di Alanna Ketler

Ancora una volta Papa Francesco ha fatto notizia sui media del mondo, scioccando i giornalisti domenica, incolpando il “dio del denaro” per la violenza estremista che si sta verificando in Europa e Medio Oriente. Sostiene che un’economia globale spietata porta i diseredati a esercitare la violenza. Rispondendo a una domanda di un giornalista che gli aveva chiesto se c’è un collegamento tra Islam e terrorismo, e, più specificamente, parlando dell’attacco mortale contro un sacerdote compiuto da un estremista musulmano in Francia il 26 luglio 2016, Papa Francesco ha detto: “Il terrorismo cresce quando non c’è nessuna altra scelta, e fino a quando l’economia del mondo ha al centro il dio del denaro e non la persona.” Questo è terrorismo fondamentalista, contro tutta l’umanità”, ha continuato.

“Mi chiedo quanti giovani noi europei abbiamo lasciato privi di ideali, che non hanno un lavoro. Allora si danno alla droga, all’alcool o si arruolano [nello Stato Islamico, o ISIS],” ha detto.

Il Papa crede che nessuna religione abbia il monopolio della violenza; la sua esperienza nel dialogo interreligioso gli ha dimostrato che i Musulmani cercano “pace e incontro. Non è esatto e non è giusto dire che l’Islam è terrorista.”

“Se parlo di violenza islamica, dovrei parlare anche di violenza cattolica. Non tutti i musulmani sono violenti, non tutti i cattolici sono violenti,” ha detto Papa Francesco, considerando lo Stato Islamico soltanto un “piccolo gruppo fondamentalista” che non rappresenta l’Islam nel suo insieme.”

“In quasi tutte le religioni c’è sempre un piccolo gruppo di fondamentalisti, anche nella Chiesa Cattolica”, ha detto il Papa. “Tuttavia non sono necessariamente fisicamente violenti. Si può uccidere con la lingua così come con il coltello,” spiega.

Mercoledì scorso Papa Francesco ha fatto osservazioni analoghe, sostenendo che gli attuali conflitti in Medio Oriente sono guerre per interessi economici e politici, non per la religione o per quello che è generalmente noto come “Terrorismo Islamico.”

“C’è una guerra per il denaro,” ha detto mercoledì. “C’è una guerra per le risorse naturali. C’è una guerra per il dominio dei popoli. Alcuni possono pensare che stia parlando di guerra religiosa. No. Tutte le religioni vogliono la pace; sono altre persone che vogliono la guerra.”

Una dichiarazione audace.

Questo può sembrare ovvio ad alcuni di voi, ma per molte persone, queste sono affermazioni estremiste. Il Papa dimostra un notevole livello di onestà e di mentalità progressista, riconoscendo il vero motivo di questo motivo lungo decenni, e fa una considerazione molto importante quando afferma che tutte le persone coinvolte in questa guerra vogliono anche la pace.

(www.znetitaly.org, 2 gennaio 2017)

di Francesca Pasini



Gli oggetti nell’arte raccontano l’affezione del quotidiano, fluttuano tra memoria e consumo.

Per oggetti intendo i manufatti che legano la “tradizione” visiva ai rapporti d’identità. È un passo dopo l’iconografia cristiana e le sue grandiose invenzioni artistiche; dopo che le avanguardie del secolo scorso hanno rotto lo specchio, dall’Impressionismo a Munch, a Duchamp, al Cubismo, a De Chirico.

E dopo Pae White che, con i suoi fantastici lampadari, si allea alla luce del Chandelier (2014), di Sirous Namazi (Galleria Nordenhake, Berlino), che a sua volta ci trasporta in un ambiente “orientale”. E dopo Chiara Camoni che, con i suoi vasi di terracotta, transita dall’archetipo arcaico alla manualità anonima della scultura, cioè alla creazione allo stato nascente che ognuno potenzialmente ha. E dopo Elisabetta Di Maggio con le sue ceramiche incise, come la calotta-cuffia che protegge l’emisfero del cervello e il volto assente, che ipoteticamente ognuno potrebbe inserire in questa fragile, reticolare, bianca testa “morandiana”. (Museo della Ceramica – Mondovì). E dopo Urs Fischer, che dissemina il pavimento della galleria di Massimo De Carlo (via Ventura, Milano) con sculturine in ceramica di frutta, piccoli animali, personaggi in pose senza scrupoli. E dopo molti e molte.

La difficoltà del contemporaneo sta nel riconoscere i passaggi anonimi che prendono forma e nome con l’arte, e nel capire quale evento emotivo è riconoscibile in un oggetto che, senza l’investitura artistica, rimarrebbe un prezioso possesso personale, mentre una volta entrato nel circuito dell’arte è patrimonio di tutti quelli che lo vedono.

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Ritorna Duchamp, ma non è più un oggetto d’uso spostato in un’altra sede e titolato in modo allusivo “Fountain”, è una creazione che tiene dentro di sé il concetto d’uso e lo offre come deposito affettivo e visivo: ci fa immaginare una casa a cavallo tra Iran e Svezia (Sirous Namazi) o il piacere della luce interna nell’abitare occidentale (Pae White) .

Tutto questo è anche il frutto di una femminilizzazione dell’arte che influenza il linguaggio di uomini e donne.

Gli otri scuri, i meravigliosi, trasparenti, bicchieri di Murano, sparsi sulla tovaglia nel Convito a casa di Levi di Paolo Veronese, erano un accenno umanizzante dentro la visione sacra. Ora gli oggetti d’uso quotidiano non sono più un’inserzione dedicata alla vita di Cristo, ma a uomini e donne. Ad esempio, i passeggini da bambini vuoti di Nari Ward.

Chiara Camoni ha segnato un punto importante su questo tema nella mostra alla galleria Spazio A di Pistoia, (“La storia viene sempre dopo”) e nella “Quarta Vetrina” alla Libreria delle donne di Milano (Barricata). Il punto sta in una serie di vasi in terracotta che mantengono il proprio uso e nello stesso tempo aprono il concetto di contraddizione e di inizio.

I vasi a Pistoia sono disseminati su basi bianche, hanno forme libere, variatissime e impreviste, colori che evocano la mobilità della materia e della mano. Hanno una funzione: emettono fischi. Una pratica diffusa nella cultura materiale. Durante la mostra sono stati usati come impensati strumenti d’orchestra, uno aveva una doppia uscita e il fischio è stato modulato in sincrono da Chiara e dal marito Luca Bertolo.

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Alla Libreria delle donne di Milano, i vasi in terracotta scura, sono ammassati gli uni agli altri, mantengono la funzione e accolgono fiori freschi recisi. Sono una Barricata dedicata alle donne, alle artiste, alle madri simboliche e alla sua mamma.

Chiara sottolinea che tutto ha origine da un punto, tutto va incontro in modo circolare alla bellezza e al negativo, all’accoglienza e al rifiuto, alla fragilità e alla forza, alla forma e alla sua costante mobilità. I vasi di Chiara accolgono il contatto tra forma e cultura materiale. Da qui inizia la consapevolezza rispetto a sé e agli altri. A volte è in grado di ricevere, suono, colore, a volte no.

La simbologia del vaso è sinonimo di archetipo. Riguarda la nascita della pittura greca, i vasi Attici, e l’origine della vita condivisa che affiora dai contenitori del cibo coltivato. Può essere una metafora dell’iconografia della fede? Non credo. È una visione dello scambio necessario per vivere e crescere. Richiama il ventre materno, ma anche quel respiro che si dilata di fronte alla spensieratezza della gioia e si coagula in un grumo, sul fondo, con l’ansia e il dolore.

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Anche per questo Chiara Camoni ha messo al mondo questa folla di vasi che fischiano come uccelli e contengono fiori per tenere compagnia alla casa. Imparare a guardarli in questo modo significa andare oltre Duchamp, non perché sia stato superato, ma perché ogni oggetto è “un appuntamento”, come lui stesso definiva il readymade.

Un appuntamento con chi? Con i bicchieri di Murano di Paolo Veronese, un inizio circolare che si sviluppa dal fiato del vetraio. Non sono entrati nell’iconografia della fede, ma in quella della vita, fragile più che mai.

Oggi Chiara Camoni dichiara che la metafora del ventre materno e la simbologia del vaso, non riguardano solo il momento della generazione, ma il procedere quotidiano tra le cose, gli affetti, i pensieri che talvolta, fortunatamente, acquistano una forma in cui riconoscersi. È una  forma volatile, raccoglie il continuo movimento dei tanti frammenti viventi nel pianeta.

È una nuova iconografia? Per il momento accettiamo proustianamente che le cose e gli oggetti incidono su di noi e hanno bisogno di essere rappresentati e raccontati.

