di Alessandra Pigliaru
SCAFFALE. «Emma la Rossa» di Max Leroy, edito da elèuthera
Di Emma Goldman, pensatrice, anarchica, femminista, immigrata e irriducibile rivoluzionaria, si è detto e scritto molto – con maggiore trasporto dagli anni Settanta in avanti. Eppure la figura di questa «piccola Giovanna D’Arco», come sovente veniva chiamata da qualche giornalista che ne aveva incrociato – e ne temeva anche un poco – la forza politica, abitava il terreno del mito fino dagli anni Trenta del Novecento. Fascinazione comprensibile, a percorrere la sua vita sembra di stare dentro un romanzo straordinario. Uno di quelli che ha come protagonista l’esistenza tempestosa di chi nasce già insorta, a cavallo tra due secoli, facendo parte della storia e scrivendola. La storia degli ultimi, degli operai e delle operaie con cui si confronta Emma Goldman, la storia che la trafigge anzitutto nella coscienza incarnata che la interroga sulla sessualità, sulla riproduzione e il controllo delle nascite, sul suffragio e tanto altro ancora.
La storia di cui ha fatto parte Emma Goldman è insomma quella che ha nutrito un pensiero anti-capitalistico e capace di raccontare cosa significa il fermento libertario, quali le sue genealogie, le sue scommesse, come l’anarchismo. E il suo incontro con il conflitto della classe operaia, l’antimilitarismo contro il fanatismo della prima guerra mondiale, la rivoluzione russa prima, la guerra civile spagnola poi. Forse una vita non basta per reggere tutto questo, quella di Emma sì.
Disfare l’affronto di essere nata donna per un padre ottuso e autoritario, è il modo in cui Goldman debutta nella decostruzione simbolica del già dato. Sceglie di rimettersi al mondo, lo fa numerose volte. La prima, come lei stessa scrive, è il 15 agosto del 1889 quando a vent’anni arriva a New York.
Da Kovno (l’odierna Kaunas), cittadina portuale della Lituania, se n’era già andata tempo prima per raggiungere la sorella Helena che abitava nel Connecticut. Lì Emma confeziona corsetti in una fabbrica e segue laboratori di cucito che poco dopo, oltre alla sopravvivenza, le avrebbero dato il senso della relazione con le lavoratrici del tessile.
Frequenta circoli radicali e di operai, studia, ascolta, scrive, legge moltissimo, stringe rapporti con alcuni esponenti del movimento anarchico. Trascorre qualche mese e la figura di questa giovane donna, dapprima misteriosamente comparsa su un carretto a Union Square a tenere un discorso e a resistere alle cariche della polizia, diviene centrale sia sui giornali che all’interno del movimento.
Proprio in quei primi comizi di piazza la si ricorda avvolta da una bandiera. Era rossa, da qui – insieme alla furia mostrata contro ogni potere costituito – la nominazione di Emma the Red. E proprio Emma la Rossa (eléuthera, pp. 223, euro 16, prefazione di Normand Baillargeon, traduzione di Carlo Milani) si intitola il volume di Max Leroy che ne ripercorre la parabola cominciando dal fulgore di quegli anni di apprendistato alla rivolta.
Appassionato e all’orlo di una festa del cuore verso chi ha speso la propria vita per la libertà e la giustizia, il libro di Leroy propone un ritratto puntuale, servendosi di un apparato bibliografico interessante che conduce lettori e lettrici sulle tracce di Goldman, di ciò che ha scritto – due le opere che si ricordano principalmente: My Disillusionment in Russia (1923) e Living My Life (1931), la sua autobiografia (si dica per inciso che entrambe sono state tradotte in Italia tra gli anni ’70 e ’80 da La salamandra. Di più recenti invece si segnalano Femminismo e anarchia, edito da Bfs con una splendida prefazione di Bruna Bianchi, e Anarchia e prigioni, edito da Ortica). Ulteriore pregio di Leroy è quello di aver tenuto conto della dedizione di biografi e in particolare biografe come Alice Wexler e Candace Falk (direttrice dell’Emma Goldman Papers Project che a Berkeley ha raccolto dal 1980 a oggi più di ventimila carte relative alla sua produzione e ai suoi scambi epistolari).
Se «lo Stato è un saccheggiatore al soldo del capitalismo», scrive convinta ripensando al suo arresto occorso all’età di 24 anni per incitamento alla sommossa, la maggiore oppressione viene inferta alle donne, ai bambini e alle bambine. Da quell’oppressione, gravida di nodi da sciogliere, e da alcune sue esperienze (non ultima quella di levatrice per cui segue un corso a Vienna), impara molto e si mette in cammino. Verso un femminismo che non la abbandonerà mai più; gli incontri più importanti sono due: quello con Voltairine de Cleyre, scrittrice e militante anarchica, e con Louise Michel, la «vergine rossa» deportata in Nuova Caledonia dopo la repressione della Comune di Parigi. Il resto è la lettura di Mary Wollstonecraft (così come nella sua formazione decisivi sono stati Henry David Thoreau e Michail Bakunin). Molti illustri esponenti del movimento anarchico la ammirano; da Johann Most, Edward Brady a Pëtr Kropotkin. A qualcuno concede di amarla.
In una lettera ad Aleksandr Berkman – compagno di lotte e presenza cruciale nella sua vita – nell’agosto del 1927, riesce a raccontare il tenore della sua differenza, quella in fondo che la sa consegnare alla gratitudine delle generazioni politiche successive: «Le sole teorie non sono sufficienti a smuovermi. Comprendere le nostre idee non è abbastanza. È necessario sentirle in ogni fibra come una fiamma, come una febbre divorante, una passione elementare».
(il manifesto, 20 gennaio 2017)
di Franca Fortunato
«In questo mondo scosso ogni giorno più profondamente dai fremiti della fine vicina, fra nuovi terrori e speranze mi accadde di incontrare Lorenzo (…), un operaio civile italiano. Mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo, non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso (…). Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi», così scrisse Primo Levi nel suo libro autobiografico Se questo è un uomo. La storia si sa non si ripete mai la stessa, ma se si ha mente e cuore per guardare non si può non vedere come le immagini – più eloquenti di tante parole, anche di queste che io stessa posso qui scrivere – di migliaia di uomini, donne, bambine e bambini, in fila a Belgrado sotto la neve per un piatto caldo, avvolti in una coperta per difendersi dal gelo e dal freddo, ci riportino a quel mondo, a quell’Europa crudele e disumana che portò Primo Levi a dire «Se questo è un uomo». Se questo è un uomo, se questa è una donna, un bambino e una bambina, se questa è l’Europa, che toglie dignità a ogni essere umano, allora non resta che seppellirla nella vergogna e nella colpa. Ma per fortunata, oggi come allora tante e tanti sono i Lorenzo che con il loro agire e le loro pratiche di accoglienza e di umanità ricordano a noi e a loro che un altro mondo, un’altra Europa – come abbiamo testimoniato al convegno “L’Europa delle Città Vicine” tenuto il 21 febbraio 2016 a Roma alla Casa Internazionale delle donne e di cui in questi giorni saranno pubblicati gli atti – c’è già, incomincia già a esistere e se non sarà questa a prevalere non ci sarà futuro né per i migranti né per noi. Di questa altra Europa fanno parte Medici Senza Frontiere e i tanti volontari anche italiani dell’associazione internazionale Hot food Idomeni che a Belgrado, dove le temperature in questi giorni sono arrivate a meno 22 gradi, da mesi aiutano, soccorrono e sostengono, garantendo cure e 2.000 pasti al giorno, le migliaia di migranti, siriani, afghani, pachistani, curdi, iracheni che aspettano di passare le frontiere e proseguire il loro viaggio verso il nord Europa. E nell’attesa c’è chi – come la giovane somala e due uomini iracheni – al confine tra la Turchia e la Bulgaria e tra la Bulgaria e la Serbia letteralmente muore congelato, dopo aver attraversato spesso in condizioni proibitive – come hanno denunciato Medici Senza Frontiere – montagne innevate, foreste, in mano ai trafficanti di uomini e dopo aver subito spesso alle frontiere lesioni e gravi contusioni come conseguenza dell’uso di spray al pepe e dissuasori elettrici. Ferite provocate dalle varie polizie di frontiera (incluso Frontex) lungo il percorso. Purtroppo nemmeno i bambini sono stati risparmiati. La situazione è drammatica anche a Lesbo, a Samo e a Salonicco dove nei campi manca luce, riscaldamento e le tubature sono gelate. Sono tutte queste conseguenze vergognose delle politiche europee, volte a dissuadere e respingere persone in cerca di sicurezza e protezione in Europa. Le immagini di questi giorni, su cui c’è un’indifferenza colpevole della maggior parte dei mass media del nostro Paese dove fa più notizia un’intervista a un ex presidente del Consiglio bocciato dalla maggioranza del popolo italiano, stanno lì a dirci che il passato può tornare anche se in veste diversa. «Ci accalchiamo e ci stringiamo intorno a un falò per tremare di meno. Ma il tutto dura poco, non più di un paio d’ore. Il resto del tempo lo passiamo nel gelo assoluto», ha detto Asif, un 18enne afghano. «Fa molto freddo e dai fuochi si sprigiona un’aria irrespirabile. Tossiamo in continuazione, ma non abbiamo dove altro andare. Io non voglio tornare indietro. Voglio andare in Ungheria e da lì in Italia. Ma non posso rimanere qui al gelo. È terribile. In tanti si ammalano e gli aiuti non arrivano» ha detto Kaship Hans, anche lui afghano. Sono parole che più di altre suonano come una condanna per questa Europa dal volto duro, dominata dal potere tecnocratico economico che con le sue politiche in questi anni ha impoverito i popoli europei e che adesso ha condannato i migranti alla morte e al gelo. Questa Europa crudele e senz’anima a distruggersi ci sta pensando da sola. La sua fine, che io mi auguro avvenga presto, non sarà la fine dell’Europa perché al di fuori di essa esiste «un mondo giusto», «qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura», che ad Auschwitz per Primo Levi è stato Lorenzo, non a caso un operaio civile italiano. Tra qualche giorno sarà la Giornata della Memoria, per favore niente ipocrisie, niente retorica, niente discorsi, niente commemorazioni ma solo silenzio per pensare… pensare… pensare a come e a chi ha rinnegato e tradito quel «Mai più»…
(Il Quotidiano del Sud, 19 gennaio 2017)
di Michele Giorgio
Due morti a Umm al Hiran, di nuovo raso al suolo. Israele. Dramma nel Neghev dove la demolizione del villaggio beduino si è conclusa con l’uccisione di un abitante e di un poliziotto. Il governo Netanyahu parla di “terrorismo”, gli arabo israeliano denunciano un atto di forza contro la comunità beduina. Oggi sciopero generale in segno di protesta.
Le immagini girate da un drone o un elicottero, diffuse dalla stessa polizia, non dovrebbero lasciare spazio a dubbi. Nel filmato (https://youtu.be/K8SJA9Mo9dQ) il Land Cruiser del beduino israeliano Yaqub al Kyan procede lentamente. I poliziotti, in apparenza senza motivo, aprono il fuoco contro l’autoveicolo che, solo a quel punto, accelera e investe in pieno un gruppo di agenti uccidendo un poliziotto, Erez Levy. Abu al Kyan, colpito dai proiettili, probabilmente ha perduto il controllo dell’auto. Il governo israeliano invece legge le cose al contrario. Descrive quanto è accaduto ieri nel villaggio beduino non riconosciuto di Umm al Hiran come un «atto di terrorismo», istigato, secondo il premier Netanyahu e alcuni ministri, dalla presenza di deputati arabo israeliani. Abu al Kyan è quindi emerso sui media israeliani come «un terrorista affiliato al movimento islamico», forse «simpatizzante dell’Isis», mentre la sua gente ripete che era solo un insegnante. Non è stata contemplata in alcun modo l’ipotesi del gesto violento – comunque escluso dalla famiglia – compiuto da un uomo che ha visto il suo villaggio troppe volte raso al suolo dalle ruspe. Ipotesi considerata da una soldatessa-giornalista, Hen Elmaleh, della redazione di Galei Tzahal, la radio dell’esercito. «Metterei sotto anche io un poliziotto che viene a casa mia per cacciarmi e fare posto a una comunità più forte della mia e non per parlarmi di istruzione», ha scritto Elmaleh su Facebook. Denunciata con sdegno dagli internauti israeliani, è stata espulsa dalla redazione.
