Virginia Woolf. Quando la scrittrice inglese si confrontò con le prose brevi. Da oggi in libreria «Oggetti solidi». Un’anticipazione di parte dell’introduzione al volume. Dal 1906 al 1941, seguono la pubblicazione inglese curata da Susan Dick. Ora per Racconti edizioni
C’è sempre qualcosa di meraviglioso ed eccitante nel leggere o rileggere Virginia Woolf. Da qualsiasi pagina si parta, improvvisamente si scoperchia tutto un mondo, e tutto è legato, e lei è così intera, integra, così sempre se stessa, quando scrive, quando pensa, quando legge, quando cammina, quando viaggia, quando conversa, quando ride, scherza, gioca, e quando ci viene incontro con la sua mente luminosa, che non importa se è la prima o l’ennesima volta che abbiamo in mano un suo libro, ecco: la cosa che non avevamo ancora visto, che non avevamo mai capito, tanto è immensa, tanto è vera, è lì, ancora capace di abbagliarci dopo un secolo. Di questo suo variato immaginare sono notevole e sorprendente espressione tutti i racconti raccolti ora in Oggetti solidi, accompagnati da qualche breve prosa, schizzi che si proponeva eventualmente di riprendere, riscrivendoli più e più volte, quando ne avesse avuto voglia o bisogno.
Ne fanno fede, certo in modo obliquo, i suoi primi racconti, che mettono in scena molte tematiche che le saranno sempre care, e che si svilupperanno nella più ampia tessitura dei romanzi o ritroveremo imbullonate nell’intelaiatura dei suoi saggi, così come questi e quelli illumineranno a loro volta i movimenti di un racconto o dell’altro, movimenti che càpita di scoprire a volte solo per via di un lampo improvviso. Phyllis e Rosamond, per esempio, nasconde nel buio della sua ovatta molti semi vivi che riguarderanno l’interesse costante di Virginia Woolf per le vite comuni, di donne «ordinarie», le vite «degli oscuri», «degli eccentrici», di quelle ragazze che, sorde alle sirene dell’emancipazione che le renderebbe banalmente simili ai loro fratelli, hanno come luogo di lavoro il salotto, il luogo della conversazione e del mercato matrimoniale, poiché è lì che imparano a conoscere il desiderio e i suoi limiti, l’illibertà e la dipendenza, la paura e l’automoderazione […]
Ma è ora di passare al secondo gruppo di racconti (1917-1921), che merita una diversa riflessione. Siamo di fronte a un mutamento profondo, a una maturità che comincia a esplorare con coraggiosa consapevolezza la forza del proprio stile e lo appoggia definitivamente sul ritmo: lei, come Marcel Proust, sa che lo stile non è mai questione di tecnica, ma di visione, che «lo stile è una cosa molto semplice; è solo ritmo» e che la sua essenza «è arcana e va in profondità assai più delle parole».
Qualcosa è successo. Qualcosa comincia a farle credere che ci sia una via formale, stilistica, per attraversare la contraddizione che da sempre la ossessiona: «La vita, insomma, è molto solida o molto instabile?»; e la sua mente vira veloce, spontaneamente, verso la poesia e la pittura. Le parole dovranno aprire lo spazio al tempo dell’immagine verbale, il qui e ora di un presente assoluto.
Il segno sul muro rapisce e imprigiona chi legge dentro allo sguardo e alla mente narrante, che vaga e divaga da un pensiero all’altro, scandendo quel ritmo interiore che ridisegna ogni volta la macchia in modo diverso: «non è questo», «non è questo»… ciò che si vede porta a espressione la realtà strappandola all’irrealtà, lo sguardo non descrive, il pensiero è impreciso, il piacere più intimo è adorare il mondo «impersonale» che non dipende da noi, che si rivela nella sua verità inaspettata, teatrale, solo nell’ultima riga.
Kew Gardens, secondo Katherine Mansfield, fin dal primo paragrafo ci fa consapevoli di un senso di pace: «la sua storia vi è immersa come in una luce calma e immobile, tutto è sospeso, sì, sospeso. Qualunque cosa può accadere, il suo mondo è come in punta di piedi». Un romanzo non scritto spalanca di colpo il futuro della forma. Basta lo scompartimento di un treno, non per non scrivere un romanzo, ma per scriverne cento, basta guardare Minnie Marsh per guardare la vita, perché «la vita è quello che si vede negli occhi della gente». È questa la materia inafferrabile che, d’ora in poi, chiede quella forma che la Woolf sa con certezza dover essere un ritmo che non strutturi, ma accompagni il volo della mente. Ritmo come poesia capace di fermare il tempo nello spazio dell’immagine, saturandolo, e di rendere tutto impersonale, disincarnato: «Ma quando l’io parla all’io, chi è che parla?». Mostrare la vita così com’è, il segreto nascosto: «Non è precisamente la bellezza che intendo. È che la cosa basta in se stessa: pacificamente compiuta». Solo questo oltre la cosa in sé è reale, diventa reale quando affiorando nello squarcio del tessuto invisibile dell’esperienza quotidiana sotto forma di choc, di scossa, di «momento d’essere», ci restituisce nell’attimo il senso vero e unico, puntuale, dell’intero del tempo e della vita, purché sia messo in parola, purché l’estasi della visione trovi la forma della sua espressione […]
Tra il 1922 e il 1925 il piano delle prose brevi mostra il volto familiare di due fiabe e quello concentratissimo della scrittura di Mrs Dalloway. È la mente allegra e disponibile di zia Virginia che intravediamo dietro alla Vedova e il pappagallo. Anche Le tendine di Tata Lugton è scritto per la nipote Ann, e dispiega le meraviglie senza freni della woolfiana immaginazione animale.
Ben sette dei racconti di questi anni invece si radunano attorno alla «coscienza della festa», secondo quanto lei stessa scrive in vari momenti del suo diario. I temi, investiti di una vera e propria esplorazione psicologica, sono quelli che hanno turbato la Woolf fin da ragazza con la loro ambiguità (gioiva delle uscite in società più prima che durante): il senso di inferiorità e inadeguatezza, l’incertezza mista a noncuranza sull’abbigliamento, la solitudine, la conversazione come forma di conoscenza primitiva e quasi intuitiva, in cui una sola parola o un solo gesto possono riassumere comportamenti di tutta una vita, l’io profondo e la superficie degli obblighi mondani, il ripresentarsi dei ricordi di infanzia, l’amore per gli altri e i suoi camuffamenti, il giardino e il salotto, sfondo di diverse visioni […]
L’ultima manciata di racconti si mescola a brevi schizzi, abbozzi, scene che accompagnano la scrittrice tra il 1926 e il 1941, anno della sua morte. Benché tutti abbaglianti di bellezza, per concludere scelgo solo tre racconti di questo gruppo. La signora nello specchio perché il suo primo spunto, trasparente, e per questo esemplare di un metodo e di un’abitudine, si trova nelle righe del diario del 20 settembre 1927: «Quante storielle mi girano per la testa! Per esempio: Ethel Sands che non legge le sue lettere. Ciò che implica questo. Si potrebbe scrivere un libro di scene isolate, brevi e significative. Ella non apriva le sue lettere».
Un libro, un racconto, una scena, non importa, quell’immagine comincia a lavorare e finisce per narrare milioni di cose. Fra le prime, l’importanza di due elementi spesso ricorrenti in ogni registro della sua scrittura, lo specchio e la finestra, oggetti solidi o metafore: del riflesso, della rifrazione, del mutevole/immobile, del dentro/fuori, interno/esterno, superficie/fondo, verità/miraggio? E ancora e infine della metamorfosi cui l’immaginazione sottopone la realtà, caricandola di simboli che la traducono trascendendola. Il lascito, poi, con al centro il diario di Angela Clandon, chiude il grande cerchio aperto con uno dei suoi primi racconti:
«Quindici piccoli volumi, rilegati in pelle verde», eredità di un silenzio che sarà la straordinaria miccia con cui Virginia Wolf racconta l’esplosione della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo feroce, la vita segreta di una moglie, il suo coraggio di vivere e morire oltre il destino che le è stato assegnato. È uno dei molti momenti in cui la Woolf mette in scena uomini e donne e l’eterno conflitto che li divide quando l’uomo è confinato, felice prigioniero, di un patriarcato che lo acceca e gli impedisce di capire dov’è la vita che vale vivere. Un finale terribile, stupendo, secco.
Spesso la perfezione di un grande scrittore si mostra anche nella sua capacità di farci vivere dentro a una speciale atmosfera, e l’incandescente grandezza di Virginia Woolf è quella di saper creare in molti di questi suoi racconti un’atmosfera che accoglie, insieme alla bellezza del mondo, la guerra, la morte, le grida, i colpi di pistola inattesi, i suicidi, la paura, la frustrazione, e di riuscire a immetterli tutti nel flusso della vita stessa, che è sempre più forte, che è sempre esperienza palpitante di emozioni; la morte con lei, per lei, non è mai mortifera. Per questo i suoi «gomitoli di spago» sanno raccontare l’unica verità possibile, «la vita nuda come un osso».
*
A MONZA, UN FESTIVAL TUTTO PER LEI
Tra scrittura, poesia, romanzi e commedie, dal 25 al 27 novembre si svolgerà a Monza «Il faro in una stanza», festival letterario dedicato a Virginia Woolf e organizzato da Elisa Bolchi, Raffaella Musicò e Liliana Rampello. tra i numerosi appuntamenti: lo spettacolo teatrale a cura dell’«Associazione Sguardo» e tratta dalla commedia woolfiana «Freshwater»; un incontro con Sandra Petrignani sulla casa e l’intimità della scrittura. E ancora: Sara Sullam converserà con Elisa Bolchi a proposito dei romanzi e Liliana Rampello con Bianca Tarozzi. Per informazioni raffaella.musico@gmail.com, tel. 039 2276483. fb: Il faro in una stanza
*
PAROLE D’AUTRICE
TAVISTOCK SQUARE E IL GIARDINO PERDUTO
Penso alla lettera che stamattina scrivevo nella mia mente alla signora Woolf.
Questo momento percepito. I nostri brevi sé.
…una sera, sette anni fa, probabilmente l’ho seguita
per le vie di Londra…
Ricordo che la luna era alta nel cielo e che quando ho attraversato Tavistock Square
i giardini erano inondati di luce. Non mi sono accorta subito dell’alta, scura figura di donna, che camminava davanti a me, passando attraverso i giardini della piazza. Ma quando l’ho scorsa, è stato come se vedessi ogni cosa per la prima volta
[questo passaggio tratto da “Il giardino perduto” di Helen Humphreys è stato scelto da Liliana Rampello, curatrice del volume di Virginia Woolf, Oggetti solidi, come apertura]
(il manifesto, 10 novembre 2016)
di Teresa Numerico
CODICI APERTI. I Big Data rafforzano diseguaglianze e discriminazioni. Le analisi delle filosofe Cathy O’Neil e Wendy Chun. Il video della ragazza postato in Rete è l’inizio di una valanga di insulti che la portano a suicidarsi. Una matematica scopre che le sue formule fanno cacciare donne e uomini dalle loro case
Nell’ultimo libro di Don DeLillo Zero K (Einaudi, il manifesto del 7 ottobre) il ricchissimo capitalista Ross Lockhart finanzia Convergence, un’impresa che si propone di interrompere il processo della morte per un gruppo privilegiato di esseri umani. L’idea è semplice e già adottata in pratica: ibernare i corpi per sospendere la morte in attesa che la tecnologia produca gli strumenti che consentiranno loro di riprendere a vivere, o a un’altra più potente loro proiezione di sopravvivere in eterno. Il freddo oltretomba dove sono contenuti i non-morti, ma non più vivi, è visitato dal figlio dell’imprenditore, Jeff, voce narrante del romanzo, che ne attraversa gli spazi in una discesa agli inferi moderna, descrivendo grandiosità e orrore sprigionati dall’esperienza. Una terra di mezzo tra vita e morte che si prefigge il completo controllo e la prevedibilità di ogni avvenimento, la sottrazione dalla storia e dall’indeterminatezza dell’esistenza con il suo carico di dolore, morte, perdita, incertezza degli accadimenti.
Lo scenario magistralmente dipinto dallo scrittore americano somiglia a quello raccontato da due saggiste, Cathy O’Neil e Wendy Hui Kyong Chun, che più diverse non potrebbero essere, ma che hanno pubblicato due interessanti libri sul tema dell’uso degli algoritmi e dell’organizzazione della Rete ai fini di costruire previsioni affidabili sulle persone e i loro comportamenti.
Cathy O’Neil è una ex quant (analista quantitativa) pentita, una scienziata dei dati, esperta di algoritmi e strumenti matematici che lavorava per D.E. Shaw, un hedge fund, favorendo, attraverso tecniche matematiche, l’accumulazione di immense ricchezze finanziarie. Nella crisi del 2008 si è accorta che dietro quei numeri tanto affascinanti si nascondevano uomini e donne che a causa loro perdevano le abitazioni. Dopo essersi licenziata, si è impegnata nel dibattito sul rapporto tra tecnologia, politica e ingiustizia sociale.
Nel suo libro Weapons of math destruction («Armi di distruzione matematica» (Allen Lane, Penguin books) racconta da insider gli effetti nefasti dell’uso incontrollato di procedure matematiche, tra cui gli algoritmi, per processare dati ai fini della presa di decisioni su temi di natura sociale.
Gli esempi variano dalla scelta da parte delle università degli studenti da accettare alla ricerca di lavoro, dai ritmi di lavoro agli strumenti usati dalla polizia per prevedere i crimini, dai meccanismi di valutazione dei docenti nelle scuole alla valutazione per i premi dell’assicurazione, la concessione di un mutuo, e a tutte le transazioni finanziarie e alle ricerche di informazioni in Rete. Tutte attività governate e processate da meccanismi automatici basati sull’interpretazione di grandi quantità di dati ricavati dalle tracce dei comportamenti dei singoli.
Ma gli algoritmi sono guidati solo dall’efficienza e dalla massimizzazione dei profitti e nessuno li programma per garantire l’equità o la giustizia dei loro risultati. Così gli strumenti per prevedere i crimini usati dalla polizia tendono a mandare i poliziotti nei sobborghi più disastrati dove le persone sono più povere e dove la presenza delle forze dell’ordine non farà che rafforzare il pregiudizio secondo cui vi si commettono più crimini. Il problema sollevato da O’Neil è la «categorizzazione» adottata dagli strumenti di analisi che tendono a perpetuare i pregiudizi ufficialmente dismessi come quelli razziali e a considerare la povertà come una malattia dalla quale ci si deve difendere perché non si propaghi.
La costruzione delle pratiche di disprezzo e di sfiducia avviene attraverso tecniche erroneamente considerate obiettive e neutrali. Perché i test per trovare lavoro in un fast food escludono persone che manifestino segni d’instabilità emotiva? L’importante sembra solo evitare di assumere persone che potrebbero creare problemi di relazione. Non dovendo selezionare l’eccellenza, i test psicologici, somministrati in modo automatico per risparmiare, si preoccupano solo di escludere che siano assunti possibili piantagrane. Ma non è forse questa una pratica discriminatoria?
Oppure gli e-score sui quali si basano una serie di valutazioni per la solvibilità dei potenziali clienti si fondano spesso su informazioni non corrette, o comunque sull’istituzione di correlazioni tra elementi che nulla hanno a che vedere con la capacità di pagamento di una certa persona, per la quale sono impiegati. Non conta se un certo soggetto sia o meno solvibile, ma se lo sono le persone che appartengono alla sua stessa categoria. Il comportamento del singolo è schiacciato su quello del gruppo al quale è affiliato da meccanismi oscuri di somiglianza, costruiti su classificazioni discriminatorie, come la geolocalizzazione.
La tecnologia produce risultati a partire dagli obiettivi che animano i suoi programmatori. Qui il paragone con il sotterraneo dei non-morti di DeLillo si fa stringente, perché gli algoritmi assumono la possibilità di misurare ogni cosa, di schiacciare il futuro sul passato e il comportamento del singolo su quello della categoria di appartenenza, e di modellare continuità e cambiamenti in un orizzonte di ripetizione dal quale è assente ogni imprevedibilità.
