di Franca Fortunato
L’EUROPA, nei giorni scorsi, per la terza volta ha detto “no” all’utero in affitto, detto anche maternità surrogata o Gpa (gestazione per altri), respingendo il Rapporto della senatrice dei verdi Petra De Sutter. Il rapporto chiedeva di introdurre linee guida per proteggere i diritti dei bambini nati da accordi di maternità surrogata. In Italia tale pratica è vietata. Alle spalle della decisione europea ci sono mesi di accese discussioni pubbliche in Italia e nel mondo. Un dibattito che ha preso l’avvio in Francia nel 2015 in seguito ad un appello di intellettuali, donne – tra cui numerose femministe – e uomini, a cui è seguito, nel febbraio scorso, un convegno mondiale a Parigi, conclusosi con l’approvazione della “Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata”. Anche in Italia si sono susseguiti appelli, interventi, articoli, prese di posizioni, anche di molte femministe nonostante pratiche politiche differenti. Luisa Muraro, filosofa e fondatrice in Italia, insieme ad altre, del femminismo della differenza, è entrata nel dibattito con articoli, interventi e con un suo libro dal titolo «L’Anima del corpo. Contro l’utero in affitto», dove affronta solo la pratica della maternità surrogata all’interno del mercato. Nel libro argomenta come l’utero in affitto sia una strada da non prendere per salvare civiltà e umanità. La cultura del mercato, del neoliberismo, con la maternità surrogata, si è impadronita delle conquiste femminili, facendo passare il profitto per libertà di scelta e trasformando nove mesi di vita di una donna in merce, da vendere e comprare. La libertà femminile di suo non ha bisogno di diritti. L’utero in affitto non è un diritto, avere un figlio a ogni costo non è un diritto. Nella maternità per altri la legge la fanno i soldi e il desiderio di essere genitori in primo luogo deve trovare i soldi per realizzarsi. Muraro invita, ci invita più che a firmare appelli o a fare schieramenti, a pensare, a darci il tempo per pensare «visto che ci troviamo di fronte a un’idea, quella del commissionare la confezione di una creaturina umana con un regolare contratto commerciale, mai apparsa neppure in qualche romanzo di fantascienza per descrivere gli usi e i costumi di una civiltà aliena». È quello che lei fa, cercando argomenti con cui sostenere le sue tesi, col fine di svegliare le coscienze di noi donne – perché è di noi innanzitutto che ci parla l’utero in affitto, della nostra libertà, del nostro corpo – e renderci consapevoli dei rischi che corriamo quando mercato e tecnica insieme si impadroniscono del nostro sacrosanto desiderio di essere madri (e padri). Dove ci sta portando il mercato, si chiede Muraro? Verso l’eliminazione della relazione materna che «ha il suo fulcro nel rapporto che si stabilisce nei mesi di gravidanza e con il parto, seguiti da cure affettuose nei primi mesi e anni di vita». «Ci sono cose sgradevoli e contrarie alla civiltà e altre che la favoriscono. La relazione materna è una di queste ultime». Possiamo accettare che l’interruzione venga programmata senza una necessità? Chi veramente surroga? Surrogati sono la madre e il padre che si mettono al posto della gestante, rompendo la relazione madre-figlia/o che è l’origine della venuta al mondo per ognuna/o di noi. Verso la rottura di quel sentimento e pensiero del continuum materno (l’essere figlia di una madre che era anche lei una donna, figlia di una madre che era anche lei… fino alle origini) che aiutano la libertà femminile e il valore simbolico della maternità. La genealogia femminile, che passa dalla relazione tra due donne, madre e figlia, assicura questa continuità nel compito di dare la vita e d’insegnare a parlare. Il femminismo si è molto impegnato ad approfondire e migliorare questa relazione. Verso l’annullamento della asimmetria della maternità e paternità e verso una nuova forma di subordinazione delle donne al maschile. Da sempre l’uomo ha dato alla procreazione un contributo materiale, solo biologico; la paternità tradizionale, infatti, consiste più nel fatto simbolico (il nome) che nell’esperienza vissuta. Non così la donna che alla procreazione dedica anima e corpo per mesi e anni, ricavandone gioie e dolori che ricorderà per tutta la vita. E che per farlo corre rischi per la salute e la vita stessa. Verso una perdita di civiltà e umanità. «La maternità surrogata contrasta con lo spirito della civiltà europea. Di una civiltà che non vuole la vendita di organi né di altro materiale del vivente. Ma la donazione […]». Il passaggio di soldi va vietato per legge come per l’adozione e la donazione di sangue e di organi. È questo un principio di civiltà e umanità. L’etica della donazione può essere trasferita anche alla maternità, in forma di utero di una donna che lo mette liberamente a disposizione di altre? In un articolo Muraro risponde: «Deve essere un dono e la gratuità deve essere certa, affidabile». È questa la strada che si sta tentando di intraprendere in India, dove il governo – come scrive Clara Jourdan sul sito della Libreria delle donne di Milano – si appresta a cambiare la legislazione vigente, che ha fatto del Paese la capitale dell’utero in affitto con più di 500 cliniche e un fiorente mercato, grazie ai costi “contenuti” rispetto ai Paesi occidentali. Il governo indiano, infatti, nell’agosto scorso ha presentato una nuova normativa al parlamento che sarà discussa in novembre o dicembre che prevede che solo le coppie sterili indiane sposate da almeno cinque anni potranno ricorrere alla surrogazione di maternità e solo con una donna parente stretta di uno dei coniugi. Alle donne che si presteranno, e potranno farlo solo una volta, verranno comunque assicurati il rimborso delle spese mediche e un’assicurazione sanitaria. Se la legge sarà approvata, la maternità surrogata sarà consentita solo in forma altruistica – come dice il comunicato del governo. Non utero in affitto, dunque, ma maternità gratuita, maternità solidale, dove la continuità della relazione materna è garantita dalla prossimità delle due donne, colei che aiuta un’altra ad essere madre e colei che riceve gratuitamente e liberamente. Muraro nel suo libro non manca di sottolineare la superiorità morale dei genitori adottivi perché sono persone che subentrano nei ruoli di padre e madre a riparare una discontinuità nella relazione materna (e paterna) accaduta in precedenza, quando e come non doveva accadere. Essi meritano di chiamarsi madre e padre. Si è ancora in tempo ad abbandonare la strada dell’utero in affitto.
(Quotidiano del Sud, 18 ottobre 2016)
di Mauro Magatti
L’anno zero per i maschi
Sul palcoscenico delle elezioni presidenziali americane Donald Trump e Hillary Clinton mettono in scena, in una sorta di epica rappresentazione che alterna toni da tragedia e da farsa, la rinegoziazione in corso nella cultura contemporanea del rapporto uomo-donna. Da un lato Trump, lo spaccone, emblema del maschio che continua a giocare la classica accoppiata potere-sesso. Ma in un mondo in cui sono cambiati i rapporti di forza e l’intero ordine simbolico si va ridefinendo per l’incalzare delle trasformazioni nella sfera riproduttiva, la riproposizione del vecchio cliché di «sciupafemmine» (incarnato negli ultimi anni da Berlusconi, Sarkozy, Strauss-Kahn) suona un po’ patetica. Dietro il grottesco che affiora nelle affermazioni sessiste c’è in realtà il tentativo, comprensibile ma perdente, del maschio contemporaneo di rifugiarsi nell’“usato sicuro” del conquistatore, pura potenza esercitata arbitrariamente al di là della legge. Un modello che pure tocca corde profonde dell’elettorato maschile, ma non può far altro che forzare sempre di più i toni, fino ad autodistruggersi. Dall’altra parte Hillary, emblema della donna capace e determinata, madre e moglie senza paura. La sua biografia rivela tratti “eroici”. Dotata di uno spiccatissimo senso del potere, Hillary ha tenuto insieme carriera e famiglia, sopportando persino l’umiliazione del tradimento del marito presidente; vera lady di ferro, come Thatcher e Merkel. Eloquente più di mille parole il suo sguardo ironico durante il dibattito televisivo, mentre interloquiva con un uomo che (come suo marito peraltro) appartiene alla schiera dei “predatori sessuali” (Michelle Obama). Eppure, il suo problema è quello di non diventare solo una macchina da guerra, più dura dell’uomo più duro, segretamente motivata dalla volontà di dimostrare chi porta veramente i pantaloni.
Quanto sta accadendo negli Stati Uniti ci riguarda dunque tutti, uomini e donne di questo tempo chiamati a far avanzare un processo dagli esiti ancora incerti. Per evitare la fine patetica del Trump di turno, gli uomini di oggi devono rendersi conto che è venuto il tempo di tentare qualcosa di simile a ciò che le donne stanno facendo da un secolo rispetto al proprio ruolo: e cioè chiedersi cosa vuole dire essere maschi oggi. In rapporto all’altro sesso, ai figli, al mondo, a se stessi. Pensare di riprodurre i cliché del passato è comodo, ma stupido. Non si tratta in ogni caso di arrivare a delineare un nuovo modello standard. Cosa impossibile oltre che insopportabile. Piuttosto, di elaborare il lutto di una primazia che il maschio oggi (per fortuna) non ha più.
Occorre ammettere che siamo all’anno zero: se non è più il potere che si traduce in sesso (come ha espresso in modo così volgare Trump ai suoi compari), a quale immagine possiamo rivolgerci? Forse, possiamo cominciare a pensare che il potere è solo un pallido idolo di quel desiderio infinito che si può compiere, sempre limitatamente, e quindi senza arroganza, in ciò che ci prendiamo la responsabilità di far esistere.
Per le donne, si tratta di completare una transizione: la lunga e difficile marcia verso l’emancipazione è andata avanti e ha registrato tanti successi. In un mondo in cui gli uomini possono essere ridotti a meri produttori di seme, la donna acquista strutturalmente una nuova centralità. Ma qui sta il punto: per le donne – e Hillary per prima – non è più questione di puntare a un’assimilazione del modello maschile, di dimostrare chi sono i «veri uomini».
Si tratta, più ambiziosamente, di portare un contributo per correggere le storture di un modello di convivenza che affonda le radici nell’archetipo maschilista-patriarcale. Il tesissimo, a volte goffo, confronto Trump-Hilary parla di questo: ciò di cui abbiamo bisogno è una nuova simbolizzazione del maschile e del femminile che, nel processo di negoziazione di genere, riconosca il contributo femminile – che al maschio non è affatto estraneo – a tessere i legami tra le generazioni, includere, prendersi cura. Non nell’ordine subordinato della famiglia patriarcale, ma come complemento simbolico a ciò che drammaticamente manca al nostro mondo.
(27esimaora, 17 ottobre 2016)
“È impossibile dire se un’immagine è stata scattata da una donna o da un uomo”, sostiene la fotoreporter britannica Alison Baskerville. Altre fotografe pensano che essere donna possa essere un vantaggio o uno svantaggio, a seconda del luogo in cui si lavora.
“Non siamo viste come una minaccia e spesso riusciamo a ottenere immagini proprio perché si dimenticano della nostra presenza”, dichiara Diana Zeyneb Alhindawi, 37 anni, di origine romena e irachena.
La fotografa belga Annabell Van den Berghe, che parla arabo e lavora da anni in Iraq, racconta che a volte sono gli stessi colleghi, assistenti e traduttori, a non trattare le fotografe con rispetto. E che in alcuni paesi, più ostili alle donne, ci sia bisogno di un intermediario perché la donna non può rivolgersi direttamente a un uomo o viceversa.
Baskerville, Alhindawi e Van den Berghe sono tra le quattordici fotografe scelte per la mostra In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra a palazzo Madama a Torino, fino al 13 novembre 2016. L’esposizione è dedicata alla fotogiornalista Camille Lepage, uccisa in un’imboscata in cui erano coinvolti miliziani anti balaka ed ex ribelli Séléka e trovata morta il 13 maggio 2014 nell’ovest della Repubblica Centrafricana.
(Internazionale, 13 ottobre 2016)
«Sindaca», «consigliera», «prefetta», «assessora», «commissaria»: da oggi la comunicazione istituzionale della Regione Sardegna dovrà declinare ruoli e professioni al femminile. Lo prevede, in un articolo dedicato allo sviluppo delle politiche di genere e alla revisione del linguaggio amministrativo, la legge sulla semplificazione appena approvata.
E se qualcuno avrà da storcere il naso perché «suona male», dovrà vedersela con la professoressa Cecilia Robustelli dell’Accademia della Crusca che, per complimentarsi, ha chiamato la consigliera e autrice dell’emendamento passato in Consiglio regionale, Annamaria Busia del Centro democratico, affermata avvocata penalista. Del resto, spiega, «perché avvocata è brutto e invece maestra e impiegata no? La verità è che il nome del mestiere declinato al femminile diventa cacofonico nella misura in cui si avanza di livello nella scala professionale». Solo questione di abitudine, dunque. Il tempo non manca: l’Amministrazione avrà sei mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare «un linguaggio non discriminante rispettoso dell’identità di genere, mediante l’identificazione sia del soggetto femminile che del soggetto maschile negli atti amministrativi, nella corrispondenza e nella denominazione di incarichi, di funzioni politiche e amministrative».
