di Grazia Sambruna

Madonna è la donna dell’anno per Billboard. Nel corso della cerimonia di premiazione dei Billboard Music Awards la regina del pop sulla cresta dell’onda ormai da trent’anni ha regalato al pubblico e a tutto il mondo un discorso di ringraziamento davvero speciale e sinceramente toccante. Provate a non sentirvi motivati che siate donne, uomini, topi, extraterrestri o ectoplasmi, dopo aver ascoltato queste parole dalla viva voce della donna dell’anno per Billboard che, non solo da oggi, potremmo serenamente chiamare “donna del secolo” per evidente superiorità:

E ora tiriamo le somme di tutto questo:
Ah, mi sono sempre sentita meglio con qualcosa di duro in mezzo alle gambe!, inizia così, con una battuta sul microfono, lo speech di Madonna che prosegue non priva di un certo sarcasmo:

“Sono sempre stata avanti, come uno zerbino. Oh, intendevo, come donna performer. Grazie per avermi riconosciuto la capacità di continuare la mia carriera per 34 anni alla faccia del sessismo, della misoginia e dei costanti ed implacabili abusi”.

Miss Veronica Ciccone ha proseguito raccontando i suoi primi anni a New York, non certo una passeggiata:

“La gente moriva di AIDS ovunque. Non era considerato “sicuro” essere gay, non era figo essere associata alla comunità gay. Era il 1979 e New York era un posto davvero spaventoso. Il primo anno mi è stata puntata contro una pistola, sono stata violentata sul tetto di un palazzo con un coltello alla gola e i ladri sono entrati così tante volte nel mio appartamento che ho semplicemente smesso di chiudere la porta a chiave. Negli anni successivi, ho perso quasi tutti gli amici che avevo per via dell’AIDS, delle droghe o di sparatorie. Nella vita non c’è nessuna reale sicurezza all’infuori del credere in se stessi“.

Il discorso ha toccato anche i suoi punti di riferimento come artista, su tutti, David Bowie:

“All’inizio ero ovviamente ispirata da Debbie Harry, Chrissie Hynde e Aretha Franklin ma la mia vera musa fu David Bowie. Lui impersonava lo spirito maschile e femminile insieme e questo mi piaceva, si adattava molto a me. Mi ha fatto pensare che non ci fossero regole. Ma mi sbagliavo. Non ci sono regole…se sei un maschio. Ce ne sono eccome se sei una ragazza”.

Poi qualche piccolo consiglio a tutte le donne del mondo da parte di Madonna che è la donna dell’anno per Billboard:

Se sei una ragazza, devi stare al gioco. Puoi permetterti di essere bella, carina e sexy. Ma non devi sembrare troppo intelligente. Non devi avere un’opinione che sia fuori dal coro. Ti è concesso di essere considerata un oggetto dagli uomini e di vestirti da puttan@, ma non puoi essere una puttan@. E non rivelare mai e ripeto mai le tue fantasie sessuali a nessuno. Sii quello che gli uomini vogliono che tu sia, ma ancora più importante, sii qualcosa con cui le donne stesse si possano sentire a proprio agio, quando ci sono di mezzo degli uomini. E infine, non invecchiare. Perché invecchiare è un peccato. Sarai criticata e svilita e, in ultimo, le radio non ti passeranno più”.

Oggi Madonna è la donna dell’anno per Billboard eppure per un certo periodo della sua vita rivela di essersi sentita “la persona più odiata sulla faccia della terra“:

“Sono stata lasciata in pace quando ho sposato Sean Penn, non solo perché lui avrebbe rotto il cul0 a chiunque avesse osato avvicinarsi a me, ma anche perché non ero più considerata una minaccia. Anni dopo, divorziata e single – perdonami Sean – ho pubblicato il disco Erotica e il mio libro sul sess0. Mi ricordo di essere stata il titolo di testa di tutti i giornali e le riviste. Ogni parola che leggevo su di me era di condanna. Mi chiamavano puttan@ e strega. Un titolista mi paragonò a Satana. Io dissi: “Scusate, ma Prince non sta andando in giro con calze a rete, tacchi a spillo e rossetto con le chiappe al vento?”. Sì, lo stava facendo. Ma lui era un uomo. Quella fu la prima volta in cui capii che le donne non hanno la stessa libertà degli uomini”.

Da qui, dunque, la ricerca di un sostegno e il raggiungimento di una nuova consapevolezza:

“Ricordo di aver sperato di trovare una mia pari, qualcuna che la pensasse come me, per avere un po’ di supporto. Camille Paglia, famosa scrittrice femminista, disse che stavo facendo retrocedere l’immagine della donna passando per un oggetto sessuale. Quindi pensai: “Oh, se sei una femminista, dunque, non hai una sessualità, o comunque devi negarla. Ok, fanculo, ciò significa che sono un tipo diverso di femminista, si vede che sarò una femminista cattiva“.

Madonna ringrazia di essere viva, tanto quanto le siamo grati noi per questo discorso. Altri, magari, avrebbero potuto avere la stessa carica motivazionale, ma purtroppo non sono più su questo pianeta:

Penso che la cosa più controversa che io abbia mai fatto sia stata continuare a stare in giro per tutto questo tempo. Michael è andato. Tupac è andato. Prince è andato. Whitney è andata. David Bowie è andato. Ma io sono ancora qui. Sono una dei pochissimi fortunati e ogni giorno vivo questo come una benedizione”.

Madonna, donna dell’anno per Billboard, chiude il proprio discorso ringraziando in modo poco canonico ma sicuramente molto efficace:

“Ciò che vorrei dire a tutte le donne oggi è questo: le donne sono state oppresse per così tanto tempo da aver cominciato e continuato a credere a ciò che gli uomini dicevano di loro. Credono di dover stare alle spalle di un uomo per svolgere al meglio il proprio ruolo. E ci sono molti uomini che vale la pena di supportare, ma non in quanto uomini, semplicemente perché valgono. Come donne, dobbiamo cominciare ad apprezzare il nostro valore individuale e soprattutto il nostro reciproco valore. Cercate donne forti con cui fare amicizia, con cui allearvi, da cui imparare, con cui collaborare, da cui essere ispirate e illuminate.

Il punto non è tanto ricevere questo premio, ma è avere la possibilità di stare davanti a voi e ringraziarvi. Non dico grazie solo alle persone che mi hanno amato e supportato in tutto questo tempo anche se non avete idea di quanto sia stato importante per me il vostro sostegno. Ma dico grazie a chi ha avuto dubbi su di me, a chi mi ha detto no, a chiunque mi abbia fatto vivere l’esperienza di un piccolo o grande inferno personale, a chi mi ha detto che non avrei potuto o dovuto fare questo o quello. Le vostre resistenze mi hanno resa più forte, mi hanno fatto picchiare più duro e mi hanno resa la combattente che sono oggi, la donna che sono oggi. Quindi grazie”.

Wow.

Ps: un’altra che di belle parole se ne intende, Lady Gaga, non ha potuto fare a meno di cinguettare elogi alla regina del pop:

Madonna, il tuo discorso ai Billboard Music Awards è d’ispirazione. Sei così coraggiosa e forte. Grazie per essere ciò che sei da parte di noi ragazze che abbiamo bisogno proprio di questo. 

(www.optimaitalia.com, 13 dicembre 2016)


MELMARIDÉ*
di Elisa Bozzarelli e Alice Daneluzzo

IL PROGETTO

“Le tue amiche femministe sono tutte putane o melmaridé” (nel 1970 più o meno tutte le madri la pensavano così, a Piacenza).

Questa è la storia di Lucia, Brigitte, Paola, Gabì, Brunetta, Chicca, Maura e Marinella, un gruppo di donne che sfidarono il disprezzo delle loro famiglie, delle istituzioni e dei benpensanti della provincia emiliana per unirsi al coro più ampio del movimento femminista internazionale, entrando a far parte del Collettivo Femminista di via Benedettine a Piacenza e successivamente fondando il consultorio. Il consultorio era una struttura autogestita, autofinanziata e gratuita che offriva informazioni su mezzi anticoncezionali, visite mediche, organizzazione e assistenza in caso di aborto, quando abortire era ancora illegale. Un atto politico scaturito da una profonda urgenza personale di libertà e coscienza di sé, che le ha unite modificando per sempre il loro immaginario, personale e politico.

Trent’anni dopo queste donne si ritrovano diverse, invecchiate, ma ancora amiche e con lo stesso spirito anticonformista, determinate nel desiderio di non dimenticare quell’esperienza che le ha cambiate per sempre. Ciascuna di loro è cresciuta indipendentemente, chi in modo eccentrico, chi meno, ma ognuna consapevole protagonista della propria vita.

Questa però è anche la storia di Elisa, figlia di una delle componenti del Collettivo, la mia storia. Sono nata a Piacenza nel 1974, pochi mesi prima del referendum sul divorzio e 4 anni prima che l’aborto diventasse legale in Italia. Sono stata concepita sotto il segno di una società patriarcale e partorita in un mondo nuovo dove una ragazza di 19 anni poteva gettare le basi per una vera libertà di autodeterminazione del proprio corpo e della propria vita.

A quarant’anni da quel giorno, ho incontrato Alice, videomaker e proprio come me figlia spirituale di quegli anni. Insieme abbiamo capito quanto è importante che questa “piccola” avventura di provincia non venga dimenticata perché è grazie a questi atti di coraggio singoli e di gruppo che il nostro essere libere è stato ed è possibile.

È nato così un percorso di consapevolezza, conoscenza e coscienza politica che attraversa tre generazioni. Un racconto corale fatto di incontri, ricordi e condivisione di intimità tra donne profondamente diverse ma tutte felicemente (più o meno) melmaridé.

* MELMARIDÉ: In dialetto piacentino significa “male accoppiato”, nello specifico “divorziata”.

PERCHÉ SOSTENERCI

Le riprese sono cominciate il 4 maggio del 2015 e sono durate 18 mesi, ricchi di incontri, parole, scoperte e condivisioni, viaggi su e giù per le colline tra Emilia, Lombardia e Liguria. Fin qui il progetto si è sostenuto esclusivamente grazie alle nostre energie, alla nostra capacità di recuperare il materiale tecnico di cui avevamo bisogno e alla voglia di raccontare con il nostro punto di vista questa storia, queste persone. Ora le riprese sono al termine e presto inizieremo il montaggio.

Crediamo profondamente che le storie locali e personali, lontane dalle luci della ribalta, le storie senza grandi nomi e forse senza nemmeno grandi parole, sono importanti da raccontare, perché nascono da esigenze concrete e spesso sono accompagnate da cambiamenti individuali profondi e radicali. Anche se non sempre hanno spazio o grande visibilità, sono proprio queste narrazioni di attimi che possono farci capire meglio quanto i cambiamenti sociali ci riguardano da vicino, quanto sono fatti più sulla pelle dei nostri corpi che sulle pagine di un libro, di un giornale o di un social network.

Il vostro aiuto ci servirà per:

– Il montaggio video

– Finalizzazione audio video

– Acquisto diritti materiale storico

– Colonna sonora originale

– La promozione del progetto

(www.produzionidalbasso.com, 13 dicembre 2016)

dal 14 dicembre 2016 al  8 gennaio 2017

Inaugura martedì 13 dicembre  alle ore 18.00, la mostra “I FEDELI” di Laura de Santillana allo Studio Museo Francesco Messina di Via San Sisto 4/a Milano (Via Torino).