Pproprio su questo tema, trattato in modo più filosofico, è al centro del libro di Wendy Chun, Updating to remain the same («Rinnovarsi per restare gli stessi», Mit Press). Il libro, che sarebbe bello vedere tradotto in Italiano, affronta diversi temi caldi intorno alla rete, ai social network, alla soggettività istituita dai Big Data e alla possibilità di vivere le proprie fragilità nello spazio pubblico online senza esservi inchiodato, conservando l’opzione di una non adesione completa alle nostre azioni. Wendy Chun si oppone al principio Consent once, circulate forever, acconsentire una volta significa permettere una circolazione permanente della propria scelta.
L’autrice privilegia l’analisi filosofica del concetto di abitudine. Le abitudini si contraggono, non sono delle dipendenze, e possono cambiare. Non dobbiamo e non possiamo essere schiacciati sulle nostre abitudini come se fossero eterne. Non è giusto che i Big Data si affidino alla ripetizione e a una concezione della memoria intesa come magazzino. Il diritto all’oblio non riguarda soltanto una protezione legale da far valere presso un motore di ricerca. Significa pensare a un perdono permanente e anticipato (in inglese forgive, si può intendere anche come un dare in anticipo che vale per il futuro). Cancellare la memoria digitale non significa dimenticare, ma rendere possibile un ricordo non allucinatorio che non ci riduca inesorabilmente all’agito del passato.
Chun analizza la rete come qualcosa che per sua natura fa perdere il controllo sulle nostre informazioni, facendole circolare indebitamente. Tuttavia non è necessario che tale perdita venga sfruttata dall’istituzione pubblico-privata della sorveglianza, come è avvenuto ed è stato mostrato da Edward Snowden. La politica decide come usare o come abusare di questa perdita e se inchiodare gli individui al una loro passata attività per sospettarli come terroristi, o disprezzarli come «puttane senza vergogna» per essersi denudate in una videochat.
L’autrice analizza il video di Amanda Todd, una giovane americana poi suicidatasi, che descrive la sua storia di vittima di bullismo e derisione senza mai mostrare il volto, solo attraverso l’inquadratura di post-it sui quali narra per scritto abusi, solitudine, sadismo e vergogna per aver ceduto una volta alla richiesta di uno sconosciuto di denudare il seno in chat. La tesi interessante del libro è che si tratti di una rivendicazione di forza e di diritto alla propria fragilità, a che non venga abusata, né giudicata anche quando viene indebitamente esposta. Il video di Amanda Todd reclama di poter cancellare ciò che è stato senza condanna morale. Richiede di essere dimenticata, di vivere online un’intimità insicura senza scatenare disprezzo e odio, senza restare sola.
Wendy Chun ritiene che si debba abitare la rete rinnovandosi e rinnovando la responsabilità politica che ci consente di essere difesi dalla perdita di informazione su di noi, e la garanzia che le notizie non siano ripetute senza fine. Una rete dove possiamo essere altro dalle azioni del corpo, dove possiamo spiegare il senso della nostra storia a parole. La cattura dei sistemi di sorveglianza – siano essi di marketing o di intelligence – ci identifica attraverso le tracce che lasciamo online, come in una realtà aumentata. Il linguaggio con cui ci descriviamo non ha voce, spazio o valore secondo l’assunto che solo il corpo non mente. Ma senza linguaggio non si affermano i diritti e quale democrazia può sostenere la perdita di parola dei propri cittadini, incarnati esclusivamente nelle tracce lasciate dai propri comportamenti?
Wendy Chun suggerisce la necessità di rinnovarsi per abitare la cattura degli schemi di comportamento senza subirli, rivendicando uno spazio pubblico che non ci inchiodi al magazzino di una memoria impazzita, incapace di oblio. Suggerisce, cioè, un cambio di mentalità che auspichiamo sia possibile. In agguato, altrimenti, c’è solo il rischio di essere rinchiusi ancora vivi nel sotterraneo dei non-morti di Zero K, privati della possibilità dell’imprevisto, propria dell’indeterminazione del vivente.
(il manifesto, 9 novembre 2016)
di Sara De Simone
Contributo di Sara De Simone, dottoranda della Normale di Pisa, al ciclo “Riletture”, 11 ottobre 2016, ideato da Alessandra Bocchetti per la Casa Int. delle donne di Roma.
«Se dovessi fare un posto a questo capolavoro
nelle graduatorie della grande letteratura politica,
lo metterei vicino al Principe di Machiavelli»
(Luisa Muraro)
DEAR FELLOW OUTSIDER
di Sara De Simone
Ho voluto intitolare questo mio breve intervento “Dear Fellow Outsider”, riprendendo l’intestazione di una lettera che Virginia Woolf ricevette da una delle lettrici di Le Tre Ghinee, alcuni mesi dopo la pubblicazione del libro.
“Cara compagna estranea” – le aveva scritto questa donna, Constance Cheke – “io non faccio parte della Sua stessa classe sociale, ho dovuto attendere che Smiths (era una catena di librerie) ne riducesse il prezzo da 6 a 2 sterline per comprarlo. Ciò detto, credo che Le Tre Ghinee dovrebbe essere letto in tutte le scuole, in tutti i college, in tutti i seminari.”
Furono molte le donne che, dopo l’uscita del pamphlet della Woolf, presero l’iniziativa di scriverle. Le arrivarono lettere da tutta l’Inghilterra, ma anche da California, Michigan, New York. Le scrissero donne impegnate nell’educazione femminile, donne intellettuali, femministe, ma anche impiegate, operaie, e poi alcuni lettori uomini: un libraio – che le assicurò che avrebbe fatto di tutto per suggerirlo ai suoi clienti – e perfino un autista di autobus, che – le confessò – aveva faticato tanto a trovare il suo libro ma era ben lieto di esserci riuscito.
Non mancarono le lettere di dissenso, ma ce ne sono poche nel fondo della Woolf. Forse perché trovarono subito, una volta lette, la via del cestino? O forse perché chi si prende la briga di scrivere una lettera privata a un autore è, nella maggior parte dei casi, chi si è sentito veramente coinvolto dalle sue parole e sente il bisogno di comunicarglielo.
Quel che è certo è che invece sulla stampa e tra gli amici intellettuali si scatenò un bel putiferio.
In pochi apprezzarono Le Tre Ghinee. Non piacque ai critici, non piacque agli amici. Maynard Keynes, l’illustre economista, appartenente come Virginia al gruppo di Bloomsbury, ne era stato irritato. Quella di Le Tre Ghinee – disse – “era una tesi sciocca e nemmeno ben scritta”; lo scrittore E.M. Forster, anche lui frequentatore del gruppo, lo definì un libro “bisbetico, risentito e pieno di lamentele”. Leonard, il marito, reagì tiepidamente alla lettura del manoscritto. Il libro non piacque nemmeno a Vita Sackville West.
I recensori accusavano la Woolf di essere politicamente naïf, niente di cui stupirsi visto che era fin troppo una “lady” – dicevano – una signora borghese immersa nel suo reame etereo. C’è chi, maligno, sul giornale Spectator ironizzava: “a volte risulta difficile credere che la Signora Woolf non sia il personaggio di un racconto inventato da Forster”. E continuava: “C’è qualcosa in lei un po’ vecchio stile, un po’ provinciale… forse anche un po’ stridulo?”.
Dal canto suo Virginia, che era stata tanto ostinata e coraggiosa da scriverlo, quel libro, non si fece fiaccare certo dalle critiche che ne derivarono. Anzi prima ancora di pubblicarlo, come ricorda Nadia Fusini in Possiedo la mia anima (p. 257), aveva “profeticamente annunciato” a sua sorella Vanessa: “Non mi rimarrà un amico, dopo che sarà pubblicato il libro”.
Ma che cosa fece irritare così tanto critici e amici? Cosa infastidì? Cosa non piacque?
Molti non tollerarono che Virginia, in un momento tragico come quello, con la guerra alle porte, si mettesse a parlare di diritti delle donne. Insomma, c’era ben altro a cui pensare.
E poi, quel legame che lei aveva voluto vedere tra patriarcato, fascismo e nazismo loro non lo vedevano… o, se lo vedevano, gli sembrava esile, tenue. E i consigli di Virginia su come evitare la guerra? Erano del tutto inadeguati.
Doveva, in effetti, essere molto difficile per un inglese digerire, ad esempio, righe come quelle in cui la Woolf, rivolgendosi all’avvocato antifascista suo interlocutore, proponeva, implacabile, una tale corrispondenza:
“Le femministe in realtà furono le antesignane del Suo stesso movimento. Combattevano il medesimo nemico per i medesimi motivi. Combattevano contro l’oppressione di uno stato patriarcale come voi combattete contro l’oppressione di uno stato fascista. Ma ora, la Sua lettera ci garantisce che oggi voi combattete al nostro fianco, non contro di noi. È una circostanza così straordinaria […]. Ora voi provate sulla vostra persona quello che hanno provato le vostre madri quando furono escluse, quando furono imprigionate perché erano donne. Ora voi siete esclusi, ora voi siete imprigionati, perché siete ebrei, perché siete democratici, per ragioni razziali, per ragioni religiose. Non è una fotografia quella che vi sta davanti, siete voi stessi, che arrancate in fila. Allora tutto cambia. Ora vi appare evidente in tutto il suo orrore l’iniquità della dittatura, non importa dove […], non importa con chi […]. Ma oggi lottiamo fianco a fianco. Si tratta di un fatto così esaltante che se questa ghinea potesse essere moltiplicata un milione di volte, un milione di ghinee sarebbe tutto per voi” (p. 140).
Una logica così inoppugnabile e uno humor così tagliente dovevano aver fatto saltare i nervi a parecchi fra quelli che leggevano.
Voi combattete il fascismo e il nazismo – parafraso io – che sono in Italia e in Germania ma non vi accorgete del fascismo e del nazismo che è in tutti i vostri privilegi, in tutte le vostre pompose cerimonie, in tutte le esclusioni, le repressioni, che fate a casa vostra ogni giorno?
E siccome Viginia portava a sua testimonianza fatti concreti (da anni, dal 1931 stava raccogliendo a tale scopo articoli di giornale, fotografie, ritagli di riviste, citazioni da biografie e memoriali) ecco che individua il germe del dittatore in patria in una dichiarazione qualunque sul britannicissimo Daily Telegraph del Gennaio ’36:
“Sono sicuro di esprimere l’opinione di migliaia di giovani dicendo che se fossero gli uomini a occupare i posti occupati da migliaia di giovani donne, essi sarebbero in grado di mantenere in modo onorevole quelle stesse donne. Il posto della donna è in casa, mentre oggi essa obbliga l’uomo all’ozio forzato. Sarebbe ora che il Governo facesse pressioni sui datori di lavoro perché assumessero più uomini…” (p. 79).
Ecco, commenta Virginia, in queste parole “troviamo in embrione l’insetto che riconosciamo sotto altri nomi in altri paesi. Là sta racchiuso allo stato embrionale l’essere che, quando è italiano o tedesco, chiamiamo Dittatore. […] Uno è scritto in inglese, l’altro in tedesco. Ma che differenza c’è? Non dicono la stessa cosa? Non sono l’uno e l’altro le voci di due dittatori, anche se l’uno parla la lingua inglese e l’altro la tedesca, e non ci troviamo tutti d’accordo nel ritenere che i Dittatori, quando li si incontrano all’estero, sono animali pericolosissimi, oltre che molto brutti? […] Eccone uno qui, in mezzo a noi; è ancora piccolo, arrotolato su se stesso come un bruco su una foglia, ma è qui, nel cuore dell’Inghilterra” (p. 81).
Ci vuole molta, spietata, lucidità per scrivere parole come queste. Ci vuole anche la rabbia, concedersi di provare quello che Luisa Muraro in Dio è violent definisce il sano “colpo di rabbia che è la degna e giusta risposta umana all’invasione e alla prepotenza” (p. 59). Ci vuole, in definitiva, un grande coraggio, anche nel senso etimologico della parola, dal latino coraticum, ci vuole molto cuore, bisogna avere il cuore di scrivere parole come queste. Di mettere in fila esempi su esempi, fatti, notizie, dichiarazioni, uno dopo l’altro a riprova del fatto che la culla della democrazia, l’evoluta Inghilterra, aveva dimostrato, in un numero infinito di occasioni, di non essere affatto immune dalla prepotenza sistematica, dalla retorica viriloide, dalla pratica della sopraffazione che tanto indignava e allarmava, a vederla dal di fuori, a vederla da lontano.
Prepotenza e sopraffazione come quando, racconta la Woolf, dopo la fondazione dei primi due colleges femminili di Newhnam e di Girton, le direttrici di quei colleges chiesero al Senato accademico se le proprie allieve, una volta laureate, potevano anteporre al loro nome e cognome il titolo di “Dott.”, proprio come facevano i loro colleghi laureati uomini, dato che la cosa le avrebbe molto aiutate a trovare lavoro, e – apriti cielo – alla votazione si presentarono in massa anche i consiglieri che non erano legati direttamente a quella Università per votare “no”, così da vincere con una schiacciante maggioranza di 1707 contro 661. Allora gli studenti, esaltati dal risultato, si diressero davanti ad uno dei colleges femminili e ne presero a calci e bastonate i cancelli di bronzo, rovinandoli.
O come quando, davanti alla Scuola Reale di Chirurgia di Edimburgo, duecento studentesse i cancelli se li videro sbattere in faccia dai loro colleghi maschi. Le chiusero fuori, e poi schiamazzarono, resero impossibili le lezioni, arrivano a portare una pecora in aula per protestare, perché quella scuola era stata fondata per gli uomini, e solo loro avevano diritto a goderne.
È difficile non indignarsi, anche oggi, leggendo questi episodi. È estremamente spiacevole anzi, dovrei dire, è doloroso. E sebbene la lotta per le lauree di Cambridge sia molto lontana, così come le prepotenze alla Scuola di Chirurgia, questi due fatti storici, nel momento in cui li ho letti, mi hanno dato una fitta, e subito dopo una scossa su per la colonna vertebrale. È una sensazione che mi capita spesso di trovare, quando mi ritrovo davanti a fatti di una storia lontana, che però mi riguarda. E ogni volta, tutte le volte, mi accorgo che parlano, in qualche modo, anche di me. Parlano ‘a’ me.
Mi sono chiesta, mentre leggevo, davanti a quali cancelli chiusi devo aver provato qualcosa di simile a quello che provarono le studentesse della Reale Scuola di Chirurgia.
Mi sembra di vedere le loro facce, la loro espressione amaramente stupefatta. Qualcuna prova vergogna, qualcun’altra trema di rabbia. Qualcuna ha il sorriso obliquo di chi sorride per difesa, e rassicura le altre : “non l’avranno vinta”.
Quali sono oggi i cancelli – più simbolici che pratici, evidentemente – che mi hanno lasciato fuori mentre io ero sicura che sarei entrata dentro?
Non è per niente facile rispondere a questa domanda. Si tratta di meccanismi complicati, di dinamiche così subdole e insidiose, spesso si tratta più di atmosfere che di situazioni precise. È talmente tanta la libertà che abbiamo raggiunto – almeno su un piano del discorso enunciato – che è diventato così difficile riconoscere e isolare le situazioni in cui non siamo libere. È un terreno scivoloso, e poi c’è sempre qualcuno pronto a rispondermi: “Fai un confronto con le tue antenate, anche solo di 40-50 anni fa. Non ti sembra di aver fatto incredibili passi avanti? Non ti sembra che sia tutto superato?”.
Agli occhi di chi fa queste obiezioni un testo come questo della Woolf potrebbe apparire datato. Si limiterebbe a registrare i benefici che ha portato, le conquiste che ha ispirato. Ma per il resto… le donne, la guerra, il fascismo? Pratica archiviata.
Invece devo dire che io, se fossi nella condizione di poter inviare la mia lettera personale a Virginia Woolf, e se non temessi di peccare di presunzione, la comincerei proprio con l’intestazione di Constance Cheke, “Dear Fellow Outsider”. E poi, scriverei la stessa frase che le scrisse tale Geraldine Ostle, segretaria, nel 1938: “Nessuno è riuscito ad esprimere le nostre difficoltà nell’affrontare la vita meglio di Lei”.
Dico questo ben consapevole del fatto che, pur usando la stessa frase di Geraldine, le mie difficoltà e la mia vita sono completamente diverse dalle sue. Eppure, anche simili. Molte cose sono cambiate, qualcosa invece ha solo mutato aspetto, qualcos’altro si perpetua, identico, qualcosa si è aggiunto.
Quello che è certo è che Le Tre Ghinee continua a parlare, a interrogare, a suggerire, a provocare, a muovere.