La stampa il suo dovere l’ha fatto: «Le indicazioni in tal senso sono state recepite in modo facile e sorprendente, da un momento all’altro, tanto che nessuno si sognerebbe mai, adesso, di parlare di sindaco Raggi», sottolinea Busia. Se oggi il linguaggio di genere è nell’agenda politica, «molto del merito – spiega – è della presidente della Camera, Laura Boldrini, della sua battaglia per affermare che identificare la professione o il ruolo di una donna utilizzando il termine al maschile è un mancato riconoscimento, una forma sottile di discriminazione». Del resto le parole sono importanti, «definiscono e sono evocative delle cose e delle persone – chiarisce la consigliera – Non per niente il diritto ad essere riconosciuti per quello che è il proprio nome è un diritto costituzionale».
Busia ha ricevuto anche il plauso della presidente della Camera, «con la quale lo scorso maggio a Pescina – ricorda – ho presentato la proposta di legge sulla tutela delle vittime del femminicidio». Occasione giusta per raccontarle dell’adeguamento approvato in Sardegna. Ma la consigliera non si ferma: «Ho già presentato una proposta di legge per modificare la Severino e introdurre le fattispecie che riguarda i reati sessuali contro le donne».
(La Stampa, 12 ottobre 2016)
di Lea Melandri
Mentre si va sempre più diffondendo l’attenzione agli stereotipi del maschile e del femminile, e alle cosiddette ‘problematiche di genere’, nessuno sembra essersi accorto che se c’è uno stereotipo duraturo è proprio il femminismo, la rivoluzione delle coscienze che ha messo a tema il rapporto di potere tra i sessi e la cultura che lo ha trasmesso lungo una storia millenaria.
Effetto dell’ignoranza o di una volontaria messa sotto silenzio, la banalizzazione e gli storpiamenti che hanno subito le teorie e le pratiche del movimento delle donne, da cinquant’anni a questa parte, appaiono incomprensibili se messi a confronto con il profluvio di parole come gender, trans gender, queer, lgbtq, che oggi occupano il dibattito pubblico e di cui sembra essersi persa l’origine.
Ho pensato perciò che non fosse inutile richiamare alcuni dei passaggi che hanno fatto della cultura femminista la critica più radicale alla politica tradizionalmente intesa, alla divisione sessuale del lavoro e a un modello di civiltà distruttivo nei suoi fondamenti, oggi più visibili che in passato.
Alla domanda «perché ha ancora senso dirsi ‘femministe’», risponderei così:
– Perché il salto della coscienza storica prodotto dal femminismo non si esaurisce con una generazione. Tutti sappiamo cosa vuol dire essere maschi o femmine, ma è come se ognuno/a singolarmente dovesse scoprirlo, partendo da una domanda che nasce dentro di sé, per rendersi conto che i ruoli e le identità di genere, il rapporto di potere tra i sessi, non appartengono alle leggi immutabili della natura, ma alla storia, alla cultura, alla politica, e come tali possono essere modificate.
– Perché il femminismo non è un’ideologia, legata a una fase storica particolare, ma un cambiamento nella consapevolezza che si ha di sé e del mondo, un modo diverso di pensare e agire nella vita privata e pubblica, un processo di liberazione da pregiudizi, schemi mentali, costruzioni immaginarie che abbiamo inconsapevolmente ereditato dalla cultura dominante.
– Perché è stato il primo e finora l’unico movimento di donne che ha mostrato l’inganno del dilemma, proprio dell’emancipazionismo, “uguaglianza/differenza”: omologazione al maschile o tutela/valorizzazione della differenza femminile, un dualismo conseguente alla divisione sessuale del lavoro, all’identificazione della donna con la madre e con gli interessi della famiglia. Da qui viene l’attualità del femminismo in quanto interprete dei cambiamenti a cui stiamo assistendo: presenza sempre più incisiva e critica delle donne nella sfera pubblica; la cura vista come responsabilità collettiva di donne e uomini; riscoperta del tempo di vita come valore rispetto alle logiche produttive e di mercato.
– Perché ha portato la riflessione e la presa di coscienza sul corpo, sulla sessualità, sulla violenza che si annida nei rapporti più intimi, sulla maternità, cioè sulle esperienze che, lasciate per secoli fuori dalla storia, conservano più a lungo l’eredità del passato.
– Perché ha legittimato le donne a ‘vivere per sé’, a riconoscersi come persone, individui e non solo ruoli funzionali al benessere di altri.
– Perché ha fatto scoprire che era possibile una socialità tra donne non segnata dallo sguardo maschile che le ha tenute per secoli divise – madri di, mogli di, figlie di –, un’amicizia produttrice di intelligenza e creatività individuale e collettiva.
– Perché nonostante sia stato osteggiato, messo sotto silenzio, temuto e fatto oggetto di scherno, ha mantenuto la sua forza, la capacità di produrre pensiero, iniziativa, conflitti, di alimentare passioni durature, che ricompaiono di generazione in generazione.
– Perché dopo mezzo secolo, la generazione che vi ha dato avvio negli anni ’70, si è sentita dire, al convegno di Paestum (ottobre 2012) dalle donne venute dopo, alcune delle quali molto più giovani: «siamo coetanee», «se siamo qui con voi è perché ci avete trasmesso molto».
Viviamo in un paese dove una Ministra si permette di fare una campagna perché le donne facciano figli, e dove le nuove generazioni che dimostrano desiderio di cambiamento – penso all’assemblea dell’8 ottobre a Roma “Non una in meno” e alle recenti manifestazioni degli studenti – vengono lasciate totalmente in ombra dai media, dai politici e dagli intellettuali invitati ai dibattiti televisioni per promuovere il loro ultimo libro. Se il femminismo ha perso la battaglia della stampa e del suo giusto riconoscimento politico e culturale, una ragione c’è, anche se non unica: si è scambiato come “silenzio DEL femminismo” quello che è stato, ed è tuttora, un “silenzio SUL femminismo”.
(Facebook, 11 ottobre 2016)
di Alessandra Pigliaru
Incontri. Oggi si apre a Verona il Grande Seminario della comunità filosofica femminile di Diotima
«La violenza, infine, come ho già, detto, si distingue per il suo carattere strumentale. Fenomenologicamente, è vicina alla forza individuale, dato che gli strumenti di violenza, come tutti gli altri strumenti, sono creati e usati allo scopo di moltiplicare la forza naturale finché, nell’ultimo stadio del loro sviluppo, possono prendere il suo posto». Era il 1970 quando Hannah Arendt in quel mirabile saggio titolato On violence, tradotto in Italia l’anno seguente, definiva e distingueva la violenza dal potere, dalla forza e dall’autorità. Ciò nonostante, potere e violenza sono comunemente associati e infatti, seppure le adeguate distinzioni vorrebbero delineare accezioni diverse, la violenza può assumere, tangere e incistarsi in altri lemmi tratti, come le circostanze a essi legate, dal «mondo reale». Anche il discorso di Arendt fa parte della bibliografia consigliata per il Grande Seminario di Diotima che si inaugura oggi a Verona e che quest’anno è dedicato a un tema tanto attuale quanto spinoso: la violenza, appunto. Basta leggere i titoli dei singoli interventi per comprendere che non si tratterà di soffermarsi su una particolare forma di violenza bensì la si declinerà, allargherà nel suo tratto di dismisura rintracciabile nel mondo. Violenza allora è dismisura nella mancanza o nell’asfissia delle mediazioni. Non si può sapere, così si legge nel documento di apertura del seminario, se sia stata qui dall’inizio, «quello che possiamo fare è vedere il suo dispiegarsi negli eventi di cui siamo partecipi, osservare quando e come attraversa il mondo che viviamo e le nostre anime. Possiamo constatare che accade quando le mediazioni vengono meno. Le guerre, ad esempio, si scatenano quando non c’è più spazio di contrattazione tra le parti. Oggi le guerre diffuse, di cui fanno parte anche la maggior parte degli attentati, mostrano che lo spazio di contrattazione si è ridotto a quasi nulla. Molti uomini muoiono. Le donne subiscono la violenza della guerra due volte, per le armi e per la violenza maschile in guerra, contro i loro corpi». Osservare non significa certo rimanere separate, al sicuro: «sappiamo parlare di violenza solo se ne parliamo da un luogo dove abbiamo esperienza di relazioni di fiducia e di una lingua che apre spazi di vivibilità, che ci sostengono nell’accogliere il fatto doloroso che la violenza c’è e ci tocca. Quando ne siamo completamente coinvolte, rimaniamo nel mutismo. Non c’è sguardo, racconto. Non c’è storia». E molte saranno le narrazioni che stanno accanto a quel termine senza articolo che lo sorregge, «Violenza» riecheggia quella originaria, ontologica e simbolica che ha costruito paradigmi paradigmi e statuti, sociali oltre che politici. Attiene all’inganno di quel patto sociale, per esempio, di cui parlava già negli anni Ottanta Carole Pateman – anch’essa non a caso in bibliografia. Violenza, oltre alla morte e alla distruzione, prevede perdita e lutto che non si riconosce al vivente. Il richiamo a Judith Butler è più che dovuto, non solo nel tratto che emerge dal suo Precarious life ma anche per quanto riguarda la violenza etica, o quella linguistica attraverso lo studio delle «parole che provocano».
Nello scenario così descritto, sono le donne ad avere «un udito fine nei confronti della violenza dell’anima propria e altrui e sanno della violenza maschile latente, potenziale sul loro corpo». In tempi come quelli attuali sembra possibile confrontarsi sulla violenza maschile contro le donne lambendo i funesti fatti di cronaca che ci circondano. Eppure quella «competenza» femminile sulla violenza arriva da molto lontano, è una lotta costante contro quella latenza, contro un dissesto che prende le forme del risarcimento e più propriamente dell’annientamento che è al centro della vita di molte donne. La riflessione politica della comunità di Diotima è allora importante, soprattutto adesso, per inserire nella discussione pubblica intorno alla violenza ulteriori parole pensanti.
*
Il primo appuntamento è oggi all’Università di Verona, alle 17, 20 per poi continuare con il calendario fino al 4 novembre, sempre con lo stesso orario e in aula T1.
Venerdì 7 ottobre: Luisa Muraro – Il cielo è dei violenti
Venerdi 14 ottobre: Manuela Asencor Alonso – Percezioni e significati di violenza
Venerdì 21 ottobre: Giannina Longobardi – Il gioco è finito
Venerdì 28 ottobre: Annarosa Buttarelli – Un uomo buono è difficile da trovare (Flannery O’Connor)
Venerdì 4 novembre: Rosanna Cima – La vita è come un uovo
(il manifesto, 7 ottobre 2016)
Luisa Muraro – Il cielo è dei violenti
di Daniela Danna
Per chi non avesse ancora dimestichezza con gli acronimi che vorrebbero sterilizzare le relazioni umane, GPA sta per “gestazione per altri”, ed è un concetto giuridico che da alcune parti si vuole introdurre in Italia, importandolo dagli Stati Uniti del mercato selvaggio. La “gestazione” sarebbe un servizio – non è “maternità”, come se non si concludesse con essa – ed è per altri, cioè la gravidanza non è la propria. La donna incinta è un contenitore di embrioni altrui, che secondo la legge californiana sono anche giuridicamente proprietà di altri. Evoco gli Stati Uniti perché è lì che il concetto di “maternità surrogata” è nato negli anni settanta, inventato da un avvocato, Noel Keane, che cominciò per primo a reclutare “portatrici” lucrando sui loro contratti. “Surrogazione” si è poi evoluto in “GPA” per la cattiva stampa che questa parola aveva avuto con il caso Baby M, dibattuto in tutto il mondo a metà degli anni ottanta. A fine settembre una serie di associazioni, tra cui per l’Italia Famiglie Arcobaleno e i radicali, hanno esplicitato che cosa intendono per “GPA etica”. Yuri Guaiana, portavoce di Certi Diritti, ha sostenuto che il tipo di GPA proposta è etica perché «i diritti della portatrice sono tutelati» (in un confronto radiofonico con la sottoscritta). La donna che si presta a promettere i figli ad altri è chiamata “portatrice”, e il suo “diritto” è quello di essere separata, separarsi dal suo neonato o neonata, altrimenti detto “figlio” (punto 4).
