Il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è una di quelle ricorrenze che si preferirebbe dimenticare o abolire, ma che al medesimo tempo ha il merito di rendere evidente la contraddizione di un fenomeno di durata secolare che, per essere portato a consapevolezza e assunto in tutte le sue profonde implicazioni politiche, ha bisogno di essere considerato un’“emergenza”.
È solo da una decina di anni che, a differenza di altre parti del mondo, nel nostro paese si è cominciato a parlare del carattere “strutturale” di una violenza che esplode in forme manifeste – maltrattamenti, stupri, omicidi, eccetera – ma che è inscritta in tutte le istituzioni della vita pubblica, nella cultura alta come nel senso comune, nell’atto stesso di nascita della polis, e annidata, per usare un’efficace espressione di Pierre Bourdieu, “nell’oscurità dei corpi”.
È stato necessario, e lo è ancora oggi, che nelle strade e nelle piazze di grandi città tornassero a manifestare per iniziativa di collettivi, gruppi femministi e lesbici, generazioni di donne che non hanno mai smesso dagli anni settanta di portare l’attenzione su un dominio particolare, fondamento di tutte le forme di oppressione finora conosciute e, allo stesso tempo, così sfuggente da confondersi con le relazioni più intime.
La libertà e l’autonomia spinte ai margini
È sicuramente un grande passo avanti il fatto che nel dibattito pubblico si cominci a nominare il risvolto oscuro, inquietante di legami amorosi, familiari, ritenuti “normali”, così come si può considerare una conquista di lente e pazienti battaglie del movimento delle donne l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni politiche e amministrative su questi temi.
Ma quando hanno fatto la loro comparsa provvedimenti legislativi volti a sensibilizzare, prevenire l’aggressività maschile, tutelare le vittime – penso al Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, da poco approvato – a essere esautorate e respinte ai margini sono state proprio le donne che hanno lavorato anni nei centri antiviolenza, nelle scuole, nei centri di documentazione e nelle associazioni culturali, per far crescere libertà dove c’era soggezione, autonomia dove c’era adeguamento a modelli interiorizzati.
Ci sono molti modi per far fronte a un cambiamento di sensibilità, convinzioni, rapporti di potere, che lentamente si fa strada fuori dal privato, da esperienze dolorose vissute in solitudine o rimaste all’interno di gruppi e movimenti costretti a un andamento carsico e a rare, brevi esplosioni sulla scena pubblica. Quello più comune è accontentarsi di politiche inclusive che lasciano inalterato il sistema di valori che è stato messo in discussione.
Il 26 novembre si terrà a Roma una manifestazione promossa da una vasta rete nazionale i cui slogan “Io decido”, “Non una in meno” dicono della rabbia crescente di chi ha sopportato troppo a lungo gli ostacoli frapposti alla propria libertà, al proprio piacere – dalla violenza manifesta alle pressioni psicologiche, alla condanna morale. Non sarà un caso che con tanta tempestività papa Bergoglio conceda a nome della chiesa il perdono alle donne che abortiscono, considerate “assassine” da tutte le religioni e da tanti “rispettabili” governi del mondo. Si può dire che le folle oceaniche che si sono viste negli ultimi tempi colorare le piazze, dall’Europa all’America Latina, hanno lasciato il segno. Ma chi “perdonerà” gli uomini per aver imposto con un asservimento violento la loro sessualità procreativa, costretto le donne a mettere a rischio la loro vita, prima per assecondare i bisogni e desideri altrui, oggi per affermare i propri?
Il dominio maschile, che comincia a essere portato alla storia solo ora, sostenuto nella sua eccezionale durata da una sorta di “naturalizzazione”, non ha significato solo l’esclusione delle donne dal governo del mondo, ma il controllo e lo sfruttamento dei loro corpi, con un potere di vita e di morte i cui residui barbarici arrivano fin nel cuore della modernità. Dovrebbe essere perciò facilmente comprensibile la radicalità con cui sempre riemerge la protesta di un femminismo convinto di dover far fronte a una guerra che ha per teatro il corpo: dalla sessualità alla maternità, all’interruzione volontaria di gravidanze indesiderate.
Rassicurazioni e perplessità
Oggi è proprio la certezza degli uomini di poter avere la donna tutta per sé – disposta come voleva il dettato rousseauiano ad “allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce” –, che, venendo meno, lascia allo scoperto una fragilità e una dipendenza maschile facili a trasformarsi in aggressione. Bisogna aggiungere che non ci sono più, a sostenere la “virilità”, quei corpi sociali che rassicuravano l’uomo della sua differenza dall’altro sesso.
Non è la prima volta che mutamenti prodotti dalla messa in discussione dei ruoli tradizionali di genere scuotono il sistema sociale, culturale e politico dalle sue basi, e finiscono per alimentare fondamentalismi religiosi, nostalgici ripiegamenti su retoriche di patria, nazione, razza eccetera. È successo ai primi del novecento, quando una “virilità guerriera” ha aperto la strada a un bellicismo esaltato come “stato naturale” dei maschi. Può succedere ancora.
Rassicura la comparsa, sia pure sporadica e isolata all’interno della cultura politica maschile, di analisi che vedono nel sessismo, nel privilegio che ha fatto dell’eterosessualità il modello su cui si sono costruite le differenze di genere e ogni altra forma di diseguaglianza, un aspetto non secondario di ciò che accomuna la società dei consumi, del “fai da te”, del liberismo economico, con il ritorno a un comunitarismo arcaico, gerarchico e autoritario. Lascia perplessi invece il muro di silenzio che fa apparire il femminismo come reminiscenza del passato, per poi aprire una breccia quando è necessario averlo come alleato contro le derive minacciose di una civiltà rimasta a lungo straniera per l’altra metà del genere umano.
(Internazionale, 24/11/2016)
di Mauro Muscio e Andrea Tornese
Il 26 novembre le nostre compagne, di vita e di lotta, scenderanno in piazza a Roma al grido Non una di meno, riprendendo lo stesso slogan, Ni Una Menos, delle mobilitazioni femministe che a partire dall’America Latina stanno attraversando il mondo.
La manifestazione sarà aperta dalle donne con uno striscione unitario e a seguire il corteo misto di partecipanti che si riconoscono nella lotta contro la violenza maschile sulle donne. Sarà una manifestazione femminista – per questo organizzata e guidata da donne – e sarà mista. Abbiamo voluto interrogarci sulla partecipazione degli uomini al corteo, non tanto per ribattere a sterili polemiche aperte nei giorni scorsi, ma per dare un contributo a chi si interroga sulla modalità con la quale gli uomini potrebbero sostenere le donne nella loro lotta contro la violenza sistemica, economica, sociale e culturale del patriarcato.
«Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista».
Queste parole della femminista inglese Kelly Temple offrono sicuramente un interessante spunto di riflessione da cui partire. Non è una banalità ricordare infatti che qualsiasi forma di femminismo nella storia e nei luoghi geografici è nato per opera delle donne e si è costituito, organizzato, evoluto, frammentato per opera delle donne. E ciò è accaduto, per dirla molto semplicemente, per trovare delle risposte alle oppressioni degli uomini. Le correnti femministe hanno portato avanti una discussione sulla vita degli uomini più di quanto gli uomini lo abbiano fatto consciamente su sé stessi, così come ogni oppresso riflette sulla propria condizione a partire dai privilegi che identifica in quelli che lo opprimono. Questo spiega in gran parte perché un uomo non sa se può aver senso definirsi femminista, poiché sa di usare un termine creato e costruito politicamente su misura di donna.
Gli uomini possono essere femministi? O possono solo sostenere la lotta femminista? Kelly Temple risponde difendendo lo spazio femminista (spazio inteso qui come luoghi fisici e soprattutto come discorsi, simboli, linguaggi, teorie e pratiche) il quale, giustamente, non avrebbe motivo di dover concedere uno spazio agli uomini perché, diciamo noi, non avrebbe senso né per gli uomini e né, soprattutto, per le donne. Quello che dice l’autrice è qualcosa di molto più complicato e corretto; gli uomini che vogliono definirsi femministi devono agire nella società, cambiarla, trasformarla e renderla femminista, e lo devono fare però – e qui il nodo complicato – senza pretendere di determinare il luogo femminista, ma ricevere il “pacchetto completo” farlo proprio e diffonderlo sfruttando positivamente la loro posizione di privilegio.
Che cosa sia la violenza per una donna lo sa solo una donna, e lo può legittimamente dire solo una donna. Come uomini quello che possiamo fare è ascoltare, fare nostro e fare in modo, come possiamo, che quel tipo di violenza non accada più, almeno per mano nostra. Il saper accettare di non determinare l’esperienza femminista è il primo passo, non scontato, di alleanza maschile con il femminismo. Si tratta quindi per gli uomini di avere un ruolo passivo nel volersi alleare con il bagaglio culturale femminista? Al contrario, è un ruolo di partecipazione attiva.
L’autrice però sottintende inevitabilmente anche un’altra cosa, ossia che debba esserci una relazione tra femministe e uomini, una relazione non imposta, necessaria o doverosa, ma anzi politica. Alla manifestazione #NiUnaMenos del 19 ottobre scorso a Santiago del Cile tra i partecipanti ha suscitato scalpore la presenza di un uomo senza maglietta che portava un cartello con su scritto: “Sono seminudo, circondato dal sesso opposto… e mi sento protetto, non intimidito. Voglio lo stesso per loro”. La foto che lo ritraeva è diventata virale sui social media trasformando l’uomo in un’icona dei “femministi”.