E che il suo tesoro, il tesoro della differenza, è un tesoro anche per me. Un vivo richiamo, un pungolo insistente, una fatica, a volte, ingrata, una necessità incontestabile.
Credo che anche oggi valga la pena, eccome, di domandarsi: ho voglia di unirmi al corteo degli uomini? E a quali condizioni dovrei unirmi ad esso? E poi, dove mi condurrebbe?
Virginia Woolf rifiuta di unirsi all’associazione dell’avvocato “perché così facendo annegheremo la nostra identità nella vostra; entreremo, riproducendoli e rendendoli ancora più profondi, dentro i vecchi slabbrati solchi della società […] Cancelleremmo la visione che la nostra esperienza ci ha aiutate a intravedere” (p. 143). Mentre invece, scrive in un’altra pagina la Woolf, è proprio “da quella differenza che può venirvi l’aiuto, se aiutarvi possiamo, per difendere la libertà, per prevenire la guerra. Ma se firmiamo il modulo che ci impegna a diventare membri attivi della Sua associazione, sarebbe come perdere quella differenza e quindi sacrificare la possibilità di aiutarvi” (p. 141).
Mi sembra che quasi tutto, oggi, concorra a volermi far perdere la mia differenza. Che si parli sempre più frequentemente solo in termini di uguaglianza. Spesso le mie coetanee, ma ancor più le più giovani, universitarie o addirittura liceali, fanno riferimento in maniera del tutto naturale, direi distrattamente naturale, al fatto che non ci sono più differenze tra loro e il sesso maschile.
Non dimenticherò mai le interviste fatte l’anno scorso a un campione casuale di studenti e studentesse de La Sapienza per un inchiesta promossa dal “Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone – Sguardi sulle differenze”, che è interno alla facoltà di Lettere e Filosofia, proprio sul termine “femminista”. Quasi nessuna ragazza si sentiva di dichiararsi tale. Molte rispondevano che era assolutamente anacronistico. Ma la cosa che più mi colpì è che si evidenziava quasi mai la benché minima differenza nelle risposte delle ragazze e dei ragazzi: gli studenti di entrambi i sessi ripetevano la stessa formula, quasi fosse imparata a memoria (cito testualmente): “siamo tutti uguali; ormai non c’è più bisogno del femminismo; oggi le differenze sono state appianate”.
Io e le tre colleghe responsabili di questa inchiesta tornammo a casa con un senso di sconforto e di prostrazione profondissime.
Che ingenue, qualcuno commenterà. Ma come, nel nostro laboratorio di pensiero e di scambio non ci eravamo accorte che, qualche aula più in là, qualche metro distante, sulla stessa scalinata su cui salivamo e scendevamo, le opinioni più comuni erano queste? C’era da rimanere così stupite?
Non era che non mi aspettassi quelle risposte. Mi era capitato così tante volte di sentire affermazioni di quel tipo. Ma ascoltarle a viva voce, una dopo l’altra, consecutivamente, mi aveva spossata. Continuai a rimuginare. Era stata una giornata sfortunata? Non avevamo incontrato nessuna che volesse, anche in semplicità, mettere in parola il suo essere “diversa da”? Forse avevano ragione loro, forse noi con quei questionari inopportuni, da privilegiate, ci ostinavamo a porci un falso problema. Ma no, no, mi rispondevo, rivoltandomi un po’ nella rabbia, un po’ nell’incapacità, un po’ nel terrore di avere davvero assistito ad un reiterato annegamento: l’annegamento di un’identità nell’altra, il collasso delle differenze, il trionfo della “differenza non saputa”, quella che si può solo subire e non si può pensare.
Siamo dunque condannate all’inefficacia, davanti alla normalizzazione, allo sdoganamento, ingannevole, di tutte le libertà, davanti all’“illusione della simmetria” che ha preso il sopravvento?
Il potere che livella, che appiattisce, che svuota dall’interno le istanze rivoluzionarie succhiandone l’energia vitale e risputandone il baccello, come se fosse integro, ha tutto da guadagnare dall’indifferenziato, lo sappiamo bene.
È lo stesso potere che spesso ci fa sentire necessarie, che ci consulta e vuole il nostro contributo di donne quando serve, e che ci ignora completamente quando non serve; lo stesso che molte volte utilizza le candidature femminili come fiore all’occhiello; lo stesso che dunque fagocita e rende inoffensivo l’altro sguardo, quello da cui potrebbe essere arricchito ma che sceglie di ignorare e anzi, se possibile, di includere per disinnescare.
Ma non voglio, ora, parlare ancora del Potere, il potere che ruba tutti i desideri, facendo finta di offrircene un ventaglio infinito; il potere del giogo della tristitia di spinoziana memoria, che deprime, disgrega, rende prigionieri e impotenti; il potere dell’indifferenziato, che nella promessa dell’uguaglianza ha la pretesa di annullare tutte le differenze, anche quelle irriducibili e che, proprio perché irriducibili, mentre vengono sottratte al piano della consapevolezza, continuano ad agire sotterraneamente senza però poter essere pensate, senza avere più parole per essere espresse, né possibilità di essere sapute.
Vorrei parlare adesso di quello che io sento di potere fare. Di quello che un libro come Le Tre Ghinee mi dà le ragioni e gli incentivi e il coraticum, il coraggio del cuore, di voler fare.
Credo che ancora oggi abbia senso parlare di una Society of Outsiders. Non potrebbe e non dovrebbe, certo, essere l’organizzazione segreta di estranee alla guerra, alle armi, di indifferenti al combattimento, di senza patria – perché in quanto donne la loro patria è il mondo intero – di cui parlava la Woolf. Ma è giusto e necessario e fa bene pensare che le donne, alcune donne, anche molto giovani, consapevoli della propria diversità, vogliano e possano “approfittare della differenza”, per usare un’indimenticabile espressione di Carla Lonzi.
Per parte mia, io vorrei poter approfittare della storia differente di coloro che sono venute prima di me, vorrei poter approfittare delle mie antenate, così come della mia esperienza altra, dell’altro sguardo… anche, dunque, di tutti gli svantaggi che la Storia ha comportato nel tempo, molti dei quali sono stati superati, mentre altri sono rimasti, e altri ancora sono mutati, ma di cui posso approfittare volgendoli in positivo, non in maniera consolatoria, ma come un autentico slancio di indipendenza.
Dico vorrei perché non so se sarò in grado di fare tutto questo. Tradirsi è dietro l’angolo, bisogna saperlo. È così faticoso essere fedeli a se stesse, così tante donne mi è parso di vedere mentre si mettevano in fila per essere ammesse al corteo degli uomini, che un giorno per stanchezza, per economia, per sfiducia, potrebbe capitare anche me. Spero in quel caso ci sia una voce così amica da poter essere sufficientemente spietata nel ricordarmi qual è il prezzo da pagare, quali sono le condizioni a cui stare, quali sono le mancanze del potere con cui io, dando la mia adesione senza portarmi dietro la mia differenza, colluderei.
A volte ho la sensazione che non siamo abbastanza amiche da essere spietate con quelle donne che ci pare scendano a compromessi…e che avrebbero bisogno, parlo soprattutto di quelle che scelgono di essere dentro le istituzioni, di un sostegno autentico, di sentire dietro di sé la pressione e l’energia della Società delle Outsiders.
Mentre iniziavo a preparare questo intervento e sfogliavo alcune pagine sulla Woolf mi ha fatto sorridere ritrovare una definizione che suo marito, Leonard, aveva scritto nella sua biografia riguardo al rapporto di Virginia con la politica: aveva scritto “Virginia era l’animale meno politico mai comparso sulla terra da quando Aristotele aveva inventato la definizione”.
Certo, lui si riferiva al fatto che Virginia non era, come lui, così politicamente impegnata, coinvolta, competente. Faceva spesso confusione tra uno schieramento e un altro. Non era un’esperta, come lui sentiva di essere e come lei stessa riconosceva lui fosse. Eppure… l’animale meno politico mai comparso sulla Terra sta all’origine della politica delle donne.
C’è un segreto in quel meno che forse Leonard non coglieva. Un meno che proprio nella sua inadeguatezza, nel suo non fare parte e non mettersi in fila per fare parte di quel “politico” che era sempre esistito, fin dai tempi di Aristotele, trova le ragioni e le esperienze per crearne uno nuovo. Per “non ripetere – dice la Woolf dice nella conclusione di Tre Ghinee – le vostre parole e i vostri metodi, ma trovare nuove parole e inventare nuovi metodi”.
Vado a concludere.
Essere fuori dal cancello può essere utile per guardare meglio. Le cose si vedono in una prospettiva diversa. Essere out-siders, rimanere fuori dal centro, mantenersi eccentriche, permette una visione binoculare che chi è dentro non sempre riesce ad avere.
Accettare di essere incongruenti, difendere la propria differenza senza cedere all’inclusione nell’indifferenziato, comporta una non indifferente fatica.
Significa riconoscere di essere straniere, e volerlo restare.
Ma come scrive Hannah Arendt, nella sua biografia di Rahel Vernagen, una donna, e un’ebrea, “Fremdsein ist gut” (p. 85):
“‘Essere stranieri’ fa bene; immergersi, […] e sperimentare, tentare quello che procura piacere; non lasciarsi aggredire, essere senza pretese, perdersi in tutte le cose belle del mondo. Di tante cose ci si può innamorare; di un bel vaso, del bel tempo, di persone belle. Tutte le cose belle hanno il loro potere, ogni cosa del mondo ha un suo volto e può essere bella”.
Per tutto questo e per molto altro, cara compagna outsider, essere fuori, non essere a casa, certe volte, oltre che una cosa faticosa e necessaria, mi pare anche una cosa bella.
Sara De Simone si è laureata in Filologia romanza all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente è dottoranda in Letterature comparate alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si occupa, tra l’altro, della narrativa modernista di Virginia Woolf, Katherine Mansfield e Clarice Lispector. Ha fatto parte dell’esperienza di Se non ora quando?, confluendo poi nel gruppo Snoq Factory. Partecipa da anni al Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone – Sguardi sulle differenze con cui ha realizzato diverse video-inchieste (Di questa donna e delle altre, Chi dice donna dice danno, La parola femminista) e curato alcuni numeri di DWF.
A partire dal libro di Luisa Pogliana,Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende (Guerini Next 2016) Giordana Masotto e Maria Cristina Origlia, giornalista de Il Sole 24Ore e Alley Oop, discutono con l’autrice di come è possibile cambiare un mondo in trasformazione tra potere e differenza.
di María-Milagros Rivera Garretas
Venerdì scorso, al nono piano di una casa dell’Avenida Europea di Calpe (Alicante, Spagna), un uomo belga di 75 anni picchiò a morte sua moglie, della stessa età e paese. Dopo, precipitò nel vuoto gettandosi dalla finestra.
Qual era il suo vuoto? Quello dell’anima di un uomo che rimane senza preda, senza oggetto di dominio, senza donna da maltrattare per dominare. Perciò il marito maltrattatore non si suicidò prima e nemmeno se ne andò. Non poteva vivere senza dominare, non poteva vivere con se stesso. Il suo se stesso gli si presentò dopo aver ucciso, e non ce la fece. Non solo perché sarebbe stato mostruoso ma perché era banale. Il dominio lo gonfiava. Si era innamorato a suo tempo di una donna grande e non poté sopportarne la grandezza. Di modo che si dedicò a distruggerla. Ed ella non glielo permise. Altre lo permettono, lo permettiamo, confidando in un cambiamento che poche volte arriva, e sopravvivono o soccombono lungo il cammino.
Benché suoni strano a prima vista, la violenza maschile contro le donne può essere prova di grandezza femminile. Perché quando si ricorre a tanta violenza è perché si ha davanti qualcosa di grande o molto grande. E non si può sopportare. I maltrattatori non dicono perché non possono sopportare la grandezza femminile. Restano agganciati alla sua distruzione.
Se non si tiene conto di questo, si dicono cose benpensanti ma sbagliate sulla violenza contro le donne. Per esempio, che è una piaga sociale, o che è conseguenza (anche se, casomai, sarebbe piuttosto la causa) di una cultura maschilista. Ma il maschilismo non è neppure cultura e, se qualche barlume di cultura lo ha, è di una cultura sessuata al maschile, non di cultura. E la società non uccide né maltratta le donne: le maltrattano e le uccidono sempre uomini concreti, anche se costa dirlo.
Anche a me è costato dirlo. Perché temevo di contribuire a provocare altra violenza negli uomini. Ma parlando di questo qualche giorno fa a Città del Messico, alla fine dell’incontro “Intra-tenendoci. Forum-dibattito tra femministe per arrivare al 2030”, una donna mi diede la risposta dicendomi: nel mio gruppo di aiuto a donne maltrattate quello che abbiamo fatto ultimamente è stato agire contro gli uomini violenti uno per uno, documentando con molta precisione il loro curriculum e portandolo ai mezzi di comunicazione e ai tribunali: così abbiamo ottenuto quello che cercavamo, che è che la gente sappia chi sono realmente e che siano condannati; non lo avremmo ottenuto accusando gli uomini in generale; li avremmo avuto tutti contro.
È così che abbiamo agito noi femministe dell’ultimo terzo del secolo XX. Abbiamo agito in concreto, con l’uomo o gli uomini che avevamo più vicino, non facendo dell’uomo che amavamo un patriarca, o mandandolo via di casa o lasciandolo se pretendeva di diventarlo nonostante tutto. Così abbiamo messo al mondo la fine del patriarcato.
Oggi si dice che la violenza postpatriarcale è più grande di quella patriarcale. È possibile, perché gli uomini sono rimasti senza legge. Ma non sparirà usando armi più grandi. Non sparirà facendo appello alla società, al cambiamento culturale, al diritto o allo Stato. Sparirà, come il patriarcato, se ciascuna donna ci si mette personalmente, non tollerando violenza maschile alcuna e non aspettandosi che l’uomo le dia indipendenza simbolica né senso dell’essere. A una donna, l’indipendenza simbolica e il senso dell’essere lo darà, se glielo da, la relazione con l’altro che è donna.
Perché è la donna quella che conosce di prima mano la grandezza femminile.
L’Osservatorio di Pavia lancia 100esperte.it, piattaforma online per la stampa con recapiti e curricula di studiose pronte a intervenire sui media contro la supremazia maschile
Quando a prendere la parola in Tv e sui giornali sono gli esperti, per le donne non ce n’è. Otto volte su 10, infatti, su temi di varia natura vengono intervistati gli uomini e il gap si allarga se si affrontano argomenti scientifici: solo il 10% delle spiegazioni arriva da donne nel caso di Stem, acronimo per Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica. Contro questo stereotipo l’Osservatorio di Pavia inaugura il sito 100esperte.it, una piattaforma online ricca di recapiti e curricula di scienziate, utile per i giornalisti a caccia di esperti da interpellare per ogni tipo di approfondimento.
Dall’immunologia alla robotica, dalla bioelettronica alla fisiopatologia passando per la vulcanologia e la fisica nucleare: 100 scienziate italiane si rendono disponibili a rispondere a tutte le domande nel loro campo di studio e ricerca. Un database di fonti femminili competenti, dunque, quello di 100esperte.it, pensato per chi si occupa di informazione ed è di continuo a caccia di esperti da far intervenire su determinati temi per riempire pagine di giornale o trasmissioni televisive.
L’obiettivo è far presente che il mondo delle scienze non è solo in mano agli uomini: le studiose, infatti, “possono svecchiare un linguaggio mediatico, che, ignorandole, trascura i segni del tempo e disconosce l’apporto delle donne in tutti i diversi ambiti della società: dalla politica alla scienza”, si legge nell’homepage della banca dati realizzata dall’Osservatorio di Pavia e dall’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A., con il supporto della Commissione Europea e della Fondazione Bracco.
Ecco allora lo strumento per dare la giusta visibilità alla componente femminile di settori di ricerca strategici per il futuro del nostro Paese, contro ogni pregiudizio e stereotipo, che sono stati confermati dal Global Media Monitoring Project 2015, progetto di analisi sulla presenza femminile nei media, in base al quale i giornalisti che riportano il parere di un esperto si rivolgono a un uomo 8 volte su dieci.