(www.exibart.com, 30 dicembre 2016)

 

di Caterina Gerardi

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Docu-film firmato Caterina Gerardi su “L’isola” di Rina Durante: 

 

di Marco Vittone

Sulla collina dove i bambini del paese, quando scende la neve, vanno con la slitta si sarebbero dovute costruire quaranta villette. In una zona, per di più, a rischio idrogeologico. La decisione di una sindaca, coraggiosa e determinata, di restituire quel pezzo di terra a uso agricolo, tramite la variante del piano regolatore, l’ha portata in tribunale, per abuso d’ufficio. Assolta con formula piena ha recentemente ricevuto a Casale Monferrato il premio di Ambientalista dell’anno, intitolato a Luisa Minazzi, attivista di Legambiente, deceduta dieci anni fa a causa di un mesotelioma. Lei è Matilde Casa, classe 1963, laureata in agraria, a guida di una giunta tutta al femminile. Il suo comune è Lauriano, 1500 abitanti sulle colline del Po a meno di 40 chilometri da Torino. Un piccolo centro è così diventato un modello virtuoso per la salvaguardia del territorio in contrasto al cemento.

Quel provvedimento urbanistico le ha causato una denuncia da parte di un privato per abuso d’ufficio per «avere provocato intenzionalmente un danno ingiusto». Il ricorso ha innescato un processo penale con un rinvio a giudizio per abuso d’ufficio nei confronti della sindaca, del segretario comunale e del responsabile dell’ufficio tecnico. Poi, a giugno 2016, è arrivata la sentenza finale di piena assoluzione da parte del Tribunale di Torino. Una battaglia solitaria e impegnativa, attenuata solo dal sostegno dei cittadini.

«Sono al secondo mandato amministrativo – racconta Matilde Casa -, ero stata eletta con una lista civica nel 2008 e sono stata rieletta nel 2013. Da sempre, al primo posto nel nostro programma vi era il tema della tutela del suolo e del territorio. Fin dall’inizio, quando decidemmo di rinunciare al finanziamento regionale di 430 mila euro dalla Regione Piemonte per la costruzione ex novo della scuola elementare, fuori dal concentrico. Con fondi nostri acquistammo un immobile abbandonato di proprietà del Cottolengo nel centro del paese. Lo recuperammo. Divennero la sede del municipio e della scuola, con un impianto unico per risparmiare dal punto di vista energetico. Poi, puntammo sulla qualità dell’ambiente sull’illuminazione pubblica a led e sul fotovoltaico, che posizionammo su proprietà comunali, anticipando le norme provinciali». Lauriano diventò il primo comune in Piemonte con le casette dell’acqua pubblica.

Uno degli atti più importanti fu la variante del piano regolatore, iniziata negli anni 2009-2010. La giunta decise di diminuire le aree edificabili, una scelta politica dettata dal calo demografico e dal numero di case sfitte o da ristrutturare, un terzo sul totale. «Ci siamo confrontati con l’ufficio tecnico – continua la sindaca – e abbiamo stralciato un’area con problemi di viabilità e a rischio idrogeologico. La variante, approvata dal consiglio comunale, ha seguito un iter e ottenuto l’approvazione della Regione. Per me e per gli abitanti, quella collina è un luogo del cuore: il luogo dove i ragazzini vanno con la slitta quando nevica. Caratterizza il nostro paesaggio. Ma uno dei proprietari del terreno mi ha denunciato con il segretario comunale e il responsabile dell’ufficio tecnico per aver subito un danno».

Così, Matilde Casa è stata raggiunta da un avviso di garanzia nel 2014; il Gup l’ha rinviata a giudizio perché «volontariamente noi avremmo creato danno a un privato abusando del potere d’ufficio, trasformando un terreno edificabile in agricolo». È seguito il processo, «per me un atto di grande impatto emotivo e psicologico. È durato un anno. Mi sono sentita persa anche se ero convinta di aver fatto una cosa giusta e meritoria per la mia comunità».

Spuntarono anche speculazioni. Matilde ripensa a un articolo che uscì su La Stampa: conteneva critiche e parlava di amministrazioni pubbliche troppo burocratizzate nei confronti degli imprenditori. Soltanto nella primavera del 2016 gli avvenimenti hanno subito una svolta. «Ho partecipato a un convegno sul consumo di suolo in vista della stesura della legge regionale. Ho raccontato la mia vicenda, in cui avevo applicato la legge ante litteram. Da allora, l’opinione pubblica si è mossa; Change.org ha aperto una sottoscrizione che ha raccolto mille firme da tutta Italia. I media nazionali si sono interessati al caso e il giornalista Sergio Rizzo, sulla prima pagina del Corriere della sera, ha difeso la mia posizione. Non mi sono più sentita sola, a battermi contro i mulini a vento. È cambiata la mia prospettiva psicologica. Il 7 giugno 2016 sono stata assolta perché il fatto non sussiste e pure gli altri due imputati». La richiesta del pm era di un anno e mezzo di reclusione, accompagnata dalla richiesta risarcimento di 120 mila euro da parte dell’imprenditore.

Per lei e la sua amministrazione è stato un periodo complesso. «Mauro Carena, sindaco di Villar Dora, in Valsusa, in quanto avvocato mi ha offerto assistenza legale inquadrando bene la questione e concentrandosi sul fatto che i terreni avevano un vincolo idrogeologico e presentavano problemi di sicurezza. A favore, la testimonianza di un dirigente della Regione che confermò l’attenzione del nostro comune per la salvaguardia ambientale. La nostra era stata una scelta politica in direzione della sicurezza e della tutela del territorio. Che un sindaco non possa intervenire per prevenire il dissesto ma solo in presenza di un pericolo o di un’emergenza è un tema su cui riflettere. Quale sarebbe, allora, il mio ruolo? Che ci starei a fare?».

Lauriano è divenuto un esempio. «Altri enti locali possono ispirarsi alla nostra esperienza nella stesura dei piani regolatori. Molti mi dicono che sono stata coraggiosa e che non l’avrebbero fatto al mio posto. Ho ricevuto attestati di stima e di solidarietà da tantissime persone e organizzazioni».

Legambiente l’ha candidata al Premio Luisa Minazzi; trenta i nomi e otto i finalisti selezionati da una commissione. «Sono onorata per tale riconoscimento. Mi è piaciuto il fatto che la commissione abbia premiato un amministratore, cioè chi vive a stretto contatto con le problematiche delle persone e del territorio e cerca di compiere scelte responsabili. Non sopporto quelli che si lamentano del loro incarico, perché a differenza di chi è obbligato a lavorare, noi possiamo sempre scegliere di restare o no. In questi otto anni, ho raggiunto una maggiore consapevolezza della mia attività e del lavoro di squadra. Questi ultimi due sono stati molto impegnativi, ma hanno dato risultati buoni. Per me, la resilienza è la capacità di rendere positivo qualcosa che sembrava negativo».

(La collina delle slitte, il manifesto 27 dicembre)

di Cristiana Fischer

Mi richiamo a Rosaria Guacci e ai nodi che presenta nel suo scritto intitolato ““La coscienza femminile confusa” e la solitudine delle donne al potere” del 22 dicembre.
Sulle donne che oggi sono dappertutto lei rileva che sono in posizione esposta, “una sorta di camicia di Nesso che le avvelena costringendole, sempre seguendo il mito…”, Ro non specifica qual è “la camicia intinta di sangue”, ma si intuisce: che siano vincenti il desiderio e l’eccellenza.
In un libriccino di alcune cattoliche sulle donne nel Corano si specifica che siamo su un piano subordinato rispetto agli uomini: mai, come femministe, dimenticare l’oppressione di sesso! Ma, per quanto ci riguarda come femministe occidentali, in una prospettiva temporale e storica lunga, si può immaginare di volere un presente diverso, politicamente ed economicamente? Il presente ordine delle cose non è l’unica soluzione possibile, quindi l’entrismo nella situazione data non è l’unica soluzione per le donne. […]
Mi pare insensato considerare ovvio, come circola su internet, schierarsi sui democratici e su Hillary Clinton, perché in realtà vuol dire schierarsi con questo presente, con tutte le guerre e le alleanze e gli affari gestiti finora, con una configurazione internazionale del potere che si sostiene su un consistente sistema di “valori”: in parte libertari, in parte di correttezza, in parte egualitari, che poggiano su una piattaforma di infinite differenze particolari.
Perché mai le donne si stanno assimilando a questo presente, in nome dell’altezza dei loro desideri? Perché si fanno imprigionare da questa ideologia fintamente libertaria in realtà disarticolatoria? Non è semplicemente liquidatorio definire la moglie di Trump “pietrificata”? perché non ha un protagonismo da emancipata?
Le femministe occidentali si sono fatte imprigionare se sostengono un sistema politico mondiale cieco e bolso. Guardiamo anche fuori di noi, guardiamo il mondo come altro, per un momento, valorizziamo la millenaria estraneità femminile di cui, per altro, conosciamo il grande valore. Perché non vedere e riflettere sul cambio in corso? “Se Trump manterrà la sua promessa di rinunciare all’interventismo che ha sempre caratterizzato la politica estera americana, forse ci sarà una chance per il mondo musulmano di avviarsi sulla strada della stabilità politica e sociale. Un eventuale passo del nuovo inquilino della Casa Bianca in questa direzione significherebbe rinunciare all’egemonia statunitense sul mondo e accettare un nuovo equilibrio internazionale basato sul multipolarismo” (http://www.nigrizia.it/notizia/la-mezzaluna-e-trump).
Come scrive Ro: “non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione? Dire in questo caso un ‘no’ ben chiaro?”
Un saluto a tutte
Cristiana Fischer
(www.libreriadelledonne.it, 28 dicembre 2016)