La situazione è precipitata ieri all’alba. La sera prima erano arrivate le ruspe per far rispettare la sentenza della Corte Suprema che il 17 gennaio ha respinto in via definitiva il ricorso della popolazione contro la demolizione di Umm al Hiran, nel deserto del Neghev, che deve far posto a una nuova cittadina ebraica, Hiran. Ma la polizia appariva disposta al negoziato, ha raccontato un attivista ebreo Kobi Snitz. Per tutta la notte si è discusso di una «evacuazione volontaria» per evitare problemi alla comunità di Umm al Hiran, composta anche da tanti bambini. Alle prime luci del giorno però sono arrivati centinaia di poliziotti, in tenuta antisommossa e con decine di automezzi blindati. A quel punto è apparso chiaro che la trattativa era finita e che la polizia avrebbe proceduto allo sgombero con la forza. «Yacub è uscito di casa per chiedere spiegazioni alla polizia. È salito in auto. Dopo pochi minuti abbiamo sentito gli spari», raccontava ieri Atwa, una cugina di Abu al Kyan. Poi è stato il caos. La polizia ha lanciato granate stordenti e sparato proiettili rivestiti di gomma, uno dei quali ha ferito al volto il deputato Ayman Odeh, leader della Lista unita araba, terzo partito alla Knesset. Infine sono entrate in azione le ruspe per abbattere le abitazioni, spesso fatte solo di lamiere.
L’accaduto ha suscitato clamore e preoccupazione tra gli arabo israeliani che hanno proclamato per oggi un giorno di sciopero generale, come la scorsa settimana dopo la demolizione di 11 case “illegali” nella cittadina di Qalanswa. Ieri sera si sono tenuti raduni a Umm el Fahem, Tel Aviv, Jaffa, Lod, Haifa, Nazareth, Shefa Amer e San Giovanni d’Acri. È dal 1956 che gli abitanti di Umm al-Hiran lottano per vedere riconosciuto il loro insediamento, anche se nel Neghev ci vivono da molto prima della fondazione di Israele. Sullo sfondo c’è il “Piano Prawer” che prevede il «trasferimento» – di fatto l’espulsione e la sedentarizzazione obbligata – di intere comunità beduine verso sette township: Rahat, Hura, Tel as-Sabi, Ararat an-Naqab, Lakiya, Kuseife e Shaqib al Salam.
(il manifesto, 19 gennaio 2016)
di Monica D’Ascenzo
Puntavano a raccogliere 40mila dollari, ad oggi hanno superato quota 675mila dollari. Elena Favilli e Francesca Cavallo, con la startup Timbuktu, hanno sbancato nel crowdfunding di idee editoriali lanciate su Kickstarter.
Il progetto è Good night stories for rebel girls, pensato per ispirare le bambine attraverso le biografie di 100 donne illustri, dalla regina Elisabetta I alla tennista Serena Williams, narrate come favole della buona notte. Alla composizione del libro parteciperanno 100 illustratrici da ogni parte del mondo. Nella stessa direzione era andata un’altra iniziativa editoriale, di tre anni prima, che potete trovare ancora nelle librerie: Cattive ragazze: 15 storie di donne audaci e creative, graphic novel scritta da Assia Petricelli e illustrata da Sergio Riccardi. «Le donne hanno scoperto, inventato, costruito, ma non sono state raccontate» sottolinea Assia. E non ha tutti i torti. Basta sfogliare i libri su cui studiano i ragazzi per rendersene conto. O girare per le strade delle città, generalmente tutte al maschile.
Come è nata l’idea del libro?
Le questioni di genere e la storia delle donne mi interessano da tempo, ma la scintilla che ha acceso l’idea di Cattive ragazze è nata per caso, da un incontro con Della Passarelli di Sinnos Editrice, all’epoca in cerca di progetti per una nuova collana di graphic novel per ragazzi. Sergio e io, che già lavoravamo insieme, non avevamo mai pensato a un fumetto per ragazzi, però ci piaceva quello che faceva la Sinnos e così abbiamo cominciato a ragionarci su ed è nata l’idea di raccontare biografie di donne realmente vissute che avessero messo in discussione ruoli e stereotipi femminili. Donne forti, ribelli, protagoniste delle proprie vite. E soprattutto donne che alla fine ce la fanno, che non sono vittime. Di storie così ce ne sono tante, ma sono poco conosciute. Basta sfogliare un manuale scolastico per farsi l’idea che per millenni il genere femminile non abbia fatto altro che accudire mariti, figli e case. Ma non è vero. Le donne hanno scoperto, inventato, costruito, ma non sono state raccontate. Con Cattive ragazze volevo rendere giustizia ad alcune di queste figure e offrire alle giovani di oggi delle narrazioni che le aiutassero ad acquisire fiducia in se stesse e nella possibilità di essere quelle che vogliono, al di là degli stereotipi. Per raggiungerle abbiamo scelto una forma che fosse il più possibile semplice e accattivante.
Come hai scelto le 15 storie da raccontare?
Il filo rosso che lega le 15 biografie è riassunto nel sottotitolo del libro, donne “audaci” e “creative”, capaci di inventare per se stesse e per le altre che sono venute dopo un ruolo diverso da quello che la cultura patriarcale imponeva loro. Sulla base di questa premessa mi sono messa a cercare e ho incontrato decine di storie fantastiche. Scegliere non è stato affatto facile. Ho privilegiato le vicende meno note e, anche quando ho incluse figure celebri, l’ho fatto perché mi interessavano alcuni aspetti non particolarmente conosciuti: ad esempio il modernissimo rapporto tra Marie Curie e suo marito Pierre. Inoltre ho prestato molta attenzione alla varietà, volevo restituire il senso di una ricchezza di possibilità, e così abbiamo l’artista, la giornalista, l’attivista politica e così via, ma anche una varietà di appartenenze culturali e geografiche. Non volevo cadere nella trappola di una narrazione troppo centrata sull’Occidente, che sarebbe stata menzognera e fuorviante: in particolare negli ultimi anni le donne del cosiddetto “Sud del mondo” sono state protagoniste di straordinari movimenti di liberazione. Infine ho inserito figure di donne che hanno partecipato a grandi processi collettivi, perché il mondo non si cambia da soli, ma sempre insieme ad altre e ad altri.
Il progetto ha avuto un seguito?
Da quando sono state pubblicate, le Cattive ragazze non si sono mai fermate. Hanno dato vita a uno spettacolo teatrale, a una mostra e sono state il motore di un progetto di ricerca e di educazione alle differenze che ha coinvolto studenti e studentesse dal Nord al Sud del paese. Se invece ti riferisci alla possibilità di realizzare un Cattive ragazze 2, per il momento non abbiamo questa intenzione; preferiamo che il nostro libro funga da stimolo affinché altri e altre vadano alla ricerca e raccontino le proprie cattive ragazze, è quello che facciamo nelle scuole. Noi ci riserviamo di tornare presto a parlare di donne, di identità e relazioni, ma con progetti nuovi e diversi da “Cattive ragazze”.
Cosa ti piacerebbe ne traessero le adolescenti di oggi?
La fiducia nelle proprie risorse e la forza per costruire se stesse e la propria storia senza farsela dettare da nessuno, così come hanno fatto le protagoniste del nostro libro. Se ci sono riuscite loro, possiamo farcela tutte.
(www.alleyoop.ilsole24ore.com, 18 gennaio 2017)
Care tutte,
spero di non scocciare con un’altra mail, ma lo scritto di Rinalda Carati mi ha fatto pensare. Propone, come Rosaria Guacci, un discorso di ritorno: «Mi chiedo (scrive Ro): di fronte a un mondo ancora cogente per regole precostituite all’affermazione delle donne – quando esse siano in posizione di forza dettate dall’esterno e forse non ancora in grado di dettare regole proprie – non sarebbe più proficuo lavorare ad accrescere credibilità, competenza, autorità seguendo i propri intuito ed esperienza e negandosi alla cooptazione?»
Rinalda lo dice con queste parole: «… tutte le volte che mi è riuscito di fare libertà per me stessa e per un’altra: a questo che ho vissuto non rinuncerei per nessuna ragione al mondo». Però le sembra che le donne più giovani non abbiano bisogno di questa sua «preziosissima esperienza».
E trae questa conclusione politica: «sono convinta che se va perduto questo aspetto (di fare ‘libertà per se stessa e per un’altra’) non si può fare altro che ricascare nella logica del fine che giustifica i mezzi.»
La logica del fine e dei mezzi è un vivere da singole in componenti alleate (per esempio del femminismo con pratiche e teorie queer).
Per Rinalda è l’errore di non aver pensato politicamente a sufficienza. Lo dice anche Ro: «non sarebbe più proficuo…»
La proposta direttiva di Rinalda è: c’è solo l’esistenza, e in essa l’erotismo della libertà.
Si discute, e pare discussione politica, dell’erotismo del potere, ma discutere dell’erotismo della libertà dei corpi è molto più eccitante, e qui: viva Mary Daly!
ciao,
Cristiana Fischer
a cura di Francesco Tortora
Si fanno chiamare «i tessitori» e hanno un progetto ambizioso: scardinare la società patriarcale cilena rendendola più tollerante e meno machista. Da quasi un anno un gruppo di ragazzi sudamericani, almeno una volta al mese, si riunisce in un luogo pubblico della capitale Santiago e, armato di ago e filo, si mette a cucire davanti a tutti. O a fare la maglia. Un modo per lottare contro gli stereotipi e per promuovere una nuova immagine del maschio cileno (Facebook)
(Corriere della Sera, 17 gennaio 2017)
di Massimo Romeri
Laura Iamurri, “Un margine che sfugge. Carla Lonzi e l’arte in Italia”, da Quodlibet. La singolare avventura di una intellettuale anni sessanta che rifiutò ogni settorialità del sapere in nome di un esistenzialismo femminile
Il primo artista frequentato da Carla Lonzi è stato Pinot Gallizio. In un certo senso, è da questo primo incontro che l’attenzione della giovane allieva di Roberto Longhi si sposta dal fatto pittorico a quello umano. Come aveva imparato dal proprio maestro, la Lonzi vagliava l’opera d’arte non solo con il proprio sguardo, ma con la propria esperienza. L’iniziale consonanza con Longhi era però andata trasformandosi negli anni, fino a consumarsi in una vera e propria rottura, grazie a una crescita intellettuale complessa, a volte misteriosa perché vissuta tanto più internamente che pubblicamente, ma della quale si seguono ora le tappe in Un margine che sfugge Carla Lonzi e l’arte in Italia, 1955-1970, di Laura Iamurri (Quodlibet, pp. 264, euro 24,00).
Dalla seconda metà degli anni cinquanta il banco di prova di una critica d’arte da reinventare era passato attraverso la formulazione di una divulgazione storico-artistica massiccia, ma di qualità, in collane come i Maestri del colore o nelle trasmissioni radiofoniche come «L’Approdo». La Lonzi matura in quest’ambito, intessendo successivamente rapporti anche al di là del più stretto côté longhiano, tra Milano, Roma e, soprattutto, la Torino dell’art autre e della galleria Notizie.
Dalla fine del decennio, e in coincidenza con i primi incontri con gli artisti, la parola scritta della critica d’arte non si limita più solamente a rivelare dei fatti figurativi, ma si presta a un’indagine intima, millimetrica, delle tessiture emotive che originano da questi rapporti. In questo senso, la Lonzi cerca un vocabolario nuovo, alternativo alle espressioni ormai usurate, che superi la vulgata dell’informale per restituire l’impatto con opere sempre più prive di relazioni con la realtà visibile. Il mestiere imparato da Longhi si trasforma così gradualmente in qualcos’altro. L’empatia generata negli incontri è sempre più centrale, fino a diventare uno dei mezzi per spiegare prima l’autenticità e la singolarità di una ricerca creativa, poi le radici stesse della propria coscienza di critica, di donna e, infine, di individuo, perché «prima di riuscire a identificarmi in me stessa ho cercato di rispecchiarmi in chi sentivo migliori di altri».
«Autoritratto», 1969
Le pagine della Lonzi tentano sempre più di aderire al pensiero degli artisti, per accedere a ciò che di solito sfugge e che l’usuale indagine storico-critica non può trovare, cioè quella propensione spirituale che sta dietro la vocazione artistica. Così, come un lenzuolo, adagia il foglio bianco sul corpo dell’artista raccogliendone gli umori condensati in grumi di coscienza e sviluppati attraverso un costrutto che non generalizza mai: parteggiando per gli artisti, scopre qualcuno per cui l’identità è contemporaneamente un’attività. Il saggio della Iamurri accompagna lungo le tappe di questi cambiamenti, ne chiarisce il senso indagando testimonianze disparate, dalle lettere inedite all’amica Marisa Volpi all’analisi dei tempi e del montaggio di Autoritratto, il libro uscito nel 1969 che raccoglie i dialoghi registrati negli anni precedenti con gli artisti prediletti: Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pietro Consagra, Carla Accardi, tra gli altri.