Il suo messaggio, pur definito geniale da più parti, in realtà porta con sé una contraddizione su cui riflettere: sfruttando il binarismo di genere e i suoi stereotipi, l’uomo ha sostenuto un’idea della donne come elementi passivi, protettivi e materni, fedeli ed inoffensive compagne. Le solite femministe esagerate? O come a tanti ignoranti piace definire, le solite nazifemministe? No. Piuttosto la costante incapacità culturale degli uomini di farsi da parte, la necessità di dover esserci – magari anche con nobili intenzioni – con una modalità egoriferita che esemplifica perfettamente la costante violazione maschile degli spazi delle donne; una ricerca di protagonismo spesso sinonimo di femminismo di facciata (tanto più che l’ex compagna dell’uomo, riconoscendolo sui social network, lo ha smascherato e ha raccontato le violenze che lei e la figlia hanno subìto). Aggiungiamo che inoltre sotto un certo punto di vista mediatico sembra abbia fatto più scalpore la presenza di un uomo in quel corteo piuttosto che il numero enorme di donne presenti.
Siamo cresciuti in una cultura sessista, l’abbiamo assorbita e ne siamo inevitabilmente portatori. Gli uomini, e chiunque venga riconosciuto come tale, godono di un privilegio a livello culturale, sociale e politico; esistono ruoli nella società, che mutano e si trasformano, ma che si declinano in ruoli di vantaggio e svantaggio, privilegio e non privilegio. Non è una visione vittimistica della società, è la società. Se non esistessero questi ruoli non vivremmo in contesti socio-culturali in cui patriarcato e capitalismo si legano quasi in un unicum nella filiera di produzione-riproduzione-normatività-sfruttamento-esclusione.
Gli stereotipi di genere non incidono solo a livello culturale ma, relegando le donne ai ruoli di cura, limitano il loro orizzonte professionale ed economico.
I tagli agli asili nido e alle case di cura, insieme all’assenza quasi totale di assistenza e welfare per anziani e disabili, costringe le donne a sopperire a queste carenze facendosi carico delle cure necessarie. Lo Stato risparmia nella cura dei propri cittadini facendo leva sul senso culturale diffuso che questo sia un compito destinato alle donne. Donne che rinunciano al lavoro, alla carriera, all’emancipazione economica e, non ultimo, al tempo libero.
La partecipazione delle donne al mondo del lavoro è più bassa di quella maschile. Non è un caso che, dal punto di vista della parità lavorativa, l’Italia sia al 114esimo posto della classifica mondiale per la presenza di donne negli incarichi manageriali e terzultima in Europa. In termini di retribuzione a parità di ruolo, l’Italia si trova al 128esimo posto nel mondo, fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Guadagnano in media il 6,9 per cento in meno dei loro colleghi uomini e fino al 10 per in meno nei settori impiegatizi.
A partire da questo gli uomini possono agire in maniera corretta nell’alleanza al femminismo. Sapere di essere giudicati in un certo modo e posti nel mondo perché uomini, socialmente uomini; sapere di agire in un certo modo nelle relazioni perché educati a farlo in un modo da uomini; essere consapevoli che il corpo maschile, costruito socialmente su canoni e norme maschili, determina lo spazio in cui si trova; e accettare di mettere in discussione questo sempre, con qualsiasi persona, indipendentemente dal genere, è il ruolo attivo con cui gli uomini possono rendere femminista il mondo.
Senza ripercorre gli incontri e scontri tra i movimenti femministi e movimenti LGBT*Q, ci basta qui sottolineare come il risultato tra i due percorsi produsse la critica agli stereotipi maschili e, nei momenti migliori, riuscì a produrre pratiche di liberazione. La scelta di un corteo misto per il 26 è un traguardo per il femminismo e non solo; è una scelta politica che chiama le donne a trovare negli uomini e nelle soggettività LGBT*Q giusti alleati per combattere la cultura sessista. La produzione di norme oppressive per le soggettività non maschili passa attraverso la necessaria costruzione di ruoli maschili di oppressione. Anche gli uomini, infatti, possono fare esperienza, occasionalmente o in maniera costante, di come agisce il machismo e l’eteronormativià: non tutti gli uomini corrispondono allo stereotipo del maschile; e chi non aderisce alla norma, a partire da quella sui ruoli di genere, è vittima di violenza ed esclusione (In questo senso Abbattiamo i muri ha lanciato la campagna “per raccontare la normatività che agisce sul maschile”: #MascolinitàFragile).
Gli stereotipi si modificano nel tempo, e questo anche perché il potere cambia e cede spazi di libertà per assicurarsi l’egemonia e per delegittimare i percorsi di liberazione. Ma non c’è ceretta che tenga o sopracciglia rifatte. Esiste un punto che definisce la differenza tra uomo e donna e a partire da quello si costituiscono i ruoli di privilegio o svantaggio.
Questo quindi basta per dire che saremo tutt* femminist* il 26? No, ed è banale dirlo, perché non è una vagina che rende automaticamente donne e soprattutto perché non tutte le donne sono femministe. Quante donne in nome dell’uguaglianza hanno adottato e adottano pratiche e linguaggi maschili per sentirsi più uguali?
Lo sappiamo bene anche noi frocie, perché abbiamo fatto esperienza, all’interno della comunità LGBT*Q, che pure ha subito e subisce forme di discriminazione e violenza patriarcale, di individui e soggettività che adottano pratiche etero ed omonormative. Mano a mano che le esperienze e i diritti LGBT diventano più accettati e riconosciuti, cresce la voglia di far parte della cultura dominante, normata. Inseguendo questo desiderio, pur di diventare accettabili, meritevoli di spazio politico e diritti, spesso si perpetuano pregiudizi, valori e comportamenti omolesbotransfobici e misogini che danneggiano e marginalizzano molte persone all’interno della stessa comunità LGBT*Q. Non saremo tutt* femministi, perché gli uomini, in tutti i casi, difficilmente potranno capire realmente, soprattutto quelli bianchi, eterosessuali e di classe sociale medio-alta, cosa comporti essere oppressi, minoranza, esclus* o dimenticati nella vita di tutti i giorni.
Saremo una coscienza collettiva che a partire dalle nostre identità, storie, desideri, lotte, esperienze e sconfitte, non si arrende all’idea che la violenza maschile sulle donne è una parte strutturale del sistema e che svelare il suo funzionamento e le sue forme più subdole significa svelare la violenza necessaria su cui si fonda il sistema di produzione, riproduzione e normalizzazione.
Il 26 novembre saremo alleati delle femministe nella lotta contro il patriarcato. E sarà una manifestazione produttiva se, come uomini, metteremo in discussione il nostro privilegio, culturale e socio-economico; se dalla sera stessa cercheremo di modificare parte del nostro comportamento nei confronti delle nostre compagne, amiche, madri, sorelle, zie, nipoti, vicine di casa, colleghe, etero, lesbiche o trans* se scaveremo a fondo per capire quanto di omofobo e sessista abbiamo ancora da decostruire in noi stessi.
Saremo femministi quando non sentiremo l’esigenza di declinare femminista al maschile per sentirci inclusi. Consapevoli di questo possiamo definirci alleati delle femministe, pront* a decostruire i ruoli a partire dalle nostre posizioni nella società.
(www.communianet.org, 21 novembre 2016)
di Emanuela Mariotto
C’è qualcosa di più, per le donne, nella Lettera apostolica «Misericordia et misera» di papa Francesco, della possibilità di accedere alla assoluzione dal peccato di aborto. È, sì, delineato un cammino più semplice per ottenere la cancellazione della scomunica, tuttora formalmente in vigore nel Codice di diritto canonico, potendo ora ogni sacerdote assolvere nella pratica del sacramento della confessione, facoltà prima riservata al vescovo o ai sacerdoti da lui
autorizzati. Ma non c’è solo questo. Richiamando, attraverso sant’Agostino, il racconto evangelico dell’adultera che le dà il titolo, la Lettera di papa Francesco mette al centro della nostra attenzione un episodio che illumina la straordinaria modalità di relazione di Gesù con una donna considerata meritevole di lapidazione secondo la legge ebraica. Gesù, infatti, dopo aver fatto allontanare i maestri della legge e i farisei accusatori della donna con le parole: «Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei», vede che la donna non si è mossa. Si rivolge, allora, a lei dicendole: «Dove sono andati? Nessuno ti ha condannata.» La donna risponde: «Nessuno, Signore.» E Gesù, qui sta il punto importante, non dice «Io ti perdono», ma: «Nemmeno io ti condanno. Va’ e non peccare più». La differenza simbolica è grande. Così facendo, Gesù mostra una diversa postura nella relazione con la donna considerata colpevole
dalla legge: RICONOSCE la sua LIBERTÀ e fa appello alla sua SOGGETTIVITÀ per le scelte future che ella vorrà fare. Fatti, questi, assolutamente rivoluzionari per la società e la cultura del tempo e il cui significato è attualissimo per le donne di oggi.
(www.libreriadelledonne.it, 24 novembre 2016)
di Emanuela Mariotto
Il 28 ottobre è morta a Roma la poetessa siciliana Jolanda Insana.
Leggiamo la sua bellissima traduzione del frammento 55 di Saffo, per smentirla.
Saffo, frammento 55
morta-sarai-morta
e nessuna memoria di te nel tempo.
Chiusa alla poesia
anche nell’aldilà
sarai un’ombra che sbanda
tra altre ombre senza luce
(www.libreriadelledonne.it, 24 novembre 2016)
Appuntamento: sabato 26 novembre 2016, h 18, Libreria delle donne, Via Calvi 29, 02
Lettera d’invito a donne e uomini che amano la città e desiderano partecipare al suo cambiamento per essere amica di nuovi modi di abitarla.
I suoi abitanti, residenti o temporanei, stanno esprimendo nuove idee di libertà che cambiano gli usi degli spazi pubblici e del tempo privato.
Problemi abitativi mai affrontati da altre generazioni chiamano donne e uomini responsabili a comprendere assieme cosa è oggi la città, in particolare di Milano. Chiamano a costruire collegialmente un’architettura di idee, misure, principi, esperienze in grado di affrontare i problemi odierni per i quali non bastano le discipline se manca un nuovo senso comune delle cose da fare.
