dal 7 al 22 ottobre 2016 inaugurazione

7ottobre 2016 ore 18 Nadia Magnabosco e Marilde Magni

City Art Via Dolomiti 11 20127—Milano

Accumuli, ossessioni e contaminazioni creazioni di altri mondi

a cura di Micaela Mander

Nadia Magnabosco e Marilde Magni tornano con una doppia personale in cui è possibile ritrovare temi e modi costanti nella loro produzione; altrettanto costante è sempre stato il loro riflettere sull’attualità, e ciò rende la mostra allestita negli spazi di City Art unica e nuova: se da un lato il titolo dell’esposizione è calzante con il loro modo di procedere, appunto per accumuli di materiali, per il ricorrere di ossessioni, soprattutto inteso quale continua riflessione sul ruolo femminile, e per le contaminazioni di oggetti, tecniche, materie diverse, dalla carta agli scontrini, dall’oggetto trovato e reinterpretato, dalla pittura alla scultura all’assemblaggio al libro; d’altro lato, intensa è la denuncia verso quanto sta accadendo nel mar Mediterraneo, le morti in mare, la tragedia di chi parte e non ce la fa, di chi arriva ma viene respinto, e anche di chi resta, soprattutto madri, e non ha più notizia di quei cari che il mare ha risucchiato, nell’indifferenza di troppi e nell’incapacità – o non volontà – dei governi occidentali di proporre valide soluzioni. Allora il sottotitolo della mostra, creazioni di altri mondi, non solo allude alla capacità dell’arte di dare vita a un’opera che è un mondo nuovo, un racconto che, grazie al fare dell’artista, prima non c’era e ora c’è, ma è soprattutto un invito a creare un nuovo occidente possibile, un mondo che non respinga, ma accolga, una babele di lingue e di esperienze il cui intreccio possa generare un colorato mondo di pace.

di Francesca Paci


Quello di Sumaya Abdel Qader è un nome che nell’estate del nostro scontento (lo scontento delle bagnanti musulmane felici di poter andare al mare con il burkini prima di sentirsi additate sulle spiagge francesi e l’altro, antitetico, di chi in quel costume legge l’ostentazione ideologica di un credo rivendicato dagli jihadisti) viene accostato alle polemiche. Lei, velo in città e burkini in spiaggia, non se ne cura. Bersaglio di critiche anche all’interno del suo partito, la sociologa 38enne nata in Italia da genitori di origini giordano-palestinesi dice piuttosto di voler sciogliere i fraintendimenti che minano il dialogo e lo fa rispondendoci nell’ufficio milanese di Palazzo Marino in cui lavora da quando a giugno è stata eletta consigliera comunale nelle file del Pd.

Da segno di modestia il velo è diventato appariscente: fa paura e fa al tempo stesso gola al mercato. Avverte un disagio nuovo? 

«Le donne musulmane sono prese tra fuochi incrociati. Per la prima volta in Italia ci sono casi di ragazze insultate o a cui è stato strappato il velo. All’inizio avevo sottovalutato il dibattito sul burkini giudicandolo gossip estivo. Sbagliavo: in parte è gossip ma in parte ha rimesso in discussione il percorso emancipatorio di alcune femministe e di molte musulmane».

Significa che l’’emancipazione passa anche dal burkini? 

«Sebbene purtroppo spesso lo diventi il burkini non nasce come simbolo politico ma come costume per le donne che prima avevano il divieto di andare in piscina coperte e si bagnavano al mare con grossi impedimenti fisici. Lo usano pure le cinesi riluttanti all’abbronzatura. Il nodo non è l’emancipazione. Il burkini, come il velo, è conforme all’abbigliamento delle musulmane che vogliono essere coerenti con una scelta di fede. Per tante, non per tutte, è una decisione libera da poter anche un domani ripensare. Vero, c’è chi si copre per il marito, per la società, per imposizione dello Stato: ma mi ha dato fastidio la rimessa in discussione di tante come me, consapevoli e integrate ma di colpo considerate sottomesse. Quelle come me sono invece in una specie di fase tre, abbiamo abbandonato i complessi di inferiorità o di superiorità, e non ci torniamo. Noi donne musulmane in primis siamo impegnate ad aiutare chi purtroppo vive l’oppressione di chi mistifica il messaggio dell’islam».

Si è chiesta come mai l’occidente si stia chiudendo a riccio?  

«C’è la paura di perdere i risultati ottenuti con le battaglie del femminismo e non si capisce che i percorsi sono diversi e lo sono i tempi e le lotte. Magari arriveremo allo stesso risultato, oppure no. Ma chi detiene la verità? Le donne si battono ciascuna a suo modo, è possibile che il confronto dialettico ci migliori tutte».

Come riconoscere le Sumaya, consapevoli e integrate? 

«Come riconoscere in strada le donne vittime di violenza domestica? È difficile. Dateci fiducia, le musulmane si stanno auto-determinando. Serve tempo. E il velo, che nelle nostre società pre-islamiche era solo oppressione, può addirittura aiutare la presa di coscienza perché è una proposta non forzata di Dio».

“Non forzata” vuol dire che chi non si vela non è meno pia? 

«Non c’è castigo per chi non si vela. Non è previsto nel Corano. Se indosso l’hijab e tutto il resto non lo faccio perché mi proteggo dallo sguardo maschile, che a volte ne viene perfino adescato, ma perché credo di rispondere al meglio alla volontà divina, è un atto di fede. Chi non lo fa però non è assolutamente peggiore di me».

La diffidenza nasce dalla paura. Non crede che nella reazione della Francia anti-burkini ci sia la legittima esasperazione per le 230 vittime morte in due anni di terrorismo di matrice islamista?  

«È vero. La paura della Francia è più che comprensibile, non la condanno. Dico solo che siamo tutti sulla stessa barca. Ascoltiamoci, ci conviene. Quanto a noi musulmani è ora di liberarci dalla ossessione del complotto contro di noi».

I musulmani vogliono tutti davvero dirimere gli equivoci? L’ex Fratello Musulmano francese Farid Abdelkrim sostiene che l’odio jihadista si sia abbeverato alle stesse sorgenti ideologiche di quello che chiamiamo l’islam politico, che viene dalla stesso album di famiglia. È d’accordo? 

«Abbiamo sbagliato tanto chiudendoci nel vittimismo. Abbiamo una grande responsabilità, scontiamo una grave incapacità comunicativa. Non siamo riusciti a rassicurare l’occidente perché anche noi, il mondo musulmano, siamo in crisi nel confronto con la modernità. Condivido quanto sostiene Farid, c’è un discorso, non necessariamente violento, che dall’islam ha condotto all’odio. È il momento di fare un passo avanti deciso e definitivo. Molti atteggiamenti del passato vanno superati. Non condivido per esempio l’ossessione di islamizzate tutto, il cibo islamico, la moda islamica… Basterebbe dire “conforme” a una scelta di fede per non escludere nessuno. Inoltre è arrivato il momento per noi di smetterla con la demonizzazione dell’occidente, una presa di coscienza a cui le donne possono dare un grande contributo perché entrano nel dibattito oggi, senza pregressi».

Il leader dei Fratelli Musulmani tunisini, Rachid Ghannouchi, ha dedicato l’ultimo congresso a una apertura da molti giudicata epocale: è arrivato il momento, ha detto, in cui i musulmani devono separare la politica dalla religione. È d’accordo? 

«Sì, molto. Ed è un processo inevitabile. Siamo a un punto in cui è urgente superare gli schemi, in questi anni l’islam politico non ha dato le risposte giuste. Alle società occidentali dico invece di confermare la laicità ma senza punire la religione e nel rispetto delle minoranze».

Non capita che spesso siano proprio le minoranze, compresi i musulmani più ortodossi, a non rispettare gli altri? 

«Capita che le donne velate facciano sentire a disagio le non velate, è vero. Ma è sbagliato. Capita anche il contrario e ci sono quelle che con veemenza ci accusano di essere retrograde. In realtà le donne che fanno una scelta libera e consapevole sono in una fase nuova, una fase tre, come dicevo prima. Siamo nate e cresciute in occidente, abbiamo superato la paranoia del confronto con le altre donne, non accettiamo imposizioni da nessun uomo. Io per esempio accompagno il percorso delle ragazze che vogliono mettere o togliere il velo, le sostengo entrambe. Fino a cinque anni fa la tendenza dominante era quella di toglierselo, anche per la fatica di doversi sempre giustificare. Oggi molte stanno scegliendo invece di mettere l’hijab: purtroppo a volte questa scelta nasce da una rivendicazione identitaria e su ciò bisogna lavorare, affinché l’hijab sia una decisione dettata solamente dalla volontà di adempiere a un precetto come atto di fede e di amore verso Dio e non dipenda da niente altro».

Non è vero che l’hijab è diventato un simbolo politico? 

«Non dovrebbe esserlo perché è l’adempimento di un precetto religioso. Ma è vero, in parte è diventato una rivalsa identitaria, come quello delle sorelle musulmane in Egitto. Purtroppo il dibattito su questi temi si è fatto più acceso dopo l’11 settembre 2011 e questo dibattito comprende di tutto, tolleranti e intolleranti di segni politici diversi. Constato solo che a sedici anni dalle Torri Gemelle siamo tutti più litigiosi. Sono confidente però che questo continuo litigare ci abbia fatto conoscere di più reciprocamente, che si possa raggiungere un equilibrio. Il complottismo di cui eravamo ebbri per esempio, l’idea che i terroristi non fossero musulmani o che l’America si fosse attaccata da sola, sta scemando. Emerge, seppure ancora molto interna, una forte autocritica tra i musulmani, una consapevolezza nuova».