di Marta Stella

Dal 2006 al 2013, secondo uno studio effettuato in sette paesi europei (soprattutto in Italia, Francia e Germania), solo un film su cinque è stato diretto da una donna. La stragrande maggioranza dei finanziamenti pubblici (l’84%) hanno contribuito alla realizzazione di film diretti da uomini. Questi sono solo alcuni dei dati diffusi lo scorso febbraio dall’EWA, l’European Women’s Audiovisual Network, che ha pubblicato un report per denunciare la diseguaglianza di genere nel cinema. Nonostante questo, quando si prova quantomeno a sfiorare lo stato attuale dell’essere donna e regista in Italia (ma naturalmente anche in senso geograficamente più ampio), cadere nel cliché, per chi intervista così come per chi è chiamata a rispondere, è ovviamente facile. Se non addirittura banale. A questo si concatena poi il tema delle donne che raccontano le donne: è altrettanto ovvio che faccia (ancora) notizia, benché abbia alle spalle decenni di esempi celebri e un dibattito che evidentemente ha ancora bisogno di essere sviscerato. Secondo Susy Laude, attrice e regista, «non è un cliché ma un vero bisogno». Scommessa di Marie Claire nell’ormai lontano 2008, nel suo lavoro cinematrografico più recente è la madre dell’adolescente Lorenzo, uno dei protagonisti di Un bacio, l’ultimo film di Ivan Cotroneo contro il bullismo.

«Sulle donne che raccontano le donne? Purtroppo c’è ancora molta strada da fare», mi dice mentre usciamo da una minuscola sala da cinema all’interno di un appartamento signorile diventato l’atelier di Gio Pagani. Qui, al 30 di via Montebello a Milano, è stato girato e appena proiettato in anteprima Madame, il corto che ha realizzato per il designer e architetto fondatore dal 1995 dell’omonimo brand liberamente tratto dall’atto unico Le serve di Jean Genet. In pratica: un modo per unire design, moda e cinema rivisitando un classico del teatro e celando un messaggio che a lei sta molto a cuore.

La domanda è ovviamente provocatoria. Non ha paura di promuovere la negazione di questo cliché ma al tempo stesso rimanervi imprigionata?
No, perché purtroppo c’è ancora un estremo bisogno di continuare a parlarne. C’è ancora molto da fare, soprattutto in Italia. Tutto sta nel modo in cui lo si tratta. Dopo il teatro, ho deciso di debuttare alla regia con La spes, una web series che mi sta dando molte soddisfazioni. Ho vestito due uomini da donne (Dino Abbrescia, suo compagno, e Giampietro Preziosa, ndr) per raccontare la violenza sulle donne. La protagonista, che viene presentata come vedova, in realtà non lo è. Ha chiuso infatti il marito in cantina perché dopo essere stata picchiata con la moka per il caffè si ribella. È uno scherzo ovviamente. L’importante però è far passare dei messaggi. Che sia in modo comico, ironico o ridicolo. O, come nel caso di Madame, raccontare la sofferenza di una serva che vorrebbe essere qualcos’altro ma la società non glielo permette. Trovo che sia un tema ancora attualissimo, soprattutto per le donne.

Immagino intenda sia dal punto di vista dell’essere regista, ma anche attrice…
Sì, anche quello per me è un tema fondamentale. Nell’ultima mia regia teatrale ho portato sul palco nove donne e due uomini. La pièce parla della fatica dell’essere attrice. È ambientato negli anni Venti ma è attualissimo. Su quel fronte non è cambiato nulla. È un tema che sento a me molto vicino e che per questo voglio raccontare. Poi subentra anche un fatto di maturità. Credo che sia questo il senso e la motivazione dell’invecchiare. Il dovere di raccontare ai giovani qualcosa della tua esperienza, del tuo vissuto. Per me è fondamentale raccontare il mondo dell’attore. La passione per questo mestiere così come la fatica di noi donne. Io stessa con la regia ho scelto di rimettermi in gioco, passando dall’altra parte della macchina da presa. È stato faticoso, sono sincera. È come affrontare una sorta di fallimento, l’abbandono di un’altra te, per iniziare un nuovo percorso. All’inizio ti chiedi: quell’altra dove è andata? Poi capisci che lo scoprirai strada facendo.

Crede che questa difficoltà sia legata a una specifica generazione, come quella delle donne nate negli anni 40 e 50, o che trascenda il fatto generazionale?
Personalmente ho visto mia madre soffrire moltissimo perché non riuscì a uscire dall’etichetta che lei stessa si era creata. Purtroppo questo è un grande tema ancora attuale. Io stessa, che appartengo a una generazione estremamente diversa, ho ancora paura del cambiamento in quanto donna, artista e madre. Su questo frangente trovare l’equilibrio è ancora molto difficile. Abbiamo fatto qualche passo in più, ma non è ancora abbastanza. L’opera di Genet in questo senso è esemplare. Lì il concetto di libertà per la donna è relativo: una la trova nella morte, l’altra nella prigione e l’altra ancora in un mondo ideale che non le fa vedere la realtà così com’è. Sono negli anni 40, ma ci fanno riflettere ancora oggi.

Il suo corto termina con queste parole: “il dolore di non poter essere artefici del proprio destino. Il sogno di voler essere liberi di cambiare. Di provare a divenire qualcosa d’altro. Il delitto è come il teatro. Non paga”. È un appello celato?
Più che altro un dato di fatto. Il teatro oggi sta vivendo una situazione drammatica. Forse a Milano è un poco diverso, ma a Roma è così. È dal teatro che sono nata, e rimarrà la mia più grande passione. Oltre ciò da cui traggo ispirazione per ogni mio lavoro. A differenza del cinema il teatro non è immagine, è carne. E poi la scenografia è fondamentale. Ecco perché amalgamare gli oggetti di design a una storia è stato per me facile ed entusiasmante. Gio mi ha espressamente detto di non volere al centro dell’attenzione il suo design. In questo modo è venuto tutto per me molto naturale.

D’altronde è una certezza atavica, il bisogno di un mecenate per l’artista…
Certo, assolutamente! Diciamo però che ci sono mecenati e mecenati. L’intelligenza sta nel lasciare libero un artista di esprimersi così come avere la fortuna di trovare un mecenate intelligente. Questo fa parte da sempre del mestiere dell’attore e del teatrante. Passiamo la vita a cercare sponsor e qualcuno che creda in una tua idea e nel tuo talento.

Quale crede sia oggi la chiave? 
Mescolare i generi e le narrazoni aggiungendo poi il tuo punto di vista. La commistione di mondi diversi è una cosa meravigliosa. E poi per farcela bisogna mettersi in gioco. Quando è vissuto con passione, il tuo mestiere è l’abito che scegli di indossare.

 

(27 dicembre 2016)

Nel 1931, a 26 anni, un’impertinente dattilografa e attrice, incoraggiata da Alfred Döblin a dedicarsi alla scrittura, irrompe nella letteratura tedesca come una ventata d’aria fresca. Il suo graffiante romanzo d’esordio vende in pochi mesi trentamila copie, finendo

nei chioschi dei giornali e nelle stazioni di tutta la Germania (e poi d’Europa). Si chiama Irmgard Keun ed è cresciuta a Colonia, come la protagonista del suo libro, Gilgi, una di noi. Il titolo chiarisce che il romanzo è il ritratto dell’eroina eponima, ma anche di una generazione. Gilgi rappresenta infatti la “donna nuova”, che negli anni ‘20 impone al mondo un nuovo modello femminile: rifiuta la gretta morale borghese della generazione precedente e il ruolo subalterno previsto per lei, lavora, indipendente, padrona del suo corpo e dei suoi sentimenti. La prima frase recita, programmaticamente: «La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita».

Ma essere davvero libere non è mai semplice: a 21 anni Gilgi scopre di non essere quella che crede, e la vita che si illude di controllare rischia di sfuggirle. L’amore e la convivenza con il fascinoso scrittore Martin la fanno deragliare. Gilgi perde tutto, o quasi. Ma saprà fare la scelta giusta, e ritrovarsi. Ironico, leggero, talvolta scanzonato, Gilgi è però un vero romanzo di formazione. Un apprendistato alla libertà di godere, di abortire, di decidere. E a differenza di altri romanzi di scrittrici contemporanee (Christa Winsloe, Anna Seghers, Vicki Baum, Annemarie Schwarzenbach), è ottimista. Gli amici di Gilgi, Olga e Martin, sanno opporre al proprio “tempo maledetto” solo la loro indolente non collaborazione, il socialista Pit si limita a teorizzare le sue critiche al sistema, Hans e Hertha si immolano con le loro bambine alla crisi economica che deprime la Germania: Gilgi invece non si lamenta del proprio tempo, né vi si rassegna — e balza sul treno per Berlino con la vitalità della sua giovinezza e del futuro che porta in grembo.

Con stile frizzante e una scrittura franta e modernista (descrizioni, dialoghi e monologhi interiori si alternano a sincopato ritmo jazz), Gilgi evita tutte le trappole della trama, e ribalta sempre le attese dei lettori. Gilgi si ritrova ad avere tre madri, e a non volerne nessuna. E a essere madre a sua volta, sola, perché non si accontenta di un uomo che non la migliora. Eppure il romanzo ha un retrogusto amaro. Perché è anche la cronaca della fine di un’epoca: «in un paese triste», «dove tutti sono infelici e si lamentano», le ombre del nazismo si allungano sulla libertà della protagonista e di tutti.