Come si può fare convivere popoli di diverse culture nello stesso territorio rispettandosi reciprocamente e cooperando per un’economia variegata e solidale; quali possono essere i servizi alla mobilità individuale capaci di invertire i trend dell’inquinamento dell’aria; quali sono le tipologie edilizie di spazi pubblici sensibili a nuove pratiche di relazioni che mescolano vita e lavoro, impegno e loisir, presenza in corpore vivo e connessione remota; cosa significa l’accesso ai beni urbani e la prossimità al corpo nell’era delle tecnologie della luce; quali sono le opportunità e i vincoli che incontriamo avendo detto sì, due volte sì, alla vita e al lavoro e desideriamo che la città sia amica di questo progetto di nuova civiltà?
Abbiamo usato spesso la parola nuovo, ma nulla dei problemi esposti è veramente nuovo. Le molte cose sottese a questa cascata di problemi che affollano la nostra politica si sonno mossi spesso dagli anni ’70 quando è crollata l’era della modernità sette-ottocentesca.
Da allora molte cose sono state fatte da politici e attori sociali, molti processi si sono adeguati l’uno con l’altro e messi in risonanza. L’investimento finanziario e progettuale sulle città e sui sistemi territoriali è stato ciclopico in tutto il mondo. Alcuni progetti sono stati esemplari.
Ma oggi c’è un generale cambio di passo vicino e lontano. E noi di LabMI desideriamo coglierlo con voi amiche e amici di questo progetto aperto presso la Libreria delle donne di Milano.
Noi pensiamo che solo assieme possiamo discernere il grano dal loglio del troppo che affolla i nostri sguardi.
Care amiche e cari amici,
i sabati di LabMI sono un’attività promossa dal gruppo di donne che ha avviato i laboratori di progetto su Milano nell’aprile 2016. Le attività sono di due diversi tipi: nel laboratorio del martedì pomeriggio (due ogni mese) proseguiamo l’ascolto dei modi di abitare di Lei e ne facciamo la mappatura. Nei sabati di LabMI, radi nel calendario, chiamiamo a raccolta un pubblico più vasto per presentare i risultati e darci una strategia di lavoro.
I sabati di LabMI sono partiti da settembre 2016. Il primo ha parlato della rinnovata stagione di lavoro, nel secondo abbiamo fatto una interpretazione collegiale dei risultati sui modi di abitare.
Sabato 26 novembre vi invitiamo a riflettere assieme sulla genealogia di LabMI. La genealogia è una costruzione volontaria e desideriamo condividerla con voi. L’abbiamo chiamata “La città di carta” perché si trova in scritti e immagini di diverso formato.
Cosa facciamo il 26? In 7 minuti ciascuna Stefania Giannotti ci spiega come la stiamo costruendo; Bianca Bottero ci dice perché Jane Jacobs è madre di pensiero attuale; Ida Farè ci dice cosa proviene da Vanda; Sandra Bonfiglioli ci dice cosa prendiamo dall’urbanistica dei tempi; Laura Minguzzi ci dice della Città Vicine.
Poi discutiamo assieme delle prospettive. Vi aspettiamo.
di Gabriella Kuruvilla, scrittrice e pittrice
È un déjà vu, non illusorio ma reale. Un disco rotto, quasi. Perché la storia sembra ripetersi, tale e quale, circa. A Milano, in via Padova: la strada più multietnica, e popolare, della città. Una riga di asfalto lunga quattro chilometri che da piazzale Loreto arriva fino alla tangenziale Est, portando dalle vetrine dello shopping situate quasi in centro fino ai campi coltivati a orto dell’estrema periferia.
Il quartiere – molto simile a un salotto all’aperto dove la gente si incontra, chiacchiera e si conosce (e, sì, anche litiga e delinque) – è quello con la più alta concentrazione di negozi e conta circa 36mila abitanti, di cui quasi un terzo stranieri: filippini, cinesi, egiziani, peruviani, senegalesi, romeni, marocchini e indiani, soprattutto. Per un totale di circa 150 diverse etnie. Persone arrivate a partire dagli anni ottanta, e andate a vivere nelle abitazioni spesso fatiscenti degli italiani (di solito non milanesi) che le hanno precedute.
Questa strada, infatti, ha sempre accolto tutti: i primi a trasferirsi in zona, agli inizi del novecento, sono stati i brianzoli, i bergamaschi e i mantovani. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, c’è stata l’ondata dei meridionali e dei veneti. Molti di loro negli anni se ne sono andati, rimpiazzati – soprattutto ultimamente – anche da alcuni intellettuali e artisti. Che, pur non ignorando le problematiche del luogo, lo hanno scelto: perché lo considerano vivo, vero e stimolante.
È il quartiere più europeo di Milano, ricorda la Londra dei Beatles ma viene vissuto come un problema di ordine pubblico
In effetti solo qui, a Milano, è possibile immergersi in una tale mescolanza di culture: fuor di metafora, ne vedi di tutti i colori, ne senti di tutte le lingue, ne annusi di tutti gli odori e ne gusti di tutti i sapori. Anche perché molti negozi italiani, in procinto di chiusura, sono stati rilevati da commercianti stranieri: che, riportando in vita queste attività, hanno ridato vita nel quartiere. Cambiandone, e arricchendone, l’atmosfera: così che si ha l’impressione di fare quasi il giro del mondo, solo percorrendo via Padova. Una strada che potrebbe diventare il nostro East End milanese, e rappresentare un modello di convivenza. Ma che spesso viene descritta come il ghetto, la casbah, il Bronx o la banlieue italiana più disastrata.
Federico Riccardo Chendi, uno dei soci dello Spazio Ligera – locale che si trova proprio a metà della via, di fronte alla Casa della cultura islamica – aveva detto: “È il quartiere più europeo di Milano, ricorda la Londra dei Beatles ma viene vissuto come un problema di ordine pubblico”. Il suo commento si riferiva a quello che stava succedendo nel 2010, quando era sindaca Letizia Moratti, e che sembra riproporsi adesso. Come se nulla, negli anni, fosse cambiato.
All’epoca, sulla linea 56 – l’autobus-babele che percorre quasi tutta la strada – un diciannovenne egiziano e un trentenne dominicano, residenti altrove, avevano litigato perché uno aveva pestato i piedi all’altro. Erano scesi alla prima fermata, e il dominicano aveva ucciso con una coltellata l’egiziano. Il cadavere era rimasto riverso sul marciapiede per ore, provocando lo sconcerto e la rabbia di un gruppo di magrebini, che aveva ribaltato e fracassato auto e vetrine. La protesta era stata chiamata rivolta, e paragonata a quelle delle banlieues parigine: nonostante qui “i problemi di ordine pubblico” nascessero da altre motivazioni, fossero durati solo poche ore e avessero coinvolto un breve tratto di strada.
La risposta politica, anche se l’omicida e la vittima non abitavano nella via ma erano solo passeggeri in transito, era stata quella di decretare il coprifuoco nel quartiere: la chiusura anticipata dei negozi aveva svuotato le strade poco dopo il tramonto, rendendole realmente pericolose, mentre la zona veniva messa sotto assedio, questa volta non dai manifestanti stranieri ma dalle forze dell’ordine italiane. Vigili, poliziotti e militari – inguainati nelle loro divise, armati di manganelli e pistole e inscatolati dentro auto, camionette e blindati – rastrellavano il quartiere, per ripulirlo: come se i rifiuti da raccogliere fossero quelli umani.
Intanto la via assumeva un aspetto alla Blade Runner (anche se non pioveva sempre, per fortuna): non era ancora morta, ma certo non stava molto bene. E a curarla c’erano, e in questi anni ci sono stati, solo gli abitanti, i commercianti e le innumerevoli associazioni di zona: da cui tra l’altro è nato lo slogan, diventato un comitato e una festa, “Via Padova è meglio di Milano”. Perché in effetti lo è, o perlomeno potrebbe esserlo: se solo non si mettesse un cerotto a coprire un’infezione, che così facendo invece di guarire peggiora. La sparatoria a piazzale Loreto
Come pare stia per succedere anche ora, dopo la sparatoria avvenuta il 13 novembre in piazzale Loreto che ha coinvolto un gruppo di sudamericani e che ha portato alla morte di un trentasettenne dominicano. La reazione delle istituzioni è stata quella di indire immediatamente un vertice sulla sicurezza, a cui ha partecipato anche il ministro dell’interno Angelino Alfano che ha dichiarato: “A Milano, per supportare le forze dell’ordine che già operano a livelli eccellenti, verranno inviati centocinquanta militari in più, così che il loro numero totale arriverà a ottocento”.
Dunque, sono cambiati i tempi e pure le giunte comunali, ma ogni volta che accadono fatti di cronaca nera in questa zona l’unica logica adottata è quella dell’emergenza, che porta sempre alla stessa “soluzione”: militarizzare i quartieri a rischio, come se questa fosse la panacea di tutti i mali. “Con il terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo”, diceva Michail Bulgakov.
Evidentemente, c’è chi continua a non pensarla così: “L’esercito”, ha spiegato il sindaco Beppe Sala, “servirà per il ‘presidio dei luoghi sensibili’ in modo da liberare la polizia locale, che potrà essere impiegata altrove”. Per esempio, in altre aree ad alto tasso di immigrazione. Come la stazione Centrale. O porta Venezia, e i suoi giardini: dove qualche giorno fa due vigili mi hanno fermata, mentre stavo correndo: “Che c’è?”, gli ho chiesto. “Multa per eccesso di velocità”, mi hanno risposto. Simpaticissimi. E soprattutto, in questo caso, davvero utili. “Crediamo nell’utilizzo delle pattuglie miste”, ha continuato il sindaco, “e i militari in più porteranno a rinforzarle nelle vie più difficili e nei luoghi di aggregazione”.