(www.tgcom24.mediaset.it, 2 novembre 2016)
I promotori sono: Giulia, Giornaliste unite libere autonome (nella persona di Giovanna Pezzuoli e Luisella Seveso) insieme all’Osservatorio di Pavia con Monia Azzalini.
di Adriano Botta
Non fu solo la prima donna a diventare ministro, ma soprattutto una grande artefice del welfare italiano. Cercò di fare luce sula P2 e anche per questo poi fu emarginata. Aveva tutte le doti per diventare presidente, ma quando ci fu la possibilità il centrosinistra non ebbe il coraggio di mandarla al Quirinale e le preferì Napolitano
Ai più giovani il suo nome dice poco o nulla. Del resto aveva lasciato la politica di palazzo – e la capitale, Roma – da più di vent’anni, e di sua volontà. “Rara avis”, in un panorama politico di ministri e parlamentari che spesso restano attaccati alla poltrona finchè possono. Ma lei è sempre stata di pasta diversa: e così era tornata nelle sue terre, il trevigiano, dove finché ne ha avuta la forza ha anche coltivato l’orto.
Peccato che i ragazzi la conoscano poco, Tina Anselmi, morta a quasi 90 anni a Castelfranco Veneto, dov’era nata. Peccato perché è stata una delle figuri migliori della Prima repubblica.
Ancora adolescente, nel 1944 partì con i partigiani (nome di battaglia “Gabriella”), prima come staffetta poi al Comando regionale veneto del Corpo Volontari della Libertà.
A Liberazione avvenuta divenne maestra elementare, entrando in politica – da cattolica di sinistra – attraverso l’attivismo sindacale.
E nella Dc degli anni Cinquanta- Sessanta, contenitore di tante anime, si fece a poco a poco strada, con la sua determinazione morale e accanto al suo mentore politico, Aldo Moro.
A Chiara Valentini, che l’ha intervistata dieci anni fa per l’Espresso in occasione della pubblicazione della sua autobiografia (“Storia di una passione politica”, scritta con Anna Vinci, Sperling & Kupfer), Anselmi spiegava che di Moro ricordava soprattutto «la severità intellettuale».
Raccontava Anselmi: «Fra noi non c’era confidenza. L’avevo visto la sera prima che lo rapissero e forse per la prima volta si era lasciato andare. “Pochi si rendono conto che l’Italia è sull’orlo di un abisso”, mi aveva detto guardandomi negli occhi. Non si può dire che non avesse ragione. Non ho nessun dubbio che se non lo avessero ucciso la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Sono convinta oggi più di ieri che il suo è stato un assassinio politico. Moro è stato ucciso perché non potesse più influire sul futuro del nostro paese. In quegli anni le cose stavano cambiando. Si è voluto troncare il cambiamento. Certo, non ho prove da esibire in tribunale, ma indizi e fatti che riguardano la sua prigionia e anche quel che è successo dopo. Si è potuto capire da parecchie cose che Moro doveva morire. In quei giorni è cambiata la storia d’Italia, è cominciato un declino che ci ha portato alla situazione attuale».
All’ombra di Moro, Anslemi fu la prima donna a diventare ministro, nel governo di unità nazionale sostenuto (con l’astensione) anche dal Pci, anno 1976. Andò al lavoro e alla previdenza sociale, dove si impegnò per garantire la parità di genere e la concertazione con i sindacati.
Più tardi avrebbe trasferito i suoi principi riformisti al ministero della sanità, contribuendo in modo determinante a realizzare il Servizio sanitario nazionale – pubblico e universale – del quale ancora oggi godiamo. Un pezzo di welfare che spesso diamo per scontato, e che invece non esiste – con le garanzie italiane – nella maggior parte dei Paesi del mondo.
Nel 1981 Nilde Iotti, allora presidente della Camera, le chiese di presiedere la commisssione di inchiesta sulla P2.
Ancora dall’intervista all’Espresso: «Iotti mi chiamò e mi disse: “Tutti mi dicono che sei l’unica su cui non ci sono ombre, non puoi dirmi di no”. “Non sono un magistrato, forse non ce la potrò fare”, avevo obiettato. Ma la Iotti sapeva convincerti. Avevamo molto in comune, venivamo dalla Resistenza, credevamo nelle istituzioni, avevamo la stessa origine cattolica. In quella commissione abbiamo fatto tutto quel che potevamo. Nell’elenco di Gelli c’era buona parte di quelli che contavano, uno spaccato tremendo del paese. Ho avuto pressioni, minacce, denunce, sette chili di tritolo davanti a casa, era una vita impossibile. Ma c’era anche chi ci aiutava ad andare avanti, come il presidente Pertini, che ha giocato un ruolo molto maggiore di quel che si crede. Anche Wojtyla mi aveva incoraggiato. Una volta che ero a San Pietro il papa mi aveva mandato a chiamare. “Forza, forza”, mi aveva detto battendomi con la mano sulla spalla. Conservo la foto di quell’incontro. Quello che mi fa male è che molti uomini della P2 siano passati indenni da quegli anni. Basti ricordare Berlusconi, tessera numero 1.816».
Lasciata la politica attiva e ogni carica pubblica, Anselmi è stata considerata nei decenni successivi una “riserva della Repubblica”, tanto che il suo nome è circolato a più riprese per il Quirinale. In realtà, al netto degli encomi pubblici, a Roma aveva ancora troppi nemici per poter diventare davvero presidente. E i suoi avversari non erano soltanto nella destra di Berlusconi, della quale è stata per un ventennio acerrima avversaria.
Nonostante questo, ancora nel 2006 (scaduto Ciampi), diverse associazioni di base proposero di candidarla al Quirinale.
Il centrosinistra, come noto, le preferì Napolitano.
(L’Espresso, 1 novembre 2016)
di Cecilia D’Abrosca
Tra le intellettuali femministe più incisive del XX secolo, la scrittrice irachena rovescia i canoni formali, stilistici ed estetici della poesia araba superandola e innovandone il linguaggio
Roma, 31 ottobre 2016, Nena News – Nazik al-Malaika, scrittrice irachena, è tra le intellettuali, femministe, più incisive del XX secolo. La sua azione nel mondo letterario rovescia i canoni formali, stilistici ed estetici della poesia araba, superandola e innovandone il linguaggio. La sua visione di poesia si accompagna a un’ideologia femminista e libertaria che agisce, in modo inequivocabile, sull`evoluzione della cultura e della storia letteraria. È la prima letterata mediorientale a contravvenire alle regole di scrittura vigenti, ad artefice della “rottura” del verso classicamente concepito, sfociato nel verso libero, sciolto dalla rima, che tenta di riprodurre il ritmo naturale del parlato.
Iraq. Baghdad è la città in cui Nazik al-Malaika nasce. La storia del suo Paese è percorsa dalla sua Poesia: delusione, speranza, esilio, depressione, repressione. Sin da piccola vive immersa in un ambiente letterario, che vede suo padre, editore e docente, e sua madre, poetessa femminista, i quali instillano nei quattro figli l’importanza dell’istruzione e delle arti. Nazik al-Malaika è nota per essere tra le donne più istruite del suo tempo: parla quattro lingue, si laurea in Letteratura al College of Arts della sua città e qualche anno dopo, vincitrice di una borsa di studio, si trasferisce negli Stati Uniti, dove consegue un MA in Letterature Comparate all’Università del Wisconsin. Sposa un suo collega, Abd al-Hadi Mahbuba, col quale contribuisce a fondare l’Università di Basrah, città a sud dell’Iraq, divenendo docente di “Lingua e letteratura araba.” Il suo spirito innovatore ed artistico, il bisogno di autonomia economica e di libertà mentale, attirano l’attenzione di coloro che diventeranno i suoi critici più spietati: i rappresentanti del mondo accademico “classico.” Da lì in avanti, sarà costretta a fronteggiare un ambiente lavorativo che tenta di oscurare i meriti derivanti da anni di studio e ricerca.
Scrive la sua prima poesia in arabo, in età precoce, spinta da suo padre, anch’egli poeta. Qualche anno dopo, pubblica la collezione The Lovers of The Night (1947), che segnerà l’inizio della sua carriera letteraria. Un sentimento idealista, intrecciato al timore dell’illusione, pervade l’intera opera, che richiama, in alcuni momenti, il rapporto con la natura e con la notte. Il verso usato è quello classico, influenzato dall’amore che Nazik nutre per la musica araba, tant’è che impara a suonare il liuto (una specie di mandolino molto comune nei paesi arabi), in una scuola irachena. La seconda raccolta, Sparks e Ashes (1949), prende spunto dalla realtà circostante e dalle sue facce – il nazionalismo, il delitto d’onore, l’impegno delle donne in poesia. Il testo ha un tono sovversivo: nell’introduzione, Nazik al-Malaika, afferma che lo stile di linguaggio della poesia araba tradizionale è la ragione che impedisce ai suoi poeti di irrompere nel contesto della letteratura straniera internazionale.
La rivoluzione del verso libero (free verse). Nazik al-Malaika intuisce la potenzialità del verso libero e l’evoluzione del linguaggio poetico che da lì a poco si sarebbe determinata. Affascinata, sin dagli anni universitari, dalla poesia inglese di John Keats, comincia a staccarsi dai canoni della poesia araba classica, complice, la nascita del Movimento del verso libero in Iraq, del quale fa parte, a partire dal 1947. Gli anni dedicati alla sperimentazione raggiungono l’apice attraverso la sostituzione al verso rimato, classico, del verso libero, ossia privato della rima, della metrica e di altre forme stilistico-espressive. L’opera che sancisce e legittima l’uso del verso libero nella poesia araba, che descrive la poetica di Nazik al-Malaika e motiva le sue scelte letterarie è, Questioni della poesia contemporanea, pubblicata a Beirut, nel 1962. L’introduzione della sua concezione/visione di poesia, aperta e in trasformazione, è seguita da un nuovo inizio, a livello del quale, la produzione araba del Novecento si adegua al pradigma linguistico ed estetico diffuso in altri paesi.
Pur essendo nata in una famiglia liberale e profondamente colta, la sua condizione costituisce un’anomalia nella società irachena: una poetessa donna impegnata in numerose iniziative sociali, interprete eloquente di un’ideologia femminile e femminista che prende le distanze da molti aspetti e convenzioni sociali, che rinnova la poesia classica, riconoscendola ma superandola, che combatte per la conquista di un maggiore spazio delle donne, nelle arti e nella cultura. Il contesto di maturazione delle sue scelte è quello che vede tradizione e sperimentazione in antitesi. Da un lato, il conservatorismo intellettuale, che schiaccia le nuove tendenze e guarda con sfiducia alla trasformazione del verso, dall’altro, le spinte al modernismo, di cui Nazik si fa portatrice: il passaggio dalla poesia classica alla forma libera, è controverso e doloroso. A partire da questa temperie, si giunge alla terza collezione, Dept of the Wave (1958), che ospita la forma tradizionale di poesia e quella più recente. Mentre, il suo primo componimento “non rimato”, è Cholera, scritto alla fine degli anni ’40 per le vittime di colera in Egitto. I genitori, da principio, sono restii ad accettare quello stravolgimento del modo di fare poesia, definendo l’opera di Nazik priva di musicalità.
Le vicende storiche e politiche degli anni Cinquanta segnano Nazik al-Malaika, attraverso l’esperienza dell’allontanamento dal suo Paese e il continuo cambiamento di vita e di luoghi. Nel 1958, la monarchia hashemita in Iraq fu sostituita dalla Repubblica, ma la disillusione, determinata da un regime brutale, spegne le aspettative e Nazik si trasferisce a Beirut l’anno dopo. Negli anni Settanta lascia il Paese e si trasferisce in Kuwait, dove insegna all’Università per circa venti anni. Durante la sua vita insegna “Lingua e letteratura araba” per quaranta anni, nelle università di Baghdad, Kuwait e della stessa Basrah. Nel 1968 esce la quarta raccolta, Tree of the Moon ed è del 1970 The Tragedy of Life and a Song for Man.
Nel 1990 Saddam Hussein invade il Paese ed è costretta a lasciare il Kuwait e rifugiarsi in Egitto. Vivrà al Cairo fino al 2007, anno della sua morte. Nazik e l’ideologia femminista. Nazik al-Malaika riveste un’importanza decisiva all’interno del movimento modernista, diventando una vera e propria ispirazione per le donne: pensatrice indipendente, accademica, scrittrice socialmente impegnata, in grado di esprimersi in modo eleoquente. Nazik riesce ad eccellere nell’area umanistica in anni in cui lo spazio riservatoa d una donna è pressoche nullo. Ciò che le donne di fatto vivono e praticano nella società araba, in quegli anni, è un impulso a sopprimere, non esprimere, le emozioni e la propria vita interiore. In qualche modo, si fa sostenitrice e rappresentante, che a differenza sua, erano private dalla facoltà di esprimere dissenso. La sua linea di comportamento proietta il movimento modernista verso un femminismo in fieri che intacca la dicotomia tra scrittori e scrittrici; spinge all’emancipazione femminile e al raggiungimento di una centralità riservata alle donne, in ambito poetico, letterario e artistico. Le sue azioni si concretizzano nei pubblici dibattiti, ma soprattutto attraverso la scrittura, per mezzo della quale sa chi e come colpire.
Due documenti importanti recano traccia del suo pensiero femminista: Women between Two Poles: Negativity and Morals (1953), nel quale chiama le donne ad emanciparsi dalla stagnazione e dalla negatività che risiede nella società araba, e un saggio, Women Between the Extremes of Passivity and Choice (1954), che sfida il sistema patriarcale dell’Iraq e si pone come una voce critica, e fuori dal coro, della struttura sociale. Una delle poesie più forti di questi anni è To Wash Disgrace (che catturerà l’attenzione dei media internazionali), che affronta la questione del delitto d’onore. Contro una immagine standardizzata della donna, fonda un’associazione che rifiuta di “categorizzare” il matrimonio, e dunque il ruolo di moglie e madre prescritto dalla società come l’unica via al cambiamento di status e di affermazione femminile, sottolineando che, altre forme di crescita e di realizzazione personali sono possibili.
Negli ultimi anni la produzione di Al-Malaika include una lunga poesia intitolata The Tragedy of Life (1970), poi vi è For Prayer and Revolution (1973), When The Sea Changes Colors (1974) e A Song for Man, basata su un’ opera della stessa, del 1952, infine Lament of a Worthelss Woman. Il suo ultimo poema è I am Alone, elogio funebre dedicato a sua marito, scomparso nel 2005. Nena News
(Nena News, 31 ottobre 2016)
di Gabriella Musetti
Nata a Messina nel 1937 è mancata a Roma, dove abitava da molti anni, il 27 ottobre 2016. Mi piace ricordare Jolanda Insana attraverso alcune immagini e incontri. L’ho conosciuta nel 2004 a Ferrara, al V Convegno Nazionale SIL “Leggere e scrivere per cambiare il mondo” (26-27 marzo), curato da Monica Farnetti. Avevo invitato Jolanda a una sezione del Convegno, intitolata “Donne in versi”, insieme ad altre poete. Questa donna minuta, con i capelli bianchi ricciuti, molto decisa nel parlare e con una voce profonda mi colpì per la sua personalità rustica, sbrigativa, con lampi di ironia fulminei, e uno sguardo acuminato. Come carica di una saggezza terragna e mediterranea dalle lontane radici, di chi non si sorprende più degli eventi, quali che siano, delle persone, e tuttavia è curiosa, sempre indagatrice.
La sua lettura poetica fu una vera performance, con Jolanda che seguiva con il movimento delle braccia e leggere ondulazioni del corpo in avanti e indietro la dizione dei versi a memoria, cadenzati dal ritmo aspro e arrocchito di una recitazione ricca di vocaboli dialettali siciliani, i suoni che cadevano sul pubblico attentissimo, in una generale atmosfera di sacro rito collettivo. Una tensione acuta e un’attesa: si era testimoni di un evento, tutti percepivamo che qualcosa stava accadendo. E si potrebbe parlare della densità memoriale e immaginifica della Sicilia, da cui proveniva Jolanda, oppure della arcaica cultura classica che insegnava a scuola (era anche notevole traduttrice di Saffo, Plauto, Euripide, Callimaco, Lucrezio e altri importanti autori).
Ricordo anche la presentazione che fece di sé in terza persona, nel 1990, per quel libro collettaneo che fu l’Autodizionario degli scrittori: “Conobbe la guerra e i fichi secchi, e dunque predilige parole di necessaria sostanza contro il gelo e i geloni (Ipponatte docet) dell’inverno freddissimo del ’44 e contro i bombardamenti a tappeto su Messina e i boati di terremoti”. L’ironia irrompe da subito in una descrizione scarna che fornisce tuttavia alcune chiavi di lettura. E senza dubbio l’attenzione alla parola è stata la cifra della sua poesia, una parola coltivata a lungo nello studio, con amore e con rabbia per le sue profonde asperità semantiche e fonetiche, poi scagliata di getto fuori da sé. Come a colpire, a provocare, a polemizzare. E l’istinto battagliero Jolanda lo ha conservato per molto tempo, nonostante i diversi malanni e le molte difficoltà della sua vita.