 

(La Stampa, 27/9/2016)

 

6 ottobre 2016 al 22 dicembre 2016

Pinacoteca comunale di Ruffano, Corso Margherita di Savoia, 73049 – Ruffano (LE)

 

Il 6 ottobre 2016 la Pinacoteca comunale di Ruffano inaugura la mostra *IlMare *con le opere della bolognese Vittoria Chierici, artista visiva, attiva tra la sua città natale, Milano e New York. Con lei dialogherà Patrizia Dal Maso, docente di Storia dell’arte dell’Accademia di Belle Arti di Lecce.  Saranno esposte opere che la Chierici ha creato durante i suoi viaggi nel Nord dell’Atlantico, in Islanda, di fronte al mare della Groenlandia e al Nord dello stato americano del Maine. Per l’artista il mare è “un concetto simbolico e vuol dire prendersi delle libertà […]”. Le sue opere “sono caratterizzate dal movimento, che è la conseguenza della sua vitalissima irrequietezza e curiosità, ma anche il risultato di un profondo rapporto con l’arte del movimento per eccellenza: il cinema, da lei sempre amato, studiato e praticato […]. Ci troviamo cosi di fronte a opere che svelano, in presa diretta ma anche con l’aiuto dei ricordi, una
sorte di animismo che domina la realtà, e che l’arte tenta di svelare” (F.M. Cataluccio). Dice Vittoria Chierici: “Il mio lavoro d’artista si è maturato in un rapporto nomadico con la realtà. Vuol dire viaggiare,
filmare, fotografare e dipingere. Nei miei lavori uso tre tecniche, la pittura, il disegno e il video che si uniscono nel ritmo e nel movimento”.

*La mostra rimarrà aperta dal 6 ottobre 2016 al 22 dicembre 2016, presso la Pinacoteca Comunale di Ruffano in Piazza della Libertà, tutti i pomeriggi dalle ore 16.00 alle 19.00, il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e il sabato e domenica dalle 16.30 alle 18.30 (tel. 389 0945405).*

da martedì 4 ottobre a domenica 8 gennaio 2017

Triennale di Milano Viale E. Alemagna, 6 • Milano

L’altro sguardo. Quello che, dalla fine degli anni sessanta ad oggi, le fotografe italiane hanno rivolto alle trasformazioni del corpo e del tessuto sociale, della memoria privata e collettiva, del vissuto quotidiano e familiare, facendosi portavoce dei mutamenti concettuali, estetici e tecnologici della fotografia nel nostro Paese, spaziando tra decenni e generi, dalla fotografia di reportage a quella più sperimentale.

Fotografe di diverse generazioni come quelle entrate a far parte della ricca Collezione Donata Pizzi, estesa dai lavori pionieristici di Paola Agosti, gli omicidi di mafia di Letizia Battaglia, o i travestiti di Lisetta Carmi, all’atlante italiano di Silvia Camporesi, quello del quotidiano di Anna Di Prospero o delle sperimentazioni di Paola Di Bello, insieme a molto altro.

Circa cinquanta autrici pronte ad animare la selezione a cura di Raffaella Perna, di oltre centocinquanta fotografie e libri fotografici provenienti dalla Collezione, in mostra alla Triennale di Milano con L’ALTRO SGUARDO. Fotografe italiane 1965-2015.

Le autrici della selezione in mostra annoverano: Paola Agosti, Martina Bacigalupo, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Letizia Battaglia, Tomaso Binga (Bianca Menna), Giovanna Borgese, Marcella Campagnano, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Augusta Conchiglia, Paola De Pietri, Agnese De Donato, Paola Di Bello, Rä di Martino, Anna Di Prospero, Bruna Esposito, Eva Frapiccini, Simona Ghizzoni, Bruna Ginammi, Elena Givone, Nicole Gravier, “Gruppo del mercoledì” (Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Paola Mattioli, Silvia Truppi), Adelita Husni-Bey, Luisa Lambri, Lisa Magri, Lucia Marcucci, Raffaela Mariniello, Allegra Martin, Paola Mattioli, Malena Mazza, Libera Mazzoleni, Gabriella Mercadini, Marzia Migliora, Verita Monselles, Maria Mulas, Brigitte Niedermair, Cristina Omenetto, Michela Palermo, Lina Pallotta, Beatrice Pedicone, Agnese Purgatorio, Luisa Rabbia, Moira Ricci, Sara Rossi, Marialba Russo, Chiara Samugheo, Shobha, Alessandra Spranzi, Francesca Volpi.

L’esposizione sarà corredata dell’installazione multimediale “Parlando con voi” tratta dal libro omonimo di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore) e prodotta su idea di Giovanni Gastel da AFIP International – Associazione Fotografi Professionisti e Metamorphosi Editrice, che consta di trenta schermi pronti a condividere interviste esclusive delle fotografe insieme alla sequenza di loro opere e pubblicazioni.

Ad ulteriore corredo della mostra Silvana Editoriale pubblicherà il catalogo (italiano-inglese), con testi di Federica Muzzarelli, Raffaella Perna, un’intervista a Donata Pizzi e schede biografiche di Mariachiara Di Trapani

di Paola Rizzi

CITTÀ DEL MESSICO. Nel 2010 in una cittadina dello Stato del Messico (Edoméx – “Estado de México” – uno dei 31 stati che compongono l’omonimo Stato federale) la 28enne Mariana Lima Buendía fu trovata morta nella casa che divideva con il suo compagno, un poliziotto che la riempiva di botte e a cui tra le altre cose piaceva terrorizzarla infilandole la canna della pistola in bocca. Aveva appena detto a sua madre che intendeva andarsene e denunciare il suo aguzzino. Accanto al suo corpo furono trovate le valigie. Ma la sua morte venne subito archiviata come suicidio. La madre Irinea, donna semplice e coraggiosissima, non si è arresa, si è messa a studiare diritto e, aiutata dalle ong femministe e appellandosi alle nuove leggi messicane sulla violenza di genere, nel 2015 è riuscita a far riaprire il caso con l’imputazione di femminicidio. Il presunto assassino è attualmente in galera. A seguire la vicenda Ana Yeli Pérez Garrido, 32 anni, avvocata dell’Observatorio Nacional Ciudadano de Feminicidio, una delle decine di agguerritissime associazioni di avvocate, giuriste, sociologhe e politiche, che da decenni combattono senza tregua per salvare la vita alle donne messicane.

 

I numeri della strage
In Italia nel 2015 sono state uccise 468 persone, uno dei tassi di omicidi più bassi al mondo; poco meno del 30 per cento, 128, erano donne. È il nostro primato: in un paese in cui i morti ammazzati calano drasticamente, il numero di donne uccise resta costante e cresce in percentuale. In Messico la percentuale di femminicidi è “solo” del 10%. Ma in termini assoluti si tratta di una strage: nel 2015 sono state uccise 2352 messicane, una media di sette donne al giorno. In un paese in cui nello stesso anno ci sono stati 20 mila morti, numeri da guerra civile per l’escalation dello scontro tra cartelli dei narcos e forze armate, su cui ieri è intervenuto anche il Papa, può sembrare poca cosa. «Ma la battaglia principale è quella contro la sottovalutazione e l’impunità dei delitti contro le donne» ci spiega Ana. Una lotta di avanguardia con effetti molto concreti: in Messico “femminicidio” non è solo un brutto neologismo da usare nel dibattito politico o sui giornali. Dal 2011 è anche una precisa fattispecie di reato, con aggravanti pesantissime, inserita nel codice penale.

 

Ciudad Juárez

«Tutto è iniziato con gli eccidi a Ciudad Juárez, centinaia di giovani donne rapite, violentate, torturate e uccise a partire dagli anni ’90 nella totale impunità degli assassini. Prima si sono mobilitate le madri chiedendo giustizia, poi avvocate, giuriste e politiche». Una battaglia che ha portato nel 2009 alla condanna del Messico da parte della Corte interamericana dei diritti umani per la negligenza nella tutela della vita delle donne e ad una campagna per introdurre nella legislazione la parola femminicidio.
Nel contesto messicano la violenza domestica, il 30% dei casi, si unisce alla tratta e all’utilizzo delle donne come bottino nella guerra tra i narcos. «Per questo definire il reato è stato molto complesso – spiega Ana – ma l’obiettivo era determinare un’attenzione e una presa di coscienza della società e delle istituzioni su una realtà sottovalutata e negata». Secondo l’articolo 325 del codice penale federale introdotto dal 2011 (operativo in tutti gli stati tranne, paradossalmente, in quello di Ciudad Juárez, Chihuahua) il reato di femminicidio si configura come “l’uccisione di una donna per ragioni di genere”, ossia per il fatto di essere donna. Ragioni che sussistono quando si verifica almeno una di queste circostanze: il corpo presenta lesioni infamanti e degradanti, come mutilazioni e bruciature, ci sono segni di violenza sessuale, la vittima è stata segregata, c’è una relazione di intimità con il presunto assassino, il corpo è abbandonato sulla strada, esistono precedenti di violenza o molestie in famiglia, sul luogo di lavoro o studio tra la vittima e il presunto assassino.

[…]


(metro, 25/9/2016)





Scuola. Sembra ieri, è già domani. In questa biografia politica, fatta di relazioni, invenzioni e scommesse politiche, l’autrice Vita Cosentino ripercorre le trasformazioni segnate dalla soggettività portata dalle donne nella scuola: la pedagogia della differenza, il movimento dell’autoriforma, la riflessione sulla lingua. Possono queste pratiche di soggettività e di autoriforma considerarsi un laboratorio valido per il tempo che verrà? Marina Santini e Alessio Miceli che insieme hanno curato il volume della Moretti & Vitali 2016, e Laura Colombo, vi invitano a discutere di scuola e di politica, dei tempi che cambiano, delle difficoltà che si incontrano e delle opportunità che si aprono e di cui si può approfittare per diventare insegnanti che sanno insegnare a giovani persone cui piace imparare. E non solo.


Gli uomini non sanno più come risolvere i guai di questo mondo. Il nostro sarà il secolo del sorpasso. Le donne cambieranno metodo e (forse) ci salveranno.
di Aldo Cazzullo

Le donne conquisteranno il mondo e lo salveranno. Le donne erediteranno la terra. Questo sarà il loro secolo: il secolo del sorpasso della femmina sul maschio. È vicino il giorno in cui sarà del tutto normale che un capo di stato o di governo, l’amministratore di un’azienda o di una banca, il direttore di un giornale o di un ospedale sia una donna. E non sarà soltanto un cambio di genere; sarà un modo diverso di fare le cose.