La postfazione del volume, appena pubblicato da L’Orma per la traduzione di Annalisa Pelizzola, ricorda che questa è la prima edizione integrale italiana, poiché la versione Mondadori del 1934, anno XII dell’Era Fascista, venne brutalmente censurata. Tace però sulla vita ulteriore di Irmgard Keun. Che fu invece emblematica. Nel 1932 riuscì a cogliere un altro successo col romanzo La ragazza di seta artificiale. Ma nel 1933, dopo l’avvento di Hitler, i suoi libri vennero ritirati dal commercio perché nocivi. Osò fare causa per danni al Reich, guadagnandoci un interrogatorio della Gestapo e l’arresto. Quindi prese la via dell’esilio, peregrinando tra Belgio, Francia, Lituania, Austria e Olanda, nel 1936-38 insieme al suo compagno Joseph Roth. Si racconta che scrissero al tavolino dello stesso caffè due tra i libri migliori della diaspora germanica: lui La cripta dei Cappuccini, lei Dopo mezzanotte.

Klaus Mann, ammirato dalla lucidità con cui la giovane scrittrice descriveva la sinistra banalità della vita quotidiana sotto il fascismo, lo pubblicò per la sua casa editrice di Amsterdam. Poi il “vulcano” esplose, e la comunità degli esuli si disintegrò. Nel 1941 Irmgard Keun fu pianta per morta: come Benjamin, Toller e tanti altri, vittima dell’epidemia di suicidi che decimava gli espatriati dopo la disintegrazione dell’Europa. Invece era stata lei stessa a fabbricare la notizia del suo suicidio: rientrata in Germania sotto falso nome, sopravvisse nascosta fino al 1945. Ma non riuscì più a uscire dall’anonimato in cui aveva cercato rifugio. Siccome la letteratura precede la vita e la inventa, nel 1951, come Gilgi, a 46 anni divenne anche lei una madre single. I libri che scrisse in seguito non bucarono l’indifferenza. Finì alcolista, poi in clinica psichiatrica per sei anni: provata ma ancora capace di sorriso, come rivelano le sue fotografie estreme, ne riemerse appena in tempo per godersi la ristampa delle sue opere: negli anni ‘80 il femminismo la riscopriva come antesignana.

Oggi Gilgi colpisce ancora per l’acume dell’autrice nel raccontare il proprio tempo (i costumi, le idee, i pregiudizi, i sogni), senza moralismo né retorica, solo con gli strumenti della letteratura: la lingua, i caratteri, la storia. Così, conoscendo il destino di Keun, giunti all’ultima pagina non si teme per il futuro della figlia di Gilgi. Ce la farà. È una di noi.

(27 dicembre 2016)

IL LIBRO

Irmgard Keun,

Gilgi, una di noi

(L’orma, traduzione di Annalisa Pelizzola, pagg. 240, euro 16)


La scienziata Vera Rubin è morta il 25 dicembre. Aveva detto che “l’uguaglianza è inafferrabile come la materia oscura”

E’ morta il giorno di Natale la famosa astronoma Vera Rubin, al secolo Cooper.
Era nata a Philadelphia (USA) nel 1928, in una famiglia ebrea di classe media. Già a dieci anni iniziò la sua passione per l’osservazione delle orbite delle stelle e cominciò ad esplorare il cielo dalla finestra della sua camera da letto grazie ad un telescopio che suo padre aveva costruito per lei.
Raccontò lei stessa che sin da molto piccola aveva percepito le difficoltà che avrebbe dovuto affrontare come astronoma; il suo insegnante di fisica nella scuola secondaria semplicemente ignorava la presenza della ragazze durante le sue lezioni.
Per questo motivo scelse di frequentare il Vassar College, una scuola di New York caratterizzata sin dalla sua fondazione nel 1865, per la promozione delle donne in tutti i campi del sapere. La giovane Vera aveva sentito parlare di questa scuola straordinaria attraverso la lettura delle opere di Maria Mitchel, che era stata prima direttrice di questa istituzione. Studiò in questo istituto dal 1945 al 1948, anno in cui terminò i suoi studi di astronomia. Nell’estate del 1947 incontrò Robert Rubin e lo sposò l’anno successivo. Al termine dei suoi studi, quando il marito, membro dell’esercito, venne indirizzato alla Cornell University a studiare chimica, Vera lo seguì e cominciò a frequentare la stessa università studiando fisica con eminenti scienziati come Philip Morrison, Hans Bethe e Richard Feynman. Appena diventata madre presentò lei stessa, anche se il suo professore si era offerto di farlo al suo posto, la sua tesi di master sulla distribuzione delle velocità delle galassie in occasione della riunione dell’American Astronomical Society; il suo lavorò suscitò così tante discussioni che il Washington Post pubblicò un articolo dal titolo “Giovane madre scopre il centro della creazione o qualcosa del genere”.
La sua ambizione di continuare a lavorare nel campo dell’astronomia e il costante sostegno del marito e dei suoi genitori la portò a iscriversi alla Georgetown University, dove esisteva una laurea in astronomia. Per due anni il marito l’ha accompagnò ai corsi serali, mentre i suoi genitori si prendevano cura del suo bambino. Nel 1954 completò la sua tesi di dottorato in cui mostrava che le galassie si raggruppavano in grandi associazioni. Vera rimase ad insegnare e fare ricerca a Georgetown per dieci anni, periodo in cui nacquero i suoi altri tre figli.
Grazie ad un casuale incontro con Margherita e Geoffrey Burbidge in occasione della riunione annuale della American Astronomical Society nel 1962, Vera si trasferì a La Jolla nel 1963 per lavorare con loro; ha poi raccontato che era la prima volta che sentiva che le sue idee fossero state ascoltate in astronomia. Nel 1964, al suo ritorno a Washington, accettò il lavoro che le era stato offerto presso il Dipartimento di Magnetismo Terrestre della Carnegie Institution, e dal 1965 è stata la prima donna autorizzata ad utilizzare gli strumenti di osservazione di Monte Palomar.
Nel 1964 iniziò la sua lunga collaborazione con l’astronomo Kent Ford sullo studio della velocità delle galassie. I suoi risultati la portarono alle stesse conclusioni che aveva già stabilito anni prima, durante le ricerche per la sua tesi di master, ma l’atmosfera sfavorevole e competitiva che sentiva intorno a lei la motivò a cambiare il suo campo di attività. Le sue ricerche culminarono nello studio sistematico delle curve di rotazione delle galassie di diversi tipi morfologici che la portarono a confermare gli studi di Zwicky del 1930 sull’’esistenza di una grande quantità di materia oscura nell’universo. Dal 1978 Rubin e il suo gruppo hanno analizzato oltre duecento galassie e hanno dimostrato che almeno il 90% della materia nell’universo è in forma di materia oscura.
Il suo lavoro gli valse moltissimi premi tranne il premio Nobel.
Sulla sua esperienza come donna in un campo come l’astronomia ha detto: “Questa è una battaglia che le giovani donne devono combattere. Trenta anni fa abbiamo pensato che la battaglia sarebbe finita presto, ma l’uguaglianza è inafferrabile come la materia oscura”.

 

(27 dicembre 2016)

di Massimo Lizzi

Il tribunale civile di Catania può avere fatto bene a decidere di far abitare un bambino con il padre, per risolvere una specifica causa di affidamento allocatario tra due coniugi separati. La sentenza però pretende di essere esemplare contro il pregiudizio che vede le madri «proprietarie» e i padri «disimpegnati».

Così, il giudice impone il suo pregiudizio e rimuove il prevalente contributo materno alla riproduzione. I figli sono concepiti nel corpo della madre; per nove mesi sono parte del corpo materno; da lei sono messi al mondo, nutriti e accuditi; dalle madri i figli imparano a parlare e in esse trovano la prima e principale figura di attaccamento.

È vero che su questa differenza si è edificata una rigida divisione sessuale del lavoro ed è lodevole voler superare squilibri e discriminazioni: ciò richiede di armonizzare tempi di vita e tempi di lavoro, per offrire ai padri più libertà dalla produzione e alle madri più opportunità di autorealizzazione, non leggi e sentenze che ordinano d’autorità parificazioni astratte o rovesciamenti di ruolo, proprio al momento della separazione coniugale.

Aumentare le ordinanze che fanno abitare i figli con il padre, per incoraggiare l’impegno del padre, come sollecita il giudice di Catania, rimuove un dato molto importante: il disimpegno paterno dopo la separazione è spesso il proseguimento accentuato del disimpegno paterno durante la convivenza. Il più probabile effetto sarebbe quello deterrente contro le madri che vogliono separarsi, come già avveniva nel patriarcato: togliere i figli alle madri.