Sono i suoni a veicolare il senso, attraverso il suono la parola penetra dentro le persone, e anche nella lettura silenziosa di un libro ricreiamo nella mente i suoni delle parole. I suoni non sono separati dal senso, sono un tutt’uno con esso, non è quindi un gioco fonetico fine a se stesso che interessa l’autrice, bensì un lavoro di scavo che liberi la lingua dalle incrostazioni e usure che ne nascondono la forza originaria. Anche le traduzioni che continuò a svolgere per molto tempo si iscrivono in questo operare: un lavoro sulla lingua che forzi e allarghi il campo di ricezione, una scrittura e riscrittura che sia confronto produttivo tra l’attività propria del tradurre e la scrittura poetica, correzioni, varianti, rifacimenti.
Una poesia ribelle, libera e aperta alla realtà concreta della vita come appare nella quotidianità, nelle sue forme più comuni, popolari, lontane dai salotti intellettuali alla moda, dove tutto diviene artificio e gioco di rimando. Ha sempre scansato i consessi cultural-mondani per una scelta di rigore perseguito con coerenza, nella ricerca di una dialettica accanita con la realtà come si presenta, anche nelle sue forme più scurrili, oscene, materiali. “In genere il poeta non s’interessa unicamente al linguaggio della poesia, della tradizione poetica, ma sperimenta tutti i linguaggi, da quelli alti a quelli bassi, gergali e aulici, puri e impuri, devoti e demoniaci; medicamentosi e cronachistici, e così via. È così che il poeta s’inventa la propria lingua”, scriveva in Parole che trascinano senso (1998). È una scelta meditata quella di misurarsi con la realtà contemporanea, con il mondo così come è, con quel tanto di visionarietà necessaria a condurre a lungo una battaglia difficile contro le nefandezze e senza i conforti di illusioni gratificanti, ad esempio la bellezza, con la consapevole convinzione che esistono tenerezze ma anche meschinità, oltraggi, violenze di cui occorre parlare.
La voglio ricordare con questi versi, e con un invito a leggere i suoi testi dove scorre tutta la sua potente umanità.
accurrìti accurrìti gente
me figghia me figghia
portate una scala
me figghia
’na scala ’na scala
pigghiate me figghia
accurrìti accurrìti
u focu u focu
sa mancia
viva
a fini du munnu
a fini da so vita
viniti curriti
’na scala
tièniti tièniti
figlia
**
scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte
**
impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto
(da: Frammenti di un oratorio, Viennepierre, 2009)
(da: Tutte le poesie (1977 – 2006) Garzanti, 2007)
Pubblicazioni:
Sciarra amara, «Quaderno collettivo della Fenice» n. 26, Guanda 1977
Fendenti fonici, Milano, Società di poesia, 1982
Il collettame, Milano, Società di poesia, 1985
La clausura, Milano, Crocetti, 1987
Medicina carnale, Milano, Mondadori,1994
L’occhio dormiente, Venezia, Marsilio, 1997
La stortura, Milano, Garzanti, 2002
La tagliola del disamore, Milano, Garzanti, 2005
Tutte le poesie 1977-2006, Milano, Garzanti 2007
Satura di cartuscelle, Roma, Perrone, 2008
Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina, Milano, Viennepierre, 2009
Turbativa d’Incanto, Milano, Garzanti, 2012
***
Jolanda Insana, in Felice Piemontese (a cura di), Autodizionario degli scrittori, Milano, Leonardo, 1990.
Jolanda Insana, Parole che trascinano senso, in Adriana Chemello (a cura di), Parole scolpite. Profili di scrittrici degli anni Novanta, Padova, Il Poligrafo, 1998.
Leggere e scrivere per cambiare il mondo. Donne letteratura politica, Atti del V Convegno della Società Italiana delle Letterate, Ferrara, Tufani Editrice, 2005.
(Società italiana delle letterate, 29 ottobre 2016)
di Gianfranco Ferraro e Giuseppe Lo Castro
ADDII. Addio a Jolanda Insana, poeta defilata di ineguagliabile forza. Oggi il funerale si svolgerà al tempio egizio del cimitero del Verano, a Roma, alle 12
Il lungo scongiuro, alla fine, non ha funzionato. In questi giorni in cui la terra continua a tremare, scompare a Roma Jolanda Insana, tra le voci più libere e sincere della poesia e della cultura italiana contemporanea.
Nata a Messina nel 1937, e cresciuta in uno dei villaggi più popolari della città siciliana, Insana ha conosciuto «la guerra e i fichi secchi, e dunque predilige parole di necessaria sostanza», come scrive nell’autobiografia poetica pubblicata da Garzanti in appendice alle sue opere complete (2007). E di parole «contro il gelo e i geloni» del freddo inverno del 1944, come delle stagioni più fredde e atroci dell’ultimo ’900 e di questo primo, oscuro inizio di secolo XXI, Insana ne ha scritte molte, col rigore dell’invettiva e della tragedia antica, sua materia prima di studio e di lettura sin da quando si laurea, giovanissima, in Lettere classiche, diventando subito assistente universitaria dell’ateneo messinese. A Roma, dove sceglierà di trasferirsi per insegnare al Liceo, Insana continua senza tregua a puntare al «colpo alto, al cuore della verità», «perché la voce non vuole smorire e urla scongiuri per scongiurare nefandezze».
Sarà Giovanni Raboni a notare questa voce poetica che gratta senza pietà la pelle amara delle lingua e delle forme, sostenendo nel 1977 la pubblicazione della raccolta Sciarra amara, teatro impietoso dove vita e morte diventano maschere di un contrasto in cui, anche se il vincitore finale sembra già deciso, viene messa in scena, senza possibile tregua, la necessità che ha la vita di persistere nel suo movimento, nella voce: «non finiremo mai di fare / sciarra amara / nessun compare ci metterà / la buona parola / tu stuti le candele / che io allumo». La morte, obiettivo polemico della «pupara» Insana, è anche il luogo dello stupore estremo. Stupore verso la sua forza sfigurante, ripugnante, in grado di ridurre a silenzio il germinare continuo delle cose e della natura: «più confusi che persuasi / vediamo con i nostri occhi / che sei tu / senza sapere chi sei». Nella notte oscura in cui si agitano le creature, Jolanda Insana ridà così vita alla lingua, grattando contro le forme del lessico italiano, così come di quello siciliano, in uno sforzo che lega appunto, fino a renderle indistinguibili, forza della parola ed eccesso della vita linguistica.
Ne nasce, in raccolte come Lessicorìo ovvero Lessicòrio (1976-1980), o Fendenti fonici (1979-1980), una lingua che è di per sé una battaglia, un corpo in tensione: un frammento in continua reinvenzione. Sostanza concreta, appunto, mobile: «acqua vento e malanova / a quella lingua imbalsamata / più rasposa di carta-vetrata / nella sua incornatura ingannamondo». Stupenda, come una seta indiana, il madapolàm, la vita, eppure già di per sé «affatturata»: il vivo è così intimamente legato alla voce, da poter indicare anche quel silenzio che gli si contrappone e che pure non gli è estraneo. Per questo la poesia deve farsi dialogo: persino assalto, insulto. Perché è una trincea, quella di Insana, lontana dallo spettacolo di un tempo molle, superbo e sciocco. E il fare poetico, una guerra fatta di «coltellate di bellezza», che vale la pena combattere in quanto tale, e che ha senso solo se ci approssima alla verità delle cose: «meschina vita / si difende a mozziconi / ma la storia è finita / chi muore riempie la sua fossa».
Lo sguardo lucido della poesia è dunque esso stesso una forza che prende parte al teatro polemico della vita. Che assume una parte e si fa, davvero, partigiano. Partigiano del continuo, persistente insorgere dell’esistenza sotto le trame di qualunque potere che vorrebbe eternare la propria forma in un monolite.
A Roma, città del suo amatissimo Lucrezio, e di Marziale, Jolanda Insana abitava proprio a due passi dal mausoleo di Augusto, dove per anni è andata in cerca di erbette medicinali da conservare, insieme ai fogli, agli abbozzi, al pecorino pepato di Messina e ai mille schizzi ad acquarello, nel suo «antro» di donna posseduta da una follia antica di secoli: «insana», come le piaceva scherzare, senza riderci poi troppo. Non c’è potere su cui gli anni e i secoli non facciano crescere, nuovamente, della vita. Della sostanza, appunto, nuova e necessaria: di quella che si annida nei greti dei torrenti, che in estate, sotto il cocente sole siciliano, si spaccano in morte forme senza perdere la memoria di quel movimento nascosto e sotterraneo che abita per ogni parte la terra, così come ogni corpo.
«Questa è terra di addii senza angeli / e la vita s’inzacchera e straccia in mezzo ai rovi / ma la mano che non formicola / vuole scriverne il nome / su tutti i muri / per marcare il territorio / come fanno i gatti con il piscio» scrive Insana all’inizio della raccolta La tagliola del disamore (1999-2002), dedicata all’amico Raboni. Raccolta decisiva, questa, spartiacque biografico e storico, in cui la battaglia infinita, lo scongiuro, sembra quasi sospendersi, per un momento, per lasciare fiato, in un lamento per la morte della madre, alla memoria del singolo che è anche la memoria collettiva di un popolo costretto a fuggire in campagna dalle città bombardate a tappeto, nell’inverno, appunto, del 1944: «è freddissimo l’inverno del ’44 e a Monforte nevica / e non abbiamo scarpe… con i geloni alle dita delle mani / ci fa giocare a fare il pane e la baludda / le lasagne acqua e farina».
Una lezione materna data nelle pieghe della storia, perché non c’è biografia che sfugga alla storia, per Insana, e non c’è storia possibile, altra, senza una infinita cura delle biografie personali e collettive. Qui agisce la poeta, da sempre. Per questo, la memoria dell’infanzia siciliana, senza mai concedere nulla alla nostalgia e al rimpianto, sarà sempre volta per Insana a strappare le figure del passato, come materia viva, all’ombra opaca a cui sembrano condannarle la distruzione del tempo, della natura e degli uomini. Nino «u pacciu», il pazzo, che scampa alla notte del terremoto che colpisce Messina nel 1908, insieme a Santuzza e Bastiano, che ritrovano il loro amore dopo aver vagato in mezzo alle macerie: tutte figure, anzi «frammenti di un oratorio», scritto da Insana per il centenario del terremoto di Messina. E frammenti di vita si oppongono ai muri, quelli di Gaza, come anche quelli interiori della depressione, male del tempo, ancora nell’ultima raccolta pubblicata, Turbativa d’incanto (2012). Il muro di terra che ci separa oggi dalla voce di Jolanda Insana non ci separa da questa sua vita: proprio perché poesia è stata per Insana, innanzitutto, pratica inesausta di libertà.
(il manifesto, 29 ottobre 2016)
di Paola Cavallari
(redattrice di Esodo, www.esodo.net)
Sul secondo incontro nazionale dei Viandanti : «Chiesa di che genere sei?»
Certo! non si poteva trovare un titolo più accattivante! Con la formula allusiva «Chiesa di che genere sei?», la rete Viandanti ha colto nel segno, realizzando a Bologna, il 22 ottobre scorso, il 2° convegno nazionale dell’associazione che porta questo nome. Il successo dell’iniziativa è indubitabile. Dall’esordio del mattino fino alla conclusione nel pomeriggio, si è visto un crescendo di interesse; il numeroso pubblico intervenuto rispondeva agli stimoli con l’incalzare di domande.
Introducendo, Franco Ferrari, presidente della rete, ricorda il senso dell’impegno dell’associazione, tra cui quello di offrire contributi qualificati, volti alla ricerca di una dimensione più matura e responsabile della fede. L’attività di messa-in-rete di realtà locali, gruppi di base e riviste trova qui un segno concreto è la prima volta, infatti, in cui la sotto-rete delle riviste che aderiscono alla più vasta Rete dei Viandanti si fa visibile al “grande pubblico”. Materialmente tramite un efficace roll up e un tavolo espositivo dove sono a disposizione del pubblico copie delle riviste.
Nel suo discorso introduttivo F. De Giorgi ha ripreso parole del Papa pronunciate nella chiesa dell’Assunta a Tiblisi il 1° ottobre scorso, focalizzando l’attenzione in quell’“accogliere”, “accompagnare”, “integrare” che il Papa indicava come linee pastorali direttici, sia nei confronti del matrimonio eterosessuale, sia nei confronti di persone con orientamenti sessuali non codificati. Altre frasi espresse dal Papa in quella occasione non sono risultate in sintonia con l’andamento del convegno. Intendo l’accenno alla “teoria del gender”, alle “colonizzazioni ideologiche” e la lunga citazione su Maria: «Ci sono due donne che Gesù ha voluto per tutti noi: sua madre e la sua sposa. Queste due si assomigliano. La madre è la madre di Gesù. La Chiesa è la sposa di Gesù. Con la Madre Chiesa e la Madre Maria si può andare avanti sicuri». De Giorgi cita senza essere visitato da dubbi, né tanto meno prese di distanza. Nel pomeriggio, Noceti non mancherà di evidenziare la cecità di genere da cui sono abitate tali frasi di Francesco. La mia vicina francese, sentendo riproporre tale modello femminile idealizzato e asessuato, nonché la retorica dell’indistinzione di singolarità, un cui si confondono “Maria/Madre/Vergine/Sposa/Chiesa” e “Figlio/Sposo/figli-maschi/pastori”, ecc. ecc… mi sussurra: “Ma è apologia dell’incesto”!
Distanti assai da quest’orizzonte tutte le altre relazioni, quelle di uomini incluse. La prima – di Cettina Militello – si è incentrata sul “comune sacerdozio”: esso si riceve con la “grazia battesimale” e non con il sacramento dell’ordine. Nel solco delle affermazioni contenute nelle scritture vetero e neo testamentarie, e a partire dai testi conciliari, la teologa ha articolato i caratteri dell’identità cristiana che deriva dal comune sacerdozio (un’identità regale, profetica e sacerdotale) che ogni battezzato e ogni battezzata riceve con tale iniziazione cristiana. Il riconoscimento di tali doni è stato via via sottratto al popolo di Dio, in special modo nell’ età medievale per opera della teologia scolastica, in parallelo con l’amplificazione sacrale e sociale del ministero ordinato, cioè le figure di vescovi e sacerdoti. Questa complessa ma necessaria base teologica porta Militello ad affermare che l’ecclesiogenesi battesimale dal basso ci garantisce nell’opera di rifondazione della chiesa. Non possiamo stare ad aspettare che qualcuno ci riconosca o ci “dia il via”. Come battezzati non abbiamo bisogno di autorizzazioni.
L’intervento della teologa francese Paule Zellitch [della Conférence catholique des baptisé-e-s francophones], mette in luce le migliaia di scismi silenziosi che da tempo stanno avvenendo in territorio francese, fornendo – cifre alla mano – un quadro di progressiva inesorabile agonia. Occorre la promozione di un nuovo sensus fidei, i cui promotori /attori emergano da scelte ecclesiali che non penalizzino i laici e le donne. Per ora, nulla è cambiato negli equilibri tra uomini e donne negli spazi diocesani e affini: a queste ultime è riservata la “naturale” assenza; le pochissime chiamate a condividere l’impegno gestionale sono “fidate” e per lo più vergini consacrate. Alle battezzate – anche quelle in età adolescenziale – non è concesso avvicinarsi all’altare!
Il secondo tema della mattinata, Convergenze e divergenze ecclesiali. Ecumene e ministerialità, vede al tavolo rappresentanti delle tre confessioni cristiane: Gianfranco Bottoni per il cattolicesimo, Yann Redalié per la chiesa evangelica, Dionísios Papavasilíou per quella ortodossa.
Non la convergenza – ha detto Bottoni – ma il profondo ascolto dell’altro, assumendone la differenza come segno provvidenziale, è la via per l’unità tra le chiese. Richiamandosi poi al testo di Yannaras Contro la religione, ha osservato che, fin dagli esordi, si è delineata la deriva che interpretava la fede cristiana come una nuova religione civile e la riduceva ad ideologia; contemporaneamente i ministeri si evolvevano sempre più come funzionali all’autoconservazione di tale religione. La censura sulle donne è cifra eloquente della distanza tra Annuncio e religione, tra stile impersonato da Gesù e sistema, in un crescendo di ecclesiocentrismo.
