera la media internazionale e si lascia largamente indietro paesi come Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania. Per undici anni l’istruzione è obbligatoria e gratuita, la spesa grava sullo stato. L’università ha risultati eccellenti nei settori tecnico-scientifici ma anche nell’apprendimento delle lingue straniere, e chi la frequenta ha un sostegno economico.
Il sistema poggia sull’impegno collettivo e anche, in misura notevole, sulle basse paghe dei docenti, da 10mila a 15mila rubli al mese (da 140 a duecento euro). Gli insegnanti, secondo un informatore di queste note, cominciano a lamentarsi, in genere, come là è prudente fare, “a bassa voce”. Però secondo Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja, qualcuno ha osato ricordare in pubblico all’attuale premier, Dmitrij Medvedev, che i poliziotti guadagnano cinque volte di più d’un insegnante. E lui ha risposto: vero, io e il mio partito, Edinaja Rossija (Russia unita), lo sappiamo, ma la vostra è una missione. Se cercate quattrini, dedicatevi agli affari. Novaja Gazeta ora chiede le sue dimissioni.
(Internazionale, 26 agosto 2016)
di Alessandra Pigliaru
Dare conto delle numerose analisi che attengono al lavoro e alla sua trasformazione è piuttosto complicato. Lucia Bertell, studiosa e cooperatrice da molti anni impegnata nella progettazione partecipata e ricerca sociale sul lavoro, si interroga sui suoi mutamenti a partire da un libro recentemente pubblicato per elèuthera dal titolo Lavoro ecoautonomo. Dalla sostenibilità alla praticabilità della vita (elèuthera, pp. 191, euro 15).
Il percorso che ha intrapreso mostra uno spostamento generale dalle cosiddette «altre economie», «economie solidali» a quelle che lei chiama «economie diverse» per poi riflettere su una ulteriore nominazione che è quella di «ecoautonomia». Secondo lei il termine accentua e mostra l’idea della vita dal soggetto all’insieme in una «interazione continua». Cosa significa?
Il passaggio da «altra economia» a «economie diverse» è dovuto a una condivisione in seno al gruppo TiLT/Territori in Libera Transizione e di cui parliamo nel libro Davide e Golia. La primavera delle economie diverse (Jaca Book, 2013). «Altra economia» dà il senso della costruzione di un’economia parallela che non ha a che fare con quella in cui siamo, invece, tutti immersi, quella dominante. «Economie diverse» ha cercato di porre l’accento sulle molte forme di economia, sulle loro diversità e, soprattutto, sulla possibilità di sentirsi in transizione nelle forme attraverso un processo di ibridazione. Il neologismo «Ecoautonomia» mi e ci ha permesso di fare un ulteriore passaggio a partire sia da una critica propositiva fatta da Cristina Cometti che denunciava un eccesso di centralità dell’economico come lente interpretativa del contesto di studio, sia dalla diretta voce dei protagonisti e delle protagoniste della ricerca, tante lavoratrici e lavoratori produttori che, con le proprie pratiche quotidiane e le proprie reti e relazioni, ponevano l’accento sulla quotidianità della vita più che sulle questioni economiche. Si può passare da lavoratrici e lavoratori che sostengono il sistema economico dominante a persone che mettono al centro la praticabilità della vita. Il primo ordine si relaziona a qualcosa di astratto, l’altro a qualcosa di vicino che dipende da noi. Il primo afferisce a un ordine antropocentrico, il secondo si potrebbe dire «zoepensante», oppure, come direbbe Rosi Braidotti, «zoecentrico». Il primo ordina i propri fattori a partire dalla priorità dell’homo oeconomicus mentre il secondo ordina i propri elementi a partire da un’appartenenza all’esistenza intera.
Storicizzando la categoria del lavoro, si è trovata dinanzi ad almeno due ripensamenti archiviati come «amori falliti»: il cooperativismo e il femminismo. Come è andata?