Il curatore, Sabino Maria Frassà, introduce così l’esposizione: “nella Chiesa di San Sisto Laura de Santillana colloca 20 sculture di ferro e vetro, tutte bianche o trasparenti, ad eccezione di quattro “libri” rossi. Il dialogo tra vetro, luce e spazio innesca una forte empatia, suggestioni mutevoli e personali, attraverso le quali l’artista invita noi tutti colmare il nostro vuoto interiore e a ricercare in noi stessi (e non all’esterno) le risposte, la saggezza e l’equilibrio. Allo spettatore non resta che vivere questa mostra in silenzio come una preghiera.”  Mentre a spiegarne la genesi è l’artista stessa che dice: “La nostra è una società che vive nell’assenza. Assenza di cosa? L’assenza è sempre una mancanza di fede in qualunque modo la si voglia intendere. Quando gli uomini non credono producono un vuoto ed io questo vuoto ho voluto riempirlo dei miei fedeli. Cerco la bellezza nel senso di un’armonia profonda, non estetica,  ma trascendente. Il rosso dei “libri di vetro” non è casuale in quanto è la parte sacra, mistica, presente in ognuno di noi.

La mostra, presentata dal Comune di Milano e dalla Fondazione Giorgio Pardi, è il proseguimento del percorso di Laura de Santillana con il progetto cramum (parola latina che significa “crema”, “la parte migliore) sul tema “A chi parla l’arte contemporanea?”. L’artista è inoltre presente fino al 13 gennaio con alcune opere nella collettiva internazionale “Oltre Roma” curata sempre da Sabino Maria Frassà per cramum e Accademia di Ungheria a Roma.

Laura de Santillana nasce nel 1955 a Venezia, è tra le artiste italiane più famose al mondo. Nel 2009 partecipa alla Biennale di Venezia. Sue opere sono state esposte o fanno parte di numerose collezioni pubbliche o private, tra cui Museo Vetrario di Murano, Venezia, Italia, The Corning Museum of Glass, New York, NY, USA, Victoria and Albert Museum, Londra, Gran Bretagna, Metropolitan Museum of Arts, New York, NY, USA, Seattle Art Museum, Seattle, WA, USA, MUDAC, Losanna, Svizzera, Museu de Arte de São Paulo, San Paolo, Brasile, Musée des arts décoratifs, Parigi, Francia, Kunstmuseum im Ehrenhof, Düsseldorf, Germania, Kunstsammlungen der Veste Coburg, Coburgo, Germania.

Nel 2015 aderisce al progetto cramum e partecipa alle mostre Vox Clamantis e Oltre Roma, curate da Sabino Maria Frassà.

Vademecum

I FEDELI
Laura de Santillana
A cura di Sabino Maria Frassà
Studio Museo Francesco Messina
Promosso Fondazione Giorgio Pardi – progetto cramum
14 dicembre 2016 – 8 gennaio 2017
da martedì a domenica ore 10:00 – 18:00
Inaugurazione martedì 13 dicembre 2016 18:00 – 20:00




Annarosa Buttarelli conversa con Liliana Rampello curatrice del libro Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose di Virginia Woolf (Racconti edizioni 2016).

Non c’è stato momento in cui la forma breve non abbia accompagnato il fiume narrativo di Virginia Woolf. Schizzi, immagini, prose da cui trarre un’intera poetica: in quel brusio dell’essere, tappeto armonico per l’intera opera della scrittrice, i racconti sembra abbiano fatto da accompagnamento ritmico. In parte pubblicati in vita, in parte postumi, oppure custoditi in un quaderno, oggi costituiscono il battito letterario di Oggetti solidi. Un libro della vita.

da lunedì 12 dicembre a domenica 12 marzo 2017

Chiara Dynys – “Look Afar”

M77 gallery  via Mecenate, 77 • Milano

Chiara Dynys è una di quelle artiste che, dagli anni Novanta, ha lasciato tracce importanti nel suo percorso attraverso un lavoro assiduo, vario e spesso indirizzato verso tematiche differenti, da quelle sociopolitiche o di ricerca – come il lavoro sugli archivi presentato alla Fondazione Pomodoro nella mostra Scultura Italiana XXI secolo nel 2009 – ad azioni più estetiche come le installazioni di light boxes colorate, o le immagini presenti nella collezione Panza di Biumo a Varese, tutte produzioni legate alla ricerca di qualcosa oltre, di metafisico.

Alla galleria M77 Dynys presenta una mostra personale con un nuovo corpo di lavoro, realizzato appositamente per quest’ampio spazio: l’artista ha lavorato senza posa per aderire e dialogare con i due piani della galleria sviluppando una tematica precisa dedicata a un viaggio in Lapponia dello scorso anno. Look afar è un racconto di un’esperienza speciale vissuta in Svezia: quella dell’aurora boreale che l’artista ha osservato per un lungo periodo, appostata a “spiare” minuziosamente i cambiamenti che questo fenomeno apporta al paesaggio e, soprattutto, alla luce del Nord – fonte di ispirazione e punto di partenza per “guardare lontano” – come suggerisce il titolo.

E Chiara Dynys ci riesce, a guardare lontano: dopo un elegante dialogo con opere di Piero della Francesca al Museo Poldi Pezzoli nel 2013 o il lavoro sui Poisoned flowers (sempre presso M/77 /a St. Moritz) lo scorso anno, qui l’artista ripercorre un viaggio attraverso un cospicuo numero di immagini sviluppate attraverso medium diversi. Per la mostra Chiara Dynys ha infatti realizzato opere pittoriche; dettagli enfatizzati attraverso l’utilizzo di lenti, quasi a indicare una sorta di sfera magica; fotografie e un video in time-lapse con le varie evoluzioni del fenomeno climatico studiato. Un linguaggio di tanti elementi che raccontano un viaggio.

Rossella Farinotti

di Alessandra Pigliaru

GRANDE NORD. «Sottomissione volontaria» della scrittrice svedese Lena Andersson, per e/o. Un romanzo con ambizioni filosofiche per raccontare i sentimenti. Oggi, a Roma, l’autrice presenta il libro insieme a Maria Rosa Cutrufelli nell’ambito di Più libri più liberi

Ester Nilsson ha 31 anni, una vita morigerata in cui tutto ha avuto modo di trovare il proprio posto. Laureata in filosofia, è certa che il gioco delle idee possa configurarsi disincarnato, neutrale. La scrittura, sia critica che poetica, è la sua attività principale. Ha un compagno con cui vive e che la lascia in pace, soddisfa abbastanza i suoi bisogni fisici e a volte mentali. Nell’equilibrio acquisito, privo di strappi e pericoli, ha sempre creduto alla pretesa che il mondo «fosse così come lei lo sperimentava».

UN AFFIDAMENTO analitico percorre l’esistenza della giovane Ester, protagonista dell’intenso romanzo scritto da Lena Andersson, Sottomissione volontaria (e/o, pp. 167, euro 15, traduzione di Carmen Giorgetti Cima). Il suo è un sentire sinuoso e rotondo, da mettere tra le parentesi rassicuranti della sospensione del giudizio. I concetti, da sviscerare come unica via verso la conoscenza, avvertono «lo iato spaventoso fra pensiero e parola, volontà ed espressione, realtà e irrealtà, insieme con quanto cresce in questi spazi vuoti».
Oltre al pregio di un incedere ipnotico, il romanzo della scrittrice svedese racconta la caotica vischiosità di alcune relazioni sentimentali. Il tenore è tuttavia quello obliquo della trasformazione che comincia per Ester dall’incontro con Hugo Rask, artista eclettico molto più grande di lei e amante dei massimi sistemi, sul cui lavoro lei viene chiamata a tenere una conferenza. Già mentre compone il testo critico comincia ad avvertire una consonanza al limite dell’erotico con l’oggetto delle sue attenzioni.

L’aspettativa temporale toccata da Ester è descritta come «un’unica grande mancanza», straniante e immedicabile in cui precipitare senza freni. Il varco inesplorato prende allora le sembianze dell’adesione grata contenuta nelle parole di Hugo che, ascoltato l’intervento critico sul proprio lavoro, le chiede di rivedersi per una chiacchierata successiva. Lei suppone sia una grande occasione di scambio, lui pensa a un rinnovato modo per titillare il proprio ego smisurato. «Una ricerca del segno per la cosa, come nel mondo delle idee di Platone», di questo discetta Hugo Rask, insieme ad altre mirabolanti questioni, al suo codazzo di collaboratori in vibrante ascolto dell’oracolo.

NELLA PROFONDITÀ di Ester di leggere attraverso le cose, forse qualcosa si erotizza anche in lui, almeno per riconoscenza o semplice moto onanistico, chissà. Così, mentre lei immagina il piacere sessuale che li attende, lui scambia la seduzione intellettuale di lei come pura forma di ammirazione. Ed è il panico dei malintesi.
Il breve elenco degli incontri sessuali, che avverranno a tempo determinato, seguono interpretazioni, congetture e proiezioni. Da qui comincia la singolare peregrinazione di Ester. Segue Hugo, lo aspetta, diventa bugiarda per fare finta che il caso esista, che in un futuro lui si accorgerà.

AL PIACERE, consumato dopo molti mesi di conversazioni sull’etica dei principi o delle conseguenze, sul rapporto io-tu nell’arte contemporanea passando per Buber e il cinismo camusiano de Lo straniero, si sostituisce ben presto una mendicanza amorosa, quella forma sbilenca ed erratica che appartiene al disordine del donarsi ad altri fuori misura; la mendicanza amorosa che approfitta di una deprivazione originaria – appartenente mediamente e altrettanto banalmente a chiunque – per non essere stati visti. E da lì si comincia a esigere risarcimento.
Strana cosa questa dell’aver fame d’amore e poi permettere a chi è già sazio di poterne fare scempio. Il titolo del romanzo è infatti fuorviante; con Ester Nilsson non siamo in presenza di nessuna sottomissione, tantomeno volontaria. Lena Andersson invece descrive l’orlatura della sofferenza e il meccanismo della dipendenza, con una certa spiazzante sicurezza, dettaglia l’incapacità fragile e scomposta difficile da ammettere.

ECCO, OSSERVATE, sembra suggerirci la scrittrice, quello è il cunicolo di inedia in cui va a finire la vita di una donna intelligente e avvertita che chiama «desiderio» la tortura di un oggetto d’amore indisponibile, trasognato, intercambiabile e al contempo necessario. Quella donna resta comunque libera, ma il resto è un imbroglio e Hugo Rask è il prototipo di quell’impostura relazionale in nome di più alte e del tutto irrilevanti teorie.

SULL’ALTARE della corrispondenza tra «il soggettivo che era l’oggettivo e l’oggettivo che era il soggettivo», si sacrifica tutto ciò che avanza. E si tiene stretta la propria infelicità, brandendola come un’intimità incompresa. L’unica via di uscita diventa la narrazione di sé, il miracolo di autorizzarsi alle contraddizioni e trovare le parole, sempre più dense, clementi e imprevedibili di quante ne sogni la filosofia. Compresa quella di Ester Nilsson.