Questo non è un diritto, è un dovere. In questa “GPA etica” (le parole hanno veramente perso ogni significato) una donna non può cambiare idea nel corso dei nove mesi di gravidanza o dopo il parto: si è obbligata alla consegna firmando un contratto e “prendendo razionalmente una decisione”, secondo Guaiana. Il suo vero diritto, esplicitato ai punti 8 e 9, è quello di essere pagata come qualunque altra o altro prestatore d’opera, che certo non può tenersi il risultato del suo impegno se lavora sotto contratto. Ovviamente non si usa il linguaggio del lavoro ma del “rimborso”, in Israele infatti si risarcisce il danno biologico cui la “portatrice” si sottopone, non la si paga ufficialmente per vendere i bambini prodotti su ordinazione. Ma le relazioni umane non devono obbedire a contratti – che giustamente in Italia sono proibiti se hanno oggetto la GPA. Perché una madre non deve poter continuare ad essere madre dei neonati che ha partorito, se cambia idea? Nel maggio 2015 una corte britannica ha tolto la figlia di sei mesi a S. (la stampa ha mantenuto l’anonimato della donna) che voleva continuare ad essere madre nonostante la promessa fatta, per darlo alla coppia committente: è questa un’altra forma di “GPA etica”? In Inghilterra infatti, si dice nella legge di quel paese, è ammessa solo la GPA “altruistica”. Le parole hanno perso ogni significato. Manteniamo allora l’invalidità di questi scambi “razionali” – la dimostrazione faustiana di razionalità delle donne è ancora l’argomento che venne usato da Carmen Shalev nel 1989, contribuendo a introdurre la GPA nel suo paese, Israele. Le donne devono essere razionali: se hanno previsto di separarsi dalle loro creature, lo faranno. Questa non è razionalità, questo è un obbligo inumano se la donna cambia idea. E non cambia idea, come sento dire, per gli ormoni femminili, ma perché ha una relazione con la creatura che farà nascere.
Noto anche che la “GPA etica” è riservata a chi non ha un utero: tutti possono mettere sotto contratto una donna perché fornisca loro figli, tranne le donne stesse (con l’eccezione di quelle nate senza l’utero). Questo è il prodotto del lavoro di ben nove associazioni, tra cui Men having babies (che fornisce anche “aiuto finanziario” a chi vuole comprarsi un bambino) ma sembra che nessuno in realtà ci abbia lavorato un granché. Facciamo un altro sforzo di riflessione su cosa significa rendere la gravidanza un lavoro, quali saranno le conseguenze di questo passo – che possiamo vedere in Gran Bretagna, Stati Uniti, Grecia, India… ve ne prego.
(27esimaora, 6 ottobre 2016)
di Simonetta Patanè
Sono sicura che Maria Luisa sarebbe stata molto contenta e orgogliosa della commemorazione gioiosa che si è svolta in sua memoria domenica 25 settembre 2016 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, quasi casa sua, visto che ne è stata una delle occupanti tanti e tanti anni fa. Volute dalla figlia Marcella e dai figli Marco e Francesco, oltre che per ricordarla, per conoscere meglio aspetti e attività della loro così poliedrica madre, le quattro ore passate insieme fra parenti, amiche, e compagne/i di strada hanno restituito, attraverso testimonianze video e ricordi, la ricchezza della personalità di Maria Luisa e della sua vita. È stato ricordato il suo impegno nel mantenere viva la memoria del fratello, Massimo Gizzio, giovane resistente romano ucciso nel ’44, un impegno al quale non si è mai sottratta nel corso della sua lunga vita, così come il suo vivo interesse per l’economia, in particolare l’economia del dono, e la sua collaborazione con Loredana Aldegheri della MAG di Verona, il suo costante impegno nel femminismo che negli ultimi anni portava addirittura nelle strade e nei mercati e che l’ha vista impegnata nel suo ultimo intervento pubblico, lo scorso marzo: l’apertura del Convegno sull’Europa della rete delle Città Vicine, di cui era co-fondatrice, che con tanto impegno aveva contribuito a organizzare.
Soprattutto, però, sono state ricordate le sue caratteristiche personali e umane come le sue mise stravaganti e coloratissime, con cui Maria Luisa non poteva passare inosservata, indice non solo della sua originalità e indipendenza ma del suo essere capace di sentirsi a suo agio ovunque e del suo amore per la vita che fino all’ultimo non la ha abbandonata visto che ancora una settimana prima di lasciarci, in agosto, prendeva accordi sulle cose da fare. È stata ricordata la sua passione attraverso la commovente testimonianza di alcuni/e studenti di due licei romani, contagiati da quella strana signora, arrivata a scuola con le scarpe da ginnastica gialle per parlare di Resistenza. La sua determinazione nel sostenere ciò che riteneva giusto, la capacità di confliggere e quella di pungolare le donne un po’ pigre a impegnarsi a tirare fuori la propria creatività e di valorizzare le idee e i desideri soprattutto delle più giovani e, ancora, la capacità di mettere in relazione le sue tante appartenenze creando occasione di incontri e scambi fra persone molto diverse e distanti. Che ci fossero donne e uomini di tutte le età a commemorare una donna di più di 80 anni mi ha colpito ma in fondo era ovvio perché Maria Luisa era una donna assolutamente contemporanea: il suo tempo era il presente, che la sollecitava con le sue urgenze, e la sua prospettiva il futuro che desiderava migliore rispetto agli scenari preoccupanti che la inquietavano e verso il quale instancabilmente si impegnava cogliendo e creando occasioni per fare e per pensare. L’ultima immagine che ho di lei è nella sua immancabile FIAT 500 sulla salita del Buon Pastore alla fine del Convegno “L’Europa delle Città Vicine” ed è così che voglio ricordarla: indipendente, sempre in movimento, libera.
(www.libreriadelledonne.it, 6 ottobre 2016)
di Alex Clark, The Guardian
Emma Cline
Le ragazze
Einaudi, 344 pagine, 18 euro
Il primo romanzo di Emma Cline è ispirato a uno dei criminali più famigerati della seconda metà del novecento, Charles Manson, la cui setta, The family, nell’agosto del 1969 assassinò brutalmente l’attrice Sharon Tate, suo figlio non ancora nato, alcuni amici suoi e del marito Roman Polanski. Quella notte, Manson aveva istruito e diretto un gruppo di ragazze per portare a termine il massacro. E la notte successiva le accompagnò a commettere un’altra serie di delitti. Dire che la folle figura di Charles Manson è entrata a far parte del nostro immaginario collettivo è riduttivo. Il Manson di Cline – qui è un altro vagabondo egomaniaco e mitomane di nome Russell Hadrick – aleggia ai margini del romanzo, e il lettore lo percepisce soprattutto per mezzo delle occulte ondate di approvazione o di rabbia che indirizza alle sue seguaci. In primo piano ci sono “le ragazze”, e in particolare Suzanne, la loro lea der di fatto, che adesca e seduce la narratrice, la quattordicenne Evie. A spasso nelle periferie californiane, in attesa di entrare nel collegio dove i genitori divorziati l’hanno mandata per risolvere i suoi indeiniti problemi, Evie non aspetta altro che essere dirottata verso una vita di ribellione. Nel ranch di Hadrick accelera la sua emersione dalla crisalide dell’adolescenza; può anche vendicarsi di sua madre, impegnata in varie attività di autoaiuto tipiche degli anni sessanta e al tempo stesso in cerca di un nuovo compagno, e di suo padre, comodamente sistemato in un appartamento di lusso con una donna molto più giovane. La forza del romanzo sta nella capacità di Cline di evocare l’atmosfera di quella dolorosa età di transizione, segnata dalla ricerca disperata di colmare un enorme vuoto emotivo. Una delle trasgressioni preferite della Family di Manson, qui ripresa, era entrare nelle case quando i proprietari erano fuori, non tanto per rubare quanto per provocare uno shock psichico tramite piccoli cambiamenti nello spazio domestico. Emma Cline riesce a catturare lo spaesamento e a seguire le piccole e grandi faglie che percorrono il nostro precario senso di stabilità. Le ragazze è un romanzo tutt’altro che perfetto, ma Evie è una potente interprete delle spinte emotive più ambigue e delle direzioni catastroiche verso cui possono spingerci.
(Internazionale, 30 settembre 2016)
di Katia Ricci
Intervista a Maria Grazia Napolitano
Il Magistero divino della Madre è il titolo del I Seminario di Studi e Ricerca incentrato sulla figura di Maria Celeste Crostarosa, che ha operato a Foggia a metà del 1700. Due giorni di relazione, studio e dibattito che si svolgeranno il 10 e l’11 ottobre 2016, a partire dalle ore 9.30. Il primo incontro si terrà nell’Aula Magna del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia (via Arpi, 176 – Foggia), mentre la seconda giornata si terrà nella Sala Rosa del Vento della Fondazione Banca del Monte (via Arpi, 152 – Foggia).
Ne parliamo con Maria Grazia Napolitano, fondatrice del Centro Ricerca e Documentazione Donna di Foggia e della Comunità di mistica e politica Le amiche di Celeste, organizzatrici del seminario.
Chi è per te Maria Celeste Crostarosa?
Una donna dotata di libertà e autorità, la vera fondatrice dell’Ordine delle Redentoriste, una mistica, che può indicare questa forma di conoscenza e di esperienza a tutti e alle donne in particolare, perché la mistica non è necessariamente qualcosa che appartiene all’ambito strettamente religioso. È, secondo me, una tipica illuminazione femminile. Chi l’ha provata si trova improvvisamente su una via di cambiamento totale, di liberazione da tutto ciò che era stato prima. Un vero e proprio spostamento.
Questo spostamento, come lo chiami, è quello che è successo a tante donne che hanno dato vita alla rivoluzione femminista e sono nate a una vita nuova, abbandonando la cultura patriarcale in cui sono state cresciute e educate nei secoli, liberandosi dalle identità in cui erano rinchiuse e sbilanciandosi verso l’infinito e il non già noto. Quando sono nate Le amiche di Celeste?
Nel 2012, dopo il Convegno organizzato a Foggia dal Poerio, Liceo psicopedagogico, a cui parteciparono il teologo Sabino Maiorano e la filosofa Luisa Muraro, su invito di quest’ultima con altre donne decidemmo di fondare la comunità per leggere e studiare gli scritti di Maria Celeste. Al gruppo originario di donne che già alla fine degli anni ’80 si interessarono alla Crostarosa si sono aggiunte altre ed è interessante che vi partecipino donne credenti e non, femministe e non. Attualmente partecipano alla comunità Pia Marcolivio, Antonietta Lelario, Cosetta Diegoli, Rosa Porcu, Antonella Morrone, Maria Nardella e Isabella Solimando. Al di là delle differenze di percorsi e di formazione, per tutte un punto essenziale è partire dal proprio essere donne e riconoscere l’essere donna di Celeste prima del suo essere religiosa e appartenente alla chiesa.
Che cosa ti ha tanto incuriosito e attirato di Maria Celeste?
Come dicevo, l’ho incontrata alla fine degli anni ’80 quando don Teodoro Sannella ne parlò a me e ad Antonella Morrone. Mi colpì che don Teodoro l’avesse definita una madre fondatrice che aveva tentato di rifondare la Chiesa con un ordine che redime per riportare lo spirito cristiano alle origini e che aveva operato perché ci si attenesse all’incarnazione umana di Dio e perché la vita ritornasse all’umanità.
Ma soprattutto Don Teodoro aveva avuto una grande intuizione, vale a dire che per risolvere l’enigma crostarosiano bisognava aprire nella chiesa “la questione femminile” e per questo serviva il sapere delle donne.
Che cosa intendi per enigma crostarosiano?
La storia di Maria Celeste è fatta di paradossi, di eventi eccezionali. Ha con Dio un rapporto personalissimo e a Dio si richiama sempre per realizzare il proprio desiderio, la propria opera, creare un ordine religioso nuovo, voleva un mondo a misura divina e quando si fece monaca scelse il nome di Maria Celeste perché voleva incarnare la madre divina. Alle sue consorelle chiedeva di essere Dio.
E per tutto questo incontrò una grande opposizione nelle gerarchie ecclesiastiche del tempo, soprattutto nel vescovo Falcoia: fu prima cacciata e poi imprigionata. La comunità da lei fondata a Scala andò avanti senza di lei e per secoli ne fu attribuita la fondazione a S. Alfonso dei Liguori. La sua Opera da essere figlia di madre divenne figlia di padre. E questo fino agli anni ’70 del secolo scorso. Le monache Redentoriste non sapevano che Maria Celeste fosse la loro madre fondatrice.
E Foggia come entra nella sua storia?
La Beata aveva come consigliere Dio stesso che gliela indicò e le disse: “va’ in Foggia … ora è il tempo opportuno per la fonnatione”. E a Foggia fu accolta dalle donne delle famiglie benestanti che l’andarono a ricevere con 4 carrozze bene addobbate e l’accompagnarono in processione e con grande pompa nel Monastero delle Pentite e a lei affidarono l’educazione delle figlie.