Tante speranze nel mondo moderno sono tramontate: gli Stati Uniti d’Europa; la pace e l’amicizia tra i popoli; la coesistenza tra le religioni; l’illusione che il progresso sarebbe durato all’infinito, che la tecnologia avrebbe sempre creato ricchezza e lavoro, che la terra e l’uomo fossero immortali. Una sola, tra le conquiste degli ultimi decenni, ha messo radici: la rivoluzione delle donne. Per questo è fondamentale difendere i diritti e le libertà che le donne hanno conquistato, e conquisteranno nei prossimi anni: dal mondo islamico alla Cina, dall’Africa all’India. Dirlo non è da “maschio femminista”, espressione infelice; è da persona obiettiva. In molti paesi la rivoluzione è un fatto compiuto. I due leader europei più importanti degli ultimi decenni, Margaret Thatcher e Angela Merkel, sono donne; Londra nell’ora più difficile si affida a Theresa May; e Hillary Clinton è la prima donna ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca. (Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne: Marine e Marion Le Pen in Francia, Frauke Petry in Germania, Beata Szydlo premier in Polonia). L’Italia è più indietro. Certo, le donne fanno le astronaute, come Samantha Cristoforetti, e dirigono il Cern di Ginevra, come Fabiola Gianotti. Sono donne il sindaco della capitale, il presidente della Camera, il numero 2 del governo, i direttori delle principali carceri, gli amministratori o i presidenti di grandi case editrici: tutti sostantivi che dovremmo abituarci a declinare al femminile. Ma non basta. Le ingiustizie e i pregiudizi non sono finiti. E questo spesso genera tra le italiane scetticismo, sfiducia, frustrazione.

Quando dico in pubblico che il futuro appartiene alle donne, gli uomini annuiscono: alcuni angosciati o ancora speranzosi di allontanare quel doloroso momento; altri sollevati al pensiero di lasciare fatiche e responsabilità in mani migliori. Le donne invece sono spesso scettiche. Considerano che il loro tempo non sia ancora venuto, che il loro secolo non sia ancora cominciato. La presa del potere appareremota e in fondo neppure troppo desiderabile.

Il soffitto di vetro. Questo dipende dal fatto che l’Italia è un Paese profondamente maschilista. E sono le madri a insegnare il maschilismo ai figli. Ma pensiamo piuttosto ai giganteschi passi in avanti che le donne italiane hanno compiuto in pochi anni.
Ancora nel 1975 picchiare la moglie non era reato: la legge riconosceva la potestà maritale, e la Cassazione stabilì che poteva essere esercitata anche con «mezzi coercitivi»; le botte, appunto. I “femminicidi”, come si chiamano ora, c’erano già, ma non facevano notizia: esisteva il “delitto d’onore”; chi tornava a casa, trovava la moglie con un altro e la ammazzava, a volte non finiva neanche in galera. Ne fecero anche un film: il Divorzio all’italiana era appunto l’uxoricidio. L’adulterio femminile era reato; quello maschile no. (Ancora nel febbraio 2012, quando due quindicenni sono stati sorpresi a far l’amore nel bagno di una scuola a Bassano del Grappa, lei ha avuto quattro giorni di sospensione; lui soltanto uno).
La prima donna ministro fu Tina Anselmi nel 1976: per oltre trent’anni la democrazia italiana aveva dimenticato metà del Paese. Poi alle donne vennero riservati i ministeri – Sanità e Pubblica Istruzione – che corrispondevano ai lavori considerati di loro pertinenza: infermiera e maestra, l’ospedale e la scuola. Abbiamo dovuto attendere il 1998 per avere una donna ministro dell’Interno, il 2013 per avere una donna ministro della Difesa; non abbiamo ancora avuto una donna presidente del Consiglio o presidente della Repubblica. Anche nelle aziende le signore vedono sopra di loro il celebre soffitto di vetro: l’ultimo piano, il gradino finale della scala, il potere è lì, in vista, a un passo; ma viene loro sottratto. Ancora per poco, però.
Non è solo per la genialità che le donne erediteranno la terra. O forse è per la loro particolare forma di genialità: la più adatta ai tempi.
Le donne erediteranno la terra perché sono le più attrezzate a prevenire i grandi rischi e a cogliere le grandi opportunità che abbiamo di fronte.
Perché sanno preservare; e la terra deve essere preservata. Le donne non guardano soltanto all’oggi ma al domani, hanno a cuore il futuro, i figli, i nipoti e il mondo che li attende. Evitano lo spreco, sono più disponibili a battersi per l’ambiente e le energie pulite; perché hanno compreso che la terra non è immortale, e tocca a noi prendercene cura.
Perché le donne, con la loro intelligenza duttile, riusciranno me glio a padroneggiare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Di solito si pensa che le studentesse siano più portate per le discipline umanistiche. Non è così, come dimostra la loro crescita nelle discipline scientifiche: fisica, chimica, ingegneria. Sono materie in cui il metodo, la costanza, la razionalità, la serietà di fondo hanno bisogno di essere arricchite dall’intuizione, dall’estro, dal talento, dal senso estetico. E anche dalla sensibilità necessaria ad affrontare l’evoluzione che ci porterà al mondo “post-umano”: dominato dall’intelligenza collettiva del computer e della rete, con possibilità vertiginose di comunicazione ma anche di manipolazione della vita, della verità, del patrimonio genetico, della coscienza. Insomma, l’informatico e l’ingegnere sono mestieri troppo delicati per essere lasciati solo agli uomini.
Le donne erediteranno la terra perché sono determinate, e non arroganti; o comunque lo sono meno degli uomini, perché sanno dissimulare l’arroganza con l’ironia.
Perché hanno una grande capacità di concentrazione, anche su fronti diversi. Fin dal Pleistocene sono accreditate della capacità di fare più cose contemporaneamente; non a caso – dalle caverne al tempio – è la donna incaricata di tenere acceso il fuoco; infatti riesce ad alimentare la fiamma mentre fa altro.

La difficoltà a essere solidali tra loro. Perché ha capito che la maternità non è un dovere, né un ostacolo, ma un punto di forza: una madre è una donna più consapevole del proprio enorme potere, dare la vita; e si possono lasciare frutti di sé anche senza diventare madri.
Ma perché le donne per secoli – con le dovute eccezioni – sono rimaste sottomesse agli uomini? Perché gli uomini hanno esercitato la propria egemonia; e per essere libere le donne dovevano diventare uomini, o almeno sembrarlo. Migliaia di ragazze hanno dovuto vestirsi da uomo per avere una vita; e per essersi vestita da uomo fu arsa viva Giovanna d’Arco. Altre volte le donne si sono fatte del male da sole, per l’incapacità di essere
solidali tra loro.
Non esiste maschilista più radicale di una donna maschilista. E non c’è niente di più facile che mettere le donne una contro l’altra.

Gli uomini lo sanno ed esercitano quest’arte da millenni. Negli spogliatoi o nei bar ci si dice che la conquista più facile è la migliore amica della
fidanzata; ma forse sono soltanto vanterie maschili. Di sicuro le donne tendono a perdonare l’amante infedele, mai però la rivale; anche se è stato lui, non lei, a violare il patto d’amore.
Sul lavoro, o in politica, spesso funziona allo stesso modo. Invece ci vorrebbe uno spirito di squadra, una vera solidarietà femminile, per far crollare l’ultimo diaframma che separa le donne dalla meritata conquista del potere.

L’importanza di non cedere all’invidia. Non è popolare dirlo: ma se l’uomo ha potuto soggiogare la donna per millenni, è anche a causa di un certo maschilismo femminile. Che a volte può arrivare ai confini del masochismo.
Ho seguito le vittorie di Valentina Vezzali, la più grande atleta italiana di tutti i tempi: sei ori olimpici, portabandiera a Londra 2012. La simpatia non è la sua principale qualità; ma del resto un campione non deve essere simpatico, è un falco da preda, un cavallo di razza, deve essere capace di concentrazione e cattiveria agonistica; come Federica Pellegrini, portabandiera a Rio 2016, altra grande campionessa sovente vittima del web.
Ma la Pellegrini è una diva. La Vezzali è una persona semplice, di grande forza interiore, che ha deciso di fare qualcosa per il suo Paese candidandosi in Parlamento. Quando si è parlato di nominarla ministro dello sport, la capitana della nazionale di calcio Patrizia Panico ha incredibilmente lanciato una petizione contro di lei. In pochi giorni, 25 mila adesioni: tra cui tantissime donne.
Perché? Come si fa a essere contro Valentina Vezzali? Quando ho rivolto questa domanda alle lettrici, ho ricevuto risposte diverse. Qualcuna sostiene che non ha competenze per fare il ministro; ma se il criterio fosse quello, bisognerebbe lanciare moltissime petizioni. Altre firmatarie sono state sincere e hanno ammesso di essere gelose della Vezzali: «Ha una famiglia, dei figli, tanti soldi, tante medaglie, è già in Parlamento; e ora vuol fare pure la ministra?». Un medico mi ha raccontato di sua madre, dei sacrifici enormi che ha sopportato per far studiare lui e i suoi fratelli, senza che nessuno oggi ne conosca il nome; «lei è per me un’eroina, altro che la Vezzali» .
In effetti è inevitabile che ci siano personaggi pubblici – destinati a fare notizia – e storie private, condannate a restare tali (con qualche eccezione, grazie ai lettori che hanno scritto le storie della donna della loro vita: le trovate in fondo al libro). Però la notorietà non è la misura della realizzazione e neppure del successo di una persona. Se una persona per realizzarsi dovesse diventare famosa, il mondo sarebbe un posto ancora più brutto di quello che è. Esiste soddisfazione più grande che fare bene il proprio lavoro? Essere un bravo insegnante, un bravo artigiano, un bravo medico? Crescere e far studiare i propri figli non è certo meno importante che vincere medaglie olimpiche.
Ma perché essere ostili verso chi ha cresciuto i figli e ha vinto le medaglie olimpiche? Cosa può essere più bello del ricordo di una madre fatto vivere nel tempo attraverso le generazioni? Perché non riusciamo a pensarci come una comunità cui ognuno contribuisce in base al proprio talento e al proprio lavoro?
Come non vedere che la nostra vita viene arricchita da artisti da romanzieri, da musicisti, anche dai campioni dello sport, se accendono una passione, se danno un esempio? Non è meglio ammirare ed emulare il talento altrui – a maggior ragione quello di una donna –, piuttosto che invidiarlo e denigrarlo? Cerchiamo semmai di smascherare gli imbroglioni, di distinguere i veri talenti dai millantatori e dai cialtroni; che in ogni campo non mancano (ma sono quasi sempre uomini).