Il registratore a bobine è il mezzo con il quale la Lonzi re-inventa le interviste agli artisti: non è uno strumento scontato a metà degli anni sessanta. L’aveva usato Pasolini durante le riprese di Mamma Roma quando, nelle pause, «stanco morto, divorato dal sole» vi riversava «confidenze caotiche»; lo usavano Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Roberto Leydi nelle loro inchieste etnografiche. Per la Lonzi è il dispositivo ideale per rendere testimonianza della sua interazione con gli artisti, dando spazio alla loro autenticità. Nella trascrizione mantiene scrupolosamente l’espressività orale con le pause, le incertezze, le ripetizioni, come nella riproduzione di un documento. Il filtro critico è annullato, almeno apparentemente.
Tra 1967 e 1968 la Lonzi è negli Stati Uniti. Qui, «sradicata e nomade», trascrive interviste già fatte, come quella a Fontana, e, ormai consapevole delle potenzialità di queste registrazioni, mette a fuoco l’impalcatura del suo libro che verterà su un montaggio di discorsi fatti in tempi e luoghi diversi, in una sorta di ipotetico convivio di artisti. Come dimostra la Iamurri, le premesse e le funzioni delle registrazioni sono mutate nel tempo. Dialoghi come quello con Mimmo Rotella, fissato su nastro a New York nella primavera del 1968, sono pensati subito come materiali utili alla tessitura di Autoritratto. In queste ultime registrazioni il privato e il pubblico coincidono sempre più e ci si interroga su alcuni temi, come l’erotismo, che saranno centrali negli anni successivi.
Come Santa Teresa di Lisieux
È nel rapporto con l’Accardi, poi con Fabro, che le gerarchie e le priorità della Lonzi si scompaginano definitivamente e la professione della critica d’arte lascia il passo ad altro: la conduzione degli affetti, quindi la trasformazione di sé, sono vissute come premesse necessarie a una rivoluzione autentica della società. La condizione dell’artista nella sua quotidianità, con i suoi pensieri, guai, soddisfazioni, legami sentimentali, diventa inscindibile dall’arte stessa che è strumento per scoperte interiori. Anche le illustrazioni di Autoritratto dicono qualcosa sul cambiamento. Le immagini scelte dalla Lonzi colgono momenti irripetibili, situazioni connotate in un tempo e in un luogo preciso: gli artisti al lavoro, le opere nel contesto espositivo, le inaugurazioni, i ritratti degli amici, dei famigliari, degli artisti da bambini, in un mosaico di esistenze in cui il confine tra vita personale e professionale è totalmente poroso.
Per la copertina di Autoritratto la Lonzi avrebbe voluto una fotografia di Santa Teresa di Lisieux nel ruolo di Giovanna d’Arco in catene, scattata durante una recita nel Carmelo di Lisieux nel 1895. La Lonzi vi si identificava pienamente: «era l’immagine esatta del mio autoritratto».
La storia della santa era tanto radicata nella memoria della critica: da ragazza, «nei momenti di crisi», ne rileggeva l’autobiografia per rintracciarvi «stati interiori per me naturali e che non ritrovavo altrove». Teresa si era annullata in una verità che riteneva assoluta, mentre la Lonzi cercava di imporre al mondo la propria visione, in simbiosi con coloro che più di tutti concretizzano il proprio valore individuale, gli artisti. All’epoca di Autoritratto Santa Teresa è anche una figura di donna, come dirà Paolini, in «perfetta sintonia con le attitudini» di una critica d’arte che tende a defilarsi, lasciando, sulla soglia del ritiro, la parola agli artisti. L’editore De Donato bocciò la proposta per la copertina come «una goffaggine tipicamente femminile» e impose un più riconoscibile Concetto spaziale di Fontana, ma un particolare del volto di Teresa di Lisieux, rielaborato in un’opera di Paolini, è tra le prime pagine del libro, a intervallare i pochi brani in cui la Lonzi parla di sé in prima persona. Poco oltre, c’è una fotografia della critica a tredici anni, nel collegio di Badia a Ripoli.
Nel 1970 la Lonzi abbandona la critica d’arte per dedicarsi interamente al femminismo. È una scelta grave, ma non improvvisa. Nel libro della Iamurri appare come l’atto finale di un processo incalzante, come la ricapitolazione di una serie di indizi che ne costellano la vita già dalla formazione. Disillusa, con un gesto di contestazione radicale lascia il «mestiere fasullo» – così lo aveva definito in Autoritratto – della critica d’arte, e «tutto finiva lì», nell’amara constatazione di essere stata, anche per gli artisti, «una spettatrice ideale», perché silente.
(il manifesto, 15 gennaio 2017)
Oggetto: Progetto ed opening della Mostra: Alex Martinis Roe
* 24 Febbraio 2017: Bolzano
Mostra dal titolo “Diventare 2”
Comunicato Destinato a tutti coloro che hanno contribuito e supportato il Progetto “Diventare 2”
Un enorme grazie!
Sono stati per me tre anni incredibili di incontri, collaborazioni ed apprendimento.
Ora ci saranno alcuni momenti pubblici dove il progetto sarà esposto con una mostra e sarebbe veramente fantastico se voi poteste partecipare ad alcuni di questi eventi cosicché potremmo condividere la chance di celebrare insieme!
Il primo ” vernissage” della Mostra sarà il 19 novembre con orari dalle 15 alle 18 presso la sede di CASCO (vedi dettagli allegati qui sotto) a Utrecht ( in Olanda).
e poi
* 11 Dicembre 2016 : ” La nostra Rete Futura: Storiografia: Parlare in pubblico e la Differenza Collettiva, Presso Dokzaal ad Amsterdam come parte della Rassegna programmata dal titolo ” If I can’t dance Performance Days”
* 29 Gennaio 2017: evento presso la sede di CASCO ad Utrecht inclusa una serie di attivazioni di alcune delle proposte per la pratica del collettivo femminista dal Vostro Progettto ” La nostra rete futura”
* 24 Febbraio 2017: Inaugurazione della mostra ” Diventare 2″ a Kunst (Bolzano)
* 30 Marzo 2017: Apertura di una istallazione del Film ( a 3 canali) dal titolo ” It Was about opening up the very Notion that there Was a particular perspective” come parte della Rassegna ” The National” alla Galleria d’Arte di New South Wales a Sydney.
* 25 Aprile 2017 : Inaugurazione della Mostra “Diventare 2” presso la sede della Galleria “The Show-room” a Londra, UK
Dunque Vi prego, fatemi sapere se sarete in grado di partecipare a qualche evento!
Cordiali saluti!
Alex
GALLERIA CASCO INVITO, INAUGURAZIONE:
Progetto a cura di ALEX MARTINIS ROE
Sabato 19 Novembre 2016
Il Team di Casco Ufficio per l’Arte, Design e la Teoria vi invita caldamente a partecipare alla Vernice della Mostra “Diventare 2” prevista per Sabato 19 Novembre 2016 dalle 15 alle 18.
La Mostra copresentata da “Casco” e dal Progetto ” Se io non posso danzare, non voglio essere parte / partecipare alla vostra Rivoluzione” riunisce 6 Films del Progetto – Ricerca a lungo termine dell’artista Alex Martinis Roe che porta lo stesso titolo.
Il Progetto-Mostra traccia la genealogia delle teorie del ” nuovo materialismo femminista” e ” della differenza sessuale” attraverso l’impegno con diverse comunità internazionali femministe e le loro pratiche politiche , che includono gli Studi delle donne ( ora denominati ” Gender Studies”) presso l’Universita’ di Utrecht, che è un partner-socio affiliato a CASCO da lungo tempo.
” Diventare 2″ elabora uno svariato numero di pratiche storiche sviluppate da questa comunità ed esplora le loro interconnessioni attraverso le generazioni e contesti differenti.
I 6 Films sono presentati attraverso una installazione modulare architettonica che descrive il lungo viaggio esplicitato dal Progetto – un Viaggio incominciato nel 2014.
Il Progetto “Diventare 2” include inoltre dei Laboratori- Workshops , delle Performances ed un Libro Artistico e peraltro proseguirà con una Mostra che avrà luogo sia a Bolzano che a Londra.
L’Opening include una Conferenza dell’Artista che avrà luogo a Bolzano alle ore 15,15 durante ll’Opening della Mostra “Diventare 2”.
L’Artista Alex Martinis Roe , nata in Australia, e con base a Berlino esplora una politica affermativa della differenza rintracciando attraverso le sue Performances una storia sociale della Teoria e Pratica femminista.
Si impegna nella creazione di Films e documentari, documenti e testi, nonché sitografie dove le strategie dei discorsi e argomenti vengono praticate al fine di mostrare quanto è a che livello il lavoro del femminismo del passato sia connesso alle teorie contemporanee del femminismo del presente e del futuro.
Questi materiali, abbinati con le diverse forme di ricerca e storytelling (narrazione di storie) che utilizza Martinis Roe , supportano lo stitching del tempo e della storia attraverso la sperimentazione variegata e gli incontri con le specifiche comunità dislocate in varie nazioni presso cui e con le quali lei ha lavorato tramite una metodologia creativa generativa verso una solidarietà intergenerazionale.
Siccome l’Opera di una femminista del 20^ secolo è spesso differenziata da ondate generazionali che demarcano le priorità ed i risultati, i Films della Martinis Roe e la loro installazione offrono delle storie alternative di relazioni affermative/positive fra gruppi di femministe di diverse generazioni.
Martinis Roe traccia il suo percorso a partire dal primo lavoro politico che tratta ” la differenza sessuale” – una teoria e pratica di soggettività relazionale che implica il relazionarsi verso, il fare spazio, nonché inventare una cultura ” sessuata” che inizia proprio dalle differenze – ed in seguito una nuova teoria femminista materialista che comprende concetti similari, forme e teorie politiche di questo differenziarsi fino ad estendere queste idee attraverso l’esportazione di “Agency” di corpi , materia e del loro intreccio con la cultura in una convergenza fra le scienze e le scienze umane.
La Genealogia, che Martinis Roe traccia, non solo dimostra il processo generativo dello sviluppo di una storia sociale, ma mostra altresì il potenziale al fine di stabilire e praticare una teoria politica come risultato di tale azione, enfatizzando così la connessione fra teoria ed attivismo.
Ogni film esplora la storia e l’organizzazione di un gruppo femminista che emerse negli anni ’70 – ’80 e ’90 , ivi inclusi la Libreria delle Donne di Milano (Italia), il gruppo di Psicanalisi e Politica (Francia), il gruppo di Women’s Studies (ora denominato Programma di Studi di Genere) presso la sede dell’Universita ‘ di Utrecht (Olanda) , una rete di coloro che sono attivisti nella cooperativa di Filmmakers di Sydney, dei Feminist Film Workers, e del Dipartimento di Filosofia Generale presso l’Universita’ di Sydney (Australia), nonché il DUODA ( cioè il Centro di Ricerca delle Donne) e Ca’ La Dona di Barcellona(Spagna).
Utilizzando vari metodi, quali l’osservazione partecipativa, le interviste con delle narrazioni di storia orale, o ricerche d’archivio, nonché pratiche di collaborazione sociale tramite cui Martinis Roe mette in relazione le teorie e le pratiche di gruppi pregressi a quelle di una generazione più giovane di donne attraverso Reenactments ( riattivazioni) , storytelling, traduzioni consecutive nonché la presentazione di Materiali d’archivio.
Il suo lavoro con questa generazione più giovane ha elaborato in seguito lo sviluppo di pratiche femministe collettive, che plasmano e danno forma al soggetto del film che chiude l’opera “OUR FUTURE NETWORK” (2016).
Le installazioni architettoniche che fanno da supporto alla visione dei filmati, il cui design è stato curato da Fotini Lazaridou-Hatzigoga, permettono molteplici incontri e varie modalità grazie a cui visionare l’esposizione.
A partire dai disegni di spazi interni e settings (ambientazioni) materiali – fisici- discorsivi creati dai primi collettivi femministi, queste strutture enfatizzano e sottolineano come sia lo spazio formale, sia dei format di tipo sociale informino / diano forma ad una soggettività vissuta ed incarnata, nonché la pratica politica.
Per maggiori ed ulteriori informazioni riguardo i filmati presenti nella mostra, nonché il programma didattico di formazione relativo al Progettoed anche il programma dettagliato di tutte le attività ad esso connesse , si prega di connettersi e collegarsi al Link specifico ” The Casco Website”.