A Sala hanno risposto, con una lettera, i docenti volontari della scuola per immigrati di Villa Pallavicini, situata quasi alla fine di via Padova, che da anni lavorano con gli stranieri cercando di migliorare le loro condizioni di vita, in un’ottica di scambio e di accoglienza: “Degrado e abbandono non si battono con le camionette: abbiamo bisogno di banchi e di sedie, non di divise”, hanno scritto. Perché la presenza dei soldati, utilizzati come spaventadelinquenti, certo non risolve la criminalità: agisce (nella migliore delle ipotesi) sui suoi effetti, senza però eliminarne le cause. Al massimo è un palliativo, o un’operazione di facciata. Che non risana le ferite: ovvero le sacche di degrado e di emarginazione, abbandonate da tempo a se stesse e lasciate prosperare fino alla loro degenerazione.
Nel frattempo, per il 30 novembre, presso lo Spazio Ligera, è stato organizzato l’evento “Rigenerare via Padova fino in fondo” con l’intento di valorizzare tutte le realtà e le esperienze positive che in questa zona esistono, e che spesso non sono in contatto fra loro: “Perché via Padova non è il paradiso, ma neanche quell’inferno che qualcuno, per ragioni strumentali, vuole dipingere”, spiegano gli organizzatori. Questa iniziativa, come molte altre che sono nate e che stanno nascendo, parte ancora una volta dal basso, in attesa che magari ne arrivino – di davvero efficaci e non di superficie – anche dall’alto: in molti le aspettano, da tempo.
(Internazionale, 23 novembre 2016)
di Luciana Castellina
Femminicidio. La relazione con i nostri carnefici non è più la stessa: in crisi di identità, privati dello scettro, confusi su ruolo e mascolinità
Ma davvero qualcuno credeva che una rivoluzione come la nostra, la più stravolgente ed estesa di tutta la storia, potesse procedere senza che scorresse il sangue? Le donne sono vittime del terribile colpo di coda sferrato da un maschio che sente di aver perduto autorità, e però conserva ancora il potere.
E inevitabilmente a essere colpite sono quelle in prima linea sul fronte dello scontro, quelle che hanno avuto il coraggio di “praticare l’obiettivo” sperando che una liberazione individuale le avrebbe poste in salvo prima della vittoria generale.
Lo dico perché sento molte pur sacrosante denunce dell’escalation femminicida viziate da un vittimismo che sembra collocare quanto di orribile accade nel solco della tradizione: oggi come ieri ci ammazzano.
È vero, continuano a ammazzarci, ma la relazione con i nostri carnefici non è più la stessa: in crisi di identità, privati dello scettro, confusi su ruolo e mascolinità – e perciò debolissimi e spaventati – sono loro, non più noi.
Non è una buona ragione per stare tranquille. Ma è importante esser consapevoli che stiamo avanzando in una guerra asprissima. Come ogni sovvertimento vero. Consapevoli che, per vincerla, non basta aver conquistato qualche parità nelle professioni così come in campo sessuale (purtroppo lo pensano molte ragazze). Questa è “l’emancipazione”, concetto che da parecchi decenni il nuovo femminismo ha relegato al medio evo.
Va cambiata tutta la società per imprimerle, nel simbolico e nei fatti, il segno dei nostri bisogni e dei nostri tempi di vita, sì da riorganizzarla tenendo conto che non esistono esseri neutri, ma maschi e femmine, esseri umani appartenenti a generi fra loro diversi, di cui occorre che il sistema rifletta l’identità.
(il manifesto, 22 novembre 2016)
GIOVEDÌ 24 NOVEMBRE ALLE ORE 19
ALLA TRIENNALE DI MILANO
LECTIO MAGISTRALIS ORGANIZZATA DA
AFIP INTERNATIONAL
Il secondo appuntamento è con
MARINA BALLO CHARMET, PAOLA DI BELLO E PAOLA MATTIOLI.
Modera FRANCESCA PASINI
Nuovo appuntamento alla Triennale di Milano con le Lectio Magistralis realizzate da AFIP International, Associazione Fotografi Italiani Professionisti. Il secondo incontro, in programma giovedì 24 novembre alle ore 19, propone uno sguardo tutto al femminile durante il quale Marina Ballo Charmet, Paola Di Bello e Paola Mattioli, insieme alla moderatrice Francesca Pasini, rifletteranno sulla fotografia, tra esperienza quotidiana, problematiche socio-politiche e interrogazioni sul tema del vedere.
Le tre artiste sono tra le protagoniste della mostra “L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015”, alla Triennale fino al 7 gennaio 2017.
La ricerca di Marina Ballo Charmet si focalizza intorno al quotidiano, all’ordinario, sia che appartenga alla città, sia alla sfera privata, esplicitando visivamente il laterale, il “sempre-visto” e adottando uno sguardo caratterizzato da mobilità percettiva e dal fuori fuoco, laterale o dal basso – tipico della condizione infantile – che restituisce una visione fluttuante, una “percezione periferica” legata al nostro preconscio; quella di Paola Di Bello indaga alcune delle problematiche sociopolitiche che delineano la città contemporanea, entrando in situazioni di vita quotidiana, spesso caratterizzate da un profondo disagio umano, e determinando uno spostamento del punto di vista; Paola Mattioli ha affrontato temi teorici come l’interrogazione sul vedere, il linguaggio, la differenza femminile, oltre che raccontare con sguardo speculativo, lontano dal classico reportage, grandi e piccole storie, dall’Africa alle fabbriche, dal carcere all’eclissi.
L’iniziativa Lectio magistralis di fotografia e dintorni è promossa da AFIP International e CNA Professioni, realizzata in collaborazione con La Triennale di Milano, il Maxxi – Museo Nazionale delle Arti del XII secolo di Roma, Rete Fotografia e con il contributo di Asphot, Canon, Epson.
Welcome To This House di Barbara Hammer (79’, USA 2015). Con uno stile poetico ed evocativo, Barbara Hammer narra la vita di Elizabeth Bishop (1911-1979), Premio Pulitzer, una delle figure più grandi della poesia del Novecento americano, attraverso le case in cui visse e scrisse, fra Nova Scozia, Key West, Brasile e Cambridge (Massachussets).
Barbara Hammer è considerata da oltre vent’anni una delle artiste visuali più importanti della comunità queer. Ha esplorato a fondo il linguaggio filmico sperimentale e tale ricerca permea tutta la sua opera cinematografica. Ha ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo, compresi due Teddy Award nelle edizioni 2009 e 2011 della Berlinale, e, grazie a una produzione ricchissima di più di 80 lavori, i Festival del Cinema – compreso IMMAGINARIA nel 2008 – nonché le istituzioni culturali più importanti (Tate Modern Gallery e il Museo d’arte Moderna di New York) le hanno dedicato numerose retrospettive.
Introducono Luciana Tavernini della Libreria delle donne e Debora Guma dell’Associazione Immaginaria. La serata, proposta dall’AssociazioneLucrezia Marinelli, è in collaborazione con IMMAGINARIA@ mix milano filmfestival.
Condotta da Luisa Muraro
con l’assistenza di Lola Brunetto
LIBRERIA DELLE DONNE
Via Pietro Calvi, 29 – Milano
DA NOVEMBRE AD APRILE
LA TERZA DOMENICA DI OGNI MESE
dalle ore 15.00 alle ore 17.00
Si apre a Milano la prima accademia filosofica per giovanissimi, voluta da un gruppo di bambine e bambini che desiderano non “imparare” (c’è già la scuola) ma incontrarsi in uno spazio comodo per pensare e ragionare su di sé e il mondo. Luisa Muraro ha accettato di fare da docente, che vuol dire: guida nella ricerca.
L’Accademia affronterà i grandi temi dell’esistenza come ha sempre fatto la filosofia, ma li affronterà senza escludere le domande e l’esperienza delle persone più giovani.
Di che cosa si parlerà? Della nascita, della condizione infantile, della morte, della vita dopo la morte (se c’è, non c’è), dei soldi, dell’amore, della guerra, della paura…
L’Accademia si svolge da Novembre ad Aprile per un totale di sei incontri presso la Libreria delle donne ed è aperta a bambine e bambini dagli 8 ai 12 anni. Il limite di età è indicativo e non vincolante.
Gli incontri avranno luogo il pomeriggio della terza domenica di ogni mese, secondo il calendario riportato sotto, e dureranno circa due ore ciascuno.
Si tratta di un’esperienza nuova e queste regole sono necessarie ma non assolute: potremo cambiarle e ogni partecipante può adattarle alle sue esigenze.
L’Accademia è libera e gratuita. Vi chiediamo però l’iscrizione entro il 10 novembre scrivendo a lola.brunetto@gmail.com o telefonando al 333.6986820 e chiedendo di Lola. È gradita una telefonata da parte della bambina o del bambino interessati a partecipare all’Accademia.
La presentazione dell’Accademia avverrà domenica 6 novembre alle ore 15.15 in Libreria, che (ricordiamo) si trova in via Pietro Calvi, 29, vicino a Piazza Cinque Giornate, Milano, tel. 02 70006265.
Calendario degli incontri
20 Novembre, 18 Dicembre 2016, 22 Gennaio, 19 Febbraio, 19 Marzo, 9 Aprile 2017
Luisa Muraro è filosofa e scrittrice. Durante gli anni settanta interrompe la carriera universitaria iniziando ad insegnare nella scuola dell’obbligo. Qui dà vita a un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”, l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola. Dagli anni settanta è una tra le maggiori teoriche femministe ed è stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima. Tra le sue opere: L’ordine simbolico della madre (Editori Riuniti, 1991), Il Dio delle donne (Mondadori, 2003), Non si può insegnare tutto (con Riccardo Fanciullacci, La Scuola, 2013).