(Corriere della Sera, 23 settembre 2016)

di Marina Terragni

Cliente condannato a risarcire baby-squillo con 30 libri scritti da donne. Perché la grandezza femminile vale molto più dei soldi.

 

Vorrei proprio essere lì a vederlo, il puttaniere che con la sua carta di credito va in libreria a cercare Emily Dickinson, Virginia Woolf, Luce Irigaray, Hannah Arendt e tutte le altre autrici dei libri che gli toccherà comprare per risarcire la ragazzina di 15 anni di cui ha abusato in quanto “cliente”.

La sentenza della giudice Paola Di Nicola sul giro di baby-prostituzione dei Parioli lancia violentemente un sasso: 2 anni senza condizionale per questo gentiluomo, e quanto ai danni morali –erano stati richiesti 20 mila euro- 30 saggi di pensatrici per risarcire la ragazza.

Vero: come dice Adriana Cavarero, tra le autrici in elenco (“Nonostante Platone”) quei libri dovrebbe leggerseli lui. Ma in questo caso si userebbero quei libri come condanna: a misurarsi con il pensiero femminile -si può ritenere una condanna lo splendore di una poesia di Dickinson?- e non invece come risarcimento alla ragazza. E un risarcimento che trova la forza di sottrarsi alla misura simbolica unica dei soldi per indicare ben altra ricchezza: quella della consapevolezza e dell’appartenenza alla genealogia femminile.

La giudice, in parole povere, non ha usato Arendt e Aleramo come una condanna: la condanna, per lui, è doversi misurare con questa grandezza femminile, che si fa guadagno per lei. Un sorprendente doppio risultato.

Tantomeno ne andrebbe fatta questione di “dignità”: si tratta di mostrare la sapienza e la signoria delle donne, il massimo della loro grandezza, e non il minimo vitale della non-indegnità.

Quei 20 mila euro, se concessi, non avrebbero fatto altro che ribadire che è sempre e comunque questione di soldi: soldi di uomini, per avere i quali la ragazzina si prostituiva; soldi di uomini, che dovrebbero compensare l’orribile sfruttamento, e che invece paradossalmente prolungherebbero l’esperienza prostitutiva.

La mossa della giudice –un a-lato spiazzante rispetto ai precedenti e ai codici- fa irrompere un altro simbolico, un altro linguaggio, un altro modo di vedere le cose. Un precedente che fa ben più che giurisprudenza.

Di primo acchito forse la ragazza rimarrà delusa, e al suo sfruttatore magari non spiacerà risparmiare qualche migliaio di euro. Ma quelle donne sapienti che irrompono nel bel mezzo di una relazione degradante non potranno che lasciare un segno incancellabile.

Qui chi è Paola Di Nicola.

(marinaterragni.it, 23/9/2016)

di Giusi Milazzo

 

Salendo dal mare Riace ci accoglie con un cartello che la definisce “Città dell’accoglienza”. Una terra argillosa in cui crescono rigogliosi gli ulivi, circonda il piccolo borgo medievale in cui tra il grigio delle piccole e vecchie case spicca il moderno anfiteatro colorato con i colori della pace. In giro per le stradine, nella piazza, nelle scalinate che si percorrono per arrivare alla mediateca, il luogo in cui si svolge il Riaceinfestival (24-31 luglio 2016), io Anna e Mirella restiamo colpite non solo dalla cura che promana da quei luoghi: fiori, pulizia, bellezza, colori, ma ancor di più dall’armonia e dall’allegrezza che pare esserci tra gli abitanti. Sono donne e uomini africani/e, calabresi, siriani/e, curdi/e che passeggiano, chiacchierano, lavorano nelle botteghe artigianali tra argilla, rame, nastri e perline di vetro. Attorno al calcetto sulla piazza principale si affollano ragazze e ragazzi di tante etnie, con naturalezza e spontaneità giocano flirtano chiacchierano. Guardiamo incantate l’agio con cui si muovono si sorridono si abbracciano al di là di ogni differenza di cultura e religione. Il primo giorno all’arrivo siamo state accolte da Chiara Sasso, l’anima del Festival e la coordinatrice della rete dei Comuni Solidali, che abbiamo conosciuta a Lampedusa, grazie ad Alfonso Di Stefano e Teresa Modafferi della rete Antirazzista catanese. Chiara è una donna che con determinazione e passione ha condiviso e sostenuto per anni le scelte di Domenico Lucano, il Sindaco che dal 1999, ancor prima di essere eletto per la prima volta, ha cominciato a mettere in pratica con l’associazione Città Futura un’idea di accoglienza che restituisse a questo termine il suo significato più profondo. L’occasione fu lo sbarco sulle coste ioniche della Locride di 100 donne e uomini curdi in fuga dalle persecuzioni della Turchia e dallo sterminio con i gas messo in atto da Saddam. Anche il Sindaco è anomalo, diverso dai tanti che conosciamo, lo guardiamo con simpatia mentre si aggira essenziale quasi schivo ma mai rude tra ospiti, registe e registi, artisti, giornalisti, ricercatori, migranti e i suoi abitanti che affollano la sera la sala dei dibattiti. Si vede che lo seguono e che condividono quello che fa. Non tutti naturalmente. Hanno sparato alla vetrata della vecchia casa recuperata come taverna e intitolata a donna Rosa una straccivendola che aveva avuto il merito di tenere in vita il mercato del paese e dove ogni sera siamo state invitate a cenare tutti insieme gustando piatti tipici calabresi e eritrei… la ndrangheta non sembra aver gradito il progetto e l’idea che dalla rassegnazione e dallo sconforto sia possibile uscire. Sì, perché il progetto di Mimmo Lucano è un progetto per i migranti, ma anche per la sua terra martoriata dallo spopolamento e dall’abbandono. La scelta poi di creare una rete tra i Sindaci dell’accoglienza: oltre Riace, Caulonia, Badolato, Stignano… rompe l’isolamento e rischia di creare una vera rivoluzione. È per questo che la criminalità organizzata spara e incendia. Ma si va avanti e Riace, che rischiava di essere un comune fantasma si è ripopolato, non ha chiuso la scuola, ha nuove botteghe per vecchi mestieri. È una storia di piccoli passi, una storia di relazioni di passioni e d’impegno. Donne e uomini in un intreccio fecondo hanno ridato senso e valore all’ospitalità e all’accoglienza, aprendo le vecchie case che sono tornate a essere animate ricostruite strappate all’incuria e all’abbandono da mani solidali ed esperte.
Incontriamo il Sindaco già la prima sera, ci distribuisce la carta moneta “coniata” a Riace e utilizzabile per scambiare merci prodotti e servizi. A Riace viene adoperata in sostituzione dei soldi veri per evitare che le lunghe attese dei fondi per i rifugiati e per i richiedenti asilo blocchino la vita del piccolo borgo e rendano complessa la vita sia per gli abitanti che per i migranti. Ma a Riace le sperimentazioni di un altro modo di amministrare un comune non si fermano qui. Come illustra il sindaco nel corso di un dibattito sull’acqua organizzato nell’ambito del Festival, si sta tentando di rendere il comune autonomo per l’approvvigionamento idrico, scavando dei pozzi autonomi e rifiutando il modello di gestione inefficace e dispendioso della Società privata a cui la Regione ha affidato il servizio. Come Città Vicine quest’anno siamo state invitate a partecipare alla 8a edizione del Riaceinfestival con la mostra itinerante mail art “Lampedusa porta della vita” esposta per la prima volta a Lampedusa nel 2013, realizzata grazie al contributo di artiste e artisti di varie città d’Italia e curata da Anna di Salvo e Katia Ricci delle Città Vicine e da Rossella Sferlazzo dell’associazione Color Revolution. La mostra molto ammirata e apprezzata, allestita nei locali della Mediateca, esprime la positività e la complessità dell’accoglienza avvenuta in questi anni da parte delle donne e degli uomini di Lampedusa nei confronti dei migranti e approda a Riace con le sue belle opere realizzate con varie tecniche artistiche, dopo essere stata esposta in varie città. Qui sembra aver trovato la sua collocazione perfetta, quasi un continuum tra l’intensa esperienza di Lampedusa e questa emozionante storia di costruzione di un nuovo modo di condividere vite, culture e narrazioni. E sono proprio alcune donne migranti che ci avvicinano e si raccontano. Le avevamo viste nelle botteghe artigiane impegnate nella realizzazione di pregiati manufatti, poi il pomeriggio del secondo giorno le incontriamo nell’anfiteatro ad assistere con i figli e alcune con i compagni al recital intenso e commovente di Mohamed Ba, il griot senegalese attore cantore e poeta. Raccontano della loro scelta di stabilirsi a Riace, dove possono vivere con serenità e dignità e crescere i figli in un ambiente a misura di donna. Il nostro soggiorno breve ma per tutte noi straordinario è poi arricchito dalla visione di due dei film del festival. In uno, bellissimo e poetico, Un paese in Calabria, realizzato da due registe italo francesi, Shu Aiello e Catherine Catella, girato durante i lunghi periodi trascorsi a Riace dalle registe nel corso di tre anni, si coglie l’essenza dell’esperienza realizzata a Riace attraverso gli occhi e le emozioni di chi quella esperienza l’ha vissuta e condivisa. Anche nel secondo, Magna Grecia Europa Impari, realizzato da Anita Lamanna e Erwan Kerzanet, le donne sono protagoniste: ritratti quotidiani di donne calabresi in cui le storie di emigrazione si intrecciano con il radicamento a una terra antica e colta ma anche con la capacità di ribellarsi alla cieca violenza degli uomini di casa. Mi viene in mente la potenza delle madri mediterranee raffigurate nelle statuine fittili che ho visto anni fa nel museo di Locri. Questa terra ci ha proprio affascinato, riprendiamo il viaggio verso Catania con la certezza che l’anno prossimo torneremo sempre per le Vacanze politiche delle Città Vicine e con il proposito di riparlare presto nel corso dell’inverno a Catania di quello che è stato fatto a Riace perché siamo convinte che sia l’unico modo possibile per far sì che le migrazioni possano trasformarsi in occasioni di arricchimento culturale e benessere anche per le nostre comunità.
(Catania 8 settembre 2016)


(www.libreriadelledonne.it, 22 settembre 2016)

di Alberta Ferrari


“A parte lo straccio di laurea siamo d’accordo”

La redazione del sito della libreria delle donne


Ministra Lorenzin, io ci ho provato a difenderla.