Nel tempo il sistema capitalista ha dato vita a modalità più invasive e a un mercato del lavoro che ha messo a sistema ciò che di buono il cooperativismo offriva come la capacità relazionale, un’idea di giustizia, la cura, e via così. In questo tempo, troppo flebili sono state le voci e le istanze del cooperativismo delle origini. Troppo forte la malìa del lavoro strumentale. Così il movimento si è trasformato in settore, il terzo settore, inserendosi in un disegno di reciproco utilitarismo con mercato e stato. Qui si inserisce il movimento femminista che, ai miei occhi ma ormai non solo, ha enfatizzato alcune caratteristiche che le donne hanno portato al lavoro, in primis di tipo relazionale. Tuttavia, neppure il femminismo si è accorto che le donne, tanto valorizzate per il cambiamento che portavano nelle forme del lavoro, stavano reggendo il gioco del potere dominante, di una economia padrona e, diciamolo, di uomini. Nel libro parlo di «engagement delle donne». Ma mentre penso che il cooperativismo abbia ormai poche occasioni per assomigliare a se stesso, credo, invece, che il femminismo abbia ancora la forza di aprire strade e abbia la capacità di orientarci.
Come scrive, il momento storico in cui ci troviamo richiede attenzione riguardo il pericolo di «non subire la predominanza omologante del mercato». A questo proposito sostiene che sia la metonomia, e quindi la lingua materna, a poter mantenere aperto il conflitto con il capitale…
Sì, questa è una tesi che perseguo da un bel po’ di tempo. Come dice il mio amico Michele Bottari, le femministe sono fissate con la nominazione e, aggiunge, hanno ragione. È proprio con un’attenzione alla nominazione che il femminismo ha aperto conflitti e fatto ordine simbolico. La pratica metonimica invece che quella metaforica, come diceva già Luisa Muraro nel suo Maglia e uncinetto, attiene alla specificità della nominazione che sta proprio nel formarsi attraverso collegamenti trovati e non inventati. Le connessioni linguistiche possono essere di qualsiasi tipo purché siano stabilite attraverso dati che si presentano con l’esperienza e non sulla base di un rapporto di puro pensiero. Qui sta per me oggi la forza comunicativa della metonimia che si fa strada nel vissuto del lavorare. Vi sono state riflessioni importanti su singole parole all’interno dei gruppi e dei movimenti come Genuino clandestino o al Centro documentazione anarchica Domaschi o al Gruppo di acquisto sociale Piccoli. Una per tutte, per fare un esempio, quella di «sovranità» alimentare messa da parte in favore di «autodeterminazione».
L’anarchia e l’ecoautonomia hanno più di un’affinità, in relazione a ciò che chiama saperi anarchici liberamente agiti…
In realtà quello che è emerso ai miei occhi, con l’aiuto di Cristina Cometti, è un legame di affinità tra anarchia ed ecoautonomia ma anche tra queste e il femminismo. È qualcosa che è rimasto ancora aperto nella mia ricerca. Solo pochissimi intervistati si sono autoposizionati in un’area di pensiero e di pratiche anarchiche ma a partire da un’intuizione emersa dalle pratiche di economie diverse osservate in Sardegna, si è fatta strada una pista anarco-libertaria senza che questa fosse detta o potesse essere detta.
A tal proposito, riporta alcune delle storie raccolte durante l’anno della sua ricerca tra il Veneto e la Sardegna. Dalla raccoglitrice di zafferano al riparatore di biciclette, passando per la casara e alcune esperienze di coltivazione biologica. Cosa ha scoperto attraverso questi incontri e che tipo di narrazioni ne sono scaturite?
Il confronto tra Veneto e Sardegna su questi temi ha raccolto molto materiale perché come TiLT lavoriamo tra queste due regioni dal 2010, a partire da due progetti di ricerca con Antonia De Vita, Giorgio Gosetti e Federica de Cordova. Ma ancor prima con Cristina Cometti che si è trasferita lì per un cambio di stile di vita e di lavoro. Quello di cui le donne e gli uomini intervistati mi parlavano non aveva più a che fare con un mondo alternativo caratterizzato da buoni valori solidali, ambientalisti, mutualisti. Questi valori, pur presenti nella cultura e nei percorsi personali, sono rimasti come sfocati mentre a tinte forti emergevano i tratti dell’autoderminazione e della libertà sostanziati da caratteristiche che ho individuato nel «vivere semplicemente», nel «reddito decentrato», nelle «relazioni di utilità» e in un’idea di «remuneratività» che non è solo una possibilità di scambio tra umani ma anche con la terra che accoglie. Lavori e vite che mostrano come possibile un altro paradigma in dialogo con quello in cui tutti siamo immersi, ma al tempo stesso rende possibile un percorso di transizione. Transition work, l’ho chiamato, per indicare che non è possibile un confronto tra lavoratori postcapitalisti e lavoratori ecoautonomi, perché entrambi i modelli, mi si passi il termine, che questi esprimono risulterebbero mancanti e fallimentari l’uno agli occhi dell’altro.