Storicamente, il ruolo riproduttivo assegnato alla donna non le conferiva diritti di proprietà; il padrone dei figli era il padre e sua, se lo voleva, era la custodia dei figli dopo la separazione. In Italia, ancora ai primi del ’900 un terzo dei figli era affidato ai padri separati e fino agli anni ’60 un figlio nato da una relazione extraconiugale apparteneva al marito legittimo della madre: lui poteva sottrarle il figlio e collocarlo in un istituto. La potestà patriarcale è stata abolita solo nel 1975 e tuttora i figli portano il nome del padre.

La potestà patriarcale, ormai insostenibile, può rientrare dalla finestra attraverso il rovesciamento dei ruoli, quando torna utile: il figlio va assegnato al padre, non più perché padrone, ma guarda caso per incentivarne l’impegno. La tendenza a far abitare i figli con le madri avviene quasi sempre di comune accordo tra i coniugi separati; aumentare la ricorrenza statistica dei padri affidatari e collocatari, come chiede la sentenza di Catania, vorrebbe dire privilegiare i padri d’autorità nella ristretta minoranza dei casi in cui, senza accordo, il padre vuole il figlio per sé.

L’incentivo all’impegno paterno è soltanto per modo di dire. Ricordo un mio collega di lavoro che voleva l’affidamento del figlio contro la ex-moglie: per consolarlo, gli facevamo notare che lui passava tutto il giorno in ufficio e poi aveva tutti i suoi impegni extralavorativi; quando avrebbe potuto occuparsi del figlio? Ci rispondeva, sereno, che se ne sarebbe occupata la sua nuova compagna. Nella sentenza di Catania, un secondo argomento citato a favore del padre è la presenza della sua nuova compagna: «Ella costituisce un ulteriore elemento di equilibrio e serenità per il contesto nel quale (il bambino) vivrà abitualmente». Dunque, una nuova mamma?

Alla fine, la decisione formale per l’affidamento è decisa mediante test psicologici sulle abilità genitoriali. La sentenza dichiara entrambi i genitori idonei ad attendere in maniera adeguata al compito dell’affidamento allocatario; ma poiché il giudice è costretto ad una scelta, gli «sembra preferibile il collocamento presso il padre». La perizia dedotta dai test ha valutato la madre più emotiva del padre ed ha considerato l’emotività un elemento di fragilità, un difetto di solidità psicologica. In questo caso, il giudice non ha voluto combattere il pregiudizio e neanche ragionare sul valore delle emozioni nell’educazione dei bambini.

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)

di Rosaria Guacci

Luisa Muraro ha chiamato apparente “coscienza femminile confusa” l’aver votato sì al recente referendum costituzionale e avere nello stesso tempo tirato un respiro di sollievo per la vittoria del no: avrebbe quindi votato due volte e i due voti sarebbero ugualmente validi. «In questo caso», lei dice, «è piuttosto evidente che l’obbligo di scegliere non è veramente democratico e non lo è neanche costringersi all’astensione, come qualcuno ha suggerito di fare. Perciò mi sono autorizzata a votare due volte, sì e no, ed entrambi i voti sono validi…». Il suo ragionamento mi sembra un sollecitante paradosso filosofico che ha ricadute politiche importanti – per politica intendendo la politica delle donne, che assumo come l’unica valida. Le buone argomentazioni di Muraro si possono leggere nel sito della Libreria alla voce Contributi; a me interessa in particolare la questione della cosiddetta coscienza femminile confusa rispetto a un non voler scegliere tra due quesiti mal posti – il sì o il no al referendum costituzionale appena trascorso – di fatto scegliendoli entrambe, quindi raddoppiando. Ben venga una coscienza siffatta, scrive Luisa e io concordo. La doppia assunzione/esclusione di entrambi i pronunciamenti è buona per me perché non voglio dover rispondere a due quesiti antitetici in un processo esclusivamente binario: avrei voluto una terza o magari molte altre soluzioni/situazioni in cui pronunciarmi. Inoltre – e qui sta per me il punto – «l’obbligo di scegliere non era democratico». Molto vero
soprattutto per le donne. Credo che noi apparteniamo ancora alla “società delle estranee” di cui scriveva Virginia Woolf nelle Tre ghinee. Certo, il problema non sta più nel non poter entrare nelle biblioteche o nel dover subire destini imposti. Come hanno scritto in tante a partire da Lia Cigarini in apertura della recente redazione allargata di Via Dogana on line, le donne sono dappertutto, in ogni comparto sociale, e ci stanno in posizione molto visibile ed esposta. Soprattutto esposta, mi sembra. Spesso il potere che le donne esposte rivestono, diverso dall’autorità femminile che intendo capace di circolare con ricchezza e libertà, è una sorta di camicia di Nesso che le avvelena costringendole, sempre seguendo il mito, a gettarsi in roghi che rischiano di incenerirle: le polemiche circa la sindaca romana Virginia Raggi o la nuova ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli sono sotto gli occhi e alla portata di orecchio di tutte/tutti.
Raggi appare stretta in regole non sue, che contrastano con le sue decisioni, e Fedeli, in un mondo come l’attuale, meritocratico e alieno dalla promozione delle competenze squisitamente politiche che si ricercavano negli anni ’70, appare una ministra “non laureata”, alla lettera. Entrambe mandate allo sbaraglio dai loro movimenti e partiti; entrambe, come mi sembra, non sorrette da relazioni con le loro simili – che non cercano o che non trovano bell’e pronte e che comunque non dichiarano – che potrebbero servir loro a fare meglio. È vero, dà una bella energia vedere donne vincenti. Ma quella di alcune di loro, di noi, forse anche, è una vittoria effettiva o un impegno assunto in base a vincoli esterni ed estranei a sé che possono trasformarsi in catene? Di esempi ne ho fatti due ma si potrebbe farne altri ancora. Mi chiedo: di fronte a un mondo ancora cogente per regole precostituite all’affermazione delle donne – quando esse siano in posizione di forza dettate dall’esterno e forse non ancora in grado di dettare regole proprie – non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione? Dire in questo caso un “no” ben chiaro? Mi piacerebbe discutere di questo fuori da ideologia e idealizzazioni.

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)

di Luciana Piddiu

«Non è mai troppo tardi» era il titolo di una famosa trasmissione televisiva in cui il plurilaureato e indimenticabile maestro Manzi insegnò agli italiani la loro lingua. Grazie a lui molti analfabeti, anche in età avanzata, impararono a leggere e a scrivere. Penso che il nostro ex-presidente della Repubblica Napolitano – che si è espresso recentemente con termini molto duri sull’uso di alcune parole della nostra lingua – avrebbe bisogno urgente di qualche lezione scolastica supplementare… perché sono fermamente convinta che non è mai troppo tardi per imparare qualcosa di essenziale che non si sa.

Ha pubblicamente definito abominevole e orribile la declinazione al femminile di alcune cariche istituzionali (sindaca, ministra). Bene, ciò che è veramente abominevole è l’ignoranza di chi pur avendo ricoperto le più alte cariche dello stato si mostra ignaro di una questione elementare nella sua semplicità: la lingua dice il mondo e ciò che non ha le parole giuste per dirsi cade irrimediabilmente nell’invisibilità sociale, nell’insignificanza.

Il patriarcato ha a lungo colonizzato l’immaginario di uomini e donne anche attraverso l’uso sapiente del linguaggio. Finalmente nel 1987 accadde qualcosa di importante: fu pubblicato lo straordinario studio di Alma Sabatini sul sessismo della lingua italiana (commissionato dalla Presidente della Commissione Pari opportunità Tina Anselmi). Fu una svolta epocale. Il suo lavoro accurato e profondo ci diede solidi argomenti per agire nei luoghi della pratica politica al fine di cambiare lo stato delle cose presenti. Non volevamo più essere nominate e definite attraverso le parole maschili fondate sul controllo dei nostri corpi.

Come non ricordare poi il lavoro della filologa Maria Corti che dimostrò come si possono declinare al femminile nomi pensati e usati al maschile semplicemente seguendo le regole della nostra grammatica senza alcuna violazione bizzarra delle norme? Certo, la politica ha in molti casi andatura da bradipo, ma non sempre. Mi piace ricordare che nello Statuto del Comune di Pisa tra i principi fondamentali (art. 3, comma 12) era compreso proprio quello di esprimere al femminile le denominazioni degli incarichi e delle funzioni del Comune ricoperte da donne. Correva l’anno 1992… dopodiché c’è chi ancora discute nell’anno di grazia 2016 sull’opportunità o meno di usare la lingua in modo non discriminante!

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)


Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di scrittura pensante. L’hanno ideata e la conducono Luisa Muraro e Clara Jourdan. Nel 2017 la Scuola comincerà un po’ più tardi degli anni scorsi, verso metà febbraio. Poi, come al solito, appuntamento ogni sabato mattina per dieci incontri che ci porteranno fuori dall’inverno, nel cuore della primavera. E di mezzo, da un sabato all’altro, qualche libera esercitazione personale. È una scuola vera, non un ciclo di conferenze. Tenete conto che c’è il numero chiuso.

A pensare s’impara parlando, leggendo e scrivendo. E a scrivere? Leggendo, parlando e pensando. E a leggere? E così via, lo avete capito, è una specie di girotondo che, una volta partito, accelera e rallenta, si gonfia e si sgonfia, con quello che ci capita di vivere.