(il manifesto, 10 dicembre 2016)

di Alessandra Coppola

Come in una stazione ferroviaria, «aspetto un treno di cui non conosco l’orario, tra la folla, al freddo. Mi mancano le medicine, ho paura…». È la voce della scrittrice turca Asli Erdogan, che dal carcere femminile di Bakirköy a Istanbul, attraverso la mediazione dell’avvocato Erdal Dogan, è riuscita a rispondere alle domande del Corriere. Con il presidente Recep Tayyip Erdogan ha in comune il cognome, ma anche un destino speculare: è da lui, dice, che dipende la sua condizione attuale.

Asli Erdogan, lei è in cella da agosto: con quale accusa? Qual è la sua linea difensiva?

«Sono stata arrestata il 16 agosto perché consulente editoriale del quotidiano Özgür Gündem (indicato dal governo come organo del Pkk, partito curdo illegale, ndr), nonostante la legge sulla stampa dichiari in modo netto che i consulenti non sono responsabili giuridicamente per la linea e i contenuti del giornale. In Turchia per la prima volta un quotidiano è stato dichiarato “organo di stampa di una organizzazione terroristica”. È completamente illogico, fuori dal diritto, campato in aria… Non c’è una sola prova contro di noi, per formulare l’accusa hanno usato poche frasi estrapolate da quattro miei articoli, mai contestati prima. Il procuratore per nove persone, me compresa, ha chiesto l’ergastolo: la condanna che ha sostituito la pena di morte! In breve: vengo giudicata perché sono il consulente a titolo simbolico di un giornale legale ed è stata richiesto per me l’ergastolo. Per quanto ne sappia, è la prima volta al mondo: baserò la mia difesa su questo nonsense».

Non è l’unica vittima della repressione dopo il tentato golpe di luglio: che cosa sta succedendo in Turchia?

«Negli ultimi quattro mesi sono state arrestate 40mila persone con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica. Circa 150 “giornalisti” sono in carcere, tra questi scrittori, linguisti, professori di economia. Sono stati chiusi tra 150-200 organi di stampa e case editrici. Ci sono tra i detenuti anche decine di politici. Pochi giorni fa è stato arrestato un giudice nel corso di un’udienza (nel processo per l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, ndr)».

Perché il presidente Erdogan teme i giornalisti?

«Il regime sta diventando totalitario e vuole assicurarsi di essere il solo e assoluto detentore della verità. Erdogan non riesce a digerire neanche la minima critica, e rovescia tutto il suo rancore e spirito di vendetta contro gli intellettuali. Soprattutto non ha alcun rispetto per le “donne intellettuali”. Non capisco se ci odi o ci tema molto».

Che cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, Europa in particolare? Ritiene che gli accordi con Ankara per bloccare il flusso dei rifugiati frenino le pressioni?

«L’Europa deve smettere subito di chiudere gli occhi nei confronti della Turchia per la crisi dei migranti, ha il potere di fare pressioni, anche commerciali. La Turchia sta utilizzando persone disperate come merce di ricatto».

Quali sono le sue condizioni di salute?

«Come potrebbero essere? Una cella gelida, difficoltà di consultare un dottore, di avere medicine, la mancanza d’aria… Come può stare in questa situazione una persona che ha una protesi, che ha avuto quattro interventi, con problemi circolatori e intestinali? Cerco di RESTARE SANA (in maiuscolo nella trascrizione dell’avvocato, ndr)».

Come si svolgono le sue giornate in prigione?

«Ogni giorno è la ripetizione di un altro uguale a se stesso: la conta, l’ora del silenzio, il colloquio con l’avvocato, la conta serale… Come aspettare un treno di cui non si conosce l’orario in una stazione ferroviaria fredda, affollata, stretta».

Che pericolo corre?

«La settimana scorsa, un deputato dell’Akp (il partito del presidente, ndr) ha avvisato: “Ci possono essere delle aggressioni alle carceri, i terroristi potrebbero essere linciati”. Dopo questa minaccia abbiamo avuto davvero paura. È aumentato il numero dei cancelli di ferro, ma più che per proteggerci, per rendere ancora più difficili le nostre uscite! Per cinque notti abbiamo fatto i turni. Domenica è scattato l’allarme, ma mi ci sono talmente abituata che ho continuato a tirarmi le sopracciglia. Per non morire tra le fiamme ho calcolato come potrei facilitare il mio soffocamento… Sono totalmente vulnerabile, come ogni oppositore in Turchia».

Intellettuali di tutto il mondo si stanno mobilitando per chiedere la sua liberazione: pensa che questi appelli possano aiutarla?

«L’arresto mio e di molti altri scrittori e giornalisti è del tutto “politico”, siamo stati messi dentro con un ordine dall’alto, con accuse vuote, senza raziocinio. L’unica modo per venirne fuori è la pressione politica dell’Europa. Naturalmente i leader politici non considerano un problema prioritario la crisi della democrazia in Turchia. L’accordo sui migranti ha messo a tacere l’Europa! Ecco, la responsabilità che ricade sugli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti è grande: dobbiamo ricordare all’Europa i valori che fanno di essa l’Europa, e pretenderli».


(Corriere della sera, 9/12/2016)

PROLOGO

 

di María-Milagros Rivera Garretas

(Traduzione di Silvia Baratella e Luciana Tavernini)

 

 

La scoperta della storia vivente

 

La storia vivente è nata nel 2005, nel contesto della Libreria delle donne di Milano, in un gruppo di politica delle donne che allora si chiamava Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica. Come ogni vera nascita, non è scaturita dal nulla ma da una gestazione lenta e appassionante condivisa tra una madre (Marirì Martinengo) e le poche che facevano parte di questa comunità di storiche e di amiche: Luciana Tavernini, Laura Minguzzi e Marina Santini, accompagnate a volte da altre che entravano o entrano ancora nel gruppo, o anche che ne escono, quando la posta è troppo alta o per altri motivi. Poche e amiche, “Poche e sufficienti,”[1] come nelle fondazioni rivoluzionarie di Teresa di Gesù (Teresa d’Ávila, 1515-1582)[2] o del femminismo radicale dell’ultimo terzo del XX secolo, come per esempio Rivolta femminile (1970).[3]

 

La storia vivente è nata dalla pubblicazione da parte di Marirì Martinengo del libro intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta. Ricordi immagini documenti.[4] Il libro ricostruisce la storia della nonna paterna di Marirì, Maria Massone, una donna che, trentunenne e dopo cinque maternità in sei anni, fu rinchiusa (1895) in una cosiddetta “casa di cura” fino alla sua morte (1924). Così Maria Massone fu cancellata dalla memoria della famiglia che lei stessa aveva fondato, sottratta silenziosamente al suo mondo e alla storia per qualcosa nel suo essere donna che minacciava nelle sue strutture le pretese della classe sociale a cui apparteneva, la borghesia. In apertura del libro, Marirì Martinengo scrisse la sua idea essenziale: “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo processo cognitivo.”[5]  Io lessi subito questo libro perché alcune di noi del Centro di Ricerca Duoda dell’Università di Barcellona avevamo già allora una relazione politica con Marirì Martinengo. Qualche mese più tardi lo presentai alla Libreria delle donne di Milano e, nel preparare il testo, ricordo che restai per un po’ sulla traduzione del paragrafo citato, e precisamente sulle parole «storia vivente», senza capire perché la parola “vivente” non fosse in corsivo, come mi pareva dovesse essere perché che quella fosse storia mi era evidente, l’aspetto rivoluzionario era invece l’idea di una storia vivente. Per un pezzo rimasi in dubbio se essere fedele come traduttrice o essere fedele alla genialità dell’idea. E alla fine lasciai l’incertezza.

L’incertezza era il segno dell’importanza stessa dell’idea: la traccia dell’ombra, dell’oscurità ormai mescolata alla luce. Il libro, in realtà, è una dimostrazione di quello che ancor oggi (2016) fa più problema accettare, cioè che la storia vivente sia storia, non che sia viva e che vivifichi. Fa problema accettarlo alla storiografia maschile tradizionale, e anche a una parte importante della storiografia delle donne, quella nata dagli studi di genere. Ed è così nonostante la storia vivente non abbia pretese totalizzanti, cioè nonostante non pretenda di essere l’unico modo di scrivere la storia: non pretende di riempire un vuoto e neppure di proporre un nuovo paradigma.

 

La vita delle viscere

 

Quello che pretende la storia vivente è, secondo me, di cercare e di trovare la verità storica attraverso la strada della differenza sessuale, cioè attraverso la strada del senso libero dell’essere donna o uomo: la strada delle viscere, per usare le parole indispensabili di María Zambrano, poiché è nelle viscere dove la differenza sessuale mette le sue radici, dove radica il suo sentire. Ma le viscere non rientrano nella conoscenza universitaria: sono troppo sporche, inaffidabili, puzzolenti, deformi, volubili, taglienti, oscure e moleste. Sono moleste proprio per il loro legame inevitabile con la verità della madre e della lingua materna. La madre non rientra o rientra con grande fatica nel sapere universitario attuale. L’università alla fine del XII secolo concepì se stessa come Alma Mater (madre nutrice), e fatica a cedere il posto alla madre.

 

Così la Storia si scinde oggi tra la verità pattuita, ossia la verità del linguaggio concordato dagli Stati, e la verità della madre e della lingua materna. La verità del linguaggio concordato è sicura, assicurata com’è dalla forza degli Stati che la concordano; la verità della lingua materna è incerta e delicata, proprio come siamo delicate e incerte noi madri. Oggigiorno, però, l’ossessione per la sicurezza denuncia qualcosa di brutto. In questo stato di cose la verità incerta e delicata delle madri suscita una curiosità che preoccupa la verità pattuita. Per questo si può dire che stiamo vivendo nella storiografia e nella politica una battaglia per il simbolico in cui lottano per il senso della verità storica la storia di impostazione positivista e sociale da un lato e dall’altro la storia vivente. Non perché siano due storie antagoniste, ma perché il paradigma del sociale pretende fin dalla sua nascita di scrivere una storia totalizzante, e in questo ha fallito, fortunatamente, per quanto fatichi a riconoscerlo. Ha fallito perché era una pretesa vana, presa forse senza saperlo dalle ideologie totalitarie del XX secolo. C’è molto nella vita umana che non trova posto nel paradigma del sociale e che sta oltre, non contro il sociale, e che non ha mai cessato di esistere, benché fosse oscuramente presente al suo fianco, al fianco del sociale. In questo oltre (non contro) c’è, tra le altre cose, la storia vivente.[6]

 

Per questo, perché la storia sociale e la storia vivente non sono un’antinomia del pensiero ma sono due proposte o due scommesse dispari, la battaglia per il simbolico nella storiografia non si configura come una contrapposizione dialettica ma come un movimento delle viscere: un movimento delle viscere che non porta ad accordi o disaccordi che si possano mettere per iscritto, bensì a incontri spirituali riusciti o falliti alla maniera delle affinità elettive. In questo libro, per esempio, si discutono e si confutano nel dibattito cose che non sono neppure state dette. Non è follia ma aurora, aurora dell’oscuro che lascia a bocca aperta, nella quale il bianco, il grigio e il rosa non si connettono ancora.