Certo una vicenda straordinaria, ma per te che non sei credente nel senso tradizionale del termine che cosa rappresenta Dio, questo Dio che le parla con tanta confidenza?
Sì, lei parla con Dio e ne trae l’autorizzazione per creare l’opera. Dio rappresenta quel motore interno, quella spinta interiore che è fondamentale per creare, un anelito verso l’infinito. Questo mi parla e può parlare a tutte le donne: crea chi rinuncia al già detto e si appoggia alla propria autorità interna. Maria Celeste mostra una via interessante per le donne, la mistica, di cui la Chiesa si è appropriata nel tempo, ma per me, come ho detto, è una forma tipica della conoscenza femminile, un’illuminazione, qualcosa per cui, dopo, non sei più la stessa: rifondi la vita, perdendo tutto ciò che c’era prima, illusioni, vecchi ideali e valori, e stai a ciò che è la tua vera realtà. Potrei dire che una donna entra nuda nel mondo, liberandosi da tutte le identità e spogliandosi di tutto ciò che è stato prima Non si tratta di una crescita, ma di uno spostamento che mi ha portato sulla giusta via della libertà femminile.
Che cosa vi aspettate tu e le altre Amiche di Celeste da questo seminario?
L’abbiamo intitolato I seminario perché vogliamo proseguire e soprattutto aprire nell’Università spazi per la ricerca su temi che riguardano in primis le donne, per far conoscere anche alle e ai giovani i percorsi di libertà femminile, l’opera delle donne, tutta la cultura che hanno prodotto e che ancora non trova spazi adeguati negli studi accademici e nel cambiamento generale della società.
(L’Attacco, Foggia, 6 ottobre 2016)
di Hilary Mantel
Gli splendidi e sottovalutati romanzi di Elizabeth Jane Howard sono stati sempre messi in ombra dalla sua turbolenta vita privata. Ma il vero motivo per cui sono sottovalutati è che sono considerati libri “sulle donne, scritti da una donna”?
Negli ultimi anni Elizabeth Jane Howard, meglio nota come Jane, è divenuta famosa per una serie di quattro romanzi conosciuta come La saga dei Cazalet, che prende spunto dalla sua storia familiare ed è stata adattata sia per la radio che per la televisione. Tracciando le sorti di una famiglia alto-borghese, la saga prende le mosse nel 1937 e si dispiega nel corso di una decade. Un quinto romanzo, All Change, compie un salto in avanti portandoci al 1956. I romanzi di Jane Howard sono panoramici, vasti, intriganti quanto può esserlo la storia sociale, e generosi nel dispensare racconti. Sono il prodotto dell’esperienza di una vita e nascono da una scrittrice che aveva ben chiaro il proprio obiettivo e possedeva le forze e le capacità tecniche per raggiungerlo. Sarebbe bello se i lettori che hanno apprezzato la saga fossero attratti anche da quanto l’autrice ha scritto in età giovanile, quando il suo talento era così effervescente e inarrestabile che sembrava impossibile predire dove l’avrebbe portata. Fin dall’inizio Howard ha richiamato a sé aggettivi superlativi, più per lo splendore della sua prosa che per la stravaganza emotiva dei suoi personaggi. Certo le loro risate sono oltraggiose, i loro pianti contagiosi, le loro storie d’amore spericolate. Non c’è, tuttavia, nulla di casuale negli effetti creati dalla scrittrice, che, fin dall’inizio, ha dimostrato di essere un’abile artigiana.
Il primo romanzo di Howard, The Beautiful Visit, ha vinto il John Llewellyn Rhys Memorial Prize. L’idea che Il lungo sguardo, un testo così compiuto, così tecnicamente magistrale, sia stato soltanto il suo secondo libro è in qualche modo spaventosa. Il romanzo si apre nel 1950 e lentamente ripercorre a ritroso la vita di Antonia Fleming fino al 1926, quando la incontriamo da giovane sul punto di essere teneramente ingannata, confusa e costretta al matrimonio.
Nonostante il premio vinto così precocemente e l’attenzione ricevuta fino ad allora, fu difficile per l’autrice guadagnarsi da vivere. Proveniva da un ambiente in cui la necessità non era molto presa in considerazione. Ne Il lungo sguardo il passaporto della signora Fleming riporta alla voce occupazione “donna sposata”. In quel mondo gli uomini non erano tenuti a spiegarsi o a dare conto di sé. Dovevano essere sempre arginati, sembravano eternamente mossi dal desiderio di trasformare una donna in una moglie soddisfacente, se non perfetta. Conrad Fleming cerca di trasformare Antonia. È un uomo d’incontaminata superbia, d’immacolato egoismo. Le giovani lettrici di oggigiorno lo guardano incredule, ma non dovrebbero. Perché Conrad Fleming non è altro che una fedele riproduzione. È la voce dell’altro ieri, e delle epoche passate.
Elizabeth Jane Howard nacque nel 1923 in una famiglia facoltosa, ben inserita nella società, e infelice. Suo padre e suo fratello erano i direttori dell’azienda familiare di legname. Tuttavia non dirigevano granché, «se la spassavano allegramente», diceva lei. E se l’erano guadagnata. Suo padre si era arruolato a diciassette anni, era sopravvissuto alla Grande Guerra sul fronte occidentale e aveva portato a casa una croce militare. Era un padre caloroso, ma infedele e inaffidabile. L’intreccio di paura e attrazione che Jane Howard provava per lui alimentò i romanzi della saga dei Cazalet, che sono meno casalinghi di quanto appaiano. Il matrimonio dei suoi genitori e le loro successive relazioni, sommate a quelle della scrittrice stessa, offrono un modello disfunzionale per quasi tutte le storie che ha scritto. «Esistono solo due tipi di persone», riflette Conrad ne Il lungo sguardo: «quelli che vivono vite diverse con lo stesso partner e quelli che vivono la stessa vita con diversi partner…». Questa è una delle tante, amare osservazioni disseminate nel romanzo, laconicamente formulate e dolorosamente puntuali.
Kit, la madre dell’autrice, era una ballerina frustrata che aveva rinunciato alla carriera per il matrimonio. Il mondo della danza, tuttavia, è così duro e brutale che è difficile dire se tale scelta fosse stata influenzata dal dubbio di non essere all’altezza o meno. I giovani di sesso maschile, non esattamente brillanti, si trasferivano all’estero con i curricula bollati dall’acronimo filth: Fallito a Londra, Trasferito a Hong Kong. Le donne che rinunciavano al proprio potenziale potevano scegliere invece l’esilio in patria del matrimonio, e i risultati erano spesso assai squallidi. A quanto pare, Kit non amava la figlia, forse era gelosa di lei. Jane Howard era una ragazza di una bellezza spettacolare. Più volte, nei suoi romanzi, gli adulti guardano con un misto d’invidia e ammirazione la persona che men che mai potrebbe essere invidiata, un’adolescente che non è altro che un groviglio d’insicurezze. Howard ricevette poca istruzione formale, ma era un’avida lettrice. Il suo insegnante di pianoforte, poi, le impartì una lezione di grande valore: «Come si fa a imparare? Sbattere la testa contro qualcosa e continuare a farlo».
In breve, Jane divenne un’attrice, ma la seconda guerra mondiale fece naufragare le sue speranze di carriera. Come la signora Fleming, vide «il valore delle vite schizzare alle stelle e crollare rovinosamente come i titoli di un folle mercato azionario». In un’atmosfera simile le decisioni venivano prese velocemente, non c’era tempo per visioni a lungo termine. Jane aveva diciannove anni quando sposò lo studioso di scienze naturali, allora ufficiale di marina, Peter Scott, di anni trentadue. La notte prima del matrimonio la madre le chiese cosa sapesse in materia di sesso, descrivendolo come «il lato sporco» del matrimonio. La figlia, Nicola, nacque nel corso di un attacco aereo. Fu un’esperienza orribile che Jane seppe conservare e utilizzare in seguito. Una volta finita la guerra, la scrittrice abbandonò figlia e marito, una cosa che il mondo non perdona facilmente, e si trasferì in un lurido appartamento in Baker Street: «Una squallida lampadina che pendeva dal soffitto e un odioso pavimento di legno pieno di perfidi chiodi… l’unica cosa che sapevo era che volevo scrivere».
Ci fu un altro, breve matrimonio con un compagno di scrittura, poi Jane Howard divenne la seconda moglie di Kingsley Amis, un acclamato scrittore alla moda. Jane cercava l’amore, sia fisico che di altro tipo; questo fu ciò che affermò per tutta la vita, ed era coraggiosa a dirlo perché tale ricerca è sempre vista come un’ammissione di debolezza. I primi anni del matrimonio degli Amis trascorsero felici, e loro furono dei buoni compagni. C’è una foto che ritrae la coppia mentre lavora, una macchina da scrivere accanto all’altra. La fotografia, tuttavia, non rappresenta correttamente la vera natura di quello scambio. Howard, infatti, era ingabbiata in un paradosso. Cercava l’intimità, ma la scrittura era un atto solitario. Voleva essere riconosciuta, e gli scrittori spesso non lo erano. Il loro ménage familiare era intenso e bohémien. Jane si occupava della casa e cucinava per gli ospiti, alcuni dei quali erano piuttosto esigenti, altri si stabilivano da loro per lunghi periodi. Jane rappresentava la gentile e ammirevole madre adottiva dei tre figli di Amis. Il loro matrimonio, come amava ripetere Martin Amis, era “dinamico” ma il lavoro del marito era sicuramente privilegiato rispetto al suo, che era invece considerato come qualcosa di incidentale, da subordinare ai naturali obblighi domestici di una moglie.
Nel corso di quegli anni Jane Howard scrisse una serie di romanzi arguti, incentrati sui piaceri della vita, mentre lei stessa pativa una profonda miseria. Il marito faceva soldi, collezionava plausi ma lei continuava ad avere fede nel proprio talento. La gente per bene non si lamenta e non fa baccano, le aveva detto la madre, neanche quando partorisce. Questa era la via per la morte emotiva, non certo per la crescita creativa. Tuttavia, se si è capaci di sopravvivere al dolore, questo può essere incanalato e trasformato in creatività. Nei suoi romanzi Howard descrisse l’illusione e l’autoillusione. Sommando il prezzo della bugia a quello della verità. Osservò danni inflitti e danni riflessi o ricevuti. Imparò più da Jane Austen che dalla madre. La commedia non nasce dalla penna di chi siede alla scrivania pensando “ora sarò divertente” ma da chi striscia verso la scrivania, trasudando vergogna e disperazione, e lentamente si accinge a descrivere in maniera fedele lo stato delle cose. Si prova un certo piacere nell’essere fedeli ai dettagli della miseria. Quanto più feroci, tanto meglio: con lentezza, infatti, e con riluttanza, la commedia comincia a trapelare.
La giornalista Angela Lambert si chiede perché Il lungo sguardo non sia considerato uno dei grandi romanzi del ventesimo secolo. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché l’intera opera di Jane Howard non goda di maggiore considerazione. È vero, le sue ambientazioni sociali sono piuttosto circoscritte, ma altrettanto lo sono quelle di Jane Austen. Ed esattamente come i romanzi di Austen, i suoi romanzi sono permeati dal vivo torrente sotterraneo dell’inquietudine che si agita sotto la superficie di vite agiate minacciando di venire a galla. L’inquietudine relativa alle proprie risorse. Ho abbastanza? Abbastanza denaro in borsa? Abbastanza credito con il mondo? In numerose storie i personaggi di Jane Howard vacillano sul baratro dell’indigenza mentre altrove il denaro fluisce da sorgenti misteriose. I suoi personaggi, tuttavia, non hanno il controllo di tali sorgenti, né le comprendono. Le sue vulnerabili eroine vivono alla giornata, sia emotivamente che economicamente e, anche se hanno abbastanza, non sanno abbastanza.
Quell’essere così disarmate, quella vulnerabilità, vale loro giudizi severissimi. Perché dovrebbe importarmi, potrebbe chiedersi qualche lettore, delle tribolazioni dei ricchi? Chi non prova compassione per il benestante, tuttavia, non è capace di provarla nemmeno per l’indigente. I romanzi di Jane Howard trovano probabilmente resistenza in chi vede solo la superficie e la giudica borghese. I suoi romanzi potrebbero trovare resistenza in chi non ama il cibo, i gatti, i bambini, i fantasmi o il piacere dell’impeccabile accuratezza con cui la scrittrice osserva il mondo naturale e artificiale: in coloro, in sostanza, che snobbano il passato recente. Sono apprezzati, invece, da chi sa cedere al loro fascino, alla loro intelligenza, al loro humor, da chi sa ascoltare i messaggi provenienti da un mondo diverso dal proprio.