Però bisogna entrarci e farlo andare. Ci vuole un input. Questo sarà il nostro: dicono che siamo entrati nell’era della post-verità, lo dicono non a torto perché ci sono notizie che, grazie a internet, fanno il giro del mondo e contano, false o vere che siano. Non solo. Pubblicando notizie che hanno questo tipo di successo, si fanno soldi. Sull’Internazionale ho letto che due giovanotti sono passati da camerieri di una pizzeria a guadagnare parecchio come creativi autori di “bufale”… a meno che non sia una notizia falsa.

Insomma, l’era della post-verità è un’ottima occasione per discutere una questione che era passata di moda ma non d’importanza. Eccola, tutta riassunta in una domanda: se è vero, com’è vero da sempre, che la verità non somiglia alla verità, come facciamo a riconoscerla? Per cercare la risposta, ammesso che esista, useremo pratiche di scrittura e di parola messe in circolazione dal femminismo, come l’autocoscienza e il partire da sé.

Il corso comincerà sabato 11 febbraio 2017 e continuerà per tutti i sabati fino all’8 aprile compreso e si concluderà la domenica 9 aprile. Dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi 29 – 20129 Milano (tel. 0270006265). I locali sono aperti dalle 10.15. La prima mezz’ora è dedicata allo scambio informale, la lezione vera e propria comincia alle 11.

Suggerimenti di lettura. Questo è un elenco indicativo, siete invitate/i a scegliere e a integrare liberamente. Vi suggeriamo di andare alla Libreria delle donne e di visitare il suo sito. Altre indicazioni verranno man mano, non escludete la poesia.

Carla Lonzi, Taci, anzi parla (Scritti di Rivolta Femminile 1978) e Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980); Rousseau, Le confessioni (1782); Virginia Woolf, Le tre ghinee (1938); Emmeline Pankhurst, Suffragette. La mia storia (1914, Castelvecchi 2015); Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti 1993 e 2014), Silvio D’Arzo, Casa d’altri (1953, Einaudi 2007); Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti delle Madres di Plaza de Mayo (2003); Annie Ernaux, Il posto, Passione semplice, Gli anni, L’altra figlia (la sua scrittura è essenzialmente autobiografica, l’editore originale, francese, dei suoi numerosi libri è Gallimard); Alison Bechdel, Sei tu mia madre? (Rizzoli 2012); Franca Fortunato, Sai chi è Lina Scalzo? (ebook Libreria delle donne 2016); Luisa Muraro, L’anima del corpo (La Scuola 2016); Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli 2016).

Luisa Muraro e Clara Jourdan

Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) presso la Libreria delle donne.

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)

di Antonella Nappi

Quando guardo le piante, un giardino, una finestra piena del verde che c’è fuori, tutto in me può rilassarsi e dire: «che bello», che felicità. Ci vuole un incontro tra il desiderio di essere felici e l’opportunità della visione paradisiaca, allora ci si permette di vedere e godere la pace. Anche qualche fiore a volte può bastare, e l’intenzione di rivolgersi a contemplarlo. Altri soggetti da noi vivono, gli alberi, ci danno supporto di compagnia per la loro bellezza e differenza da noi, un’altra storia, un’altra esperienza, mi sdrammatizzano. Dovessi dire di che cosa ho sempre bisogno è di questa alterità che mi permette una ricreazione fisica; anche della alterità che è lo spazio ho bisogno, la dimensione infinita per lo sguardo distacca dal tutto pieno del mio corpo, dei corpi, oggetti, muri, case e crea una nuova prospettiva per me e per il mio pensiero.

La varietà interrompe il pensiero in cui siamo, si fa guardare e così alleggerisce il nostro sentimento, apre cuore e respiro. Ecco perché la monotonia delle file di automobili hanno oscurato tanta parte del rapporto che ciascuno ha con la città e le città. Per favore pace, fateci un poco uscire da noi stessi e dai nostri cechi pensieri!

Secondo elemento, che a dire il vero è il dramma, l’oppressione e la violenza, il comando del potere: l’aria inquinata che filtra dalle grate della tua prigione e tu devi accogliere nell’organismo sapendo che ti fa male. Dovessi dire che cosa è la vita direi che è respirare aria buona. Che cosa vuoi in città? Datemi l’aria. Devo rinunciare alla città? Forse si deve trovare la forza di rinunciare a tutto quello che c’è in città per riscoprire quello che puoi trovare in un posto dove non ti dica l’aria ad ogni respiro: sei prigioniera, sei masochista, sei odiata da tutto quello che ti sta intorno, sei punita per il tuo conformismo, sei usurata e stanca, sei più inquinata di me, col tempo che hai passato qua.

La città deve divenire senza macchine, dice Barbara Meggetto di Legambiente; il territorio deve concede socialità e cultura anche al contadino, diceva Laura Conti, un buon binomio da progettare.

Ma ancora qualche cosa desidero dire: noi non sappiamo quanti servizi si nascondono sotto terra e nelle strade, sotto i marciapiedi e nelle aree verdi, servizi che hanno influenze precise sulla salute dei cittadini, che dovrebbero essere meno vicini, più leggeri, almeno conosciuti. L’elenco di quanti servizi utilizziamo ci stupirebbe, è molto più delle cabine di scambio dell’energia elettrica che in tutti gli angoli porta energia alle vie del quartiere e alle case, e di quelle linee invisibili che le onde radio intrecciano davanti alle nostre facce. Viviamo usando e consumando senza conoscere come! Sapere dove vivi, come e con quali servizi è aprire le menti alla cultura del quotidiano, osservare il nostro ingegno ma anche cosa ti costa in salute tutto quello che risparmi per altre scelte, sapere il prezzo ecologico della vita che chiamiamo economica. È ora di metterci gli elementi su cui ragionare collettivamente davanti agli occhi, i paesani di un secolo fa li sapevano, sapevano dove e come vivevano. Questo terzo progetto vorrei divenisse realtà, una capillare informazione.

Non voglio dimenticare il bello delle case, abbiamo ancora bellissime facciate e quartieri, basta avere in città lo spazio e la tranquillità necessari per poterle osservare, di nuovo il concentrarci sulle minuzie e sull’insieme allontana la congestione mentale, riceviamo il regalo delle generazioni passate e sappiamo che cosa vorremmo lasciare: il bello di un nostro pensiero, il bello di un nostro lavoro, il bello, non la novità.

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2016)


UNA CITTÀ mensile di interviste
per discutere sui problemi che ci sono

per raccontare ciò che di buono si fa in giro

per ascoltare voci che solitamente non si sentono

per restar fedeli agli ideali umanitari di giustizia e libertà

Gentile signora/e,

il nostro mensile, purtroppo di questi tempi, naviga in cattive acque.

Il programma di Una città è nei quattro propositi che si leggono qui sopra. Non sempre riusciamo a rispettarli, ma facciamo il possibile. Non abbiamo finanziamenti di sorta, dipendiamo dagli abbonamenti e questo è ciò che ci rende indipendenti. Ma ora siamo in difficoltà.

Gli abbonamenti sono calati, anche se di poco (siamo a 953) e non coprono più neanche i due costi principali: tipografia e i due part-time. Così non potremo andare avanti a lungo.

Siamo ancora convinti che fare questa rivista abbia un qualche senso. Abbiamo bisogno di raccogliere 500 nuovi abbonamenti (a 30 euro) o l’equivalente in abbonamenti sostenitori e donazioni.

Se volesse aiutarci sottoscrivendo un abbonamento “primo ingresso” o regalandolo ad amici ecco la nostra proposta:

-abbonamento “primo ingresso” 30 €

-abbonamento-regalo 30 €

Se interessato le possiamo inviare una copia-omaggio per farsi un’idea più precisa della rivista.

Può anche sfogliare l’ultimo numero della rivista, cliccando su questo link: https://redazioneunacitta.files.wordpress.com/2016/11/unacittacc80-234-flip.pdf

Modalità di pagamento:

-Cc. postale n. 12405478 – Una Città Soc. Coop., via Duca Valentino 11, 47121 Forlì.

-Bonifico bancario sul conto intestato a Una Città Soc. Coop. presso la Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna – IBAN IT84W0601013222100000003026

-tramite internet (www.unacitta.it) aprendo la pagina http://www.unacitta.it/newsite/abbonamentinew.asp?m=5

(www.unacitta.it, 21 dicembre 2016)


Essere seguiti in ospedale da una medica potrebbe comportare un migliore esito delle cure: infatti il paziente gestito da una medica presenta minor rischio di morte a 30 giorni dal ricovero e un minor rischio di un secondo ricovero rispetto ad un analogo paziente seguito da internisti di sesso maschile. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista JAMA Internal Medicine, e condotta da Yusuke Tsugawa, della Harvard T. H. Chan School of Public Health, Boston, che ha già suscitato un acceso dibattito tra gli addetti ai lavori.

Già in passato ricerche avevano dimostrato differenze nell’operato di camici bianchi di sesso maschile e femminile, con le donne più attente a fare prevenzione e più scrupolose nel seguire le linee guida cliniche, offrendo quindi complessivamente cure migliori rispetto ai medici di sesso maschile. Ciononostante altre ricerche avevano suggerito che le mediche hanno stipendi inferiori a quelli dei colleghi maschi a causa di interruzioni contrattuali e interruzioni lavorative per la maternità. Quindi sono “più bravi” i medici o le mediche? Per capirlo i ricercatori Usa hanno studiato dati relativi a oltre 1,8 milioni di ricoveri e oltre 1,2 milioni di secondi ricoveri successivi al primo (riammissione in ospedale ad esempio a 30 giorni dal primo ricovero).