 

All’oscuro delle viscere è stato dato, tra pensatrici del XX secolo e di oggi, il nome di vita passiva.[7] E, con la vita passiva, la chiamata delle viscere.[8] In uno dei suoi testi autobiografici, María Zambrano disse della propria filosofia: “Io sono sempre andata in direzione del riscatto della passività, della ricettività. Io non lo sapevo, ma da molti anni anch’io stavo facendo alchimia.”[9] La vita passiva è quello che in me non mi lascia fare con successo quello che non è necessario sia fatto da me, per quanto lo sembri, e me lo impedisce, custodendo al tempo stesso un mio desiderio vitale che non può venire alla luce lì; è quello che in me non mi lascia essere felice quando faccio molto bene le cose sbagliate, custodendo passivamente il mio desiderio di grandezza nel fare attivo che in quel momento è alla mia portata.

 

Fare i conti con la vita passiva è necessario per fare simbolico. La stessa parola “simbolico” lo indica, deriva dal greco συν-βαλλειν, che significa “lanciare con”: il “con” è l’oscuro delle viscere, oscuro inseparabile dalla parola che, lanciata, fa simbolico. Questo ha conseguenze importanti nell’azione e, pertanto, nella storia e nella politica. Quando le parole vengono lanciate in aria senza il peso delle viscere, senza la loro sporcizia e impotenza, volano, ideologiche, e immolano vite, sacrificate all’idea smaterializzata. La sporcizia non tenuta in conto allora straripa terrificante sotto forma di distruzione e sangue.

 

La storia vivente riscatta e redime la vita passiva, la vita delle viscere.[10] E non dalle viscere di chiunque, non da quelle delle “altre”, ma dalle proprie. Questa è una rivoluzione nella scrittura della Storia: una rivoluzione che lascia finalmente dietro di sé la pretesa ottocentesca di obiettività, senza minimamente intaccare l’uso, per scrivere storia, della più squisita erudizione.

 

Perché riscattare la vita delle viscere? Perché la storia non dimentichi la vita passiva, l’impossibilità dell’azione a fianco della sua possibilità e, così, faccia simbolico e sia feconda. Tutti i testi di questo libro che trattano di storia vivente, che sono quelli di Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, Marirì Martinengo, e in modo promettente, quelli di Marina Canal, Piera Moretti e Désirée Urizio, sono nati e sono stati scritti dopo un difficile processo di indagine sulla propria esperienza profonda, indagine in cerca dei nodi, degli ostacoli e dei grumi oscuri del disordine simbolico che impedivano l’interpretazione libera della Storia da parte ogni storica in carne e ossa. Quest’indagine non è solitaria, anzi è stata condotta sempre in relazione: in relazione all’interno della Comunità di storia vivente, o fuori di essa in una relazione duale di affidamento. Che l’indagine in profondità della vita delle viscere venga svolta in relazione è importantissimo, perché da questo dipende che la pratica della storia vivente sia politica. Che sia politica implica allo stesso tempo che la storia che alla fine viene scritta è storia comune, non solo storia personale, per quanto sia anche questo. La relazione crea il contesto e contestualizza gli avvistamenti di luce che ogni autrice persegue e ottiene indagando i nodi della sua esperienza. Così le autrici di questo libro offrono e propongono interpretazioni generali di periodi e di avvenimenti storici come la riurbanizzazione e le migrazioni degli anni Sessanta in Europa, le guerre del XX secolo, il genocidio in Istria alla fine della seconda guerra mondiale o l’influenza sulla perpetuazione del patriarcato degli abusi sessuali diffusi e quasi indicibili da parte di uomini socialmente rispettabili e, con questa, sulla difficoltà femminile a prendere parola in quanto donna.[11]

 

Il metodo vivente

 

Così la storia vivente pianta i semi di un metodo di conoscenza che si può chiamare il metodo vivente, intendendo la parola metodo per ciò che è: un cammino in movimento. È un metodo di ricerca della verità nella pratica di relazione più che nella pretesa di obiettività e nel rigore positivista. È un metodo femminile che interpreta la Storia a partire dalla propria storia, passata attraverso il vaglio del confronto con altre donne che sono impegnate nello stesso processo. È un metodo che misura la Storia sulla libertà femminile e sui risultati della misurazione fonda interpretazioni degli avvenimenti orientate dall’ordine simbolico della madre. È un metodo che, allentando o sciogliendo i nodi vitali della storica stessa, intende liberare sia il senso della vita e della verità della storica, sia la veridicità storica.

 

È un metodo che risponde alla necessità personale, condivisa con un numero indeterminato di donne e uomini di oggi, che la storia sia la storia delle donne[12], che, come scrisse María Zambrano nel 1958 parlando della democrazia, “la società sia adeguata alla persona umana; uno spazio a lei adeguato e non un luogo di tortura”.[13] Per questo non separa la storia della storica dalla storia che la storica scrive, così come non separiamo, nel parlare o nello studiare la lingua, il significante dal significato, lasciando così en passant cadere lo strutturalismo linguistico, che ha reso un’antinomia ciò che non lo è.[14] Per questo il metodo vivente non pretende di giungere a una storia totalizzante ma di mantenersi aderente all’incertezza e alla delicatezza della verità della madre e della lingua materna. La madre è la materia, la sostanza. “E come la sostanza – ha scritto María Zambrano – inesauribile, prolifica, traboccante da ogni forma, piena di promesse. Perché le sostanze viventi, essendo atto, possiedono una potenza mai interamente attualizzata; segnale di vita. Il cristallo appare come l’identificazione piena di forma e materia, di potenza e atto; il cristallo è l’immagine dell’atto puro. Ma non vive. Ciò che è vivente non si attualizza mai del tutto e solo quando è passato completamente lascia un’immagine fissa. Ma anche questa immagine si sfoca, cambia come dotata di vita propria, quando la guardiamo e a seconda del punto di vista da cui la guardiamo. E cambia, ma non come l’immagine di una montagna a cui giriamo intorno. Tutto ciò che era vivo, dal momento in cui lo guardiamo, torna a esserlo, lo restituiamo alla vita solo con il prestargli attenzione un istante. Ciò che è vivo, benché non lo sia più, rivive al contatto con la vita.”[15]

 

Di conseguenza nei testi che fanno parte di questo libro si dicono cose sfocate e, proprio per questo, appassionanti, della vita e della Storia. Ne scelgo alcune: “Tra i guadagni simbolici della pratica della storia vivente, voglio annoverare, oltre a quello di aver ricevuto voce e parola sulla mia esperienza, l’aver avuto giustizia, un bisogno universale che ha trovato uno sbocco positivo, attraverso un percorso politico di crescita e non rivendicando né aprendo conflitti distruttivi (Laura Minguzzi, p.23). “So di aver raggiunto qualcosa di vero perché è avvenuto un cambiamento visibile in me. La pratica della storia vivente è trasformativa. Riesco a parlare a partire da me e le citazioni di altre e di altri, che pure uso, non sono più un nascondimento ma un dialogo in cui io sono il soggetto che apre l’interlocuzione” (Luciana Tavernini, p. 29). “La pratica della storia vivente apre la possibilità di rileggere diversamente la storia dal punto di vista femminile, indagando sui nodi personali che con fatica andiamo a ritrovare dentro di noi e diciamo alle altre che, a loro volta, ci rimandano, in un continuo dialogo, in una continua ripresa, le nostre parole. Ci impegniamo a distillare un racconto che vale anche per altre e altri” (Marina Santini, p. 31). “Qualsiasi possa essere la risposta a questo che per me rimane un enigma, forse la sua rinuncia, anche se le è costata molto e le ha impedito una comunicazione fluida con noi figlie e figli, sicuramente le ha permesso di preservare la sua unica forma di libertà: la capacità di stare presso di sé, di nutrirsi con la musica, la lettura di libri spirituali, le belle foto di famiglia, i ricordi, il silenzio” (Marina Canal, pp. 58-59). “La lettura del numero di DWF sulla Storia vivente ha riportato a galla questo nodo del rapporto con la mamma che credevo ormai risolto e mi ha fatto capire che andava indagato ancora più in profondità per capire chi sono io adesso. Tutte le volte che vado a Fratta Polesine dalle mie sorelle e vedo i loro occhi che luccicano di gioia, penso che ho mantenuto la promessa fatta alla mamma e questo mi dà forza (Piera Moretti, pp. 63-64). “Adesso il mio desiderio è ancora più grande: c’è un significato simbolico, universale da guadagnare dall’esodo istriano e dai gravi fatti accaduti alla fine della seconda guerra mondiale lungo il confine italiano orientale, in Istria, Dalmazia e Venezia-Giulia. Ora lo scopo della mia ricerca è di andare oltre gli innumerevoli racconti, i ricordi, le testimonianze, gli scritti letterari, oltre il piano dei sentimenti e delle rivendicazioni di giustizia e liberare da false interpretazioni questa storia che ha segnato pesantemente non solo la vita di mio padre e dei suoi parenti esuli, i cui discendenti oggi sono sparsi in tutto il mondo, ma anche la mia e quella dei miei fratelli. L’esodo dall’Istria, regione italiana, abitata da gente che parlava Italiano, in dialetto veneto-triestino, è un nodo non solo della mia vita e della mia famiglia, ma della storia. Vorrei che emergesse in tutta la sua complessità, nella fiducia che solo la verità potrà restituire senso e sbocco positivo a quelle tragiche vicende” (Désirée Urizio, p.68).

 

Questo bel libro rivoluzionario inizia con l’invito dell’Associazione Le Vicine di casa, promotrice dell’incontro, e un’introduzione di Alessandra De Perini. I due testi riassumono gli aspetti essenziali e innovatori della pratica della storia vivente e ricostruiscono amorosamente i venti anni di riflessione, scambio e ricerca che hanno portato le componenti della Comunità al momento decisivo che qui si presenta. Li segue una infelice lettura di Tiziana Plebani, in cui, confondendo anche gli esempi di biografia e storia personale che le autrici avevano incluso nel numero della rivista DWF proprio per evidenziarne le differenze, tenta di dimostrare che la storia vivente di cui sta parlando non esiste, perché – scrive – “in conclusione, l’affermazione delle nostre amiche milanesi sull’imprescindibilità della relazione tra la storica e il suo oggetto di ricerca procede nell’alveo già segnato della migliore tradizione della riflessione sul fare storia” (p.14). Certo, quello di cui lei scrive non è storia vivente. È piuttosto una mescolanza contraddittoria di alcune parole trovate nel libro con la storiografia patriarcale, con la storia di genere e con il paradigma del sociale, di cui considera immutabile il quadro, riducendosi dentro di esso la libertà di confronto. Di conseguenza le autrici del libro non dialogano direttamente con la sua lettura; quello che fanno è mostrare e rendere concreto il senso della loro pratica e i cambiamenti che questa ha generato, evitando contrapposizioni sterili e preferendo l’interlocuzione con le donne presenti all’incontro, come appare dagli interventi del dibattito. La lettura di Tiziana Plebani, tuttavia, è utile come esempio di quello che succede quando la storia moribonda si confronta con la storia vivente: né la sfiora né la raggiunge.