Il vero motivo per cui i suoi libri sono sottovalutati, per dirla senza peli sulla lingua, è che sono stati scritti da una donna. Fino a poco tempo fa esisteva una categoria di libri “per donne, scritti da donne”, una categoria ovviamente ufficiosa, perché indifendibile. Accanto a prodotti di genere con poche possibilità di sopravvivenza, la categoria includeva opere scritte con grande bravura ma in chiave minore, romanzi che in sostanza si occupavano della vita privata e non pubblica. Romanzi di questo tipo raramente cercano di turbare o di provocare il lettore. Al contrario, sebbene la trama sia ingegnosamente architettata, s’impegnano con tutte le proprie forze in modo da far sentire il lettore a proprio agio. Una letteratura sottotono, ordinata, che non tende a ciò che Walter Scott definiva the big bow-wow, il grande clamore. Nel recensire e ammirare Jane Austen, infatti, Scott si rese conto del problema: come si può valutare un’opera del genere sulla base di criteri pensati per produzioni ben più rumorose? A partire dal diciottesimo secolo questi romanzi erano stati il piacere proibito di numerosi lettori e critici – erano goduti, ma rinnegati. Esiste una gerarchia di tematiche. Bisogna concedere più spazio alla guerra che al mettere al mondo un bambino, sebbene siano entrambi due atti sanguinosi. Bruciare corpi occupa un posto più in alto in classifica che bruciare torte. Se una donna si interessa di tematiche “maschili”, la cosa non la salva dall’essere banalizzata. Se un uomo si abbassa a questioni domestiche scrivendo copiosamente di amore, matrimonio e bambini, è lodato per la sua empatia, per il suo equilibrio. È elogiato, considerato intrepido, come se si fosse avventurato tra i selvaggi alla ricerca di una sapienza segreta. A volte la perfezione stessa invita alla svalutazione: un testo è impeccabile, perché non corre rischi. La sua opera splende perché è così piccola. «Lavoro su quattro centimetri di avorio», amava dire ironicamente Jane Austen: tanta limatura e piccolo effetto.
Il tempo ha santificato Jane Austen, anche se esistono ancora molte persone che non ne capiscono il motivo. L’aiutò il fatto di essere una brava ragazza che ebbe il tatto di morire giovane, senza nulla da dire sulla propria vita privata e con il cuore immune a ogni possibile esame. I critici furono, così, costretti a osservare i suoi testi. Le donne di oggi hanno carriere meno ordinate. Quando Jane Howard morì nel 2014, all’età di novant’anni, il necrologio del «Daily Telegraph» la descriveva come «ben nota per la turbolenta vita amorosa». Altri “tributi” si soffermarono sulle sue “fallimentari” storie d’amore. Negli scrittori di sesso maschile, i flirt testimoniano una virilità inarrestabile, nelle donne, al contrario sono presi a indicare una fallace capacità di giudizio. Cecil Day-Lewis, Cyril Connolly, Arthur Koestler, Laurie Lee e Kenneth Tynan sono annoverati tra le sue conquiste, sebbene il mondo ovviamente pensasse che furono loro a conquistare lei. Divorzi e separazioni possono certamente addolorare lo scrittore, tali segni tuttavia sono letti come ferite di battaglia, la sua condotta dichiaratamente libertina può essere indice di stupidità o lussuria, ma si presume che, a qualche livello segreto, egli agisca in tale modo per servire la propria arte. Per quanto riguarda una donna, invece, si crede che questa agisca incautamente, perché non può farne a meno. Coglie ogni occasione perché non sa fare di meglio. Viene giudicata e commiserata, o giudicata e condannata. E il giudizio sulla vita di qualcuno non può che contaminare il giudizio sul suo lavoro.
Sebbene autrici come Virginia Woolf e Katherine Mansfield avessero aperto un nuovo modo di contemplare il mondo, buoni libri scritti da donne continuavano a non essere pubblicati e cadevano nell’oblio: non solo perché, come nel caso di scrittori di sesso maschile, non erano più di moda, ma perché non erano mai stati valutati adeguatamente fin dal principio. Negli anni Ottanta la stampa femminista li riportò sugli scaffali. Dopo essere stata a lungo ignorata, Elizabeth Taylor ritornò di moda. Barbara Pym fu dimenticata, riscoperta ed etichettata come eccentrica. A volte uno scrittore contemporaneo ci mette davanti a uno specchio. Abbiamo imparato a leggere Elizabeth Bowen attraverso il prisma dell’ammirazione che Sarah Waters provava per lei. Il difficile destino di Anita Brookner ci dimostra che è possibile vincere un premio prestigioso, essere ampiamente letti e nonostante ciò essere sottovalutati. A causa del suo successo postumo, e forse proprio per questo, l’opera di Jane Howard è stata mal interpretata. Le sue virtù sono la costruzione impeccabile, l’osservazione acuta, la tecnica persuasiva ma inesorabile. I suoi romanzi probabilmente non scuotono il mondo ma ogni scrittore potrebbe imparare da lei. Insegnando io stessa scrittura, non esiste autore che abbia consigliato più spesso, o almeno che abbia consigliato proprio per disorientare i miei studenti. Leggila, era il mio consiglio, e leggi i libri che leggeva lei. Scomponi quei piccoli miracoli che sono Il lungo sguardo e After Julius. Falli a pezzi e cerca di capire come sono stati costruiti.
Non ricordo esattamente che giorno fosse quando conobbi Jane. Fu alla Royal Society of Literature, nei tardi anni Ottanta, durante uno degli incontri agli Hyde Park Gardens. Oggi la Royal Society of Literature ha sede altrove, ma allora i loro uffici desolati – ci fu un taglio dei fondi – sembravano dimenticati dal mondo. Ben conoscendo sia i polverosi e decrepiti piani superiori che i gelidi e vuoti piani interrati, non avevo tutta questa voglia di scoprire le dimenticate sale da ricevimento, né gli altrettanto dimenticati soci onorari che guardavano fuori, verso la terrazza.
A volte, quando ammiri uno scrittore, non hai voglia di sapere molto su di lui. Di sicuro avevo visto alcune fotografie di Jane, ma le avevo ignorate. La mia immagine mentale era quella di una creatura minuta e sinuosa, con un taglio di capelli à la garçonne e i grandi occhi da lince, quella di una persona che parla sussurrando a voce roca, se parla. La realtà invece era piuttosto diversa. Jane era alta e maestosa, e aveva una voce profonda e all’antica, da attrice. Possedeva quella qualità felina che avevo immaginato ma era leonina, fulva, dominante, non furtiva o sfuggente. Se avesse fatto le fusa, avrebbe fatto tremare le pareti. Era una donna imponente e forte.
Durante la nostra conversazione, tuttavia, mi accorsi che era gentile e alla mano. Nella sua opera non dimenticò mai cosa significa essere una giovane ragazza, e conservava uno spirito ingenuo in un corpo saggio e navigato. Sembrava consapevole dell’effetto che faceva e desiderosa non di rimuoverlo ma di tenerlo sotto controllo e di modificarlo in modo da mettere gli altri a proprio agio. Se l’altro non si sentiva a proprio agio, lei non poteva mostrarsi per quello che era, e di quell’incontro non le sarebbe rimasto nulla. Le interessavano le persone, ma non alla maniera maliziosa e predatoria propria degli scrittori. Quando accettò la rogna di diventare mia amica, divenne amica anche di mio marito, che non è né un artista né uno scrittore. Ha dedicato a entrambi gli ultimi libri che ha pubblicato. A noi è parso troppo. Mi aveva donato anni di gioia e ispirazione e io avevo la sensazione di non averla ripagata. Durante quegli anni ero a corto di energie per quanto riguarda l’amicizia, tuttavia Jane doveva aver compreso che non mi mancavano le potenzialità. I nostri lavori non avevano molto in comune, e ci mostrammo in pubblico insieme solo una volta, nel corso di un evento in una piccola libreria dove Jane tenne una splendida lettura. Emersero il suo training professionale, la voce potente, le pause calcolate al microsecondo, ma lesse in maniera non affettata, sorridendo, con il piacere di dare gioia al pubblico. Fui felice del fatto che La saga dei Cazalet le procurò nuovi fan. Ammiravo la sua tenacia, proprio come il suo stile. Stava scrivendo quando morì: un libro intitolato Human Error. Mi sarebbe piaciuto chiederle quale, tra l’ampia gamma, avesse scelto come focus.
Senz’ombra di dubbio le migliori conversazioni sono quelle che purtroppo non sono mai realmente avvenute. Ho sempre avuto la sensazione che entrambe vivessimo nella speranza. Ho sempre avuto la sensazione che avrei dovuto chiederle qualcosa, o che lei desiderasse chiedere qualcosa a me. La mattina dopo la sua morte, fui una delle molte persone a essere intervistate e invitate a parlare di lei in radio. All’epoca lavoravo a Stratford-upon-Avon, così ci servimmo dei locali della Royal Shakespeare Company. Si trattò di un evento dell’ultimo minuto e io avevo appena appreso la notizia della sua morte, quindi, probabilmente, non fui brillante. Ma vidi molto chiaramente il suo volto mentre parlavo. Da ragazza Jane faceva l’attrice a Stratford, e le sarebbe piaciuto ciò che quella giornata aveva da offrire. Il fiume scuro e gelido, i cigni che vi scivolavano sopra, e dietro le finestre rigate dalla pioggia nuovi drammi in formazione: ombre umane, che fluttuavano e bisbigliavano nell’oscurità sperando – nel variare e ripetere i propri errori – di avvicinarsi, finalmente, a fare la cosa giusta. Nei romanzi di Jane, i timidi perdono il copione, gli sfrontati dimenticano le battute ma, in qualche modo, si riesce a mettere insieme una performance. A testa alta e col cuore a pezzi, i suoi personaggi affrontano il bagliore delle circostanze. Ogni frase è improvvisata e ogni respiro è un rischio. Lo spettacolo racconta la ricerca della felicità, la ricerca dell’amore. Una standing ovation attende i coraggiosi.
Traduzione di Madeira Giacci
(Stoner, 24 aprile 2016)
di Liliana Rampello
Elena Ferrante. L’importanza della radice materna della lingua, senza biografismi che bersagliano a vuoto
Non sono particolarmente interessata alla vera identità di Elena Ferrante; sarebbe stato più gentile non inseguire in ogni modo la possibilità di rivelarla, ma questi sono i tempi e la società dello spettacolo non perdona nessuno, non parlarne più sarebbe già una buona idea per non partecipare al banchetto. Del resto chi ha letto La frantumaglia, anni fa, oppure ora, nella nuova ristampa, può camminare al fianco della scrittrice su molti temi che le sono intimi e cari, che la rivelano nelle sue esperienze e riflessioni quel tanto che basta per tornare ai suoi romanzi con maggiore consapevolezza, e strumenti più raffinati di lettura, tali da duplicarne il piacere. Ed è questo quel che conta. Lì Elena Ferrante afferma, con molti buoni argomenti, che la scelta dell’anonimato corrisponde al suo bisogno di «uno spazio di libertà creativa assoluta», di quella «distanza tra autore e libro» che impedisce l’impasto del «primo con i materiali del secondo e viceversa». E si potrebbe continuare, tra molte citazioni.
Delle due pagine che il Domenicale del Sole 24ore del 2 ottobre ha dedicato alla scrittrice Ferrante, dunque, l’unica cosa che mi è parsa davvero suggestiva è la ricostruzione pubblica della vita della madre di Anita Raja, anche se spero che proprio questo non sia motivo per lei di inquietudine. Ricostruzione suggestiva anche e soprattutto per quel che non dice. Da quando ho cominciato a studiare e amare i libri di Christa Wolf, ho cominciato ad ammirare la magnifica capacità che ha avuto la sua traduttrice italiana di renderli, ricrearli, nella nostra lingua. Una grande traduttrice che segue una grande autrice in ogni piega, felice o dolorosa, di tutta la sua vita intellettuale e artistica, passo passo, con una tensione mai attenuata verso la comprensione più profonda possibile, con una cura precisa e affilata del suo dettato.
Traduzioni impeccabili, mirabili? È ancora dir poco, tale era la relazione che si sentiva scorrere, in modo vitale, tra l’una e l’altra, tra una lingua e l’altra, tra due mondi, l’Est e l’Ovest, illuminati da una vera empatia che, senza altre mediazioni, arriva dritta a chi legge e spalanca una molteplicità di significati. Del resto, credo che tradurre sia una delle forme nascoste della critica letteraria, ed è certo così quando è a quest’altezza. Ora, sapere dal racconto di Claudio Gatti che la madre di Anita Raja era un’ebrea sfuggita al nazismo, riparata dopo la tragedia a Napoli, dove si era sposata e dove, a 53 anni, si era rituffata «nella lingua dei suoi parenti (e dei suoi persecutori), il tedesco», illumina la vicenda di queste due grandi «amiche», Christa e Anita, di una luce in cui la traversata del dolore che diventa bellezza creativa può essere guardata in una prospettiva diversa. Non in quella di un biografismo fine a se stesso, ma in quella in cui a parlare le lingue è una radice materna che proprio nella lingua, nelle lingue, dà i suoi frutti migliori.