Lola Brunetto ha dieci anni, frequenta la quinta elementare della scuola pubblica di Via Gentilino a Milano e suona il violino.
Vuoi presentare la Comunità di Diotima ai nostri lettori?
Diotima nacque nel 1984 presso l’Università di Verona come comunità di sole donne amanti della filosofia e interessate a rendere conto della differenza sessuale nel lavoro del pensiero. La fondazione di Diotima era stata preceduta da un’esperienza di circa due anni di lavoro “politico”, sul modello della pratica femminista dell’autocoscienza e con l’impegno di commentare un numero di “Sottosopra”, una rivista della Libreria delle donne di Milano: il gruppo politico si chiamava “Fontana del ferro”, dal nome della via in cui si svolgevano le nostre riunioni. Animatrici di entrambe le iniziative furono soprattutto Luisa Muraro e Chiara Zamboni; io partecipai a entrambe fin dall’inizio. Tuttavia, quando l’esperienza di Fontana del Ferro si concluse e contestualmente nacque Diotima, alcune donne si fecero da parte e altre, impegnate nella ricerca filosofica, si aggiunsero. Pensammo che, visto che la filosofia su cui ci eravamo formate aveva una chiara impronta maschile ed era segnata da un’omosessualità socio-simbolica, cioè dal fatto che gli uomini si rivolgevano prioritariamente ad altri uomini come interlocutori, escludendo le donne, noi potevamo dar vita a una filosofia in cui noi donne ci saremmo rivolte preferenzialmente ad altre donne come interlocutrici privilegiate. All’inizio, escludemmo di fare riferimento a pensatori maschi, ad eccezione di quei pochi su cui ci eravamo formate e che avevamo profondamente interiorizzato, e mettemmo in primo piano lo scambio di pensiero vivo fra noi, in presenza, dando così autorità alla parola delle altre, e tenendo come riferimenti teorici le pensatrici femministe, soprattutto quelle della differenza sessuale che ci avevano preceduto, fra cui Luce Irigaray. All’inizio, il lavoro era faticoso e molto di ciò che cercavamo di dire risultava oscuro, ma gradualmente, nello scambio fra noi, emersero dei temi che cominciarono a prendere forma: innanzitutto il pensiero della differenza sessuale, poi la relazione con il mondo, la pratica femminista del partire da sé, l’autorità femminile e molti altri. I primi anni furono caratterizzati dalla centralità di Luisa Muraro, alla cui autorità quasi tutte si riferivano, quasi sempre per accordarvisi, talvolta invece per entrare in conflitto, in conflitti difficili e dolorosi. Nella centralità di Luisa, nella sua eccessiva autorità, c’era qualcosa che funzionava: l’autorità fra noi non circolava, si fissava su una sola. Una faticosa riflessione su questa impasse portò in seguito ciascuna di noi a farsi carico della propria stessa autorità; l’autorità cominciò così a circolare più liberamente, in un tessuto di relazioni più mobile e fluido. A quel punto, considerammo il “fare diotima” semplicemente come il nome delle relazioni fra noi: ciò vuol dire che l’autorità è nelle relazioni e non in possesso di una singola. Attualmente e già da diverso tempo Luisa Muraro si è fatta da parte rispetto al lavoro di Diotima, la cui responsabilità ricade ora soprattutto su Chiara Zamboni, ma anche su ciascuna di noi. Fin dall’inizio, e questo continua tuttora, di Diotima fanno parte donne amanti della filosofia, ma non necessariamente accademiche: alcune sono interne, altre esterne all’università. Diotima si riunisce all’università di Verona, ma non ha uno statuto né un’organizzazione formale di alcun tipo: vive solo finché è vivo il desiderio di coloro che ne fanno parte. Il suo lavoro si struttura con riunioni a cadenza mensile, cui si aggiungono due volte l’anno dei ritiri filosofici di due giorni, animati da un’intensa discussione. Ogni anno, in autunno, i temi su cui stiamo lavorando sono presentati al Grande seminario, che è aperto al pubblico, donne e uomini. Nel corso del tempo, alcune donne si sono allontanate da Diotima e altre, spesso più giovani, se ne sono aggiunte, cosicché attualmente c’è una buona presenza di giovani donne, accanto alle fondatrici.
Come nasce l’idea del Seminario di quest’anno e come s’inserisce nel percorso che Diotima vuol fare?
L’idea del Seminario di quest’anno è emersa, come succede quasi sempre, nel ritiro filosofico che abbiamo fatto a fine giugno. In realtà, gran parte della discussione in quel ritiro verteva sulla questione della competenza simbolica, cioè su come si arrivi a maturare un proprio punto di vista sulla realtà e a prendere posizione a partire da sé e non secondo idee già confezionate.
Tuttavia, ci è sembrato che un Seminario sulla competenza simbolica sarebbe risultato troppo astratto e probabilmente poco comprensibile per chi sarebbe venuto ad ascoltarci. Luisa Muraro, che non partecipa alle riunioni mensili di Diotima ma ai ritiri sì, ha allora proposto il tema della violenza, su cui aveva già riflettuto nel suo libro Dio è violent (Nottetempo, Roma 2012). Dopo qualche perplessità, dovuta al fatto che questo tema si allontanava molto da quanto si era discusso fino a quel momento, la proposta è stata accolta: il tema della violenza è, infatti, di grande attualità, sia per i numerosi casi di violenza patita da donne di cui ci danno quotidianamente notizia le cronache sia perché quella attuale è una società attraversata da molta violenza, una violenza che abita anche dentro di noi e che merita di essere interrogata. La riflessione sulla violenza s’inserisce in un percorso di confronto di Diotima con questioni di attualità che coinvolgono le donne: nelle riunioni dello scorso anno abbiamo discusso molto della gestazione per altri (il cosiddetto utero in affitto) e delle unioni civili e abbiamo rilanciato la prospettiva della differenza sessuale nel conflitto tuttora aperto con le teorie gender e queer.
Puoi illustrare i contenuti del Grande Seminario?
Posso solo immaginare a grandi linee quello che ne emergerà, dal momento che io non sono fra le relatrici del Grande Seminario di quest’anno (5 lezioni nei mesi di ottobre e novembre). Nella discussione di preparazione al Seminario, eravamo partite dalla violenza sulle donne, una violenza che oggi è registrata puntualmente dai mass media e per cui è stato recentemente coniato il termine “femminicidio”, ma che in realtà viene da molto lontano e che ha accompagnato tutta la storia del patriarcato: alle nostre spalle c’è una lunga storia di misoginia, cioè di odio verso le donne, che va dalla loro emarginazione dall’umano e dal loro schiacciamento sul lato “animale” e dalla loro lunga esclusione dalla sfera politica fino alla caccia alle streghe e oltre. Oggi, il riacutizzarsi della violenza sulle donne è come un colpo di coda del patriarcato morto o morente: è legato probabilmente al fatto che molte donne ormai si sottraggono ai ruoli tradizionali che esse ricoprivano nell’ordine patriarcale. Tuttavia, non c’è solo la violenza sulle donne. Il Seminario tratterà della violenza in tutta la sua ampiezza e pervasività, come dismisura che precede e va di pari passo con l’umanità. La violenza accompagna fin dall’inizio l’esperienza dell’essere umano: basti pensare, sulla scia di Melanie Klein, al rapporto di amore e odio – aggressività, rabbia, violenza – che la creatura piccola intrattiene con la madre, amata ma anche odiata perché non è sempre a propria disposizione. Basti pensare alla violenza all’origine delle società e del sacro secondo alcune ipotesi antropologiche, fra cui quella di René Girard. Nel campo delle teorie politiche, secondo Thomas Hobbes è lo Stato, il Leviatano, a detenere legittimamente il monopolio della violenza, sottraendone l’esercizio in prima persona ai singoli per evitare la guerra di tutti contro tutti che ne sarebbe la conseguenza inevitabile. Questo presupposto della teoria politica moderna può essere messo in discussione, chiedendosi se davvero solo lo Stato possa detenere il monopolio della violenza. Hannah Arendt distingue opportunamente la violenza dal potere, dalla forza e dall’autorità; tuttavia, possiamo constatare che spesso si verifica nella realtà una commistione di potere e violenza. Ancora oggi molta violenza attraversa e pervade le nostre società, installandosi anche dentro le nostre anime. Qualcosa ce ne dobbiamo pur fare e soprattutto qualcosa ne dobbiamo dire, sapendo che la violenza si scatena quando vengono meno le mediazioni o quando il linguaggio, la prima e più importante mediazione, prolifera troppo e gira a vuoto senza avere più efficacia e allora, spesso, subentra la violenza. Siamo convinte che le donne siano capaci di un ascolto attento della violenza propria e altrui perché sono consapevoli della possibilità della violenza maschile sul proprio corpo. Speriamo anche di aver guadagnato, grazie alla fiducia che circola nelle relazioni fra noi e con altre donne, un punto di avvistamento sulla violenza sufficientemente distaccato da poterla guardare accogliendo questo fatto doloroso senza farcene travolgere. Altrimenti, se ne fossimo travolte, non ci sarebbe possibilità di parola, ma solo mutismo. Fare parola e pensiero in fedeltà alla differenza femminile sulla violenza, sia quella patita sia quella che ci attraversa, ci abita e che noi stesse possiamo esercitare, è la scommessa all’origine di questo Grande Seminario.
Wanda Tommasi vive a Verona, dove insegna filosofia all’università. Fin dalla fondazione, fa parte della comunità filosofica femminile “Diotima”, con cui ha elaborato il pensiero della differenza sessuale. Nella sua ricerca, ha privilegiato l’opera di Simone Weil, cui ha dedicato due volumi, e quella di altre pensatrici contemporanee. Fra le sue pubblicazioni: I filosofi e le donne (Tre lune, 2001), Etty Hillesum. L’intelligenza del cuore (Messaggero, 2002), La scrittura del deserto (Liguori, 2004), María Zambrano. La passione della figlia (Liguori, 2007), Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana (Liguori, 2011), e Ciò che non dipende da me. Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo (Liguori, 2016).