L’inizio non prometteva bene, certo: è una persona senza uno straccio di Laurea, in un Paese di giovani disoccupati con Master Specializzazioni e Dottorati, selezionata non si comprende in base a quali competenze a capo del Ministero della Sanità.

Una chance non si nega a nessuno, pensai. Ma è stata chiara dall’inizio la gravità della sua incompetenza, la sua totale assenza di prospettiva sulle necessità sanitarie del Paese, il suo opportunismo nel comparire in problematiche di salute di genere senza alcun seguito.

Tanto fumo negli occhi Lorenzin. Da Senologa ricordo bene lo strazio e i tempi per strapparle la legge sui centri di Senologia, luoghi deputati a gestire in modo competente una malattia che devasta l 12% delle donne in Italia, una su 8, trend di età in discesa. Qualcosa che mai avrebbe fatto se non fosse stata pressata da tutte le società scientifiche e advocacy di donne. E la cui attuazione si sta rivelando lenta e farraginosa, costellata di trucchi all’italiana perché manca un sistema di accreditamento serio.

Al Congresso Nazionale dei Chirurghi Senologi a Viterbo (maggio 2016) l’abbiamo aspettata fino al’ultimo per la firma ufficiale di un documento di impegno per l’attuazione di azioni prioritarie: tipicamente sono subentrati impegni improrogabili, abbiamo avuto la firma del Presidente della Regione Zingaretti. Tanta è la sua consapevolezza e motivazione sul dramma crescente del tumore al seno della donna e dell’urgenza di avere un’alleanza ministeriale per le necessità sanitarie delle donne, ancora ampiamente disattese.

Un altro esempio che conosco bene: all’indomani del clamore Jolie (2013, mastectomia profilattica) lei apparve immediatamente nei salotti TV a dispensare promesse di politiche sanitarie adeguate. Ha chiesto alla comunità scientifica una relazione tecnica: ci siamo fatti un bel mazzo (gratuito) a scriverla. Consegnata a maggio 2015, nessuna risosta/iniziativa da allora. Semplicemente, passata l’onda di attenzione sensazionalistica e ossessiva, i buoni propositi si congelarono e rimaniamo uno dei pochi Paesi occidentali senza linee-guida nazionali su un tema delicatissimo.

Molto altro ha a che fare con dichiarazioni spesso imbarazzanti e superficiali su temi che non commento qui perché lascio le critiche agli specialisti di settore. Non posso esimermi però dal sottolineare come non sia stato minimamente affrontato il dramma dell’attuale inapplicabilità in molti ospedali pubblici dell’IVG per eccesso di personale obiettore.

Ma passiamo al #Fertilityday. Un tema che forse la tocca personalmente più da vicino, Ministra, anche se la sua attività dovrebbe prescindere dalla sua vita personale. E’ riuscita a danneggiare forse irreversibilmente un contenuto medico prezioso con una campagna di comunicazione (e un’introduzione al documento), per usare un eufemismo, gravemente dilettantistica, ideologica, irricevibile. Io ho cercato di focalizzare l’attenzione sull’eccellente contributo medico per di salvare il tavolo tecnico di specialisti che hanno fatto un lavoro prezoso; forse potevamo farcela.

E invece no, ora mi arrendo. Non con lei che ogni giorno rivela la sua profonda inadeguatezza al ruolo conferitole. La nuova campagna riesce nel difficile intento di peggiorare la precedente. Le immagini che compaiono oggi sull’opuscolo “Le buone abitudini da promuovere, i cattivi compagni da abbandonare” (poi rimosso, as usual) sembrano tratte da un sito satirico. Non ci si può credere. Una cartolina che identifica in alto “le buone abitudini da promuovere” con due coppie “ariane” dalla dentatura perfetta sorridenti nell’idillio della brezza marina, a colori (e quali buone abitudini rappresentano?). La porzione inferiore  ovvero “i cattivi compagni da dimenticare”, tagliata da una linea netta e differenziata dal color seppia, è rappresentata da un nero, un rasta, una ragazza, fumo e spinello. Perché certo, è noto che le sostanze stupefacenti riguardino una specifica categoria razziale e sociale: forse, BEA, le è sfuggita l’indagine sull’utilizzo di cocaina ed “erba” tra i parlamentari.

La beffa finale è che mentre molti professionisti nel loro quotidiano cercano con cura immagini inedite e creative per una banale presentazione medica o aziendale, il suo Ministero non fa nemmeno lo sforzo creativo (lautamente pagato) per una campagna originale, credibile e non rubacchiata dal web. Perché le immagini non sono nemmeno frutto di un minimo lavoro originale. Provengono, rispettivamente: in alto, dal sito di Penn Hill Dental, clinica dentistica del Dorset, Inghilterra; in basso dallo spot anti-droghe pesanti della procuratore Bill Montgomery della contea di Maricopa, Arizona. Immagini facilmente riciclate acquistandole da diversi store di immagini.

No Ministra Lorenzin: questa volta non ci basta che ritiri per l’ennesima volta quest’ultima campagna “da processo di Norimberga” (Mentana) né che identifichi un capro espiatorio cui revocare il mandato di direttore della comunicazione del ministero, Daniela Rodorigo in questo caso.

Temo che questo sia il capolinea. E’ arrivato il momento che sia lei a dimettersi.

(titolo originale: Ministra Bea ora basta: #dimissioni!
da http://ferrari.blogautore.espresso.repubblica.it/, 21/09/2016)

di Nando Dalla Chiesa

 

Nel paese dello stupro di gruppo ai danni di una 13enne, ha lavorato per far riuscire la marcia di protesta. E ci è riuscita.

Le gote di Rosaria. Bisogna vederle, come si arrossano intorno agli occhi grandissimi, quando si accende di passione o di felicità. Melito Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria. Melito Porto Salvo, il luogo in cui un branco al seguito di un erede degli Iamonte, la più nota famiglia mafiosa del posto, ha strapazzato una ragazzina di tredici anni come non si fa nemmeno con una bambola di pezza. Spavaldi, impuniti, per anni, nel silenzio della famiglia e nell’omertà di chi per legge sarebbe dovuto intervenire. Finché il 2 settembre è arrivata la giustizia, l’“Operazione Ricatto”, l’arresto del gruppo.

Rosaria Anghelone è un fiume in piena. Perché ha lavorato giorni per fare riuscire la fiaccolata di protesta di venerdì scorso. Con poche amiche e amici, con lo sparuto presidio di Libera fondato da lei stessa. Insieme hanno deciso che quella violenza vigliacca non era un fatto privato ma un grande fatto pubblico. Da denunciare a testa alta davanti a tutti. Di mezzo c’era una comune idea di giustizia, e lei che studia da magistrato dopo avere preso tutte le specializzazioni del globo su mafia e corruzione, questa idea di giustizia la voleva affermare sulla pubblica via di un paese percorso dal terrore. “Davanti a quello schifo non sono riuscita a rimanere né zitta né ferma. Ho sentito addosso, da donna, tutto il dolore della ragazza; da calabrese, invece, tutta la rabbia. Sì, rabbia, perché quelle strade le ho percorse per cinque anni di liceo, quei volti per me sono voci e storie conosciute, quel Melito silenzioso è lo stesso che cerchiamo di combattere anche attraverso i campi estivi. Una cosa indecente. Un comportamento omertoso e mafioso sia durante gli anni delle violenze che dopo. Lo strapotere degli Iamonte legittimato dal silenzio di un intero paese. Era impossibile voltarsi dall’altra parte”.

E la manifestazione è riuscita. Sono scesi in strada a centinaia, mimetizzato nella folla c’era anche il padre della vittima. Un grande sussulto di dignità. Eppure la stampa ne ha decretato il fallimento. Un’occhiata da fuori, un rapido conteggio, la fissazione dei grandi numeri, nessuna riflessione su un contesto di paura e sudditanza, dove anche trenta che protestano sarebbero una notizia. E infine il sigillo di piombo del pregiudizio: visto?, sono tutti d’accordo, Calabria irredimibile, poche persone venute da fuori. Fine della trasmissione.