(il manifesto, 05 ottobre 2016)
La mamma della ragazza uccisa nella strage del Bataclan: “Solo la conoscenza permette di andare avanti”. Dalla famiglia della ricercatrice il messaggio ai familiari di Giulio Regeni: “Erano due menti veloci, curiose, desiderose di viaggiare e sapere”
Un premio universitario intitolato a Valeria Solesin, la giovane ricercatrice veneziana uccisa nella strage terroristica del Bataclan a Parigi, “perché la conoscenza è l’unico strumento che abbiamo, l’unico che ci permette di andare avanti”. Sono le parole di Luciana Milani, la mamma della ragazza morta il 13 novembre scorso, in Comune a Milano, per la presentazione dell’inziativa che servirà a sostenere le tesi universitarie che analizzano gli effetti positivi della presenza femminile nelle aziende, in ricordo delle ricerche di Valeria.
“L’odio non serve a niente – ha ribadito la mamma – solo a distruggere la tua vita”. Bisogna puntare su “integrazione e scuola” per cercare di arginare il problema del terrorismo islamico in Occidente”, dice raccontando di aver inviato attraverso il sindaco di Fiumicello un messaggio ai genitori di Giulio Regeni. “Giulio e Valeria sono stati spesso accostati in questi mesi, anche perché erano coetanei ed erano nati a pochi chilometri di sua stanza, ma venivano da percorsi e da studi molto diversi. Entrambi erano menti veloci, curiose, desiderose di viaggiare e di conoscere”.
“Per Valeria – ha ricordato Luciana Milani – che una donna non lavorasse era impensabile. Il lavoro era assolutamente fondante di una identità femminile ed era anche una grande tifosa della maternità. Non aveva alcuna intenzione di immolarsi solo alla carriera, ma neanche di dedicarsi solo alla famiglia. Sono sicura che ci sarebbe riuscita”.
‘Il talento femminile come fattore determinante per lo sviluppo dell’economia, dell’etica e della meritocrazia nel nostro Paese’, questo il nome del concorso, è aperto a studentesse e studenti di tutte le università italiane: potranno concorrere le tesi discusse entro il 31/07/2017 (e non prima del 01/01/2015) per il conseguimento di una laurea magistrale in Economia, Sociologia, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Gli elaborati saranno valutati da un Comitato scientifico composto da professori universitari esperti in materie socioeconomiche e giuridiche e professionisti del settore privato, che si avvarrà del supporto di un advisory board.
Grazie al contributo fornito dalle associazioni e aziende coinvolte nel progetto, sono previsti premi e offerte di stage per un valore complessivo di 41.400 euro. Il progetto, realizzato con il patrocinio del Comune di Milano, è promosso dal Forum della meritocrazia e da Allianz Global Assistance, insieme ad altre aziende sostenitrici come gruppo Cimbali, Metropolitana milanese, Sanofi, illy, EY e il movimento globale 30% club.
“Valeria ormai appartiene alla nostra coscienza nazionale. La meglio gioventù, una donna piena di interessi e focalizzata sui suoi obiettivi, per questo la sua vicenda ci ha colpito”, ha detto la vice presidente del Senato, Linda Lanzillotta. “Ci sono 20 punti percentuali di differenza tra il tasso di occupazione degli uomini e quello delle donne. Non è il frutto della crisi, ma di un modello di lavoro che risale al dopoguerra e sul quale è stato anche modellato il nostro welfare. Oggi ci sono 600mila madri in attesa di entrare o rientrare nel mondo del lavoro, un milione di nonne che suppliscono alla mancanza di welfare”, ha aggiunto l’ex ministra.
Per l’assessora comunale alla Trasformazione digitale e ai servizi civici, Roberta Cocco, il premio è “un’iniziativa straordinaria” che “deve essere l’inizio di una serie”, mentre per la collega Cristina Tajani, assessora alle Politiche del lavoro e alle attività produttive, “la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro è non solo un fatto eticamente desiderabile, ma anche un fatto utile perché migliora i risultati delle imprese. Queso modo di rappresentare le cose credo che consenta a tutti di fare un passo avanti anche nella costruzione di politiche pubbliche adeguate”.
(Repubblica, 04 ottobre 2016)
di Mauro Caterina
Il lunedì nero. Piazze piene in tutto il Paese contro la riforma della legge sull’interruzione di gravidanza che introduce il divieto anche nei casi di stupro, incesto e malformazione del feto. Una crociata del governo che paga dazio ai gruppi fondamentalisti cattolici
La pioggia battente non ha scoraggiato i manifestanti. Un’enorme distesa di ombrelli copre piazza Adam Mickiewic. Strade bloccate al traffico e tram deviati per garantire il continuo afflusso di gente che non demorde.
È tanta la voglia di partecipazione. Lo si legge sui volti delle persone venute alla manifestazione vestite di nero, il colore del lutto, perché i primi a morire (se dovesse passare questa legge) sarebbero proprio i diritti delle donne polacche. Sotto gli ombrelli si possono osservare le facce delle nonne, delle figlie e delle nipoti. Tre generazioni di donne a confronto, unite oggi nella lotta e nell’indignazione verso una legge anacronistica e priva di senso. E accanto a loro ci sono i mariti, i compagni, gli amici, perché quella di oggi, in Polonia, non è solo una manifestazione in difesa dei diritti delle donne, ma soprattutto una battaglia di civiltà. A ribadirlo ci pensano gli interventi delle oratrici sul palco e i cori dei manifestanti.
Ci fermiamo a parlare con Magdalena Bilinska, 46 anni, traduttrice, che con il suo perfetto italiano ci spiega i motivi che l’hanno spinta a scioperare e recarsi alla manifestazione. «Personalmente sono contro la pratica dell’aborto. Sono cattolica e sono cresciuta all’interno di una famiglia cattolica, ma ciò non mi impedisce di essere contraria a questo disegno di legge. La Polonia è uno stato laico e non voglio che si trasformi in uno stato confessionale. Oltretutto che senso ha criminalizzare la scelta di una donna che vuole interrompere la gravidanza? Chi ha i soldi se ne va all’estero ad abortire, chi non ce li ha rischia di morire sotto i ferri delle mammane».
Secondo i dati del ministero della sanità, in Polonia ogni anno vengono praticati circa 1.000 aborti legali. La legge attuale (una delle più restrittive al mondo) prevede l’interruzione di gravidanza solo in caso di grave malformazione del feto, stupro, incesto e in caso di pericolo di vita per la madre. Il nuovo progetto di legge elimina le prime tre eccezioni e introduce pure il carcere (fino a cinque anni) per chi dovesse violare le regole. Si stima che annualmente vengano praticati tra i 150 e i 190 mila aborti clandestini e/o «esteri». Numeri che molte associazioni per i diritti civili dicono essere calcolati per difetto.
Tra i manifestanti iniziano a circolare sui cellulari le immagini che arrivano dalle altre città polacche. Impressionante il colpo d’occhio di Varsavia, con la centralissima piazza Castello piena all’inverosimile. E poi ancora Cracovia, Danzica, Breslavia. Decine di migliaia, forse centinaia, forse un milione di persone che riempiono le piazze di piccoli e grandi centri urbani sparsi in tutta la Polonia. Sui social circolano anche le immagini di Londra, Parigi e Berlino dove si trova una cospicua comunità di espatriati.
Nei giorni scorsi erano tanti gli interrogativi sul successo della protesta. In quante avrebbero incrociato le braccia per scendere in piazza e dire no alla legge stop aborcja? E inoltre, sarebbero state in grado le donne polacche di paralizzare il Paese come fecero le islandesi il 24 ottobre del 1975 e a cui oggi si ispirano? Sta di fatto che, nelle ultime due settimane, i numeri della mobilitazione sono cresciuti in maniera esponenziale.
Contro la legge non solo le associazioni femministe e i partiti dell’opposizione ma anche personaggi pubblici che non ti aspetti, come Marta Kaczynska, la figlia 36enne di Lech Kaczynski, il presidente polacco morto nella tragedia di Smolensk nel 2010, che considera la proposta di legge disumana.
La crociata antiaborto del governo polacco, rischia di trasformarsi in un boomerang. Da un lato, il partito ultraconservatore della premier Beata Szydlo deve pagare dazio ai gruppi fondamentalisti cattolici che lo hanno votato in massa alle ultime elezioni. Dall’altro, questa forzatura rischia di alienare il voto delle donne per i prossimi appuntamenti elettorali. Per non parlare delle ripercussioni internazionali se la legge dovesse passare. E che ci sia un forte imbarazzo nel governo lo si è visto di recente, quando Szydlo, alla domanda di un giornalista che le chiedeva un parere sulla controversa proposta legislativa, ha preferito non commentare.
(il manifesto, 04 ottobre 2016)
da il manifesto
All’origine del razzismo per Betye Saar c’è soprattutto l’azzurro sporco di una piscina. «Il Brookside Park di Pasadena aveva una piscina. Era aperta per i bianchi tutti i giorni della settimana tranne il martedì, quando i bambini neri o di qualsiasi altra razza potevano usarla: il mercoledì avrebbero cambiato l’acqua».
Una volta cresciuta, abituata fin dall’infanzia a saper fare con le proprie mani tutto (madre cucitrice e nonna che realizzava trapunte per racimolare qualche soldo durante la Depressione), Saar cominciò a collezionare immagini dispregiative della comunità african american. Intensificò quell’attività soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King. Raccoglieva nei mercati bambolette stereotipo, uncle Tom, Mammy, Pickaninny (i ragazzini «negretti»). E poi attraverso un assemblaggio beffardo e ironico, cominciò a proclamare la loro «liberazione» da quella schiavitù dell’immaginario. Nacque così una delle sue opere più conosciute, The liberation of Aunt Jemina (1972) dove la zia – epiteto che sottolinea un destino di servitù – si lancia verso una nuova vita brandendo da un lato la scopa e, dall’altro, un fucile. Avanza irridente su uno sfondo di figure pubblicitarie incentrate sulla sua stessa icona (è un logo per pancake ancora oggi).
Le opere dell’artista Betye Saar, nata a Los Angeles novant’anni fa (1926), sono esposte per la prima volta in Italia, presso la Fondazione Prada di Milano nella mostra antologica Uneasy Dancer. Curata da Elvira Dyangani Ose, riunisce più di ottanta opere tra installazioni, assemblage, collage e lavori scultorei, realizzati tra il 1966 e il 2016.

La «danzatrice incerta» del titolo è naturalmente lei, sorta di sciamana che colleziona memorabilia, sbircia tra le pieghe di credenze e religioni del mondo, apre valigie dimenticate da parenti e sconosciuti per creare le sue sculture sorprendenti, in cui la memoria storica confluisce in quella privata, restituendo un’identità a chi sarebbe rimasto nell’ombra, anonimo.
Ogni oggetto condensa in sé un saggio di antropologia e, insieme, abita una Wunderkammer, un gabinetto delle curiosità puntato sulla blackness. È una camera delle meraviglie attiva, dato che sollecita il potere della consapevolezza. I collage di cianfrusaglie – allestiti come fossero in un museo etnografico – sprigionano una energia inusuale, ricollegano il visitatore con un patrimonio collettivo di immagini, sensazioni, album sentimentali. Scorre la controstoria dell’identità della donna (in particolare nera), ma anche la galleria tipologica della schiavitù e il ritratto del razzismo americano. È in atto un processo cognitivo alternativo che usa l’umorismo per allertare la coscienza. Attraverso i meccanismi del comico, come diceva Bergsson, ci si risveglia dall’anestesia del cuore.
D’altronde, Betye Saar è considerata una pioniera del Black Arts Movement e anche una veterana del pensiero femminista afroamericano. Lei, in realtà, sostiene di aver fatto solo la sua arte e che altri «hanno deciso di trasformarla in una militante». E guai a definire i suoi lavori femministi: l’arte va per la sua strada. «Per me il femminismo è una sorta di umanesimo. Il fatto di accettarsi e sapere che andiamo bene così come siamo…L’obiettivo è essere fedele a me stessa».
Eppure, Saar in quasi mezzo secolo di produzione creativa ha azzerato il linguaggio corrente e riformulato un immaginario a partire da sé e dalla sua comunità.
Il suo archivio di rappresentazioni orrifiche (dai linciaggi ai cliché razzisti) messo in sequenza e assemblato in forme inedite ha spostato l’attenzione, trasfigurato e disperso gli stereotipi, smascherato il dispositivo del razzismo iconografico.