 

 

[1]Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Mendez e María-Milagros Rivera Garretas, con un Epílogo di quest’ultima, Sabina Editorial, Madrid 2015, pp.639 + CD formato mp3, poema 1639, p.439.

 

[2]Una biografia femminista, la mia Teresa de Jesús / Teresa of Ávila, edizione bilingue spagnolo-inglese con traduzione inglese a cura di Laura Pletsch Rivera, Sabina editorial, Madrid 2014.

 

[3]Nacque a Milano con il “Manifesto di Rivolta Femminile”, in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri testi, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, ora anche edito da et al, Milano 2010; (Escupamos sobre Hegel, La mujer clitórica y la mujer vaginal, trad. Francesc Parcerisas, Anagrama, Barcellona 1981; prima LaPléyade, Buenos Aires 1975).

 

[4]Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi immagini documenti, Genova, ECIG, 2005. In spagnolo è disponibile una recensione in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 31 (2006), pp. 205/208. DUODA è una rivista cartacea a libero accesso in http://www.raco.cat/index.php/DUODA/ .

 

[5]Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi immagini documenti, op. cit. p.21. La citazione si trova anche in “La voz del silencio. Me llama desde siempre” (La voce del silenzio. Mi chiama da sempre) in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 40 (2011), 42/49, pag. 44 http://www.raco.cat/index.php/DUODA/

Le sue riflessioni più recenti in: Marirì Martinengo, “Me llama desde siempre: la respuesta a la llamada” (Mi chiama da sempre: la risposta alla chiamata) in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 49 (2015), pp. 68/94, http://www.raco.cat/index.php/DUODA/ .

 

 

[6]Ho toccato questo argomento nel mio “La vida de las mujeres: entre la historia social y la historia humana” (La vita delle donne: tra la storia sociale e la storia umana), in Flocel Sabaté e Joan Farré, eds., Medievalisme: noves perspectives, Pagès editors, Lleida 2003, pp. 109-120.

 

[7]Luisa Muraro, “Vita passiva”, in Annarosa Buttarelli, Giannina Longobardi, Luisa Muraro, Wanda Tommasi, Iaia Vantaggiato, La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche editrice, Milano 1997, pp. 65-83, pag. 77. Si veda anche Chiara Zamboni, L’azione perfetta, Centro Virginia Woolf, Roma 1994.

 

[8]Si può vedere il mio “Madres e hijas: la llamada de las entrañas” (Madri e figlie: la chiamata delle viscere), in Isis Internacional, portale MujeresHoy, 2015 (Cile) www.mujereshoy.com/secciones/portada.shtml e www.mujereshoy.com/secciones/3091.shtml

 

[9]“María Zambrano, pensadora de la aurora” (Maria Zambrano, pensatrice dell’aurora), in Anthropos, n. 70/71 (1987), pp. 37-38. Intervista pubblicata in Cuadernos del Norte, n. 38 (1986), pag. 6.

 

[10]María-Milagros Rivera Garretas, “La historia que rescata y redime el presente”, in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 33 (2007), pp. 27-39; “History that rescues and redeems the present”, in Imago Temporis. Medium Ævum, n. 2, 2008, pp. 17-25; “La storia che riscatta e redime il presente”, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, eds.,  Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 343-357.

 

[11]Laura Mercader Amigó y María Milagros Rivera Garretas, “Hablar como mujeres. Una elección” (Parlare in quanto donne. Una scelta), atti del laboratorio di Duoda (con Gloria Luis Peralvo) in Radicalment feministes. 40 Anys de Feminisme a Catalunya (2, 3 e 4 giugno 2016), in corso di stampa.

 

[12]Luisa Muraro, “La politica è la politica delle donne”, in Via Dogana, n. 1, giugno 1991, pp. 2-3.

 

[13]María Zambrano, Persona y democracia. La historia sacrificial (1958), Anthropos, Barcelona 1988, p. 136; Persona e democrazia. La storia sacrificale, Paravia Mondadori, Milano 2000, p.161.

 

[14]Un esempio prezioso del fatto che non è un’antinomia lo danno i seguenti versi della poesia n. 446 di Emily Dickinson: «Destilla sentido asombroso / De Significados Corrientes» [Distilla senso stupefacente/ Di Significati Correnti], in Emily Dickinson, Poemas 1-600. Fue – culpa – del Paraíso, prologo, traduzione e lettura in spagnolo delle poesie a cura di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Sabina editorial, Madrid 2012, pp. 940 + CD formato mp3, p. 691.

 

[15]María Zambrano, Persona y democracia. La historia sacrificial (1958), op. cit., pp.136-137; Persona e democrazia. La storia sacrificale, Paravia Mondadori, Milano 2000, p. 161.


(www.libreriadelledonne.it, 9/12/2016)



Sabato 3 dicembre, durante la trasmissione Sabato libri di Radio popolare, Rosaria Guacci ha intervistato Liliana Rampello sull’ultimo libro che ha curato: Virginia Woolf,  Oggetti solidi, tutti i racconti e altre prose.


L’intervista a Lilli Rampello inizia al minuto 35.




Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura

10 novembre, ore 17.45, Sala del Maggior Consiglio

Ragione e sentimento
di Jane Austen

Liliana Rampello

Ragione e sentimento, pubblicato nel 1811 anonimo, by a Lady, è uno dei sei magnifici romanzi con cui Jane Austen ha segnato il suo tempo, a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Un romanzo in grado di intercettare e anticipare, con lingua poetica, alcuni dei maggiori temi filosofici dell’epoca, identità e persona, individuo e felicità, contratto sociale e sessuale, soggettività e libertà. Ironia travolgente, intelligenza lucida e realismo spietato fanno di questa scrittrice un’interprete magistrale della libertà femminile.

Liliana Rampello, si è laureata con Luciano Anceschi e dal 1972 al 2007 ha insegnato Estetica all’Università di Bologna, privilegiando in particolare la Teoria della Letteratura e le poetiche del romanzo europeo fra Settecento e Novecento. Attualmente è collocata a riposo ed è consulente editoriale. Critica letteraria e saggista si è occupata principalmente di Walter Benjamin, Marcel Proust, Virginia Woolf, Jane Austen.





Scrive Ginevra Bompiani a proposito degli incontri raccolti nel suo libro Mela zeta (edizioni nottetempo): “sono incontri che non ho tanto l’impressione di aver vissuto, quanto di aver mancato”. Lo stesso titolo evoca la combinazione di tasti del computer che cancella l’azione fatta; applicandolo alla propria vita quand’è che ci si fermerebbe? Cos’è che non si vorrebbe rifare un po’ meglio, un po’ diversamente? Al fondo di  Mela zeta c’è un sentimento di irrequietezza, una vigile insoddisfazione. Giorgio Manganelli e la bravura con cui insultava, l’esoticità di Elsa Morante, le bizze di Anna Maria Ortese, i ritardi di Ingeborg Bachmann, ma anche l’uomo incrociato in barella che si dichiara sereno e tranquillo e la donna che in una lingua incomprensibile enumera le sue disgrazie in Bosnia animano i capitoli di questo singolare memoir, volto a individuare le proprie falle e a incasellare i ricordi sotto categorie generali  passando dal massimo dell’astrattezza (L’emozione) al massimo della concretezza (Il paesaggio). Su tutto incombe l’ombra del più delicato dei passaggi, quello dalla maturità alla vecchiaia “un’avventura molta importante, l’ultima avventura”.

Abbiamo incontrato Ginevra Bompiani nella sua casa romana e con lei abbiamo parlato dei temi e della struttura del suo libro.

Ginevra Bompiani è nata a Milano e vive a Roma. Editrice, scrittrice, traduttrice, saggista, ha insegnato per molti anni all’Università di Siena e ha fondato nel 2002 la casa editrice nottetempo. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: La stazione termale (Sellerio 2012) e La neve (et al. 2013),  L’ultima apparizione di Josè Bergamin (nottetempo). Dal 2015 cura per nottetempo la collana Luce Mediterranea.

di Monica Guerzoni

La «battaglia per la grammatica italiana» ingaggiata da Laura Boldrini continua, con una nuova sfida. La presidente della Camera ha avviato le procedure per declinare al femminile le cariche di tutte le dipendenti di Montecitorio. Lunedì al Palazzo dei gruppi parlamentari inizieranno le operazioni per sostituire il tesserino fotografico di riconoscimento. Via il vecchio badge e avanti con il nuovo. In nome dell’Accademia della Crusca e a dispetto dei sindacati interni, che protestano contro i nuovi «indirizzi in tema di linguaggio di genere».

Dalla prossima settimana a Montecitorio il consigliere capo servizio donna diventerà consigliera, l’interprete-traduttore si ritroverà traduttrice, il tecnico dovrà abituarsi a sentirsi chiamare tecnica e via così per il consigliere (consigliera), l’addetto stampa (addetta stampa), il documentarista bibliotecario (bibliotecaria), il ragioniere (ragioniera)… Le più infastidite sono le donne segretario parlamentare che si sono battute a lungo in passato per liberarsi di quella «a», un tempo ritenuta discriminatoria. Lo ricorda la missiva che i sindacati hanno inviato a Laura Boldrini e al segretario generale Laura Pagano, destinata fra pochi giorni a diventare segretaria generale: «Non appare superfluo ricordare che la denominazione al maschile del termine scaturisce da rivendicazioni sindacali volte a superare una concezione riduttiva di una professionalità che, fino ad allora, veniva associata alla funzione di “persona tuttofare”».

Una segretaria parlamentare, che preferisce restare anonima, spiega l’umore di tante colleghe: «Ci sembra un passo indietro, che non tiene conto dei progressi della società. È una decisione solo formale, mentre è la sostanza che conta». La polemica non è nuova, visto che la presidente Boldrini (o presidenta?) tempo fa chiese che la declinazione al femminile fosse usata in tutte le lettere ufficiali della Camera. Ed è stata sempre la terza carica dello Stato a sfidare Virginia Raggi e Chiara Appendino perché accogliessero di buon grado il nome di sindaca. «Evitiamo boldrinate, fatevi chiamare sindaco!», le spronò la grillina Roberta Lombardi. E la presidente della Camera: «Non è una boldrinata, si dice sindaca. È una questione grammaticale e culturale».

Nelle stanze ovattate della Camera, dove si parla a voce bassa e si cammina in punta di piedi, i sindacalisti fanno notare che Boldrini avrebbe evitato di modificare il Regolamento dei servizi e del personale per non dover passare al vaglio dell’Ufficio di presidenza, dove il braccio di ferro con il M5S sarebbe forse stato inevitabile. «Nella certezza che tale provvedimento non trovi il consenso di molte colleghe» i rappresentanti di Quip, Osa, Spi e Sindacato autonomo chiariscono di non essere contro la parità, ma chiedono una verifica della volontà delle dipendenti: «Il rispetto della parità di genere non può comportare l’imposizione della declinazione al femminile della professionalità, in presenza di una diversa volontà della lavoratrice». Consigliere parlamentari, tecniche o segretarie che siano, le lavoratrici di Montecitorio dovranno farsene una ragione. Come Boldrini non si stanca di ripetere, la questione della declinazione di genere è ormai una necessità secondo molti studiosi della questione femminile, convinti che la battaglia contro il sessismo cominci (anche) dal vocabolario.