“E invece no”, si ribella Rosaria, che si sente con tante amiche calabresi che le danno coraggio da lontano. Tra le sue massime tifose c’è Serena Maria Suraci, pronta a discutere tra pochi giorni una tesi di laurea a Pisa in diritto canonico su chiesa e ’ndrangheta, perché la nuova gioventù calabrese esiste per davvero. “Melito”, si sfoga Rosaria, “è davvero un territorio difficile. Per ora un obiettivo può considerarsi raggiunto: dalle mezze frasi pronunciate a voce bassa nelle case private siamo passati a parlarne pubblicamente e a creare dibattito sulla vicenda. È un piccolo primo passo, certo. Ma lei pensa che fosse facile mobilitare qui quasi 500 persone, e il numero è quello vero perché so bene quante fiaccole avevamo portato? Qui, dico, in un posto circondato da comuni commissariati per mafia? Il corso Garibaldi, la via principale di Melito, è stata attraversata da donne e uomini, tante famiglie con bambini. Sicuramente pochi giovani coetanei dei nove stupratori, e questo semmai è il dato avvilente. Ma mi creda. Per Melito è davvero una cosa straordinaria. Addirittura lungo il tragitto della fiaccolata c’erano esercizi commerciali con le serrande abbassate a metà, la luce spenta e i proprietari fuori! O vecchiette che dalle case scendevano in strada per dare il loro sostegno anche solo con un saluto. Quasi 30 sindaci della provincia, i sindacati della zona, i dirigenti scolastici e le tante associazioni che avevano aderito. Non vedere la positività di questa partecipazione vuol dire non conoscere nulla di questo contesto, maledettamente intriso di potere e deferenza. La fiaccolata non doveva essere silenziosa? Forse. Ma al paese abbiamo parlato lo stesso. Ora andremo avanti, la chiesa ha preso posizione con nettezza, ci siamo dati appuntamento il 7 ottobre per incontrarci di nuovo in tanti, discutiamo spesso di notte. Le assicuro, la nostra vita dopo questa vicenda ha avuto uno stravolgimento. Chi sottovaluta quel che stiamo facendo non ci aiuta. Aiuta quelli che non vedono l’ora di rimettere il bavaglio al paese.”

Ma questo, cara Rosaria, l’Italia civile non lo permetterà. A partire da questo giornale.

(Il Fatto quotidiano, 17 settembre 2016)

Su questa vicenda abbiamo ricevuto anche un articolo di una nostra collaboratrice che gode della nostra fiducia, la giornalista Franca Fortunato che spesso ha messo in luce il coraggio delle donne calabresi. Lei ci avverte che in questo come in altri casi «ad accusare la ragazzina sono state le donne», e che «quando in coincidenza della fiaccolata silenziosa, indetta da Libera per le strade di Melito, qualcuna/o ha parlato lo ha fatto per condannare la ragazza e assolvere gli stupratori» (Il Quotidiano del Sud, 16 settembre 2016). [Nota della redazione del sito]

di Sylvie Coyaud


Una segnalazione dell’amica bio-statistica che coordina il gruppo Ipazia 2.0 alla Libreria delle donne di Milano, mi ha richiamata al dovere. Non è vero che dei topolini sono nati “senza avere una mamma”.

Però la notizia scientifica evoca l’antico sogno maschile di riprodurre la specie, in meglio, narrato da millenni nei miti e poi nella fantascienza, con o senza particolari tecnici. In Dune per esempio, la casa Atreides ha al proprio servizio il guerriero Duncan Idaho che viene ucciso a ripetizione e risorge con nuovi poteri mentali e fisici dalle provette dei Tleilaxu, una setta specializzata in biotecnologie.

Non ci siamo. Toru Suzuki del lab di Anthony Terry all’università di Bath e altri embriologi molecolari non hanno clonato un maschio, vivo o defunto, dalle sue cellule.

Martedì su Nature Communications, scrivevano di aver coltivato in vitro ovociti di topoline ricavandone partenogenoti – proto-embrioni fatti di 2 cellule soltanto che nelle pescecagne mammifere, per esempio, si sviluppano normalmente – nei quali hanno iniettato degli spermatozoi. I partenogenoti sopravvissuti allo shock sono stati coltivati fino allo stadio di morule e impiantati nell’utero di topoline. Dei trenta che ce l’hanno fatta, 13 sono nati vivi.

Per fecondazione naturale, alcune delle nate vive hanno generato a loro volta partenogenoti (non vitali, come succede anche alle donne), e altre figli, figlie e nipotini in buona salute.

Com. stampa esagerato dell’univ. di Bath, per chi sa l’inglese è meglio il paper in open access: la procedura è un delirio di complicazioni affascinanti.

Da un decennio, si cerca di convincere le cellule staminali della pelle umana a produrre un ovocita fecondabile, per ora senza successo. Domani forse sì. Resterà da costruire la vasca-utero inventata dai Tleilaxu. Poi come un Dio e un Vergine Mario, gli uomini potranno riprodurre uomini a loro somiglianza, magari dotati di poteri sovrannaturali.

Lunedì invece, The Lancet pubblicava sei articoli che valutano i risultati di uno degli Scopi del Millennio decisi dall’assemblea dell’ONU nel 2000, che entro  il 2015 doveva migliorare la “salute materna” e ridurre del 75%  le morti da parto. In media mondiale, dal 1990 si sono ridotte del 44%, ma non il divario tra paesi ricchi e poveri: nell’Africa sub-sahariana muore una donna su 36, nei paesi ricchi una su 5000.

I risultati peggiori sono nelle regioni dove le ragazze e a volte le bambine sono bestie da monta usa e getta.

Welcome to our Tleilaxu overlords…

(titolo originale: Arrivano i Tleilaxu – O’s digest;  ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it, 17/9/2016)

di Mirella Manfredi


Da italiana, conosco bene le emozioni suscitate da una donna che riveste una carica istituzionale, ma mi sono chiesta quali fossero le radici culturali di questi sentimenti in un paese come il Brasile, diverso per molti aspetti dall’Italia. In particolare, ho cercato di capire cosa rappresentasse una donna come Dilma Rousseff in una certa cultura brasiliana.

Mi sono confrontata con donne brasiliane per saperne di più e capirci meglio. Fabiana Barbosa, femminista e studiosa del femminile, mi spiega che la società brasiliana è stata ed è tuttora fortemente influenzata da una cultura colonialista, ancora oggi presente nella società sotto forma dominio della classe alta nei confronti della bassa così come del maschile nei confronti dei femminile.

Secondo Fabiana, l’origine di questa cultura è da rintracciare nei primi incontri avvenuti in epoca colonialista tra i rappresentati della morale occidentale e gli indigeni brasiliani. In particolare, alcune donne indigene, le sacerdotesse, conoscitrici degli elementi della natura, sarebbero state perseguitate dai colonizzatori europei cattolici in quanto detentrici di un potere pericoloso che ne minacciava l’autorità. Inoltre, nei diari di viaggio di avventurieri e colonizzatori europei si ritrovano racconti relativi ai comportamenti e costumi delle donne appartenenti a una tribù indigena, i Tupinambá, giudicati selvaggi e immorali. Da queste relazioni si diffuse nella cultura patriarcale colonialista che si stava via via radicando nel “nuovo mondo” un’immagine negativa della donna brasiliana, considerata libera, dalle pratiche animalesche, da soggiogare e plasmare secondo il modello di donna presente nella cultura europea.

L’intolleranza nei confronti di una donna libera, di potere, non compiacente verso il maschile come Dilma, potrebbe quindi avere radici culturali profonde, radici, ahimè, ancora ben stabili e resistenti all’interno di un certo suolo brasiliano. È indubbio che il processo di impeachment, oltre che sul piano politico, si è svolto anche e soprattutto sul piano del simbolico.

Il percorso di trasformazione e di ritorno a una natura più autentica del femminile si è apparentemente interrotto sulla scena della politica seconda a causa delle sue (inevitabili) fragilità e ambiguità. Ma continua fecondo e attivo in contesti che nascono e vivono attraverso le relazioni e la pratica della politica delle donne.

 

Mirella Manfredi, PhD
Cognitive and Social Neuroscience Laboratory

Center for Health and Biological Sciences,

Mackenzie Presbyterian University

Rua Piaui, 181
01241-001 São Paulo, Brazil


(www.libreriadelledonne.it, 16/9/2016)


Quattordicesimo appuntamento del ciclo “Lezioni di antimafia” ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e coordinato da Lele Liguori. La lezione è stata tenuta da Nando dalla Chiesa, sociologo all’Università degli Studi di Milano dove insegna, tra gli altri, nel corso di Sociologia della criminalità organizzata, unico in Italia. La lezione si è svolta nell’Auditorium di Radio Popolare il 16 maggio 2016.


(https://www.mixcloud.com/memos-radiopopolare/lezioni-di-antimafia-nando-dalla-chiesa/)

di Lara Ricci


La giuria popolare del Premio Campiello ha trasformato in realtà lo slogan contenuto nel nome di Simona Vinci, che si è aggiudicata ieri sera il riconoscimento letterario conquistando 79 voti su 280 validi. Una cinquina, questa della 54esima edizione, connotata da un forte impegno civile e, per 4 dei 5 romanzi, da uno stretto legame con fatti storici del secolo passato. Sono firmati da autrici e parlano di amore tra donne, sullo sfondo dell’orrore, i due primi classificati: La prima verità (Einaudi) della Vinci e anche Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy (Rizzoli, 64 voti).

La prima verità è ambientato in parte a Leros, in Grecia, dove le caserme della base militare italiana furono trasformate in un enorme ospedale psichiatrico per gli “incurabili” di tutto il Paese. Qui, rinchiusi in condizioni più che disumane: incredibili, sopravvivevano più di quattromila pazienti, ridotti nel tempo per far spazio ai dissidenti politici della dittatura dei colonnelli (al loro posto oggi dormono i migranti). Il romanzo diventa più intenso e prende il volo nella quarta parte, quando Vinci descrive la sua esperienza con i mali della psiche, più diffusi, sfumati e sfuggenti prima di tutto a noi stessi di quanto vogliamo credere, perché dentro la mente «tutto è vero, anche quando non lo è».