In tutto sono stati coinvolti 58.344 medici, per il 32,1% donne. È emerso che i pazienti gestiti da internisti maschi hanno un tasso di mortalità a 30 giorni dal ricovero dell’11,49% contro l’11,07% per pazienti gestiti da mediche. Il tasso di riammissione in ospedale è 15,57% e 15,02% se il paziente è seguito da un medico uomo o donna rispettivamente. Lo studio suggerisce che vi siano differenze importanti nel modo di curare di medici donna e uomini, con implicazioni cliniche altrettanto importanti e differenti esiti per i pazienti. Capire più a fondo quali siano queste differenze potrebbe aiutare a migliorare la qualità delle cure per tutti i pazienti indipendentemente dal sesso del medico da cui sono seguiti.

(www.huffingtonpost.it, 21 dicembre 2016)

di Franca Fortunato

Sulla guerra in Siria sui media internazionali passa molta, troppa, disinformazione e in particolare sulla recente liberazione della città di Aleppo est dal “terrorismo mascherato da resistenza armata”, espressione questa per indicare i “ribelli” usata da Madre Agnese Mariam de la Croix, carmelitana di origine franco-libanese che vive nel monastero greco ortodosso di San Giacomo il Mutilato di Qara in Siria. Una donna le cui parole e il cui coraggio mi hanno sempre orientata verso la verità, che è la prima vittima di ogni guerra.
La religiosa sin dall’inizio mise in guardia l’Occidente dal sostenere e aiutare i cosiddetti “ribelli”, “oppositori”, raggruppati sotto l’etichetta di Esercito Libero della Siria, dicendo che in realtà si trattava di “membri del ramo sunnita di matrice salafita o wahabita, vale a dire di formazioni paramilitari degli islamisti ultra radicali”, che sin dagli anni Ottanta avevano cercato di prendere il potere in Siria con uccisioni e atti terroristici, e che durante le “manifestazioni pacifiche” del 2011 combattevano non per la libertà e la democrazia dei siriani, come volevano far credere, ma per un governo coranico. In tutte le città che hanno occupato, i “ribelli” hanno portato morte e distruzione, hanno perpetrato “atti di crimine gratuito”: persone sgozzate, mutilate, sventrate, fatte a pezzi e gettate agli angoli delle strade o nell’immondizia. Non hanno esitato a sparare su dei bambini. “Questi atti atroci sono stati sfruttati mediaticamente per attribuirne la responsabilità alle forze del governo”. Hanno terrorizzato la popolazione civile non gradita: “la minoranza alauita, cristiana, sciita ed anche molti sunniti moderati che non hanno voluto” unirsi a loro. Hanno distrutto e bruciato tutto. Musei, acquedotti, impianti per la produzione di energia, infrastrutture, scuole. Nell’esercito Libero della Siria non ci sono solo terroristi siriani ma anche irlandesi di origine araba orientale, francesi, inglesi, australiani e ad essi si sono affiliati circa 2000 fazioni, gruppi, provenienti dalla Libia, Tunisia, Egitto, Afghanistan, Cecenia, Pakistan, Libano, Arabia Saudita, Qatar, Giordania. Più volte suor Agnese è stata accusata di essere dalla parte di Assad e i ribelli terroristi l’hanno condannata a morte, ma la sua denuncia, in giro per l’Europa, di chi sono veramente costoro, è continuata. Ha accusato più volte le forze internazionali di sostenerli, fornendo loro le armi e ha chiesto, inascoltata, di sostenere invece le forze laiche, di aiutare il popolo siriano con una corretta informazione, con azioni contro le sanzioni e con aiuti materiali. Sono “i terroristi mascherati da ribelli”, sostenuti, armati, aiutati dalle forze internazionali, che in questi giorni stanno lasciando volontariamente, insieme alle loro famiglie, Aleppo est, dopo la sconfitta militare e dopo anni di occupazione e di atroci crimini, di azioni di terrorismo contro la popolazione e incessanti bombardamenti con mortai e missili di fabbricazione israeliana di Aleppo ovest, rimasta sotto l’esercito governativo. Madre Agnese, che si dice “la voce di quelli che non hanno né voce – come le tante donne violentate – né padrini internazionali”, ha sempre negato che in Siria ci sia una “guerra civile” perché la popolazione, che per centinaia di anni era riuscita a vivere con diverse comunità, non ha mai accettato di entrare in una guerra civile, ha lasciato e chiesto che fosse l’esercito governativo a proteggerla e liberarla. La suora ha sempre parlato di una “guerra artificiale” promossa, sostenuta e portata avanti da agenti esterni contro il volere della popolazione che, come in ogni guerra, ne ha subito le più dolorose e disastrose conseguenze. Lungo questi anni di guerra lei ha continuato la sua azione di riconciliazione, praticando relazioni di convivenza tra le varie tribù con lo scopo di creare un patto tra i cittadini per dire: “Noi ci amiamo gli uni gli altri, viviamo nello stesso paese, non vogliamo prendere le armi per combatterci tra noi e noi risolviamo i problemi in un dialogo tra noi”. Le parole di Madre Agnese hanno trovato in questi giorni conferma nei tanti testimoni della liberazione di Aleppo est, come il vicario apostolico per i cattolici di rito latino, Georges Abou Khazen. “La città di Aleppo finalmente – ha dichiarato monsignore – sta per essere completamente liberata e unificata dopo quattro lunghi anni di divisioni e di morte seminata da diversi gruppi armati siriani e non. Durante l’occupazione la vita non era affatto facile, specialmente negli ultimi mesi di combattimento, perché i “ribelli” impedivano di far arrivare viveri e medicinali, mentre i loro depositi erano riforniti. Tutti questi gruppi appartengono alla galassia del fondamentalismo islamico e imponevano alla popolazione dei precetti e dei modi di vita all’insegna del fanatismo, totalmente estranei alla tradizione del popolo siriano”. “Durante le operazioni dell’esercito per liberare i quartieri est della città, molti cittadini di Aleppo – ha continuato monsignore – si erano allontanati (andando ad Aleppo ovest). Ripreso il controllo di queste zone è stato necessario pulire questi quartieri dalle mine, riaprire le strade e far funzionare tutte le altre infrastrutture e la gente sta tornando indietro, dove al posto della propria casa trova però un luogo spettrale. Presto dovrà avvenire la ricostruzione. Il clima che si respira tra la gente è di gioia, ottimismo e speranza”. Di tale clima non c’è traccia nell’informazione internazionale che continua invece a parlare di “olocausto”. Monsignore Khazen si dice poco fiducioso nella comunità internazionale perché “tutte le scuse sono buone per lasciare le sanzioni e l’embargo contro la Siria che riguarda gli aiuti umanitari, il gasolio, i medicinali e chi ne paga le conseguenze è la povera gente, mentre ogni genere di armi continua ad entrare nel Paese”. “Questo Natale – conclude il vicario – avrà un altro profumo alla luce della liberazione della città, alcune strade saranno adornate per la festa anche se non c’è l’elettricità. Ma come abbiamo fatto lungo questi anni di guerra, cerchiamo di seminare la vera gioia e speranza cristiana”. Dopo tanti disastri e tanta sofferenza si ponga dunque fine alla guerra, si ridia la libertà alle popolazioni delle tante città occupate dai “ribelli terroristi”, si faccia buona informazione e si lasci al popolo siriano la decisione e l’azione di decidere il futuro della Siria e di chi la dovrà governare.
(Il Quotidiano del Sud, 21 dicembre 2016)


Duecento chilometri di marcia per la pace, dal Nord di Israele verso Gerusalemme. A marciare sono state – nello scorso mese di ottobre – quattromila donne cristiane, musulmane, ebree, che la pace l’anno già fatta, tra loro, in quella terra martoriata.

La marcia è durata 14 giorni ed è stata organizzata dal movimento Donne per la pace (Women Wage Peace). Fondato nell’estate del 2014 da un piccolo gruppo di israeliane, durante un attacco a Gaza, il movimento è cresciuto rapidamente e adesso può contare sul sostegno di migliaia di donne in tutto il paese.

Da incontri nelle case per individuare strategie creative che costringessero la politica a impegnarsi nella realizzazione di un accordo di pace, le ‘Donne per la pace’ sono passate all’organizzazione di momenti pubblici di notevole impatto, anche mediatico.

Nel 2015, per commemorare i bombardamenti su Gaza del 2014, hanno organizzato l’Operazione digiuno, montando una tenda bianca davanti alla residenza di Benjamin Netanyahu e digiunando a turno per 50 giorni, l’equivalente della durata del conflitto.

La ‘Marcia della speranza’ di quest’anno ha incluso micro-marce in tutto Israele e ha coinvolto migliaia di persone, anche donne palestinesi e giordane che hanno marciato dalla loro parte del confine.