Tutto, nella sua estetica, gravita intorno all’esistenza quotidiana delle donne nere, spesso con tocchi esoterici, poiché spiritualità e magia hanno un peso non indifferente nella vita di Saar. Anche quando sceglie un oggetto nei mercatini delle pulci (è stata la prima cosa che a voluto fare una volta arrivata a Milano) deve «sentire» la sua anima.
Fin da piccola l’artista disegnava, ma soprattutto faceva «cose», manipolava la realtà in finzione. Da grande, saranno gli oggetti vecchi e le fotografie ad appassionarla, «ogni mia opera nasce sempre da una combinazione di quei materiali», dice.
L’ispirazione per quel bricolage viene da lontano. «Mia nonna viveva a Watts (uno dei distretti di Los Angeles fra i più poveri, abitato dalla comunità nera e teatro di scontri violenti nel 1965, ndr) e quando ero bambina andavo a trovarla. Vedevo Simon Rodia che costruiva le Torri di Watts, ero affascinata dalla loro struttura. Una volta adulta, sono andata a studiarle: ero catturata dai materiali e da quella meravigliosa architettura. L’uso degli scarti riciclati di Rodia, cose come piatti rotti, mi hanno guidata verso la ricerca dell’objet trouvé». E l’altro nume tutelare è, dichiaratamente, Corneille con le sue scatole-mondo.
Attraversando le sale della Fondazione Prada, si viaggia migrando con le popolazioni africane alla volta dell’America, si sogna quell’Alpha e Omega dell’esistenza umana raffigurata con barche sospese nel blu e con palle di vetro per predire il futuro (che rimandano anche alle catene della schiavitù), si soffre per la segregazione fra le gabbie, ci si commuove di fronte ai ricordi della zia Hattie, un «memorial» intimo contenuto all’interno di una polverosa valigia. E si strofinano i panni dei bianchi insieme all’archetipo delle Mammy.
Ma l’America di oggi, come la giudica Saar? «Il presidente Obama è una persona intelligente, capace di prendersi cura del prossimo: ha cercato di aiutare chi non ce la faceva da solo. Il suo fallimento è dovuto alla miopia di chi non ha voluto accettare la sua visione. Gli Stati Uniti sono ancora adesso il miglior paese, nel bene e nel male. Il razzismo è un problema che riguarda tutti e stiamo ancora cercando di risolverlo».
(il manifesto, 4 ottobre 2016)
da collezionedatiffany.com
Nata a Monza nel ’38, LeoNilde Carabba può definirsi “una pittrice ed una viaggiatrice che ama esplorare territori e varcare confini”. Artista di fama internazionale e attiva collaboratrice del Movimento delle Donne, ha mosso i suoi primi passi nella Milano degli anni ’60 lavorando al fianco di artisti come Lucio Fontana, Hsiao Chin, Roberto Crippa, Enrico Baj e Piero Manzoni. Figlia di un ingegnere chimico dalla grandissima cultura umanistica e di una pianista di origine dalmata, LeoNilde Carabba è state tra le poche protagoniste femminili ed emergere in quella che si può definire come una delle stagioni più innovative dell’arte italiana ed internazionale. In questa intervista ci racconta 56 anni di carriera caratterizzati da una continua e instancabile sperimentazione perché, come dice lei stessa, “la vita comincia ad ogni momento”.
Fabio Agrifoglio: Come nasce LeoNilde Carabba artista?
LeoNilde Carabba: «L’Arte è entrata nella mia vita con la forza di una rivelazione assoluta. Ero ancora al Liceo Internazionale ed ho capito subito che niente sarebbe più stato come prima. Avevo trovato un centro. Una ragione per esistere. Diventare Artista è stato poi un processo lungo e travagliato, con battute d’arresto e crisi, ma il dubbio non si è mai inserito, neppure nei momenti più difficili, in questo costante processo evolutivo che mi ha portato dal Buio alla Luce. E quando parlo del buio mi riferisco alle Opere dei primi anni ’60, ben rappresentate dal catalogo della mostra presentata da Baj, Crippa e Fontana al Cenobio-Visualità di Milano nel 1964. In queste opere si sente l’influenza di Antonio Recalcati, che avevo conosciuto e frequentato all’inizio della mia avventura, così come si percepisce l’influenza di Jean Dubuffet, che avevo visto in una mostra a Parigi. Queste opere rappresentano bene il tormento interiore in cui mi aveva gettato una difficile situazione familiare».
F.A.: Hai iniziato giovanissima con un padrino di eccezione: Hsiao Chin. Ci puoi parlare della tua prima personale alla Galleria Numero di Firenze nel 1961?
L.C.: «Come dice Angela Vettese nel suo bellissimo libro “Artisti si diventa”, il gruppo all’inizio del proprio percorso artistico è importantissimo. Hsiao Chin, Alfredo Pizzo Greco, Pia Pizzo ed io ci vedevamo moltissimo. Hsiao era certo quello più affermato ed era fidanzato con Pia Pizzo che poi sposò. Con Alfredo, fratello di Pia, avevo una relazione poetica, nel senso che passavamo ore a leggerci a vicenda le nostre poesie ed io conservo ancora le mie scritte a macchina con le annotazioni a matita di Alfredo. Andavamo assieme alle inaugurazioni e discutevamo per ore del nostro lavoro e di quello degli altri. Una fucina di idee e da questo nacque l’opportunità della mia prima mostra alla Galleria Numero di Firenze su indicazione e presentazione poetica proprio di Hsiao Chin».
F.A.: Scrisse di te Lucio Fontana: “Da più di un anno conosco gli “esseri” di Carabba, non sono mostri né fantasmi, sono esseri intelligenti che ti fanno meditare, sono opere d’arte riuscite”…
L.C.: «Fontana era un signore, generoso ed affabile. Un altro signore era Jean Fautrier, che mi comprò un quadro nel 1964. Una persona importantissima nella mia evoluzione fu poi Pierre Restany, conosciuto da Guido Le Noci della Galleria Apollinaire, una delle gallerie più raffinate di tutta Milano. Da Le Noci incontrai Christo e Jeanne Claude, che poi furono ospiti da me a Roma quando vivevo in una grande casa con Shaila Rubin, cineasta americana. Ho rivisto poi Christo e Jeanne Claude a New York nel 1983, dove fui loro ospite per tre settimane con Serena Castaldi, amica del Movimento delle Donne».
F.A.: Sul catalogo della stessa mostra Roberto Crippa scrisse: “E’ nostra intenzione trovare in noi stessi, dopo le esperienze accademiche che hanno determinato la prima formazione pittorica, un discorso da comunicare con mezzi assolutamente nostri, partire spogliandosi completamente da qualsiasi richiamo o suggerimento, che può venire da altri pittori e da altre scuole, interpretare la realtà del nuovo uomo che ci sta davanti e il suo rapporto con l’ambiente in cui si muove”…
L.C.: «Roberto era un fratello maggiore. Il nostro era un rapporto semplice, cordiale. Diventare artista nella Milano e nella Roma degli anni ’60 era una grande fortuna. Il mondo dell’Arte era aperto, raggiungibile, generoso. Piero Manzoni fu per me un grande amico. Lo andavo a veder stampare in quella che poi divenne la serigrafia Perini, dove stampai a lungo anch’io. Lo incontravo al bar, io bevevo un cappuccino e lui un Pernod: è come se in questo ci fosse la rappresentazione simbolica della distanza tra l’artista di avanguardia e la ragazza di buona famiglia che si sta inoltrando in questo mondo sconvolgente. Anche Tancredi fu per me molto importante, inizialmente più dal punto di vista umano che pittorico, ma tanti anni dopo, quando lui era ormai morto ed io vivevo in California, mi accorsi che avevo appreso molto da lui sul piano tecnico delle velature e del lirismo».
FA: Risale al ’65, invece, la collettiva alla Bianco e Nero di Roma con Accardi, Afro, Burri, Dorazio, Tancredi, Capogrossi…
L.C.: «Nel 1962 mi trasferii a Roma dove conobbi Giulio Turcato, Pino Pascali, Mario Schifano e tutti quelli che gravitavano attorno alla Galleria La Tartaruga. Fui molto amica di Antonino Virduzzo, eccellente incisore italo-americano. Fu lui a presentarmi alla direzione della Galleria il Bianco e Nero. Ero coi “Grandi”, ma lo consideravo naturale e solo ora mi accorgo di quanto fosse eccezionale. A Roma fu molto importante per me l’incontro con Topazia Alliata di Salaparuta. Era direttrice artistica della Feltrinelli e feci con lei una breve, ma entusiasmante mostra: Il quadro della settimana (1964). La considero, come si dice nel Movimento delle Donne, una Madre simbolica. Mi aiutò a crescere come artista e fu un punto di riferimento per la mia famiglia, che era solidale con me, ma inquieta per le mie scelte eterodosse. Tramite lei feci una personale al Bilico con il testo introduttivo di Luciano Inga-Pin».
F.A.: Poi, nel ’67, la personale alla Galleria Vismara di Milano seguita, l’anno successivo, da Acrom con Marrocco, Morandini, Fascetti, Del Pezzo, La Pietra…
L.C.: «Sì, la mostra dalla Vismara fu un successo di critica, di pubblico e di collezionisti. Ebbi anche una breve nota di Dino Buzzati sul Corriere. Cominciò allora la mia collaborazione con gli Architetti Salvati e Tresoldi. La mostra Acrom, del 1969, fu la diretta conseguenza della mia relazione professionale con lo Studio Salvati Tresoldi, dove si tenne la mostra. Ma più che la mostra Acrom fu importante la mostra Dal Segno all’Oggetto a cura di Gualtiero Schönenberger alla Galleria Cadario di Caravate nel 1969. La mostra era concepita con Lucio Fontana e Bruno Munari come maestri – ospiti d’onore come dice Schönenberger nell’introduzione – e 35 artisti che in qualche modo appartenevano all’una o l’altra scuola. Per Fontana lo spazialismo e per Munari il Gruppo MAC. Con Fontana troviamo Getulio Alviani, Enrico Baj, Agostino Bonalumi, Lucio Del Pezzo ed altri. Con Munari ci sono io, unica donna, Enrico Castellani, Mario Ceroli, Ugo La Pietra, Mario Schifano, Ettore Sordini, Arturo Vermi ed altri».
F.A.: A Capogrossi sembra avvicinarsi il tuo tratto stilistico di questo periodo: il modulo di Nilde Carabba. Puoi descriverci le tue opere di metà anni ’60?
L.C.: «Ne parla benissimo Riccardo Barletta nella sua presentazione alla mia bi-personale con Thea Vallé sia alla SM 13 di Roma che alla Galleria San Carlo di Napoli. “Una giovane artista che ha sentito dentro di sé l’urgenza dell’archetipo è Nilde Carabba. Il suo archetipo è costituito dalla lettera greca, maiuscola, <fi>. Figurativamente ha la forma di un anello circolare tagliato in mezzo da una verticale. Analogamente a lei Capogrossi usa della lettera greca <psi>: però, direi, minuscola. Due segni, due simboli, antichissimi. L’archetipo di Nilde Carabba tagliato per metà dà l’archetipo di Capogrossi. Naturalmente non vi è altro possibile parallelismo tra la Carabba e Capogrossi: la prima operante su un impianto simmetrico…” Testo di grande cultura e comprensione dell’opera, ma la cosa più interessante e il suo valore, direi quasi di preveggenza, è quando dice: “Nilde Carabba chiede all’arte un contenuto oltre la sensazione che risolva la crisi antropologica sua e dei suoi contemporanei. In concreto, analogamente al <mandala>, produce un oggetto che, sviluppando la contemplazione e la concentrazione, ecciti gli uomini a questi esercizi ormai disusati. Lo scopo è chiaro e preciso. La strada è lunga, difficile ed irta. L’ <illuminazione> – lo scopo del buddismo – viene qui raggiunta soprattutto sul piano oggettivo”. Quello che io considero preveggenza è che in quegli anni io mi consideravo atea, ma poi la ricerca spirituale divenne uno dei cardini della mia vita».
F.A.: Un modulo, il tuo, che peraltro sembra rappresentare l’unione del simbolo maschile e del simbolo femminile…
L.C.: «Sì certo, ma era ancora del tutto inconscio che, con gli anni, diverrà pienamente consapevole grazie anche alla mia analisi individuale Junghiana ed al mio forte interesse rispetto a tutto quello che era connesso con il simbolo e con la spiritualità. La mia ricerca artistica di quegli anni rifletteva moltissimo la mia ricerca interiore. Il matrimonio mistico divenne molto importante e spesso citato nelle mie dichiarazioni di poetica. E alla base della mia ricerca del “Matrimonio Mistico” è anche nuovo modo che adottati per scrivere il mio nome: LeoNilde. Sottolineando così, nel nome come nel mio destino, la presenza di una radice maschile ed una femminile che si incontrano e, sul piano dell’anima, si sposano. Se, d’altronde, sei un essere consapevole e sei donna nel mondo dell’uomo prima o poi devi porti la domanda se vuoi essere una donna colonizzata, nelle sue varie forme, o se vuoi iniziare quel “Viaggio Alchemico” che ti porterà ad essere totale. Iniziare il viaggio alchemico significa esprimere nella sua totalità sia la parte maschile che la parte femminile di sé.».