NOSTOP Periodico FILT CGIL Nazionale, n. 92 – Novembre 2016
di Anna Paola Moretti, ricercatrice
Biografie di donne da ricostruire e interrogare, come nella storia di Leda Antinori. La memoria è un processo relazionale
Da qualche tempo mi sono ritrovata a scrivere di storia cercando di far parlare l’esperienza femminile da una posizione di ascolto1. Per fare un esempio, voglio parlare di Leda Antinori, su cui ho condotto una ricerca con Maria Grazia Battistoni2, per riportare sulla scena pubblica la vita di una ragazza partigiana di cui nella sua stessa città, Fano, era rimasto noto solo il nome. Il mio desiderio era di avvicinarmi alla sua verità umana, oltre che a quella fattuale. La vita di Leda si è consumata in un breve arco di tempo: dal 17 febbraio 1927 al 3 aprile 1945. Mentre la sua casa diventava un punto di riferimento importante per la Resistenza fanese durante l’occupazione tedesca, lei aderì alla Resistenza rivelando coraggio e determinazione. Non era spinta da alcun bisogno di sottrarsi ai bandi di
arruolamento della repubblica di Salò. Trasportava messaggi, armi, stampa clandestina, lungo la vallata del Metauro fino alla Gola del Furlo; faceva anche parte dei Gruppi di Difesa della donna, che offrivano assistenza ai combattenti ma erano per le donne anche spazio di confronto su questioni relative alla propria condizione femminile e al loro futuro. Fu arrestata il 20 luglio 1944 mentre trasportava armi, come scrisse nel diario che poté appena abbozzare: mentre la mattina io Luciano Ilvio e gli altri portavamo dei fucili e rivoltelle nel nostro comando che si trovava a Fenile, fummo fermati dai tedeschi. I miei compagni sono fuggiti e io per non farli prendere mi son consegnata a loro. Condannata a morte dopo una serie di interrogatori e carcerazioni in varie località, in seguito ad un bombardamento sulle carceri bolognesi riuscì a fuggire e a far ritorno a Fano, attraversando il fronte. Distrutta fisicamente per le violenze subite e le sofferenze durante la fuga randagia per le campagne dell’Emilia Romagna, morì di tubercolosi poco dopo il suo ritorno. Aveva da poco compiuto 18 anni e al suo funerale partecipò una folla commossa. Nella sua città Leda è stata ricordata come
una vittima della barbarie nazifascista. Ricostruendo la sua storia ci siamo accorte che c’era anche altro. Pur molto giovane, Leda era stata capace di scelte determinate che aveva più volte rivendicato: la iniziale disubbidienza civile a un regime che aveva disciplinato le coscienze; il sacrificio per far fuggire i compagni; tacere sotto tortura i loro nomi; il rifiuto di essere liberata per non provocare rappresaglie alla popolazione di Novilara; la richiesta finale fatta alla famiglia di non fare vendette pur conoscendo i suoi delatori. Leda aspirava dunque a un modo di vita sottratto alla violenza che aveva sperimentato, era consapevole che, anche dopo la sua fine, ogni guerra si allunga sul futuro e non finisce mai. Scegliendo di interrompere la catena dei lutti affermava la sua ricerca di libertà, che non era solo quella da un’occupazione straniera e dall’ideologia fascista, ma una libertà femminile intesa come misura per sé: una pratica orientata alla vita, impensata in un contesto dominato dall’uso della forza. Mi sono accostata alla storia di Leda con la modalità di ascolto di sé e delle altre che le donne hanno imparato nel femminismo degli anni Settanta. Mi sono nutrita di quello che altre donne mi hanno offerto in un passaggio di intelligenze femminili tra generazioni: la memoria orale della sorella di Leda, Iva; una ricerca svolta negli anni ’80 da alcune insegnanti fanesi; il lavoro delle storiche che dalla metà anni ’70 hanno iniziato a ricercare le testimonianze delle partigiane; la modalità di incontro con le testimoni della Shoah appresa da Daniela Padoan; le indicazioni sviluppate in lunghi anni di ricerca e pratica di confronto dalla Comunità di ricerca storica fondata da Marirì Martinengo, diventata recentemente “Comunità di storia vivente”; le sollecitazioni derivanti dal lavoro di Anna Bravo sulle storie di sangue risparmiato, a cui abbiamo sottoposto il nostro lavoro. Coniugando rigore di ricerca e rapporto di empatia, dalla tessitura delle fonti orali, bibliografiche e d’archivio, è nata una narrazione diversa e sono emersi tratti originali di signoria femminile.
Se Leda avesse avuto il tempo di scrivere la sua storia, sarebbe riuscita a eludere i modelli narrativi che spesso hanno imbrigliato la narrazione di sé di tante partigiane? Negli anni ’50 della Guerra fredda, la società italiana espresse sospetto e condanna verso le donne che, trasgredendo ai ruoli imposti, avevano partecipato alla Resistenza ed erano state anche deportate nei lager. Il fenomeno non fu solo italiano, ma europeo, testimoniato anche dalle combattenti sovietiche3. In quel clima regressivo e repressivo gran parte delle partigiane adottò un racconto convenzionale che escludeva emozioni e sentimenti e si nascose dietro il riassestamento generale della memoria. Per la difficoltà di far corrispondere vissuto e rappresentazione, per la difficoltà a simbolizzare le proprie azioni, la perdita di memoria avvenne per le donne anche all’interno del ristretto cerchio familiare4. Molte si chiusero nel silenzio. Iniziarono un racconto diverso solo quando furono sollecitate da altre donne5; il femminismo si è posto come spartiacque per la dicibilità dell’esperienza femminile. Finché la Resistenza fu vista come un fatto prevalentemente militare, l’azione delle donne, dispiegata in gran parte senza armi, rimase quasi invisibile per la storiografia. Relegate a fiancheggiatrici di supporto, furono loro tributati ringraziamenti generici e rituali. Il riconoscimento del ruolo strutturale avuto dalle resistenti iniziò negli anni ’90, quando la resistenza civile si affacciò come nuova categoria interpretativa. Oggi, a settant’anni dagli avvenimenti, mancano ancora studi generali sulle donne che hanno fatto la Resistenza e le motivazioni che le avevano spinte ad agire sono ancora troppo spesso ricondotte a categorie inadeguate. Sappiamo bene che alla radice della nostra cultura patriarcale, e delle istituzioni che questa ha sviluppato, c’è la separatezza dell’ambito assegnato alle donne. Quando è accaduta qualche loro imprevista irruzione sulla scena pubblica, le donne sono state incluse senza voce, interpretate, senza lasciar spazio a ciò che esse sapevano e pensavano di sé e del mondo. Per le partigiane si è utilizzata la categoria della emancipazione e a misura del loro coraggio è stata posta la virilità. Letture esterne, che diventano un rimpicciolimento dell’esperienza femminile, in un’ottica di concessione e omologazione maschile. Non a caso, il termine emancipazione non si usa per i maschi, a meno che non si tratti di popoli coloniali. Infatti, l’emancipazione era un istituto del diritto romano, in base al quale il figlio otteneva l’estinzione della possibilità di essere venduto; erano gli schiavi a essere emancipati. L’emancipazione segnala un percorso di accesso ai diritti che non restituisce soggettività, la possibilità a ciascuna/o di dire cosa prova, le proprie motivazioni e inclinazioni, quale libertà cerca, né il valore di chi, donna o uomo, ha capacità cuore intelligenza da spendere nella realizzazione di sé e anche a beneficio della convivenza comune. La forza della soggettività rende vivi e concreti fatti e idee e mantiene la storia legata alla vita. Di fronte a donne che hanno attraversato eventi cruciali, oltre al desiderio di tributare loro giustizia, sorge il bisogno di indagare la loro esperienza per illuminare il nostro presente, così carico di contraddizioni e di sangue. Ma ogni vita femminile, anche “comune” (“vite infinitamente oscure” le aveva chiamate Virginia Woolf), non più relegata nel privato e interpellata, ha in sé la potenzialità di farsi ponte per farci accedere alla comprensione della storia più ampia. Questa modalità di fare storia è stata scelta in molte ricerche condotte da donne, per lo più in ambito non accademico6. Accade spesso, di fronte a protagoniste ormai scomparse, di avere a disposizione solo scarse fonti che parlino di loro. Possiamo però ricreare il contesto in cui vissero perché da quella cornice risaltino le loro tracce e poi attuare consapevolmente un incontro di memoria e storia, in un ascolto partecipato delle voci che si sono espresse; possiamo apprendere dalla nostra memoria e dalla nostra esperienza per porre con responsabilità interrogativi a quelle vite di donne rimaste per lo più nell’oblio e aver cura di quello che alla fine si disegna come loro lascito e ci restituisce la loro passione. Credo anche che abbiamo necessità di far incontrare le storie delle varie donne che ci sono state compagne di viaggio e dare forma a una rete: non solo per far emergere figure dimenticate, ma entrare in contatto noi che facciamo ricerca e confrontarci; una trama di relazioni per tenere insieme storia e politica, affinché ci sia una storia non più mutilata, ma finalmente costruita anche con la presenza dei soggetti femminili e intessuta dei sentimenti che uomini e donne provano.
Anna Paola Moretti – Ricercatrice storica per passione, è stata tra le fondatrici nel 1985 dell’associazione Casa delle donne di Pesaro, dove ha organizzato seminari di storia, linguistica, politica delle donne; collabora dal 2007 con l’Istituto di storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino organizzando incontri e seminari su storia e memoria della deportazione femminile.