“Diventare 2 ” è una Mostra-progetto co-commissionata in Olanda da Casco in collaborazione con l’Ufficio per l’Arte, Design e la Teoria, con sede a Utrecht e con l’organizzazione artistico-culturale ” If I can’t dance , I don’t to be part of your revolution ” presenta ad Amsterdam.
I Workshops e performances che accompagnano la Mostra sono stati commissionati dalla Fondazione “The Keir Foundation”.
The exhibition, co-presented by Casco and If I Can’t Dance, I Don’t Want To Be Part Of Your Revolution, brings together six films from artist Alex Martinis Roe’s long-term research project under the same title. The exhibition project traces the genealogy of “feminist new materialist” and “sexual difference” theories through her engagement with different international feminist communities and their political practices, which include Women’s Studies (now Gender Studies) at Utrecht University, Casco’s long-term and affectionate partner. To Become Two elaborates on a number of historical practices developed by these communities and explores their interconnections across generations and different contexts. The six films are presented in a modular architectural installation that speaks to the project’s long journey – commenced in 2014,To Become Twoincludes workshops, performances, and an artist’s book, and will later travel onwards to Bolzano and London.
The opening includes an Artist Floor Talk that will take place in the To Become Two exhibition at 15:15 hrs.
Australian-born and Berlin-based artist Alex Martinis Roe locates an affirmative politics of difference by performatively tracing a social history of feminist theory and practice. She engages in the making of films, textual documents, and material structures and sites where discursive strategies are practiced in order to show how the significant feminist work of the past is linked to contemporary feminist theories and practices of the present and future. These materials, coupled with the different forms of research and storytelling that Martinis Roe employs, support the stitching of time and history across varied experimentation and encounters with the specific and situated communities she has worked with as a generative methodology towards intergenerational solidarity. As twentieth-century feminist work is often distinguished by generational waves that demarcate priorities and achievements, Martinis Roe’s films and their installation offer alternative stories of affirmative relations between feminists across generations.
Martinis Roe draws from the early political work that engages with “sexual difference” – a theory and practice of relational subjectivity that involves relating to, making space for, and inventing a sexuate culture that begins from differences – and later “feminist new materialist” theory, which takes up similar concepts, forms, and political theories of this differing to extend these ideas by accounting for human and non-human forces and modes of relation, exploring the agency of bodies, of matter, and their entanglement with culture in a convergence between the sciences and humanities. The genealogy that Martinis Roe traces not only demonstrates the generative process of developing a social history, but also shows the potential for establishing and practicing a political theory as a result of doing so, thus emphasizing the connection between theory and activism.
Each film explores the history and organization of a feminist group that emerged in the 1970s, ‘80s, or ‘90s – including theLibreria delle donne di Milano (Milan Women’s Bookstore co-operative) (Italy); Psychanalyse et Politique(Psychoanalysis and Politics) (France); Women’s Studies (now the Gender Studies Programme) at Utrecht University (The Netherlands); a network of those active in the Sydney Filmmakers Co-operative, Feminist Film Workers, and the Department of General Philosophy at Sydney University (Australia); and Duoda – Centro de investigación de Mujeres (Duoda – Women’s Research Centre), and Ca La Dona, Barcelona (Spain). By employing various methods such as participant observation, oral history interviewing, archival research, and collaborative social practices Martinis Roe connects the theories and practices of previous groups to a younger generation of women through reenactments, storytelling, consecutive translations, and the presentation of archival material. Her work with this younger generation later resulted in the development of twenty propositions for feminist collective practices, which forms the subject of the final film Our Future Network (2016).
The architectural installations that support the viewing of the films, designed with Fotini Lazaridou-Hatzigoga, allow for multiple encounters and ways of viewing the exhibition. Drawing from the interior spaces and material-discursive settings created by these early feminist collectives, these structures emphasize how both material space and social formats inform lived and embodied subjectivity and political practice.
For more information about the films in the exhibition, the education program related to the project, and an updated and detailed program of all the related activities, please check the Casco website here.
To Become Two is an exhibition project co-commissioned in the Netherlands by Casco – Office for Art, Design and Theory, Utrecht and If I Can’t Dance, I Don’t Want To Be Part Of Your Revolution, Amsterdam. The accompanying workshops and performances are co-commissioned by the Keir Foundation. Presenting partners include <
sino al 5 febbraio 2017
Via Magenta 31
Torino – Piemonte
+39 0114429518
gam@fondazionetorinomusei.it
http://www.gamtorino.it
Termina giustamente nel capoluogo torinese il tour europeo della grande retrospettiva dedicata a Carol Rama, artista scomparsa nel 2015. Una mostra completa e ragionata che consacra ancora una volta una figura geniale e fuori da ogni schema.
Per lei che aveva fatto di Torino, e in particolare della sua soffitta in via Napione, un alveo autosufficiente; per lei che tanti contatti aveva avuto con personaggi celebri del mondo dell’arte e della cultura in generale – da Man Ray a Edoardo Sanguineti – ma che infine, volente o nolente, si circondava di una ristrettissima cerchia di amici o presunti tali; per Carol Rama (Torino, 1918-2015) sarebbe stato sorprendente veder circolare le proprie opere al Macba di Barcellona e al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris, e poi all’Espoo Museum of Modern Art e all’IMMA di Dublino, per far ritorno dopo un anno e più nella sua città, alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea.
NEMO PROPHETA IN PATRIA?
Il consueto nemo propheta in patria? Stavolta no, sarebbe – ed è stata – una polemicuccia da disinformati o da rimestatori di fanghiglia. Perché è pur vero che Carol Rama ha dovuto attendere decenni per veder riconosciuta la propria opera, ma d’altro canto chi l’ha portata – finalmente! – agli onori dell’empireo dell’arte è stata la Biennale di Venezia, con quel Leone d’oro assegnato nel 2003, e l’anno successivo Torino, nella veste della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che le dedicò una grande antologica (chi la definì “retrospettiva” fu apostrofato dall’artista con una stilettata: “Non sono mica morta!”) curata da Guido Curto e allestita da Corrado Levi insieme a quella felicissima esperienza d’architettura che fu il gruppo Cliostraat. Certo, ci si può sempre aggrappare al fatto che i curatori di questa grande rassegna itinerante sono “stranieri”: e con ciò? L’internazionalismo ci aggrada soltanto quando sono i nostri connazionali a lavorare, e bene, all’estero?
UN TRIBUTO STRAORDINARIO
Detto questo, gli spazi sotterranei della GAM accolgono un tributo straordinario a un’artista che mai, o quasi, si allineò a tendenze e movimenti, e che pagò cara tale indipendenza, di pensiero innanzitutto, da una cifra distintiva che la rendesse riconoscibile e commercializzabile agevolmente. Ma il prezzo pagato ora risplende con tale graffiante luminosità da far dimenticare finanche la location non entusiasmante: nulla da invidiare a una Louise Bourgeois, volendo restare in ambito femminile e non-allineato; ma soprattutto nulla da invidiare a una schiera di artisti – di qualunque genere e nazionalità – legittimamente osannati. Nessuno come Carol Rama? No, sarebbe un goffo e ingiustificato tentativo di recuperare il tempo perduto. Ma è doveroso reinserirla in una storia dell’arte che necessita, ora più che mai, di una – anzi, di molte – riscrittura.
Menzione per la Fondazione Sardi per l’arte, che ha sponsorizzato l’edizione italiana del catalogo, ricco di contributi vecchi e nuovi sull’opera di Carol Rama.
Marco Enrico Giacomelli
FEMMINISMO! di Paola Columba (52 minuti), il militante film documentario prodotto dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e dall’Università Roma Tre e presentato in anteprima a Firenze al Festival Internazionale di Cinema e Donne (5 novembre 2016), verrà prossimamente proiettato a Milano.
Tra le protagoniste Luisa Muraro, intervistata da Gaia Giorgetti del femminile F (gennaio 2017):
1) Che cosa è stato il femminismo storico. Quale la conquista fondamentale che ci ha portato?
Per rispondere a questa domanda, un libro non basta, il femminismo esiste dalla fine del secolo XVIII e accompagna tutto lo sviluppo dell’Europa moderna, senza escludere il continente americano, dalle rivoluzioni liberali fino alla proclamazione dei diritti umani… La conquista fondamentale, secondo i libri di storia sarebbe l’uguaglianza tra donne e uomini. Per me invece è la libertà femminile, che però resta ancora in forse, manca infatti il senso libero della differenza sessuale.
2) Oggi ha senso parlare di femminismo e per cosa dobbiamo combattere?
Come ho detto, se ha ancora senso parlare di femminismo oggi, quello che ancora manca è il senso libero della differenza sessuale. Manca alle donne come agli uomini. La differenza non è tra, non separa e non distribuisce etichette, né etero né omo. La differenza è in, mi segna intimamente, mi caratterizza e mi accompagna man mano che cresco e cambio.
3) Le giovani donne sembrano aver perso questo valore, il femminismo è considerato l’opposto del maschilismo. Che fare?
Tutti i movimento politici risentono del mancato contributo delle giovani generazioni.
Le giovani donne cercano la loro strada, forse quello che hanno incontrato finora è un femminismo così stereotipato che lo rifiuto anch’io. O forse non lo conoscono.
Tutti i movimenti politici risentono il fatto di una scarsa presenza delle giovani persone. Per parlare su questo tema nella Libreria delle donne, ho fatto un invito con questo titolo: Riuscirà il vecchio Principe Femminismo a risvegliare la sempre giovane Voglia di cambiare il mondo, la quale dorme della grossa, nonostante l’orribile chiasso che ha intorno?
Che fare? ridere, ascoltare, raccontare e aspettare.
(F 10 gennaio 2017)
di Jessica Contrera – The Washington Post 11 gennaio 2017
Forse un modo non c’è: bloccarli non è una soluzione, stare zitti somiglia a dargliela vinta, ragionarci è complicato, rivolgersi alle autorità o ai social network spesso non porta da nessuna parte
Quando Amanda Kleinman ha deciso di reagire erano già settimane che gli insulti e le minacce violente le comparivano sullo schermo. Kleinman allora ha scorso le centinaia di messaggi aggressivi che aveva ricevuto, cercando quello che l’aveva disturbata di più. Dall’inizio del cosiddetto “Pizzagate” – la teoria del complotto falsa diventata virale che collegava Hillary Clinton a un’inesistente rete di pedofili che usava come base una pizzeria di Washington – i suoi account online erano sommersi. Anche Kleinman era stata definita una pedofila, solo perché il suo gruppo musicale si era esibito al ristorante al centro delle accuse false. I complottisti avevano pubblicato il suo indirizzo, avevano mandato dei messaggi al suo datore di lavoro e l’avevano minacciata usando parole così vili da non poter essere riportate nemmeno con un eufemismo. Aveva chiamato la polizia, parlato con i media e si era sfogata sui social network: ora era arrivato il momento di fare la spia con le madri dei suoi molestatori.
Con un clic è arrivata sul profilo Facebook del più vile dei suoi molestatori. Un altro clic e stava guardando chi erano i suoi amici. Pochi minuti dopo ha trovato la donna che stava cercando. «Cara Lamia», le ha scritto Kleinman, «volevo sapere se per caso ha un figlio che si chiama John». Per le persone che vengono prese di mira dai troll di internet, spesso la cosa più frustrante è l’assenza di una soluzione chiara. Se contrattacchi parlando pubblicamente della tua situazione, è probabile che ti stia rendendo un bersaglio ancora più grande. Se te ne stai tranquillo nella speranza che gli stalker online passino oltre, potresti avere o dare la sensazione di aver permesso che ti mettessero a tacere. Kleinman si era stancata di essere nella situazione in cui avrebbe avuto la peggio in ogni caso. «Non ho mai conosciuto John e mi dispiace moltissimo», ha scritto alla madre del troll, «le sto raccontando tutto questo solo nel caso in cui sia suo figlio. Se è così forse dovrebbe parlargli».