F.A.: Ci fu un momento di questa tua ricerca interiore che segnò fortemente la tua carriera artistica?
L.C.: «Probabilmente fu nel 1974, quando la Galleria Fumagalli di Bergamo, nella persona del suo fondatore Alberto Fumagalli, mi rescisse il contratto perché non ero d’accordo a mantenere per sempre uno stile riconoscibile nell’optical geometrico. Certamente persi una grande occasione sul piano del mercato, ma non ero pronta e disposta ad un’operazione di stile. Il “Viaggio Alchemico” è un incessante labirinto in cui ti perdi e ti ritrovi e stranamente adesso che ho fatto l’intero percorso e permesso a parti vulcaniche di me di venire alla luce, sono di nuovo interessata alle mie geometrie mentalmente lucide degli anni ’70 ed ho intenzione di riprendere dei modelli che allora erano monocromi e rifrangenti e aumentarne la complessità rendendoli non solo rifrangenti, ma anche fluorescenti e fosforescenti. Cosa che ho iniziato a fare nel 1995 come chiara evoluzione proprio delle rifrangenze degli anni ’70 e dell’uso di foglia d’oro, d’argento e di rame. Come dice Cristina Muccioli di me: voglio portare il Cielo sulla Terra per illuminare il cammino».
F.A.: Ma esiste anche un tratto sociale comune e costante della tuo percorso. Penso per esempio alla vicinanza al Movimento delle Donne.
L.C.: «Il “Viaggio Alchemico” è iniziato nei primi anni ’70 con il mio coinvolgimento nel Movimento delle Donne dove porto anche il mio essere artista. Nel 1975 organizzai e curai l’edizione di una cartella di grafiche di 9 donne per collaborare al reperimento di fondi per la creazione della Libreria delle Donne. La cartella venne presentata da Lea Vergine. Nel 1976 a Roma con Carla Accardi, Suzanne Santoro, Eva Menzio e altre fondai la Cooperativa Beato Angelico: una proposta “irregolare” per recuperare uno spazio al “femminile” per le donne che si muovono nell’ambito delle arti figurative. Attualmente, per continuare il discorso, sono da circa due anni Curatrice di mostre di Donne per una piccola galleria all’interno del centro L’Alveare».
F.A.: Se non ricordo male esiste anche un tuo momento di riflessione interiore che sfocerà in una profonda revisione, anche stilistica, delle tue opere…
L.C.: «Il Movimento delle Donne aveva messo così in crisi la mia idea di me che nel luglio 1976 iniziai una terapia Reichiana di gruppo con Alberto Torre, grande maestro. Questa terapia mi condurrà a recuperare le parti di me negate. Nello stesso periodo, si inserirà l’analisi Junghiana individuale con la compianta Rosanna Mannini, spirito lucido e ironico che mi ha insegnato a sdrammatizzare e a raffinare le mie capacità di pensiero. Contemporaneamente alle terapie psicologiche fui influenzata dal rapporto con Tina Sicuteri, anche lei compianta, che mi condusse allo studio dell’astrologia, che tanto arricchirà il mio lavoro creativo e poi mi porterà a recuperare le mie lontane origini ebraiche con lo studio della Cabala».
F.A.: La Cabala divenne peraltro centrale nella tua espressione artistica…
L.C.: Sì, lo studio della Cabala si ripercosse nella mia pittura, composi La Stella Polare e l’Albero della Vita, presentato la prima volta alla bella mostra: “Misure Celesti” a cura di Viola Lilith Russo per D’ARS alla ex-chiesa di San Francesco a Como. A questa mostra parteciparono molti artisti di livello internazionale tra cui Tobia Ravà, Héléne Foata, Anna Finetti, Marco Brianza ed altri. Poi realizzai i grandi quadri della Mostra La Musica delle Sfere, presentata dalla Bossaglia alle Segrete di Bocca. Questi quadri sono ispirati e dedicati agli Arcangeli della Cabala con la chiara intenzione di creare, entrando in uno spazio di comunione con le forze spirituali attivate dagli Arcangeli. Studio più che altro da sola, ma ho anche fatto esperienze di gruppo: un gruppo di calligrafia ebraica di dieci giorni nei Pirenei, alcune lezioni con Nadar Crivelli».
F.A.: Come ti vedi oggi dopo oltre cinquanta anni di carriera artistica?
L.C.: «Sono un essere fortunato, ho avuto Grandi Maestri in famiglia e fuori, nel grande mondo, e sono grata perché il mio sentiero è ancora in piena evoluzione e ancora non so bene cosa sarò da grande. Mi riconosco, però, il coraggio che, essendo un po’ esagerata, è spesso sfociato nell’incoscienza. Per questo ho pagato grandi prezzi, ma ne valeva la pena perché senza crisi non si evolve. Nella mia vita ho fatto, visto, capito, creato, amato, sofferto così tanto che potrei anche morire e proprio perché potrei morire posso vivere e continuare il cammino, esplorando nuove forme che già percepisco, ma ancora precisamente non so».
Fabio Agrifoglio: Nato ad Arenzano nel 1962, libero professionista, si occupa principalmente di progettazione di sistemi intranet. Vive e lavora tra la Brianza e la Lunigiana ed è presidente della ‘Fondazione Mario Agrifoglio’, organizzazione nata per preservare e valorizzare le opere di Mario Agrifoglio e per promuovere tutte le espressioni artistiche della black light art.
dal 27 settembre al 5 novembre 2016
Galleria San Fedele in collaborazione con la Nuova Galleria Morone
«I grovigli esprimono la mia tensione verso altri spazi» diceva Maria Lai. Nei primi anni Sessanta le sue mani hanno cominciato a intessere storie misteriose. Storie fatte di uomini fortemente legati alla terra. Ma anche di uomini tesi a elevare il proprio spirito verso nuove dimensioni.
Signora dell’arte, dei fili e dei telai. Signora delle montagne, nella Sardegna rupestre, Maria Lai (1919-2013) è stata una delle interpreti più intense nel mondo della ricerca estetica contemporanea. Un’artista lontana dalle mode, difficilmente riconducibile a un gruppo o a un movimento, ma il cui carisma l’ha consacrata nell’empireo dei grandi nomi del Novecento.
La Galleria San Fedele, nell’ambito del suo programma dedicato ai maestri dell’arte contemporanea votati a una dimensione profonda della ricerca spirituale ed estetica, presenta un omaggio a questa grande autrice.
I temi eterni dell’identità, delle origini, della femminilità e della memoria; i temi celesti, i motivi cosmici, le geografie di un universo parallelo, sono alla base di un nucleo di opere popolate di spiriti benigni, di donne e pastori. Abilissima nel passare dal piccolo formato dei libri di cotone, cuciti con testi segreti e sacri, alla dimensione monumentale della land art, ha firmato installazioni e performance, come la celebre Legarsi alla montagna, del 1981, in cui stese un lunghissimo nastro celeste per unire le case del paese di Ulassai alle rocce del Tacco, ossequio alla natura, un rito collettivo per scongiurare frane e sigillare con la montagna un patto di convivenza.
Meraviglioso il valore sacrale conferito da Maria Lai al nastro e al tessuto, simboli di comunione e testimoni dell’origine antropologica del legame sancito fra l’uomo e il paesaggio che lo accoglie.
La mostra, promossa dalla Galleria San Fedele in collaborazione con la Nuova Galleria Morone, vede le opere di Maria Lai al centro di alcuni dialoghi ideali fra passato e presente. Ecco allora i suoi libri cuciti accostati a volumi d’epoca, conservati presso le collezioni della Fondazione Culturale San Fedele, fra cui alcuni antifonari del XVIII secolo provenienti dalla distrutta chiesa di Santa Maria della Scala e oggi in San Fedele e un prezioso codice miniato del Quattrocento, libro di preghiere vergato a sud della Francia. Le sue “geografie” incontrano le mappe del padre gesuita tedesco Athanasius Kircher nel un suo bellissimo libro illustrato sulla Cina antica (China monumentis), pubblicato ad Amsterdam nel 1667.
Lungo quello che lei stessa definì un «filo del mistero teso fra terra e cielo», si dipanano altri dialoghi virtuosi, che rappresentano tasselli importanti di storia dell’arte del secolo scorso. Il dialogo fra Maria Lai e Jorge Eielson, maestro peruviano con cui siglò una vera amicizia e un confronto critico stimolante per entrambi. Tre opere di Eielson sono concesse in prestito dalla galleria Il Chiostro Arte Contemporanea di Saronno. Altro dialogo poi con le ricerche spazialiste di Lucio Fontana: un viaggio oltre la dimensione dell’opera scavata in profondità, verso l’eterno e verso l’infinito, che Maria intraprese con i suoi fusi, i pettini, gli aghi, muovendosi piano dentro la scatola aperta di un telaio: universo domestico denso di umori feriali e, insieme, di tensione mistica verso un luogo dello spirito dove convergono tutti i fili dell’esistenza.
Si ringraziano
Collezione Consolandi
Fondazione Marconi
Fino a sabato 5 novembre 2016
dal martedì al sabato 16.00/19.00
di Luisa Muraro
Lucetta Scaraffia, nei tuoi recenti contributi a Il tempo delle donne (Corriere della sera)* sul tema Sesso e amore, dici cose molto giuste. Ma ecco che parte una frecciata contro il femminismo. Non ne parli quasi ma gli tiri una frecciata.
Non che sia una novità, in Italia il clero parla poco del femminismo ma, se lo nomina, è per tirargli una frecciata. A dire il vero, anni fa, suor Marcella Farina ne parlò davanti all’assemblea delle Superiori generali, per dire ben altro: siamo donne anche noi suore e il movimento femminista ci riguarda in prima persona. Credo che molte l’abbiano ascoltata, infatti le suore sono diventate più autonome (e simpatiche). Suor Marcella, perché non ti fai sentire ancora?
Di te, Lucetta, sono sorpresa. Tu hai dato vita a un mensile, Donne chiesa mondo, che è un luogo d’incontro aperto anche a femministe non cattoliche e merita di essere letto.
Di femminismo si può non parlare ma il gesto di attaccarlo in due parole, lo trovo sbagliato. Si può non essere femministe, ma ci sono punti su cui bisogna non cedere, se siamo impegnate per la libertà femminile.
Associare il femminismo all’aborto, come fai tu, è peggio che un cedimento. Le donne abortivano anche prima, il femminismo sostiene che possano farlo in condizioni umane e non siano colpevolizzate. Così come per secoli sono state colpevolizzate anche le ragazze madri, anche nella società cristiana, la cui etica era a dir poco influenzata dalla civiltà patriarcale. Adesso che l’autoritarismo dei padri è venuto meno, c’è da meravigliarsi se regna il disordine nella vita affettiva delle persone più giovani?
Tu scrivi: oggi nessuno ha il coraggio di dire a una tredicenne che sarebbe meglio aspettare a fare sesso… Esageri con quel “nessuno”, ci sono madri e prof che ci provano, ma dalle tue parole traspare un vero problema di autorità femminile nella relazione madre-figlia. E nella società tutta, compresa quella che si chiama Chiesa cattolica. Tu che hai scritto Dall’ultimo banco (Marsilio 2016) lo sai meglio di me.
* Quelle bugie sul sesso che danneggiano le donne (21.09.2016)
Le donne, il femminismo e la maternità negata (07.09.2016)
(www.libreriadelledonne.it, 30 settembre 2016)
Dal 29 settembre al 7 ottobre 2016
Dopo la “Notte dei filosofi. Uno spettacolo in festa“,
l’evento di benvenuto per i nuovi iscritti organizzato dal Dipartimento di Filosofia, la biblioteca ospita nell’antica Ghiacciaia, , “Soffioni sospesi” (orari: lun.-gio. 9.00-17.45; ven. 9.00-16.00), la mostra delle opere dell’artista Antje Stehn
.
L’opera centrale esposta è costituita dall’installazione di una sfera fatta di 5000 soffioni raccolti a Milano. La mostra si arricchisce inoltre di una dozzina di libri d’artista che rimandano, con un linguaggio molto personale, alla poetica che anima il pensiero dell’artista e il suo rapporto con la natura. Le opere sono affiancate da brevi testi, scritti da studenti di filosofia, che entrano nel gioco immaginario qui proposto e lo moltiplicano per lo spettatore.