NOSTOP Periodico FILT CGIL Nazionale, n. 92 – Novembre 2016
Conversazione di Liliana Rampello con Leonetta Bentivoglio.
(da: Lyndall Gordon, Charlotte Brontë. Una vita appassionata, Fazi 2016).
dal 21 novembre al 3 dicembre 2016
Lunedì 21 Novembre 2016, alle h. 18.00, nella Sala Eleonora d’Arborea in via Falzarego 35 a Cagliari, il Centro di Documentazione e Studi delle donne inaugura la mostra fotografica
IL CORPO E LA MASCHERA
di Marisa Lallai
Le immagini della mostra nascono dal bisogno di parlare, rievocare un periodo fecondo tra lotte e autocoscienza, dare un volto e un corpo a quegli anni ricchi di relazioni e condivisione.
Una sequenza di scatti per raccontare e ricordare il vissuto di noi donne in un momento storico importante che ci ha viste insieme, unite da un bisogno comune quello di dare espressione e vita a una nuova immagine di sé, alla propria identità nascosta.
La mostra resterà aperta fino al 3 dicembre 2016
e si potrà visitare nei giorni e nelle ore di apertura del Centro
Mattina h. 9.45-13.00 – dal martedì al venerdì
Sera h. 16.00-19.30 – martedì e giovedì
Centro di Documentazione e Studi delle Donne
Cooperativa La Tarantola Via Falzarego 35 – 09123 Cagliari
Tel. 070 66.68.82
Conversazione con Luisa Muraro su castrazione maschile e differenza sessuale
di Franca Fortunato
Con Umberto Veronesi è morto l’uomo, il medico, il ricercatore che è vissuto nell’amore per la madre, amore come affetto profondo e smisurato verso sua madre Erminia e come gratitudine e riconoscenza per la donna che gli ha dato la vita e che, da adulto, l’ha orientato nel mondo, un mondo fatto di donne per lo più. È quanto emerge dal suo bellissimo libro Dell’amore e del dolore delle donne che scrisse nel 2010 e che dopo la sua morte assume il significato di un testamento spirituale. Nel libro ri-compone la sua vita tornando alle origini, alla sua relazione con la madre, che per la prima volta chiama per nome pubblicamente. «Si chiamava Erminia Verganti, è una delle rare volte che rendo pubblico il suo nome. Finora è stata solo mia madre… come se esistesse unicamente in quanto mamma. Forse vale per tutti i figli maschi: la donna che ci ha messo al mondo è un essere senza passato, una creatura asessuata… persino quando invecchia e muore. I figli spesso sono innamorati delle madri. Io lo sono stato sicuramente molto e non me ne vergogno>>. Parla con tenerezza e nostalgia di questa donna, rimasta vedova con cinque figli ancora piccoli e una figlia in arrivo, che ha “lottato a denti stretti” per donare loro ogni cosa, per farli studiare, a costo di grandi sacrifici, come hanno fatto molte madri della sua generazione. Parla di lei con dolcezza quando ricorda le fredde sere nella cascina in cui vivevano e lei «passava sulle lenzuola lo “scaldino”, una sorta di piccola pentola in rame in cui sotto la cenere, si nascondeva la brace ancora accesa». Una madre i cui insegnamenti lo hanno accompagnato per tutta la vita e hanno segnato il suo essere medico. «Amare ed essere amato senza prevaricazione e senza abuso: questo ha imparato il bambino che ero e che, una volta uomo, non ha avuto bisogno di uccidere psicologicamente sua madre per poter amare altre donne. E, per fortuna, nessuna delle donne che mi hanno amato ha sentito il bisogno di uccidere la madre dentro di me>>. È la madre che gli trasmette quell’“insaziabile curiosità e profondo amore per il sapere” che lui trasmetterà ai suoi figli. È lei che gli trasmette la libertà di pensiero, anche nella religione – lei donna cattolicissima e credente -, la tolleranza e la solidarietà, l’incapacità di odiare. <<Mia madre figura dolcissima mi ha insegnato ad amare incondizionatamente. E come medico so che non si possono curare i malati senza amarli di un amore «materno>>. Guai ad abbandonare l’aspetto «materno» della medicina, inteso come componente affettiva del rapporto medico-paziente. L’ho capito subito, quando ero ancora un giovane medico. Non esiste medicina senza solidarietà, né medicina senza amore. Tutto ciò mi viene da mia madre e dai suoi insegnamenti». Amore materno che ha nutrito la sua vita di uomo, di marito sposato ad una donna ebrea sopravvissuta con la sua famiglia ai campi di concentramento, di padre di sette figli, di medico e di scienziato delle donne, il cui dolore ha saputo ascoltare e condividere, traendo da loro, più che dalla classe medica, autorizzazione. Lo ha fatto quando ha trovato il coraggio di sperimentare la tecnica della chirurgia conservativa, mettendosi contro tutto il mondo medico internazionale. Lo ha fatto quando ha percorso la strada delle cure palliative – da ministro della Salute nel 2000 – e della liberalizzazione dei farmaci oppioidi antidolorifici. Sono le donne e il suo amore per loro che hanno fatto di Veronesi un buon senologo e un grande medico. «Non si diventa grandi medici se non si impara a comunicare con i pazienti. E sono cose, queste, che nessuna università e nessuna specializzazione insegna. Comunicare una diagnosi significa generare una sofferenza: da quel momento l’amore è parte integrante della cura. In questo senso io mi sento di poter dire che ho amato tutte le mie pazienti. E da tutte loro ho ricevuto amore». L’amore delle e per le donne, prima di tutte della e per la madre, è stata la bussola della sua vita e delle sue battaglie civili come per il testamento biologico, l’eutanasia, in difesa della legge 194 e contro la legge 40. Un uomo che si è detto ateo e non credente, ma che ha fatto dell’Amore, il Dio di sua madre, la bussola della sua vita. Le parole con cui chiude il suo libro, oggi assumono il senso del suo addio a tutte/i noi: «Con amore e gratitudine, da parte di un uomo che ha dedicato la sua vita all’ascolto del mondo femminile».
(Il Quotidiano del Sud, 15-11-2016)
di Alberto Leiss
Hillary Clinton, che a quanto pare si è detta femminista in extremis, è stata battuta dal maschilista confesso Donald Trump.
La candidata democratica ha preso più voti del suo avversario, ma resta il fatto che le battutacce sessiste del magnate (e le tante denunce di molestie) non hanno frenato il suo consenso.
Si apre un’epoca ostile all’autodeterminazione e alle libertà femminili?
Se ne è discusso alla Libreria delle donne di Milano, una delle sedi storiche del femminismo italiano, e la risposta di Lia Cigarini è andata in controtendenza. Certo Hillary – prima donna a correre per il vertice dell’Impero – ha perso, ma negli ultimi anni la presenza e l’azione femminile nel mondo hanno conosciuto un boom senza pari.
Grandi e grandissime città come Parigi, Barcellona, Madrid, Tokyo, Stoccolma, Roma, Torino, etc. amministrate da donne, paesi come Germania e Regno Unito governati da donne, così come la Federal Reserve e il Fondo monetario, e persino in Italia il «secondo sesso» primeggia nella sanità, nella giustizia, nella scuola, le più rilevanti attività per il bene pubblico.
Questo scenario per Cigarini parla della libertà femminile e apre l’occasione soprattutto per una «risignificazione» della differenza, una cosa che «non si compie in se stessa», è un divenire della coscienza e della relazione con altre, altri e il mondo.
Ma le donne consapevoli di questo si sentono forse già appagate? Non provano più l’ «inquietudine» che le spinga a «coinvolgere altre e altri»? Ora che la parola femminismo ritorna con un senso di attualità?
Una seconda relazione di Giordana Masotto ha aperto qualche interrogativo: siamo veramente libere rispetto all’individualismo che va per la maggiore? E la qualità delle nostre vite non sta peggiorando, a partire dai luoghi di lavoro? Quanto al termine femminismo, quante volte risulta disinvolto, improprio?
Mentre Luisa Muraro ha avvertito: non separiamo libertà e differenza, la formula che le unisce è «il senso libero della differenza sessuale».
La discussione ha seguito più o meno queste tracce.
Bene che in città governi una donna, ma se il suo comportamento mi crea disagio, perché non sembra differente da quello dei maschi che l’hanno preceduta?
Giusto, ma questo contesto più femminilizzato «riapre un campo di battaglia».
Condivido, però le donne che emergono oggi sono più figlie della differenza o delle politiche della parità che le omologano? E come possiamo competere, senza omologarci, nei luoghi del potere?
Di fronte alla energia «rivoluzionaria» e «barbarica» del popolo che sostiene Trump va fatta crescere la forza «rivoluzionaria» del nostro essere radicali…
L’impressione, comunque, non è stata quella di un’assemblea priva di stimolanti «inquietudini» politiche.
E noi maschi? Eravamo pochi e silenti. Degli uomini si è detto che hanno un desiderio «impietrito», che certo reagiscono in malo modo (vedi Trump) all’ascesa femminile, e che però qualcuno comincia a interrogarsi (citati interventi recenti di Mauro Magatti e Luigi Spagnol).
In questi mesi – aggiungo io – organizzando con altri gli incontri in tante città di Primadellaviolenza, ho incontrato uomini – a centinaia – il cui desiderio non è «impietrito», e che cercano un cambiamento di sé e del mondo non nel segno della revanche maschilista, ma di segno opposto.
Sono sempre più convinto del fatto che senza aprire un lavoro e uno scambio comune su che cos’è politica non si andrà avanti, né per la libertà, né per la differenza, che riguardano ognuno e ognuna.
Le resistenze, però, da «amboisessi» – così si chiamavano certe antiche società operaie – non mancano.