(27esimaora.corriere.it, 7/12/2016)

di Luciana Castellina

Lea l’abbiamo conosciuta assieme – Rossana Rossanda e io – e così, per qualche ragione che in seguito ci fu più chiara, si instaurò fra di noi un rapporto particolare. Voglio dire: una relazione a parte rispetto a quella derivata dal fatto che avevamo tutte e tre in vario modo a che fare con lo stesso giornale. Si potrebbe dire che fra noi, come spesso capita in un luogo di lavoro, s’era aggiunta un’amicizia personale. E però non è tanto vero, perché un’amicizia presuppone una frequentazione attiva, che in realtà non c’è mai stata per via delle distanze geografiche e dei rispettivi affanni. Così come non c’è stata, almeno per me ma penso anche per Rossana che pure proveniva dagli studi dell’arte, un dialogo «professionale». Io anche venivo da quel «settore», perché fino a quando non mi sono imbattuta nel Pci facevo ( o meglio, tentavo di fare ) il pittore. E invece no, perché le scoperte artistiche di Lea erano talmente lontane dal mio orizzonte dall’impedirmi anche solo di aprire un discorso. Credo che anche per Rossana la «body art», con cui Lea aveva allora appena appitonato il dibattito culturale, non fosse cosa che la appassionava. O forse no, sono io che non lo so. E però vorrà pur dire qualcosa che di questo assieme non abbiamo mai parlato.

IN EFFETTI FU LUIGI – come Lea scrive in questa intervista-biografia appena uscita (L’arte non è faccenda di persone perbene, conversazione con Chiara Gatti, Rizzoli, pp. 144, euro 18) – ad avere la straordinaria idea di chiederle – il manifesto quotidiano stava per uscire – se avesse avuto voglia di collaborare. Una proposta che meravigliò molto Lea: ma come, un foglio di battaglia politica così militante, si interessava all’arte contemporanea? Sì, se ne interessava. Per fortuna, e questa è la ragione per cui il giornale ha avuto sempre della politica un’idea meno meschina di quello che correntemente si pensa sia la politica.
Lea non era comunque affatto estranea all’avventura complessiva del giornale. C’era stata subito affinità con la nostra battaglia e poi – scrive – «mi piaceva far parte della macchina». E infatti racconta con affetto e nostalgia le stanzette di via Tomacelli e chi le abitava, l’hotel Plaza, elegante e demodé, subito al di là del Corso, nella cui grande hall andavamo a prendere un tè quando dovevamo parlare con un po’ di riservatezza. Era anzi così coinvolta nelle sorti della nostra impresa che una volta, preoccupata, venne a dire a me e Rossana che aveva deciso di scrivere nel suo testamento che i suoi beni dovevano andare al manifesto.

Più straordinario fu però che abbia accettato di scrivere sulle nostre pagine; e che abbia continuato a farlo per mezzo secolo. Una bella stravaganza, perché contemporaneamente lei scriveva sulle più sofisticate riviste di critica d’arte, cosi’ come su quotidiani di ben maggiore tiratura. Perchè Lea Vergine è stata, ed è tutt’ora, una delle più autorevoli critiche d’arte, e – non capita sempre a chi si occupa di questa materia – anche una delle più lette. Il libro sulla body art che la lanciò nel 1974 – Il corpo come linguaggio – fu quasi un best seller internazionale. Era accaduto perché Lea era riuscita a far capire che quanto era sembrato solo un pretenzioso scandalismo era in realtà un modo per cercare di creare un rapporto fra l’arte e il proprio corpo seguendo il ritmo del tempo, un modo «di rimettersi al mondo presentandosi al pubblico attraverso il corpo». Una nuova maniera di creare sculture, queste viventi.
Non era – non è – facile rimettere a fuoco lo sguardo di un fruitore di quadri dopo che da sempre è stato abituato a vedere in altri modi.
La storia dell’arte dai Bizantini a Giotto e poi dai naturalisti agli impressionisti, agli espressionisti, i cubisti, agli astrattisti, è scandita da questi salti traumatici. In questa ultima stagione a cavallo del secolo il salto è stato ancora più spericolato.

SE LEA È RIUSCITA a farsi seguire – il libro che ora ha scritto consente di capirlo anche meglio – è perché lei stessa ogni volta vive su di sé lo stravolgimento di quella «emozione quasi dolorosa», «disorganizzante», quel «terremoto» che l’arte può farti sentire quando di fronte a dei segni o dei segnali vieni «posseduto da qualcosa di ineffabile e intangibile». Accade quando l’arte produce un «rivolgimento interiore», quando ti costringe «a confrontarti con il tuo lato oscuro».
In questo suo libro non c’è in realtà molto di critica d’arte. C’è anche molto altro. Molto. Intanto un racconto della Milano che tutti abbiamo amato, quella di quando questa città divenne davvero il centro culturale e politico fondamentale della modernità italiana, come provano del resto i nomi di tutti, tantissimi, gli intellettuali che Lea vi incontra ( e che cita quasi meticolosamente) quando approda nella capitale del nord, ancora giovanissima, bellissima, intelligentissima. Sono pagine preziose per ricostruire quell’epoca. Aihmè poi tramontata.

MA IN QUESTA AUTOBIOGRAFIA in forma di intervista c’è sopratutto la storia della sua infanzia ed adolescenza napoletana. Privilegiata ma in realtà durissima, per via di come le strutture di classe si sono incrociate con le passioni, di come l’abbiano privata di una formazione normale, e anzi ferita per via delle contraddizioni che hanno segnato gli affetti. Ne conoscevo solo schegge, e mi appare anche più un miracolo che lei sia venuta fuori così.
Una sola cosa rimprovero a Lea per questo suo libro. Di Enzo Mari, suo marito, scrive una sola riga: «Una pietra. Indispensabile». Capisco che è una frase lapidaria. Ma siccome so – lo si vede, anzi lo si palpa anche adesso che hanno 80 anni – che fra loro c’è stato e c’è un grandissimo amore, avrei voluto saperne di più.
Devo a questo punto ancora spiegare come mai sia durato il rapporto personale che ha legato me e Rossana a Lea attraverso questo mezzo secolo in cui in realtà ci siamo viste poco (e però se capito a Milano mi piace andarla a trovare. Non per abitudine sociale, ma perché mi piace davvero parlare – di me e di lei oltreché del mondo). Se leggete questo libro che spiega come è Lea, credo capirete il perché.


(il manifesto, 6/12/2016)

di Marisa Milesi

Di recente ho letto la storia di Lina Scalzo raccolta da Franca Fortunato.

La storia, raccontata attraverso un racconto-intervista, ripercorre una vita in cui crescita personale e consapevolezza critica riferite a sé e alla propria esperienza lavorativa vanno di pari passo.

L’esperienza vissuta dalla protagonista è riletta dall’intervistatrice con un riferimento consapevole e meditato al pensiero della differenza e alla pratica politica delle donne da entrambe condivisa. Così come costante è il confronto e il sostegno reciproco tra le due amiche nel loro percorso personale e politico.

Nella presentazione al testo Franca Fortunato ripercorre la propria vicenda intrecciandola e confrontandola con quella di Lina Scalzo, soffermandosi in particolare sull’esperienza del legame di ognuna con la propria madre. Mentre Franca rintraccia in questo legame un vissuto di incomprensione e di rottura a cui solo da adulta, attraverso l’incontro con altre donne autorevoli, ha potuto e saputo riparare, Lina ha trovato continuità e senso con la scelta che sua madre aveva fatto per lei da ragazza.

Nelle due storie c’è un continuum tra la relazione con la propria madre e come entrambe sono riuscite a declinare questo rapporto nel corso della loro vita.

Anche per questo lo scritto mi ha coinvolto. Rintraccio nell’esperienza di Franca alcune similitudini a quello che è stato il mio percorso e questo passaggio mi aiuta a riflettere sulla mia esperienza: anch’io mi sono allontanata da mia madre, senza conflitti ma senza condividere con lei le mie scelte.

Mi ritrovo nell’oggi ad interrogarmi sulla peculiarità della relazione con lei e constato come questa mi rafforzi ora che, attraverso il pensiero della differenza, riesco a collocarla in un continuum genealogico che le restituisce potenza e valore. Questa consapevolezza mi fa da guida. Così ho potuto tornare indietro nel tentativo di comprendere alcune zone d’ombra della nostra relazione.

Mia madre è cresciuta negli anni della seconda guerra. Scolara brillante, è stata orientata a proseguire gli studi e sua madre ha acconsentito ad affidarla a un istituto religioso molto distante da casa. L’incertezza degli eventi legata all’incombere della guerra unita al sentimento di nostalgia per gli affetti lontani hanno fatto sì che rinunciasse, dopo alcuni anni, a completare la formazione scolastica. Mi chiedo quanto la sua rinuncia sia stata determinata dal percepire una lontananza anche simbolica dal suo contesto di appartenenza, per lei allora difficile da sostenere. Ha ripercorso quindi la traiettoria di una vita già percorsa da altre, da sua madre, dalla sue sorelle. È rimasta a continuare il lavoro dei genitori e si è sposata.

Io invece ho potuto andare altrove. Nella relazione con mia madre quando ho deciso di andarmene, non ci sono stati conflitti ma neppure dialogo, così che non ho mai saputo cosa lei condividesse o rifiutasse delle mie scelte. Da adulta ho visto la sua difficoltà a riconoscere valore al mio lavoro di studio e di scrittura.

Dopo gli studi ho scelto un lavoro nel sociale. In questo ambito la possibilità di sostenere altre madri colloca il mio lavoro nell’istituzione in una prospettiva di senso. Prendo in prestito le parole di Letizia Bianchi che collegandosi alla sua esperienza infantile di affidamento, ripercorsa a sua volta da adulta, dice: «Il sapere che mi viene da queste esperienze ha fortemente orientato il modo in cui in seguito me ne sono occupata da un punto di vista professionale e di ricerca… Questo interesse – che mi pare di avere sempre avuto – di recente ho capito meglio dove mi ha portato e da dove mi viene […]».1

Così per me Il desiderio di aiutare le madri e i loro figli e figlie ha sicuramente orientato il mio fare professionale e ha origine nella mia storia. Sono madre a mia volta e a mia volta sono figlia.

Tuttavia mi sono chiesta quanto della storia di mia madre e della sua rinuncia mi appartenga. Nel mio percorso mi sono soffermata a lungo, anche attraverso un lavoro analitico, a voler comprendere perché fatico a volte a riconoscermi possibilità e valore e a liberarmi da vissuti di passività che mi indeboliscono.

Ma poiché nella vita le relazioni femminili mi hanno sempre sostenuto e accompagnato, fino a condurmi verso luoghi dove la pratica politica delle donne ha costruito autorità e libertà femminile, sono riuscita a ritrovare forza, e in più ho re-imparato ad amare mia madre e a bonificare dentro di me la nostra storia.

Mi rende felice e ricca riuscire a sentire la forza di questo legame che con il suo amore a lungo mi ha nutrita, mi ha permesso di crescere e anche di andare lontano. Così vado avanti. Nelle donne che sono state protagoniste del femminismo e che ancora sono testimoni in carne e ossa, pensiero e parola, del valore della differenza femminile, ho trovato autorità e genealogia.