Se all’interno del protestantesimo si dischiudono molte differenze – prosegue Yann Redalié – nell’organizzazione ecclesiastica riformata, comunque, la figura del pastore/pastora è laica. Il ministro non ha potere sacramentale sulle cose (consacrare la sostanza che si trasforma in corpo di Cristo, per esempio).
Se poi la globalizzazione, che ha investito la vita delle chiese in generale, ha sollevato molte questioni, quella del genere, per lo più, non si pone. Ministro è colui che, insieme alla comunità, ascolta e interpreta la Parola e amministra i sacramenti, perché la presenza di Cristo non risiede nel prete, ma nella Comunità che celebra. La chiesa non è Madre, è piuttosto Scuola: ognuno deve essere formato e reso responsabile.
Se ci si decentrasse per un attimo dall’ordine simbolico in cui siamo immersi, ci renderemmo conto dell’“assurdità del problema in questione”: apre così il suo intervento M. Cristina Bartolomei. Lo scollamento tra diaconia delle donne e ministeri si evidenzia perfino in quelli istituiti; inesistenti i ministeri per le battezzate; a loro ci si rivolge solo per dire quello che non possono fare. Che cosa fa così paura? L’interdizione alla ministerialità appare intrecciata a quella sacerdotalizzazione dei ministeri che è estranea all’insegnamento del secondo testamento; proibizione che è interpretabile come sbarramento simbolico nei confronti dall’ “eccesso” di potenza “naturale” del femminile, cifra rimossa nello psichismo maschile (clericale in primis), ma di cui non sono smentibili gli effetti. M. C. Bartolomei pone poi all’attenzione i risvolti sociali e politici che opera l’esclusione all’esercizio di autorità femminile. Il crimine del femminicidio, per non dire che un esempio, ne è una ricaduta. Tra il serio e il faceto, Bartolomei lancia una proposta shock: un accordo tra le donne per cui, una domenica, all’Eucarestia, esse si accostano in fila all’altare, ma poi, giunto il momento, visibilmente si sottraggono dal ricevere l’ostia. Qualcuna nel pubblico, stando al gioco, simpaticamente le chiede di metterla in internet.
Se il Concilio Vaticano II ha scardinato censure, promuovendo partecipazione dei laici e aprendo gli studi teologici anche alle donne – sostiene Serena Noceti – e se tali studi sono fioriti dischiudendo nella teologia la prospettiva di genere, è vero però che nell’ ufficialità cattolica – nei manuali di ecclesiologia correnti, per esempio – si è schiacciate da un soffitto di cristallo, e si ignora o marginalizza questa produzione.
Il femminile è interpretato solo nella cifra della madre. La Mulieris dignitatem ha sistematizzato questo strabismo: da un lato invisibilità delle donne reali, d’altro lato iper-visibilizzazione del femminile materno. Non è solo questione di teologia o di ministerialità, ma di sessismo anche nell’organizzazione: le catechiste-donne sono la stragrande maggioranza, ma quasi non esistono direttrici-donne di uffici catechistici. Sulla base del Vaticano II, altre aperture si sviluppavano, e Noceti mette in luce soprattutto il codice comunicativo: se prima, nel modello gerarchico tridentino, la comunicazione era unidirezionale, top-down, “da chi sa a chi non sa”, il Concilio inaugura dinamiche molteplici, sinodali, dove l’essere propositivo del laico è diritto/dovere.
Tabù rimane poi la questione maschile, che blocca i processi di consapevolezza dell’identità sessuata dei ministri.
Infine, Noceti propone uno “sciopero delle donne”: renderebbe visibile “la nostra ovvia presenza attraverso una sistematica assenza”: per una settimana non offrire nessuna ministerialità attiva. Con la parola d’ordine entitlement (darsi “titolo”, riconoscimento; più appropriata che non empowerment,) la teologa ribadisce le esortazioni espresse da Militello: riconoscerci il potere di agire!
Il pubblico- come si è detto- risponde con un notevole coinvolgimento. Tra gli interventi vorrei riportarne alcuni. Uno sottolinea l’importanza di certe formule linguistiche: il fatto che il relatore abbia usato l’espressione “sororità” insieme a fratellanza, viene commentato con soddisfazione. Un altro dice: l’ordinazione delle donne è una tappa necessaria per l’uguaglianza di genere nella chiesa. Altro intervento: occorrerebbe una ammissione di colpa, da parte della Chiesa; con questo gesto profondamente trasformativo si aprirebbe un percorso di riconsiderazione, dolorosa ma liberante insieme, del proprio passato.
(Gruppi e Movimenti di Base, 28 ottobre 2016)
di Barbara Bertoncin
Una piccola azienda familiare travolta, nella crisi, dal monocliente fraudolento che continua a dare commesse ma non paga, postdata assegni che alla fine risulteranno scoperti; la stretta a quel punto implacabile di banche e Inps e l’ombra del fallimento. L’idea di farla finita, che è spesso, nelle società a nome collettivo, l’estremo tentativo di di salvare la famiglia, ma poi la collaborazione preziosa dei dipendenti, una lettera ai giornali, l’aiuto inaspettato di sconosciuti, infine un sottosegretario sensibile e un Fondo statale che porterà il suo nome: intervista a Serenella Antoniazzi, 47 anni, che assieme al fratello Alessandro gestisce a Concordia Sagittaria (Venezia) l’Aga Snc, piccola azienda di levigatura del legno. Il libro di cui si parla nell’intervista è Io non voglio fallire, Nuovadimensione, 2015.
Il libro di Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende
Responsabilizzazione e autonomia diffusa, lavoro collaborativo, patti di fiducia reciproca, far emergere le capacità ignorate, governare il tempo… Sono alcuni temi di questo libro di management e di donne, che parte da un assunto: aziende e lavoro sono drasticamente cambiati, occorre un altro management. Serve per questo guardare ad alcune esperienze di donne, che appaiono anticipatrici di questo modo nuovo. È la proposta dell’autrice, che inquadra in un pensiero organizzato politiche di donne manager che hanno portato coraggiose novità, con effetti positivi per le persone e per l’organizzazione ma che spesso non vengono valorizzate proprio perché non trovano corrispondenza nei modelli consolidati di management.
Ma perché queste innovazioni vengono oggi più da donne che da uomini? Il libro non ne fa una questione di maschile-femminile. Succede piuttosto che le donne, entrate nel management in tempi recenti, hanno portato una visione diversa, perché vivono una vita diversa e guardano le cose da un altro punto di vista. Hanno un’idea del potere come possibilità, del management come responsabilità verso l’azienda e tutti i soggetti che la compongono. E nel loro complessivo sguardo sul mondo collocano il lavoro dentro la vita, non come un mondo separato. È questo che allarga gli orizzonti manageriali.
L’autrice – tenendo insieme le esperienze e le riflessioni che suscitano – propone un preciso percorso: dalla pratica emergono criteri che indicano una via, oltre le pratiche consuete, là dove sono inadeguate o controproducenti. Ragionando su politiche effettivamente realizzate, ne mette a fuoco orientamenti e metodi frutto di ciò che si è fatto, che può essere capitalizzato, trasmesso e usato altrove. Non definisce un nuovo modello di management e tanto meno di management “femminile”, ma una proposta che viene dalle donne con vantaggio per tutti. Delle donne, per diventare più consapevoli della portata di quello che fanno e per farlo valorizzare. Degli uomini, che non accettano più di misurarsi con modelli manageriali impositivi. Delle aziende, che in pratiche di discontinuità scoprono il terreno per risultati imprevisti.
Seguendo queste donne si respira una felice aria di libertà: chi è manager ha uno spazio di autonomia che può usare per fare cose che abbiano un senso. Emerge così un management orientato a non credere che sia impossibile cambiare, disposto a spostare i confini del noto. Non per cercare risposte immediate, ma piuttosto per esplorare cosa può succedere.
Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende (Guerini e Associati, settembre 2016, pagg 142, euro 17,00)
Luisa Pogliana, per molti anni responsabile della direzione ricerche di mercato in un grande gruppo editoriale italiano, poi consulente di ricerche sui mercati internazionali, ha coperto ruoli in enti internazionali e nella European Commission. Sui temi relativi al management femminile ha scritto per Guerini Donne senza guscio (2009) e Le donne il management la differenza (2012). Ha fondato – con Isabella Covili, Anna Deambrosis, Patrizia Di Pietro, Pina Grimaldi – l’associazione Donnesenzaguscio (www.donnesenzaguscio.it), luogo di incontro tra donne manager per ragionare sul proprio ruolo e valorizzare pensieri e pratiche di cambiamento delle donne nelle aziende. Questo libro è frutto di un progetto comune.
Sabato 5 novembre 2016 alle 18 Luisa Pogliana sarà in Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, a discutere con Giordana Masotto e Maria Cristina Origlia di come è possibile cambiare un mondo in trasformazione tra potere e differenza.
LA NOTIZIA
Il 18 novembre 2016 si svolgerà all’Università Magna Grecia di Catanzaro il seminario “Alienazione parentale. Innovazioni cliniche e giuridiche”.
Il seminario, organizzato/patrocinato da soggetti del privato sociale e istituzionali (La casa di Nilla, Regione Calabria, Ordine degli Assistenti sociali della Calabria, Ordine degli Psicologi della Calabria), si propone come momento di studio e riflessione su un ipotetico e controverso insieme di disturbi psicologici che riguarderebbe i figli di coppie che si separano in modo gravemente conflittuale.
IL COMMENTO
Nonostante le evidenze scientifiche, un piccolo ma agguerrito gruppo di accademici e professionisti cerca di accreditarsi in convegni e nei tribunali, nei fatti poggiando solo su congetture, supposizioni e senso comune, l’esistenza del “fenomeno” dell’alienazione parentale.
Nel frattempo un’imponente opera di propaganda agisce sul web, contribuendo alla disinformazione e alla confusione sulla tematica. Una semplice ricerca sul web mostra infatti come questo argomento sia ampiamente utilizzato da gruppi misogini, sessisti, antifemministi e negazionisti, in particolare della violenza contro le donne.
Invitiamo pertanto gli/le organizzatori/trici del Seminario di Catanzaro, a prendere atto della non scientificità degli argomenti, e a visionare i siti dei gruppi che ‘sponsorizzano’ l’alienazione parentale. Chiediamo ai/alle rappresentanti istituzionali, che patrocinano l’evento, di considerare criticamente l’opportunità di offrire il loro appoggio a un seminario che presenta tali aspetti problematici, fra l’altro senza un reale contraddittorio.
INFORMAZIONI UTILI
La cosiddetta alienazione parentale, derivazione della sindrome di alienazione parentale (PAS) inventata da un medico americano, Alan Gardner, nel 1985, è stata ampiamente sconfessata dalle autorità sanitarie e giuridiche in numerosi Stati.
In particolare in Italia, nel 2012 il Ministro della Salute che la PAS è una congettura senza alcun fondamento scientifico: “Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.
Nel 2013 la Suprema Corte di Cassazione (sentenza 7041/2013) ha ribadito il principio giuridico per cui non possono essere usati in tribunale concetti privi di validità scientifica, e pertanto “nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. medico-psichiatrica […] il giudice di merito è tenuto a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare.” (Cass. Pen. n. 7041 del 20/03/2013).
L’associazione D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), definisce l’alienazione parentale “uno strumento di pura invenzione”, mentre il Movimento per l’Infanzia ricorda che “L’enfasi sulla Alienazione Parentale, figlia ideologica della PAS, risponde al medesimo scopo della PAS: interpretare in via automatica le paure e i rifiuti dei bambini come atti manipolativi di madri-mostro, accusate di condizionare i propri figli e ledere di conseguenza il diritto alla bigenitorialità”
Anche il Comitato CEDAW (Onu) nel 2011 ha invitato le autorità italiane ad arginare l’utilizzo nei tribunali di riferimenti alla “discutibile teoria della PAS” per limitare la genitorialità materna (Comitato CEDAW, 2011, paragrafo 51).
E’ degno di nota che discussioni pseudoscientifiche sul tema dell’alienazione parentale siano diffuse particolarmente in Italia. A livello internazionale, nette sono state le prese di posizione di importanti ordini e associazioni professionali (per citarne alcune: Associación Española de Psiquiatria; American Psychiatric Association; Istituto di Ricerca dei Procuratori Americani (APRI), Associazione Nazionale degli Avvocati Americani (NDAA). A livello nazionale, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Società Italiana di Pediatria si sono pronunciate contro l’uso improprio di tali concetti nelle sofferte e spesso laceranti controversie per l’affidamento dei figli”.
Chi volesse sottoscrivere, può farlo scrivendo all’indirizzo nopascz@gmail.com
Ass. Federico nel Cuore, Presidente Antonella Penati; ATGENDER (The European Association for Gender Research, Education and Documentation); D.i.R.E. Donne in Rete contro la Violenza; Centro contro la violenza alle donne Roberta Lanzino, Cosenza; Movimento per l’Infanzia; Rete Fight4childprotection; UDI Modena; Onda Rosa Nuoro; Collettiva AutonoMia ReggioCalabria; Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”; Centro Veneto Progetti Donna – Centro Antiviolenza di Padova e provincia; Casa delle Donne Viareggio – Centro L’Una per l’Altra; Associazione A.R.P.A., Associazione Raggiungimento Parità, Massa; Associazione Differenza Donna ONG; Monia Andreani, Università di Urbino; Marina Annunziata; Eleonora Avi, dottoressa in psicologia; Donatella Barazzetti, Università della Calabria; Vania Bernardini; Rosalba Bernaudo, direttivo What Women Want; Luisa Betti, giornalista; Daniela Borselli, psicologa-psicoterapeuta; Valentina Bruno, Insegnante e operatrice Centro Antiviolenza Erinna, Viterbo; Angela Carbone, What Women Want; Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura; Titti Carrano, Presidente D.i.Re; Vittoria Castagna, dottoranda Università di Palermo; Maira Casulli, avvocata Foro di Bari; Denise Celentano, ricercatrice; Ada Celico, Milano; Emira Chimenti, What Women Want; Stella Ciarletta, Presidente What Women Want; Maria Concetta Corona, artista; Imma Cusmai, #IlDiavoloVeste PAS; Simona D’Aquilio, avvocata, socia AIAF Lazio; Antonietta Davoli; Daniela De Blasio, CPO regione Calabria; Alisa Del Re, Università di Padova; Elisa Ercoli, Presidente Associazione Differenza Donna ONG; Guglielmina Falanga, Dottoranda in Scienze Sociali, Faculdad latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO), Ecuador; Maria Ferrara, presidente Ass. G.O.A.P. onlus Trieste; Giovanna Ferrari; Stefania Figliuzzi, Presidente CAV Attivamente Coinvolte; Eleonora Forenza, Europarlamentare; Claudia Forini, Presidente Cooperativa Centro Donne Mantova; Silvia Galiano, Cz; Concetta Gentile, avvocata Cooperativa Eva Luna; Pietro Giustino; Doriana Goracci, giornalista; Alessia Guidetti; Maria Cristina Guido, insegnante; Nora Imbimbo; Gabriele Logozzo, studente Psicologia, Università di Palermo; Massimo Lizzi; Chiara Lo Scalzo; Anna Maghi, presidente associazione Erinna – Viterbo; Teresa Manente, avvocata Ass. Differenza Donna; Nori Mangili, mamma; Isolina Mantelli, medico; Simona Adelaide Martini, psicologa, psicoterapeuta; Emilia Martorana, Coordinamento antiviolenza 21 luglio, Palermo; Andrea Mazzeo, psichiatra; Lea Melandri, scrittrice, femminista; Giuliana Mocchi, Università della Calabria; Pina Nuzzo, artista; Claudia Padovani, CIRSG, Università di Padova; Lella Paladino, Presidente Cooperativa Eva; Paola Palermo, What Women Want; Claudio Parentela, CZ; Anna Pascuzzo, scrittrice; Monica Pasquino, formatrice, Associazione Scosse; Francesco Peltrone, psichiatra; Lorenza Perini, Università di Padova;Anna Petrungaro, delegata Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”;Cinzia Pierucci; Maria Serenella Pignotti, pediatra; Giusy Pino, avvocata; Marcella Pirrone, avvocata Centro Antiviolenza GEA Bolzano; Salvatore Pitruzzello, Ph.D. Columbia University; Barbara Poggio, Università di Trento; Luisanna Porcu, psicologa-psicoterapeuta; Serena Procopio; Ersilia Raffaelli, psicopedagogista, presidente Casa delle Donne Viareggio-Centro Antiviolenza “L’Una per L’altra”; Doriana Righini, casalinga; Tina Rossi; Marika Salonna; Irma Sammarco, insegnante; Silvia Sammarco, psicologa; Marzia Sannicola, avvocata Mo; Marina Simonetti, What Women Want; Rosa Traversa, psicologa e freelance; Manuela Ulivi, Presidente CADMI Milano; Sonia Vaccaro, psicologa; Maria Assunta Vecchi; Antonella Veltri, delegata Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”; Giovanna Vingelli, Università della Calabria; Lidia Zitara, giornalista
(NO PASaran CALABRIA, 26 ottobre 2016)
“Il referendum su leggi di revisione della Costituzione) avrà fortuna solo nel caso in cui le Camere propongano una sola riforma alla volta e in maniera chiara, in modo che gli elettori si rendano conto di quello che sono chiamati a votare” (Luigi Einaudi, 15 gennaio 1947, Assemblea Costituente).