Elisabetta Rasy, dopo essersi lungamente documentata sulle corrispondenze delle donne che partirono volontarie per assistere i feriti della prima guerra mondiale, racconta la vita di due di loro: Maria Rosa, aristocratica napoletana in fuga dalla famiglia e da un ambiente sociale che le imponeva un futuro di moglie, ed Eugenia, arruolatasi per dimostrare al padre la sua vocazione di medico e potersi così iscrivere all’università. Feriti senza nome né storia arrivano a frotte, smembrati, irriconoscibili, deliranti e muoiono perlopiù senza che si sia potuto nemmeno tentare di salvarli. L’insensatezza della guerra, l’oscenità della morte sembrano non lasciare più spazio alla vita. Ma sulle macerie di tutto quel che credevano di conoscere le due ragazze sperimentano una fragilità e una pienezza mai sospettata: si innamorano, tra loro. Per Elisabetta Rasy è l’occasione di far conoscere il ruolo che le donne ebbero nel primo conflitto mondiale quando andarono al fronte o anche in fabbrica, a fianco o al posto degli uomini, tra la derisione e la diffidenza di questi ultimi. Iniziò così un lento, mai terminato, processo di emancipazione. E anche l’occasione per riportare l’attenzione su tema ancora tabù, a giudicare dallo sconcertante clamore che tuttora suscitano film e vicende che nulla hanno di provocatorio, come La vita di Adele (2013), di Abdellatif Kechiche, racconto romantico e delicato della passione tra due ragazze.

(…)


(http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-09-10/campiello-simona-vinci-e-all-amore-femminile-sfondo-dell-orrore-224745.shtml?uuid=ADO8eUIB&refresh_ce=1)

dal 7 ottobre 2016 al 8 gennaio 2017 La Photographers’ Gallery di Londra presenta

Feminist Avant Garde of the 1970s


La mostra comprende quarantotto artiste internazionali e oltre 150 grandi opere della collezione Verbund di Vienna.
Presenti tre italiane, MARCELLA CAMPAGNANO, KETTY LA ROCCA E GINA PANE.
La mostra mette in evidenza le pratiche innovative che hanno caratterizzato l’arte del
movimento  femminista.
Accanto a professionisei affermate come VALIE EXPORT, Cindy Sherman, Francesca Woodman e Martha Rosler, la mostra offre una rara opportunità di scoprire il lavoro  di artiste tra cui Katalin Ladik, Nil Yalter, Birgit Jürgenssen e Sanja Iveković.
Concentrandosi su fotografie, pezzi di collage, performance, film e video prodotti per tutto il 1970, la mostra riflette un momento durante il quale l’emancipazione, l’uguaglianza e le proteste per idiritti civili hanno fatto parte del discorso pubblico.
Attraverso indagini provocanti, radicali, poetiche e spesso ironiche, le artiste hanno utilizzato il loro lavoro come ulteriore mezzo di impegno per mettere in discussione l’identità femminile, i ruoli di genere e la sesualità, con nuove modalità di espressione.
Sfidando le convenzioni sociali accettate, tra cui i meccanismi dell’industria dell’arte, queste artiste hanno cercato di riconfigurare, e in ultima analisi rimodellare, la prevalente iconografia della ‘donna’, rappresentata, con sguaro maschile, come  musa passiva.
Attraverso la rappresentazione dei comportamenti pubblici e personali, così come con il proprio corpo, le artiste hanno cercato di affrontare grandi temi politici e confrontarsi
sul patriarcato e il sessismo in arte e nella società. In questo modo hanno creato una nuova, assertiva e multiforme identità femminile.
La mostra è organizzata in quattro temi.

 

Ricominciamo LabMi, la città del primum vivere

 

Sabato 17 sett 2016, h. 18, Libreria delle Donne di Milano, Via Calvi 29, 02 7000 6265

 

Proposto da: Sandra Bonfiglioli, Bianca Bottero, Maria Bottero, Emilia Costa, Ida Farè, Stefania Giannotti, Laura Minguzzi

 

Il respiro della città

Il respiro della città incornicia il laboratorio di idee e progetti per Milano. E’ una fase di lavoro in comune che pensiamo di rinnovare.

Viene dopo le 5 giornate della primavera che hanno messo al centro una domanda:  

 

Esiste una Milano amica della libertà delle donne?

 

Abbiamo indagato questa domanda facendo mappe dei modi di abitare.

 

Finora ha riguardato 3 donne, le chiamiamo Lei per ovvi motivi di rispetto della riservatezza, diverse per età, lavoro, famiglia, quartiere di abitazione.

Abbiamo il materiale live prodotto: mappe, registrazione del loro discorso e dei nostri, trascrizione cartacea.

Partiamo da quanto abbiamo già intuito e andiamo oltre. Abbiamo ascoltato i racconti e abbiamo imparato, intuito attraverso le parole d’oro zecchino, che la città è amata dalle donne, che dagli anni 80 lavorano nel movimento e  nelle istituzioni e nei circoli di base e trasformano le loro/nostre abitazioni per renderla amica di un abitare dove il lavoro è parte della vita e non viceversa. E vivere è relazionarsi con altri esseri umani e con le cose materiali dell’ambiente e con gli zefiri invisibili dell’aria e del cielo.     

 

Ora mettiamo al centro tutto questo con la città fisica, disegnata e organizzata negli spazi e nei tempi secondo quel genius loci che ci fa riconoscere Milano appena scesi dal treno.   E secondo una cultura progettuale diffusa che si colloca fra i/le grandi del progetto urbano. E noi donne abbiamo esperienza e idee e desiderio da dire.

Il materiale è a disposizione già il 17 per riflettere tutte assieme su due domande che approfondiscono quella iniziale:

 

1° domanda. Le 3 storie di Lei quali indicazioni danno sull’amicizia inscritta nel disegno e nell’organizzazione di Milano che diventa habitat della libertà di lei? Dove vediamo questa Milano amica con gli occhi e con la mente?

 

2° domanda. Come è fatta l’architettura di spazi e tempi del vivere quotidiano di ciascuna di Lei?  Questa architettura che muta e si trasforma in continuazione lungo l’asse del tempo, è costruita dal loro proprio corpo attivo di gesti e percorsi e stare/andare  e intermezzi di frattempi che scandiscono il succedersi delle  azioni e incontri voluti/casuali.

E la fisicità del corpo si complica con emozioni e fatica e rabbia e gioia e disperazione e ricordi che irrompono. E sguardi rivolti al dopo che già irrompe nel qui e ora. Abitare è una pratica che riguarda nello stesso momento il corpo, la mente, il cuore di una creatura vivente.

Questa architettura del corpo  vivente si inscrive e si nutre nel corpo fisico e pietroso della città, nel suo disegno e nell’organizzazione spaziale e oraria dei servizi offerti.   

Sabato 17 decideremo assieme, usando le due domande e il materiale del lavoro svolto, quali sono i punti fermi che abbiamo guadagnato dai 5 laboratori precedenti. I punti fermi li usiamo come pilastri per orientare il lavoro comune da fare nel nuovo anno di laboratorio

 


(www.libreriadelledonne.it, 13/09/2016)

di Alberto Leiss


Leggo sul Corriere della Sera di ieri (articolo di Luisa Pronzato, Il lessico dell’amore) una frase di Julia Kristeva, pronunciata all’iniziativa Il tempo delle donne, organizzata dal quotidiano milanese: «…nel quindicesimo anniversario dell’11 settembre dobbiamo ricordare che è l’amore il centro della nostra civiltà». L’amore viene definito nell’articolo una creatura di donna, invenzione da esplorare, cura dell’altro che va rispettato nella sua irrevocabile alterità, e ancora «l’amore che ferma la morte».

Qualche pagina prima un altro titolo parla dell’«inferno di Elisa», uccisa a coltellate dal suo ex a Parma, ennesimo uomo che non si rassegna a rispettare «l’irrevocabile alterità dell’altro», in questo caso la donna per la quale il loro amore era irrevocabilmente finito. Ma lui continuava a amarla, a desiderarla fino al punto che l’ha uccisa.

Dovremmo definitivamente convenire che questo orribile sentimento non può più essere chiamato amore. Ma resta da scandagliare quello «spazio oscuro nel profondo dei corpi» – un’espressione della vicedirettrice del Corriere Barbara Stefanelli – in cui «crescono le radici della violenza» maschile contro le donne che si esercita con cadenza quasi quotidiana.

Stefanelli, evocando il ’68 e gli anni ’70 del primo femminismo parla di una rivoluzione sessuale incompiuta, e lo fa dal punto di vista femminile. Credo che tocchi anche e soprattutto a noi maschi interrogarci sui limiti di quella rivoluzione, che pure c’è stata, l’abbiamo vissuta.

Il discorso del rapporto tra sessualità e qualità delle relazioni, tra corpi e politica, se politica è tutto ciò che si riferisce al vivere in comune, è stato aperto in quegli anni ma non lo abbiamo approfondito e elaborato più di tanto.

Sono interrogativi che circolavano domenica mattina in un altro contesto, la riunione di Via Dogana3 alla Libreria delle donne di Milano, con a tema il non ovvio nesso tra algoritmi e ragazze. Il discorso di un amore che vada insieme alla libertà può affermarsi quando il linguaggio è sovradeterminato dalle procedure automatiche della tecnologia e del potere?

Una ragazza giovanissima (appena uscita dal liceo classico) raccontava della rabbia accumulata di fronte a frasi sessiste e razziste a cui reagiva da sola, senza l’aiuto delle amiche presenti. Però con lei domenica c’erano altre amiche solidali e anche alcuni amici giovanissimi e pronti a dirsi pubblicamente «femministi».

Quei ragazzi sono il segno di un cambiamento, anche se a scuola non si impara niente del ’68 e del femminismo?

Forse non è vero che «nascere maschi è una malattia incurabile», come ha detto Edoardo Albinati: lui stesso ha chiesto di estrapolare meglio la frase dal contesto, fermandosi alla parola «malattia» (intervista a Antonella Fiori su Metro del 13 luglio scorso). E ha suggerito che la ricerca di una affettività diversa degli uomini possa avvenire anche grazie a una più aperta conoscenza tra maschi, non ripetendo la ossessiva richiesta di cura oblativa alle donne.