Mi accompagna la consapevolezza che: «nell’ombra del materno c’è di tutto amore, odio, fiducia, sfiducia, elementi differenti che devono essere tenuti assieme. Ora mi chiedo se questo filo di fiducia guadagnato di fatto esistenzialmente possa essere portato a livello politico». Il quesito di Laura Colombo a conclusione del suo scritto La passione di esserci2 apre ad una nuova possibilità: rinsaldarsi al legame materno, per ritrovarne la forza simbolica accettandone le sue parti oscure, può consentire di andare oltre, più avanti nella ricerca di un nuovo modo di essere nel mondo, che porti con sé un guadagno di libertà per sé e per tutte le donne.

(www.libreriadelledonne.it, 1 dicembre 2016)

di María-Milagros Rivera Garretas

La notizia la sentii lunedì 21 novembre (2016) ed era il punto finale di un processo durato un po’ di tempo. Diceva che il governo di R. T. Erdogan si era visto obbligato a ritirare una legge approvata grazie alla maggioranza assoluta che il suo partito ha nel parlamento turco. L’aveva obbligato a ritirarla il clamore della popolazione, clamore femminista, più di donne che di uomini, raccolto dall’opposizione parlamentare al governo.

La legge sospendeva le pene imposte a uomini condannati per abusi sessuali contro bambine e adolescenti minorenni se i criminali si sposavano con loro. Questo nel patriarcato non avrebbe richiesto che si promulgassero leggi. Adesso sì, e con la precauzione di avere la maggioranza assoluta negli organi legislativi. Ma neppure così.

Questa è la fine del patriarcato, e vale la pena ripeterlo perché tutto il mondo lo sappia e la memoria della libertà e della grandezza femminile faccia piacere, si diffonda e non si perda. Anche se oggi 25 novembre il potere turco minaccia di ripresentare in parlamento questa legge, non sarà mai più lo stesso.

La legge approvata e poi ritirata aggiungeva una clausola per garantire la validità della cosa: «sempre che non ci sia violenza». Solo a una mente non femminile può venire una condizione così ridicola. Sembra che all’uomo costi scoprire la violenza contro le donne prima di vederle assassinate.

Dove non era terminato il patriarcato il lunedì 21 novembre era nel linguaggio del direttore del programma che ha dato la notizia sentita da me. Il poveretto ha fatto delle vere acrobazie per non dire che le vittime degli abusi sessuali di cui parlava la legge turca che lui spiegava erano bambine. Acrobazie tali che per un momento ho pensato che in Turchia sarebbero legali i matrimoni tra uomini. Nella sua notizia c’erano solo «minori». Si vergognava a darla, la notizia? È possibile. Ma oggi, un uomo, la fine del patriarcato in lui deve esprimerla con chiarezza; l’ambiguità lo rende complice.

Ultimamente in classe mi trovo un tipo di allievo molto giovane che strombazza con entusiasmo interpretazioni della storia spaventosamente patriarcali senza altra precauzione che di interrompersi di tanto in tanto per dire: «Ma io ovviamente non sono d’accordo con questo». «Ovviamente» lui non ha sviluppato sensibilità alcuna verso la sofferenza che la sua stessa violenza verbale causa alle donne che si trovano nella necessità di ascoltarlo e che per cortesia non escono dall’aula. Nemmeno in questo tipo di allievo è terminato il patriarcato. Per quanto politicamente corretto si creda, il suo corpo intero è blindato contro la libertà e la grandezza femminile. Sarà che la sessualità maschile eterosessuale continua a dipendere oscuramente o chiaramente dalla violenza contro le donne e le bambine? Hanno dimenticato del tutto gli uomini occidentali quel profondo pensiero maschile antico e medievale, come la tradizione ermetica, che diceva che il legame uomo-donna è sacro perché è il dolce strumento dell’eternità della creazione?

(Duoda Centre de Recerca Universitat de Barcelona, 25 novembre 2016. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Per il testo originale vai a http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/185/)

(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2016)

di Doranna Lupi

Il tempo dell’attesa. Intreccio tra esperienze e vita quotidiana. XXII incontro nazionale dei gruppi donne delle comunità cristiane di base italiane in collaborazione con Donne in Cerchio, Donne in ricerca di Padova, Ravenna, Verona, Identità e differenza, Il Graal Italia, Thea Teologia al femminile, Verona 18-20 novembre 2016.

Parlare in questo seminario del tempo dell’attesa, nell’intreccio di esperienza e vita quotidiana, ha voluto dire mettere in campo il nostro desiderio di accogliere il tempo lento e profondo di una spiritualità del quotidiano che ci attraversa e ci pone in relazione alla materialità dell’esistenza e dei corpi, risvegliando la capacità generativa dello “stare nella vita”.

Questo aspetto della spiritualità, libero dal fare compulsivo che spesso ci attanaglia attraverso l’angoscia dell’inadeguatezza e dei sensi di colpa, è stato oggetto di riflessione dei gruppi donne nei mesi precedenti al nostro incontro. Dai contributi di questa riflessione comune ha preso avvio l’intervento della filosofa Chiara Zamboni che ha valorizzato e rilanciato aspetti significativi del nostro pensiero e delle nostre pratiche, evidenziandone anche le mancanze.

Per la Zamboni la qualità del nostro esserci nel quotidiano e l’efficacia delle nostre azioni devono radicarsi in questo tempo del raccoglimento in cui parole e avvenimenti vengono ascoltati dentro di sé, ricordati e meditati. È necessario lasciarsi toccare dalle parole, lasciarsi toccare nel lato inconscio del corpo. Le parole e gli avvenimenti, in questo spazio interno, non vengono pensati o interpretati perché la meditazione non richiede pensiero. Si tratta più di esperienza che di pensiero e deve mettere radice, crescere e fiorire.

Quindi la quotidianità non è il luogo dove rifugiarsi, non esiste per consolarci. Si meditano gli eventi nel quotidiano ma non sono soggettivi e personali. Dobbiamo essere consapevoli che facciamo crescere qualcosa a cui partecipiamo soggettivamente. Facciamo crescere quindi qualcosa di ordine impersonale per restituirlo al mondo, anche se la soggettività è in gioco.

La fiducia ci porta a individuare gli elementi importanti. Dobbiamo aver fiducia nello scommettere su piccoli avvenimenti che sono in realtà grandi avvenimenti, aver fiducia che ciò che ad altri appare come secondario, insignificante o minaccioso per l’ordine costituito, per noi è importante, essenziale, vitale. Si tratta di sperimentazione libera e vincolata. Libera in quanto ci prendiamo l’autorità di assumerci la competenza simbolica necessaria per ruminare gli accadimenti che ci hanno toccato e significarli. Vincolata perché abbiamo la necessità e l’impegno di restituirli al mondo, nello spazio pubblico e politico, incarnando le trasformazioni.

In questo momento storico perciò è fondamentale non perder di vista la battaglia che i governi giocano sulla biopolitica, per il controllo dei corpi e dell’ambiente.

Nel nostro caso è fuor di dubbio che crescita femminista e crescita spirituale vanno di pari passo.

Vicine all’idea di Simone Weil che vedeva il rito come momento in cui è presente una materialità che si illumina e ci illumina e una postura del corpo che porta alla trasformazione dell’anima, abbiamo condiviso nella celebrazione liturgica pane e semi, preghiere libere, canti e un percorso nella letteratura sapienziale. Questa ci ha donato la figura femminile di Sofia/Sapienza che viene descritta come sorella, madre, amata, padrona di casa, profetessa, guida predicatrice, giudice, liberatrice. La Sapienza pervade il mondo per attirare sul giusto sentiero, verso la vita.

Abbiamo inoltre colto l’occasione per presentare opere recentemente prodotte da tre nostre care amiche e compagne di percorso presenti all’incontro: il saggio autobiografico sulla differenza sessuale intitolato Le donne e il prete. L’isolotto raccontato da lei di Mira Furlani, il piccolo poema Tardi ti ho amato di Paola Cavallari e la raccolta di composizioni poetiche Evangelium Foemine di Rita Clemente (presentazione pubblicata sul sito www.cdbitalia.it).

In questo clima di elaborazione e raccoglimento non sono mancati i consueti momenti di laboratorio del corpo caratterizzati da creatività, prossimità, tatto, con la partecipazione di tutte le presenti.

(Doranna Lupi, Gruppo Donne – CdB Viottoli di Pinerolo, www.cdbitalia.it, 30 novembre 2016)

dal 5 al 11 dicembre 2016

Il Comune di Mercato Saraceno

Assessorato alla Cultura
Rad’Art Project | Associazione artéco INVITANO

Domenica 4 dicembre 2016, dalle ore 16:00
all’inaugurazione della mostra
Parжour
di
Chiara Pergola

alle ore 18.00: Happening

Parжour è un esercizio di indagine dello spazio urbano realizzato attraverso i più comuni dispositivi mobili ed i sistemi di georeferenziazione ad essi collegati. Aforismi tratti dal Tao Te Ching sono meditati, tradotti e riscritti fotografando e localizzando frammenti delle scritte che si incontrano lungo le vie delle città. La ricerca delle sillabe con cui scrivere il Tao costituisce una forma di “flâneurie” e di ginnastica mentale, che permette di inserire all’interno dei percorsi forzati della vita quotidiana uno sguardo interstiziale che ne ridefinisca codici, segnali, topografia.

I materiali prodotti durante la residenza presso La Chambre Blanche nel 2015, verranno presentati a Rad’Art assieme ad una installazione site-specific realizzata in loco, in cui emergono le tracce del processo di antropizzazione di un ambiente naturale.

L’installazione sarà attivata da un happening che si svolgerà alle ore 18.00

Come raggiungere Rad’Art:

Da Cesena, prendere la SS E45 fino alla seconda uscita di Borello (Bora). Procedere in direzione al centro di Borello; alla prima rotonda, prendere la seconda uscita in direzione di Piavola (SP 29); superata Piavola procedere oltre fino a San Romano. Dopo cinquanta metri del cartello che indica la località, svoltare a destra verso Pieve di Rivoschio per raggiungere San Romano alta. Dopo due tornanti in salita ed in fondo al rettilineo, parcheggiare davanti alla chiesa. Seguire a piedi le indicazioni (50 metri).

di Beppe Pavan (CdB Viottoli – Pinerolo)

Sono certo che tra chi naviga su questo sito qualcuno e qualcuna avrà già letto il recentissimo libro di Mira Furlani, della Comunità di Base dell’Isolotto di Firenze, intitolato “Le donne e il prete”. Non c’è dubbio che si tratti di un grande gesto di coraggio. Raccontare nel dettaglio la sua relazione con un prete carismatico come Enzo Mazzi, mettendone in luce aspetti nascosti della personalità e dei modi di fare, significa per lei esporsi al rischio di critiche feroci.

Ma chi non era con lei in quelle stanze in quei momenti non può che prendere atto del suo racconto; a cominciare da me, che per Enzo avevo solo tanta venerazione e stima, al punto da confidargli, ogni volta che ne avevo l’occasione, la mia sofferenza per i disagi e le difficoltà che andavano accumulandosi nella relazione con il prete della nostra comunità. Lui mi ascoltava e sembrava capire… ma non credo che tra loro abbiano mai parlato di tutto questo. Sarebbe stata una buona pratica di autocoscienza, che noi “uomini in cammino” sappiamo bene quanto sia importante e decisiva per la nostra conversione, per il nostro cambiamento di vita. È forse più facile, meno coinvolgente, elaborare una teoria per giustificare ex post, ad esempio, una scelta di abbandono.