Lo ricordano i due docenti milanesi (il primo è stato Presidente della Corte Costituzionale) nel ricorso al Tribunale civile di Milano “perché accerti in via di urgenza il loro diritto a votare nel referendum su quesiti non eterogenei, a tutela della loro libertà di voto, previa remissione alla Corte Costituzionale di questione di legittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 1, 48 e 138 della Costituzione, dei pertinenti articoli della legge 352 del 1970” (“Norme sui Referendum previsti dalla Costituzione e sull’iniziativa legislativa del popolo”).
«Per me e altre, altri, questa è la grande posta in gioco del femminismo, che comporta l’accettazione non solo della sessuazione, ma anche dei modi umani di tradurla in parole, riti, differenze al plurale, come si è sempre fatto».
Tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, Luisa Muraro, femminista storica, scrittrice e filosofa italiana, è anche una delle madri del pensiero femminile della differenza. Con lei abbiamo approfondito alcuni temi: quali le ragioni del forte calo demografico in Occidente e la maternità surrogata, cui è dedicato il suo ultimo libro “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto” (Editrice La Scuola).
Luisa Muraro, assistiamo in tutto l’Occidente al fenomeno della denatalità. Quali le cause? L’emancipazione femminile, la crescita dell’età in cui una donna decide di diventare madre, il rifiuto dei sacrifici che comporta la nascita di un figlio? O cosa altro ancora?
Tutto vero. La fecondità delle coppie è in calo; la denatalità cresce e preoccupa. Quali sono le cause?
Credo che nessuno lo sappia al cento per cento. Perfino mi domando se la domanda “quali sono le cause?” abbia senso. Mi spiego. La sterilità di coppia e il calo della natalità potrebbero non essere l’effetto di una o più cause, ma la manifestazione di qualcosa come una sfiducia, uno scoraggiamento, dovuto a un disagio profondo. Si può pensare agli irrisolti problemi dell’equilibrio ecologico, alle guerre perduranti…
Suggerisco di considerare un altro aspetto ancora, in qualche modo anticipato da Jacques Lacan dicendo che non c’è rapporto sessuale. Banalmente detto: è in calo anche la voglia di fare sesso. E questo mi suggerisce un’idea. Forse, la surrogazione ha “successo” – intendo, successo culturale in una parte della popolazione, specialmente quella progressista – perché, con la tecnologia, è chiamata a supplire allo scarso amore tra donna e uomo, e fornisce alle coppie quella materia prima per durare che è un figlio.
Perché, secondo te?
Ma perché questo calo amoroso che raffredda i rapporti? Io ho la presunzione di saperlo: perché tra donna e uomo si è raggiunta una certa parità (non la parità che è impossibile tra esseri umani), una parità sentita e accettata da ambo le parti. Ma non abbiamo raggiunto il senso libero della differenza, che ci darebbe il gusto della relazione con l’altro.
Di conseguenza, detto con una formula sbrigativa, l’umanità ha perso lo slancio della conquista e il piacere della convivenza. Dove trova la voglia di riprodursi?
A proposito di maternità surrogata: il Consiglio d’Europa, che conta 47 stati membri, ha detto no, per la terza volta, a una regolamentazione di tale pratica. Credi che su questa battaglia si possa e si debba andare avanti fino ad arrivare a un pronunciamento delle Nazioni Unite?
Un pronunciamento delle Nazioni Unite? Sì, ammesso che abbiano ancora una vera autorità e che la discussione fosse all’altezza… di che cosa? Del desiderio di generare da parte delle coppie sterili, che è la cosa più grande e rispettabile in tutta questa faccenda. Le leggi non bastano a regolare la potenza di quel desiderio, che, se non è capriccio, solo da sé può darsi la sua misura: è la strada stessa della civiltà.
Anche fra le femministe c’è chi preme per una regolamentazione della maternità surrogata. Che rispondi?
Persone di cultura giuridica dicono che introdurre la maternità surrogata urterebbe contro principi fondamentali del nostro ordinamento e che è un autoinganno credere di aggirarli con qualche leggina; si andrebbe fatalmente nella direzione di una cultura inumana (donne ridotte a strumenti, creaturine fabbricate secondo i gusti del committente). Ricordiamoci che all’orrore delle camere a gas si è arrivati per la strada dell’eugenetica, ossia con una ricerca scientifica e una pratica sociale che erano regolate da leggi in paesi considerati civilissimi, Svezia compresa. Gli Ebrei non furono i primi a entrare in una camera a gas.
Le possibilità offerte dalla fecondazione assistita potevano essere usate più saggiamente in favore delle coppie sterili? Non lo so, so che alcune femministe esplorano in questa direzione. Per ora dobbiamo costatare che si va nella direzione sbagliata, penso in particolare alla pratica di svuotare le madri “provvisorie” della loro generatività per sostituirla con quella dei committenti.
La così detta “ideologia del gender”, ha denunciato papa Francesco, è un reale pericolo per l’umanità. Ma con l’avanzare della ingegneria genetica e la creazione di un futuribile utero artificiale si può arrivare davvero a una uniformità neutra, a una umanità formata da esseri sessualmente indifferenziati?
Diciamo “il papa” ma forse sarebbe più giusto dire i capi della Chiesa romana. Il discorso, infatti, comincia a formularsi nei primi anni del secolo e questo papa è uno che preferisce la comprensione alla condanna. La condanna dell’ideologia transgender rispecchia una prassi abituale nella chiesa romana, che a monte lascia certe cose messe male (per prudenza? per unilateralità clericale?) e interviene poi a condannare certi risultati. Pensiamo all’aborto.
Un più reale pericolo per l’umanità io credo di vederlo nella mancanza di un senso libero della differenza sessuale. Per me e altre, altri, questa è la grande posta in gioco del femminismo, che comporta l’accettazione non solo della sessuazione, ma anche dei modi umani di tradurla in parole, riti, differenze al plurale, come si è sempre fatto. E, in primo luogo, che ci sia libertà femminile, come non si è mai fatto.
Come finirà, non possiamo saperlo perché il conflitto è in corso e ci sono grandi forze in campo.
(www.cheliberta.it, 24 ottobre 2016)
di Silvia Baratella
Circa due settimane fa, un gruppo di ragazze ci ha contattate per avere dal nostro sito sostegno a un loro progetto di cortometraggio. Ci spiegano che il loro lavoro, un’opera prima, parte dalla «consapevolezza che l’arte ha un ruolo fondamentale nella sensibilizzazione su alcuni temi che sono difficili da affrontare», come la violenza sulle donne, e ci mandano una presentazione del soggetto.
Si tratta della storia di una quarantenne che sposa un coetaneo, notabile di un paesino sperduto dove lei va a vivere con lui. Lì non lega con le donne del luogo che la disprezzano perché si veste eccentricamente, scopre che il marito è indifferente e insensibile nei suoi confronti e subisce un tentativo di violenza dal suocero, il che dà il via a un declino verso la pazzia che sembra irreversibile.
La ricorrenza del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza alle donne) si avvicina e fioccano le celebrazioni. Spesso consistono in rappresentazioni di vicende accadute o immaginarie con trame dello stesso tenore di quella proposta dal nostro gruppo di ragazze. Un coro di storie che raccontano l’inesorabile distruzione di una donna e che hanno su di me un effetto agghiacciante. A volte mi sembra una sorta di propaganda terrorista nei confronti delle donne. Le artiste e le autrici invece le propongono con la sincera convinzione che raccontarle contribuirà ad aiutare le donne e a fermare la violenza maschile.
Ma è davvero possibile che queste narrazioni, oggi così inflazionate e stereotipate, producano trasformazione? Tutte ribadiscono, con dovizia di particolari, un solo aspetto della realtà: in tutte la donna è una vittima che non ha scampo, e che contribuisce con molte delle sue azioni a mettersi in potere dell’uomo che alla fine la distruggerà. Non si parla mai invece di tutto quello che è cambiato, malgrado la violenza degli uomini persista: il fatto che non sia più considerata un fatto privato ma uno scandalo sociale, che ci siano uomini che rompono esplicitamente la complicità con la violenza misogina dei loro simili, che ci siano donne che aiutano altre donne a sottrarvisi.
Questo battere su un solo aspetto, il peggiore, ha due effetti deleteri: il primo è che rischia di convincere donne e uomini che nulla è cambiato e nulla può cambiare. Il secondo è che, focalizzandosi solo sulla figura di lei, contribuisce a occultare la responsabilità degli uomini violenti e degli uomini assassini (al di là dell’essere vittima di violenza sessuale e psicologica, la loro protagonista «è vittima di se stessa, della sua follia», ci dicono infatti le giovani autrici del cortometraggio).
Forse tutto questo dipende dal taglio: in questo caso, per esempio, le autrici scrivono: «Il fine di questo lavoro è parlare, ancora una volta, di quanto sia deleteria una società che allontana ciò che non riconosce come standard». Ecco il punto: la violenza maschile contro le donne non è la manifestazione di una discriminazione verso qualche sporadica “diversa”: noi donne non siamo una strana minoranza, siamo metà (abbondante) di un’umanità normalmente divisa in due sessi ed è a questa normalità dell’essere donne che gli uomini reagiscono con la violenza. Non è intolleranza verso rare donne “devianti” così come non è l’opera di rari uomini “devianti”, ma un sistema di potere.
Di fronte a ciò che le donne hanno ormai visto e detto degli uomini, di fronte allo scandalo della violenza venuto alla luce, quel potere vacilla e cerca di riaffermare una propria legittimità, di riproporre lo sguardo maschile come unico sguardo possibile con cui anche noi dovremmo vedere noi stesse e il mondo. Ammette l’ingiustizia di quella violenza e ci offre la sua compassione conciliatoria finché restiamo nel ruolo di vittima predestinata e senza scampo. Che in fondo è quello che il patriarcato aveva assegnato alle donne. Forse è per questo che è più facile ridurre il tema della violenza maschile alla pura descrizione dei tormenti patiti dalle donne e all’accurata diagnosi dei loro errori, ed è tanto difficile trovare un’altra chiave.
Ma proviamoci, proviamo a scombinare il gioco e a buttarci dentro l’imprevisto della libertà femminile.
Io non sono un’artista e alle giovani autrici che ci hanno scritto posso offrire solo ragionamenti. Quando vado a vedere un film, mi aspetto di vedere cose non risapute, di trovare nuovi punti di vista da cui affrontare un problema, e di questo mi piacerebbe parlare con loro, se desiderano rispondere. Per chi volesse approfondire il loro progetto, il link è qui: http://www.mecenup.it/campaigns/ajala-m-una-donna-diversa-una-storia-comune/
(www.libreriadelledonne.it, 24 ottobre 2016)
di Antonia Chiara Scardicchio
Ne conosco molte che non hanno mai partorito.
È di queste madri che sento il bisogno di scrivere, proprio adesso che il Fertility Day è fragorosamente trascorso.
Scrivere della fertilità femminile che non coincide con la carne, la biologia, il sangue.
Mi riferisco a quelle donne che – indipendentemente dall’aver scelto o aver subìto un ventre vuoto – esplodono molto più di altre, che pure lo hanno avuto pieno: capaci di incredibili elargizioni verso chi, sebbene non gli sia “proprio”, la vita ha innestato con loro.
Di norma a parlar così ci vengono in mente solo le suore. Ma perché?
Perché deve esser solo in quella forma l’idea e la sostanza di una donna che è madre in modalità estesa e non solo circoscritta ai metriquadri di casa sua?
Io ne conosco moltissime.
Di donne strepitose, folgoranti e potentissime che hanno partorito uomini e donne pur non essendo le loro fattrici.
Donne che non solo nella delicatezza e nella cura ma anche nel vigore e nella spinta sono capaci di essere madri di altri che le incontrano, talvolta a lungo, talvolta anche solo per un battito.
Cosa mai vorrò dire?
Dico di quelle donne che tutti abbiamo incontrato almeno una volta soltanto: e rispetto a cui possiamo dire che ci hanno generato. Additandoci mondi fino ad allora invisibili, modalità altrimenti inesplorate: donne che possiamo dire madri perché ci hanno non solo contenuto ma anche lanciato.
Eh sì che – sovente dimenticato – l’utero non ha solo il contenere come sua forma e significato: è suo anche lo spingere. Fare da catapulta, ha scritto Erri De Luca.
Donne catapulta: madri come piste d’atterraggio e di decollo. Si chiama Maternità Simbolica. E non è per tutte: tanto è complessa che alcune, madri di carne, non ce la fanno ad esserlo.
Occorre uscire da sé. Sì, paradossalmente: una donna per essere una madre si deve partorire. Scagliare.
E quando si lancia, si lancia fuori dal suo guscio stesso, è solo allora che può disarginare e spaccare i vincoli delle carte d’identità e considerare ogni altro da sé come figlio/figlia.
Provate a ripensarle. Una ad una quelle della vostra storia.
Ne percepirete – anche delle più caciarone – profondo il senso mistico. Perché sono tutte sacre, anche quelle laiche, anche quelle atee, persino le miscredenti: non lo scrivo con retorica, ma con gratitudine. Perché è da molte di esse che io sono stata salvata.
Come nelle comunità del passato, persistono ancora le maternità putative. Sebbene più rade, nascoste, non celebrate. Non sono madri sostitutive ma integrative: tutori che la vita ancora ci concede per nascere due volte. Talvolta per uscire da uteri dai quali, pur fisicamente espulsi, fatichiamo a venir fuori.
(Gazzetta del Mezzogiorno, 23 ottobre 2016)
dal 22 ottobre al 26 novembre 2016
Chiostro arte contemporanea, Saronno, viale Santuario 11
Il Chiostro arte contemporanea inaugura la stagione con una mostra nell’ambito del suo ciclo di “dialoghi a tre”. Sono collettive concentrate sull’incontro ideale fra artisti diversi per linguaggio, ma accomunati da tematiche o corrispondenze iconografiche ed è il colore grigio che accomuna alcune delle serie condotte dagli artisti scelti per la mostra. Arcangelo e Paola Mattioli espongono già da anni con la galleria, mentre Lucio La Pietra entra per la prima volta negli spazi del Chiostro, riempiendoli con il vibrante e denso mondo di segni e suoni delle sue videoinstallazioni.
“Scala di grigio” è il titolo della mostra, perché quasi tutte le opere, con un solo paio di eccezioni volute, sono modulate su un pentagramma di note di grigio. Nell’ambito pittorico la creazione del colore Grigio è stato per secoli sottoposto a teorie e a sperimentazioni. La concezione classica considera il grigio come un “bianco sporco”, quindi ottenuto aggiungendo al colore Bianco quantità variabili di colore Nero. Tuttavia, esistono altri metodi per ottenere il Grigio: è il caso del grigio ottenuto mescolando in quantità uguali i tre colori primari (Blu, Rosso e Giallo). Insomma è un colore neutro, ma anche ambiguo nelle sue variabili apparentemente infinite.
Questa mostra vuole essere l’occasione di verificare, attraverso il lavoro di tre artisti che usano media molto diversi, come l’espressione possa passare per un linguaggio basato sul segno e sulla gradazione luminosa, non necessariamente illuminata dal cromatismo. Le luci e le ombre costituiscono, infatti, il lessico delle opere in mostra, sebbene il loro dialettico rapporto venga declinato da ciascun artista secondo le proprie inclinazioni.