Kleinman aveva l’impressione di non avere molte alternative. Generalmente i social network sono restii a punire i troll, per paura di violare la libertà di parola. Su Twitter, per esempio, gli utenti possono bloccare un troll, ma così facendo si limitano a rimuovere i suoi commenti dalla propria timeline e non dal resto di Twitter. Chi è vittima di molestie può presentare dei reclami che potrebbero portare all’espulsione del troll dal sito: ma anche se ne scompare uno, ne potrebbero saltare fuori a decine di nuovi, come in un’angosciante versione di Acchiappa la talpa. Le persone che vengono molestate su internet possono rivolgersi alla polizia, ma le forze dell’ordine faticano a identificare e perseguire i molestatori online. Negli Stati Uniti gli atti di stalking o le molestie subite online da milioni di persone tra il 2010 e il 2013 hanno portato solo a dieci cause in tribunali federali, stando a uno studio della scrittrice Danielle Citron, autrice di Hate Crimes in Cyberspace. Quasi sempre queste situazioni coinvolgono più di un molestatore, decine o addirittura migliaia di persone che minacciano o diffondono una voce falsa sul conto della loro vittima. «Ogni persona che promuove quella voce è parte del problema, ma nessuna di loro è penalmente responsabile», ha detto Mary Anne Franks, direttrice per le politiche legislative della Cyber Civil Rights Initiative, che sostiene l’adozione di leggi per tutelare le vittime di molestie online. Non esiste un approccio universale per occuparsi dei troll, ha detto Franks, secondo cui provare a ragionare con queste persone non è una buona idea. «Non c’è niente che si possa dire a queste persone senza dar loro altro materiale», ha detto.
L’autore di video satirici Vic Berger l’ha imparato sulla sua pelle poco dopo l’inizio del “Pizzagate”. Negli Stati Uniti Berger è diventato famoso su internet creando dei video bizzarri sulla campagna elettorale per le presidenziali americane per il network Super Deluxe, che produce video online. Aveva iniziato a litigare su internet con Mike Cernovich, famoso sui social network per aver diffuso voci false sul conto di Hillary Clinton e dei suoi sostenitori durante le elezioni, oltre a teorie false sul Comet Ping Pong, la pizzeria di Washington al centro del “Pizzagate”. Quando Berger ha iniziato a prenderlo in giro su Twitter, sono intervenuti anche i suoi fan, mandando a Cernovich alcune immagini offensive, sostiene lui. Per tutta risposta, Cernovich ha ripetutamente accusato Berger di essere coinvolto in una rete di pedofili.
Berger ha provato a segnalare Cernovich a Twitter, che però non ha chiuso il suo account. Berger ha anche accusato Cernovich di aver incitato minacce di morte nei suoi confronti. Gli attacchi sono diventati più accesi. «Queste persone sanno piuttosto bene come manipolare il sistema e aggirare le regole senza violarle. Per questo è molto difficile», ha scritto Berger in un’email, «dopo un po’ ci si stufa di guardare questo tipo di contenuti disgustosi/carichi d’odio/negativi, e in qualche modo si deve andare oltre, per la propria salute mentale». Dopo che lo scorso mese un uomo armato con un fucile d’assalto è entrato al Comet Ping Pong per “investigare” sulle voci intorno al “Pizzagate“, Berger si è reso conto che esisteva la possibilità che le minacce nei suoi confronti si concretizzassero. Dopo aver contattato i suoi avvocati e la polizia, quindi, ha abbandonato Twitter, almeno temporaneamente finché la questione degli attacchi di Cernovich non verrà in qualche modo risolta. «Dover “darla vinta” a un tipo del genere è fastidioso», ha detto.
“Darla vinta” potrà anche essere una soluzione efficace, ma è di sicuro insoddisfacente. Da qui, il desiderio di addentrarsi nell’abisso di internet e restituire – metaforicamente – lo schiaffo ai troll. Dopo che su Twitter un troll si era spacciato per il suo defunto padre, la scrittrice e attivista Lindy West scrisse un formidabile saggio in cui sosteneva che internet tratti le donne come «spazzatura subumana». Il giorno dopo, un uomo che sosteneva di essere la persona che aveva creato il falso account le ha scritto una lettera scusandosi sentitamente e ha donato 50 dollari all’ospedale dei tumori dove era stato in cura il padre di West. Brianna Wu, una sviluppatrice di videogiochi che aveva parlato del sessismo nel suo settore durante il cosiddetto “Gamergate”, una controversia nata nel 2014, ha provato a parlare su Skype con una delle migliaia di persone che avevano minacciato di ucciderla. Il troll, una donna, voleva scusarsi, mentre Wu voleva capire perché si fosse comportata in quel modo. Parlarono a lungo, ma Wu ebbe l’impressione che la conversazione fosse servita più alla sua molestatrice che a lei. Ora non risponde più ai troll. «Una parte di te ne esce così danneggiata che quando qualcuno dice che violenterà il tuo cadavere non provi niente», ha raccontato Wu.
Kleinman, nel frattempo, spera ancora di poter fare qualcosa per reagire. Per i troll lei è un’appariscente musicista che quando suona nel suo gruppo di rock elettronico, gli Heavy Breathing, indossa un passamontagna rosso e una parrucca bionda. Di giorno, però, Kleinman è una psicologa universitaria, e ha sempre il desiderio di stabilire un dialogo col prossimo. «Se riuscissi ad avere un colloquio individuale con queste persone per una settimana, o anche una volta al giorno per un mese, il 70 per cento di loro smetterebbe di comportarsi in quel modo», ha detto. Quello che fa, invece, è salvare gli screenshot di tutte le minacce che riceve in una cartella che tiene come documentazione, come le ha consigliato la polizia. Fa in modo che le mazze da baseball in alluminio che ha comprato di recente siano sempre a portata di mano a casa sua. Continua ad andare alle prove del suo gruppo, che questo mese ha in programma un concerto al Comet Ping Pong. Il gruppo ha pensato di cancellarlo, ma non vogliono che i troll pensino di averla vinta. Kleinman sta aspettando che la madre del peggiore dei suoi troll le risponda. Per quanto ne sa, la donna non ha nemmeno letto il messaggio che le ha mandato. Provare a fare qualcosa, però, l’ha fatta star meglio. «A volte», ha detto Kleinman, «è solo una questione simbolica».
(Il Post, 11 gennaio 2017)
È morta a 105 anni la corrispondente che diede al mondo la notizia dell’invasione nazista in Polonia, e che ebbe una vita straordinaria
Clare Hollingworth, reporter di guerra britannica che ebbe una grande carriera, e che è ricordata tra le altre cose per essere stata la prima persona a dare la notizia dell’invasione della Germania nazista in Polonia del 1939, è morta martedì. Aveva 105 anni e viveva a Hong Kong. Nel corso della sua lunga vita raccontò per diversi giornali britannici – tra cui il Daily Telegraph, il Guardian e l’Economist – la guerra del Vietnam, il conflitto in Algeria e quello israelo-palestinese. Hollingworth era considerata una pioniera del giornalismo per le donne.
Era nata vicino a Leicester nel 1911, e si era appassionata alle guerre dopo aver visitato con suo padre molti siti di battaglie storiche inglesi. Dopo la scuola frequentò un corso di economia domestica, che la portò a odiare le mansioni domestiche. All’inizio Hollingworth voleva fare carriera in politica, e diventò segretaria della League of Nations Union, un ente britannico per la promozione della giustizia nel mondo. Contemporaneamente sviluppò anche una passione per la scrittura, che coltivò nonostante l’opposizione della madre pubblicando articoli per varie riviste. Cominciò a frequentare l’università, prima a Londra e poi a Zagabria, e si sposò nel 1936 con un ex collega alla League of Nations Union: i due si allontanarono durante la Seconda guerra mondiale e divorziarono qualche anno dopo.
Alla fine degli anni Trenta, Hollingworth era a Varsavia, in Polonia, per distribuire aiuti umanitari ai profughi che avevano lasciato il Sudetenland, l’area della Repubblica Ceca annessa dalla Germania alla vigilia della Seconda guerra mondiale. In questo periodo aiutò molte persone a scappare dalla Germania nazista, occupandosi dei loro visti per il Regno Unito. Fino ad allora aveva scritto alcuni articoli per il New Statesman, ma durante una sua visita a Londra fu assunta dal direttore del Daily Telegraph, che era rimasto impressionato dalla sua conoscenza ed esperienza in Polonia. Il confine tra Germania e Polonia in quel periodo era bloccato per tutti tranne che per i mezzi diplomatici: Hollingworth prese in prestito un’auto dall’ambasciata britannica a Katowice ed entrò in Germania esponendo una bandiera del Regno Unito. Tornando indietro, dopo aver comprato vino e pellicole per la macchina fotografica, passò per una zona dove erano stati sistemati enormi teli mimetici. Il vento ne buttò giù uno e Hollingworth vide che dall’altra parte c’erano moltissimi soldati tedeschi, insieme a carri armati e all’artiglieria.
Il giorno dopo, il 29 agosto 1939, il Telegraph uscì con in prima pagina il titolo “1.000 carri armati ammassati al confine con la Polonia. Dieci divisioni sono pronte per colpire”. L’articolo non era firmato, come succedeva spesso a quei tempi. Hollingworth era diventata giornalista a tempo pieno meno di una settimana prima e aveva già fatto quello che è stato definito poi “lo scoop del secolo”. Tre giorni dopo, il primo settembre 1939, Hollingworth vide i carri armati attraversare il confine e cominciare l’invasione: telefonò al segretario dell’ambasciata britannica a Varsavia, che però non le credette, convinto che le trattative tra Germania e Regno Unito fossero ancora in corso. Hollingworth allora mise il telefono fuori dalla finestra, per far sentire al segretario il rumore dei cingolati.
Passò la Seconda guerra mondiale a scrivere dalla Turchia, dalla Grecia e dall’Egitto. Entrò a Tripoli con il generale britannico Bernard Montgomery, che però non sopportava di avere una donna con sé e la rimandò al Cairo: Hollingworth allora si unì alle truppe del generale americano Dwight Eisenhower. Durante la guerra si era fatta conoscere come una reporter molto tosta: tra le altre cose si era gettata in diverse occasioni con il paracadute, per seguire le truppe Alleate.
Finita la guerra, il 22 luglio 1946 si trovava con Geoffrey Hoare, reporter del Times con cui si sarebbe poi sposata. Poco dopo mezzogiorno era a un centinaio di metri dall’hotel King David, che fu fatto esplodere da alcuni militanti del gruppo sionista di destra dell’Irgun, uccidendo 91 soldati britannici. Nel 1963 era a Beirut per il Guardian, quando sparì l’ex agente dei servizi segreti britannici Kim Philby, che aveva iniziato a collaborare con l’Observer. Hollingworth si convinse che Philby era il cosiddetto “Terzo Uomo”, cioè il terzo agente del KGB, i servizi segreti sovietici, che aveva fatto il doppio gioco, dopo Guy Burgess e Donald Maclean, che erano già stati scoperti. Quello di Philby, Burgess e Maclean, a cui si aggiunsero Anthony Blunt e John Cairncross (i “cinque di Cambridge”) divenne uno degli scandali di spionaggio più famosi del Novecento, che interessò tutta l’Europa e finì su tutti i giornali. Hollingworth scoprì che Philby era scappato in Unione Sovietica su una nave per Odessa, e preparò un articolo con lo scoop per il Guardian. Il direttore però decise di affossare la notizia, temendo una causa per diffamazione. Tre mesi dopo il Guardian pubblicò la notizia in una pagina interna e poco in vista: lo scoop fu ripreso il giorno successivo dal Daily Express, che lo mise in prima pagina costringendo il governo britannico ad ammettere che Philby era una spia.
In Vietnam, Hollingworth imparò il vietnamita per parlare con le persone locali, e fu una delle prime a prevedere che gli Stati Uniti non avrebbero vinto nonostante la loro superiorità militare. Nel 1973 diventò la corrispondente del Telegraph da Pechino. Nel 1981 andò in pensione e si trasferì definitivamente a Hong Kong, dove passava buona parte delle sue giornate al Foreign Correspondents’ Club, un locale per giornalisti stranieri dove era praticamente venerata. Nel 1990 sperava di essere mandata in Iraq per seguire la Guerra del Golfo, e dormì cinque giorni sul pavimento per prepararsi: aveva 79 anni. Ma quella fu una delle poche guerre del Novecento a cui non assistette. Lo stesso anno pubblicò la sua autobiografia, intitolata Front Line, nella quale parlò poco di se stessa e molto dei fatti a cui assistette, confermando una delle sue qualità più apprezzate nel corso della sua lunga e rispettata carriera. Suo nipote Patrick Garrett scrisse una sua biografia nel 2015, nella quale rivelò che sua prozia aveva smesso di bere birra a colazione solo per via dell’età, ma che continuava a portare le scarpe a letto, nel caso avesse dovuto uscire in fretta. I suoi colleghi e amici hanno raccontato che fino a pochi anni fa teneva pronto il passaporto e uno zaino, in caso fosse chiamata per scrivere un reportage.