Il libro di Mira mi ha messo di fronte a un dato di realtà a cui cercavo inutilmente di sfuggire con il silenzio o con la frustrante ricerca di discorsi disincarnati, per non essere accusato di giudicare le persone: non è possibile parlare di patriarcato in termini astratti. Il discorso sul patriarcato richiama immediatamente sulla scena le forme della sua incarnazione: persone, episodi, storie, dottrine… che lo rappresentano nel nostro pensiero e nella nostra quotidianità relazionale.

Affermare – come siamo ormai quasi tutti e tutte consapevoli nelle CdB – che la Chiesa cattolica, maschilista e misogina, omofoba e sessuofoba, è colonna portante della cultura patriarcale significa, a mio avviso, identificare questa colonna con l’insieme di tutti i componenti di quell’ordine gerarchico e maschilista che sono i preti in tutte le sfumature della piramide, dalla base al vertice. Dobbiamo aver pazienza, ma non è possibile liberarci dal peso della cultura patriarcale se non la riconosciamo e non la nominiamo: non è un’entità astratta e metafisica, ma concreta e materiale come i nostri corpi, che sono capaci di pensiero, anche metafisico, di relazioni d’amore, di condivisione… ma anche di potere, di presunzione di superiorità, fino al dominio su corpi e coscienze altrui.

Non è certamente facile liberarci dalla sottomissione a questa cultura, da duemila anni predicataci come “parola di Dio”; ancora una volta sono donne coloro che ci aprono gli occhi e ci aiutano, con il coraggio della loro consapevolezza e delle loro parole. Che sono pratiche d’amore: per se stesse, innanzitutto, per la loro libertà; ma anche per le altre donne, alla cui vita donano luce; e di conseguenza anche per noi uomini, che con i preti condividiamo l’appartenenza al genere che si è assunto la responsabilità storica – da una decina di millenni – di imporsi come dio unico e assoluto, signore e padrone del creato e di chi lo abita.

Quanto sia radicata, questa cultura, anche nel piccolo mondo delle nostre CdB lo documenta, a mio avviso, la convinzione ferrea di voler restare in “questa Chiesa”, che vogliamo cambiare facendola “altra”, non facendone un’altra, perché la amiamo, ecc. ecc.… Eppure sappiamo – ne siamo convinti/e – che il popolo di Dio è l’umanità, con tutte le forme religiose che si è data e che continua a costruire. Io credo che il “regno di Dio” sia la convivialità di tutte le differenze, che danno forma e anima all’umanità e all’intero creato, e che il nostro cammino sia di conversione all’esercizio di una soggettività dal cui senso del limite possiamo imparare a convivere senza esercitare alcuna forma di violenza e di sopraffazione. Nel regno di Dio c’è spazio per figli e figlie, cioè per fratelli e sorelle: ma è la Madre che ci rende consapevoli di questa relazione reciproca fra di noi, non l’ordine gerarchico dei padri.

Gesto d’amore è ogni invito a prenderne coscienza e a intraprendere cammini di libertà a partire ciascuno e ciascuna da sé. È un gesto d’amore per i preti ogni racconto, ogni riflessione che si dona come invito a cambiare in senso comunitario le loro modalità di stare nelle relazioni, scendendo da ogni più piccolo piedestallo su cui la formazione seminaristica li ha issati come pastori di un gregge.

Anche questo linguaggio “pastorale” sarebbe conveniente abbandonare, alla pari di quello sessista maschilista: sono entrambi linguaggi patriarcali, che perpetuano l’immaginario della superiorità, su cui si fonda la legittimazione di relazioni di potere che rendono vuote parole i discorsi sulla comune figliolanza nei confronti di Dio Padre.

Le comunità di base sono un luogo pressoché unico dove vivere questa ricerca in piena libertà. Ma questa libertà non sarà davvero piena finché non le daremo sostanza, abbandonando quella postura che impedisce di aprirci al confronto fra uomini e donne, nella reciproca differenza. Il racconto di Mira è un piccolo grande passo avanti su questa strada: da parte mia lo accolgo con sincera gratitudine.

(www.cdbitalia.it, 29 novembre 2016)

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MIRA FURLANI, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, Gabrielli editori, Verona 2016, € 12,00

di Alessandra Pigliaru

Gli striscioni e i cartelli, il lessico della mobilitazione nella reinvenzione del linguaggio e delle generazioni tra passato e presente

«Sì, lo sai, la forza che hai. Sì, lo so, la forza che ho». Dalla testa del corteo della straordinaria manifestazione organizzata ieri a Roma dalla rete Non Una Di Meno era questo lo slogan ripetuto, per dire che – come recitava un altro striscione – «guerriere sempre, vittime mai». O forse non si trattava di uno slogan, bensì erano le voci, le tante voci di numerose generazioni che ieri si sono mostrate, fianco a fianco per dire no alla violenza maschile contro le donne.

E proprio quella forza, inaddomesticata e assertiva, si respirava tra le migliaia di presenze che ieri hanno cominciato a invadere pacificamente piazza Esedra e che hanno sfilato fino a piazza San Giovanni. Non erano lì per rivendicare, ma per dire che – dalle giovani alle meno giovani – sanno di sé. In effetti non è da ieri che lo sanno, sanno quale è il proprio desiderio, quale è il proprio bene senza tutele da parte di uno Stato che decide di proporre un piano antiviolenza senza neppure consultarle e che invece è proprio con quella piazza colma di appassionata radicalità che dovrebbe parlare.

SANNO DELLA LORO FORZA insomma grazie alla fatica, spesso trascurata o ignorata da finanziamenti risicati senza progetti istituzionali lungimiranti, e al lavoro che da anni molte di loro svolgono nei Centri antiviolenza, nei collettivi, nelle associazioni, nei movimenti.
Le parole più utilizzate, presenti nei cartelli, nei visi, negli ombrelli e nelle tele enormi, sorrette da chi si è dato appuntamento a Roma da tutte le parti d’Italia, raccontavano diverse cose. Intanto che il lessico di una grande, potente mobilitazione passa per una reinvenzione del linguaggio.
In parte – si potrà obiettare – una fenomenologia già conosciuta negli slogan più noti come «Io sono mia» – ripetuto più volte e in diversi punti del corteo – oppure «Le strade libere le fanno le donne che le attraversano». D’altro canto invece si è assistito a una presa d’atto che deve molto al femminismo e a ciò che di esso è circolato anche tra le giovani – e giovanissime – generazioni. Non è un fatto anagrafico ma di generazione anche politica che racconta una materialità e un presente davanti a cui porsi in ascolto. Tra gli striscioni ci sono stati i confronti di questi mesi, e di questi anni, la consapevolezza di una libertà femminile che sa misurarsi con i molti (non moltissimi) uomini presenti ieri in piazza. Anche loro giovani e meno giovani, insieme a bambine e bambini. Sì, perché nel corteo che ha accolto duecentomila anime, perlopiù donne, quelli che brillavano erano almeno due segnali, importanti e ineludibili: il mutamento dell’immaginario a proposito della narrazione della violenza maschile contro le donne di cui farsi carico insieme e le tante generazioni, trasversali, anche negli anni e nelle pratiche.

LA GRAMMATICA POLITICA che emerge da Non Una Di Meno e nella presenza dei corpi, dei tantissimi colorati e festosi corpi a raccontare che «la libertà delle donne è la libertà di tutti» o che «migliora la vita di tutti». Questo «sommovimento» dei corpi che svettano sulla retorica, capaci di spiazzare per la leggerezza con cui si presentano, l’ha insegnata il movimento degli anni Settanta, lo insegnano quelle che negli anni Settanta e Ottanta ci sono nate e sanno di essere dentro a una storia precisa. Lo sanno sui loro corpi, e dicono «no» a un tentativo di istituzionalizzazione e di stravolgimento della narrazione su quegli stessi corpi.

UDI, LA RETE DI.RE e Io Decido, le tre realtà che si sono per prime costituite in rete e che hanno dato il via al progetto di Non Una di Meno, hanno chiarito da subito che si sarebbe trattato di un movimento dal basso e così è stato. Un movimento senza sigle di partito, senza patrocini, in cui a sfilare ci sono state almeno quattro generazioni diverse di donne, dalle ragazze che portavano dentro alle fasce i propri bambini piccoli a intere famiglie, arcobaleno e no. Non è decisivo quando alle forme nucleari si preferiscono le comunità politiche.
Attraversando via Cavour, due signore anziane e minute affacciate alla finestra guardano la marea sotto di loro e fanno con le mani il gesto femminista. Prima una, poi anche l’altra prende coraggio. Il «fiume» sotto se ne accorge e cominciano gli applausi. Ma quelle due signore, di cui la foto ora rimbalza sui social, ridevano felici non certo per essere applaudite. Perché sapevano quel che facevano e quel che stava accadendo davanti ai loro occhi. Sapevano forse che le più divertite erano, come recitava un altro piccolo cartello, quelle «nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare».

ORA QUALCUNO SCRIVERÀ che si tratta di una rinascita del femminismo, o che finalmente le donne si fanno sentire, che sono tornate. Chissà da dove poi. In realtà la manifestazione di Non Una Di Meno è il frutto maturo di un percorso lunghissimo, che non finirà presto e che domani comincerà la sua seconda fase di discussione attraverso i tavoli. Non finirà, bisogna farsene una ragione.
Il motivo per cui si dovrebbe «tremare» non è allora il «ritorno» delle donne, come delle streghe, ma la consapevolezza, chiara, gioiosa, a tratti commossa che le donne ci sono sempre state. Tremate dunque, tremate. È giusto. Perché le donne non se ne sono mai andate.

 

(il manifesto 27 novembre 2016)

di Massimo Lizzi

L’articolo: “Gli uomini, il femminismo, i femministi” di Mauro Muscio e Andrea Tornese dice alcune cose molto giuste, tuttavia, avessi potuto partecipare alla riunione di redazione del sito, lo avrei criticato per due motivi:
1) Il testo è contraddittorio: prende le mosse dal principio che gli uomini femministi non devono occupare gli spazi del movimento femminista, ma usare la loro condizione di privilegio per rendere femminista la società; dopodiché, i due autori si dispongono ad andare ad occupare lo spazio femminista della manifestazione di sabato 26, per sostenere le ragioni del movimento LGBT (nella forma dell’alleanza, etc. etc.).
2) Il testo cancella le sue naturali interlocutrici: cita l’autorità organizzativa della manifestazione; la femminista importante con la frase celebre; il blog “queer” alleato dei transgender e fortemente contrapposto agli altri femminismi, ma ignora le donne che hanno chiesto agli uomini di non partecipare alla manifestazione o di collocarsi in coda. Anzi, liquida la loro questione come “sterili polemiche”; s’interroga sul senso della partecipazione maschile, fingendo di non essere sollecitato da nessuno.
Nell’insieme, questo è poco corretto o molto furbesco.

(www.libreriadelledonne.it, 24 novembre 2016)