(il manifesto, 15 novembre 2016)
di Luisa Muraro
Si chiamava Ida (vezzeggiativo di Friederike), è morta nel 1971, di lei ho avuto conoscenza in questi giorni e desidero condividerla.
Era nata nella selva boema, chissà come mai, da una giapponese. La quale aveva sposato, per obbedienza, un diplomatico austriaco. Lui, lo sposo, le passò i suoi titoli nobiliari, ma lei, la giapponese, detestava tutto dell’Europa. Dei suoi sette figli amò soltanto, dichiaratamente, i due nati in Giappone.
Ida Görres (dal nome del marito) crebbe nella schiera di quelli che fanno fatica a vivere. Fece appello alla sua intelligenza, come dice lei stessa e trovò aiuto anche nel marito, dicono.
Si riconciliò con la madre, non so a che punto della sua vita, e perciò chiese di essere rivestita e sepolta in un kimono bianco. Le sue origini materne le portava sul volto, dai tratti euroasiatici. Ida considerava eredità asiatica anche la sua invincibile tristezza e “il suo sguardo impietoso sul mondo”, parole sue.
Il capolavoro di Ida Görres, Il volto nascosto del 1943, è dedicato alla figura di Thérèse Martin, liberata per la prima volta dalle sdolcinatezze in cui l’aveva rivestita il cattolicesimo bigotto. E ha contribuito così a far riconoscere, nella piccola santa, la complessa personalità di una maestra. La fatica di vivere messa al servizio della verità.
Tutto questo l’ho appreso dall’ultimo numero di donne chiesa mondo (51, nov. 2016), intitolato “Donne dimenticate”, che contiene diversi altri profili. Tra i quali c’è una figura nota, Maria Carta, la sarda che cantava in logudorese e latino medievale.
Un’impresa riuscita del movimento femminista, di cui ringrazio il cielo (l’altra metà!) è di aver portato la storiografia scientifica a dedicarsi alla storia delle donne con un’attenzione e una spregiudicatezza che fa respirare aria di libertà femminile.
(www.libreriadelledonne.it, 11 novembre 2016)
di Cristiana Fischer
Sulle elezioni americane scrivo solo del femminismo che ha sostenuto Hillary (non Susan Sarandon, e forse anche altre). In un articolo su Internazionale (28/7/2016) Ida Dominijanni scrive che nella candidatura di Hillary “c’è l’America delle donne che nella prima donna alla Casa Bianca vedono la dimostrazione che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”. E tanto basta, cioè questa ragione è prevalente per sostenerla.
Per me contano anche la sua avidità e il suo cinismo sanguinario, ambedue a livelli senza limiti, appunto.
Ma soprattutto conta che Hillary ha incamerato denaro e potere insieme a suo marito. Su Facebook ho postato questa poesiola, stamattina
Elezioni americane: la coppia 2
La vecchia coppia spodestata
ha sempre funzionato in alleanza
per catturare soldi e potenza
dal millenovecentonovantatre in avanti.
Fratelli più che amanti
stessa generazione di regnanti,
come Cleopatra e i suoi fratelli
Tolomei mariti e associa anche il figlio
Tolomeo quindici, poi gli avventurieri
solo maschi presero il suo impero.
(c’è anche un Elezioni americane, coppia 1, in post precedenti)
Questi miei pensieri potrebbero portare di conseguenza che se lei non si legasse al marito sarebbe meno avida e cinica… Certo questo idealismo sulle donne che da sole sarebbero più umanitarie e meno avide esiste.
È un nodo.
Il fatto è che, per Hillary, i suoi comportamenti privati e politici sono feroci, e rifiuto di accettarli perché liberanti del desiderio femminile.
Un assoluto, costi quel che costi?
(www.libreriadelledonne.it, 10 novembre 2016)
di Antonietta Lelario (Circolo culturale La merlettaia di Foggia)
La Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Milani scoppiò nel ’67 come una bomba scuotendo l’opinione pubblica, denunciando e mostrando come la selezione che avveniva nella scuola pubblica italiana fosse “di classe”, cioè colpisse chi partiva svantaggiato dal punto di vista economico sociale, chi scriveva l’aradio, perché la lingua italiana era per lui una lingua straniera. E di ciò la professoressa chiamata in questione non si preoccupava. Era indifferente.
La bomba colpì nel segno perché era il risultato di un’esperienza pratica e toccava un nodo centrale nel conflitto fra le classi sociali: l’importanza di avere il possesso della lingua per difendersi e contrastare il potere. Don Milani riapriva così il gioco fra la scuola e il suo tempo storico.
Di lì a poco sarebbe fiorito il ’68 che avrebbe trovato nelle scuole e nelle università la sua culla e avrebbe fatto di questo testo una bandiera. Quello che don Milani, indirizzando la sua lettera a una insegnante donna, non aveva visto era che le donne non rappresentavano affatto la scuola istituzionale dove approdavano come ospiti impreviste. Anzi sarebbero state una componente fondamentale di quel ’68, delle lotte operaie, dei movimenti degli studenti e dei docenti e, per fare spazio al femminile nuovo che emergeva, li avrebbero riempiti di nuovo senso. Non avrebbero poi esitato a sperimentare il separatismo dei collettivi femministi. Poi, con una capacità più unica che rara di rigenerarsi, avrebbero aperto librerie, università cittadine, centri documentazione e circoli. Infine, sarebbero tornate a scommettere di nuovo sulla possibilità di relazionarsi con gli uomini inseriti anche loro in un percorso di cambiamento.
A 50 anni dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, una insegnante, Vita Cosentino, una femminista che con passione ha fatto del suo lavoro il luogo di un impegno culturale e politico, mostra a tutti/e noi il cammino fatto in un libro Scuola: sembra ieri è già domani (Ed. Moretti&Vitali) che si interroga e ci interroga sulle pratiche di insegnamento e sull’agire femminile, sul senso che hanno se solo le sottraiamo al silenzio che spesso le copre. Lei si chiede: “Occorre scendere in piazza, riempire le pagine dei giornali per poter parlare di movimento politico?” (pag. 51). E citando Chiara Zamboni sostiene che c’è un’altra politica: “È la vita quotidiana il luogo pubblico del contendere per dare spazio ad un presente vivo” (pag. 12).
“Molte (docenti) portano con sé un modo diverso di stare nelle relazioni, un’attenzione alla soggettività, al tessuto umano tutto intero di corpo emozioni e parole che tende a trasformare la scuola da come l’hanno trovata” (pag. 14, Vita Cosentino, Alessio Miceli e Marina Santini nell’introduzione).
Il suo è un racconto autobiografico, ma anche paradigmatico, tanto da essere rintracciabile nella vita di tante di noi, nella stessa vita della nostra città e in tante iniziative del nostro tempo che agiscono su un piano apparentemente invisibile perché ciò che cambia sono le aspettative, le urgenze, le speranze, per “non perdere il contatto con le cose e così sentirle e saperle” (pag. 13).
Non è un racconto nostalgico. Vita Cosentino sa la differenza fra oggi e ieri, sa i cambiamenti avvenuti in questi 50 anni, sa che l’apertura al tempo storico nell’istituzione scolastica è avvenuta nella forma dell’ossequio ai criteri aziendali e alle logiche competitive, ignorando l’altro che c’è e che chiede risposte. Sa che proprio in quell’ascolto all’altro che c’è si evidenzia il meglio dell’esperienza delle docenti donne e di alcuni uomini. Sa che lì si annida il piacere e la possibilità stessa di insegnare: «Negli anni ’70 il dibattito si è polarizzato sul promuovere o bocciare, mentre la vera scommessa è riuscire davvero ad insegnare» (pag. 50).
Non vuole che il sapere conquistato con un’avventura di carattere esistenziale, culturale, politica, sia buttato a mare. È per il desiderio di confrontare e far circolare quel sapere che ha affrontato la fatica di scrivere.
Lo stesso desiderio, che la parola e l’esperienza femminile non cadano nell’irrilevanza, che non siano percepite con indifferenza, perché attraverso di loro si vedono aspetti e possibilità del reale che altrimenti non si vedrebbero e che invece lo cambiano radicalmente ci spinge a ritornare su quale scuola e quale università vogliamo, non come utopia lontana, ma come speranza presente perché: «La scuola è e rimane il luogo privilegiato di incontro tra le generazioni. È il luogo in cui, tutti i giorni, esseri umani in carne ed ossa sono in relazione e si parlano, è il luogo in cui si può essere in gioco con la propria umanità» (pag. 12).
«Il libro rimane frammentato, non va a costruire una teoria, l’ennesima sulla scuola o sulla politica. Rimane sul bordo: tra racconto e idee che ne nascono. Aperto agli scambi con il pensiero di altre, di altri, autorizza a pensare in proprio. Chiama quindi ad aggiungere piuttosto che a ripetere» (pag. 13).
È una pratica che caratterizza il movimento di autoriforma della scuola e dell’università, così come io l’ho conosciuto e frequentato e del quale l’autrice di questo libro è stata anima e riferimento essenziale.
Non è una scelta di comodo o un modo per sfuggire a responsabilità più grandi, cosa di cui spesso è accusata la politica delle donne, è un modo per tenere aperto il passaggio con il cambiamento epocale che stiamo vivendo. Citando Alain Touraine l’autrice vede una società marcata dall’opposizione di due principi non sociali: la globalizzazione da una parte e il soggetto personale dall’altra parte e: «Nel ribaltamento che ci transita da una civiltà di conquistatori del mondo a quella della costruzione del sé, la società degli uomini è sostituita da quella delle donne» (citazione a pag. 19).
L’autrice non manca di fare ulteriori precisazioni sulla differenza fra soggettività e individualismo come l’abbiamo sperimentata nel movimento delle donne, e fra individualismo e singolarità, tanto da autorizzarmi a pensare che questo libro è prezioso per chi lavora nella scuola e nell’università, ma non è solo un libro sulla scuola e sull’università.