(Il Post, 11 gennaio 2017)
di Elisabetta Andreis
Lorella Carimali, 54 anni e trenta di insegnamento. La prof del liceo scientifico Vittorio Veneto è stata selezionata tra i cinquanta migliori dell’Italian teacher prize.
Lorella Carimali, 54 anni e trenta di insegnamento. È stata selezionata tra i cinquanta migliori dell’ Italian teacher prize , una sorta di Nobel per docenti, ed è attualmente in corsa per vincere. Lei insegna matematica e fisica allo scientifico Vittorio Veneto. È una professoressa che divide, Carimali: la maggior parte degli alunni la amano, qualcuno non segue volentieri il suo metodo di insegnamento che ad esempio punta molto sui progetti con realtà esterne alla scuola. «Quest’anno mi sono proposta di collaborare con un’azienda agricola sequestrata alla mafia e la Casa delle donne maltrattate – spiega -. Vorremmo organizzare anche un viaggio di formazione a Lampedusa, per trattare il tema dei migranti». Cresciuta al quartiere Stadera da genitori con la quinta elementare, la sua laurea in matematica «è stata motivo di orgoglio e riscatto» per la famiglia. Dopo l’università ha ricevuto offerte da varie multinazionali dell’informatica: «Per un attimo ho creduto di cedere alle lusinghe di una carriera diversa, con riconoscimenti economici importanti. Invece sono qui, in cattedra, a insegnare con passione». Una delle iniziative di cui è più orgogliosa? «Quella che ha permesso ad una classe di studenti trasversale per indirizzi e livelli di recuperare debiti attraverso il teatro – risponde -. Pensare matematicamente significa affinare la capacità di intuire, immaginare, progettare e mettere in relazione. Recitare, in fondo, è un po’ tutto questo».
(Corriere della Sera, 11 gennaio 2016)
di Alessandra Pigliaru
SCAFFALE. «La materiale vita», di Tristana Dini per Mimesis
Che il femminismo in questi anni sia riuscito a fare la differenza anche nel dibattito su neoliberismo e biopolitica è un dato. Nonostante la discussione sulla biopolitica sia piuttosto affollata, «usurata» e da parecchi anni, anche in Italia, ci sono delle posizioni che spiccano per originalità e tenacia della tenuta.
Emerge per importanza, sforzo pensante ma – soprattutto – caparbietà nel segnare il punto vero della questione, l’analisi di Angela Putino che – nonostante sia scomparsa da dieci anni – aveva già dato avvio a un percorso irreversibile in merito al tema. Insieme a lei molte hanno potuto trovare un confronto politico incarnato, significativo e che, nel tempo, ha voluto dire appropriarsi di un metodo. E tenerlo e praticarlo per sé, nonostante l’assenza della stessa Putino, ha previsto la crescita di generazioni politiche di donne che lo percorrono con la stessa appassionata ostinazione. È il caso di Tristana Dini – come anche di Stefania Tarantino, fine studiosa e lettrice di Simone Weil, e altre.
Su biopolitica, differenza sessuale e vita sacra si misura l’ultimo saggio di Tristana Dini dal titolo eloquente, La materiale vita (Mimesis, pp. 145, euro 16, postfazione di Marco Ivaldo) che ha come sottotitolo i tre nodi che vanno poi a dipanarsi in altrettanti capitoli.
Progetto editoriale che Putino e Dini avevano immaginato insieme e che doveva fare seguito a un seminario organizzato presso l’Itc-isr di Trento nel giugno del 2005 – tra le presenti anche Ida Dominijanni, Chiara Zamboni, Antonella Cutro. Nonostante il precipitare degli eventi, Angela Putino era riuscita a scrivere almeno l’introduzione al volume (che doveva contenere gli Atti) insieme a Tristana Dini che oggi mantiene la promessa e la pubblica, a doppia firma, in apertura del suo saggio. Si tratta di una sintesi perfetta, efficace divisa in 9 punti, una sorta di manifesto/vademecum in cui vanno ad affilarsi definitivamente le ragioni che conducono a una vicinanza la biopolitica e il femminismo. Soprattutto il modo e la qualità di intendere questa prossimità.
Seguendo la lezione di Foucault (ripresa da Judith Butler, Giorgio Agamben, Antonio Negri e Roberto Esposito), è necessario il raffronto tra biopotere e potere sovrano. La domanda tuttavia è sul tipo di potere della biopolitica e sulla legittimità o meno che lo si possa ascrivere allo stesso ordine della sovranità. Nella separazione tra i due poteri sta il punto e anche l’avvio del lavoro di Tristana Dini.
Fondante è l’implicazione tra materno e biopolitica e, scavando genealogicamente, si arriva alle competenze materne. È un nodo difficile da affrontare (e forse proprio per questo da discutere ancora giacché incandescente) perché «la biopolitica è una trasposizione, nel migliore dei casi, o addirittura una perversione della cura materna».
Appunto per questo è importante separare il potere sulla vita da quello sovrano per potersi soffermare sul significato della sessualità, dell’eros, dell’amore. In questo modo il discorso sulla biopolitica si desaturizza, aprendo a una politica della «materiale vita». In tutta la sua «zoé-pensante» complessità.
(il manifesto, 11 gennaio 2016)
di Alessandra Pigliaru
Ritratti. Dalla biopolitica ad Antigone fino alla lezione di Simone Weil, una pensatrice tagliente e rara. A dieci anni dalla scomparsa della filosofa e femminista napoletana
«Noi oggi chiamiamo all’interezza di un corpo frammenti di inaddomesticato, luoghi guerrieri del presente, del mito, della storia, dell’affabulare». Era il 1987 quando Angela Putino rifletteva su questi temi, tratti da Cosmo – contenuto in Quattro giovedì e un venerdì per la filosofia (collana di Via Dogana). Filosofa, femminista, pensatrice tra le più affascinanti e taglienti che il Novecento italiano ci abbia regalato, scompariva il 16 gennaio di dieci anni fa all’età di 61 anni.
Fattezze minute, pensiero capace di alzare il cielo. Piccola, eppure con occhi spalancati che sostenevano una complessità di visione e di ragionamento che lasciava strabiliate. Chi l’ha conosciuta e amata potrà confermare, chi la vuole vedere «in presenza» anche oggi può farlo grazie al documentario di Nadia Pizzuti, Amica nostra Angela (2012) che contiene diversi video e testimonianze. Tratteggiano una comunità intera, quella del femminismo che si andava costruendo a Napoli, punto di radicamento politico e di contatto con altre realtà sparse nel territorio nazionale. Dal collettivo Transizione al Virginia Woolf e alla comunità di Diotima (di quest’ultima ha fatto parte per diversi anni), le relazioni di Angela Putino erano molteplici. Lucia Mastrodomenico, stella polare di pratiche e amicizia politica (muore due settimane prima di lei) con cui dà vita alla rivista adateoriafemminista, Giovanna Borrello, Alessandra Bocchetti, Lina Mangiacapre, Luisa Muraro e altre ancora.
Il desiderio, era chiaro già da allora, «è una condizione di necessità, forgia gli strumenti». In questo contesto il punto di leva è proprio l’inaddomesticato, il partire da sé, il punto di non tenuta per una donna che la trasporta da una condizione di «estraneità» al suo «essere straniera».
Che cosa ne è dei corpi sessuati, come si acceda alla funzione guerriera, perché sia importante riferirsi alle figure del mito (quando sono parlanti, come Antigone) e quale spazio abbia l’amicizia e la relazione tra donne sono, uno per uno, gli elementi con cui Angela Putino ha contaminato irreversibilmente il pensiero della differenza sessuale italiano. Essendone anzitutto una esigente e a tratti scomoda critica là dove non sentiva corrispondenza tra teoria e materialità delle vite, in quegli interstizi per lei opachi che rimuovevano prima di tutto i corpi e ciò a cui venivano sovente sottoposti.
Alla fine degli anni Novanta nasce intorno a questo nucleo di intendimenti il volume Amiche mie isteriche (Cronopio, 1998) che non si capirebbe a pieno se non si considerasse interno almeno a una delle due traiettorie principali già ampiamente frequentate da Putino, la biopolitica. Nel 2011, i saggi dedicati all’argomento trovano finalmente una sistemazione grazie al paziente lavoro di Tristana Dini.
I corpi di mezzo (edito da ombre corte) raccoglie dieci saggi brevi tutti già apparsi in riviste o collettanee, tranne uno del tutto inedito, che coprono un arco temporale di tredici anni (dal 1994 al 2007). Quando nei primi anni Novanta Giorgio Agamben, Antonio Negri e Roberto Esposito intervenivano nella discussione pubblica italiana a proposito del bio-potere, già allora il posizionamento di Putino era collocato in maniera magistrale fuori dal terreno della filosofia politica per riconoscere, nella distinzione tra bio-potere e sovranità, il fulcro vero e dolente della faccenda, rubricabile – nella unificazione dei due poteri – nel modo mimetico maschile-patriarcale.
È interno a questa disseminazione – teoricamente pionieristica e al contempo scientificamente rigorosa – l’accostamento al pamphlet Amiche mie isteriche, che ha decretato tutta la forza del suo essere fuori dai blocchi identitari, mettendo in discussione lo stesso alveo teorico-politico in cui si riconosceva e con cui non ha mai smesso di porsi dialetticamente a confronto. Nell’Arte di polemizzare tra donne (Sottosopra blu, giugno 1987) spiegava bene cosa fosse il «far guerra» nelle comuni e reciproche ferite. Docente di bioetica e filosofia del linguaggio e della scienza all’università di Salerno, maestra di libertà femminile, Angela Putino ha consegnato pagine di una densità formidabile in cui le incursioni transdisciplinari rappresentano l’ossatura danzante di un pensiero amoroso che ha interrogato l’inaudito. L’articolazione del suo lavoro può essere percorsa in Esercizi di composizione per Angela Putino (Liguori, 2010) a cura di Stefania Tarantino e Giovanna Borrello – ritratto filosofico e politico cruciale.
Lunghe e appassionate sono anche le riflessioni contenute in Simone Weil. Un’intima estraneità (Città aperta, 2006), testo inaggirabile in cui Putino conduce una delle sue analisi più alte e originali, allargando il lavoro che aveva già dedicato alla filosofa francese nel 1997 (Simone Weil e la passione di Dio) e aggiungendo alla discussione degli studi weiliani il passaggio sulla teoria del matematico Georg Cantor sugli infiniti in atto. Putino si aggancia a un episodio della biografia di Weil che, nel 1937, aveva partecipato a un incontro sul tema.
La filosofa napoletana ci conduce in una rilettura cantoriana del «funzionamento» della differenza sessuale in relazione a Simone Weil; questo il «retroterra» per comprendere come l’abietto e la verità stiano l’uno accanto all’altra camminando dalla stessa parte. In quel silenzio, frutto di uno scacco linguistico, si sgrana un «fuori», un vuoto che non chiede di essere colmato e che si apre al «tu» della relazione. Solo in questo modo la «sventura», intesa impropriamente come sola miseria simbolica che inchioda a una impossibilità di agire, cambia di segno. Quel «resto», che è lo stesso abietto – termine che prevede non corpi anonimi bensì l’esposizione stessa della carne intesa come nuda vita – è la possibilità infinita della differenza femminile di essere estranea alla conta pur essendo la condizione stessa affinché quella conta possa darsi. È un fuori che bisogna continuare a fare esistere, pensa Putino, perché possa moltiplicarsi – come accade negli infiniti cantoriani.
Sono trascorsi dieci anni e sembra ancora di vedere la sua figuretta inerpicata nella collina sopra Mergellina, insieme ai suoi gatti. Nel frattempo ci ha anche insegnato a pensare. Pensare e sentire l’altra. E immaginare, «nella curvatura del reale», la festa che è stata, e può essere ancora, il femminismo.
La rivista adateoriafemminista diventa un libro
La rivista, nata nel 2006 grazie ad Angela Putino e Lucia Mastrodomenico, è un notevole laboratorio di pratiche. Questo perché attorno alla redazione sono cresciute generazioni politiche di donne che hanno lavorato alacremente e in relazione tra loro. Ora la rivista, consultabile su web, diventerà in febbraio un volume cartaceo che sarà utile avere e consultare. Comprenderà tutti i numeri fino a ora pubblicati, insieme all’ultimo editoriale del 2016 «Il mondo salvato dalle ragazzine» e si intitolerà «La teoria non è un ombrello. Dieci anni di adateoriafemminista (2006-2016)», a cura di Stefania Tarantino, Tristana Dini, Nadia Nappo, Lina Cascella (Orthotes editrice).