I quadri di Arcangelo, scelti tra quelli realizzati nella decade tra metà anni Ottanta e Novanta, con l’intento di ripercorrere una fase importante dell’artista, sono un travolgente fiume di materia pittorica che storicamente reagisce al concettualismo degli anni Settanta, ma diviene una rappresentazione pittorica anche e proprio di tale esperienza. La pittura di Arcangelo accoglie in sé un codice di linguaggio essenziale, per quanto evocativo e struggente nei suoi rimandi alla terra d’origine dell’artista, il Sannio.
Luci, sagome e buio, ecco gli elementi che contraddistinguono alcuni lavori di Lucio La Pietra, artista video e filmaker di successo per le redazioni più giovani della televisione. I ritmi de “La Città che scorre” sono infatti quelli incalzanti della città attuale, ma anche nella videoinstallazione “…ma l’amor mio non muore..”, dedicata all’isola di Filicudi, si é testimoni di un breve e folgorante accadimento, che porta a riflettere sulla fragilità dei luoghi incontaminati. “I miei monumenti” è un video dedicato ad alcuni simboli della nostra società, con tutto il loro portato di memoria. La quarta produzione voluta per la mostra è “Neoeclettismo”, in cui l’affastellamento di figure e segni grafici ci racconta della bellezza di una cultura aperta a tutte le influenze. I video sono redatti in bianco e nero, quasi un manifesto di scrittura per Lucio La Pietra, capace di fermare lo sguardo di chiunque passi vicino alle sue opere, come un mago, quasi un moderno sciamano digitale.
Per Paola Mattioli, celebre Signora della fotografia italiana, assistente di Ugo Mulas e quindi protagonista in una Milano intensa e politica, gli scatti in bianco e nero sono una parte sostanziale della sua ricerca. Sono stati scelti con l’artista una triade di immagini del gruppo “Capolavoro”, con visioni astratte della materia ferrosa: i minuti interstizi del freddo metallo divengono nuvole poetiche e volatili, come per le “Eclissi” fotografate nel 1999 a Sant’Anna di Stazzema. La componente ironica e affascinante di Mattioli è invece presente nella sequenza “Shangai Express”, dove il soggetto è l’ombra, ambigua e danzante, delle sue stesse mani che fotografano.
L’allestimento scelto dalla curatrice e dalla gallerista Marina Affanni propone un dialogo tra le opere dei diversi artisti e ne nascono affascinanti accostamenti. Ad accompagnare la mostra sono le voci degli stessi autori che raccontano di alcuni aspetti della loro ricerca in un’intervista condotta da Cristina Casero, che così ha voluto rafforzare la coralità visiva delle opere.
Arcangelo
Nasce ad Avellino nel 1956. Studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1981 decide di trasferirsi a Milano dove conosce e frequenta numerosi artisti. Sono questi gli anni in cui Arcangelo va elaborando una pittura scura, una vena personalissima e riconoscibile che, pur nascendo nel clima artistico dominato dalla Transavanguardia, si precisa fin da subito per il forte legame con le suggestioni derivanti dalla sua terra d’origine.. Negli anni ’80 nasce il primo ciclo di lavori intitolato “Terra mia”, col quale partecipa alla collettiva “Perspective”, in occasione di Art Basel, Basilea. Seguono le personali alla Galleria Tanit di Monaco di Baviera e alla Galleria Buchmann di Basilea e la collettiva “Nuovi Argomenti” al PAC di Milano. Espone in mostre personali alla Galleria Janine Mautsch di Colonia, Harald Behm di Amburgo e Klaus Lupke di Francoforte. Nel 1987 espone al P.A.C. di Milano, al Museum der Stadt di Esslingen, alla Galerie Maeght-Lelong, Paris e alla Edward Totah Gallery, Londra, dove Arcangelo apre un suo studio londinese. E’ il periodo di una pittura cromaticamente ridotta ai soli pigmenti del bianco e del nero, con l’ausilio di una componente fortemente gestuale e con una particolare attenzione verso i materiali, che lo avvicina semmai alla sensibilità degli artisti Poveristi. Arcangelo afferma infatti un’appartenenza tutt’altro che folkloristica alle sue radici. Il suo Sannio, terra aspra e dura, celebrata in molte sue visioni, è una zona geografica di stratificazioni multiple, un crocevia di culture e di storie che serba traccia dei popoli che vi abitarono: dai sanniti ai romani, dai longobardi ai bizantini. La continuità e la coerenza del lavoro, nei successivi dieci anni, non gli impedisce di apportare varianti anche significative alle sue opere, che si caratterizzano come veri e propri cicli: le Navi, le Montagne, gli Altari, i Misteri, Verso Oriente e Tappeti Persiani. La superficie si frantuma, entra qualche colore, si raggruma nuovamente, si copre di scritte, viaggi attraverso tutti i “luoghi lontani” del mondo. Oggi antichi segni e nuovi pittogrammi si affastellano sulle tele dell’artista, completando l’alfabeto pittorico che ha reso riconoscibile ed unico il suo stile.
Lucio La Pietra
Nato a Milano nel 1977 é laureato in Design al Politecnico di Milano. Lavora e sperimenta nel campo delle arti visive. E’stato docente all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha fondato un’agenzia di grafica, una casa di produzione video e un fablab. Ha esposto le sue video installazioni alla Triennale di Milano, alla Galleria Cà di Frà di Milano, al Museo Maxxi di Roma, al Museo MAGA di Gallarate, alla Biennale d’Arte di Filicudi.
Paola Mattioli
Nata a Milano nel 1948, si è laureata in filosofia con una tesi sul linguaggio fotografico. Da molti anni si dedica professionalmente alla fotografia di ritratto, ma affronta anche i temi legati alla visione critica, alla complessità del linguaggio visivo e alla specificità di quello femminile, a grandi e piccole storie che affronta con uno sguardo lontano dal classico reportage, con una sottile distanza che mette in gioco con leggerezza e rigore. In ogni sua ricerca emerge la costante riflessione intorno al senso del vedere e del fotografare: un tenace filo rosso che lega gli uni agli altri tutti i suoi lavori. Del suo lavoro è lei stessa a dire di aver scelto di stare contemporaneamente su due piani, uno narrativo e uno concettuale. Nel primo caso privilegia storie connotate da forti nodi tematici, talvolta di impronta sociale o politica; in questo ambito si inscrive anche il ritratto che considera una sintesi di ciò che una persona mostra come suo punto centrale. Alla dimensione concettuale appartiene, invece, lo sguardo che si interroga su quanto sta facendo, la volontà di accostare visioni e linguaggi diversi in una sintesi in cui finalmente si riconosce. Tra i soci fondatori dell’associazione AMICI del Museo di Fotografia Contemporanea, collabora alla rivista “via Dogana” della Libreria delle Donne di Milano e conduce un insegnamento di fotografia al corso di Psicologia e comunicazione dell’Università Milano Bicocca. Ha esposto in diverse mostre personali e collettive fra cui Immagini del no (1974), Donne allo specchio (1977), Cellophane (1979), Ritratti (1985), Statuine (1987), Ce n’est qu’undébut (1998), Trieste dei manicomi (1998), Un lavoro a regola d’arte (2003), Regine d’Africa (2004), Perturbamenti (2005), Donne Donne Donne (2012). Tra le sue pubblicazioni Ungaretti, lettere a un fenomenologo (Scheiwiller, 1972), Ci vediamo mercoledì (Mazzotta, 1978), Donne irritanti (Federico Motta, 1995), Regine d’Africa (Parise, 2004), Fabbrico (Skira, 2006), Dalmine (Skira, 2008), Una sottile distanza (Electa, 2008). Nel 1996 ha vinto il Kodak European Gold Award per l’Italia.
di Eetta Prince-Gibson
A coronamento di due settimane di una marcia che ha attraversato il paese, donne israeliane e palestinesi giurano di continuare la loro lotta fino al raggiungimento di un accordo.
Cominciata con una celebrazione presso il Mar Morto, proseguita con una marcia per le strade di Gerusalemme, poi con una manifestazione davanti alla residenza del primo ministro, mercoledì si è conclusa la March of Hope di migliaia di donne israeliane e palestinesi.
La marcia è stata organizzata e sponsorizzata da Women Wage Pace, che – fondata nel 2014 da gruppo di donne non-partisan in seguito all’operazione Protective Edge a Gaza – secondo i suoi volantini, richiede un accordo che sia rispettoso, non violento e accettato da entrambe le parti. “Non ci fermeremo fino a quando non sarà raggiunto un accordo politico che porti ad un futuro sicuro per noi, i nostri figli e nipoti”, dice il loro sito web. Le organizzatrici spiegano che il gruppo è finanziato principalmente con piccole donazioni che provengono da Israele e dall’estero, così come da Women Donors Network negli Stati Uniti.
La March of Hope, che ha attraversato il paese, è iniziata il 5 ottobre, quando circa 2.500 donne hanno percorso il primo tratto di 5 km da Rosh Hanikra sul confine libanese fino a Achziv Beach, a nord di Nahariya. Ogni giorno, da allora, le donne hanno partecipato a camminate lunghe dai 5 ai 10 km in diverse località in tutto il paese, fra gli altri, un gruppo ha percorso a piedi e in bicicletta tratti da Eilat fino alla zona a ridosso della Striscia di Gaza.
Le manifestazioni di mercoledì sono iniziate a Qasr al-Yahud, il sito in cui si crede che Gesù sia stato battezzato da Giovanni Battista. Circa 2.500 donne israeliane ebree e arabe sono arrivate in autobus da tutto il paese, da luoghi distanti come il mare di Galilea e i deserti del Negev e Arava. Si sono unite a più di 1.000 donne palestinesi giunte dalla Cisgiordania.
Secondo Ziad Darwish, che fa parte del Palestinian Committee for Interaction with the Israeli che opera sotto il patrocinio del partito Fatah, le donne palestinesi hanno ricevuto sostegno politico e finanziario dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e dall’Autorità stessa, che ha pagato il noleggio dell’autobus, acqua e cappelli con il logo con la colomba che le donne indossavano, molte sopra i loro hijab.
Poiché Qasr al-Yahud è un sito religioso, un poliziotto in servizio che seguiva il raduno a distanza, ha spiegato a Haaretz che non è necessario alcun permesso né per le donne israeliane né per le palestinesi.
L’atmosfera è stata festosa, quasi inebriante – nonostante il caldo bruciante un gruppo di donne batteva il ritmo con i tamburi. Quando le donne palestinesi sono scese dagli autobus, molte sono state abbracciate dalle donne israeliane, altre hanno formato cerchi di danze improvvisate.
“Oggi ho sorelle ebree israeliane”, ha detto Maryam, un’insegnante di 35 anni che arrivava da “vicino a Jenin”. Con entusiasmo ha applaudito a lungo mentre le altre ballavano. Maryam ha ammesso di non voler dare il suo nome completo perché “non tutti in famiglia sono d’accordo… Soprattutto gli uomini, che non vogliono che le donne possano esprimersi.” Ha aggiunto: “Sono venuta qui, anche se ho dovuto perdere una giornata di lavoro, perché non voglio che nessuno sia ucciso – né dai soldati, né dai terroristi. Noi donne vogliamo pace e sicurezza per tutti. E so che la maggior parte della gente in Palestina la pensa come me.”
Fadwa Shear di Ramallah ha aggiunto: “Non possiamo contare sugli uomini per creare la pace. Dovremo farlo da sole.”
Ma che dire sulla non-normalizzazione che alcuni attivisti palestinesi mettono avanti per giustificare il loro rifiuto di incontrare le loro controparti della società civile di Israele?
“Questo incontro non è ‘normalizzazione’” ha replicato Shear. “Siamo donne politiche che invitano i loro leader a raggiungere un accordo politico. Sono molto orgogliosa di essere qui.”
Leymah Gbowee, premio Nobel per la pace 2011 e leader dell’attivismo delle donne che pose fine alla sanguinosa guerra civile della Liberia, è stata ospite d’onore di Women Wage Peace. “Gli uomini cercano di sminuire l’attivismo delle donne come se non fosse importante, come se non fosse ‘roba seria’” ha detto in una breve intervista a Haaretz. “Ma pistole e bombe non sono rivolte solo contro gli uomini. Le donne soffrono dolore vero – e abbiamo cose serie da dire e le donne hanno la possibilità di unirsi e colmare le nostre divisioni – e questo è molto serio, molto politico e molto potente”.
Più tardi, parlando dal palco, Gbowee ha scatenato la folla nonostante il caldo opprimente. “Se non puoi vedere la speranza, se non riesci a vedere la pace, allora sei cieco”, ha detto con forza mentre la folla si è alzata in piedi, acclamando e applaudendo. “È necessario respingere la narrazione che la guerra sia il destino dei nostri figli. La guerra è facile, fare la pace è difficile. Ma sorelle, oggi avete fatto la storia! Nessuno potrà più ignorare l’appello alla pace.”
Ha sfidato la folla anche Hind Khoury, un’economista che è stata ministro degli Affari di Gerusalemme nell’Autorità Palestinese e delegata generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina in Francia dal 2006 fino al 2010.
“Questo potere delle donne è il migliore”, ha detto. “Ma sarà l’ultima volta? Faremo il lavoro pesante? La parte più difficile inizia domani – sapremo tenere il passo con la speranza nella nostra regione afflitta da violenza e disperazione?”
“I 50 anni di governo sul popolo palestinese, dalla culla alla tomba, non può andare avanti”, ha detto Khoury. “La nostra gente è pronta per la pace. Il presidente Abbas è pronto per la pace. Noi donne ci siamo unite per dire a tutti i nostri leader di lavorare ad un accordo negoziato.”
In aggiunta a queste e ad altre oratrici, si sono esibite le cantanti Yael Deckelbaum e Miriam Toukan. All’avvenimento hanno partecipato Hamutal Gouri, un’attivista delle donne e leader di Women Wage Pace e Huda Abuarqoub, direttrice regionale dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente e una residente di Hebron.
Gouri ha concluso la cerimonia di Qasr al-Yahud dicendo: “La maternità non è solo mettere al mondo e allevare i nostri figli. La maternità è una posizione spirituale ed etica di responsabilità verso il mondo e per le generazioni future.”
Molte delle donne sono tornate a Gerusalemme, dove, insieme ad altre ancora, hanno formato una folla di 5.000 che ha marciato dall’ingresso della città fino alla piazza vicino alla residenza del Primo Ministro per la manifestazione conclusiva. Nei prossimi giorni l’organizzazione allestirà nella piazza una “tenda della pace”.
Fin dalla sua istituzione, Women Wage Peace ha mantenuto un atteggiamento non-partisan, chiedendo una soluzione politica pacifica del conflitto israelo-palestinese, senza schierarsi con una particolare opzione. “Il mondo non ha bisogno di un altro piano di pace. Ci sono già molti progetti eccellenti”, ha spiegato Gouri a Haaretz. “Ciò di cui abbiamo bisogno è una sincera volontà di fare la pace. E questo è ciò che noi donne chiediamo ai nostri leader: determinazione e coraggio per impegnarsi in negoziati di pace.”
Montare la tenda, pensano le donne, consentirà loro di allargare il consenso nei confronti dell’iniziativa al di là del naturale appoggio che viene dalla sinistra.
Infatti, Hadassah Froman, vedova del rabbino Menachem Froman, e sua nuora Michal, che era incinta quando in gennaio fu ferito da un palestinese in un attacco con il coltello, hanno parlato entrambe alla manifestazione. Le due donne, che vivono nella colonia cisgiordana di Tekoa, sono state accolte calorosamente dalla folla. “C’è una grande energia qui, e ci può portare su di una nuova strada verso il cambiamento”, ha detto Hadassah Froman. Tenendo in braccio la sua bambina, Michal Froman ha aggiunto: “Credo che la pace, come noi la vogliamo, arriverà là da dove noi sapremo vedere ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Il diritto, pure, può essere parte della pace. La vita qui sarà migliore se smettiamo di vedere noi stesse come vittime del terrore o vittime dell’occupazione. Noi tutte dobbiamo superare tutto questo e metterci a lavorare duramente.”
Anche Abuarqoub ha parlato alla folla: “Sono venuta dai Territori occupati come donna palestinese a dire: Adesso basta! È tempo di pace e sicurezza per tutti quanti … Avete visto quante donne palestinesi questa mattina si sono unite a voi. Sono qui come palestinese a dire chiaro e forte: Avete una compagna!”