Laiche, religiose, di vario orientamento politico, provenienti da ogni settore della popolazione, sono unite da una richiesta: «Che i nostri leader politici lavorino con rispetto e coraggio, includendo la partecipazione delle donne per trovare una soluzione al conflitto. Solo un accordo politico onorevole può assicurare il futuro dei nostri figli e nipoti».

Hanno in programma altri eventi e stanno cucendo relazioni con altre realtà che camminano nella loro direzione. Agli ultimi tre giorni della marcia è stata presente Leymah Gbowee, l’attivista liberiana che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace (assieme a Ellen Johnson Sirleaf e alla yemenita Tawakkul Karman) per aver guidato il movimento nonviolento composto da donne cristiane e musulmane che ha contribuito a porre fine alla guerra civile in Liberia.

«Questi giorni sono stati per me un tonante sì: la pace è possibile. Questi giorni sono una manifestazione e un messaggio: davvero c’è un partner per la pace», ha detto. E ha lanciato alle donne un messaggio chiaro: «Fare la pace è una cosa difficile, richiede un prezzo. Richiede di avventurarsi in luoghi che non avete mai immaginato assieme alle vostre sorelle palestinesi. Vi farà perdere amici e sacrificare la famiglia. Se non siete pronte, fate un passo indietro».

Della marcia hanno parlato diversi giornali on line, in particolare il sito ‘Bocche Scucite, voci dalla Palestina occupata’, a cui lavora don Nandino Capovilla di Pax Christi, il movimento internazionale di cui fa parte il PuntoPace di Catania, da sempre impegnato nella difesa dei diritti del popolo palestinese.

Per la Marcia della Speranza cantanti israeliane e palestinesi hanno composto e cantato la Preghiera delle Madri e hanno realizzato un video che oggi vi riproponiamo.

(www.argocatania.org, 17 dicembre 2016)

di Luisa Muraro

Tutto passa ma certi proverbi restano, come questo: “Non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”. Il nostro governo non si è limitato a vendere la pelle, ma, dando per ucciso l’orso e venduta la pelle, ha fatto passare una legge elettorale su misura, tutta a suo favore. Legge che, bocciato il referendum, ora non serve a niente ma resta valida, in attesa delle modifiche della Corte costituzionale, annunciate per metà gennaio.

In questa complicata situazione, io ho finito per votare due volte, una volta Sì e una No.

È andata così. L’intenzione era di votare sì. La modifica costituzionale doveva servire a eliminare il bicameralismo perfetto, cosa su cui in molti eravamo d’accordo, la maggioranza. Ma ecco la nuova furbata: la riforma si gonfia con altre questioni, fatte per favorire l’esercizio del potere. Per la rabbia ho detto: No. Nel No ho messo anche gli oppositori interni di Renzi, dei buoni a nulla che avrebbero dovuto sostenere da subito la proposta di Valerio Onida che era di articolare il quesito referendario in più domande (così avrei potuto scegliere: questo sì, questo no).

Ma quando è venuto il momento di fare la croce, mi è stato fisicamente impossibile votare come Salvini e Berlusconi.

E ho votato sì. In pratica, con questo sì volevo evitare la crisi di governo per non mettere la croce sulle spalle dei terremotati e dei migranti. L’uomo che aveva promesso la ricostruzione, faccia a faccia con i terremotati, volevo che restasse lì a rispondere dei suoi impegni. Dopo che abbiamo permesso l’allegro teatro di Berlusconi tra le rovine dell’Aquila, con i suoi abitanti a fare da comparse, adesso toccherà a questi altri e altre sopportare un’altra commedia?

Sui migranti il discorso è diverso. Sul problema della migrazione Renzi e il suo governo hanno fatto una politica decente. Non hanno approfittato dei malumori popolari. Hanno dato sostegno, mezzi e visibilità alle persone che si spendono per salvare l’umanità dal peggio. C’è da salvare donne e uomini che penano sulla strada della sopravvivenza, ma anche noi, minacciati mortalmente dal nostro egoismo.

Così, per finire, con la matita ho segnato il Sì, ma non mi dispiace che abbia vinto il No.

Adesso non si dice ma una volta questo era considerato un tipico esempio di mente femminile confusa. Ben venga la mente femminile confusa. In questo caso è piuttosto evidente che l’obbligo di scegliere non è veramente democratico e non lo è neanche costringersi all’astensione, come qualcuno ha suggerito di fare. Perciò mi sono autorizzata a votare due volte, sì e no, ed entrambi i voti sono validi.

Il problema è a monte, è nella convinzione indiscutibile che, per governare una collettività, sia indispensabile che si costituisca un potere speciale (il Leviatano, si chiama in filosofia), superiore a quel normale poter fare e essere che sono prerogativa umana. Ma è vero che sia indispensabile? Dobbiamo discuterne e non farci spaventare dal principio di non contraddizione che usa il Leviatano: non è vera logica, è logica del potere.

(www.libreriadelledonne.it, 15 dicembre 2016)


Nella festa della Vergine di Guadalupe il Papa esorta a difendere la dignità delle donne latinoamericane

L’elogio di «quelle madri lottatrici» che tra i diversi popoli latinoamericani «da sole riescono a mandare avanti i figli» è stato tessuto da Papa Francesco durante la messa per la festa della Madonna di Guadalupe. Celebrando la patrona delle Americhe lunedì pomeriggio, 12 dicembre, il Pontefice l’ha accostata alle tante donne del suo continente d’origine. La Madonna, infatti, è «donna lottatrice di fronte alla società della sfiducia e della cecità, di fronte alla società della indolenza e della dispersione; Donna che lotta per rafforzare la gioia del Vangelo. Lotta per dare “carne” al Vangelo».

All’omelia pronunciata dall’altare della Confessione, dove era stata collocata un’immagine della “Morenita”, il Papa ha messo in evidenza come la società attuale sia «sempre più marcata da segni di divisione e di frammentazione», lasciando “fuori gioco” specialmente quanti «hanno difficoltà a raggiungere il minimo indispensabile per portare avanti la vita con dignità». Una società — ha aggiunto nella sua denuncia — «diventata cieca e insensibile davanti a migliaia di volti che restano indietro nel cammino, esclusi dall’orgoglio accecante di pochi». E così, «senza accorgercene ci siamo abituati a vivere nella “società della sfiducia”, con tutto quello che ciò comporta per il presente e specialmente per il futuro».

(Osservatore Romano, 14 dicembre 2016)

di Paolo Brogi

Al tempo della deportazione nazista, la sua famiglia aveva perso 27 parenti nella Shoah, di cui 11 bambini, e poi sette alle Fosse Ardeatine. L’ultimo suo intervento poco tempo fa alla scuola media Di Consiglio a Casette Rosse, che porta il nome dei suoi congiunti trucidati

«Stanotte ci ha lasciati Giulia Spizzichino. Aveva da poco festeggiato i suoi 90 anni. Diamo onore ad un’eroina della nostra Comunità. La sua tenacia ha consentito al nostro Paese di processare Erick Priebke dove andò a scovarlo personalmente a Bariloche in Argentina». E’ stato l’ex presidente della Comunità Ebraica, Riccardo Pacifici, a dare l’annuncio della scomparsa della Spizzichino, la donna che aveva perso 27 parenti nella Shoah, di cui 11 bambini, e che nel 1994 si recò in Argentina insieme all’avvocato Marcello Gentili per chiedere l’estradizione del criminale nazista delle Fosse Ardeatine.

«La farfalla impazzita»

Giulia Spizzichino aveva 90 anni e pochi anni fa aveva raccontato la sua terribile storia di superstite della Shoah nel libro «La farfalla impazzita» dove aveva riferito anche di quel viaggio difficile fino a San Carlos de Bariloche per ottenere nell’Argentina allora retta da Menem l’estradizione del capitano delle Ss. Alle Fosse Ardeatine Giulia aveva perduto sette parenti del ramo materno, i Di Consiglio. Nata e cresciuta a Roma Giulia Spizzichino era figlia di un commerciante di stoffe ed era sfuggita alla deportazione grazie al padre che aveva trasferito in tempo la sua famiglia a un altro indirizzo a Roma, nel rione Monti, al momento dei rastrellamenti tedeschi. Il 21 marzo del ’44 si erano salvati appena in tempo, non così per numerosi altri congiunti che sono stati uccisi nella Shoah.

Napolitano l’aveva nominata Cavaliere

Nel dicembre scorso il presidente Napolitano l’aveva nominata Cavaliere della Repubblica. Giulia Spizzichino aveva raccontato a molte scolaresche attonite la sua storia. Ha scritto Spizzichino: «Oggi ho un compito che non mi aspettavo, quello di testimoniare. Devo raccontare ciò che è stato, non può cadere tutto nell’oblio», ha ricordato Moked, il portale ebraico. L’ultimo suo intervento poco tempo fa alla scuola media Di Consiglio a Casette Rosse, un istituto che porta il nome dei suoi parenti trucidati, dove aveva commosso i suoi giovani ascoltatori lanciando anche un messaggio di tolleranza e solidarietà. Erano i giorni delle proteste a Goro, Giulia Spizzichino aveva concluso: «Non fatevi mai prendere dall’intolleranza, difendete la convivenza pacifica e l’incontro con gli altri».

(Corriere della Sera, 13 dicembre 2016)