(il manifesto, 11 gennaio 2017)
Dal 12 gennaio al 4 febbraio 2017
ANTONIA MULAS
San Pietro: la gloria si fa inquieta
Inaugurazione 11 gennaio ore 18,30
Centro Culturale e Galleria San Fedele
via Hoepli, 3/b – Milano
La sensazione è che stia per accadere qualcosa. Ogni particolare è carico di indizi ma avvolto nel mistero. I drappi marmorei celano e ornano; il fasto barocco si produce in un’esplosione contenuta, mentre gli ori diventano plumbei e i santi assumono calore umano.
E’ la visione rivoluzionaria, femminile, di Antonia Mulas – fotografa, documentarista, artista – della basilica di San Pietro a Roma. Da questi racconti in frammenti emerge come un senso di vuoto, una sorta di ambiguità soffusa. Una fragilità nervosa si impone al cuore della magniloquenza di gesti solenni e retorici. La gloria si fa inquieta.
Antonia Mulas ci conduce in un viaggio di quattro secoli tra le opere di Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova, fino a giungere a Francesco Messina attraverso quindici fotografie di grande formato scattate nel 1977 – 1978, che cercano di catturare con grande profondità ottica, particolari che appaiono sin dal primo sguardo, frammenti di un discorso più ampio, complesso, quasi sottaciuto. Volti e arti deformati da estasi o dolore evocano l’esperienza umana attraversata dal divino, le ore del quotidiano sembrano scorrere sulla pelle dei santi. E’ un racconto scuro, sublime e sensuale che attinge alla profondità dell’anima.
Le statue ritratte solo con luce naturale, semplicemente illuminate dal sole, sono presentate in una sequenza continua lunga in origine 27 metri e mostrata in questa occasione in un frammento di 9 metri.
La fotografia è per Antonia Mulas strumento di conoscenza e relazione: è viscerale, diretta, nuda. Il suo sguardo sui santi è lo stesso riservato alle teste romane, agli impianti della Fiat, all’architettura, alla desolazione del muro di Berlino ripreso in sequenza nel 1976 con il preveggente titolo “Archeologia”.
La mostra prosegue in chiesa con due immagini di Antonia e Ugo Mulas in dialogo con le opere del Museo San Fedele Itinerari di arte e fede.
martedì/sabato 16.00 – 19.00
al mattino su appuntamento, chiuso i festivi
di Mariolina Bertini
“Da dove provengono le idee giuste?” si chiedeva il presidente Mao nell’incipit di un saggio filosofico molto popolare ai tempi della mia giovinezza. In campo editoriale, credo provengano dall’amore incondizionato per il libro; per il libro come oggetto globale, in cui, accanto alla scelta del titolo da pubblicare e all’eventuale traduzione, sono oggetto di scelte consapevoli anche la grafica, gli apparati e i risvolti. Due idee giuste che si sono materializzate in volumi che stanno ora uno accanto all’altro sul mio tavolo; due omaggi intelligenti alla grandezza di Virginia Woolf, che spicca sempre più evidente ai nostri occhi man mano che il XX secolo si allontana da noi e va assumendo in prospettiva un profilo un po’ più complesso e variegato di quello che suggerivano, nella sua seconda metà, gli imperativi e le poetiche del postmoderno.
La prima idea giusta è quella che è balenata alle edizioni Racconti: dedicare alla narrativa “breve” di Virginia Woolf un volume complessivo di grande eleganza (Virginia Woolf, Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, trad. di Adriana Bottini e Francesca Duranti, curatela, introduzione e note di Liliana Rampello, pp. 470, 19 €, Racconti, Roma, 2016). Un ritratto ascetico, assorto e misterioso della scrittrice ci saluta da uno dei risvolti: è opera di Franco Matticchio, come la copertina. Le belle traduzioni sono quelle di Adriana Bottini e Francesca Duranti che negli anni Ottanta, per le edizioni della Tartaruga, presentarono per la prima volta questi testi al pubblico italiano. La curatela è di Liliana Rampello, che ripercorre tutto l’arco cronologico della produzione “breve” di Woolf in uno splendido saggio introduttivo. La riflessione della curatrice scava nei rapporti tra romanzi e racconti, nella lunga genesi della poetica della scrittrice, nello sforzo, sotteso a tutta la sua opera, di “catturare la vita e rappresentarla nella verità del suo ‘momento di essere’, che balugina appena, avvolto com’è nell’‘ovatta’ del non-essere”. Il lavoro dell’artista, pensa Virginia, è “trasformare in linguaggio la propria intuizione del mondo”. “E forse” – scrive in margine alle sue parole Liliana Rampello – i racconti sono il punto di convergenza più intimo dello scambio tra visione ed espressione, immagine e frase, sguardo e parola, insomma il luogo dell’incontro amoroso fra le arti, risultato di un altro grande amore, quello per la sorella Vanessa e la sua arte, la pittura.”
Accanto a Oggetti solidi, l’altra idea giusta alla quale alludevo ha assunto la forma di due volumetti distinti, Anon e Leggere a caso (Virginia Woolf, Anon, a cura di Massimo Scotti, pp. 103, 11 €, Nuova Editrice Berti, Parma, 2015 e Leggere a caso, a cura di Massimo Scotti, pp. 92, 12 €, Nuova Editrice Giacomoverri in Recensioni 9 gennaio 201731 dicembre 2016 1,422 Words Berti, Parma, 2016), caratterizzati dalla grafica ben riconoscibile delle Nuove Edizioni Berti e dagli squisiti fregi, capilettera e disegni di Demetrio Costa, ispirati alla tradizione tipografica inglese e all’iconografia delle fiabe vittoriane. Il curatore, Massimo Scotti, ha intrapreso il compito delicato di rendere accessibile al pubblico italiano l’ultima opera di Woolf rimasta interrotta alla sua morte.
In un primo volumetto, Anon, ne ha presentato e tradotto la prima sezione, autonoma e quasi compiuta; il testo di questa parte era già stato tradotto presso l’editore Abramo nel 2001, ma si presenta in questa edizione integrato da molti materiali inediti. Il secondo volumetto, Leggere a caso, raccoglie con cura filologica quel che resta della seconda sezione, dedicata alla figura del lettore, e molti appunti, commoventi e suggestivi nella loro incompiutezza.
Se Oggetti solidi ci fa ripercorrere tutta la vita creativa dell’autrice di Gita al faro, Anon e Leggere a caso, invece, gettano una luce cruda e diretta sul suo ultimo anno di vita, ci fanno penetrare nel cuore di quell’intreccio di dolore insostenibile e di feconde intuizioni che costituisce la stagione estrema di Virginia, l’ultimo “volo della mente” spezzato dal terrore della follia, dall’orrore della guerra e finalmente dalla morte.
Appartengono, originariamente, a uno stesso progetto, che agli inizi – ci racconta Massimo Scotti – ha quasi i tratti di un divertissement. È infatti “divertendosi ad ogni pagina”, come annota nel suo diario, che Virginia comincia, nel 1940, a prendere appunti in vista di un’opera che ha per destinatario uno dei suoi più vecchi amici, il pittore Duncan Grant: una sorta di storia antiaccademica della tradizione letteraria inglese, concepita per farla amare a Grant, per vincerne le prevenzioni e le resistenze. Il primo titolo scelto da Virginia è Reading at Random, poi sostituito da Turning the Page. La forma a cui la scrittrice vuole ricorrere per realizzarla è una forma libera, come libera dev’essere quella lettura random, a caso, che si propone di sostituire alla lettura sistematica, costrittiva degli specialisti. La prima sezione del progetto si chiamerà Anon, abbreviazione di Anonymous, perché “Anonimo” sarà il suo eroe: l’autore senza nome della prima letteratura inglese che incarna – come scrive Massimo Scotti – “l’essenza stessa dell’oralità e il suo mistero.” In Anon Virginia celebra gioiosamente un’Inghilterra che trascolora nel mito: “A Natale i giullari recitavano la vecchia commedia di Anon: i ragazzi intonavano la sua canzone durante i brindisi. La strada portava alle tombe antiche, alle pietre su cui in passato gli inglesi avevano compiuto i sacrifici. I contadini andavano ancora per istinto in quella direzione, in estate e in autunno e in inverno. I vecchi Dei si celavano dietro le sembianze dei nuovi. Erano quelli che
adoravano ancora, indotti da Anon, i contadini vestiti di foglie verdi, con le spade in mano, danzando fra le case, recitando le parti di un tempo. Fu l’invenzione della stampa a uccidere infine Anon…”
Si respira, nelle pagine di Anon, un’euforia che viene meno nella sezione successiva, Leggere a caso. Ne spiega molto bene le ragioni Massimo Scotti nella sua introduzione: Virginia vive sotto due minacce, quella personale, delle crisi di follia, e quella, che concerne tutti gli inglesi, dei bombardamenti e della temuta invasione nazista. In questo clima angoscioso, l’amore per le antiche tradizioni inglesi si fa più struggente e disperato, perché è l’amore per una realtà che potrebbe sparire per sempre. Con un’intuizione tutta sua, Virginia collega la nascita del lettore moderno – così diverso dal pubblico del cantore Anon – alla pubblicazione dell’Anatomia della malinconia di Burton: “È lì che troviamo lo scrittore perfettamente consapevole del suo rapporto con il lettore (…). Lui vede attraverso mille ombre verdi ciò che gli sta proprio di fronte: l’infelicità del cuore umano. Le riflessioni servono a rendere screziato e variopinto lo spettacolo che ha davanti agli occhi, dai libri ha tratto quel senso di indulgenza che gli fa capire ciò che siamo, non figure singole ma replicate all’infinito.”
Il testo si interrompe in un momento cruciale, quando Virginia sta per affrontare la figura di Shakespeare. È qui che compare la più straordinaria pagina autobiografica, quasi testamentaria, del libro: il racconto di un vagabondaggio londinese sui luoghi dove sorgeva il teatro di Shakespeare, il Globe, alla ricerca di ispirazione. Il tram numero 18 porta la scrittrice verso il London Bridge, fra strade “tutte piuttosto grigie.” “C’è uno strato di fango lucente ai piedi dei magazzini: la cattedrale di Saint-Paul si erge lontana fra la nebbia. I gabbiani si lanciano in picchiata. Qualche ragazzino gioca con i sassi. Nel cielo si affollano strisce di porpora. Pensiamo ancora ai drammi, perché è qui che sorgeva il teatro del Globe. Possiamo dar spazio all’immaginazione: il caos e il frastuono; il cigolìo delle ruote (…). Andando verso il fiume, perdendo la strada fra i vicoli, nasce lo strano desiderio senza nome di esprimersi.”
Nella ricca, bellissima introduzione di Massimo Scotti a Leggere a caso è analizzato un racconto scritto da Woolf proprio alla vigilia della sua morte, The Symbol. È la storia di una vecchia signora che scrive una lettera, seduta alla terrazza di un albergo alpino. Mentre scrive, segue di lontano la scalata di alcuni giovani alpinisti. A un certo punto però le loro figure scompaiono, il lettore capisce che la scalata è finita in tragedia, e una goccia d’inchiostro macchia la lettera interrotta della spettatrice. “La goccia che cade e gli scalatori che precipitano – scrive Massimo Scotti – sono uniti in un’analogia fulminea e trasparente, uno di quei “momenti di visione” che percorrono costantemente la scrittura di Virginia Woolf.” Ho sentito il bisogno, dopo aver letto queste righe, di riprendere in mano The Symbol, e l’ho trovato in Oggetti solidi: è il penultimo racconto della raccolta. Complementari, e segretamente complici, Leggere a caso e Oggetti solidi dialogano così tra loro sulla mia scrivania, testimonianze indipendenti e solidali di un’amorosa attenzione per il lavoro di Woolf e di una concezione rigorosa e appassionata del lavoro editoriale.
(https://giacomoverri.wordpress.com, 9 gennaio 2017)
di Marina Turi
Femminismi riuniti. Feminismos reunidos. La rivoluzione inizia nel tuo salotto. È quello che hanno pensato LolliDJ, Doña Pasolina, Gaelx, Dianespotting, Reino Hueco e Valentina, le sei femministe del collettivo spagnolo Sangre Fucsia. E detto fatto hanno ideato questo gioco da tavolo, un gioco di domande e risposte per mettere alla prova le conoscenze sul pensiero e la pratica femminista, la storia delle donne, la differenza dei generi, la cultura femminile, l’attivismo, la cultura GLBTQ. Unire il dilettevole al femminismo. Non ha importanza il tuo livello accademico, né le referenze della tua agenda da attivista, né la tendenza del femminismo che pratichi o in cui ti riconosci. E ancora meno interessa se sei una femminista e ancora non lo sai. Quello che importa è imparare divertendosi, perché la lotta inizia giocando.