È in questa logica dello scambio e del mettersi in gioco anche pubblicamente che qualche centinaio di uomini ha aderito all’idea di una iniziativa intitolata Primadellaviolenza. In realtà si vanno delineando eventi diversi per giornate di incontro in varie città – Genova, Roma, Milano, Livorno – nella settimana di ottobre che va da sabato 15 a domenica 23.

Approfitto di questo spazio per rilanciare l’invito a aderire e soprattutto a avanzare proposte, domande, racconti di esperienze, critiche. Si può fare sulla pagina facebook Primadellaviolenza, e inviando materiali all’indirizzo primadellaviolenza@gmail.com.


(il manifesto, 13.09.2016)

dal 22 settembre  al 26 novembre, 2016

fieno, fieno, fieno

mercoledì 21 settembre, 19.00 – 21.00 Inaugurazione alla presenza delle artiste

Helen Mirr e Allyson Strafella

La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare il progetto a quattro mani ideato dalle artiste americane Helen Mirra e Allyson Strafella.
Negli ultimi anni le artiste hanno intrecciato un intimo dialogo tra le loro ricerche e le loro opere che, in occasione della mostra in galleria a Milano, diviene sempre più forte acquisendo nuove forme e connotazioni. Verranno presentate, infatti, opere inedite e un progetto site-specific che Helen Mirra ed Allyson Strafella hanno concepito in considerazione della comune sensazione che scaturisce dal fieno, elemento naturale e ancestrale, e dal suo contesto.

di Sara Gandini

Fertility day. Una campagna sbagliata ma qualcosa va salvato, sostiene la senologa Alberta Ferrari: «Ho cercato di capire se, buttata l’acqua sporca, ci fosse un neonato da salvare» perché il problema della tutela della fertilità esiste, scrive in “Il #FertilityDay nasce da un parto distocico. Ma va salvato”. E si chiede se la maternità sia un bene comune. Mi è sembrata una domanda interessante. Ma Nadia Riva su facebook (mi) provoca affermando che la maternità è «la più grande fregatura storica per le donne, e solo interrompendo il ciclo riproduttivo si potrà cominciare a ragionare in termini di libertà per le donne». E così mi sento trascinata da queste due femministe a ribadire che per me la maternità è stato uno dei modi per scoprire la libertà femminile. Ho ereditato da mia madre il desiderio di essere madre, forse proprio mentre mi allattava (e quanto piaceva anche a me allattare, soprattutto di notte, eravamo solo io e mia figlia…). Mi sembra di averlo sempre desiderato, anche vedendo come lei, donna libera e curiosa, separata e senza soldi, discuteva di politica e femminismo e si laureava a trentacinque anni mentre lavorava e cresceva i suoi figli. Erano gli anni ’70, tutto sembrava possibile. Anche l’onnipotenza materna, certo. Ma pure mio padre, un intellettuale con grande passione per la politica, mi diceva che i figli erano stati la cosa più bella della sua vita, nonostante la sua depressione. Oggi grazie al femminismo anche i padri scoprono quanto sia bello fare i padri, ed è sempre più possibile essere madri e professioniste, fare politica, godersi le amiche, e ballare pure il tango. Certo, c’è sempre il rischio dell’onnipotenza femminile, bisogna fare attenzione. Ma diciamolo, le donne sono potenti. La relazione con mia figlia è stata una delle esperienze che più mi ha messo in discussione, lei ha messo al mondo la Sara che sono ora. Un’esperienza anche dura, ma profondamente intensa e sempre diversa, che mi obbliga a pensare chi sono e cosa voglio essere. Aggiungo che il neoliberismo e l’emancipazione intesa come adeguamento al modello di vita maschile, tutto dedicato alla ricerca di successo, denaro e potere, possono essere una gabbia anche per le donne, fin dentro la maternità, facendo perdere di vista una grande esperienza di vita che gli uomini ci invidiano. So di non essere la sola con un vissuto o un desiderio simile al mio, fortunatamente; penso ad altre femministe della mia generazione. Alla Libreria delle donne di Milano abbiamo parlato del “doppio sì”. C’è chi mi provoca affermando che non si può più chiedere eroismo alle donne, ma non si tratta di eroismo, rispondo io, si tratta di femminismo, che permette di lavorare sul proprio desiderio, con tutte le sue contraddizioni, e di puntare sulle relazioni fra donne in primis, oltre che sui nuovi padri.

Scambio avvenuto su Facebook a commento del precedente testo:

Alice D’Alessio
Mi hai fatto quasi venire voglia di figliare! Per me 32enne le donne come te sono fonte inesauribile di esempio. Io non sono stata una buona figlia, odio mia madre e temo farei un gran casino a riprodurmi. Tutto qui.

Marcella De Carli

Terra terra: io ho avuto un desiderio fortissimo di un figlio e la gravidanza, il parto e la maternità mi hanno rimessa in contatto con una parte di me che è quanto di più lontano da tutto ciò che mi sono sentita imposta nella vita. È stata una faccenda mia, fortissima, mi sono scoperta una potenza che non sapevo (più) di avere. Anche solo affrontare il cambiamento del corpo, il dolore (immane, indicibile) del parto, la passione dell’allattamento (mi è piaciuto tantissimo allattare, ma proprio tantissimo. Non a caso l’allattamento è una di quelle cose su cui il mio ex marito ha tentato di mettere becco. E purtroppo ci è anche riuscito).

Nella maternità ho scoperto di nuovo l’amore gratis, quello che non ha richieste, quello per il quale vuoi sinceramente il bene. E basta.
Che tutto questo mi abbia reso una persona migliore è un dato di fatto.
Io ne avevo la voglia e il bisogno. Era il mio desiderio. Poi, inutile negarlo, il desiderio di una figlia femmina (che è arrivata come terza) si è insinuato dentro di me fortissimo. Questo legame, che ho ricercato senza ammetterlo alla mia ragione, mi ha dato un senso che ho colto solo il giorno in cui ho saputo di aspettare una bambina.
In questo senso i figli mi hanno rimesso al mondo.
Non so quanto fossi libera. Io penso di esserlo stata.

Alberta Ferrari

È una specie di seduta di autocoscienza ;)? Allora do il mio contributo. Orfana di padre prima di nascere, a 6 anni un patrigno psicotico-patriarcale, infanzia/adolescenza di merda senza figure maschili di riferimento positive e forti. L’ho pagata con molte scelte sbagliate nella vita sentimentale adulta e una fragilità che permane e ho accettato. La svolta è arrivata con la maternità. Con il mio unico figlio maschio ho ritrovato suo padre (ha qualcosa di lui), la serenità e un senso di compiutezza affettiva mai avuta. Mio figlio è il maschio che non ho mai avuto. Lui mi riconcilia con una ferita non rimarginabile. Lui… l’ho fatto io. È espressione vivente del potere di vita e autoguarigone delle donne. Di gran lunga la mia esperienza affettiva più profonda.

Nadia Riva
Non so bene ancora perché ma certo mi prendete dentro di brutto. Quindi cuccatevi questa. Ho fatto i conti da sempre con un padre seduttivo e gran seduttore. Ho imparato da subito a non cascarci, il suo disprezzo per mia madre – con me violenta – e mia sorella mi ha da subito fatto mettere dalla loro parte. Sono cresciuta a suon di lividi. Non sono diventata una serial killer ma ho dovuto aprire un intero Cicip&Ciciap per cercare di diluire quello che ho sempre sentito come un forte torto fatto alle donne. Il separatismo politico mi ha salvato la vita, il confronto continuo esclusivo con le donne ha segnato il limite tra un’esistenza che non si accontentava e un essere nel mondo a tempo pieno, con il mio essere donna senza ruoli prestabiliti, che mi avrebbero riportato nell’inferno di definizioni, figlia? madre? Quale implacabile condanna mi voleva inchiodare, quale via di fuga se non la consapevolezza di essere io, intera e solo con altre, quale grandiosa incolpevole innocenza mi stavo regalando liberandomi. Due elementi fondamentali hanno potenziato la mia percezione delle cose del mondo e la mia continua attenzione, anche ai particolari più impalpabili: 30 anni di onorato separatismo politico, appunto, e un mese in cella d’isolamento qualche tempo fa. Non una penna, non un foglio, né un giornale. È stata un’esperienza tremenda ma quasi mistica. Ho imparato a osservare lo spicchio di cielo tra le sbarre, a respirarne l’odore. Ogni particolare della cella due per tre e ogni giorno ricostruivo paesaggi inesistenti, inesplorati per cielo per terra e per mare, ne percepivo i profumi. Ne sono uscita barcollando, ogni particolare diventava un viaggio, parlare, sfogliare un libro, sfiorare una mano, emozioni profonde, inesauribili, la percezione delle cose un canto incantato. Per “fortuna”, prima di essere scarcerata ho passato altri due mesi in carcere, in una situazione che paradossalmente mi proteggeva perché ero con altre donne, detenute, storie forti, selvagge, senza sconti e lì dentro non puoi raccontarti palle, vale ciò che sei davvero, senza ambiguità, senza fronzoli, i tuoi sensi continuamente all’erta in tanta umanità fragile e potente. Ho imparato a piangere – non l’avevo mai fatto, non me l’ero mai permesso – ma non per autocommiserazione flanellosa ed egocentrica ma per l’emozione della sintonia con altre. Lì, in quel luogo, rinchiuse, ho provato momenti di libertà infinita, che nessun muro, cancello, nessuna sbarra poteva togliermi, in quel mondo inaspettato ho sentito di venire davvero al mondo come di venire partorita collettivamente, come partorendo un sogno lacerante di libertà. Non so che cosa mi è successo ma con voi care Sara e Alberta, con questa menata del materno mi si è scoperchiata qualche tomba e piena di riconoscenza e amore mi dileguo nella notte con il mio giubbotto di pelle d’oca. Domani, incontrandovi, fingerò di non conoscervi.