Questa è la filosofia del nuovo gioco da tavolo, il Trivial femminista che, ispirandosi al già celebre Trivial Pursuit, colleziona ben 1200 diverse domande, divise in categorie, ognuna con una figura peculiare di donna. Così c’è l’accademia rappresentata dalla teorica di ieri e di oggi Simone de Beauvoir, il femminismo di strada con l’attivismo e i movimenti sociali con Angela Davis, il corpo con la sessualità, la salute, le teorie GLTBQ e il transfemminismo, con la figura di Judith Butler. E poi la cultura con Frida Kahlo e tutti i contributi femminili e femministi che hanno arricchito la letteratura, la musica, le arti e il cinema. A Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina scritta in contrapposizione allo stesso testo elaborato durante la rivoluzione francese, rivolto solo agli uomini, il compito di rappresentare la sfera dei diritti, l’aborto, il voto, il divorzio, la politica istituzionale e le convenzioni internazionali. Ultima, ma non meno importante, HERstory con Valentina Tereshkova, la prima astronauta lanciata fuori dall’orbita terrestre, come testimonial per ricordare a tutt@ che la storia è piena zeppa di donne che hanno fatto e fanno cose. Sempre, ogni giorno, in ogni ambito.
Dall’idea del gioco alla sua realizzazione cercando in rete il finanziamento, è stata lanciata una raccolta fondi online sulla piattaforma Werkami. Le aspettative erano modeste, ma l’entusiasmo di sostenitrici e sostenitori le ha superate tutte. È stato un successo assoluto e imprevedibile. La richiesta iniziale era di 4000 euro per poter produrre circa 500 copie del gioco, forse 6000 euro per poterne produrre delle copie a colori. Già il primo giorno l’obiettivo era superato. Dopo un mese e mezzo, a campagna ultimata, sono stati raccolti ben 71.152 euro. Così il gioco ha spiazzato tutto e tutt@ ancora prima di esistere. La chiave della riuscita è stata tutta nella rete che si è consolidata intorno al collettivo Sangre Fucsia e dal lavoro che da tre anni le donne del gruppo fanno come fanzine sonora, come amano autodefinirsi, un podcast femminista trasmesso per radio.
Donne che amano la radio come via per ascoltare, comunicare e unire. Hanno lavorato un anno per stabilire domande e risposte, approfittando della documentazione e delle conoscenze utilizzate per le loro trasmissioni. Il Trivial femminista è stato progettato per uomini e donne, bambine/i e adulti, per dare visibilità a tutto il lavoro delle donne nella storia e, ovviamente, per imparare divertendosi. Le modalità del gioco sono le stesse di quello originale, con la differenza che in quello originale non è facile trovare le donne come protagoniste nelle domande.
«Qual è il paese del mondo con la maggiore percentuale di donne deputate in Parlamento nel 2015: Svezia, Ruanda o Cina?» [Ruanda!] o «A cosa si attribuisce abitualmente l’associazione del colore viola al femminismo?» [al fumo come conseguenza dell’incendio provocato l’8 marzo 1908 contro le operaie di una fabbrica tessile di New York] o «Quale corrente femminista inaugurò la sociologa francese Christine Delphy all’inizio degli anni 80?» [il femminismo materialista!] o «A quale genere letterario si dedicavano le scrittrici svizzere Annemarie Schwarzenbach e Ella Maillart all’inizio del XX secolo?» [letteratura di viaggi!] una piccola anteprima sulle domande.
Una prima partita pubblica è stata giocata il 26 novembre scorso a Madrid durante le giornate femministe FUCK PATRIARCHY! organizzate per la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne. Ma il gioco sarà una realtà prossimamente, in questi primi mesi del 2017, e rivoluzionerà certamente più salotti di quelli pensati in principio dal collettivo Sangre Fucsia.
Due nota bene.
Feminismos Reunidos sarà una licenza Creative Commons e questo significa che chiunque potrà tradurre dallo spagnolo le 1200 domande, e le relative risposte, in qualsiasi lingua riproducendo il gioco, ma senza scopo di lucro. Oltre la produzione di tante e tante scatole del gioco, presto in vendita online ma anche nei negozi, i fondi raccolti in eccedenza saranno distribuiti per finanziare associazioni femministe e case delle donne in Spagna.
(La Ventisettesima Ora, 9 gennaio 2017)
a cura di Stefania Prandi
Sono sempre di più in Italia le donne che esprimono dubbi e critiche sulle campagne “in rosa” per sconfiggere il cancro al seno. In rete ci sono blog e gruppi Facebook, dalle Amazzoni Furiose ad Afrodite K, che criticano il fenomeno dei prodotti del “nastro rosa” (pink ribbon in inglese), venduti con la promessa di raccolte fondi e sensibilizzazione sulla malattia. Si usa il rosa per pubblicizzare maratone con sponsor, aziende di cosmetici, prodotti per la cura del corpo, detersivi, case automobilistiche, prodotti alimentari e perfino alcolici.
In rete e attraverso alcune associazioni che lavorano sui diversi territori, si sta formando un movimento di persone che si chiede quale sia la reale utilità di queste iniziative. Diverse le domande al riguardo. Ci si chiede se il ricavato di queste campagne vada davvero a supporto di programmi contro il cancro, come vengano usati i soldi, quale sia l’ammontare massimo che le aziende coinvolte donano alla ricerca. E poi, che tipo di ricerca?
Il movimento critico sul cancro al seno è cominciato 20 anni fa negli Stati Uniti. La prima a sottolineare il rischio di speculazioni è stata Barbara Brenner, per oltre 15 anni alla guida dell’organizzazione Breast Cancer Action. Brenner ha lanciato Think Before You Pink, progetto di riferimento critico sulle campagne rosa sul cancro al seno e la sua commercializzazione. La sua raccolta di scritti So Much to Be Done, University of Minnesota Press, è stata presentata di recente anche al Centro di salute internazionale dell’Università di Bologna.
I dubbi sull’efficacia e sul rischio di speculazione delle campagne in rosa sono al centro anche delle ricerche di Samantha King, sociologa della Queen’s University of Canada, autrice di Pink Ribbons, Inc: Breast Cancer and the Politics of Philanthropy (I nastri rosa spa: il cancro al seno e le politiche di filantropia), University of Minnesota Press. Il suo lavoro ha ispirato il documentario omonimo della regista e sceneggiatrice canadese Léa Pool, che indaga il marketing solidale e l’industria attorno alla malattia. Inoltre, la ricercatrice Gayle A. Sulik ha condotto uno studio storico ed etnografico, intitolato Pink Ribbon Blues: How Breast Cancer Culture Undermines Women’s Health (La depressione dei nastri rosa. Come la cultura del cancro al seno danneggia la salute delle donne), Oxford University Press.
Grazia De Michele e Daniela Fregosi, blogger, conosciute in rete rispettivamente come Amazzone Furiosa e Afrodite K, si occupano di tradurre e portare in Italia il materiale prodotto in inglese sull’argomento. “Non è un caso che sia stato scelto proprio il cancro al seno per il marketing” spiega De Michele. “Le donne, infatti, prendono le principali decisioni di acquisto nelle famiglie e il cancro al seno è una malattia che riguarda soprattutto le donne. Inoltre è una malattia che permette di mostrare semi femminili che non a caso nelle campagne pubblicitarie riguardanti il nastro rosa sono sempre sani e nudi e questa è un’ulteriore forma di speculazione sui corpi delle donne”. Fregosi critica le campagne in rosa perché “distolgono l’attenzione sui reali problemi delle donne malate, che vanno dalla mancanza di tutele nel caso delle precarie e libere professioniste con partite Iva, alle conseguenze sulla sessualità e sulla fertilità”.
Le campagne in rosa vengono accusate di pinkwashing, termine inglese che descrive l’attività di società e organizzazioni che sostengono di avere a cuore la lotta contro il cancro al seno, che promuovono prodotti col nastro rosa e allo stesso tempo producono e vendono prodotti che in qualche modo sono ritenuti collegati al tumore. Una critica forte che ha evidenze scientifiche secondo Giuseppe Serravezza, oncologo e responsabile scientifico della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori) di Lecce. Secondo Serravezza sono diverse le sostanze inquinanti che aumentano la possibilità di sviluppare il tumore a causa della loro attività estrogeno mimetica.
All’interno del movimento critico sul marketing del cancro al seno c’è chi insiste sulla necessità di potenziare la ricerca sulle cause della malattia, che colpisce sempre più donne, e non soltanto sulle cure. Di questa opinione Marianna Burlando, psicologa e presidente Lilt Lecce e Chiara Bodini dottoressa e ricercatrice del Centro di Salute Internazionale dell’Università di Bologna.
(Fainotizia.it, 9 gennaio 2017)
Giuseppina Vitale
Un libro autobiografico racconta la storia di Mira Furlani. Una preziosa testimonianza di vita comunitaria nella Chiesa fiorentina degli anni Settanta, ma soprattutto una confessione del rapporto fra il femminile e l’autorità religiosa, rappresentata dal “prete”.
La nascita delle comunità di base, avvenuta tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, può certamente rappresentare il più esplicito segno dell’aspirazione democratica del Concilio Vaticano II. L’opera di Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, delinea non soltanto una testimonianza di vita comunitaria nella Chiesa fiorentina degli anni Settanta, ma pure (e soprattutto) una confessione di ciò che realmente è stato il suo rapporto con il maschile nella Chiesa: il prete.
A partire dai primi anni Ottanta è avvenuto gradatamente un vero e proprio esodo femminile dalle comunità di base, concretizzatosi nel Seminario nazionale delle Comunità cristiane di base intitolato Le scomode figlie di Eva (Brescia, 23/25 aprile 1988). L’intento, sin dagli esordi, fu il desiderio di auto-realizzazione femminile espresso con particolare impeto da alcune donne che erano state protagoniste della stagione di contestazione cattolica esplosa in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta. Il seminario di Brescia vide le donne impegnate a rimettere in discussione paradigmi culturali nella prospettiva dell’affermazione della diversità di genere come valore portante dell’eguaglianza tra uomo e donna, nella società e nella Chiesa[1].
Dalla bella prefazione curata da Doranna Lupi e Carla Galetto (Comunità cristiana di Pinerolo) emerge tutta la volontà e l’impegno mostrato in tutti questi anni nell’alimentare una pratica politica di autocoscienza maschile in grado di rompere la scala gerarchica del potere assoluto del padre.
Il rapporto tra la donna (l’autrice) e il prete (don Enzo Mazzi), è sintomatico a riguardo, perché, oltretutto, «tra le donne e i preti, si sa, c’è qualcosa che attrae e qualcosa che respinge» (p. 9).
Mira Furlani fu attratta da quella «spinta interiore che allora mosse molte donne e uomini, diversi fra loro, ad abbracciarsi per la necessità di capirsi e creare una comunità (la comunità dell’Isolotto di Firenze, ndr), non solo civile, anche religiosa, partendo a mani nude» (p. 22). Ma allo stesso tempo, sperimentò un senso di «inadeguatezza e di impotenza» (p. 62) concretizzatosi, soprattutto, nel rapporto conflittuale e critico con l’autorità religiosa.
L’opera è una confessione a cuore aperto e a mente lucida. Un racconto autobiografico senza toni retorici e memorialistici, narrato da una prospettiva inedita, con gli occhi di una donna che, nonostante le delusioni, non ha mai smesso di credere nel Vangelo e di lottare per affermare la propria libertà di essere e di pensiero.
La vicenda di Mira Furlani tratta uno spaccato di storia cattolica italiana: dai primi passi della comunità dell’Isolotto, alle lotte operaie e i contrasti con la Curia fiorentina, fino al processo penale in Tribunale che vide incriminati (e assolti) una decina di imputati per istigazione a delinquere e impedimento di funzione religiosa, in seguito ai fatti che riguardarono direttamente, oltre don Mazzi, tutta la comunità dell’Isolotto[2]. L’autrice racconta la sua esperienza, non senza criticarne alcune aspetti, di “madre per vocazione” vissuta nelle case-famiglie per bimbi orfani e abbandonati, lasciandosi, così, alle spalle il tema della democratizzazione ecclesiale e aprendo spiragli di discussione sulla maternità e sul ruolo (attivo) della donna nella Chiesa, argomenti di indiscussa attualità.
Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, San Pietro in Cariano, Gabrielli Editori, 2016, pp. 109.
(In edicola MicroMega 9/2016)